
Federica Basile
Matricola R15165D
Referente Aurelie Callegari / Assistente Martino Bizzanelli a.a 2024/2025
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Federica Basile
Matricola R15165D
Referente Aurelie Callegari / Assistente Martino Bizzanelli a.a 2024/2025
Le pratiche collettive rappresentano tutte quelle forme di azione condivisa che nascono quando un gruppo di persone si riunisce e agisce all’unisono. Sono momenti in cui identità, linguaggio e ritualità si intrecciano, dando vita a un’esperienza condivisa.
curve 2 Rivalità e gemellaggi 3 10 52 76
1.1 Origini: nascita del tifo organizzato
1.2 Hooligans: evoluzione inglese
1.3 Ultras: il caso italiano
1.4 Il tifo in America Latina
1.5 Situazione attuale: Italia vs Inghilterra
2.1 Sicurezza negli stadi: le tragedie che hanno segnato il calcio
2.2 Le origini dell’architettura sportiva
2.3 Gli stadi nel mondo: differenze culturali, strutturali e tecnologiche
4.1 Megafono: strumento di coordinazione
4.2 Bandiera e coreografie: espressione visiva del tifo
4.3 Seggiolini: simbolo di ordine
4.4 Abbigliamento: moda e identità nel tifo
in curva 6
5.1 Spranghe, tubi di ferro, biglie metalliche, razzi da segnalazione e ordigni 88 114 122
6.1 Gesti e posture del corpo ultras
6.2 Casi studio
6.3 12ESIMO


Il tifo calcistico è una delle forme più rappresentative di partecipazione collettiva nel mondo contemporaneo.
Non si tratta di una semplice manifestazione di sostegno sportivo, ma rappresenta un insieme di pratiche rituali, simboliche ed emotive che rafforzano l’identità di gruppo e creano appartenenza. All’interno dello stadio, la folla non è mai una somma indistinta di individui, ma un corpo unico, strutturato, con regole implicite, gerarchie e ruoli condivisi. Come ha osservato Pierre Bourdieu (1979), gli individui agiscono all’interno di un habitus specifico, ovvero un insieme di schemi interiorizzati che guidano i comportamenti in uno spazio sociale dato: l’habitus è la chiave della riproduzione culturale, poiché è strettamente collegato alla struttura del gruppo sociale. Di conseguenza, nel caso del calcio, la curva diventa uno spazio denso di significati, dove l’agire collettivo è orientato da codici culturali e simbolici fortemente radicati.
In questo contesto, la partecipazione al tifo può assumere anche forme estreme, sfociando talvolta in comportamenti violenti. Il fenomeno del tifo calcistico violento ha origine nel Regno Unito tra il 1880 e il 1885. Con la fondazione della Football Association (FA) e la legalizzazione del professionismoW nel 1885, si verificò il primo episodio documentato di violenza in uno stadio, al termine dell’amichevole tra Preston North End e Aston Villa.
Le cronache dell’epoca descrissero i responsabili come «teppisti urlanti»
e si riportano addirittura duemila partecipanti a disordini con bastoni, pietre e pugni (Grilli, 2022). Nel suo studio storico, John Hutchinson (1975) condusse un’analisi dettagliata dei comportamenti nei raduni calcistici britannici precedenti al 1914. Dai resoconti emerge che «riots, unruly behaviour, violence, assault and vandalism, appear to have been a well-established, but not necessarily dominant pattern of crowd behaviour at football matches at least from the 1870s». Questo significa che atti tumultuosi e vandalismo non si manifestarono improvvisamente nel XX secolo, bensì erano già radicati nell’uso popolare dello stadio a partire dagli anni Settanta del XIX secolo, suggerendo una continuità nella natura collettiva e performativa del tifo violento.


Il biennio 1968–69 segna una svolta nella storia del tifo organizzato, con l’emergere dei primi gruppi ultras: «sull’onda delle proteste giovanili … in molti stadi d’Italia iniziano a fare la propria comparsa i primi gruppi ultras» (Balestri & Viganò, 2004), a testimonianza di una cultura del tifo che si fa strumento di ribellione sociale e identità collettiva. I profondi mutamenti sociali e politici si riflettono anche nel tifo calcistico come l’estremismo politico presente in molte curve, di destra quanto di sinistra, che ha portato alla comparsa di striscioni riconducibili all’antisemitismo, all’apologia di fascismo e nazismo. Sugli spalti emerge una cultura di ribellione e anticonformismo: i giovani occupano le curve degli stadi, sostenendo le squadre con modalità spesso provocatorie. Si registrarono i primi scontri tra gruppi ultras: in Italia, in particolare tra i Commandos Tigre e la Fossa dei Leoni del Milan e i BoysFurie Nerazzurre dell’Inter. Questi gruppi, nati rispettivamente nel 1967 e 1968 per il Milan e nel 1969 per l’Inter, sono considerati tra i primi esempi di tifoseria organizzata con mentalità ultras. Il fenomeno si evolve rapidamente, intrecciandosi con ideologie politiche e generando rivalità tra tifoserie, che diventano un tratto distintivo della cultura ultras. Durante questo periodo, si assistette alla nascita di nuove realtà, come gli Ultras Granata del Torino e gli Ultras Tito Cucchiaroni della Sampdoria. Questi gruppi, insieme a quelli già menzionati, iniziarono a caratterizzare il panorama calcistico italiano con la loro presenza, il loro tifo organizzato e, in alcuni casi, anche con episodi di violenza.



Negli anni Ottanta, il fenomeno diventa nazionale e di massa, coinvolgendo tifoserie di squadre minori e altri sport, come il basket. Gruppi come la Fossa dei Leoni Basket a Bologna o i tifosi della Mens Sana Siena adottano lo stile del tifo calcistico: striscioni, tamburi, trasferte e identità di curva, dando vita a forme di sostegno collettivo intense e spesso politicizzate. Questo passaggio non rappresenta una vera frattura, ma piuttosto una traslazione di pratiche, linguaggi e identità: nella maggior parte dei casi, infatti, i gruppi ultras attivi nei palazzetti derivano direttamente da quelli calcistici, oppure sono composti da tifosi che hanno condiviso l’esperienza della curva. Si tratta di una forma di “colonizzazione culturale”, dove il modello ultras calcistico viene adattato ad altri contesti, mantenendo però i tratti distintivi: supporto corale, uso di striscioni e tamburi, gerarchie interne, produzione di materiale personalizzato e rituali collettivi.
Come osserva Luis, S. (2019),

confermando come
questo modello possa sopravvivere e rinnovarsi pur cambiando scenario. Lo sport entra così nell’immaginario collettivo attraverso pratiche condivise: si tifa, si guarda, si commenta, si celebrano partite e campioni, spesso con l’ausilio dei media come stampa, radio e televisione. Nel frattempo, in Europa si sviluppano collaborazioni simili destinate a fare scuola. Il Milan, fondato nel 1908, instaura un forte legame con Pirelli, mentre il PSV Eindhoven nasce nel 1913 come espressione della Philips. In Italia, la Juventus si lega alla Fiat nel 1923, rafforzando l’identità del club come simbolo della città di Torino e del suo sviluppo industriale. L’organizzazione interna migliora l’estetica del tifo e aumenta la partecipazione alle trasferte.

Attraverso l’autofinanziamento, come la vendita di materiale personalizzato, le curve si trasformano in piccole potenze economiche. Grandi striscioni con il nome del proprio gruppo, maxi-bandiere e primi accenni di spettacoli coreografici, sostegno corale continuo con voce, tamburi, trombe e look militante ed aggressivo con abbondante uso di gadget della propria squadra, quali sciarpe, cappelli, maglie, distintivi, ecc. Nascono così le fanzine autoprodotte: piccoli giornali fotocopiati, venduti allo stadio o distribuiti tra i membri, che raccontano la vita del gruppo, le rivalità, le analisi politiche o culturali legate al tifo. Le fanzine contribuiscono a formare un’identità interna e diventano uno strumento economico, assieme al merchandising. In Italia, la diffusione del calcio è legata alla fondazione del Genoa Cricket and Football Club, tra il 1893 e il 1898. Questo primo passo favorisce l’espansione del movimento calcistico, che nel tempo si radica nella cultura popolare, gettando le basi per la nascita di tifoserie organizzate.
Genova, stadio Luigi Ferraris, 21 giugno 1981 e ultima giornata del campionato italiano di Serie B 19801981, che diede ai rossoblù la certezza della promozione in Serie A.




