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EUGENIO FACCHINI, … ERA MIO PADRE a cura di

RICCARDO FACCHINI

Minerva Edizioni


clessidra Collana di saggistica storica diretta da Giancarlo Mazzuca

EUGENIO FACCHINI, ... ERA MIO PADRE a cura di Riccardo Facchini Direzione editoriale: Roberto Mugavero

Impaginazione: Gabriele Gallerani

L’Editore ha cercato con ogni mezzo i titolari dei diritti iconografici senza riuscire a reperirli. Lo stesso resta a disposizione per gli eventuali aventi diritto.

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© 2012 Minerva Soluzioni Editoriali srl, Bologna Prima edizione 2012

Proprietà artistica e letteraria riservata per tutti i Paesi. Ogni riproduzione, anche parziale, è vietata. ISBN 978-88-7381-415-3

MINERVA EDIZIONI Via Due Ponti, 2 - 40050 Argelato (BO) Tel. 051.6630557 - Fax 051.897420 http://www.minervaedizioni.com e-mail: info@minervaedizioni.com


EUGENIO FACCHINI, … ERA MIO PADRE a cura di

RICCARDO FACCHINI


A mia moglie Anna, ai miei figli Eugenio, Elisabetta, Michele, Francesco e Alberto.


«Pregate Dio sempre di trovarvi dove si vince, perché vi è data lode anche di quelle cose il cui merito non vi spetta. Al contrario chi si trova dove si perde è imputato di infinite cose delle quali non ha la minima colpa». (F. Guicciardini)

Introduzione Con grande emozione mi accingo a scrivere di mio padre, per svelarlo a me stesso e raccoglierne la memoria basandomi su quello che di lui ho letto e mi hanno raccontato. Oltre che per me, lo faccio per mia sorella, per i nostri figli e nipoti, per parenti e amici, per chi lo conobbe o chi ne ha solo sentito parlare. Lo faccio perché la storia sia onesta. Fino a pochi anni fa, quando per qualche motivo davo il mio nome, mi succedeva di sentirmi chiedere: «Lei per caso è parente di Facchini, il … Federale di Bologna?». C’era sempre un piccolo stacco che precedeva la parola Federale; solo a pronunciarla fino a ieri poteva creare imbarazzo. Io, schivo all’apparenza, ma in fondo orgoglioso, rispondevo: «Era mio padre». Quel gran padre non ho potuto conoscerlo perché mano assassina ne stroncò la fervida opera di bene, così è scritto sulla lapide al cimitero di Lavezzola1. E lì accanto riposa anche Natalino Magnani, uno dei primi martiri fascisti, ucciso il 20 dicembre del 1920 a soli 17 anni da vili briachi d’odio e di vino, così è scritto sulla sua lapide.

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Frazione del comune di Conselice, in provincia di Ravenna.

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Ora ho deciso. Voglio conoscere mio padre, uscire dal guscio del rimpianto e cercar di capire chi sia stato veramente; devo colmare una grande lacuna, rispondere agli interrogativi che da anni mi assillano. Posso farlo basandomi sui documenti che ho via via raccolto e rileggendo i suoi articoli pubblicati su Architrave, una splendida rivista che proprio in questi giorni è stata messa on line dall’Archivio storico dell’Università di Bologna. Prenderò poi in esame quanto di lui è stato scritto su libri, riviste e giornali, per concludere, toccando la sfera privata, con le lettere più significative che ha scritto alla moglie Matilde ed al papà Pietro dal fronte russo e dagli ospedali militari. La mancanza del babbo mi pesa talmente che quando mi prefiguro il Paradiso – dove non esiste più né il tempo né lo spazio – penso che mi sarà possibile giocare con lui bambino, oppure ragionare con lui anziano, quale non ha mai potuto essere. Scoprire mio padre è un obiettivo che avrei dovuto pormi tanto tempo fa, quando erano ancora in vita molti dei suoi amici o le persone che lo avevano conosciuto bene. Avrebbero potuto aiutarmi con confidenze, testimonianze e documenti, tanti più di quanti io ne possegga ora. Comincio solo adesso, alla soglia dei 67 anni, partendo dalla consolazione di averne sempre e solo sentito parlare bene, da tutti, amici o avversari politici che fossero. Quelli che oggi purtroppo non posso più trovare sono i suoi piccoli amici di Lavezzola: Olivo, uomo semplice, mi diceva che andava spesso a caccia con lui; Danilo, l’ho visto l’ultima volta tanti anni fa a casa nostra a Lavezzola. Allora faceva il facchino agricolo, era piccolo e muscoloso, con

