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Narrativa Minerva collana diretta da Giacomo Battara

Appunti sparsi di un cantastorie pseudo-diario


Appunti sparsi di un cantastorie pseudo-diario

di Matteo Pedrini

Direttore Editoriale: Roberto Mugavero Editor: Giacomo Battara © 2012 Minerva Soluzioni Editoriali srl, Bologna Proprietà artistica e letteraria riservata per tutti i Paesi. Ogni riproduzione, anche parziale, è vietata. Edizione 2012 ISBN: 978-88-7381-425-2

Minerva Edizioni Via Due Ponti, 2 - 40050 Argelato (BO) Tel. 051.6630557 - Fax 051.897420 http://www.minervaedizioni.com e-mail: info@minervaedizioni.com


Matteo Pedrini

Appunti sparsi di un cantastorie pseudo-diario

Minerva Edizioni


All’Ivana, a Umbe, alla Bea che vi siete nascosti, ma tanto vi vedo lo stesso


«cose semplici e banali per riconciliarmi con gli anni sprecati…» Afterhours


Prefazione

Agli inizi degli anni Ottanta Calvino, con quella sua incredibile capacità di comprensione dei tempi, ci metteva in guardia dai pericoli di quella malattia che chiamava «peste del linguaggio». Temeva che la parola, formidabile vettore di informazioni e di emozioni, perdesse efficacia nella dilagante diluizione dei significati tipica del dilagare dei codici dei mass-media. E intravedeva una sorta di salvezza nella letteratura, la sola capace di salvarci non solo dalla inconsistenza delle parole e delle immagini, ma dalla inconsistenza stessa del mondo. E proprio qui sta lo stupore di rinvenire la parola capace di far riflettere e, soprattutto, di emozionare, venir fuori con forza proprio da quel mondo che Calvino aveva già individuato come formidabile vettore di informazioni, la rete. E dal mondo dei blog ecco, a sorpresa, emergere questo testo di Matteo Pedrini che sorprende prima di tutto proprio per la sua forza di comunicazione emotiva e per la sua ricchezza lessicale. Difficile da classificare come genere, un po’ poesia-racconto, un po’ collana di racconti brevi, sicuramente spaccato e testimonianza di una generazione che, a trent’anni, deve fare i conti con la complessità e soprattutto, con il senso di precarietà alla quale è stata condannata. Tra le tematiche del romanzo di formazione e le tecniche narrative del romanzo 9


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psicologico, questi Appunti sparsi di un cantastorie ci raccontano una sorta di passaggio alla maturità di un “figlio delle mani in mano” che si porta nello zainetto gli errori ma anche l’eredità affettiva delle due generazioni precedenti. Matteo vive il disagio di crescere senza la figura paterna, ponendosi mille domande su quell’ «uomo al di là del muro» che lo ha messo al mondo e lo ha poi allontanato. E in quel rifiuto molte delle ragioni del disagio di «quell’età ingenua in cui ci si aspetta una risposta chiara». Fino all’epilogo risolutore, quando, proprio da una lapide del cimitero di Guastalla il padre Luciano, in una sorta di rinascita nella dimensione della memoria, riesce finalmente a trasmettere al figlio la sua eredità attraverso le parole di chi lo ha avuto vicino negli ultimi anni di vita. E Matteo capisce, paradossalmente, il dono di una assenza e si libera di un nodo. E poi lei, la “Madonna del freddo”, il personaggio centrale capace di prendere per mano il protagonista per consentirgli di ritrovare se stesso e la sua dimensione di adulto. Nel classico rapporto tra il vecchio ed il bambino, Ivana, la nonna, nata in un fosso nel gennaio di un freddissimo 1934, emerge con prepotenza in tutta la sua naturale capacità di amare per portare Matteo alla consapevolezza dei valori. Singolare l’assonanza di toni con suor Irene di Anima Mundi di S. Tamaro, quando, sul letto di morte, lei disvela al trentenne Walter: «la cosa più semplice, cos’è l’amore… è attenzione». E poi la voglia di anarchia che Matteo stempera tra la sensuale e pigra bellezza della Ferrara rinascimentale 10


