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scr ipta man ent ------------------------------------------storie di volontari / stories of volunteers


scr ipta man ent ------------------------------------------storie di volontari / stories of volunteers


Link | Book

© 2011 - Associazione Culturale Link www.linkyouth.org www.scriptamanentproject.eu Coordinamento / Coordination Mino Vicenti, Associazione Culturale Link Ringraziamo / Thanks to Birgit Atzl, Claudio Barata (aka Chob), Emma Broadhurst, Lucia Creanza, Carles Cunill, Marta Jiménez, Vincent Souries, Marion Amalie Teigseth, Jessie van Erp Progetto grafico / Graphic design Michele Colonna Composizione tipografica / Typesetting PT Serif e PT Mono – www.paratype.com, 2010-2011, RossaniStencil – Giuliano Chimenti, Silvio Lorusso, Filippo Taveri, 2008. Stampato su carta / Printed on paper Freelife Cento e Sirio Color delle Cartiere Fedrigoni Con il supporto di / supported by


Scriptamanent #2


indice

6 Introduction / Introduzione 9 Adolfo Franchi [it] 12 Annija Sprivule [en] 15 Antonio Cutro [es] 19 Barbara Woroch [en] 27 Bilel Oudia [fr] 29 Carolina Ocampo [es] 32 Céline Hergott [fr] 38 Christina Frisch [en] 41 Cristina Sghedoni [it] 47 Danila Zizi [it] 50 Davide Orlandini [it] 59 Eka Kakulia [en] 63 Erzsébet Gombköto [en] 69 Eva Kiseļova [es] 72 Fabio Mascialino [it] 75 Fenard Manon [fr] 82 Giada Milan [it] 87 Giovanna Digregorio [it] 93 Giulia Bagnara [it] 97 Ionela Dutu [en] 101 Jens Verlinde [en] 103 Jorge L.F. Colin [es] 115 Julián Arranz Sanz [es] 4


121 127 131 133 135 143 145 151 153 157 161 167 171 175 181 197 187 193 199 201 205 207 211

Julie Boénec [fr] Laura Keeney [en] Laura Mewes [en] Lidija Jularic [en] Lila Roty [fr] Luisa Intermoia [en] Maddalena Criscuoli [it] Mariana Vanetsyan [en] Marta Fernández [es] Marta Szyszko [it] Mónica Correia [pt] Meliza de Vries [en] Michael Franc [en] Miguel Candelas Marchese [fr] Milena Bodych [en] Monica Sæbø [en] Nadiya Pavlyuk [en] Oda Budny [de] Sandro Bozzolo [es] Santa Avisane [en] Servane Gillet [fr] Stefano Convertino [it] Stephan Klingebiel [de]

214 Glossary / Glossario Scriptamanent #2

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Introduction Scripta Manent , ‘written words remain’. It’s true, but we could also say repetita juvant, ‘repeating does good’. The first edition was a bit disordered and an unknown adventure, born from our intention to make people see the world of international volunteers. Too often, it doesn’t get the attention it deserves, and is relegated to ‘stuff for youngsters’. But we’re stubborn, and wanted to relaunch our attempt to value every single experience from those people who wanted to share it with us, by writing a story, a part of a diary, a reflection. This is how the second edition of Scriptamanent was born, with more stories and a plurality of languages, sensibilities and styles. It contains many feelings: excitement, discovery, nostalgia, fear, and above all a sense of growth and maturation, through comparison with others and self-discovering. This edition is of a particular value because of the coincidence with the ‘European year of Volunteering’ and is a recognition for the thousands of volunteers working around the world and their stories. Here we present a small fragment of this priceless heritage. Small, but very significant for us. Enjoy reading.

Note: It was a purpose of the editor to publish the stories in the original language because any attempt to translate them would have been a distortion. We also did not change anything of those texts written by some authors in a language different from their own. The linguistic variety in this book has to be understood as cultural richness, rather than a limit. 6


Introduzione Scripta Manent, è vero, ma potremmo anche dire che repetita juvant. La prima edizione è stata un’avventura un po’ disordinata e incosciente, nata dalla nostra intenzione di “dare visibilità” ad un mondo, quello del volontariato internazionale, troppo spesso posto ai margini e relegato ad una “roba da ragazzi”. Ma noi siamo testardi, e abbiamo voluto rilanciare il nostro tentativo di dare valore ad ogni singola esperienza di quanti hanno voluto condividerla con noi, scrivendo un racconto, un pezzo di diario, una riflessione. Nasce così la seconda edizione di Scriptamanent, con un numero maggiore di storie e una pluralità di lingue e linguaggi, sensibilità e stili. Pluralità di sentimenti: eccitazione, scoperta, nostalgia, paura, ma soprattutto un senso di crescita e di maturazione, attraverso il confronto con gli altri e la scoperta di sé stessi. Questa edizione assume un valore particolare per via della concomitanza con l’Anno europeo del volontariato, un riconoscimento dovuto alle migliaia di volontari operano in tutto il mondo e alle loro storie. Qui vi presentiamo un piccolo frammento di questo inestimabile patrimonio. Piccolo, ma per noi molto significativo. Buona lettura.

Nota: I racconti sono stati volutamente pubblicati nella lingua in cui sono stati scritti. Qualsiasi tentativo di traduzione avrebbe rischiato di snaturarli. Allo stesso modo coloro che hanno utilizzato una lingua diversa dalla propria, hanno in alcuni caso commesso errori che ci siamo guardati bene dal correggere, per lo stesso motivo. La varietà linguistica presente in questa pubblicazione va intesa non come un limite ma come un elemento di ricchezza culturale. Scriptamanent #2

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Il valore della crescita Cercai di estraniarmi dalla società e vidi ciò che la costituiva: un mondo fatto di richieste, basato sull’insaziante volontà di avere tutto. “La vita è compravendita”, pensai.

-----------------------Adolfo Franchi 20 years | Italy ►►Amicus in France, 2010

Si sarebbe disposti a tutto pur di ottenere quel che si vuole. Eppure, sono le scorciatoie, le vie più semplici, che piú facilmente smuovono la nostra passività. Ma quanto siamo disposti a dare per ricevere? Perché ci limitiamo a chiedere e non agiamo? A diciannove anni mi svegliai da questo confuso sogno e decisi di cambiare. Il volontariato mi apparve un sano compromesso, l’accordo sincero tra il desiderio di trasformarmi e un mondo esterno che chiedeva aiuto. Attraverso il progetto “Amicus”, il 10 febbraio 2010 andai a Marmande, cittadina francese, famosa per il suo pomodoro. Lavoravo in una scuola come educatore e nel frattempo facevo ricerca sul volontariato in Francia. L’iniziativa dell’Amicus era molto interessante: 30 giovani italiani venivano inviati per sei mesi in tutta l’Europa col compito di fare ricerca sul modello di volontariato del paese di accoglienza (più precisamente sul servizio civile) e, al tempo stesso, di fare volontariato. Trascorsi i sei mesi, l’obiettivo era quello di ritrovarsi tutti quanti per discutere sulla possibilità di avere un servizio civile comune europeo. La mia esperienza in Francia fu apparentemente distuttiva, nel senso che, passata l’effimera eccitazione, vissi quel che propriamente si chiama “shock culturale”. È difficile Scriptamanent #2

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ricercarne le cause, anche perché dal punto di vista lavorativo tutto andava a gonfie vele. D’altra parte, la mia spietata determinatezza si scontrava ferocemente con una sempre maggiore indifferenza nei confronti delle situazioni. Trovai le mie contraddizioni. Io, che non ho mai tollerato le persone contraddittorie. Scoprii le mie debolezze, che, da fiero ragazzetto italiano, non avevo mai rilevato. Indiscutibilmente, il problema ero io e la mia personalità in cerca di definizione. Ma mi accorsi solo dopo essere ripartito per l’Italia che la lotta era tra “Me, Myself and I”. Nella realtà dei fatti, non ci volle molto per passare dal “che scarpe inguardabili” a “odio tutti i francesi”. Poi ripensai alla mia missione. Realizzare di far parte di quella realtà mediatica che avevo tanto criticato mi lacerava. Avevo solo bisogno di nuovi obiettivi. Insoddisfatto, ritrovai l’essenza di ciò che in passato mi spinse a partire, nella speranza di cambiare. In questo modo, diedi il massimo per la ricerca, che, fino a quel momento, avevo un po’ trascurato. Al lavoro, se tutto già andava bene, provai comunque a migliorarlo, dando sempre nuovi consigli all’équipe e ascoltando meglio il mio pubblico, i bambini. Mi rivolsi nuovamente alle persone che meritavano delle scuse da 10


parte mia. Ricostruii da capo ciò che finora avevo sbadatamente distrutto. Definitivamente, quella fu l’età d’oro. Al rientro in Italia, il meeting finale dell’Amicus con tutti i volontari fu esaltante. Tante persone con tante storie diverse e allo stesso modo interessanti, pronte a discutere su un qualcosa che di fatto trascendeva le loro competenze. In definitiva, non in tutti i Paesi europei esiste il servizio civile: nel caso della Francia, esso è in via di elaborazione e, fortuna vuole, le leggi inerenti uscirono proprio nel periodo in cui io svolgevo il mio volontariato. Proprio per questa disomogeneità tra Paese e Paese, abbiamo constatato che, per ora, non è possibile creare un Servizio Civile Europeo, ma, chissà, magari tra qualche anno ne riparleremo. La mia esperienza di volontario non finisce qui, perché a Settembre 2010 sono ripartito per fare il Servizio Volontario Europeo in Danimarca – dove resterò fino a giugno 2011 – entusiasta dello sviluppo a livello personale e pratico fatto in Francia. Il volontariato è una corrente: due masse d’acqua che si incontrano, due esigenze, due volontà, due speranze. È la voglia di dare e ricevere senza prezzo; capire che condivisione è guadagno, non perdita.

Scriptamanent #2

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Between two worlds Being here, away from home, makes me often think of what home actually means to me. In my contemplation I haven’t come any further than the old, well-known truth: Home is where my beloved ones are. Because with them is where my heart lies. So my heart is now split in two: One which is in love with this country and people living here, and the other one which loves everything that is left behind. In hope to find a new place which would bless me with a feeling of belonging I have found both: This and also a great confusion which spins me around like a wild, restless tornado. Instead of arriving somewhere I feel now more then ever like living between two worlds: My home here and my home there. Every time the one half of my heart wants to give itself in to the present moment, enjoy it to the fullest, forget and not to think about what the other half has left behind and maybe even lost, I feel guilty. I feel guilty that everything here is so breathtaking and so exciting. I feel guilty that I have found people here who are dear to me. I feel guilty every time I feel happy. It seems like I have robbed not only a half of my heart but also the people from back home. The only reassurance in this case are words of a friend of mine: If you are dear to them as they are to you, they will be happy even about the tiniest part of your heart you can devote to them. I truly hope he is right. Now I know that going away from something that means a lot is easy, only if a person knows that it still will be there when they return. For me this it is my family and friends. I always have considered the joy of reunion as one of the greatest in the whole wide world. But I am also afraid that they will not be there for me when I return and when I will be ready to share my time with 12


them again. I am afraid that there will be no reunion because they might have moved on or moved away. I can’t ask them to wait for me forever. But forever is what I would like to have now. So time itself has become a surrealistic experience here. I feel the two dimensions of it, the past and the present, stronger than ever before. And present seems like a dream. Actually even more: It is everything I have never dared to dream of. It is a bliss. Because even when my spirits are down there is a star of happiness shining upon my head and within my soul. Do you know this sweet sorrow? It is easy to be happy in the new world and new home because I am new here. I am reborn. It is like having a second chance: One is prevented from making the same mistakes as in the past. Thus one can start to build new home and new self from scratch.

-------------------------Annija Sprivule 23 years | Latvia ►►EVS in Norway, 2010/2011

Every single day in this new home and inside the new self feels like two or even three. So full of groundbreaking discoveries they are! It is as they say: As soon as a person steps outside the usual and common one, they discover and learn in the speed of lighting. It is a process of triple meaning: It involves discovering the new world, discovering myself and creating the new me. And once again there is fear involved. The new me. I know that I like it and people who surround me here like it. But will THEY like it? They who are still there, in the world of my past, and whose opinion has been the most important for me since the day I remember myself? And what if they don’t notice it at all? I am afraid it might disappear for good then and never come back because it was accepted only in the new home and not in the old one. Is there a place for the new in the old? I know I am Scriptamanent #2

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new inside, but is it also outside? Will they see it? I don’t want them to see me as the person who left. I want them to see me as the person who arrived. A strange shift has showed itself: The world of back home should be my consolation and my support. It should be my warm and cosy place where to return to, where to crawl up in a ball and sleep the brumal sleep while wicked winds of the new and scary world are blowing outside. But it is not. It is like Poltergeist following me wherever I go and stepping on my toes, wanting me to pay for my past sins. And yet I can’t deny that this Poltergeist means the world to me. In truth I don’t want it to leave. It is big, erie and yet comforting. It reminds me of all the choices I should have made but have not. It reminds me of all the good, loving words I had in mind and on the tip of my tongue but I haven’t said out loud, certain that it knows how I feel about it. It makes me aware of these words and feeling now more then before. And I cherish them. It reminds me of all the silent glimpses filled with love I have caught throughout the years. So yes, I don’t want it to leave, yet I wish it would step back and let me be at ease. I assume that now I know how a soul that is doomed to wander between the Heaven and the Earth feels like. It is confused as am I, living between these two worlds.

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La tazuela viajera Querida amiga! hoy es mi último día de trabajo y, supuestamente, mi último desayuno aquí. Quizás aun recuerdes cuando mi cara y la de mi compañero morito aparecían por aquí. ¿Te acuerdas? A lo mejor no. Ya hace una vida que nos conocimos. Ya sabes lo que me gusta, por la mañana y por la tarde. Ya sabes que trabajo en la investigación, aunque sea una media mentira. Por cierto todo el día busco cosas a las que, todavía, ¡no he encontrado el sentido! Somos los amigos de la sonrisa de los buenos días. Amigos de mirada. Amigos del bar, que lo dice casi todo. Cuando el cielo es oscuro y la mañana necesita aun bastante para llegar, tú ya estás trabajando. Desde las seis y media de la mañana mucha gente aparece por allí, cada uno a su hora. Como muñecos recortados de cartón, se alternan uno tras otro con sus pedidos y sus caras, tal vez alegres, tal vez problemáticas. Tal vez, simplemente dormidas. Entre tantos muñecos que huelen a pan se esconde esta historia, que a lo mejor… te suena.

-------------------Antonio Cutro 30 years | Italy ►►LdV in Spain, 2010

El primer día de trabajo es un doble bautizo. Tu esquina y tu mesa, protagonizarán las horas de producción y tu bar, las del merecido relajamiento diario. La mesa y la esquina no la elegí, ni tampoco el bar. Simplemente, por casualidad, me quedé con “el bar de enfrente”. Casi inmediatamente, después de la primera tostada con jamón, me enteré que en este bar, dirigido por la voz firme de una mujer severa, había una señorita que velozmente se deslizaba entre tazas y pedidos pendientes. Me encantó verla trabajar y fijarme en todos los pequeños e imperceptibles movimientos de su cara, mientras que las manos, adobadas por tazas y cambio, batían el aire. Apoyándome en la barra exterior, en las mañanas Scriptamanent #2

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generosas de un calientito noviembre sevillano, entré en el listado de los clientes. Entramos yo y mi colega egipcio Sameh. A veces, la veía descansar unos segundos apoyada a la maquina del café, entretenida con el chorro negro y caliente que llenaba el vaso. A veces, por desgracia, no estaba y la gente sentada fuera en las mesas parecían hojas marchitas en la sequía. Hablaban con sus caras tristonas y voz descolorida. El día siguiente, antes de asomarnos a la ventanilla del pedido, Sameh y yo, mirábamos la gente: si estaban felices y hablaban agitando las manos, pues ella estaba. Si no, de nuevo se planteaba la posibilidad de un día triste y gris. La mayoría de las veces, su perfil menudo aparecía de atrás de sus colegas en su camiseta roja y sus vaqueros azules. El boli en el bolsillo de atrás. Sameh me miraba alegre ¡Hoy está, la gente es “felis”! Y nos poníamos de buen rollo a esperar el momento del pedido. Lo peor era que ella se quedaba al fondo del lienzo y todo se pintaba de colores trágicos con la aparición de la mujer de acero, enorme, en la ventanilla para los pedidos del exterior. Inútil decir que la cara y el acento moro de mi amigo no le caían nada bien y siempre, el pobre Sameh tenía que repetir su pedido en un atmosfera de terrorista arrepentido. Para la dueña y señora del cuarto Reich no se admitían cambios. Lo de siempre es lo de siempre. Cambiar necesita energía, y ella no tenía ninguna gana de gastarla. Inútil pensar demasiado. Habría decidido ella en cualquier caso, echándonos encima su mirada afilada. Detrás de sus gafas se vislumbraba su belleza pasada, enterrada por esta repetida cotidianidad a la cual ella le había voluntariamente puesto el nombre de “vida”. Me hacía gracia verla siempre enojada y cerrada al buen vivir. Ni una sonrisa. Ni un chiste. Simplemente siguiendo su código de trabajo. Reglas esculpidas en la roca. 16


¡DO’MOLLETE…Y UNA MEDIA DE QUESO FUNDIDO CELINA! Ladraba con voz penetrante, un taladro que llegaba hasta la esquina mas escondida de la cocina, donde vivía Celina, la tostadera. Por cierto, estos momentos difíciles de contacto con la jefa duraban muy poco y nosotros dos, pobres extranjeros, podíamos sentarnos tranquilitos frente a nuestros desayunos. Las mañanas en las que asomarse significaba no caer en la trampa de la jefa pidiendo lo más rápidamente posible eran las que, para atenderte, estaba mi camarerita, espejándose en la felicidad que salía de los que estaban sentados al exterior. El rocío perfumaba el aire, encontrándose en su primero rayo de sol. Nos lanzaba un ¿Qué os pongo? dejando que su sonrisa se expandiera a lo largo de sus rasgos. Entre su pregunta, y cualquier otro sonido pronunciado por mi boca… un pozo sin fin. Un mar de dudas y posibilidades que colgaba a medias entre la realidad y los sueños escondidos. Ojeadas furtivas. Un viaje con los indios paraguayos dibujado por un lápiz morenito. Instantes robados a la espera para dilatar el placer de tenerla en frente, atendiéndome, sin que nadie hubiera podido disuadirla de esta tarea. Saboreaba cada partícula de aire que nos rodeaba, intentando alejar el momento en el cual tenía que declarar mi rendición: ¡Una entera y un cortado por favor! Y ya había desaparecido para cumplir su trabajo, dejándome a la espera de nada en concreto, sino la comida. El pan crujiente desaparecía rápidamente y mi colega, se reía sorprendiéndome atisbando hacia la barra, más allá de la ventanilla. Lanzaba migas a los pájaros, compartiendo con Sameh y con ella, el placer de ver estas criaturas luchar por algo tan insignificante. Scriptamanent #2

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Intentaba informarla con miradas al mazapán, enterándome que no era posible, demasiadas cosas nos dividían. Si las contamos y las ponemos alineadas en el suelo, las tazas de café que has preparado llegan hasta al último cabo de Portugal amontonándose en la playa bajo el acantilado. Entre ellas, una tazuela viajera. Muy pronto se montará en un barco y cruzará hacia el oeste, enlazando las promesas del mundo nuevo con las mohosas certezas del mundo viejo. Los pájaros seguían la lucha sin fin y ella, añadía otra tazuela a la cola.  Hoy, en mi último día, con la cara apoyada en mi tacita de café cortado, me dejo mecer por tus movimientos ligeros y recuerdo, mezclándolas, todas las fracciones de parloteo entre nosotros. Nada importante para nadie, aparte para mí, que las guardo todas como perlas preciosas, en una cajita nombrada “Sevilla”. No he tenido nunca el valor de invitarte a patinar o a dar una vuelta por el parque. Habría podido sacar una flor de la manga y ofrecértela, sin pensar en las risas de tus colegas al ver la escena. Lo siento, ese valor no lo he tenido. Pero si he tenido el gusto y la felicidad de escribir esto para ti. Así que la próxima vez que veas una chispa, aun que sea muy pequeña, ¡te alegrarás que algo está pasando! -------------------------------------------------------------------Antonio Cutro, nato il 14 ottobre 1980, residente a Potenza, ha partecipato ad un progetto Leonardo da Vinci a Siviglia (Spagna) tra settembre e dicembre 2010. Con la storia La tazuela viajera ha vinto la seconda edizione di Scriptamanent. 18


My EVS in Russia Introduction I have always been interested in Russia and a plan to go there has always lived independently somewhere back in my mind. So, after the graduation, when I asked myself this fundamental question “What do I want from life NOW?” there was only one possible answer. Three months later I entered the office of NGO “One World Association” in Poznan. Agnieszka, my best coordinator ever, who has known me earlier, wasn’t surprised that I wanted to go to Russia. “Can you find a project for me”, I asked. “I have to go to Russia.” After three weeks I knew that I was accepted, I would live and work in Nizhny Novgorod for nine months and take part in a project “Konkort”, working with mentally disabled youngsters. At that time I was simply happy.

-------------------Barbara Woroch 25 years | Poland ►►EVS in Russia 2009

Moscow, Russia, 14th of February The train is slowly reaching the station. I’m standing in the corridor with my suitcase (20 kg), a rucksack (15 kg) and a handbag (10 kg?). It’s hot. It’s very HOT. What’s more, I have a down jacket on me, have just spent last 24 hours half asleep and I’m holding two tons of luggage. But I feel nothing, but an enormous excitement! My dream is actually coming true right now. Stepping out of the train onto Moscow’s station and realizing where I am makes my mojo going crazy. Russia, the middle of the winter, plenty of snow, minus 30 degrees, murky streets and gloomy people. Well, not really. The middle of the winter in Russia – yes, but nothing more. BOOM! The 1st stereotype about “the real Russian winter” melts together with the snow melting under my feet on Moscow’s streets. Scriptamanent #2

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There is a few degrees over zero, muddy pulp on the sidewalks and I start seeing the reality in the sequence of pictures: colorful neon signs, people running back and forth, chic ladies wearing furs and high heels, Asian-looking like men squatting on the sides of pavements, packs of skinny homeless dogs, black limos with dimmed windows and sirens on the roofs, small shops one next to another with fronts covered by one million types of beers, cigarettes and bread. Going down to the metro station on the unusually steep and precipitous moving stairway I’m nervously clutching the handrail being sure that if I release it I will fall down, or rather fly down. Moscow smells differently than any other city I‘ve visited before. Is that air pollution, a mix of smells of fumes, hot food sold on the streets and snow or only my feverish imagination? Nizhny Novgorod, Russia, 17th of March The Library of Sormovo as lots of other nice places in. Join last raw Novgorod is hidden behind a big, depressing, grey, steel door. But when you open it you find yourself in a warm, bright, clean and calm place full of quiet children and smiling, nicely rigid ladies. It’s definitely a good place to start up my project! Youngsters from Konkort are gathered in the conference room. I’m nervously trying to prepare myself mentally for the presentation about Poland I made. The group consists of young people and their parents. I don’t know anything about their illnesses except the fact that they are more or less retarded and between 18 and 33 years old. For that moment they are already a bit bored, waiting for me to entertain them. I’m starting… But at the same time a skinny, dark haired boy suddenly runs into me, hugs me and starts talking to me stammeringly and very fast. All I can understand is that he is repeating my name every 3rd word. I hug him back, immediately forget about stress and let him accompany me during the presentation. Do I have to say that after this significant, literally 20


ice-breaking moment initiated by Vova everything goes well? After the presentation we draw a Wawel’s dragon and made Russian and Polish flags from ribbons. I hadn’t noticed when the parents left, forgot about my fears if I’d manage the group, if I’d be able to communicate with them, if they accepted me… [They accepted me although it wasn’t so natural for everyone of them as it was for Vova and it took some time. But after a few weeks I could only say that one of the biggest advantages of my project was the connection I got with the youngsters from Konkort. They supported me and made me feel that they really needed me. There was no better motivation to work than this.] Nizhny Novgorod, Russia, 13th of April I’m sitting in marshrutka on my way to the office of my hosting organization – Sfera. Marshrutka is one of the most significant phenomena of Russia. It’s a kind of a small bus, very retro. So retro that often you can see strange open valves or parts of the bus that you have an impression don’t really belong to that vehicle. There are always a lot of people inside. And it’s extremely hot, especially during winter when the heaters are on. You can buy tickets from the driver or a conductor. The driver usually listens to extremely loud music – popsa (Russian version of pop) or chanson (it’s hard to describe it… romantic, kitschy love songs for people over 40). The place where he sits is usually customized with colorful mascots, flags, posters, ribbons, badges etc. I have always liked marshrutkas. Like in most cases in Russia, you never know what would happen after getting in…  After an hour of a crazy ride, after passing a bridge over melting Volga and Oka rivers we finally reach the center, where Sfera office is located. I have to book the tickets to Finland and need someone to help me. Three months will pass soon and unfortunately I need to renew my visa (and it’s easier to get Finland than Poland to do that). Scriptamanent #2

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Visa means barrier, visa means frontier, visa means an effort, time and money you have to waste to enter Russia. Even if you get the reimbursement for the costs, even if the visa trip is an adventure, it’s still a frontier– literally and metaphorically. I have always had the impression that cooperation between Russia and other countries, especially on the youth exchanges level could be much easier if there were no visas. Anyway, as we (young, beautiful and experienced in international volunteering/exchanges) can’t really change visa procedures, we can work on international relations by talking and communicating on a personal level. What Russia learned me is that it’s absolutely priceless to TALK to people, to ask and to listen to them. It doesn’t matter if you are talking with a student of a good university, a bus driver, an old lady met on the street, a young businessman or a rock star. The real knowledge about a country you are in comes from them. It works for both sides. Even if it’s annoying sometimes, you are always an ambassador of your country while being abroad. Many times I was “first Polish girl they ever met” not only for the Russians but for some people from the other countries as well. And willing it or not I represented my country, because I knew I’m perceived as a girl from that particular part of Europe. It wasn’t very unpleasant though if it turned out that I helped some people getting rid of negative, murky stereotypes about Poland just by being myself. Helsinki, Finland, 3rd of May I’m staying in front of the Russian embassy in Helsinki with my friends (also EVS vols). We have just learnt that they gave us visas to Russia for only six weeks, instead of 12. A quick call to Sfera. One million quick thoughts. Anxiety. Is this adventure really going to end just because of some moody clerks from the embassy? Sitting outside a Fazer cafe, drinking coffee and nervously swallowing big pieces of a croissant I’m surrounded 22


by bags with clothes and shoes (reaction for stress – shopping). It’s the beginning of spring. I feel cold wind and harsh sun on my face and I can’t stop thinking that instead of calm, clean, relaxing Finland I’d love to come back to Russia. Right now. Popovichi, Ukraine, 20th of July Could there be a better place to spend a lazy, romantic holidays than the Ukrainian countryside? I don’t think so. I’m inside a village shop, drinking delicious cold квас (a non-alcoholic drink, something between coke and beer) and biting семечки (roasted sunflower seeds – the fun is to take them out of the husk using your teeth and eat afterwards). I’m the part of a team preparing international open air art festival – Fort Missia. It’s taking place on the Polish – Ukrainian border in the ruins of an old Austrian fortress from the 1st WW. The aim is to show to the world how beautiful and interesting this unknown part of Ukraine is and commemorate the three nations’(Ukrainian, Polish, Austrian) heritage. I was “sent” to Ukraine because I had to leave Russia thanks to too short Russian visa from Finland. Sfera figured out that combining my vacation with a project in Ukraine is the way to deal with my unexpected “expulsion” from Russia. I have always had a good communication with my hosting organization and if I needed something they were always eager to help me. I always felt backed up by them while being in Russia. Kerzhenets, Russia, 26th of August Coming back to Russia after a break was difficult. My EVS friends left and Sfera was awaiting a new shift. My Russian friends were on vacations as well were the youngsters from Konkort. I got a proposition to join them on a summer camp in Kerzhenets, what I did. My group welcomed me as an old friend which was touching. They treated me more as a sister and sometimes as a lost and little limited sheep, what is totally understandable for Scriptamanent #2

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a foreigner being in such as big and diverse country like Russia. And I’m not being sarcastic here. In Kerzhenets, in the middle of nowhere, in a forest next to the lake, with only one village in the neighborhood inhabited by mysterious Old Believers, I realized how I missed my pupils and had time to carefully plan my last three months in Russia.  Nizhny Novgorod, Russia, 10th of September Someone told me that there are around 100 theatres in Nizhny Novgorod. How is that possible for the city of 1,5 million people? And how many concert halls, museums, galleries etc. does Nizhny have? I can tell you – A LOT. Dasha is my best mentor ever. She organizes valuable and interesting time for me, not mentioning hours spent over a cup of coffee talking about everything – Russian celebs, politics, the newest love affairs of the most popular oligarchs, ethnic conflicts inside some Russian republics, the new exhibition of the modern art in Moscow etc. We just left the theatre after a play “King Lear”. It was absolutely genius, overwhelming with a bunch of feelings and thoughts provoking. The actors were extraordinary, the performance modern and sophisticated and the audience full of respect and gratitude towards the artists. In Russia I could almost physically feel the esteem and admiration people have for the art – doesn’t matter if they are rich or poor, well – educated or not educated at all… Izhevsk, 18th of October Izhevsk is the capitol of the Republic of Udmurtia and the hometown of Mikhail Kalashnikov. I’m making one of my dreams come true by following the tracks of Daniel Kalder (author of “Lost astronaut”) who travelled around the not very well known republics of European part of Russia. Visiting overwhelmingly modern museum of Kalashnikov, having fun in a shooting gallery in the undergrounds of that museum, 24


getting to know about udmurtian culture and language (ugro – finnic) and tasting traditional food prepared by grandma of my Russian friend made me almost forget about the fact that my EVS is going to the end. Nizhny Novgorod, 31st of October I had my last day at work today; got last hugs from Konkort’s youngsters and gifts made by them. I received a few dolls called “bereginia”. As I was told as they were prepared especially for me and have something in common with the goddess of protection and safety they will always keep me out of trouble. I couldn’t speak… And I couldn’t believe that it was my last day in Nizhny Novgorod. I had my goodbye party that evening. I tried to pack during the night after but finished by throwing my clothes all around the room, almost putting my rucksack out of the window, wanting to kick someone or something. My EVS was over. My closest friends were with me being patient and supportive. I couldn’t believe that I’m leaving them, Russia, my job, the system I’ve created, places I’ve got used to, plans I’ve made… The end The decision to become an EVS volunteer and to go to Russia was one of the best decisions in my life. The experience I got there was priceless. It taught me to notice not only black and white colors, as there are many shades of grey as well. I can’t say that all stereotypes I had about Russia magically disappeared, but many of them did. I got to know Russia as a foreigner in two aspects: as a Polish girl (by spending time only with Russians) and as an European girl (by being part of a group of international vols). EVS showed me as well how to enjoy the moment, how to catch the while. Life in Russia was very intensive. Sometimes you could only say ‘yes!’to all your intuitive impulses and be curious where they lead you. Having that motto in my mind I spent Scriptamanent #2

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absolutely nine great months in Russia. I also learned something that since then has kept me from staying in one place for too long – the more you experience the less you are sure about the world and the more you want to see, touch, taste, get to know and feel‌

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Une experience extraordinaire

----------------------Bilel Oudia 23 years | France ►►Amicus in Italy, 2010

C’est avec un grand plaisir que je vous ferai part de mon volontariat! Ayant eu l’idée de m’engager depuis quelques temps, ce fût le 6 mai 2010 que mon aventure amicus avec Itinéraire International commença, pour une durée de 3 mois. C’était la première fois que je partais seul loin de chez moi, loin de mes proches! C’est avec une jeune volontaire Toulousaine (Myriam) que j’ai partagé cette expérience dans la ville de Savone dans le nord de l’Italie en région Ligurienne. cesavo, une association de volontaires en Italie nous a accueilli et s’est très bien occupé de nous. David, notre coordinateur est une personne vraiment formidable, il a toujours était là pour nous et a fait en sorte que l’on se sente chez nous dès notre arrivée, c’est d’ailleurs lui qui s’est chargé de nous trouver un appartement ainsi que deux vélos! Nous avons travaillé avec 3 associations différentes: aias: un centre pour personnes handicapés avec qui nous avons faits plusieurs activités, sorties à la mer… caritas: une association où des personnes en difficultés peuvent venir manger! Nous les aidions à servir les repas, ranger et nettoyer, à discuter et faire quelques jeux avant l’heure des repas. La Bottega Del Mondo: c’est une petite boutique du commerce équitable. Nous étions un peu comme des vendeurs polyvalent et ça nous permettait de parler la langue du pays. Les personnes rencontrées dans ces associations étaient vraiment très gentils et avez beaucoup de cœur. De plus nous nous sommes faits plusieurs amis, que ce soit au travail ou en dehors du travail, avec qui je garde toujours contact. J’ai même eu l’occasion à deux reprises de travailler à Gênes pour une grande foire du commerce équitable avec la Bottega Del Mondo. Evidement en dehors de notre temps de volontariat nous avons aussi profité de la mer et profité de visiter Scriptamanent #2

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d’autres villes tel que Pise, Florence, Gênes… et toutes les petites villes autour de Savone! Au bout d’un certain temps, je me suis aperçu que je commencé à parler italien, pas parfaitement bien sûr, mais c’est-à-dire que tenir une conversation avec un italien était devenu possible! Notre retour en France a eu lieu le 6 Août 2010. Se détacher de tout le monde fût une étape assez dur, mais bon ma famille me manquait beaucoup aussi. Pour terminer, je tiens à préciser que je retiens vraiment que du positif de cette magnifique expérience, et j’encourage vraiment toute personne qui voudrait partir et s’engager de le faire!

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My experiencia

-------------------------------------Carolina Ocampo 24 years | Spain ►►EVS in North Ireland (UK), 2009/2010

Me llamo Carolina y tengo 24 años, mi experiencia como voluntaria empezó de una forma un poco extraña. Hacia dos meses que me habia registado en “Paideia” una asociacion que trabajaba con programas de voluntariado europeo. La verdad no creia que me fueran a aceptar en ningun proyecto por tener una discapacidad en los brazos, pero yo me registre, quizas tendría suerte. Asi fué¡ un dia me llamaron de la asociacion preguntándome si podria irme en dos semanas a Irlanda del Norte, el chico que iba a realizar ese voluntariado se habia puesto enfermo y necesitaban un substituto con urgencia. Obviamente dije que si. Tras dos semanas de locura preparando papeleos y maletas estaba en el aeropuerto despidiéndome de mi familia y mis amigos. Iba a estar 12 meses trabajando en Belfast con personas con discapacidad visual. La despedida fue durisima pues estaba muy unida a mi familia y mis amigos y la idea de pasar tanto tiempo fuera era muy dura, pero no podia desperdicidar una oportunidad tan grande, sabia que nunca mas iba a tener esa oportunidad. El viaje fue horrible, tenia muchísimo miedo a llegar alli y que no me aceptaran por mi discapacidad y me mandaran de vuelta, a no ser capaz de realizar bien el trabajo, incluso tenia miedo a no ser capaz de desenvolverme sola por el aeropuerto con mi maleta de 20 kg. Pero no fue así, todo fue perfecto, llegué a Irlanda y allí me estaban esperando otros voluntarios y mi supervisora. Los primeros dias de trabajo eran duros, el idioma era super complicado y era incapaz de entender el inglés-irlandés. Me mandaron a un curso de inglés y los demás voluntarios me ayudaron muchísimo asi que en pocas semanas hablaba ingles Scriptamanent #2

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sin dificultad. Tambien echaba muchisimo de menos mi casa, mi familia y mis amigos pero con el paso de las semanas me fui acostumbrando a la nueva casa, la nueva cuidad y mi nueva familia de voluntarios. Ahora tenia dos familias, la española y la irlandesa. Mi trabajo en campamentos y actividades con adolescentes con discapacidad visual era increible, por primera vez en mi vida me sentia como los demas y mi discapacidad no me prohibia hacer nada, jugaba con los niños y sus padres los dejaban a mi cargo sin preocuparse, era una mas, una voluntaria mas que realizaba el mismo trabajo que otras. Ibamos de excursion, hacia trabajos de oficina, iba al zoo con los niños, haciamos canoa y escalada, etc… Ir a trabajar era gratificante, me sentia comoda y querida, y cada dia aprendia mas y mas. Pero lo mas importante de mi experiencia como voluntaria no ha sido el trabajo que he realizado sino la experiencia de haber convivido con otros voluntarios de paises diferentes. Cuando llege a Belfast tenia muchisimos estereotipos y me he vuelto con una lección que jámas me habrian enseñado en el colegio o en cualquier otro lugar. Allí convivía con voluntarios de Francia, Alemania, Portugal, Italia, Hungria, Austria, Armenia, Turkia, Irlanda etc… Aprendí muchísimo sobre todas sus costumbres y tradiciones, aprendí a aceptar y entender distintas relegiones y lo mas importante, gané amistades que jamás olvidare. En la mitad de mi año de voluntariado me puse enferma y tube que regresar a mi pais para que me atendiera un medico, ya que en Irlanda no eran capaces de diagnosticarme algo, gracias a Diós no fue nada. Antes de poder viajar a España tube que esperar unos dias en Belfast hasta arreglar lo del avión. En esos días, a pesar del dolor que tenia en una pierna, he vivido unos de los momentos más felices de mi vida. Todos los voluntarios que en ese momento estaban allí conmigo se volcaron totalmente, me animaban, me daban cariño, me ayudaron con los papeleos para volverme, hasta me hacian tartitas y me traian chuches porque sabian que soy una golosa. 30


El ver a esas personas que apenas me conocian de unos meses realmente preocupadas, llorando pidíendome que volviera pronto con ellos, dándome toda su energia y su amor fue lo más bonito que me ha pasado en la vida.Allí encontre amistad y amor verdadero, ver a personas de diferentes culturas y tradiciones, con pensamientos totalmente distintos unidos en una misma causa fue increible, me hizo ver que con chicos como aquellos el mundo algun día cambiará para mejor. Ya he acabado mi voluntariado pero sigo en contacto con todos mis compañeros y siguen ayudándome en mi día a día y aunque muchos de ellos están a miles de km de distancia siguen mandándome su amistad y su amor, aunque sea por email y carta, siguen a mi lado. Mi experiencia como voluntaria ha sido la mejor experiencia de mi vida. He viajado a un pais nuevo, aprendido a vivir y desenvolverme por mi misma, a desempeñar un trabajo, aprender un idioma, conocer gente nueva y disfrutado de fiestas como cualquiera chica de mi edad. Pero lo mas importante ha sido el cambio personal, mi mentalidad ha cambiado absolutamente, cuando llegué a allí era una niña con ganas de pasarmelo bien y me volví con más conocimientos y miles de proyectos de futuro, he crecido a nivel personal tanto en autonomia personal como en habilidades sociales, creo que en esos meses fuera he madurado. Recomendaria a todo el mundo que tenga la oportunidad de participar en el programa de voluntariado europeo, sin miedos, sin prejuicios… porque es una experiencia INCREIBLE, alucinante y super gratificante. Yo si se pudiera repetir diria que sí sin duda. Muchas gracias por esta oportunidad y gracias a los voluntarios que estaban alli conmigo, aunque estemos lejos ellos saben que viven conmigo!

