Zero Magazine/ Fashion Portfolio

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Z-ero

0 è il numero di un prototipo, di un’ipotetica rivista di design che si propone come una piattaforma interattiva dove de signer, emergenti e non (di moda, grafica, prodotto ecc.) presentano il loro operato all’interno di una pubbli cazione. La rivista non possiede un vero e proprio titolo, il punto distintivo è la lavo razione su copertina a taglio laser presente costantemente in ogni uscita con texture sottostante sempre differente. Ogni numero è curato direttamente da un unico e singolo desi gner che viene scelto dalla redazione del maga zine per esporre i propri progetti, pertanto equivale a una sorta di “vetrina”, dove l’artista scelto per curarlo spiega liberamente il percorso creativo che ha dato vita al suo mondo. Il designer può parlare di sè nelle forme che predilige, anche scegliendo di trattare un tema specifico quale riferir si dei propri progetti descrivendo esclusivamente la fase progettuale, la grafica o concentrandosi sugli aspetti della modellistica e così via. L’uni ca nota comune per tutte le pubblicazioni è che ognuna di queste non deve presentarsi come semplice portfolio lavorativo nè come periodico “uso e getta” ma piuttosto essere con cepito come oggetto di design e soprattut to inteso come manuale di consultazione e strumento di stimolo per il lettore. Questo prototipo di pubblicazione è il mio personale portfolio intitolato “Zero” dove concentrandomi sui progetti per me più significativi, analizzo e descri vo il mio metodo progettuale, le mie idee, ispirazioni e non meno importante, cosa è per me il mondo della moda.

0 is the number of a prototype, of a hypothetical design magazine that presents it self as an interactive platform where designers, emerging and not (of fashion, graphics, product etc.) present their work within a publication. The magazine does not have a real title, the distinctive point is the laser-cut workmanship on the cover, which is constantly present in every output with an always different underlying texture. Each issue is directly edited by a single and unique designer who is chosen by the magazine editor to present his projects, therefore it is equiva lent to a sort of “showcase”, where the artist chosen to treat him freely explains the creative path that gave life to his world. The designer can talk about himself in the forms he prefers, even choosing to deal with a specific theme such as referring to his own projects, describing exclusively the design phase, the graphics or focusing on the aspects of modeling and so on. The only common note for all publications is that each of these should not present itself as a simple job portfolio or as a periodical “disposable” but rather be conceived as a design object and above all intended as a reference manual and stimulus tool for the player. This publishing prototype is my personal portfolio entitled “Zero” where I fo cus on the projects that are most significant for me, I analyze and describe my design method, my ideas, inspirations and not least, what fashion is for me.

Ogni capitolo, che allude a una fase precisa della gravidanza, descrive il rapporto conflittuale e non nei confronti della disciplina.

MODA: IL SEME CONCEPIMENTO GESTAZIONE TRAVAGLIO IL PARTO PP 10-28 PP 29-46 PP 47-85 PP 86-134 PP 135-149

Cos’è? Di che diavolo stiamo parlando?”

Credo che ognuno di noi, che abbia intrapreso il percorso di studi in design della moda, se lo sia domandato almeno una volta. Nonostante sia giunta (quasi) al termine del mio percorso universitario, mi ritrovo continuamente a riflettere e a pormi innumerevoli interrogativi su cosa sia la moda e ciò che la circonda, ma non voglio annoiarvi con questioni che non troverebbero conclusione. Vorrei invece descrivere il mio percorso creativo attraverso le fasi progettuali, illustrando in modo efficace quattro miei progetti, soffermandomi su di essi e cercando di spiegare liberamente il ruolo che hanno avuto all’interno della mia crescita a livello personale e ovviamente artistico, descrivendo quindi le tappe di sviluppo e il

“Moda?
rapporto di odio e amore che
ho
nei loro con-
fronti.
Mi preme poter
dare un vero spunto a voi lettori, non necessariamente per farmi conoscere o per elogiare la mia visione artistica, ma bensì per poter offrire
una panoramica
e una
lettura
strettamente
personale
di approccio alla materia, sperando di,
in qualche
modo, potervi stimolare.
8.

moda: il seme

Non saprei dirvi come e perché la creatività sia intrinseca al mio essere, è un quesito a cui non sono ancora in grado di rispondere, credo però sia stata da sempre mia compagna. Fin dai primissimi ricordi collego questo interesse alla mia infanzia, ai colori e ai gesti e soprattutto a mia ma- dre, che con grande dolcezza mi incoraggiava a essere sempre più creativa ed espres- siva in qualsiasi forma artistica. Mia madre, Orianna, sarta di nascita e di professione, dovette lasciare presto il lavoro in atelier per mettere su famiglia e prendersi cura di me. La passione per la creatività è stata quin- di coltivata e alimentata grazie a Lei, che come una guida mi ha portata a in- traprendere questo per- corso.Quando iniziai a frequentare la scuola mater- na mi dilettai sempre più costantemente a disegnare e a colorare, esplorando at- traverso differenti tecniche e differenti scenari, come l’im- maginare mondi fantastici vissu- ti da personaggi altrettanto fanta- siosi, caratterizzati in particolar modo da ricchi dettagli e ciò comprendeva an che “l’illustrazione”, se così la si può chiama- re, di moda. Tutto ciò mi porta a rimembrare il Car- nevale di Venezia, dove io stessa davo specifiche direttive a mia madre su come realizzare gli abiti che poi avrei indossato. Insomma ho sempre deciso io chi volevo essere.

Poco

tempo fa, spul ciando tra i miei ricordi, è sbucato fuori un libricino dove tenevo schizzi di ipotetiche collezioni di abbigliamento, disegni che ho continuato ad eseguire fino alle scuole medie. Alle scuole superiori, di fatto, scelsi di intraprendere la strada artistica, più precisamente sotto l’indirizzo di design del prodotto, dove ho potuto conoscere e toccare con mano la lavorazione e progettazione del vetro, il mondo grafico e quello di moda. Spaziando in queste discipline così dissimili, ho potuto ampliare la mia visione di creativa, che sicuramente mi ha aiutato durante il mio percorso di vita. Inizialmente, durante gli anni delle superio ri, avrei preferito approfondire solamente le materie che riguardavano la manipolazione e lavorazione del tessuto, ma grazie alla riforma che ha unito sotto un unico indirizzo tutte le varie discipline, ho potuto aprire la mente e appassionarmi ad altre attività come quella del vetro.

12.

La mia introduzione sul mio percorso formativo non voleva essere un divagare in ricordi smielati sulla mia infanzia, ma solamente anticipare brevemente il mio background personale e la mia formazione così da tentare di farvi comprendere il mio approccio nei confronti della disciplina della moda.

Di seguito spiegherò più dettagliatamente in paragrafi la mia ideologia, illustrando come avevo già accennato i progetti per me più significativi.

Ispirazione: come avviene?