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e la dolcezza ovattata, umorale e nebbiosa della campagna padana. Non mancano i temi dell’amicizia, viscerale e solidale, sulle note di una creatività musicale che lega le persone anche attraverso il web, come quando Calvino pensava, vent’anni fa, al romanzo come grande rete: «un inventario di oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili». Sergio Camerani

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Novembre 2002 Senza titolo Sono le labbra sopra il bicchiere Sono i miei occhi, sono il mio seme Sono la vita che è sempre in ritardo Sono la morsa del destino beffardo Sono l’amore quando è dolore Sono la miccia del tuo cannone Sono ovunque e in nessun luogo Sono il colpevole che scampa al rogo Sono il rimorso del boia pentito Sono il serpente del frutto proibito Sono il vecchio che muore da solo Mi sotterreranno col vestito buono Sono il buco nelle tue braccia Sono il suicida che salva la faccia Sono la mano di chi punta il dito Sono il gendarme che spara al bandito Sono il fiume che scorre alla foce Sono Gesù che sfugge alla croce Sono il bambino che muore nascendo Sono l’illuso che vive morendo Sono il rumore della stanza vuota Sono la mente del povero idiota Sono la regola da trasgredire Sono l’insulto che non si può dire 13


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12 Gennaio 2004 Ciò che ho riposto in te E piango sangue e mordo E sputo fango nero Nell’ansia che davvero Rimanga muto e sordo Lo specchio mi riflette O io rifletto lui? Tra labirinti bui E milioni di saette Uccello con le ali che vuol sol camminare e teme a vorticare tra torbide spirali ricordati di me me stesso un po’ più anziano che non sia stato vano ciò che ho riposto in te 2005 Senza titolo Piangi e ridi senza curarti degli altri Pensando solo a salvarti Mangi e vivi nera del velo che indossi Sangue di strascichi rossi Sale sulle mie ferite 14


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Cuore gettato alle ortiche Voli, ti posi, stringi pian piano la morsa Guidi per l’ultima corsa 22 Aprile 2005 L’ultimo sogno Sogno ad occhi aperti un fuoco che non scotti Che illumini la gente tra i suoi sogni morti Sogno di lavare le piaghe del mio male E avere come unico progetto respirare Sogno di volare dove volgo il mio sguardo Ma poi mi sveglio e nella testa ho l’eco di un petardo Sogno che un mattino canti anche il mio gallo In modo da scoprire che ho sognato ogni sbaglio Sogno che la vita mi offra un baratto Il mio disagio eterno in cambio dell’ultimo salto 9 luglio 2006 È il 9 luglio 2006. Sono le 15:50. Sono nel mio monolocale. In mutande. In sottofondo Luciano. 15


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Tra quattro ore c’è Italia-Francia, finale dei mondiali in Germania. La mia tensione è visibile, ma ancora più forte è la memoria. Per chi come me è legato al calcio e al calcio lega ricordi di vita vera, una finale è un vero e proprio tunnel che riconduce all’indietro. Come se una partita fosse il punto centrale di una foto attorno al quale rimangono immortalati per sempre facce, situazioni, oggetti, voci, odori. Di finali mondiali ne ho già vissuta una: USA ’94. Ricordo le facce massacrate di giocatori costretti a giocare a mezzogiorno. Io in casa con i miei nonni e mia madre, tutti in rigorosa posizione scaramantica. Mia nonna che, come ogni partita di quel mondiale, sistema sopra la tv una maglia della nazionale in corrispondenza della metà campo che dobbiamo difendere: aveva sempre funzionato. Fu infatti incredibile la dose di culo che ci aveva spinti fin lì. Ricordo chiaramente che mettendo il naso fuori dalla finestra, in tutto San Bartolomeo sentivo riecheggiare solo la voce nasale di Brunone Pizzul… Giocava titolare Massaro, un idolo in Via Spinazzino 22/E. Di fianco a lui un Roby Baggio che si reggeva a malapena in piedi, provato dal caldo e da ginocchia irrispettose del suo immenso talento. Ma soprattutto giocava Franco (Baresi). E per chi ricorda quella partita non serve che aggiunga altro. Quindici giorni prima era in stampelle. Ogni suo intervento era accompagnato da un urlo festoso di mia nonna e da una smorfia sbalordita di mio nonno. La nostra è sempre stata una famiglia che con il calcio ha trovato unità. Magari è un po’ triste per chi è 16


