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YEARBOOK2009/10 FERRUCCIO IZZO_ROBERTO VANACORE


Alla memoria di Eduardo Catalano (1917-2010) maestro di architettura e di vita, che con le sue opere, i suoi insegnamenti, la sua umanitĂ ha lasciato un duraturo esempio per le future generazioni di architetti In memory of Eduardo Catalano (1917-2010) master of architecture and life, who with his works, his teachings, his humanity left an enduring legacy for the future generations of architects


Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca

Regione Campania

Università degli Studi di Napoli Federico II Facoltà di Architettura

Dipartimento di Progettazione Urbana e di Urbanistica

AFM Associazione di Formazione Manageriale dell’ANCE

Associazione Costruttori Edili Napoli

Il Master, nell’anno accademico 2009-2010, ha svolto le sue avità nell’ambito del progeo ‘Percorsi Regionali di sviluppo nella filiera delle costruzioni in Campania’ istuito dall’accordo di programma sottoscrio da MIUR, Regione Campania, AFM (Associazione Formazione Manageriale) ed ACEN (Associazione Costruori Edili Napoletani). Si ringraziano: tutti i docenti, i tutors e gli illustri ospiti italiani e stranieri che con i loro contributi scientifici hanno arricchito e sostenuto il corso del Master. Ambrogio Prezioso, Rodolfo Girardi e Giacinto Grisolia per aver dato concretezza ed incisività al lavoro del Master con la loro esperienza imprenditoriale. Giuseppina Carfora ed Elisabetta Di Prisco per le valide consulenze fornite. Antonietta Paladino, Eleonora Di Vicino e le strutture tecnico-amministrative del Dipartimento di Progettazione Urbana e di Urbanistica per il loro sostegno. Alberto Calderoni per aver collaborato ai lavori di ricerca del Master attraverso il suo tirocinio di laurea. Si ringrazia, inoltre, la Soprintendenza BAPSAE per Napoli e Provincia per la collaborazione fornita ed il supporto all’organizzazione degli eventi culturali del Master. Acknowledgements: all the teachers, the tutors and the illustrious italian and international guests that enriched and supported the Master's course with their contributions. Ambrogio Prezioso, Rodolfo Girardi and Giacinto Grisolia for the concreteness and incisiveness provided during the Master's course through their business experience. Giuseppina Canfora and Elisabetta Di Prisco for the valid advice provided. Antonietta Paladino, Eleonora Di Vicino and the whole techno-admistrative structure of the Department of Urban Design and Town Planning for their support. Alberto Calderoni for his cooperation in the research phase through his degree apprenticeship. We thank the Soprintendenza BAPSAE per Napoli e Provincia for the cooperation provided and the support in the arrangement of the Master's course cultural events.

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YEARBOOK2009/10 FERRUCCIO IZZO_ROBERTO VANACORE Cura e progetto grafico di: Anna Sirica Redazione: Anna Sirica Alberto Calderoni Alessandra Salerno Giusi Mosca Traduzioni: Colum Fordham con la collaborazione di: Alessandra Salerno Repertorio fotografico: Giorgia Aquilar Francesca Avitabile Alberto Calderoni Dario Boris Campanale Maria Concetta Ciappa Francesca Da Canal Davide di Martino Attilio Fiumarella Gina Furia Arianna Marchesani Luigi Nefasto Cecilia Perna Marco Piras Louiza Polyzogopoulou Eleonora Prestifilippo Emanuela Punzo Anna Scotto di Tella

Foto di copertina: Attilio Fiumarella ŠCopyright 2011 Università degli Studi di Napoli Federico II codice ISBN 978-88-97083-191

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David ChipperďŹ eld e Alberto Izzo durante una revisione David ChipperďŹ eld and Alberto Izzo during a cric


indice

Introduzione. Occuparsi della città storica Working with the Historic Centre_Ferruccio Izzo, Roberto Vanacore Master: esercitazione o prefigurazione del futuro? The Master’s Degree: an Academic Exercise or Foreshadowing the Future?_Claudio Claudi de Saint Mihiel Il lavoro sul Centro Antico di Napoli come opportunità di formazione e valorizzazione del capitale umano Work on the Historic Centre of Naples as an Opportunity for Training and Enhancing Human Capital_Ambrogio Prezioso Il cuore antico del futuro The Historic Centre of the Future_Benedetto Gravagnuolo PARTE PRIMA > RIFLESSIONI GENERALI PER LA MESSA A PUNTO DI UNA METODOLOGIA PER LA RIQUALIFICAZIONE DELLA CITTA’ STORICA Recupero e innovazione Restoration and Innovation Renato De Fusco Il Centro Antico di Napoli come quadro di riferimento per una sperimentazione didattica e progettuale The Historic Centre of Naples as a Reference Framework for Experimental Teaching and Design_Alberto Izzo Salvaguardia e valorizzazione del Centro Antico per lo sviluppo della città di Napoli Safeguard and Enhancement in the Historical Centre for Naples Development_Rodolfo Girardi Un master di progettazione non è l’esame di composizione architettonica VI A Master’s Degree Course in Design is not the Same as an Exam in Architectural Composition VI_Pasquale Belfiore Processi di separazione e integrazione della città contemporanea Processes of Separation and Integration in the Contemporary City_Marco Petreschi Il problema della sicurezza sismica dei centri storici The Issue of Seismic Security in Historic Centres_Gaetano Manfredi Napoli città pitagorica Naples Pythagorean City_Roberta Amirante PARTE SECONDA > CONTRIBUTI SPECIFICI SULLE ATTIVITA’ DEI LABORATORI LABORATORIO DI RICERCA PROGETTUALE Abitare Vico Maffei Inhabiting Vico Maffei_Corvino+Multari Il Centro Storico, un materiale a memoria di forma The Historic Centre as a Shape Memory Material_Carla Maria De Feo Studiare Architettura oggi in Italia Studying Architecture in Italy: the Situation Today_Nicola Di Battista L’Edificio come Maestro The Building as a Master_Giovanni Francesco Frascino La città antica per la città contemporanea The Historic City for the Contemporary City_Ferruccio Izzo Tecnologia dell’architettura e progetto urbano Technology of Architecture and Urban Design_Mario Losasso La dimensione conforme dell’intervento per il Centro Antico di Napoli The Suitable Scale for the Intervention in the Historic Centre of Naples_Pasquale Miano Restauro, progetto, valorizzazione. Sperimentazioni nel centro storico di Napoli Restoration, Design and Enhancement. Experimental Projects in the Historic Centre of Naples_Renata Picone Progetti per una visione d’insieme Designs for an Overall Vision_Michelangelo Russo Un approccio interdisciplinare al progetto per il centro antico di Napoli An Interdisciplinary Approach to Design for the Historic Centre of Naples_Roberto Vanacore

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LABORATORIO DI RICERCA STORICO-CRITICA Progettare nella storia con la storia Designing in History with History_Alessandro Castagnaro

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LABORATORIO DI SOSTENIBILITÀ FINANZIARIA E AMMINISTRATIVA Finanza di città e governance strategica Financing the City and Strategic Governance_Pasquale Persico

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LABORATORIO DI ARTI VISIVE Sulla postclassicità On PostClassicism_Vincenzo Trione La città invasa The Overrun City_Mimmo Jodice

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PARTE TERZA > LA RICERCA PROGETTUALE Analisi Analysis Masterplan Nuovo parco Archeologico Urbano A new Urban Archaeological Park Residenze studentesche in Vico Maffei Residence Hall in Vico Maffei Spazi collettivi per il Centro Antico Collective Spaces for the Historical Centre Conferenze e seminari Lectures Struttura Structure Studenti 2009/10 Students 2009/2010

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Introduzione

Occuparsi della città storica Ferruccio Izzo, Roberto Vanacore

Il presente volume ripercorre ed illustra i diversi aspetti nei quali il Master ha sviluppato ed articolato nell’anno accademico 2009/ 2010 il suo progetto di formazione, di ricerca e di critica: dalla città all’architettura, dalla teoria alla prassi, dalle idee alla realtà. La struttura e l’organizzazione del volume intendono restituire la complessità del lavoro svolto, chiarendo le motivazioni culturali che sono alla base dell’attivazione del corso, i contenuti scientifici, didattici e sperimentali che sono stati elaborati e forniti durante il corso, le posizioni culturali su cui è stato fondato il lavoro di formazione e le modalità con cui è stato svolto. I contributi pubblicati nel volume illustrano le posizioni teoriche dei docenti e propongono spunti di approfondimento, interrogativi e riflessioni critiche, che, partendo dai risultati del lavoro condotto durante l’anno, prefigurano il possibile proseguimento delle attività nella successiva edizione del corso. Conformemente all’obiettivo formativo principale del corso di master, cioè quello di fornire agli allievi la competenza necessaria per pianificare, gestire e condurre a termine interventi anche complessi tesi alla riqualificazione – intesa in senso ampio di restauro, recupero, riuso e rivitalizzazione – del patrimonio edilizio e urbano di rilevanza storicomonumentale, i diversi contributi disciplinari hanno avuto come oggetto tre aree del Centro Antico di Napoli, coincidente con il nucleo fondativo della città di origine greco-romana. Il tema didattico, proseguendo la ricerca avviata nella prima edizione del master (anno accademico 2006/2007), ha riguardato l’elaborazione di un progetto di riqualificazione di queste aree con l’intento di continuare a sviluppare una ricerca progettuale intesa come contributo critico che, attraverso una serie di azioni ed interventi, sia in grado di avviare un processo dialettico per l’individuazione, in fasi successive, di una condizione di nuovo equilibrio per il Centro Antico, permettendone una concreta rivitalizzazione. La ricerca progettuale su queste aree si è proposta – attraverso l’ipotesi di realizzare 10

spazi da destinare a servizi per la didattica, la ricerca e l’accoglienza – di consolidare e strutturare la presenza dell’Università nel Centro Antico, sottolineandone il ruolo di catalizzatore di opportunità di sviluppo anche in ambito sociale ed economico. Il percorso formativo è stato indirizzato all’approfondimento delle tecniche di indagine storico-critica sui beni culturali, di progettazione architettonica e strutturale in contesti urbani storici, di management e di marketing, di gestione economica e finanziaria, di coordinamento e direzione dei lavori, di utilizzo delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione per la gestione ed il controllo degli interventi. Il tutto è avvenuto nel quadro di un confronto continuo con il contesto internazionale in ambito comunitario e tutte le attività del corso di master hanno valorizzato un approccio integrato e multidisciplinare ai temi di progetto, privilegiando una continua interrelazione fra lezioni teoriche, esperienze pratiche e verifiche progettuali. Trattandosi di un corso di master che si propone di valorizzare il capitale umano e si concentra sul miglioramento e adeguamento delle competenze di ingegneri e architetti destinati a intervenire direttamente nei processi di riqualificazione dell’ambiente urbano ed in grado di operare in qualsiasi contesto geografico, il confronto con il quadro europeo di riferimento, reso possibile dall’intervento di docenti e progettisti provenienti da vari paesi europei, ha consentito di porre gli allievi in contatto con diverse realtà caratterizzate da problematiche di grande rilievo disciplinare. Nello stesso tempo, la specifica realtà del Centro Antico di Napoli, contraddistinto da un rapporto molto stretto e vitale fra la struttura fisica, il tessuto urbano, l’insieme degli edifici e degli spazi pubblici e la vita delle persone, con un’ampia serie di interazioni fra gruppi sociali estremamente diversificati – condizione piuttosto rara in altri centri storici sia in Italia che all’estero – è stata considerata esemplare per sviluppare metodi e tecniche in un contesto particolar-

mente sensibile. Questa condizione diventa ancora più interessante in considerazione della stratificazione storica di questa parte di città, che vede la compresenza di architetture e spazi civici e domestici, generati in epoche molto distanti tra loro, restituire un insieme organico e integrato. L’approccio è stato, sul piano più propriamente didattico e formativo, quello di fondere l’attività di ricerca sul Centro Antico di Napoli, sulla natura dei suoi edifici e dei suoi spazi pubblici e sulle vicende connesse con la loro trasformazione nel tempo, con una serie di diverse ipotesi progettuali fortemente radicate in un orizzonte di operatività ed attuabilità. Le ipotesi si sono fondate su una chiara consapevolezza della condizione attuale del Centro Antico, ma anche delle sue prospettive di cambiamento. In questo senso il confronto con il complesso quadro dei vincoli e delle prescrizioni costituite dal sistema di norme che regola qualsiasi intervento nelle aree prese in esame è stato di fondamentale importanza, seppure in qualche caso sia stata limitata l’adesione a tali norme, ma sempre con l’intento costruttivo di sperimentare soluzioni rispettose del patrimonio storico-architettonico del Centro Antico e compatibili con la vita che vi si svolge. Le proposte hanno cercato di rielaborare il contributo che deriva proprio dalla storia del Centro Antico, dove le trasformazioni che si sono verificate nel corso del tempo si sono sempre fondate su una tradizione del costruire fortemente dialogante con le necessità costanti dell’uomo. Le attività del corso di Master sono state articolate in quattro laboratori, strettamente interrelati fra loro: - Laboratorio di ricerca progettuale, in cui sono confluiti tutti i diversi contributi disciplinari, e da cui allo stesso tempo sono derivati stimoli per tutte le discipline. Questo laboratorio è stato il centro propulsore del corso di Master, il luogo della ricerca e del confronto dove, attraverso la pratica del progetto, si sono costruite, sviluppate e verifica-


te le possibili relazioni fra idea e realtà nel progetto di architettura. - Laboratorio di ricerca storico critica, dove sono stati sperimentati nuovi metodi di lettura ed interpretazione dell’architettura e della città, rintracciando importanti spunti tematici da far convergere nella prassi progettuale. - Laboratorio di arti visive, in cui gli strumenti della lettura, della descrizione e della rappresentazione della città, hanno interagito con i processi e le pratiche dell’arte, innescando ipotesi di riqualificazione capaci di coinvolgere l’immaginario, di stimolare la partecipazione e il coinvolgimento dei cittadini, di contribuire a definire nuove forme di qualità dell’ambiente urbano. - Laboratorio di sostenibilità finanziaria ed amministrativa dei progetti, in cui le varie ipotesi sono state collocate all’interno di chiari assetti economici, normativi e procedurali, al fine di verificarne concretamente l’attuabilità. Durante tutto il suo svolgimento il corso si è avvalso di docenti che hanno fornito il loro contributo all’interno dei quattro laboratori e di docenti che hanno tenuto lezioni e seminari integrativi degli stessi laboratori. Tali contributi, pur esprimendosi in una condizione di autonomia ed indipendenza rispetto alle specifiche problematiche poste ed affrontate dai progetti, sono stati comunque riportati all’interno dei laboratori, per costituire approfondimenti, spunti e materiali di discussione e sperimentazione progettuale. Le attività dei laboratori, nel corso del loro graduale svolgersi, hanno inoltre previsto il contributo, per la risoluzione di specifiche questioni progettuali, di consulenze di alto profilo scientifico, provenienti dal mondo dell’università e della ricerca, delle professioni e dell’imprenditoria. L’opportunità di svolgere il corso di master nell’ambito di un accordo di cooperazione, che riunisce il Dipartimento di Progettazione Urbana e di Urbanistica dell’Università di Napoli Federico II, l’AFM Edilizia (Associazione Formazione Manageriale per l’Edilizia dell’ANCE) e l’ACEN (Associazione Costruttori Edili Napoletani), ha permesso di collocare tutte le attività del corso in una logica di concretezza ed attuabilità, prefigurando nuove possibili occasioni di sinergia e partenariato fra l’Università e il mondo del lavoro nel settore dell’edilizia e delle costruzioni. Il modo in cui il corso si è svolto durante l’anno ha privilegiato costantemente l’integrazione fra aspetti teorici e aspetti pratici, cer-

cando di ricomporre quella distanza che separa oggi, in molte testimonianze dell’architettura contemporanea, la dimensione e le modalità dell’approfondimento teorico da quelle della verifica progettuale in una specifica realtà urbana. La riduzione di questa distanza fra teoria e prassi – non a beneficio di una coincidenza, bensì di una più stretta complementarietà fra i due momenti della conoscenza, che trovano la loro sintesi nel progetto – e la collocazione di questo impegno all’interno di un percorso di formazione superiore, quale è quello di un corso di master di II livello, può contribuire a ricollocare il nostro lavoro in continuità con i risultati migliori di una fase di grande importanza dell’architettura italiana, che ha prodotto, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, contributi particolarmente significativi. Un patrimonio di esperienze dove era rintracciabile un nesso fra la costruzione di una teoria del progetto – chiaramente orientata e didatticamente trasmissibile – ed una pratica dell’operare all’interno di un percorso tracciato dalla ricerca teorica, a sua volta alimentata e indirizzata dall’esperienza. Come si può immaginare, tutte le attività del corso hanno rappresentato un lavoro molto faticoso ed impegnativo, ma anche estremamente gratificante e stimolante, nel quale si è consolidata la nostra convinzione di fondo: che un sistematico recupero della città antica, condotto attraverso la riscoperta del senso delle molte vocazioni della sua identità e sulla base di un accordo pieno fra amministratori, tecnici, imprenditori e collettività, può rappresentare la più grande opportunità di sviluppo e di riqualificazione del tessuto sociale, culturale ed economico delle nostre città storiche, e nello stesso tempo offrire un contributo significativo all’avanzamento dell’architettura per la città contemporanea. Occuparsi della città storica, operando sulla base di questo principio, significa riconoscere pari legittimità a tutti gli attori della trasformazione, senza perdere di vista le istanze degli abitanti. Nel caso del Centro Antico di Napoli significa comprendere le esigenze di una comunità eterogenea, fatta di molti residenti abituali, ma anche di molti residenti temporanei (studenti soprattutto) a cui si uniscono sempre di più numerosi flussi di turisti. Occuparsi della città storica, come docenti di un corso di master, significa anche comprendere che per formare progettisti in possesso di tecniche e competenze che definiscono una nuova figura professionale – capace di costituire il raccordo fra i diversi attori degli interventi di tutela, gestione, valorizzazione e riqualificazione del patrimonio edilizio di rilevanza storico-monumentale – è necessario costruire una atti-

tudine al dialogo ed alla comprensione interdisciplinare e coltivare la capacità di organizzare, mettere in relazione e in contesto una serie di informazioni, competenze e tecniche proprie di discipline diverse, ma liminari; si tratta, in definitiva, di formare figure dotate di quella che E. Morin definisce ‘conoscenza pertinente’, che è quella «capace di collocare ogni informazione nel proprio contesto e se possibile nell’insieme in cui si inscrive»1. Occuparsi della città storica significa infine comprendere che essa non è una parte separata dal resto della città, e che ogni azione progettata ed intrapresa al suo interno può estendere influssi e benefici a tutta la struttura della città nel suo complesso. 1

Edgar Morin, La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2000, pag. 8

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Introduction

Working with the Historic Centre Ferruccio Izzo, Roberto Vanacore

This volume re-examines and illustrates the various aspects that were developed and structured during the Master’s degree course 2009/2010: from the city to architecture, from theory to practice, and from ideas to reality. The structure and organisation of the volume aim to convey the complexity of the work, clarifying the cultural motives underlying the course, its scientific contents, the teaching and experimental activities, and the cultural perspectives on which the training course is based and the ways in which it was carried out. The articles in the volume illustrate the theoretical positions of the teaching staff and offer ideas for further examination, discussion and critical reflection which, based on the work carried out during the year, foreshadow the possibility of continuing the activities in the next Master’s course. The main training objective of the Master’s degree course was to provide the students with the skills required for the planning, running and completion of intervention schemes (including complex ones) aimed at the redevelopment – in its broadest sense of restoration, renewal, reuse and revitalisation – of the architectural and urban heritage. In line with this objective, the articles by authors from different disciplines concern three areas of the historic centre of Naples which coincides with the original GrecoRoman city. Continuing the research of the first Master’s degree course (academic year 2006/2007), the theme of the teaching programme involved the formulation of a project for redevelopment of these areas. The aim was to continue to develop design research as a critical contribution which, through a series of actions and interventions, was capable of setting in motion a dialectical process to identify a new equilibrium for the historic centre. This was achieved in several stages and was designed to revitalise the area. By proposing spaces to be used for teaching, research and accommodation facilities, the design research on these areas sought to 12

consolidate and structure the presence of the university in the historic centre, underlining its role as a catalyst for social and economic development. The training course was designed to explore the techniques for the historical and critical investigation of cultural heritage, architectural and structural design in historic urban contexts, management and marketing, economic and financial management, the coordination and supervision of the work and the use of new information and communications technologies for running and monitoring the intervention within a European context. All the activities in the Master’s course benefited from an integrated multidisciplinary approach to the themes of the project, favouring a continuous interrelationship between theoretical lessons, practical experience and design checks. The Master’s course sought to enhance the potential of human capital and focus on improving the skills of engineers and architects who need to intervene directly in urban redevelopment and be capable of working in many different geographical contexts. The comparison with the European context, involving teachers and designers from various European countries, therefore made it possible to bring the students into contact with different situations marked by highly significant architectural problems. At the same time, the specific situation of the historic centre of Naples, marked by an extremely close relationship between the physical structure, the urban fabric, the buildings and public spaces as a whole and the lives of people, with a widely varying interactions between extremely different social groups – a fairly unusual condition in other historic centres both in Italy and abroad – has been considered crucial for developing methods and techniques in a very sensitive context. This condition becomes even more interesting given the historical stratification of this part of the city where the simultaneous presence of civic and domestic architecture and spaces, generated in different pe-

riods, forms an organic and integrated whole. In terms of teaching and training, the approach involved combining research on the historic centre of Naples, the nature of its buildings and public spaces and the events that led to their gradual transformation, with a series of design proposals based both on feasibility and a clear awareness of the current state of the historic centre and its prospects for change. From this perspective, it was crucial to take account of the complex system of regulations for carrying out intervention in this area, even though the regulations were not always strictly followed. However, the constructive aim was to test experimental solutions which respected the historical and architectural heritage of the historic centre and were compatible with the lives of people who live and work there. The proposals sought to reformulate the contribution made by the history of the historic centre, where the transformations that have taken place over time have always been based on a tradition of building which responded closely to constant human needs. The Master’s course was organised into four closely interrelated workshops: - The design research workshop: this workshop received contributions from various disciplines but also provided stimulating material for all the disciplines. It was the driving force of the Master’s course, the place for research and discussion where, through the practice of design, the possible relations between the idea and reality in architectural design were created, developed and checked. - The critical historical research workshop: new methods of interpreting the architecture and the city were tested in this workshop in the search for important thematic ideas that could be directed towards practical design. - The visual arts workshop: in this workshop, the instruments for interpreting, describing and portraying the city interacted with the


processes and practice of art, triggering proposals for redevelopment that can involve the imagination, stimulate participation of citizens and contribute to defining new forms of quality of the urban environment. - The workshop for the financial and administrative sustainability of the designs: in this workshop, the different design proposals were matched against clear economic, regulatory and procedural frameworks in order to assess their feasibility. The course included both teachers who worked in the four workshops and teachers who gave lessons and seminars that supplemented the workshops. Although these contributions were not directly related to the specific problems posed and addressed by the designs, they were brought into the workshops to offer further analysis, ideas and material for discussion and experimental design. As they progressed, the workshop activities also benefited from the contribution of leading figures from the university and research fields, the professions and the business world in order to solve specific design issues. The Master’s course was based on a cooperation agreement between the Department of Urban Design and Town Planning of Federico II University, AFM Edilizia (ANCE Association for Managerial Training for Building) and ACEN (Association of Neapolitan Constructors and Builders). The course activities were therefore organised according to a logic of feasibility, foreshadowing new opportunities for synergies and partnerships between the university and the world of work in the building and construction sector. The way the course was run during the year enabled constant integration between theoretical and practical aspects, trying to reduce the gap that currently exists in contemporary architecture between the dimension and forms of theoretical investigation and the dimension and forms of design in a specific urban context. The reduction of the gap between theory and practice – which is no coincidence but rather the result of the close complementarity between the two stages of knowledge that come together in design – and the fact that it took place within the context of a Master’s degree course, contribute to the significance of our work during such an important phase of Italian architecture. From the 1960s onwards, this provided a considerable amount of experiences, where a clear link emerged between the construction of a theory of design – clearly directed and transmittable through teaching – and practice within a framework of theoretical research, supported and guided by experi-

ence. As can be imagined, all the course activities required enormous effort but they also proved extremely satisfying and stimulating, confirming our underlying conviction: we believe that the systematic restoration of the historic centre – through the rediscovery of the potential of its identity and on the basis of complete agreement between administrators, technicians, entrepreneurs and the community – can represent a great opportunity for the redevelopment of the social, cultural and economic fabric of our historic cities and, at the same time, offer a significant contribution to the advancement of architecture for the contemporary city. Working with the historic city, on the basis of this principle, involves recognising the equal importance of all players in the transformation process without losing sight of the needs of the inhabitants; in the case of the historic centre of Naples, this means understanding the needs of a heterogeneous community, made up of many long-term residents, but also many short-term residents (especially students) together with increasing numbers of tourists. Working with the historic city as teachers on a Master’s course also has important implications: in order to train people with the techniques and skills required for a new professional profile – capable of providing a link between the different players involved in the preservation, management, enhancement and redevelopment of the historical architectural heritage – it is necessary to create interdisciplinary dialogue and communication and cultivate the capacity to organise, connect and contextualise various types of information, skills and techniques from different yet neighbouring disciplines. Ultimately, it involves training people who possess, to use E.Morin’s words, the “relevant knowledge” which entails “placing all types of information within its own context and, if possible, within the overall setting”1. Lastly, working with the historic city involves understanding that it is not a separate part of the city, and that each action that is designed and carried out inside it can spread good influence and advantages to the whole structure of the city in its entirety. Edgar Morin, La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero, Raffaello Cortina Editore, Milan, 2000, p.8