Esistono tante scuole di pensiero su come giunge l’ispirazione: c’è chi crede che bisogna scovarla e chi crede che arrivi come una benedizione dal cielo.

Personalmente, credo che l’ispirazione sia qualcosa di estremamente imprevedibile che ti si presenta all’improvviso, può arrivare quando sei assopito durante un sonnellino o nel bel mezzo della notte, quando sei al supermercato a rovistare tra gli scaffali o quando spulci una rivista e via dicendo. A volte le idee sono entusiasmanti altre volte lo sono meno, e sta solamente a noi capire se si tratta di un concetto “sensato” da poter sviluppare, oppure no. Per sensato non intendo un’i dea fattibile in termini di praticità, perchè può anche trattarsi tranquillamente di un’idea a “mezz’aria”. Sostanzialmente, quello che voglio dire, è che bisogna capire se le idee che ci ronzano nella mente possano funzionare realmente. Ma quando l’illuminazione vera e propria ti si presenta, senza esitare sai già quale sarà il prossimo passo da compiere.

Buona o cattiva idea?

Come capire se un’idea è buona oppure no?

Cercare di definire la validità di un’idea è sempre la parte più difficile della progettazione.

La difficoltà infatti è quella di dover lavorare su dei concetti che sono prettamente astratti che bisogna cercare di trasporre in maniera fedele su carta.

Mente, carta e matita sono i nostri principali strumenti per la progettazione e realizzazione di un progetto e siano Noi a dover riuscure a sintonizzare questi strumenti simultaneamnte.

Nel mio percorso da studentessa e designer posso affermare con fermezza che non tutti i miei progetti sono stati brillanti ed esaustivi, a volte a causa del mio troppo entusiasmo che non aveva captato delle lacune nella fase realizzativa o progettuale.

Mi sono ritrovata con dei progetti a metà, ovvero con una progettazio ne interessante sviluppata in modo accurato ma con una realizzazione scarsa e piatta oppure l’opposto, ma per lo più ciò che ho potuto constatare, unica nota positiva per me, è di possedere una grande capacità riflessiva che mi porta a realizzare progetti totalmente differenti l’uno dall’altro. L’unico modo per vedere con i propri occhi la funzionalità di un progetto, è quello di tramutare in segni le proprie idee.

Non è mai capitato di utilizzare un metodo preciso di progettazione, sia quando studiavo alle scuole superiori che all’università, infatti secondo il mio parere, ogni idea essendo sempre nuova, esige un’attenzione diversa nelle varie fasi di sviluppo.

Qualcuno potrebbe avere da obbiettare, perché si potrebbe pen sare che non sia chiara nelle mie creazioni o che non sia in grado di definirmi in uno “stile” preciso. A questa presunta constatazione risponderei così: giunta all’età di ventidue anni credo che poter parlare di proprio “stile” sia un’assurdità, in primis perché guardandomi intorno e soprattutto os servando i lavori dei miei coetanei, si nota solamente la forzata voglia di dover dimostrare di appartenere a una determinata categoria. Cosa che - per quanto mi riguarda - non ha alcun senso logico. Esplorare e mettersi in gioco è l’u nico modo per non precludersi ed etichettarsi sotto una determinata “ala artistica”.

Cerco per lo più di non farmi influenzare da quello che mi capita sotto gli occhi, anche se è quasi impossibile, perché con l’avvento di social networks come Instagram, essere influenzati a livello artistico ma soprattuto personale, è quasi assolutamente impossibile.

All’inizio di un nuovo progetto bisognerebbe sempre approfondire con un’adeguata ricerca l’argomento che si vuole trattare attraverso fonti materiali, così da verificare se un progetto simile possa essere già stato realizzato. Infatti capita molto spesso di pensare “Eureka” durante la messa a punto di un progetto per poi ritrovarsi poco dopo con in mano la brutta copia del progetto di qualcun altro, ma allo stesso tempo “L’arte o è plagio o è rivoluzione”- Paul Gauguin.

Vorrei introdurvi come esempio uno dei miei primi progetti, così da illustrare meglio le differenziazioni che stanno alla base dei miei lavori.

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INDOSSARE L’ARTE

Indossare l’Arte è uno dei miei primissimi progetti che consiste in un capo di maglieria che riprende una formula molto semplice, addottata anche da Yves Saint Laurent con il suo famoso abito Mondrian (1965).

Il maglioncino realizzato si presen ta come la perfetta trasposizione del quadro da me dipinto, l’idea era quella di ricreare un’arte da museo, un capo che riprendesse l’idea della tela a 360°, difatti il maglione si presenta sul retro spoglio e frontalmente ricco di fron zoli che ciondolano, richiamando i segni irrequieti della tela. Analizzando questo progetto, mi rendo conto della quasi banalità che sussiste nell’idealizzazione, ma d’altronde si tratta di un iniziale approccio alla materia che ha avuto comunque un esito abbastanza positivo.

Qui, per esempio la progettazione è stata quasi nulla, perché nata da un banalissimo schizzo, dove il maglione si presentava già evidente con le sue attuali caratteristiche.

Quasi innamorata a primo impatto del bozzetto decisi di farlo realizzare e di costruirci una storia attorno.“Idea di sregolatezza, dell’inaspettato. Attraverso l’artew ci esprimiamo, comunichiamo. La moda e l’arte s’incontrano oggi, due linguaggi differenti ma inscin dibili l’uno dall’altro”. Questo è in sintesi il nocciolo del discorso a cui mira la realizzazio ne del capo, doveva essere una di mostrazione di come arte e moda, anche scioccamente, si intrecciano l’una con l’altra. L’austerità della modella in sim biosi con la tela doveva esplicare il rapporto che si crea durante la contemplazione all’interno di una mostra d’arte. Affascinati dai segni e dall’energia dei colori, veniamo richiamati all’attenzione dal po tere aureo dell’opera e senza ac corgerci ci troviamo immersi in un limbo dove emozioni contrastanti vengono pervase da una sorta di misticismo.

20.

I vari approcci nei confronti dei miei progetti mi fanno riflettere su quali siano state effettivamente le loro fasi migliori tra quelle sopracitate nel mio indice. Ogni progetto, dovrebbe comprendere tutti questi step: concepimento, gestazione, travaglio e infine parto, ma solo alcuni sono completi di tutti gli stadi e vorrei descriverli dettagliatamente, relazionandoli tra di loro contemporaneamente attraverso le loro tappe DI creazione.

28.

CONCEPIMENTO

OVERWHELMING INSTABILITY/ SUPERFANTASTICISSIMO/ SALUTI DA VENEZIA/

Il sottotitolo del paragrafo sopracitato indica i nomi di tre mie “collezioni”.

Non ho inserito Indossare l’Arte nella fase del concepimento perché non ha avuto un’incubazione vera e propria come per questi specifici progetti.