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Echantillon d’humanité en toute humilité Volontaire: maillon greffé, rouage d’un mécanisme déjà bien huilé, le volontaire donne de son temps et de sa présence, à la satisfaction de ses envies, au service d’une communauté. Le volontaire y met son grain, se glisse entre les mailles d’un système tissé de toute part, à lui de trouver sa place, à part entière, une valeur ajoutée à fructifier, distincte et originale dans son rôle et dans sa fonction. Une définition évasive qui permet une certaine liberté d’action, ni ancrée dans un formalisme de tâches pré-définies, ni soumise à une autorité hiérarchique. La valeur philosophique du travail en tant que mission (…) reprend tout son sens. Son manque de description détaillée, de visibilité dans les politiques de jeunesse, empêche une description claire et simple de sa place dans la structure, il peut tout faire à la fois, compléter les activités des autres, en trouver d’autres, il s’essait à tout, il requête, s’informe, enquête, recueille. Choisir de donner de son temps, vouloir se consacrer à une cause, quel quelle soit, celle des autres, selon des choix personnels. Choix: le fait qu’une décision devienne personnelle. Le fait de trouver une décision personnelle à prendre et à tenir Le choix est une denrée rare en milieu professionnel; Milieu professionnel: milieu où le choix des décisions revient à l’échelon hiérarchique le plus élevé. S’impliquer dans un engagement sincère, désintéressé de toute ambition arriviste, de toute récompense financière, le mérite se tient à sa propre valeur humaine, et non au seul critère reconnu aujourd’hui, celui d’un nombre à virgules, incertaines trace d’encre qui peuvent entacher toute une vie, à mesure qu’elle se balance, de gauche à droite, d’un chiffre à l’autre. Etre volontaire, c’est le rester à vie. Une fois qu’on y a goûté, on 32


-------------------Céline Hergott 27 years | France ►►EVS in Spain, 2010

ne s’en lasse plus. Nombre d’entre eux veulent le rester, car en tant que volontaire, la marge de manoeuvre est paradoxalement plus large. S’offre au volontaire la possibilité de réaliser ce qu’il aime, de produire des actions qu’il aura choisi en concertation avec une équipe, de s’approprier toutes les étapes de son projet comme émanant de ses propres envies. La fonction du volontaire, variable et modifiable à volonté, peut donc s’étendre, s’élargir, mué par un nouveau souffle, cet élan comparable à celui de l’enfance, quand, investi d’une force nouvelle, le monde nous appartient, et c’est avec lui qu’on veut agir. Puis les années passent, on n’agit plus, l’action appartient aux plus jeunes, on ne fait que réagir, une opinion sur tout, un tout comme opinion, généralisante pensée qui ralentit, freine, stoppe puis paralyse jusqu’à effacer de toute mémoire, le souvenir même lointain d’un sourire rendu pour un service offert. Le volontaire européen mué par la liberté de mobilité, géographique et professionnelle, se gorge d’expériences nouvelles, de rencontres enrichissantes, découvre les facettes d’un monde humain, auparavant insoupçonné. Il est attendu, accueilli dans un nouveau cadre, à la fois surprenant et original, qui en devient vite familier. Une place lui est déjà destinée, il pourra alors y jouer un rôle différent de celui auquel il a toujours était cantonné. Prendre en main sa vie, la chercher, ne cesser de la chercher, à l’angle de la rue, au coin d’un carrefour, à l’entrée d’une nouvelle ville, en sens inverse ou tout azimuts. Prendre en main sa vie ou la rattraper aux pas de course. Du vague à l’âme aux ondes de choc, à chaque instant sa secousse, chaque vie sa suspension. Sa personnalité en formation se nourrit de découvertes permanentes qu’il vit au quotidien, à différents degrés, de l’exceptionnel aux petits riens ordinaires, il acquiert ce don de curiosité, jouir des moindres plaisirs, rechercher l’inattendu, repenser Scriptamanent #2

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sa vie, se forger un arsenal d’outils et de facultés, propres à l’épanouissement personnel et l’accomplissement professionnel. Sa grille de lecture du monde est enrichie, ses critères et codes de conduite se complètent d’autres dimensions humaines. Le temps lui est accordé de repenser sa vie et la place qu’il veut y jouer. D’autres perspectives s’ouvrent notamment celle de la liberté de mouvement qui éveille en lui toute une gamme d’opportunités; à peine arrivé, il recherche déjà les moyens de réitérer ce genre d’expérience, de partir une nouvelle fois pour vivre à nouveau ce qu’il n’est pas prêt d’oublier. “Je me souviens de ce bâtiment derrière le jardin des vestiges, des ruines et du jardin laissé là à l’antique, à l’angle de ce carrefour des plus modernes, laissé là à la volonté des automobilistes de ne pas ralentir pour voir ce jardin resté là à la vue des passants. Puis ce centre d’art, bordé par un café, j’aurai voulu y entrer, j’aurai du répéter ces journées”. Il nous faut de la volonté, des raisons pour y repenser, un rien pour s’en souvenir. Vivre dans le passé multiple, passer d’une époque à une autre, il y a quelque chose de rassurant, paisible, le passé n’est plus, plus rien ne peut s’y passer. Des anecdotes consolantes, d’autres encore présentes, tiens je m’y revois encore, ce jour dernier qui aurait pu être la veille au soir. Etre volontaire, c’est se nourrir de souvenirs, de moments partagés encore longtemps après, c’est combattre l’ennui et la solitude, c’est redonner corps et raison aux relations humaines, à la rencontre d’un instant, qui par son caractère interculturel, s’enrichit d’anecdotes croustillantes, de points de vue et de perceptions diverses, sur le monde et les hommes. La recherche de l’autre, la connaissance de l’autre s’établit de façon naturelle. Un peu réservées au début, les conversations prennent des formes débridées par la suite, s’approprient tous les sujets sans autre volonté que celle de découvrir. Les grilles de lecture qui définissent l’individu sont variables 34


d’une culture à l’autre, d’un pays à l’autre. L’autre nous apparaît alors selon nos propres critères, notre bagage culturel et sociétal. On ne juge qu’à travers ce qu’on connaît. Il en advient quelques petits malentendus, incompréhensions dus à la méconnaissance de l’autre culture et de ses moyens d’expression, comme le langage, verbal et corporel. Cependant ces petits ratés, qui en réalité n’en sont pas s’ils sont nommés et reconnus, viennent enrichir les discussions qui tourneront autour de la langue (un simple mot décrit, décrypté, autopsié sous toutes ses formes peut enrichir de longues discussions), autour des pratiques culturelles et bien d’autres thèmes. Les sujets sensibles susceptibles de susciter mécontentement et refus dans notre société seront débattus avec moins de formalisme et de rigidité. La religion ou l’immigration en sont des exemples. Le fait de ne pas appartenir à une même société changent nos codes et nos rapports, nos jugements de valeurs s’en trouvent ébranlés. Les grandes lignes sont souvent les mêmes, issues en majorité de la religion chrétienne, mais nombreux sont les aspects particuliers à telle ou telle culture. Tout en aspirant au même destin, celui d’être heureux, tout en ayant les mêmes préoccupations sur l’avenir, on perçoit le monde et l’autre différemment. La rencontre interculturelle freine les élans de nationalisme, les idées arrêtées et les jugements hâtifs. Ces différences culturelles sont si nombreuses qu’elles ne peuvent être combattues car faisant partie d’un ensemble, elles en sont sa substance vitale; s’en suit une tolérance de fait dans l’acceptation de l’autre et de sa diversité comme repère de notre propre culture. La fierté de notre culture, loin de toute acceptation nationaliste, peut alors s’afficher dans toute sa splendeur. Les préjugés et stéréotypes dont nous sommes tous nourris reflètent un rapport à la différence dénaturé, qui se réduit à une image négative et souvent burlesque de l’autre, perçu, aux premiers abords, comme habitant d’un pays, puis comme membre Scriptamanent #2

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d’une culture et enfin, si le temps et le hasard nous le permet, comme personne singulière. La différence nous apparaît marginale, nous préférons l’isoler dans des catégories, des dénominations, pour mieux la soumettre, soumission qui n’a d’utilité que sa faculté de rassurer des peurs communes éveillées par la figure de l’étranger. Nous en avons peur, mais pourquoi? Du souvenir des invasions barbares? qui se traduisent de nos jours par les débarquements massifs d’immigrés dont les images, pris d’assaut par les médias, insufflent crainte et méfiance au sein de la population sans même y apporter une once de compassion et d’empathie. Nous avons grandi dans la conviction que notre espace doit être défendu, qu’il n’y a pas de place ni de ressources pour tous, Que seuls les plus méritants ont le droit au bonheur. Selon quels critères? Dans la rencontre interculturelle, tous ces critères, auxquels on se conformait sans distance critique, sont remis en question. D’autres viennent les compléter, les contredire. Toutes ses différences empêchent la proclamation d’un ordre supérieur, d’opinions-vérité, de savoir-faire et savoir-être dominants. Il n’y a plus de culture dominante, une et unique. Le paradigme actuel réside dans la diversité culturelle qui fait partie de chacun de nous. Etre volontaire, c’est être prêt à briser toutes ces certitudes, connaître des états troublés qu’amènent les réflexions et prises de conscience vécues lors de telles expériences, c’est accepter de se former à nouveau, c’est oublier tous ces acquis et connaissances qui faisaient la force de sa personnalité, pour en devenir vulnérable, instable mais bien plus ouvert à d’autres vérités. On accepte de s’affaiblir un peu pour construire des fondations plus solides et pérennes. Etre volontaire, c’est de ne jamais finir de penser, de repenser, ses choix, ses actes, les épreuves de la vie. On balance le tout, le pèse et le sous-pèse, on envisage; des idées longtemps enfouies redeviennent de l’ordre du possible. Des idées nouvelles, des 36


envies anciennes, le tout dans un autre cadre, à choisir. Etre volontaire, c’est ne plus être seul, dans ses choix atypiques, dans son cheminement qu’on pense hors catégorie, les chemins de vie sont si vastes, à la portée de tous ceux capables de prendre la décision de changer, partir, grandir.

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My EVS experience in Belfast It all seemed to me like a big dream, when I received the confirmation of my EVS placement at Shopmobility in Belfast. On the 20th March 2010 I realised this was not a dream anymore. My dream come true! I am going to Belfast for one year. First impressions It was already dark, when I arrived at Belfast City airport. I saw the lights of Belfast City through the airplane window and I thought Belfast looks like a huge Christmas market probably like the ones which we have in Austria. My big international Family I share the house with different Volunteers form different countries. We all became a big international Family. My flatmates came from Hungary, Spain, France, Portugal and Germany. There are other volunteer houses throughout Belfast and we meet regularly for international dinners or organise trips to amazing places in Northern Ireland’s, Ireland’s and UK’s nature. I learned a lot about other cultures and languages since I am here. It’s such a great experience meeting so many different people from different countries, exchanging experiences and getting to know their cultural traditions. English Language and Belfast When I arrived in Belfast, I heared someone talking and I thought: Is this English? The English I learned at school was completely different than English in Belfast. After a while I figured out yes it is English, I just have difficulties to understand it. It took me a few month to get used to the accent, now it seems normal to me. 38


Once I went into a Fish and Chips shop and ordered a bottle of water, instead, I got a cup of hot water. As I was a bit embarrassed, I asked for a tea bag. There is always time for a cup of tea!

Volunteering at Shopmobility Belfast My work at Shopmobility contains a lot of different tasks. Shopmobility hire out wheelchairs and scooters for people with limited mobility or disability. My duties are helping in the day to day tasks like reception and answering the telephone, but my main work is within their youth group “Tyre Out” which is for young people between 16 and 30 years, with limited mobility or disability. Scriptamanent #2

------------------------------------Christina Frisch 24 years | Austria ►►EVS in North Ireland (UK) 2010/2011

Belfast and it’s lingo Belfast has a very nice lingo, which can be hard to understand for foreigners like me. What would you think if you hear the Phrase “Dead on”? Well I tell you, what I thought: A customer come into the Office and I asked how I could help him, he looked at me and said, its DEAD ON. I asked him if someone died, because I didn’t know that “dead on” mean “It’s OK”. So everything “dead on” than, no need to worry! Another phrase which I like very much is “What’s the Craig?” Which does NOT mean that someone want to buy drugs. It simply means: What’s going on? Something else I discovered here is that everything is WEE. It doesn’t matter if the house, the bag, the shop etc… is small or big you just use the word wee for everything, even if it doesn’t make sense. After a few months in Belfast, even I started using the lingo without recognising it. Friends made me aware of that, and I find it funny and I am a wee bit proud of that.

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Organising all kind of activities like Sports, Arts and Culture, seeing how they enjoy themselves makes me very happy and makes me proud of what I am doing here. Especially, because I have a disability myself, I appreciate the service of Shopmobility and I think Shopmobility should be available in as many countries as possible. My workmates encouraged me to try as many new things as possible. That’s why I volunteered in my free time at lots of different local festivals. The main things I have learned during my EVS in Belfast appreciating peace. I learned a lot about the Northern Irish history and I learned to be aware and to appreciate the peace in my home country more than ever. My opinion of nice weather has changed. For me now, there is weather nice, as long as it doesn’t rain. Believing in myself. Through my work and the volunteering in my free time I learned lots of things I never thought of. Knowing that everything is possible and that dreams does not have to stay dreams! They actually can become true! For everybody who haven’t done EVS yet, please don’t miss such a great experiences!

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Stralci di Bolivia

Cochabamba-Bolivia, 10 gennaio 2010 Il mio intestino non si è ancora abituato a qualcosa, qui nella pianura umida, che significa Cochabamba… Eppure, penso, ci si abitua a tutto: Augustine, che ha 17 anni e ha vissuto sulla strada, si è abituata all‘idea che il suo ragazzo le abbia attaccato l‘HIV, e la sua bellissima bambina di due anni sia sieropositiva; il piccolo e capriccioso Manuel si è quasi abituato all’idea che, una volta terminato l’intervento ai piedi ed imparato a Scriptamanent #2

---------------------------Cristina Sghedoni 26 years | Italy ►►International Volunteering in Bolivia, 2010

Cochabamba – Bolivia, 6 gennaio 2010 Sono troppo stanca per scrivere una vera mail – qui è l’una e 28 – ma vi volevo dire che il viaggio, anche se infinito, è andato bene – all’aeroporto di San Paolo ho ammazzato il tempo giocando a Master Mind con un ingegnere brasiliano di ritorno da Parigi – e anche l’arrivo alla “Casa de los Ninos” non è stato troppo traumatico… ho preso uno di quei pullman colorati sudamericani che credevo non esistessero davvero, ho passato la giornata tra i bambini, praticamente un campeggio – qui siamo nel pieno delle vacanze estive – con tanto di squadre e cacce al tesoro… i bambini sono molto sentimentali, hanno occhioni bellissimi e dei nomi da telenovelas!!! Io sto bene, non ho ancora accusato i malesseri del cambio di pressione e mi sento abbastanza in forze. Non troppo per raccontarvi di più, però, scriverò meglio un giorno con più calma… – il cell è inutile, non riceve e non manda NULLA – vi bacio e vi abbraccio (Oggi le bimbe mi hanno chiesto da cosa mi vestirò per carnevale, e io ho risposto: “da Belle, e tutte le altre mie amiche da “princese”…” GIUSTO???). ri-baci. cr¡

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camminare, tornerà alla sua numerosa famiglia, anche se il padre beve; Juan, di un‘età indefinibile tra i nove e i 12 anni, si è abituato da anni a vivere all’ospedale e a tenere sempre un fazzoletto in bocca, anche se non ci sono stati danni reali alla bocca dopo un intervento sbagliato per cui ha rischiato la morte… Ci si abitua a tutto, penso; poi mi accorgo che ogni giorno, anche, qui qualcuno lotta perché non ci si abitui ai bambini abbandonati per anni negli ospedali, agli interventi chirurgici urgenti che vengono posticipati se sono per un povero, alla corruzione dilagante che pone tutti sotto la legge del più forte… È possibile abituarsi a tutto; ma meglio, molto meglio, scegliere a che cosa. baci a tutti. cr¡ Cochababmba-Bolivia, 15 gennaio 2010 Il Cristo bianco di Cochabamba, emulando quello di Rio De Janeiro, apre le sue braccia ad una vallata di luci. Noi siamo dalla parte opposta della città, dove finiscono i lampioni ed iniziano le montagne, percorriamo pochi metri in una strada sterrata che sale leggermente. Aristide ferma la macchina e scendiamo dalla jeep, tutti e dieci, nel buio. Siamo gli amici di Gustavo, urla qualcuno. Aspetto, sgranando gli occhi senza capire… Poi dal pendio che guarda la città sbuca una ragazzina sporca; “Hola”, ci dice, e poi, in spagnolo: “Stanno arrivando anche gli altri”. I ragazzi tirano fuori pane e latte, le danno anche una ciompà perché di notte fa freddo. Arriva un altro uomo, giovane anche lui, intirizzito, si butta sul panino e lo finisce in due morsi… Non so se ne arriveranno altri, molti sono andati via, mi dice Ari, dopo aver parlato con questo, stamattina è venuta la polizia e ha preso tutti bambini. Io vivevo qui, mi dice Gustavo, vieni a vedere. E così lo vedo, 42


il passaggio, tra le agavi e i fichi d’india, nel buio tra le foglie enormi e le spine c’è un sentiero impervio che scende, tra i cani che girano e si abbaiano; arriviamo ad un piccolo spiazzo, dove ancora fumano le braci di un fuoco. C’è una capanna di lenzuola lise e pali, non è chiusa e dentro si vede un ragazzo raggomitolato sui materassi… non ride e non piange e non vuole niente, dorme come in una cuccia, non un vestito ne una scatoletta intorno, dorme o tiene gli occhi chiusi a forza… E io penso che sono i punkabbestia di qui, giovani e con i cani, raggrinziti e affamati, ubriachi o drogati di colla, senza tatuaggi né piercing, e penso anche che mi ha accompagnato qui Gustavo, Gustavo che da bambino è scappato di casa perché suo padre lo picchiava e per un po’ ha vissuto con loro, Gustavo che ora ha trovato una casa, una specie di famiglia, una specie di serenità… Gustavo che in me, italiana per un mese in Bolivia, ha trovato un’amica. Vi saluto tanto tutti… allora, questo nipote si decide a nascere? cr¡ Cochabamba-Bolivia, 17 gennaio 2010 Ci lasciamo la città enorme alle spalle, e finalmente si apre l’orizzonte alle Ande: il taxi corre e io pranzo con un uovo, una patata, e i legumi verdi e insapori che qui si mangiano come noccioline facendoli sgusciare dal loro baccello umido, mentre mi mostrano le coltivazioni, le case dei campesinos, i vari pueblos… Poi camminiamo nelle terre degli incas, dove le nuvole si fanno e disfanno rapidamente e il sole, quando batte, brucia in un secondo la pelle… Tra i campi di choclo, ascolto qualche parola in quechua, guardo le vecchie che filano sull’ombra delle porte, un uomo che trascina un toro scalpitante, i bambini che fanno la guardia a pecore gonfie di lana, le donne che portano sulle spalle un fardello nascosto nei piu’ vivaci colori… nelle case di mattoni di terra pressata c’è una sedia e un sacco di mais, nient’altro, ma fuori ci Scriptamanent #2

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sono ampie montagne, c’è l’odore della menta e dell’eucalipto, ci sono stormi di uccelli in formazione, ci sono le rane dagli occhi dorati e l’acqua nel rio continua a scorrere, come le generazioni… (… A Giovanni, che è nato oggi, mentre sua zia era dall’altra parte del mondo, auguro una vita piena di cose belle, di odori buoni e carezze e gusti saporiti sotto la lingua, auguro la voglia di non fermarsi all’apparenza, auguro amicizie ed incontri veri, di quelli che fanno tanto piangere e tanto ridere perché sono tanto vicino al cuore; auguro giorni intensi e pensieri leggeri, di sentirsi sempre amato e di avere sempre voglia di amare, auguro di conservare la speranza che le cose possano migliorare, che gli uomini e le donne di questo mondo possano capirsi, possano aiutarsi, possano essere felici …). Cochabamba-Bolivia, 27 gennaio 2010 La pioggia continua a cadere sulle pozzanghere rosa. La strada è stata lunga, tra le rocce rosse e dorate e i campi di papas, e siamo anche scesi per togliere dalla strada le ruote che un camion aveva fatto cadere rovesciandosi in una curva, ma siamo quasi arrivati a Carpani, il villaggio sui monti in cui abita Celestina. La terra, qui, è rossa di un rosso livido, violaceo, e le rocce stanno acquattate come dinosauri tra i ciuffi di erba alta. Nient’altro che queste montagne, le greggi di capre e llamas e qualche bambino fradicio sotto la pioggia, con il cappello tradizionale e un poncho di nylon, che fa pascolare gli animali. Abbiamo lasciato la strada asfaltata e siamo su questo sentiero violaceo, cercando Celestina: una tubercolosi ha costretto questa bambina ad andare in ospedale e poi a passare sei mesi in città, a Cochabamba, ospite della Casa de los niños… da un mese Celestina è tornata tra le montagne dove è nata e cresciuta, è tornata con il papà, il fratello ed i fratellastri, è tornata dove le donne e i bambini pascolano gli animali mentre gli uomini coltivano e fanno i vestiti, è tornata dove si mangiano sempre e solo patate cotte in un fuoco di erba 44


stopposa, che se piove non si riesce neanche ad accendere… Continua a piovere, noi chiediamo notizie di Celestina ad ogni pastore e procediamo verso il villaggio: ma ad un certo punto Aristide sente che la macchina slitta, allora si ferma, riaccende, riprova, valuta il fatto che abbiamo da una parte la montagna e dall’altra il burrone e decide di chiedere aiuto. Siamo nel mezzo del niente, a un passo dal burrone, su una strada scivolosa, e non abbiamo le gomme abbastanza nuove per procedere o fare retromarcia. Suoniamo tante volte il clacson, chiediamo ai pastori bambini di andare a chiamare degli adulti che ci possano aiutare, di chiamare Celestina perché siamo venuti per salutarla… E arrivano, verdi angeli col sombrero, arrivano e spingono perché l’auto pesante, in retromarcia, non slitti giù dal burrone… Arrivano e ci salvano; con loro c’è una piangente Celestina, una bambina che non dice una parola, solo piange nella pioggia, una pastorella più triste delle altre perché ha potuto intravedere una vita diversa, più comoda, una vita che però non è la sua… Ci hanno in qualche modo salvato la vita, mi dico quando mi riprendo, ci hanno salvato la vita questi pastori da cui Celestina vuole scappare, questo suo popolo chiuso in tradizioni antiche tramandate nella lingua quechua… Hanno salvato le nostre vite rinchiuse dentro un’auto troppo pesante, troppo ingombrante per il loro sentiero, l’hanno salvata anche stando coi piedi bagnati, dentro ai ponchi, ci hanno salvato questi mangiatori di patate che pascolano e coltivano come gli uomini primitivi… Ma Celestina piange, da un mese è tornata e ancora non si abitua alla vita dura del suo stesso popolo, e noi ci chiediamo cosa sia meglio per questi bambini, se le possibilità che diamo loro siano offerte o in qualche modo imposte, ci facciamo domande complesse come l’incontro tra le culture diverse, come le scelte che determinano la vita delle persone, domande pesanti che non trovano risposta, tra la pioggia e le pozzanghere livide… Quando mi chiedo perché sono venuta, mi rispondo che è perché Scriptamanent #2

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sono curiosa. Mi piacciono le storie: e tanto piĂš sono strane e vere, tanto piĂš mi sembra abbiano il diritto di risuonare dentro di me. Baci a tutti, spero che stiate bene e siate felici. Presto potrete raccontarmelo a voce! crÂĄ

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Non restano che macerie

---------------------Danila Zizi 29 years | Italy ►►EVS in Romania, 2010

I rom sono avezzi alla rassegnazione, da secoli. Nelle conversazioni con tanti e diversi tipi di rom avute negli ultimi mesi ricorre questa loro rassegnazione velata di lamento, che colpisce così come la loro resistenza passiva al cambiamento. Me ne parla Vasile, sorridendo, mi parla anche di un po’ di storia, a modo suo. Mi dice di come sotto Ceausescu gli ungheresi perdettero l’uso della loro lingua e i rom la loro maggiore caratteristica: il nomadismo, caratteristica incompatibile con il senso di unità nazionale che Ceausescu voleva. E fu così che il dittatore decise di confinare i rom in quartieri ghetto ai margini delle principali città rumene, estirparli dai loro lavori tradizionali inserendoli nelle cooperative di lavoro forzate ed impedire qualsiasi riferimento alla etnia cui essi appartenevano. Soffrivano i rom, avevano case, ma non avevano acqua, luce o gas, non avevano più neppure loro stessi. Stavano diventando solo romeni e non rom romeni come Ceausescu voleva? No, o almeno i romeni non la pensavano così. I romeni probabilmente vedevano nelle proprietà non volute dei rom di allora una possibilità per potersi ricollocare, ammodernare, abbandonare i block più decadenti e ripartire proprio da lì, dalla periferia. I rom vennero allora sistematicamente cacciati dalle città, spesso con la violenza e indifesi si rifugiarono nelle campagne e come è nella loro natura aspettarono tempi migliori per ritornare, chissà magari con la democrazia. Il punto è che i tempi migliori non vennero, non sono venuti e probabilmente non verranno mai. La democrazia mi chiede Vasile, cos’è la democrazia? Scriptamanent #2

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E sorride, mi indica i dintorni di questo quartiere. È furbo Vasile, lo so. Mi guarda strano e io capisco che per lui questa è una conversazione ridicola. E allora taccio, penso a cosa fosse la democrazia dei diritti. Una matrioska russa forse. La apri e ve ne è un’altra dentro e un’altra ancora e ancora, così all’infinito, senza mai risposta. Così è in Romania oggi, perché la Romania e la sua burocrazia non è mai chiara, in niente. Conversare con chiunque diventa un rimbalzo senza fine, un se, un ma, un forse e il più delle volte non si capisce nemmeno con chi dovresti parlare, sono capaci di rimbalzarti di persona in persona per tre volte e ti vien quasi da ridere perché quelle stesse tre persone sono tutte nella medesima stanza di due metri quadrati. Ma il diritto ad una vita dignitosa è un diritto, non è una matrioska e non è nemmeno una conversazione di se e ma. È un diritto. L’abbiamo dimenticato solo perché se non c’è non c’è, non è sanzionato, nessuna legge impone il godimento di tale diritto. Lo fosse ce lo ricorderemmo più facilmente. Se lo ricorderebbe la Romania, che magari applicherebbe, e farebbe applicare ai suoi dipendenti, i bei trattati sui diritti umani accuratamente ratificati che fanno bella mostra nella costituzione e nelle leggi rumene. Assolutamente fedeli agli originali quei trattati, non una virgola, non un se o un ma in più. E che dire dei diritti delle minoranze, una prolissa legge ne assicura ogni diritto. Il diritto allo studio, a non essere discriminati, a parlare, scrivere e coltivare la propria lingua, ad essere aiutati per il conseguimento di una vita dignitosa e via di seguito, legge perfetta. Carta straccia. È qui che torna prepotentemente la matrioska, bambolina graziosa in apparenza, terribile averci a che fare. Immagino nel primo strato la legge, curata nei dettagli, ogni postilla è lì, ogni se e ma di un dipendente comunale che mentre assegna le case comunali ai più poveri pone in ultima fila le domande redatte dai rom. Poi apri ancora e vedi che la bambolina più piccola è la giustizia, 48


che non esiste. Non esiste mai giustizia o almeno io non la vedo. Apri ancora e quella più piccola ancora è la dignità che la democrazia avrebbe dovuto dare a questa minoranza, l’ho cercata in questi mesi da queste parti, ma non l’ho trovata. E poi c’è un’altra e un’altra ancora, ci sono le condizioni deplorevoli dei bambini che vivono più in strada che in casa, e per i pochi che possiedono un ambiente familiare che possa chiamarsi tale, languono a scuola in classi ghetto formalmente abolite nel 2007, ma tuttora rinvenibili in tutto il paese. Ci sono i maltrattamenti, il disprezzo, il dolore. Resisto all’impulso di parlare ancora. Guardo la punta delle scarpe, siamo qui, in questo quartiere di baracche alla periferia di un paese di poche anime e aspettiamo ci invitino ad entrare. Mi vergono della democrazia dei diritti che non esiste, in cui ostinatamente continuo a credere. Vasile sorride ancora, un sorriso bello il suo. Fa freddo. La persiana rotta sbatte nel vento gelido rumeno, ma la padrona di casa è calorosa e tanto basta. Non c’è pavimento qui dove siamo ora, sento la terra nuda e mi concentro su di essa, non lo riesco a guardare negli occhi Vasile. La visita è finita, mi alzo, mi fa ancora cenno di guardare, non esistono che macerie, lo so.

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Diario di Bahia Intro – bene. Dovevo andare in Madagascar, ma sono andato in Brasile. Meglio così. Miracolosamente sono riuscito a tenere un diario, ad annotare qualche impressione nei ritagli di tempo. O a ritagliarmi un po’ di tempo per pensare qualche impressione. Per chi vuole farsi un’idea, qui di seguito c’è qualche riga di quelle scritte a biro che restano nel diario do brasil. Si poteva scriverle meglio, o riscriverle… Ma ho lasciato le parole così come le avevo scritte là sulla terra del Brasile, tra un bicchier di succo e quattro chiacchiere. Grande semplicità e considerazioni reali. 29.07.10 – Dopo l’aggressione in spiaggia a Salvador… Ci rifacciamo con la colazione a base di cous cous di miglio, papaya e banana… Già indimenticabile. Abbiamo visto le multinazionali a Feira de Santana, due megastabilimenti Nestlé. La Chiesa di Ipirà ha i neon blu, come in Calabria. C’è molta più terra che da noi, ma la gente lotta per la proprietà della terra. Contraddizioni. Il salario minimo è aumentato… Ma chi lo riceve? 01.08.10 – Oggi è domenica. Giornata libera prima di cominciare col progetto, siamo andati a fare il bagno nel Paraguassu (il fiume che passa qui)… senza parole. Ci è anche capitato di assistere a un batisado evangelico. L’idea era di andare a piedi, ma andando in là ci carica un tram, e al ritorno uno pseudo pick-up fiat (nel cassone insieme ad altri 20 fino a casa). 02.08.10 – A zona rural produz e a fome vai embora. (La campagna produce e la fame se ne va!) – Prima ti valorizzo, tu produci e la fame se ne va, è merito tuo. Da noi sarebbe: io sono il politico tal dei tali e ti do la soluzione, a questo tuo problema. Abbiamo 50


cominciato col progetto Passo a Passo, ci telefona Marta alle 6:40 per darci la sveglia, si lavora dalle 7.50 alle 16.30. Lezione al mattino, attività al pomeriggio (oggi toccava alla pallavolo e al laboratorio di carta riciclata). Il progetto ora si regge senza l’aiuto dei missionari, sostenuto dalla prefettura locale. La salsina di pimenta a cena… è stellare! Poi una birretta brasiliana, leggerina e servita rigorosamente ghiacciata (che se no, non sta bene). Io sono nato in settembre, mi dicono che è il mese di Cosmo e Damiao, grande festa nel culto del candomblé, e che tengo una personalità forte. Il prefetto, un po’ sul brillo, ci viene a salutare (lui è un bianco) e dice che siamo i suoi amici italiani… Evocando la telenovela Passione.

--------------------------Davide Orlandini 27 years | Italy ►►International cooperation in Brazile, 2010

03.08.10 – Secondo giorno nel progetto, facciamo un’uscita coi bimbi nel bairo alto. Piove, ma per la gente è come se non piovesse, sono goccioline fini molto gustose. Il capofila guida gli altri a ritmo di tamburo, nella scuola ci sono i cartelloni con le scritte di Leonardo Boff. Scenetta, poi torniamo al progetto. Un po’ di calcio sulla pista, rigorosamente scalzi (infatti mi sono massacrato un piede) e con palla un po’ sgonfia. Si gira in havaianas e maglietta. Maglietta che non deve essere fighissima, ma semplicemente maglietta, la sensazione di non doversene curare è evidente. Abbiamo cominciato a catalogare i libri del progetto, sono circa 600 volumi tra favole, racconti, poesie, leggende e altro. Intorno ci sono gli orti con un sistema di irrigazione (che qui non usa praticamente nessuno), la terra è buona… Crescono verdure dai colori fantascientifici. Ci lavorano alcune famiglie: metà va al progetto per preparare i pranzi e metà a chi ci ha lavorato (che può anche venderlo). La prossima settimana ci vogliono incastrare in un festival della piazza e coinvolgere tutto il paese. Scriptamanent #2

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Alcuni momenti sono da cartellone Unicef per i bambini poveri, ma la sensazione è quella di una comunità rivolta al futuro, si lavora per un domani. Le prospettive non ci sono, si lavora per crearle. A cena siamo ospiti, tutti in cucina, il tavolo è piccolo e le sedie poche, nessun problema… Riusciamo comodamente a cenare tutti (noi non avremmo invitato nessuno, o solo pochi intimi con la tavola in ordine). Mangiamo il piatto tipico della festa, a base di salsiccia e banana verde: il godò… buono!! 04.08.10 – Ho appena bevuto un bicchiere di coca, qui in casa. Qui i bicchieri sembrano vasi di marmellata. Il progetto acquisisce pian piano una dimesione quotidiana di lavoro, i bambini ci chiamano “tio” (zio). Non c’è un educatore a sorvegliare ogni 10-15 bambini… incredibile eh?! E i bimbi sopravvivono benissimo, nonostante tutti i nostri genitori apprensivi. Secondo il nostro modo di vedere, i bambini devono essere messi in condizione di non potersi fare male, di non incontrare pericoli (mettiamo anche la gomma agli spigoli dei mobili di casa)… Il che è finto, nella vita poi non sarà così. Qui è diverso, e i bambini sono più scatenati, giocano da soli e se uno si fa male o litiga, un terzo va a chiamare l’educatore che allora interviene. Scena: un gruppo sta facendo il tiro alla fune, casino. Una bimba dice “fila”… pronto! Tutti in fila, si danno un numero, quando uno sbaglia va sotto un altro, si autoregolano e si mettono d’accordo. Senza bisogno di un educatore/animatore che proponga un’attività e spieghi le regole e sorvegli il gioco, ecc… Prodigioso? Bè, ci sono sicuramente aspetti di poca cura dei bambini (anche perché se hai 11 figli, vedrai che sei meno oppressivo)… Ma si tratta anche di riconoscere che non c’è sempre bisogno di controllare, sapere e sorvegliare, che sono capaci da soli. Dopo di che, libertà e liberazione sono idee che si 52


innestano su tutto un vissuto coerente. Ci dicono che i bimbi spesso ci sono addosso, perché loro vorrebbero essere bianchi. Boa noite. 05.08.10 – Gli italiani mangiano poco, mi dice la cuoca del progetto… “non vorrai mica diventar magrolino magrolino??” La Giuly si è fatta il piercing, un’amica, a mano, ghiaccio, ago e via! Al pomeriggio escursione scalando rocce (in havaianas come sempre, che si rivelano meglio degli scarponi Ferrino), per arrivare a toccare la scritta Andaraì tra i monti (che mi aspettavo gigante e invece nao é gigante nao). Scendendo ci sono delle pozze di acqua rossa, e in estasi naturalistica mi tuffo. La chiacchierata ha avuto per tema le ragioni e le conseguenze dei problemi legati alla sessualità e all’affettività per come è vissuta qui, Taijara ci ha raccontato la sua visione. Gravidanze a 13-14 anni, incesto, disgregazione famigliare. Il paradosso è che nessuno pensa siano cose normali… Ma ormai sono così comuni, che nessuno fa niente. 06.08.10 – In casa non c’è acqua. Niente doccia? Amuchina gel? Vedremo… Oggi si festeggiano i compleanni degli ultimi tre mesi al progetto, regali palloncini e torta. Torta non è torta, è “bolo”, cioè un rito. Si tratta di 4 o 6 o più torte, affiancate e impilate, con uno strato di marmellata tra i vari piani. Torte dolcissime, ricoperte di glassa bianca alta 2 dita, poi decorate con panna azzurra. Pittoresco e impressionante da vedere. In serata andiamo a farci una birretta, chiedo ad un’amica quali sono le cose che ha fatto più fatica a capire di noi, quando è venuta in Italia: prima cosa, perché la gente lavori così tanto (lei lavora otte ore al giorno, ma il modo è diverso), il nostro essere schiavi dell’efficientismo. Seconda cosa la chiusura delle persone, per andare da qualcuno devi farti invitare e fissare ora e data, qua vai e bussi alla porta (non c’è neanche il campanello, e internet e Scriptamanent #2

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sms li usano anche loro). 07.08.10 – Ci portano a vedere le stelle… Emisfero sud, cielo diverso come dice Lollo… Parecchio diverso! La festa (che resterà per sempre nella mente di Michi) funziona così: l’ingresso è 4R$ (un po’ meno di 2 euro), per entrare devi scegliere se metterti il braccialetto verde/giallo/rosso (verde sei libero, giallo così così, rosso sei fidanzato.) E poi via di musica brasileira! E qui salta fuori un altro successo… Rebolation… 08.08.10 – Stiamo caricando la cisterna. Siamo andati a Marimbus, che tradotto significa che il ritrovo è alle 9.00, ma in realtà la gente comincia ad arrivare alle 9.00. Alle 10.30 ci siamo tutti e partiamo. due in moto e dieci nel cassone di un fiorino che non si apriva più, quindi siamo passati su un pick-up. Siamo passati attraverso i campi (una parte = km di strada nella foresta) del fazendeiro per arrivare al fiume, lì prendiamo le barche e cominciamo a remare tra le ninfee. 11.08.10 – Siamo andati con gli altri per monti e per cascate… Tuffi e acqua rossa con tinte di nero (e con noi c’era anche Ace Ventura). Michi e Ste sono arrivati da Utinga con Enzo, sono in forma. Mancano solo Lollo e Giò. Al pomeriggio facciamo un giro in paese, e girando in gruppo siamo “gli italiani”… non più i 2-3 nuovi abitanti che lavorano al progetto. Ritrovarsi insieme è bello, ma si perde un po’ il senso di integrazione coi brasiliani. Le donzelle da Taijara a farsi smaltare le unghie e chiacchierare, il gusto nei loro occhi nel fare ciò… è un mistero. Il gruppo… chi è più adulto tende, in buona fede, a voler dire come le cose vadano fatte. Siamo così, non abbiamo l’idea che ognuno possa trovare il suo modo. Vogliamo sempre dire qual’è il modo giusto, e spesso pensiamo che il nostro modo sia quello buono per tutti. Siamo impostati così (ci hanno trasmesso un sapere razionale e 54


infallibile, le nostre certezze sono solide). E forse siamo impostati male. Poi ci ripenso… 13.08.10 – Giò e Lollo pare si siano beccati un virus, così ha detto il medico del punto di salute… che è verde. Come verde è il cras (centro ricreativo), verdi sono le mura del progetto, delle scuole e di ogni edificio pubblico. Di più, anche la divisa di tutti quelli che hanno un impiego pubblico (finanziato dalla prefettura) è verde. È il prefetto che ricorda che tutto quello che è verde gli appartiene, l’ha fatto lui, tu con la polo verde sei di mia proprietà… ricordatene quando vai a votare. 17.08.10 – Adesso ultime chiacchiere che alle due se ne vanno tutti. Domani riprendiamo la vita brasiliana locale… per un certo verso ne sono contento. I giorni in giro tutti insieme… fa gruppo, vita comunitaria… ma facevamo un po’ conquistadores. Basta immaginare la scena di 10 persone che camminano l’una accanto all’altra al centro della strada… è diverso che passeggiare in due o tre e fermarsi con chi si incontra. 18.08.10 – Stasera mentre eravamo in piazza è arrivata la mia vecchia amica della casa di fronte (così si definisce lei) e mi ha regalato il CD della band musicale di suo genero… un sound bahiano un po’ mieloso, che in questo momento si diffonde per la casa. Sempre lei, con fare un po’ voodoo, mi ha detto che “chi beve l’acqua di qui, qui deve tornare”. Al progetto, ridendo e scherzando, ci han chiesto di pensare ad un’eventuale collaborazione per un progetto con gli adolescenti… lingue e informatica. Vedremo… 19.08.10 – Ho lavato un po’ di roba. La Sara dormicchia. La Giulia intreccia braccialetti tricolori (verde, bianco, rosso) da regalare agli amici di qui, souvenir italico. Le chiacchiere di ieri sera con Scriptamanent #2

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Dacimar e la vecchia amica hanno avuto per tema i massimi sistemi, Dio, la Chiesa, la tutela della terra, l’ecologismo, il prossimo, la razza negra. Alcuni ragazzi dicono che se sei bianco a scuola non ti dicono niente, se fai la stessa asinata ma sei scuro… ti sospendono. I bianchi sono pochi, la preside lo è… e sicuramente se sei bianco, i tuoi sono amici suoi. Oggi al progetto abbiamo preparato la festa della lettura che si farà domani. Si lavora con calma. Noi se dobbiamo fare tre cose, le facciamo… poi facciamo una pausa (prima il dovere poi il piacere ti dice la mamma fino a sfinirti). Loro no, lavorando conversano, si prendono il tempo di un caffé e un succo, di salutare chi passa. Magari in due ore fanno quello che noi faremmo in una… dopo noi avremmo un’ora da riempire con altro (non è che ci aumenti il tempo libero per vivere meglio). Resta da vedere se il fare sempre di più, accumulare esperienze e attività… sia un valore così insindacabile. In fondo perché? Coi tuoi colleghi hai un “rapporto-di-lavoro”… noi ci siamo scordati del “rapporto” e ci è rimasto solo il “lavoro”… forse dovremmo riscoprire i succhi di frutta. 22.08.10 – Ieri sera ci hanno fatto assaggiare l’acarajé, una poltiglia con un po’ di tutto e una pasta fatta coi fagioli bianchi… buono! Non esiste nessun sapore italiano che assomigli… è impossibile dare l’idea del gusto. Ad ogni saluto ci chiedono se torniamo, quando torniamo. Ci stiamo scambiando mail e orkut (che qui facebook non lo usa nessuno). Le relazioni le vivono in modo strano, ha del paradosso se vogliamo, sanno stranamente aspettare, sono capaci di dire “ti aspetto, ci vediamo tra due anni”… Con l’espressione del volto che avrei io dicendo “buon viaggio, ci rivediamo tra due mesi”. Paradossalmente l’incertezza del futuro si fa certezza di una presenza che può attendere, non c’è nessun motivo per non farlo. Noi diremmo “eh… tra due anni… chissà dove sarò e cosa starò 56


facendo… non ci vedremo più…”. Magari hai un figlio a S. Paolo, un altro a Salvador, tre qui, uno là. Sanno bene che anche a distanza le relazioni restano tali, e si portano avanti. Noi siamo un po’ meglio sul qui ed ora, ma sul saper aspettare, attendere, ricordare, fare memoria… siamo decisamente messi peggio. Forse ci manca l’idea di saudade. Loro rievocano sempre “saudade di qualcuno/qualcosa”, noi tendiamo a dimenticare alla svelta per andare più leggeri verso il nuovo. Col rischio di accumulare e non tener stretto nulla. 23.08.10 – Siamo arrivati da dove siamo partiti, a Salvador. Attraversando il crogiolo di questa immensa, sguasta e affascinante capitale di gente ce n’è per tutti i gusti, e c’è la casa di Jorge Amado: è azzurra. Poi c’è la chiesa dei nobili tutta ricoperta d’oro, ma noi andiamo alla messa degli schiavi: partecipatissima e vivissima celebrazione. 25.08.10 – Siamo andati al mercato modelo per un po’ di compere, poi pranzo alla comida al kilo: intelligentissimo sistema che funziona al posto delle nostre mense/self-service, tu riempi il piatto, c’è un prezzo al kg, pesi il piatto, paghi quello che mangi, stop. Pomeriggio alla chiesa di Bonfim… luogo dei famosi braccialetti dalla pedagogia interessante: non basta il solo desiderio, devi accompagnarlo ad una promessa/un impegno… se la rispetterai, il desiderio si realizzerà quando il braccialetto si rompe. Maglietta OLODUM comprata… ovviamente! Curioso che Michael Jackson ci abbia girato un video insieme (They don’t care about us), loro lottano per i diritti della razza negra… lui non ha fatto altro che cercare di diventare bianco. 27.08.10 – Siamo stati in un villaggio playmobil, l’isola che non c’è, la terra delle fate. Si tratta di una zona turistica a un’oretta Scriptamanent #2

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da Salvador… con villaggio da rivista Alpitour, spiagge bianche e palme spioventi. Lettini tranquilli e piscina, anfore in giardino, doccia in spiaggia… un mondo popolato esclusivamente da bianchi, con i brasiliani a fare le guardie al perimetro. Sembra finto. Ma l’oceano che si insinua tra le dune a formare un fiume poco più in là… è vero. Uno scorcio di paradiso da film, mancava solo Morgan Freeman vestito di bianco. 28.08.10 – Salvador, ci sto volando sopra. Si riparte per l’Italia, via Lisbona. Stamattina abbiamo salutato tutti con un calcetto in spiaggia a ritmo di samba ;-).

