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AMBROSINO GELSOMINA

OMAR AL-MUKHTĀR E LA RESISTENZA AL FASCISMO IN LIBIA


Indice

Introduzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 2

Capitolo primo. L’età degli imperi La spartizione del mondo tra le grandi potenze europee . . . . . .10 La guerra italo-turca . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 17 La “riconquista” fascista . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 27

Capitolo secondo. La resistenza libica La comunità senussita . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 37 Omar al-Mukhtār e la resistenza senussita . . . . . . . . . . . . . . . . 46 La cattura, il processo e la morte di Omar al-Mukhtār . . . . . . . 57

Capitolo terzo. L’eredità fascista Omar al-Mukhtār, il Leone del deserto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 67 Conclusioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 77

Dizionario . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 81 Bibliografia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 82

2


Introduzione

Il 10 giugno 2009 il leader libico Mu’ammar al-Gheddāfī (in ar.

‫ﻣﻌﻤﺮ ﺍﻟﻘﺬﺍﻓﻲ‬

, 7 giugno 1942), arriva per la prima volta a Roma in

visita di Stato. L’evento è destinato a suscitare un coro di aspre polemiche e dure reazioni in ambito politico; la sensazione è che non trattasi di una consueta visita istituzionale di un massimo esponente politico, la vicenda bensì apre un dibattito di lunga data sui rapporti politici ed economici con un Paese che di fatto ha subito l’invasione e l’occupazione militare italiana per circa trent’anni, nel periodo che si estende dal 1911 al 1943. L’elemento libico rappresenta, negli ultimi decenni, una costante di radicamento in forte espansione nel panorama del sistema politicoeconomico italiano, attraverso l’acquisizione sempre più massiccia di ampi spazi di controllo e gestione di società di capitali italiane quali Unicredit Banca (con una quota vicina al 7% Gheddafi è diventato primo azionista del grande gruppo creditizio 1), Fiat, Eni e Finmeccanica; per mezzo di accordi di cooperazione tra il Ministero degli esteri italiano e quello libico per fronteggiare il fenomeno

Polato R., Gheddafi dall’Eni all’Unicredit. Il socio scomodo ma necessario, Corriere della sera, 6 agosto 2010, p.33 1

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dell’immigrazione clandestina; ancora, attraverso progetti di collaborazione imprenditoriale tra enti privati libici e italiani. Tale odierna cooperazione costituisce la risoluzione pacifica di annose controversie storiche, politiche ed economiche che hanno impegnato Italia e Libia in funzione delle politiche coloniali italiane adottate in territorio libico dal 1911, anno dell’inizio della guerra italo-turca. Con l’avvento di Mu’ammar al-Gheddafi, nel 1969, i rapporti italolibici erano entrati in una fase di profonda crisi ed ostilità. Nel 1970 gli italiani furono costretti a lasciare la Libia e i loro beni confiscati; iniziò quindi un lungo contenzioso su presunti crediti vantati da aziende italiane nei confronti di amministrazioni ed enti libici, e sulla restituzione di reperti archeologici trasferiti in Italia all’epoca coloniale. Il processo di “normalizzazione” è storia recente, ed è riconducibile ad un lungo iter negoziale fatto da una serie di accordi bilaterali iniziati nel 1998 ed accelerato notevolmente dall’attuale governo italiano. I due documenti politici più rilevanti sono costituiti dal Processo verbale del 4 luglio 1998, il “Comunicato congiunto”, sottoscritto per la Repubblica italiana dall’allora Ministro degli affari esteri Lamberto Dini, e dal “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la Grande Giamāhīriyya Araba Libica Popolare Socialista (in ar.

‫ﺍﳉﻤﺎﻫﻴﺮﻳﺔ ﺍﻟﻌﺮﺑﻴﺔ ﺍﻟﻠﻴﺒﻴﺔ ﺍﻟﺸﻌﺒﻴﺔ ﺍﻹﺷﺘﺮﺍﻛﻴﺔ‬

4


‫ﺍﻟﻌﻈﻤﻰ‬

) ” 2 , siglato a Bengasi il 30 agosto 2008 tra il Presidente del

consiglio dei ministri italiano Silvio Berlusconi e Mu’ammar alGheddafi. Tout court gli anzidetti trattati puntano a chiudere definitivamente il doloroso capitolo del passato coloniale [...] a costruire una nuova fase delle relazioni bilaterali, basata sul rispetto reciproco, la pari dignità, la piena collaborazione e su un rapporto pienamente paritario e bilanciato 3 .

Tale soluzione pacifica si traduce concretamente in progetti di cooperazione e partenariato politico, economico, sociale e culturale: la realizzazione in Libia di importanti opere infrastrutturali, progetti industriali e investimenti , con l’impegno da parte libica di abrogare tutti i provvedimenti e le norme regolamentari che imponevano vincoli o limiti alle sole imprese italiane; l’assegnazione di un Fondo sociale per progetti di bonifica dalle mine e riqualificazione delle aree interessate, e per il ripristino del pagamento delle pensioni ai cittadini vittime di guerra; la concessione di visti di ingresso ai cittadini italiani espulsi in passato; la lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al traffico di stupefacenti e all’immigrazione clandestina attraverso la realizzazione di un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche.

Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista, in Italia contemporanea (vol. 251), Roma, Carocci editore, 2008, p.147 2

3

Ibidem., p.148

5


Inoltre, la Libia ha fortemente richiesto che uno degli impegni fosse lo svolgimento di un programma di ricerca storica, volto ad una più completa e documentata conoscenza sugli eventi dell’occupazione coloniale, in particolare sulla resistenza anti-coloniale e sulla deportazione in Italia di migliaia di libici. Un lavoro comune è stato svolto in questo senso, e si è concretizzato in una serie di convegni e pubblicazioni varie, anche se i maggiori contributi in direzione di una versione storiograficamente più attendibile arrivano da studiosi stranieri, i quali hanno potuto consultare liberamente la ricchissima documentazione archivistica del disciolto Ministero dell’Africa italiana (conservata presso il Ministero degli affari esteri), quando questa era ancora chiusa agli studiosi italiani indipendenti. Uno degli indici più chiari dei limiti del processo democratico nella Repubblica italiana nata dalla Resistenza è la rinuncia quasi generale a una revisione critica del nostro passato coloniale 4 , a livelli di studi e di opinione

pubblica; tanto che ancora oggi non disponiamo di uno studio complessivo sulla nostra trentennale dominazione della Libia. In particolare è stata operata una censura sulle sanguinose e brutali campagne della “riconquista” italiana della Libia dal 1922 al 1931, che contrastano apertamente con la tradizionale e qualunquistica, eppure diffusa presentazione del nostro colonialismo, di cui si suole esaltare la carica di umanità anche quando se ne condannano gli Rochat G., Prefazione a Segrè C., L’Italia in Libia dall’età giolittiana a Gheddafi, Milano, Feltrinelli, 1978, p.VII 4

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obiettivi politici. Nella memoria collettiva degli italiani l’immagine dell’impresa di Libia si compendia nel titolo della notissima canzone popolare Tripoli bel suol d’amore, una canzone di propaganda scritta nel 1911 che inaugura il delirio della canzone patriottico-colonialista, un condensato di patriottismo e retorica, un’aspettativa rivelatasi poi illusoria ed ingannevole, per cui risulta fallace e patetico ripeterla con nostalgia. L’intento di questo lavoro dunque, è di contrastare questa immagine sbiadita e distorta, che pur viene veicolata o almeno insufficientemente corretta dai testi scolastici; vi è un motivo di opportunità storiografica: mettere in luce ciò che è meno noto, ciò di cui cronache e storie, dell’epoca coloniale o del secondo dopoguerra, hanno perlopiù taciuto per un diverso interesse di ricerca. Le cronache recenti hanno acceso nuovamente i riflettori su questo capitolo della storiografia italiana, gli accademici tenuti a chiosare eventi e personaggi alle masse quasi ignoti nei loro nomi esotici, tra cui quello di Omar al-Mukhtār ( in ar.

‫ﻋﻤﺮ ﺍﳌﺨﺘﺎﺭ‬

, Barqa, 20 agosto

1861 - Soluch, 16 settembre 1931). E’ proprio il nome di quest’ultimo a riaccendere la controversia politica sui rapporti che intercorrono tra l’Italia e la Libia. L’occasione è stata offerta propriamente dal leader libico Gheddafi, il quale in visita ufficiale in Italia, appena sbarcato all’aeroporto romano di Ciampino, mostrava sull’alta uniforme militare una foto in bianco e nero che ritraeva la cattura del resistente libico Omar al-Mukhtār da

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parte di squadroni fascisti avvenuta l’11 settembre 1931 (v. Tavola I). La provocazione è risultata tale ed ha generato oltre che un acceso scontro politico, un dibattito in ambito accademico e di opinione pubblica che ha portato alla ribalta un ciclo storico implicitamente occulto, eppure necessario, nel riconoscimento anche del prezzo di violenza e di dolore inflitto alla popolazione libica, per porre su solidi basi le condizioni morali e politiche per un dialogo e una riconciliazione fra i due Paesi. Marzo 2011

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Tavola I. Il Leader libico Mu’ammar al-GheddÄ fi al suo arrivo a Roma il 10 giugno 2009.


L’età degli imperi

Capitolo primo

L’ETA’ DEGLI IMPERI

I

La spartizione del mondo tra le grandi potenze europee Politica ed economia non sono separabili in una società capitalistica, più di quanto lo siano religione e società in una società islamica. 5 Eric J. Hobsbawm, 1987

Capire e spiegare il secolo XX e il suo posto nella storia equivale a porsi nella prospettiva in cui bisogna considerare il passato storico come un’unità coerente anziché come un aggregato di argomenti separati: storie dei singoli Stati, della politica, dell’economia, della cultura e via dicendo. Il bisogno di una prospettiva storica è tanto più imperioso in quanto il tardo Novecento è di fatto ancora legato al periodo terminato nel 1914; probabilmente proprio perché l’agosto del 1914 costituisce una delle più incontestabili “cesure naturali” della storia. Questa data, oltre che essere individuata come l’inizio della 5

Hobsbawm E.J., L’età degli imperi 1875-1914, Bari, Laterza, 1991, p.81

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L’età degli imperi

Grande guerra, segna la fine di un secolo, il “lungo Ottocento”, decreta il declino di un mondo fatto da e per la borghesia a favore delle democrazie elettorali, le quali liquidarono il liberalismo borghese come forza politica; inoltre, decreta il passaggio dall’ordinamento capitalista a un nuovo ordinamento sociale ed economico, di cui l’imperialismo rappresenta il corollario meno ovvio, più incontrovertibile. Gli anni successivi alla grande depressione del 1873, furono anni di pace senza precedenti nel mondo occidentale, che generarono un’era di guerre mondiali altrettanto senza precedenti. Fu un’era di crescente stabilità economica nella zona delle economie industriali sviluppate, di notevoli progressi in campo scientifico e tecnologico, di incremento demografico e di scolarizzazione di massa; ma che inevitabilmente generò nelle sue fasce periferiche le forze congiunte della ribellione e della rivoluzione destinate a travolgerla. L’Ottocento si sgretolò sotto il peso stesso della ricchezza e del benessere accumulato dalla classe borghese proprio quando essa raggiunge il suo apogeo, a causa delle contraddizioni insite in questa sua avanzata. L’insegna dell’Ottocento era il cambiamento, inteso come sinonimo di progresso e, nella sua ovvia conseguenza, crescita della produzione di beni di consumo. La rivoluzione industriale, intesa come processo di evoluzione economica da un sistema di tipo agricolo-artigianalecommerciale a un sistema industriale moderno caratterizzato dall’uso generalizzato di macchine azionate da energia meccanica, aveva

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L’età degli imperi

vistosamente incrementato le economie nazionali, in particolare quella dell’Inghilterra da cui si è dipanata tale rivoluzione dei processi di produzione in tutti gli altri Paesi europei, e solo successivamente nell’America settentrionale. Non c’è mai stato nella storia un secolo così europeo: l’Europa era non soltanto il nucleo originario dello sviluppo capitalistico che dominava e trasformava il mondo, ma la componente di gran lunga più importante dell’economia mondiale. I maggiori progressi tecnologici avvenivano ancora al di qua dell’Atlantico; demograficamente, la percentuale di europei era più alta alla fine piuttosto che all’inizio del secolo, si stima che nel 1880-90 il 45 per cento della popolazione mondiale risiedesse nel vecchio continente; l’Europa, nonostante le sue evidenti disparità interne, poteva contare su fondamenta storiche convergenti. Questa contiguità storica ed economica garantì ai singoli Stati la conquista politica e dei mercati di quei Paesi extra-europei che non erano uniti da nient’altro che dai loro rapporti di dipendenza potenziale o reale con il vecchio continente. Si delinea pertanto una topografia globale in cui è evidente una divisione netta tra Paesi che hanno subito una dominazione coloniale, e Paesi che l’hanno esercitata, in particolare tra culture sviluppatesi a nord e a sud del Mediterraneo. Il divario tra i paesi occidentali, base della rivoluzione economica che veniva trasformando il mondo, e il resto del pianeta si accentuò con crescente rapidità: nel 1880 il reddito pro capite del mondo sviluppato era circa il doppio che nel terzo mondo, nel 1913 era oltre il triplo, nel 1950 la

