Mimmo Battaglia
Paginealtre... lungo i sentieri della differenza
Ostinata Speranza
Prefazione di Angelo Casati
Prefazione
Non sono uomo di prefazioni – me ne sono permesse poco più di un racimolo. Sento pericolo di restrizione, di impallidimento per libri che amo.
Quando i libri, come quello di don Mimmo, sono brace di camino, non occorrono prefazioni: ci si siede e si ascoltano racconti e i racconti poi fanno nido nella notte.
Leggi e quasi non c’è riga che non abbia il respiro della poesia e vorresti sostare a ogni paragrafo e ritornare ad ascoltarne il profumo, sino a chiederti se non sia oggi la poesia, in giorni di spensieratezze efferate, la sola che possa ancora bussare all’anima e aprire a piste di umanità.
Il libro ospita pagine da occasioni diverse – lettere, omelie, interventi – ma qualcosa le annoda quasi fossero sorelle: la voce, hanno voce, hanno voce di racconto. Quasi un timbro comune, prezioso: timbro impagabile per chi, come me, prima che dalle parole, subisce fascino dalla voce.
I racconti di don Mimmo nascono dall’ascolto della vita. Quanto fiato deve aver trattenuto perché anche i ritagli più piccoli non perdessero suono, ma facessero indugio negli occhi e poi nel cuore, affinché non si smarrissero quelli che troppo spesso sono a rischio di indifferenza o spegnimento, quasi lucignoli in estinzione?
Passano albe che sono strisce di luce, giornate impazzite di sole, notti che sembrano anticamera del nulla, pas-
sa la vita. E che cosa fa don Mimmo? Forse potremmo dire: coglie il brusio di Dio nel brusio della terra. Come aprisse finestre quando l’alba è ancora striscia minuta né sai se sarà gonfiore, quando il sole è alto da incendiare di tripudio una piazza, quando è notte buia e ti vai chiedendo che cosa vive dietro pallidi ritagli di luce su facciate di case. Passano le ore nelle pagine, passano come se per don Mimmo in ognuna fosse nascosto il soffio di Dio.
Leggendo il libro mi è venuto d’istinto riandare a Francesco d’Assisi. Di lui si racconta che raccoglieva da terra ogni pezzetto di carta scritto. Diceva che in esso poteva esserci il nome di Dio e perciò non lo si poteva distruggere. Ma si comportava così anche con gli scritti pagani. E quando qualcuno gli faceva notare che lì sicuramente il nome di Dio non era scritto, dichiarava che vi erano pur sempre presenti le lettere con cui si poteva comporre il nome di Dio. Nulla, nulla deve andare perduto, tutto va custodito se in esso è contenuto anche solo un barlume di significato. Ogni pezzetto di carta può essere uno scrigno in cui è conservato qualche germe di senso, che non dovrebbe andare disperso come pula al vento.
Nel libro ho trovato sommessa una autoconfessione:
Non sono un teologo di professione, né un esperto esegeta. Ho imparato a leggere le Scritture ascoltando le persone, e a cogliere nella sacralità delle loro storie il passaggio misterioso delle orme di Dio. Ho imparato che ogni ferita è feritoia, ogni volto è impronta di un mistero, la carne di ciascuno è sacramento di un infinito; e il dolore, ogni dolore, è una Porta Santa che non si può non attraversare se si vuole cogliere il legame invisibile che unisce le lacrime della terra alle promesse del Cielo.
E non sarà questa la strada per il futuro della Chiesa?
Parole che toccano la terra. Quelle prive di magniloquenza, ma vere nella loro autenticità. Parole e gesti che toccano la carne, come la toccavano parole e gesti di Gesù; e non esito ad accorgermi che non a teoremi, non a rigori né a declamazioni, ma a notizia buona e tenerezza è legata la lucentezza della fede.
Una visione che don Mimmo ha il coraggio di proporre con franchezza e fiducia, come traccia di un cammino, anche alle istituzioni preposte alla elaborazione di un pensare teologico che sia seme.