Le collezioni Overwhelming Insta bility e Saluti Da Venezia sono due lavori realizzati in due periodi differenti della mia vita ed interamente elaborati da me. Superfantasticissimo invece riguarda una collaborazione avvenuta con due miei carissimi colleghi e amici di corso di studio. Il progetto di gruppo nella mia personale esperienza, ha avuto un ottimo esito e soprattuto - credo valga anche per entrambi i miei colleghi - ci ha dato molto e modo su cui riflettere capendo che la progettazione di gruppo è preferibile.

Solitamente, si opta invece per lavorare in maniera autonoma e senza l’aiuto di persone esterne, pensando stupidamente o ingenuamente che il lavoro collettivo sia una perdita di tempo, in quanto relazionarsi con persone che possiedono ognuna una visione diversa e personale sia d’intralcio per la realizzazione del proprio progetto; la gente tende a non comprendere quanto lavorare in team possa real mente essere gratificante e soprattutto, date le differenti competenze di ogni singolo membro, come questo tipo di approccio possa dare una visione d’insieme e contribuire significativamente all’efficacia di un progetto.

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CONCEPIRE UN PROGETTO

Concepire un progetto non è mai semplice, soprattutto se sei una persona particolarmente ansiosa che si sente oppressa dagli occhi indiscreti insiti nelle mura dello IUAV. L’università si propone come un ambiente spietato, non voglio citare nessuno in particolare, ma credo che lavorare liberamente in un contesto accademico sia sempre un’impresa ardua, soprattutto se si è continuamente in competizione con i propri compagni di corso. I turbamenti che ne scaturiscono sono dif ferenti a seconda delle situazioni e resta sempre la paura che i propri lavori non vengano mai realmente compresi.

Overwhelming Instability, piccola capsule collection progettata durante l’inverno 2016/2017, ha rappresentato la prima vera sfida pro gettuale. Tante idee sfilavano nella mia mente, e tutte mi invogliavano seguirle.

L’estate precedente abbozai diversi temi da poter sviluppare in un presunto e prossimo futuro, però senza ostinarmi e autoconvincermi di portare avanti una delle mie bozze solamente perché accattivante a li vello grafico o d’impatto se non mi rappresentava appieno.

Sfogliando e risfogliando i miei sketch e conducendo un’analisi interiore approfondita ho capito qual era il tema da sviluppare in quel preciso momento.

In quel periodo, mi sentivo fragile e impaurita durante la messa a fuoco del tema da realizzare per il laboratorio e così decisi di raccontare una storia dove la mia musa, essenzialmente ero io.

Insicurezza, paura di cambiamento e moltissima instabilità hanno dato alla luce Overwhelming Instability. Partendo dai concetti base e risco prendo i miei primi schizzi preparatori iniziai a metabolizzarìe un progetto che doveva partorire in poco più di tre mesi una collezione che richiedeva tre silhouette complete di accessori, ovvero scarpe e borse.

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Diversamente, la mia ultima collezione Saluti Da Venezia è stata più soft nell’approccio, perché si rivelò giocosa nell’idealizzazione che riprendeva il piglio ironico del lavoro realizzato in gruppo “Superfantasticissimo”.

Saluti da Venezia e Superfantasticissimo sono due progetti nati uno a poco tempo di distanza dall’altro; la vena ironica, differente nel mio ultimo progetto, mi aveva infuso fiducia nelle mie abilità e sui temi trattati.

Il concepimento di Superfantasicissimo è stato qualcosa di molto veloce. Io, Greta e Riccardo decidemmo di lavorare sulla rielaborazione di un progetto che prendeva come ispirazione le note stilistiche di Gio Ponti, per portarlo a termine ci diedero poco meno di un mese. Gio Ponti ci aveva letteralmente rapito il cuore con le sue ceramiche, l’uso sapiente dei colori nei suoi vasi è mozzafiato. Da lì iniziammo ad abbozzare idee per una piccola linea di accesori/abbigliamento da uomo, che avrebbe visto realizzato il prototipo di un tren ch, un sorta di trolley/ carrello della spesa, una valigetta 24h, uno zainetto e un piccolo charm incluso d’appendere o da utilizzare come porta chiavi.

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Saluti da Venezia, ha invece come ispirazione la situazione attuale della mia piccola città. Sono nata e cresciuta a Venezia da una famiglia di commercianti che quindi ha sempre avuto diretti rapporti con il turismo.

La famiglia di mia madre possiede dei negozi nel centro storico di Rialto e da quando sono piccola ca pita molto spesso di trascorrere del tempo presso la bottega dei miei zii, assistendo alle relazioni spesso conflittuali tra “straniero” e “autoctono”. Dopo aver lavorato sulla messa a punto di vari schizzi e concetti, avevo capito che breve avrei dovuto citare in un mio progetto una storia o delle storie sulla mia città mediante l’espediente della figura del turista, figura indesiderata per chi si considera un veneziano doc.

Per la fine di giugno 2018 avrei costruito un progetto che ironizzava, al contempo, con un velo di malin conia se osservato da vari punti di vista, sulla mia città.L’ultima collezione è per tutti gli studenti dell’ultimo anno di design della moda una vera e propria sfida, ognuno di noi per la prima volta si mette in gioco attraverso le proprie abilità creative portandosi dietro un bagaglio di esperienze abbastanza consistente. Da un certo punto di vista Saluti da Venezia ha rappresentato un vero progetto concepito dalla A alla Z comprendendo tutti gli step necessari per idearla, anche se questo progetto in realtà è semplicemente un piccolo punto di partenza per lo studio di una futura e approfondita analisi che verte su Venezia.

Il mio operato è sempre stato concepito attraverso uno studio meticoloso dei temi che volevo trattare e l’unico modo per lavorarci è quello di scrivere pagine e pagine di idee e soprattutto schizzare in maniera quasi ossessiva il mondo da narrare.

Secondo la mia personale visione l’unica strada da percorrere per mettere a fuoco le proprie idee è quello di lasciarsi prendere dal momento e senza aver timore gettare il flusso di pensieri che si ha nella mente. Ognuno di noi si approccia diversamente alla materia, c’è chi progetta prima la collezione per poi costruirci un mondo attorno, come è stato per il mio primo progetto Indossare l’Arte, oppure mediante concetti chiave, quindi parole che al primo momento possono sembrare sconnesse tra loro e che poi si rivelano utili nella realizzazione di un nuovo racconto, insomma la metodologia è varia e sempre differente.

46.

GESTAZIONE

Schizzi, bozzetti e illustrazioni l’importanza della creazione

I bozzetti sono di vitale importanza per la realizzazione di una collezione, è utile per im primere le idee in modo da poterle rivalutare e prenderle in considerazione nel modo più adeguato. Gli schizzi preparatori rappresentano delle prove “veloci”, che cercano nel disegno quasi disturbato e compulsivo, di tracciare tramite dei segni il percorso da dover intraprendere, la storia che riguarda gli oggetti in procinto di essere creati.

50.