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Introduzione

un bel viso buono. Lo ricordo in canottiera di lana grossa riempire e sballottare sacchi di grano da un quintale nella casona, il magazzino dal pavimento e dalle pareti catramate dove si conservava il grano sfuso, una montagna di grano dove da ragazzi ci piaceva camminare a piedi nudi ricavandone una piacevole sensazione. Danilo in quell’occasione mi disse: «Se tuo padre fosse stato più capito in casa, forse oggi sarebbe ancora con noi». Il suo sguardo era triste, doveva essergli molto affezionato. Ero solo un ragazzino timido e non ho saputo fargli domande per capire meglio, ma ho fissato nella memoria queste poche parole. Istintivamente cominciavo a tenermi un archivio. Piccole tessere che mi avrebbero aiutato in seguito a comporre la figura di mio padre. Mi mancheranno, dicevo, tutti quei popolani che ha continuato a frequentare quando ritornava a Lavezzola, i suoi compagni di scuola delle elementari, gente semplice, figli di contadini e di operai. Lui, figlio di signori, stava bene anche in mezzo a loro e loro ne ricambiavano l’affetto. Un inciso importante: mi è stato riferito che una notte la nostra casa di Lavezzola fu circondata da partigiani armati. Eravamo a fine guerra e quale fosse l’intenzione lo si può immaginare. Il nonno Pierino era un agricoltore liberale, non facoltoso ma benestante, una categoria molto a rischio in quel momento. Sembra sia intervenuto un partigiano del luogo, evidentemente di un certo peso, dicendo ai suoi di lasciar perdere, che la nostra famiglia aveva già pagato abbastanza. Si riferiva certo all’uccisione di mio padre. Amo pensare che fosse uno di quei popolani che lo conoscevano e gli volevano bene. La protezione di papà Eugenio dal cielo cominciava a funzionare, perché a La-

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vezzola in quel periodo si uccideva molto. Emblematico fu l’eccidio dei conti Manzoni, ma al ponte della Bastia di morti ce ne sono state diverse centinaia (come documenta Giampaolo Pansa ne il Sangue dei vinti). Credo che quella notte a correre quel rischio in casa con i nonni e la zia Giannina, ci fossimo anche noi: la mamma, Maria ed io. Ma ritornando al tema, chi fu veramente mio padre? Quali sono stati i suoi convincimenti politici? Perché accettò l’incarico di Segretario provinciale del Partito Fascista Repubblicano (PFR) di Bologna alla fine del 1943, a guerra ormai persa, sposato da poco e con due figli piccoli? Mia sorella Maria, che d’ora in avanti chiamerò Nani, come l’abbiamo sempre chiamata, non aveva ancora tre anni ed io poco più di un mese. Per capirlo non ho che articoli e libri; lavorerò su quelli e al bisogno estrarrò dal mio archivio della memoria le tessere che potranno confermare o smentire quelle considerazioni. Sono ricordi e la storia parte da Lavezzola. Avevo forse quattro anni e mi rivedo entrare nel cucinotto della casa di Lavezzola una sera d’autunno. I nonni sono ancora in sala da pranzo; in quel momento siamo soli io e la donna di servizio, che mangia in cucina. Non so come venne il discorso, penso di esser stato io a chiederle perché mio padre non era ancora tornato dalla guerra. Lei, pietosa, mi svelò quello che ormai immaginavo: che mio padre non sarebbe più tornato. Difficile per i nonni intavolare quel discorso con il loro nipotino, e difficile anche per loro stessi, ancora sconvolti dalla recente tragica morte del figlio. Difficile anche per la

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Introduzione

mamma Tilde intraprendere col suo piccolo un discorso tanto straziante come la morte del padre, quello che da bambini chiamavamo affettuosamente babotto. Ho davanti una bella fotografia che ha per sfondo il macero di Anzola, lui chinato che parla a Nani affettuosamente, lei seduta sui sassi che sorride, e sotto la dedica A Nani, babotto. Da allora sono passati tanti anni senza che io abbia mai affrontato la ricerca in modo deciso. Nel frattempo si è accresciuto quel rimpianto che mi assale ogni volta che mi accosto a mio padre e che ancor oggi mi impedisce di leggere o di parlare di lui senza che un groppo mi chiuda la gola e gli occhi si gonfino di lacrime. Dio sa quante volte è successo, e quante volte succederà ancora nel rileggere il materiale che ho raccolto. Sono di picaglia tenera, come si dice dalle nostre parti, e non mi sembra un gran difetto. La vita con mamma Tilde e Nani è trascorsa senza che approfondissimo più di tanto l’argomento: una sorta di pudore e di rispetto per quella morte ingiusta ce lo impediva. Ci è bastato il ricorrente ricordo della mamma, leggere di tanto in tanto un articoletto che parlava di lui, incontrare da bambini i suoi amici che ci sono stati più vicini, come Romolo Vigna, Flori Maudente, Emilia Granzotto e Gigi patacca (Luigi Scabia), come affettuosamente lo chiamava babotto. Finché eravamo piccoli venivano di tanto in tanto a trovarci, e noi ricambiavamo. Romolo era il più assiduo, abitava a Bologna in una villetta in via dei Rosaspina, vicino al mercato ortofrutticolo. Lo vedevamo alcune volte l’anno e a Natale puntualmente ci regalava un paio di libri classici per ragazzi. Erano rilegati in rosso e li conservo ancora con molto amore. Veniva con la moglie Giorgina e