In Inghilterra, già dal 1870 iniziano a nascere club calcistici legati a grandi realtà industriali. Squadre come il West Ham emergono come emanazioni di imprese siderurgiche, mentre il Manchester United ha origini nel settore ferroviario. Questi legami tra calcio e industria non solo gettano le basi per la diffusione del gioco, ma influenzano profondamente il rapporto tra squadre e tifosi, connettendo le comunità locali ai loro club in modo unico. Il contesto storico fu determinante: la seconda rivoluzione industriale portò con sé profondi mutamenti che trasformarono radicalmente le abitudini e le condizioni di vita della classe operaia. La cosiddetta working class, per cui il concetto di forza rivestiva un ruolo centrale, intravide nel calcio il mezzo ideale per evadere dalla quotidianità – oltre a scorgervi un’affinità con i concetti di destrezza, controllo e potenza tipici del lavoro di fabbrica. Fino a tempi recenti, in Inghilterra il calcio è stato soprattutto uno sport seguito e vissuto dalla classe operaia. Per molti, le partite del fine settimana rappresentavano una forma di evasione dalla routine alienante del lavoro in fabbrica, nonché un’occasione per affermare valori di forza, lealtà e spirito collettivo. L’identificazione con una squadra di calcio rappresentava spesso un’estensione spontanea del legame con il proprio contesto lavorativo o con il territorio d’appartenenza. Come sottolinea Vinnai (1991), «il calcio assume la funzione di uno spazio simbolico in cui la classe operaia mette in scena la propria esistenza e afferma la propria identità culturale», alimentando una forma di rappresentazione collettiva che si estende oltre il semplice ambito sportivo.


Nonostante la forte componente comunitaria, la violenza diventa un elemento ricorrente tra i gruppi di tifosi inglesi. Gli hooligan seguono codici di condotta non scritti, che limitano gli scontri a gruppi rivali evitando il coinvolgimento di estranei. Tragedie come quella di Hillsborough nel 1989 spingono a un ripensamento radicale, con l’introduzione di misure di sicurezza più rigorose che trasformano il calcio inglese in uno sport più sicuro, ma anche più elitario, a causa dell’aumento dei prezzi dei biglietti. Giulianotti (1991) ha evidenziato, ad esempio, come i membri della “Tartan Army” scozzese abbiano mantenuto un’immagine festosa e distintiva per differenziarsi dagli hooligans inglesi.
“La Tartan Army segue le partite della selezione scozzese sia in casa sia all’estero, ottenendo spesso la simpatia dei tifosi locali, anche per l’abbigliamento composto dall’immancabile kilt e vari vessilli nazionali.” (“Tartan Army - Wikipedia”)
Il fenomeno ha portato alla parziale espulsione della working class dagli stadi, favorendo un pubblico più borghese e commercialmente appetibile. È utile osservare come il legame tra calcio e classe operaia sia stato un tratto distintivo comune in molti contesti europei. In Germania, ad esempio, molte squadre storiche come il Schalke 04 o il St. Pauli hanno radici profondamente inserite nei quartieri operai e mantengono tuttora un’identità fortemente proletaria. In particolare, il Schalke è noto per rappresentare la tradizione industriale della Ruhr, mentre il St. Pauli, pur assumendo nel tempo tratti controculturali e progressisti, resta legato a una narrazione di opposizione e solidarietà tipica dei movimenti operai. In Francia, club come il RC Lens sono nati come squadre dei minatori del nord del Paese, e ancora oggi i tifosi mantengono viva una memoria collettiva legata al lavoro nelle miniere e allo spirito di sacrificio e coesione. Anche in Spagna, il Rayo Vallecano, squadra di un quartiere popolare di Madrid, ha costruito nel tempo un’identità fortemente sociale e militante, mantenendo stretti legami con la working class e con i movimenti antifascisti.



In Italia, il fenomeno ultras si sviluppa in maniera distinta, con le prime organizzazioni strutturate che emergono negli anni ’50 e ’70. Il termine “ultras” deriva dalla politica francese del XIX secolo e viene riadattato nel contesto sportivo per indicare una militanza “oltre” il semplice tifo. Questa riappropriazione linguistica riflette l’atteggiamento ideologico ed esistenziale di chi vive lo stadio come uno spazio totale di appartenenza. Gruppi come la «Fossa dei Leoni» del Milan e i «Boys» dell’Inter incarnano questa nuova cultura, caratterizzata da una forte identità collettiva e da una gerarchia interna ben definita. Ogni curva ha il proprio leader, il lancia-cori, supportato da strumenti come tamburi e megafoni, mentre il direttivo si occupa della pianificazione strategica delle attività, incluse le trasferte.
L’estetica ultras si esprime attraverso simboli, loghi e coreografie spettacolari, che trasformano le curve in autentici luoghi di appartenenza. Questi spettacoli coreografici rappresentano un elemento essenziale della cultura ultras in Italia. La loro intensità varia a seconda dell’importanza dell’avversario: più alta è la posta in gioco, maggiore è il coinvolgimento emotivo e visivo dei tifosi. Questi spettacoli non sono solo manifestazioni estetiche, ma rappresentano l’identità collettiva del gruppo e la sua affiliazione politica e territoriale. Tuttavia, la violenza rimane un elemento centrale. Le autorità italiane, anziché eliminare completamente i disordini, adottano una strategia di contenimento, confinando gli episodi violenti agli stadi e ai loro dintorni durante le partite. Questa ambivalenza rende il fenomeno ultras particolarmente complesso: da un lato spazio di creatività collettiva e coesione sociale, dall’altro terreno fertile per dinamiche di chiusura, esclusione e conflitto.
L’organizzazione delle curve riflette anche dinamiche sociali e politiche più ampie. Gli ultras agiscono spesso come reti familiari e comunitarie, inserite nei contesti dei club e delle loro economie. Tuttavia, queste reti rappresentano anche spazi di resistenza, un modo per affermare identità collettive contro lo Stato o le trasformazioni economiche globali. In Italia, la profonda politicizzazione della società ha influenzato la cultura ultras, mescolando identità regionali e politiche. Negli anni, le tifoserie si sono frammentate in gruppi più piccoli, ognuno con le proprie caratteristiche, ma uniti dalla percezione di una “repressione” da parte dello Stato e delle forze dell’ordine. Questa pressione ha spinto gli ultras a cercare una maggiore unità, dando vita a una sorta di identità collettiva nazionale, pur mantenendo le loro specificità locali. Come sottolinea Petrillo (2001), lo stadio diventa un luogo di espressione identitaria, dove la tifoseria si organizza in comunità fortemente strutturate che condividono rituali, simboli e pratiche collettive.












