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ISBN 978-88-6153-642-5


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Elena Buccoliero

TUTTO NORMALE Bulli, vittime, spettatori

edizioni la meridiana


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Indice

Il battesimo di Rocco . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 9 Marco, non è il momento! . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .17 Andrea: buttato fuori . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 33 Amina sta bene . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 51 Francesca può piangere . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 71 Edoardo è diventato buono . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 85 Roberto, in piedi sulla sedia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 101 Per continuare . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 115


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Marco, non è il momento!

I bambini che hanno sopraffatto gli altri (hanno) maggiori probabilità di continuare in tale comportamento anche da adolescenti e da adulti, fino ad incorrere in condanne per condotte antisociali [...] anche a causa della reputazione che li circonda e che fa sì che essi non possano fare a meno di comportarsi come gli altri si aspettano da loro. A. Fonzi, Il bullismo in Italia

STOC, STOC, POTOC... Rimbalza il pallone da basket contro i muri scrostati della palestra della scuola. Una piccola pioggia d’intonaco scivola a scaglie lungo la parete. “Marco, smettila, mettiti in fila con gli altri”. STOC, STOC... “Marco, finiscila. Non è il momento”. STOC, STOC, STOPOTOC... Gli occhi di tutti passano alternativamente da Marco al professor Segre, l’insegnante di educazione fisica. Ormai non mollare è diventato un punto d’onore per entrambi. La I F si domanda come andrà a finire tra quel docente giovane e informale e il compagno più irrequieto, bocciato due volte. Anche fisicamente sono opposti: leggero il professore, misurato nei movimenti, coordinato, e Marco un colosso insistente, inconsapevole e rabbioso, uno che ancora non ha imparato a misurare la propria forza e se qualche volta

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fa del male agli altri è anche perché qualcosa sfugge al suo controllo. Segre si avvicina, cerca lo sguardo del ragazzo. “Dai, basta, sennò finisce che la preside ti fa riverniciare tutta la scuola”. “Cazzo prof, magari!”, ribatte Marco, ma lascia andare il pallone e va a unirsi ai compagni. L’insegnante non dice niente del suo intercalare, non vale la pena. È già abbastanza soddisfatto per aver suggerito una via d’uscita onorevole per entrambi, e prosegue con le regole rudimentali della pallamano. Al termine, “Meno male, ché la preside è una bella rompiballe”, pensa tra sé e sé. “Oggi pomeriggio c’è il consiglio di classe, chissà come andrà?”. *** La mattina successiva, alle 7 in punto. “Marco, ce la fai ad uscire da lì? Non sei l’unico a usare il bagno in questa casa, lo sai. Marco, dico a te, mi senti?”. “Fffffff...”. È un ruvido soffiare. Marco ci sente benissimo, nonostante lo scroscio della doccia prosegua ormai da oltre un quarto d’ora. Sta esagerando, lo capisce e gli dispiace. Non vorrebbe proprio disturbare. Per dirla tutta, non vorrebbe scocciare nessuno, mai più. Nella sua vita ha già dato anche troppi pensieri, glielo ripetevano continuamente un po’ di tempo fa. Il fatto è che ieri pomeriggio a scuola i suoi professori si sono incontrati per parlare dei voti: al solo pensiero gli si rovescia lo stomaco. Se almeno succedesse veramente e potesse tornarsene a letto, in penombra, per tutta la mattina! Verso la metà del pomeriggio si alzerebbe e magari, ecco, sarebbe anche disponibile a dare una mano