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Foto di Alio Fiumarella


Master: esercitazione o prefigurazione del futuro? The Master’s Degree: an Academic Exercise or Foreshadowing the Future? Claudio Claudi de Saint Mihiel

Tra le innovazioni introdotte dalla riforma universitaria 509 del 1999 (che per la verità accanto a qualche ‘luce’ hanno presentato molte ‘ombre’) una possibilità che è stata subito recepita dalla quasi totalità degli Atenei italiani è stata quella di dar vita ad attività formative di taglio professionalizzante: i Master. Queste attività, che possono essere di primo o secondo livello (a seconda se sono rivolti rispettivamente a una platea di ‘laureati’ o di ‘laureati specialistici o magistrali’), hanno essenzialmente il ruolo di raccordo tra la teoria e la prassi; tra il momento della formazione di una coscienza critica (proprio dell’Università) e quello dell’approccio ai problemi tecnico-normativo-operativi tipici del mondo del lavoro e delle professioni. Purtroppo non sempre è stato questo l’obiettivo che ha guidato l’attivazione dei Master quanto – piuttosto – l’ansia di presidiare un determinato ambito accademico. Ciò ha determinato degli squilibri tra la crescita di questi tipi di corsi e le reali esigenze del mercato del lavoro che – necessariamente – deve essere individuato come primo referente e primo interlocutore per garantire il soddisfacimento delle attese di coloro che intendono proseguire il proprio percorso formativo iscrivendosi ad un Master. Ne deriva che la logica che presiede l’attivazione di un Master dovrebbe scaturire principalmente dalle istanze avanzate da quelle realtà imprenditoriali che riconoscono nell’Università le competenze necessarie a formare figure dotate di specifiche capacità in determinati comparti produttivi e professionali. Un altro punto delicato è rappresentato della provenienza della docenza che spesso, per la parte maggioritaria del collegio, vede l’impegno degli stessi docenti che gli allievi (locali come la maggior di coloro che vi si iscrivono) hanno già avuto modo di ascoltare nel corso delle lezioni del proprio percorso universitario. Proprio sulla scorta di tali considerazioni l’Ateneo Federico II ha scelto di ridimensionare il numero dei Master attivabili, sulla scorta della valutazione dei loro esiti, dell’indice di gradimento rilevabile dal 16

numero di iscrizioni, del grado di interesse che aziende ed industrie dimostrano attraverso le disponibilità a far partecipare gli allievi a stage, dei sostegni materiali e intellettuali con cui le realtà esterne all’Università contribuiscono all’organizzazione e alla gestione del Master. In questo scenario è con grande soddisfazione che si registra il crescente successo di iscritti, di esiti operativi e di interesse da par-te del mondo imprenditoriale, del Master di II livello in Progettazione di eccellenza per la città storica, che nel 2010 ha concluso la sua seconda edizione. Tale attività formativa di II livello incardinata nella Facoltà di Architettura della Federico II, con il coordinamento di Benedetto Gravagnuolo, ha riscosso un grande successo e lascia intravvedere ulteriori sviluppi e implementazioni, grazie ad una serie di requisiti che ne qualificano fortemente l’attività e, di conseguenza, l’attrattività. Il primo motivo risiede nell’eccezionale valenza artistico-culturale dell’area oggetto dello studio: quella del Centro Antico di Napoli dichiarato nel 1995 Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. L’aver individuato come campo di studio e di sperimentazione progettuale il Centro Antico di Napoli, imperniando il lavoro sull’elaborazione di proposte in grado di rispondere a esigenze concrete poste dalla contemporaneità e che, soprattutto nelle città ricche di storia, di cultura e di stratificazioni, ma anche di incuria, di degrado, e di abbandono, come nel caso di Napoli, ha consentito la messa ‘a sistema’ di un enorme patrimonio di conoscenze, di documenti, di analisi, come strumenti indispensabili per la messa a punto di ipotesi di in- terventi di riqualificazione e di rifunzionalizzazione, ricercando le connessioni tra tradizione e innovazione. Ciò e stato possibile grazie alla guida ed alla trasmissione dei saperi da parte di un collegio di docenti di caratura internazionale, che conosce o ha avuto modo di studiare a fondo il tessuto storico cittadino, rimanendone affascinato e coinvolto emotivamente. Figure in grado di coniugare l’origi-

nalità di studi teorici e di ricerche di base con pratiche operative ed una dimostrata capacità di ‘saper fare’ riscontrabile tanto negli interventi di nuova edificazione quanto nelle operazioni di riqualificazione, rivitalizzazione e riuso all’interno di contesti edificati particolarmente delicati e sensibili. E, certamente, nella composizione altamente qualificata ed ampiamente multidisciplinare della docenza, che consente agli allievi di interagire con personaggi carismatici nel campo della ricerca progettuale, della storia dell’architettura, della fotografia, dell’urbanistica, dell’innovazione tecnologica ma anche del management del marketing e dell’economia, va individuata la seconda causa di forte attrattività del Master. Il terzo motivo del successo crescente degli esiti di questa attività formativa di II livello è strettamente relazionato alla composizione del corpo discente che vede la partecipazioni di allievi provenienti da varie sedi universitarie nazionali; ma non solo, l’alta qualificazione del Master fa sì che anno dopo anno cresca anche la domanda di partecipazione di giovani architetti provenienti non soltanto da diverse Università italiane, ma anche di laureati in Paesi europei e asiatici. Ciò deriva dalla grande attualità e rilevanza del tema della rifunzionalizzazione – nella salvaguardia delle identità – di ambiti urbani di antica formazione come occasione di sviluppo e riqualificazione del tessuto sociale, culturale, economico e fisico delle città storiche. Un ulteriore, importante, elemento deriva dall’interesse che l’iniziativa riesce a suscitare anche nel mondo esterno all’Università. Infatti un processo formativo di ampio respiro non può prescindere da quei sostegni materiali che permettono l’acquisizione delle attrezzature necessarie all’espletamento delle varie attività di laboratorio, che consentono di cooptare docenti di fama internazionale, rendendo possibile il confronto sui vari approcci e le varie metodologie che caratterizzano l’opera di architetti titolari di importanti studi di progettazione europei che non esitano a passare interi gior-


ni seduti intorno a un tavolo da lavoro, insieme agli allievi, per valutare le varie opzioni e le ricadute che le possibili soluzioni possono avere nei confronti del contesto in esame. L’essere riusciti a coinvolgere come partner sostenitori associazioni del comparto edile e imprenditoriale, oltre a poter contare sul soste- gno materiale del MIUR, della Regione Campania, dell’AFM (Associazione Formazione Manageriale Edilizia dell’Associazione Nazionale Costruttori Edili) e dell’ACEN (Associazione Costruttori Edili Napoletani), ha rappresentato non soltanto una concreta testimonianza nel credere nel valore dell’iniziativa didattica, ma ha consentito anche di completare la formazione attraverso stage che hanno offerto la possibilità di confrontarsi con le impegnative questioni poste dal mondo del lavoro consentendo, quindi, al comparto imprenditoriale di ‘testare’ i livelli di preparazione raggiunti dagli allievi. E d’altra parte gli allievi stessi hanno avuto modo di avvicinarsi concretamente alle complesse e articolate questioni della pratica professionale verificando e perfezionando la loro preparazione. Va anche sottolineato che tali reciproci interessi sono favoriti dall’aver individuato obiettivi strategici e formativi coerenti con le politiche europee in ambito comunitario circa le prospettive di innescare volani di sviluppo capaci di migliorare la qualità della vita all’interno di centri metropolitani con elevata presenza di beni culturali. E infine un grande punto di forza del Master in Progettazione di eccellenza per la città storica risiede nell’aver imperniato il complesso delle attività formative su una forte interdisciplinarietà. Prendendo le mosse da una rigorosa impostazione analitico-conoscitiva della realtà urbana e attraverso un approccio integrato che privilegia un forte intreccio tra lezioni teoriche, esperienze pratiche e verifiche progettuali, sono state elaborate proposte risultate immediatamente praticabili e compatibili con le caratteristiche dei contesti in cui sono stati calati, in quanto tutte risultano improntate a una concreta fattibilità sia per coerenza morfologica e praticabilità tecnica, sia per quel che attiene le scelte tecnologiche e funzionali, sia per l’osservanza degli aspetti normativo-legislativi. Il tutto senza mai trascurare la controllabilità degli aspetti economici che devono risultare compatibili con un bilancio costi-benefici. Tali presupposti fanno sì che i progetti sono stati tutti giudicati di grande interesse per un partenariato pubblico-privato, vuoi con azioni dirette vuoi con interventi di finanza di progetto. Anno dopo anno, dunque, non solo il Master sta crescendo, ma si sta formando un consistente patrimonio di conoscenze e di proposte che sono a disposizione della città,

dell’Amministrazione. C’è solo da auspicare che questi progetti non restino un’esercitazione puramente accademica, perché ciò non sono, ma in quanto frutto della convergenza delle conoscenze e competenze di progettisti di calibro internazionale che con passione e dedizione hanno seguito e indirizzato il lavoro dei diciotto giovani architetti, contribuiscano con la loro carica innovativa e propositiva e a rimuovere quella perniciosa condizione di ‘stallo’ che sembra un ineluttabile destino per il Centro Antico di Napoli. ____________________________________ Among the various innovations introduced by the university reform 509 of 1999 (which actually has many ‘dark’ sides besides the occasional ‘bright’ note), one proposal that has been immediately accepted by almost all Italian universities is the creation of training courses with an emphasis on professional training: Master’s degree courses. The role of these courses, whether first or second level Master’s degrees (depending on whether they are aimed at ‘graduates’ or ‘specialist graduates’), is essentially to link theory to practice, set between the training of critical awareness (typical of university education) and an approach to technical-regulatory-operational problems which is typical of the world of work and the professions. Unfortunately, this has not always been the objective that has guided the running of Master’s courses which have been dominated by the anxiety to protect specific academic fields. This has led to an imbalance between the growth of this type of course and the real needs of the labour market which must inevitably be identified as the primary point of reference and interlocutor for ensuring that the expectations of those who intend to continue their education by enrolling on Master’s courses are fully satisfied. The logic underlying the establishment of a Master’s course should begin mainly from the requests put forward by businesses which recognise the ability of universities to provide training in specific skills in a range of productive and professional fields. Another delicate point regards the background of the teaching staff. For the most part, the staff are often the same teachers that the students (who are local, like most of the students at the university) have already had for the lessons and lectures during their own university degree courses. In relation to these points, Federico II University has decided to reduce the number of Master’s courses, on the basis of the evaluation of their results, the popularity rating

that emerges from the number of enrolments, the level of interest that industry has shown in terms of providing students with internships, and the material and intellectual support with which organisations outside the university world contribute to the organisation and running of Master’s degree courses. In the light of the current situation, it is a source of great satisfaction that there has been an increase in the number of students, the operational results and the interest from the business world in the 2nd level Master’s degree course in Progettazione di eccellenza per la città storica (High quality design for historic centres), with the second of these Master’s degree courses coming to an end in 2010. The 2nd level Master’s course, organised by the Faculty of Architecture of Federico II University, with the coordination of Benedetto Gravagnuolo, has enjoyed great success and opens up prospects for further development and initiatives, thanks to a series of requisites that have characterised the activities and, as a consequence, their appeal. The first reason lies in the exceptional artistic and cultural significance of the area that has been selected for the study, the historic centre of Naples which was declared a Unesco World Heritage site in 1995. The decision to choose the historic centre of Naples as the field of study and experimental design is extremely important; the work hinges on the development of proposals capable of meeting the real needs of the contemporary world, and in particular of the needs of cities with a rich historical and cultural heritage and degree of stratification as well as serious problems of neglect, decay and abandonment, as in the case of Naples. This has made it possible to pool the vast resources of knowledge, documents and analyses in order to use them as crucial tools for fine-tuning the proposals for upgrading and redeveloping the urban fabric and exploring the links between tradition and innovation. This has proved possible thanks to the guidance and expertise of a teaching staff of international calibre who have intimate knowledge of the historic fabric of the city, or who have studied it in detail, while remaining profoundly fascinated and emotionally involved. The members of staff combine the originality of theoretical studies and basic research with operational practices and proven ‘practical capacities’ which can be seen both in the new works of architecture and the operations designed to upgrade, revitalise and re-use particularly delicate and sensitive architectural contexts. The reason for the appeal of the Master’s degree undoubtedly lies in the highly qualified and multidisciplinary 17


composition of its staff; this has enabled the students to encounter charismatic figures from the field of research in design, history of architecture, photography, town planning, technological innovation as well as marketing management and economics. The third reason for the increasing success of the 2nd level Master’s course is closely related to the composition of the students who come from universities from all over Italy but also abroad; the high quality of the Master’s course means that, year after year, there has been an increasing demand from young architects, not just from Italian universities but also from graduates from European and Asian countries. This stems from the current relevance and topicality of the theme of refunctionalization – in order safeguard their identity – of old urban contexts as an opportunity for the development and upgrading of the social, cultural, economic and physical fabric of cities with a rich historical heritage. A further important feature derives from the interest that the initiative has aroused in the world outside the university. A wide-ranging training process must have the funding to provide the equipment necessary for carrying out laboratory activities which enable the participation of figures of international standing. This makes it possible to discuss the various approaches and methodologies used in the work of architects responsible for important European design projects who are quite prepared to spend whole days spent sitting round a worktable with students discussing the various options and effects that the possible solutions might have on the urban fabric in particularly delicate and sensitive contexts. The success in involving associations from the building and business sectors as partners, as well as being able to count on the funding of MIUR (Italian Ministry for Universities and Education), the Regione Campania (regional government of Campania), AFM (Associazione Formazione Manageriale Edilizia dell’Associazione Nazionale Costruttori Edili) and ACEN (Associazione Costruttori Edili Napoletani), represents concrete evidence of the faith in the training initiative and has also provided the opportunity of completing training through internships; these examples of work experience have made it possible to tackle the demanding issues raised by the world of work, thus enabling the business sector to test the skills acquired by the students. The students also have had the opportunity to get firsthand experience of the complex and delicate issues of professional practice, trying out and perfecting their training. It should also be emphasised that these mutual interests are encouraged by identifying the strategic and 18

training objectives which are coherent with European Union policies regarding the prospects of triggering development schemes designed to improve the quality of life in large cities with a rich cultural heritage. Lastly, a further strong point of the Master’s course in Progettazione di eccellenza per la città storica (High quality design for historic centres) lies in the interdisciplinary nature of the training activities. Based on a rigorous analytical definition of the urban fabric and using an integrated approach that emphasises the strong links between theoretical lessons, practical experience and design assessment, proposals were formulated which immediately proved to be practical and compatible with the characteristics of the contexts to which they were applied. This was because all the proposals were based on their feasibility, both in terms of their morphological coherence and technical viability, for the technological and functional choices and for the observance of the regulatory and legislative aspects. This has been achieved without neglecting the possibility of assessing the economic aspects which must be compatible with a balanced cost-benefit analysis. These assumptions mean that the designs were all considered to be of enormous interest for a public-private partnership, whether with direct shares or with funding for the design project. The Master’s course has been growing year after year but it is also leading to the development of a considerable accumulation of knowledge and proposals which are available to the city and its administrative bodies. It is to be hoped that these projects do not just remain a purely academic exercise because this is not a fair description. Rather, in terms of revitalising the historic centre of Naples, the projects are the result of the expertise and skills of designers of international calibre who have followed and guided the work of eighteen young architects with passion and dedication. Due to their innovative and constructive qualities, they should contribute to removing the pernicious deadlock which seems to be the unavoidable destiny of the historic centre of Naples.


Pasquale Persico, Nicola Di Basta, Alessandro Castagnaro e Ambrogio Prezioso durante il Jury ďŹ nale del Master Pasquale Persico, Nicola di Basta, Alessandro Castagnaro e Ambrogio Prezioso during the Master ďŹ nal Jury


Il lavoro sul Centro Antico di Napoli come opportunità di formazione e valorizzazione del capitale umano Work on the Historic Centre of Naples as an Opportunity for Training and Enhancing Human Capital Ambrogio Prezioso

Il corso di Master in Progettazione d’eccellenza per la città storica. Dalla cultura del recupero alla cultura dell’innovazione rappresenta un’iniziativa di grande importanza realizzata nell’ambito di un accordo di cooperazione che riunisce il Dipartimento di Progettazione Urbana e di Urbanistica dell’Università di Napoli Federico II, l’ACEN (Associazione Costruttori Edili Napoletani) e l’AFM Edilizia (Associazione Formazione Manageriale per l’Edilizia dell’ANCE); lo scopo dell’accordo è quello di promuovere e consolidare occasioni di sinergia e partnerariato fra l’Università e il mondo del lavoro e dell’impresa nel settore dell’edilizia e delle costruzioni, riconoscendo a questo specifico settore un ruolo di grande rilievo e centralità nel più ampio sistema economico e produttivo del nostro Paese. L’opportunità di partecipare a un corso di formazione estremamente qualificato e qualificante, come un corso di Master universitario di II livello, permette concretamente ad AFM di cooperare a un grande progetto di investimento sul capitale umano, sulla qualità dei nostri tecnici e sulla loro capacità di affrontare le sfide che il mondo del lavoro e dell’impresa pone quotidianamente. Questo tipo di investimento, che non coinvolge semplicemente risorse finanziarie, ma anche idee, capacità progettuali, metodologie, opportunità di dialogo e di scambio fra il mondo della ricerca e della formazione e quello del lavoro e dell’impresa, riconosce la grande importanza del capitale umano, che è senza dubbio la risorsa strategica più preziosa del nostro Paese. Quando pensiamo a dei tecnici – ingegneri o architetti – e a dei progettisti esperti nel campo della progettazione per la città storica, il significato che attribuiamo alla locuzione ‘capitale umano’, oltre l’insieme delle conoscenze, delle competenze e delle abilità di carattere specificamente tecnico in grado di gestire il processo di realizzazione di una opera di architettura dal progetto alla costruzione, tende a comprendere una serie di ulteriori aspetti che riguardano anche la ca20

pacità di delineare scenari di trasformazione e di riqualificazione della città storica nel suo complesso. Queste capacità richiedono soprattutto una flessibilità di pensiero, una mobilità dell’intelligenza e una capacità di immaginazione che permettono di trasformare i vincoli in opportunità e le circostanze, apparentemente paralizzanti, in ipotesi di cambiamento. Il lavoro che è stato condotto sul Centro Antico di Napoli dai docenti e dagli allievi del corso di Master e che viene pubblicato in questo volume, è in questo senso particolarmente significativo e può diventare una traccia per una nuova stagione di idee e di progettualità per la nostra città. Il Centro Antico di Napoli – che rappresenta probabilmente il monumento più importante dell’intera città di Napoli – può essere considerato come una grande risorsa culturale nella quale il sistema fisico – quello degli edifici, degli spazi pubblici, dei manufatti in generale – non può essere concepito indipendente dal sistema immateriale, costituito dall’insieme delle attività economiche e produttive che vi vengono svolte, ma anche dalle attività di carattere socio-relazionale che vi hanno luogo. Da questo punto di vista è evidente che nessuna ipotesi di ammodernamento, riqualificazione, rigenerazione di questa parte estremamente delicata e importante della città può essere ipotizzata senza che sia sostenuta da un approccio globale in grado di comprendere la molteplicità delle problematiche investite. Ma emerge con chiarezza anche la necessità di un ammodernamento delle procedure di intervento che devono essere in grado di sostenere e incoraggiare le nuove idee e le nuove visioni progettuali che esperienze come quella del nostro corso di Master permettono di riconoscere. Questo significa che è estremamente importante attivare, promuovere e consolidare opportunità di cooperazione e di integrazione – sia per quanto riguarda le competenze che per quanto riguarda le responsabilità – sulla cui base costruire nuove ipotesi di riqualificazione del Centro Antico.