Le sfide dai coinvolgimenti più vasti sono senza dubbio quelle tra il Boca Juniors ed il River Plate a Buenos Aires, Colo ColoUniversidad de Chile a Santiago del Cile, Alianza-Universitario a Lima, Barcelona-Emelec a Guayaquil, Flamengo-Fluminense a Rio de Janeiro, America-Deportvo a Calì, Olimpia-Cerro Porteno ad Asunciòn fino ad arrivare in Messico per la supersfida tra America e Chivas Guadalajara. Nessun continente calcistico può annoverare nella sua storia la stessa quantità di campioni di assoluto valore come quello sudamericano con i vari Diego Armando Maradona, Pelè, Alfredo Di Stefano, Manè Garrincha, Adolfo Pedernera, Obdulio Varela, Alberto Spencer, Pepe Schiaffino, Julio Cesar Abbadie, Lolo Fernandez, Teofilo Cubillas, Marcelo Salas, Elìas Figueroa e tanti altri ancora che colpevolmente non vengono annunciati in questo lungo elenco del talento calcistico.
La sfida eterna tra Boca e River in effetti non conosce termini di paragone per l’ampiezza della cifra tecnica che da sempre i due club introducono, per la ricchezza dei rispettivi palmarès, per la numerosità e facinorosità delle opposte tifoserie ed anche perché entrambi i club sono praticamente nati nello stesso barrio, quello de La Boca a pochissimi anni di distanza. Il River Plate mantiene vivo il patto di gemellaggio stretto con il Torino, in seguito alla grande partecipazione del club argentino nella ricerca di fondi per le famiglie delle vittime della strage di Superga, del 4 maggio del 1949. In più stagioni le due squadre si sono reciprocamente omaggiate, indossando divise da trasferta ispirate ai colori o al modello dell’altra.
“Il Boca, invece, ha intrecciato stabili relazioni con i due club genovesi (Sampdoria e Genoa), promuovendo la creazione nel quartiere bonaerense di circoli che raccogliessero i tifosi delle due squadre italiane, nonché curando mostre storiche sulle origini italiane del club.” (Boca Juniors–River Plate: storia delle origini del Superclásico)

Un post per esprimere un ringraziamento che dura da 40 anni: “Eternamente grati”. Il Torino ha celebrato con un post la propria amicizia con il River Plate, lo storico club di Buenos Aires a cui è legato dai giorni successivi alla tragedia che cambiò la storia del Toro.

Negli stadi inglesi si è realizzata una profonda trasformazione, avviata all’indomani delle tragedie degli anni ’80, come quella di Hillsborough nel 1989. Le misure adottate hanno portato a:
Posti numerati e abolizione delle barriere divisorie: Ogni spettatore ha un seggiolino assegnato e nessuna barriera separa le tifoserie, favorendo un’atmosfera più civile.
Severe norme antiviolenza:
Tra le più efficaci ci sono il divieto di consumo di bevande alcoliche all’interno degli stadi e una gestione rigorosa dell’ordine pubblico.
Rifacimento degli impianti:
Grazie al rapporto Taylor del 1990, gli stadi sono stati rinnovati con fondi statali e privati. La riqualificazione ha migliorato la sicurezza e reso il calcio un’esperienza adatta a famiglie e bambini.
Aumento dei prezzi dei biglietti: Il rinnovamento ha comportato un incremento significativo dei costi, portando a una “selezione sociale” del pubblico, con una presenza prevalente di fasce medio-alte.

Questo modello ha ridotto quasi totalmente gli incidenti negli stadi, ma al contempo la criminalità fuori dagli eventi sportivi rimane elevata, con episodi di microcriminalità e violenza nelle notti londinesi, soprattutto durante i fine settimana.




In Italia, la gestione degli stadi e della sicurezza presenta ancora criticità significative:
Presenza di barriere e tornelli: Gabbie, cancelli e varchi elettronici sono stati installati per separare le tifoserie, ma queste misure hanno spesso esasperato la violenza, trasformando gli stadi in zone di sfogo per tensioni latenti.
Strumenti legislativi contro la violenza: Il DASPO, introdotto nel 1989, vieta l’accesso agli stadi a coloro che si sono resi protagonisti di episodi violenti. Questo provvedimento, emesso dal questore, può durare da 1 a 5 anni ed è spesso accompagnato dall’obbligo di firma presso un ufficio di polizia durante gli eventi sportivi.
Organizzazione carente: Gli impianti italiani sono spesso obsoleti e inadatti a gestire grandi folle in sicurezza. La manutenzione e i progetti di rinnovamento procedono a rilento, lasciando il sistema in una situazione di arretratezza rispetto agli standard internazionali.

La differenza tra hooligans e ultras risiede principalmente nelle loro caratteristiche sociali, organizzative e nello stile di tifo:
1.
Origine sociale: Derivano dagli strati più bassi della società, legati alla “rough working class” inglese.
2.
Stile di tifo: Basato sullo
Stile Maschio Violento, che privilegia la fisicità e l’aggressività.
2.
Stile di tifo: Caratterizzato da manifestazioni coreografiche che coinvolgono l’intera curva, come striscioni, tamburi, megafoni e spettacoli visivi.
3.
Senso di gruppo: Pur esaltando l’appartenenza al gruppo, questa è limitata al contesto della partita, senza un impegno duraturo rara.
3.
Senso di gruppo: Molto più strutturato, con un forte impegno che si estende oltre la partita, per attività organizzative e di autofinanziamento.
Origine sociale: : Non legati esclusivamente a una classe sociale, si sviluppano in contesti più eterogenei, con una componente giovanile significativa. 1.
5.
Azioni spontanee: Viene lasciato ampio spazio a manifestazioni improvvisate e scontri non organizzati, spesso al di fuori degli stadi.
4.
Presenza femminile: Generalmente marginale o rara.
4.
Presenza femminile: Maggiore rispetto agli hooligans, con una partecipazione più integrata nella vita del gruppo.
5.
Organizzazione: Strutturata in maniera gerarchica, con una ripartizione precisa di ruoli e compiti. La presenza di un “direttivo” coordina tutte le attività, dalla preparazione delle coreografie alle trasferte.

Lo stadio diventa il fulcro per l’espressione della comunità immaginaria degli ultras. Come osserva Dal Lago (1990, p. 37):
“All’interno di uno stadio, in base ai settori occupati e ai gruppi presenti, vengono tollerati comportamenti che nella vita quotidiana tendono a rimanere nascosti o, in altri contesti, soggetti al controllo delle forze dell’ordine. Nelle curve si può fumare marijuana con relativa impunità, lanciare oggetti in campo, simulare risse, strappare simboli rivali e, soprattutto, mettere in atto comportamenti trasgressivi.”
La solidarietà collettiva della curva crea forti legami emotivi con lo stadio, trasformandolo da spazio in un luogo simbolico che sovverte le regole della quotidianità dove gli ultras non sono solo spettatori, ma anche creatori attivi del proprio spettacolo.



1981
Sovraffollamento nella Curva Ovest: Durante la partita tra Tottenham e Wolverhampton, il sovraffollamento della curva causò il ferimento di 38 persone. Questo episodio evidenziò la necessità di rivedere la gestione della sicurezza negli stadi.



1985
Kenilworth Road: La guerriglia tra hooligans del Millwall e del Luton segnò una svolta: fu il primo evento di hooliganismo trasmesso in diretta televisiva. L’incidente spinse il governo Thatcher a introdurre misure più severe, maggiori poteri alla polizia, un incremento di telecamere di sorveglianza e introduzione della carta d’identità per accedere agli stadi.
Il rogo di Bradford: Un cumulo di rifiuti sotto la tribuna centrale prese fuoco, causando la morte di 56 persone. Questa tragedia sottolineò l’urgenza di intervenire sulla manutenzione e sulla sicurezza degli stadi, che erano spesso fatiscenti.
La strage dell’Heysel : La finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool, disputata allo stadio Heysel di Bruxelles, si trasformò in una tragedia che segnò profondamente il calcio europeo. Gli hooligans del Liverpool, animati da rancori legati a incidenti avvenuti l’anno prima a Roma, assalirono i tifosi juventini nel settore Z, nel tentativo di attuare il “take an end” (prendere la curva). La situazione degenerò rapidamente: iniziarono lanci di bottiglie, la tensione crebbe tra i tifosi italiani, che, presi dal panico, tentarono di fuggire ma si trovano senza vie d’uscita: i cancelli in alto erano chiusi a chiave, e chi provava a scendere in campo viene respinto dagli agenti. Bloccati, i tifosi italiani si ammassarono in un angolo, schiacciati contro il muro divisorio, in una situazione disperata. A un certo punto il muretto crollò non reggendo il peso di tutti i tifosi. Fu una strage. Molti tifosi precipitarono o rimasero schiacciati, altri, feriti, morirono calpestati da altri tifosi in preda al terrore.
1989
La tragedia di Hillsborough: La semifinale di FA Cup tra Liverpool e Nottingham Forest, giocata allo stadio di Hillsborough a Sheffield, si concluse con la morte di 96 tifosi del Liverpool, in quella che fu la più grave tragedia nella storia del calcio inglese. Cause principali:
•Errori organizzativi: Il responsabile David Duckenfield aprì un cancello esterno per gestire la folla, senza chiudere il tunnel che portava al settore centrale già sovraffollato. Oltre 2.000 tifosi si riversarono, causando uno schiacciamento letale.
•Barriere pericolose: Le gabbie, ad Hillsborough, si riveleranno letali: i tifosi, una volta entrati, non potevano muoversi né davanti, né dietro, perché davanti c’erano le gabbie, dietro i tifosi che spingevano per entrare e ai lati c’erano le inferriate delle gabbie. Una trappola mortale
•Gestione inadeguata: La gestione della sicurezza risultò disorganizzata. Le comunicazioni radio della polizia ebbero problemi di frequenza, rendendo difficile coordinarsi. Durante la calca, i tifosi tentarono di invadere il campo per salvarsi, ma i poliziotti li respinsero, fraintendendo la situazione. Duckenfield, dalla Control Room, interpretò (o diffuse) l’idea di un’invasione di campo, richiedendo persino l’intervento delle unità cinofile, contribuendo alla confusione che aggravò ulteriormente la tragedia.
La tragedia spinse alla modernizzazione degli stadi inglesi, abolendo gabbie, introducendo posti numerati e migliorando le infrastrutture, secondo il Rapporto Taylor