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ai piccoli a fare i compiti – con loro può ancora sentirsi il migliore di tutti, un campione... Si porta una mano alla fronte: freschissima, nonostante l’acqua bollente. Cerca di ricordare con quali metodi si può provocare un innalzamento artificiale del termometro. “Allora Marco, vieni fuori?”. “Uffaaaaa!”. Lo chiamano ancora. Lo chiamano sempre. Sogna una casa dove non lo inciti più nessuno e lui possa farsi allegramente i fatti suoi decidendo tutto, mangiando se ha fame e dormendo se ha sonno, e andando a scuola da quelle belle facce solo se proprio muore dalla voglia... Chiude il getto e si guarda nello specchio. Brufoli nuovi, qualche cenno di peluria bruna. Che faccia avrà tra un anno? A chi assomiglierà? *** “Rivieri, cosa ha visto di così interessante fuori dal finestrino?”. La prof di lettere dà del lei a tutti gli studenti. Dice che è per rispetto. Poi dal tono è chiaro che una volta su due ti sta dando dell’idiota: ma con rispetto. “Allora?”, insiste. Marco mugugna qualcosa e si gira verso la lavagna sforzandosi di stare attento. Dopo un po’ è steso con le braccia di traverso sul banco e la testa in mezzo. Pensa: “Ora mi chiederà se mi sono addormentato”. “La letteratura concilia il sonno, vero Rivieri? Peccato che la fiaba e la fabula le abbiamo già studiate... sempre ammesso che lei se ne sia accorto...”.

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“Zitto”, ripete a se stesso, “zitto, non scoppiare, dopo è peggio per te. Zitto Marco, o la prossima volta ti mandano una lettera a casa e lo sai cosa rischi... Zitto Marco, rilassati... Fai finta di non sentire, guarda fuori, concentrati su quella casa gialla. Cosa ci sarà dentro alla casa gialla?”. Apre il quadernone e si mette a scarabocchiare qualcosa. Spera di non dare nell’occhio. “Almeno non disturba”, pensa l’insegnante. Fa una bozza della casa gialla vista da dentro e da sopra, come lui se l’immagina. Ci mette delle scarpe da tennis buttate alla rinfusa, un posacenere colmo, dei fiori, una macchinetta da caffè, un gatto... Poi si scuote, gli sembra un disegno orribile, patetico, sgraziato. Strappa il foglio e lo appallottola con una mano sola. “Psss... Passa Marco, dai, passa!”, sibila Skinko dal banco dietro, mentre Pare, il compagno di banco, gli fa eco. È un’idea bellissima, come non averci pensato? Hop, basta niente e la pallina di carta incomincia a volare. Ma Skinko e Pare non la prendono, Marco aggiunge un palleggio per correggere il tiro e colpisce Mara che è da sola in fondo alla classe. Mara: sorriso bambino e seno prodigioso. Ridono tutti... Stop, tiro non regolamentare. Fischia l’arbitro... Cioè, urla la prof. “Marco, non ti vergogni? Schincaglia e Pareschi, voi che siete due bravi ragazzi, non riuscite a insegnare niente di decoroso al vostro compagno!? E voialtri, cos’avete da ridere? Come volete che faccia ad andare avanti col programma se prendete tutto in questo modo? Ah, ma io vi informo: ieri pomeriggio il consiglio di classe si è riunito e...”. Nella testa di Marco le parole sono suoni disarticolati. Si affastellano alla rinfusa, innocenti e insensati. Gli altri

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compagni lo guardano tra il divertimento e il ribrezzo. Cos’hanno da fissare così? *** “Marco Rivieri è un allievo assolutamente inadatto a questo istituto”, sbotta l’insegnante di lettere appena fuori dall’aula, rivolta alla collega di matematica. “Ah, lo so bene: un ragazzo im-pos-si-bi-le... Nell’ultimo mese di scuola gli ho messo quattro note sul registro. E poi sai”, dice sottovoce, ammiccando, “tra donne possiamo dirlo: quella povera Mara...”. “Non me ne parlare, guarda... Io poi che ho fatto il femminismo, i gruppi di autocoscienza, le lotte... Che un ragazzo arrivi ad alzare le mani su una povera ragazza come lei, indifesa, solo perché è un po’... un po’...”. Interviene il docente di chimica: “C’ha due tette telegeniche, altro che! Ma, dico io, c’è pieno di ragazze sveglie in questa scuola, proprio con l’handicappata se la deve prendere? Eccerto, perché pure lui cos’è? ‘Nu fesso...”. Dardeggiano gli occhi delle colleghe femministe. La classe se ne accorge appena, sta andando in palestra. *** Educazione fisica è l’unica materia sufficiente di Marco, insieme a religione e laboratorio. Insomma, va bene dove non serve e va malissimo in tutto il resto: un quadro disastroso. Schincaglia e Pareschi – per gli amici Skinko e Pare – invece come al solito hanno tutto in regola. Ad Antonio Segre pare strano che i due non aiutino Marco, visto che sono quasi sempre tutti e tre insieme. In palestra, almeno,