Fra le opportunità di cooperazione e di integrazione per la rinascita del Centro Storico di Napoli, un’occasione da cogliere e tradurre in realizzazioni concrete è costituito dalla mobilitazione anche di risorse finanziarie adeguate che possono essere poste a disposizione da parte del capitale privato di rischio. Limitatamente agli interventi di riqualificazione che si prestano a un’attività di gestione, tecnicamente definite ‘opere calde’, è possibile e anzi utile combinare un’integrazione del finanziamento pubblico e del capitale di impresa attraverso formule ampiamente sperimentate con successo, quali quelle della finanza di progetto e altre analoghe. Gli effetti positivi di tale cooperazione finanziaria sono molteplici. Primo fra tutti quello di ampliare, attraverso l’impiego del capitale privato, la massa complessiva delle risorse finanziarie attivabili, specialmente nella fase attuale della finanza pubblica fortemente vincolata dai limiti nazionali ed europei. In secondo luogo, ha un rilievo positivo in sé la circostanza per la quale, nei vincoli del sistema e del controllo pubblico, l’operatore privato assume un suo proprio ruolo per le politiche di ammodernamento, conservazione e valorizzazione del Centro Storico. A questo ruolo si connette, inoltre, un effetto rilevante quanto alla suscettività del Centro Storico di ripristinare nel proprio ambito, accanto alla funzione residenziale, anche attività a forte dinamismo sociale, di attività culturale, produttivo e di terziario, in tal modo conseguendo l’obiettivo della rivitalizzazione, finalità ultima del connotato del Centro Storico che va ben al di là della sola se pur importante conservazione fisica della testimonianza identitaria. Per quanto riguarda AFM, e in questo possiamo riconoscere una significativa coerenza anche con recenti conclusioni del Consiglio d’Europa, noi siamo profondamente convinti della necessità di rafforzare occasioni di coerenza e complementarietà tra le politiche che riguardano l’istruzione, la formazione e la ricerca e le politiche del lavoro e dell’impresa. E, nel caso d’ipotesi di cooperazione


riguardanti la città storica, ciò significa naturalmente, collaborare per promuovere il contributo della cultura al turismo sostenibile in quanto fattore fondamentale per l’attrattiva locale e regionale, ma anche forza trainante per mettere in luce l’importanza del nostro patrimonio culturale. Pertanto ci auguriamo che l’esperienza del corso di Master continui ad approfondire e ricercare, anche nelle prossime edizioni del corso, quelle opportunità disciplinari e quelle metodiche indispensabili per promuovere e sviluppare nuove competenze, attraverso la cultura e la creatività, adattandole a un contesto in rapida evoluzione e nel quale si concretizzi un ruolo centrale della cultura nelle politiche di sviluppo locale e regionale integrate, comprendendo le infrastrutture, la rivitalizzazione urbana, i servizi, l’imprenditorialità, la ricerca, e potenziando le opportunità di sinergia fra i diversi settori e tra i soggetti pubblici e provati. ____________________________________ The Master’s course in High quality design for the historic centre From the culture of restoration to the culture of innovation represents an extremely important initiative carried out as part of a cooperation agreement which combines the Department of Urban Design and Town Planning of Federico II University of Naples, ACEN (Association of Neapolitan Builders and Construction Firms) and AFM-Edilizia (ANCE Association for Managerial Training for the Building Sector); the aim of the agreement is to promote and consolidate the opportunities for synergy and partnership between University and the world of work and business in the construction and building sector, acknowledging the key role of this sector in the broader economic and productive system of Italy. The opportunity to take part in an extremely distinguished and prestigious training course – a 2nd level University Master’s degree course – gives AFM a practical opportunity to cooperate on a large project for investing in human capital, the quality of our technical staff and their capacity to face the challenges presented each day by the world of work and business. This type of investment, which does not just involve financial resources, but also ideas, design capacities, methodologies, opportunities for dialogue and exchange between the world of research and training and the world of work and business, recognises the great importance of human capital, which is undoubtedly the most prestigious strategic resource in Italy. When we think of technicians – engineers or architects – and expert designers working in

the field of design for historic centres, the meaning we attribute to the term ‘human capital’, besides the technical expertise and skills involved in creating a work of architecture, tends to include a series of other aspects that also concern the capacity to outline scenarios of transformation and upgrading for the historic centre as a whole. Above all, these capacities require flexibility of thought, a quick intelligence and an imaginative capacity which make it possible to transform obstacles into opportunities and seemingly paralysing circumstances into possibilities for change. The work was carried out on the historic centre of Naples by the teachers and students of the Master’s course and is published in this volume. In this sense, it is particularly significant and can offer guidelines for a new season of ideas and designs for Naples. The historic centre of Naples – which probably represents the most important monument of the entire city – can be considered a great cultural resource in which the physical system – the buildings, public spaces and structures – cannot be conceived independently of the immaterial system, made up of the set of economic and productive activities that are carried out there, but also the social and relational activities that take place there. From this perspective, it is clear that any proposals for the modernisation, upgrading and renewal of this extremely delicate and important part of the city need to be supported by a global approach that takes account of the multiplicity of problems involved. However, what also clearly emerges is the need to modernise intervention procedures which must be capable of supporting and encouraging new ideas and new design visions which experiences such as that of our Master’s degree course make it possible to recognise. This means that is essential to set up, promote and consolidate opportunities for cooperation and integration – both in terms of skills and responsibilities – on the basis of which new proposals for upgrading the historic centre can be constructed. Among the various possibilities for cooperation and integration for the rebirth of the historic centre of Naples, one opportunity to be grasped and turned into concrete actions is represented by the mobilisation of adequate financial resources which can be provided by private risk capital. As regards the upgrading intervention schemes which are suited to management, technically defined ‘hot works’, it is possible, indeed useful, to combine public funding and private capital through successfully tested formulae, such as project funding formulae and other similar formulae. There are many positive effects of such

financial cooperation. The main effect, through the use of private capital, is to extend the overall set of potential financial resources, especially given the current phase of public spending which is strongly hindered by national and European restrictions. A second positive effect lies in the fact that, given the restrictions of the system and public checks, the private operator takes on its own role in modernising, preserving and enhancing the historic centre. This role is linked to another important effect: the susceptibility of the historic centre to revive not just the residential function but also activities with strong social dynamism, cultural, productive and tertiary activities in order to achieve revitalisation, the ultimate aim of the characteristics of the historic centre which go well beyond just the physical conservation of its identity. As regards AFM, and in this there is significant consistency with the recent conclusions of the council of Europe, we are firmly convinced of the need to strengthen opportunities for consistency and complementarity between educational, training and research policies and labour and business policies. In the case of possible cooperation for the historic centre, this naturally means collaborating to promote the contribution of culture for sustainable tourism as a crucial factor for increasing the appeal of local and regional areas, but also a driving force for highlighting the importance of our cultural heritage. Therefore we hope that the experience of this Master’s course continues to explore and investigate, in future versions of the course, the disciplinary and methodological opportunities which are indispensible for promoting and developing new skills, through culture and creativity, adapting them to a rapidly evolving context in which a central role is played by culture in integrated local and regional development, including infrastructure, urban renewal, services, entrepreneurship, research, and strengthening opportunities for synergy between different sectors and between public and private sectors.

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Il cuore antico del futuro The Historic Centre of the Future Benedetto Gravagnuolo

La seconda edizione del Master ha deliberatamente proseguito lungo il solco teoretico prescelto fin dalla fondazione del nostro corso internazionale di alta formazione post-laurea. Il tema L’antica Neapolis come cittadella degli studi fu illustrato e argomentato da Renato De Fusco nell’ampio discorso di Prolusione inaugurale del Corso, tenutasi nella mattina di venerdì 19 gennaio 2007, presso l’Aula Magna dell’Ateneo Federico II, con l’integrazione delle tesi progettuali di Alberto Izzo ed Eduardo Souto de Moura. Pertanto, senza rievocare le finalità e le metodologie di approccio alle questioni già esposte nello Yearbook 2008 pubblicato dallo stesso editore Paparo, va precisato piuttosto che il Consiglio Scientifico del Master, nel riproporre tale tematica, ha inteso promuovere un approfondimento incentrato sull’area più densa di memoria del Centro Antico, e in quanto tale più complessa, area che ruota intorno all’agorà della città fondata dai greci nel V secolo a.C., poi forum della civitas romana, attualmente denominata Piazza San Gaetano. Per evitare facili evasioni in fantasie inattuabili, ai giovani architetti iscritti al Master è stato chiesto di calibrare le proposte ideative nel pieno rispetto delle vigenti norme urbanistiche, tenendo conto anche delle risorse finanziarie necessarie, dei regimi di proprietà esistenti e, non ultima, della specifica problematica sociale dell’area. Ciò al fine di sperimentare – in una sorta di virtuale laboratorio progettuale – proposte fattibili, tese insomma a innescare una proficua dialettica con le energie imprenditoriali interessate ad investire risorse private in project-financing atti a far risalire la china dell’attuale intollerabile degrado del cuore antico di Napoli. Ebbene, nell’inequivocabile ‘visione’ che sottende le Norme di Attuazione del vigente Piano Regolatore Comunale sono stati eletti a principi guida degli interventi praticabili nel Centro Storico la tutela, la conservazione e il restauro del patrimonio architettonico, da preservare nella sua irripetibile unitarietà ereditata dalla storia. In tale ottica, le strettoie dell’immobilismo vincolante vengono superate nella finalità del recupero 22

urbano. Lo comprova il dato stesso dell’intervento ‘diretto’ nel Centro Storico, che raggiunge l’aliquota del 97% (più elevata, insomma, rispetto all’87% previsto nel restante tessuto edilizio comunale). La scelta di non rinviare l’esecutività del piano alla successiva redazione dei piani particolareggiati rappresenta un importante passo in avanti, anche se desta perplessità l’adozione di cinquantatré tipologie, legittime da un punto di vista analitico-classificatorio, ma inutilmente ridondanti dal punto di vista operativo. Una calibrata semplificazione, dettata da fini pragmatici, non scalfirebbe la validità del rigoroso lavoro analitico che ha motivato la complessa catalogazione tipologica. Oltre all’intervento diretto dei soggetti privati, resta tuttavia ineludibile la necessità di una regia pubblica per sperimentare interventi coordinati di recupero urbano. È a tutti noto che il Centro Storico di Napoli sia stato riconosciuto dall’Unesco (nel 1995) quale luogo di ‘straordinario interesse per l’umanità’. Questo prestigioso inserimento nella Lista del Patrimonio Mondiale non va, però, confuso con un alloro del quale menar vanto. La Convenzione di Parigi (del 16 novembre 1972) impone allo Stato di appartenenza l’obbligo di «assicurare l’identificazione, la conservazione, la presentazione e la trasmissione alle generazioni future dell’intero patrimonio protetto [...] utilizzando il massimo delle proprie risorse» (art. 4). In altri termini, è necessario elaborare un progetto di iniziative pubbliche finalizzato alla ‘tutela attiva’, senza limitarsi ad un atteggiamento meramente vincolistico. Il secolo scorso ha elaborato molte proposte (più o meno qualificate), che si sono tuttavia concluse tutte con un nulla di fatto. Certo, c’è da tirare un respiro di sollievo, considerando il ‘taglio’ discutibile di alcuni di questi disegni irrealizzati. Nondimeno, la stroncatura ideologica è prevalsa – quasi sempre – sul confronto dialettico nel merito. Alla luce delle nuove ‘regole’ sancite dal vigente Piano, sarebbe opportuno aprire un dialogo tra pensieri diversi, per individu-are un percorso ‘condiviso’ per

una sinergia tra pubblico e privato mirata al risanamento del degrado. Ed è proprio questo uno degli obiettivi primari dei progetti elaborati dal nostro Master. Va da sé che le risorse pubbliche – per quanto ingenti – da sole non bastano. È necessario definire strategie di investimenti ben mirati, muovendo da un disegno teorico rigoroso. Certo, non si parte da zero. Nessuno può negare che negli ultimi cinque anni siano stati compiuti passi decisivi nella valorizzazione del patrimonio storico della nostra città. Basti pensare alla definitiva riapertura del Mercadante come ‘teatro stabile’, ai già accennati recuperi di palazzo Roccella e palazzo Donnaregina, il primo destinato a centro delle Arti contemporanee e il secondo già divenuto uno dei più prestigiosi musei europei con l’acronimo di MADRE, o ancora alle stesse Stazioni dell’Arte che, aldilà del connubio tra alta ingegneria trasportistica e qualità estetica, hanno accorciato la distanza tra il centro e le periferie. Per andare avanti bisognerà ricondurre a sistema episodi che a prima vista potrebbero apparire isolati. In tale ottica è necessario soprattutto indicare con chiarezza una mission, ovvero un’idea guida che possa trainare il più ampio e complesso recupero del Centro Storico. Un passo significativo in tale direzione è stato il Protocollo d’Intesa siglato il 20 settembre 2007 dalla Regione Campania, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, il Comune e l’Arcidiocesi di Napoli. Nel tracciare gli obiettivi del recupero, restauro e valorizzazione del Centro Storico di Napoli (Patrimonio Unesco), è stato esplicitamente sottolineato «il rafforzamento del ruolo di Civitas Studiorum» da intendere come «motore di rinascita culturale e di rinnovamento sociale legato alla presenza dei giovani». Riecheggia in tale assunto la tesi sostenuta dal nostro Master fin dal suo già menzionato atto fondativo. In altri termini, si tratta di verificare l’ipotesi di valorizzare il tessuto storico, accentuandone la naturale vocazione ad accogliere la funzione dell’alta formazione. Napoli è dotata di cinque Università, che già oggi gravitano prevalentemente nel Centro Storico. La stessa ‘fuga dei


cervelli’ comprova (sia pure indirettamente) che la migliore risorsa locale resta la ‘materia grigia’, che riceve, peraltro, una buona formazione, anche se (non di rado) è costretta a emigrare per carenza di sbocchi occupazionali. Per elevare il livello di competitività a scala internazione della nostra formazione universitaria appare urgente la realizzazione di case per gli studenti e di foresterie per docenti stranieri, nonché il recupero di monumenti abbandonati per destinarli a istituti di ricerca. E ciò anzitutto nell’interesse della città. Non va dimenticato che a New York è stato riqualificato il quartiere degradato di Harlem puntando prevalentemente sull’inserimento delle nuove sedi della Columbia University. Tutt’altro che sottovalutabili restano, inoltre, le potenzialità di riqualificazione da affidare ai Piani Esecutivi per gli ‘ambiti-obiettivo’ del restante 3% del Centro Storico. Basti pensare alla risonanza internazionale che potrebbe avere il recupero e la valorizzazione delle aree di piazza Miraglia e piazza San Gaetano, inanellate dall’antichissimo asse storico del Decumanus Maior. Incastonate nella facciata della Chiesa di San Paolo Maggiore sono ancora preservate due colonne del Tempio dei Dioscuri, sorto nel I secolo d.C. sul sedime di un più antico tempio di età greca, che dominava l’agorà della città di fondazione. Adiacente al Chiostro Grande del Convento di San Paolo Maggiore attendono di essere riportati alla luce la scena e la cavea del Teatro in cui amava esibirsi Nerone. A pochi passi si legge inoltre – nella curva del tracciato viario che interrompe la geometria ippodamea – la linea di base dell’Odeon. Similmente, dalla stessa piazza San Gaetano si può accedere agli scavi ipogei delle antiche botteghe romane custodite al di sotto del Convento medioevale di San Lorenzo. Poche città al mon- do possono vantare una così complessa stratificazione plurisecolare condensata in una area densa di affascinanti memorie. Quanto tempo ancora dovremo attendere per assistere al passaggio dalle buone intenzioni alle buone pratiche? Il Centro Storico può, insomma, trasformarsi nel fattore propulsivo dell’anelata ‘occasione post-industriale’, da più parti indicata come possibile via d’uscita dall’impasse della ‘dismissione’ delle grandi industrie fordiste. In tale prospettiva, alla missione trainate della Civitas Studiorum andrebbe affiancata una messa ‘a sistema’ delle attrezzature per lo spettacolo e il tempo libero, dei luoghi destinati alla ricerca e alla creatività, dell’artigianato di qualità, nonché delle strutture di ricezione alberghiere e turistiche. In conclusione, tale strategia d’intervento andrebbe fondata su una costellazione di valori riconducibile a ‘Quattro R’: il Restauro del patrimonio monumentale, il Recupero dei tessuti urbani minori, il

Riuso con adeguate destinazioni delle (non poche) architetture storiche non utilizzate o sotto-utilizzate, la Rivitalizzazione del Centro Storico con l’immissione di nuove attività produttive compatibili con la tutela del patrimonio e con il sostegno alle attività esistenti mediante forme di credito agevolato o fiscalità di vantaggio. In altre città europee la riqualificazione del cuore antico dell’organismo urbano avrebbe rappresentato una priorità assoluta nelle strategie dell’intervento pubblico, non foss’altro che per enorme risonanza che tale calibrata operazione chirurgica avrebbe in tutto il mondo. Ma in una città eccentrica come Napoli il futuro può attendere. Il ritardo con il quale (prima o poi) verrà auspicabilmente attuato il Grande Programma nel Centro Storico Unesco – corredato del relativo Piano di Gestione ai sensi della legge 77/2006 – offre solo un involontario vantaggio. Nel corso del tempo è aumentata la consapevolezza teoretica della necessità di tutelare e di trasmettere alle future generazioni l’inestimabile valore del nostro patrimonio storico e paesaggistico. Il più suggestivo monumento del passato resta proprio il rigoroso impianto logicogeometrico dei cardini e decumani della città di fondazione greca, ancor oggi leggibile con nitore dall’alto di Castel Sant’Elmo, a circa duemila e cinquecento anni di distanza dai tracciati primigeni. Senza pretendere di interferire con le competenze amministrative nell’elaborazione del Documento di Orientamento Strategico (DOS), gli elaborati del nostro Master aspirano solo ad avanzare proposte progettuali ragionevolmente fattibili, attentamente vagliate con la generosa supervisione di docenti di caratura internazionale. ___________________________________ The second Master’s course has deliberately proceeded along the theoretical guidelines laid down since the establishment of our international postgraduate course. The theme of L’antica Neapolis come cittadella degli studi (Ancient Neapolis as a Citadel of Studies) was illustrated and explained by Renato De Fusco in his wide-ranging inaugural lecture for the course, given on Friday 19 January 2007 in the Great Hall of Federico II University in Naples, with the addition of the design proposals of Alberto Izzo and Eduardo Souto de Moura. Therefore, without going back over the objectives and methodologies of approach to the issues already discussed in the Yearbook 2008 published by Paparo, it is worth underlining the reasons behind the choice of the theme by the Scientific Board of the Master’s course. The intention is to encourage research into the area of the historic centre with the richest historical and archaeological heritage,

i.e. the area around the agorà of the city founded by the Greeks in the fifth century BC, subsequently the forum of the Roman civitas, and currently known as Piazza San Gaetano. In order to avoid easy escapism into unfeasible fantasies, the young architects who have enrolled for the Master’s course were asked to adapt their design proposals to the existing town planning regulations and restrictions, taking account of the necessary financial resources, the system of existing properties and, last but not least, the specific social problems of the area. This would hopefully lead to experimentation – in a sort of virtual design work shop – of feasible proposals, creating fruitful interaction with the entrepreneurial forces interested in investing private resources in project-financing designed to help the historic centre of Naples remerge from the intolerable state of degradation in which it finds itself today. However, in the unequivocal ‘view’ underlying the implementation regulations of the current city council regulatory plan, the guidelines chosen for building work in the historic centre are based on the principles of protecting and restoring its architectural heritage in order to preserve the unique unitary character bequeathed by history. From this perspective, the obstacles of the restrictions are overcome by the objective of urban restoration. This is confirmed by the statistics for ‘direct’ intervention in the historic centre which reaches the figure of 97% (higher than the 87% envisaged for the rest of the architectural fabric in the municipality). The decision not to postpone the implementation of the plan to the drafting of subsequent circumstantial plans represents an important step forward, even though the adoption of fifty-three typologies – legitimate from the analytical classificatory perspective but pointless from the operational viewpoint – is rather perplexing. A carefully gauged simplification, based on pragmatic foundations, would not affect the validity of the rigorous analytical work that inspired the complex typological classification. Besides direct intervention by private firms, there is also an inescapable need for publiclyorganised coordinated urban restoration schemes. As is well-known, the historic centre of Naples has been declared a site of ‘extraordinary interest for humanity’ by UNESCO (in 1995). This prestigious inclusion in the list of World Heritage sites is not something to boast about. According to the Paris Convention (16 November 1972), every state has the duty of “ensuring the identification, protection, conservation, presentation and transmission to future generations of the cultural and natural heritage [...]. it [the state] will do all it can to this end, to the utmost of its own resources” 23


(art. 4). In other words, it is necessary to draft a project of public initiatives aimed at ‘active preservation’ without adopting a merely restrictionist approach. During the previous century there were many (relatively valid) proposals which all ended up without anything being achieved. Certainly, this comes as some relief, considering the debatable ‘approach’ of some of these unaccomplished designs. Nonetheless, criticism of the ideas almost always prevailed over the dialectical debate regarding the actual merits of the proposals. In the light of the new ‘regulations’ of the current Plan, it would be desirable to begin a debate between different viewpoints in order to identify an ‘agreed’ approach for a synergy between the public and private sectors aimed at enabling Naples to emerge from the current state of urban decay. This is one of the primary objectives of the designs produced by our Master’s course. It goes without saying that public resources – however extensive – are not sufficient on their own. It is necessary to define carefully planned investment strategies, based on a rigorous theoretical plan. What is certain is that we are not beginning from scratch. It cannot be denied that decisive steps have been taken over the last five years to enhance the historical heritage of Naples. Obvious examples include the reopening of the Mercadante as a ‘repertory theatre’, the previously mentioned restoration schemes for palazzo Roccella and palazzo Donnaregina – the former designed to be a centre of contemporary art while the latter has already become one of the most prestigious European museums, known as MADRE – and the Art Stations which, besides the combination of advanced transport engineering and aesthetic quality, have reduced the distance between the centre and the suburbs. In order to continue, it is necessary to systematise episodes that, at first sight, might appear to be isolated. From this perspective, it is above all necessary to indicate clearly a mission, in other words a guiding idea that can spur a wide-ranging and complex restoration of the Historic Centre. A significant step forward in this direction was the Memorandum of Understanding signed on 20 September 2007 by the Regione Campania (the regional government of Campania), the Italian Ministry for Heritage and Culture, Naples City Council and the Archdiocese of Naples. During the outlining of the objectives of the protection, restoration and enhancement of the historic centre of Naples (World Heritage Site), it was stated explicitly that “the strengthening of the role of Civitas Studiorum” should be a “driving force for cultural revival and social renewal linked to the presence of young people”. This echoes the aims of our Master’s 24

course from its very inception. In other words, it involves evaluating the idea of upgrading the historic urban fabric and enhancing its natural vocation to embrace the role of higher education. Naples has five universities which increasingly gravitate towards the historic centre. The ‘brain drain’ also proves (although indirectly) that the best local resource remains ‘grey matter’ which also receives a good education, even though (not infrequently) it is forced to emigrate due to the lack of employment opportunities. In order to raise the competitiveness of our universities to international levels, it is urgent to build accommodation for students and guestrooms for foreign teachers, as well as to restore abandoned monuments and use them as research institutes. Above all, this is in the interests of the city. It should be recalled that in New York the rundown district of Harlem was upgraded mainly by creating new premises of Columbia University. Another aspect that should not be underestimated is the potential for upgrading of the Executive Plans for the ‘objective-areas’ of the remaining 3% of the historic centre. It is sufficient to imagine the international prestige that would be gained from the restoration and development of the areas of piazza Miraglia and piazza San Gaetano, linked by the ancient axis of the Decumanus Maior. The façade of the church of S. Paolo Maggiore still preserves two columns from the Temple of the Dioscuri, built in the first century AD on the ruins of an older Greek temple which overlooked the agorà of the original Greek city. Next to the large cloister of the monastery of S. Paolo Maggiore, the stage and cavea of the theatre in which Nero loved to perform are still waiting to be brought to light. Nearby it is possible to observe – in the bend in the street layout that breaks up the hippodamian grid system – the line of the base of the Odeon. Similarly, from piazza San Gaetano, it is possible to enter the underground excavations of the ancient roman shops that lie preserved beneath the medieval monastery of San Lorenzo. Few cities in the world can boast such a complex, centuries-old stratification condensed into an area filled with fascinating historical memories. How much longer must we wait to see a transition from good intentions to good practices? The historic centre could turn into a driving force of the long-craved ‘post-industrial opportunity’ indicated by various experts to be a possible solution to the impasse of the divestment of the large factories of the Fordist tradition. From this perspective, the mission of the Civitas Studiorum could be supported by systematising facilities for entertainment and free time, places designed for research

and creativity, high quality craftsmanship as well as hotels and other forms of tourist accommodation. In conclusion, this intervention strategy would be based on a series of values linked to the ‘Four Rs’: the Restoration of the architectural heritage, the Reclamation of less significant parts of the urban fabric, the Reuse with suitable functions of the (considerable) number of unused or underused historic buildings, and the Revitalisation of the historic centre with the introduction of new productive activities compatible with the protection of the architectural and archaeological heritage; it would also involve the support of existing concerns through forms of subsidised loans or tax incentives. In other European cities the upgrading of the historic centre of the urban fabric would represent a clear priority in public planning strategies, merely in terms of the enormous interest that a carefully tailored programme would arouse worldwide. However, in an eccentric city like Naples, the future can wait. However, the delay in the implementation (although it will happen sooner or later) of the ‘UNESCO Grand Programme for the Historic Centre’ – together with the Management Plan in accordance with law 77/2006 – does have one unintended advantage. Over time, there has been an increased theoretical awareness of the need to protect our priceless historical and natural heritage and preserve it for future generations. The most fascinating monument from the past remains the geometric grid layout of cardi and decumani of the ancient Greek city, which can still be clearly seen today from the splendid vantage point of Castel Sant’Elmo; they still survive nearly 2500 years after they were first built. Without seeking to interfere with the administrative responsibilities in the drafting of the Strategic Guide Document, the designs of our Master’s Course are simply intended to put forward feasible design proposals which have been carefully examined and supervised by the university teaching staff of international standing.