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L’età degli imperi

differenza era di 1 a 5 6 . Una delle cause principali del divario fu la tecnologia, in particolare quella bellica; ampie regioni potevano essere conquistate con grande facilità grazie alla inferiorità tecnica dei loro armamenti. L’invasione napoleonica dell’Egitto, nel 1978, aveva messo di fronte l’esercito francese e quello mamelucco, dotati di mezzi imparagonabili; la Rivoluzione industriale, che aveva operato grossi investimenti nell’industria militare, aveva ulteriormente gravato il divario a favore del mondo occidentale. Ma cosa spingeva stati che costituivano per grandissima parte la forza economica, intellettuale e militare nello scacchiere geo-politico mondiale, a rivolgere le proprio interesse verso paesi in cui il sistema industriale e finanziario risultano notevolmente arretrati? Napoleone, alla vigilia dell’invasione dell’Egitto, giustificò tale impresa con motivazioni di ordine utopistico-scientifico, vagheggiando di dominare la terra dei faraoni così come aveva fatto Alessandro Magno, e di assurgere al titolo di Imperatore. In realtà, l’Ottocento fu il periodo della storia mondiale moderna in cui furono più numerosi i sovrani che si chiamavano ufficialmente “imperatori”, o erano ritenuti degni di questo titolo. Imperi e imperatori erano realtà di vecchia data, ma l’imperialismo sostituiva una novità assoluta, che aveva radici in una nuova fase specifica del capitalismo. Tant’è che la pura curiosità scientifica, senza il sostegno degli interessi economici o strategici, non Mulhall M.G., Dictionary of statistics, London, G. Routledge and sons, 1892 6

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L’età degli imperi

ha portato l’umanità né al Nuovo Mondo, né sulla Luna, né a dominare l’energia nucleare7. L’inizio del XX secolo segna l’epoca in cui una nuova forma di capitalismo sostituisce definitivamente il vecchio capitalismo basato sulla libera concorrenza dei mercati. Lo smisurato incremento dell’industria e il rapidissimo processo di concentrazione della produzione in imprese sempre più ampie in termini potenziale produttivo, ma numericamente più esigue, ha generato un nuovo ordinamento di mercato basato sul monopolio e sulla creazioni dei cartelli, che divengono la base di tutta la vita economica. I cartelli stipulano accordi sulle condizioni di vendita, si ripartiscono i mercati, fissano i prezzi; si accresce dunque la sproporzione tra lo sviluppo delle grandi holding che gestiscono la quasi totalità dei mercati, e la piccola industria, oltre che del settore agricolo8. L’agricoltura è l’attività economica che più di tutte risente di questo passaggio ad un nuovo ordinamento finanziario, in conseguenza al fenomeno dell’urbanizzazione, uno dei caratteri più distintivi della Rivoluzione industriale che priva le zone rurali della forza lavoro in

Donini P.G., Il mondo islamico: breve storia dal Cinquecento ad oggi, Roma, Editori Laterza, 2003, p. 9 7

Lenin V.I.U., L’imperialismo fase suprema del capitalismo, 1917. Traduzione italiana: D’Ambrosio A, Cecchini L. (a cura di), Roma, Editori riuniti, 1970, p.31 8

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L’età degli imperi

favore dei grandi opifici metropolitani. Altro fattore non meno determinante è la mancanza di investimenti statali e privati nel settore agricolo che determinano uno stato di arretratezza nei mezzi e nelle tecniche di produzione. L’eccedenza dei capitali non sarà impegnata quindi a elevare il tenore di vita delle masse rispetto al paese, perché ciò comporterebbe una diminuzione nei profitti dei capitalisti, bensì ad elevare i profitti mediante l’esportazione all’estero, nei paesi meno progrediti dove il profitto risulta essere assai alto, in quanto colà vi sono pochi capitali, il terreno è relativamente a buon mercato, i salari bassi e le materie prime a poco prezzo. Al capitale, che non resta più campo per un investimento redditizio, non resta altra soluzione che essere esportato: si apre una nuova fase del capitalismo che porterà ad una divisione territoriale del mondo tra le grandi potenze capitalistiche in una serie di sfere d’influenza diretta e indiretta. E le stesse rivalità fra le potenze capitalistiche da cui era scaturita questa divisione avevano generato altresì il primo conflitto mondiale. Il geografo tedesco Alexander Supan, dà il seguente prospetto di tale sviluppo alla fine del secolo XIX. 9

9

Supan A., Die territoriale Entwiklung der europäischen Kolonien, Gotha, 1906

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L’età degli imperi

Possedimenti

1876

1900

In Africa

10,80%

90,40%

aumento del

79,60%

“ Polinesia

56,80%

98,90%

“ “

42,10%

“ Asia

51,50%

56,60%

“ “

5,10%

“ Australia

100%

100%

“ “

-

“ America

27,50%

27,20%

diminuzione del

0,30%

Due grandi regioni del mondo furono in pratica totalmente spartite: L’Africa e il Pacifico, trasformando queste macro-aree in un complesso di territori coloniali e semicoloniali che si andarono sempre più specializzando nella produzione di uno o due prodotti primari da esportare nel mercato mondiale. Il processo capitalistico era giunto ad una fase così avanzata, che la scarsità delle materie prime costituiva una questione urgente nella sua risoluzione; si scatena dunque una competizione per la conquista delle colonie, per cui le miniere e i giacimenti di gas naturali fungono da principali battistrada nell’aprire il mondo all’imperialismo. Perché è soltanto per mezzo del possesso coloniale che i grandi gruppi capitalistici possono assicurarsi e mantenere i rispettivi monopoli.

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L’età degli imperi

II

La guerra italo-turca During the sixty-year cycle as a modern colonial power, Italy never cultivated a lasting taste for empire. To be sure, there were brief peaks of enthusiasm for the libyan war in 1911 and for the conquest of Ethiopia in 1935. But these peaks were succeeded by long troughs of public apathy, hostility, and indifference. All in all, as Italy’s tiny band of colonialist enthusiasts lamented endlessly, the nation never developed a genuine “colonial consciousness”. 10

Non è difficile spiegarsi lo scarso interesse dell’Italia per la corsa imperialista che si scatenò tra le varie potenze europee durante il periodo di declino dell’impero Ottomano, e successivamente al suo crollo definitivo. La nazione nata nel 1861 era debole, divisa e sino Segrè C, Fourth shore. The Italian colonization of Libya, Chicago, The university of Chicago press, 1974, p.3 Traduzione dell’Autore: Durante i sessant’anni in cui fu una moderna potenza coloniale, l’Italia non ebbe mai costanti interessi “imperiali”. Certamente ci furono brevi punte d’entusiasmo per la guerra in Libia nel 1911 e per la conquista dell’Etiopia nel 1935. Ma questi entusiasmi furono seguiti da lunghi periodi di pubblica apatia, di ostilità e indifferenza. Tutto sommato, come lamentò incessantemente il piccolo gruppo dei convinti nazionalisti, l’Italia non sviluppò mai una vera e propria “coscienza coloniale. 10

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L’età degli imperi

almeno al 1880 l’attenzione degli italiani, e anche degli stessi governi che si succedono, è rivolta a problemi ben più urgenti di quelli coloniali. C’è innanzitutto la necessità di unificare i sistemi legislativi, amministrativi e militari; la preoccupazione maggiore era quella di far durare il “miracolo” dell’unificazione del Paese. Inoltre, l’Italia non disponeva di capitali da investire oltremare, la sua posizione economica e finanziaria era in cronico dissesto, si temeva di precipitare nella bancarotta, e gli sforzi erano per riportare il bilancio erariale al pareggio. Un altro ostacolo per l’espansione coloniale era costituito dal problema delle “terre irridente”, il Trentino e Trieste erano ancora sotto la dominazione austriaca11. Per cui, ad agitare nel Paese i problemi coloniali c’è soltanto una ristretta minoranza di viaggiatori, esploratori, studiosi e commercianti, sostenuta, a partire dal 1867, anno di fondazione della prima Società geografica italiana, da un gruppo di società geografico-commerciali, le quali esercitavano forti pressioni affinché l’Italia si assicurasse in tempo stazioni commerciali e possedimenti oltremare. Per i primi due secoli dopo l’unificazione, le tesi espansionistiche degli apologeti del colonialismo vennero ignorate, la maggioranza dell’opinione pubblica era a favore del mantenimento dello status quo nel Mediterraneo, e del tener fede alla politica “delle mani nette”, in virtù degli ideali liberali del Risorgimento. Abbiamo voluto l’Italia degli

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Rochat G., Op. cit., p.V

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L’età degli imperi

italiani, e sarebbe giusto lasciare l’Africa agli africani 12 , era questo lo

slogan che maggiormente riecheggiava negli ambienti anticolonialisti. Il Paese versava però in una difficile situazione, sia interna che estera. La crisi del commercio e dell’industria era acuta, la Rivoluzione industriale arrivò in Italia con un certo ritardo rispetto ad altre potenze europee quali Inghilterra e Germania, e il malcontento sociale si faceva sentire. L’arretratezza, soprattutto nel meridione, generava fenomeni di brigantaggio e disordini sociali, che il governo centrale controllava con grande difficoltà. E nell’appello dei difensori del colonialismo c’era la speranza che le colonie potessero fornire almeno una parziale soluzione al problema dell’emigrazione. Dal loro punto di vista l’Italia era diversa dalle altre potenze coloniali poiché era una nazione “proletaria”, ricca di manodopera, povera di risorse naturali. Essa aspirava ad un impero coloniale per trovare sbocchi per la massiccia emigrazione degli anni successivi alla Grande depressione economica, le colonie rappresentavano un’alternativa alla disoccupazione e alla miseria, una soluzione ai problemi demografici del Paese. Il carattere “proletario” della conquista coloniale viene brillantemente compendiato da Giovanni Pascoli in un’orazione tenuta a Barga il 26 novembre 1911.

Brunialti A., L’Italia e la questione coloniale, Milano, Brigola, 1885, p. 342 12

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L’età degli imperi

La grande Proletaria s’è mossa. Prima ella mandava altrove i suoi lavoratori che in patria erano troppi e dovevano lavorare per troppo poco..Il mondo li aveva presi a opra, i lavoratori d’Italia, e li pagava poco e li trattava male e li stranomava...Erano diventati un po’ come i negri, in America, questi connazionali di colui che la scoprì...Ma la grande Proletaria ha trovato un luogo per loro...Vivranno liberi e sereni su quella terra che sarà una continuazione della terra nativa, con frapposta la strada vicinale del mare. Troveranno, come in patria, ogni tratto le vestigia dei grandi antenati. Anche là è Roma. 13

Per quanto concerne la politica estera, il Paese era relegato agli ultimi posti tra le grandi potenze europee; la prudente e modesta Italietta scaturita dal Risorgimento, non poteva dunque tenersi fuori dalla contesa per l’Africa, che avrebbe rappresentato l’occasione per riacquistare prestigio ed autorevolezza negli equilibri nel vecchio continente. Il patto della triplice Alleanza, e i suoi successivi rinnovi, costituirono in questo senso il frangente per uscire dallo stato di isolamento in cui si trovava l’Italia post-unitaria, e per assicurarsi un sistema difensivo che la ponesse al riparo da ogni tentativo francese di ripetere lo stesso colpo di mano di Tunisi verso un’altra area della zona del Maghreb. E’ con Manfredo Camperio, fondatore della rivista coloniale “L’Esploratore” e della “Società di esplorazioni commerciali in Africa”, che si comincia ad identificare la Libia con la terra

13

Pascoli G., Prose, Roma, Mondadori, 1946, vol. I, pp.557-69

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L’età degli imperi

promessa 14, come premio di consolazione per la perdita della Tunisia;

si inaugura la stagione dell’enfasi che toccherà l’apice con la campagna della stampa nazionalista del 1911. I nazionalisti auspicano l’affermazione in Italia di una società di “tipo energico”, sollecitando la ripresa dell’espansionismo coloniale, ed invocando una guerra, una qualsiasi, per rinnovare l’Italia condannata alla più bassa esistenza tra la miseria materiale dei suoi emigranti e la miseria morale dei suoi politicanti 15.

Obiettivo dell’Associazione Nazionalista Italiana (ANI) è quello di

mobilitare l’opinione pubblica sulla Libia, spostarla dai progetti falliti dell’occupazione in Abissinia ed Eritrea a quello più virile della conquista armata, accusando il governo Giolitti di essere contrario all’impresa per difendere uno status quo vile e delittuoso 16. Dagli anni ’80 il governo aveva affiancato in Libia un’attività segreta a quella diplomatica. Attività destinata soprattutto alla raccolta di informazioni riguardanti il dispositivo militare turco e l’organizzazione della confraternita senussita la cui influenza in Cirenaica era superiore a quella ottomana, ma anche orientata alle presa di contatti con capi arabi non particolarmente legati alla Sublime Porta e a stabilire una reale influenza nel Paese attraverso una “penetrazione pacifica”. Tale penetrazione si concretizzò in

14

Piazza G., La nostra terra promessa, Roma, Bernardo Lux, 1911, p.107

15

Occhini P.L., Corradini, Firenze, Rinascimento del libro, 1933, p.213

16

Corradini E., L’ora di Tripoli, Milano, Treves, 1911, p.34

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L’età degli imperi

programmi economici e commerciali che prevedevano la costruzione a Tripoli di opifici, l’organizzazione di una linea di cabotaggio e navigazione tra Tripoli e Alessandria d’Egitto e l’apertura da parte del Banco di Roma di una sua succursale a Tripoli. Ma queste azioni diplomatiche ed economiche non quietavano gli slanci colonialistici dei nazionalisti, che passarono ad una fase di mobilitazione e persuasione dell’opinione pubblica. L’azione della stampa fu molto incisiva in questo senso, le più grandi testate della penisola tendevano quotidianamente a presentare la Libia come la vera terra promessa in virtù della fertilità dei suoi terreni e delle sue ricchezze minerarie, le quali potevano attrarre l’attenzione di nazioni quali la Germania e la Francia, da qui la necessità di agire con la massima celerità, ogni indugio del governo sarebbe potuto risultare fatale. Ho veduto gelsi grandi come faggi, ulivi più colossali che le quercie. L’erba media può essere tagliata dodici volte all’anno. Gli alberi da frutta prendono uno sviluppo spettacoloso. Il grano e la meliga danno tre o quattro volte il raccolto dei migliori terreni d’Europa coltivati razionalmente. L’orzo è il migliore che io conosca ed è accaparrato dall’Inghilterra per la sua birra. Il bestiame prospera, e anche nello spaventoso abbandono odierno, è esportato a centinaia di migliaia di capi per Malta e l’Egitto. La vigna dà grappoli di due o tre chili l’uno. 17

17

Bevione G., Come siamo andati a Tripoli, Milano, Bocca, 1912, p.171

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L’età degli imperi

Inoltre, tali tastate insistevano sul fatto che l’occupazione della Libia non presentava ostacoli seri poiché i turchi erano pochi, male armati e imbelli per natura, mentre gli arabi indigeni non attendevano che liberarsi dell’oppressione ottomana. L’occupazione della Libia rappresenterà dunque una “passeggiata militare”, considerazione rivelatasi in seguito assolutamente erronea e rovinosa per le strategie militari adottate in terra libica. Infine, l’enfasi fu posta sul valore altamente simbolico che l’occupazione italiana avrebbe comportato; il richiamo del passato, di Roma imperiale era rilevante, ricordando che Tripoli è la romana Oea, citata da Omero18, e dove i segni della romanità sono presenti ovunque 19.