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sembrano inseparabili. Quando lo ha detto ai colleghi, ieri, gli altri del consiglio di classe sono caduti dalle nuvole. “Si vede che, dopo tanto studio, in palestra anche Skinko e Pare si rilassano con gli altri”, pensa Segre soddisfatto. Gli piace pensare che la sua materia è un tempo privilegiato, dove gli studenti possono essere se stessi. Il terzetto in particolare fa sempre una gran cagnara d’inizio d’ora, là in fondo, vicino alle spalliere, mentre il prof compila il registro e aspetta che tutti escano dagli spogliatoi. Quel giorno Antonio Segre si intrattiene con uno studente che, gli sta dicendo, non farà attività. “Prof...”. Marco lo chiama, gli bussa su una spalla, e Segre fa cenno di aspettare. Marco non si dà per vinto, riprende e intanto lo tira per la giacca. “No, però, prof...”. “Un attimo, Marco”. La voce dell’insegnante comincia ad alterarsi. Quante volte ha ripetuto che, quando sta parlando con un allievo, gli altri devono aspettare che abbia finito, per rispetto di lui e anche del compagno? “Non è giusto, prof...”. Ora anche Marco è arrabbiato. Si rimette a palleggiare con forza contro il muro per attirare l’attenzione. Segre si gira innervosito, prende il ragazzo per le spalle e lo costringe a uscire nel corridoio, esce a sua volta. Nell’aria c’è una tensione palpabile, si potrebbe credere che questi due tra poco si prenderanno alla vita, per un abbraccio o una rissa. Di fronte a loro c’è ancora la porta di sicurezza, grande e arancione, con il maniglione antipanico. Antipanico: sarà la parola... Escono in cortile e

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improvvisamente l’insegnante sente che tutta la sua rabbia si sta sciogliendo in un moto di calore verso questo ragazzo strano, impossibile, sconosciuto, che non si lascia avvicinare da nessuno e che ora lo guarda rincantucciato contro la parete, così grande e grosso, con la testa china e senza più difese. Marco combatte contro il groppo che ha in gola, è il senso di ingiustizia a mettergli quella faccia e poi è la pressione, non ce la fa più, più, più... vorrebbe tanto mollare tutto e andarsene via. È in cortile, il cancello è spalancato e una bici aperta si trova sempre... Forse, con un po’ di fortuna potrebbe... “Senti Marco, mi dispiace”. Coosa? Un adulto che chiede scusa – e un prof per giunta – è un evento epocale! “Davvero, mi spiace. Non volevo essere così brusco con te. Il fatto è che qualche volta è difficile tenere tutto sotto controllo. Tu lo sai che è difficile”. “Cazzo prof, se lo so, non ne posso più!” esplode Marco trattenendo le lacrime. “Quei due... Mi prendono continuamente per il culo. Proprio continuamente, prof! Skinko e Pare, gli angioletti... E poi gli altri prof danno tutte le colpe a me ogni volta che succede qualcosa, ma sono loro che mi costringono a fare delle cose...”. Il professor Segre sente un campanello d’allarme scattare dentro alla sua testa. A questo ancora non aveva pensato. “Come sarebbe, ti costringono?”. “Ma sì, mi dicono: prendi l’astuccio di Mara, butta per terra i disegni di Valentina... Ma così, prof, fanno per scherzare”. L’insegnante lo vede per la prima volta preso nella rete che lui stesso ha predisposto e ora deve dissimulare questa