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Unforgettable Latvia

--------------------Eka Kakulia 26 years | Georgia ►►EVS in Latvia, 2010

It’s incredible how fast time can pass by. Especially when you are doing something great and exciting as your EVS project. Yes I’m volunteer but why I did it? It’s the most frequently asked question because I had nice life in Tbilisi (Georgia), full of happiness and love. I have wonderful friends, a good job which is creative, fun and offers different activities. Despite all of these I was crazy for an adventure, to live somewhere differently, challenge myself and feel like I am taking all opportunities that life gives. Then I heard about European Union initiative of the Youth in Action program I said why not? For me it was some kind of experiment for refreshing my life but it’s most important and useful decision that I made to level up my personality. I left my family, my job, my friends and my usual lifestyle, but I never regretted about it, even just for a minute. I’m in Liepaja, Latvia since May 2010 as an EVS volunteer. My project can be described as five months full of joy, feelings, friendship, activities, adventures, experience, cultural shocks and tears (at the beginning because of homesickness, missing my family, my friends and at the end because of starting to think that it’s over, soon I will miss my friends in Liepaja with whom I have a lot of nice memories). How it was and what means EVS for me? Being volunteer isn’t easy, everything and everybody is new, but you should be ready for everything, be flexible and adapt easily. On the other hand being volunteer is awesome, especially if you are from EU partner country, where youth and environment are on the back side because of other more important problems. It’s opening a door to new life and opportunities, with your improved skills and knowledge. After EVS you’re starting to think become Scriptamanent #2

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more active; do a lot of stuffs and most important you feel more confidence, you see your place and huge space of opportunities in front of you. EVS opened this door for me, gave more than just amazing experience, learned important things and made my heart and mind flaming. So now I have no choice and wish to step back, I’m going forward to this open door to share my experience, to act and react, to show youth their opportunities and power. For sure I will strongly recommend young people to participate, because it’s a huge experience in different fields. It’s a chance to get involved in a real process of multicultural learning, acquire skills for you personal and professional development. It brings mutual understanding and friendship between you and young people from different countries. Also it’s a unique opportunity for non-formal and in-formal education, for making up your mind and growing faster. What will I say to next volunteer in NGO Radi Vidi Pats? You are super lucky to get there. You will feel kindness and love like in a big family. It will open you alternative views; this small and active organization can offer you huge experience, open space for learning and chance to improve different skills. From nice people in Radi Vidi Pats you will get a lot just open your mind and heart but don’t let your values to fly away. In this organization you will meet Agata (the head of organization), Stass (the hand of organization), Asnate (nice girl who is always ready to help you) and little Davis who bring positive energy with his smart and tricky eyes and big, big smile … you will love them. Thanks for them adaptation was easiest for me, they introduced me to local community, youth organizations and other volunteers in our city. But maybe first time it won’t be easy for you to understand Stassjokes, the sentences he’s using all the time, or why he’s thinking too much even if not needed. Why Agata isn’t giving direct orders, detail information or explaining 60


what she’s waiting from you. Don’t loose time thinking about it because they aren’t typical, at the same time they are super flexible for your character. People in this organization will give you open space, they will put you on the crossroad and then you should react, but don’t repeat my mistake, don’t loose your time and react quickly. Work out what’s happening, where you are standing and which way you’ll choose. They won’t push you or give direction; they will just support and guide you. But all is up to you my friend don’t wait for someone who will give you “to do list”, switch on your mind and imagination, don’t be afraid to speak out your ideas, do what you want but don’t think that you’re the Boss, keep balance! At the end you will be thankful of such attitude, because it makes you stronger and sad at the same time realizing that they gave you more than got from you. It’s like this, just don’t forget about it and say thanks to them. I promise you will enjoy being with them and love them. You will be happy to be involved in youth exchanges, trainings or other project organized by Radi Vidi Pats. For next volunteer in Liepaja I will strongly recommend: To do her/his best to get to the Positivus Festival. Try to be traditional Latvian during Ligo celebration. Visit old nice ladies in Liepaja and they will astonish you by their traditional Latvian songs and dances. Meet Egita Zelve and her friends, who will add more colors to your new life in Liepaja. Follow 3 R’s: Respect for yourself, Respect for others and Responsibility for all your actions. And be better for Radi Vidi Pats than I was. My EVS project over full filled my expectations. It was most successful and productive project in my life. Radi Vidi Pats helped me to level up my skills, knowledge and attitude. I feel Scriptamanent #2

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a bit guilty, I wasn’t as creative as I wanted, and confused at the beginning because of their life and working style, but know I will miss it and for sure will cooperate with them in future. It doesn’t matter where I will be or who I will be I will always remember these people, with feeling of love, respect and of course thankfulness. And you can be next lucky volunteer in this amazing organization, with amazing people so be smart and don’t lose this chance.

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Trekking with a gay group

---------------------Erzsébet Gombköto 26 years | Hungary ►►EVS in Ireland, 2009

I was an EVS volunteer in Ireland, in a small town near Cork in 2009. We organised free time activities for children. We had three sessions a week, the sessions lasted one and half hours. We talked with the children, played and did arts and crafts with them or we sometimes cooked easy dishes. I was deeply grateful to God since I liked my work, I became acquainted with wonderful people in the person of my colleagues, my landlady and my mentor. I found a friendly Baptist congregation within 20 minutes distance from my home, though was the only Baptist congregation in the neighbourhood of Cork. Remembering my EVS experience, I would like to share my most remarkable memories with you. My funniest adventure which was originally a misunderstanding on my part was when I went to hike with a gay group. I like climbing and I searched a backpacker club. I typed the words “Cork” and “hike” in the Google search and it gave me “Cork Gay Hillwalker Club” as the forth result. I chose them because I would have had to pay membership fee at the other clubs. Honestly, I didn’t know the meaning of the word “gay” because I learnt English from language books, so that is why I went for them. I was sure the word means “guy” since if you try to write the word “guy” according to Hungarian spelling rules (Hungarian is my mother tongue), you use the letter “a”. Besides, I wouldn’t even have dreamt that gays have their own hiking group in Cork. After finding this organisation I sent a message to their leader, I told him that I was a Hungarian girl and I asked him whether I could join them. He answered back that I was welcome. The day of the trip came. It was 21st June, we climbed to the highest point of Ireland. The ground was really rocky, I didn’t see any trees. In reality, I didn’t see anything because we were actually walking in a cloud which had sat on the Scriptamanent #2

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top of the mountain. The first suspicious sign was that the group consisted only of men. I asked them if they had female members as well and they said they didn’t have any but there was another group, the LINC where women were, too. They explained the name “LINC” came from “lesbian” and “Cork” but I wasn’t sure at that moment I heard the word “lesbian”. After this, while talking to one of the boys I asked him why he learnt Italian. He said because his boyfriend was Italian. I got the third suspicious sign when I asked a man why they put a flag on the peak of the mountain. He said they wanted to raise awareness of sexual relationships and especially of gays. At this point, I didn’t dare to ask the meaning of the word “gay” after understanding it has sexual connection. When I checked the homepage of this club at home, I realised my mistake and I was laughing for minutes. Two other things struck me. The boy who had an Italian boyfriend wore a flowered handbag, and the voice of another boy was oddly high. He said he was tired as he had taken part in a stagparty with his Italian and French friends. Well, after this, it was difficult for me to imagine the bride. I didn’t notice anything else peculiar. They dressed usual men’s wear and they behaved like men. They were very kind towards me. One of them gave me water when I ran out of it. What have I learnt from this experience? Even before the trip I didn’t have any prejudice against homosexuals, I knew their unusual sexual interest can’t be considered a bad habit, their body and their feelings are different. Although, I am sure if I had been aware that they were gay, I wouldn’t have joined them. Meeting them was a pleasant surprise for me. The trip in which I saw the most wonderful scenery was almost as hard a trip as the one on the highest point of Ireland. The coast in Northern Ireland fascinated me. My on-arrival training was organized in Dublin in March but six of us travelled to the northern coast after the training. Three of us were hiking to the 64


Giant’s Causeway, to a particular natural formation, where lots of basalt columns stand on the seashore. The sky was cloudy, we were afraid that we would be soaked. My mates wanted to talk me out joining them and they recommended me to follow the other three people who hitch-hiked to the Giant’s Causeway as I didn’t have waterproof shoes and jacket. The wind blew strongly if I had worn my scarf outside my coat, the wind would have kept it straight behind my back. The scenery made the difficulties forgotten. We saw rocks falling into the sea from the height of 30-50 metres. We saw grazing flocks of sheep, some of them climbed on the edge of the rocks and we admired them. And then all of a sudden, I sighted the White Park Bay, the picture of which I set up as my background picture on the computer one year before without knowing where it is in Ireland… I wanted to enjoy the scenery of sheer rocks once again therefore I cycled 23 kilometres to the Cliffs of Moher from a small village, Miltown Malbay and back. The reason why I was there I learnt set dances in the biggest folk music and folk dance summer school of Ireland. This trip to the Cliffs of Moher became my most reckless undertaking. The Cliffs of Moher is very remarkable visitor’s attraction in Ireland. The Cliffs are 200 metres high and range for 8 kilometres over the Atlantic Ocean. As buses rarely go there and I was alone, I decided to hire a bike. However, I wasn’t trained enough and I got so tired after cycling 23 kilometres that I felt I couldn’t pedal any longer. In addition, several showers caught me and I got drenched, though wearing a raincoat. I relaxed one hour at the visitor’s centre but it was doubtful for me if I could go back to my guest house before 10 o’clock when the sun set. It was necessary since I didn’t have any lights with me. If I hadn’t been able to cover the distance, I could have stayed in a hostel along the way. Fortunately, there were as many slopes backwards as on the way there and I reached home by 10 o’clock. Scriptamanent #2

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Not only my most reckless undertaking but my happiest moments are connected to the summer school. Honestly, I was driven by a little selfish intention in applying for a volunteer placement in Ireland as I always wanted to learn Irish folk dance. Folk dance is still a living tradition in Ireland, balls are organized once a month in every Irish town. My dream came true, I enrolled in the most famous summer school. In one of the afternoons my dance lesson finished. The sun shone and I felt some breeze on my face. I had pain in my feet as I didn’t have appropriate dancing shoes, only sandals. I decided to go to the seashore and walk there barefoot on the sand. Roaring of waves always enchanted me and now the cold and soft sand calmed my tired feet, too. And then the feeling caught me, that I truly love Ireland. The sun shone as beautifully in Miltown Malbay as in Ballincollig – sunshine is a rare gift of God in Ireland – when I got scared the most. A hill lies north of Ballincollig, where I worked and I wanted to climb on that hill. As there weren’t signed tourist ways on the hill I was just hiking without any set directions. All at once I spotted a cattle grazing, I went closer to them to admire the famous black and white Irish cow. When I reached the wire fence all of a sudden all the cattle started charging to me mooing. I got frightened as I imagined what if they ran over the fence. I scampered away to the other part of the field. After this I was keeping my distance from all the cows on the hill. To tell the truth, I didn’t take part only in splendid hikes and escapes but failures as well. It may seem foolish but I consider my biggest failure that I couldn’t speak German. I took the intermediate language exam but I didn’t use the language for ages. I worked with a German volunteer in Ireland and I wanted to practice German with him. However, I didn’t dare to talk to him in German as I forgot lots of words. I was embarrassed to 66


speak. My situation changed for the better when I figured out that he could teach me – what he took on for free – while we were travelling. We helped at a youth centre in Bandon once or two times a week and the journey there lasted more than one hour. After a while my boss in Bandon said that he didn’t need my work and that put an end to my German lessons. So I abandoned finally to polish up my German. My string of bad luck started when I couldn’t go to Bandon any more and it still continues. I majored in Hungarian and History at the university but I am not a teacher. I had a simple job without any challenging tasks before I got the volunteer placement in Ireland. I spent 6 months there and I looked for my new job for another 7 months after arriving home. My present work which lasts until the end of November is monotonous and in my opinion, almost worthless. In addition, I earn the minimum salary of secondary school graduates. But anyway, what kind of advantage have I taken of volunteering in Ireland? I worked with children and more or less I got to know their way of thinking. I began to understand the Irish’s relation to Irish language and I became acquainted with several Irish folk dances. I started to appreciate some of the values and merits of my country, like the cuisine, hot summers, mountains covered with forests, the castle in my hometown or long maternity leave. Besides, I passed the advanced level written exam in September and now I am preparing for the oral one. However, it is doubtful for me, whether my volunteer experience will help me to get a better job. I have to admit that I am a little bit pessimistic because the prospect of finding a job with my qualification in or even beyond my field is dark. All in all, I became richer with many unforgettable memories due to my volunteer experience but my joy over this is undermined by me not being able to find a proper job.

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Pollito en Malaga I Todavia perfectamente me acuerdo del dia cuando llege a Malaga por primera vez, el 20 de septiembre de 2009. Ahora ya estoy de vuelta en mi pais – Letonia, pero estoy segura que nunca voy a olvidar estos once meses que he pasado en España. La razon por la que pase este tiempo en Malaga era el Servicio voluntariado Europeo que hize en el Colegio Santa Maria de los Angeles con colaboracion con Asociación Juvenil “Intercambia”. Al principio mi estancia tenia que ser de 9 meses porque esto era la duracion de mi proyecto, pero me decidi quedarme 2 meses mas para disfruar del verano y claro, de la Feria de Malaga. Mi proyecto y la vida aqui fue muy intereseante y durante el tiempo que estuve en Espana hice muchas cosas, he conocido a mucha gente y he aprendido muchas cosas sobre la cultura espanola. Las principales actividades en mi proyecto eran la comunicación con alumnos del colegio en ingles, hacer presentaciones de mi país, de mi cultura, contar mi experiencia en SVE y otros proyectos que he hecho, pero en mi proyecto he hecho muchas cosas, por ejemplo, he creado un blog en internet para actividades culturales en el colegio y regularmente he escrito en el blog (www.santamariadeangeles. blogspot.com) he participado en actividades culturales realizadas en el colegio (Día de la paz, Día de la constitución). Diferentes charlas y talleres (taller sobre África, taller sobre Sahara) he hecho talleres con todos los cursos del Colegio, en español y en ingles sobre mi país, mi cultura, sobre mi experiencia como voluntaria y otros proyectos donde he participado antes y durante mi estancia en España; he ayudado y colaborado con el departamento de actividades culturales y escolares para hacer posters, organizar eventos culturales, hacer fotos y videos de actividades (por ejemplo, hemos hecho posters para el “Día contra la violéncia de género “y” Día de la paz” etc.) y mas. 68


------------------------Eva Kiseļova 22 years | Latvia ►►EVS in Spain, 2009/2010

II Puedo decir que la experencia que he obtenido en España es increible y nunca voy a olvidarlo. Claro, al principio fue muy dificil porque cuando llege a Malaga no conocia a nadie, no sabia nada de español y como dicen mis amigos, yo estaba muy seria. Pero como yo siempre digo que no soy la tipica letona, cambié muy rapido – en dos meses ya podia tener una conversación y tambien quite mi seriad y ahora mis amigos dicen que me quieren cerrar la boca. Yo en realidad tuve mucha suerte y mientras estaba haciendo SVE pude participar en otros proyectos, por ejemplo, en marzo yo con 4 españoles fuimos a un intercambio en Bulgaria; a finales de mayo otro voluntario y yo quien tambien era mi compañero de piso, Thomas de Alemania, fuimos a Italia para un seminario sobre mobilidad en Europa; en agosto mi gran amigo Edu (el tambien es voluntario en Asociacion Juvenil “Intercambia”) y yo fuimos a Portugal para una visita previa de un proyecto que está organizando una asociacion de Lisboa con la colaboracion de Asociacion Juvenil “Intercambia”. Las cosas que voy a echar de menos – claro que la comida rica de España, especialmente berenjenas con miel de caña, todos los tipos de paella, pero especialmente paella con mariscos, espetos de sardinas, tinto de verano con limon, los mariscos super ricos y las tapas del Pepa y Pepe (que es mi bar de tapas favorito en Malaga) pero mas yo voy a echar de menos a mi amigos no solo espanoles tambien alemanes, mi turca, mi polaca, mi húngara, mi senegalés y todos los demás. Yo solo quiero decir muchísimas gracias a toda esta gente que me ayudó hacer estos meses tan increibles. Y terminar con una frase que siempre digo – ¿Por qué no? La vida es demasiado corta y tenemos que disfrutarla!! Eva a.k.a Pollito

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Volunteering is living Il mio nome è Fabio, ed ho 19 anni. Vengo da un piccolo paese, di nome Alberobello, che gode di una buona fama nazionale ed internazionale. Ho terminato quest’estate i miei studi ma, da qualche anno a questa parte, l’estate la trascorro al negozio dei miei. Un negozio di souvenirs che, per la ragioni precedentemente citata, lavora principalmente coi turisti. Da qualche anno a questa parte, ho l’abitudine di parlar con loro in varie lingue, ed in alcuni casi di conoscerli più a fondo. Quest’attività è stata l’input che m’ha spinto a studiare le lingue ed interessarmi ad altre culture, oltre alla mia abitudine a vedere il vuoto ed il negativo in tutto ciò che è usuale. Ma torniamo all’inizio. Quest’estate ho terminato il liceo linguistico, ed il mio primo impulso è stato quello di far esperienze all’estero. Ho quindi anteposto le esperienze che avrei potuto fare in un “gap year” (anno sabbatico) all’università, che avrei probabilmente scelto con un improbabile estrazione del bigliettino. Non avevo idea della disciplina verso la quale rivolgere i miei studi ed a cui dedicare il mio tempo, ma sapevo di voler viaggiare. Dopo essere stato per circa 20 giorni in Belgio, ho deciso, a settembre, di intraprendere la strada del volontariato, nonostante i molti dubbi ed incertezze che m’assillavano. Devo essere sincero: “Certamente se devo far volontariato, almeno lo faccio all’estero”. Questo fu il mio primo pensiero. Sapevo di voler lasciare la mia realtà limitante ed alienante, ma non sapevo che mi sarei invaghito d’ogni singolo aspetto di questa esperienza… Quanto può essere dolce, la novità. Dopo aver mandato pochissime applications, vengo finalmente preso in un EVS in Polonia. Parto il 3 novembre e, a causa di contrattempi inaspettati, arrivo solo il giorno dopo. Sì, avevo perso troppo tempo a Praga, tappa del mio viaggio verso la Polonia, precludendomi così la possibilità di giungere a destinazione nel tempo previsto, col treno previsto. Va bene, sono un provinciale. 70


--------------------Fabio Mascialino 18 years | Italy ►►EVS in Poland, 2009

Ma proprio perché sono un provinciale, solo cinque, sei giorni dopo il mio arrivo in Polonia, scrivevo sul mio quaderno degli appunti: “un alone di dolcezza accarezza i miei pensieri, un velo ora stropicciato ricopre una passione finora negata, repressa.” Sono un provinciale, e proprio per questo quando vivo queste emozioni (era la mia prima volta completamente solo all’estero) non posso che gioirne ed apprezzarle come molti non riescono. Durante il tempo trascorso in Polonia, oltre ad uscire davvero soddisfatto dal confronto con un realtà e gente completamente differenti da me, ho imparato diverse cose. Ho imparato che noi italiani siamo vittime di molti pregiudizi, ma anche che molti individui miei connazionali non fanno nulla per abbatterli. Ho imparato che ci si può capire e trasmettere affetto anche senza comunicare, come accadeva con gli anziani al social center. Ho imparato che amo parlare con tutti e conoscere tutti, a dispetto della mia timidezza di fondo. Ho imparato che un keniota può aprirti un mondo, e portarti a riflettere su dinamiche e temi di cui precedentemente ignoravi l’esistenza. Ho imparato che insegnare ai giovani è molto difficile, poiché ascoltare è cosa da persone mature. Ho imparato ad essere un po’ più impulsivo e pormi meno domande e porne di più agli altri, prima che l’occasione di conoscere qualcosa di nuovo si perda, a causa di una misera pigrizia. “Chiedere è vergogna di un attimo, non chiedere è vergogna d’una vita”… E infine, ho imparato che ci sono tante critiche da muovere al nostro bel paese, ma quando si tratta di fare una presentazione power point su di esso, ti rendi conto di quanto fossero limitanti i quaranta minuti a noi consentiti. Gli altri volontari integravano le presentazioni con delle clip, mentre io annoiavo per tre quarti d’ora 30 studenti in media a settimana, spiegandogli tutti gli aspetti del nostro Paese, così Scriptamanent #2

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variegato ed in perenne contraddizione con se stesso. Per me questa esperienza all’estero è stata un corso accelerato di vita. L’apprendimento è vita, ed io ho imparato molte cose, in primis la relatività del tempo. Un tempo che, durante la mia permanenza in Polonia, s’è dilatato a dismisura. Seppur destinate a terminare, queste esperienze rimangono e vanno a creare la necessità di far altre esperienze. È un piano inclinato, e chi esce dal proprio guscio inizia a vedere ogni aspetto del reale come non ha mai fatto prima, fino a capire che le cose che apprendi, le persone che conosci, le esperienze che fai, s’uniscono in modo olistico, cambiando radicalmente la forma mentis di una persona. Detto questo, consiglio a tutti quest’esperienza, perché è davvero uno stimolo ad uscire dall’apatìa di cui la ripetitività è la principale causa. Volunteering is living.

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Avis de tempete

--------------------------Fenard Manon 21 years | France ►►EVS in Germany, 2008/2009

«Je suis à Berlin!» Zoé se sent enivrée et dans une euphorie qui l’emplit soudain toute entière! Cette gare bat au rythme endiablé de son coeur, cette ville mythique qu’elle aperçoit déjà derrière les baies vitrées immenses. Elle a comme une impression de mettre un pied dans l’histoire. Si spontanément, embarquée dans un tourbillon de vie qui s’accélère, elle a quitté sa Bretagne, d’un seul coup, elle est partie. La route. L’excitation de voyageuse qui la gagne. «Je suis à Berlin!» Elle n’en reviens toujours pas tant elle se sent ivre de cette ville. Berlin, coup de foudre. Elle sait déjà que tout l’entraine, ce vent de tempête bretonne si fort à l’intérieur va souffler en tous sens dans son escapade berlinoise improvisée. La jeune fille marche à côté de lui. Il a l’air d’un voyageur lui aussi. Sa barbe, ses longs cheveux, son regard magnétique sur le monde, son sac à dos imposant. Sans raison, Zoé lui fait dès le premier instant une confiance immense, elle ne le connait pas. On ne sait quelle force la pousse soudain à le suivre, à lui parler. «Je le ressens, nos chemins doivent se croiser ici» pense t-elle en le regardant intriguée. Tout est vécu dans l’instant et elle se laisse porter par ce délicieux sentiment de suivre ses intuitions du moment si légères et si fortes pourtant. Ils échangent quelques mots. Il a une allure rapide, saccadée, il a l’air perdu et pourtant il est chez lui. Il, ne sait plus rien du tout, c’est comme s’il ne reconnaissait pas toutes ces rues et ces ambiances qui lui étaient familières. Elle se lance dans une discussion enflammée, elle a tant d’énergie, elle est si euphorique d’être là, de tous les détails de cette ville, il reste très silencieux. l’accent français de Zoé. Il sourit, charmé de ces paroles hasardeuses au tintement d’exotisme. Chez lui, dans un vieil appartement chaleureux de Berlin-Est, tout est si Scriptamanent #2

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étrange. Zoé est assise avec lui et ses parents à la table en bois de la cuisine, elle rayonne, ensemble ils boivent un chocolat chaud. Il est comme un enfant, de retour enfin chez lui. Il leur raconte un peu l’Argentine, du bout des lèvres ses trois années d’exil, de voyage, mais les mots ne viennent pas. Simplement être là… Aujourd’hui, elle parle avec ces inconnus, de ce mur, juste en bas de leur fenêtre. De la joie qu’ils ont eu il y a 20 ans de cela, quand ils se sont embrassés, perchés sur les restes d’une brisure de l’histoire, au milieu de cette foule. Ce sentiment de liberté. Un frisson les parcourt. Les souvenirs et les projections fascinées s’entremêlent dans le silence. Il a comme l’air absent. Elle se dit soudain «Je ne sais où je suis, comme c’est troublant cette scène». Zoé aime à tricoter le quotidien de fils imprévus de folie délicieuse. Elle improvise, et décide de lui couper ses cheveux hirsutes de vagabond dans cette salle de bain bleue. Elle rit. Les mèches tombent en pagaille. Sa mère les prend en photo avec un vieil argentique. «Clic», c’est un moment d’une étrange beauté poétique. Le ciel s’assombrit de façon anormale, il marche vite, il sait ou il va. Dans sa tête elle se murmure: «Moi je suis prête à suivre ce fascinant chevalier berlinois où qu’il aille, partout dans cette ville qui me rend folle. Je suis ici pour suivre ce vent qui m’entraine, je crois en fait pour le suivre lui, cet intrigant personnage». Il l’emmène sur sa mob’à une technoparade qui a lieu dans un boulevard géant. Des chars peinturlurés à perte de vue. Les berlinois se déchainent. Le vent se lève soudain par bourrasques très fortes. Les gens se tournent vers le ciel qui se déchire, qui devient bleu-noir et magnifique. Un souffle. Un violent coup de tonnerre retentit puis ils sont entièrement trempés par une pluie torrentielle. La foule est d’abord surprise et se cache, puis c’est une transe générale et incroyable qui s’empare d’elle. Ils dansent toute la nuit, la musique les ensorcèle de ses rythmes saccadés, dégoulinant de pluie, ils sautent à pieds joints dans la boue et les flaques d’eau, rien n’a plus 74


d’importance, elle sent un bonheur gigantesque s’emparer d’elle. «Je vis». Nos voyageurs roulent tous les deux en zig zag sur cette mobylette orange qui semble dater d’une autre époque. Le temps n’existe plus, il s’est évaporé dans cette nuit berlinoise de folie foisonnante. Il conduit vite, ils ont bu, elle rit aux éclats en inspirant l’air froid qui sent la neige à plein poumons. Elle le tient par la taille et sa chaleur la réchauffe. «Je sens ce vent qui souffle toujours tellement fort en moi et qui m’entraine!» Il roule de plus en plus vite. La vitesse la grise. «Youhouuuuu!!» elle a envie de crier sa joie à tous les passants. Un petit vent frais s’engouffre sous sa robe verte détrempée dénichée dans une friperie l’après-midi. Soudain, un renard roux passe juste devant eux en trottinant, sur la large route. Brusque coup de frein, elle reste éberluée sur ce trottoir, ses genoux saignent, sa tête cogne et Zoé regarde l’animal magnifique s’éloigner, toute fascinée de sa présence féerique au beau milieu de cet accident. La mobylette est complètement hors d’usage, Zoé et lui la trainent lourdement dans les petits chemins près du canal en direction de la maison. Un homme là-bas, un de ces hommes du monde des démunis qui peuplent Berlin de leurs âmes à la dérive, est allongé au bord de l’eau. Il écoute de la musique classique sur un petit poste de radio et chante très fort. Ils ne distinguent que sa silhouette en ombre chinoise d’un grand drap rouge qui lui sert d’abris. En arrière plan, des péniches à l’abandon semblant dormir sur l’eau, recouvertes d’objets de ferrailles de toutes sortes, qui leur donnent des allures de fantôme. Elle se sent bizarre dans cette atmosphère de petit matin si glaciale et si belle. Encore sous le choc, ils ont marché dans les rues, ils se sont perdus. L’Argentine, le temps d’un autre espace à parcourir, et la carte de Berlin s’est évaporée de sa mémoire. Ils ont toujours un peu mal partout et avancent hagards sur les boulevards berlinois encore sombres. L’aube pointe déjà fraichement sur les branches des arbres qui bordent les larges trottoirs. Le premier tramway jaune passe sur Scriptamanent #2

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ses rails suspendus dans son manteau de graffitis. Il se détache si bien sur le ciel, on dirait un petit train comme un jouet d’enfant. Elle parle dans un souffle et s’amuse des nuages de buée qui se forment dans sa bouche et qui sentent l’aventure «Nous sommes perdus», elle s’enveloppe dans sa veste en cuir et dans un sentiment furtif de perte de repères, de fuite en avant. «J’ai froid». Il est perdu lui aussi, ailleurs, il s’égare dans un lointain qu’elle n’arrive pas à atteindre, il est encore là-bas. Sans s’en rendre compte, il lui parle espagnol, elle, est ancrée dans le présent… Il a le regard du voyageur sans retour et elle le trouve simplement touchant avec ses cheveux coupés n’importe comment. Et ils marchent dans Berlin comme deux notes de piano suspendues. Ils arrivent au hasard dans une rue déserte, où tous les immeubles ont été tagués et décorés de drapeaux. Les fenêtres sont cassées. Il n’y a personne et pourtant on a l’impression que les murs sont vivants tant ils sont emplis de rage. Tout est à l’abandon mais revit de l’intérieur. Les habitants de ces lieux veulent vivre simplement dans l’anarchie de leurs idées marginales et passionnées et cette rue entière respire de ces visions pleines d’utopies. Zoé se sent comme dans une parallèle du monde qui les entourent, dans une parenthèse de vie rebelle et libre, elle lui sourit, et avec ses yeux lui offre son plus beau «Danke». Et puis tout à coup, comme dans un film au ralenti, une pluie de sous vêtements leur tombe sur la tête. Ils les regardent se gonfler comme autant de petits parachutes intimes qui leur dégringolent dessus. C’est surréaliste. Zoé se met à danser à nouveau sous cette pluie invraisemblable. Un couple nu au dernier étage, hurle et se frappe, se déchire et, dans les volutes droguées de leur dispute, ils n’en finissent pas de balancer de rage, leurs affaires par la fenêtre. «Je ne veux pas voir cela, leur déchirement, je trouve cet instant simplement beau». Elle est toute à ses pensées d’émerveillement quand il donne un coup de pied impressionnant dans la mobylette, la laisse là comme une 76


épave orange dans le caniveau gris et se met tout à coup à pleurer. Il attrape vigoureusement Zoé par le bras et l’entraine en courant. Il court et pleure toujours, si fort, il la tire, Zoé ne comprends pas ce qu’il a, il est tout secoué de sanglots et elle est trop essoufflée de courir ainsi follement sans but. Après l’accident, tous ses membres lui font mal. «Je voudrais m’arrêter, je n’en peux plus», elle le suit pourtant. Elle continue de le suivre. Confiance profonde, et Zoé ne sait pourquoi, elle se sent happée par lui. Par cette force de vie qui l’a amenée à venir jusqu’ici, si fougueusement. Mais cette force là l’emplit peu à peu d’un sentiment de doute. «Je ne sais plus vraiment ce que je fais là dans cette friche industrielle». Ils courent au milieu de bouteilles de bières vides qui roulent dans tous les sens sous leurs pas. Il y a encore l’odeur de la nuit qui flotte dans ce lieu étrange, dans ces anciens hangars de réparation de train transformés en lieux des nuits berlinoises alternatives. Les clubs électro effrénées sont vides et les salle de concert punk désertées. Les derniers fêtards sont allés se coucher. Seul un jeune homme dors sur un canapé éventré laissé là au beau milieu de tout. Il est trempé, sa tête tombe sans cesse toute seule dans son sommeil sans fond et dans ses rêves encore alcoolisés. Les murs des entrepôts sont transformés en mur d’escalade, chaque minuscule parcelle a trouvé son nouvel élan de vie. Dans un arbre, on a monté une cabane éclairée par des guirlandes d’ampoules colorées. C’est une terrasse de café fantastique. «J’aime plus que tout la poésie soudaine de ce lieu magique. Je voudrais être à cette table, maintenant, je voudrais être là, tout en haut avec un thé et un roman génial». Instant de beauté imaginaire. Seule la magie transparait et ces pensées furtives lui font disparaître juste un petit moment cette boule d’angoisse qui lui tord le ventre sans qu’elle ne sache pourquoi. L’endroit était pour elle à l’instant majestueux mais son regard change peu à peu et Zoé lui trouve finalement un air des plus lugubre. Il la regarde soudain avec ses Scriptamanent #2

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yeux rougis par les larmes qui n’en finissent pas de rouler sur ses joues sans raisons. Il a une sorte d’hystérie de pleurs qui le gagne, il la regarde avec un regard qui la glace. Il paraît hors de luimême. «Je me sens toute petite, je ne sais que faire, je voudrais le consoler, le comprendre, le connaître déjà, si seulement…» Et puis non, le connaître, s’approcher un peu plus près de son lui profond qui se dérobe sous ses yeux, à cette simple idée elle est à présent terrifiée. A son tour, elle ne sait plus rien. Zoé regarde autour d’elle et ne trouve plus rien de poétique. Elle s’assoit sur les vieux rails de chemins de fer défoncés par le temps. Tout est glauque et affreusement angoissant. Il l’a entrainée jusqu’à ce lieu désaffecté sans le savoir, comme pris dans son élan à lui, dans sa tempête intérieure qui le dépasse. C’est le tout début de matinée et des pigeons se battent pour la place au soleil du pont rouillé qui passe au dessus d’eux. Des plumes volent dans les rayons de lumière. Les berlinois dorment profondément dans le calme de la ville tout autour. «Moi je suis dans les contreforts du calme», imagine t-elle dans une panique qui s’empare d’elle, et ce calme la fait trembler de tout son corps. Elle pense étrangement qu’ils font tous les deux partie du silence. Il a toujours ce regard tellement emplit de désarroi et qui se transforme en haine et qu’elle ne comprends pas. Il souffre, elle le voit, «mais je ne sais qui il est, maintenant il me fait peur. Je veux rentrer chez moi, je veux juste rentrer chez moi», c’est comme une obsession qui la gagne, «laissez moi». Cet attrait pour l’inconnu qui la fascinait tant lui enserre à présent les entrailles. Une sensation de chute. Happée par un vertige incroyable quand il s’agrippe une nouvelle fois à son bras pour l’emmener dans un autre part qu’elle ne veux plus découvrir. Le vent de Bretagne lui souffle en tempête dans les oreilles, «je l’entends siffler dans les impressionnants rouleaux qui s’écrasent dans ma tête». Ce vent là est devenu si violent. C’est celui qui secouait les pêcheurs dans leurs insomnies islandaises gelées, celui qui les ramenait morts sur les côtes 78


sauvages. Un éclair de temps illumine soudain ce visage déformé par une sorte de rage, ce regard, cette flammèche de folie. Fuir, devenir points de suspension. «Je me trouve maintenant en haut de cette vague immense dans cette mer déchainée», le temps ralentit soudain, il s’étire et s’allonge dans l’espace, elle peut le saisir au vol qui s’égrène lentement dans sa peur. Et elle voit tout, bloquée dans sa terreur paralysante. Elle sait, elle en étouffe dans cet interminable arrêt sur image écumeux. Elle comprend seulement maintenant le danger de cette fascinante tempête qu’elle suivait aveuglement. Zoé croyait naïvement écouter le chant du vent du bonheur de l’instant. Et puis elle n’entends plus rien. Le vent s’est arrêté sur ces rails abandonnés.