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abituato a pranzi, cene, feste varie, beh noi abbiamo avuto e abbiamo il calcio. Ed è stupendo lo stesso. Avevo 13 anni, stavo da dio. Dovettero passare sei anni prima di vedere un’altra finale: Europeo 2000, Olanda, Italia-Francia, come oggi. Avevo diciannove anni. Quell’estate fu forse l’inizio di un calvario interiore che pare ancora lontano dal traguardo. Una maturità traumatica a scuola, mia nonna cominciò ad avere grossi problemi di salute, varie ed eventuali. Ma quel giorno sentivo aria di riscatto. Dicevo «Signore, so che mi regalerai almeno una serata di gioia, me la devi…» Ma quando il destino, Dio o chi per loro, si vogliono divertire, non c’è pezza. Ero con Luca, il mio inseparabile compagno di banco a scuola e fuori. All’89’ eravamo campioni d’Europa. L’ Italia intera aspettava solo tre maledetti fischi per far partire la festa. Io aspettavo solo tre maledetti fischi per lasciarmi tutto alle spalle, almeno per una notte. Ero già in piedi, le chiavi della Golf in mano. Wiltord. Supplementari. Trezeguet. E come sempre pensai “evidentemente non meritavo neanche una sera di gioia”. 6 anni e 7 giorni dopo. Ho venticinque anni. Vivo da solo. Lavoro contro voglia. Ho un sogno più grande di me che spesso mi schiaccia. Sono fuggito da un paese che credevo un’isola felice. Vivo con la depressione sempre dietro l’angolo. 17


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Vivo male con me e con gli altri. Di notte dormo poco e male. Sto perdendo fiducia nel mondo. E ancora una volta mi aggrappo a un salvagente per lasciarmi tutto alle spalle, almeno per una notte. Dopo la semifinale con la Germania, vista in casa da solo, ho descritto così a un amico la mia serata: “In casa da solo, in mutande, cento sigarette, birre rovesciate, gol, lacrime. Lacrime vere di un uomo stanco. Grazie calcio”. È andata proprio così: al gol di Grosso mi sono ritrovato steso sul pavimento in lacrime. Lacrime rabbiose. “Fanculo a tutto siamo in finale”, pensavo. Andrò al bar stasera. Al mio fianco il fido Luca. “Signore, stavolta non sarò minaccioso come sei anni fa, forse non ti disturberò nemmeno. Perché credo che una dritta debba andare per forza. Perché con me, seduti uno di fianco all’altro ci saranno anche quel bambino di tredici anni coi capelli corti, pieno di brufoli e gioia e quel ragazzo di diciannove anni coi capelli a mezza via e gli occhi già un po’ più tristi. Si abbracceranno e abbracceranno anche me, un quasi uomo di venticinque anni con la barba, i capelli lunghi e gli occhi stanchi” 1 Settembre 2006 Il mio ruolo È un bel po’ che non scrivo. Un po’ per pigrizia, un po’ perché non ho un granché di nuovo da dire. 18