Parlando all’Istituto Teologico Calabro, dice:
Qui si impara che la fede non teme le domande e che il sapere senza compassione diventa sterile. Che la teologia è credibile solo se è ospitale, se diventa grembo che accoglie la complessità del reale senza rinunciare alla luce della Parola. Non si tratta di produrre concetti, ma di generare visioni; non di difendere verità astratte, ma di testimoniare la bellezza di un Dio che si lascia conoscere nel volto di chi soffre, di chi cerca, di chi spera.
Per questo l’Istituto è anche una missione ecclesiale: un segno di quella Chiesa che non si rinchiude, ma si espone; che non si difende, ma si dona; che non teme di sporcarsi i piedi per camminare sulle strade del mondo.
E farà eco a Montecassino, parlando di Benedetto:
Non impose la sapienza, non la trasformò in sistema, non la custodì in una biblioteca. Fece qualcosa di più umile e più rivoluzionario: la offrì come un seme.
E i semi, lo sappiamo, non fanno rumore. Non cercano il sole: lo attendono. Non si difendono: si lasciano accogliere dalla terra. E nella pazienza di chi sa aspettare, cominciano a trasformare tutto.
Così Benedetto: non gridò la verità. Non la sventolò come una bandiera in tempo di guerra. Scelse di seminarla nel cuore degli uomini, affidandola a gesti quotidiani, a regole minime, a ore di preghiera e lavoro. E mentre il mondo intorno crollava, lui ordinava le giornate come si ordina una mensa per gli ospiti: con cura, con misura, con amore.
Don Mimmo mi ha ricordato che le parole, se non le precede un ascolto, sono – anche se ci si vanta – uno spreco, germogli bruciati dal gelo. Ad accenderle è la tenerezza con cui hai condiviso i giorni e le notti della tenda. Ebbene, l’ascolto della terra, della tenda, non è cosa di un solo giorno. La terra non è immobile e neppure la tenda. Dentro si freme, si vive. Se vuoi bussare al cuore devi ascoltare la vita che pulsa, perché non hai proclamazioni buone per ogni stagione. Don Mimmo quasi a ogni riga svela con il suo narrare quale potenza segreta abbiano parole che vengono dall’ascolto umile, rispettoso, fiducioso della voce dell’altro, degli altri, della terra, oggi. E dà alle voci degli altri dignità e il dono di insegnare. Accade così che l’altro – cui spesso in ambiti ecclesiastici diamo un ruolo, passivo, poco apprezzato, di discente – prenda voce e colore, venga riconosciuto e messo in cattedra come accadde, per lucentezza di Gesù, all’umile povera vedova del Vangelo che nel tesoro del Tempio fece scivolare due spiccioli, ovvero tutto quanto aveva per vivere. La piccolezza insegna, dilata orizzonti, apre pagine inedite, a dimostrazione che “il vento non sai di dove viene e dove va” (Gv 3,8).
Non disegna forse cammini di una Chiesa un cardinale – è don Mimmo – che in vigilia delle giornate del Giubileo dei suoi giovani, scrive: “Da stasera sono a Roma per stare e accompagnare i giovani della diocesi, lasciandomi accompagnare da loro, profezia di una Chiesa in uscita”?
Ostinata Speranza
Faccio sosta ai verbi stare con loro, accompagnare, farmi accompagnare. Dai giovani.