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ci portava anche un casco di banane, una prelibatezza per i difficili tempi del dopoguerra, ma a me non piacevano molto e allora, per mangiarle, le scaldavo sulla stufa! Flori, giornalista, era sempre in giro e perciò la vedevamo meno. Un Natale mi regalò un giocattolo: un cestista con un braccio a molla, il tabellone con canestro e retina. Caricato con una pallina, il braccio, spinto dal mio indice, scattava e la palla partiva verso il canestro. L’abilità stava nel regolare la forza del tiro. In quell’occasione Flori mi confidò di aver giocato lei stessa a pallacanestro. Vedevamo di rado anche Emilia, mi sembra però che con la mamma si scrivessero. Lei lavorava alla redazione romana del Tempo, poi a Panorama. Dopo tanti anni che non la vedevamo piombò, inaspettata, al matrimonio di Nani. «Non potevo mancare», disse, ed entrò svelta nella chiesa di San Domenico. Fu per tutti una piacevole sorpresa. Gigi Scabia, architetto con la passione della scultura, aveva risistemato l’appartamento acquistato dai nonni in viale XII Giugno a Bologna. Da piccoli lo vedevamo spesso, abitava in via Toscana. Modellò una mia testina in terra cotta. La conservo sempre come un caro ricordo, anche se non è proprio esaltante. Di lui Nani conserva invece una buffa serie di animaletti in terracotta smaltata: una tartaruga viola, una lumachina verde, un elefante azzurro ed una giraffa gialla. Poi, col passare degli anni, gli incontri con gli amici di papà si sono rarefatti; comunque babotto lo abbiamo sempre sentito presente, santo protettore dal Cielo della nostra famiglia, e la Provvidenza in effetti non ci ha mai abbandonato.

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Parte prima

I documenti mi invitano alla ricerca 1. Perché accettò l’incarico di Federale? Questa domanda è divenuta per me una fissazione, e credo sia stato così anche per Nani. Lei almeno ha il ricordo del babbo, ha le fotografie che li ritraggono insieme, ma per me non averlo conosciuto, non ricordarne il contatto fisico, continua a procurarmi sofferenza. Non è mancato solo l’affetto paterno, ma il punto di riferimento. O meglio, il punto di riferimento è stato solo il mito di un padre troppo grande per essere umano. La mamma, donna di grande coraggio, non ha potuto sostituirlo compiutamente, anche se spesso ci è riuscita. Ecco il perché della mia voglia di saperne di più. Ricordo da cinno2 di aver trovato alla Biblioteca dell’Archiginnasio un Resto del Carlino che parlava del suo assassinio e di successive inchieste; le pagine erano piene di sottolineature in rosso e blu; molti altri se ne erano occupati, forse i miei stessi familiari o qualche legale, o chissà chi. Ed io, ragazzino, che cercavo mio padre nelle pagine di un giornale! In età più matura, quando mi capitava fra le mani un libro che trattava del periodo della guerra, la prima cosa che facevo – e faccio ancora – era di andare a sfogliare le ultime pagine per vedere se nell’indice dei nomi citati ci fosse quello di papà Eugenio. Quando lo trovavo, nel testo il più delle volte c’erano solo poche righe: chi era, quando e da chi era stato ucciso, ma mai il perché. Quelle righe dovevano bastarmi.

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“Cinno” è il termine popolare bolognese che significa ragazzino.

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A casa invece non ho quasi mai approfittato della mamma, di sua sorella la zia Bice, della zia Giannina per chieder loro di mio padre, per approfondire l’argomento. Solo ascoltavo quello che mi dicevano spontaneamente, soprattutto la zia Bice: eravamo nella sua cucina, io già grande e lei che mi raccontava del papà e dello zio Valentino. Andavo volentieri a trovarla. Erano flash occasionali i loro, sintesi di pensieri e di situazioni che continuo a ricordare. Un esempio: mio padre, uscendo dalla casa di Anzola la mattina di quel tragico 26 gennaio, a “Joffa”3 Mezzetti, che lo salutava sul cancello con un arrivederci avvocato, rispose presago: … questa volta non so se ci rivedremo. Se non di premonizione, si può parlare almeno di forte probabilità di un evento, cosa che lui non aveva mai voluto ammettere con i suoi, ma che certamente aveva ben presente. Diceva la mamma che in Federazione riceveva lettere anonime che lo avvertivano del pericolo (qualche amico non particolarmente coraggioso voleva forse aiutarlo), come d’altronde era stato un chiaro avviso delle intenzioni di certo antifascismo l’avergli sparato mentre guidava la macchina lungo la strada che da Madonna dei Prati (frazione di Zola Predosa) porta al Lavino; con lui c’era anche la Nani e quella volta andò bene. Dopo i trafiletti sui giornali arriva il libro Disonora il padre, di Enzo Biagi. È del 1975 e lì trovo qualcosa di più: Vidi Eugenio durante un allarme. Andammo a sdraiarci sotto i vecchi alberi, nei giardini di Porta Saragozza. Era settembre inoltrato. Tornava dalla Russia: c’era dovuto an

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Giuseppe in dialetto bolognese.