Giolitti comprese quel che l’Italia desiderava, come un padre che si avvede che la figliuola ormai è innamorata e provvede a darle, dopo le debite informazioni, e con le debite cautele, lo sposo che il suo cuore ha scelto. 20

18

Omero, Odissea, IV libro, vv. 108-113: Giunsi, e agli Erembi, e in Libia, ove le agnelle Figlian tre volte nel girar d’un anno E spuntan ratto a gli agnellin le corna; Né signore o pastor giammai difetto Di carne pate, o di rappreso latte, Ridondano di latte ognora i vasi.

19

Piazza G., Op. cit., p.109

20

Croce B., Storia d’Italia dal 1871 al 1915, Bari, Laterza, 1967, p. 247

22


L’età degli imperi

Il governo Giolitti, insediato al suo quarto ministero nel marzo del 1911, nel suo programma di governo non includeva la soluzione del problema libico, anche se tale questione era già da tempo presente nella sua mente, con la ferma intenzione di cogliere la prima occasione per condurla in porto. La spinta determinante fu fornita nel luglio del 1911, nel momento più caldo della crisi marocchina che vedeva in contrasto Francia e Germania. Dopo il 1906, la Francia aveva intensificato la sua presenza in Marocco e nel 1911, prendendo a pretesto una rivolta popolare contro il sultano, aveva occupato militarmente la capitale Fez. La Germania, che si era resa pubblicamente garante dell’indipendenza del Marocco, rispose all’azione francese inviando un incrociatore nelle acque di Agadir. L’incidente di Agadir fece precipitare la situazione politica nel Mediterraneo, a questo punto Giolitti giudicò che fosse giunto il momento di agire poiché la rivolta dei Giovani Turchi nel 1908 aveva impresso un carattere nazionalista al governo dell’impero, di conseguenza l’opera di penetrazione finanziaria e commerciale italiana in territorio libico veniva seriamente intralciata, col chiaro scopo di sottrarre la Libia all’influenza italiana21. Il 26 settembre 1911 l’ambasciatore italiano a Costantinopoli consegnò alla Sublime Porta un ultimatum, col quale si chiedeva al governo turco di permettere l’occupazione italiana della Tripolitania e Del Boca A., Gli italiani in Libia, Tripoli bel suol d’amore 1860-1922, Bari, Laterza, 1986, p.154 21

23


L’età degli imperi

della Cirenaica, motivando la richiesta con le continue ostilità manifestate dal valì ottomano verso le iniziative italiane in Libia. L’ultimatum fu respinto ed il giorno successivo il ministro degli esteri Antonio Di San Giuliano ordina alla Regia Marina militare di procedere con i bombardamenti e lo sbarco a Tripoli. L’azione militare si concluse brillantemente col minimo sforzo, ma sino all’anno successivo non vi fu nessun avanzamento dei reparti terrestri della flotta italiana, che a fatica mantenevano le loro posizioni fortificate nella zona costiera del vilayet tripolino22. Giolitti però si rende conto che, per accelerare la conclusione della guerra, bisognava spostare il centro delle operazioni nell’Egeo, proprio allo sbocco dell’arteria vitale dell’impero Ottomano, cioè lo Stretto dei Dardanelli. Così, nel mese di aprile del 1912, l’Italia iniziava le operazioni militari nell’Egeo occupando dodici isole. La presenza italiana nell’Egeo però costituiva per la Turchia una seria minaccia poiché si veniva a trovare isolata. Dunque, la Sublima Porta optò per un accordo diplomatico, la pace di Ouchy, per cui il Sultano concedeva l’autonomia alla Tripolitania e alla Cirenaica, distaccando le sue truppe dalle regioni, a condizione che l’Italia si ritirava dalle isole dell’Egeo. Ma la restituzione non avvenne in quanto continuò ancora a lungo la presenza dei militari turchi in Cirenaica; solo con il

22

Ibidem., p.164

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L’età degli imperi

trattato di Losanna nel 1923, dopo la fine della Grande guerra, le isole dell’Egeo furono annesse alla Turchia. Si concludeva in tal modo la prima fase dell’occupazione militare e della conquista della Libia con i governi liberali.

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L’età degli imperi

III

La “riconquista” fascista L’imperialismo è la legge eterna ed immutabile della vita. 23 Benito Mussolini, 1919

Nell’anno in cui Mussolini conquista il potere, le sue idee in fatto di politica coloniale sono piuttosto imprecise, mutevoli, talvolta contraddittorie. Il Duce ancora non ha elaborato un programma, ha però chiaro in mente che la posizione nel Mediterraneo è troppo fragile e precaria per non richiedere un sollecito e sostanzioso rafforzamento, in quanto il capo del fascismo considerava il Mediterraneo come un settore di capitale importanza, dove qualunque incidente, mutamento o alleanza non poteva non interessare o coinvolgere l’Italia. In questa ottica, il problema libico non può non assumere, agli occhi del capo del fascismo, una immediata rilevanza. Io ricordo con emozione il primo incontro che, governatore della Tripoltania, ebbi con lui alla Consulta, tre giorni dopo 23

Primo dell’anno, prima divagazione, Popolo d’Italia, 1 gennaio 1919

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L’età degli imperi

la Marcia su Roma. Il suo pensiero era già chiaro. Occorreva anzitutto “riconquistare” la Libia e dare conveniente assetto alle vecchie nostre colonie dell’Africa Orientale. 24

Le parole dell’allora governatore della Tripolitania, il conte Giuseppe Volpi di Misurata, denotano una svolta decisa, che taglia ogni legame con il passato, con la politica dei precedenti governi liberaldemocratici. In Libia, come in Somalia, non si scenderà più a compromessi, non ci si umilierà più; l’Italia fascista riprende la sua libertà d’azione, decisa a stroncare gli avversari e non più ad accattivarseli. Guerra, sacrificio, mobilitazione totale di ogni potenziale, ricerca spregiudicata del successo: sono queste le realtà sinistre che presiedono alla nascita del movimento fascista. La “vittoria mutilata” è l’immagine che Mussolini maggiormente accredita e diffonde; la difesa della guerra, contro il pericolo di vanificazione degli sforzi e dei sacrifici dell’intervento italiano alla Grande guerra, rappresenta la sua scelta di fondo, quella del suo giornale e dei suoi seguaci 25. In veste di socialista rivoluzionario, il Duce era stato invece un violento oppositore della guerra in Libia: nel corso degli scioperi indetti dalla direzione del PSI nel settembre del 1911 contro l’occupazione coloniale libica, Mussolini è segnalato nel forlivese in

24

Volpi G., La politica coloniale del fascismo, Padova, CEDAM, 1937, p.12

Carocci G., La politica estera dell’Italia fascista, 1925-1928, Bari, Laterza, 1969, p.63 25

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L’età degli imperi

azioni di sabotaggio e danneggiamenti alle linee ferroviarie e telegrafiche per impedire ai richiamati di recarsi al distretto militare. Viene processato e condannato per sabotaggio, ma all’uscita del carcere non è più un sovversivo di provincia, ma un personaggio di livello nazionale, che si muove sicuro e spedito verso la direzione dell’Avanti! 26 . Chi porta un notevole contributo alla formazione dell’impero italiano in Africa è indubbiamente Giuseppe Volpi, il quale riconquista nel corso del suo governatorato l’intera Tripolitania settentrionale. Si deve ricordare a questo punto che, durante la Grande guerra, il territorio libico fu quasi completamente sgomberato dalle forze italiane che si limitarono a tenere saldamente alcune località costiere in Tripolitania e Cirenaica. Di fatto il governo italiano concluse un accordo col capo dei Senussi Muḥammad Idrīs (in ar.

‫ﻣﺤﻤﺪ ﺇﺩﺭﻳﺲ‬

, Giarabub, 12

marzo 1890 - Il Cairo, 25 maggio 1983), al quale riconobbe l’amministrazione della regione Cirenaica. In Tripolitania, invece, le lotte tra i capi locali e il contrasto tra arabi e berberi impedirono il funzionamento di una repubblica tripolitana e crearono una situazione

Del Boca A., Gli italiani in Libia, Tripoli bel suol d’amore 1860-1922, Bari, Laterza, 1986, p.182 26

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L’età degli imperi

di confusione e incertezza che favorì la riconquista italiana 27 . All’inizio del 1924 la riconquista della Tripolitania può definirsi definitivamente completa. I motivi di tale successo vanno ricercati soprattutto nel fatto che la svolta politica investe anche l’attività militare, suggerisce nuovi metodi e un nuovo stile: non saranno più impegnate intere divisioni appesantite da bagagli e carriaggi, ma colonne leggere, largamente motorizzate, appoggiate dall’aviazione e collegate via radio; si preferiranno le operazioni basate sulla sorpresa e sulla velocità d’azione; quanto alle truppe impiegate, esse saranno pressoché mercenarie, formate da ascari eritrei e libici, capaci di meglio tollerare il clima e gli spostamenti nel deserto africano. La forza e la repressione da sole però non erano sufficienti per lo sviluppo della colonia: politica ed economia dovevano procedere di pari passo. Volpi dunque, se da un lato risolse l’ambiguità e la stasi della situazione politica dirigendo la conquista militare della zona, dall’altro avviò un programma di colonizzazione agraria in una regione rivelatasi decisamente disotto alle esagerate pretese avanzate dalla campagna propagandistica che precedette la conquista. L’avvento del fascismo e la riconquista militare della Tripolitania segnano la fine degli Statuti libici, che avevano ridato agli arabi, Evans-Pritchard E.E., The Sanusi of Cyrenaica, 1949. Traduzione italiana: Lanternari V. (a cura di), Colonialismo e resistenza religiosa nell’Africa settentrionale: I Senussi di Cirenaica, Catania, Edizioni del Prisma, 1979, p.108 27

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L’età degli imperi

almeno sulla carta, poiché non ebbero il tempo di funzionare, un certo numero di diritti; con l’abolizione di tali Statuti e delle garanzie democratiche si estingue così il mito della collaborazione italo-libica e la riorganizzazione della colonia in senso moderno. Il problema fondamentale per gli italiani restava quello della terra, dal 1911 al 1922 infatti non è stato possibile indemaniare che 3600 ettari28 , un’estensione troppo ridotta per poter programmare una qualsiasi forma di colonizzazione agricola. Volpi dunque emanò una serie di decreti che prevedevano la confisca di tutte le terre appartenute ai ribelli e a coloro che avevano fornito ad essi assistenza, e tutti i terreni incolti, optando per una politica agraria che favoriva le grandi concessioni di tipo capitalistico-industriale, senza alcun obbligo di popolamento. Viene a cadere dunque la speranza per molti contadini nullatenenti del sud, di trovare in Libia, con l’assistenza dello Stato, quella terra che i nazionalisti avevano dato per certa; la terra va invece alle grandi società, a speculatori e benemeriti del regime, a prezzi bassissimi e con garanzie di esenzioni fiscali e assistenza governativa sotto forma di credito e aiuto tecnico 29. Il 1926 fu un anno denso di aventi in Libia, definito dalla stampa del regime come l’anno napoleonico, vide la visita di Mussolini nella Del Boca A., Gli italiani in Libia, dal fascismo a Gheddafi, Bari, Laterza, 1991, p.51 28

Cantalupo R., Politica e agricoltura nel nord Africa, in Per le nostre colonie, Firenze, Vallecchi, 1927, pp.12-13 29

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L’età degli imperi

colonia. La visita del Duce sulla “quarta sponda” non doveva essere interpretata come un atto di ordinaria amministrazione, bensì andava intesa come un violento scossone atto a concentrare l’attenzione degli italiani sull’oltremare; la sua visita era un’affermazione della forza del popolo italiano, che ancora una volta si accinge a ripetere la storia degli antenati romani e porta il Littorio trionfante e immortale di Roma sulle rive del mare africano 30 . Nella sua retorica, il capo del fascismo mostra di

essere consapevole della diffidenza di vecchia data della nazione verso le avventure coloniali, ma ribadisce con forza il prosieguo del suo programma di sottomissione dell’intera regione libica, affidando al generale Pietro Badoglio il governatorato della Cirenaica e la direzione delle operazioni militari nella regione, che ancora saldamente rimaneva sotto il controllo dei capi della comunità senussita. Le operazioni procedettero con enormi difficoltà e molto lentamente poiché sul Gebel cirenaico, grazie all’appoggio della popolazione di pastori seminomadi, che formalmente avevano fatto atto di sottomissione al governo italiano, poche migliaia di mujāhidīn, (in ar.