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Ora ho addirittura una scrivania. È dell’IKEA, ha un nome impronunciabile (tipo Stoograànkazzen o qualcosa del genere…), ma è come la volevo. Nella parete di fronte ho attaccato al muro Bob ed Ernesto. Solo ora noto che guardano entrambi verso la finestra: hanno voglia di uscire. Vogliono vedere che fine ha fatto il mondo che volevano, il mondo per cui hanno lottato uno a colpi di canzoni, l’altro a colpi di fucile. Tutti e due dalla parte degli ultimi. Meglio che rimangano appesi al muro. L’aberrazione che dilaga li distruggerebbe. Penserebbero di essere morti invano (anche se Bob è morto di suo). Lo direbbero a John, Malcolm, Paolo, Giovanni, lo scoprirebbero Jeoshua, Gandhi, Martin Luther. Insomma: “di là” ci sarebbero lacrime di delusione per l’eternità. Di sicuro però, non hanno vissuto invano. Le loro brevi vite riecheggeranno ancora e tuoneranno nella testa di chi come me non accetta ciò che vede. Non avrò mai la forza di organizzare sommosse armate e le mie canzoni sono piccole briciole di fianco a quelle di Bob, alte, forti e incazzate come montagne. Qual è quindi il mio ruolo? Pensare. In senso lato. Dici? Sì. Testa-accesa-senza-sosta Orecchie-collegate-sempre Occhi-spalancati-su-tutto Bocca-aperta-quando-serve

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16 Settembre 2006 Acqua di lago (nebbia a piccole dosi) «Se quest’acqua di lago fosse acqua di mare quanti pesci potrei cucinare stasera». Su queste parole de Il cuoco di Salò di De Gregori sono tornato in macchina da San Bartolomeo. È bello ritornare ogni tanto. Vedere che per fortuna e/o purtroppo nulla è cambiato: le facce, i discorsi, le battute. La differenza è solo che adesso quando arrivo al bar mi spetta una pacca sulla spalla e un sorridente “Allora!?” Ho fatto solo quindici km, ma molto è cambiato. Solo spostandoti più in alto puoi vedere che dov’eri prima c’è nebbia, quando ci sei in mezzo non te ne accorgi. Ma ogni tanto è ossigeno puro ridiscendere e inumidirsi un po’. 9 Ottobre 2006 Chi non ha sogni (non ha diritto di dormire) Bella eh?! È mia. La infilerò in qualche canzone futura. Chi non ha visto Ritorno al futuro? Il primo intendo. Chi è della mia leva non può non averlo visto almeno venti volte. Marty McFly (Michael J. Fox) torna indietro nel tempo (dall’ ottantacinque al cinquantacinque) e ha 20


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con lui una foto dell’ ottantacinque con ritratta la sua famiglia. Nel passato incontra sua madre giovane e lei s’innamora di lui. Marty deve fare in modo che invece si conceda al suo futuro padre altrimenti lui stesso non nascerebbe. In quella foto del presente, a seconda dell’evolversi della storia fra i tre, scompaiono e riappaiono lui e sua sorella (credo…). Tutta ‘sta menata per dire che io mi sento un po’ così. Spiego. Ogni volta che al lavoro entro o esco dal retro mi trovo al cospetto di un’enorme distesa d’erba: è la campagna che affianca il piccolo aeroporto di Ferrara. Lì sogno di fare un giorno il mio “Campovolo”. Ogni volta la mia mente parte e davanti ai miei occhi viene proiettato l’inizio del concerto. E l’adrenalina va in circolo. Nel petto mille pistoni impazziti mi fanno sentire che dentro, in fondo, in fondo, sono vivo. Esco da dietro le quinte, mi passano una Telecaster, conto fino a tre, faccio un bel respiro e con uno sguardo dico al batterista di battere i quattro. Poi spengo la sigaretta, apro il portone e chiudo fuori il mio concerto. La foto mentale che ho appena descritto è proprio come quella di Marty McFly: alcuni giorni è talmente nitida che sembra viva, altri è sfocata, altri ancora spariscono gli elementi che la compongono. La gente, il palco, io, tutto. Devo comportarmi come se fossi una rock-star del (poniamo) 2016 tornata per sbaglio nel 2006 che deve fare in modo di non annullare ciò che accadrà. Ciò che ho già vissuto in futuro. Devo “ritornare al futuro” da rock-star. 21