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Prints in the snow “Qual è dunque lo scopo di un tale viaggio? Nessuno, se non quello di perdere il proprio tempo nel modo più fiabesco e più sostanziale possibile. Svuotarsi, denudarsi e, una volta vuoti e nudi, riempirsi di sapori e saperi nuovi. Sentirsi vicini alla lontananza e consanguinei dei diversi. Sentirsi a casa propria nel guscio degli altri. Come un eremita. Ma un eremita planetario” [Pour une littérature voyageuse, 1992]

Credo che in tutte le vicende umane il destino abbia un certo peso. In fondo, stava scritto che un giorno sarei partita per la Danimarca. A dodici anni mi venne regalato “Aneddoti del destino” di Karen Blixen, il primo libro che ho letto tutto d’un fiato dall’inizio alla fine e che mi ha fatto letteralmente innamorare di quest’autrice danese. Poi il tempo passa, la vita porta per strade inedite ed impensabili ma alla fine tutto torna. Arrivata a 27 anni con una laurea in Antropologia Culturale a Venezia e decine di diverse esperienze lavorative, la mia inquietudine saliva. Avevo bisogno di qualcosa di diverso, una nuova sfida capace di mettermi davanti a quell’io che sentivo di non conoscere abbastanza. Fornendo delle consulenze sulle opportunità di volontariato per i giovani presso il Centro di Servizio di Volontariato di Rovigo mi sono domandata “Perché non partire?” Lo SVE mi è sembrato da subito un programma molto interessante e serio, nonostante la varietà dei progetti e dei Paesi coinvolti. Il mio cuore mi avrebbe portato ad esplorare un’antica cultura del Mediterraneo (Turchia, Grecia…) ma dopo alcune valutazioni ho cambiato completamente direzione. E perché non un Paese del nord, capace di mettermi seriamente alla prova? Non ho mai amato il freddo e i “nordici” non erano sinceramente mai riusciti a catturare il mio interesse. Avevo 80


---------------------Giada Milan 28 years | Italy ►►EVS in Denmark, 2010 

pensato quindi sarebbe stato un modo per migliorare l’inglese (dato il livello di conoscenza di questa lingua nel nord Europa), fare un’esperienza di volontariato di un certo livello (considerando la rinomata organizzazione nordica) e sfatare, se possibile, i miei pregiudizi. Mi interessavano progetti nel settore ambientale. Mentre scartabellavo nel database europeo senza grossi risultati, tra Paesi come l’Islanda, la Svezia, la Danimarca e la Norvegia, mi sono accorta che un’organizzazione danese, Houens Odde Spejdercenter, stava cercando volontari. Si trattava di un centro scout. Tra i requisiti, richiesti vi era il possesso della patente di guida. Dopo qualche tentennamento iniziale dovuto al mio scetticismo nei confronti del movimento scout e alla paura di mettermi un po’ troppo in discussione ho deciso di tentare. Io ed Emiliano, il mio tutor italiano, abbiamo quindi mandato il CV e la lettera motivazionale. A distanza di un paio di settimane, l’associazione mi manda una mail dicendo di essere interessata al mio profilo e di volermi fare un’intervista telefonica. La contentezza iniziale aveva lasciato lo spazio all’ansia. Dovevo fare un’intervista in inglese!!! In realtà, dal primo momento che io e Karsten, il boss dell’organizzazione, abbiamo cominciato a parlare mi sono resa conto di riuscire a capire molto più di quanto pensassi e di essere di fronte ad una persona cordialissima con un gran senso dello humor (cosa che poi ho capito caratterizzare in generale i danesi). A distanza di un paio di settimane mi hanno dato la conferma di avermi selezionata, si trattava quindi “solamente” di preparare le mie cose e aspettare la data di partenza, il 22 febbraio 2010. La durata del progetto era 6 mesi: da febbraio ad agosto 2010. Quando partii, quella notte di febbraio, lasciando per la prima volta nella mia vita la mia famiglia, sentivo dentro di me l’agitazione per qualcosa di ignoto che avevo davanti, ma comunque di grandioso che Scriptamanent #2

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percepivo stava compiendosi. Quello che cercavo era una vera sfida, da sola, in un Paese diverso dall’Italia. Il primo notevole impatto è stato il freddo e la neve. Sorvolando con l’aereo la Danimarca mi sembrava di essere volare sulle distese di ghiaccio dell’Alaska. Il secondo è stato l’inglese. Lasciato l’aeroporto di Venezia sono entrata in una dimensione linguistica anglofona, senza contare l’altissimo livello di inglese delle persone con cui dovevo lavorare. Il terzo forte impatto è stato poi il danese, questa lingua scandinava che alle mie orecchie italiane suonava come Giapponese ma che in realtà era un ibrido tra tedesco ed inglese. Il quarto: il cibo. La prima settimana non mangiavo perché niente mi ispirava; sulla tavola c’era sempre e solo pane con burro, maionese, formaggi, e cose stranissime che non riuscivo nemmeno ad identificare. Potrei riempire 100 pagine descrivendo quello che mi ha colpito perché ogni giorno c’era qualcosa di insolito ma comunque stimolante, mai banale. Durante la mia permanenza nel Paese delle Fiabe (grazie ad Hans Christian Andersen, ma non solo, data la bellezza da fiaba della campagna danese), ho appreso davvero cosa significhi prendere tempo per sé stessi e lavorare in gruppo per uno scopo comune. Uno dei nostri principali compiti era infatti fare da istruttori di teambuilding per i gruppi scout e i businessman che sceglievano la nostra penisola e i nostri cottages sul fiordo per svolgere dei trainings. Oltre a questo, dovevamo dare una mano per la gestione in tutto e per tutto della penisola: nutrire le capre e le pecore, riparare ciò che si rompeva (sedie, porte…), tagliare l’erba, andare a fare rifornimento di mangime con la macchina, dipingere le pareti esterne dei cottages e chi più ne ha più ne metta. Senza poi contare tutta la serie di corsi che abbiamo seguito, come quello di vela per fare da istruttori d’estate durante i campi estivi. Ma Houens Odde per me ha significato molto di più. È stato condividere con altri volontari SVE con cui vivevo e scout danesi e non, momenti di svago e spensieratezza al chiarore 82


del fuoco dei campfires e delle stelle, vedere come persone provenienti da nazioni diverse (come nel caso dello scambio Danimarca-Tunisia) ma con gli stessi valori, possono dialogare ed arricchirsi a vicenda, è stato incontrare persone provenienti dai posti più disparati del mondo che hanno contribuito in maniera eccezionale a fornirmi nuove prospettive ed ispirazione per la mia vita. Lo SVE in Danimarca è stato inoltre un’occasione privilegiata per scoprire questo meraviglioso paese grazie ai week-end trascorsi viaggiando spesso con altri volontari SVE (incontrati durante on arrival training), grazie alle gite che la mia organizzazione ci ha permesso di fare periodicamente e grazie alla conoscenza di persone del luogo che mi hanno portato nelle loro case a mangiare dolci al rabarbaro sorseggiando l’immancabile caffè lungo o la birra autoprodotta, al lume di candela, di fronte al fuoco, quando tutto, fuori, era ammantato dalla neve. Spesso mi è capitato di fermarmi e dire a me stessa “non stai sognando, sei davvero qui, lo stai davvero vivendo!”. Il passare dei mesi, delle stagioni, consolida questa percezione di appartenenza al nuovo habitat che con il tempo diventa famigliare. La strada per andare in macchina alla scuola di Danese diventa un’abitudine e così tutte le altre che quotidianamente si percorrono, fino a quando ci si rende conto che è ora di svegliarsi, che il sogno sta per finire, che è ora di tornare a casa. Nonostante molti momenti di difficoltà, dovuti alla lontananza da casa, dalla famiglia, dagli amici, gli ultimi giorni per me sono stati a dir poco tragici. Sentivo che quella situazione di apparente immutabile stabilità stava per concludersi. Avrei presto dovuto dire “Goodbye” a persone che, nei mesi, da perfette sconosciute erano diventate parte di me, amiche, confidenti. Avrei dovuto rinunciare alle mie passeggiate nel bosco con i nostri cani, Basse e Jumper, alle nuotate nel fiordo dopo il lavoro, a recarmi come facevo ogni giorno nel mio luogo segreto per ascoltare il silenzio. Ma forse la bellezza di Scriptamanent #2

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quest’esperienza sta anche nella sua caducità, nella consapevolezza di aver vissuto qualcosa di irripetibile che ha riempito il cuore e ha appagato, per un periodo, la sete di conoscenza e la curiosità. Quando si torna, in aereo, in treno, in macchina, non importa il mezzo, si è diversi. Il mio tanto desiderato rito di passaggio, dalla giovinezza alla vita adulta, che in Italia si sta dilatando sempre più, è avvenuto. La ragazza che mia mamma ha accolto ed, inizialmente, non riconosciuto all’aeroporto vestita da cow-boy, non era più la stessa che era partita quella mattina del 22 febbraio. Dopo le mille avventure e le sfide, challenges, affrontate da sola in un paese straniero senza paura perché in ogni caso “I’ll find out!”, sento davvero di avere una marcia in più. Chiamatela come volete: autostima, consapevolezza, incoscienza… Ciò che importa è sentire di avere delle solide basi su cui costruire la propria vita e la base fondamentale è costituita da noi stessi e dal nostro rapporto con gli altri. E che lo SVE sia solo l’inizio di una vita più vivace e policromatica, all’insegna dell’attivismo e della consapevolezza dell’importanza dell’azione per sconfiggere la deriva di valori cui si sta purtroppo assistendo soprattutto nel nostro paese a tutti i livelli. Questa mi sembrava una premessa necessaria per farvi entrare con lo spirito giusto in alcune delle avventure che ho narrato in un blog durante il mio periodo di permanenza. Eccovi un assaggio. Non mi resta quindi che augurarvi buon viaggio! Meteore | 17 Aprile 2010 Sbircio nel mio diario per scovare qualche frammento interessante su cui riflettere, di cui parlare. Potrei raccontarvi delle persone che sto incontrando, di quelle con cui lavoro quotidianamente oppure delle “meteore” con cui ho condiviso tanto in brevi istanti, chiacchierando magari davanti alla stufa, nell’ora di hygge, il tipico momento di convivialità danese al chiarore delle candele. A volte mi sento sola, lontana da casa e dai miei affetti. Ma quando 84


incontro queste persone, che hanno storie da raccontare o che semplicemente hanno vissuto e possiedono qualcosa di genuino e dannatamente vero in sé, caspita, in quei momenti, la mia visione del mondo cambia completamente. Niente fronzoli, nessuna frase detta per parlarsi addosso ed ascoltare la propria voce. Una di queste persone è di certo Hanse, uno degli scout storici di Houens Odde. Voce profonda, da fumatore. Viso segnato dal vento del Nord, mani callose a causa del duro lavoro nel porto di Århus. Una pronuncia Inglese perfetta, con una chiara flessione americana. Quando, durante il workcamp Vekla, entrava nella stanza in cui mi trovavo, non potevo non percepire la sua presenza, anche se ero distratta e stavo parlando con qualcuno. Sorriso aperto, di persona che ne ha viste e fatte troppe nella propria vita per voler mantenere le distanze con la gente. Non lo so, certe persone per me sono delle calamite. Non posso non conoscerle, scambiarci due parole. Sento che perderei un’occasione. E allora mi faccio avanti, se non sono loro a fare il primo passo nella mia direzione. Il momento più bello è quello in cui ci si accorge che si parla la stessa lingua dell’anima, non c’è bisogno di usare un ricco vocabolario. È interessante e paradossale come, a volte, solamente un estraneo dotato di una particolare sensibilità risulti essere l’interlocutore più adatto con cui condividere certi pensieri, emozioni. Durante l’ultimo, delirante hygge, Hanse si è avvicinato a me per regalarmi il suo fazzoletto scout. Quando gli altri mi hanno chiesto di chi fosse sono rimasti molto stupiti. Credo che molti dei partecipanti di Vekla lo considerino un simbolo, uno dei “padri fondatori” di Houens Odde. Non è un tipo particolarmente abituato a manifestare i propri sentimenti. Che dire: feelings, sensazioni, intuizioni. Quando me ne sono tornata all’appartamento, finito Vekla, non Scriptamanent #2

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volevo più toglierlo. Adesso è appeso vicino al mio letto. Non si possono dimenticare certi frammenti di vita, parole, volti. Meteore. Camminando a piedi nudi | 19 Luglio 2010 Camminare nel bosco a piedi nudi, avendo raggiunto con il kayak Kidholmene, un’isola nel fiordo, quando più a sud il resto del mondo si trova già nell’oscurità della sera. Non è forse questa la libertà? E poi, se si ha il coraggio di osare ancora, altri mondi nascosti si aprono, ma bisogna avere gli occhi e il cuore aperti per vedere: un cucciolo di balena proprio di fronte a me, a pochi metri. La natura sa regalare emozioni indescrivibili, che vanno a toccare corde sconosciute ma così profonde che mi vengono i brividi ripensandoci. Ed era, ed è, tutto di fronte a me: uno spettacolo fatto per pochi spettatori che sanno ancora temporeggiare sulla spiaggia all’imbrunire per sentire sulla pelle gli ultimi raggi di sole della giornata e vedere i gabbiani che si tuffano indisturbati. Quando si inspira ed espira, non è solamente il proprio respiro, ma quello della terra, della vita. Ci si sente vivi, senza artifizi. E quando si è in un luogo e non si vorrebbe essere che lì, per me questa è Felicità allo stato puro.

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Ja ne protiv* 2 marzo 2010 Nizhnij Novgorod Sarà che la città non è caotica come San Pietroburgo o peggio ancora come Mosca, sarà che nonostante la presenza di 1.000.000 di abitanti Nizhnij ha l’aria da paesotto, ma questa volta il mio benvenuto in Russia non è stato contornato da lunghe attese, gente scorbutica e coinquiline per niente loquaci, tarakany amici in giro per casa (scarafaggi) e né tantomeno gatti saltellanti qua e là sulla mia valigia. Vivo con una giovane coppia senza gatti a carico, Anton e Tania, e la babushka (la nonna)! L’adoro già! Mi ricopre di coperte perché i riscaldamenti non funzionano bene e ha paura che abbia freddo, in realtà c’è una temperatura normale all’interno e non super caldo Bahamas come d’usanza da queste parti. M’han detto che ancora per un mese e mezzo farà freddo e mi parlano dello scioglimento del fiume ghiacciato come un evento affascinante, guardare lastroni di ghiaccio che si staccano a vengono portati via dalla corrente… Staremo a vedere.

--------------------Giovanna Digregorio 25 years | Italy ►►EVS in Russia, 2010

4 marzo il bibliotecario Il protagonista della giornata di oggi è il mio nuovo mito: il bibliotecario!!! Sono andata alla biblioteca per bambini nella quale lavorerò e ci sono varie signore e un signor bibliotecario, il quale ieri non mi ha rivolto la parola, oggi invece mi sono ritrovata in una piccola stanza con i computer e anche lui era lì, sempre senza dir niente mi ha dato una foto vecchissima di lui da giovane negli Stati Uniti, io ho farfugliato qualcosa per essere gentile e toh! Mi porge un sacchetto pieno di foto e mi ritrovo a guardare tutto il servizio fotografico di questo viaggio negli USA, famosissimo tra le signore colleghe a quanto pare (due settimane in tutto, ma dalla quantità di foto sembra una vita intera) Scriptamanent #2

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e le ha commentate una per una!!! Anche quella in cui bevevano allegramente vodka “e qui rispettiamo le nostre tradizioni russe”. Ma non è tutto. Forse le foto hanno rotto il ghiaccio e ha iniziato a parlare in continuazione, velocissimo e pure sotto voce!! Quindi ho capito il 10% di ciò che mi diceva, ridevo e basta. E poi quando alla radio passava una canzone che gli piaceva, come un bimbo felice si alzava di scatto e andava ad alzare il volume e tamburellava con le dita sul pc! Alla fine mi ha detto “Ciao sole, ciao amica mia, torna quando vuoi!”. E da quel momento ogni giorno c’è un nuovo evento. Per fortuna che ci sono le signore che mi salvano sempre dalle chiacchiere infinite del sig. bibliotecario invitandomi alla pausa tè (ce ne sono varie durante la giornata). C’è una signora in particolare che ogni due minuti mi chiede qualcosa sull’Italia: e che dolci ci sono, e i piatti meno famosi ma importanti, e altri scrittori recenti oltre Giorgio Faletti, e altri cantanti oltre Celentano (per chi non lo sapesse Celentano è un Dio qui in Russia), e a che età ci si sposa, e quanti figli in media in una famiglia… Insomma m’ha preso per Super Quark speciale Italia! A volte mi sento un po’ un alieno, nel senso che incontro persone che all’aver di fronte un’italiana si sentono emozionati e onorati, poi inizio a parlare russo e quasi si commuovono “ooooh l’alieno italiano parla russo!” e mi tartassano di domande. C’è anche da dire, però, che questa città durante l’epoca sovietica era completamente isolata, fino al 1991 l’accesso agli stranieri era vietato, quindi non è proprio tutto merito mio se faccio così tanto effetto. L’unica persona che non ha avuto tutti questi effetti è stata la nonnina cara, che mi coccola e mi fa assaggiare tutte le cose che prepara lei. A proposito, come faccio a far capire alla nonna che non mangio patate e cavoli a colazione? O pane, formaggio e prosciutto? Intanto il sole splende da due giorni, la neve si scioglie e bisogna uscire ed entrare in fretta nel portone perché potrebbero cadere giù lastroni di ghiaccio sulla testa =S 88


18 marzo la neve e i russi È ritornato l’inverno! Domenica c’è stata una nevicata colossale e tutta la città s’è imbiancata (io ovviamente ero per strada sotto la tormenta e sono diventata un pupazzo di neve nel giro di un minuto. E comunque l’aggettivo “colossale” non è un’esagerazione, è appropriato alla situazione, ma solo dal punto di vista di una piccola ragazza del sud Italia come me, che vede una spruzzatina di neve una volta all’anno, forse). La neve (o meglio il ghiaccio) c’è sempre, ma di quella candida mai e quindi domenica ho assistito a questo spettacolo. Ho anche assistito a come sono preparati i russi: tutti hanno a portata di mano un comodo scopettino per spalare la neve dalla macchina e dall’altra estremità c’è un parte piatta che raschia (senza danni) il ghiaccio dal parabrezza… Altro che le mie amiche che usano le schede dei punti dell’Agip! Lunedì invece con i bambini sono andata al lago e cammina cammina, cammina cammina, la domanda sorge spontanea “Ma… sto camminando ancora sulla riva del lago???” “Certo che no, stiamo camminando sull’acqua!” e mi sono sentita abbastanza Gesù in quel momento, ma con il naso rosso e congelato! E lì al centro del lago c’era un signore tutto imbacuccato che praticava la pesca invernale, cioè il buco nel ghiaccio per intenderci, proprio come si vede nei documentari! 13 aprile arrival training La neve non c’è più!!! Il sole che inizia a riscaldarsi, momenti commoventi quasi, dopo tanto freddo! In realtà io sono arrivata solo a marzo per fortuna, ma un solo mese di freddo è sembrato più lungo del nostro solito “inverno”… E sì devo metterlo tra virgolette perché ormai ho assunto i parametri russi e il nostro inverno è una primavera a tutti gli effetti. Comunque, la primavera in città è arrivata in mia assenza perché in quella settimana sono stata nel bosco e lì c’erano ancora centimetri e Scriptamanent #2

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centimetri di neve e di ghiaccio. E quindi via con le passeggiate da una sponda all’altra del lago completamente ghiacciato con il pericolo di sprofondare nell’acqua freddiccia. In pratica in questa settimana a fine marzo c’è stato il training iniziale, una sorta di benvenuto e tante informazioni su cos’è l’EVS. C’è stato anche il giorno della cultura russa all’interno del training e quindi abbiamo passato tutta una giornata a disegnare matrioshke, a preparare insalate tipiche russe (ovviamente colme di maionese), a guardare film, a rilassarci nella sauna e anche a bere la vokda… Non pensate subito “ah! i soliti sbronzoni!!!” Le coordinatrici hanno appositamente portato nel bosco la vodka: è cultura russa anche quella, no? E poi la cosa più importante del mini soggiorno nel bosco è stata la scoperta delle persone. Ho conosciuto meglio la mia futura super coinquilina Magda, ho scoperto di andare d’accordissimo con persone con le quali scambiavo a mala pena due parole (tra i quali segnalo un certo estone di nome Andre che poi è diventato anche lui mio coinquilino. Lui e Magda mi hanno regalato un sacco di bei momenti, è EVS anche questo… o soprattutto questo…) e con altre invece ho capito che non era il mio inglese zoppicante la causa della scarsa socializzazione, ma semplicemente non riusciamo ad andare oltre il “ciao, come stai”. E come al solito vado più d’accordo con i ragazzi che non le ragazze, sarà perché ho preferito bere birra, parlare del più e del meno, imparare a dire “salute” in varie lingue, ascoltare e cantare inni nazionali in piedi sul letto piuttosto che giocare a carte? E non sono stata io a versare la birra sul letto, uffa! 15 maggio EVS secondo me (ja ne protiv) Le conoscenze si sono consolidate e quindi sempre più spesso ci ritroviamo ad arrostire la carne in riva al lago, alle feste di compleanno, a prenderci cura del nostro acquario (questo è un aneddoto, però devo fare una premessa: in Russia si usa mangiare dei pesci interi essiccati come accompagnamento alla birra. 90


Aneddoto: un signore sale sull’autobus e dice “Per favore, liberate il posto per un uomo con l’acquario”; la gente seduta chiede “E dov’è mai questo acquario?” e il signore risponde “tre litri di birra e due pesciolini… non è un acquario questo?” toccandosi soddisfatto l’enorme pancia piena di birra. E così ora è nata questa espressione “prendersi cura dell’acquario”). D’altronde fa parte dell’essere volontari non rifiutare mai gli inviti ed essere sempre pronti: Ja ne protiv! (io non sono contro) è il nostro motto! Ah esser volontari!! Io lo consiglio a tutti, sul serio, ma non solo per la parte del divertimento spensierato. Credo che, più che altro, siano sei mesi in cui puoi permetterti di rallentare il ritmo della vita e pensare un po’ sul serio a ciò che si vuol fare “da grandi”. Non so se riuscirò a rendere l’idea, ma ci proverò. Un breve riassunto della mia vita negli ultimi anni: università, esami, lezioni, esami, lezioni, esami, tesi, laurea, laurea in russo ma non so parlare russo, che si fa? Studiare a San Pietroburgo lontano da casa, e ancora lezioni, esami, ritorno a casa, buio totale, prima proposta di lavoro, accettata al volo, evviva un lavoro!! Non sono più una laureata disoccupata! orologiai, call center in russo, noia, dubbi dubbi dubbi, in ufficio dal lunedì al sabato sera con l’impressione di buttar via il mio tempo, dubbi dubbi dubbi, ah! Non era un’impressione, non un minuto libero nemmeno per tagliarmi i capelli, vita consacrata all’azienda mi si chiede, ma chi me lo chiede? Un pazzo sadico che aggiusta le rotelle negli orologi ma non nel suo cervello, trasferta in Russia, incontri di lavoro, giornate intere passate sui mezzi di trasporto, zero talento e zero voglia di convincere persone a comprare orologi a mio parere non troppo belli, e poi “devi partire in EVS fra due settimane!”, dubbi dubbi dubbi, decisione presa! addio agli orologiai elemosinando l’ultimo stipendio che mi spetta di diritto, tentare di spiegare agli amici il perché della pazza scelta di rinunciare ad un lavoro stipendiato per lavorare gratis in Russia per di più dove “fa sempre freddo e gli orsi camminano Scriptamanent #2

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per strada”! E ancora visto, biglietti, saluta tutti, dubbi e ridubbi su ciò che si lascia e soprattutto su ciò che si ritroverà al ritorno e poi… l’EVS inizia… e si tira un respirone di sollievo. Dato che il mio shock culturale tipico di chi inizia un lungo periodo in Russia l’ho avuto già l’anno scorso, questa volta per me è stata una passeggiata e ho impiegato il mio tempo a conoscere persone, a parlare con loro e quindi anche a parlare di me: chi sono? Che faccio? Perché sono qui? Una specie di auto-riflessione “forzata”. La gente che incontro è estremamente varia: russi, stranieri, volontari, non volontari, bambini, anziani (la nonna!!), ragazzi con handicap. Da ognuno di loro imparo tante cose nuove ogni giorno. Non a caso si chiama “formazione non formale” questa esperienza e vale la pena di provarla.

*Io non sono contro 92


Lobeda

----------------------Giulia Bagnara 25 years | Italy ►►EVS in Germany, 2010

La Turingia, il cuore verde della Germania, e una piccola città universitaria: Jena. L’idea iniziale sarebbe forse stata quella di fare la mia esperienza di volontariato SVE in una grande città, magari nella multiforme e stimolante capitale tedesca. Invece la risposta positiva è giunta da questa cittadina, ai più sconosciuta. Dopo avere verificato su google maps l’esatta collocazione ho prenotato il consueto volo lowcost Rayanair con destinazione Berlin. All’aeroporto sono venute ad accogliermi con un furgoncino due persone che, col passare del tempo, sarebbero diventate due modelli di vita interessanti. C. E. F: sulla cinquantina, testimonianza vivente del complicato stile di vita degli anni della DDR. Lavorerò con F: alto, snello con lunghi capelli grigi raccolti in una coda, occhiali da intellettuale, rigorosamente vestito di nero e con uno sguardo dolce ed al contempo grave. Si parla molto durante il viaggio, in tedesco, lingua che già conosco, ma che devo comunque migliorare ed approfondire. Uno dei motivi per cui mi trovo qui, seduta sul sedile posteriore di questo furgoncino. Dopo alcune ore di viaggio arriviamo a Jena: una cittadina senza troppe pretese, circondata da alte colline ed immersa completamente nel verde. Questa natura rigogliosa e potente mi colpisce. Se solo anche nel nostro paese avessero avuto un poco più di rispetto per l’ambiente naturale, nei pressi della mia casa natale, in Italia, non ci sarebbero mostri di cemento, ma zone verdi con le quali l’uomo può realmente stabilire una connessione fisica e metafisica, una sorta di vero e proprio panismo. Non voglio però scadere nell’essere freak. Il nostro furgoncino non si ferma però a Jena centro, ma procede verso il quartiere della città presso il quale abiterò per circa 12 mesi (non dico un anno perché Scriptamanent #2

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questa parola mi incute un po’ di timore, scandire il tempo in mesi e settimane è molto più rassicurante e privo di un lacerante impatto immediato). Torniamo a noi. Il quartiere si chiama Lobeda e si configura come un ehmaligen DDR-Stadtteil. Al primo impatto mi sembra sconfinato: file e file di enormi palazzoni si susseguono imponenti e sconvolgenti. Non riesco nemmeno approssimativamente a contare quante finestre sono presenti in una facciata di un solo condominio. Nemmeno riesco a scorgere la fine dell’edificio. Mi pare improvvisamente di non trovarmi più in Deutschland, ma in una qualche periferia degradata in Russia. Mi ritornano alla mente quegli edifici che ho avuto modo di vedere in un viaggio fatto appunto in Russia con mia madre. Sempre mi ero chiesta, e anche oggi mi pongo questo interrogativo, come la mente umana ha potuto progettare un simile sistema abitativo. Dà certo la possibilità a tante persone di avere un tetto sotto il quale vivere, ma si tratta di abitazioni totalmente spersonalizzanti, definibili oggi non luoghi oppure sì luoghi, ma privi di personalità. Che annullano peraltro anche la personalità e la creatività di chi vi abita. Una meschina mossa di un regime che anche tramite l’architettura intendeva manipolare le menti del popolo. Dopo questi voli pindarici della mente, metto i piedi per terra (perché effettivamente scendo dal furgoncino e sto per entrare nel mio futuro Block, numero civico 18) e realizzo appunto che questo luogo ameno sarà la mia futura casa. L’aspetto comunque positivo è dato dalla ingente quantità di verde che circonda la zona e il sole, tondo e feroce, splende senza paura. F. gentilmente mi aiuta a trasportare la valigia al terzo piano (e tiro un profondo sospiro di sollievo perché l’edificio ha all’incirca tredici piani) ed entriamo, capitanati da C, nel famigerato appartamento che peraltro si trova nel bel mezzo dei lavori di ristrutturazione. Sull’uscio, con un sorriso tra il dolce e il sinistro, 94


ci attende una giovane ragazza dell’est europeo, dai capelli decisamente colore carota, che mi abbraccia e mi dà il benvenuto. La mia futura coinquilina dall’Estonia, personalità che avrò poi modo di scoprire appieno nei mesi a venire. Il nostro povero WG non si presenta molto pulito: bottiglie di birra e spazzatura abbandonata nella cucina, piatti da lavare nel lavatoio, il bagno umido e cieco con la muffa sul muro vicino alla doccia, la tavoletta del WC scrostata e mezza tranciata, la moquette della mia camera da letto è vecchia e strapiena di polvere… Il mio pensiero è chiaramente: “No, io qui non ci sto. Questa non è la Germania ordinata e pulita che ricordavo. Me ne voglio andare, voglio tornare nella mia Italia!!” Sarà pure banale, ma le impressioni col tempo veramente mutano e concretamente la vita si trasforma in un qualcosa che non avresti mai immaginato. Questo primo impatto di SVE, un poco disastroso, si è realtà trasformato in una delle esperienze più edificanti, e al contempo divertenti della mia vita. Non esagero ragazzi! In questi mesi trascorsi a Jena ho avuto innanzitutto la possibilità chiaramente di approfondire la conoscenza della lingua tedesca e soprattutto sono entrata umanamente in contatto con persone incredibili provenienti da diversi luoghi, sia europei che extraeuropei. Ho avuto realmente la splendida occasione di potermi confrontare: solo dal proficuo contatto con uomini con idee dissimili dalle proprie si può giungere alla creazione di una società pacifica, in cui individui completamente differenti tra di loro si compenetrano e si completano. Non è sempre facile (quante volte ho ironicamente pensato di strozzare la mia coinquilina estone perché lasciava spicchi di aglio nel bagno per curarsi dal raffreddore!), anzi un tempo pensavo fosse utopico. Ora il mio punto di vista è decisamente cambiato e penso che una convivenza effettiva tra popoli diversi sia costruibile, con Scriptamanent #2

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sforzo, pazienza e positività. Ritengo che in realtà il segreto sia sostanzialmente banale e noto ai più: siamo semplicemente tutti uomini. Nasciamo, cresciamo, necessitiamo di sonno e nutrimento. Amiamo, odiamo, soffriamo, gioiamo. Insomma viviamo, come un amico incisamente mi disse in un momento di assurdo imbarazzo (ma questa è un’altra vicenda). Frase lapidaria che contiene in sè già tutte le multiformi e sfaccettate risposte. Non l’avevo capito forse prima? Forse sì. Il pensiero già aleggiava nella mia mente ma ancora non aveva preso coscienza di essere un qualcosa di concreto. Per cui ora, grazie a questa esperienza di volontariato, ho preso realmente coscienza. Riesco a vedere il mondo da un’altra angolazione. Posso ora a pensare diversamente. Se fossi rimasta in Italia la mia mente avrebbe continuato a correre su ben altri binari. Per cui grazie Florence, Kevin, Andrea (uomo), Rafael, Leene, Felipe, Fritz, Conny, Isabel, Renè, Raphael, Annegret, Andrea (donna), David, Simone, Benjiamin, Manuela, Daniela, Oliver, Diana, Alì, Nora, Julia, Gabor, Wladimir, Jana, Nella, Dooa, Yvett, Nabil, Roksane, Daniela, Elisabeth, Gabriela, Yvonne, MarieLouise, Corinne, etc… E grazie anche a te Lobeda, che con le tue mostruose sembianze mi hai fatto comprendere che l’uomo, in caso di necessità, riesce ad adattarsi ad ogni cosa per potere continuare la sua esistenza. E talvolta nell’orrendo vi trova anche qualcosa di esteticamente gradevole.

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This is not real life

-------------------------Ionela Dutu 22 years | Romania ►►EVS in Poland, 2010/2011

Wanting to be someone else is a waste of the person I am. What do parents want for their child? They want him to go to a good school, take private art oriented classes, join a highly ranked university, finish studies and immediately have a well paid job. Somewhere along the way, love should appear and by combining the two paths you will find yourself in front of the perfect adult. Great career, good family. It’s a good plan but we all know real life proves to be a bit different. There is this particular moment in some random Sunday morning when you blink at the cealing and ask yourself “what do I really want to do with my life?”. There are so many answers to this question… a few months ago, my answer was EVS. I can tell you one thing: EVS is not real life. Being a volunteer here is like a nine months dream where you kind of know that you are dreaming so you can subconsciously take control of your dream and guide it towards whatever you want it to be. Sometimes you have these flashbacks of reality but you try to keep them in a hidden corner of your brain. You are “Here”, you are “Now” in your dream. You live in this flat with three people from different countries. You are a piece of this crazy puzzle. You sometimes wonder if there is someone else out there who would have played your part better than you do. It doesn’t really matter actually… You take as much as they give… You give as much as they can understand. There are these moments when you feel mute and deaf and the only thing that brings you closer to the people around you is your special power of being as human as they are. I learned that some people choose to be vegetarians, others were constrained by religion and culture to eat or not eat certain things, and some others eat meat on a daily basis. Who is right? There is no such thing as long as you can stand together at the same Scriptamanent #2

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table, pass the bread from one corner to the other, smile and tell a funny story about the day that just went by. I learned that if you are a rock chick in Germany then you more or less listen to the same music as this rock wannabe adolescent in Romania. If you enjoy punk in Poland you will most definitely find some Turkish people who will love to shake their head on Sex Pistols together with you. First of all, you are human, secondly, you are person of this world… No matter the country you come from. I found out that it doesn’t matter what your mother tongue is as long as you find a way to finish each other’s sentences. You just have to look into the eyes of the person in front of you and see that crazy unique connection that two people sometimes have. And then you ask yourself, “did he/she go that far into my head that he/she can now hear my thoughts?”. But you enjoy it too much to care about the answer. Around here it happens a lot to be stuck in a moment… But not in a bad way. You go for a beer, you eat together, you run in the Polish rain or you are waiting for this late night bus while talking about “small” things… Moments passing by. Some are so intense that make your knees tremble. You want time to stop for a little while so that you can understand better what is happening to you. And you dream… If I stop time right now, maybe I can keep this better version of myself… If I let time go by… Maybe I will forget… Today, for two hours, I went back to high school. But this time it wasn’t that horrifying. This time I was the cool foreigner that everyone wanted to meet. Pfff… I wish I had the same success in past real high school life. My mind is like a photo camera and I’m taking pictures with it. I take big breaths and I wish I could immortalize the smell of this particular moment. Shaking someone’s hand is an addiction of my hands. My skin changes its structure with every new person I meet. This morning I looked into the mirror and I actually noticed that my hair is longer. When did that happen? Are you transforming me or am I transforming you right now? 98


Falling in love with people all over the place: She is this pretty curly skinny Czech girl who tells fascinating stories about life. I want to be just like her when I grow up. He is this Spanish nice character who always says things you wouldn’t expect. Look at him and you will take him for granted – talk to him and you will fall in love with his mind. She is so loud that you will hate her in the first 5 minutes. Afterwards you will just feel her warmth and be fascinated by her sincere natural thoughts. Really hope to see her again. She has an attitude. She thinks she is so special that you hate her. But you know she will grow up some day and learn to be humble. Life will teach her to forget being arrogant and learn how not to hurt people with easy words. I love smart asses with an attitude when they have a point. Her point will come along the way. “People are better than no people”. The museum was staring at me: Today I had my first good experience with a museum. It confused my moral values. Modern art is daring me to think about the person I am not, that person who could never create the things I saw. Who created this and what are the experiences they have been trough? My mind is dared to think about the possibility of being something other than I am. No matter how much I want to think at myself as this opened minded person… I have to admit that I was angry, confused and wrinkled after the visit to the museum. Is this version of myself better that the other versions staring at me trough the items in the museum? Today somebody told me that I make a difference. I know it sounds like a cliché but when was the last time you heard it?

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Dannebrog A quite interesting issue that appears when one finds himself in a country for longer than a one week sightseeing tour, is the nuance that lays hidden in a population’s nationalist feelings and the use of its nationalist symbols (of which the Danish flag, or Dannebrog in Danish, is the quintessential example). The “Use-it Copenhagen” guide, for example, gives a to the point description of what I experienced in many situations over the last six months: “In our Christmas tree, we put the normal stars and balls, but also Danish flags. On a birthday cake, we put a Danish flag. On a holiday, we raise Danish flags on our houses. But when you ask “the Danes”, we will say that this has nothing to do with nationalism.” Also with expats, the use of the Dannebrog is omnipresent. A walk along my new corridor (where no-one is a Danish national) on a random and unsuspicious moment brought me along quite many flags. Nothing much to worry about, so it seems. The flag just has a nice and distinct pattern, suitable to cheer up any party and clear enough to remind people that they’re having holidays. Or is it? The roots of the Danish flag are clearly covered in a nationalist narrative. According to Wikipedia, “the legend says that during the Battle of Lyndanisse (…) in Estonia, on June 15, 1219, the flag fell from the sky during a critical stage, resulting in Danish victory. Another legend says that Valdemar and his army saw the sky being blood red except for a white cross just before the battle.” When looking deeper, the Dannebrog is a symbol that is to be 100


treated with the highest degree of respect. During the seminar in Gilleleje, for example, the raising and taking down of the flag (the one on the picture headlining this post, exactly) was a big thing. One evening around sunset, the organizer ran out of a meeting to take down the flag, explaining afterwards that a raised flag during night time is a serious exposure of disrespect.

--------------------------Jens Verlinde 25 years | Belgium â–şâ–şEVS in Denmark, 2008/2009

And there lays, so it appears to me, one of the main contradictions in Danish culture. On the one hand there is an obvious fear to be called conservative and nationalist. But when it comes to practice, many Danes seem to defend their country to a quite high degree, bringing up that the social model is in fact one of the best in the world. Which is true. If you are born in the right place, at least.

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Dicen que asì fue En una de esas mañanas cuando el sol entra por la ventana de manera tan abrupta que la luz se apodera de cada rincón obscuro que hay en el cuarto, iluminándolo por completo, como haciéndonos una cordial invitación, a disfrutar de esos días que ahora parecieran ser días extraños, por su mismo resplandor. Es lo mismo que pensó Agustín, que al percatarse de la presencia de tan agradable visita en su cuarto se dispuso a abandonar la cama en un movimiento brusco, en un salto que no dejaría dudas de que la apatía no seria su compañera en un día como ese. Al instante de abandonar la cama inicio con lo que era ya su rutina; arreglarse, tomar el desayuno, echarse la mochila al hombro, y salir a vivir un día más en su vida. Una corazonada le decía que este seria un día especial, un día para recordar, pero a su vez no sabía por que, Apolo ya había puesto de su parte con un hermoso día, no tenia nada especial planeado; fuera de tener un par de reuniones con sus amigos, y de comprar en el mercado un par de cosas, las que él solía llamar triviales (cepillo de dientes, peine, gel, crema, etc.) a pesar de estar presentes en su día a día, no tenia ni la mas remota idea de que era. Al salir de su casa Agustín se encontró con la vecina, una mujer de edad avanzada, casada y que eran desde que él tiene memoria los “viejos” de la cuadra. Para este momento Agustín ya contaba con 24 años, cercano a ser todo un profesionista, estaba a punto de terminar su carrera como Abogado, había conseguido hacer sus prácticas en un buffet con mucho prestigio, en el cual esperaba encontrar empleo o los contactos necesarios para no pasar penurias buscando uno. Estaba muy bien preparado, era bilingüe, tenía buenas maneras, buenos modales, se podría decir que era el novio que toda madre busca para su hija; o al menos era lo que él pensaba, con falsa modestia. Joven, lleno de vida, de ilusiones saludó cortésmente a Doña Margarita, que como de costumbre estaba regando su 102


--------------------------Jorge Luis Fentanes Colin 24 years | Mexico ►►EVS in Austria, 2010/2011

jardín, el cual era la envidia de los vecinos por la belleza, la variedad de flores, por lo colorido que resultaba a la vista, sin duda, digna imagen de una postal; aunque también solía ser la respuesta para muchos jóvenes enamorados, que a falta de dinero para poder comprar flores para la amada, solían visitar ese jardín con la complicidad de la noche para dar muestras de su amor a la prometida en cuestión. Y fue en una situación como esa, en que Agustín y Doña Margarita tuvieron su primera charla sin los formalismos de solo saludarse al cruzarse en el camino, ella lo sorprendido infraganti al escuchar ruidos en el jardín. Habían pasado seis años, de cuando Agustín loco de amor y desesperado por reconciliarse con su amada, tomo la iniciativa de hurtar las rosas blancas que estaban en su punto de mayor esplendor. El plan estaba listo para llevarse acabo, esperaría que la luz de la sala se apagara, eso ocurría después de las diez y media de la noche, era cuando terminaba la novela en turno. Incursionaría con sigilo, se le facilitaba por el hecho de ser vecinos, cruzar sin ser visto por la cerca que los separaba, que irónicamente era el resguardo del jardín, y a su vez seria su aliada para cubrir su fechoría, pensó él, sin embargo esa misma cerca lo delato. Doña Margarita no hizo drama, por el contrario le enterneció escuchar los motivos que lo orillaron a hurtar las rosas sin permiso y fue ella misma quien se las regalo. Agustín tiene muy grabado en la memoria las palabras que su madre pronuncio un día ya lejano, cuando él era niño y deseoso por comer chocolates antes de la hora de la comida, aprovecho que estaba solo en casa, se dirigió a la cocina, usó sillas, bancos y demás artículos que le fueron útiles para hacer su escalera y obtener la tan preciada caja de chocolates. Después de tener la caja en su poder y arrasar con ella, limpió la escena del crimen, pero olvidó por la Scriptamanent #2

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adrenalina que corría por su diminuto cuerpo, el muñeco que recién le habían traído los Reyes Magos; un muñeco de acción que llevaba consigo a sol y sombra. Al sentirse confiado de estar fuera de cualquier sospecha por su travesura, no adivinó la sorpresa que se llevó al escuchar el llamado de su madre dos horas después cuando regresó de hacer las compras en el mercado. – Agustín ven aquí, estoy en la cocina, le dijo. – Bajo en un momento, contesto él. Al llegar a la cocina vió a su madre sentada en la mesa, con la caja de chocolates y su muñeco, sintió un frio helado recorrer su espalda, y sin más se sintió atrapado de la manera en que menos podía alegar ser inocente. Ante su reacción, su madre le dijo: – Ven, acércate, moviendo la silla e invitándolo a tomarla – Heee lo siento, no quería comer todos los chocolates, pero… – ¡No resististe más y te comiste toda la caja, y tanta fue tu emoción que olvidaste el muñeco que tanto te gusta! ¿No? – Si, perdón, no lo vuelvo a hacer, dijo esperando zafarse de alguna tarea extra por su falta. – Mira Agustín, eres un niño y debes entender que hay reglas, y si las rompes hay consecuencias, además no hay crimen perfecto, siempre hay algo que nos puede delatar, no lo olvides. En cuanto a tu castigo ya veremos. Y así fue. Al detenerse y darse los buenos días mútuamente, Doña Margarita le dijo: – ¡Agustín, disfruta de este día, es hermoso, parece que invita a cantar, a levantarse de buen humor, seguro algo bueno pasará! ¡Además es sábado, el fin de semana esta aquí! – Si eso mismo pienso yo. Ya lo estoy disfrutando. ¡Tengo la sensación de que sus palabras serán de profeta! – Cuídate mijo y que te vaya bien, se despidió amablemente Doña Margarita 104


Continuó su camino rumbo al mercado, compró lo que necesitaba. Les habló por teléfono a sus amigos para confirmar el lugar donde se verían, un lugar en una plaza comercial, para distraerse y perderse entre la gente. Él sabía que tenía tiempo, pues sus amigos no se distinguían por ser como los relojes suizos. Llegó a la plaza comercial y se dispuso a caminar, a mirar a través de los aparadores y ver el último grito de la moda. Pensó en como gastaría sus primeros cheques, cuando los tuviera, claro. Aun faltaban cuarenta minutos para que sus amigos llegaran, sin contar el tiempo extra por esperarlos, y Agustín ya había terminado su recorrido por la plaza comercial. Decidió tomar asiento y leer el periódico, la sección de deportes; su favorita, para enterarse de las nuevas noticias, los resultados, los comentarios de periodistas, futbolistas y de todo lo que rodea a la “redonda”, para seguir confirmando cuantas emociones, dinero, charlas y pasiones ruedan detrás de un balón, que sin proponérselo su creador o creadores, desde hace mucho tiempo este deporte acapara la atención de lo que es realmente importante. Una vez leyó una cita de un ex-futbolista, Arrigo Sachi: – El futbol es lo más importante de las cosas menos importantes, y él estaba completamente de acuerdo. Al verse sumergido en su lectura no avisó de la pareja que se sentó a su lado en la banca, una pareja joven, de buena posición económica a decir por las ropas y accesorios de ella, y al buen gusto de él por su perfume fresco y sofisticado, o al menos era esa la primera impresión que le causaron. La pareja se veía como una familia para promoción de un comercial, ya que el cuadro era completado por un niño de no más de seis años, podrían ser la familia perfecta, pensó para sí mismo. No había nada raro en ellos, todo era perfecto hasta que Agustín vió al niño con detenimiento y se dió cuenta que no era “normal” parecía tener un tipo de discapacidad, pero eso no le evitaba actuar como el mas normal de los infantes, y jugar en cuanto lugar le fuera Scriptamanent #2

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posible con su pelota. Y fue esa pelota la que rompió el hielo, ya que el niño la pateo llegando a los pies de Agustín, que de un movimiento ágil y rápido, “mató la pelota”, despejando cualquier duda de cual era el deporte que practicaba. Le regresó la pelota al niño mientras los padres se disculparon con él e intentaron meter en cintura a su hijo. A lo que Agustín intervino. – No, no se preocupen, no hay problema, no pasa nada. Él solo se divierte, a mí no me incomoda. – ¡OH! Gracias, que bueno que pienses así, mucha gente hoy en día se molesta por verlo jugar, y reaccionan peor por su estado. Dijo el papa con un tono cordial y amable en su voz. – Bueno, no creo que la gente debería reaccionar de tan mala manera, todos fuimos niños e hicimos lo mismo, jugar y jugar – A mi me gusta mucho jugar, de grande voy a ser futbolista, dijo el pequeño, interviniendo en la charla. – ¡Ah, mira que bueno! ¿Y en que posición de gusta jugar? apuntó Agustín. – Delantero, me gusta meter goles, pero también me gusta ser portero, me gusta aventarme por el balón, al instante se lanzo despejando cualquier duda de sus palabras. – ¡Que bueno, que te guste, practica mucho, para que seas mejor que muchos que salen en la televisión y que solo dan pena! – Que amable eres, parece que tienes hijos? acotó la madre, entrando en la conversación. – Lo que desató la risa de Agustín, diciendo. – No, aún no, soy muy joven para eso, primero quiero vivir, viajar, conocer el mundo y después que vengan los que quieran – Seguro quiere un equipo de futbol, dijo el padre desatando la risa de todos. – Jajaja, no seria mala idea, dijo Agustín. – Mira que se ve que eres buena persona, seguro serás buen padre, pero primero haz lo que dijiste, viajar, conocer, aprender 106


de mucha gente en diferentes latitudes, eso te servirá mucho, agregó la esposa. La charla prosiguió entre ellos, matizada con los juegos del pequeño Manuel, que no cesaba en jugar. El tiempo pasa deprisa, y mas cuando uno logra entretenerse, pensó Agustín luego de recibir una llamada de sus amigos, que lo estaban esperando en el lugar convenido. Así Agustín pasó a despedirse de la feliz familia, no sin antes estrechar la mano de ambos y de chocarla con su nuevo amiguito. Antes de marcharse había una duda en su cabeza, una pregunta que merodeo su mente mientras charlaban, y que no se atrevió a preguntárselas por temor a que lo tomaran a mal, después de todo había hecho química con ellos. Y era que, como era posible que dos personas que se veían completamente sanas, fuertes, jóvenes tenían un hijo, que a no ser por su Ángel de Niño parecía tener un “defecto”, no era tan “normal”, al mismo tiempo que pensó como reaccionaria él mismo ante una situación igual, que haría en su papel de padre de un hijo en ese estado. No sabía las respuestas, apresuró el paso para encontrar a sus amigos, pero sin dejar de pensar en esa familia, con deseos de conocer las respuestas a sus dudas. Las charlas sin sentido, las anécdotas, los consejos y todos los matices que se reúnen cuando los amigos hacen lo propio, fueron el plato principal en esa reunión, que continuó hasta altas horas de la noche cuando decidieron hacer cómplice también a la noche, al baile, a los tragos, a la música y a ese bello elixir que es la juventud. Al día siguiente, para suerte de Agustín era domingo, tenía todo el día para reponerse de la noche tan movida que vivió un día antes. Ya que en más de una ocasión al verse atrapado por la misma ansia de festejar en días entre semana, no dejaba de repetirse: – ¡No lo vuelvo a hacer… No al menos hasta el próximo fin de semana! Scriptamanent #2