‫ ) ﻣﺠﺎﻫﺪﻳﻦ‬condotti dal vecchio e abile capo Omar al-Mukhtār,

riuscirono a tenere in scacco le forze italiane molto superiori di numero e di armamento, e a costituire una vera e propria amministrazione parallela, il cosiddetto Governo della notte, che

30

Mussolini B., Opera omnia, Vol. XXII, p.115

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L’età degli imperi

riscuoteva le decime 31 dalle popolazioni ed amministrava la giustizia, arruolava combattenti e riforniva i guerriglieri di armi provenienti dall’Egitto. Il governatore Badoglio decise quindi di nominare il generale Rodolfo Graziani, che aveva già preso parte alle guerre di colonizzazione in Abissinia e Etiopia, vicegovernatore della Cirenaica e di affidargli il comando delle operazioni contro i ribelli. Graziani risolse il problema in meno di due anni con provvedimenti crudeli ed energici, tra cui il raggruppamento coatto delle popolazioni indigene in campi di concentramento sulla costa del golfo sirtico, per stroncare la principale sorgente che alimentava la ribellione, e

NdA. La decima o elemosina rituale ( zakāt, in ar. ‫ ) ﺯﻛﺎﺓ‬fa parte delle cinque azioni rituali obbligatorie che il credente musulmano è tenuto ad adempiere nell’arco della sua esistenza. La decima è la decurtazione annua di una tassa, calcolata con precisi parametri e soggetta ad una complessa serie di normative, che purifica i beni dalle loro possibili valenze negative, e al tempo stesso è di buon auspicio per il loro futuro accrescimento. Gli introiti della zakāt vengono distribuiti per specifici utilizzi che il Corano specifica, tra cui le spese militari del jihād ( in ar. ‫) ﺟﻬﺎﺩ‬, ogni sforzo compiuto per la causa religiosa. Bausani A. (a cura di), Il Corano, Milano, Biblioteca universale Rizzoli, 1996, sura IX, verso 103: Preleva sui loro beni un’elemosina tramite la quale li purifichi e li mondi e prega per loro. Le tue preghiere saranno un sollievo per loro. Allah tutto ascolta e conosce. 31

32


L’età degli imperi

l’esproprio integrale dei beni mobili ed immobili delle zavie 32 senussite. Graziani inoltre fece costruire lungo la frontiera egiziana dal mare sino a Al-Jaghbub (in ar.

‫ ) ﺍﳉﻐﺒﻮﺏ‬un reticolato lungo 270

chilometri, che fu continuamente pattugliato dai reparti italiani (v. Tavola II). La Cirenaica divenne pertanto un campo chiuso nel quale le colonne italiane diedero la caccia ai duar 33 ribelli e li annientarono. La repressione della resistenza araba in Cirenaica costò perdite gravissime alla popolazione: secondo calcoli approssimativi abbastanza attendibili, circa 60.000 persone morirono di stenti, fatiche e malattie durante la deportazione; altre 20.000 circa fuggirono in Egitto; la popolazione della Cirenaica, valutata 225.000 abitanti nel 1920 si ridusse a 142.000 nel 1931 34. Il 24 gennaio 1932, dopo dieci anni di guerriglia, il generale Badoglio annunciò ufficialmente che la ribellione in Cirenaica era finita e che la tutta la Libia era pacificata.

NdA. La zavia (in ar. ‫) ﺯﺍﻭﻳﺔ‬, in origine “angolo”, è un complesso e centro per l’esercizio del culto e l’insegnamento religioso musulmano, costituito di norma da una moschea e da altri edifici o ambienti destinati ad alloggio e alla didattica, talvolta anche al commercio. 32

NdA. Duar (in ar. ‫) ﺩﻭﺍﺭ‬, plurale di dor. Campo di armati corrispondente ad una grande tribù, al quale sono aggregati i caracol, cioè nuclei di armata posti di vedetta a difesa del campo principale. Ogni dor ha una forza armata che varia dai 200 agli 800 uomini. 33

Miège J.L., L’impérialisme coloniel italien de 1870 à nos jours, Parigi, Société d’édition d’Enseignement supérieur, 1968, p.182 34

33


L’età degli imperi

Tavola II. Le tappe della riconquista fascista della Tripolitania.

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L’età degli imperi

Tavola III. Le tappe della riconquista fascista della Cirenaica.

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L’età degli imperi

Tavola IV. Il reticolato fatto costruire dal generale Rodolfo Graziani sul confine con l’Egitto.

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Capitolo secondo

LA RESISTENZA LIBICA

I

La comunità senussita E’ difficile separare la storia dell’islam in quanto religione da quella che è stata la sua vicenda terrena come stato e come società. Forse più di ogni altro fenomeno religioso, sin dalla sua nascita la nuova fede ha visto spesso intrecciarsi gli elementi spirituali e teologici con l’organizzazione di una comunità ogni giorno crescente, per la quale la definizione dei rapporti tra gli uomini, nel pubblico e nel privato, è stata altrettanto importante del culto da attribuire a Dio. 35

L’Islām non concepisce in via di principio alcun tipo di distinzione tra aspetti sacri ed evenienze profane della vita; sin dal suo periodo formativo, il rispetto delle leggi divine si imponeva a tutti i livelli, proprio perché Dio aveva inviato, attraverso il Profeta Muḥammad (in ar.

‫ﻣﺤﻤﺪ‬

), un chiaro messaggio per regolare sia le questioni

fondamentali del culto, ma anche per disporre i principi etici generali Ventura A., L’islam sunnita nel periodo classico (VII-XVI secolo), in Khaled F.A., Lo Jacono C., Ventura A., Islam, Bari, Biblioteca universale Laterza, 2003, p.77 35

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La resistenza libica

a cui doveva attenersi la nascente comunità musulmana in fatto di diritto di famiglia, dottrina politica, relazioni con i popoli non musulmani. Lo stesso Corano, il testo sacro della fede islamica, denota il carattere teocratico del messaggio divino nella sua chiara ripartizione tra sure (in ar.

‫ﺳﻮﺭﺓ‬

) meccane e sure medinesi. Mentre

le primissime sure, ricevute dal Profeta nel periodo di permanenza a La Mecca, stabiliscono i fondamenti dommatici del credo musulmano, i capitoli medinesi vedono un sostanziale avvicendamento di questioni legate a pratiche di convivenza civile della ‘umma (comunità, in ar.

‫ﺃﻣﺔ‬

) islamica. Cambiato è lo statuto di Muḥammad, che ora è alla

guida di una comunità teocratica, politicamente rilevante poiché fulcro di attività carovaniere che impongono contatti con comunità arabe e non, nello specifico cristiani e giudei. Tali relazioni necessitarono ben presto la creazione di un corpus giuridico che designasse le norme atte a regolamentare le etichette da osservare nelle relazioni quotidiane: la sharī’a (in ar.

‫ﺷﺮﻳﻌﺔ‬

) che definiva tutti gli ambiti della vita umana,

sia quelli pertinenti agli atti esteriori che quelli spirituali. Dopo la morte di Muḥammad, avvenuta nel 632, la fusione dell’elemento religioso a quello civile assunse sempre maggiore rilevanza; i primi califfi erano diretti discendenti della tribù quràyshita, a cui apparteneva il Profeta, e la loro politica era diretta essenzialmente a una diffusione radicale del credo islamico e a una dura repressione nei confronti di ogni tendenza secessionista.

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La resistenza libica

Nel suo primo millennio di storia, l’Islām pur subendo notevoli trasformazioni, può essere trattato come un’unità sostanzialmente omogenea che ha gli ha permesso di raggiungere un’espansione territoriale notevole, nella quale i principi di fondo, pur maturando e adattandosi a circostanze nuove, sono rimasti in definitiva gli stessi. Con lo scadere del millennio, questo sistema sembra denunciare però i primi segni di un certo logorìo . I punti di vista che nell’Islām classico avevano convissuto con una discreta armonia, cominciavano ora ad assumere una natura sempre più esclusivista, che li va riducendo a scuole rigide e chiuse, ognuna tesa a tutelare i propri interessi e a screditare la posizione delle altre. Inoltre, la rilevanza politica dei singoli rappresentanti del califfato andava sempre accrescendosi nelle proprie regioni di competenza, offuscando il principio di universalità insito nel messaggio del Profeta e su cui il sunnismo aveva fatto leva per unire tutte le tribù arabe sotto l’egida dell’Islām. Avanza una radicale esigenza di risanamento, in funzione anche alla visione che ha l’Islām della storia più involutiva, che evolutiva 36 . Il Profeta stesso aveva ricordato che le migliori generazioni erano la sua e quelle immediatamente successive, per lasciare il posto progressivamente a comunità sempre più lontane dall’originario spirito della rivelazione coranica, l’unica aspirazione era tutt’al più quella di porre un argine alla decadenza fisiologica del mondo

36

Ventura A., Op. cit., p.204

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La resistenza libica

musulmano. In sostanza, all’inizio del suo periodo moderno, l’Islām sunnita si trova a sperimentare per la prima volta un ampio diffondersi di un certo fondamentalismo, che trova espressione nel mondo delle confraternite. Tali confraternite rappresentano l’espressione più eloquente all’esigenza riformista che caratterizza la storia dell’Islām nel suo periodo di transizione (XVII-XVIII secolo). Ciascuna confraternita si polarizza localmente, poiché fortemente legata al territorio e alle specifiche esigenze dei suoi adepti, e si identifica nella figura del suo fondatore, usualmente un marabutto, che possiede una conoscenza dell’intero testo coranico, e promuove un Islām puro, emendato dal peso delle personali interpretazioni che le generazioni successive al Profeta vi avevano sovrapposto. Il mondo delle confraternite erano una realtà ampiamente radicata nel tessuto delle società islamiche del 600, e la straordinaria venerazione di cui godeva qualche loro guida spirituale ne faceva talvolta dei piccoli stati nello stato, gestiti autocraticamente, e in grado di reclutare eserciti, di sollevare movimenti e di controllare il consenso popolare. Tra le molteplici confraternite dell’ecumene islamico, una delle più recenti, quella della Senussia trova consenso tra le popolazioni del nord Africa, specificamente in Cirenaica, Tripolitania, Fezzan, Egitto, e in misura minore in Sudan e Arabia Saudita.

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La resistenza libica

La Senussia è una confraternita di Sufi 37 , o come vengono sovente chiamati, Dervisci. Si tratta di musulmani ortodossi che in fatto di fede e di morale accettano gli insegnamenti del Corano e della Sunna 38:

la Senussia è pertanto una confraternita estremamente ortodossa 39 .

Essa viene fondata da uno studioso algerino, Muḥammad bin Ali alSanusi ( in ar. ‫ﺍﻟﺴﻨﻮﺳﻲ‬

‫ ) ﻣﺤﻤﺪ ﺑﻦ ﻋﻠﻲ‬, chiamato in Cirenaica con l’appellativo di al-Sanusi al-Kabir ( in ar. ‫) ﺍﻟﺴﻨﻮﺳﻲ ﺍﻟﻜﺒﻴﺮ‬, il Gran Senusso. Il Gran Senusso, ancora giovane, si fece subito notare per l’intelligenza, la religiosità e la profonda cultura; si recò presto a La Mecca in pellegrinaggio e qui entrò in contatto con diversi capi di confraternite sufi da cui fu fortemente influenzato e a cui si unì prima NdA. Il Sufismo costituisce la corrente mistica dell’islām. Lo scopo del Sufismo è quello di trascendere i sensi e raggiungere attraverso la sensibilità una identificazione completa con Dio. A questo stadio si perviene attraverso l’ascetismo, la fuga dal mondo, la contemplazione, la carità e la pratica di una serie di esercizi religiosi che producono uno stato d’estasi in cui l’anima, non più conscia della sua individualità, della sua corporeità, o del mondo esterno, si ritrova unita a Dio. 37

Ventura A., Op. cit., p.100. La Sunna (in ar. ‫ ﺳﻨﺔ‬, termine arabo che tra i suoi significati ha “comportamento” o “regola di condotta”, costituisce una raccolta di tradizioni sulla vita e le abitudini del Profeta che, col suo comportamento, ha rappresentato un naturale prosieguo della rivelazione coranica, quasi un commento vivente al libro sacro. 38

Evans-Pritchard E.E., The Sanusi of Cyrenaica, 1949. Traduzione italiana: Lanternari V. (a cura di), Colonialismo e resistenza religiosa nell’Africa settentrionale: I Senussi di Cirenaica, Catania, Edizioni del Prisma, 1979, p.4 39

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La resistenza libica

di raccogliere intorno a sé un numero considerevole di discepoli. Le sue idee riformiste acquisirono una tale adesione, specialmente tra i beduini dello Ḥijāz (in ar.

‫ﺣﺠﺎﺯ‬

), la divisione amministrativa

dell’Arabia Saudita che includeva le città di La Mecca e Medina, da suscitare il timore delle varie autorità di La Mecca, per cui il Gran Senusso lasciò la regione per far ritorno alla sua terra. Ma giunto in Libia, apprese gli sviluppi recenti avvenuti nel suo Paese, ovvero l’occupazione francese dell’Algeria, e preferì insediarsi nella regione della Cirenaica, precisamente ad al-Jaghbūb, destinata a diventare il centro della confraternita e la sede dell’Università islamica seconda in Africa soltanto a quella egiziana di al-Azhar ( in ar.

‫ﺍﻷﺯﻫﺮ‬

).