Vincenzo Corvino durante una revisione Vincenzo Corvino during a cric


Foto di Dario Boris Campanale


Marco Petreschi

Roberta Amirante

Gaetano Manfredi

Renato De Fusco Direttore del Laboratorio di Ricerca Storico-Critica


Pasquale Belfiore

Alberto Izzo Direttore del Laboratorio di Ricerca Progettuale

Riflessioni generali per la messa a punto di una metodologia per la riqualificazione della cittĂ storica General remarks about the reďŹ nement of a methodology for the renewal of the historical city


Recupero e innovazione Restoration and Innovation Renato De Fusco

L’esperienza del Master svolto durante l’anno 2009-2010 ha confermato una mia precedente convinzione che vale per ogni centro storico e di quello napoletano in particolare. Infatti, se è vero che ogni grande città di antica tradizione presenta il problema della tutela del patrimonio esistente e in pari tempo l’altro di costruire il nuovo, essi si pongono per l’Italia in maniera più complessa; se poi ci troviamo a operare nel cuore più antico della città di Napoli, essi sono prioritari rispetto a molti altri. Che cosa contrassegna la situazione italiana? Anzitutto la ricchezza del nostro patrimonio storico-artistico, la sua alta qualità e altri fattori che determinano complessivamente la italianità dell’architettura italiana. Il primo di detti fattori è la dimensione relativamente piccola di fabbriche ed ambienti: le nostre torri non sono abitate, hanno prevalentemente un carattere religioso e simbolico: lo skyline delle città d’Italia è contrassegnato da cupole e campanili piuttosto che da alti edifici pubblici e privati. Una giovane collega ha notato: «a nessuno sfugge, soprattutto se di ritorno dagli Stati Uniti, ma anche da Parigi o da Berlino, che assistiamo a un salto di scala considerevole tra quelle realtà urbane e le nostre minute città. Come non era sfuggito a Josef Hoffmann che durante il suo viaggio in Italia (1896) venne attratto, più che dalle tappe classiche del Grand Tour, dall’anonima architettura spontanea ‘unitaria e conchiusa’ rappresentata nei suoi disegni come aggregazione di volumi semplici e soprattutto contenuti da un punto di vista dimensionale, anche Goethe nel suo Viaggio in Italia (17861788) aveva notato la ricorrente caratteristica del piccolo dei nostri monumenti: il teatro Olimpico di Vicenza, afferma, «è un teatro su modello antico ma in piccole proporzioni e indicibilmente bello; la Rotonda di Palladio è mirabilmente proporzionata [...] ma per le esigenze della villeggiatura di una famiglia signorile sarebbe appena sufficiente»1. Il secondo fattore caratterizzante l’architettura italiana è quello per cui ciascuna fabbrica è ‘contestualizzata’ se non addirittura conformata unitamente al suo ambiente: si pensi ai casi 30

di Pienza, di Urbino, di Ferrara, di piazza del Campidoglio, degli Uffizi, di S. Maria della Pace, di piazza S. Ignazio, ecc. Inoltre le opere dell’architettura italiana risultano nella maggioranza legate, oltre che a un determinato luogo, soprattutto a un altro artefatto: un allineamento stradale, la forma di una piazza, lo scorcio fra una quinta e l’altra; la stessa rappresentazione-conformazione della prospettiva nasce dall’esigenza di ritrarre un ambiente: la Tavoletta brunelleschiana di piazza della Signoria. Ma ciò che conferma il contestualismo della nostra architettura, prova schiacciante della possibilità di coesistenza di antico e nuovo, è la citata stratificazione storica presente nella grande maggioranza dei nostri ambienti con il conseguente effetto di compattezza, di riduzione, di un costruito denso e fitto. Che l’architettura d’Italia può dirsi ‘classica’ costituisce il terzo fattore della sua caratterizzazione. Classico sta qui per razionale, misurato, simmetrico nel duplice significato della parola, ossia di simmetria bilaterale e, assai più interessante, di rapporto commensurabile fra le parti e il tutto. Ciò che Gregotti dice per l’architettura europea vale principalmente per quella italiana: essa è: «architettura della distinzione: distinzione delle figure come fondamento della loro relazione necessaria e distinzione analitica delle parti che costituiscono le figure. Anche quando le tracce di quelle relazioni costitutive diventano complesse, anche quando si riducono a rovine, non si cancellano mai. Le parti che costituiscono le figure si organizzano per mezzo della commensurabilità (la commodulatio vitruviana) delle parti stesse l’una nei confronti dell’altra, nei confronti del tutto e in relazione con il corpo umano[…]. La commensurabilità dei numeri e l’incommensurabilità della geometria fondano l’accordo tra linguaggio comune e ragionamento esatto, diventano intelligenza della mente resa visibile, soluzione ogni volta nuova del problema della relazione tra geometria e costruzione, tra bellezza dell’armonia universale e misure del corpo umano ideale»2.

Insomma, per dirla in termini semiotici, la nostra architettura non è continua, ma discreta, ovvero composta di parti distinguibili. Tale proprietà ci porta al quarto fattore caratterizzante. L’architettura è classica anche perché risente e si trova in un ambiente archeologico. Dovunque si scava emergono reperti di opere greche, romane ed etrusche: si vedano in particolare quelle emerse a Napoli presso Castelnuovo durante i lavori della metropolitana. Questo ‘costruire il nuovo nell’antico’ ci porta ad una condizione diversa da quella solitamente esistente negli altri paesi, dove le nuove fabbriche sorgono spesso nell’ambiente ‘storico’, ossia dal rinascimentale all’Ottocento, ma non nell’ambiente antico, quello appunto dell’età geco-romana; tipico esempio è proprio la Neapolis dove si svolge il Master di cui ci occupiamo in questi anni. Oltre quanto già s’è detto, approfondiamo le due espressioni che figurano nel titolo,’recupero’ e ‘innovazione’. Con la prima intendo una posizione che comprende il passato, la storia, la storiografia, l’interesse per il preesistente, l’esperienza e, più tecnicamente, il restauro, la tutela, le norme di salvaguardia, il piano di difesa, ecc. Con la seconda, il futuro, il progetto, la previsione, le aspettative, ecc. Tutti i fattori citati implicano il binomio continuità/discontinuità che ognuno vede fortemente legato alla nostra dicotomia recupero/innovazione. Alcuni autori considerano la storia un processo caratterizzato da incessanti soluzioni di continuità, da infiniti punti di rottura, provocati ogni volta dal sorgere di un evento storicamente significativo. Altri autori pensano alla storia quale processo continuo, come scrive Abbagnano, la continuità della storia: «sembra assunta, il più delle volte, a significare la permanenza di certi elementi o motivi o fattori, e quindi una certa unità o somiglianza tra le varie fasi di essa [...] si può dire che in generale si parla di continuità tra due cose ogni qualvolta è possibile riconoscere tra queste due cose una relazione qualsiasi. Per-


tanto relazioni di causalità o di condizionamento, di contiguità o di somiglianza possono essere assunte come segni o prove o manifestazioni di continuità; come dall’altro lato possono essere assunte come tali anche relazioni di opposizione o di contrarietà o di contrasto o di lotta, dal momento che neanche tali forme di relazione implicano un taglio netto tra le cose che oppongono, e cioè la mancanza di una relazione qualsiasi»3. Sull’argomento, pensando specificamente all’architettura, Rogers scrive: «considerando la storia come processo, si potrebbe dire che è sempre continuità o sempre crisi a seconda che si vogliano accentuare le permanenze piuttosto che le emergenze [...]: il concetto di continuità implica quello di mutazione nell’ordine di una tradizione. Crisi è la rottura – rivoluzione – cioè il momento di discontinuità dovuto all’influenza di fattori nuovi (non reperibili nei momenti precedenti se non come contrari a quelli che scaturiscono, per opposizione, dall’impellente esigenza di novità sostanziali)»4. Tra le concezioni più recenti è da segnalare quella di Giuseppe Galasso. Chiedendosi con quale criterio il ricercatore seleziona le cause per spiegare un evento storico, Galasso risponde: «col criterio della creatività, originalità, innovazione di ogni presente rispetto ad ogni passato. Ogni azione si inserisce sul passato e ne è temporalmente la continuazione; ma è anche una rottura del passato [...], una frattura nella catena di ciò che accade. Ed è questa frattura ciò che differenzia il presente dal passato, l’ignoto a cui si approda dal noto, la scelta che non è solo la selezione delle alternative in gioco, ma è, insieme, modificazione di quelle alternative nell’atto stesso della selezione, e – con ciò – l’illuminazione, a rivelazione del senso ultimo che le alternative in gioco vengono ad assumere. Nell’atto di scegliere le alternative vengono trascese»5. A questa convincente interpretazione del binomio continuo/discontinuo della storia, lo stesso autore fa seguire una smentita di un vecchio e popolare luogo comune: «dato il carattere creativo del presente, ne consegue che l’antica definizione di storia come magistra vitae non ha motivo di essere. Per quante cose possa insegnare il passato, il presente aggiunge ad esse sempre qualcosa di nuovo, di imprevedibile dallo stesso passato, e da questa novità risulta condizionato e diversamente conformato non solo il corso ul-

teriore delle cose, bensì il passato stesso»6. Dall’ermeneutica ricaviamo significative indicazioni sull’importanza della dimensione del presente nella storiografia. Ci riferiamo al rapporto fra lo storico e i fatti, secondo l’assunto per cui chi interpreta viene modificato dallo stesso oggetto dell’interpretazione. Questo importante fenomeno alla base di tutta la conoscenza, è stato rilevato da Gadamer a partire dal campo artistico: «nell’esperienza dell’arte vediamo attuarsi un’esperienza che modifica realmente colui che la fa»7. Quale che siano i pareri dei filosofi, è comunque certo che, nel nostro campo, l’architettura del recupero è più affine all’idea della continuità, della stratificazione, mentre quella dell’innovazione è più pertinente alla discontinuità, ogni nuova fabbrica comportando evidentemente un cambiamento dell’ambiente. Riassumendo, siamo partiti dal dato inconfutabile che l’Italia possiede il più ingente patrimonio di beni culturali tra i quali un posto primario è quello dell’architettura e dell’ambiente. Questo dato di fatto potrebbe suggerire che la ‘cultura del recupero’ debba prevalere su quella dello sviluppo. Ma questo, da noi, è altresì inconcepibile senza le modificazioni del nuovo. Anche molti altri paesi europei hanno un vasto patrimonio storico-artistico da tutelare, tuttavia in essi – per molteplici cause che vanno dallo sviluppo economico-industriale al retaggio delle avanguardie, all’influenza americana, all’ideologia quantitativo-efficientistica, ecc. prevale la ‘cultura dell’innovazione’, come più volte ricordato. Abbiamo in varie occasioni dimostrato che il recupero modernamente inteso non solo è compatibile con l’innovazione, ma in molti casi le due linee si possono coordinare se non addirittura identificare. Ove la ‘forza delle cose’, vale a dire il valore-interesse economico-finanziario lo consenta, il contributo italiano all’architettura europea non può che fondarsi sulla storia, più esattamente sulla sua interpretazione storiografica, fino a concepire che la storiografia è assimilabile alla progettazione. 1

S. De Martini, L’architettura piccola, in «Op. cit.», n. 115, 2002]. 2 V. Gregotti, Il problema dell’identità dell’architettura europea e la sua crisi, in «Rassegna» n. 76, 1998]. 3 N. Abbagnano, voce «Continuo» del Dizionario di filosofia, Torino 1964, p. 64]. 4 E. N. Rogers, Continuità o crisi?, in Esperienza dell’architettura, Torino 1958, pp. 203-204. 5 G. Galasso, Filosofia e storiografia, in Filosofia, Torino 1995, vol. II, p.431. 6 Ivi, p.432. 7 H.G. Gadamer, Verità e metodo, Milano 1983, p. 131.

The experience of the 2009-2010 Master’s course has confirmed my previously held conviction regarding all historic centres and that of Naples in particular. While it is true that any large city with ancient traditions faces the problem of protecting its existing heritage and simultaneously that of constructing a new one, these problems are especially complex for Italy; in particular, when it comes to working in the oldest part of the city of Naples, these problems have an even greater priority than others. What is so distinctive about the Italian situation? Firstly, the wealth of our artistic and historical heritage, its high quality and other factors that contribute to determining the specifically Italian spirit of Italian architecture. The first of these factors is the rather small size of our buildings. Our towers are not inhabited; they mainly have a religious and symbolic character: the skyline of Italian cities is marked by domes and bell-towers rather than by tall public and private buildings. A young colleague has noted: “no one fails to notice, especially on their return from the United States, but even from Paris or Berlin, that there is a considerable change of scale between these foreign cities and our minute Italian cities, just as it did not escape the attention of Josef Hoffmann during his visit to Italy in 1896; he was attracted not so much by the classical sights of the Grand Tour as the anonymous spontaneous architecture he described as ‘harmonious and complete’ and which he portrayed in his drawings as an aggregation of simple and, above all, small-scale volumes. Goethe, too, in his Travels in Italy (1786-1788) had noticed the characteristically small size of our monuments: the ‘teatro Olimpico’ in Vicenza, “is a theatre based on the ancient model but smaller in proportion and indescribably beautiful; Palladio’s Rotonda is wonderfully proportioned [...] but for the holidaying needs of a cultivated family it would barely be sufficient”1. The second characteristic feature of Italian architecture is that each building is ‘contextualised’ and sometimes even completely integrated within its context: this is the case, for example, for Pienza, Urbino, Ferrara, piazza del Campidoglio, piazza degli Uffizi, piazza di S. Maria della Pace, piazza S. Ignazio, etc. Moreover, the works of Italian architecture are mainly linked not just to a specific place but to another artefact: a road alignment, the shape of a piazza or the view between one building and another; the representation-configuration of the perspective derives from the need to portray a context: Brunelleschi’s Tavoletta (view) of piazza della Signoria. However, the confirmation of the contextualism of Italian architecture – the incontrovertible evidence of the possibility of the coexisten31


ce between old and new – is the previouslymentioned historical stratification in the great majority of our buildings which has led to their compactness, reduction in size and to densely built-up areas. The third aspect that makes Italian architecture so distinctive is its ‘classical’ quality. The term ‘classical’ refers to the fact that it is rational, measured, symmetrical in both senses of the word, both in terms of bilateral symmetry and, much more interestingly, of the commensurable relationship between the parts and the whole. Gregotti’s comments about European architecture are generally relevant to Italian architecture which is described as: “the architecture of distinction: the distinction of figures as the basis of their necessary relationship and the analytical distinction of the parts that make up the figures. Even when the traces of these constituent relations become complex, even when they fall into ruin, they are never cancelled. The constituent parts of the figures are organized according to the commensurability (the Vitruvian concept of commodulatio) of the parts with respect to each other, to the whole and in relation to the human body […]. The commensurability of numbers and the incommensurability of geometry lay the foundations for the agreement between ordinary language and precise reasoning; they become the intelligence of the mind made visible, the continuously new solution to the problem of the relationship between geometry and construction, between the beauty of universal harmony and the measurements of the ideal human body”2. To express it in semiotic terms, our architecture is not continuous but discrete; in other words, it is made up of distinctive parts. This property leads us to the fourth distinctive characteristic. Architecture is classical partly because it is affected by, and is situated in, an archaeological context. Wherever excavations are carried out, Greek, Etruscan or Roman finds emerge: this is particularly true for the excavations near Castelnuovo for the building of the new underground line. This ‘building the new amidst the old’ leads us to a condition that differs from the one that usually exists in other countries, where new buildings are often constructed in the ‘historic’ part, i.e. in the area dating from the renaissance to the nineteenth century; they are not built not in an ancient context, as in this case which dates to the Greco-Roman period; a typical example is Neapolis where the Master’s course that we have been running for the last few years is held. Besides the above comments, we shall explore the two expressions used in the title of this pa32

per, namely ‘restoration’ and ‘innovation’. The first term refers to a position that encompasses the past, history, historiography, interest in pre-existing conditions, experience and, more technically, restoration, preservation, the regulations of preservation, defensive plans etc. The second refers to the future, the plan, predictions, expectations etc. All the above-mentioned factors imply the continuity/discontinuity pairing which is generally viewed as strongly linked to our dichotomy restoration/innovation. Some authors consider history to be a process marked by incessant gaps, infinite breaking points, provoked each time by the onset of a historically significant event. Other authors regard history as a continuous process; as Abbagnano emphasises: “[the continuity of history] tends to refer to the permanence of certain elements or motives or factors, and therefore a certain degree of unity or similarity between the various phases of history [...] it can be said that continuity exists between these two things when any type of relationship between two things can be recognised. Therefore relations of causality or conditioning, contiguity or similarity can be interpreted as signs or proof or manifestations of continuity, as can relations of opposition or contrast or conflict, since not even these forms of relationship imply a clear break between opposing things, in other words the lack of any relationship”3. With specific reference to architecture, Rogers has written the following on this theme: “by considering history as a process, it can be said that there is always continuity or crisis depending on whether one wants to emphasise the permanent aspects or the newly emerged aspects [...]: the concept of continuity implies the mutation of the order of a tradition. Crisis means a break – a revolution – in other words a moment of discontinuity caused by the influence of new factors (not available in previous moments except as in opposition to the events that originate, by contrast, from the urgent need for significant novelties)”4. One of the most recent ideas on the subject comes from Giuseppe Galasso. Considering the criterion that the researcher uses to select causes for historical events, Galasso observes that it is “with the criterion of creativity, originality, innovation of every present with regard to every past. Each action is part of the past and is temporarily its continuation; however, it is also a break with the past [...], a fracture in the chain of what is happening. It is this fracture

that distinguishes the present from the past, the unknown towards which one approaches from the known, the choice that is not just the selection from the alternatives on offer, but which is, overall, the modification of those alternatives in the very act of selection, and – with it – illumination, revealing the ultimate meaning that the alternatives on offer have taken on. During the act of selection, the alternatives are transcended”5. Following this convincing interpretation of the continuity/discontinuity pair of history, the author himself adds a denial of an old popular cliché: “given the creative nature of the present, it follows that the ancient definition of history as magistra vitae no longer has any reason to exist. However many things the past can teach us, the present always adds something new, which is unpredictable from the past itself, and this novelty not only conditions and configures the further course of things, but the past itself”6. Hermeneutics offers significant indications about the importance of the dimension of the present in historiography. We refer to the relationship between the historian and facts, according to the assumption that the interpreter is modified by the very object of interpretation. This important phenomenon underlying all knowledge has been observed by Gadamer in the field of art: “in the experience of art, we see a general experience (Erfahrung) induced by the work, which does not leave him who has it unchanged”7. Regardless of the opinion of philosophers, what is certain is that, in our field, the architecture of restoration is closer to the idea of continuity and stratification, while the architecture of innovation is more pertinent to discontinuity, each new building evidently bringing about a change to the context. To summarise, we began with the irrefutable fact that Italy possesses the most significant amount of cultural heritage in which a leading role is occupied by architecture and the environment. This fact could be taken to suggest that the ‘culture of restoration’ should prevail over that of development. However, this is inconceivable without the modification of new buildings. Many other European countries have a vast art-historical heritage to protect; nevertheless, in these countries – due to many reasons that range from economic and industrial development to the legacy of the avant-garde, American influence, quantitativeefficiency-based ideology etc. – the ‘culture of innovation’ prevails, as has already been mentioned on several occasions. On various occasions, we have demonstrated that the


modern concept of restoration is not only compatible with innovation, but that in many cases the two approaches can be coordinated if not actually identified with each other. Where the ‘force of things’, i.e. the economic financial interest-value allows, the Italian contribution to European architecture must inevitably be based on history, or more precisely its historiographic interpretation, so that historiography can be assimilated within design. 1

S. De Martini, L’architettura piccola, in “Op. cit.”, no. 115, 2002]. 2 V. Gregotti, Il problema dell’identità dell’architettura europea e la sua crisi, in “Rassegna” no. 76, 1998]. 3 N. Abbagnano, entry “Continuo” in Dizionario di filosofia, Turin 1964, p. 64]. 4 E. N. Rogers, Continuità o crisi?, in Esperienza dell’architettura, Turin 1958, pp. 203-204. 5 G. Galasso, Filosofia e storiografia, in Filosofia, Turin 1995, vol. II, p.431. 6 Ibid, p.432. 7 H.G. Gadamer, Verità e metodo, Milan 1983, p. 131.

Renato De Fusco durante un seminario Renato De Fusco during a lecture


Il Centro Antico di Napoli come quadro di riferimento per una sperimentazione didattica e progettuale The Historic Centre of Naples as a Reference Framework for Experimental Teaching and Design Alberto Izzo

La Facoltà di Architettura di Napoli è stata sempre attenta al Centro Antico della sua città, attribuendogli un ruolo simbolico di custode dell’identità urbana che spesso è andato oltre quel ruolo storico e geografico di nucleo fondativo dell’insediamento grecoromano di Neapolis. Nel corso degli anni, dalla fondazione della Facoltà e nei decenni successivi del Novecento, numerosi studiosi napoletani, docenti della Facoltà, si sono occupati del Centro Antico di Napoli, misurandolo, rilevandolo, ridisegnandolo, studiandone le complesse stratificazioni, monitorandone i progressivi cambiamenti, individuandone i luoghi simbolici. Alcuni studi, come quelli fondamentali condotti da Roberto Pane e dal suo gruppo di collaboratori a partire dagli anni Cinquanta del Novecento, e culminati nell’imponente pubblicazione Il centro antico di Napoli costituiscono ancora oggi un contributo imprescindibile per chiunque desideri approfondire le complesse vicende di questa vera e propria città nella città, dalle circostanze e dalle scelte legate alla sua fondazione alle fasi articolate della sua continua trasformazione. Più recentemente, numerosi docenti, soprattutto quelli impegnati nei settori scientifico-disciplinari del restauro e nella composizione architettonica e urbana, anche i più giovani tra loro, hanno considerato il Centro Antico di Napoli come luogo privilegiato per la messa a punto e lo sviluppo di programmi di insegnamento e di sperimentazione. Nello stesso tempo, organismi internazionali come l’UNESCO hanno ritenuto di considerare l’intero Centro Storico di Napoli – del quale la città greco-romana costituisce il nucleo fondativo – come parte del patrimonio storico dell’umanità: una testimonianza di arte e di cultura architettonica di straordinario valore culturale. A fronte di questa attenzione persistente sia degli organismi internazionali che del mondo accademico e della comunità scientifica, tuttavia riconosciamo ancora la mancanza di un organico piano per la riqualificazione del Centro Antico di Napoli, per il suo recupero complessivo, intendendo con questo termine un operazione condotta su diversi piani contemporaneamente, in gra34

do di occuparsi non solo del sistema fisico, ma anche del sistema immateriale. Un’operazione cioè che non coinvolga semplicemente gli edifici, il tessuto urbano, le infrastrutture, ma che indichi e metta in atto strategie capaci di innescare una rivitalizzazione del sistema economico del Centro Antico e una riqualificazione del suo tessuto sociale. Fattori di degrado e di impoverimento del Centro Antico non sono semplicemente quelle che possiamo diagnosticare negli edifici, negli spazi pubblici, nelle vie e nelle piazze, ma anche quelle condizioni di esclusione, di marginalizzazione sociale ed economica che determinano una significativa separazione fra la città di Napoli nel suo complesso e il suo nucleo fondativo. Insomma, emerge con chiarezza che la chiave metodologica e operativa per il recupero del Centro Antico non può essere che quella di lavorare con l’obiettivo di integrarlo con la città che si è sviluppata attorno a esso, intensificando quantità e qualità delle connessioni fisiche, culturali, economiche, sociali, simboliche tra la città e il suo Centro Antico, tra la città di oggi e di domani e la sua origine. Del resto, appare ancora più chiaro che il futuro di Napoli non può essere disgiunto da quello del suo Centro Antico, anzi probabilmente può coincidere proprio con la rinascita del Centro Antico. Come architetti e progettisti, ma anche come docenti non possiamo rinunciare al nostro ruolo propositivo, alla nostra attitudine a prefigurare e costruire il futuro sulla base di una coscienza del presente alimentata da una autentica memoria del passato, come ci ha insegnato Argan; tuttavia comprendiamo che, perché il nostro lavoro possa avere un senso, è necessario un approccio innovativo, una capacità di considerare e risolvere i problemi essendo ben consapevoli della loro natura e dimensione. Il corso di Master in Progettazione di eccellenza per la città storica, che in questo volume vede pubblicati i risultati di ricerca e di sperimentazione progettuale della seconda edizione, che si è svolta nell’anno accademico 2009-10, è nato e si sta sviluppando nel corso del tempo proprio con quest’obiettivo. L’approccio profondamente interdisciplina-