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I documenti mi invitano alla ricerca

dare per farsi assolvere di uno scandaloso articolo pubblicato su Architrave, la rivista del GUF4. Sosteneva che bisognava cacciare i gerarchi corrotti, quelli che accettavano qualunque compromesso pur di far carriera, perché la rivoluzione fascista trionfasse davvero. Pulizia, via i mascalzoni. Un bravo ragazzo, dalle spalle larghe, i baffetti neri, un romagnolo un po’ casinista, ma ci credeva. Cominciò di lontano il rombo basso degli aerei, tanti, e lui continuava a parlare: «Adesso anche il Duce si sarà reso conto che avevo ragione io; era circondato da imbroglioni e da truffatori. Dobbiamo cambiare tutto, e dal di dentro». «Hai visto il 25 luglio? Se avanzo seguitemi. Uno, uno solo, si è ammazzato per il dispiacere, e forse non aveva capito bene.» «A me del Duce, per essere sinceri, non me ne frega proprio. Ma c’è di mezzo l’onore, la parola data. Coi tedeschi ci siamo comportati come sempre: da farabutti.» «A me, invece, non me ne importa niente neppure di loro. Mio zio dice che, almeno, non rubano: abbiamo constatato come sono svelti a grattare anche gli orologi». La contraerea non si faceva sentire, e dal sud cominciarono a spuntare le formazioni, nitide nel sole. «Allora stai con quelli lì?» disse Eugenio. «Anche di loro: un’ostia.» «Non puoi; ascolta che musica.» Stavamo a pancia in giù, le mani sulla testa nell’illusione di proteggerci; le bombe cadevano così rapide che pareva mitragliassero, poi le esplosioni. «Buttano tutto per aria» dissi. «È come picchiare un bambino».

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Gruppo Universitario Fascista.

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«Che cosa ti aspettavi? Fanno la loro guerra, non la tua». Ci lasciammo appena si allontanarono; nessuno li aveva disturbati, neppure un caccia. Non lo vidi più.

E arrivo al febbraio 1995, sto andando in treno da Bologna a Torino e ho comprato Panorama per passare meglio le quattro ore di viaggio. L’occhio mi cade su un articolo di Enzo Biagi, E ora che il dopoguerra è finito...: Al GUF Bologna c’erano due ragazzi straordinari: Ferruccio Terzi, medico, ed Eugenio Facchini, legge. Ferruccio era nipote di Arconovaldo Bonaccorsi, il “conte Rossi” della guerra di Spagna, un vecchio squadrista. È stato impiccato dai tedeschi col filo di ferro ai cancelli di un giardino pubblico. Facchini era andato volontario in Russia per riscattarsi di alcune critiche ai gerarchi corrotti; diventò federale della Repubblica di Salò perché, mi disse, “bisogna fare pulizia dal di dentro”. Eravamo sdraiati, sotto gli ippocastani dei viali di Porta Saragozza, mentre bombardavano. Lui parlava con calore. Io non ci credevo. Fu abbattuto da sconosciuti, chi disse degli slavi, mentre varcava la soglia della casa dello studente per andare alla mensa. Era un romagnolo spaccone e generoso. Ho voluto bene a tutti e due. Che ne sarà stato della piccola fidanzata di Ferruccio Terzi, dei figli del camerata Facchini? Sono sempre presenti nel mio rimpianto: ogni tanto faccio un appello, registri scolastici, redazioni, diari, quante cancellazioni. Ha detto bene Gianfranco Fini: il dopoguerra è finito. E quelle vite, che senso hanno quelle tragedie? Non cambiano, secondo me, le scale dei valori, il senso che ognuno di noi dà all’esistenza: ma come è triste un popolo che ha dovuto affrontare tanti eventi.

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L’articolo mi colpì; per la prima volta venivamo tirati in ballo anche noi figli. D’impeto gli scrivo, grato: gli dico cosa facciamo, io a Bologna e Nani a Padova. Aggiungo che lo incontreremmo con grande piacere in una delle sue venute a Bologna e in chiusura gli chiedo “… perché di lei mi fido: cosa può aver spinto mio padre ad accettare la nomina a federale con due bambini piccoli ed a guerra ormai persa?”. Non mi ha mai risposto. Quante volte Biagi ha scritto, col suo stile scarno ed efficace, che aveva due amici: Ferruccio Terzi ed Eugenio Facchini. Ogni tanto qualcuno m’informava di aver letto un articolo di Enzo Biagi che ricordava mio padre. Ed io, ormai preparato, rispondevo: parlerà di due suoi amici, Ferruccio Terzi ed Eugenio Facchini, l’uno partigiano e l’altro fascista. Per lui erano stati esemplari nei rispettivi ruoli. Tanti anni prima, su Epoca, gli amici da lui citati erano tre. Credo sia stata la sola volta in cui abbia citato anche un prete che, prelevato dai partigiani, era andato a compiere il suo dovere di sacerdote, e non aveva fatto più ritorno. Non sarebbe stato il solo. Ma tornando all’articolo di Panorama, colgo solo oggi una frase stridente: … Fu abbattuto da sconosciuti, chi disse degli slavi, mentre varcava la soglia della casa dello studente. Nel 1995, anno dell’articolo, si sapeva benissimo che era stato assassinato, inerme come d’abitudine, dai partigiani Bruno Pasquali ed Ermanno Galeotti. Cosa che risulta fra l’altro da scritti e biografie dell’A.N.P.I. (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia). Se avesse voluto, Biagi avrebbe potuto precisarlo, ma forse ha preferito non prendere posizione. E intanto dal suo articolo sono passati altri 16 anni, e il dopoguerra, checché lui ne pensasse, non è ancora finito!