Quando il Gran Senusso si stabilì in Cirenaica, nel 1843, la regione risultava scarsamente abitata, la maggior parte della popolazione beduina viveva nell’entroterra ed era per lo più nomade o seminomade. La distribuzione delle piogge determinava in modo preciso i ritmi di vita dei beduini, i quali erano dediti per lo più alla pastorizia, all’allevamento di pecore e cammelli, grazie ai quali riuscivano a soddisfare le loro modeste esigenze e a vivere, da un punto di vista economico, in autosufficienza. Per quanto concerne l’ordinamento politico, la Cirenaica era formalmente sotto il dominio ottomano, ma la Sublime Porta esercitava uno scarsissimo controllo sulle zone interne, erano presenti notabili turchi ma questi preservavano buone relazioni coi capi beduini attraverso un rapporto tributario, ma non espropriativo. Le strutture sociali si reggevano su un ramificato

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La resistenza libica

sistema di tribù, unità concepite come una vasta famiglia discendente da un unico antenato, e i cui componenti erano legati da un qualche legame parentale. In Cirenaica dunque il Gran Senusso trovò un ambiente molto modesto le cui condizioni erano particolarmente favorevoli alla nascita di un movimento politico-religioso, quale divenne la Senussia. La rigorosa ortodossia della confraternita, e specialmente la sua insistenza sulla conformità agli insegnamenti originari del Profeta, fece in modo che la fede e la morale predicata da Muḥammad ai beduini del suo tempo, fossero altrettanto adatti ai beduini di Cirenaica, che conducevano essenzialmente una vita simile a quella dei beduini del settimo secolo. La confraternita nei suoi primi anni in terra di Cirenaica si espanse rapidamente attraverso la presenza sempre più massiccia sul territorio dei monasteri, le zavie, centri da cui si irradiava l’ideologia religiosa della confraternita, e punti di raccolta per numerosi viaggiatori che si muovevano sulle piste del commercio trans-sahariano. La confraternita senussita trovò popolarità soprattutto presso le masse, la gente comune, gli umili, i quali manifestavano la loro insofferenza per i governi e gli intermediari di ogni sorta. L’orientalista Henri Lammens asseriva a questo proposito che le confraternite dervisce

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La resistenza libica

sono realmente fiorite soltanto in un terreno intellettualmente retrivo..e in quelle regioni dove regna l’anarchia 40.

La confraternita era nata in effetti per soddisfare le esigenze di autonomia dei beduini dal califfato ottomano; è significativo che l’origine della confraternita segua di pochi anni il momento in cui i turchi riprendono il controllo sulla Cirenaica, nel 1835. Dunque la confraternita senussita rispondeva fin dapprincipio, e per il suo intero sviluppo storico, ad un bisogno di autoidentità culturale e religiosa, ma anche politica, della società dei beduini nei confronti delle interferenze straniere41. Il movimento senussita di Cirenaica si fonda quindi,

organizzativamente e spiritualmente, su fattori di unità sociale, in rapporto a situazioni ed esigenze via via emergenti. Tutte le inimicizie e le faide, le divisioni tra nobili e clienti, tra le varie tribù, si riassorbono nella società più ampia, di fronte ai comuni bisogni, e alle minacce o attacchi dall’esterno. L’intervento in Cirenaica degli italiani, stranieri, cristiani, invasori di terre, operò sulla società beduina dei senussiti in modo corrispondente a quel che accadeva nella vecchia società tribale di fronte ad aggressioni esterne, consolidando l’unità e l’alleanza di forze ordinariamente in rapporto di potenziale conflittualità. Così i turchi, da controllori invisi, diventavano, in quanto musulmani, i naturali alleati dei beduini contro l’Italia fascista. 40

41

Lammens H., L’islam, Parigi, Maisonneuve Freres, 1941, p.181 Lanternari V., Introduzione a Evans-Pritchard E.E., Op. cit., p.XVII

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La resistenza libica

Nelle varie fasi della campagna colonialista condotta in Cirenaica, fra il 1911 e il 1932, sotto i diversi governi e regimi, da Giolitti a Mussolini, il grave errore di calcolo politico commesso dall’Italia fin dapprincipio, quando le autorità politiche e militari italiane s’illusero che i beduini avrebbero trovato nell’invasione italiana l’occasione per liberarsi dal giogo dei turchi, andò duramente a compromettere l’esito dell’impresa coloniale. Gli italiani avrebbero forse evitato il loro decisivo errore se solo avessero meglio considerato e conosciuto la struttura della società beduina e la complessa natura della confraternita senussita 42.

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Lanternari V., Introduzione a Evans-Pritchard E.E., Op. cit., p.XV

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La resistenza libica

II

Omar al-Mukhtār e la resistenza senussita

Omar al-Mukhtār è stato il resistente libico che ha rappresentato l’espressione più alta della lotta contro la dominazione italiana in Libia, sia per le sue doti militari, collaudate già agli inizi del secolo nella lotta contro la penetrazione coloniale francese nelle regioni a sud della Libia, sia per le sue capacità politiche e per la lealtà e devozione che lo legò alla confraternita senussita di cui fu esponente di primo piano e rappresentante dell’emiro Idris in Cirenaica durante l’esilio di questi in Egitto. Allorché assume la guida della resistenza anti-italiana, Omar alMukhtār ha già sessantatre anni ed ha alle spalle un’intera vita spesa ad insegnare il Corano. Il generale Rodolfo Graziani, che finirà per batterlo, ricorrendo ad ogni mezzo, così lo descrive: Di statura media, piuttosto tarchiato, con capelli, barba e baffi bianchi, Omar al-Mukhtār era dotato di intelligenza pronta e vivace; era colto in materia religiosa, palesava carattere energico ed irruente, disinteressato ed

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La resistenza libica

intransigente; infine, era rimasto molto religioso e povero, sebbene fosse stato uno dei personaggi più rilevanti della Senussia. 43

C’è una dote però che Graziani minimizza, ed è il suo genio militare. Dotato di un grande carisma per la vita povera e integerrima che conduce e per il valore dimostrato in battaglia, Omar non è soltanto un esempio di fede religiosa e un combattente nato, è anche il costruttore di quella perfetta organizzazione politico-militare, che per dieci anni tenne sotto scacco gli eserciti italiani. Con due o tremila uomini, ma in certi periodi anche soltanto con mille, il rappresentante generale della Senussia in Cirenaica, tiene testa a ventimila uomini, dotati di mezzi più moderni ed efficienti, riforniti con larghezza e protetti da un’aviazione che ha l’ordine di colpire quotidianamente ogni essere vivente. Quasi sempre all’offensiva Omar colpisce, poi si ritira e svanisce nel nulla, creando nell’avversario, che invano cerca la battaglia conclusiva, rabbia ed un senso di frustrazione. Nella conduzione della spietata guerriglia, Omar al-Mukhtār è facilitato dalla natura dei territori in cui opera e dalla loro organizzazione civile. Come osserva il generale Canevari, qui le difficoltà erano moltiplicate dalla mancanza di centri abitati analoghi alle oasi e ai villaggi gebelici della Tripolitania: tutta la popolazione è, in Cirenaica, dedita alla pastorizia e quindi si può dire non esistano obiettivi

43

Graziani R., Cirenaica pacificata, Milano, Mondadori, 1932, p.265

47


La resistenza libica

da colpire 44 . Così come non esistono, nel vastissimo altipiano del

Gebel, obiettivi da presidiare. Gli italiani debbono perciò accettare il tipo di guerra imposto dai ribelli, tutta di movimento, rinunciando, almeno per alcuni anni, ad occupazioni territoriali fisse. A differenza della Tripolitania, dove la conquista è avvenuta a macchia d’olio ed è stabile, in Cirenaica risulta lentissima, provvisoria, costantemente insidiata da un movimento di resistenza che trova nella popolazione un inesauribile alimento. Fino all’inizio del 1923 i rapporti tra il governo italiano e la Senussia furono retti da un compromesso, sancito formalmente con l’accordo di Acroma che di fatto lasciava agli italiani i porti e le brevi pianure adiacenti e alla Senussia l’entroterra del Gebel e dell’oasi di Kufra (in ar.

‫ﻛﻔﺮﺓ‬

). L’avvento al potere del fascismo provocò un immediato

rovesciamento di indirizzo: il 6 marzo 1923 il generale Bongiovanni, nuovo governatore della Cirenaica, attaccò di sorpresa le forze senussite, dando inizio alle operazioni per la riconquista della Cirenaica. La seconda guerra italo-senussita si differenziò per certi aspetti dalla prima, quella condotta dai governi liberali, sebbene il carattere dei combattimenti rimase identico. C’era adesso in Italia una nuova élite avida di giustificarsi di fronte al popolo e di conquistarsi il rispetto delle potenze europee, dunque avrebbe dovuto mostrare in primo Canevari E., La guerra italiana. Retroscena della disfatta, Roma, Tosi, 1948, vol. I, p.304 44

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La resistenza libica

luogo di poter sconfiggere i beduini della Libia. Gli anni del compromesso avevano infatti mostrato che i beduini non avrebbero mai accettato la dominazione italiana, e ancor meno la loro colonizzazione, fino a che non fossero stati prima sottomessi con le armi. L’offensiva di Bongiovanni si rivolse soprattutto alla zona del Gebel con una serie di operazioni che ricaddero soprattutto sulle popolazioni, senza colpire realmente i duar di Omar al-Mukhtār. Dietro la linea di avamposti, i ribelli vivevano con le famiglie nelle loro tende, con il loro cospicuo patrimonio di bestiame, seminando e raccogliendo. I ribelli avevano fatto delle oasi la base per le loro riserve logistiche in derrate e bestiame, il convalescenziario per i loro feriti e i centri più attivi di irradiazione per la raccolta delle decime che andavano a sostenere le spese militari. Uno dei punti di forza della resistenza cirenaica fu proprio la connivenza dei sottomessi coi ribelli e la capacità di egemonia della Senussia che da sempre dirige e innerva la ribellione, che le offre i mezzi per vivere e combattere, che, con l’esazione dei tributi e con la vera e propria coscrizione militare esercitata sulle popolazioni, si sovrappone come stato nella colonia. Il problema dei sottomessi, invece, è così direttamente connesso alle operazioni che non può sfuggire all’esame delle autorità militari, poiché il loro sistema di informazioni permetteva ai ribelli di sottrarsi tempestivamente a offese molto gravi, e vanificare quindi gli sforzi

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La resistenza libica

delle truppe italiane. Il generale Ottorino Mezzetti, che guidava l’offensiva contro i ribelli, analizza la situazione in questi termini: In effetti la connivenza dei sottomessi coi ribelli è il caso normale qui in colonia...Tale stato di cose deve essere a qualunque costo troncato, altrimenti la nostra attività militare sarebbe, in definitiva, dolorosamente sterile. Occorre che, al più presto, i sottomessi siano inquadrati e vigilati in modo che non un uomo, un fucile, un cammello, una pecora sfuggano al nostro quotidiano controllo e che, nello stesso tempo, sia loro garantito un tenore di vita decoroso e dignitoso, così da non far loro preferire l’avventura e il rischio del dor. 45

Mezzetti dunque procede ad una riorganizzazione delle truppe italiane e a una pianificazione chiara delle strategie belliche. Innanzitutto si ricorre all’uso dell’aviazione coadiuvato alle colonne terrestri, sullo sviluppo di una fitta rete di punti fortificati che ostacolassero il movimento dei ribelli e offrissero appoggio tattico e logistico ai gruppi mobili italiani, incaricati di arginare le offensive dei duar di Omar al-Mukhtār con frequenti rastrellamenti nel Gebel cirenaico. In realtà i duar erano in corso di riorganizzazione e nel novembre del 1927 passarono di nuovo all’offensiva con una serie di attacchi alle linee di comunicazione italiane. Omar al-Mukhtār aveva capito di non potere accettare uno scontro frontale con forze di tanto superiori in

Mezzetti O., Guerra in Libia. Esperienze e ricordi, Roma, Edizioni Cremonese, 1933, p.153 45

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La resistenza libica

uomini e mezzi, puntava ormai su una tattica di guerriglia, preferendo disperdersi in piccoli nuclei protetti dalla popolazione, ed evitando i combattimenti in campo aperto e attraverso imboscate, razzie e piccoli scontri mirava a logorare le truppe italiane e a riaffermare il controllo della Senussia sulle popolazioni del Gebel 46. La ripresa della ribellione parve compromessa alla fine del 1927, quando Mohammed er-Reda ( in ar. ‫ﺍﻟﺮﺿﺎ‬

‫) ﻣﺤﻤﺪ‬, fratello minore del

capo della Senussia Idris es-Senussi e suo rappresentante in Cirenaica, si consegnò alle autorità italiane, evidenziando le contraddizioni interne alla confraternita. Er-reda fu confinato a Ustica, dove il regime fascista destinava i suoi oppositori, mentre suo figlio maggiore Hassan ( in ar. ‫ﺍﻟﺮﺿﺎ‬

‫ ) ﺣﺴﻦ‬ne prese il posto nella ribellione accanto a Omar

al-Mukhtār, nominato in questa occasione rappresentante plenipotenziario di Idris es-Senussi. Tale gesto, che fu interpretato come segno di crisi gravissima da parte degli italiani, non ostacolò la guerriglia che ancora godeva di buona efficienza e poteva contare sull’appoggio degli indigeni. L’organizzazione senussita era ancora in piena efficienza, malgrado la più forte presenza italiana sul Gebel e nell’entroterra semidesertico; le operazioni militari condotte sino al 1929 non erano mai risultate definitive, l’obiettivo era soltanto l’aumento della pressione italiana

Dieci anni di storia cirenaica, relazione del capitano Menzio C. per il comando del R. Corpo di truppe coloniali della Cirenaica, datata 21.12.1931 46

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La resistenza libica

per un tempo indeterminato, fino al logoramento dell’avversario, senza maggiori garanzie di riuscita. La padronanza assoluta del territorio può essere data solamente dalla distruzione delle forze ribelli come organizzazione politico-militare. Tale distruzione deve essere il coronamento di un’azione militare e politica efficace. Secondo una lunga esperienza militare coloniale, si può affermare che condizione base per la distruzione dell’organizzazione politico-militare dei ribelli è l’organizzazione politico-militare del territorio, che procedendo verso i confini delle colonie ricaccia sempre più indietro i focolai di ribellione, mentre ben assestati e ripetuti colpi inferti ai ribelli della truppa vengono spegnendo i focolai stessi. 47