D’istinto mi risonano parole di un altro cardinale amatissimo, Carlo Maria Martini, unico suono. Un suo confratello gesuita, Georg Sporschill, nel corso di una intervista pose una domanda al Cardinale: “Invece di essere lei a predicare, lei lascia che sia la gioventù a illuminarla. Un nuovo principio pastorale?”. Rispose il Cardinale:
Nella gioventù ho trovato la più valida conferma di tale principio pastorale, sempre che di questo si tratti. Nella Chiesa nessuno è nostro oggetto, un caso o un paziente da curare, tanto meno i giovani. Perciò non ha senso sedere a tavolino e riflettere su come conquistarli o su come creare fiducia: deve essere un dono. Sono soggetti che stanno di fronte a noi, con cui cerchiamo una collaborazione e uno scambio. I giovani hanno qualcosa da dirci. Essi sono Chiesa, a prescindere dal fatto che concordino o meno con il nostro pensiero e le nostre idee o con i precetti ecclesiastici. Questo dialogo alla pari, e non da superiore a inferiore o viceversa, garantisce dinamismo alla Chiesa. In tal modo l’affannosa ricerca di risposte ai problemi dell’uomo moderno si svolge al cuore della Chiesa.1
I giovani. Gli ultimi.
Non posso dare fine a questo mio andare rapsodico per pagine del libro senza prima aver evocato un filo rosso che lo attraversa: l’amore, direi privilegiato, di don Mimmo per gli ultimi della terra. Mette attenzione, li nomina; a volte sguscia il nome, quasi volesse salvarci dalla tentazione di fare di tutti una categoria: spersonalizzati sono meno inquietanti. Leggi parole che non sono di facciata, senti occhi umidi per il dramma che brutalmente li segna, per le
1 Martini C.M., SporSChill G., Conversazioni notturne a Gerusalemme, Mondadori, Milano 2007, p. 47 [N.d.R.].
nostre responsabilità, per la spietatezza degli umani disumani e la voce a risveglio di noi assonnati, a grido contro il cuore di pietra degli accomodati nelle suntuose poltrone del potere: “Se non lo fate per Dio, fatelo per gli uomini!”. Dice:
Se permettete, stasera non portiamo teorie. Mettiamo sul banco le cose come sono. Ci sono famiglie che si tengono in piedi con un equilibrio fragile, anziani che fanno i conti con la memoria che sfuma, giovani che non trovano un posto, uomini e donne che tornano a casa e, davanti alla porta, indugiano un istante per guadagnare coraggio. Non vogliamo far finta che il mare sia placido; chiediamo di non affondare. E già questo, tante volte, è un miracolo: restare a galla nonostante tutto, con una dignità che non si compra.
Confesso – non posso non confessare – prima lo stupore, poi l’emozione, per un vescovo che ha occhi così colmi della misericordia di Dio da sorprendere che cosa possa passare nel cuore di uomini e donne che tornano a casa la sera e, davanti alla porta, indugiano un istante per guadagnare coraggio. C’è un pane per i figli? Quanto è fonda la notte e quanto manca all’alba?
Anche don Mimmo non sa, ma il suo Dio ha fatto promessa che non vince la notte. È lui, don Mimmo, a ricordarci, dalla prima all’ultima pagina, il coraggio della speranza, più forte della notte: anche questa una lezione dalla cattedra degli ultimi, i cosiddetti ultimi. Scrive:
Nella nostra notte Dio riempie la solitudine del cuore, si sdraia accanto a noi, ci sussurra parole di vita e di amore, prendendoci per mano nelle ore più buie, fino all’arrivo dell’alba. La notte degli uomini diventa così la culla di Dio, il luogo più buio diventa quello più luminoso perché per Lui “la notte è chiara come il giorno e le tenebre sono come luce” (Sal 138).
Ostinata Speranza
Un Dio che si sdraia accanto a noi, una nuova definizione di Dio.