In Superfantasticissimo per esempio i primi bozzetti furono essenziali per com prendere gli oggetti da realizzare. Io, Greta e Riccardo tracciammo come prima cosa uno schema di parole, che riprendeva le caratteristiche principali dei progetti di Gio Ponti. Ludico, infantile, visionario, ironico, ritmico e sarto riale/artigianale, sono i sei punti fondamentali su cui è stato focalizzato l’intero progetto. Successivamente all’abbozzo delle parole e la ricerca sulla storia delle opere di Ponti ogni membro del gruppo iniziò a realizzare dei singoli bozzetti per esplorare le parole chiave attraverso strumenti, colori, i vari accessori e capi d’abbigliamento che potevano portare alla definizione della capsule collection da uomo. Lo studio delle parole portò alle illustrazioni definitive degli oggetti che in seguito avremmo realizzato.

ludico

artigianale

visionario
infantile ironico ritmico sartoriale 52.

L’illustrazione è caratterizzante per la descrizione del progetto e può avvenire mediante approcci differenti. Il mondo dell’illustrazio ne di moda ha radici profonde e varie, descrive la moda di un periodo, crea archetipi di figure e potrebbe addirittura essere strumento volto alla satira.

Solitamente un illustratore possiede uno stile preciso, unico creato mediante un’attenta ricerca e analisi delle proprie passioni e ispirazioni.

La moda è camaleontica e la scena attuale è espressione di pensieri ed emozioni, oltre che di forma e silhouette e l’illustrazione è ormai considerata alla stregua dell’immagine fotografica, inoltre, non è più confinata allo schizzo di un indumento o alla de scrizione tecnica della sua realizzazione. Bisogna comunque ricordarsi che niente viene creato dal nulla, tutto si rifà a qualcosa che è già stato creato, anche se mi rattrista ammetterlo.

Il primo passo da compiere è selezionare gli strumenti da impugnare per dare vita alle nostre idee. Pastello, cera, acquerello, tempera o ges setti sono solamente una parte degli oggetti che si possono utilizzare nel campo dell’illustrazione, interrogandosi su quale sia la tecnica migliore da scegliere si opta per lo più in un mix di tecniche. Spesso ho utilizzato la parola disegno come sinonimo d’illustrazione anche se in realtà sussistono delle differenze sostanziali.

Qual è la differenza tradisegno e illustrazione dimoda?

Qual è la differenza tradisegno e illustrazione dimoda?

Il disegno è uno schizzo tecnico chefornisce, solitamente, informazioni di natura pratica utile per la costruzione di cartamodelli che aiuteranno durante il processo di realizzazione e assemblaggio delle partidei capi d’abbigliamento.

Il disegno è uno schizzo tecnico chefornisce, solitamente, informazioni di natura pratica utile per la costruzione di cartamodelli che aiuteranno durante il processo di realizzazione e assemblaggio delle partidei capi d’abbigliamento.

Lo scopo dell’illustrazione, invece, implica un’espansione dell’elemento pittorico che fa leva sulle emozioni giocan-do sul piano affettivo piuttosto che quello razionale, è fondamentale per la costruzione del mondo narrativo.

Lo scopo dell’illustrazione, invece, implica un’espansione dell’elemento pittorico che fa leva sulle emozioni giocan-do sul piano affettivo piuttosto che quello razionale, è fondamentale per la costruzione del mondo narrativo.

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In sintesi, l’illustrazione di moda è vitale durante il percorso di concretiz zazione della storia che ha come protagonista i nostri lavori. Gli strumenti scelti per la costruzione del racconto di cui voglio parlare, mi portano solitamente a creare stili che si combinano tra loro, differenti nella tecnica e nella metodologia, ritrovandomi in un’attenta analisi del progetto stesso che segue nella scelta di un preciso approccio.

Overwhelming stability portò ad un periodo frenetico che si risolse nel passaggio da segni amorfi a una precisa strutturazione di forme avvincenti che richiamano l’irrequietezza dei miei pensieri riguardo il tema scelto per il progetto. Acquarello e pastello, fanno trasparire l’aspetto di instabilità descritto nello stesso titolo e la sovrapposizione dei fogli da lucido creano lo sdoppiamento della per sona, dando vita a delle illustrazioni liquefatte, morbide ed evanescenti.

I bozzetti preparatori sono molto simili a quelli illustrativi, l’approccio è stato definito principalmente dai colori e dalle libere associazioni di pa role all’interno della fase creativa.

Riconsiderando invece il progetto Superfantasti cissimo, a differenza di Overwhelming Instabili ty, l’illustrazione riprende quello di un mondo per bambini, sognante, giocoso ed effervescente. La storia del giovane George, protagonista del progetto Superfantasticissimo, vide la sua rea lizzazione attraverso un disegno interamente costruito a computer. Scelsi questa tecnica, perché era in grado, a mio parere, di rendere la storia del nostro proget to molto più accattivante formalmente e strutturalmente, oserei definirla quasi “POP”. L’illustrazione per bambini non fu scelta casuale, i vasi e i bozzetti di Ponti richiamano spesso il mondo circense, l’idea di gioco e colori infantili. Ponti progettò addirittura costumi scenici. L’idea di gioco fu determinante per lo sviluppo del tema che racconta la storia di George l’illu stratore.

George “(…)è un tipo buffo e un poco balzano che girava tenendosi i disegni in mano (…)” come recita la breve storiella, scritta da Greta, è un giovane ragazzo, un pò strampalato il cui sogno è quello di diventare illustratore, ma presentandosi sempre insicuro e impacciato non riesce mai a farsi notare.

Il cambiamento avviene quando dipinge i suoi accessori (che sono infine quelli della collezione) e grazie alla sua creatività si fece notare per le sue straordinarie capacità.

In questo progetto l’illustrazione è indispensabile, l’intero tema verte intorno al colore e al disegno, la storia di George è intesa come libro promozionale per l’ipotetica vendita della collezione, quindi è cosa necessaria per la sua stessa realizzazione.

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Questa è la storia di George lo strampalato, quello che in studio è l’ultimo arrivato. Matita, gomma e una sola ambizione, divenire illustratore di professione.

Ora vi racconto di come sia giunto dopo anni ad essere finalmente assunto.

È un tipo buffo e un poco balzano

che girava tenendosi i disegni in mano.

Una vita a saltare di mestiere in mestiere, invano portando le sue bozze a far vedere.

Aveva infatti - e non so perchétimore a mostrare qualcosa di sé.
Nel suo presentarsi insicuro e scoraggiato ancora nessuno l’aveva notato.

Ma ecco che un giorno ebbe una trovata: non tenere mai più la sua inventiva celata!

Trasformò ogni sua cosa da anonima e triste in opere d’arte come non se n’eran mai viste.

Ai suoi accessori diede una mano di pittura, sperando di poter fare una bella figura.

68.

Uno zainetto, un carrellino e una ventiquattrore stravolsero quel che prima era tutto grigiore. Sistemava ogni lavoro nel suo scompartimento e da ogni colloquio George ne usciva contento.