La svolta arriva il 10 gennaio 1930, quando il Duce, insoddisfatto degli esiti ottenuti sinora in terra di Cirenaica, nomina il generale Rodolfo Graziani vice-governatore della Cirenaica e gli affida le operazioni militari nella colonia. Graziani, che già aveva preso parte alle guerre di colonizzazione in Abissinia e Etiopia, nella repressione della resistenza senussita dimostrò doti di capace organizzatore e di spietato esecutore più che di genialità politico-strategica. Le direttive impartitegli da Mussolini erano inequivocabili: operare una netta e materiale distinzione tra sottomessi e ribelli, evitando ogni contatto tra le parti per la riscossione da parte dei rappresentanti della Senussia di qualunque genere di decima, e riservare le pene più severe ed esemplari per coloro che fornivano una qualche forma di aiuto ai ribelli 48. 47

Mezzetti O., Op. cit., p.166

48

Graziani R., Cirenaica pacificata, Milano, Mondadori, 1932, p. 49

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La resistenza libica

Graziani orientò dunque la sua azione politica e militare all’annientamento della base della resistenza senussita, il suo obiettivo era raggiungere il dominio assoluto attraverso la disgregazione dell’assetto politico-sociale tradizionale e del suo capo Omar alMukhtār. Per me dunque la situazione della Cirenaica è paragonabile a quella di un organismo intossicato che emette, su un punto del corpo, un purulento bubbone. Il bubbone in questo caso è Omar al-Mukhtār che è la risultante di tutta una situazione infetta. Per guarire questo corpo malato bisogna distruggere l’origine del male, più che gli effetti di esso. 49

Graziani procedette, dunque, alla chiusura delle zavie senussite, alla deportazione dei capi-zavia e alla confisca dei beni mobili e immobili della Senussia, misura fino al 1930 evitata poiché l’Italia non voleva inimicarsi gli altri paesi musulmani; impose, inoltre, il disarmo assoluto delle popolazioni sottomesse e vietò ogni tipo di commercio con l’Egitto per facilitare la repressione del contrabbando, che tanta importanza aveva nell’economia del Gebel e nell’alimentazione della guerriglia. Graziani dunque diede disposizioni per la costruzione di un reticolato confinario lungo 270 chilometri alla frontiera con l’Egitto contro ogni fuga e quindi contro ogni possibile sostegno dato dai senussi egiziani alla resistenza cirenaica, in quanto il traffico d’armi e i passaggi di militari alla frontiera avevano sempre reso di esito

49

Graziani R., Op. cit., p.57

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La resistenza libica

incerto le operazioni orientali delle forze armate italiane. Il reticolato chiudeva la ribellione in una souricière (trappola per topi), come la definì l’Afrique Française, e renderà evidente con le sue estreme difficoltà tecniche ed il suo elevatissimo costo finanziario, la strenua decisione del governo fascista di ricercare ad ogni costo la vittoria con l’eliminazione fisica di Omar al-Mukhtār e dei suoi. L’intento è quello di isolare Omar al-Mukhtār che, da freddo e sereno valutatore delle sue forze, sovente rifiuta il combattimento disperdendo i suoi duar, dispersione che è sempre possibile eseguire tempestivamente perché le informazioni delle mosse italiane giungono in tempo per mezzo dei sottomessi. Il 25 giugno 1930 Graziani diede quindi esecuzione al totale sgombero del Gebel con spostamento di tutte le popolazioni in campi comuni verso la costa, e contemporaneamente furono inasprite le condizioni di vita negli accampamenti: tutti i campi furono circondati da doppio reticolato, i viveri razionati, i pascoli controllati, la circolazione esterna resa soggetta a permessi speciali 50 . La storiografia ufficiale ne tenne a lungo nascoste le reali caratteristiche di vero e proprio genocidio delle genti cirenaiche o facendolo passare come fece il Pace per vero e proprio complesso di previdenze...elemento vero e proprio di beneficenza e base di vita delle popolazioni cirenaiche alle quali viene così assicurata una

50

Graziani R., Op. cit., p.104

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La resistenza libica

nuova e più sicura attività economica coi lavori agricoli e pastorali cui la popolazione liberamente accudisce 51.

Si arriva così all’ultima fase della guerra con un divario di forze destinato ad accentuarsi rapidamente, anche per la crescente efficacia del nuovo servizio di esplorazione delle truppe italiane. Vennero arruolati tra le file italiane nuclei di esploratori indigeni, ben armati e abituati al combattimento, capaci quindi di stare alle calcagna dei duar senza farsi facilmente sorprendere ed eliminare. Gli uomini necessari furono trovati nei campi di concentramento, tra coloro che per anni avevano collaborato alla resistenza. I gruppi mobili liberi dalle soprastrutture politiche che prima ne inceppavano o rendevano incerta l’azione, sono i mastini dei duar ribelli. Essi li addentano e li perseguono ovunque se ne presenti l’occasione e li distruggono giornalmente uomo per uomo come la guerriglia ardua che combattiamo può concedere e imporre di fare, contentandoci di successi parziali, ma costanti. Non si lasciano mai sorprendere perché solo allora potranno essere battuti. Dimenticano le opere e vivono sotto la tenda con ogni tempo e ogni terreno. Combattono offensivamente sparando poco e adoperando molta baionetta, cioè attaccando sempre e dovunque. Non conoscono tregua o sosta. Contrappongono all’avversario pari anzi superiore mobilità e celerità. 52

Pace B., I campi di concentramento, in L’azione coloniale, Roma, 25 aprile 1933, p.2 51

52

Circolare di R. Graziani n.3500 del 1 ottobre 1930, p.3

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La resistenza libica

Nel momento in cui l’organizzazione senussita era in evidente difficoltà si incrinava anche la straordinaria solidarietà di cui la società seminomade del Gebel aveva dato prova e riemergevano interessi personali e odi tradizionali 53 . Agli esploratori si offrivano stipendi, taglie e diritto di razzia; la loro presenza fu fondamentale poiché faceva sì che le truppe italiane riuscissero a muoversi sul Gebel non più alla cieca, ma con criterio ed efficacia. Sulle condizioni dei duar di Omar al-Mukhtār non si hanno testimonianze dirette, ma l’esiguità delle perdite italiane lascia credere che i duar non erano più in grado di attaccare, ma solo di sottrarsi alla pressione nemica con il movimento e la fuga sistematica. Ma la ribellione continuava poiché Omar al-Mukhtār non divide il suo potere con alcuno...non si sarebbe mai sottomesso 54.

Gebel cirenaico. Operazioni conclusive 1930-31, relazione del colonnello Malta G. 53

Rochat G., La repressione della resistenza cirenaica (1927-1931), in Santarelli E., Rochat G., Rainero R., Goglia L., Omar Al-Mukhtar e la riconquista fascista della Libia, Milano, Marzorati Editore, 1981, p.118 54

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La resistenza libica

III

La cattura, il processo e la morte di Omar al-Mukhtār

L’episodio, che certamente domina e quasi conclude l’intera campagna di pacificazione voluta dal governo fascista per la colonia libica che culminò con l’eliminazione del capo dei ribelli Omar alMukhtār, non può essere visto del tutto discostato dall’intera politica fascista per le colonie e dalle sue esigenze imperiali che, a partire dagli anni trenta, si andò affermando quale esigenza primaria del regime. La prosecuzione oltremare del clima sciovinista, nazionalista e rivendicativo, che era dottrina di governo a Roma, non poteva che spingere l’intera questione dei rapporti coi libici in una crisi aperta, dominata da una parte dall’esaltazione della violenza quale sistema di governo e dall’altro dalla vana evocazione dei trattati che l’Italia

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La resistenza libica

fascista era ben decisa a rinnegare 55 . Su questo sfondo dominato dalla tenace volontà di liquidare con ogni mezzo il problema libico, identificato nel suo capo della rivolta, si svolgono le operazioni militari sul Gebel cirenaico conseguentemente alla costruzione del reticolato al confine egiziano, la concentrazione della popolazione in campi comuni e alla riorganizzazione dell’esercito italiano. L’insieme di queste disposizioni incise notevolmente sull’indebolimento dei duar ribelli e contribuì all’episodio finale della cattura del loro capo Omar al-Mukhtār. Sono un piccolo gruppo di informatori-esploratori indigeni che l’11 settembre 1931 stanano il capo della resistenza cirenaica e concorrono alla sua cattura. Qualche giorno prima il dor viene avvistato nell’uadi Bu Taga; immediatamente avvertito, il colonnello Malta prepara la manovra di accerchiamento. La mattina dell’11 viene intercettato il dor che non accetta il combattimento e tenta di sfuggire alla morsa risalendo a nord con il proposito di raggiungere la ben protetta uadi di el-Kuf dove i ribelli, in dieci anni di lotta, hanno più volte trovato rifugio. Il tentativo però fallisce poiché la colonna Piatti giunge in tempo a sbarrare la strada di Omar. Il vecchio ikhuàn tenta allora una manovra disperata, inverte la marcia e si getta a sud, nella direzione di

Rainero R., La cattura, il processo e la morte di Omar al-Mukhtar nel quadro della politica fascista di “riconquista” della Libia, in Santarelli E., Rochat G., Rainero R., Goglia L., Omar Al-Mukhtar e la riconquista fascista della Libia, Milano, Marzorati Editore, 1981, p.193 55

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La resistenza libica

Slonta. Non è la prima volta che Omar gioca a rimpiattino con i suoi cacciatori, e gli è sempre andata bene poiché nessuno come lui conosce i luoghi e sa sfruttare le impervietà del terreno. Ma questa volta a tradirlo è l’aviazione che intercetta la sua manovra . Lo scontro tra i due reparti di cavalleria è inevitabile; Omar cerca di portare in salvo il dor ordinandone il frazionamento, infatti gran parte dei suoi uomini si salva, ma lui viene colpito al braccio e subito dopo gli uccidono il cavallo. Per Omar è finita, non cerca neppure di scappare o afferrare il moschetto che porta a tracolla; i savari56 gli sono subito addosso per finirlo, così come hanno fatto con altri suoi undici compagni, ma uno lo riconosce e lo risparmia. Appena il capitano delle truppe Bertè si rende conto dell’importanza della preda, fa cessare l’inseguimento, carica Omar su di un cavallo e lo scorta fino a Slonta. La notizia dell’arresto di Omar al-Mukhtār giunge a Bengasi nella stessa mattinata dell’11 settembre. Il telegramma del commissario del Gebel dice: Nei pressi di Slonta un nostro squadrone savari ha catturato un indigeno che da un ascari dello squadrone è stato riconosciuto per Omar al-Mukhtār 57 . La notizia rimbalza subito in italia, enfatizzata dalla

NdA. Nome con cui erano chiamati in Libia, quando questa era colonia italiana, i cavalieri indigeni costituenti speciali reparti, e i reparti stessi, montati su cavalli piccoli ma veloci, addestrati a sdraiarsi per terra durante il combattimento. 56

57

Graziani R., Op. cit., p.266

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La resistenza libica

stampa del regime; e Graziani, che non era in sede bensì a Roma, accorre immediatamente a Bengasi. Dopo l’identificazione di Omar da parte del commissario Diodiace, che conosce Omar per averlo più volte incontrato nel corso delle trattative del 1929, il prigioniero viene condotto sotto imponente scorta da Slonta al più vicino porto, quello di Apollonia, e subito imbarcato sul cacciatorpediniere Orsini che lo condurrà a Bengasi. Intanto a Bengasi si decide sulla sorte dell’anziano capo della resistenza senussita. Il governatore Emilio De Bono scrive a Bodoglio in proposito: Non credo che Omar al-Mukhtār sia stato così così idiota da farsi catturare. Occorre quindi sincerarsi in tutti i modi sulla sua identità 58.

Replica Badoglio: Qualora l’individuo catturato sia realmente Omar alMukhtār, ravviso l’opportunità di fare un regolare processo e conseguente sentenza, che sarà senza alcun dubbio la pena di morte, da far eseguire in uno dei grandi concentramenti della popolazione indigena 59.

Badoglio, prima di avere la certezza assoluta che l’uomo catturato sia Omar, lo ha già condannato a morte poiché in realtà intende vendicarsi

58

ACS, Carte Graziani, b. 2, f. 3, sottof. 2

59

Ibidem, b. 6, f. 13, sottof. 1

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La resistenza libica

del mancato rispetto del Trattato di Barqa60 da lui stesso condotto, e inoltre vuol togliere al più presto dalla circolazione un uomo che potrebbe avere molte cose da raccontare. Quanto a Mussolini, è l’unico da cui non siano pervenuti ordini o dichiarazioni a proposito della sorte di Omar, ma neppure risulta che non abbia condiviso le decisioni di De Bono, Graziani e Badoglio. Al capestro, Omar, è andato spinto da tutte le loro mani 61.