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Luego de reponerse de los es-tragos de la fiesta, inició su semana con ímpetu al regresar a trabajar. Donde tenía todo en orden, su trabajo al día, su disposición para cualquier tarea, el ansia de aprender, de quererse comer el mundo de un bocado, todo parecía perfecto. Llegó la hora de la comida, se fue como ya era una costumbre a comer con los Licenciados a un restaurante cercano a las oficinas donde trabajaban. Todo iba normal, sin novedad alguna, hasta que una multitud de personas entro en el restaurante, irrumpiendo la tranquilidad que hasta ese momento reinaba, con el desmadre que hacían parecía que iban celebrando el cumpleaños de alguien; esto no habría tenido nada de especial, si no hubiera sido porque entre las personas que iban había una persona en silla de ruedas, y que tuvo que ser cargada por cuatro hombres para poder acceder hasta el lugar donde tenían su reservación. Ésta solo avivo mas la fiesta que traían de por si, ya que hicieron de ese inconveniente una alegría, como parodiando la entrada de un soberano cargado por sus súbditos hasta sus aposentos, todo eran mas risas y celebración. Pero una duda floreció en su cabeza: – ¿Porqué el restaurante no tiene rampas para que las personas en sillas de ruedas no tengan que depender de otras siempre? La hora de la comida terminó, y se marcharon a seguir trabajando. Durante el trabajo Agustín no dejo de pensar en esa imagen. Ya de camino a casa, al son de las canciones en su iPod su mente se debatía entre muchos pensamientos; la hora de hacer su examen final y ser un flamante Abogado se acercaba, buscar un trabajo y ser parte de la fuerza laboral era inminente, pero sin embargo aun seguía preguntándose que hacer con su vida, no era un crio sin experiencia, tampoco era un viejo con los achaques propios de la edad y rasgo inequívoco de haber vivido; se encontraba en un momento de esplendor, aunque con tintes grisáceos por su la zozobra de no saber que rumbo tomar. 108


La semana pasó como muchas otras; levantarse, ir al trabajo, trabajar, regresar… Era ya una especie de rutina, en la cual ni siquiera se dió cuenta como entró, pero ya estaba ahí. Sus semanas pasaban, con la agenda en la mano; ahora tenia que planear cuando y a qué hora ver a sus amigos, ya no podía ser tan espontáneo como en esos bellos y gloriosos días de estudiante, donde lo único que esta programado són las vacaciones y los exámenes, esto último es trabajo del profesor. Así entre un pensamiento y otro, llega otro fin de semana, el sábado al ir de compras al mercado, en una de las muchas escaleras que hay se encontró con una persona que adivina el futuro, sentada en una mesa ofreciendo a los que pasan sus servicios; Agustín nunca ha sido muy creyente de eso, pero respeta a quién sí lo hace. Pasó de largo, no prestó mucha atención al puesto de la vidente. Al buscar las ultimas cosas de la lista que su madre le dió, se encontró con una persona pidiendo dinero, nada nuevo pensó él, no prestó mucha atención hasta que una Señora hizo un comentario del estado de esa persona: era sorda y muda. Al instante Agustín se pregunto: – ¿Porqué está sola pidiendo dinero? ¿No tiene quien se haga cargo de ella? Compró lo que decía la lista, le dió unas monedas, y se fué cruzando de nuevo el pasillo donde estaba la vidente, escuchando que decía: – ¡Adivino el futuro, pase y dígame que quiere saber! Agustín salió del lugar, para ir de regreso a casa tenía que tomar el bus, para llegar a la parada tenia que atravesar tres calles una de ellas muy transitada y un parque. Todo iba normal, hasta que en la esquina antes de llegar al parque vió a una persona ciega, lo dedujo por los lentes obscuros y el bastón que su mano empuñaba con la firme intención de cruzar esa misma calle. Agustín se acercó y le preguntó, si le podía ayudar a cruzar, encontrando una respuesta afirmativa. Scriptamanent #2

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Al llegar a la otra cara, donde el parque iniciaba, el Señor, un hombre de unos cuarenta años, le pidió que lo acercara a una de las bancas que están en el parque, le dió las señas de cual era la indicada. No había problema alguno en complacerlo. Al momento de situarlo en la banca donde hacia una fresca sombra, el Señor le agradeció y le dijo, antes de que Agustín si quiera pudiera decir algo: – Tranquilo, no te desesperes, encontrarás las respuestas a tus preguntas, tu corazón te guiará a buen puerto, sólo mantén los ojos bien abiertos. – ¿He? ¿Cómo lo sabe? ¿De que habla?, contesto irónico y confundido. – Por tu voz puedo decir que eres joven, con mucho camino por recorrer, pero estas muy inquieto, estas muy ansioso por saber y a veces hay que esperar, tener paciencia. Sé paciente que las respuestas llegarán – le contestó ya sentado en la banca. – ¿Usted es un vidente? ¿Ve el futuro? – No chamaco, yo solo veo lo que mis demás sentidos me dejan ver y tu pulso esta inquieto, tu respiración es agitada y no por el esfuerzo de llevarme, es por otra razón… Luces tranquilo por fuera, pero estas buscando respuestas, llegarán, llegarán… Pero ahora vete que estoy esperando a una mujer y si te ve, me deja por ti. Pero antes: ¿Me veo bien, verdad?, echaron a reír ambos por el modo tan sutil de agradecer y despachar la ayuda. Agustín se despidió sin más. Seguro que él haría mas dinero que la Señora del mercado, o al menos serian mas honestos sus veredictos, pensó de camino a casa, con la música como su confidente. Luego de esas semanas de intensas revelaciones, del agobio del trabajo, Agustín recibió ayuda divina, como si los ángeles le hablaran, o al menos eso pensó él, al escuchar de viva voz de la secretaria mas guapa del buffet, que tenia un amigo viviendo en Europa, y estaba solicitando jóvenes con ganas de vivir nuevas experiencias, de aventuras, retos y todos esos ingredientes que 110


le dan sabor a la vida. Hizo un gran esfuerzo por dejar de bobear con la silueta de la secretaria y le pidió los datos de su amigo y para ponerse en contacto, no perdía nada con intentar. Así pasó, se puso en contacto con al amigo de la “secretaria divina”. Hubo comunicación entre Agustín y Mikel, todo marchaba a la perfección, hasta que Mikel dejó de escribir por espacio de veinte días, dejando en el desamparo y en la incertidumbre a Agustín de saber si era posible embarcarse en una aventura de este calibre. Pensó que tal vez no era para él en este momento, ya llegaría el tiempo adecuado; Cuando un día intempestivamente abrió su correo electrónico y leyó un mail de Mikel, que decía sin muchos rodeos: Hola Agustín, una disculpa por mi respuesta tarde. Pero aquí rápido. Quieres tu venir a trabajar con “people with handycap?” Tienes tres días para responder!!! Saludos Mikel Agustín no lo pensó mas, mas rápido de lo que leyó el mensaje ya estaba respondiendo y enviando algo de información que le pedían para iniciar los trámites. Le comunicó a su familia, amigos cercanos, del trabajo su firme intención de hacer algo diferente y que ya tenia fecha para irse, seria cuatro meses y medio a partir de que les estaba dando la noticia. Durante los siguientes meses, trato de hacer todo con normalidad; pero no dejaba de pensar en los nuevos retos, en las nuevas aventuras, en los nuevos lugares por visitar, en los nuevos sabores por degustar, los aromas, las personas por conocer, era algo tan inevitable como que la fecha para irse se acercaba cada vez mas, no hay fecha que no se llegue ni plazo que no se cumpla, pensó muchas veces. Antes de partir con las maletas llenas de ilusiones, familiares como amigos coincidían en desearle buena suerte en su aventura, Scriptamanent #2

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no sin dejar de lado los consejos y precauciones debidas. Se trepó al avión, no dudó en asegurarse a sí mismo que seria una aventura inolvidable. No estaba equivocado en lo más mínimo. ¿Quién es quién? Al llegar a la tierra prometida, de inmediato conoció a las personas con las que trabajaría, tanto a los que cuidaban a los pacientes como a estos últimos, ya que estaría con ellos por espacio de seis meses. Las aventuras se dibujaban con diferentes colores en las diferentes situaciones que se presentaban, hacia lo que su instinto le dictaba y lo que sus colegas le decían. Tenía empatía con la gente en su trabajo. Con el andar del tiempo conoció poco a poco a todos y cada uno de ellos, sus cualidades y defectos, sus temores, sus fortalezas. A veces era difícil saber quienes eran los discapacitados, los que él cuidaba o la gente afuera, en la calle. En mas de una ocasión Agustín sufrió discriminación, marginación, gestos poco amables, intolerancia, incomprensión; donde todas estas “muestras de afecto” tenían un común denominador, su aspecto físico, era la causa por la cual mucha “gente normal” evito un contacto con él. O al menos esa era su impresión, esa fue a la conclusión que llego después de tratar de entender lo que le pasaba. Agustín se creía preparado para sortear todo tipo de pericias, creía estar lo suficientemente experimentado para lograr entender y encontrar las respuestas que venia a buscar. Nada mas alejado de la realidad, en muchas ocasiones hizo gala de sus dotes en otras lenguas para comunicarse con las demás personas, pero parecía que en realidad no hablaba el mismo idioma, al ver el rechazo o el nulo puente de comunicación, tan básico entre dos personas para poderse entender. Se frustró que dió gusto, pero siempre preguntándose: – ¿Dónde están los discapacitados? ¿Quién debe cuidar a quién? ¿Quién debe enseñar a quién? 112


Los discapacitados con los que trabajo, o las personas con las que me cruzo en la calle. ¿?. Esos discapacitados que lo veían a diario, le hablaban a diario, comían con él, jugaban con él; Sin importar su color de piel o acento, tienen menos prejuicios, y sin embargo son ellos los que están atrapados en prisiones de carne y hueso. Los que tienen que esperar una orden para hacer algo, los que tienen que recibir una ayuda para hacer esas trivialidades de las que Agustín no ponía atención. Comprendió mas ayudando a lavarse los dientes, a poner una camisa, a tratar de responder el por qué del color de los árboles, o las hojas. Agustín aun no termina su aventura, estava a la mitad, aun queda camino por recorrer, él sabe que esas personas que ha encontrado en su andar, discapacitados y no, le enseñan cosas nuevas, ahora mira con diferentes ojos los paisajes que lo rodean, los aromas que captan su atención. Aun no responde sus preguntas, se mira en el espejo y se ve diferente, pero aun con preguntas sin resolver. Deja viejos vicios y adopta unos nuevos. Las palabras de sus seres queridos ahora tienen mas significado, están mas presentes que antes. Agustín no ha dejado de asombrarse por las nuevas aventuras que ha vivido, entiende que nunca se puede ser demasiado viejo para aprender, pero también que no se puede ser tan falto de modestia para creer saberlo todo. La vida parece curiosa en su andar, y el destino luce manejado por un chiquillo que se divierte a nuestra costa. Agustín se adentra en busca de las respuestas a sus preguntas, pero no logra a un descifrar todas… Esta historia parece no empezar o no seguir, pero no es así, lo que pasa es que yo tengo ese don de adivino del ciego del parque, tut mir liad. También estoy ansioso por saber en que termina, que mas sigue Ya les contare que más me dice Agustín… Por el momento: Ojos bien abiertos y corazón pleno. Scriptamanent #2

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Utopia Argentina La utopía es un horizonte. Si caminas diez pasos ella camina diez pasos. Si caminas veinte pasos, ella va veinte pasos más allá. ¿Para qué sirve entonces la utopía? Para eso sirve, para caminar. En la pantalla de mi retina había aterrizado en ese aeropuerto cientos de veces. Entre todas ellas, la que pisé suelo argentino con mis propios pies, aquella en la que no corría el riesgo de que el despertador sonara y las imágenes se desvanecieran lentamente, fue la más difícil. Un punzante dolor en la sien apareció cuando la señal del cinturón se iluminaba. El Río de la Plata nace frente a mí, pero toda mi energía está concentrada en ese dolor que crece y crece. Y cuando mi cabeza está a punto de estallar, las ruedas entran en contacto con suelo argentino y ese fue el mejor sedante. Más tarde, mientras luchaba para que en la oficina de maletas perdidas tomaran nota de mi dirección, o mientras trataba en vano de ponerme en contacto con la persona que llevaba esperando varias horas tras la puerta de llegadas, no tuve tiempo ni ganas de acordarme de esas punzadas, que poco a poco iban remitiendo. ¿Sería ese mismo dolor el que sentí veintitrés años atrás mientras salía lentamente del vientre de mi madre? ¿Sería esa mi nueva bienvenida al mundo, al mundo del Sur? En los instantes siguientes recibí una tormenta de estímulos, de bienvenidas, de nombres propios e impropios, de imágenes en blanco y negro, de miradas recelosas, de olor a pollo hervido, de besos y sonrisas. Aprendí lo que era un “quilombo” y una “patente”. También tomé mi primer mate. Ante esa tormenta me olvidaba constantemente de que aquella utopía de adolescente había dejado de serlo. Cuando salió la luna y por fin cerré los ojos me vinieron a la cabeza unos naipes gigantes que se deslizaban sobre un enorme tapete verde. Aquel día se repartieron las cartas para jugar esa partida que duraría todo un año. Una partida que sería una de las más importantes de mi vida. 114


-----------------------Julián Arranz Sanz 25 years | Spain ►►EVS in Argentina, 2009

A la mañana siguiente desperté con el aleteo de un ventilador imprescindible. Mis ojos tardaron varios segundos en enfocar. Mi mente tardó algo más en reconocer aquella habitación de hostal como mi refugio en las próximas semanas. Monté en un viejo autobús que una hora después me dejaba a las puertas del Hogar. Allí trabajaría todo un año, con esos dieciséis chicos, y con sus dieciséis historias. Historias con alma. Historias como esa sombra a la que de pequeño trataba de esquivar en las tardes de verano. Tal vez por esa sombra (que tampoco pueden esquivar) cierran con llave su confianza. Y sus palabras. Y sus sonrisas. Así empezó mi labor de cerrajero. Y lentamente los chicos fueron abriendo sus puertas. Elena me habló de sus noches en la calle. Había vivido demasiado rápido. Los m��s pequeños de la casa reclaman mi presencia. Una partida al pajarito inglés es su mejor regalo. Antes de acostarse quisieran ponerse al día con los cuentos que nunca les leyeron. También ellos habían vivido rápido, y cuando se vive rápido no hay tiempo para cuentos. Buenos Aires me espera, como una gran tarta a la que no sé por dónde dar el primer bocado. Esa ciudad a la que había deseado tanto ir, en la que había paseado con los ojos cerrados y una neblina mágica. Buenos Aires sería parte de mí durante todo un año. Y yo prometí ser parte de ella. Una tarde, en el viejo metro de madera que recorre sus tripas, sellamos en secreto nuestro pacto. Llegó la Navidad. El calor no da tregua pero Papá Noel lleva su casaca roja también en el Sur. En Nochebuena no hubo champagne ni salmón ahumado ni caviar. En cambio hubo ensalada de patatas, muchas risas y una felicidad que me hacía sonreír a cada instante. El día de Navidad tampoco apareció el caviar, ni siquiera el salmón ahumado; en cambio tuvimos juegos en el parque, un sol radiante y una piscina azul. ¡Qué pena de piscina! Por entonces mi maleta seguía visitando Scriptamanent #2

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aeropuertos con mi bañador adentro. La vida pasa lentamente en Argentina, a ritmo de ese viejo bus que cada tarde me deja en el hogar. Concentro mis esfuerzos en apoyar a los chicos a que recuperen las asignaturas que suspendieron. Siempre hay tiempo para jugar – y perder – una partida al futbolín. Y para merendar pan untado con dulce de leche mientras hablamos y hablamos. Ya es de noche cuando salgo del hogar para regresar al hostal. Está oscuro y los chicos me dicen que tenga cuidado. Ha sido un día agotador y tengo ganas de llegar a mi habitación y darme una ducha. Cuando abro la puerta todo está patas arriba. En realidad, todo menos el ordenador portátil. Voy rápido a la maleta. No, no está. Se esfumó también el dinero de dos meses… Me siento impotente. Salgo al balcón a respirar. Al día siguiente visité una comisaría anclada en los primeros años del siglo pasado. Por lo menos, esa mañana apareció mi maleta. Menos mal que la ilusión la llevaba conmigo y no alcanzaron a robármela… Me encanta ese momento. El sol se debilita por segundos. Un vecino toca el bandoneón en la puerta de su casa. Le sonrío. Me sonríe. Llego a las puertas del colegio. Del letrero que indicaba su nombre solo quedan un par de letras. Hay un papel en la puerta. “Rogamos a los padres que traigan lejía y otros artículos de limpieza para desinfectar el Centro. La Dirección”. Los chicos salen de clase como si se tratara de una procesión, con la maestra en cabeza. Juan sale el último. Me saluda. – Estos dibujos son para vos, los pinté en el recreo. Pronto encontré un pequeño apartamento. Y mi lugar en ese mundo sureño. El calendario cada vez tiene más prisa, devorando los días. Ese sería mi peor enemigo. En mis manos estaba disfrutar cada instante. Buenos Aires me mata. Me matan sus librerías de viejo, su metro de madera, sus cafés con olor a tango. La luna vigila sus largas avenidas y los coches transitan por ellas como manadas hambrientas. Un grupo de jazz toca en la calle. Entro a un viejo 116


teatro. Tal vez no hubiera sido necesario. Sin duda es mejor el guión de mi propia vida. El teléfono interrumpe la reunión semanal de equipo. Agradezco el descanso porque ya llevamos varias horas debatiendo. Compartimos el mate y nuestras opiniones sobre la casa. “Tendríamos que comprar más verdura” o, “Les tenemos que pedir un esfuerzo en la escuela” – Elías necesitaría una actividad. – ¿Qué les parece un deporte? – Yo me encargo. Días después nos presentamos juntos al primer día de entrenamiento. El resto de chicos del equipo de rugby tenían zapatillas de marca y sus papás les acompañaban en coches de alta gama. Elías no tenía nada que ver con sus nuevos compañeros pero algo me decía que en aquellos momentos era más feliz que todos ellos. Yo le miraba sentado en la hierba. No es capaz de controlar el balón pero el entrenador le dice que siga así. Sonríe, orgulloso. Me busca entre los padres y levanta la mano. Yo también sonrío, sí, yo también estoy orgulloso. Cierro los ojos y deseo con todas mis fuerzas que ese momento no se acabe nunca. – A las diez y cuarto en la estación. – Allí estaré. El rostro de Leandro se adivinaba al otro lado del cristal. Al bajar de aquel bus sus ojos se iluminan cuando me reconoce entre la muchedumbre. Esta vez sería yo su anfitrión. Iba a ser su día y quería que todo saliera perfecto. Cociné tortilla española, ese manjar que me hacía volver a mi tierra, aunque para ellos solo fuera “la cosa española con huevo y patatas”. Jugamos a las cartas y aprendió algunos acordes de guitarra. Comimos helado y nos dejamos caer por una vieja feria de atracciones oxidadas. Le acompañé a la estación para que regresara al Hogar. Se sentó en el mismo lugar. Yo le miraba desde el andén. Llevó su dedo al vidrio y escribió “Gracias”. Mi escuela particular fueron todos esos corazones que me encontré en el camino. Todas las conversaciones alrededor de un fuego. Todos los lugares que conocí en este tiempo. Pasé frío en las profundidades de la Patagonia. Masqué hojas de coca en las Scriptamanent #2

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llanuras andinas. Viajé en abarrotados trenes junto a señoras que vestían sus trajes bolivianos. Me volví loco al ver las Cataratas del Iguazú. Disfruté de los atardeceres uruguayos. Ascendí con mis propios pies hasta lo más alto del Macchu Picchu. Pero sobre todo, fui feliz. Es domingo, una tarde gris. Gris como los rostros de esos cuatro hermanos que de vez en cuando pasan por el Hogar pidiendo algo con lo que matar el hambre. Ellos no tienen la suerte de vivir allí. Nos esperan en la puerta, mirando la mercancía que cargamos en las manos. – Aquí tienen chicos. – Le agradecemos mucho, señor. Y los cuatro pibes desaparecen al doblar la esquina. Al cabo de unos minutos el timbre vuelve a sonar. Desde la distancia veo como se sortean quien tomará la palabra. Pierde la pequeña. Su voz tiembla al pedir algo caliente. Los chicos del hogar comen tortas fritas para la merienda. Al volver a la cocina en busca de las tortas me invaden las preguntas, mientras nuestros chicos toman café con leche y miran televisión. ¿Por qué estos sí y aquellos no? Las tortas fritas desaparecen en instantes. Otra de las hermanas susurra que llevan dos días sin comer. Los cuatro van descalzos. – ¿No tienen zapatillas?-. El mayor saca unas de una bolsa. Están rotas, muy rotas. Estallan en carcajadas. Nosotros también reímos. Desbordan inocencia y felicidad. No veía unos niños tan felices hacía mucho tiempo. ¿Cómo se llaman, chicos? Alexis, Melina, Araceli, Princesa. Juegan entre ellos. ¿Van a la escuela? Sí, sí, sí, yo no. ¿Por qué no vas a la escuela, Araceli? Porque no tengo un cuaderno. Terminan las risas. Se está haciendo tarde. Gracias. Esperen. ¿Vos querés ir a la escuela? Sí. ¿De verdad? Sí. ¿No te vas a comprar otra cosa con estos dos pesos? Alexis me promete que su hermana se comprará el cuaderno. La cara de Araceli es otra. La nuestra también. Gracias, gracias, gracias. Nos saludan desde la esquina con la mano. Y al entrar al hogar me da por llorar… Una semana después, el timbre sonó de nuevo. Era Alexis. – Señor, tengo algo que decirle. Araceli se ha sacado un ocho en la escuela. 118


Desde ese aeropuerto, a punto de embarcar, rescaté de mi memoria aquella tarde gris. Y un nudo se me puso en la garganta. Sería muy duro desprenderme de esa vida que un día dejó de ser un sueño. Cada abrazo de la noche anterior había sido doloroso aunque me prometí no dejar de sonreír. Para viajar me habría bastado con una tarjeta de crédito. Pero no, yo no quería eso. Yo no quería viajar, sino ser parte de algo. Hoy solo me quedan estas líneas y el recuerdo, el recuerdo de un voluntario feliz.

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Carnet de Slovaquie Enfin seule! Cela fait plus de 10 jours que je suis arrivée à Košice, et c’est la première journée que je passe tranquille à la maison, sans mettre le pied dehors, et en quasi solitude. Après 10 jours à courir partout dans tous les sens, la découverte de la Slovaquie, l’installation, le week end en Ukraine, un petit holà s’imposait. L’arrivée Samedi 8 janvier, j’ai pris le train a la gare de Nantes, pour arriver à l’aéroport Paris CDG, avec ma grosse valise rouge, celle-la même qui m’avait accompagnée pendant un an en Italie, ma fidèle compagne de voyage. Depuis 2006, la pauvre a un peu vieilli, et ses roulettes voilées laissent «ruser» sa panse joufflue sur le sol mouillé de l’aéroport. Son inlassable feulement attire le regard des passants. En sueur, les muscles raides, je nous traîne jusqu’au bureau d’embarquement, où je me sépare, non sans appréhension, mais enfin libre, des 22kg de France que j’emporte en Slovaquie. Ayant prévu large, je me retrouve à attendre mon vol sur un siège, me prêtant ainsi à un de mes jeux favoris: observer les voyageurs, solitaires, en couples, les familles, l’incessant ballet des immenses «frigos» à roulettes. De quel pays arrivent-ils, où vont-ils, quelles peut être leurs vies, leurs métiers, la raison de leurs voyages? Une fois atterri à Prague, il me faut retrouver mon futur colocataire et collègue, porte 18. En tâtonnant, je fini par découvrir un terminal quasi-désert, où m’attend déjà Victor, le Bulgare. Les minutes passent comme des heures, mais arrive finalement le moment d’embarquer dans notre jet. Dans le pullman, le froid nous prend d’assaut: petit avant-goût de ce qui nous attend à Košice? Il fait déjà nuit, mais on distingue très bien le sol. De mon petit 120


hublot, j’aperçois un paysage de contes de fées, les miroitements tentaculaires des villes, îlots de lumière dans un océan de neige. Prague déjà s’estompe, et le jet s’enfonce dans une véritable purée de pois. Košice la blanche, couverte de neige. Son petit aéroport tout neuf nous accueille, et vient le moment de la loterie. Ma valise va-telle arriver, dans quel état? L’angoisse de voir défiler toute ma vie sur le tapis roulant est bien présente, mais j’essaye d’en rire comme si le fait d’en parler allait empêcher la tuile de tomber. Je devine un gros mastodonte rouge au loin, c’est bon, le scotch a résisté, elle tient en un seul morceau! Hop sur le trolley! Pas trop de deux pour pousser le caddy croulant de bagages, Victor et moi débarquons dans le hall. En voyant pareil équipe, Miloč notre boss, éclate de rire: pas de doute, c’est bien nous. À notre appartement, Huskova 83, nous attend Lydia, le troisième membre du trio, ainsi que Michal (boss #2), et Martin notre mentor.

----------------------Julie Boénec 25 years | France ►►EVS in Slovakia, 2010

L’accueil Autour de pizzas géantes, nous faisons connaissance, et nous explorons ce qui sera notre lieu de vie pendant les six prochains mois. La cuisine est toute équipée, le salon immense, et je partagerai ma chambre avec Lydia l’Allemande. Intérieurement, je croise les doigts pour qu’elle ne ronfle pas! Ayant tous passé la journée à traverser l’Europe, nous nous écroulons de fatigue dans nos nouveaux havres de sommeil. Car, le lendemain, nous repartons sur les routes, direction Prešov, où vit Michal. La tradition veut qu’en Slovaquie, personne ne sorte d’une maison sans avoir la peau du ventre bien tendue. Michal fait ainsi honneur à son pays en nous proposant une succession de plats, aux quantités gargantuesques: marmite de pot-au-feu, montagne Scriptamanent #2

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de beignets de poulet géants, Everest de purée, le tout arrosé d’un excellent vin Slovaque. S’ensuit un gâteau dont-le-nomest-imprononçable, achevant de nous scotcher aux fauteuils du salon pendant plusieurs heures. Trônant dans ce salon, une balance permet d’évaluer combien de kilos nous avons pris après nos agapes: environ 1kg. Contrat rempli, nous pouvons prendre congé de notre hôte. De retour à Košice, nous enchaînons sur une partie de bowling, histoire de dépenser doucement notre surplus calorique. Notre première journée en Slovaquie a été bien remplie, à tous les sens du terme. Welcome to the jungle «Welcome to the jungle», ainsi s’intitule notre recueil d’informations utiles, préparé par notre mentor, alias Martin la nounou. Très investi dans son rôle, le jeune-homme de vingt ans s’occupe de nous faire découvrir la ville, nous aider dans nos démarches administratives, nos premiers pas au super-marché. Car, sans surprise, aucun de nous ne parle le slovaque. N’ayant jamais appris de langue slave, je me retrouve perdue dans une mer de mots, de phrases dont je ne capte que 2% du sens… À peine. Je me languis du premier cour de slovaque: il va y avoir du travail! En bonne bretonne qui se respecte, mon premier réflexe est de me diriger vers le rayon des produits laitiers. Verdict, le beurre demi-sel (l’unique, le vrai, l’irremplaçable) a-t-il franchit la frontière ? Un immense soupir de soulagement emplit le magasin: affichant un sourire de victoire, je brandis fièrement ma motte d’or jaune. C’est bon, on peut continuer les courses en toute sérénité. Lundi 18, pour la première fois, j’ai acheté un sandwich toute seule, comme une grande. «Bonjour», le type de pain, la taille, les ingrédients, «merci, au revoir». Tout un challenge! 122


Contre toute attente, malgré les congères, et la neige recouvrant tous ce qui ne bouge pas, je ne ressens pas le froid. Il faut dire que n’ayant jamais vraiment connu la neige, j’avais anticipé en m’offrant pour Noël un super manteau spécial Sibérie. De temps en temps, quand le brouillard se dissipe, je distingue de ma fenêtre un monument religieux, au clocheton si caractéristique des pays de l’est. Vers six heures du matin, les sœurs font leur footing en enfilant des «tours de couvent». Intéressant. Les rencontres, les voyages Dans le même esprit que l’Erasmus, le volontariat européen permet de voyager rien qu’en rencontrant des gens: Pologne, Israël, Belgique, Allemagne, États-Unis, Chili, Bulgarie, Russie et bien sûr la Slovaquie. Une même question revient sans cesse: que venez-vous faire ici? Comme si Košice était un trou perdu. Question de point de vue: le centre historique est très charmant, la cathédrale gothique majestueuse. Et, la ville se trouve être un nœud ferroviaire important. Au cœur de l’Europe et jouxtant cinq pays, la Slovaquie représente pour moi une piste de décollage idéale pour explorer l’Europe de l’est. Ne perdant pas de temps, j’envisage de passer mon premier weekend à Uzhgorod, en réponse à l’invitation d’un couch-surfeur ukrainien. La ville se trouve à la frontière avec la Slovaquie, à une centaine de kilomètres de Košice. Pour s’y rendre, je partage la voiture avec un couple de Polonais. Une autre Polonaise, également volontaire, et ma collègue Allemande sont aussi du voyage. Instant émotion: à vingt-cinq ans passés, je n’ai jamais quitté le giron protecteur de l’espace Schengen. Mon récent passeport va recevoir son premier tampon. À Uzhgorod co-habitent Ukrainiens, Slovaques et Hongrois. On y parle indifféremment le russe, le hongrois ou l‘ukrainien (quand Scriptamanent #2

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même). Mon slovaque débutant, me permet de communiquer un peu avec les gens. Malgré tout, durant mes premières heures passées en ville, je suis retombée en enfance. Un vieux sentiment de frustration datant d’il y a une vingtaine d’année a refait surface: je ne lis pas le cyrillique. Les lettres défilent devant mes yeux et je ne parviens pas à leur donner un sens, un son. En faisant appel à l’alphabet grec, et harcelant de questions Artem, notre hôte ukrainien, je perce le secret de ces symboles mystérieux. J‘ai eu la chance de passer la soirée avec des Polonais, un Américain enseignant l‘anglais en Hongrie, une partisane ukrainienne née à Uzhgorod mais ayant la nationalité hongroise, ainsi qu‘un Russo-ukrainien. Le débat va bon train. L’immense église est coiffée de gros oignons bleus et or. Dépaysement total. Dimanche matin j‘ai pu y entrer lors de la messe… Orthodoxe. Prise dans le flot de la foule, je me couvre la tête avec ce que j’ai sous la main: ma casquette en tweed irlandais. C’est mieux que rien. Première étape, s’incliner et embrasser l’icône, les uns après les autres. Attention, le signe de croix se fait à l’envers. Croyant bien faire, je me suis fait avoir. Suite à cela, on peut pénétrer dans la grande nef. Je m’extirpe de la foule pour grimper un petit escalier menant à une galerie supérieure. De ce point d’observation, la vue est parfaite pour suivre les mouvements du prêtre. Coiffé d’une toque en forme de soufflé au fromage, dos à la foule et séparé du peuple par une barrière d’icônes dorés, il orchestre les chants (divins à en pleurer). J‘ai pris une vidéo “volée”, où je n‘ai malheureusement que le son, car sinon, je me serais fait jeter dehors un coup de pied dans le derrière. Au retour, il nous faut passer frontière à nouveau. Autant aller de l’UE à l’Ukraine est relativement simple, autant le trajet inverse est complexe et surtout très long. Naïvement je ne m’attendais pas à cela. Heureusement, l’ambiance dans la voiture 124


est festive et musicale: un bon moyen de faire connaissance, dans un langage universel. La file de voiture est interminable, les contrôles se multiplient, bâclés par des douaniers patibulaires, arborant treillis et chapka. 6h d’attente. Un démarrage sur les chapeaux de roues, qui laisse présager six mois de volontariat riches en événements en et en rencontres. Pologne, Hongrie, République Tchèque, Autriche, Serbie sont à l’affiche! To be continued… Memo Depuis son indépendance, gagnée de manière pacifique, la Slovaquie a poursuivi une politique d‘intégration dans plusieurs institutions internationales, telles que l‘OTAN depuis le 29 mars 2004, ou l‘Union européenne depuis le 1er mai 2004. En 2005, le pays a été élu pour la première fois au Conseil de Sécurité de l‘ONU. Depuis le 1er janvier 2009, la Slovaquie frappe ses propres euros. Košice, sera en 2013 Capitale Européenne de la culture, main dans la main avec Marseille. En tant que volontaire européenne, au centre pour jeunes RCM/CVČ – Regionálne centrum mládeže, je serai amenée à participer aux projets de coopération entre les deux villes.

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Dear diary Dear Diary, Well, well, well, I never believed – or maybe I never wanted to believe that this moment would actually come – but it has arrived. I have officially completed my 10th month of EVS in Croatia. Well hasn’t time flown right by? I still remember landing in Split airport with my coat on (coming from chilly Britain) and one bag bursting at the seams with my precious possessions for one year abroad. Clutching my dictionary tightly in one hand and passport in the other I headed off on what would ultimately be the experience of a lifetime… It’s hard to accept that this experience is drawing to a close, friend. A tear draws close at the thought of having to pack up and leave this home I have built up over the previous ten months. I sit here at the edge of my bed looking at photos hanging on the wall of such fun times I have had since I have arrived. How this place has come to change me and yet become so familiar all at the same time. What started off as new and exciting has thankfully become comforting and safe. It is incredulous that when I think going home it now means stepping into the office, meeting a new friend or entering my apartment to the wonderful essence of my housemates cooking-up a dinner. It is the small things in this life that sum up the breathtaking experiences: a friendly smile, a loving hug, the spirit of summer or the look in someone’s eye that you have helped them. I will be leaving soon and although I already know that it will be challenging, I think I will really feel the consequences in a few weeks when I return to Ireland. As I tell you time and again, my friend, I am afraid to leave this wonderful world of EVS. Of course I had imagined what the experience would be like, yet in reality, it is still difficult to inhale. This experience has gone above and beyond my wildest expectations. It is tricky to put into words. I came here with the 126


--------------------------Laura Keeney 22 years | Ireland ►►EVS in Croatia, 2009/2010

hope that I would attempt to learn the Croatian language and gain some valuable credits for my C.V. to help me after it was finished. These things almost seem so insignificant now. Yes I can speak the language and yes I have gained valuable credit for my C.V. But would I give this all up to be granted the opportunity to continue my project and the experience… you bet! At this time, I am striving to find the means to stay in Croatia for much longer and extend my project. I absolutely adore this country and feel like a part of me will disappear when it must finally come to a finish. So far, I have taught and spread the English language like wildfire. It appears that people cannot get enough English conversation; they are like a moth to a flame. I believe that the basis of this project has centred around discussions regarding which language is the easiest, which is the sexiest when saying “I love you”, which is the most useful and which country we will visit when we finish EVS. It might appear customary to sit around a rather large table, with conversation flowing. However, the most fascinating thing I discovered is to look beneath the surface. In a “normal” conversation in my home here, three languages can be flowing at once. Each person conversing with another in their native language, one they learnt at school or a new language they find interesting and wish to learn from a native. When I return to my English speaking country, I think this is what I will miss the most. Diversity, culture and love of conversation are so powerful here they even break the boundary of language. Well what else can I tell you? Today I watched my youth peer education group present an all day lecture on communication and drugs. They are really improving. Since the first day I met them, with my shaky Croatian and their timid behaviour they have really impressed me. Their endeavour to help and educate other Scriptamanent #2

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young peers is dazzling. When I see what they are so keen to do voluntarily, how much effort they are willing to put in and how much fun they can extract from each and every situation is inspiring. Working with young people is exceptionally rewarding and I can see a little bit of myself in each one of them now. I also spoke with one of the drug users today that I have been counselling for a while now. It is heart breaking listening to him recount his terrible experiences in the past and his outlook on the future. I hope I have instilled some bright life back into his tired and drained body. If there is one thing I tried to tell my clients over the past few months and what I wish for them to carry close to their hearts is how important it is to live with and accept the bad sides of life but to never let your smile falter while even living with a little bit of foolishness all at the same time. I guess that at the beginning of this experience my parents feared how their little girl would survive working in a drug related environment, in a foreign country, without the language and outside the E.U. and therefore unable to catch a Ryanair flight home‌ Imagine what terrible things could happen!!! How would I survive?? Haha it’s almost laughable now. I distinctly remember my father telling me not to hold drugs for people while they go to the toilet because I could be arrested for carrying or trafficking. I tried to convince him that I would be mature enough to decide if handling drugs would be a safe or clever thing to do. Well right now, ten months later I am asking an opposing question: How will I survive away from here?? I have never been to such a strange place, been part of a mixed group of people and in a country where I struggled so much with the language where I immediately felt part of a large family, so accepted, appreciated, welcome and loved. All this is due to the wonderful people I have met along the way. From friends, to managers, from locals to lovers, I can never thank these people enough for helping me to have the most amazing experience of my life. Each and everyone was different 128


yet each with a clear and loyal heart. I was granted the opportunity to begin and develop diverse relationships with each and meet such an assorted bunch or characters – intelligent, funny, crazy, hardworking, loyal and talented. It is amazing how a wonderful family has been created and one I feel such a privilege to be a part of in this environment. I feel that I have changed over these past ten months. Not only has my fear towards drug abuse, drug users, teaching, foreign environments and an extremely difficult language disappeared, I gained respect towards these fears. In particular I gained admiration for the drug users who spoke to me during counselling sessions because each one comes from a difficult background and they have the same problems as everyone else in the world. Yet they challenge life with its demanding and sometimes wonderful moments. They have great dreams that they strive to follow. I pray that they don’t lose their way on this winding road of life and accept it into their aching hearts. Life has many challenges that we must face. I have overcome so many of these tests throughout this experience. I have been presented with the ability to accept, love and see new challenges and dreams as they come at me. I feel that this experience will be the most rewarding thing I have ever accomplished in my lifetime. I can’t even describe the way in which it has opened up my future and my mindset. With all the smiles, help, jokes, conversations and patience I truthfully gained an abundance of positive energy I received, it was so simple to return. I am truly grateful for being granted the experience of a lifetime! Well my friend, my eyes are slowly closing and I am off to dream sweet dreams, Until the next time, dear diary, thank you for listening.

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Not a guide but a collection of thoughts and memories Elu on ilus/Life is beautiful – The quest – Autumn – Where is your place? – You arrive – tired, excited and with a strange feeling. There is no known face in the streets you get lost in every second moment. No place holds any memory, signs and people do not talk to you. You feel frustration because it seemed easier when applying and confusion because you actually miss the known. But what else do you feel? What to do to be content? Let your gestures and drawings speak another language for you. Fill all the new places with fresh memories. Share your thoughts and feelings with the people around you because most likely they understand you. Discover the big and small differences in your new everyday life. Be open for challenge and surprise. You have to work to find your place even if the great people you meet welcome and support you in whatever way they can. You feel motivated and proud because there are those moments: when the first few words add up to the first conversation in the new language, when the shy children suddenly ask all kinds of questions and when you cannot stop smiling the first time you are actually considered someone else than a tourist. Then, day by day, you feel closer to being a part of everything. – Your place is everywhere admist of everything. – Winter – Where is the light? – 130


Everything is dark. Do you still remember the feeling of sun on your skin? Even your home is freezing just as your mind, body and soul. You cannot get away because people in the streets are nearly as cold as the rooms, glooming as much as the grey clouds that seem to cover the sky for an eternity. Do you feel like giving up? Be careful! You could miss the most wonderful moments. Just look around and you can find the light. Look into the sparkling eyes of a laughing child. Feel the loving hug of a friend. Relish in the happiness inside yourself after you achieved one of your aims. Admire the beauty of lonely nature, of a place with only you and miles of nothing. Listen to music that was written by someone’s heart. Enjoy the exhaustion after a good fight in the snow. Explore and search your own moments of light. – The light is everywhere. –

You feel the moment of saying goodbye coming closer. You have to think about return-tickets and what jobs to do at home. But do you really “go back home”? The thought of not seeing your children, your friends, your city every day hurts you. The time abroad minimized the number of friends in your country of origin. Where do you go back to? Well – why do you care? You just do what you feel like. The European Volunteer Service made you stronger, more independant, it broadened your horizon and enabled you to feel empathy, do good and appreciate everyone in their own special way. You have (nearly) nothing to loose. Enjoy every minute of your time, do the things you wanted to do since the start, do silly things everyone Scriptamanent #2

--------------------------Laura Mewes 18 years | Germany ►►EVS in Estonia, 2009/2010

Spring – Where is your home? –

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laughs about and plan your next trip if you want your final moments to be easier. If you want to go home it is just as good as wanting to stay. You decide for yourself where you put your heart and soul into. Some people did not take their heart with them, some leave it at the volunteer’s place but some, hopefully most, leave bits of their heart all over the world, wherever they go, they give to whoever they meet, create good and feel home when they are themselves. – Your home is everywhere. Your home is where your heart is – My European Voluntary Service is finished but the experience still lasts. I hope that you understand or maybe even relate in your own way.