re, la struttura didattica organizzata mediante quattro laboratori di approfondimento tematico strettamente legati tra loro, una rete di seminari e di interventi specialistici, ciascuno concepito come un elemento di un sistema di contributi, di conoscenze e di competenze che vengono fatte circolare e agire nel corso dell’anno, una serie di revisioni critiche a opera di importanti e qualificati esponenti della cultura architettonica contemporanea europea e di docenti di qualificate scuole di architettura europee, sono tutti aspetti che ci restituiscono il senso e il carattere di questa nuova sfida. Il nostro corso di Master può allora essere letto come un contenitore non amorfo, ma polimorfo, dove diverse forme e pratiche di formazione, ricerca, sperimentazione, dialogo disciplinare sono possibili. Un luogo di riflessione e di studio dove la validità, l’appropriatezza, la coerenza di un’idea di progetto si misura sulla base della sua capacità di connettere e integrare azioni differenti, e la sua sostenibilità appare dimostrata da una molteplicità di punti di vista. Un luogo di approfondimento dove una molteplicità di discipline, raccolte su una o più ideeprogetto, dialogano tra loro arricchendo progressivamente i contenuti e gli obiettivi stessi delle idee elaborate. Un altro aspetto fondamentale del corso di Master sta nella ricerca costante di un dialogo con le Istituzioni locali, innanzi tutto con il Comune di Napoli e la Regione Campania, in virtù del loro imprescindibile ruolo di attori principali della trasformazione e della riqualificazione della città, ma anche in virtù del contributo specialistico che i propri funzionari e dirigenti possono fornire su specifici aspetti tecnici e procedurali degli interventi programmati, cosa che è avvenuta con successo in diverse occasioni. Infine, il corso di Master ha svolto il proprio lavoro sulla base di un programma di cooperazione scientifica con l’Associazione Formazione Manageriale dell’ANCE, che ha individuato nel nostro corso le potenzialità di uno strumento formativo in grado di incrementare l’innovazione e la competitività delle imprese di costruzioni attraverso la formazione


e l’accrescimento delle competenze imprenditoriali e manageriali del proprio personale, ma anche attraverso l’individuazione e la preparazione di nuove figure professionali in grado di apportare elevato valore aggiunto alle imprese e al settore delle costruzioni. Come è illustrato nelle pagine che seguono, si è trattato di un lavoro di grande complessità e impegno che ha già prodotto dei risultati significativi in termini di conoscenza e di proposta, che siamo estremamente fieri di proporre agli studiosi e all’opinione pubblica in generale; certo, si tratta di sperimentazioni che, data la loro natura, non possono essere trasposte immediatamente nella realtà; tuttavia indicano con chiarezza una strada, una possibilità seria per agire secondo una strategia e un’idea di città chiare, che possono immediatamente diventare progetto del futuro. ____________________________________ The Faculty of Architecture in Naples has always taken a keen interest in the city’s historic centre, attributing to it a symbolic role as the guardian of the urban identity which has often gone beyond the historical and geographical role as the heart of the Greco-roman settlement of Neapolis. Over the years, from the foundation of the faculty and the following decades of the twentieth century, numerous Neapolitan scholars who taught at the faculty focused their attention on the historic centre of Naples, measuring, recording and redesigning it, studying its complex stratifications, monitoring its gradual changes and identifying its symbolic sites. Several studies, like the fundamental one carried out by Roberto Pane and his team of assistants from the 1950s onwards, culminating in the imposing publication Il centro antico di Napoli, still represent a crucial contribution for those who wish to explore the complex history of this city within a city, from the events and decisions surrounding its foundation to the complicated phases of its continuous transformation. More recently, numerous scholars, especially those involved in the fields of restoration and architectural and urban composition, have considered the historic centre of Naples as a special place for fine-tuning and developing teaching and experimental programmes. At the same time, international organisations such as UNESCO have decided to consider the entire historic centre of Naples – of which the Greco-Roman city is the original heart – as a part of the World’s Heritage: it contains art and architecture of extraordinary cultural value. Despite the continuous attention shown by international organisations, the academic world and the scientific community, we be-

lieve that there is still a lack of an organic plan for the upgrading of the historic centre of Naples and its complete restoration, i.e. an operation conducted simultaneously at different levels capable of dealing not just with the city’s physical system but also with the immaterial system. Such an operation does not therefore involve merely the buildings, urban fabric, and infrastructure but should indicate and put into practice strategies that will provide a boost to the economic system of the historic centre and an upgrading of its social fabric. Factors concerning the decay and impoverishment of the historic centre are not just those that can be recognised in the buildings, public spaces, streets and squares, but also in the conditions of exclusion and social and economic marginalisation that have led to a significant rift between the city of Naples as a whole and its ancient heart. What is clear is that the methodological and operational key to the restoration of the historic centre can only mean working to integrate it with the city that has developed around it, intensifying the quantity and quality of the physical, cultural, economic, social and symbolic links between the city and its historic centre, between the city of today and tomorrow and its origins. It is increasingly clear that the future of the city cannot be separated from that of its historic centre; indeed, it will probably coincide with the rebirth of the historic centre. As architects and designers, but also as teachers, we cannot avoid our constructive role in foreshadowing and building the future on the basis of knowledge of the present obtained through an authentic memory of the past, as Argan has made so clear; however, in order for our work to have real significance, we realise that it is necessary to use an innovative approach, involving the capacity to consider and solve problems in the awareness of their nature and dimension. The Master’s course in Progettazione di eccellenza per la città storica (High quality design in the historic centre) – the results of the research and experimental design from the second course held in the academic year 2009-10 are published in this volume – was set up and developed over time with precisely the objective mentioned in the title. There are many aspects that give us the sense and nature of this new challenge: the profoundly interdisciplinary approach, the teaching structure organised around four closely related thematic workshops, a network of seminars and specialist talks, each one designed to be an element in a system of contributions, specialist knowledge and skills which are circulated and brought into play during the year, a series of critical reviews by important and skilled exponents of contemporary European architecture and lecturers

from leading European schools of architecture. Our Master’s course can therefore be viewed as a polymorphous rather than amorphous container, where different forms and practices of training, research, experimentation and disciplinary dialogue are possible. It is a place for reflection and study where the validity, appropriateness and coherence of a design idea is assessed on the basis of its capacity to connect and combine different actions, and its sustainability appears to be demonstrated by many different viewpoints. It is a place for exploration, where a range of disciplines, brought together around one or two design ideas, communicate with each other, gradually enriching the contents and objectives of the formulated ideas. Another fundamental aspect of the Master’s course lies in the constant search for dialogue with local institutions, especially with Naples City Council and the Regione Campania (regional government of Campania). This is due partly to their inescapable role as key players in the transformation and upgrading of the city, but also due to the specialist contribution that their own officials and managers can provide about the technical and procedural aspects of planned intervention schemes; this has happened successfully on several occasions. Lastly, the Master’s course has been based on a programme of scientific cooperation with Associazione Formazione Manageriale (Association of Management Training) of ANCE (Italian Association of Builders); ANCE view our course as having the potential to increase the innovation and competitiveness of construction companies through training and the growth of entrepreneurial and management skills of their own staff, but also through the identification and preparation of new professional figures capable of bringing high added value to firms and the construction sector in general. As is illustrated in the following pages, the work is extremely complex and requires enormous commitment. It has already produced significant results in terms of knowledge and proposals, which we are extremely proud to present to scholars and public opinion in general. Obviously, they are experimental designs which, given their nature, cannot be immediately transposed to the real world. However, they do indicate a direction, offering a serious possibility for action according to a clear strategy and idea of a city which can immediately become a design for the future.

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Salvaguardia e valorizzazione del Centro Antico per lo sviluppo della città di Napoli Safeguard and Enhancement in the Historical Centre for Naples Development Rodolfo Girardi

Dal 1972, anno della Convenzione dell’UNESCO sul Patrimonio Mondiale, Naturale e Culturale, un numero sempre maggiore di luoghi è entrato a far parte di una lista di siti protetti; si tratta di tesori naturali e culturali che occorre difendere a ogni costo dalle minacce provenienti sia dall’attività umana sia dai processi naturali, per consegnarli intatti alle generazioni future. Questo compito, che ricade innanzi tutto sui Paesi firmatari della convenzione, è tanto più gravoso se si pensa che il Patrimonio dell’Umanità non è una collezione di reperti da esporre in un museo, ma un incredibile mosaico di laghi e di foreste, di deserti e di città popolose. Il Centro Storico di Napoli è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità. Un’altra chiave di lettura, altrettanto importante, è quella che assegna al Patrimonio dell’Umanità un ruolo centrale per la riqualificazione di aree e regioni che, avvalendosi della presenza di opere di assoluto rilievo, possono e devono trovare condizioni di sviluppo che riguardano non solo il bene stesso, ma tutto il territorio che li ‘accoglie’. Questo significato di ‘volano’ deve trovare una sua declinazione attraverso la conoscenza approfondita delle opere, ma anche e soprattutto dell’evoluzione storica del territorio, per articolare in maniera congruente e compatibile il processo di salvaguardia e valorizzazione. Il Comune di Napoli, nel 2009, ha pubblicato il ‘Grande programma per il Centro Storico Patrimonio Unesco’ con l’obiettivo di conseguire sviluppo e migliorare sensibilmente la qualità dell’ambiente e della vita degli abitanti, non solo attraverso il restauro di monumenti e di tessuti edilizi storici, ma di una articolata serie di interventi sulla parte ‘fisica’ del Centro Storico e sugli aspetti ‘immateriali’. In considerazione del ruolo dell’Amministrazione Locale e della sovranità delle sue scelte, in concomitanza peraltro della redazione del suddetto Programma relativo proprio ai siti di intervento degli studi di fattibilità di cui al presente volume, i costruttori hanno deciso, in una logica di collaborazione e nel con36

tempo di mercato, di allinearsi alle scelte amministrative. I siti oggetto di studio sono stati rilevati fisicamente e analizzati in tutti i loro aspetti storici, urbanistici, strutturali, impiantistici, economico-finanziari, giuridico-amministrativi, dando vita a un lavoro di immediato utilizzo, assolutamente calato nel contesto territoriale, fondato su logiche di mercato, nel rispetto dei vincoli e della normativa e, dunque, immediatamente realizzabile. La scelta di individuazione dei siti si è ispirata a due concetti: - l’intervento, ancorché diretto su singoli immobili, deve svolgere un ruolo strategico per la riqualificazione di un ambito omogeneo per ottenere benefici e migliorie più ampie e determinanti; - le opere necessarie per il recupero, attraverso una riallocazione delle funzioni a valenza economica, devono coinvolgere l’imprenditoria e il capitale privato, che diventa un elemento moltiplicatore delle risorse pubbliche, che pure vanno stanziate, pena la non fattibilità degli interventi. È in questa prospettiva che le proposte progettuali hanno inteso perseguire risultati che possano rappresentare uno stimolo e un modello di intervento da assumere a riferimento in altre realtà urbane. Indipendentemente da quali siano i siti oggetto di un approfondimento, lo studio è stato costruito in modo tale che, purché si tratti di contenitori ubicati nei Centri Storici e destinatari di interventi di recupero e rifunzionalizzazione, il lavoro può rappresentare un vademecum di base per chi voglia realizzare un analogo intervento in altro contesto territoriale. Il modello sviluppato e testato potrà in tal modo costituire la base per effettuare studi di fattibilità in ogni contesto urbano a media-alta densità con caratteristiche di complessità architettonica, urbanistica, economica e finanziaria analoghe o inferiori, restituendo un quadro di analisi di particolare utilità per l’attuazione della idea posta a base dello studio. Gli interventi analizzati hanno fatto emergere esiti e considerazioni generali molto interessanti. Innanzitutto, si è confermata la

ipotesi iniziale che gli interventi di riqualificazione e rifunzionalizzazione nei Centri Storici devono riguardare siti strategici di valorizzazione, idonei a indurre e stimolare ulteriori immobili e aree ottenendo una riqualificazione più ampia. Poi, che la sostenibilità economico-finanziaria di siffatti interventi non può prescindere da contributi economici pubblici in denaro o in natura, attraverso la cessione di un’area o di un fabbricato a corredo dell’operazione. Infine, che gli eventuali reperti archeologici, di cui il sottosuolo cittadino è pieno, e che rappresentano oneri imprevisti e non quantificabili in tali interventi di recupero, non possono essere imputati alle imprese. I costruttori sosterranno sempre iniziative come questa, dove le idee diventano progetti e, si spera, realtà. ____________________________________ Since 1972, the year of the UNESCO Convention Concerning the Protection of the World Cultural and Natural Heritage, an increasing number of places have joined the list of protected sites. These cultural and natural treasures need to be defended at all costs from the threats posed by man-made intervention and natural processes in order to preserve them intact for future generations. This task, which is chiefly the responsibility of the signatories of the convention, is even more onerous if it is recalled that the World Heritage is not a collection of exhibits to be displayed in a museum, but an incredible mosaic of lakes and forests, deserts and heavily populated cities. The historic centre of Naples has been declared a World Heritage site. Another aspect of equal importance is the central role of World Heritage in the upgrading of areas and regions which, because they include important sites, can and must find developmental conditions that concern not just the monument itself but the entire ‘host’ area. Its capacity to act as a ‘driving force’ depends on detailed knowledge of the


site but also, and more importantly, on the historical development of the area in order to ensure that the process of preservation and enhancement is carried out coherently and compatibly. In 2009, Naples city council published the ‘Grande programma per il Centro Storico Patrimonio UNESCO’ (overall programme for the historic centre, a World Heritage site). The aim of the programme is to ensure development and to bring about significant improvements in the quality of the environment and the living standards of the inhabitants. This will be achieved not just through the restoration of the monuments and the fabric of historic buildings, but also through a carefully designed series of measures related to the ‘physical’ part of the historic centre and to its ‘immaterial’ aspects. Given the role of the local authorities and their sovereignty in decision-making, and in the light of the programme for the intervention sites of the feasibility studies discussed in this volume, the builders have decided to respect administrative decisions in a spirit of collaboration and in accordance with market considerations. The sites in the study have been surveyed and analysed in all their various aspects – history, town planning, structure, layout, economics and finance, as well as from the legal and administrative perspective. The work is firmly grounded within the local context, is based on the logic of the market, and respects planning restrictions and regulations. It is therefore ready to be implemented immediately. The choice of sites is based on two concepts: - the intervention, which is still targeted at individual properties, must play a strategic role in the upgrading of a homogeneous environment in order to obtain wide-ranging and decisive benefits and improvements; - by reorganising functions of economic significance, the necessary restoration work must involve the business world and private capital which can become a multiplier of public resources. Nevertheless, public money still plays an important role and the intervention would not be feasible without it. It is from this perspective that the design proposals have sought to achieve results that can act as a stimulus and intervention model to be adopted as a reference for other urban situations. Besides the issue of the choice of sites, the study has been designed so that, as long as the containers are situated in historic centres and are the targets of restoration and adaptive re-use schemes, the work can represent a guide to carrying out similar intervention in other contexts. Once the model has been developed and tested, it can become the basis for carrying out feasibility

studies in all urban contexts with a mediumto-high population density and similar or more modest architectural, town planning, economic and financial characteristics. It thereby restores a particularly useful analytical framework for implementing the idea underlying the study. The analysed intervention work has led to extremely interesting results and general observations. Firstly, it has confirmed the initial hypothesis that the upgrading and refunctionalisation in historic centres should concern strategic sites which are suitable for encouraging other properties and areas, thus ensuring that the upgrading is more extensive. Secondly, the economic and financial sustainability should receive state contributions in money or in kind, through the sale of an area or a building accompanying the operation. Lastly, the city is full of archaeological remains lying beneath street level and which are liable to emerge during building work. They represent an unexpected financial burden that is unquantifiable in these restoration programmes and cannot be borne by private firms. Builders will always support initiatives like this one where ideas become designs and, hopefully, reality.

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Un Master di progettazione non è l’esame di Composizione architettonica VI A Master’s Degree Course in Design is not the Same as an Exam in Architectural Composition VI Pasquale Belfiore

Il nostro Paese ha bisogno di ‘progettazioni di eccellenza per i centri storici’ perché – nonostante il miserando stato di degrado di molti di essi – resta ancora il luogo ove il tema della loro tutela, conservazione e valorizzazione viene posto e declinato in termini più corretti di quelli generalmente adottati altrove con frequente quanto eccessiva baldanza progettuale. Ne ha bisogno per indicare proprio a queste altre culture urbane la ‘misura appropriata’ che caratterizza la nostra concezione progettuale, lontana in pari misura da mimetismi storicistici e da modernità esornative. Ne ha bisogno, tra le grandi città italiane e meridionali in particolare, Napoli, un luogo ove la tutela è stata affidata negli ultimi decenni alle sole normative dei Piani Regolatori, la conservazione è stata paradossalmente garantita dalla incapacità a realizzare grandi e organici programmi di intervento (ma in compenso s‘è assistito a un diffuso abusivismo che ha travisato interni ed esterni di edifici), la valorizzazione è stata generosa quanto ineffettuale esigenza avvertita da pochi gruppi e associazioni, mai posta come programma da istituzioni politico-amministrative. In questo contesto napoletano, la decisione della Facoltà di Architettura della Federico II di attivare un Master di II livello su questo tema, appare una scelta non solo condivisibile ma di rilevante utilità, sia per la città che si avvale di ulteriori contributi di idee progettuali sia per un gruppo di architetti di varia provenienza geografica che su un tessuto urbano di eccezionale valore qual è il Centro Storico di Napoli, possono apprendere e verificare criteri e metodi di intervento. Questa la premessa di carattere generale e del tutto positiva nella valutazione delle finalità dell’iniziativa. Obiettivo di questa mia breve nota è una riflessione specifica quanto sintetica su uno solo degli aspetti che hanno caratterizzato le due edizioni del Master alle quali ho partecipato come docente, vale a dire, il rapporto che le scelte progettuali hanno avuto con gli strumenti urbanistici vigenti nel Comune di Napoli. Anticipando una conclusione, ritengo che questo rapporto resti problematico, se 38

non addirittura negato in alcuni casi per l’indisponibilità ad aderire alle indicazioni che il Piano Regolatore Generale ha previsto nelle aree oggetto della sperimentazione progettuale. Più marcata la distanza nel primo anno del Master, più sostenibile il rapporto nel secondo anno, laddove la concordanza tra soluzioni progettuali e Piano è stata in genere più diffusa. Concordanza non obbligatoria, ovviamente, ma laddove non c’è, pur si pone qualche problema in termini di adesione allo spirito e alle finalità di un Master. Parto da una frase che spesso ho detto nel corso di questo biennio: «un Master di progettazione non è l’esame di Composizione architettonica VI», intendendo in tal modo porre uno spartiacque concettuale e metodologico tra l’esperienza del Master e quella didattica del corso di studi quinquennale della Facoltà di Architettura con i suoi cinque esami di Composizione. Ora, se è vero che con i Master ci troviamo nell’ambito di quella che il legislatore ha definito «alta formazione» e, come tale, associabile al prolungamento dell’esperienza universitaria di base, è pur vero che un Master ha come suo carattere esponente anche un’attività «professionalizzante» (è un termine che usa il legislatore stesso), cioè aperta e legata al tempo stesso ai contenuti di una cultura ‘professata’ nella realtà delle cose e come tale rispettosa delle regole, leggi e norme che governano, in questo caso, le trasformazioni della città. Perché un Master in progettazione urbana non è un esame di Composizione VI? Per il semplice motivo che la sperimentazione progettuale nella didattica delle Facoltà può esercitare la sua riflessione critica a tutto campo, revocando in dubbio anche regole, leggi e norme laddove le ritenga contrarie o comunque non adeguate alle finalità progettuali che si intendono perseguire. In altre parole (e per esempio), se una norma urbanistica prevede la conservazione di un tessuto edilizio, in sede di corso universitario, una volta preso atto della norma urbanistica, si potrà sempre derogare sulla base di studi che giungano a conclusioni diverse, cioè la possibilità di demolire,

ma ciò non potrà accadere in sede di Master ove, simulando una condizione «professionalizzante», regole, leggi e norme non si possono derogare ma vanno semplicemente applicate. Si spera, in ogni caso, in modo intelligente. Il Master napoletano nasce con l’esplicita volontà di formare tecnici in grado di progettare interventi nei centri storici e di mettere a disposizione degli Enti Pubblici (Comune, Provincia e Regione, ognuno per la sua competenza) i materiali prodotti, come contributo di conoscenza e come indirizzo progettuale. Con tutta evidenza, questa finalità si può perseguire solo con un’adesione al corpus di norme che regolano l’intervento nel Centro Storico di Napoli. Nel mentre l’organizzazione generale dei programmi è andata in questa direzione, le risposte progettuali in molti casi hanno evidenziato il mancato rispetto del Piano. Che esse siano state sempre di qualità, è circostanza che fa onore al livello degli allievi e dei docenti, ma non vanno nella direzione istituzionalmente prevista. A tal proposito, cito un solo esempio per tutti i casi. Nel primo anno, v’è stato un progetto che riguardava tutto il lato sinistro di Via Armanni, di fronte al complesso di Santa Patrizia. Su questo lato dell’insula v’è il convento sei-settecentesco di Santa Maria di Gerusalemme, detto delle Trentatrè. Il Piano prevede naturalmente il restauro e il ripristino filologico delle parti mancanti. Il progetto del Master ha proposto una quinta di residenze per studenti che demolisce gran parte del convento. Progetto, peraltro, di buon disegno di pianta e raffinate soluzioni di prospetto, ma semplice esercitazione accademica che contesta, in questo caso, l’idea di conservazione. Quanto in precedenza scritto non vuole porre in discussione l’esito comunque positivo dell’intero biennio. Vuole solo ricordare che l’esperienza di un Master deve essere esperienza «professionalizzante» e, come tale, prefigurante committenze e compiti concreti, rispetto ai quali l’osservanza di regole, leggi e norme è opzione non derogabile.