Omar, tradotto il 12 sera nelle carceri di Bengasi, tre giorni dopo affronta il processo a suo carico nell’affollatissimo salone del Palazzo Littorio, ex sede del Parlamento arabo ora sede del Parlamento della Cirenaica, per dimostrare chiaramente a tutti come la politica di altri tempi fosse tramontata ormai. Difende l’imputato il capitano Roberto Lontano il quale, per ingenuità o forse per eccesso di scrupolo, finge di non capire che la sentenza è già stata pronunciata a Roma e che il processo è soltanto una tragica farsa destinata a rendere legale un NdA. Il 13 giugno 1930 in località prossima a Barqa, i capi della resistenza cirenaica, tra questi Omar al-Mukhtār, incontrano il maresciallo Pietro Badoglio nell’ambito delle trattative per la resa dei capi dei resistenti senussiti. Si trattò di un incontro per illustrare le condizioni per addivenire ad un nuovo modus vivendi nella regione del Gebel ed in tale attesa sarebbe stata offerta, da parte senussita, una tregua d’armi. Il fallimento della trattativa per la resa dei duar fu determinata dal rafforzamento logistico e strategico che intanto le forze armate italiane in Cirenaica avviarono su ordine di Badoglio. Tale rafforzamento ingenerò una nuova ondata di ostilità e Badoglio attribuì il fallimento delle trattative a Omar al-Mukhtār. 60

Del Boca A., Gli italiani in Libia: Dal fascismo a Gheddafi, Bari, Laterza, 1991, p.204 61

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La resistenza libica

assassinio. Infatti, come precisa lo stesso Graziani nella motivazione alla punizione di dieci giorni di rigore che infligge al capitano, costui, incaricato d’ufficio della difesa di un capo ribelle, reo confesso di ogni capo d’accusa, ne pronunciava la difesa con tono apologetico, in contrasto con la figura del reo e con le particolari condizioni di luogo e di ambiente in cui si svolgeva il dibattito 62.

Il processo ha inizio con la lettura dei 16 capi d’imputazione, che comprendono azioni di guerra contro truppe di terra italiane e razzie di bestiame, generi alimentari e denaro. Ma non è per questi reati che Omar viene processato; su di lui, anche se negli atti processuali non se ne fa menzione, pende la più grave accusa di tradimento . Un’accusa che non avrebbe alcuna consistenza legale, poiché Omar non si è mai sottomesso al governo italiano e da esso non ha mai percepito stipendi, l’imputato difatti, su domanda del suo legale, dibatte: Non mi sono mai sottomesso al Governo Italiano, con esso ho avuto solo delle conversazioni 63 . Pertanto egli dovrebbe essere considerato prigioniero

di guerra e, in quanto tale, dovrebbe sfuggire alla pena capitale. Ma il regime, contro il suo stesso interesse, non coglie l’occasione per mostrarsi indulgente; non prende esempio dalla Francia, che ha rinunciato a condannare a morte i suoi più acerrimi avversari. L’Italia

62

ACS, Carte Graziani, b. 6, f. 11, sottof. 1

Gli atti segreti del processo di Benghazi, 15 settembre 1931, in Santarelli E., Rochat G., Rainero R., Goglia L., Omar Al-Mukhtar e la riconquista fascista della Libia, Milano, Marzorati Editore, 1981, p.255 63

62


La resistenza libica

fascista, nel condannare Omar, esercita esclusivamente la vendetta, e paga di essa, non si rende conto che fa di Omar un martire per la popolazione libica. Durante il processo, che si svolge in pochissime ore, Omar ribatte a tutte le accuse. Contestategli le sevizie commesse ai prigionieri italiani, lui risponde: La guerra è guerra. Io non ho mai dato ordine che i prigionieri fossero mutilati, li ho sempre visti sul campo morti ma non ho mai visto che ai cadaveri fosse recato oltraggio 64.

All’accusa di non aver tenuto fede all’accordo della una tregua d’armi convenuta durante l’incontro di Barqa tra i rappresentanti della resistenza libica e il generale Graziani, Omar risponde: Non sono stato io a a dare l’ordine di riprendere le ostilità dopo il patto di Regime, perché io mi trovavo lontano. Secondo me sono stati gli Italiani a riprendere le ostilità perché misero dentro Saleh el-Auami, ed a Zuetina preso a fucilate i nostri, che per ordine di Idris erano andati a ritirare vettovaglie...Per me anche nel 29 la rottura delle trattative avvenne per colpa del Governo Italiano perché mi fece mettere in disaccordo con Hassen, che poi portò a Bengasi: scrissi anche al Maresciallo Badoglio, non avendo ottenuto risposta me ne andai e ripresi la guerriglia 65 .

Ancora, all’accusa di razzia e di connivenza coi sottomessi, Omar replica: Non abbiamo posti fissi dove ripararci, giriamo sempre per necessità di cose nei territori di Brasa e Abid. Per vivere oltre che di razzie 64

Ibidem, p.256

65

Ibidem, p.256

63


La resistenza libica

approfittiamo dei cammelli, che mandiamo in Egitto, ove sono venduti e col ricavato dei quali si acquistano derrate...Quando gli accampamenti stavano nei loro territori eravamo assistiti in tutti i modi dai sottomessi e così col pagamento delle decime, col ricovero sotto le tende e con informazioni circa il dislocamento delle truppe. Non ho rimorso per ciò che ho fatto perché è stato il volere di Dio 66

Inoltre Omar precisa: Non so adesso quel che avverrà ai duar, e cioè se nomineranno un mio successore, del quale non prevedo il nome o se sconfineranno in Egitto. A me non era mai venuta l’idea, date le provvidenze del Governatore Graziani, di sconfinare, io e i miei avevamo stabilito piuttosto di morire per la religione. Escludo in modo assoluto che tra i ribelli vi sia intenzione di sottomettersi 67.

Ma i giochi sono già stati fatti in altra sede, ovvero a Roma. E in poco tempo si arriva all’arringa del pubblico accusatore, che non tenendo conto del dibattimento, risponde alla necessità di provare che l’imputato si è macchiato di reati che comportano al pena di morte. Si tratta di un’arringa misera e miserabile, farcita di inutile ingiurie, che non convincerebbe nessuna giuria, salvo quella di Bengasi 68.

Viene poi il turno del difensore d’ufficio la cui difesa è appassionata, riportando in aula il senso di giustizia. Alla fine del suo intervento

66

Ibidem, p.258, 260

67

Ibidem, p.259

Del Boca A., Gli italiani in Libia: Dal fascismo a Gheddafi, Bari, Laterza, 1991, p.206 68

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La resistenza libica

chiede al tribunale, tenendo conto dell’età del giudicabile e del suo fanatismo religioso, di concedergli il beneficio delle circostanzi attenuanti generiche. Ma i giudici non tengono in conto questa richiesta e, dopo mezz’ora di camera di consiglio, rientrano in aula per annunciare la condanna alla pena di morte. Appena l’interprete gli ha tradotto la sentenza, Omar al-Mukhtār, che era rimasto molto lucido e sereno durante tutto il periodo conseguente alla sua cattura, pronuncia la frase: Da Dio siam venuti e a Dio dobbiamo tornare 69. Anche per l’esecuzione della condanna non si perde tempo, la forca è già pronta nel campo di concentramento di Soluch. Riferisce il generale Graziani al governatore De Bono: Questa mattina, alle ore 9, è avvenuta l’esecuzione capitale secondo gli usi locali nell’accampamento di Soluch, presenti tutti i notabili confinati a Benina e quelli bengasini, nonché molta popolazione convenuta dai campi vicini. La salma è stata subito inumata a Bengasi, nel cimitero di Sabri. Nessun incidente, impressione profondissima in tutta la colonia. Ho vietato ogni dimostrazione da parte dei nazionali. Con la scomparsa di Omar al-Mukhtār una nuova vita si inizia certo per la Cirenaica, che ardentemente aspira alle opere di pace 70.

Erano più di ventimila, in effetti, i libici che si erano accalcati intorno alla forca la quale era protetta da un folto cordone di soldati. Omar alMukhtār morì con esecuzione plateale per impiccagione il 16 settemre 1931. 69

Santarelli E., Rochat G., Rainero R., Goglia L., Op. cit., p.268

70

ASMAE, Libia, b. 1, f. 5, tel. 2098

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La resistenza libica

Tavola V. Omar al-MukhtÄ r in catene alle porta della prigione di Bengasi (12 settembre 1931).

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Capitolo terzo

L’EREDITA’ FASCISTA

I

Omar al-Mukhtār, il Leone del Deserto

La notizia della pubblica impiccagione di Omar al-Mukhtār attraversò il mondo islamico in un baleno, e i sentimenti che questa agitava andavano dalla costernazione al cordoglio, dalla rabbia all’esecrazione. Tutte le più importanti testate arabe riportavano la notizia della cattura del leader senussita e delle modalità della sua esecuzione, cedendo all’occasione per fare rimostranze e protestare per l’eccessiva severità riservata al capo della resistenza cirenaica. Il giornale egiziano “Al-Jihad ( in ar.

‫ﺍﳉﻬﺎﺩ‬

)” fa osservare come le

autorità italiane non abbiano trattato Omar come invece la Francia trattò Abd el-Kader ( in ar.

‫ ﻋﺒﺪ ﺍﻟﻘﺎﺩﺭ‬, Mascara, 6 settembre 1808 -

Damasco, 26 maggio 1883): Quando cadde prigioniero, i francesi lo accolsero da eroe e lo ospitarono a Parigi, rispettando l’animo grande che lo spinse a mettersi nel pericolo per la libertà della sua patria. Ma l’Italia

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L’eredità fascista

sorpassa la Francia in crudeltà e ha violato le leggi che vietano la condanna a morte dei colpevoli straordinari 71.

Al Ministero degli Esteri i dispacci arrivarono a valanga. Non accompagnavano soltanto i ritagli dei giornali, parlavano bensì di proteste, di petizioni, di boicottaggio delle merci, delle scuole, delle banche e di altre istituzioni italiane. Si protestava non solo in Libia, ma in tutto il mondo arabo: in Palestina, a Gara, si dedicava una via a Omar, oltre il fatto che un gruppo considerevole di arabi chiese che il cadavere dell’impiccato venisse trasportato nella città santa di Gerusalemme. Il personaggio di Omar al-Mukhtār divenne in breve il riconosciuto eroe nazionale libico che riscuoteva ampi consensi anche all’estero, in tutti i Paesi dell’ecumene araba che subivano una forma diretta o indiretta di dominazione coloniale europea, nel momento in cui si formarono in questi Paesi i movimenti nazionalistici che avviarono al lungo e doloroso processo di de-colonizzazione. Mentre la propaganda ufficiale fascista continuava ad esaltare la “pax romana” instaurata in Libia dopo la liquidazione della ribellione, fece spicco la silenziosa risposta che la resistenza cirenaica fece circolare cla n d e s t i n a m e n t e i n o c c a s i o n e d e l p r i m o a n n i v e r s a r i o dell’impiccagione di Omar. Un manifesto clandestino che condannava la pena capitale quale condanna inflitta al capo della resistenza libica: In quel giorno, i fascisti hanno aggiunto alla loro storia piena di arbitrio e 71

Al-Jihad, Il Cairo, 18 settembre 1931

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di ingiustizia, una nera pagina che copre la loro più grande vittoria...Quant’è vergognoso questo delitto che ci fa arrossire il viso, questo delitto ripudiato anche dagli animali più feroci 72 . Il ricordo di

Omar e della sua strenua lotta contro ogni oppressione da parte di imperi stranieri, sopravviveva in Libia come in altri Paesi arabi alla sua morte fisica: Il martire della nazione tripolina-barcina non è morto perché ha lasciato al suo popolo un monumento immortale nell’eroismo che sarà ereditato dalle generazioni future. Questo ricordo doloroso, creato dalle mani assassine dei fascisti, rimarrà per sempre e non sarà mai dimenticato, perché ha lasciato nei cuori ferite mortali...Omar al-Mukhtār non era il martire del popolo tripolino-barcino solamente, ma era il martire di tutta la nazione araba 73.

Il suo ricordo si è perpetuato negli anni come modello esemplare di martire che ha dedicato la sua intera esistenza, e in ultima istanza la morte, a favore del diritto all’autodeterminazione dei popoli arabi. E il governo fascista, con la sua politica di caccia all’uomo spietata, ha determinato considerevolmente alla nascita di questo mito nazionale, di cui ancora oggi rimane viva la memoria. Omar, soprannominato lo “shaykh dei martiri ( in ar.

‫ﺷﻴﺦ ﺍﻟﺸﻬﺪﺍﺀ‬

)”

e la cui effigie è riprodotta sulle banconote da dieci dīnār libici, Il manifesto clandestino della resistenza cirenaica che celebra il primo anniversario dell’impiccagione di Omar al-Mukhtār (settembre 1932), in Santarelli E., Rochat G., Rainero R., Goglia L., Omar Al-Mukhtar e la riconquista fascista della Libia, Milano, Marzorati Editore, 1981, p.276 72

73

Ibidem, p.277, 278

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L’eredità fascista

(in ar.

‫ﺩﻳﻨﺎﺭ‬

) è tanto famoso in Libia quanto sconosciuto in Italia che

di fatto ne decretò la morte nemmeno un secolo addietro. Anzi, nel Bel Paese, negli anni successivi alla caduta del fascismo, si è di fatto arrivati ad un atteggiamento di completo ostruzionismo nei confronti della storiografia del periodo fascista, e in particolare del suo aspetto “imperialista” che vide attuazione in Africa e nei Balcani. Esemplare in questo senso è la mancata proiezione della pellicola del 1981 “Lion of the Desert”, che rappresenta un caso interessante delle logiche che stanno dietro al processo di mancata divulgazione e rimozione che si è verificato nel nostro Paese durante il dopoguerra.

Titolo originale: Lion of the desert Nazione: Stati Uniti - Libia Anno: 1981 Genere: storico Durata: 172 minuti Formato: colore Regia: Moustapha Akkad Soggetto: H.A.L. Craig Interpreti: Anthony Quinn (Omar al-Mukhtar); Oliver Reed (Generale Rodolfo Graziani); Rod Steiger (Benito Mussolini).