Tra sfumature, pieghe e omini saltellanti

i complimenti iniziarono ad essere tanti.

Le prime proposte arrivarono così alla svelta

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Saluti da Venezia, progetto simile a Superfantasti cissimo nell’uso ironico dei capi e soprattutto nei disegni ma differente nella progettazione, è un tema che cerca di sensibilizzare sulla realtà veneziana. Le illustrazioni sono differenti tra loro: alcune sono realizzate interamente con gli acquarelli, altre al computer reinventando le foto scattate ai turisti durante le mie lunghe camminate in città. Anche qui il disegno è determinante nella comprensione della storia della collezione, che senza di esso non potrebbe spiccare.È un approccio volutamente aggressivo, sia nella costruzione strutturale dei vestiti che nella parte grafica, è cri tico e autoriflessivo.

Non impongo mai a me stessa uno stile preciso durante la creazione dei miei progetti, vale sia per il metodo progettuale, come avevo già scritto, sia per l’illustrazione. Molto spesso mi è stata criticata la differenza evidente di stile nei miei disegni, mi è stato suggerito di delineare un figurino “standard” per l’esibizione delle mie collezioni, ma dato che la moda è incostante e non possiede un singolo linguaggio, anche il mio pensiero cambia e perciò ogni progetto risulta differente per criterio.

È inimmaginabile pensare di definire il termine moda, tentare di tracciare una definizione limiterebbe questa realtà a convenzioni che non potrebbero essere trasgredite. Credo che moda e arte siano due universi simili, entrambi sono dei concetti aperti e qualsiasi cosa potrebbe considerarsi appartenente a una di queste discipline.

Se la moda fosse circoscritta all’interno di un sistema chiuso molte creazioni sarebbero sicuramente al di fuori di ciò che noi conosciamo come moda.

La progettazione deve essere differente, deve rappresentare il suo carattere poliedrico, non può essere statica.

71.
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RIFLESSIONI PROGETTUALI

Gestire un progetto dall’inizio alla fine è estenuante, richiede sacrifico e fatica.

Tutto inizia con un’insieme confuso e approssimato di pen sieri che annebbiano la mente, durante l’analisi accurata che porterà alla realizzazione progettuale, arrivando a dirigere un unico grande concetto che prenderà differenti strade partendo da schizzo, disegno, illustrazione fino ad arrivare alla costruzione vera e propria di prototipi che serviranno allo studio per la creazione dei capi d’abbigliamento che cre eranno la nostra storia.

Lo step successivo all’interno della progettazione sono i cartamodelli, fondamentali per la costruzione degli abiti finali. Esistono vari metodi per eseguire un cartamodello, ma credo che anche qui la scelta della tecnica dipenda dalla tipologia di progetto.

Non vorrei soffermarmi troppo a lungo sulla pratica della modellistica, dato che non è propriamente il mio campo d’interesse anche se credo di averne buona dimestichezza, vorrei invece soffermarmi sull’impatto che la progettazione comporta a livello fisico e mentale nel gestire l’immensità di nozioni e fasi da tenere sott’occhio.

Durante la fase realizzata dei progetti, lo stesso stato d’animo mi ha più o meno pervaso, un’acuta ansia provocata dalla paura del fallimento.

Tutti i miei progetti hanno preso vita partendo da uno stato di turbamento e disorientamento. Per quanto riguarda la costruzione vera e propria della collezione, gli abiti nell’illustrazione, nella mia personale esperienza, risultano molto spesso più soddisfacenti rispetto alla loro realizzazione, questo dovuto al fatto che a volte non sempre quello in cui si crede si rivela come l’abbiamo immaginato. Spesso ho un’atteggiamento riluttante nei confronti dei miei lavori, perché convinta di poter puntare a fare molto di più e perciò vivo all’interno di un circolo vizioso che vede la mia perenne insoddisfazione protagonista del mio stato d’animo che forse trapela dagli stessi progetti.

Come superare le proprie insicurezze e autoconvincersi delle proprie capacità?

Un manuale di sopravvivenza sarebbe utile.

85.

travaglio

Siamo quasi giunti alla fine del nostro progetto, siamo in procinto di partorire il nostro pargoletto.

Dove ci troviamo? la nostra mente è pervasa da emozioni contrastanti, siamo sod disfatti di quanto realizzato fino ad ora ma allo stesso tempo siamo incerti su tutti i fronti. Le idee sono state tracciate, i bozzetti sono completi e le illustrazioni a livello d’impatto riescono a raccontare perfettamente la narrazione del tema prescelto.

I cartamodelli e le varie prove su carta sono state create attraverso ripetitivi tentativi rivelando una precisione nella costruzione finale delle teline (prove cucite degli abiti finali) fino ad arrivare alla quasi realizzazione completa del progetto stesso.

Il travaglio corrisponde alla costruzione definitiva dei capi della collezione, la fase più importante che concretizza l’intero progetto.

89.

Overwhelming Instability è caratterizzato da un lungo periodo di travaglio, progettare e assemblare scarpe, realizzare borse e capi d’abbigliamento per tre silhouette finali non è semplice.

A mio parere uno dei periodi più stressanti della mia vita, il primo vero progetto, difficile sia per quanto riguarda la costruzione che per la tempistica, soli tre mesi sono una sfida per un lavoro di una certa mole. Il desiderio di riuscire nell’intento si rivela sempre più forte rispetto a quello di sfiducia nei propri confronti, andare avanti a testa alta e senza mai voltarsi indietro deve essere la prerogativa.

Rimanere sé stessi senza farsi influenzare questo è il punto di partenza, cercare di rimanere integri nonostante le proprie imperfezioni e contraddizioni.

L’elemento che ha scatenato la serie di riflessioni per il tema, è stata una boccetta di profumo di vetro che inglobava al suo interno una rosa (anch’essa in vetro).

Il vetro e la rosa due elementi contra stanti, qualcosa di freddo, consistente, il delicato e la femminilità.

I capi sono equiparabili alla rosa, un fiore rinchiuso dentro una “campana”, vuole proteggersi, deve proteggersi, mantenere la propria integrità è qualcosa di fondamentale.

Le cosiddette colate di pittura, che si stagliano e scivolano sulla tela, danno un’idea di delicatezza, altro focus della collezione.

Trae ispirazione da piccoli dettagli, cose superflue o sottovalutate a primo impatto, ciò che si cerca è un sentimento, una reazione che scatena a sua volta un’altra reazione.

I colori si rifanno tutti alle varie sfumature di rosa e beige/marrone, dalle sfumature più calde a quelle più fredde che danno l’idea di una sorta di contrasto/contraddizione, le stesse forme delle tomaie delle scarpe richiamano qualcosa di impreciso, insicurezza, e per questo non si pronuncia, tende ma non lo è. La scelta dei tacchi in ferro danno un’idea di instabilità, di azzardato, qualcosa di forzato rispetto alla realtà effettiva, caratterizzato da un aspetto di freddezza.