Italy has an urgent need of ‘high quality designs for its historic centres’. This is because – despite the pitiful state of urban decay of many of its old town and city centres – it still remains a country where the theme of their preservation, conservation and development is treated and structured in more correct terms than those generally adopted elsewhere with considerable frequency and excessively bold designs. Italy needs these designs to show other urban cultures the ‘appropriate measure’ that is so characteristic of our approach to design, which is as distant from historicist mimicry as it is from ornamental modernity. Of the main Italian cities and the southern ones in particular, Naples has great need of such designs. It is a place where, over the last few decades, preservation has been entrusted solely to the regulations of Regulatory Plans; paradoxically, conservation has been guaranteed by the incapacity to carry out large-scale organic intervention programmes (although, to make up for this, there has been widespread unauthorised building which has distorted the interiors and exteriors of buildings). Development schemes have been generous but ineffective and have only been carried out by a few groups and associations, never forming part of a programme by political or administrative institutions. Within this Neapolitan context, the decision of the Faculty of Architecture of Federico II University to set up a 2nd Level Master’s Degree course on this subject would appear to be not just understandable but extremely useful, both for the city which can benefit from further contributions to design ideas and for a group of architects from different backgrounds who can learn and assess criteria and methods of intervention on an urban fabric of such exceptional importance as Naples. This is the general situation which is entirely positive in terms of the evaluation of the purposes of the initiative. The aim of this brief paper is to offer a specific and concise analysis of just one of the characteristic aspects of the two Master’s courses in which I have taken part as a teacher – the relationship between the design decisions and the town planning instruments currently in force in the municipal district of Naples. Anticipating a conclusion, I believe that this relationship remains problematic, and indeed even inexistent in some cases due to the unwillingness to adhere to the guidelines of the General Regulatory Plan for the areas included in the experimental project. While the distance was more marked in the first year of the Master’s course, the relationship became more sustainable in the second year, where there was greater conformity between the design solutions and the Plan. Obviously, such con-

formity is not obligatory but when it is lacking, various problems may ensue in terms of adhering to the spirit and aims of the Master’s course. I shall begin with an observation that I have often used during the two year course: “A Master’s degree in design is not the same as an exam in Architectural Composition VI”; by this, I mean that it is necessary to make a conceptual and methodological distinction between the experience of the Master’s course and the teaching experience of the five-year course of the Faculty of Architecture with its five exams in Composition. While it is true that the Master’s course belongs to the sphere of what is referred to in the legislation as ‘higher education’ and, as such, regards an extension of basic university education, it is also true that a Master’s course also has a ‘professional training’ function (a term which is used in the legislation itself); in other words, it is both open and, at the same time, linked to the contents of a culture ‘practised’ within a real situation and thus respectful of the rules, legislation and regulations concerning the transformation of the city. Why is a Master’s course in Urban design not the same as a Composition VI exam? For the simple reason that experimental design in Faculty teaching can have wide-ranging critical considerations, revoking rules, legislation and regulations where they are deemed to be contrary to or inadequate for their intended design purposes. In other words (and by way of example), if a piece of town planning legislation involves the conservation of a building fabric, a university course may acknowledge the town planning regulations and then depart from them on the basis of studies that lead to different conclusions, thereby contemplating the possibility of demolishing the existing fabric. However, this cannot happen in the context of a Master’s course where, by simulating ‘professional’ conditions, rules, legislation and regulations cannot be overturned but must simply be applied, hopefully in an intelligent way. This Master’s course has been set up with the explicit intention of training technicians who are capable of planning intervention schemes in historic centres and making the material they have produced available to public bodies (city council, provincial and regional governments, each with their own specific responsibilities) as a contribution to knowledge and as a guideline to designs. It is clear that this aim can only be achieved by adhering to the entire set of regulations that regulate architectural intervention in the historic centre of Naples. While the general organisation of the programmes has followed this trend, in many cases the design solutions have revealed a failure to respect the plan. The fact that they

have been of high quality reflects well on the level of the students and their teachers, but they do not respect the institutional guidelines. I will mention just one example that is relevant to all of them. During the first year, there was a project that concerned the entire left-hand side of via Armanni, opposite the complex of Santa Patrizia. On this side of the block of buildings, there is the 17th/18th century monastery of Santa Maria di Gerusalemme, known as ‘delle Trentatré’. The Plan naturally involves restoration and philological reconstruction of the missing parts. The Master’s course design proposed a residential building for students which would demolish a large part of the monastery. The design has a good plan and sophisticated design solutions but it remains an academic exercise that challenges, in this case, the idea of conservation. The above comments are not meant to question the positive achievements of the entire two-year course. They are simply intended to underline the fact that a Master’s course should be a ‘professionally relevant’ experience and, as such, should foreshadow commissions and practical tasks for which no exceptions can be made in terms of observing the rules, legislation and regulations.

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Processi di separazione e integrazione della città contemporanea Processes of Separation and Integration in the Contemporary City Marco Petreschi

Città visibili, invisibili o vivibili – quante città esistono? Città storiche, d’arte, ovvero città palinsesto, vale a dire rotoli abrasi; rigirati più volte su se stessi a 90° per riscritture che non possono non lasciar intravedere ciò che c’era prima; persino nei loro nomi (toponimi) che rivelano la memoria della loro origine, anche se oggi, agli occhi dei più, sembrano sfavillare di vetro e acciaio per nascondere gli anni. Esistono le città ideali, dalla geometria perfetta (Palmanova, Sforzinda), le città spontanee, abusive, di cui nessuno si chiede quanto a queste abbiano contribuito alcuni partiti politici a fini elettorali e tanti istituti bancari, che prestavano soldi pur sapendo che erano destinati all’edilizia spontanea e non a caso si posizionavano con le loro sedi nelle frange estreme della città normata. Esistono i pagus, i borghi, i villaggi, le città morte in quanto necrotizzate nei loro organismi urbani, le città di fondazione con le loro mura e le porte, baluardi delle proprie identità spesso troppo ibernate, mi riferisco in particolare ai restauri della città di Assisi, che dà l’impressione in alcune delle sue parti, a chi la percorre oggi, di un set cinematografico. Città comunque che in gran parte – dalla loro fondazione fino alla fine del XVIII secolo – avevano sempre mantenuto il rispetto del tratto razionale e scientista dei loro tracciati e allo stesso tempo dei loro miti. Poi c’è ancora la città industriale, la metropoli, la megalopoli, la città dei non luoghi, la città composita formata sui ghetti degli emarginati, degli immigrati, la città asservita alla speculazione e/o al potere, la città dalle oligarchie inamovibili, la città multietnica, la città dalla modernità ambigua, mi riferisco, come esempio tra gli altri, al Centro Direzionale di Napoli. La città che oggi si racconta ai nostri occhi tutta protesa al futuro, e che sembra affidarsi al pensiero scientista e non vuole sapere più nulla del pensiero oscuro del mito, che non si ferma di fronte al ‘fisico della città’ di concezione illuminista. Gran parte del corpo sociale della città pare uscire dalla contemporaneità del nostro tempo, negando la necessità di riconsiderare modernamente la 40

cura di aspetti culturali che ricerchino la ritualità di un sulcus primigenius; qualcosa che è oltre l’aspetto fenomenologico e fisico, ma che è indispensabile per l’organizzazione e la configurazione delle opere d’architettura che formano e generano le città. Città invisibili quelle della ritualità e del mito, che si fondono in un tutt’uno alle città visibili, senza negare e contrapporsi alla necessità della ragione. A volte penso alle città del ‘700, come Bath – che nella loro concezione erano dei veri e propri modelli di esaltazione dell’elegia della varietà – più moderne delle loro consorelle dell’800 e del ‘900 arroccate su schemi razionalisti di derivazione ippodamea, fitte di zonizzazioni omogenee a destinazione d’uso concordata. Per molti poi, la città in tutte le sue forme, e persino l’architettura, sono fatti ormai perduti nei meandri della loro complessità. Per alcuni perfino il ruolo dell’architetto si va esaurendo. Se ciò fosse vero, e non lo credo, allora il tentativo e la sfida è quella di progettare non la città ma l’idea di città, qualcosa di visibile e invisibile allo stesso tempo. Considerando o meno la storia intesa come memoria che la città ha di se stessa e che riassume in sé tutte le sue parti componenti. La storia di fatto è ancora oggi un vero strumento per definire l’unicità e la riconoscibilità dei luoghi urbani. Gran parte dello spazio che viviamo è già stato costruito. Dunque dar senso al costruito è un itinerario ancora in gran parte da percorrere. Dar valore alle modificazioni consapevoli della città, del territorio e del suo corpo sociale diviene dal punto di vista progettuale una scelta prioritaria. Come pure fondamentale è saper intervenire nelle sue porzioni molli e disgregate intendendo il rapporto tra preesistenza e innovazione come armonico dialogo tra le parti, senza farci prendere dalla ‘sindrome di Adamo’ ovvero, ‘prima di me il nulla’. Problematiche antiche e recenti devono convivere nelle tante parti che esistono nella città e sono molteplici e tali che possono generare in noi l’‘estasi del labirinto’. Che fine

hanno fatto e faranno la Carta di Atene e di Venezia? Che fine faranno la conservazione dei monumenti e del loro continuum, quali testimonianze e tracce da individuare in ogni città? E di conseguenza i reperti materiali sui quali si andrà a costruire la storia futura delle nostre città? Dopo tanto tempo, ci si è resi conto che c’è una vera e propria mancanza evidente di progetti culturali forti che, come è noto, finiscono per farci scontrare su aspetti di immagini formali e massmediatici dell’architettura. Ci si trova a confrontarci su questioni linguistiche sterili e operative dell’architettura, specie in Italia, combattuta tra una tensione interna spesso troppo legata ad appartenenze politiche e culturali e un desiderio di verginità verso un’aspirazione perduta di riconoscibilità mondiale, spesso delegata solo a pochissimi eletti dello star-system. Contraddizioni interne generate dalla debolezza e dalla poca efficacia dei contributi della ricerca accademica, dalla modificazione e dalla metamorfosi del quadro professionale e degli strumenti del mestiere, dalla parcellizzazione del quadro culturale e dalla inconsistenza della sfera pubblica e, più in generale, della committenza, entrambe legate al mutare degli scenari politici. In fondo, qualcuno ha detto, che ancora oggi non pare risolto il monito posto da Edoardo Persico nel 1934 sulla mancanza di «coerenza morale» tra scrittura e progetto dell’architettura italiana malata di «suggestioni dall’estero», capace di rincorrere l’Europa moderna sulla strada del linguaggio senza avere la capacità di «sottomettersi alle esigenze reali del paese». Il suo non era assolutamente un richiamo all’autarchia progettuale quanto alla assoluta necessità di un legame nuovo ed etico tra ascolto della realtà, costruzione teorica e azione progettuale. Modalità con cui si potrebbe provare a osservare la scena attuale, un sistema sempre più complesso e diversificato, espresso oggi in modo non ancora del tutto evidente, dalla gamma diversificata delle offerte e delle proposte in atto prodotte da differenti forma-


zioni persino generazionali. Questo panorama attorno al dibattito sulla città, è forse da parte mia un po’ troppo adagiato sulla realtà italiana. Sarebbe interessante un confronto su tali temi con tutti i componenti italiani e stranieri che partecipano al Master in Progettazione di eccellenza per la città storica e che mi auguro sarà possibile attuare nella prossima edizione. In attesa di ciò, mi permetto a tal fine di suggerire tre indirizzi o, se si vuole, tre progetti culturali, sui quali potremmo dibattere per indicare possibili linee guida. In primo luogo l’ascolto della realtà, dimenticando la sindrome di Adamo, ovvero ‘prima di me il nulla’, tipica non solo dello star-system, ma di tanti architetti; in secondo luogo la costruzione e la correzione dell’attuale impostazione teorica e accademica, rompendo privilegi e dogmi stipati nelle ‘torri d’avorio’ dell’Università, troppo spesso scollate dalle conseguenze che l’astrazione provoca sul territorio, con conseguenze economiche e sociali disastrose. Su una siffatta nuova impostazione teorica, ancora indefinita e che oggi potremmo in un certo qual modo aiutare a ricomporre, è necessario rifondare un’azione progettuale che abbia in sé – come presupposto – un’idea di modernità connessa al proprio passato tale da formulare e/o costruire tessere di storia contemporanea consapevole. Ripeto, consapevole, non ubbidendo esclusivamente a ragioni di mera economia e funzionalità, che trascurino in nome della scienza e del progresso, l’‘aspetto oscuro’, come l’ho definito pocanzi, del mito e della ritualità, ovvero delle nostre diverse credenze e culture, attenti a tollerare quelle altre da noi. In altre parole invocare una presa di coscienza del significato della vita nostra e degli altri. Non pretendere dunque di costruire città ideali di diamante, dalle geometrie perfette, bensì città, magari dagli orizzonti non delineati e in continuo progresso per la qualità umana della nostra esistenza; intendo dire città visibili per la loro vivibilità. Nota: Questo testo è una sintesi di alcuni colloqui sul tema della città intercorsi in varie occasioni con il mio stimato amico e collega Pasquale Belfiore.

____________________________________ Visible, invisible or liveable cities – how many different cities exist? Historic cities or cities of art can be considered palimpsest cities; they are like abraded rolls that have been repeatedly turned over on themselves at 90° to be rewritten although they cannot avoid leaving glimpses of what was there beforehand. These glimpses

of the past are even evident in their names (toponyms) which reveal traces of their origins, even though nowadays they appear to most people to sparkle with glass and steel to hide the years that have passed. There are ideal cities, with perfect geometry (Palmanova, Sforzinda) and spontaneous cities, which have been illegally built without planning permission; for the latter, no questions are asked about the contribution of political parties for electoral aims or banks that lent money even though it was destined for unauthorised building and quite intentionally set up branches on the outer edges of the legal city. There are pagi (small rural settlements), hamlets, villages, dead cities whose urban structures have necrotised, historic cities with their walls and gates, bastions of their own identities which are often rather ‘frozen in time’; I refer here in particular to the restoration of Assisi which, to those visiting it today, gives the impression in some parts of being a film set. Generally speaking, these cities – since their foundation until the end of the eighteenth century – had always respected the rational and scientistic features of their layout and, at the same time, of their myths. Then there is the industrial city, the metropolis, the megalopolis, the city of non-places, the composite city made up of ghettoes of marginalised people, immigrants, the city subjugated by speculation and/or power, the city of rigid oligarchies, the multiethnic city, the city of ambiguous modernity; I am referring here, just by way of example, to the ‘Centro Direzionale’ (modern office district) of Naples. There is the city that gives us the impression of reaching out to the future, entrusting itself to scientistic thought, and does not want to have anything to do with the dark thoughts of myth, which does not stop at the enlightenment concept of the ‘physique of the city’. A large part of the social body of the city seems to depart from the contemporaneity of our era, denying the need to carry out a modern reassessment of the treatment of cultural aspects that seek the rituality of a ‘sulks prim genius’ (the initial furrow); it is something that goes beyond the phenomenological and physical aspect, but which is indispensible for the organisation and configuration of the works of architecture that form and generate cities. Invisible cities of rituality and myth merge completely with visible cities, without denying or opposing the need for reason. At times I think that eighteenth century cities like Bath – which in their planning were models that exalted the elegy of variety – are more modern than their nineteenth or twen-

tieth century counterparts entrenched in rationalist frames of thought influenced by Hippodamus, full of homogenised zoning with an agreed use. In the opinion of many people, the city in all its forms, and even architecture, are now lost in the meanderings of their complexity. Some people even think that the role of the architect is disappearing. If this were true – which I do not believe – then the challenge facing us is to design not so much the city as the idea of the city, something which is simultaneously visible and invisible. This involves considering, or not as the case may be, history in the sense of the memory that the city has of itself and which encapsulates within it all its components. History is still a useful tool for defining the uniqueness and identity of urban settlements. Most of the space we inhabit has already been built on. Therefore attributing meaning to buildings is a process which still is far from completion. Giving significance to the conscious alterations of the local city and its social body have become a priority from the standpoint of design. It is also of crucial importance to know how to intervene in the city’s ‘softer’ and more dispersed parts, interpreting the relationship between the past and innovation as a harmonious dialogue between different parts, without becoming victims of ‘Adam’s syndrome’, i.e. ‘before me there was nothing’. Old and more recent problems must inevitably coexist in the many different parts of the city and they are so numerous that they can create within us the ‘ecstasy of the labyrinth’. What has become of the Athens Charter and the Venice Charter and what is their future? What will become of the conservation of monuments and their continuum, what evidence and what traces can be identified in each city? What, therefore, are the material finds on which the future history of our cities will be built? After all this time, it has become clear that there is a real lack of incisive cultural designs which, as is well-known, end up making us argue about the formal images of architecture and the images portrayed by the mass media. Debates focus on the sterile and operational issues of architecture which, especially in Italy, are caught between an inner tension frequently linked to political and cultural affiliations and a virginal desire for a lost aspiration of global recognition, frequently delegated to the select few of the star-system. These inner contradictions are generated by the weakness and the lack of effectiveness of academic research, by the modification and metamorphosis of the professional 41


framework and the tools of the trade, by the parcelling out of the cultural framework and the inconsistency of the public sector and, more generally, that of clients, both of which are linked to changing political scenarios. Indeed, it has been observed that the warning given by Edoardo Persico in 1934 has still not been heeded. He complained about the lack of ‘moral coherence’ between the writing and design of Italian architecture which, he argued, was contaminated by ‘foreign influences’ capable of following modern Europe in terms of language but incapable of ‘serving the real needs of the country’. His words should not be interpreted as a call for autarchic design but rather the vital necessity for a new and ethical link between listening to reality, theoretical construction and design. They offer ideas about how to try and observe the current situation, an increasingly complex and diversified system, though still not clearly expressed, made up of a vast range of offers and proposals produced by different formations, even of different generations. My treatment of the debate about cities may rely excessively on the Italian situation. It would be interesting to discuss these themes with all the Italian and foreign participants in the Master’s Course on Progettazione di eccellenza per la città storica (High quality design for the historic centre) and I hope that this will prove possible in the next course. For the moment, I will simply try to suggest three directions or, to put it another way, three cultural projects which we could debate in order to indicate possible guidelines. Firstly, it is necessary to tune into reality, forgetting Adam’s syndrome, in other words ‘before me there was nothing’, typical not just of the star-system but also of many architects in general; secondly, we need to construct and modify the current theoretical and academic approach, doing away with the privileges and dogmas that are rife in the ‘ivory towers’ of universities, which are frequently disconnected from the consequences that abstraction produces on local areas, with disastrous economic and social consequences. Using a new theoretical approach of this type, still to be defined but which we could in some way help to reconstruct, we need to re-establish a new design procedure. It should comprise – as an assumption – an idea of modernity linked to its own past in order to formulate and/or build pieces of a more highly aware contemporary history. I would stress the need for awareness, without slavishly following the requirements of economy and functionality which, in the name of science and progress, neglect the ‘dark 42

aspect’ of myth and rituality, as I have defined it above. In other words, we need to be aware of other beliefs and cultures, and be careful to tolerate those that differ from ours. I would like there to be a new awareness of the meaning of our lives and those of others. We should therefore avoid seeking to build ideal sparkling cities with perfect geometries and, instead, construct cities without clearly delineated horizons which are in a state of constant progress due to the human aspect of our existence; visible cities which stand out on account of their liveability. Note: This text is a summary of several discussions on the theme of the city with my esteemed friend and colleague Pasquale Belfiore.


Pasquale BelďŹ ore e Marco Petreschi durante una revisione Pasquale BelďŹ ore and Marco Petreschi during a cric


Il problema della sicurezza sismica dei centri storici The Issue of Seismic Security in Historic Centres Gaetano Manfredi

L’evento sismico che ha colpito la Regione Abruzzo, ed il danno che ha interessato buona parte dei centri urbani del ‘cratere’, ha drammaticamente messo in evidenza la necessità di affrontare gli interventi di recupero, rafforzamento e miglioramento sismico dell’edilizia nei centri storici secondo una metodologia specifica ed appropriata al caso. I centri storici abruzzesi, esemplificativi della complessa realtà italiana, sviluppatisi e configuratisi nel tempo, secondo processi di accrescimento per lo più spontaneo, sono caratterizzati da edifici prevalentemente in muratura, ove la coesistenza di diverse e successive stratificazioni e modificazioni, talvolta incongrue, ha comportato l’insorgenza di specifici fattori di vulnerabilità sismica. La configurazione strutturale prevalente è rappresentata da edifici in aggregato che presentano problematiche ricorrenti. In primo luogo la disomogeneità nelle strutture portanti in muratura, quale risultato del processo di ‘assemblaggio’ nel tempo. A questo si accompagna la compresenza di diversi materiali, spesso con caratteristiche di rigidezza e resistenza molto difformi tra loro: è il caso, ad esempio, di interventi recenti che hanno visto la realizzazione di elementi strutturali in cemento armato su edifici preesistenti in muratura. Ricorrono inoltre alterazioni strutturali incongrue, come porzioni realizzate in epoche diverse (ampliamenti, sopraelevazioni, ecc.), le quali sono a volte strutturalmente collegate alle strutture preesistenti, altre volte parzialmente separate attraverso giunti strutturali o pareti doppie in aderenza. Gli interventi recenti di riattazione o ristrutturazione hanno spesso comportato l’inserimento di cordoli o intonaci armati ed altri elementi che, pur non modificando le volumetrie, hanno tuttavia influito sul comportamento strutturale dell’edificio nel suo complesso o su porzioni di esso. Tali fattori determinano due livelli di difficoltà. In primo luogo l’individuazione dell’aggregato stesso in quanto frutto di un processo di ‘assemblaggio’ di più unità strutturali interagenti tra loro, in secondo luogo la 44

conoscenza corretta ed univoca del sistema strutturale che lo compone. E’ necessario disporre di strumenti per una corretta valutazione del comportamento meccanico dell’aggregato attraverso la lettura del suo sistema costruttivo, l’interpretazione delle cause di danno, l’individuazione di anomalie e precarietà strutturali che inficiano la risposta sismica, al fine di formulare le più idonee modalità di intervento per conseguire un adeguato grado di miglioramento del comportamento sismico della struttura. La preliminare conoscenza ed interpretazione del comportamento strutturale è di fondamentale importanza per la messa a punto del progetto di intervento. Un progetto di rafforzamento locale, ripristino o di miglioramento non può essere maturato, né tantomeno calcolato, se non siano stati preliminarmente conosciuti nel dettaglio tutti gli elementi che ne compongono la struttura, in modo da poter quantificare con ragionevole sicurezza l’effettivo grado di miglioramento conseguito. Per questo motivo è necessario uno specifico ‘metodo’ di analisi, attraverso valutazioni sulle tecniche di rilievo e calcolo strutturale, nonché attraverso la messa in luce di problematiche ricorrenti in edifici in aggregato. La metodologia deve partire da una prima fase conoscitiva di rilievo ed indagine geometrica degli elementi strutturali e delle caratteristiche meccaniche dei materiali. Nel caso degli interventi di recupero dei centri storici abruzzesi nel post-terremoto si può disporre anche dell’analisi critica del danno occorso a seguito dell’evento sismico. La corretta interpretazione delle cause di danno consente di risalire alla individuazione delle precarietà strutturali dell’edificio e delle anomalie degli elementi resistenti, attorno a cui in genere si rilevano concentrazioni di danno. Questo articolato processo conoscitivo è finalizzato all’esatta descrizione dell’aggregato nel suo complesso e dei materiali che lo costituiscono, in modo da poter implementare un modello di calcolo in grado di descrivere correttamente il comportamento reale della struttura. La scelta del tipo

di analisi sismica e del criterio di modellazione della struttura è strettamente connessa da un lato alla tipologia strutturale, dall’altro al tipo di intervento progettuale. La possibilità di elaborare modelli complessivi è comunque limitata dalla dimensione e complessità dell’aggregato, mentre l’elaborazione di modelli parziali o le analisi di singoli elementi (secondo l’approccio cinematico per macroelementi) sono subordinati ad una valutazione qualitativa circa il sistema di ripartizione dei carichi in base a fattori, quali ad esempio l’orditura e deformabilità dei solai, la rigidezza delle pareti verticali, la qualità delle connessioni. Ne consegue che prima di elaborare il progetto di recupero e scegliere il sistema di verifica strutturale devono essere svolte alcune ‘valutazioni qualitative’ sulle caratteristiche tecnologico-costruttive e sull’identificazione delle vulnerabilità specifiche dell’edificio oggetto di studio. Il ‘progetto d’intervento’ di edifici in aggregato deve tenere conto di quanto già contenuto sull’argomento nelle norme e linee guida esistenti ed in particolare nel capitolo 8 delle Norme Tecniche per le Costruzioni, D.M. 14.01.2008 e nel corrispondente capitolo C8 della Circolare 2 febbraio 2009 n. 617, e nell’appendice C8A.5 (Criteri per gli interventi di consolidamento di edifici in muratura) e nel § 6 (Criteri per il miglioramento sismico e tecniche di intervento) delle Linee Guida per la valutazione e la riduzione del rischio sismico del patrimonio culturale. In generale, l’obiettivo del processo progettuale è quello di evitare interventi estremamente invasivi, favorendo nella maggior parte dei casi l’intervento minimo, quello che conserva per quanto possibile il comportamento originario (l’osservazione sistematica dei danni ci ha dimostrato l’efficacia di tale approccio), ma anche evidenziare i casi in cui sia necessario intervenire in modo più esteso, non perché ciò venga imposto semplicemente da un dettato normativo, ma perché risultato di una valutazione articolata e multidisciplinare In conclusione, il recupero dei