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Da alcuni giorni la foto è quasi scomparsa. Comunque vada, grazie musica. Mi stai tenendo a galla per i capelli. Spesso sono un peso morto, ma non lasciarmi andare, ti prego. 19 Ottobre 2006 Poco, ma sicuro La caratura di una persona non si giudica in base a quello che sa, ma per come si pone di fronte a ciò che non sa. 24 Ottobre 2006 La stessa faccia Reportage su Guantanamo in tv. Le cose da scrivere sarebbero miliardi. La prima che mi viene in mente è che ovunque nel mondo ci sono persone che si nascondono dietro valori meravigliosi e luccicanti per dare sfogo ai propri deliri di onnipotenza. Che il paravento sia Allah, Dio o la democrazia non fa differenza. Un islamico brutto, sporco e cattivo che si fa esplodere in una metropolitana e un ragazzo biondo con gli occhi azzurri che, forte della sua bella divisa, uccide civili o tortura prigionieri, sono uguali. Forse quest’ultimo è ancora peggio. Un islamico che vive in una specie di medioevo e viene deviato fin 22


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da piccolo senza mezzi culturali per opporsi, non ha quasi mai scelta. Un occidentale quella scelta ce l’ha. Optare per infliggere violenze, aberrazioni, umiliazioni e torture è la sua scelta ponderata e malcelata dietro ideali e belle parole. Un discorso di Bush e uno di Bin Laden sono identici. Sono la stessa faccia di due diverse medaglie. Sull’altra faccia ancora qualcuno. Per ora. 6 Dicembre 2006 Gennaio 1934 Madonna che freddo…. Ehi, ciao! Ma cosa ci fai qui!? Forse sarebbe meglio chiederlo a me stesso… Madonna che freddo maledetto… Dovremmo essere intorno alla metà di gennaio. Mi guardi e ridi. È bellissimo quando un neonato ride, dicono che poi sarà una persona buona… Che cos’avrai poi da ridere così…? Sei appena nata, sei in un fosso e fa un freddo porco: beh, se il buongiorno si vede dal mattino… Da quanto ho capito mi puoi vedere solo tu perché non mi calcola pari nessuno a parte i tuoi occhietti che non mi perdono di vista un attimo. Madonna che freddo… Certo che è strano il passato: sei talmente abituato a vederlo in bianco e nero, che esserci in mezzo e vedere gente a colori (che comunque sono prevalentemente bianco e nero…) fa proprio strano! 23


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Ecco, ti avvolgono in una specie di scialle di lana bianco e nero (appunto) e tu cominci a piangere. C’è un po’ di sangue sulle mani ruvide e incallite di chi ti solleva. Poi mi vedi e ricominci a ridere! Qualcuno bofonchia che ti chiamerai Ivana. Bello, piace anche a me! C’è nell’aria questo bestemmiare il freddo in toscano che comincio a ridere anch’io. C’è nell’aria questo gioire la tua nascita in toscano che poi inizio a piangere. Un uomo dall’aria burbera e vissuta (ma ancora in grado di meravigliarsi) e una donna visibilmente provata (da te e dagli anni) ti stringono e si accovacciano premurosi attorno al tuo corpicino, seduti sulla sponda del fosso. Per un attimo siete un corpo unico, un involucro splendente che esplode amore puro. Si guardano stupiti e in faccia trema loro un sorriso umido di commozione. L’uomo non vorrebbe far uscire quelle lacrime così poco virili e finge (molto male) distacco. Tu continui a fissarmi e con quell’espressione vispa continui a sorridermi. Dal momento che per loro sono invisibile, mi avvicino. Ti accarezzo dolcemente la fronte. Ma ho la mano così intirizzita che quasi non ti sento. Certo che il ’34 ha sfornato proprio un inverno coi fiocchi… Sulla campagna che fa su e giù per le colline ci sono i segni di una nevicata ancora morente. 24