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2. La scoperta delle lettere Nell’estate del 1993 muore la zia Giannina. Negli ultimi anni mi ero molto occupato di lei e della mamma. Come accade per tutti, viene il momento in cui sono i nostri vecchi ad avere bisogno di noi. Si ammalano, entrano ed escono dagli ospedali, per fortuna a turno. Poi le cose si aggravano, la mamma andrà a stare in casa di Nani a Padova (di questo sarò sempre grato a lei e a mio cognato Pino), io prenderò la zia ad Anzola. Tutto è ormai pronto, ma non farà in tempo a venire. Passo la notte di veglia nella sua casa di viale XII Giugno a Bologna. Insonne, frugo nel primo cassetto del comò della nonna. Lì so che ci sono i ricordi più cari ed importanti, quelli che hanno sempre colpito la mia fantasia sin da bambino: una reliquia di san Giovanni Bosco, de capillis, in una scatoletta ovale in argento che il nonno Pierino, ex allievo salesiano a Faenza, mi mostrava con devozione e orgoglio; la Croce di cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia conferita al nonno nel 1917; un ricordo del Giubileo dell’Anno Santo del 1950, della zia Giannina; alcuni pacchetti di lettere scritte da mio padre quando era in Russia; la sua pistola Browning 7,65 con fondina, la baionetta; un pacchetto di corrispondenza del nonno con monsignor Vincenzo Cimatti, missionario salesiano in Giappone, suo amico e compagno di scuola a Faenza. Ricordo monsignor Cimatti nostro ospite a Bologna mangiare di gusto le tagliatelle al ragù preparate dalla nonna Mariuccia: si teneva ben stretta la lunga barba bianca con la mano sinistra, per non ungerla, mentre le imboccava. Si scrivevano spesso lui e il nonno, scambiandosi la promessa che chi dei due fosse arrivato lassù per primo avreb-

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be operato in favore dell’altro. Morì prima il nonno. Ora per monsignor Cimatti è in corso la causa di beatificazione. Trovo anche tanti biglietti e lettere di condoglianze per la morte del papà, qualche giornale che lo riguarda, una cartolina scritta al nonno nel 1918 dall’allora tenente cappellano don Minzoni, il sacerdote che sarà ucciso dai fascisti ad Argenta, e tante altre cose fra le quali mi è facile rivivere il passato con i miei vecchi. La zia Giannina aveva tutto diviso e custodito con cura; è sempre stata molto ordinata. Per fortuna ha conservato lei anche le lettere dal fronte russo indirizzate a mia madre. Quella notte le ho lette tutte. Le lettere alla mamma Tilde che parlavano sempre della sua piccola era giusto le avesse Nani. Di loro ho tenuto fotocopia. Quelle scritte al nonno invece le ho tenute io, con altro materiale. Resta per me introvabile la Croce di cavaliere del Regno d’Italia del nonno, titolo al quale lui teneva molto. Ne conservo solo il decreto di nomina del 10 giugno 1917 a firma di S.A.R. Tomaso di Savoia. Un’imponente collezione di lettere e tanti oggetti si aggiungevano così a quanto di importante già conservava la mamma: il distintivo della Legione CC.NN.Tagliamento di papà Eugenio, la Croce di guerra al valore che il babbo si era guadagnata in Russia, una scatola portasigarette. Quest’ultimo oggetto, apparentemente di poca importanza, ha una sua storia. L’aveva portato la segretaria del GUF a mia madre, dicendo che ormai chi passava dal GUF dopo la caduta del Fascismo del 25 luglio 1943 portava via di tutto; a lei sembrava giusto che almeno la scatola portasigarette restasse a mio padre, gran fumatore, che la teneva sulla sua scrivania.