Nonostante la prevalenza degli anfiteatri romani 2000 anni fa, l’attuale incarnazione dello stadio sportivo è un fenomeno moderno. Prima della codificazione del calcio, i giochi popolari venivano giocati in spazi pubblici non regolamentati. Le partite si svolgevano in campi, cortili di chiese e piazze pubbliche. Spesso erano delimitate dai confini naturali esistenti, come mura, fossati e edifici mentre a oggi gli stadi si sono evoluti da spazi pubblici non regolamentati in entità multifunzionali.
I primi esempi di stadio risalgono ai greci, come quelli di Olimpia, Delfi e Atene, caratterizzati da una pianta a U e pensati per ospitare competizioni atletiche. Le sedute, inizialmente scavate nella roccia o ricavate da pendii naturali, garantivano una buona visibilità e un’organizzazione semplice ma funzionale degli spettatori. Lo stadio di Atene, ristrutturato nel 1896 per le prime Olimpiadi moderne, rappresenta un importante ponte tra l’antichità e l’architettura sportiva contemporanea, con una capienza di circa 50.000 persone.
Con la diffusione del cristianesimo in Europa, la religione divenne predominante e gli sforzi architettonici si concentrarono sulla costruzione di chiese piuttosto che su luoghi di svago e intrattenimento. Per i successivi 15 secoli non furono costruiti nuovi grandi stadi o anfiteatri sportivi. Gli edifici sportivi ereditati dall’epoca romana caddero in disuso: alcuni furono riconvertiti in mercati o abitazioni popolari. Ad esempio, l’anfiteatro di Arles fu trasformato in una cittadella con circa 200 abitazioni e una chiesa, costruite anche utilizzando pietre ricavate dalla struttura originaria. Molti altri furono semplicemente demoliti.
Durante il Rinascimento e nei secoli successivi, le competizioni a piedi o a cavallo si svolgevano in campi aperti o piazze cittadine, talvolta con strutture temporanee e zone coperte per ospiti importanti, sulla scia dei primi ippodromi greci. Tuttavia, nessun edificio permanente venne eretto, nonostante l’interesse per il classicismo e per l’architettura di stadi e anfiteatri. Il Colosseo (Figura 02), in particolare, venne studiato soprattutto per la sua composizione della facciata e per il modellato, applicati poi ad altri tipi di edifici. (Modellato = l’effetto plastico della facciata: i giochi di luce e ombra, il rilievo dei dettagli)
Lo stadio come tipologia edilizia conobbe una rinascita dopo la Rivoluzione Industriale. Aumentò la domanda di eventi di massa da parte del pubblico, si presentarono imprenditori pronti a soddisfarla, e si svilupparono nuove tecnologie strutturali che facilitarono la costruzione di stadi o palazzetti chiusi. Un impulso particolarmente importante arrivò dal rilancio della tradizione olimpica alla fine del XIX secolo. Su iniziativa del barone Pierre de Coubertin, nel 1894 si tenne un congresso che portò ai primi Giochi Olimpici moderni, ad Atene nel 1896. Per l’occasione, lo stadio antico di 331 a.C., scavato e studiato dall’architetto e archeologo tedesco Ernst Ziller, fu ricostruito secondo il tradizionale schema greco a forma di U allungata, con gradinate in marmo capaci di ospitare circa 50.000 spettatori (Figura 01).
Da allora i Giochi si svolsero ogni quattro anni, fatta eccezione per le interruzioni belliche. Di seguito si segnalano quelli che hanno determinato cambiamenti o progressi significativi nel design degli stadi.
(01) L’Arena di Atene, uno stadio incavato a forma di U costruito originariamente nel 331 a.C. per ospitare gare podistiche, fu restaurata e riutilizzata in occasione dei primi Giochi Olimpici moderni.

(02) Il Colosseo di Roma (82 d.C.) fu costruito per i combattimenti dei gladiatori, e non per le corse. Assunse quindi la forma di un teatro, in cui ordini di gradinate ascendenti, a formare una collina artificiale, circondavano completamente l’arena. La grande struttura in pietra e cemento fuso integrava ingegneria, spettacolo e arte con maggiore successo rispetto alla maggior parte degli stadi moderni.

Nel 1908 i Giochi si svolsero a Londra. Per l’occasione fu costruito il White City Stadium, progettato da James Fulton. Si trattava di un edificio funzionale, con struttura in acciaio, capace di ospitare oltre 80.000 spettatori, il primo stadio olimpico moderno costruito appositamente (Figura 03). L’arena era immensa rispetto agli standard attuali e ospitava molteplici discipline sportive, circondata da una pista ciclistica. Successivamente si decise di ridurre il numero di sport olimpici per realizzare arene più contenute. Il White City Stadium venne gradualmente trascurato e demolito negli anni Ottanta. La Prima Guerra Mondiale impedì lo svolgimento dei Giochi del 1916, ma nel 1913 a Berlino era già stato costruito uno stadio con capienza di 60.000 persone in vista dell’evento. Il suo valore risiede nella forma naturale e armoniosa: come i teatri e gli stadi dell’antica Grecia, è scavato nel terreno e si integra delicatamente nel paesaggio senza gesti monumentali.
L’architetto fu Otto March, e questo stadio divenne prototipo per numerosi parchi sportivi costruiti in Germania negli anni Venti.
Nel 1936 Berlino ospitò finalmente le Olimpiadi. I nazisti, da poco al potere, ampliarono lo stadio del 1913 in un grande ovale da 110.000 spettatori, di cui 35.000 in piedi distribuiti su 71 file (Figura 04). Il progetto di Werner March, con la sua pianificazione razionale e la facciata a colonne, rimane un design molto impressionante, rinnovato e dotato di copertura per i Mondiali FIFA 2006.
Le Olimpiadi del 1948 tornarono a Londra, dove il Wembley Stadium di 24 anni, progettato da Sir Owen Williams, fu rinnovato. Le Olimpiadi del 1960 a Roma rappresentarono una svolta: invece di concentrare tutti gli eventi in un unico sito, si optò per una pianificazione decentralizzata con lo stadio di atletica in una parte della città e le altre strutture fuori dal centro urbano. Questo approccio rimase preferito per decenni. Lo stadio principale, progettato da Annibale Vitellozzi, era una struttura scoperta su tre piani (Figura 05), con una facciata ordinata e rivestita in pietra calcarea intorno a una forma ovale, a cui fu aggiunta una copertura nel 1990 per i Mondiali FIFA. Due palazzetti più piccoli del 1960 sono architettonicamente rilevanti: il Palazzo dello Sport (16.000 posti, Marcello Piacentini e P.L. Nervi) e il Palazzetto dello Sport (5.000 posti, Vitellozzi e Nervi, Figura 06). Entrambi sono spazi circolari senza colonne, che coniugano eleganza visiva ed efficienza funzionale, con Nervi come ingegnere strutturale.