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How to lift a duck? As a volunteer you get to live and share the office with people from all over the world. What does this mean in practice? A big part of it is about having all sorts of weird conversations. I am sharing an apartment with an Ecuadorian and Sri Lankan. Besides that I am working on a daily basis with the same Sri Lankan, two loud – Dutch, one Belgian, strangely he is also loud, although according to Belgian stereotypes he shouldn’t be – and until recent there was also one guy from France here. And let’s not forget that I have none of the above mentioned nationalities, since I am from Slovenia, however Bosnian in origin just to make things a little more complicated.

Animal lifting During lunch break, while eating kebab in one of the many Turkish restaurants in Antwerp, the topic of conversation can suddenly turn into the correct way Scriptamanent #2

--------------------------Lidija Jularic 29 years | Slovenia ►►EVS in Belgium, 2009/2010

Tips for nice hair from Asia and Latin America Sometimes this very nice company is enlarged with a visit from someone from yet another random country. Not so long ago it was a volunteer from Indonesia. Over a cup of a coffee in our apartment’s kitchen the conversation went from the topic of the taste of snake to why it is that people in Sri Lanka or Ecuador have traditionally good hair. The conclusion was that Sri Lankan people put coconut and other herb oils in their hair starting from their early childhoods. When going to elementary school it is even compulsory to put such oil on your hair every morning – and if you are a boy you need to always comb your hair on side. In Ecuador women use avocado cream and other stuff for their hair.

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to lift an animal. When you lift a duck you are supposed to hold her by the neck. And there are some general rules that should always be followed when lifting animals. The main one being: lift the animal as its parents would do. So, if a cat lifts “her child” by grabbing it by the neck, you should do the same… If this rule is not applicable – ducks don’t really lift their offspring – the indicator for lifting the animal correctly: you are doing ok when the animal is not moving (protesting), – however, I wonder whether this could also mean that you are holding the animal in such a critical position that it can only think “if I move, I die” – Sri Lankan Coffee And then just before leaving the kebab place, conversation wraps up with another intercultural exchange of information: in Sri Lanka coffee can be drank with an egg in it… So I guess I still have many new things to try out…

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Sur les traces de Sigmund Freud

--------------------Lila Roty 24 years | Poland ►►EVS in France, 2008

Apparemment, l’homme qui pense est celui qui recherche. La curiosité de l’inconnu, nous met dans un état d’anxiété. Se posez des questions. La curiosité nous pousse à le faire afin de sonder les mystères du désir. L’impatience nous donne le courage et l’énergie d’agir. Printemps 2008. Je cherchais un tournant dans ma vie. Dans ma tête comme un mantra, la phrase résonnant “renoncez à tout, et vous trouverez tout”, cet extrait de philosophie, qui est répété dans les livres les plus importants des grandes religions du monde. Mon esprit et mon cœur étaient ouverts. Je me suis sentie prête. J’ai trouvé une annonce sur le service volontaire européenne sur internet. J’ai passé un aprèsmidi au café Plan. B, entourée par de jeunes artistes, des gens de talent, qui apportent une impression d’être heureux. Je n’étais pas heureuse. Je ne pouvais pas trouver ma place dans la vie. Je voulais agir, faire quelque chose, aider les autres. Il y a huit ans, je travaillais avec des personnes handicapées, souffrant de sclérose en plaques. Être bénévole a été la meilleure chose que je fis dans ma vie. Mais quelque chose était coincée en moi, un malaise, qui me dérangeait. Même si beaucoup de chose m’attachais à Varsovie, ce n’étais pas un endroit pour moi. Je connaissais chaque quartier, j’ai travaillé dans de nombreux endroits et je sentais la ville serrant mon cou, ne me permettant pas de respirer. J’ai déménagé tout les mois, avec toutes mes affaires, j’ai vécu avec de nouvelles personnes. J’ai essayé, mais ca n’a pas marché. Je venais d’arrêter mes études. J’étais rebelle et malheureuse. En face de mon université, il y a l’académie de théâtre. J’allais souvent dans la cafétéria. Je l’aimais, car il y avait presque toujours quelqu’un en train de jouer du piano, quelqu’un murmurant à luiScriptamanent #2

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même, essayant d’interpréter son rôle. Je voulu aussi y étudier. J’ai essayé d’y entrer, mais il s’est avéré que j’ai une mauvaise élocution et cela a donc été impossible. En même temps, cela faisait déjà un an que j’organisais mon Slam Be, mais malgré la popularité de l’événement, j’ai senti qu’il était temps de quitter la scène. J’ai commencé à m’interroger sur le sens de tout. Au final je suis rentré à la maison familiale. Mon père ne pouvait pas me pardonner que j’apporte la honte sur la famille, parce que je ne voulais pas de me conformer aux normes sociales – éducation, travail, domicile. Avril 2008. Je vie derrière l’armoire – la salle est divisée par les meubles, et un rideau me sert de porte. Mon père a décidé que je ne mérite pas la chambre. J’ai 24 ans. Un après-midi, en trouvant un brin d’énergie, je trouva sur internet une annonce pour un SVE en France. Je suis dans un café où j’organise un slame mensuelle. Je parle avec mon ami qui travaille derrière le bar. “L’étranger, c’est bien d’y aller, mais pour gagner de l’argent. Oublies ça!” Mais je ne pouvais pas l’oublier. Je pensais que c’était peut-être ma chance, c’est quelque chose d’inconnu, où ce qui compte, ce n’est pas le diplôme que j’ai, si j’ai mon propre appartement, ou si les parents m’ont envoyé prendre des leçons de langues étrangères ou pas. Le bénévolat a été quelque chose d’imprévisible, qui dépendais de moi – oui, j’ai eu le pouvoir entre mes mains, j’ai voulu donner quelques chose aux autres, une femme voulant changer quelques choses dans sa vie, faire pour les autres, tout abandonner, oublié le passé et s’ouvrir à l’inconnu! J’écrivis une lettre de motivation, je réunissais les documents nécessaires et les envoya. Quelques semaines plus tard, j’étais sur le chemin entre tels et tels café où je vivais quasiment en permanence, (varsovie est une ville où la majeure partie des révolutions artistiques se passe dans les cafés – Tadeusz Kantor – Café Chłodna 25). 136


J’ai été invité à Olsztyn, pour une entrevue, où l’on m’a demandé si ma chambre, ma vie familiale n’allais pas me manquer. J’ai répondu que «non», j’en étais sûr car je pensais simplement au 2m d’espace sur 1m derrière la garde-robe, ce jusqu’à ce que je parte en voyage.   La première fois que je suis allé en France, ce fût pour les 3 semaines de préparation avant le bénévolat, en Alsace: Apprentissage de la langue et préparation mentale pour un an de volontariat pour les jeunes hongrois, allemands, polonais. Je ne connaissais pas la langue française, j’ai timidement parlé en anglais. Mais j’aimé le défi. Lorsque je fût en Alsace, je reçu un appel de l’organisation polonaise qui m’avait envoyé là-bas. Malheureusement, ils n’ont pas obtenu de financement pour mon volontariat près de Grenoble, où j’aurai pu travailler avec de jeunes enfants. Ils me promirent de trouver une alternative. Le même jour, on m’a proposé un long SVE, de 9 mois en Bretagne. La ville s’appelle Dinan et j’y travaillerai en tant qu’animatrice dans un Foyer de Jeunes Travailleurs. J’ai dit oui, apparemment, ce fût mon destin, mon esprit s’est ouvert. Dinan s’est avéré être une petite ville de style médiéval. Elle ressemble à la Lasse Hallström, du film «Le Chocolat». Mon boulot été cool – j’ai commençais l’après-midi, je faisais le café au bar social au FJT. Je ne parlais pas la langue, mais j’ai commencé à apprendre plus vite car je rencontrai des gens. Pendant la semaine plusieurs habitants de Dinan viennent là-bas, pour prendre son déjeuner. Mon appartement a été une surprise – 36m² seulement pour moi! Avec mon expérience en Pologne, j’ai été contente. En fait, le volontariat a été un avantage plus pour moi, que pour les autres – j’ai attende un grand mission à faire, mais le volontariat m’aidait plus que moi j’aidais les gens. Je découvris les différences culturelles. Par exemple, on fait la Scriptamanent #2

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bise en France pour saluer, et l’on donne une poignée de main en Pologne. Je me suis senti un peu dépassé par cette coutume, mais j’ai dû m’adapter car cela peut sembler impoli de refuser une bise. La nourriture française était un peu bizarre pour moi, car un croissant avec un café pour le petit-déjeuner semblais impossible pour moi (j’avais l’habitude de manger de la charcuterie, du fromages, tout ce qui pour les français semblait immangeable le matin). Mais tout n’a pas été si positive. Une pause à midi, entre 12h00 et 14h00, me semblait très absurde. Quand je voulais faire quelque chose en ville, tout était toujours fermé. C’est une question de culture. Mais l’aventure est essentielle. Je suis venu faire du bénévolat en Octobre et j’ai décidé de rester pour Noël. Décembre 2008. Avec Phil – le tuteur de mon SVE, je communique en anglais, mon français étant nul. Phil a été comme un parrain pour moi, toujours très ouvert pour parler, demander comment je vais… Par contre, j’avais mes petits secrets. À la maison, la douche est cassée. J’ai honte de le dire, car je crois l’avoir cassée. Mais comme l’homme doit faire preuve de créativité, et le bénévolat est aussi une école où vous pouvez apprendre à être indépendant, j’ai décidé de faire face seule. Juste avant Noël, je suis allé dans un magasin, qui s’est avéré être un espace vert, une boutique de jardinage. Utilisant un dictionnaire polonais-français et des mots simples, je réussi à comprendre que le magasin spécialisé dans les salles de bains est très très loin. Conscient de la gravité de la situation et du fait que nous ne pouvons pas vivre sans une douche quotidienne, j’ai décidé d’acheter un tuyau de jardin de 1,5m, et du scotch. Heureuse, comme une Mac Gyver, je le colla au robinet du lavabo de la salle de bains, pour remplacer celui de la douche! Malheureusement, la présente invention tomba rapidement en 138


panne – l’installation, sous la pression de l’eau, a explosé et la salle de bain fût inondée. J’ai passé Noël a réparé ma douche… Le travail au cours de mon SVE a consistait à organiser l’animation. J’ai eu le libre-choix, j’ai décidé d’organiser des projections de films et des présentations audio-visuelles, au cours desquelles, je n’ai pas eu beaucoup de discussions (en français). Puis, quand j’ai soutenu mon intérêt pour la mise en œuvre des films, j’ai commencé à vraiment apprendre. J’ai été envoyé pour les échanges de jeunes en Italie (Shots of Dialogue), où des gens de nombreux pays en Europe, ont réalisé des courts métrages sur le dialogue interculturel. J’y ai appris des techniques de cinéma, mais aussi a coopérer avec les autres. Mon meilleur ami était un ordinateur. Malheureusement, le temps est venu où il s’est rebellé – bloqua sur myspace.com et tomba en panne. J’ai réinstallé le système. Ma famille m’a envoyé des cd par la poste et… des collants (il me semblait que les collants sont chers en France). Ensuite, je me suis fâché avec le tuteur de mon volontariat – Phil – je devais faire une présentation sur la Pologne et je ne pouvais pas – tout les supports étaient dans le disque dur de mon ordinateur en panne. J’étais prétentieuse, je pensais que j’étais infaillible, que tout ce que je faisais était excellent et je ne pouvais pas écouter les critiques… Le temps où je vivais seul, les soirées de promenades à Dinan, pour méditer, ont été inestimable. Pièce par pièce j’ai analysé mon comportement, et qui je suis. J’ai compris que, même si je passe beaucoup de temps pour faire quelque chose, il ne sera pas parfait… Ce fût une expérience forte – ma psychanalyse. J’ai passé neuf mois à ouvrir mes yeux, me réveiller et apprendre à vivre avec d’autres personnes. A un moment, je voulais tout quitter parce que c’est le plus facile. Je suis resté et lutté. J’ai décidé de parler à Phil, demander ce que l’on pouvait faire pour améliorer notre relations, il était content de mon Scriptamanent #2

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travail. Cela a été le point tournant. Pour la première fois, j’ai admis mon erreur. C’était important, j’ai dû apprendre à vivre, à travailler et à me détendre, avec des gens d’une autre culture. Ici, le mot «travail» est conçu différemment – ce n’est pas une course de rat, comme en Pologne. Tout le monde au temps d’être au calme, le temps de sourire, et pour fumer une clope. A la fin de mon volontariat, personne ne croyait que j’avais une chance de trouver un emploi à Dinan. Mon français n’était pas la meilleure… Mais, j’ai développé mon anglais! C’était mon atout – Dinan est une ville touristique, où la majorité des touristes viennent d’Angleterre (la Bretagne est proche de l’Angleterre, mais le temps est plus agréable que là-bas et la vie moins chère). Lorsque mon volontariat a officiellement pris fin – j’ai commencé à travailler en tant que serveuse dans un restaurant. Lors de l’entretien on m’a proposé un contrat à durée indéterminée – j’ai trouvé ça un peu bizarre. Après quelques jours, j’ai découvert pourquoi – les heures incluses dans le planning étaient une chose mais la réalité était complètement différente. J’ai travaillé beaucoup, sans pourboires, et mon chef était super méchant. J’ai eu l’impression que il était comme ça, car je suis une étrangère, et que je ne parlais pas bien le français. Bien que ce fût une décision difficile, j’ai quitté ce poste. J’étais en colère contre moi-même de détruire ma vie, de commencer quelque chose et le lâcher après. Vers l’heure où je devais normalement servir le dîner dans un restaurant, j’étais à la maison, mon voisin a frappé et m’a invité à un barbecue dans le jardin (mon bâtiment était occupé par des jeunes). Au début je ne voulais pas y aller, mais je ne pouvais pas me fermer aux autres. J’y suis allé! Le barbecue était une costume-party, j’y ai rencontré des Vikings, des travestis et moi, j’étais en hippie. C’était cool… Et puis arriva le garçon, qui était tellement cool que, quand un mois plus tard, il m’a demandé de l’épouser, j’ai dit oui sans 140


hésiter. Nous sommes tombés amoureux dès la première fois que l’on s’est vue. Il était français, mais il parlait anglais (oui, bravo, il y a un stéréotype qui veut que les Français ne parlent pas anglais, et c’est vrai!). Il a été intéressé par les films, portait une barbe, moustache, et meme pour conduir la plus moche voiture que j’ai vu. Nous étions tellement amoureux que quelques mois plus tard, on se maria. J’ai toujours été opposé aux mariages et ce genre de folie. Après avoir lu “Amateur (Die Liebhaberinnen)” Alfriede Jelinek, j’étais sûr que je ne voudrai pas me mariée, jamais. Et pourtant… Mise à part, j’ai rencontré beaucoup de personnes malintentionnées, qui m’ont demandé si je me mariais car j’avais besoin d’un visa pour être en France. J’étais terriblement en colère. Parfois, même à la poste quand je voulu envoyer une lettre en Pologne, la dame a demandé, “Est-ce en Europe?”. Un jour, dans un autre endroit, on m’a demandé de prouver que la Pologne était dans l’Union Européenne. J’ai alors pensé «Demandez a vos enfants qui savent surement mieux que vous». Même à la banque, on m’a demandé un titre de séjour. Il y avait pas mal de problèmes avec cela, mais quand je l’ai finalement obtenu, il apporta peu à ma vie. Mais le pire est que le motif du séjour est écrit dans «thème de la famille» en gros caractères et juste au-dessus, en minuscules «Le thème du travail». C’est un tel détail déplaisant. Je pense que je n’ai pas besoin de me marier pour devenir résident de ce pays. Mais, bon… Vite j’ai trouvé un boulot dans un café tenu par un ancien punk, qui avant était coiffeur. Dans quelques jours, je commencerais à y travailler, dans le Café du Théâtre. Le boulot au Café du Théâtre était super, et mon français était bien mieux. En Septembre je suis allé faire une formation pour étrangères. Les habitants de Dinan sont surpris de voir que je suis toujours là. Je souri et leur dit «Voici ma maison». Scriptamanent #2

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En Mars, j’ai arrêté l’école (je l’ai fait!) Et j’ai commencé à travailler comme animatrice dans une association. Ce fût mon rêve depuis que j’étais à Dinan. En Mars, trois jours avant le mariage, je découvris que j’étais enceinte. Et c’était merveilleux. En Juin j’ai obtenu mon certificat de français! Mon SVE était une révolution pour moi. J’ai du changer de comportement, apprendre beaucoup de chose… L’effort en valait la peine. Maintenant, Dinan c’est maville, ma maison. Avec mes amis nous avons créé une association, qui a pour le but de créer un Centre Culturel d’Arts Contemporains, pour les jeunes. Pour eux, il n’y a pas de lieux comme ça à Dinan. Mais aussi, je commencerai travailler dans le cadre de programme Jeunesse en Action, pour organiser des Initiatives Jeunes et des Echanges. Avant, les gens riaient de mes rêves, et maintenant mes rêves sont devenus mon travail – créativité et action. Je me promène dans les mêmes rues que pendant mon volontariat, et je souris… J’ai eu de la chance. Je marchais sur les traces de la psychanalyse de Sigmund Freud, en procédant, j’ai trouvé ma place sur la terre – Dinan. Je suis venu ici pour mon SVE, ici j’ai trouvé une famille, un travail, je me suis retrouvé ici. Et enfin, je suis heureuse!

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Lovech, Bulgaria!

----------------------Luisa Intermoia 30 years | Italy ►►EVS in Bulgaria, 2010

малка Луиза (Little Luisa): Where are you going? голяма Луиза (Big Luisa): I am going in Lovech, Bulgaria! What do you think about my project: “Ecovacation in Lovech?” малка Луиза: Wow! It is great! I love it! We will stay all time with children! голяма Луиза: Now, I am waiting for PenKa! малка Луиза: Penka! Who is she? Where are you going to go? голяма Луиза: Penka is responsible of the kids camps and the people say she is very funny. We are going in Kiten (meaning «lovely, pretty») is a seaside resort town on the Bulgarian Black Sea Coast! малка Луиза: Is there the sea in Bulgaria? голяма Луиза: Yes, there is! малка Луиза: Come on! голяма Луиза: The water is warm and I want to stay here! I don’t want to come back in Lovech! малка Луиза: Hey! Hey! I am child and you are adult and responsible therefore you have to come back to Lovech! Every time it’s the same story! Are we going to change the roles? голяма Луиза: Mamma mia! Mamma Mia! малка (Little) Luisa is more responsible than me! малка Луиза: Let’s go! I’ve met a woman near the bus station. She is waiting for you! голяма Луиза: She is Nelly! She is the director of my hosting organization and we are going in Razgrad, her hometown. малка Луиза: It will be boring! What am I going to do there? I will stay alone without kids! голяма Луиза: Look! There is another child in Razgrad. He is appeared when Nelly started to tell me her history, when she was child. малка Луиза: Please! Shut up! I want to stay more time Scriptamanent #2

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with her child! голяма Луиза: Now you are irresponsible! I am going to have lunch with Rumiana, my mentor in my school in Lovech! малка Луиза: Sorry, I forgot that you are adult and you are serious all time! No games, No relax! голяма Луиза: Look! I am in the garden with Rumania and she is planting tomatoes «San marzano»! малка Луиза: You are boring and banal adult! Come on! Your eyes start to shine when somebody shows you something Italian! голяма Луиза: Offffffffffff! I understand! You need to stay with other children! малка Луиза: Ah! So we will start! голяма Луиза: Ok! The director of my school in Lovech wants to know what I will do with the children! малка Луиза: Do you have some idea? голяма Луиза I don’t have specific idea, but I have got only one tool! малка Луиза: You start again with the same story. голяма Луиза: What kind of story? малка Луиза: The story that you have only one tool, it is your imagination. голяма Луиза: And? малка Луиза: You have started to use this tool when you found your little child! Bla! Bla! Bla! голяма Луиза: Now you are stupid, and you forgot something! малка Луиза: What???? голяма Луиза: I’ve never found my child, because I’ve never lost my child!

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Tuzla

-----------------------------Maddalena Criscuoli 26 years | Italy ►►International volunteering in Bosnia-Herzegovina, 2010

Percepisco subito qualcosa di strano, qualcosa che non conosco e che non riesco ad immaginare. Ci parlano di stress posttraumatico, qua sono in moltissimi a soffrirne, Irfanka ci racconta di un bambino che continua in modo ossessivo a scrollarsi qualcosa di dosso con le mani. Ai medici è servito un po’ di tempo per capire che il bambino è imprigionato nella scena in cui la sua infanzia è finita: i pezzi di carne e cervello e gli schizzi di sangue sono dappertutto dopo l’esplosione della granata. E’difficile liberarsi. Rumori, odori, immagini, emozioni e percezioni rivissute ogni mattina quando si aprono gli occhi ed ogni sera quando si chiudono. Eppure la vita va avanti. Guardo la gente per strada e mi stupisco di come riesca ad apparire normale, immagino che solo un attimo dietro la superficie, o forse nascosto molto bene in qualche anfratto lontano dell’anima, ci sia un lago nero e profondo, spaventoso da guardare e impossibile da attraversare. Anna ci porta in città, si emoziona davanti al monumento eretto per la memoria dei 71 giovani uccisi da una granata il 25 maggio del 1995, quando la guerra stava per finire. Moltissime volte mi sono soffermata a leggere qualche nome nelle infinite liste di caduti sparse per il mondo, ma non sono mai riuscita a capirle veramente. Qui è diverso, salgo le scale, entro tra le quattro mura che portano il peso dei nomi di migliaia di giovani uccisi, subito dopo due ragazzi vanno decisi verso un nome preciso e lo accarezzano, non si tratta solo di un nome tra altri mille nomi, è una persona, ha una storia e una vita che sono ancora qui, strette tra le mani di chi lo ha amato. Esito prima di entrare nel cimitero, mi sembra Scriptamanent #2

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un’invasione irrispettosa, occidentali che vengono a curiosare, gente che non sa e che non capisce. Poi incontriamo due madri che passeggiano tra le tombe, le accarezzano, pregano, sorridono, si siedono per una sigaretta. Anna ci spiega che sono contente di vederci, vogliono che a qualcuno interessi la loro storia, che qualcuno legga uno per uno i nomi sulle lapidi, che qualcuno si soffermi sulle storie dei loro figli cercando di capire. “Questa ragazza era la mia vicina di casa” dice Anna, aveva forse 15 anni la sera che è stata uccisa, era la prima in cui aveva avuto il permesso di uscire da sola. A Tuzla si trova il centro di identificazione delle vittime. E’ un magazzino enorme, con la temperatura controllata, sono allineate decine di scaffali piene di sacchi. So cosa contengono e non oso avvicinarmi, non oso quasi respirare, mi stringo le braccia intorno al corpo per aggrapparmi alla vita che così brutalmente è stata tolta a queste persone. Sono appena uscita, molto turbata, quando ricevo un sms “Tua nipote è 25 cm e 325 gr d’amore”, “Grazie” rispondo, “è bello saperlo dal luogo orribile in cui sono in questo momento.” E’un fortissimo contrasto, quello tra la vita che nasce piena di speranza e innocenza, e la vita che finisce, tra odio, sangue, pioggia e rami secchi. Il sindaco di Tuzla sembra una bella persona, propositiva, investe sui giovani e sulla cultura, “noi siamo sognatori” dice. Noi qui siamo su un’altalena, si ride e si condivide, poi di colpo si diventa seri, gli sguardi cupi, il senso di impotenza e di ingiustizia. Sarajevo I Balcani sono romantici, un po’ poesia, Sarajevo è una bellissima città, piena di cicatrici, ma senza paura. Camminiamo lungo il fiume, sulla destra le colline da cui i cecchini non smettevano di sparare, sulla sinistra le case sulle 146


cui facciate i segni dei proiettili sono ancora ben visibili. Cerco di immaginare, ovviamente senza riuscirci, le sensazioni. Il terrore che, senza pietà, entra nelle case, si insinua dappertutto, nessuno sa quando cadranno le granate, nessuno può camminare senza sentirsi in pericolo, penso alle spalle curve, ai nervi tesi, agli occhi vigili, cosa pensi mentre attraversi una strada dove in ogni istante potresti perdere la vita? Cosa pensi mentre la tua città è in fiamme intorno a te? Mentre il diritto alla vita viene maltrattato, mentre le certezze si sgretolano, gli amici si trasformano in nemici, oppure muoiono. Gli abitanti di Sarajevo sono degli eroi, il mondo intero è pieno di eroi, mi domando dove l’uomo trovi la forza di rinascere dalle ceneri di ciò che l’uomo stesso ha distrutto. Dappertutto, tra le case, nei parchi, lungo le strade, sono stati ritagliati pezzetti di terra, recintati e trasformati in cimiteri. File di migliaia di lapidi bianche delineano gli orizzonti. Ormai è sera e, di fonte a quella che era la biblioteca nazionale, distrutta dalle bombe e ora in fase di ricostruzione, il sole che tramonta si riflette sulle finestre delle case. Per me è uno spettacolo bellissimo. Penso che chi ha vissuto l’inferno è stato privato di questa meraviglia: io vedo una finestra illuminata dalla luce calda del sole che tramonta, altri vedono una casa che brucia, le fiamme che divampano. Il miracolo del sole che tramonta è stato fatto a pezzi. Dopo cena l’appuntamento è al vecchio cinema, dove anche durante la guerra la gente si riuniva, per ridere, per parlare, per non rinunciare a vivere una vita viva. Ascoltiamo un’appassionata lettura di poesie, ridiamo del bello spettacolo dei ragazzi di Sagapò teatro, e poi è un attimo togliersi le scarpe e ballare tutti insieme la musica di Max Maber Orkestra, fino all’esaurimento delle energie. Il centro di Sarajevo è pieno di bossoli di proiettile. Sono stati rielaborati, trasformati, diventano penne, portachiavi, vasi da Scriptamanent #2

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fiori. Diventano poesia, casa, vita che sorride. Anche la strada per Srebrenica è tappezzata di lapidi, di mucche e di cavalli che pascolano sul bordo della strada, di cani, di covoni di fieno. Le lapidi fanno parte del paesaggio in modo naturale, vederne così tante non stupisce più. Senza preavviso anche il momento della pausa pipì e sigarette si trasforma in magia. L’uomo del bar è felice di vederci, offre un cesto di prugne, poi della grappa. I nostri musicisti ricambiano con il loro violino e la loro fisarmonica. Si balla, si applaude, si ride. Siamo sempre sulla nostra altalena. Srebrenica È piena di musica questa cittadina devastata. La nostra altalena dondola veloce, si balla felici, se ogni spazio libero è pieno di lapidi, ogni secondo di silenzio è riempito di musica. Flauto e percussioni in questo momento. Dopo una mattina pesante, passata sfiorando con gli occhi le infinite lapidi bianche e verdi di Potocari, dopo aver camminato sul pavimento su cui 8372 vite sono state spente, ora i miei occhi si posano su una bambina bionda che balla felice e i miei piedi tengono il ritmo della musica. Dopo la visita al memoriale siamo seri, silenziosi, ci sediamo distanti uno dall’altro, nessuno ha voglia di parlare, né di ridere, si evita di incrociare gli sguardi, cresce un po’ la nostra consapevolezza e con essa il senso di impotenza, la tristezza davanti alla visone di ciò che l’essere umano può distruggere e la speranza davanti alla forza che può ritrovare. Sdraiarsi su un prato dopo il pranzo preparato dalla cooperativa di madri è rilassante, si raccontano storie, ci si scambiano i bicchieri, mentre una parte del cervello tiene sempre ben presente che le montagne alle nostre spalle sono quelle tra i cui boschi quindicimila persone hanno cercato la via della libertà, almeno seimila di queste non l’hanno trovata. 148


Il pomeriggio è nostro, si creano gruppi, si lavora sulla ricca eredità di Alexander Langer, ci si incontra su molti punti, si parlano tante lingua ma non ci sono difficoltà a capirci. È interessante vedere come, noi che non conosciamo la guerra, ci soffermiamo su ciò che di positivo c’è nella convivenza, chi la guerra la conosce, invece, sottolinea il rischio della nascita di conflittualità. Stiamo bene insieme, ci arricchiamo, cresciamo insieme. Piove, ma non importa.

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Sweet memories Part I In a usual Saturday evening I’m sitting in a quiet park and reading… People are passing by, birds are flying around, children are playing… –What are you reading, miss? Is it a fairy tale? You know, our teacher always reads for us before we go to bed. I raise my eyes and see a cute four years old kid looking at me with her huge blue eyes. She keeps asking questions after questions and I keep watching her and smiling with a strange smile. My memories take me far-far away… Part II –Will you read for us today, miss Mariana? I want the story that my mom reads for me every evening. –No, miss Mariana, please read my favorite fairy tale, it’s in this red one. –Miss Mariana, the red one is a bit scary, I want the one about the little dog. You know, I have a little dog, I take him to walk every morning with my dad. –I have a little cat, it’s better than your dog. It’s white and beautiful, you don’t have such a cat. –My mom promised to buy me a dog if I behave as a good girl. I was a good girl last year and I got a bike. –You know, miss Mariana, I have a big blue car. I don’t like bikes, they have only two wheels and my car has four. –And I have a yellow T-shirt. –And I have a doll, her name is Mariana. –And I have a teddy bear, it’s green! –My bear is brown, it’s like real! –My bear can sing. It sings for me when I go to bed… –Miss Mariana, will you read this book? 150


–Oh, miss Mariana, it’s not “pikni”, it’s “piekny”. I should teach you Polish, I’ll be your teacher, ok? Sentences that I used to hear every day… Phrases that are so dear to me… Faces that I will never forget… Memories that are the sweetest ever… Naughty Kacper, cute Emilia, little Gracian, quiet Mateusz, my favorite Piotrek…

Part IV Meetings, parties, trips, events, presentations, trains, planes… A new culture, a new country, a new city, a new language, a new apartment, new friends, new… everything! And, most importantly, new people. Those strange new people who spoke a strange new language. Strange and new in the beginning; familiar and dear in the end. The new country became my second motherland, the new city – my new home city, the language – my second language, the apartment – my home, the people – my family. But everything finished after some time, and now… again sweet memories – sweetest ever!

Scriptamanent #2

-------------------------Mariana Vanetsyan 25 years | Armenia ►►EVS in Poland, 2008/2009

Part III In a usual Tuesday morning I’m sitting at the reception of our hostel and registering tourists as usual… They come and go, ask questions about our streets, city, country… –Czesc!* I raise my eyes and see a nice young couple. They ask basic touristic questions about the city and the country. But they ask in a language other than English. I keep watching them and smiling with a strange smile. My memories take me far-far away…

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Part V I did my European Voluntary Service at a Daycare Center in Szczecin, Poland. I worked with 3-6 years old children. I loved them all and I loved my work. I loved the country and its people. I loved everything and I still do! EVS is a life experience. And as every moment in life, it cannot be only positive, it cannot pass only with smiles, and it cannot run without difficulties. I laughed and cried during my EVS. Sometimes I was happy and sometimes I was angry or sad. I had parties with friends but I also had lonely days. I was happy to be a foreigner there and discover new things every day, but I also was sometimes sad not to be one of them and to be a stranger there. I had both positive and negative experiences. But all those were inevitable, because EVS is not a fairy tale or a movie, it’s life, it’s real, it’s happening. And it happened to me. It came to me but it didn’t go away. It’s in my heart and in my mind. And it comes out very often: as often as I have a contact with any of the aspects that were connected to my EVS. These can be children, Polish tourists, daily conversations, parties, NGOs… Actually, this can be everything, because EVS has no limits as our heart and mind. *Czesc means “hi” in Polish.

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Lost in translation

---------------------Marta Fernández 24 years | Spain ►►EVS in Germany, 2010

Los alemanes en las despedidas dicen que siempre volverás a encontrarte con una persona al menos una vez en la vida y, aunque sea una afirmación difícil de creer, resulta bastante reconfortante. Sabes, sin embargo, en el fondo, que te cruzas con personas en el camino que formarán parte de tu vida tan sólo un instante, que en unos meses habrán desaparecido hasta de tu pensamiento, tan fugaz su paso por tu vida como el tuyo por el mundo, y aunque deberíamos estar acostumbrados a la temporalidad que todo lo invade, entristece, como siempre que recordamos que nada sobrevive al tiempo. Será la condición innata del ser humano de gozar lamentándose, o nuestra capacidad casi instantánea de traer a la memoria los buenos momentos y enterrar los malos, o nuestra extraordinaria capacidad de adaptación al medio y condiciones, que sólo unas horas después de abandonar la granja alemana de Kastanienhof ya echaba de menos. Emma, la cerda doméstica nos había dado la bienvenida hacía dos semanas. Como todo cerdo doméstico, era la envidia de todos los que allí estábamos, no sólo tenía su propio cuarto para los momentos de reflexión y soledad, sino que a su antojo paseaba buscando en todo momento algo que llevarse al vientre y alguien que le masajeara la barriga. Esta vida de deidad nos la restregaba Emma cada día desde las 7.30 de la mañana, que debíamos estar en pie y con la pala preparada, hasta las 16 que, en principio, y si no había cemento que se secara de por medio, terminábamos la jornada de peón. La granja distaba algo de ser idílica, si bien tenía un encanto especial que evidentemente no residía en la caja de madera apestosa con agujero que hacía las veces de retrete (exactamente igual que las de los Scriptamanent #2

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hopi, el mismo sistema), y que estaba bajando una cuesta (no muy espinosa, pero extenuante al fin y al cabo), sino tal vez al emplazamiento y a las ganas de no sufrir demasiado. Ahora sé que a la suciedad perenne se acostumbra uno (si bien no encontré gozo en ello). Las arañas inmensas, bichos e insectos no identificados pululando entre los colchones, las ratas y sus consabidas mierdecillas en la almohada, y el polvo denso como el metal bañando todos los rincones de la zona habitable, el primer día ya eran tema superado. El retrete alejado de la mano de dios, y esa motivación inexplicable e inconsciente que se traducía en constante sensación de vejiga rebosante, fue más difícil de sobrellevar, sobre todo durante la noche, atravesando el camino en total oscuridad con la posibilidad de cruzarte con uno de los cerdos (no domésticos, sino comestibles) y gigantes y chillones (como ocurrió una de las noches en las que estuvo a punto de darme un ataque al corazón, y al cerdo creo que también). Y el cargar durante horas piedras y leña, mezclar cemento (ingentes cantidades, interminables sesiones venenosas), y el cansancio físico intenso llegaba a ser en ocasiones hasta gracioso, como de risa floja, tembleque de músculos, mareo y agujetas en lugares de cuya existencia jamás antes había tenido constancia. Sin embargo después de la partida me faltó el verdor de la explanada de la finca y el infinito horizonte escondido tras las montañas tapizadas de castaños, las copiosas comidas en inglés (porque el recuerdo parece tornar el alemán en inglés y vivificar mi entendimiento), y los zumos de manzanas de la huerta, los baños domingueros en el lago, los paseos eternos entre las ortigas y las estruendosas tormentas en el banco al anochecer, pero sobre todo, la convivencia sosegada entre quienes no conocen los respectivos pasados y el entendimiento entre gente procedente de distintas culturas. Porque no es cierto que volveremos a encontrarnos (no necesariamente, al menos), porque ya sólo queda el recuerdo, 154


y en lugar de mirar atrás, mirar hacia delante, y el futuro se presenta vacío de todo lo acordado en el ardor del momento, de mantener el contacto, hasta de recordar la coyuntura efímera que por casualidad compartimos. Y no resulta fácil crear un vínculo con alguien con quien no compartes ni el idioma, pero cuando ocurre, no está ni la ayuda de la lengua ni su manipulación, su facilidad de engaño, sólo la expresión, los gestos, la mirada, la sonrisa y el tacto, la interacción no verbal.

Scriptamanent #2

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La mia storia… La mia storia del volontariato, all’inizio persino non desiderato. Si comincia l’autunno bello, a Roma tenendo sempre l’ombrello. Stavo li’ per fare un progetto Erasmus – fra gli studenti così detto. Mentre studiavo le strane materie, ho conosciuto le faccende serie. Ero al terzo anno dell’Università, ed è apparsa la nuova difficoltà. Dovevo scrivere per forza la tesi, fare la ricerca, l’analisi, la sintesi. Ma prima di tutto trovare il tema, avere l’idea, costruire lo schema. Un giorno disordinato, lo sciopero, il cammino sbagliato. Aspettando il bus alla fermata, nell’edicola sono entrata. E ho comprato qualche giornale, per avere qualsiasi cosa da fare. All’improvviso è successo questo: ho letto un po’ e poi ho smesso. Gli articoli belli ci sono stati, sulle vittime – immigrati. E ho pensato – l’ho trovato, il mio tema così cercato. Ma cosa dovevo fare prima, Conoscere bene qualche vittima? 156


Questo non era affatto facile, cercavo a lungo, stavo umile. E una volta mio grande amico, parlando molto entusiastico, mi ha detto di una comunità, che combatte contro la fame e povertà.

Da quel tempo ogni settimana, ci incontravamo a Via Nomentana. Dopo la bella, serena preghiera, visitavamo la gente povera. Faceva brutto tempo, era tardi, ma bisognava andar a trovarli. Con le bevute calde e i panini buoni, andavamo sempre agli barboni. Nelle periferie, allo stazione centrale, parlavo con chi si sentiva male. Tutti loro erano senza il tetto, stancati di vita senza bell’effetto. Quello era proprio inimmaginabile, vivere così per la strada terribile. Senza casa, soli, abbandonati, addormentati e non più svegliati. Così inutili, mica importanti. Nostre sorelle, e fratelli tanti tanti. Com’è possibile che vive così mio fratello, Scriptamanent #2

-------------------------------------------Marta Szyszko 21 years | Poland ►►International volunteering in Italy, 2009

Ho pensato per un momento, Ci vado per 100%. … E ci sono andata, Una vittima? Non l’ho trovata. Ma quello non mi dava fastidio, perché ho scoperto SANT’EGIDIO.

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la gente non lo vede nel suo mondo bello. Infatti prima di fare questo servizio, anch’io avevo qualche pregiudizio. Quella gente brutta e spiacevole, ma in realtà nella vita senza sole. Ho capito perché così mi sembravano, perché loro sono come un orfano. Non hanno casa ma prima tutto Sono tristi, come se fossero in lutto. L’uomo senza amici si sente male, sia nel senso fisico sia mentale. Vive nel mondo senza sole, non sorride, non parla, non lo vuole…. Quando vai a trovarlo cosi spontaneo, può vedere il sole dal brutto cielo. Quando lavori come volontario, non conti le ore non controlli l’orario. Semplicemente gli porti un raggio, un raggio di sole di aprile e maggio. Sei per loro come la primavera, caldo vento di fredda sera. Gli porti il sole e la speranza, gli dai l’amicizia e la tolleranza. Forse non hanno soldi e tetto, ma c’è la nostra amicizia e il nostro rispetto. Adesso immagini sei un barbone, non conosci il domani, sei solo, senza cibo, in città grande, nei posti strani. Non sai cosa fare, dove andare, a chi chiedere, è non sai neanche che esiste un mestiere, che si chiama un volontario della Comunità, la quale ti troverà, ascolterà e ti aiuterà :-)

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Grazie a Sant’Egidio ho imparato, cosa vuol dire vero volontariato: Voglio aiutare gli altri, indipendentemente dall’età, sesso, dalla nazionalità, strato sociale, tempo, umore, semplicemente sono per gli altri per il bisogno del cuore. E queste parole finiscono, la storia dell’autore.