Il verbo mi richiama “gli sdraiati” della notte e un avvistamento in una notte di Napoli. A narrarmelo è proprio lui, don Mimmo. Mi raccontò di una notte in cui – giubbotto e cappello a renderlo quasi irriconoscibile – era uscito dalla monumentalità dell’episcopio: un pastore con sete e passione per le strade – anche quelle buie – dove fa vita il suo gregge. Punta a una piazza, quella della stazione, da lontano avvista un clochard che, steso a terra, sotto rifugio di coperte improvvisate ha preso sonno, gli si avvicina, lo tocca; gli dice che poco distante c’è un rifugio per la notte; il clochard fa resistenza e lui a dirgli che sono suoi amici, gli avrebbero dato cena, poi un letto e il mattino libero di andarsene. Stava rassicurandolo quand’ecco tre ragazzi passare dall’altro lato della strada, nelle mani hanno thermos, bevande calde per i denudati della notte, lo riconoscono, da lontano gridano: “Don Mimmo, che cosa fai qui?”. Un attimo. “Il vescovo!” dice il senzatetto, che si sbarazza di coperte e cartoni, balza in piedi e gli dice: “Mi dai una benedizione?”. Don Mimmo lo accarezza.
Alla domanda: “Qual è il tuo nome?”, il clochard risponde: “Mi chiamo Mimmo”.
Don Mimmo ha gli occhi umidi, mi dice: “Ho sbagliato; era la prima domanda che dovevo fare. Ricorda, la prima domanda è chiedere il nome”.
La prima domanda è chiedere il nome. Questo è un libro che ti chiede il nome.
don Angelo Casati
La speranza che sovverte le ingiustizie del mondo2
C’è una parola che cammina leggera e testarda tra le rovine del nostro tempo.
Non urla. Non fa proclami. Non firma decreti.
È una parola minuta, ma invincibile: speranza.
La vedi quando nessuno la vede.
Si nasconde nelle crepe dei muri, nelle mani che ancora si cercano, negli occhi dei bambini che ridono senza motivo.
La vedi nel respiro lungo dei vecchi che non si arrendono, nel passo umile di chi rientra da un turno di notte e sogna comunque un domani più giusto.
La vedi a Napoli, nei vicoli dove la vita non chiede permesso, sulla soglia delle case dove il caffè è un sacramento laico, nel mare che ogni mattina si inventa un orizzonte nuovo.
Noi stasera siamo qui per darle un nome intero: la speranza che sovverte le ingiustizie del mondo.
Sovverte: non aggiusta, non cosmetizza, non trucca.
Capovolge. Disinnesca. Rimescola le carte.
Se ci chiedono che cos’è la speranza, potremmo rispondere così:
2 Discorso introduttivo all’incontro diocesano sulla speranza, Basilica Santa Restituta, Napoli, 7 novembre 2025.
è Dio che continua a scrivere nell’anima dell’umanità la frase “non è finita”, proprio quando tutti hanno già chiuso il libro.
La speranza è la grammatica del Regno.
Coniuga i verbi al futuro, anche quando il presente morde.
La speranza non è l’ottimismo. L’ottimismo fa le previsioni del tempo; la speranza traccia rotte in mezzo alla tempesta.
L’ottimismo guarda il cielo; la speranza mette le mani nella terra.
Per questo la speranza è rivoluzionaria: perché è concreta.
Apre porte, costruisce ponti, inventa pratiche nuove di giustizia, crea alleanze tra fragili.
Napoli lo sa.
Città piena di contraddizioni e di grazie, di ferite e di canti.
Qui la speranza non è un concetto: è una faccia.
Ha il profilo di una madre che accompagna il figlio a scuola e lo strappa alle sirene del niente; ha le mani laboriose di chi cerca un lavoro dignitoso e non lo trova ma non smette di cercarlo; ha la voce di chi ogni giorno prova a rammendare la pace nei quartieri, un litigio alla volta, una vita alla volta.
La speranza sovverte quando prende l’ingiustizia per mano e la costringe a guardarsi allo specchio.
Ingiustizia è la fame che gioca a dadi coi destini.
È la casa che manca.
È la salute che diventa privilegio.
È il lavoro che si fa sfruttamento.
È il denaro che comanda senza mai rispondere di nulla.
È il sapere che esclude, la cultura che si chiude, la politica che si dimentica della povera gente.