(03) Il White City Stadium di Londra (1908) fu il primo stadio olimpico moderno e poteva ospitare oltre 80.000 spettatori. Il campo di atletica era circondato da una pista ciclistica, rendendo l’arena più ampia rispetto agli esempi successivi.
(04) Lo stadio olimpico di Berlino del 1936 poteva ospitare oltre 100.000 persone, con una pianta ellittica razionalmente organizzata.
(05) Lo stadio olimpico di Roma del 1960, anch’esso una vasca ovale circondata da colonne, presenta una somiglianza strutturale con quello di Berlino.
(06) Un piccolo stadio coperto, privo di colonne interne e di notevole valore architettonico: il Palazzetto dello Sport, realizzato per le Olimpiadi di Roma del 1960. Presenta una copertura a guscio in cemento armato, sorretta da 36 pilastri prefabbricati disposti lungo il perimetro.
Nel 1964 le Olimpiadi si tennero a Tokyo. Come a Roma, anche qui due palazzetti chiusi: la Swimming Arena e la Sports Arena di Kenzo Tange, con rispettivamente 4.000 e 15.000 posti. La Swimming Arena fu definita “una cattedrale del nuoto” da Avery Brundage, presidente del Comitato Olimpico Internazionale. Gli spettatori potevano assistere sotto una delle strutture di copertura più drammatiche mai concepite: cavi d’acciaio sospesi da un unico alto palo sul perimetro del piano circolare sostenevano pannelli di cemento formando una struttura semirigida.
Nel 1968, Mexico City ospitò le Olimpiadi con diversi stadi degni di nota. Lo University Stadium, costruito nel 1953 con 70.000 posti, fu ampliato nel 1968 a 87.000 posti per diventare lo stadio principale (Figura 07). La sua forma bassa e aggraziata è degna di nota. Come lo stadio berlinese del 1913, è uno “stadio-terra”, che si innesta senza soluzione di continuità nel paesaggio naturale, usando poco cemento armato e fondendosi con l’ambiente circostante, arricchito da una splendida decorazione scultorea esterna.
Un altro punto di svolta arriva con le Olimpiadi di Monaco 1972 (Figura 08), dove lo stadio e l’intero sito olimpico furono progettati per rompere con il passato monumentale del 1936. Gli architetti Günter Behnisch and Partners e gli ingegneri Frei Otto e Fritz Leonhardt idearono una copertura leggera e trasparente in pannelli acrilici sospesa su una rete in acciaio, in perfetta armonia con il paesaggio circostante. Con una superficie di 8,5 ettari, è ancora oggi una delle strutture più iconiche mai realizzate, nonostante alcuni limiti ambientali riscontrati nel tempo.
A partire dagli anni ’90 si rafforza l’attenzione verso la sostenibilità post-olimpica. L’esperienza negativa di Montreal 1976, con il suo stadio troppo costoso da mantenere, spinge città come Atlanta (1996) e Sydney (2000) a progettare impianti convertibili e modulari. Sydney, ad esempio, integra 30.000 posti temporanei, smontati dopo i Giochi per rendere l’edificio più funzionale. Infine, le edizioni più recenti confermano questa visione strategica. Il “Nido d’Uccello” di Pechino 2008, progettato da Herzog & de Meuron, è una dichiarazione architettonica potente, mentre Londra 2012, con il progetto di Populous e Buro Happold, punta a una struttura leggera e riconfigurabile. Il concetto di eredità urbana diventa ormai centrale nella progettazione: uno stadio non è più solo un luogo per ospitare gare, ma un’infrastruttura urbana pensata per vivere oltre l’evento.

(07) Lo stadio olimpico di Città del Messico del 1968 accoglieva gli spettatori in una struttura bassa e armoniosa, incassata nel paesaggio circostante.

(08) Lo Stadio Olimpico di Monaco del 1972 portò la serie di stadi architettonicamente eccezionali dei decenni precedenti al culmine.

Gli stadi da calcio si sono sviluppati in modo diverso in base alle tradizioni culturali e sportive delle varie regioni. In Europa e Sud America, dove il calcio è particolarmente popolare, si trovano le strutture più numerose e significative, ma con notevoli differenze architettoniche.
Nel Regno Unito, gli stadi sono generalmente di proprietà delle singole squadre e utilizzati esclusivamente per il calcio. Questa formula ha favorito un forte senso di comunità tra i tifosi, rafforzato dalla tradizione delle terraces (gradinate in piedi) e dalla vicinanza degli spettatori al campo, che crea un’atmosfera intima e coinvolgente. A oggi sono vietate e solo alcune strutture recenti, come quelle di Huddersfield, Bolton e l’Emirates Stadium di Londra, si distinguono per qualità e innovazione.
Le terraces (terrazze) negli stadi di calcio erano originariamente progettate per ospitare un gran numero di tifosi in modo economico e funzionale. Questi spazi permettevano ai sostenitori una maggiore libertà di movimento rispetto ai posti a sedere, facilitando interazioni più spontanee e partecipative durante la partita. La possibilità di muoversi liberamente, di radunarsi in gruppi compatti e di organizzare cori o azioni collettive contribuiva a creare un’atmosfera molto vivace e coinvolgente.
Le terrazze furono, quindi, introdotte negli stadi di calcio per il semplice motivo che erano facili da costruire e consentivano a un gran numero di persone di utilizzarle
Tuttavia, questa stessa libertà strutturale comportava anche dei rischi: la mancanza di posti assegnati e la concentrazione di persone in piedi rendevano più difficoltoso il controllo delle folle, facilitando comportamenti violenti o disordini in caso di tensioni tra tifoserie rivali.
Il Rapporto Taylor, redatto dopo la tragedia di Hillsborough, portò a una riforma fondamentale per la sicurezza negli stadi. Una delle principali modifiche fu l’eliminazione delle terrazze, obbligando tutti gli stadi a dotarsi di posti a sedere per tutti gli spettatori, al fine di garantire maggiore sicurezza durante gli eventi. Si prevedeva inoltre l’introduzione di tornelli per monitorare l’accesso e la capienza, e si suggeriva di limitare la vendita di alcolici.

Diversamente, nel continente europeo prevale il modello degli stadi pubblici, di proprietà dei comuni e utilizzati da più società sportive. Questo approccio ha garantito maggiori finanziamenti e ha spesso portato a progetti più ambiziosi, come quelli a Düsseldorf, Colonia o Torino. Tuttavia, la presenza di piste di atletica intorno al campo, comune in questi stadi, penalizza il senso di intimità e coinvolgimento del pubblico.
In Sud America, il calcio è ugualmente amato, ma gli stadi tendono a essere molto più grandi. L’esempio più emblematico è il Maracanà di Rio de Janeiro, che con una capienza di oltre 100.000 posti (di cui 77.000 a sedere) è uno degli stadi più grandi al mondo. Introdusse per primo il concetto di fossato asciutto per separare pubblico e giocatori, soluzione poi adottata in molti altri stadi internazionali, come quello olimpico di Seul. Infine, l’edizione della Coppa del Mondo FIFA del 2022 ha dato un esempio recente di utilizzo innovativo di strutture temporanee fissando nuovi standard per la progettazione degli stadi. Lo Stadio 974 a Doha è stato pensato modulare e realizzato con contenitori marittimi riciclati e acciaio, progettato per essere smontato e riutilizzato, evitando la creazione di “elefanti bianchi” tipici di eventi di grande portata.
In questo contesto, l’impiego di strutture modulari come quelle realizzate con i tubi Innocenti rappresentò una risposta concreta alle nuove esigenze: già utilizzati negli anni ’30 per ampliare temporaneamente gli stadi in occasione del Mondiale del 1934 in Italia, i tubolari offrivano una soluzione rapida, leggera e sicura per la costruzione di impianti sportivi.