I volumi sono alternati da parti voluminose e parti più “fluide”, con tessuti opachi che smorzano i toni del rosa rispetto alle forme, danno una sensazione: “deve essere qualcosa di deli cato e raffinato allo stesso tempo”. Gioca tra la stabilità e l’instabilità, volumi definiti e non, come le borse, tutte e due caratterizzate da tre pezzi che si intersecano gli uni con gli altri, tranne l’ultima e non meno importante, che richiama nelle forme una sorta di infantilità e dolcezza. Questo progetto caratteristico soprat tutto per quanto riguarda la parte costruttiva, si è diramato tra la modellistica di scarpe, approccio totalmente differente rispetto all’abbigliamento, quello di borse, ancora più complesso e infine nella fase di creazione degli abiti, la tecnica del moulage è stata critica ma funzionale per la riuscita della sua narrazione.

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Models: Sara Fati, Ilaria Marvilly, Camilla Buoso Fashion designer: Melanie BassichPhotographer: Sara Bassich

Se passiamo alla descrizione del progetto in gruppo noteremo invece, che per quanto riguarda l’organizzazione della time-line, constatiamo come sia differente lavorare all’interno di un team. Superfantasticissimo totalmente più rilassato nel modus operandi, progettare e realizzare in gruppo significa spartirsi il lavoro a seconda delle competenze di ognuno, ogni membro apporta migliorie nel progetto sviluppa to, i nodi vengono al pettine immediatamente se qualcosa viene a mancare durante una fase progettuale precisa, confrontarsi è ancor più utile se si è onesti l’uno con l’altro e ci si infonde fiducia reciprocamente. Sicuramente Superfantasticissimo ha determinato uno dei momenti migliori creativamente parlando. Greta, Riccardo e Io ai cartamodelli insieme, Greta delegata per la parte grafica delle stoffe e alla progettazione 3D delle chiusure per la 24h e per il manico del trolley a forma di “ciambella”, Riccardo al cucito e io alla realizzazione delle illustrazioni, piatti tecnici dei capi e alla grafica in generale, con l’aiuto costante e presente di tutti i membri. Stabilire gli incarichi è utile per un buon conseguimento del pro getto, ognuno più propenso a una determinata fase progettuale, ha contribuito alla perfetta realizzazione del progetto, culminando nella soddisfazione più totale che vede tre amici entusiasti dalla fase del concepimento al parto.

La collezione pertanto, è la concretizzazione di una buffa visione e lo vediamo nelle piccole mani utilizzate come chiusura per gli accessori, simpatici ometti saltellanti sbucano invece dalle grafiche variopinte in linee che si alternano tra lo sfumato e non, quasi a scandire un ritmo che richiama i balletti teatrali. La realizzazione definitiva del progetto però la si ebbe nello scorso settembre 2018 dove, io e Greta, lavorammo nella costruzione della sola e unica valigetta 24h.

Questa volta a differenza dei vari prototipi della collezione creata insieme a Riccardo, la cartella non è più dipinta tramite bom bolette spray e caratterizzata da colori accesi. La stampa è stampata direttamente sul tessuto fornitoci da Lyliane, nostro sponsor per il materiale. Le tonalità invece sono sfumate, delicate e gli “omini saltellanti” sono cuciti a mano sul quadrante della borsa e sulla patta.

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Saluti Da Venezia, progetto singolo e indipendente per molti aspetti fu studiato e progettato grazie a un sentimento di euforia generale che risuonava nell’aria, ma il sentore di un fallimento prossimo si presentò già all’inizio della sua gestazione che rese il progetto problematico. La scelta di un tema complesso come la descrizione della realtà della città di Venezia è ardua sia nel pensiero che nella realizzazione.

Un progetto così spinoso può provocare lacune in tutte le sue fasi; la prima domanda da porsi è dunque la seguente: che direzione prendere? Ed è una decisione questa, che chiaramente dovrebbe essere presa per qualsiasi progetto, anche se si trattasse di un tema più diretto.

Su Venezia, il quantitativo di ma teriale dal quale attingere è talmente vasto che capire il tipo di approccio da adottare può risultare complicato: scelgo un approccio più tradizionale che parla di storia e recupero o opto per una narrazione ironica, diverten te e anche critica della città?

Tracciando diverse illustrazioni che rappresentavano scene di vita quotidiana di Venezia, mi accorsi che la strada scelta fu in fine quella dell’ironia e della giocosità, volevo divertirmi nella re alizzazione della mia collezione finale e così feci, evitandomi un lavoro noioso e soprattutto stressante.

Travagliato fin dal principio, Sa luti da Venezia si è presentato come un progetto insidioso e articolato con il fine di offrire un punto di vista su una realtà deturpata e singolare come quella di Venezia.

Studiare il turismo, i costumi e i modi dei visitatori ha portato ad un ragionamento di natura antropologica, che vede la definizione di turista in una designazione che comprende addirittura la categorizzazione di cittadino. La collezione verte sul binomio turista-cittadino che vede in uno la definizione del termine dell’altro, anche il cittadino si ritrova estraneo alla sua stessa realtà. Venezia: fragile, antica, turistica, costosa... sono molti gli aggettivi che le vengono attribuiti e con il passare degli anni, i termini che vengono ad essa associati sono per lo più negativi. Cittadini e lamenti, turisti e disprezzo, Venezia è sostanzialmente una vittima di abuso proprio da parte - in primo luogo - dei suoi cittadini e dei turisti. Stereotipi, ironia e gioco ma anche volontà di cambiamento sono ciò che cerca di emergere da questa mia ultimissima collezione.

I capi realizzati elaborano in maniera irriverente l’outfit del perfetto “viaggiatore”, sembra di ritrovarsi davanti a un vero villaggio turistico abitato da personaggi stravaganti, all’interno della cosiddetta Veniceland.

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Cappelli in pluriball con mappe della città al loro interno, perline di vetro a mò di fronzolo scendono invece dalla visiera che richia mano le coloratissime collane in vetro di Murano appese al collo dei modelli. Stampe a mano in linoleum di turisti, case e alghe su camicie, maglie e pantaloni in contrasto con le stampe digitali sulle maglie con suscritto “Saluti Da Venezia”.

Troviamo infine una quantità ingente di pvc e pluriball nei vestiti che si contrappone a tessuti di cotone e di organza arricchiti da bottoni in vetro creati a mano, scontrandosi soprattutto con la cosiddetta camicia “zuccherata” che richiama sia l’idea di vetrifi cazione, quindi della lavorazione del vetro che quella del liquido indurente utilizzato per conservare i tradizionali merletti buranesi.

Il look infine viene definito dalle calzature, ovvero i famosi “Gol done” che sono gli stivali di plastica usa e getta indossati durante l’alta marea, che come si sa, innonda quasi mezza Venezia. La collezione può essere intesa scherzosamente, come gli stessi turisti che durante la realizza zione dello shooting si sono ritrovati davanti questi vestiti che essenzialmente li ritraevano. Ma l’obbiettivo ultimo è quello di sensibilizzare il pubblico sul tema in questione, cercando di innescare - appunto - una volontà di cambiamento. Pensando in termini strettamente più pratici perché Venezia è di tutti, non distruggiamola.