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specie di commozione che gli è venuta addosso e trovare qualcosa da dire, qualcosa di “educativo”. Ci prova: “Sicuramente sei parecchio pressato in questo periodo, certo però che anche tu hai qualche responsabilità in tutta questa faccenda, non credi?”. È passata. Marco non sente più il bisogno di piangere. Sospira. È la cosa che odia di più al mondo, scoppiare in lacrime di fronte a un prof. Anche quand’era molto piccolo faceva di tutto perché non avvenisse. “Questo Segre è regolare più degli altri”, pensa, “ma resta sempre un insegnante. È come quando si dice uno sbirro, cosa ti puoi aspettare? Lo sai in partenza che ti fregherà. E se fa il comprensivo devi stare attento il doppio, perché ti frega meglio e di più. Cosa si crede questo, di salvarmi l’anno? Tanto lo so già che mi sta prendendo in giro, e a casa chissà come andrà...”. “Prof, torniamo dentro. Giochiamo”. *** Tutto precipita qualche giorno più tardi quando Marco spaventa due ragazze della classe con un coltello da cucina e l’insegnante di lettere lo spedisce dritto dalla preside, dandogli impeccabilmente del lei. La dirigente è una donna secca, alta, tedesca, coi capelli biondo cenere e gli abiti severi. Una donna asciutta, poco disposta al dialogo ma con un forte senso della giustizia e un marcato spirito organizzativo. Non appena la segretaria le annuncia che uno studente la sta aspettando, gli manda a dire che prenda un appuntamento. Balbettando interdetta, la segretaria spiega che ne farebbe volentieri a meno, il ragazzo, di quel colloquio, ma...

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“Kooosa? Un coltello ferso sue compagne? Ah, ma io kiama karabiniééééri. Fenga afanti, il lanciatore di coltelli...”. Di ragazzi come lui ne ha visti tanti, la dirigente, sfrontati o tremanti, pronti a negare qualunque evidenza o ad ammettere tutto “purché non lo dica a mia madre”. Anche adesso, rimprovera Marco e non sa ancora se oltre alla ramanzina ci sarà una punizione, e quale. Certo, una sospensione sarebbe adeguata. D’altra parte sa per esperienza che certi ragazzi sarebbe meglio non allontanarli dalla scuola, mai, nemmeno se cercassero di darle fuoco. Congeda Marco e manda a chiamare il professor Segre, docente di educazione fisica. Lo prega di essere presente all’incontro con il tutore, che ha convocato d’urgenza. “Tutore?”, chiede Antonio. “Perché? Dove sono i genitori di Marco?”. *** Un uomo asciutto, con la mano tesa, si avvicina al professor Segre. “Buongiorno, Marco mi ha parlato di lei. Sono il tutore del ragazzo. Mi dica che cosa è successo”. L’insegnante soppesa lo sguardo di quell’uomo che non aveva mai incontrato prima: fermo, leale, ben presente nella situazione. Non cerca di scusare Marco né di difendersi. Vuole capire. Il professor Segre spiega, racconta quello che vede a scuola, ma ha bisogno anche lui di ascoltare, di chiedere. Apprende così che la mamma di Marco è una ragazza molto giovane, tossicodipendente, mentre il padre è all’estero. La patria potestà del ragazzo è stata tolta ad entrambi i genitori – il professor Segre ha imparato negli anni che

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quando un Tribunale prende un provvedimento così radicale vuol dire che c’è sotto qualcosa di veramente molto grave e preferisce non chiedere oltre – e il tutore e sua moglie lo hanno in affidamento da qualche mese nella loro grande casa, dove vivono con due figli nati dal loro matrimonio e due fratellini adottati quando avevano pochi mesi. La nebbia si dirada lenta nella mente del professore. Gli dà sollievo chiarire i contorni di questa storia proibita, inafferrabile e dura. Ora almeno sa tutto; ma che cosa può capire? “Le chiamo Marco”, dice Segre. “Per oggi è meglio che venga via con lei, poi vedremo”. Ora che il ragazzo è con loro sente di dover misurare le parole, non vuole dire qualcosa che possa attirare maggiori punizioni su di lui che, del resto, non fa nulla per essere benvisto dalla scuola... “Marco è un ragazzo particolare”, prova a dire Segre, “ha forti scatti di rabbia, fatica a controllarsi, ma spesso sono gli altri a provocarlo. Anzi, vorrei che Marco ci aiutasse a far capire ad alcuni colleghi che lui non è il responsabile di tutte le distrazioni o le prepotenze che avvengono qui dentro”. Sull’ultimo passaggio Segre rallenta ad arte, si rivolge non più al tutore ma direttamente al ragazzo che ora non si nasconde, non abbassa gli occhi, non cerca di fuggire. “Prof, adesso l’ho capito che non è solo un rompipalle”, gli esce a mezza voce. I tre uomini sorridono, il professor Segre comincia a intravedere una possibilità. La preside invece è perplessa. Vorrebbe dire che non si possono usare quei vocaboli nei confronti di un insegnante. Lo dice, non appena il tutore è uscito