Ostinata Speranza
Eppure, proprio lì, la speranza fa il suo mestiere: mette sabbia negli ingranaggi, apre varchi, crea corridoi umani.
La speranza non è una virtù solitaria.
Non si alza da tavola se gli altri restano seduti.
Chi spera davvero lo si vede perché cammina con gli altri, mai contro.
Ha il passo della comunità. Ha il respiro della Chiesa.
Per questo, come pastore di questa Chiesa di Napoli, vi dico: la speranza si impara insieme.
Si impara ascoltando chi non ha voce.
Si impara servendo senza fare conti.
Si impara pregando senza fretta, perché la preghiera non aggiunge cose a Dio, toglie rumore a noi.
E c’è una scena, su cui vorrei fermarmi.
Un crocifisso che non sta appeso a un’idea, ma piantato dentro la polvere della Storia.
Intorno, case che bruciano, gente in fuga, strade senza uscita.
Sembra di vedere il nostro mondo. Eppure, al centro, quell’Uomo steso fra cielo e terra apre una strada verticale.
La croce non è la smentita della speranza: è la sua prova generale.
Da lì in poi, ogni notte può diventare alba.
Per questo vi chiedo una cosa semplice ed enorme: custodiamo questa sera come si custodisce una promessa.
Il Vangelo non va addomesticato, ma spezzato come pane e fatto passare di mano in mano, perché non rimanga mai un’idea, ma diventi vita.
La fede non è una fortezza, è una tenda.
Si pianta sul terreno della storia. Si alza al mattino. Si smonta la sera.
E intanto, dentro, custodisce un fuoco.
Ascoltiamo con cuore libero la parola che ci verrà consegnata.
Lasciamo che ci spogli delle nostre difese, che ci tolga dalle tasche i piccoli idoli, che ci faccia respirare largo.
E poi, uscendo, proviamo a cambiare una cosa. Una sola.
Una relazione da riconciliare. Una porta da riaprire. Un torto da riparare. Un tempo da donare.
La speranza comincia da un gesto. Il primo.
Grazie, popolo di Napoli, che fai della speranza un mestiere quotidiano.
Che questo incontro sia un varco: una fenditura nella notte, da cui entra un po’ di luce per tutti.
Digiuno,
preghiera, elemosina3
Stasera posso scrivervi una lettera che mi consola e mi accomoda: potrei scrivervi, sapendo di fare bene, per ricordarvi che l’inizio della Quaresima è impegno al digiuno, all’elemosina, alla preghiera.
Forse anche voi ne sareste rassicurati e consolati: ci fa bene sapere di avere punti fermi nell’esistenza che, come la terra sotto ai nostri piedi, ci fa vacillare.
E invece perdonatemi, sorelle e fratelli, ma stasera, pregando, sento forte il bisogno di scomodarmi, di non darmi alcuna consolazione; e vi chiedo perdono se questo vi scomoderà e non vi consolerà, ma sento che essere padre e pastore ora più che mai mi chiama a non restare fermo, ma a sentire il terremoto che tutti ci abita dentro.
A cosa serve, adesso, invitarci al digiuno, considerando che siamo tutti assai capaci di diete?
Quel digiuno ci snellisce, eppure non concorre alla bellezza.
E a cosa serve ricordarvi dell’elemosina, se tanti di noi lo spiccioletto lo danno già al poveretto che incontrano per strada, così che quella moneta ci possa far sentire buoni?
E la preghiera? Dovrei dirvi di ripetere giaculatorie, di recitare formule e di metterci a posto con le buone pratiche come il virtuoso ma triste Giovane Ricco?
3 Lettera alla comunità in occasione della Quaresima 2025.
Io vorrei, stasera, condividere con voi il mio digiuno, la mia elemosina, la mia preghiera: voglio dirvi che sono fragile, che ho paura per il destino del mondo e che fremo al pensiero di non riuscire a proteggervi, in molti modi, tutti. E che imparo, ancora giorno dopo giorno, che l’Amore è farsi pane, non farsi primo.