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Quando la vide, papà pretese che la mamma la restituisse, perché la scatola aveva il coperchio rivestito in argento e lui oggetti di valore non ne voleva. La mamma invece la imbucò da qualche parte e fece bene: chissà in quali mani sarebbe finita! Le lettere comunque sono state e resteranno per me la più bella scoperta, una miniera di emozioni. Da allora non le avevo più lette; ho ricominciato adesso per capire e per scriverne. Sono 85 quelle scritte dal fronte alla giovane sposa e ai genitori, e in tante lettere l’uomo ed il suo pensiero non potevano che rivelarsi. Leggendole comincio a conoscere mio padre; non sono più libri o articoli di giornali che parlano di lui, è lui che scrivendo ai suoi cari si rivolge anche a me. Ed io partecipo ai suoi discorsi, vedo le persone cui fa riferimento, colgo le tante sfumature perché ho vissuto in profondità il suo ambiente familiare. Dunque conosco bene le persone, le loro abitudini, i luoghi di cui parla. Le ultime quattro le ha scritte dal 4 al 17 gennaio 1944, quando era Federale, pochi giorni prima di morire. Sono commoventi dal punto di vista affettivo, ma diventano testimonianze fondamentali perché il tono asciutto, che pur non rappresentava il suo carattere, rende palpabile il peso schiacciante delle responsabilità, la mole imponente di lavoro da compiere, la sua determinazione. In una di queste è lui stesso a rispondere ai miei interrogativi, a chiarire il perché delle sue scelte. … Ed io che andavo a chiederlo a Enzo Biagi! Cominciavo ad aver raccolto diverse cose, qualche libro e qualche articolo di giornale, spesso di contenuto ripetitivo avendo gli autori attinto per lo più alle stesse fonti. Non

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avevo invece libri che approfondissero il periodo storico, elemento indispensabile per conoscere in quale ambiente papà avesse vissuto e maturato le sue convinzioni, compiute le sue scelte. Un libro si distaccava dagli altri: Sangue chiama sangue di Giorgio Pisanò. Dello stesso autore uscì poi una nuova imponente edizione in tre volumi ampiamente illustrati: Storia della guerra civile in Italia 1943-1945. È un’opera fondamentale che tratta ampiamente della scottante materia e che parla con pietà delle tantissime vittime dell’una e dell’altra parte. Ma questi libri per molti hanno un peccato d’origine: sono stati scritti da un fascista. Sangue chiama sangue comunque è stato il primo libro che ha dato risposte al mio desiderio di sapere. Ma aspettavo dell’altro, aspettavo libri scritti da antifascisti non viscerali e soprattutto non sopraffatti dall’ideologia. E l’altro è arrivato con Giampaolo Pansa, che ha cominciato a dar voce ai figli delle vittime.

Cito testualmente da Sconosciuto 1945:

Erano persone che per la prima volta raccontavano fuori della cerchia familiare. Ma spesso anche in famiglia si era taciuto […] ho incominciato a radunare le storie, ho incontrato queste persone, ne ho raccolto le confidenze, spesso le lagrime di uno strazio ancora vivissimo […] gente che aspettava solo che qualcuno volesse sentir raccontare le loro storie, ignorate dai più, gente che era stata condannata a un silenzio impostogli per 60 anni!

È proprio così! Ricordo che da ragazzo, se qualcuno mi chiedeva come era morto mio padre, rispondevo con un asettico: è morto in guerra. Non certo per timore, che a

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questo riguardo non ne ho mai avuto, ma solo perchĂŠ non era semplice spiegare tutta la storia e mi sarebbe seccato che la gente avesse tratto affrettati giudizi. Oggi posso finalmente dire: lo hanno ammazzato i comunisti, voleva evitare la guerra civile a Bologna. E visto che ho anticipato quale era stato per lungo tempo il mio libro veritĂ , tanto vale che ne parli subito.

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3. Sangue chiama sangue, di Giorgio Pisanò L’ho chiamato libro verità perché è dalla sua spiegazione della guerra civile che sono nate le mie prime certezze. Solo oggi mi accorgo della sua citazione in prima pagina: È sui fatti che bisogna basare i giudizi, non sulle notizie diffuse dai «bollettini» della lotta clandestina, dove furono definiti «eroici» anche gli assassini di Giovanni Gentile, e sulle accuse sostenute in processi dove i testimoni falsi si contarono a centinaia. Carlo Silvestri (dal libro Mussolini, Graziani e l’antifascismo)

Trascrivo da Sangue chiama sangue: Chi sparò il primo colpo della guerra civile? Chi saldò i primi anelli della tragica catena di odio e di sangue che doveva trascinare gli italiani nell’orrore della lotta fratricida? La risposta balza viva e immediata dalla cronaca dei giorni e delle settimane che seguirono l’armistizio dell’8 settembre 1943. Si tratta di un periodo che giunge fino alla primavera del 1944 e che può essere considerato il “periodo di incubazione” della guerra civile. Tra la fine ottobre del 1943 e i primi di marzo del 1944 la cronaca registra infatti una lunga e spietata serie di fascisti uccisi dalle squadre terroristiche comuniste: a queste uccisioni fanno eco, di tanto in tanto, le raffiche di mitra delle rappresaglie, altrettanto spietate, compiute dai fascisti. Rappresaglie che, quasi sempre, si abbattono su innocenti ostaggi, rei soprattutto di essere antifascisti. Così incominciò la guerra civile. Con una massiccia e ben diretta azione terroristica decisa ed attuata dai comu-

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nisti con uno scopo molto preciso: spezzare il clima di tranquillità e di rassegnato attendismo che si era diffuso ovunque, dopo l’8 settembre, nei territori controllati dal nuovo governo di Mussolini, e che consentiva ai fascisti di procedere indisturbati ad una rapida organizzazione del loro apparato statale e delle loro forze armate.