centri storici dopo il terremoto dell’Aquila rappresenta una grande palestra di sperimentazione e implementazione di nuove strategie di intervento e costituisce un bagaglio inesauribile di insegnamenti da utilizzare in tutte le città italiane ed in particolare a Napoli con il suo centro storico così ricco e così complesso. L’esperienza del Master è il veicolo ideale di questo approccio che necessita dell’intervento di team multidisciplinari che guardino ai centri storici come ad un unicum storico, architettonico e strutturale di inestimabile valore. ____________________________________ The earthquake that struck the Abruzzo region, and the damage caused to most of the urban centres in the ‘crater’, have dramatically highlighted the need to tackle the restoration, strengthening and seismic improvement operations for the architecture of historic centres using a specific and appropriate methodology. The historic centres of the Abruzzo region are typical of the complex situation in Italy. Having developed and formed fairly spontaneously, they consist mainly of masonry buildings where the coexistence of different and successive stratified layers, which are sometimes incongruous, has led to the emergence of specific factors of seismic vulnerability. The most common structural configuration is a cluster of buildings which are affected by recurrent problems. Firstly there is a lack of homogeneity in the load-bearing masonry structures, which are the result of a gradual process of ‘assembly’. This is accompanied by the simultaneous presence of a range of materials, often with widely differing characteristics of rigidity and resistance: this is the case, for example, for recent intervention that has involved the construction of structural features in reinforced concrete in pre-existing masonry buildings. There are also incongruous structural alterations, such as the portions built in different periods (extensions, the addition of extra storeys, etc.) which are sometimes structurally linked to preexisting structures and, at other times, partially separated by means of structural joins or double walls. Recent repair work or restoration have often led to the use of reinforced string-courses or plaster and other features which, while not altering the measurement of volume, have nevertheless affected the structural behaviour of the building or parts of it. These factors have caused two levels of difficulty. Firstly, there is the problem of identifying the cluster since it is the result of a process of ‘assembly’ of several interacting structural units; secondly, it is

necessary to obtain correct and unequivocal knowledge about the structural system of which it is made. Instruments need to be prepared to make a correct evaluation of the mechanical behaviour of the cluster through the analysis of its constructional system, the interpretation of the causes of damage, the identification of anomalies and structural weaknesses that invalidate the seismic response. This will make it possible to formulate the most appropriate forms of intervention designed to achieve a sufficient improvement in the seismic behaviour of the structure. Preliminary knowledge and interpretation of structural behaviour is crucial for devising the appropriate intervention strategy. A local reinforcement, restoration or improvement programme cannot be worked out, let alone calculated, unless preliminary investigations have been carried out to obtain detailed knowledge of the structural elements in order to quantify, with a reasonable degree of precision, the actual level of improvement achieved. For this reason, a specific analytical ‘method’ is required which involves evaluating the techniques of surveying and structural calculation, as well as highlighting the recurrent problems in building clusters. The methodology must begin with an initial fact-finding phase of survey and geometric investigation of the structural elements and mechanical characteristics of the materials. In the case of the restoration work for historic centres in the Abruzzo region following the earthquake, it is also necessary to conduct a critical analysis of the damage caused following the seismic event. The correct interpretation of the causes of the damage make it possible to identify the structural weaknesses of the building and the anomalies in the resistant features, around which the greatest concentration of damage is usually found. This complex analytical phase is designed to provide a precise description of the cluster in overall terms and of its structural materials, so that a model of calculation can be applied that can correctly describe the actual behaviour of the structure. The choice of the type of seismic analysis and of the criteria for modelling the structure is closely linked, on the one hand, to the structural typology and, on the other hand, to the type of planned intervention. However, the possibility of formulating overall models is restricted by the dimension and complexity of the cluster, while the formulation of partial models or the analysis of single features (according to a kinematic approach using macro-elements) are subordinated to a qualitative evaluation of the system of distributing loads on the basis of factors such

as the framework and deformability of the floors, the rigidity of the vertical walls and the quality of the joins. Before formulating a restoration project and selecting the system of structural inspection, it is therefore necessary to carry out ‘qualitative assessments’ of the technological and constructional features and the identification of specific vulnerability of the building analysed in the study. The ‘intervention project’ for building clusters must take account of the contents of existing regulations and guidelines and in particular of chapter 8 of the Norme Tecniche per le Costruzioni (Technical regulations for Buildings), Ministerial Decree 14.01.2008 and in the corresponding chapter C8 of Circular 2 February 2009 no. 617, and in particular in the appendix C8A.5 (Criteri per gli interventi di consolidamento di edifici in muratura-Criteria for consolidation schemes for masonry buildings ) and in § 6 (Criteri per il miglioramento sismico e tecniche di intervento-Criteria for seismic improvement and intervention techniques) of the Linee Guida per la valutazione e la riduzione del rischio sismico del patrimonio culturale (Guidelines for the evaluation and reduction of the seismic risk of the cultural heritage). In general, the objective of the planning process is to avoid extremely invasive intervention, encouraging in most cases minimal intervention which preserves the original behaviour as far as possible (the systematic observation of the damage has demonstrated the effectiveness of this approach); however, the aim is also to highlight the cases in which it is necessary to intervene more extensively, not simply because this is imposed by a regulation but because it is the result of carefully analysed and multidisciplinary evaluation. In conclusion, the restoration of historic centres following the earthquake in Aquila represents a great training ground for testing and implementing new strategies of intervention and constitutes an inexhaustible wealth of lessons to be learned in all Italian cities and, in particular, Naples with its immensely rich and complex historic centre. The experience of the Master’s course is the ideal vehicle for this approach which requires the intervention of a multidisciplinary team that views historic centres as a unique historical, architectural and structural reality of exceptional importance.

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Napoli città pitagorica Naples Pythagorean City Roberta Amirante

Napoli è una città ‘pitagorica’, scriveva Massimo Bontempelli, in uno dei suoi brevi ritratti di città. Bontempelli pensava ai numeri e alla cabala, ma il riferimento al termine ‘pitagorica’, nella sua doppia anima geometrica ed esoterica, può servire a cogliere con immediatezza la complessità della struttura urbana di Napoli e in particolare della sua area più antica, quella di impianto grecoromano. Un luogo pieno di contrasti formali che sostiene, con la chiarezza razionale del suo impianto, la doppia porosità del suo sottosuolo e della sua concrezione superficiale in cui sono celati tanti luoghi ‘segreti’. Napoli è una ‘città-mondo’, scriveva Curzio Malaparte ne La pelle: «Napoli è la più misteriosa città d’Europa, è la sola città del mondo antico che non sia perita come Ilio, come Ninive, come Babilonia… Napoli non è una città, è un mondo. Il mondo antico, precristiano, rimasto intatto alla superficie del mondo moderno». Anche qui il tema del mistero, del profondo e della sua superficie. E il tema dell’antico, in una città che mette in crisi l’idea di ‘archeologia urbana’ perché propone una idea sfuggente di ‘originarietà’ e tutti i tipi possibili di contaminazione, sovrapposizione, giustapposizione, concrezione tra tracce di tempi diversi. Napoli è una ‘città porosa’, scriveva Walter Benjamin con Asja Lacis, porosa come la pietra di cui è fatta. Una città che nella sua parte più antica è fatta quasi tutta di una sola ‘materia’ che rende difficile cogliere il confine tra il suo essere natura e il suo essere artificio, tra il suo essere pieno e il suo essere vuoto, tra il suo essere chiuso e il suo essere aperto, tra il suo essere pubblico e il suo essere privato. Una città che è costruita nel sottosuolo – attraverso lo scavo – quasi quanto in superficie e si arrampica fino ad altezze spettacolari, approfittando della geografia urbana e della tipologia edilizia per proporre prospettive vertiginose e inediti prospetti urbani, una scenografia sorprendente fatta di ‘quinte’ successive e di spazi concavi e convessi. Napoli è una ‘città conventuale’, scriveva Roberto Pane in Napoli imprevista. E nella sua parte più antica la 46

struttura dei conventi sa interpretare in maniera sorprendentemente libera e al tempo stesso rigorosa, la griglia geometrica dei decumani e dei cardini, che definisce insulae allungate con un rapporto di 1/5 tra base e altezza. Qui la porosità cambia la sua ‘grana’, si distende, si rasserena, assume dimensioni imponenti; e gli spazi conventuali, nella loro ripetizione e nella loro variazione, con la loro forma e con la loro posizione diventano uno dei possibili strumenti di ‘misura’ del centro antico napoletano. Anche in questo caso geometrie rigorose e spazi segreti, immensi muri inviolabili che incombono sugli stretti vicoli e sorprendenti, amplissimi spazi interni, in forma di chiostri, di cortili, di giardini. A Napoli, più che altrove – e nel suo Centro Antico più che mai – si avverte il senso, e il peso, della storia. Non si tratta, questa volta, di una responsabilità crociana: qui è la città che mette sotto gli occhi di chi la guarda la propria storia, allineandone i tempi sul proprio suolo, come in un palinsesto. Una città che combatte una fiera battaglia contro la nozione lineare di progresso, che assorbe senza grandi traumi gli aspetti della modernizzazione infrastrutturale ottocentesca e l’impatto modificatore delle ‘funzionalità’ del moderno: la prepotenza della sua profondità storica le consente di riassorbire i nuovi e gli antichi caratteri in una condizione che è ‘tutta contemporanea’. La Città Antica di Napoli – è storia anche questa – oppone poca resistenza alla trasformazione bruta e incolta che la incide o la altera senza vederla e senza conoscerla, ma al tempo stesso pone tutti i possibili interrogativi a coloro che vogliono vederla e conoscerla, a coloro che praticano ‘con disciplina’ il progetto di architettura e, a maggior ragione, a coloro che devono insegnare ‘la disciplina’ del progetto di architettura. E’ un luo- go che determina un atteggiamento laico nei confronti del progresso – tipico di una situazione di perenne ritardo che, del progresso, ha il vantaggio di poter misurare i guasti: un luogo che sollecita anche per questo una particolare curiosità culturale, estesa e di-

sponibile al nuovo, ma destinata a interpretarlo ‘con temperanza’. L’idea di un nuovo non come progresso ma come contaminazione porta con sé, nei casi migliori, la amara consapevolezza della tremenda difficoltà, da parte dell’architettura nuova, di piegare la resistenza opposta dalla città esistente a ogni ipotesi di modificazione stabile e consistente della sua struttura e della sua architettura; ma produce anche la convinzione che l’architettura può aggiungere parole civili e autorevoli alla città ‘operamondo’, e perfino rappresentarne il senso complessivo, riassumendo la tradizione dell’antico e l’eredità del moderno in una sintesi razionale, espressione nuovamente classica dell’idea di città contemporanea. Un modo (forse l’unico?) di intendere, di insegnare, di praticare, la ‘progettazione di eccellenza’ nella città antica, a Napoli. ____________________________________ Naples is a ‘pythagorean’ city, wrote Massimo Bontempelli, in one of his brief portraits of cities. Bontempelli was thinking of numbers and the cabala, but the reference to the term ‘pythagorean’, its dual geometric and esoteric spirit, may help to convey an immediate idea of the complexity of the city’s urban structure and, in particular, of the oldest part with its Greco-Roman layout. Full of formal contrasts, the city supports, with the rational nature of its grid-like street plan, the dual porosity of its subsoil and its surface concretion which conceal many ‘secret’ places. In his novel La Pelle (The Skin) Curzio Malaparte describes Naples as a world within a city: “Naples is the most mysterious city in Europe. It is the only city of the ancient world that has not perished like Ilium, Nineveh and Babylon…It is not a city: it is a world – the ancient pre-Christian world – that has survived intact on the surface of the modern world”. Here too, what emerges is the idea of mystery, depth and the city’s surface. This is the theme of the ancient world in a city


that challenges the idea of ‘urban archaeology’ because it offers a slippery notion of ‘originality’ and all the various possible forms of contamination, superimposition, juxtaposition and concretion between traces from different periods. Naples is a ‘porous city’, wrote Walter Benjamin with Asja Lacis, porous like the stone of which it is built. It is a city whose oldest part consists almost entirely of a single ‘matter’, making it difficult to grasp the boundary between its natural part and its artificial part, between its solids and voids, between being closed and open, between being public and private. It is built into the subsoil – through excavation – almost as much as on the surface and rises to spectacular heights, exploiting the urban geography and the building typology to offer stunning views and unparalleled urban landscapes. The astonishing scenery is made up of a series of ‘scenes’ and concave and convex spaces. Naples is a ‘monastic city’, wrote Roberto Pane in Napoli imprevista. In the oldest part of the city, the structure of the monasteries and convents has managed, in a surprisingly free and yet rigorous way, to interpret the geometric grid of the man streets (the decumani and cardi) which defines the elongated blocks with a ratio of 1:5 between base and height. Here, the porosity changes its ‘nature’, spreads out, brightens up and takes on imposing dimensions; the monastic spaces, in their repetition and variation, with their form and their position, become one of the possible instruments for gauging the historic centre of Naples. In this case too, there are rigorous geometries and secret spaces, immense impregnable walls that tower over the narrow lanes and the surprising, spacious internal areas hidden inside the cloisters, courtyards and gardens. In Naples, more so than elsewhere – and especially in the historic centre – you can feel the sense and burden of history. However, this is not the responsibility of Benedetto Croce’s legacy; in this case, it is the city itself that reveals its history to observers, aligning the different periods on the ground as in a palimpsest. The city is fighting a proud battle against the linear notion of progress which absorbs, without major upheavals, aspects of nineteenth century infrastructural modernisation and the modifying impact of the ‘functionality’ of the modern era: the overbearing nature of its historical profundity enables it to reabsorb both new and ancient features in a way that is ‘completely contemporary’. The ancient city of Naples – this, too, is history – has put up little resistance to the unsightly, uncouth transformation that has left its mark and altered the city without

actually seeing or understanding it; however, at the same time, it poses all the possible questions to those who do want to see and understand it, those who are involved in architectural design and, above all, those who have to teach the ‘discipline’ of architectural design. It is a place that induces a secular approach to progress – typical of the state of chronic delay which, compared to progress, has the advantage of being able to gauge faults: it is partly for this reason that the city arouses such intense cultural curiosity which is willing to embrace new ideas although destined to interpret them ‘with moderation’. The concept of new ideas as a form of contamination rather than progress involves, in the best cases, the bitter awareness of the tremendous difficulties that face contemporary architecture as it seeks to overcome the resistance opposed by the existing city to every suggestion of stable and significant modification to its structure and architecture. However, it also leads to the conviction that architecture can add civil and authoritative words to the city as a ‘work of art-cumworld’, and can even represent its overall significance, summarising the tradition of the ancient world and the legacy of the modern world in a rational synthesis, a renewed classic expression of the idea of the contemporary city. It represents one way (possibly the only one?) of interpreting, teaching and doing ‘high quality design’ in the historic centre in Naples.

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Foto di Giorgia Aquilar


Foto di Francesca Avitabile


Roberto Vanacore

Pasquale Miano

Giovanni Multari

Ferruccio Izzo

Vincenzo Corvino

Carla Maria De Feo


Renata Picone

Michelangelo Russo

Mario Losasso

Nicola Di Battista

Laboratorio di Ricerca Progettuale Giovanni Francesco Frascino


Abitare Vico Maffei Inhabiting Vico Maffei Corvino+Multari

Il ‘progetto’ è senza dubbio la ‘conoscenza’ di luoghi, storie, vicende millenarie che raccontano la storia dell’uomo attraverso la storia delle città. Le città sono, in questo senso, il risultato di eventi stratificati e la condizione di contemporaneità del Centro e la ‘seduzione’ dei suoi luoghi1 costituiscono l’esito di trasformazioni contese tra storia e geografia. Luoghi da indagare per costruire un giudizio di valore consapevole, condizione necessaria per poter immaginare qualunque azione di progetto. Il Centro rappresenta sicuramente il fenomeno di più lunga durata, sedimento di quella complessità che tende a far prevalere una forma di rispetto e di senso della storia, che spesso congela le condizioni, favorendo un certo ‘non-interventismo’ che è in contrasto con la continua modificazione di cui queste parti delle città sono da sempre state il teatro, in un lento progredire della scena urbana, che quasi mai ha modificato la struttura generale ma ha favorito ed accolto piccole mutazioni, necessari interventi, nuove possibilità che come layer interagenti hanno fatto ‘crescere’ il Centro. In alcuni casi, però, il ‘non-interventismo’ ha sì generato evidenti condizioni di arretratezza e degrado, ma ha anche creato le condizioni per una conservazione che, in alcuni casi, offre occasioni straordinarie di progetto. Il presunto ‘congelamento’ nel quale è caduto il Centro Antico di Napoli negli ultimi decenni ha preservato di fatto i suoi caratteri, la sua identità, e il progetto di architettura oggi non può prescindere dalla necessità di intaccare tale condizione di riconoscibilità. Poche ma decise azioni sono possibili provando, come ci insegna Álvaro Siza Vièira, a «immaginare l’evidenza»2. È sempre particolarmente difficile sintetizzare con delle note scritte il racconto di un lavoro di progetto che, nel caso dei luoghi in esame, ci ha consentito il privilegio di osservare e ascoltare l’esito millenario che oggi si presenta ai nostri occhi. Il Centro Antico è il cuore pulsante di una città, Napoli, che è difficile racchiudere in 52

una sola definizione. Esistono diverse e tante Napoli e l’antica Neapolis ne rappresenta il catalogo più documentato. Il progetto di architettura è l’esito di un viaggio di conoscenza, ‘conoscenza dei luoghi’, delle sue condizioni materiali e immateriali, che definiscono le proposte di ‘progetto per la città storica’ e vogliono testimoniare questioni di metodo prima ancora di essere possibili trasformazioni compatibili con i luoghi. È il caso di vico Maffei per il quale la definizione stessa di spazio pubblico e/o di uso pubblico determina la strategia di progetto. Un’idea complessiva di azioni che, innescando relazioni tra gli spazi aperti, definiscono una ‘idea di suolo’ che crea unità e al tempo stesso lascia inalterate le differenze. A questo si aggiunge un possibile utilizzo dei tetti che consentono possibili aree di interesse collettivo nonché di riguardare dall’alto lo straordinario paesaggio unitario e complesso che è l’intero Centro Antico della nostra città. Un ‘paesaggio’ di luce ed ombra, di passaggi stretti, di piccoli slarghi, di giardini segreti celati dalle mura dei conventi, di grandi chiese e piccole cappelle, di rumori incessanti, di una straordinaria umanità che, come maree, bagna in un continuo risalire le pietre scavate nella grigia lava. Un immenso interno en-plein-air che ti fa sentire parte di una realtà unica in un luogo riconoscibile ma allo stesso tempo generatore di continue scoperte. Un luogo fatto di spazi di relazione che determinano le condizioni di disegno delle parti nuove come elementi ‘riconoscibili’ – nuove scoperte – unificati ai frammenti esistenti ma da essi ‘distinguibili’. È il caso in particolare dell’edificio d’angolo tra Vico Maffei e via S. Gregorio Armeno per il quale si ipotizza un nuovo volume il cui l’‘involucro’ è costituito dai prospetti di rudere esistenti. Un edificio che si innova con il suo uso ed è caratterizzato da un sistema di frangisole in legno movibili che determina un aspetto continuamente ‘mutevole’. Mutevole non è solo la dimensione fisica del progetto, ma soprattutto la natura dinamica

del Centro Antico e le sue regole dell’abitare. ‘Abitare’ è il tema principale di questo ragionamento, che produce effetti positivi sul corpo della città favorendo un modo di vivere collettivo, in una equilibrata mixitè sociale e umana, dotando la struttura di vico Maffei di nuove opportunità, di servizi, di un rinnovato senso dell’abitare che determina una rinnovata presenza per questa strada nell’insula di San Gregorio e più in generale nell’intero Centro Antico. Possibili soluzioni, esempi di proposte compatibili, ma esiti chiari – speriamo – di un percorso didattico che si pone l’obiettivo della plausibilità degli interventi con la consapevolezza che non c’è architettura senza costruzione, non esiste progetto senza strategia, non può esserci risultato se non all’interno di un processo che tenga conto di tutti i fattori e le dinamiche in campo, favorendo un’idea dell’architettura tale da prefigurare la sua concreta realizzabilità materiale ed immateriale. Da questo punto di vista il workshop permanente sul progetto e sul confronto delle idee alimentato dai differenti punti di vista e dalle diverse opinioni, testimonia che ‘architetti non si nasce ma si diventa’ e la centralità del laboratorio di progettazione, con il quale è stato immaginato il percorso didattico del Master, intende continuare l’attività didattica per giovani laureati di nazionalità diverse lavorando insieme alla sperimentazione di un metodo per il progetto di architettura per la città storica. Il progetto è l’esito di un lavoro ‘contaminato’, al quale contribuiscono saperi diversi, modi e atteggiamenti differenti di guardare allo stesso tema per la costruzione di un processo strategico in cui l’architetto ha il compito di valutare la concreta realizzazione delle idee in campo, favorendo la sintesi in un rapporto dialettico con la Committenza (proprietari e investitori privati, Amministrazione Comunale) prefigurando le aspettative dei possibili fruitori (studenti universitari, residenti, commercianti e artigiani). Un metodo di lavoro inteso non come una serie predeterminata di azioni, ma come


possibilità esplorativa dei luoghi, dalla cui conoscenza, abbiamo ricevuto più di quello che pensavamo di dare. 1 2

J. Rykwert, La seduzione del luogo, Torino 2003 A. Siza, Immaginare l’evidenza, Roma 1998

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A ‘design’ undoubtedly implies a ‘knowledge’ of places, events and stories that go back thousands of years and which tell us of the history of mankind through the history of towns and cities. In this sense, cities are the result of stratified events. The contemporary condition of the historic centre and the seductive nature of these places1 are the outcome of the transformations brought about by history and geography. These places need to be investigated in order to reach a value judgment made in full awareness, which is a necessary condition for imagining any type of action in a design project. The centre definitely represents the phenomenon with the longest duration, a sedimented deposit whose complexity tends to induce a form of respect and sense of history which often freezes conditions. This encourages a kind of ‘non-interventionism’ which contrasts with the continuous modification that these parts of the city have always undergone, in a gradual progression of the urban scene which has almost never altered the general structure but has encouraged and embraced small changes; these necessary forms of intervention and new possibilities have, like interacting layers, gradually led to the growth of the historic centre. In some cases, however, ‘non-inter- ventionism’ has generated evident backwardness and decay although it has also created the conditions for conservation which, in some cases, offers extraordinary opportunities for design. The supposed ‘frozen state’ into which the historic centre of Naples has fallen in the last few decades has preserved its characteristics and identity, and architectural design cannot avoid encroaching on this condition of recognisability. A few decisive actions are possible by trying, as Álvaro Siza Vièira has shown, to “imagine the evidence”2. It is always extremely difficult to summarise in a few words the description of a design project which, in the case of the places in question, has provided us with the privilege of observing and listening to the thousandyear outcome that is now before our very eyes. The historic centre is the beating heart of the city of Naples which is hard to encapsulate within a single definition. There are many different sides to Naples and ancient

Neapolis merely represents the most widely documented part. Architectural design is the outcome of a voyage of discovery, ‘the discovery of places’ in their material and immaterial conditions which define the proposals of the progetto per la città storica (design for the historic centre); the proposals are primarily intended to reflect methodological issues before being considered as possible transformations which are compatible with the places. This is the case of vico Maffei for which the definition of a public space and/or space for public use has determined the design strategy. It is an overall idea of actions which, by triggering relations between open spaces, define an ‘idea of land use’ that creates unity and, at the same time, leaves differences unaltered. The design also envisages a possible use of roofs that provide areas of collective use as well as views from above over the extraordinary organic and complex landscape which constitutes the entire historic centre of our city. The historic centre offers a ‘landscape’ of light and shade, narrow passageways, small squares, secret gardens hidden by the walls of monasteries and convents, large churches and small chapels, incessant noise, and an extraordinary array of humanity which, like rolling tides, flows over the stones dug out of the grey lava in a continuous process of resurfacing. It is an immense interior en-plein -air which makes you feel as though you are part of a unique reality in a place which is recognisable but is also a continuous source of new discoveries. It is a place made up of relational spaces which determine the design conditions of the new parts as ‘recognisable’ elements – new discoveries – combined with existing fragments but which remain ‘distinguishable’ from them. This is particularly the case for the building situated on the corner between vico Maffei and via S. Gregorio Armeno for which a new building has been proposed whose shell consists of the facades of existing ruins. It is an innovative building with a system of movable wooden sun control louver shutters which creates a continuously ‘changing’ appearance. The theme of change can be applied both to the physical aspect of the design but also to the dynamic nature of the historic centre and its rules of habitation. ‘Habitation’ is the main theme of this reasoning, which has positive effects on the city, encouraging a form of collective living within a balanced social and human melting pot, giving the structure in vico Maffei new opportunities, facilities, and a renewed sense of inhabiting a place. A new presence for this

street has therefore been created in the insula (block of buildings) of San Gregorio and, more generally, in the whole historic centre. These are the possible solutions, examples of compatible proposals, but also clear results – or so we hope – of a teaching programme which aims to create plausible forms of intervention in the awareness that architecture does not exist without construction, that a design does not exist without a strategy, and that there can be no result unless it is firmly rooted within a process that takes account of all the factors and dynamics in the field. This process encourages an idea of architecture that foreshadows its practical feasibility in material and immaterial terms. From this perspective, the permanent workshop for the project and the ideas stemming from different viewpoints and opinions reflects the fact that ‘you are not born an architect, you become one’. The central role of the design workshop, which is part of the original conception of the teaching programme in the Master’s course, intends to continue the training of young graduates of different nationalities as well as experimenting with a method for architectural design focusing on the historic centre. The design project is the outcome of ‘contaminated’ work which draws on the contribution of different types of knowledge and different ways of tackling the same theme in order to create a strategic process in which the architect has the task of assessing the practical implementation of the ideas in the field. This encourages the synthesis of a dialectical relationship with the commissioning clients (owners and private investors, and the city council), foreshadowing the expectations of possible users (university students, residents, shopkeepers and artisans). This work methodology is designed not as a predetermined series of actions but as an exploration of places from whose discovery we have received more than we imagined being able to give. 1 2