Scriptamanent #2

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Um mundo a descobrir Escrever sobre esta experiência não é nada fácil, afinal foram nove meses a viver tudo intensamente, como se acontecesse tudo pela primeira vez. Aprender coisas novas, conhecer novas realidades, presenciar comportamentos que desconhecíamos por completo. Para muitas pessoas um projecto como este pode não ter qualquer tipo de significado. Para muitos pode ser apenas um motivo para viajar ou para sair de casa. Mas apesar da razão pela qual se faz SVE (serviço de voluntariado europeu), o importante, é que se faz e aquilo que se traz para casa. Novos conhecimentos, novas experiências, novas emoções. Ninguém tem o direito de dizer se está certo ou errado. O que interessa aqui é apenas a experiência que passas-te, da qual te orgulharás para sempre. E é com esse orgulho que partilho o que vivi. O meu projecto estava recheado de culturas de diferentes origens porque lidava com nacionalidades muito diversas. Era um projecto peculiar, uma vez que me permitia lidar com adolescentes imigrantes e com mulheres vítimas de tráfego humano e prostituição, possibilitando-me conhecer diferentes culturas e religiões. Teve lugar em Padova, uma cidade no norte de Itália perto de Veneza, uma cidade muito rica e por isso com bastantes imigrantes. Foi realizado numa Associação chamada Mimosa que dá apoio a imigrantes adolescentes que se encontram sem os pais em Itália e a prostitutas e/ou mulheres que sofrem de tráfego humano. Esta associação tem duas casas para que estes adolescentes possam viver: uma casa para raparigas e outra para rapazes. O meu voluntariado foi feito somente na casa masculina. O meu primeiro contacto com a associação foi na entrevista com a presidente, Barbara, que com todo o seu cativante interesse pela causa, me explicou toda a história de imigração 160


-------------------Mónica Correia 25 years | Portugal ►►EVS in Italy, 2009

e prostituição em Itália, evidenciando as áreas de trabalho e a mecânica da associação. Fiquei fascinada por pensar que existem pessoas que investem o seu tempo em áreas onde os resultados raramente são alcançáveis ou se os são, demoram tanto tempo que exigem uma paciência e uma motivação sobrenatural. Depois deste fascínio, fui conhecer a casa masculina com o coordenador Andrea. Foi quando me dirigia para lá que me disse que teria de dormir na casa. Comecei a pensar que não queria este projecto, que não queria dormir lá… para mim era algo impensável. A verdade é que depois de conhecer os rapazes que viviam naquela casa, senti que não era assim tão assustador e que estes miúdos eram apenas adolescentes como eu já fui um dia. Assim, comecei a fazer os meus turnos, um dia com mais vontade, outro com menos mas verdade seja dita, podia estar muito triste um dia que quando chegava à casa, os miúdos eram os primeiros a perguntar se estava tudo bem e a fazer-me sorrir. Todos vinham de países muito diferentes e com experiências muito pesadas para pessoas tão novas. Gostava de partilhar um pouco das suas histórias de vida: Khalil, de 16 anos, veio de Marrocos, um miúdo que chegou a Itália com menos de 12 anos. Veio sozinho, não se sabe bem como. Quando o conheci já tinha vivido em várias casas de acolhimento. A mãe vivia em Itália há dois anos mas não estava legalizada, por isso não podia assumir a responsabilidade de ficar com ele. Quando ficou legalizada não quis saber e Khalil saiu desta casa para viver num albergue para adolescentes imigrantes, onde lhe é dada uma mesada e total liberdade. Que futuro terá Khalil? Um rapaz que apenas queria que a família notasse nele e lhe desse um pouco de amor. Hadi, agora com 18 anos, saiu da comunidade para viver sozinho e começar a sua vida autónoma. Foi com muita alegria que acompanhei a procura de uma casa e a sua ansiedade para começar a sua “vida”, Scriptamanent #2

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a sua independência. Hadi veio do Afeganistão: veio de barco, de autocarro, pelo seu próprio pé. Passou pelo Paquistão, Irão, Turquia, Grécia e como ele dizia: sempre com o mesmo medo, o medo de morrer: “e la mia paura era sempre la stessa… Morire!” Serghi, de 16 anos, vindo da Ucrânia. Era um miúdo carinhoso, “exigia” sempre um ombro para apoiar a cabeça, um abraço, um beijinho. Na primeira noite que dormi na casa ofereceu-me uma pequena lembrança que tinha feito. Foi o miúdo com o qual criei uma grande amizade e o que mais preocupação me deu quando vi o seu projecto de vida a descambar quando desistiu da escola. Hoje continua na comunidade mas não faz nada e nem tem projectos futuros (não estuda nem trabalha). Alin e Stefan vieram ambos da Roménia. Alin saiu em Junho da comunidade, tem um trabalho e vive sozinho! Era um miúdo muito correcto, muito interessado em conhecer-me e sempre muito conversador. Adorava o Michael Jackson e era com orgulho que me mostrava as músicas que tinha no telemóvel. Oferecia-me sempre um café depois do almoço e gostava que o acompanhasse na varanda para beber o café e fumar um cigarro. Stefan veio atrás do amigo. Viviam na mesma aldeia. Era um miúdo muito fechado e solitário, não partilhava muitas coisas comigo. Trabalhava imenso e por isso, deitava-se sempre primeiro que os outros. Saiu da casa em Novembro. Estes adolescentes tiveram um percurso diferente de muitos outros, o que para mim os torna únicos ao mesmo tempo que os torna especiais. Por isso não quero esquecer tudo que partilharam comigo. Aqueles miúdos são peculiares, são incomparáveis, são fortes, são “grandes”! Saíram dos seus países sem nada nem ninguém. Atravessaram fronteiras com medos, com esperança, com vontade de encontrar algo melhor! Encontraram? Não sei. Talvez sim, talvez não, muitas vezes um sonho é só mesmo um sonho. Certamente tiveram muitas coisas positivas mas também outras negativas. Mas uma coisa é certa, não tiveram 162


uma infância e uma adolescência como eu tive. Foram forçados a crescer mais rápido que os outros. A sua adolescência foi passada na angústia de encontrar um trabalho para se poderem sustentar, pois com 18 anos o Estado italiano não os sustentaria mais. Estão por sua conta, sozinhos! Se forem despedidos não têm ninguém que os ajude. Penso neles todos os dias, será que estão bem, será que estão felizes, será que ainda estão em Itália? Espero sinceramente que estejam bem e felizes. Recordarei para sempre o amor que recebi destes miúdos pois foi muito especial e único. Depois de iniciar os meus turnos na casa dos rapazes, dei conta que para mim não bastava, precisava de estar ocupada durante o dia. Foi aí que comecei a procurar outras associações onde pudesse fazer voluntariado. Comecei por fazê-lo sozinha mas as respostas eram sempre negativas ou inexistentes. Até que a certo ponto decidi falar com o meu tutor Emiliano, que me deu um apoio fora do comum, mostrando-se atencioso e contentor das minhas emoções, que surgiam como um vulcão em erupção. Disse-lhe em que área gostava de fazer voluntariado e uma semana depois comecei a dar apoio num Dopo scuola (Centro de Actividades de Tempos Livres). O meu papel desenrolava-se na parte de animação quando as crianças terminassem os trabalhos de casa. Fazia jogos com eles, desenhos, máscaras de Carnaval, etc. A ideia era entretê-los, enquanto as outras crianças acabavam os seus trabalhos. Para além desta associação, tive oportunidade de fazer voluntariado em mais duas associações: Casa IN-CONTRA que se dedicava a mulheres refugiadas e aos seus filhos e Intercultura que trabalhava na área da educação não formal para uma aprendizagem intercultural e uma educação global. Em Maio iniciei outra actividade: a equipa de rua, outro desafio intenso no meu projecto. Este trabalho incidia essencialmente num acompanhamento às prostitutas que se encontravam nas ruas de Padova. Esta acção começava por volta das 22h. A Scriptamanent #2

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técnica que pertencia a esta equipa já conhecia quase todas as mulheres que por ali se achavam. Sempre que encontrávamos uma mulher, parávamos o carro para podermos conversar um pouco com ela e perceber se já tinha ido ao médico, uma vez que muitas delas não se encontravam legais no país e por isso, não podiam ser atendidas por um médico de um centro de saúde. Nestes encontros procurávamos incentivá-las a fazer análises clínicas para saber como estavam. A maioria delas garantia que usavam contraceptivo quando tinham relações com os clientes, no entanto é sempre bom ser examinado. No final da nossa conversa dávamos um preservativo, ao qual chamávamos il porta fortuna (aquele que traz boa sorte)! Ao pertencer nesta equipa, reconheci que este é um mundo completamente diverso daquele a que estamos habituados. É totalmente diferente passarmos de carro e observarmos uma mulher parada na rua, do que falarmos com ela. É quase impossível compreendê-las, entender qual a razão que as traz ali, na noite escura, fria e solitária. E por isso é mais fácil julgar do que tentar perceber um facto que para nós nos parece incompreensível. As ruas acolhem estas mulheres que por vezes ainda nem sequer atingiram a maioridade. Algumas são simplesmente adolescentes, crianças que não puderam ter outras oportunidades como nós. Nestas saídas, falei com tantas nigerianas que, na maioria das vezes, são vendidas pela família porque acreditam que na Europa poderão ter uma vida melhor e, através disso, ajudar os pais e irmãos que permanecem na Nigéria. Da mesma forma que encontramos tantas nigerianas, podemos também encontrar tantas raparigas da Europa de Leste, que partem para Itália com esperança de encontrar um trabalho que lhes permita ajudar os que ficaram para trás no seu país. Como a prostituição mostra ser o caminho mais fácil, deparamonos com jovens que com apenas 18 anos já fizeram 7 abortos. O que me faz pensar, eu com 18 anos queria tirar a carta e entrar na Universidade. Realmente, a igualdade de oportunidades é um 164


mito que os estados usam e abusam para tentar tornar os seus países mais humanos! Para finalizar esta minha história, é importante destacar a cultura e a vida social em Itália. São aspectos muito característicos deste tipo de projectos que o tornam ainda mais rico. Viver noutro país permite-nos uma vivência cultural única. E apesar de ter escolhido Itália (um país com uma cultura muito idêntica à minha) não significa que não exista essa troca e essa partilha. Para além das coisas mais básicas como a língua e a comida, existem padrões de comportamento divergentes. A linguagem corporal, por exemplo, que é muito própria dos italianos; o uso da bicicleta como meio de transporte; os filmes estrangeiros dobrados… Só nos apercebemos destas realidades quando temos a possibilidade de viver lá, pois passado pouco tempo, somos nós próprios que começamos a usar a linguagem corporal no nosso discurso, somos nós que vamos fazer as compras de bicicleta, somos nós que vemos os filmes dobrados na televisão ou no cinema. E não posso deixar de evidenciar outra característica à qual ninguém fica indiferente: o aperitivo no final do dia. Os italianos têm como hábito, encontrar-se num café, num bar, numa esplanada, e com uma bebida e uns petiscos, relaxam e convivem com os amigos e familiares. As praças cheias de gente, as ruelas movimentadas, a luz natural do fim do dia, criam uma imagem magnífica. Esteja frio, sol ou chuva, ninguém se nega ao típico aperitivo italiano. E eu, com vontade de viver como uma verdadeira italiana, também o fazia sempre que possível. A cultura e a vida social foram aspectos singulares deste projecto, pois permitiram sentir-me como uma italiana em Itália e não como uma imigrante em Itália. Mas esta vida social nunca poderia ser feita sem amigos, amigos que quando se está fora do país se tornam a nossa família sem os quais não conseguiríamos viver. A minha vida tornou-se num Scriptamanent #2

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mini mundo recheado de pessoas de todas as nacionalidades. Tive o prazer de conhecer pessoas da Turquia, Hungria, Geórgia, Botswana, Espanha, Alemanha, Polónia, Inglaterra, Bélgica e tantos outros países. Partilhávamos todos a mesma sede de descobrir o desconhecido, o mesmo entusiasmo de falar uma língua que não era a nossa, a mesma saudade dos amigos e da família. Foram com certeza um suporte crucial para mim durante os noves meses, sem o qual não poderia ter vivido este projecto com um sorriso na cara! Com orgulho vos falei da minha história, do meu voluntariado, do meu projecto. Sim, porque este projecto foi meu, foi criado por mim. Não me refiro à sua estrutura, às suas actividades mas sim à maneira como lutei por ele e como lutei por completá-lo com outras singularidades que só a mim que me faziam sentido. Ninguém poderia tê-lo feito por mim e, por isso, estou grata por tê-lo feito!

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Wait a minute! The sun was cutting the continent in two parts. I was on the better half, the warm part, Portugal. After crossing the river Tagus by a ferryboat I was walking on a hill, which felt like a mountain. I am from the Netherlands and live pretty much below sea-level. So, I was climbing a mountain and arrived in a cozy youth hostel. There were 28 people from different countries of Europe. We had to form a group for the first assignment. I became a member of the group Latvia, Lithuania, Germany, Luxembourg and Russia. The German consists of half German and half Mozambique and I consider myself as half Dutch and half Sri Lankan. The collection of these three continents was sitting around the table, well almost…

We went to the Portuguese coaches to present our name: “Wait a minute!” The Portuguese coaches responded: “Come on, you had an hour of time?!” “No, ‘Wait a minute’ is our name!” (Don’t be surprised that the Portuguese responded like that, they also have a time-schedule). We were the last group, who were leaving the building to discover Lisbon. We had to complete different Scriptamanent #2

-------------------------Meliza de Vries 27 years | The Netherlands ►►EVS in Portugal, 2009

Sir German had difficulty with being on time. At ten o’clock he entered the lounge. Slowly he walked to the wrong group. I became slightly annoyed, since we had already lost an hour and had to create a name for the group. Finally the German found the right group and took his breakfast from each of his pockets. He said: “Guys, just wait a minute.” We said: “Fine, that is our name: Wait a minute!”

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assignments, such as finding a typical Portuguese proverb. While we were walking in the small and hilly streets, the German took from each of his pockets (same as the breakfast before) a book about the history of Portugal and a map. He was looking at me and said: “Yes Holandesa, I am German and very organized.” I thought in silence: “Yes, only after 12 o’clock.” We walked to a police officer and asked him about the most typical proverb in Portugal. He answered: “If you want to go fast, you need to slow down.” Great, that was what we needed! We were the slowest group of the new arrivals, therefore we could use a proverb that might lift our spirits. Sir German found it very interesting and started a conversation with the officer. Meanwhile the police officer was completing all the questions. The Latvian and Lithuanian were very aware of the time and asked the German if he could start to move again. Of course the German responded with: “Just wait a minute.” The idea that we could win this game was, from the beginning, an illusion. At that point another girl asked me if I would like to eat something. I asked: “What is the time?” She responded: “What has time got to do with it?” I thought: “Good question!” I answered: “Most Dutch people eat at six o’clock.” She asked: “Even if you are not hungry?” I thought again: “Great, I lost two illusions in two minutes. My whole life and meals were managed by a clock and now I had to wonder if I was hungry or not? Gosh, the harder you try to deny your origin, the more it shows up!” Meanwhile the German was disconnected from the officer by the Latvian and Lithuanian. And we were moving on and looking for a place to eat. It was not easy to decide where we could eat, a bunch of cultures with different tastes. We figured out that pizza is something like an agreement of peace, so we went to the pizzeria. 168


In the pizzeria the German was saying that he was really good in doing two things at the same time, but he needed more time than other people. So, he read his book for the next assignment and meanwhile he was twirling the spaghetti around with his fork. The point was that he remained twirling his spaghetti around his fork. He continued until there was almost a hole in his plate! The Latvian and Lithuanian asked him, if he could start to eat because our free-time was done. The Luxembourger was pretty silent and neutral in this situation. After this day of investigation, we went back to the hostel for the results of the game. And the winner was… Wait a Minute… No applause. Ah, ‘Wait a minute!’ Applause! Maybe the police officer was right. Start slow and finish as a winner. Just wait a minute for the next step. Just wait a minute to give an answer. Wait a minute to make that important decision. It is a lesson, a statement, may be a way of living: Wait a minute to explore yourself in your own time!

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Un techo para mi pais As I was approaching Bogotá’s El Dorado airport by plane I still didnt know what I was looking for here, but what’s immediately obvious is that the airport’s name evokes a different picture in your mind than what you’ll see once you step out of the plane. A concrete jungle busy with thousands of poeple busy streets and construction sites but there are no golden streets or roofs to be found. After two weeks of working in the office of my organization getting to know the day to day work and people who run it it’s time to go on to the real work. The work I’ve been looking froward to. Today for the first time I will build houses in one of the poor neighborhood in Bogotá. I get up at 5:30 and we meet at 7 am at the office. One by one all the volunteers come. I’ve heard and seen that appearence is important in Colombia but I am still surprised that many of the girls wear make up today, after all I’m expecting pretty hard work. Once the bus is loaded with the tools we head to the south. The streets are packed in Bogota and traffic moves slowly like molasses. A pick-up truck bulging with oranges passes our bus. And out of big speakers one of the merchants praises the sweetness, juiciness and overall perfection of his goods. We stop by a traffic light and a young man jumps in front of the cars and starts to juggle with clubs and before we head on asks the drivers for some change. Slowly we make our way and now we’re close to the barrio where we will work today. Long gone are the skyscrapers and pretty buildings of central Bogota they have been replaced by rather desolate houses packed with little shops for vegetables, meat or electronic devices. We go upwards now, there are no traffic jams here but we’re still moving slow since the streets are not in the best shape and there are alot of turns. On the sharpest turns teenage boys are 170


--------------------------Michael Franc 24 years | Austria ►►EVS in Colombia, 2010/2011

regulating upgoing and downcoming cars with handheld stopand-go signs. After a while we leave the last solid houses behind and the road turns from bad to worse, here’s no concrete to be seen anymore. Finally we arrive. We’re in the barrio “El Recuerdo” – “the memory” and here in the outer parts of this barrio up on the hill live those who have been forgotten. By the Colombian government, and by the Colombian society at large. This is not the Bogotá the citizens want to talk about with a foreigner. The city is one of the largest growing economy hubs in Latin America and there is a lot the inhabitants are proud of. A lot they’d rather talk about than these hills and it’s inhabitants. While working in the office on the application forms I’ve seen that alot of the people we build houses for have only lived in their barrios for one or two years. They come from Choco or Antioquia and other parts of the country, fleeing from violence or seeking a better life and wealth in the big city. Their trip usually ends here and in other outer parts in the south. And they too find that their roads aren’t made of gold. The hills are scattered with shacks made of everything you can imagine, from old plastic to pieces of wood, metal sheets and even fabric. The bus can’t go on since workers are building a canal and a quarter of the road is dug up. We take the tools and walk. I’m in a team of six, Yoyo, Diego, Monica, Oscar, Paola and me. Through dusty tracks we find our way to the family whom we are working with today. We introduce each other. Martha the mother and her four children are present, the husband is at work. The ground where we will build is very uneven and Yoyo, our “captain”, and I go to work to measure the area and to look where we will put the first post. The new house will be directly in front of the families current housing facility Scriptamanent #2

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– a shack of wood and rusty metal sheets too low to stand up straight. From where we work there is a great view to the north but the center and the wealthy northern parts of the city lie in a mist and seem unreachable from here. For most of the people living here they are. Out of the neighboring shack blasts the traditional music from the coast Vallenato and Salsa music. A neighbor a little way down is competing with more current music styles – Reggeaton and Colombian Rap. We go to work and start digging the first hole for the post. The two boys, Jaime age ten, and Felipe age eight, while being shy at first are proud that they can help and start warming up to us. The girl of six years is taking care of her babysister. We only have very basic tools and the measuring of the post’s height is done with a water filled tube by adjusting the water level on one end to the height of the first post and comparing it to the height of the other posts. Yoyo explains them what we are doing and tells them about Archimedes. When we are measuring the rectangle he’s telling them about Pythagoras. The kids like that and get more curious. The other guys of our crew are carrying material we will later need while Yoyo and I are digging. As soon as they are done they join us. After several hours we have dug the fifteen holes for the posts and all of them are at the same height. Two neighbor boys, Nelson and Andres, about twelve and fourteen years old, help us now. Their family will get a similar house once this here is finished. At about two we have lunchbreak. Martha prepared a delicious meal of lentils and rice. We talk a little bit and take some time to relax. The sunrays here at more than 2500 meters are intense and while it’s not hot due to a constant wind I realize that it was very stupid not to take any sunblocker or hat with me. As we get back to work I’m very glad the digging part is over because my arms hurt from the work. Three pre-fabricated 172


wooden boards – together 6,10 meters in lenght and 3 in width – will be the floor of the house. A house of 18 squaremeters. I knew the number but didn’t have a real idea how big that would be. Now I see it’s a little smaller than my bedroom in Vienna. Soon it will be the home for a family of six. After the floor is done we start to assemble the walls. This work while still not easy is nothing compared to the digging and we are pretty quick. As the sun goes down at about six we have finished the house apart from the roof and the door. As it gets darker lights go on in the city, here in the barrios it takes a little longer since electricity is expensive but after we said “bye” to the people we worked with and we make our way back to the bus an amazing view reveals itself. The mists of the morning are long gone and millions of city lights way up to the northern parts glimmer and shine as far as the eyes can see. A view you can’t even buy with the highest appartments in the richest parts of the city. Hands full of blisters and the head full of new impressions I’m on my way home. Saturday getting up at 5:30 again is easier than I thought it would be. At 8:30 we’re in the south again. We split the team and at the moment I start working with Nelson and Andres, the neighbors who helped yesterday to, work on their house. Digging again I feel the work of yesterday in my arms and the ground seems to be harder than Martha’s. In the afternoon we’re changing and I’m helping at Martha’s house again to learn how to assemble the roof. When the roof is finished two guys are installing the door and I go back to the other site. As it gets dark we have almost finished the second house and Yoyo and Diego are coming down for the rest of us. Martha’s house is finished. Everybody who helped signs his name on a certificate. We nail a small ribbon in the colors of the Colombian flag to the door. With a scissor Martha cuts it apart and now enters the finished house for the first time. As Yoyo hands the certificate to Martha she starts to Scriptamanent #2

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cry. We take some pictures together and then say goodbye. Its dark and we have done our work for the day. As we leave I look back at the house once more. It’s not perfect, the wooden walls are very thin and a little wind will definitely find its way through some cracks. Electricity is still not reliable and they still have to bring water with a bucket from the hilltop. But they don’t have to buckle down in their own home anymore the new house is high enough to stand up straight. And most important; with the house the organization has gained the trust of the family. After two days of hard work they see the fruits of their labor and convincing them to participate in other projects to advance this neighborhood will be easier now. And thus maybe the children will find the way into the city that we are going now as we leave.

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Une experience inoubliable

---------------------------Miguel Candelas Marchese 28 years | Belgium ►►International volunteering in Ecuador, 2010

Le project Le CEAS (Centro de Estudios y Acción Social) est une organisation équatorienne située dans la province du Chimborazo. Cette association est aujourd’hui devenue un symbole du mouvement populaire indigène, afin de protéger les communautés et faire valoir leurs droits. La situation du CEAS est assez fragile, l’association ne reçoit pas de fonds du gouvernement. Elle fait des demandes de financement aux pays européens mais les démarches sont lentes et coûteuses et les réponses souvent négatives. De l’autre côté de l’océan, en Belgique, Quinoa est une organisation non-gouvernementale située à Bruxelles qui a pour but d’éveiller les consciences en donnant la possibilités à tous de pouvoir partir dans un pays du Sud sur un chantier humanitaire. Le but? Changer de regard et prendre conscience des enjeux mondiaux, du déséquilibre de notre époque et de la mal répartition des ressources… Le partenariat entre ces deux associations a donné naissance à des chantiers en Équateur, destinés à tous, gérés par les volontaires eux-même du début à la fin, afin de partager les différences et éveiller les consciences directement par sa propre expérience. Cette année, l’association équatorienne a mis en place un projet de reforestation dans une petite communauté indigène dénommée Santa Teresita. Le but de ce projet est de développer les ressources de la communauté en plantant des arbres de différentes essences afin qu’à moyen terme, la communauté puisse bénéficier directement de ses propres ressources. Cette action a pour but principal de restaurer et renouveler les ressources forestières dans les zones de la province qui sont les plus menacées. Pendant que le CEAS était en train de Scriptamanent #2

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créer le projet en faisant des études de terrain, en créant des liens avec la communauté et en préparant note venue, de l’autre côté de l’hémisphère, Quinoa était à la recherche de deux responsables pour ce projets. Après avoir examiné consciencieusement les enjeux que cette aventure représentait, je me suis engagé en tant que volontaire responsable du projet au début de l’année 2010. L’aventure avait commencé… L’organisation En tant que responsable, il fallait trouver cinq participants afin que ce projet soit viable. Écoles, universités, campagne de sensibilisations, soirée d’informations etc… ont été nécessaires de visiter ou de mettre en place afin de trouver les participants indispensables à la viabilité du chantier. Mais cela n’était pas tout, il fallait récolter une somme d’argent qui permettrait de financer ce projet. En équipe, nous avons organisés des brocantes, des ventes diverses, des soirées d’informations afin de récolter une somme convenable de minimum trois mille euros. Le travail a été dur, l’engagement personnel conséquent mais la volonté d’y arriver à été notre moteur de réussite. Nous avons mis en place un site internet afin de vendre des arbres virtuels, arbres qui représentaient évidemment ceux que nous allions plantés dans la communauté. Cette merveilleuse idée nous a permis d’atteindre notre objectif. Le site internet a été un véritable succès. La récolte de fonds menée par le groupe Quinoa est primordiale pour la réalisation des projets car le partenaire local dispose de peu de ressources. Six mois ont été nécessaires pour mettre en place le projet, six mois durant lesquels le groupe formé s’est soudé, tous ensemble avec le but de mener à bien ce chantier, tous ensemble. La récolte de fond qui a été menée à bien pendant ces quelques mois en Belgique a permis l’achat de dix-huit mille arbres. 176


L’engagement Avec ma «coresponsable», notre engagement était total. Nous étions convaincus que ce projet en valait la peine et qu’il fallait nous battre pour le mener à bien jusqu’au bout. En plus de la recherche de participants et de la récolte de fonds, nous avions des formations théoriques et pratiques au sein de l’association Quinoa. Ces formations avaient pour but de sensibiliser les responsables sur les différences économiques, sociales et culturelles entre les pays du Nord et du Sud. Le but était de se préparer au chantier mais aussi de prendre conscience sur les inégalités que notre époque connait actuellement. Plus qu’un simple but informatif, les formations visaient à nous sensibiliser concrètement sur ces différences par le biais de l’information théorique évidemment mais aussi par des exercices de mise en situation. Cela nous a permis de comprendre simplement comment nous en sommes arrivés à ce point-là et surtout d’essayer de nous responsabiliser en nous faisant prendre conscience que nous sommes tous acteurs au changement, notamment grâce à un simple petit geste quotidien qui peut soulever bien de montagnes… Ces formations se voulaient optimistes, apportant un air de fraîcheur au discours universel trop souvent monotone stipulant que nous ne pouvons rien faire pour que la situation mondiale change. Mon engagement personnel a toujours été vif mais j’avoue que ma participation à un processus Quinoa m’a réconforté dans mes positions. Afin de consolider et de préparer le groupe, nous nous sommes engagé comme volontaire dans une ferme biologique située dans le Sud de la Belgique pendant un weekend, deux semaines avant notre départ pour l’Équateur. Cette initiative avait pour but de déjà vivre en groupe dans des conditions simples. L’exploitant de la ferme de Jambjoûle qui se situe à Villers-sur-Lesse, près de Rochefort, nous a accueilli les bras ouverts. C’était vraiment Scriptamanent #2

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l’occasion de se connaître, certains d’entre-nous ne s’était jamais rencontrés! Le cadre idyllique l’était d’autant plus que le beau temps nous accompagnait. Le groupe a commencé par une activité de maintenance de la pépinière (semis, désherbage, binage, préparation de la terre, labourage, montage de la serre et entretien). Nous avons ensuite participé aux activités liées à la fromagerie (explication de la préparation du lait pour en faire du fromage). Après cette première journée éreintante, nous nous sommes baignés avec toute la famille dans l’eau glaciale de la petite rivière qui coulait non loin de là, frisson garanti! La soirée s’est terminée en danse et en chants populaires sous un ciel étoilé qui rendait ce moment de partage encore plus magique… Le voyage Nous sommes partis début juillet pour l’aventure en Amérique Latine. En groupe, nous avons pris l’avion pendant plus de quinze heures avant d’atteindre la terres des Incas, les Andes équatoriennes. Dès notre arrivée le partenaire local nous a accueilli grands bras ouverts. Après deux journées de formation (théorique et pratique) avec les membres du CEAS dans le «vivero» (pépinière de l’organisation), nous nous sommes rendus dans la communauté de Santa Teresita pour une durée de trois semaines, en vue d’y planter les différentes essences de plantes (médicinales, arboricoles et fruitières). Le chef de la communauté nous attendait avec impatience. Nous avons organisé une réunion avec toute la communauté et les membres de l’association locale dans le local communautaire. Le responsable du CEAS a retracé les grandes lignes du projet en expliquant les objectifs à court et à long terme. Il a également expliqué notre rôle, la récolte de fonds menée par le groupe en Belgique, les objectifs de notre séjour et notre implication générale dans le processus Quinoa. Chaque membre du groupe et de la communauté a eu l’occasion de se présenter. Un relais a été assuré par les responsables pour traduire 178


du Français à l’Espagnol puis en Quichua, la langue locale.  La communauté s’est organisée en cinq groupes. Nous avons dû donc nous diviser en cinq afin qu’il y ait au moins un membre du groupe Quinoa dans chacun des groupes. Dès le lendemain, ces cinq groupes se sont réparti les tâches des plantations, que ce soit en terrains familiaux ou communautaires. Avec le groupe de volontaires, nous organisions souvent des réunions de mise au point, afin de soulever les éventuels problèmes et d’améliorer certains points si cela s’avérait nécessaire. Nous avions aussi des évaluations hebdomadaires avec le partenaire local en leur siège implantée dans la ville de Riobamba. Ces évaluations étaient nécessaires afin de mettre sur la table l’état d’avancement du projet.  Description du quotidien des familles Chaque membre de la communauté commence sa journée dès le lever du soleil, aux alentours de cinq heures du matin. Les premières tâches de la journée consistent à traire les vaches et s’occuper des animaux: le bétail est attaché à un piquet qu’il faut déplacer matin et soir. Ensuite, ils s’adonnent aux différentes tâches journalières en fonction des besoins: entretenir les cultures, préparer la terre, récolter, couper du bois, soigner les animaux du ménage (chiens, poules, cochons d’inde), cuisiner, etc… Le repas de midi est partagé en communauté lors des «mingas» (travail communautaire) et consiste principalement en différentes préparations de féculents (pommes de terre, riz, fèves, maïs) avec parfois des œufs. L’après-midi, les tâches reprennent jusqu’à environ 16h. Certaines personnes de la communauté profitent alors pour se retrouver sur la place principale afin de s’adonner aux jeux communautaires tels que le football ou encore volleyball, sport national de l’Équateur. Les conditions sanitaires n’étaient pas des plus optimales: eau Scriptamanent #2

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froide qu’il fallait aller chercher dans le puits, nourriture souillée et puces qui avaient envahis nos matelas faisaient partie de notre quotidien. Cela était parfois difficile mais nous voulions partager complètement les conditions culturelles, sociales et surtout l’environnement local. Ce voyage m’a permis de rentrer en contact avec une communauté qui serait totalement inaccessible dans un cadre purement touristique. L’échange culturel a tout simplement été magique et enrichissant dans les deux sens. Je pense que c’est une force de grandir ensemble. Le partenaire local étant habitué à recevoir des groupes de jeunes, il n’y a eu aucune difficulté en ce qui concerne la préparation, le travail en commun et la communication en général. Le cadre est tout simplement idyllique: les montagnes environnantes font de l’endroit une carte postale à chaque moment de la journée, que ce soit à l’aube ou sous une pluie d’étoile. Cette expérience a été très enrichissante au niveau de l’apprentissage personnel: comprendre qu’il existe d’autres façons de vivre qui sont intéressantes, que ce soit d’un point de vue idéologique, économique, social ou autre. Cette prise de conscience a été pour moi une révélation. Cette expérience permet de relativiser notre propre réalité souvent considérée comme acquise et universelle. Ce voyage a été plus qu’un simple voyage en Amérique Latine, ce voyage a été un voyage introspectif, un voyage méditatif, un voyage qui a fait ressortir en chacun d’entre-nous notre véritable essence: notre humanité! Remerciements: «Quinoa», «CEAS» et le groupe de jeunes volontaires. Plus d’informations sur: www.projetequateur2010.be

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Rwanda the hell on earth It is possible to fly without motors, but not without knowledge and skill. [Wilbur Wright] Sleeping – waste of time. Boredom. Limitation. Shock.

On the road the Hutu militias check anyone who wanted to pass – if you were the Hutus – you had entered, further if the Tutsis – mostly your head was smashed with a machete (before the mass genocide Scriptamanent #2

---------------------------Milena Bodych 21 years | Poland ►►International volunteering in Rwanda, 2008

In this way humanity slept carnage in Rwanda. “How can you be considered one million lives in Rwanda to be invalid in terms of strategic or national interests?” – April 6, 1994 began 100 days of genocide. Rwanda is a small country in central Africa, the size of some of the Polish provinces, inhabited by more than 10 million inhabitants. During that day, plane was shot down on board with the presidents of Rwanda, Juvenal Habyarimana and Cyprien Ntaryamira (neighboring Burundi). It is not determined exactly who could be behind this to these days, but this event has been clearly perceived by the Hutu “Fit from the earth Tutsi.” During the reign of the Belgian colony in the identity cards of inhabitants of Rwanda inscribed, to which tribe is the following: the Hutu or Tutsi. I simply want to live – and this desire keeps me going.

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in Rwanda it was imported from China). Hutu militias belonging to the radio station RTLM urged that all the people from their tribe have to murder their Tutsi neighbors, or even from their own tribe, if they do not want to take part in the massacre. Relation from the Polish priest, who was at the time of the massacres in Kigali (Capital of Rwanda)‌ Within two days the streets were covered with bodies. It was warm, lay rotting corpses, the dogs ate them. Enduring mass, Hutu entered the church, they had whistles. I immediately began to chop people. We, the whites, fled to the presbytery. So it already is that while everyone around me are dying, people believe that the end does not appear. In the chapel of burnt bones still lie – we buried them in a small tomb. No names. Such relations are hundreds of thousands, more or less gruesome. To this day, can not grasp the fact that the neighbors were murdered only because they were from different tribes. The enormity of the crime is still overwhelming. Certainly within 100 days killed more than 800 000 people!!! What is more, some reports say even more than a million. Until today they are wanted people who are responsible for organizing the massacre. The genocide in Rwanda is called the biggest failure in UN history. Let us hope that the perpetration of such errors is already behind us. Day to day life is a breathtaking experience. Rwanda and neighboring Burundi is a magnificent piece of the world: hilly, green area, full of sun, lakes and rivers. There are great natural pastures! Tutsi lived there – a pastoral people, probably Nilochamici who migrated from eastern Africa. Their last king was 2,20 m tall! Tutsi tribe is a pastoral one with the most important values. They did not kill cows, they are trying to continually grow their flock. They are feeded on their milk 182


and blood, which drops slightly, by cutting the artery arrow. Evenings, they like to sit and look at their flocks to pasture. 1015 percent are Tutsi in the population of Rwanda and Burundi, the rest population belongs to the Hutu. Tutsis have never worked too hard, everything needed to live, they made for them Hutu – farmers, counted as Bantu peoples. Tutsi and Hutu are ethnic different and divided by the class, but they could not exist without each other. Worked Hutu and Tutsi fighters assured each other protection. These areas were in the late nineteenth century colonized by the Germans, and after the First World War coincided with Belgium. Colonizers behaved structure of local society. In the early 60s Rwanda and Burundi were in the refuge of many Belgians, whose war expelled from neighboring Congo. To maintain its influence in these areas, they tried to play the class-ethnic conflict between Tutsi and Hutu. In Burundi, the Belgians helped to power the Tutsi, who were better organized and pro-belgian. Among the Tutsi of Rwanda they had stronger tendencies to independence – there Belgians supported the Hutu. Even before the two countries gained independence in 1962, was the first fighting between Tutsi and Hutu. Then at the same time two countries broke tribal conflicts. Each succeeding regime, to save themselves in a crisis, a crisis is a permanent phenomenon in African politics. Fighting in the years 1962, 1965, 1972, 1988, 1993 – these were the collective outbursts of horrible massacres, mass escape. Usually began in Burundi, but passing on Rwanda, because the boundary between the two countries is conventional: the people, culture and landscape are the same – it’s a like the two German states recently. With the implementation of the agreement, people were waiting for the UN troops, who were busy in other parts of the world and in Africa. A plane crash killed two presidents, it was a high time to starting to struggle for the succession of power. Rwandan regime had a mafia structure, based on the person of the Scriptamanent #2

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president, his family, the clan. This structure does not tolerate a sudden vacuum in the political center. The world has armed them with weapons machinery. Life – the most precious value. Intertribal conflicts in Africa have always been: agricultural and pastoral peoples fought for access to water, land, pastures. The low level of technology and the sparse population resulted, however, that were not the case for mass slaughter. Weapon in the fight were arrows, spears. Only during the Cold War, East and West Africa had machine guns. Also, Rwanda and Burundi are still abandoned in weapons. It is also the most densely populated area of Africa. The small space living there for about 15 million people. Polish missionaries who had returned from Rwanda, talked about the victims, torture, cruel rituals. Killing the enemy is not enough – to get rid of it, you have to destroy him, destroy his body. In acts of mass hysteria reborn an archetypal behavior. But it is never enough; the media bring out such cases. A killing old men, wounded, women and children? In this conflict comes to the liquidation of the entire tribe. Moreover, civil wars everywhere are particularly cruel. That was the case in Spain and so it is now in the former Yugoslavia. The Civil War with particular force reveals what Dostoyevsky called a phenomenon: Unnecessary cruelty? It is not enough to beat your opponent! South Africans hate the White land? Black racism is in American ghettos, it is not actually in Africa. If white people were killed in Rwanda, there have been created some special circumstances. In such conflicts we need to be able to keep up, best get out of sight. Not only the death of the missionaries, but everything that is happening now in Rwanda, shows the failure of efforts. In this beautiful country is the world’s largest 184


concentration of missionaries. It turns out that one hundred years of christianization it’s against tradition, which dates back thousands of years. Rwanda is one of the poorest countries in the world. How to reconcile this fact with the image of the green? Switzerland of Africa? When my friend was in Kigali in 1962, there was even a hotel, nuns, they put him to sleep at the hospital maternity ward. In November last year in guerrilla (Front for the Liberation of Rwanda) we did not eat – once I got a banana, another of the egg, yet there was nothing else. Despite the good natural conditions where there is a poverty, because the level of culture, agriculture is very low. Forested areas, soil erosion progresses. Moreover, all the impoverished agricultural countries in Africa have the cheapest on the world tropical products such as tea or cocoa. Western journalists write a nightmare scenario for Africa: how they call her? Continent without hope? Where democracy has no chance! Seriously? Der Spiegel asks if the only salvation from anarchy would not be a new colonization. It is a crap! Who would like to colonize Africa, which depends on THAT person who has the money? Different civilizations have their own historical time, its own way of existence, and their own pace. Any attempt to speed up, go to the shortcuts (for example – communism) ended in disaster. Africa is extremely violent, savage, primitive, but also fascinating. In the nineteenth century, the colony was the creation of formal state power, and besides, Europe depended on access to raw materials. Today, raw materials – except crude oil – almost lying on the pavement. They are cheap, because they displace them from the market, even cheaper synthetics. Africa is a huge part of the world, more than 30 million square miles, 52 countries, nearly 800 million people. It is a continent of many races, several major religions, thousands of languages, Scriptamanent #2

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hundreds of people. In Africa, there are different processes with conflicting phenomena. Any generalization is here so abusive. The essence of the sociological and economic structures of the Third World is the complexity. It is, moreover, their strength; this gives them the flexibility that allows survival. Will the citizens of Rwanda be able to build their own democracy? Nowhere is it said that the world must be a democracy. Apparently nothing better has not yet been invented. We do not invented anything better for the European civilization. One wonders how this product works in the civilizations of Europe, which are governed by different rules, have a different tradition. For no one can do the story. In Rwanda people need to do their own history alone, as they can. Travelling broadens the mind. New people bring fresh, vivid happiness. I do not like sleeping – because it limits time of doing fascinating things! We – as humanity – should not sleep through another carnage somewhere in the world.

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Inspiration

---------------------Monica Sæbø 23 years | Germany ►►EVS in Ireland, 2009

A strange feeling that sneaks up on you and fills the head and body with worry. As if there is something that you have to run to write down. Fingers are quivering so eager to put something into motion. To realize true communication, a process that you don’t really understand and have trouble finding the source of. Pure satisfaction for having done something because you just couldn’t help yourself. Put your mark on something; show that you were, that you belong... that you are worthy that you have something to contribute with. An automatic and all-powerful wish for recognition, to feel accepted, seen, respected and appreciated. Is there any power more immense than the one put to work, when you give of yourself, fully, without any restrictions.

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Finally my doomsday came Since I was child I had a dreamto work with people as a team To help those poor who are in needit seems so easy to help a kid time showed – it’s a big challenge indeed. Young soul wants to travel, to have fresh emotions, always searching inspiration and truly devotion. So, when the time for summer cameI was looking for fame. Thanks God my childhood woke me up, to become a volunteer a decision was made up. I will reveal a secret that has no measurebeing volunteer is the biggest pleasure. It’s such an unbelievable sensationto share your experience with European nations! You will find new life-long friendsplay new games, create jazz bands. Have excursions and promotionsand no limit to youth options! Try new cuisine, learn useful wordspicture wild animals and birds. Though the most important thingshines like diamond in the ring, you help people – and they are grateful, you share love-the cap of happiness thus full. You is an ambassador of dear motherlandyou build a treasure house and future never ends. Want to have a lot of fun? To EVS office quickly run. European Voluntary Service-is up to you. What you wish – you will pursue! 188


All you need is energy and smiles, desire to travel thousands, thousands miles.