L’autore passa poi a convalidare le proprie affermazioni, rievocando nei minimi particolari la storia delle quattro uccisioni più clamorose compiute dai comunisti in quel periodo: quella di Igino Ghisellini, federale fascista di Ferrara (13 novembre 1943); di Aldo Resega, federale di Milano (18 dicembre 1943); di Eugenio Facchini, federale di Bologna (26 gennaio 1944); e di Arturo Capanni, federale di Forlì (10 febbraio 1944). Per poter valutare correttamente l’azione dei comunisti dopo l’8 settembre, è importante conoscere la situazione determinatasi nell’Italia settentrionale e centrale a seguito dell’armistizio. I tedeschi avevano bloccato nel Sud l’avanzata angloamericana, deportato in Germania oltre 600 mila soldati italiani e occupato tutti i gangli vitali del nostro territorio. Attorno a Mussolini si erano radunati oltre un milione di fascisti. Gli italiani del centro e del nord Italia (la RSI inizialmente giunse a comprendere 63 province con un totale di circa 30 milioni di abitanti), storditi dal succedersi di tanti drammatici avvenimenti cercavano solo, nella loro assoluta maggioranza, di vivere o di sopravvivere, nella speranza di una rapida soluzione del conflitto ormai in pieno svolgimento sul territorio nazionale. […] In molte città gli esponenti antifascisti non comunisti, animati dal sincero sentimento di evitare alle popolazioni i lutti e le atrocità di una guerra civile, accolsero di

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buon grado (nella convinzione tra l’altro che le truppe angloamericane non avrebbero tardato a raggiungere il Brennero) le proposte di tregua avanzate dagli elementi più moderati del fascismo repubblicano. È quindi lecito avanzare l’ipotesi che se i comunisti non fossero intervenuti con tutto il peso della loro organizzazione terroristica per scardinare questa situazione di tregua, gli italiani, molto probabilmente, non sarebbero mai precipitati nel baratro della lotta fratricida. La tragedia, invece, esplose incontenibile, ed è di tutta evidenza che furono i comunisti a provocarla.

Pisanò continua chiarendo che i soli che l’armistizio dell’8 settembre trovò pronti a sostenere la lotta clandestina contro tedeschi e fascisti furono i comunisti. Il loro obiettivo finale, infatti, non era tanto la restaurazione in Italia delle libertà democratiche e, tanto meno, la vittoria delle truppe alleate [… ma la] realizzazione dei presupposti necessari perché l’Italia, a guerra finita, potesse diventare una delle tante “repubbliche sovietiche”. […] Bisognava rompere la situazione di relativa normalità stabilitasi dopo l’8 settembre nei territori della RSI. Il compito [...] venne affidato a esigue squadrette terroristiche, guidate e composte, molto spesso, da elementi slavi, infiltratisi nel nostro territorio già durante i 45 giorni del governo Badoglio, o da russi fuggiti dai campi di concentramento nei giorni dell’armistizio. Da queste squadrette presero vita poi i GAP (Gruppi di azione patriottica) che furono l’elemento di punta della “guerra privata” comunista e, in definitiva, di tutta la lotta fratricida. Dei dicianno-

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vemila fascisti caduti tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945, dodicimila circa furono eliminati dai “gappisti” in azioni individuali.

Sono cifre che fanno rabbrividire e che dimostrano come i GAP uccidessero non solo per innescare la guerra civile, ma anche per eliminare quanti più fascisti possibile, compresi coloro che, pur non essendo fascisti, sarebbero stati in futuro loro sicuri avversari politici. Ma veniamo al paragrafo che mi riguarda più da vicino: l’uccisione del Federale di Bologna. Dopo Ferrara e Milano fu la volta di Bologna. La capitale emiliana era un’altra delle città-chiave che i comunisti dovevano assolutamente immergere nel caos della guerra civile. Mettere fascisti e tedeschi in difficoltà a Bologna significava ostacolarli seriamente nel cuore della Valle Padana. Ma la città e la provincia non avevano mostrato, una volta ristabilito l’ordine dopo le giornate dell’armistizio, alcuna velleità di lotta nei confronti dei tedeschi e dei fascisti. La tranquillità imperava ovunque. La chiamata alle armi ordinata dal governo della RSI aveva visto affluire nelle caserme il 94 per cento dei coscritti. Anche a Bologna, come a Ferrara e a Milano, questa tranquillità era stata favorita dall’atteggiamento dei dirigenti fascisti e, soprattutto, dalla politica di “non aggressione” instaurata dal segretario della federazione fascista, Eugenio Facchini. Questi aveva 32 anni: laureato in legge, studioso di problemi politici e sociali, aveva aderito alla RSI nella convinzione che la “socializzazione” ventilata da Mussolini con la costituzione della nuova repubblica potesse conquistare al fascismo la fiducia delle masse popolari. In questa convinzione aveva voluto incontrarsi con i capi più amati e

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I documenti mi invitano alla ricerca

seguiti del socialismo bolognese, Paolo Fabbri e Giuseppe Bentivogli, allo scopo di stringere accordi ed evitare al Bolognese gli orrori della guerra civile. Ed era pienamente riuscito nel suo scopo.