Mentre prego sento l’affanno di papa Francesco: il suo respiro che fa fatica è icona potente della sua malattia-preghiera.
E no, non intendo che la malattia è preghiera per tirar su la vecchia consolazione che se soffriamo, espiamo le colpe e guadagniamo il Paradiso.
No. Intendo che la malattia è preghiera quando ci ricorda chi siamo. Ad-viene per dirci che siamo tutti fragili. E che questa fragilità è ciò che ci lega, che ci fa umani perché capaci di riconoscerci tutti figli, e dunque fratelli e sorelle.
Eppure, incredibilmente, proprio il terrore di questa fragilità ci separa: la paura di riconoscerla – in noi o in chi amiamo –, la paura di essere deboli e non potenti agli occhi degli altri, ci fa compiere azioni che vanno verso un totem, antico eppure ancora presente, l’idolatria più pervasiva: il nostro farci dio.
Ci facciamo dio tutte le volte che non sappiamo riconoscere di avere torto.
Ci facciamo dio tutte le volte che per sentirci forti, saliamo su un piedistallo fatto delle macerie degli altri.
Ci facciamo dio molte volte, ma non nel senso sacro di riconoscerci suoi figli, bensì nel senso di poter schiacciare qualcuno o qualcosa in nome di un potere che scambiamo per felicità, che scambiamo per bellezza.
Sorelle mie, fratelli miei, stasera questa lettera di Quaresima la scrivo a voi per pregare con voi: possano questi
Ostinata Speranza
quaranta giorni portarci nel deserto dove Lui parlerà al nostro cuore.
Che Lui ci mostri bellezza e felicità che resistano al dolore, ma non nel senso che lo cancellino come se gli chiedessimo una bacchetta magica: che resistano nel senso che Gesù ci ha insegnato, ovvero che lo trasfigurino, che ne facciano passaggio, Pasqua.
Dove sei, Signore, mentre ci ammaliamo, abbiamo paura, perdiamo?
Da sempre Lo cerchiamo nella forza, nella vittoria, nella magia di un desiderio – che chiamiamo preghiera – che sia esaudito.
E Gesù invece è arrivato e arriva come rivoluzionario, a scappottare la nostra immagine di un dio vincente.
È debole Nostro Signore: non vince.
È fragile: piange, muore.
È povero: viene tradito, insultato, calunniato, condannato senza giustizia.
È, oggi come allora, scandaloso il Vangelo.
Scandaloso come un Papa ammalato, come noi quando ci scopriamo fragili e lontani dall’immagine perfetta che vorremmo e allora sentiamo lo scandalo di un dio che non è nostra immagine e somiglianza.
Che possiamo digiunare dalla presunzione di dire noi a Lui quello che deve fare.
Che possiamo vivere l’elemosina come ricerca del bene dell’altro, legata a doppio filo al bene nostro.
Che possiamo vivere la preghiera come soave silenzio che non giudica ma si fa abitare.
Dove sei, Signore, mentre ci ammaliamo, abbiamo paura, perdiamo?
In te che soffrendo non sei più cieco ma vedi, in tuo fratello e in tua sorella che si prendono cura di te ed anche in tuo fratello e tua sorella che di te non si cura: perché proprio il deserto è il luogo in cui impariamo che l’Amore non è presa ma resa. E sarà Pasqua. Resurrezione, già adesso.
“Nella nostra notte Dio riempie la solitudine del cuore, si sdraia accanto a noi, ci sussurra parole di vita e di amore, prendendoci per mano nelle ore più buie, fino all’arrivo dell’alba. La notte degli uomini diventa così la culla di Dio, il luogo più buio diventa quello più luminoso perché per Lui ‘la notte è chiara come il giorno e le tenebre sono come luce (Sal 138)’”
Euro 15,50 (I.i.)
ISBN 979-12-5626-087-4