Stadio
Giornalista
Mário
Maracanã Rio de Janeiro, Brasile



Oggi, gli stadi contemporanei presentano una grande varietà di tipologie di sedute. Si va dai posti standard in plastica nei settori popolari, spesso senza braccioli per favorire il movimento, ai seggiolini ribaltabili, richiesti dalle normative UEFA e FIFA, che garantiscono maggiore ordine e visibilità. Nelle aree VIP troviamo posti premium imbottiti, spesso riscaldati, con accesso a lounge riservate, mentre i box privati (skybox) offrono vere e proprie suite con visuale privilegiata, servizi esclusivi e comfort di alto livello. Non mancano soluzioni ibride, come le safe standing areas, aree con barriere di sicurezza dove i tifosi possono stare in piedi in modo regolamentato, tentativo recente di riconciliare la tradizione del tifo attivo con le regole imposte dalla sicurezza. La “Yellow Wall” nel Signal Iduna Park (Borussia Dortmund, Germania) è una delle più imponenti safe standing terraces al mondo, che ospita circa 25.000 tifosi in piedi nel settore Sud dello stadio.
Il valore progettuale dei nuovi posti in piedi risiede nell’evoluzione delle crush barriers, le barriere anti-schiacciamento, che erano presenti nelle gradinate degli stadi per tutto il Novecento prima di essere messe al bando. Queste barriere furono progettate nel 1906 da Archibald Leitch, un ingegnere scozzese che ha influenzato il design degli stadi britannici e introdotto elementi come il calcolo dell’angolo di visuale. Le barriere erano strutture in ferro distribuite nelle gradinate, soprattutto nei settori dietro le porte, con un elemento tubolare orizzontale per garantire la sicurezza. Leitch calcolò che 40 cm di spazio per persona fosse sufficiente per una densità di circa 58 persone per 10 mq. Questo sistema mirava a separare i tifosi in blocchi per evitare assembramenti




Le rivalità contribuiscono a rafforzare le identità locali. Ad esempio, il derby di Milano è chiamato Derby della Madonnina e prende il nome dalla statua della Madonna che si trova in cima al Duomo di Milano. Storicamente, in occasione di questa partita, si contrappongono due ceti sociali ben precisi: quello dei cosiddetti casciavìt, (che in dialetto milanese significa cacciavite), facendo esplicito riferimento agli operai, identità che appartiene alla Curva Sud Milano, e quello dei baùscia dell’Inter, termine che sta ad indicare un imprenditore poco aperto alle innovazioni del tempo. Altrove, il derby di Genova prende il nome dal simbolo del porto ligure, il faro della Lanterna. Il calcio e l’identità locale si intrecciano intimamente e i rituali che circondano il calcio contribuiscono a valorizzare entrambi. Al contrario, il derby tra Juventus e Inter è chiamato “Derby d’Italia”. La Juventus in Italia non ha molti estimatori o simpatizzanti e, così, anche per i tifosi bianconeri risulta difficile trovare una tifoseria con cui gemellarsi., a parte il legame con l’Avellino, nato negli anni Ottanta e ancora oggi vivo con tanto di applausi alla “sciarpata” dei tifosi biancoverdi nella gara di Coppa Italia dello Stadium nel 2013. Queste rivalità locali sono così profondamente radicate che molti tifosi sosterranno attivamente gli avversari dei loro rivali. La lingua italiana rafforza questo concetto. Il verbo “gufare” significa letteralmente portare sfortuna a qualcuno o qualcosa. Praticamente, significa sostenere contro qualcuno. I tifosi sosterranno attivamente contro i loro rivali e si rallegreranno delle loro sconfitte. Ad esempio, quando l’attaccante dell’AC Milan
Luther Blissett segnò il gol che causò la retrocessione del Pisa, i tifosi di Livorno organizzarono feste e successivamente esibirono uno striscione ringraziandolo alla loro partita successiva. Il tifo di praticamente ogni squadra di Serie A, ma anche delle serie minori riesce, infatti, a dare vita a gemellaggi longevi, che creano alleanze solide e leali:
1949 Torino - River Plate
1973 Torino - Fiorentina e successivamente anche Genoa
anni 70’ Napoli - Roma che finisce nel 87’
1982 Napoli - Genoa che finisce nel 2018
1982 Milan - Brescia
anni ‘80 Lazio - Hellas Verona e di conseguenza Roma - Atletico di Madrid
1988 Lazio - Inter
2007 Milan - la Reggina




Gemellaggi MILAN
Brescia, Partizan Belgrado, Reggina, Siviglia
Rivalità MILAN
Atalanta, Cagliari, Fiorentina,
Genoa, Hellas Verona, Inter, Juventus, Lazio, Napoli, Roma, Sampdoria
Gemellaggi JUVENTUS
ADO Den Haag (Aia), Legia Varsavia
Rivalità JUVENTUS
Fiorentina, Inter, Milan, Napoli, Roma, Torino, Verona, Genoa, Sampdoria, Parma, Liverpool
Gemellaggi INTER
Lazio, Nizza, Valencia, Varese
Rivalità INTER
Atalanta, Juventus, Milan, Napoli, Roma, Ascoli

Gemellaggi ROMA
Panathinaikos, Sambenedettese, Atletico Madrid, Udinese
Rivalità ROMA
Ascoli, Atalanta, Avellino, Bologna, Brescia, Fiorentina, Hellas Verona, Inter, Juventus, Lazio, Liverpool, Milan, Napoli, Olympiakos, Pescara
Gemellaggi NAPOLI
Ancona, Borussia Dortmund, Catania, Juve Stabia, Palermo, PSG, Celtic Rivalità NAPOLI
Atalanta, Avellino, Bari, Bologna, Brescia, Cagliari, Fiorentina, Foggia, Hellas Verona, Inter, Juve, Lazio, Lecce, Milan, Perugia, Pisa, Pistoiese, Reggina, Roma, Salernitana, Sampdoria, Ternana, Udinese, Vicenza
Gemellaggi TORINO
Genoa, Alessandria, Fiorentina
Rivalità TORINO
Atalanta, Bologna, Brescia, Hellas
Verona, Inter, Juventus, Lecce, Milan, Perugia, Piacenza, Roma, Sampdoria


Gemellaggi FIORENTINA
Catanzaro, Hellas Verona, Sporting Lisbona, Tornino
Rivalità FIORENTINA
Atalanta, Bologna, Brescia, Inter, Juventus, Lazio, Milan, Napoli, Pisa, Roma, Salernitana, Siena

Gemellaggi LAZIO
Inter, Real Madrid, Triestina
Rivalità LAZIO
Arsenal, Atalanta, Atletico Madrid, Brescia, Fiorentina, Foggia, Juventus, Livorno, Milan, Napoli, Marsiglia, Palermo, Perugia, Pescara, Reggina, Roma, Sambenedettese, Taranto, Ternara, Vicenza







Gemellaggi ATALANTA
Eintracht Frankfurt, Ternana
Rivalità ATALANTA
Brescia, Como, Fiorentina, Genoa,
Hellas Verona, Inter, Juventus, Lazio, Milan, Napoli, Roma, Torino
Gemellaggi PARMA
Bordeaux, Empoli, Sampdoria,
Rivalità PARMA
Bologna, Cremonese, Genoa, Juventus, Modena, Reggiana, Vicenza
Gemellaggi BOLOGNA
Centese, Ravenna, Avellino , Siena, West Ham
Rivalità BOLOGNA
Atalanta, Brescia, Cesena, Fiorentina,
Hellas Verona, Inter, Juventus, Milan, Modena, Napoli, Parma, Roma, Sampdoria, Triestina
Gemellaggi COMO
Lucerna, Treviso
Rivalità COMO
Juventus, Milan, Spal
Gemellaggi BRESCIA
Catanzaro, Cesena, Mantova, Milan, Saint-Etienne, Norimberga, Salernitana Rivalità BRESCIA Atalanta, Bologna, Cagliari, Como, Fiorentina, Genoa, Hellas Verona, Inter, Juventus, Lazio, Lecce, Modena, Napoli, Roma, Sampdoria, Torino, Vicenza