Lo scopo era certamente quello, i contatti erano stati presi ancor prima dell’8 settembre, per il tramite del suo amico Gabriele Boschetti, segretario giovanile del Partito socialista clandestino. Non ho potuto verificare se fossero andati a buon fine per mancanza di interlocutori. I comunisti, naturalmente, non potevano certo accettare una situazione del genere. E passarono all’attacco. L’organizzazione rossa bolognese era agli ordini di un notissimo capo comunista, Ilio Barontini, detto “Dario”. Ecco la rievocazione delle primissime azioni comuniste nella descrizione che ne fa lo storico antifascista Renato Carli Ballola nel suo libro Storia della Resistenza (Ed. Avanti!, 1957): “Anche Ilio Barontini torna in Italia con l’esperienza di lotta della Spagna e del maquis francese. Giunto a Bologna ai primi di ottobre, egli raccoglie intorno a sé una decina di uomini divisi in due squadre, impianta un’officina clandestina per la confezione di ordigni esplosivi e il 18 dicembre dà il via alla prima azione di sabotaggio: il collocamento di una bomba a scoppio ritardato su una finestra del comando tedesco a villa Spada. Segue, a fine dicembre, il lancio di due bombe in una saletta del ristorante Fagiano, dove si trovava la mensa ufficiali tedesca e, il 26 gennaio 1944, l’eliminazione del federale fascista Eugenio Facchini, giustiziato a colpi di pistola nella stessa sede del GUF in via Zamboni”. L’esposizione del Carli Ballola, esattissima per quanto riguarda l’illustrazione della tecnica applicata dai comuni-

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sti anche nel Bolognese allo scopo di scatenare la guerra civile, richiede alcune precisazioni. Le indagini da noi compiute ci hanno infatti permesso di appurare determinati particolari e di chiarire i motivi per cui il Facchini venne ucciso. Per esempio la prima azione di sabotaggio dei comunisti bolognesi non fu quella del 18 dicembre a villa Spada, ma risale alla fine dell’ottobre precedente. Si trattò di una bomba che esplose nel ristorante “Diana” uccidendo due giovani sposi in viaggio di nozze. Eugenio Facchini, poi, non venne “giustiziato a colpi di pistola nella stessa sede del GUF in via Zamboni”. Una frase del genere può far credere che gli attentatori siano penetrati, per compiere l’azione, fin nell’interno degli uffici del GUF. Il federale, invece, non aveva occasione, già da molto tempo, di frequentare i locali del Gruppo universitario fascista (GUF): si recava però quotidianamente in via Zamboni per consumare i pasti alla mensa universitaria. Era questa una sua abitudine che tutti conoscevano perfettamente. Facchini, inoltre, come Ghisellini e Resega, non si faceva proteggere da una scorta ed era solitamente disarmato. Gli attentatori lo attesero sul portone della sede del GUF: lasciarono che si avviasse su per la scala che conduceva alla mensa e gli scaricarono alle spalle tutti i colpi delle loro rivoltelle. Eugenio Facchini morì sul colpo. I suoi uccisori non furono mai identificati. È certo comunque che essi dipendevano da un comando che aveva sede a Galliera, alle porte di Bologna, in via Cucco. Sembra accertato, ma non abbiamo mai raggiunto la prova decisiva, che di lì sia partito anche il terrorista che uccise il federale di Ferrara. La morte di Facchini, come i comunisti avevano perfettamente calcolato, scatenò anche a Bologna gli elementi più estremisti della federazione fascista. Si riunì immediatamente un tribunale rivoluzionario che giudicò dieci antifascisti sospettati di attività

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clandestina contro la RSI. Nessuno di questi era sicuramente responsabile della uccisione di Facchini. Ma nove di essi furono condannati a morte e fucilati: tra le vittime, un giornalista del Resto del Carlino, Ezio Cesarini. Ma l’ultima precisazione, la più importante, riguarda i motivi per cui il federale di Bologna venne eliminato. E qui bisogna risalire agli accordi che Facchini aveva stretto con Paolo Fabbri e Giuseppe Bentivogli. Per i comunisti, che volevano a tutti i costi la guerra civile, questo accordo era quanto mai negativo. I rossi, però, non se la sentivano, in quei giorni, di spezzare la tregua esistente nel Bolognese eliminando i due esponenti socialisti: poteva essere molto pericoloso e creare una insanabile frattura in quello schieramento antifascista che volevano giungere a dominare. Fu così che trovarono più sbrigativo e producente uccidere il Facchini. Ma aggiungiamo subito un particolare: nell’imminenza della fine della guerra assassinarono anche Paolo Fabbri e Giuseppe Bentivogli, due galantuomini che avevano imparato troppe verità sui comunisti e sulla loro “guerra privata”.

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Eugenio Facchini... Era mio padre  

Chi fu Eugenio Facchini, il Federale di Bologna ucciso dai partigiani il 26 gennaio 1944? È il figlio a volerlo scoprire. Dopo gli anni pass...

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