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portandosi via Marco che per oggi ha già fatto fin troppo. E poi: “Professore, lei è un pofero ingenuo. Kosa si aspetta da qvel ragazzo? Non fede? è completamente selfatico, crudele, fiolento... Non risponde a niente, non fuole niente dalla scuola. Solo essere lasciato andare”. “Forse ha ragione lei, preside, vuole che lo lasciamo andare. E in fondo questa scuola, per quel che serve... Sa qual è il fatto? Non so quanto darei perché, una volta nella vita, non dovesse provare vergogna ad avere un rapporto decente, umano con un adulto”. *** Gli sforzi del professor Segre e del collega di laboratorio sono troppo isolati per inceppare un meccanismo ormai molto avanzato. È già maggio l’ennesima volta che Skinko e Pare si fermano con Marco nello spogliatoio della palestra per sbeffeggiarlo con più comodo, mentre alcuni compagni assistono più o meno divertiti e altri intrattengono il prof in palestra. Allora, Marco... I pensieri di Marco. Uno sull’altro, parole e colori, parole o solo suoni. Accenti diversi. Facce. Bocche che ridono, bocche che si chiudono, negano, insultano, biasimano, scimmiottano, giudicano, affossano, costringono, abbattono. Sguardi che lo respingono, lo ingannano, lo incitano, lo buttano giù.

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Allora, Marco sferra un pugno... Tutto si muove. Tutto corre. Ha fumato qualcosa stamattina, come ieri e tutti i giorni di scuola cominciando dal 21 marzo, quanto hanno riso su questo, fumare l’erba per festeggiare la primavera, non è adatto? Ma non è per il fumo che qualcosa si placa, Marco è sicuro e del resto con lui fumano anche gli altri – Pare aveva il fumo per tutti stamattina, si fa un po’ per uno. Ma perché Skinko e Parequando ci sono gli altri lo provocano a quel modo? Cosa gli costerebbe farlo entrare nel gruppo? Allora, Marco sferra un pugno contro la porta e... disadatto-fesso-porco-disgraziato-bocciato-recuperabileirrecuperabile-incapace-svogliato-predestinato-violentoesasperato-condannato-potrebbe fare di più-impossibile-non capisce niente-studia-sorridi-rispondi-reagisci-ignora-reagisci-ignora-reagisci... Allora, Marco sferra un pugno contro

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la porta e la spacca tagliandosi la mano. Ci vuole ordine, ordine! La consapevolezza è un rivolo di sangue tra le nocche massacrate. Poche cose come il sangue aiutano a darsi coraggio, e sguardo chiaro. La consapevolezza è un sapore dolciastro, un bel vino rubino che si fa da sé. Inizia il walzer: denuncia d’infortunio-presidenza-113pronto soccorso. La preside raggiunge Marco e Segre sulla soglia della palestra mentre aspettano l’ambulanza e questa volta non si sforza di capire, non chiede a Marco come sta, inveisce e basta. Antonio Segre è sopraffatto dalla rabbia, dalla pena. Aveva creduto davvero che la vita di Marco potesse prendere un altro corso. Si odia per non averlo aiutato abbastanza. Lo odia per non essersi lasciato guidare. Marco guarda lontano, finalmente svuotato. Troppo difficile per lui arrivare all’esplosione e poi controllarla, cavarne fuori un atto di ascolto verso le proprie emozioni, trasformarla in attenzione verso l’altro. Era stato il piccolo prodigio del professor Segre qualche mese prima oltre la porta antipanico ma per Marco è impensabile; piuttosto, incapace di controllare la rabbia, ha scelto di fare del male a se stesso per non ferire gli altri. Però Marco sa bene che insieme alla porta della palestra ha abbattuto anche un altro uscio, un’altra via. Che strano, ci pensa con dolore e sollievo. È venuta meno l’ansia