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“Lion of the Desert” è il titolo del film del regista siro-americano Moustapha Akkad ( in ar. ‫ﺍﻟﻌﻘﺎﺩ‬

‫ ﻣﺼﻄﻔﻰ‬, Aleppo, 1 luglio 1930 -

Amman, 11 novembre 2005 ) in cui vengono apertamente rappresentate le politiche di repressione attuate dall’Italia fascista in Cirenaica, a partire dalle rappresaglie sulle popolazioni civili, il reticolato al confine con l’Egitto e soprattutto la deportazione dell’intera popolazione nomade e seminomade della regione in campi di concentramento dove, si stima, morirono 40 mila deportati. Le notizie dal Gebel cirenaico, dove Akkad girava i primi esterni, giunsero in Italia sollevando aspre polemiche, soprattutto quando si scoprì che a finanziare l’impresa per il 90 per cento era il colonnello Gheddafi 74 . Nonostante la produzione restasse formalmente britannica, il finanziamento che lo stato libico diede al film fu dalla stampa italiana affrettatamente collegato all’intenzione di utilizzarlo come atto d’accusa nei confronti dell’Italia. Il veto sulla distribuzione della pellicola nelle sale cinematografiche fu posto dal sottosegretario agli affari esteri Raffaele Costa alla vigilia della sua uscita nel 1982. Il film quindi non è mai stato proiettato ufficialmente in Italia fino all’11 giugno 2009 quando giunse a Roma il leader Gheddafi, poiché considerato lesivo dell’onore dell’esercito

74

Del Boca A., Chi ha paura di Omar?, Il Messaggero, 14 marzo 1983

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italiano 75 , e pregiudizievole per i futuri rapporti di cooperazione che

l’Italia stava avviando con la Libia. Secondo lo storico italiano Giorgio Rochat rimane nella nostra cultura e nell’opinione pubblica l’idea di essere essenzialmente dei colonialisti dalla faccia umana, l’italiano è buono, sicuramente ha ceduto ad alcuni eccessi ma sempre all’interno di un programma di cooperazione e di reciproca stima sia in Abissinia che in Libia 76.

Al termine della seconda guerra mondiale assistiamo nel Vecchio Continente ad un processo di rimozione delle colpe e alla creazione di una falsa coscienza “pulita” che è diventata poi base su cui fondare l’identità collettiva della intera nuova Europa liberata dagli orrori dei fascismi 77 . La maggior parte dell’Europa occupata si era adattata a collaborare con i nazisti attraverso i propri ceti dirigenti, apparati di governo e burocrazia; la Resistenza attiva era rimasta, fino a pochi mesi dalla fine della guerra, una questione di pochi (socialisti, Lannes G., Ustica 1911, il lager della vergogna, L’Unità, 14 settembre 2001: «In Germania, che pure non è tanto critica col suo passato nazista vedono nelle sale "Scindler's list", a noi italiani ci è stato negato di vedere un film crudo e veritiero nei minimi dettagli, trattasi di "Omar Mukhtar - il leone del deserto" con Anthony Quinn, Gastone Moschin, Raf Vallone che racconta la storia dei partigiani libici scannati dall'esercito savoiardo. Il liberale Raffaele Costa rispose ad una interpellanza parlamentare dicendo che "Il film non poteva essere proiettato sugli schermi italiani perché offendeva il nostro esercito".» 75

76

Rochat G. in Kirby K.(regia di), Fascist Legacy, 1989

Del Boca A., Italiani brava gente?: un mito duro a morire, Vicenza, Neri Pozza editore, 2005, p.124 77

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comunisti, ultranazionalisti). Al termine delle ostilità quindi la popolazione europea fu costretta a trovare una qualche maniera per identificarsi con i vincitori Alleati e con la fazione dei “giusti”, nelle varie guerre civili che scoppiarono nell’ultima fase del conflitto. Ognuno cercò insomma di salire sul carro dei vincitori invocando giustizia e punizione per gli altri. Ma questa sete di giustizia si scontrò presto con il nuovo assetto politico che si stava costruendo in Europa che, improvvisamente divisa, aveva bisogno di una memoria pubblica ufficiale che reggesse i diversi progetti strategici del blocco sovietico e atlantico. Da subito si decise nel processo di Norimberga che la responsabilità della guerra fosse imputata alla sola Germania, e in Italia, appena terminata la guerra, la situazione evolse molto rapidamente: in gioco c’era il diritto dell’Italia ad un trattamento diverso da quello riservato alla Germania e la pretesa di legittimare un’immagine del Paese in gran parte contrario alla guerra già prima del 1943 facendo dimenticare il consenso che in realtà il fascismo aveva riscosso sino al conflitto. A contribuire a questo piano di rimozione del fascismo e delle sue brutture andò a concorrere in maniera considerevole l’atteggiamento tenuto sia dalla classe dirigente italiana post-fascista che dai paesi Alleati nel cerare di insabbiare le prove a carico dei criminali di guerra e procrastinare quanto più possibile i processi contro questi ultimi. Il documentario, prodotto dalla BBC nel 1989 e diretto da Ken Kirby, “Fascist legacy” ricostruisce le terribili vicende che accaddero nel

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corso della guerra di conquista coloniale in Etiopia, e negli anni successivi, e delle ancora più terribili vicende durante l’occupazione nazifascista della Jugoslavia tra gli anni 1941 e 1943. In Italia, la RAI acquistò una copia del programma, che però non fu mai mostrato al pubblico, solo nel 2004 l’emittente La7 ne ha trasmesso ampi stralci.

Titolo originale: Fascist legacy Nazione: Regno Unito Anno: 1989 Genere: documentario Durata: 2x50 minuti Formato: colore Regia: Ken Kirby Soggetto: Michael Palumbo

Questo documentario costituisce un vero e proprio atto di accusa nei confronti dei tre gerarchi italiani che hanno dominato le operazioni militari durante il governo fascista nell’attuazione del progetto politico del Mare nostrum, ovvero Pietro Badoglio, Mario Roatta e Rodolfo

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Graziani. Le accuse mosse sono quelle di genocidio di massa, nello specifico durante le guerre di colonialismo in Abissinia e in Libia furono utilizzati gas asfissianti e vescicanti nei confronti della popolazione civile. In questa guerra chimica, per la prima volta durante un’operazione militare italiana, si ricorre sistematicamente all’uso dell’iprite, un gas in forma liquida che, posto in contenitori, veniva lanciato sotto forma di bomba dall’alto sulla popolazione provocandone la morte immediata 78 . L’utilizzo di questi gas letali sfidava apertamente la convenzione di Ginevra del 1926 di cui l’Italia stessa era firmataria; la Convenzione prevede la proibizione dell’aggressione con armi chimiche e promuove la cooperazione internazionale per lo sviluppo della chimica esclusivamente a fini pacifici 79 . Ma il governo inglese e quello statunitense complottarono, alla fine della guerra, per evitare ogni tentativo di processare i criminali di guerra e usando la loro influenza sulla Commissione dei crimini di guerra per respingere le richieste da parte iugoslava di estradizione dei criminali. Gli inglesi ed americani erano a conoscenza della colpevolezza dei crimini italiani ma ritennero “politicamente imprudente” perseguire tali crimini poiché il loro obiettivo era la rinascita dell’Italia, dare all’Italia un nuovo e pulito stato democratico che non avesse la macchia del 78

Kirby K.(regia di), Fascist Legacy, 1989

Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPAC), in Il trattato di Parigi. Fonte: www.esteri.it 79

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comunismo e del fascismo, violando quei princìpi dei diritti umani che pretendono di sostenere 80 .

Tutti i maggiori responsabili del genocidio in Africa hanno evitato condanne, anzi alcuni di questi hanno ricevuto alti onori dall’Italia repubblicana e democratica e, in taluni casi, riabilitati da biografi compiacenti. Nella coscienza collettiva degli italiani la pagina relativa al colonialismo è stata rimossa, ovvero sopita per anni. L’immagine degli “Italiani brava gente” risulta essere un mito davvero duro a morire. E’ questo l’anti-fascismo che la nostra cultura ufficiale e la nostra politica sono riusciti a elaborare? Si può affermare che non è certo questa la giusta direzione da seguire per agevolare l’avanzamento degli strumenti storiografici, creando le condizioni per un processo di osmosi tra ricerche su popoli ex coloniali e ricerche sulle civiltà occidentali senza continuare ad ignorare e ghettizzare un problema oltre che storico, una questione di ordine civile.

80

Palumbo M., in Kirby K.(regia di), Fascist Legacy, 1989

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Conclusioni

Successivamente la fine del secondo conflitto mondiale, nonostante la Libia avesse ottenuto l’indipendenza dai paesi dell’Alleanza, le sue vicende politiche hanno continuato ad interessare direttamente i paesi Alleati e ad esercitare un peso specifico nei rapporti internazionali tra l’occidente e i paesi della Lega araba. In particolare l’Italia, per le vicende storiche che l’hanno vista protagonista in Libia, per la sua prossimità geografica e per i rapporti commerciali intrattenuti tra i due Paesi, risulta il Paese maggiormente coinvolto dalle contingenze politiche libiche. Nell’ultimo anno l’Unione Europea è dovuta ritornare continuamente sulla questione libica, sulla scia delle sommosse popolari che hanno riguardato i Paesi dell’Africa settentrionale, Tunisia, Egitto, Algeria, dove le sommosse popolari scoppiate nello stesso periodo hanno portato alla cacciata del presidente tunisino Zine el-Abidine Ben Ali ( in ar.

‫ﺯﻳﻦ ﺍﻟﻌﺎﺑﺪﻳﻦ ﺑﻦ ﻋﻠﻲ‬

, Hammam-Sousse, 3 settembre 1936)

e di quello egiziano Muhammad Ḥosnī Sayyid Ibrāhīm Mubārak (in ar.

‫ﻣﺤﻤﺪ ﺣﺴﻨﻲ ﺳﻴﺪ ﺇﺑﺮﺍﻫﻴﻢ ﻣﺒﺎﺭﻙ‬

, Kafr el-Musilha, 4 maggio

1928). La Libia non è rimasta esente dal vento della rivolta e il 17 febbraio 2011 sono iniziate le prime violente proteste della popolazione libica, mosse dal desiderio di rinnovamento politico

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L’eredità fascista

contro il regime ormai quarantennale del presidente Gheddafi, salito al potere il 1 settembre 1969 dopo un colpo di stato che condusse alla caduta della monarchia filo-occidentale del re Idris I. La sommossa popolare è particolarmente attiva in Cirenaica, scontri giornalieri si registrano nelle città di Misurata (in ar. Ajadābiyā (in ar.

‫ﺇﺟﺪﺍﺑﻴﺎ‬

) e Tobrūk (in ar.

‫ﻃﺒﺮﻕ‬

‫ﻣﺼﺮﺍﺗﺔ‬

),

). La repressione

governativa è spietata e migliaia di libici scappano verso la Tunisia dove il Ministero degli Affari esteri italiano ha già pianificato l’allestimento di un campo di assistenza per i profughi. Tutti gli italiani presenti nel Paese sono stati rimpatriati, ma la situazione più gravosa per il nostro Paese arriva dall’isola di Lampedusa dove quotidianamente sbarcano centinaia di immigrati clandestini mandando al collasso il Centro di primo soccorso e accoglienza dell’isola, e impegnando numerose unità della Guardia di finanza e della Guardia costiera nel pattugliamento delle coste nel soccorso dei “barconi” diretti in Italia. Insomma in Italia si continua a parlare di Libia. Nell’ultimo secolo la nostra storia è indissolubilmente legata a quella che un tempo i nazionalisti definivano la “terra promessa”, divenuto poi territorio di affermazione del prestigio (o presunto tale) fascista, attualmente partner economica e commerciale di rilievo per le sue risorse petrolifere. Il debito “storico” che l’Italia paga per l’occupazione militare della Libia continua, e finché al potere resterà il colonnello Mu’ammar

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Gheddafi non risulterà mai estinto, d’altronde l’Italia ha sempre mostrato una certa dose di incertezza nella sua politica coloniale, quasi temesse di aver osato o aver concesso troppo. Il caso limite era quello di Amendola, che con una mano porgeva ai libici l’ulivo della pace e con l’altra reggeva il fucile a Volpi 81. Le conseguenze di tale ambiguità ricadono ora sui rapporti che legano Italia e Libia, la quale alza continuamente il prezzo della sua collaborazione.

Del Boca A., Gli italiani in Libia, dal fascismo a Gheddafi, Bari, Laterza, 1991, p.457 81

79


Tavola VI. La rivolta popolare in Libia contro il regime di Mu’ammar al-GheddÄ fi, particolarmente attiva in Cirenaica.

80


Dizionario delle parole arabe usate nel testo Duar (in ar. ‫ ﺩﻭﺍﺭ‬, plurale di dor), gruppo di soldati mobili

‫ﺟﻬﺎﺩ‬

Jihād (in ar.

), ogni sforzo compiuto per la causa religiosa

Mujāhidīn (in ar. ‫) ﻣﺠﺎﻫﺪﻳﻦ‬, guerriero musulmano

‫) ﺷﺮﻳﻌﺔ‬, legge canonica dell’Islām Shaykh (in ar. ‫) ﺷﻴﺦ‬, capo di una confraternita religiosa Sharī’a (in ar.

Sunna (in ar.

‫) ﺳﻨﺔ‬, regola di condotta sull’esempio delle abitudini del

Profeta Sura (in ar.

‫ﺳﻮﺭﺓ‬

), ciascun capitolo del Corano

Uadi (in ar. ‫) ﻭﺍﺩ‬, corso d’acqua a regime temporaneo ‘Umma (in ar.

‫) ﺃﻣﺔ‬, comunità musulmana

Valì (in ar. ‫) ﻭﻟﻲ‬, governatore di una provincia assoggettata all’impero turco Vilayet ( in ar. ‫) ﻭﻻﻳﺔ‬, provincia dell’impero turco Zavia (in ar. ‫) ﺯﺍﻭﻳﺔ‬, sede della Confraternita senussita Zakāt (in ar.

‫) ﺯﻛﺎﺓ‬, elemosina rituale

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OMAR AL-MUKHTĀR E LA RESISTENZA AL FASCISMO IN LIBIA