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Comunicazione: parlare di moda nella progettazione

Lo Step successivo, che si antepone alla nascita del progetto, è quello comunicativo.

La moda viene spesso definita come lin guaggio, caratterizzata da un vocabolario specifico, ma cosa comunica? Nell’indossare un abito ciascuno di noi veste la propria identità; attraverso l’abito “comunichiamo” quello che siamo (o mentiamo a proposito) e chi incrocia il nostro passo si fa delle idee su di noi. Gli abiti possono rivelare le no stre priorità, le nostre aspirazioni, il nostro progressismo o conservatorismo; possono anche essere utilizzati per trasmettere in modo conscio o inconscio, messaggi di carattere sessuale; sono capaci di dare tono e colore a ciò che ci circonda e che dà forma ai nostri sentimenti.

Queste è in breve una definizione di cosa rappresenta la moda a livello comunicativo, ma la moda si limita alle persone? Moda in primis è un concetto immateriale e materiale, si può parlare di moda attraverso gli oggetti della moda, che sono in prima istanza ciò che da vita al suo sistema, ma se ne può parlare anche mediante idee, concetti (pensiamo alla progettazione). Non è defi nibile, forse è quasi illecito provarci anche se quando nominiamo la parola “moda”, sappiamo in qualche modo a cosa ci riferiamo. Ma all’interno della progettazione, dopo aver descritto con cura i vari passaggi compiuti, dopo averci costruito attorno l’immaginario narrato attraverso stoffe e volumi, come comunichiamo ad un pubblico? La nostra collezione deve spiegarsi da sé. È tortuoso impostare la parte esplicativa, comunicativa del progetto, bisogna innanzitutto domandarsi se si è riusciti a realizzare ciò che avevamo in mente e capire se il tema sia riconoscibile.

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Ritengo che un progetto non debba essere didascalico e limitarsi a informare, deve suscitare emozioni diverse a seconda dell’os servatore, proprio come un’opera d’arte.

La moda ha sicuramente un forte legame con il fruitore, è democratica per certi aspetti.

Anche l’impostazione di questa rivista è stata progettata per comunicare al meglio le mie “opere”, la scelta delle carte, i colori, l’allusione alla gravidanza, il tutto deve esplicitare il mio pensiero, che può essere recepito in maniera totalmente differente a seconda di chi la sta leggendo.

Ciò che voglio comunicare non può essere sempre compreso, e allora bisogna domandarsi se il proprio progetto possa essere carente sotto alcuni punti di vista.

Non tutti i progetti possono essere perfetti e forse nemmeno devono esserlo, devono dare la possibilità di mettersi sempre in discussione, studiarli e rimetterli in gioco al servizio di nuovi e molteplici progetti che prendono direzioni diverse. Una buona comunicazione non deve essere esclusivamente informativa.

Capire in che modo raccontare ad un pubblico la propria visione d’artista, dopo aver contemplato definitivamente il proprio progetto, rappresenta l’essenza finale della propria aspirazione.

Esporre significa narrare la propria storia, non necessariamente in maniera didascalica ma attraverso una comunicazione non verbale. Avendo già chiarito l’importanza del fattore della comunicazione, deduciamo che il progetto è caratterizzato sostanzialmente da quest’ultima.

Oggetto più comunicazione, non importa come siamo arrivati alla concretizzazione delle nostre idee, rilevanza ha solamente la parte finale.

Un pubblico non viene a conoscenza del processo che ha dato vita all’opera, viene trasportato dal suo impatto visivo, narrativo ed emozionale. Il nostro pubblico non deve venire a conoscenza di ciò che ha portato alla nascita determinato lavoro, il progetto deve comunicare da sè, e una dichiarazione “stampa” che descrive dettagliatamente il lavoro non scaturisce interesse a livello emotivo, poiché tutta la magia che pervade la propria opera svanisce.

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IL PARTO

Eccoci al culmine delle tribolazioni, il progetto è in procinto di nascere e mostrarsi in tutto il suo splendore. La concretizzazione di un progetto è come il parto: doloroso, snervante, faticoso ma permeato da una promessa di speranza e gioia.

Terminare il proprio progetto significa raggiungere la meta finale, tutto diventa chiaro, i dubbi che sussistevano durante la fase creativa svaniscono totalmente. Non sappiamo cosa creiamo finché non lo vediamo realizzato, perché le idee mutano, si evolvono e fanno sì che sia inevitabile apportare modifiche durante le fasi di progettazione e svolgimento; questo non vale solo per la disciplina del design della moda, bensì per qualsiasi ambito - artistico e non. Basti pensare ad artisti come Pablo Picasso o Francis Bacon che giudicavano inappropriata la premeditazione, non erano totalmente consci di quel che si accingevano a realizzare finché non l’avevano realizzato.

Il cambiamento è insito nella natura della progettazione, anche se la parola stessa indica in realtà uno studio rigoroso e definito, seguire con precisione le proprie idee è complicato se si ha la tendenza a mettersi continuamente in discussione - e per quanto mi riguarda - capire se si è soddisfatti o meno è un dilemma esistenziale.

Come comprendere l’entità del proprio lavoro?

Riguardo il contesto universitario le tempistiche sono più serrate e quindi bisogna fare chiarezza sul come portare a termine un’idea senza tagliare spunti che potrebbero rivelarsi rilevanti. Se ci si sofferma sul fatto che i progetti siano stati realizzati in poco tempo e soprattutto curati esclusivamente da un’unica persona (a eccezione di Superfantasticissimo) ci rendiamo conto che scadenze così prossime rendono inevitabilmente il prodotto finale poco soddisfacente sotto diversi aspetti.

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Consideriamo il primo esempio scritto in questo numero, ovvero Indossare l’Arte: Notiamo che realizzare un capo di maglieria senza avere grandi nozioni al riguardo è limitante perché non riusciamo a comprenderne i meccanismi. Progettare una collezione di maglieria non è come progettarne una di abbiglia mento, di scarpe o di borse, come non è uguale realizzare collezioni da uomo e da donna.

Alla fine di un progetto bisogna tirare le cosiddette somme, capire cosa funziona e cosa no, capirne i perché e i come. È fondamenta le riflettere su quanto stato creato, non bisogna dare per scontato che ciò che si realizza sia un “capolavoro”, bisogna essere umili nei confronti dei propri lavori e accettare un’eventuale sconfitta, nel caso lavorando per trovare soluzioni volte a ridefinire l’intero risultato.

Una buona progettazione, oltre ad avere chiare le varie fasi di incubazione indicate nei vari capitoli, deve portare il designer ad essere principalmente riflessivo sul proprio operato, riflettere sui temi di lavorazione è fondamen tale, poiché senza un’adeguata comprensione non possiamo capire al meglio le dinamiche insite nel progetto.

