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It’s Different magazine edizioni Mille srl anno 7 n.41/2016. free press Autorizzazione Tribunale di Ravenna n.1329 del 05/05/2009 - itsdifferent.it

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PHOTO ALBERTO BUZZANCA

VITA CONTEMPORANEA PHOTO NIMA BENATI

IT’S DIFFERENT N. 41/2016


It’s Different magazine

Come mai la scelta di lavorare in analogico? La fotografia è scrivere con la luce. Credo che il processo analogico mi permetta fino in fondo di vivere quest' emozione. Lo scatto, è il momento di partenza col quale ci si limita a registrare sulla pellicola. In camera oscura disegni letteralmente con le mani facendo le mascherature e comprendi come una frazione di secondo, insignificante nell'arco di una giornata, diventa discriminante e faccia realmente la differenza cambiando l'emozione dell'immagine. Direi che, stampando, ho imparato il valore del tempo ed il peso della luce. Ho realizzato anche un video, mentre lavoro in camera oscura. È stato proiettato qualche anno fa alla Biennale di Venezia. Penso che la camera oscura dovrebbe essere insegnata nelle scuole. Quindi credi che la fotografia abbia un ruolo formativo importante? La fotografia è terapeutica e a mio avviso, in alcune situazioni, lo è molto di più della scultura e della pittura, perché ha l'immediatezza che le altre forme d'arte non hanno. C'è una cosa che si chiama art therapy, e tempo fa a Parigi mi fu chiesto di insegnare a stampare in camera oscura in un istituto psichiatrico. I pazienti erano ragazzi adolescenti. Io allora avevo solo 24 anni e quella fu una delle esperienze più forti e significative della mia vita. La fotografia ti insegna ad accettare l'errore, parlo naturalmente della pellicola, poiché con il digitale il discorso è diverso. Quando scatti in pellicola, scatti quello che senti, e non quello che vedi sul display, e una volta stampati i provini a contatto, impari ad accettare il risultato e le foto sbagliate, che non metti in una cartella o butti nel cestino, ma rimangono insieme ai tuoi negativi, belli e brutti, e dopo qualche anno ti accorgi di un'immagine bellissima che non avevi neppure preso in considerazione. Trovo tutto questo estremamente formativo. Oltre naturalmente a Ralph Gibson, quali sono i fotografi che hanno influenzato il tuo stile? Mi sento molto vicino agli anni Cinquanta della fotografia americana: Ray Metzker, Saul Leiter, ma anche gli italiani Mario Giacomelli ed il primissimo Fulvio Roiter, quello del bianco e nero che forse non tutti conoscono. L'influenza del lavoro d'altri è stato un tema che ho affrontato spesso con Ralph Gibson. Lui mi raccontava dell'influenza avuta da Robert Frank, all'epoca nella quale Gibson era suo assistente. Io gli parlavo dell'influenza gibsoniana nel mio lavoro di Tokyo. L'influenza è un'arma a doppio taglio, e il difficile è comprendere quand'è il momento di scegliere la scorciatoia al fine di imboccare la propria strada. Una cosa bella che ricordo è quando Gibson mi chiedeva se avevo fotografie nuove da mostrargli, ed io spiegavo che ero troppo preso da mille lavori che facevo per sopravvivere e non avevo niente di nuovo. A quel punto, lui mi diceva: “Ricordati Renato che sei tu che devi ispirare me e non il contrario”. Questa fu un'importante molla che mi spinse a non separarmi mai dalla macchina fotografica. Alla luce del tuo stile fotografico, fatto di bianchi abbacinanti e neri profondi, che sono in qualche modo la tua firma viene da chiederti quanto il bianco e nero è già parte del tuo vedere il mondo? Chiaramente, come ogni fotografo che lavora in bianco e nero, sono portato a considerare quello che vedo sotto questo aspetto. So che a una determinata tonalità di rosso corrisponde una determinata tonalità di grigio, e questo influisce molto nella percezione della realtà. Diverso è quando scatto a colori, come nel caso del mio ultimo progetto Frecce, realizzato a Jesolo durante un'esibizione delle Frecce Tricolori. Il colore è molto più aggressivo, è più vicino alla realtà. È meno silenzioso del bianco e nero, e lascia meno spazio all'immaginazione. Naturalmente, si tratta del mio pensiero: se invece lo avessimo chiesto a Luigi Ghirri, ecco che la risposta sarebbe stata diversa, poiché diversi sono significati che il colore assume nella sua poetica. Le tue fotografie non rappresentano mai un volto in modo evidente, e sono molto giocate sulla distanza del soggetto, da vicino, da lontano, sulle sfuocature, sulle sovrapposizioni. Quanto è importante la distanza, rispetto a questo tuo modo di ridimensionare il mondo, e in quali dei tuoi progetti hai avuto maggiori difficoltà rispetto appunto alla distanza? Mi sono trovato molto a mio agio nei progetti realizzati in Asia, quello su Shanghai, ma ancor più a Tokyo. Lì, vi era prima di tutto una distanza psicologica, culturale, linguistica. Quando arrivai a Tokyo nel 2007 lo shock culturale fu fortissimo e lo ho messo tutto in fotografia, poiché ho trovato la distanza che cercavo. È quanto mi è accaduto a Los Angeles, dove il senso di alienazione, di desolazione è fortissimo. Ecco, in questi posti mi trovo bene a fotografare. Ho avuto problemi a Istanbul, perché la cultura è molto profonda e tutto è basato sulla vicinanza, a cominciare dall'urbanistica, ma anche la lingua stessa. Lì ho avuto dei problemi seri a scattare, ma amo le sfide, e il risultato è stato uno dei miei progetti preferiti. Anche Venezia è stato un progetto problematico per me, poiché conosco la lingua e perché Venezia è da sempre fotograficamente un cliché, dove tutto è stato fatto. Quando fotografo, ho bisogno di sentirmi isolato, spaesato e di entrare in una sorta di trance. Credo di non aver mai scattato una foto senza avere nelle orecchie una musica di sottofondo. Mi piace forzare quel sentimento che sto cercando. In camera oscura ascolto lo stesso brano decine di volte per trovare un'atmosfera precisa.

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A tal proposito esporrà in vendita delle opere realizzate con la tecnica “bogolan” da artisti della “brousse” con il cui ricavato riuscirà a portare a termine i lavori di quel pozzo e potrà sostituire l'acqua calda del pasto dei bimbi con del riso. Ecco spiegato perché sto dedicando buona parte del mio tempo cercando di portare a conoscenza della mia esperienza quante più persone mi sarà possibile: ne vale la pena. A questo punto si pone il quesito: Come aiutare? Ci sono vari modi, fra i quali il più semplice è dato da un contributo economico, in quanto per gli altri bisogna pensare ad un vettore, ai costi, alla possibilità che la spedizione vada dispersa; l'attraversamento delle frontiere in Africa è sempre un'incognita ed il recente colpo di stato in Mali mantiene isolato ed inagibile quel paese. In questo momento è urgente aiutare la sopravvivenza dei bambini del Mali: cominciamo mettendo a loro disposizione l'acqua attraverso la realizzazione di pozzi e fornendo cibo. I quattrini raccolti a loro favore, come di consueto, verranno documentati nel loro utilizzo, utilizzo che avverrà in loco dove ogni cosa ha costi inferiori a quelli europei.


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IT'S DIFFERENT MAGAZINE SPRING 2016  

EDIZIONE EMILIA ROMAGNA

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