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L’ulivo e i suoi colleghi specializzati in altri frutti stanno tenacemente tenendo botta, giurandosi l’un l’altro che vedranno anche la prossima primavera. E la vedrai anche tu, piccola Ivana. E ne vedrai molte altre mai uguali alla precedente. E sarai tu a decidere quali buttare e quali portarti dietro. Certo, anche tu come gli alberi qua intorno, dovrai “tenacemente tener botta” negli spietati inverni che saranno, alcuni dei quali mascherati da eterno. Vedrai: quella faccia sveglia, allegra e decisa al contempo, ti servirà. Ti ho appena baciata sulla fronte e ora devo fare due passi indietro perché quei due signori si sono alzati tenendoti in braccio. C’è un camino che sta sbuffando tutto per te. Qualche metro più giù, c’è un ceppo di castagno che non vede l’ora di morire bruciando per scaldarti. C’è un mondo intero che vuole sapere chi sei. C’è un bambino paffuto che ti sta aspettando già da cinque mesi qualche centinaio di chilometri più a nord. Il giorno che v’incontrerete, non vi lascerete mai più. C’è un bizzarro stregone, che alcuni chiamano destino, altri Dio, che ti ha già prescritto dolori incolmabili e gioie impagabili a dosi talora alterne, talora casuali. C’è un vestito da roccia incrollabile che indosserai spesso. C’è un piccolo angelo che ti guarda da una stella e già è impaziente di alloggiare nel tuo grembo per qualche mese. E sa già quanto amore le darai. C’è una strada lunga e tortuosa e a senso unico da percorrere ora trascinando, ora trascinandosi, ora 25


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facendosi trascinare, ora spedita, ora rilassata, ora dubbiosa, ora decisa. E so che la camminerai tutta a testa alta fino alla fine. Ormai state sparendo per i campi e, come se tu potessi sentirmi, sussurro: «vai piccola Ivana, mi ha fatto piacere vederti. Ci rivedremo qualche decina d’anni più in là». Ah giusto! Non mi sono ancora presentato: sono, o meglio sarò, il tuo unico nipote. Buon viaggio piccola nonna, a presto. Madonna che freddo…. 8 Dicembre 2006 La grata dello scarico della doccia Batuffoli neri di calza di spugna Sporco proveniente da ogni dove Stress e nervi scoperti, scorie di una doccia tonificante Stanchezza di una doccia rilassante Sensi di colpa di una doccia purificante Finché ci sarò io, ci saranno cose che non potrai eliminare facilmente. 30 Luglio 2007 Giuramento Sento nel profondo dello stomaco e della mente un terremoto di voglia di uguaglianza e unione, di rabbia verso i classisti e gli ottusi che si guarda dritto in 26


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faccia con una devastante sensazione d’impotenza al cospetto di ciò che mi circonda. Sudo incapacità di far sfociare i miei sentimenti di fronte a quello che concretamente compio. Certe cose le ho dentro da sempre, da prima che libri, film, canzoni, persone, le andassero a stimolare. Devo dare un senso a tutto questo sbraitare interiore. Ogni giorno. 13 Agosto 2007 Il centro della sfera La vita è un’enorme sfera formata da strati che negli anni si sedimentano. Essi sono le abitudini, i legami, le convinzioni, il lavoro, gli hobby, le sofferenze e tanto altro. Scavando, o meglio sfogliando, strato dopo strato si arriva sempre più vicino al nucleo, all’essenza della propria vita. Un po’ come la Terra: era una palla infuocata e dentro lo è ancora, anche se fuori si sono sovrapposti talmente tanti strati da dimenticarsi cosa c’è sotto. Se scavo fino al mio centro vedo cosa sono, in fondo. Semplificando ogni cosa, smussandola fino all’osso. Via anche l’ultimo strato, ecco il nucleo. Ecco il punto attorno al quale si è aggrappato e si è creato tutto il resto: c’è un gol di rapina, un pugno chiuso e la pennata di un sol aperto. Questo sono io. E tu?

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Dal mondo dei blog ecco venir fuori lo spaccato di una generazione che a, trent’anni, deve fare i conti con la complessità e il senso di pre...

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