In caso di non riuscita nell’intento di un ipotetico progetto, il passo successivo da compiere è quello di un’analisi accurata volta a svelare il mal funzionamento passan do in rassegna ogni singolo ingranaggio.

Considerando Overwhelming In stability e Indossare l’arte, (anche se dell’ultimo non ho scritto quanto avrei dovuto) notiamo come i primi approcci alla disciplina non siano estremamente completi. Indossare l’Arte, realizzato attraverso la creazione di un maglione, si pone come un progetto scialbo nell’idea che è semplice e forse anche banale.

Diversamente Overwhelming In stability, completo per quanto ri guarda la trasposizione delle idee sul mondo creatoglisi attorno, risulta striminzito nella parte delle stampe; mi sono interrogata più volte su cosa mancasse al progetto: in prima istanza ciò che viene a mancare è la completezza nei capi d’abbigliamento che dovevano infine essere racchiusi in una sorta di bolla, mediante vestiti e cappotti che in trasparenza dovevano rivelare quelli sottostanti, richiamando così l’oggetto ispiratore, la boccetta di profumo. Anche le scarpe realizzate con le montature in ferro, dovevano essere inglobate all’interno di uno stivale creato in silicone, pertanto l’impossibilità di reperire alcuni materiali in fase di manifattura ha ridotto il concetto ad una piccola parte di quello che sarebbe dovuto effettivamente risultare una volta terminato il lavoro. Nulla è semplice, bisogna scen dere a compromessi lungo il percorso allo sviluppo delle proprie idee se si lavora autonomamente per tramutare i propri concetti in realtà.

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Superfantasticissimo funziona per il seguente motivo: confrontarsi con altre persone, altre menti porta a creare qualcosa di completo e realmente concreto. S’impara a relazionarsi con altre menti, a discutere e a scegliere che di rezione prendere durante la messa a punto del proprio lavoro; ci si trova a mettere da parte la propria individualità per un approccio simbiotico con i membri che costituiscono il gruppo. Un team audace, ben dispo sto alla collaborazione, da vita a un progetto vincente.

Grazie a Superfantasti cissmo il cambiamento è stato radicale nella progettazione della mia ultima collezione Saluti Da Venezia. La collezione finale risulta completa sotto molti aspetti: concetto, sviluppo e co municazione, forse la realizzazione poteva rivelarsi ancora più scioccante, infatti questo progetto, come già scritto, è semplicemente il principio di una grande riflessione che tramuterà in futuro in piccoli progetti diversi a seconda del concetto che verrà studiato e sviluppato.

Analizzare sé stessi attraverso i pro pri progetti risulta stressante, fare luce su ciò che non funziona significa ammettere l’esistenza di eventuali errori a livello strutturale nelle proprie creazioni. Errare non denota la nostra incapacità, rivela la nostra umanità. Un errore può consistere in un aspetto del progetto che qualcun altro può non percepire come sbaglio. Nessuno può affermare con franchezza cosa ci sia di sbagliato in un progetto rispetto a un altro, alcune cose possono essere giudicate oggettivamente ma ognuno di noi porta con sé il suo vissuto e vive sé stesso in maniera differente; siamo per forza di cose limitati al poter dare semplici suggerimenti o fare affermazioni riguardo qualcosa che è interiore a una singolarità. Esempio affine è la relazione tra il concetto di “gusto” e il sentimento del piacere, collegato alla soggettività considerata, nel suo aspetto di inclinazioni, passioni e simpatie, come autonoma rispetto alla pura razionalità.

Quando esprimiamo il nostro giudizio, permettiamo più volte, alla nostra soggettività di prevalere sull’oggettività, non siamo trasparenti ma opachi.

Bisognerebbe imparare a soppesare quanto esce dalla nostra bocca, sia per non ferire il prossimo in caso di giudizio nei confronti di lavori esterni al nostro, ma cosa più importante per analizzare noi stessi il meglio possibile.

Se un progetto non suscita particolare attenzione non devo giudicarlo in base al gusto personale, devo consigliare e rendermi utile per apportare migliorie.

In caso di ricerca e studio sui propri lavori non dobbiamo farci condizionare dal fatto che noi stessi li abbiamo creati, un atteggiamento oggettivo sarebbe preferibile e soprattutto più consono se vogliamo lavorare in questo ambito.

Giudicare è l’aspetto più insidioso dell’intero percorso creativo, non critico i progetti altrui ma quelli personali. Sono critica con me stessa, cerco sempre di sminuire quello che creo per non rimanere delusa in fu turo, ma in realtà, consiglio utile per persone stressate, è di farsi valere e credere in sé stessi anche se si viene criticati a livello personale. Fa parte della vita ricevere delusioni, generalmente per quanto riguarda i miei progetti sono soddisfatta al quaranta percento e insoddisfatta il rimanente sessanta, ma ciò non mi frena dal continuare a cercare nuove storie da raccontare, sperando sempre di essere in qualche modo innovativa, auspicando di esibire in maniera opportuna i miei progetti. L’esperienza universitaria ha dato modo di cambiare alle mie prospet tive, a livello personale e creativo, analizzare i propri progetti mediante differenti laboratori permette di esplorare le molteplici forme della moda.

Crediamo inconsciamente che per moda si parli di trend, di creare capi d’abbigliamento indossabili e di prevedere le “mode” future, ma della moda, anche se rimane costantemente un termine indefinibile, sappiamo che non si tratta di un oggetto esclusivamente relegato alla vendita commerciale.

Moda è una galassia che comprende aspetti più disparati, una galassia in cui ognuno può collocarsi nel settore che preferisce. Non si tratta di gusto, non si tratta di bello, non contempla per forza l’aspetto di comodità, il carattere della moda forse è definibile nell’aspetto della continua messa in discussione tramite dei contro-esempi, come avviene anche nell’arte. Sovvertire ed esplorare può essere qualcosa di caratterizzante nella definizione del suo termine, ma non ne è la definizione.

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L’autonalisi attraverso lo studio delle proprie creazioni conduce a una delle esperienze più straordinarie che porta ad una profonda conoscenza personale. Ciò che creiamo dice chiaramente chi siamo e comporta anche un modo per conciliarci con noi stessi. Ripercorrendo ricordi e pensieri, ho avuto modo di riflettere sulla mia identità artistica.

La moda si manifesta all’interno dei miei lavori in maniera differente, mi ritrovo a mutare continuamente approccio nei confronti della materia e questo mi porta a sperimentare senza freni, cosa che mi definisce molto. Ognuno di noi utilizza metodologie diverse e conduce il proprio lavoro come meglio crede, ma se potessi dare un consiglio direi che una delle parti fondamentali dell’essere creativo sia proprio l’elemento sperimentativo, evolversi continuamente, correre rischi senza fermarsi, abbiamo bisogno di creatività, non dobbiamo fermarci alla superficie.

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