Gemellaggi UDINESE Vicenza, Roma, Salisburgo, Arezzo, Genoa
Rivalità UDINESE Cremonese, Fiorentina, Hellas Verona, Juventus, Napoli, Piacenza, Sampdoria, Triestina, Venezia
Gemellaggi PALERMO
Cesena, Foggia, Lecce, Padova, Roma, Napoli, Akragas Rivalità PALERMO Bari, Cagliari, Catania, Crotone, Fiorentina, Hellas Verona, Lazio, Livorno, Messina, Reggina, Salernitana, Ternana, Venezia, Vicenza, Cosenza

Gemellaggi HELLAS VERONA
Fiorentina, Sampdoria, Triestina, Chelsea, Lazio
Rivalità HELLAS VERONA
Atalanta, Bari, Bologna, Brescia, Cagliari, Catanzaro, Cesena, Cosenza, Genoa, Inter, Juventus, Livorno, Milan, Modena, Napoli, Palermo, Reggina, Roma, Salernitana, Taranto, Torino, Udinese, Venezia, Vicenza



È un altoparlante portatile di dimensioni ridotte costituito da:
1. microfono
2. batterie
3. amplificatore
4. altoparlante
Secondo alcune fonti, sono da considerarsi primi esempi di ‘’megafono’’ alcune maschere teatrali − ovvero, oggetti caratterizzati da un’imboccatura conica, utile ad amplificare la voce degli attori in scena, per farsi sentire anche dalle ultime file di spettatori. Queste maschere risalgono all’antica Grecia (VI secolo a.C), e sono da considerarsi primi esempi di principio del megafono odierno. Il megafono ‘’moderno’’ viene inventato da Athanasius Kircher, uno studioso gesuita tedesco. (“Megafono - Wikipedia”)
Nel mondo ultras, il megafono assume un ruolo simbolico oltre che pratico: è l’estensione della voce del lancia-cori, la figura che guida i canti della curva e coordina l’intero settore del tifo. Spesso posizionato su una ringhiera di fronte alla curva, il lancia-cori diventa il punto di riferimento visivo ed emotivo della tifoseria. In questo contesto, il megafono diventa un oggetto carico di significato, che trascende la sua funzione tecnica per diventare emblema del comando, della leadership e della ritualità dellaperformance ultrà.



Nel contesto ultras, la bandiera è un elemento visivo fondamentale della coreografia della curva, uno strumento di espressione collettiva e un segno distintivo che rafforza il senso di appartenenza.
Le bandiere esposte dagli ultras spesso raffigurano simboli o stemmi. Agli albori del tifo organizzato, fra la fine degli anni ‘60 e gli anni ‘70 si adottano immagini di animali feroci: leoni che ruggiscono, pantere, acquile o teschi.
Alla fine degli anni ‘80 e negli anni ‘90 dilaga la politica. Iniziano a comparire le prime bandiere del Che Guevara nelle curve di sinistra, Falci e Martello, con vessilli di Cuba, immagini di Bob Marley, foglie di Mariuana stilizzate, i Bambulè (o Tre Perfetto).
Nelle curve di destra: Croci Celtiche per la maggiore, a volte anche svastiche, striscioni bordati con il tricolore, Bandiere del RSI con l’aquila romana, elmetti romani da centurione, ecc. In Italia, la bandiera sudista è utilizzata prevalentemente dalle tifoserie del Sud per rivendicare con orgoglio la propria identità geografica in risposta agli sfottò delle tifoserie del Nord, più che per un’affiliazione all’estrema destra.
Non mancarono in seguito simboli apolitici come: il condom animato, boccali di birra, Jim Morrison, Snoopy, Andy Capp, Zio Sam, I Simpson

Ladro gentiluomo e figura oscura, Diabolik rappresenta l’identità ultras che rifiuta regole e convenzioni.
Le bandiere in curva: un mosaico di identità, tra simboli politici, culturali e apolitici, che raccontano la storia e l’evoluzione del movimento ultras.
























L’obbligo di introdurre i seggiolini in ogni settore di uno stadio per effetto dei nuovi regolamenti inglesi (che ebbero quindi una ricaduta su quelli europei, in particolare sulle competizioni UEFA) cancellò l’immagine dei gradoni di cemento su cui si ammassavano migliaia di tifosi in piedi, facendo spazio a un tappeto di piccole sedute di plastica, un mosaico a cui bisognava dare un colore, un’identità. Anche da vuoti questi stadi diventavano mete da visitare, proprio perché si stavano trasformando in cartoline, in simboli. Il luogo più
è in grado di essere esteticamente riconoscibile, più sarà capace di trasmettere un forte senso di appartenenza al tifoso.
1. Panche di marmo dello Stadio Panathinaiko, Atene, 329 a.C.
2. Sedute in cemento, Estadio Centenario di Montevideo, Uruguay, Coppa del Mondo FIFA 1930
3. Panche di legno, Stadion Wankdorf, Berna, Coppa del Mondo
FIFA 1954
4. FCB-Family, Allianz Arena, 2005
5. Rail Seats (sedute con barra di sicurezza)
Illustrazioni di Abitare - I sedili degli stadi







Il font stampatello e leggermente corsivo che ne scaturì diventò esso stesso marchio dello stadio, scritta riconoscibile e vendibile.
Nel nuovo impianto gli unici seggiolini di colore diverso da quelli già citati sono nel Royal Box e quindi riservati alla Famiglia Reale, un’altra soluzione che caratterizza la scelta della tonalità con un significato funzionale e simbolico.

Stamford Bridge, casa del Chelsea, si colorò immediatamente di blu, il colore sociale del club, contribuendo a dare un rinnovato senso di appartenenza ai propri tifosi.

Allo stadio Meazza di Milano, con il nuovo terzo anello nato per i Mondiali di Italia ‘90 e l’implementazione delle sedute in ogni settore, si decise per una soluzione semplice ma molto intuitiva: quattro colori per quattro tribune
Il “Més Que Un Club” del Barcellona non è solo un motto autocelebrativo da ricordare fra tifosi e giocatori, ma è la frase che accoglie visitatori e squadre all’ingresso in campo, spalmata sull’enorme tribuna dello stadio Camp Nou.


Lo stadio di Udine è stato trasformato in un insieme di colori mescolati in modo casuale. Questo approccio serve a evitare che la mancanza di pubblico crei un vuoto visivamente sgradevole durante le trasmissioni televisive.
Sedili a panche
I sedili a panca moderni sono costituiti da listelli di metallo o plastica stampati con incavi individuali e sono solitamente fissati alla terrazza in cemento tramite un telaio metallico per garantire l’altezza corretta. Sono economici e robusti e occupano meno spazio di qualsiasi altro tipo. Tuttavia, questi sedili non sono comodi e dovrebbero essere utilizzati solo nelle aree di ingresso più economiche, se non addirittura inesistenti.
Sedili monoblocco senza schienale
Sono molto simili al tipo sopra descritto, ma forniti come sedili singoli. Sono anche noti come sedili per trattori.
Sedili con schienale
Sono generalmente simili ai sedili per trattori, condividendone i vantaggi di basso costo e facilità di pulizia, ma sono più comodi. Tuttavia, hanno lo svantaggio di richiedere molto più spazio rispetto a qualsiasi altro tipo di sedile, ad eccezione dei sedili fissi con schienale.
Sedili ribaltabili
Costano di più di tutti i tipi sopra elencati e sono meno robusti, ma stanno rapidamente diventando il tipo di seduta più utilizzato negli stadi. Sono comodi e, anche se non rivestiti al momento dell’installazione, possono essere migliorati in seguito. Il ribaltamento del sedile facilita il passaggio degli spettatori.
Sedili retrattile e mobili
I sedili retrattili o temporaneamente smontabili sono ampiamente utilizzati in Nord America per consentire l’adattamento degli stadi a una varietà di scopi.