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di correre sul filo, sotto gli sguardi di tutti. Basta, non chiedetegli altro. Marco non è un funambolo. Poche cose conosce di sé e quelle gli bastano. Se anche volesse fare il “bravo ragazzo” ci sarebbe sempre la sua storia a parlare per lui, a rimettere in ordine i pezzi. Skinko e Pare ce la faranno, hanno una casa dove c’è chi li protegge e gli chiede di fare il doppio gioco, per mantenere almeno una rispettabilità di scorta. Marco no, gli dispiace. Non ha residui da mostrare. *** Dopo l’inevitabile bocciatura Marco attraversa un momento di crisi profonda. Una sera non torna a casa, viene cercato dappertutto e ritrovato il giorno seguente in un’altra città, stordito da chissà quale cocktail sperimentale di alcol e altro. Avviene così che la famiglia affidataria, insieme agli operatori che la sostengono, valuti altre soluzioni. Entro l’estate viene trasferito e inserito in una comunità di accoglienza che organizza al suo interno una scuola di recupero anni, per dargli la possibilità di cambiare giro di amici e, intanto, rimediare agli studi. L’assenza di Marco sarà davvero una soluzione per la classe? La risposta è no. La I F, diventata ormai II F, è subissata dalle prepotenze, questa volta palesi, di Skinko e Pare che per tutto l’anno insistono nei loro comportamenti di sopraffazione verso i più deboli, a cominciare da Mara, la ragazza con il ritardo cognitivo. Si sentono ormai in diritto di fare qualsiasi cosa, avvolti come sono dall’impunità dei loro buoni profitti, e per esserne più sicuri si propongono rappresentanti di classe.

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I compagni li eleggono, vuoi perché nessuno di loro osa concorrere come candidato, vuoi per una forza complessa che davvero esercitano sugli altri e sa di carisma e di minaccia insieme. L’impunità però non è eterna e gli spinelli prima di entrare a scuola non aiutano a tenere alta la media, tanto che alla lunga quasi tutti gli insegnanti del consiglio di classe cominciano a mettere in dubbio i loro dogmi: il primo è che i ragazzi con un buon profitto non possano avere un comportamento scorretto; il secondo, che le prepotenze si mostrino sempre in modo lampante come nei fattacci che appaiono sulle pagine della cronaca nazionale e che l’anno precedente hanno sfiorato la scuola, con quel “delinquente” di Marco. Il professor Antonio Segre, che dopo la frustrazione dell’anno precedente si è lasciato coinvolgere un po’ meno nel rapporto con i ragazzi, si trattiene a fatica dal rivendicare un primato di consapevolezza sulla situazione e tuttavia ce la fa, per non rovinare il clima rinnovato e qualche abbozzo di alleanza che sembra profilarsi in seno al consiglio di classe. All’ultima riunione si toglie almeno una voglia: propone di dare un segnale a Skinko, Pare e un paio di seguaci abbassando loro il voto di condotta. I colleghi lo ascoltano interdetti poi, appurato che non ci saranno ripercussioni sul profitto, accettano la proposta. Più d’uno si domanda se questo servirà a qualcosa. L’anno prossimo ci sarà la III F e un esame di qualifica da preparare, chissà che lo spauracchio della valutazione non aggiunga un briciolo di motivazione in più? L’amarezza di fondo è tanta ma c’è tutta l’estate davanti e forse Skinko, Pare e gli altri ritorneranno a scuola più maturi.

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Anche Antonio Segre ripone tutto il materiale scolastico e si prepara a partire. Ha ancora nella tasca dell’agenda un biglietto strappato da un quaderno di scuola. Prima di andarsene Marco gli aveva dato il numero di cellulare sperando che il prof lo cercasse almeno qualche volta, e l’insegnante lo aveva conservato per tutto l’anno, rigirandoselo tra le dita periodicamente, senza trovare il coraggio né di buttarlo, né di usarlo per davvero. Chissà, forse solo un colpetto di telefono si potrebbe ancora fare, giusto per sapere com’è andata quest’anno...

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ISBN 978-88-6153-642-5

Tutto normale  

La violenza che si vede, quella che non si vede e quella che si fa finta di non vedere. La rabbia che esplode ma anche la sofferenza che im...