---------------------Nadiya Pavlyuk 29 years | Ukraine ►►EVS in Turkey, 2010

Finally my doomsday came! Finally the happiest day of my summer came! I don’t know what to expect. It is my first time that I am going to Turkey to save the world from the garbage. My granny is weeping over me, all last night she was sewing traditional Turkish long dress for her beloved granddaughter Nadinka. She blessed me and gave her wedding ring that shines for one kilometer distance. My granny is afraid that I might be lost somewhere, but it is not strange – she reads too many horror stories. My long-legged, blond friend Marta threatens to sell me for thirty camels in the bazaar, she is happy – it is also her first volunteer experience. The air smells adventures. In the airport we met seven merry boys who were coming back from Kazantip (Ukrainian Black Sea festival). They are tired, sleepy with no money in pockets. For being very good boys police took them to prison for some time. I asked if they want to come back next year. “Yes, of course, it is the best festival in the world” was the reply. Two-hour flight and we are in Antalia – beautiful Turkish city. It is extremely hot; the sunset is amazing, we are in the middle of nowhere and got lost. Though in a minute hospitable people came and helped us: ten hours in their car and we are in place. Then this Turkish couple took us to their restaurant and gave the most delicious sweets I have ever tasted. They did all this for free and only because we were their guests. Guests-are gifts in Turkey. It is midnight. Marta and me are in Oren – the air smells, sea salt and watermelons. When we finally met a family of our camp leaders I had a feeling it was my own family. When we got to know these people better I felt I would stay in Turkey forever. As we were the Scriptamanent #2

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first to arrive the best room in house was ours. First day me and Marta were standing on the balcony, suddenly my eyes caught a smile of old man – he was calling us. It turned out that he is a sea dog and makes beautiful wooden earrings. He just wanted to hear about your hobby – and immediately created a miracle – earrings that suit your personality and image. He made a pair for every girl in the camp. I look at my pair – wooden anchor – symbol of hope and my heart is going back to Turkey. I think of a man whose kind eyes always observed our camp searching ways to help us in something, to do something that will please us and support in a foreign country. On the second day I was lying on the beach and suddenly something hard landed on street lamp – it was a man with parachute at that time somebody screamed in Japanese I turned my back there was a girl with a backpack three time bigger than her. “What’s your name?” – I asked. “Miki!” she exclaimed – and widely opened her eyes. She loved life so much and the whole camp loved her. We did a lot of job for Municipality. Firstly, we were cleaning an old school under the hot sun, everybody did their best, but in the end of the day we were tired and sleepy, but the way people smiled, thanked us, gave strength and inspiration to keep helping people more and more. While we were cleaning the beach small girls and boys came to us and started helping. I was moved to tears when I saw how these small angels were keen to uprooting trees. Our Korean boys looked like fathers with 15 small children sitting near them and listening attentively. We spend evenings in cafes listening to traditional local music. Near me sits Turkish girl – Asha fortune telling on aromatic coffee, Spanish boy is playing the guitar and I’m eating an icecream even bigger than my hand – the owner of the restaurant presented an ice-cream for us every day. What else can I wish? 190


Love? Even love was present. Y-a-s-h-a-r-a-b-i! Y-a-s-h-a-r-a-b-i!! This is a name of driver of orange truck that took us every evening from work. I met my Tractor boy as Spanish girl called him in this truck. He spoke English just a little bit and I spoke a few Turkish words. Thought I knew he was the one as he came and join our camp, worked as hard as he could to help his local community. We danced, smiled at each other, worked together. It was strange but so good. Camp lived its own life – with happy days and sad days when somebody had fallen ill. Most important we all learned how to support each other, how to understand each other without words. By helping others we learned how to help each other. We worked playing, and played working. There were two games in camp secret killer and secret friend. It was so funny when Marek tried to kill my friend Marta with a plastic fork in public transport. It was so nice preparing gifts for your secret friend. Usually we spend whole nights singing, dancing or chatting near the fire. It was so hard to wake up next morning. Though even me, who likes to sleep sooooo much, woke up with enthusiasm. It was understandable there is no time to waste –our mission is to help, to represent your country and to take the most that host country suggests you. We had meetings with the mayor of the city, higher authorities, and journalists. There were new activities and tasks every day and no time for boredom. The friendly camp atmosphere inspired everybody to restore the old football stadium, houses and accommodations for the footballers. I remember being so proud to see that sportsman from all around Turkey came to live there. Camp leaders even organized a championship between our camp and professionals. Friendship won :) Just imagine the best goalkeeper was my friend Marta!! She in her colorful dress played so good – I was shocked. I knew her personally for five years and I was amazed how active she was in camp, her leadership qualities were growing day by Scriptamanent #2

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day. Volunteerism reveals our best features. Seeds of kindness that were once sown in our souls give growth more and more while you are helping others. It is not easy, but so worth it! Camp made me stronger, more active and open-minded. It is the best chance to discover the whole beauty of close interpersonal relationships. Marta and I were the first to come and the last to live. Every hour one or two person left, and I felt like they are taking away with me a part of something invaluable, their ideas, thoughts, smiles, but no it is not true. All the volunteers will remain in each others hearts forever. I don’t know what life will throw at me today, tomorrow, next week, but what I know for sure is that while looking at our camp pictures I have an inspiration to work harder, live happier and organize volunteer project in my own country. Project also encouraged me to learn Turkish and improve my Spanish and English skills.

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Zuruck kommen sein land mit anderen augen sehen

---------------------------Oda Budny 19 years | Germany ►►EVS in Colombia, 2009/2010

Alles begann als ich aus meinem Freiwilligendienst in Kolumbien wieder zurück nach Deutschland kam. Ich wurde eigentlich immer für eine typische Deutsche angesehen, nicht nur vom Aussehen, sondern auch charakterlich – was das heißen mag, darüber bin ich mir selbst nicht im Klaren. Als ich aber zurückkam nach einem Jahr sozialer Arbeit in Kolumbien, konnte ich das Deutschland, was ich immer so gelobt hatte, auf einmal nicht mehr ertragen. Noch schlimmer, es machte mich richtig depressiv, weil ich mich ständig unter Druck gesetzt fühlte ohne überhaupt zu wissen von wem eigentlich. Mit der Zeit merkte ich, dass ich nicht die einzige bin, die diesen Druck fühlt. Auch in der Universität schilderten viele Studenten, dass sie einem totalen Stress und “Workload” ausgeliefert seien, obwohl sie einer Studie nach im Durchschnitt weniger als 26 Stunden in der Woche für das Studium arbeiten. Wenn ich meine Woche und die meiner Freunde so betrachte, dann scheinen mir die 26 Stunden auch durchaus realistisch. Warum fühlen wir uns so gestresst und unter Druck gesetzt, obwohl wir eigentlich doch Zeit haben und unser Lebensunterhalt gesichert ist? In Kolumbien hatte ich so eine Art von Stress nicht, ich hatte immer ein Lächeln auf den Lippen und nahm die Dinge leicht. In mir entwickelte sich eine Art Grundvertrauen in das Leben, eine materielle Bescheidenheit, eine große Lebenszufriedenheit und ich fing an mich über jeden Windhauch zu freuen. Diese Lebenseinstellung, die ich mir von meinen kolumbianischen Freunden abgeguckt hatte, wollte ich unbedingt in Deutschland beibehalten, denn es lebte sich wunderbar auf diese Weise. Als ich, Scriptamanent #2

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zurück in meiner Heimat, merkte, dass ich immer wieder an der Umsetzung meiner Vorsätze scheiterte bzw. scheitere, habe ich angefangen mir intensiv darüber Gedanken zu machen, warum das so ist. In einer Phase der Grübelei und Reflexion – vielleicht auch der Identitätsfindung – puzzelte ich mir ein Bild zu recht über unsere Gesellschaft und Kultur: “Stillstand ist Rückschritt”, Gewinnmaximierung, “Mein Haus, meine Frau, mein Auto”, “Wir müssen produktiver werden!”, Schweizerbankkonten, “Du musst zu den Besten gehören, sonst bekommst du keine Jobs!”, “Guck bloß, dass du nicht zu kurz kommst.” Das sind Sätze und Schlagworte, die uns regieren. Unsere Gesellschaft ist “Haben-orientiert” und will immer noch mehr, denn “Stillstand ist Rückschritt”. Nicht nur unsere Wirtschaft ist kapitalistisch, sondern unsere Kultur ist es auch geworden, unter dem damit verbundenen Druck leiden die meisten. Es geht in so vielen Bereichen des Lebens nur noch um besser und mehr. Dabei gibt es inzwischen Studien, die besagen, dass man ab einem gewissen finanziellen Niveau durch mehr Geld nicht mehr an Lebenszufriedenheit hinzugewinnt. Wenn man aus einem weniger entwickelten Land zurück nach Deutschland kommt, wird einem bewusst, dass wir schon alles haben, was man braucht. Es mag Ausnahmen geben, aber ich behaupte, dass wir auf einem so hohen materiellen Niveau leben, dass es nichts Materielles mehr gibt, was wir wirklich brauchen und durch sparen nicht erreichen könnten. Die “Gewinnmaximiererei” hat uns also dahin gebracht, wo wir sein wollten, denn unser Hab und Gut befriedigt weit über die Grundbedürfnisse hinaus. Damit sind wir am Ziel angekommen, mehr gibt es da nicht zu holen, mehr brauchen wir nicht. Wir sind am Ende! Am Ende zu sein hat meist eine negative Konnotation, wenn es sich jedoch um ein Ende durch das Erreichen eines 194


Zieles handelt, dann ist es doch sehr positiv. Und man darf nicht vergessen, jedes Ende bietet die Möglichkeit eines Neuanfangs. Jeder Neuanfang mag schwer sein, aber er bietet die Möglichkeit sich neue Ziele zu setzen und dadurch über sich hinauszuwachsen, was ja nach unserer jetzigen Kultur sehr erstrebenswert ist. Wir wollen uns steigern, brauchen neue Ziele, wie machen wir das? Wir brauchen letztlich eine Kulturrevolution ein gemeinschaftliches Umdenken oder bessergesagt Weiterdenken. Wenn wir aus alten Zügen weiterentwickeln und von Gewinnmaximierung auf Effizienzsteigerung kommen, dann ist der nächste logische Schritt unsere Definition von Effizienz von dem Faktor Geld auf immaterielle Lebensqualität zu übertragen. Wenn man sich das Leben eines erfolgreichen Geschäftsmannes anguckt, dann arbeitet er in seinen jungen Jahren viel und hart, scheffelt Geld und merkt, dass das Geld allein, keine Verbesserung seiner Situation mit sich bringt. Ein Bekannter erzählte mir einst, dass er früher durch die Stadt ging, viele Sachen kaufen wollte, aber nicht konnte, weil ihm das Geld dazu fehlte. Danach machte er Karriere und verdiente das Geld. Zu seiner Enttäuschung kann er die Sachen, die er im Schaufenster betrachtete, aber immer noch nicht kaufen, denn er schafft es leider nur sonntags überhaupt in die Stadt und dann sind die Geschäfte schon zu. Mit dieser Erkenntnis wird er wahrscheinlich sobald er genügend Geld hat in den Frühruhestand gehen, um den Rest seines Lebens in Ruhe genießen zu können. Wenn wir diese Anekdote jetzt auf unsere neue Idee von Effizienzsteigerung übertragen, dann würde daraus das neue Ideal der 4 Tage Arbeitswoche bzw. der Arbeitswoche ohne Überstunden folgen. Wie schaffen wir es bei gleichem materiellem Wohlstand die Organisation der Produktion und Dienstleistungen so zu verbessern, dass wir weniger arbeiten müssen und mehr Freizeit haben. Dabei Scriptamanent #2

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ist es auf keinen Fall eine Lösung, die Rohstoffe günstiger aufzutreiben, damit die Entwicklungsländer noch stärker auszubeuten, sondern hier ist der Gesellschaft wirklich eine Herausforderung gestellt: Wie können wir genauso gut und viel produzieren ohne soviel arbeiten zu müssen und – ganz wichtig – ohne anderen Mitmenschen oder der Natur dadurch zu schaden? Da komme ich auch zu einem weitaus bedeutenderem Punkt. Der Mensch ist von Grund auf kooperativ und im Vergleich zu anderen Primaten sogar altruistisch veranlagt, hat Michael Thomasello, ein renommierter Anthropologe, herausgefunden. Weiter erklärt er, dass dies nicht bedeutet, dass der Mensch sich nicht gegen sich selbst – nämlich andere Menschen – richtet, sondern dass der Mensch innerhalb seiner Gruppe kooperativ ist und gerade dieses Gruppendenken oft zu Leid und Krieg führt. Wohin führt dies also? Wir müssen logischerweise, um Leid und Krieg gering zu halten, unsere Definition von Gruppe ändern. Wenn wir unsere momentane Gruppenstruktur beschreiben sollten, dann würde ich behaupten, dass wir unsere Gruppen zunächst einmal in Form von Nationalstaaten definieren. Meine Gruppe ist also Deutschland. Die EU, ist eigentlich schon ein wirklich großartiger Schritt in die richtige Richtung – Bildung einer globalen Kooperationsgruppe – gewesen, denn er führt dazu, dass wir unseren Nationalstaat um 26 Staaten vergrößern. Leider fand die EU wenig Anklang bei der europäischen Bevölkerung und es handelt sich bei Europa bisher ja auch nur um einen westlichen Kontinent mit insgesamt hohen Lebensstandards. Auch die Bewohner der anderen Kontinente sind Menschen und sollten nicht von uns ausgeschlossen werden. Darüberhinaus sind wir alleine nicht überlebensfähig, wir sind auf die Zusammenarbeit aller angewiesen, denn wenn z.B. der Bevölkerungswachstum nicht gemeinsam angegangen wird, dann werden bald Massen an Menschen verhungern und das wird auch unserer Lebensqualität ein Ende setzen. Wie Thomasello 196


herausfand, entwickelten sich die Kooperationsgruppen aus dem Gedanken, der heute einer Solidaritätsgemeinschaft gleich kommt: “Dadurch, dass man anderen hilft, hilft man auch sich selbst”. Durch die Gruppe gelangt jeder in einen höheren Zustand, als man allein je gelangen könnte. Wir brauchen also eine Kooperationsgruppe, ein Denken, das die ganze Gattung Mensch und darüberhinaus das für unser Leben notwendige System Erde – dazu gehören Tiere, Pflanzen, Gestein etc… miteinschließt. Dieser Schritt, dieses Weiterdenken, wäre geradezu großartig und revolutionär, er würde die Humanität der Menschheit beweisen. Und damit würde sich die deutsche Gesellschaft dann auch nicht abschaffen, – Grüße an Sarrazin[1] – sondern sie würde sich der Welt öffnen, welche dann gleichsam auch uns offen steht. Die Griechen, die Türken, die Afrikaner, die Russen, die Juden, die Muslime in Deutschland sind damit nicht unser Untergang sondern unser Ausweg. [1] Sarrazin ist ein ehemaliger Politiker, der in seinem pseudowissenschaftlichen Buch “Deutschland schafft sich ab”, erschienen 2010, aussagt, dass die Zuwanderung und Migration nach Deutschland zur Abschaffung Deutschlands führt.

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Otoño sin otoño Me encontré en medio del bosque, con fuentes de agua a mí alrededor, y un viejo anciano que me contaba una de sus historias. Me decía que el dinero es la invención humana más fatal para el alma, y en sus ojos ví el sufrimiento de un hombre con dinero pero sin amor. Me hablaba de los venenos que corren por las venas, de los gatos y las mujeres. Me hablaba de mí y de mis respuestas. Me tomó con su mano callosa y me llevó con él a su vieja casa, allí bebimos un poco del vino que él mismo había confeccionado y recordábamos aquél día que por la ventana se cruzaron nuestras miradas. Me encontré en un gran pastizal, bajo un sol radiante y un cielo azul, campanitas sonaban a mi alrededor, y una vieja anciana que me contaba una historia sin palabras, me decía sin decirme que amaba la vida por más ruin que fuera, me amaba a mi, me contaba su historia con su mirada y su sonrisa. Me hablaba de una lejana mujer que no conocía el placer de la música y la risa, que por las noches caminaba sola entre los lobos y los jabalíes, para ir a dormir sobre el heno, y despertar a la mañana con el canto de las aves. Me llevó en silencio a un manantial escondido, la fuente de su sabiduría y su fortaleza. Esa agua era tan pura y cristalina… como ella. Me encontré en una casa vieja llena de gatos, uno de ellos, tuerto, inspiraba temor. Una casa que tosía vejez y olía a vida, a niños que allí nacieron y ancianos que allí murieron. Me senté en una de sus sillas, y miré por la pequeña ventana de madera, vi pasar a un joven viajero y decidido, me lastimó el ver sus ojos solos. La casa me arropaba con su calor y me invitaba a permanecer con ella; pude sentir su miedo de desboronarse, ella en cambio pudo sentir mi pesar. Compartimos cada uno el peso de nuestras 198


vidas sobre nuestros propios cimientos, los de ella, eran viejos y corroídos por las ratas; los míos aunque jóvenes, endebles, y corroídos por la desesperanza. Me encontré en un establo, con algunas vacas y un toro, un viejo anciano de un solo ojo, me miraba y me miraba, me miraba mejor que muchos otros que tienen ambos ojos. Me miró y supo de inmediato quién era yo. Nos sentamos a observar la huerta. Se acercaba a mí con confidencia y me hablaba de las bestias, me hablaba de los alimentos, y del agua simple, me hablaba de la tierra y de las plantas, me hablaba de cada forma de vida existente por más pequeña que fuera, me hablaba del camino, y del sacrificio. Del peso de la vida. Del ser hombres y del ser humanos.

---------------------Sandro Bozzolo 23 years | Italy ►►EVS in Ecuador, 2009

Me encontré en una cocina, la comida se hacía lenta pero sabrosa, el olor de la leña se adormecía en mi cabello, y dos viejas hermanas; una observaba las montañas a través de la ventana, la otra se concentraba en un tejido infinito, hablaban de recuerdos, hablaban de tristezas, hablaban de fantasmas, hablaban con melancolía, hablaban con añoranza, hablaban con voz baja y con voz alta, hablaban desde la vida, y hablaban desde la muerte, hablaban con el teléfono, y con el televisor, hablaban de los hijos, hablaban de los nietos, hablaban de las estrellas, hablaban de los días y de las noches, del frío y del calor, de las hojas y del viento, hablaban de ellas, mientras aguardaban calladas cada una en su silla, cada una en su memoria.

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Me encontré en la cima de una montaña, el sol se ocultaba tras las nubes, un viento frío soplaba y golpeaba mis mejillas, una vieja cruz guardaba silencio mientras batallaba contra la brisa, escuché una canción que venía del fondo del valle, y me senté. Esperé varios días, y varias noches, observaba las hojas mecerse con el viento, y les daba nombre a cada uno. Me hice amigo de aquellos más jóvenes y de los más viejos. Observé el tiempo, observé mis manos y observé mis pies, observé mis propios ojos reflejados en el cielo. Aquella canción con su melodía antigua y triste, se acercaba lentamente a la cumbre donde yo aguardaba. Pasaron días, mi cuerpo permanecía inmóvil e intacto ante el alba pero también ante el ocaso. Mi vida transcurría por mis venas, mi vida transcurría en forma de nubes. La voz que cantaba me acompañaba, cantaba poesías al mar, a las montañas, al hombre, a la historia, a los pájaros, a los niños, a los viejos, a las madres y a los padres, a la vida. Me encontré en un pequeño parque en un lugar muy lejano de aquella montaña, en un lugar alegre y triste a la vez. Una fuerte brisa de caribe refrescaba la noche con olores de nostalgia, de navidades pasadas. Una pequeña luz tenue iluminaba mi rostro, sentí aquellas melodías antiguas que había escuchado alguna vez, esta vez, cantaba una poesía sobre un joven caminante que construía un día, por bosques lejanos, un largo camino hecho con piedras pesadas. Cerré los ojos sintiendo una profunda melancolía que emanaba de mis lágrimas, cuando los abrí me encontré de nuevo en la cima de una montaña, vivo.

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Long distance relationship I went to Turkey for love. Before falling in love with a Turkish boy, I was not even sure if I know where exactly Turkey was. But Turkey came into my life suddenly, sweeping me from my feet like a strong wave and considerately changing me. At first EVS was just a way to be there. It was a way to discover the world. It was a way to do something in a different way. It was an option to leave the routine behind me. It was an opportunity to change the environment, food, language, symbols, clothes, makeup and behavior. I didn’t know it would change me eventually into quite a different person. Time is a part of the measuring system used to sequence events, to compare the durations of events and the intervals between them.

-------------------------Santa Avisane 25 years | Latvia ►►EVS in Turkey, 2008/2009

I knew I would be in my EVS for a long time, one year, in a small city relatively close to the Aegean Sea. The city was sweet, but a bit too small for my taste. I thought I would stay in Turkey forever, I took my time adapting to my first impressions and steps in Turkish land. Now I think I was a fool taking everything slowly, time passed too quickly and I missed too many seconds, minutes, hours, days, weeks and months of precious EVS time. But I didn’t know how precious EVS time was back then. The main idea of EVS is to work in a social sphere and give your time to the ones who need it. The idea of EVS is investment of time, not direct money in people around you so that you could share the same time in spite of different backgrounds and curriculum vitae. Time in a Baltic region and time near Middle East are two different concepts. Baltic region’s time is for running, doing your thousands errands in one Scriptamanent #2

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day, correcting mistakes, planning and wishing you had one more day to complete your work. Turkish time is timeless; there are no limits and units of time. “Five minutes later” can mean “five months later”. Turkish time was for enjoying days of no hurry, no stress, and no agenda. But the real trick was to find a compromise between two different time systems for me. Wind of change So in 2008 I was living in a different world, grasping new ideas and pictures, interesting conversations time by time, trying to memorize some moments and keeping them alive in my blog. I felt so close to writing back then, I felt creative. I let all impressions, little details about the differences between my county and Turkey pour into entries of seemingly insignificant blog I was keeping alive for years. Sometimes I read those entries and miss the feeling I had when I used to write, every day of my EVS life felt like I am so important, significant, interesting person. Every day was a small episode from Discovery Channel. Every day was a little lecture on the diplomacy between many nations and races; every day was a workshop for intercultural dialogue. Every day was a reality show. I was far away from my comfort zone, I was expanding it, trying to learn Turkish language which was so much different than any language I had heard before. So first I had to learn the structure and open the package that comes with Turkish language just to get inside of this strangely attractive language. Sometimes I felt like an engineer, trying to find an innovative way how to get through some difficult situations, how to adapt, how not to get homesick too much, how to find a way to communicate in one language if most of the people cannot understand each other verbally. But we did understand each other eventually. 202


“I’m your biggest fan, I’ll follow you until you love me, Papapaparazzi”… Then I got to the point that EVS is a way to understand the feelings of celebrity in a room full of photographers and flashlights. EVS and Turkey spoiled me little bit with attention. I was so much more interesting person to them than the “real me” in Latvia – my hair, my nose, my “colorful” eyes as they used to call them, my accent, my origins, my parents and their income level, my ring, my marital status, my height, my weight, the changes in my body and mood, my ideas, my freedom – it was all a matter of mass interest. Wherever I went, I felt noticed. Sometimes I was also followed. But usually I was fed by old ladies in the bus, I was holding screaming babies of strangers, I was given ten thousands instructions how to get to the train station and finally taken in a car of somebody’s cousin to get me to the train in time. I was told the intimate details of their lives on the main streets of Istanbul, I was photographed by strangers and asked about Latvia so much that at some points I thought I can work in Latvia’s embassy as a representative person. As for a comfort zone… I totally changed the size of it. Suddenly things were more flexible. Things started to change around me. There were fewer limits. I could take a microphone in my hand and stand in front of more than fifty people and speak in English like I had done that before EVS so many times in my life, like I was not deadly scared to speak up in front of audience in Latvia. The fear disappeared. I got free from stereotypes. I ignored stereotypes. I made my own stereotypes. Everybody talked about economic crisis but I felt like I am in a Disney movie, I never felt so safe in my life as in Turkey. I got to know the people who changed me, or probably they just Scriptamanent #2

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showed some parts of me I was hiding beneath some social codes and rules. I want to think I also changed somebody at least little bit – the students I was teaching English in my EVS project and telling them how great opportunity EVS is, also that guy I spoke once near the market for nearly an hour, the girl who wanted to become a journalist but was afraid to resist her parents will who said it is not a profession for a girl. I came to Turkey for a love, but as a couple I and my Turkish boy did not make it till the end of my EVS. But I left Turkey with a bigger love. I fell in love with Turkey. I came back as a better person; I was sure what I want from my life. And although we have a long distance relationship with Turkey now, I still see my EVS life in dreams. I take the same bus B5 to get home from university, I walk the same streets, I smell freshly baked bread simit and I smile to people on the streets I barely know. It’s the most perfect relationship in my life, me and Turkey, we understand each other, and still she is always there for me.

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Fevrier 2008, grand depar

---------------------Servane Gillet 24 years | France ►►EVS in Germany, 2008

De bon matin, c’était l’heure pour moi de quitter ma Bretagne pour aller m’aventurer dans un pays avec une nouvelle langue, culture, tradition… Une opportunité impensable venait de s’offrir à moi. Certaines appréhensions se faisaient sentir, mais une grande motivation était présente. J’allais travailler dans une association dans la ville de mes rêves: Berlin, capitale de l’Allemagne, ville d’art et d’histoire, mais surtout multiculturelle. Une expérience qui s’annonçait dorénavant très enrichissante et hors du commun. Dès mon arrivée, j’ai été accueilli les bras ouverts par les responsables de l’association, leurs collègues et les autres volontaires de l’association et de différentes nationalités. Je n’étais pas seule dans cette aventure. Une polonaise, une tunisienne et un turc, mes futurs colocataires, avaient déjà commencé leur expérience dans cette association. Chacun d’entre eux paraissait heureux et satisfait de leur choix. Tout pour me rassurer. J’étais entre de bonnes mains, ainsi j’ai pu rassurer ma famille, mes amis, inquiets par ce voyage «long terme». A peine, arrivée, ma mission était de m’intégrer au plus vite au sein de mes colocataires, mes collègues de travail et les jeunes du quartier pour vivre pleinement cette expérience. Pour que la communication soit plus facile, j’ai eu la chance d’avoir de cours intensifs d’Allemagne, ce qui m’a aidé très rapidement à prendre confiance en moi, à m’exprimer devant les jeunes sans trop de difficultés et surtout passer de bons moments. Sans c’est cours de langue, je pense que mon intégrations aurait été plus lente et plus difficile. Ainsi mon travail au sein de l’association a été de plus en plus engagé. J’ai pris de multiples initiatives grâce à la confiance que mes chefs m’ont donné (concert, spectacles de cirque, tournoi de sport…). Je me suis sentie rassuré et en confiance tout le long de mon Scriptamanent #2

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volontariat, à chaque problème une réponse, aucun flou. Durant mon service volontaire européen, j’ai effectué deux séminaires dans deux différentes villes d’Allemagne, où j’ai rencontré d’autres volontaires, qui faisaient eux aussi leurs SVE en Allemagne, à Cologne, Hambourg, et encore mieux dans la même ville que moi, Berlin. De nouvelles amitiés venaient de se créer, des européens rempli de nouvelles cultures et de leur nouvelles expériences. Ainsi nous avons pu raconter nos différentes expériences, nos peurs, nos attentes, nos joie… Grâce à eux et ce nouveau réseau, j’ai pu découvrir encore un peu mieux Berlin sous de nouveaux angles, nouveaux regards. Encore aujourd’hui je suis en contact avec ces volontaires, toujours prêts à trouver une occasion pour se voir. Au cours de mon SVE, j’ai affirmé mon envie de travailler dans l’animation. J’ai découvert de nouvelles méthodes de travail qui ont enrichi mon savoir personnel, mais aussi mon curriculum vitae. J’ai pu ainsi tracer un bout de mon projet professionnel, grâce à cette expérience et à ses rencontres. Tout ceci est si simple à entreprendre et si riche culturellement, que tout le monde devrait être informé de l’existence de ce programme, car c’est une opportunité rêver de vivre une expérience à l’étranger, sans se soucier des problèmes de logement, assurance… Après avoir vécu, cette merveilleuse aventure, je n’ai plus la même vision de l’Union Européenne, du citoyen européen, et de vivre à l’étranger. J’ai pu mettre enfin des images et des notions sur tout cela. Tout met devenu si simple maintenant à comprendre: vivre ensemble une expérience, partager, communiquer, rire, écouter, rencontrer, voyager, découvrir, s’ouvrir d’esprit, apprendre, s’épanouir, grandir, être libre…

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lettera ad un volontario…

--------------------Stefano Convertino 21 years | Italy ►►EVS in Turkey, 2010

Caro volontario, Ho deciso di rivolgere la mia lettera a te che ti appresti a partire, che ti chiedi se farlo o meno, a te che sei magari già sul posto, nel pieno delle attività, e che cominci a provare nostalgia di casa. Mio caro amico, capisco benissimo come ti senti e non posso far altro che condividere le tue sensazioni. Ci sono dei momenti in cui dubbi, ripensamenti, domande, supposizioni non ti lasciano libero di vivere a pieno il presente. Quando, ad esempio, scopri di aver lavato per due mesi le robe soltanto con l’ammorbidente, o quando durante le faccende domestiche, l’aspirapolvere sradica una mattonella; È proprio in quei momenti che interrompi tutto, ti siedi e rifletti sul fatto che, in fondo, nessuno può capirti completamente. Certo, ho utilizzato degli esempi alquanto demenziali, ma spero di averti reso l’idea… Ovviamente, come saprai bene, non c’è nessun segreto che sia funzionale al superamento di problemi simili, però, posso dirti che pensare al come ed al perchè non fornisce le risposte di cui avresti bisogno… Lascia piuttosto che sia qualcosa di nuovo ed inaspettato a distrarre i tuoi pensieri. C’è qualcosa che davvero ti piace? Qualcosa per la quale spenderesti le tue giornate e che ti fa semplicemente star bene? Pensaci bene. Il fatto di concentrarti su situazioni di gente che vive in un contesto diverso dal tuo, a prescindere dal posto in cui ti trovi, permette di dimenticare te stesso e reinventarti, cogliendo tante nuove occasioni. Di qualsiasi tipo di proposta si tratti (dalla passeggiata per un caffè alla seduta di yoga) non rifiutarla, perchè poi, se ci pensi, non hai nulla da perdere e non puoi mai sapere dove queste possibilità ti condurranno. Simone Weil scriveva in una delle sue poesie che “un giorno morto è troppo lungo da vivere”, motivo per cui Scriptamanent #2

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intraprendere una nuova esperienza, per poi non viverla al 100% non avrebbe senso. I motivi che spingono a candidarsi per il Servizio di Volontariato sono svariati. C’è chi lo considera una via di fuga, un modo come un altro per “staccare la spina” e trascorrere qualche tempo in un Paese lontano, c’è chi invece vorrebbe “fare la differenza” ed impegnarsi in un progetto concretamente utile a livello sociale. E spesso il resoconto finale della propria esperienza è strettamente legato alle intenzioni con cui si era partiti. Molto infatti dipende dalla propria personale iniziativa. Nel mio caso, l’esperienza in Turchia ha aiutato tantissimo. In riferimento a questo, mi piacerebbe condividere con te alcune delle impressioni che buttai giù a circa metà del mio percorso: “Ho cominciato diverse volte a scrivere, ma poi mi sono interrotto, incapace di tradurre pensieri in parole scritte. Qui le circostanze mi lasciano spesso senza parole; Domando, ad esempio, ad un passante indicazioni, per poi vederlo prendermi le buste ed accompagnarmi… Mi addormento in un bar ed il cameriere viene a coprirmi con una coperta… Uscendo dalla scuola di un piccolo villaggio senza strade asfaltate, i bambini mi rincorrono e circondano, riempiendomi di omaggi inaspettati… In ritardo per un volo, chiedo di effettuare il check-in in un negozio di fiori e mi ritrovo a farlo, sorseggiando una tazza di the, mentre il fioraio mi informa che esiste una navetta gratuita per l’aeroporto… A momenti, stento a riconoscere il mio ruolo di volontario, mi sento spesso in debito con le persone, e tutto questo mi affascina, ma allo stesso tempo mi confonde, per cui posso soltanto invitare a vivere in prima persona questi posti e a valutarne cultura, accoglienza e stile di vita… L’unico rischio che credo si corra, è quello di innamorarsene e non voler più tornare indietro.” 208


A distanza di tempo, rimango dello stesso avviso, ed ho delle parole anche per te, volontario che presto tornerai e non vorresti, o che dopo il ritorno ti senti uno straniero a casa, e ripartiresti domani stesso. Io sono del parere che tutti ERRIAMO, ma, sai, a me piace interpretare il verbo errare non nel senso dello ‘sbaglio’ ma nel senso del ‘vagabondare’. Ed in fondo penso che forse è questo che tu sei ora, un errare vivente, ora vagabondi… E non tutti lo fanno… Sbagliare invece ci rende comuni. A te questa libertà di viaggiare, conoscere, esplorare è stata concessa, non sprecarla. Malinconia e senso di smarrimento sono sentimenti comuni, non devono spaventare. Non dimenticare mai che tu hai il mondo intero, la vita intera davanti a te… Che per te la vita può e deve essere più reale, più piena, più gioiosa di quanto essa non lo sia stata forse per nessun’altro. Non so se possa averti trasmesso qualcosa di utile, però sappi che ti ho parlato in maniera sincera e sentita. Stefano, Volontario EVS in Turchia

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Dunkel wie der tag, hell wie die nacht “Magst du Hitler?”, fragt mich der kleine Afghane ganz nebenbei beim Kickerspielen. Er ist vielleicht gerade einen Meter zwanzig groß und zwölf Jahre alt. Mein Mitspieler und Mitarbeiter Jon fängt an zu lachen. So sehr, dass es ihm Schwierigkeiten bereitet, konzentriert weiter zu spielen. Ali wundert sich währenddessen, weshalb ich so verlegen werde und Jon so lachen muss. “Wieso, was ist los?”, fragt er. Ich sei doch schließlich aus Deutschland, versucht er zu erklären, und viele aus seiner Klasse mögen ihn doch auch. Es ist eine seltsame Situation. Was ist Norwegen? Vor fünf Monaten bin ich vom Mittelpunkt Deutschlands an den Mittelpunkt Norwegens gereist. Hier lebe ich in der Kleinstadt Steinkjer. Es gab eine Zeit, in der ich dachte, ich würde das Land kennen, welches ich schon drei Mal im Urlaub bereist hab. Ich dachte, ich begreife das Gemüt der Norweger, da für ein Jahr ein norwegisches Mädchen in meiner Familie in Deutschland lebte. Ich dachte, ich weiß, wie ein EVS hier läuft, da eine Freundin von mir schon ein Jahr als Freiwillige in Norwegen verbracht hat. Ich dachte, mich erwartet eine seltsame, heile Welt im Norden Europas, geprägt durch den Wohlstand vom Öl und der wunderschönen Landschaft. Doch trotzdem ist alles anders als erwartet. Langeweile… Jetzt sitze ich hier in meinem Jugendzentrum im Foyer und schreibe. Gerade habe ich einen Film für die überwiegend immigrierten Jugendlichen gestartet, damit sie beschäftigt sind. Matrix, “kjedelig” sagen sie mir. “Langweilig”, das Wort hab ich schnell gelernt, denn es fällt hier oft. Wie kann der Film je langweilig werden, frag ich mich? Es ist Der Film meiner Jugend! Obwohl ich mich mit 23 Jahren noch nicht sehr alt fühle, merke ich, dass ich es hier mit einer anderen, neuen Generation zu 210


-------------------------Stephan Klingebiel 23 years | Germany ►►EVS in Norway, 2010/2011

tun hab. Die Aufmerksamkeitsspanne ist noch kürzer und die Fantasie anscheinend noch geringer. Viele Sorgen mach ich mir deshalb allerdings nicht. Das alles hat man auch schon uns vorgeworfen. …Wohlstand und Ambition… Ich denke nach. Warum bin ich hier? Ja, ich liebe die Landschaft. Das hört sich gut an, deshalb bin ich hier. Wegen der Berge und Fjörde, der eiszeitlich glattgeschliffenen Felsen, der kleinen roten Holzhütten im scheinbaren Nirgendwo, der ruhig grasende Elche, die nur in der Jagdsaison oder von selten vorbeifahrenden Autos aufgeschreckt werden. Trotzdem bin ich auch wegen des Wohlstandes hier. Wo sonst wird so viel Geld in soziale Projekte gesteckt wie hier. Wo sonst hat ein einfaches Jugend – und Kulturzentrum in einer Kleinstadt Technik wie ein kleines Foto – und Musikstudio? Eine große Bühne mit Lichtanlage und Soundtechnik, um ein Musical oder wahlweise auch ein Rockkonzert für 500 Mann zu veranstalten? Mehrere Foto – und Videokameras? Auch genau deshalb bin ich hier. … soziales Engagement … Vor mir spielen zwei Jugendarbeiterinnen “Activity”. Sie kommen ein Mal die Woche mit zwei behinderten Kindern, um ihnen ein bisschen Abwechslung zu bieten. Dabei wälzen sie sich vor Lachen auf dem Boden als sie versuchen Tiere zu imitieren. Die Behinderten schauen verwundert zu. Zum Glück fangen auch sie schließlich an zu lachen. Einer der vielen schönen Momente hier. … arktische Kälte und Dunkelheit … Draußen ist es kalt. Winter. Man hat mich vorgewarnt, daher bin ich gar nicht so geschockt oder betrübt. Siebzig Zentimeter Schnee sieht man in Deutschland nicht so häufig. Die Norweger scheinen hier mehr Scriptamanent #2

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Angst vor dem Winter zu haben als ich. Sie jammern schon bei fünf Grad unter null und erzählen im gleichen gefrierenden Atmenzug, dass es die nächsten zwei bis drei Monate zwischen minus 20-30 Grad kalt sein wird. Für mich ist es vielleicht neu, aber für sie ist es leidige Normalität. Schon öfter haben sie das durchgemacht in ihrem Leben und sehen offensichtlich absolut keinen Grund nicht zu klagen. Dass die Sonne schon gegen zwei Uhr nachmittags untergeht, ist hingegen schwieriger zu verkraften. Kein Wunder also, dass es langweilig ist. Spazieren gehen oder Langlaufski fahren, dass reizt nun wirklich nur die wenigsten Jugendlichen. Filme sehen und Playstation spielen, damit kann man schon eher locken. Eigentlich ein bisschen schade bei den Möglichkeiten, die unser Zentrum zu bieten hat. …bärtige Wikinger mit von Kautabak gebräunten Zähnen… Ich bin sehr froh in Steinkjer zu sein. Ich habe das Gefühl, hier alles zu erleben, was Norwegen ausmacht. Die Landschaft ist schön, aber nicht spektakulär. Die Stadt ist farblos und kann sogar hässlich sein, wenn an manchen Tagen der Gestank der Schweineschlachtanlage durch die Straßen zieht. Doch auch das ist Norwegen. Ich treffe hier verschlossene, bärtige Wikinger. Harte Männer und schöne, blonde Frauen. Es gibt auch hier genauso dicke und dünne Menschen, große und kleine, Frauen und Männer, wie wohl überall auf der Welt. Jedoch sind hier die Dünnen dünner und die Dicken dicker. Während die Einen sich ständig in der Natur bewegen, egal bei welchem Wetter, haben die Anderen mit der typisch norwegischen Nahrung zu kämpfen: Hotdogs, Tiefkühlpizza, Tacos und Kartoffelchips. …seltsame Trinkgewohnheiten, große Offenheit und große Unverbindlichkeit… Wenn ich manchmal abends in einen der zwei Pubs gehe, treffe ich auf die berüchtigten skandinavischen Trinkgewohnheiten: 212


Wer trinkt, trinkt maßlos, obwohl das Glas Bier zehn Euro kostet. Als gäbe es kein Morgen, was im Winter auch zutrifft. Mit etwas Glück werde ich zu einem “Nachspiel” eingeladen. Der Ausdruck bezeichnet die spontanen Privatfeiern wenn die Pubs um halb drei schließen. Wenn ich dann eine Tasse selbstgebrannten Schnaps in der Hand halte, kann ich mich als einer von Ihnen fühlen. Leider nur bis zum nächsten Morgen, denn trinkende Norweger haben die schlechte Angewohnheit sich am nächsten Tag an nichts mehr zu erinnern. Auch ich esse Fisch und Kartoffeln und einen ganzen Haufen Tiefkühlpizza. Verkrieche mich im Winter in meinem warmen Zimmer und versuche halbherzig Kontakt zu Norwegern zu knüpfen. Nicht so ganz einfach. …und Individualismus durch Abgeschiedenheit. Dem kleinen Jungen vom Kicker konnte ich schließlich eine Antwort geben. Nein, ich mag Hitler nicht! Keine weiteren Erklärungen, keine Zeit – das Spiel schluckte zu viel Aufmerksamkeit. Es macht mich glücklich ihm eine schöne Zeit zu bieten. Und vor allem bin ich froh, dass mein Jahr in Norwegen mir viel mehr zeigt, als ich vorher schon zu wissen meinte. Denn das ist schließlich der Sinn eines Freiwilligendienstes. Das ist Norwegen. Meine kleine, sonderbar schöne Welt im Norden Europas.

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Glossario / Glossary EVS

> The aim of the European Voluntary Service is to support young people’s participation in various forms of voluntary activities, both within and outside the European Union and it’s part of Youth in Action program. [http://eacea.ec.europa.eu/youth/] > Il Servizio Volontario Europeo offre ai giovani un’esperienza di apprendimento interculturale in un contesto non formale, promuove la loro integrazione sociale e la partecipazione attiva. [http://www.agenziagiovani.it] LdV

> The Leonardo da Vinci programme links policy to practice in the field of vocational education and training. [http://eacea.ec.europa.eu/llp/] > Leonardo da Vinci è il programma dell’Unione Europea che sostiene il miglioramento e lo sviluppo della formazione professionale in Europa. [http://www.programmaleonardo.net] Amicus > European cooperation in the field of civic service and volunteering. > Cooperazione europea nel campo del servizio civile e del volontariato.

Scriptamanent #2

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Finito di stampare nel mese di giugno 2012 presso la tipografia Grafica&Stampa, Altamura (Ba) per conto dell’Associazione Culturale Link


Scriptamanent presenta la sua seconda raccolta di racconti. 46 storie scritte da altrettanti giovani volontari da 14 paesi europei in 6 lingue diverse. Un campionario di emozioni e sentimenti, percorsi di cittadinanza attiva e dialogo interculturale. Questa seconda edizione assume un valore particolare per via della concomitanza con l’Anno europeo del volontariato, un riconoscimento dovuto alle migliaia di volontari che operano in tutto il mondo. Qui vi presentiamo un piccolo frammento di questo inestimabile patrimonio. Piccolo, ma per noi molto significativo.

Scriptamanent presents its second collection of experiences. 46 stories written by young volunteers from 14 European countries in 6 different languages. A selection of emotions and feelings, paths of active citizenship and intercultural dialogue. This second edition undertakes a particular value because of the contemporaneity with the European Year of Volunteering, a recognition to thousands of volunteers who engage with the world of volunteering. We present you a little fragment of this priceless heritage. Little, but for us very meaningful.

ANNO EUROPEO DEL VOLONTARIATO 2011


Scriptamanent#2