L’abbigliamento, nel contesto ultras, è molto più di una mera scelta estetica: diventa un vero e proprio simbolo di identità, di affiliazione e di appartenenza a un gruppo, incarnando codici storici e culturali che segnano il movimento. I marchi, con il loro carico di significati, sono una parte fondamentale di questa estetica. Marchi come Adidas, Fred Perry, Stone Island, Burberry, Ben Sherman, Aquascutum, Lyle & Scott, Umbro, Lacoste e, negli ultimi anni, The North Face e Alpha Industries, sono tornati alla ribalta, divenendo simboli di uno stile che è più di una moda, ma una dichiarazione di identità. Non bisogna dimenticare le eccellenze italiane, come Diadora, Ellesse e Sergio Tacchini, che hanno contribuito a plasmare l’immagine visibile di un gruppo ultras. Negli anni ’70, gli scontri tra tifosi si limitavano principalmente agli stadi, ma verso gli anni ’80, a causa della crescente violenza, le cariche della polizia si estendevano anche al di fuori degli impianti sportivi, trasformando gli scontri in vere e proprie guerriglie urbane. L’emergere del look paramilitare, con tute mimetiche e anfibi, divenne una delle principali forme di identificazione degli ultras. In risposta alle misure di sicurezza sempre più stringenti, gli ultras e gli hooligans, specialmente quelli delle squadre inglesi, idearono uno stratagemma ingegnoso per eludere i controlli della polizia. Invece di indossare i tipici colori della propria squadra, che li rendevano facilmente riconoscibili, si ispirarono al pubblico “normale”, che indossava capi dallo stile classico e discreto. Maglioni e polo di “Fred Perry”, giacche e capi firmati “Stone Island” divennero un simbolo distintivo.

Il calcio è tradizionalmente legato a specifiche località geografiche e in molti casi, specialmente in Italia, il legame tra il club e il territorio è rappresentato anche dal suo abbigliamento. Ogni squadra, infatti, ha radici nella sua città o regione e ciò si riflette nei colori e negli stemmi delle maglie. Per esempio, l’Hellas Verona e il Chievo Verona sfoggiano maglie gialle e blu, che riprendono i colori della città, mentre il Catania indossa le strisce rosse e blu della bandiera comunale. Analogamente, la Roma, con le sue maglie rosse con bordi gialli, rievoca la bandiera della capitale, con il simbolo della lupa che allatta Romolo e Remo, il mito di fondazione della città. Nel caso di squadre come il Milan, il Bologna e il Genoa, il legame con la città è ulteriormente rafforzato dagli stemmi, che incorporano la croce di San Giorgio, simbolo delle rispettive bandiere municipali. Così, l’abbigliamento e i simboli dei gruppi ultras diventano un tributo alla città, alla sua storia e alla sua cultura.
"Giaccone mimetico, sciarpa e passamontagna. Ecco un ragazzo delle Brigate Rossonere del Milan, fotografato a San Siro nel 1979 dal grande fotoreporter Carlo Arcari"
"Ribelli degli stadi. Una storia del movimento ultras italiano" Pierluigi Spagnolo, 2017


Durante l’incontro tra Genoa e Milan,del gennaio 1995, un ultras della squadra genovese viene accoltellato a morte. Lo slogan “Basta lame, basta infami” nasce come condanna dell’uso di armi da taglio negli scontri tra tifoserie e delle aggressioni di gruppo contro singoli individui. Tuttavia, nel tempo, questi intenti vengono disattesi: oltre alle lame, fanno la loro comparsa spranghe, tubi di ferro, biglie metalliche, razzi da segnalazione (bengala) e ordigni improvvisati. Ogni oggetto reperibile diventa un’arma impropria, dalle cinture con borchie ai sedili di plastica delle tribune, fino ai rubinetti e ai sanitari dei servizi igienici.
Parallelamente, si assiste a una trasformazione della composizione dei gruppi coinvolti in episodi di violenza: sempre più spesso, gli autori non appartengono a club organizzati ma agiscono in autonomia, identificandosi come “cani sciolti”.
Il fenomeno dell’ibridazione caratterizza il mondo ultras italiano, che nel tempo ha assimilato elementi da altre tifoserie per arricchire le proprie coreografie. Dalle torcidas brasiliane proviene l’uso delle trombe, dalle curve inglesi l’impiego delle sciarpe con i simboli della squadra, protagoniste delle celebri sciarpate a sostegno della propria formazione. A questi elementi si aggiunge l’uso diffuso di fuochi pirotecnici, tra cui razzi, candelotti e fumogeni, che contribuiscono a rendere il tifo italiano particolarmente spettacolare, distinguendolo dalle altre tradizioni calcistiche internazionali.




diSprangheetubidiferrovengonotalvoltaimpiegatineicontesti scontro tra gruppi organizzati. Questi oggetti, facilmentereperibili,vengonosceltiperlalororesistenzaecapacitàdi infliggeredanni.Illoroutilizzoavvienespessoinsituazionidi immediateconfrontopreordinatotratifoserie,lontanodaglistadionelle vicinanzedegliimpiantisportivi.

I razzi da segnalazione e altri dispositivi pirotecnici vengono frequentemente utilizzati nelle curve degli stadi per creare effetti visivi e coreografie. Il loro impiego si estende anche al lancio verso il campo o altri settori dello stadio. In alcuni casi, l’utilizzo di questi strumenti è regolamentato o vietato, ma la loro presenza negli ambienti del tifo organizzato rimane significativa.


Le biglie metalliche vengono utilizzate per il lancio a distanza, sia con la mano che tramite fionde. A causa delle loro dimensioni ridotte, risultano difficili da intercettare e possono essere trasportate con facilità. Il loro impiego si è osservato in diversi contesti, in particolare durante momenti di tensione tra gruppi di tifosi o nei confronti delle forze dell’ordine.

Come osservano diversi studi sull’etnografia del tifo (Petrillo, 2001; Dal Lago, 1990), la curva è uno spazio di produzione simbolica in cui i suoni, i gesti e le parole diventano strumenti di rappresentazione dell’identità collettiva.
Nelle curve occupate dalle tifoserie organizzate, lo spazio e gli arredi vengono vissuti in modo non convenzionale. In particolare, i seggiolini non vengono utilizzati secondo la loro funzione originaria, ma passano in secondo piano, prediligendo lo stare in piedi, appoggiarsi, cavalcare barriere o disporsi trasversalmente. Questa scelta non è casuale, ma riflette una modalità collettiva di vivere lo spazio che supera la semplice funzione fisica della seduta. Stare in piedi, muoversi, cantare, agitare bandiere e sostenere la propria squadra sono azioni che creano una dinamica di gruppo intensa e condivisa, in cui il corpo diventa uno strumento di comunicazione e identità collettiva. La curva non è uno spazio statico: il seggiolino perde così la sua funzione prevista, diventando “accessorio” marginale per la rigidità che esso impone, ovvero una posizione fissa e monodirezionale.










































































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Ringrazio Football Case Study per avermi fornito alcune immagini utilizzate in questo lavoro
p. 1, 72-73, 77, 80-81, 92-92, 115, 116-117
Wikipedia contributors. (n.d.). Hillsborough Stadium disaster. https://it.wikipedia.org/wiki/Disastro_di_ Hillsborough
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Ai Ceschi, che voglio bene più di quanto riesca a scrivere. Stare con voi è come vivere in una serie TV: spesso comica, mai banale, e di certo la noia non è mai esistita.
A mia sorella Alessia, che non è solo mia sorella ma la mia roccia, il mio motivatore personale, e anche il mio “Google umano” per i consigli (sempre pronti e spesso azzeccati).
Ad Andrea che ha creduto in me anche quando io non ci credevo (anzi, diciamo che a volte ci ha creduto pure troppo) Grazie per essere stato il mio sorriso nelle giornate nere e il mio “vabbè, ce la fai” quando ero convinta del contrario.
A tutte le persone che voglio bene, grazie per rendere la mia vita più colorata, divertente e meno prevedibile. Ognuno di voi ha lasciato un segno speciale in questo percorso.
E infine a me stessa, perché la sfida più grande è sopravvivere alla mia testa tra le nuvole e alle pretese che mi faccio da sola. Ma oggi posso dire che sono stata brava!