J. Rykwert, La seduzione del luogo, Turin 2003 A. Siza, Immaginare l’evidenza, Rome 1998

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Il Centro Storico, un materiale a memoria di forma The Historic Centre as a Shape Memory Material Carla Maria De Feo

Di ritorno da un incontro con gli studen del Master di II livello, percorrevo via Benedeo Croce e rifleevo sui temi di progeo affronta all’interno del laboratorio di ricerca progeuale. Un venditore ambulante proponeva un gioco: scagliava con forza sulla propria bancarella un pupazzeo di sostanza gelanosa e plasca a forma di animale, riducendolo a una ‘friata’, con gli occhi e le orecchie dell’animaleo. Poi, restava a guardarla mentre lentamente si rirava, si inspessiva e riprendeva la forma originale di quell’animaleo, che riappariva integro come prima del ‘lancio’. Le riflessioni sui proge appena discussi mi hanno portato su un’analogia: la cià storica mi si è rivelata come ‘materiale a memoria di forma’ e gli interven di architeura contemporanea, trasformazioni profonde capaci di restuire spazialità perdute a questa ‘forma’, che da quelle spazialità nuove risorge. La storia, l’identà, il senso, scri nelle pietre, costuiscono riferimen for per il progeo, e insieme alle risorse offerte dal luogo hanno la forza di rinnovare e migliorare la struura urbana, al fine di realizzare una soddisfacente qualità della vita per la comunità di ciadini che lì abita e lì riconosce il proprio ‘luogo’ di vita. Accompagnare gli studen-archite a ‘leggere’ i significa, le risorse e capacità, le esigenze di miglioramento che la cià, materiale e immateriale, esprime nella sua interezza è stato il primo obievo del laboratorio di ricerca progeuale. Al completamento, verifica e finalizzazione di questa leura dei vari proge hanno mirato le riflessioni nel corso di Architeura e cià storica: la dimensione urbana del progeo. Le proposte progeuali, sooposte al vaglio di ammissibilità delle diverse discipline, hanno mirato ad auare, nelle fasi operave, un’ipotesi complessiva di disegno urbano capace di smuovere l’inerzia di una cià resa immobile da tan problemi. La Napoli greco-romana è un centro storico di valore inesmabile, che ha conservato nel tempo la propria struura urbana, custode 54

di secoli di storia straficata. I proge hanno soolineato questa straordinaria doppia presenza di due cià sovrapposte, una generatrice dell’altra, connesse da una struura urbana chiara che a entrambe apparene e da una morfologia che ne manifesta la connuità. Le ipotesi formulate, con trasformazioni profonde, perseguono la qualità di una struura urbana moderna; ma, inserendosi nel corso della storia, la rifleono e ‘scatenano’ la capacità del materiale urbano di riprendere la sua ‘forma’ originaria, con strutture, materiali, funzioni e spazi dell’aualità, pos in connuità con il passato, senza rinunciare alla propria riconoscibilità e identà di opere del presente. Il luogo più problemaco, per l’ampiezza e i significa che può assumere, ma anche il più ricco di suggesoni, è l’area del vecchio Policlinico, in parte liberata dai padiglioni e in attesa della demolizione dei rimanen. Il Comune di Napoli prevede la realizzazione di un parco archeologico. Il gruppo seguito dai docen Ferruccio Izzo e Giovanni Francesco Frascino propone, con il progeo, di ‘vivere’, araverso la realizzazione del parco, il dialogo tangibile tra la cià storica e la cià archeologica: svelare la connuità di presenza, al di soo della struura urbana auale, di ‘documen’, a volte intat, e di come veniva vissuta la cià in un lontano passato, facendo emergere le più significave corrispondenze e ricostruendo e rivelando gli elemen struuran la morfologia urbana. I proge che affrontano la ristruurazione di un’insula del tracciato greco-romano, ricostuendone l’unità morfologica, individuano nel luogo i temi da reinterpretare, nel rispeo delle trasformazioni che la storia del luogo ha prodoo. Così, sperimentando validità, concretezza e fabilità, i proge – segui dai docen Pasquale Miano e Roberto Vanacore – affrontano in un’area il tema della residenza nel Centro Anco, organizzata in una struura che richiama gli edifici a corte, e in altre aree propongono struure di servizio per il turi-

smo nel centro storico, spazi di incontro, nodi di passaggio e collegamento tra il cuore del centro anco e la vicina via Duomo. Il progeo seguito dai docen Vincenzo Corvino e Giovanni Multari immagina una ‘rete’ di spazi rivitalizzan che avvolgono un’insula tra via Tribunali e San Gregorio Armeno. La ‘rete’, quasi un’ossatura, parte dalla quota stradale e arriva alla copertura arcolata di edifici a corte di scarso valore, dando loro una nuova identà e dignità, e inserendo funzioni residenziali, servizi sociali e per il tempo libero, da offrire anche al quarere. Il risultato è un organismo moderno, unitario, che rivela percorsi e spazi che si sono perdu nel tempo e ne propone di nuovi. Il laboratorio, in sintesi, ha affrontato il riuso di aree del Centro Anco e, riconoscendo nei luoghi la presenza di ‘temi’ significavi per il centro storico e la cià tua, ha indagato sulle ‘ragioni’ del progeo – che cosa vuole essere l’intervento – in rapporto al ‘senso’ del luogo, all’immagine della cià e del Centro Anco, con finalità che rispondono alle esigenze della realtà auale e ai ‘disegni’ della comunità (e per essa dell’Amministrazione) sulla cià e su queste aree in parcolare. I proge, infine, esprimono pienamente, ciascuno nella propria specificità, il caraere e il significato dell’intervento complessivo. Un’esperienza questa, che si qualifica come ripebile, per essere riproposta in altre par di Napoli, ma anche altrove, in altri centri urbani.


On my way back from a meeting with students on the 2nd level Master’s course, I was walking along via Benedetto Croce and reflecting on the design themes dealt with in the design research workshop. A street vendor was giving a demonstration of a toy: he hurled a small jelly-like model of an animal onto his stall, flattening it into a ‘pancake’ with the eyes and ears of the animal still discernible. Then he just watched as it slowly shrank, thickened and returned to its original shape, just as it had been before the ‘throw’. The thoughts on the designs discussed shortly beforehand led me to make an analogy: the historic centre appeared to me as ‘material that preserves the memory of its original form’ while the intervention of contemporary architecture seemed like far-reaching transformations capable of restoring lost space to the ‘form’ that rises again from these new spaces. The history, identity and meaning, written in the stones, represent powerful references for the design. Together with the resources offered by the place itself, they possess the force to renew and improve the urban structure in order to create satisfactory living standards for the community of citizens who live there and recognise it as their own dwelling ‘place’. The first objective of the design research workshop was to accompany the architectstudents in their attempt to ‘interpret’ the meanings, resources, capacities and needs for improvement – both material and immaterial – that the city drastically requires. The considerations made during the course Architettura e città storica: la dimensione urbana del progetto (Architecture and the historic city: the urban dimension of design) were aimed at the completion, assessment and finalisation of this interpretation of the various designs. The suitability of the design proposals were subjected to the scrutiny of various disciplines; during the operational phases, they were intended to formulate an overall hypothesis of urban design capable of stirring the city from its inertia and immobility caused by its many different problems. Greco-Roman Naples is a historic centre of incalculable importance which has preserved its own urban structure over time: it is the guardian of centuries of stratified history. The designs have emphasised this extraordinary dual presence of two overlying cities, one the generator of the other, linked by a clear urban structure which belongs to both and by a morphology which displays the continuity. The design hypotheses propose profound transformations, pursuing the quality of a modern urban structure: however, by being incorporated within this history, they

reflect it and ‘unleash’ the capacity of the urban material to regain its original ‘form’, with structures, materials, functions and contemporary spaces that form a link with the past, without abandoning its own distinctive features or the identity of modern works of architecture. The most problematic area, in terms of the size and the connotations it may assume but also the richest in terms of atmosphere, is the area of the old hospital. Although it has partly been freed of the blocks, there are still other blocks that still await demolition. Naples city council has proposed the creation of an archaeological park. The group supervised by Professors Ferruccio Izzo and Giovanni Francesco Frascino has devised a design which ‘brings to life’, through the creation of the park, the tangible dialogue between the historic city and the archaeological city: it reveals the continuity of presences, beneath the current urban structure, of ‘documents’ which are occasionally intact; it also shows what life was like in the city in the ancient past, highlighting the most significant parallels and reconstructing and revealing the features that underlie the urban morphology. The designs that deal with the restructuring of an insula of the Greco-Roman layout, restoring its morphological unity, identify the themes that need to be reinterpreted in the place, while respecting the transformations that have taken place through history. Therefore, by experimenting with validity, practicality and feasibility, the designs supervised by Professors Pasquale Miano and Roberto Vanacore deal with the housing in the historic centre, based on a structure that evokes the courtyard typology in one area, while in other areas they propose tourist facilities in the historic centre, meeting spaces, forms of access and links between the heart of the historic centre and the nearby street of via Duomo. The design supervised by the architects Vincenzo Corvino and Giovanni Multari imagines a ‘network’ of revitalising spaces that envelop an insula between via Tribunali and San Gregorio Armeno. The network, which is virtually a ‘framework’, begins from street level and reaches the roofs of courtyard buildings of little value, providing them with a new identity and dignity, and introducing residential functions, social service and leisure facilities for the benefit of the district. The result is a coherent modern organism which reveals pathways and spaces that have been lost over time while, at the same time, proposing new ones. To summarise, the workshop has tackled the issue of the reuse of areas of the ancient city.

By recognising the presence of significant ‘themes’ for the historic centre and the whole city, it has investigated the ‘reasons’ behind the design – what the intervention is supposed to be – in relation to the ‘sense’ of the place, to the image of the city and its ancient centre. The objectives respond to the needs of the current situation and the ‘intentions’ of the community (and the administration on its behalf) with respect to the city and, in particular, to these areas. Lastly, the designs fully express, each in their own specific way, the character and significance of the overall intervention plan. It would be extremely interesting to repeat this experience in other parts of Naples as well as elsewhere in other towns and cities.

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Studiare Architettura oggi in Italia Studying Architecture in Italy: the Situation Today Nicola Di Battista

Volendo fare un ragionamento intorno alla disciplina architettonica nel nostro paese e alla sua produzione teorica e pratica degli ultimi anni, la prima cosa che viene da chiedersi è: quale livello di insegnamento è oggi offerto dalle nostre università per la formazione dei giovani architetti? Qualcuno che volesse porsi questa domanda elementare, difficilmente riuscirebbe però a trovare materiali sufficienti per farsi un’idea. In questo campo, come in molti altri della cultura, sono sempre più incerti i parametri da usare per determinare la qualità di quanto si produce, al punto da arrivare anche a dubitare persino del fatto che si possa e che si debba parlare di qualità, a parte quelle di tipo prestazionale definite dai numeri; lì sono tutti d’accordo. Quello che è certo, in particolare nella nostra disciplina, è che questa semplice volontà di conoscenza sembra essere diventata oggi maledettamente complicata da realizzare. Non riuscendo a spiegare in maniera chiara e comprensibile il nostro ruolo, dentro e fuori della disciplina, siamo diventati sempre di più schiavi dei vari conformismi che il nostro tempo si costruisce, e schiavi anche delle varie superstizioni dettate dalle mode: tecnologiche, ecologiche, nostalgiche, storicistiche, avanguardistiche, che siano. Se allora si vuole vedere lo stato di salute ed il valore di una certa facoltà di architettura, non si pensa più che essi possano scaturire da quanto la scuola produca, da un dibattito serrato rivolto alla produzione e alle capacità dei giovani architetti immessi nel mondo del lavoro. E’ più semplice aspettare le classifiche di qualche quotidiano nazionale, che in base a precise statistiche quantitativo-prestazionali stila l’elenco delle scuole migliori. Ora quanto tutto questo sia paradossale, tutti lo sanno, ne ridono con sufficienza, ma va bene così. I giornali sono soddisfatti, hanno svolto il loro dovere di informare i giovani agli inizi degli anni accademici, sugli orientamenti da prendere. Le scuole che non occupano i primi posti, possono sempre dire che si tratta di clas sifiche tecniche, che non contano perché dipendono non dalla qualità dell’insegnamento, ma bensì dalle strutture, dai servizi e 56

quant’altro. E si può sempre aspirare a salire in classifica per il prossimo anno. I buoni critici, oramai in via di estinzione, le poche volte che affrontano questo tema, sembrano parlare a vuoto e le loro analisi rimangono in una sorta di aereo limbo, buone solo alla compilazione dei curricula o all’assegnazione di un qualche incarico accademico-istituzionale. Se nonostante tutto ciò, uno volesse comunque cercare di capirci qualcosa, potrebbe cominciare ad esempio a guardarsi intorno, scoprendo magari realtà che sono sotto gli occhi di tutti, ma che più nessuno sembra vedere. Se guardiamo il corpo docente delle nostre tante scuole di architettura nella sua interezza, dobbiamo ammettere che di sicuro al mondo non esiste un altro paese che ne possa vantare uno simile, sia in termini di quantità, sia soprattutto in termini di qualità. Abbiamo tantissimi bravi docenti e tanti bravi architetti, che anche insegnano. Bene. Se guardiamo i tantissimi architetti diplomati dalle nostre scuole e il ruolo che essi hanno assunto, a mano a mano, nel dibattito architettonico contemporaneo internazionale, a parte poche eccezioni, dobbiamo registrare un’assenza imbarazzante, quantomeno in rapporto all’altissimo numero dei nuovi architetti. Male. Se guardiamo la produzione edilizia che si realizza oggi, sui nostri territori e nelle nostre città, non si capisce bene da dove provengano gli autori di questi progetti, che scuole hanno frequentato, che idea hanno del costruire e del vivere contemporaneo. Male. Se guardiamo la pubblicistica specializzata, al primo colpo d’occhio si ha l’impressione di trovarsi di fronte a pubblicazioni che sempre di più assomigliano ad house organ aziendali. Una miriade di pubblicazioni, e questo va bene, ma nate con il solo scopo di pubblicare, perché questo fa bene al mercato. Quindi tante pubblicazioni di settore, ma in quanto ad autorevolezza delle stesse, non possiamo certo rivendicare oggi alcun primato. Male. E gli studenti? E sì, gli studenti, i tantissimi studenti che studiano architettura nel nostro paese, cosa dicono, cosa fanno, cosa vogliono? Quali aspirazioni hanno, quale futuro immaginano, quali sono le loro ambizioni, quali le

loro motivazioni. L’insegnamento universitario dovrebbe porsi le stesse questioni, in maniera da non lasciare gli studenti soli a cercare le risposte. La scuola dovrebbe preoccuparsi di più della forma mentis di chi, studiando, acquista sempre più consapevolezza e al momento del diploma di laurea, dopo il corso degli studi, sarà stato messo in grado di rispondere nella maniera più precisa possibile alle domande che abbiamo posto sopra. Ma gli studenti italiani di architettura, sono più bravi o meno bravi dei loro colleghi svizzeri, francesi, tedeschi, inglesi e così via? Ovviamente ce ne sono di più bravi e di meno bravi, ma pur senza compilare classifiche a cui non siamo interessati, possiamo dire che di certo il contesto delle nostre scuole e di tutto quanto abbiamo detto fin qui, li rendono comunque diversi. I giovani architetti italiani e non, che hanno frequentato il nostro Master, irrompono in questi miei ragionamenti con la forza di un’eruzione. All’interno delle attività didattiche del Master, gli studenti hanno portato avanti i loro progetti, seguiti ed indirizzati dai docenti dei singoli atelier, e in questo percorso, in realtà, mi è stato offerto un posto da osservatore, magari privilegiato, ma pur sempre osservatore, mi è stato chiesto di guardare, e per restare dentro la metafora, in un certo senso di valutare, e certificare l’ ‘eruzione’. Bene, ho assunto con piacere tale ruolo, curioso di capire che tipo di architetto esce oggi dalle scuole italiane e non solo, ma anche consapevole di trovarmi di fronte ad una esperienza piena, vera e di certo non usuale. Ho trovato allora ragazzi straordinari, capaci, tenaci, determinati ed anche testardi nel portare a termine il loro lavoro, ma non per questo meno affabili e cortesi. Partecipare a questo divenire delle idee, è stato per me una esperienza forte, e per certi versi entusiasmante. Ricordo con piacere le nostre ‘revisioni’ con i relativi incontri-scontri, in cui venivo catapultato nel magma del loro tanto lavoro e da cui cercavo, con ragione e senso, di uscire e di farli uscire, ma con poco successo, forse solo apparente. Incontro dopo incontro, i progetti sono però diventati maturi e chiari, sono diventati quello che ogni vero progetto di architettura do-


vrebbe essere, una risposta precisa e chiara ad un problema ben posto, ad un problema che chiede una soluzione. Questi progetti di sicuro lo sono. Ora, quanti ragazzi come questi, ci sono nelle nostre scuole? Quanti hanno la loro fortuna e la possibilità di continuare gli studi dopo la laurea? Quanti invece sono costretti a rinunciare? Io conosco quelli che hanno frequentato questo Master, ma sono certo che come loro ce ne sono molti altri, ed allora non vi resta che cercarvi, confrontarvi, unirvi per alzare di nuovo le ambizioni del nostro mestiere, per trovare di nuovo obiettivi importanti da porre alla base della nostra disciplina per la vita dell’uomo d’oggi. Di una cosa però sono sicuro, fino a quando nelle nostre scuole ci sono ragazzi così, allora siamo un paese vivo, che può guardare con ottimismo al proprio futuro. ____________________________________ If one were to analyse the discipline of architecture in Italy and its theoretical and practical output in recent years, the following question would need to be considered first of all: what level of teaching is currently provided by our universities for training young architects? Anyone seeking to ask this basic question would be hard pressed to come up with sufficient material on which to base an opinion. In this field, like many other fields of culture, the parameters for assessing the quality of what is produced are increasingly uncertain; indeed, it is not even clear whether one can or ought to speak of quality, apart from the quality of performance defined by numbers: in this case, everyone is in agreement. What is certain, particularly in our discipline, is that this simple desire for knowledge seems to have become extraordinarily complicated. Unable to explain our role, both within and outside the discipline, in a clear and comprehensible fashion, we have increasingly become slaves of the various forms of conformism created by contemporary culture, as well as slaves of the superstitions dictated by fashions linked to technology, ecology, nostalgia, historicism, the avant-garde and so on. The state of health and importance of a specific faculty of architecture can no longer be assessed by the amount the faculty produces or by a brief debate about the output and capacity of young architects launched into the world of work. It is simpler to wait for the tables of national newspapers which, on the basis of precise quantitative and performance-based statistics, produce a list of the best universities. Everyone knows that this is paradoxical and laugh about it condescendingly but the situation is still deemed to be acceptable. The newspapers are satisfied, they have performed their task of informing young people going to university about the right course to do and where to do it. The

universities that are not at the top of the lists can always argue that these are technical tables and that they do not count because they fail to take account of the quality of teaching, and only consider the structures, the facilities and so on. And there is always the hope of climbing the table the following year. On the rare occasions they do tackle this theme, informed critics – a species in danger of extinction – seem full of vain talk and their analyses remain in a sort of airy-fairy limbo, useful only for compiling curricula and assigning academic and institutional posts. If, despite this, there is still a desire to understand, one potential solution would be to look around and discover situations that are quite evident to everyone but which no one seems to want to see. If we look at the teaching staff working in the many Italian faculties of architecture, we are forced to admit that there are no other countries in the world that can boast anything remotely similar, both in terms of quantity and quality. We have an immense number of good teachers and many good architects who also teach. This is a good sign. If we look at the many architects who have graduated from our universities and the role they have gradually taken on in the contemporary international debate about architecture, we have to admit that, with few exceptions, there is an embarrassing absence, at least in relation to the extremely high number of new architects. This is a bad sign. If we observe the buildings being constructed today in the regions and cities of Italy, it is not clear where the people responsible for the designs come from, nor what faculties they attended nor the idea they have of construction and contemporary living. This is a bad sign. If we take a look at the specialist press, the first impression is of publications that increasingly resemble the house organs of a company. There are many publications, and this is a positive aspect but they were launched with the sole purpose of publishing material because this is good for the market. There are therefore many publications in the sector but none that occupy a prestigious role. This is a bad sign. What about the students? What are the views of the enormous number of students of architecture in Italy? What are they doing and what do they want? What are their aspirations and ambitions, what future do they imagine for themselves and what motivations do they have? University teaching should be asking the same questions so that students are not left alone to find the answers. Universities should be more concerned with the forma mentis of students who are gaining increasing awareness and, at the moment of graduation after completing their studies, will be able to give precise replies to the questions posed above. But are Italian architecture students

better or worse than their colleagues in Switzerland, France, Germany, the UK and elsewhere? Obviously, there are better and worse students, but without referring to tables which we regard as irrelevant, we can say that the context of our universities and everything we have discussed so far make them different. Young Italian and non-Italian architects who have attended our Master’s course burst into my reasoning with the force of a volcanic eruption. During the teaching activities of the Master’s course, the students have carried out their designs with supervision and guidance from their teachers from individual studios. As part of this process, I was asked to act as an observer, arguably a privileged one but still an observer. I was given the chance to observe and, to continue the metaphor, to assess and certify the ‘eruption’. I gladly accepted the role since I was curious to see what type of architect is currently emerging from Italian and foreign faculties of architecture, although I was also aware that it would be an intense, authentic and unusual experience. I was pleased to discover that the students attending the course were extraordinary young people, clever, tenacious and determined to carry out their work but, at the same time, friendly and courteous. Taking part in this process of generating ideas proved to be an intense and, at times, exciting experience. I fondly recall our ‘reassessments’ with their discussions and fierce debates in which I found myself catapulted into the ‘magma’ of their hard work from which I tried, using logic and common sense, to emerge and to help them emerge but without much success; indeed, the success was only apparent. After each meeting, the designs gradually developed and became clearer. They became what every architectural design should be: a precise and clear response to a clearly expressed problem which requires a solution. These designs certainly offer a solution. How many young people are there of this sort in our universities? How many have the chance and good fortune to continue their studies after graduation? How many are forced to give up the opportunity? I know the students who attended the Master’s course, but I am sure there are many others like them. Therefore the only thing left to do is to search, debate and join forces to raise the ambitions of our profession, to look once more for new important objectives which should be placed at the foundations of our discipline in order to meet the needs of contemporary living. However, I am convinced of one thing. As long as there are young people of this sort in our universities, Italy can be said to be a thriving country which can look forward to its future with optimism. 57


L’edificio come Maestro The Building as a Master Giovanni Francesco Frascino

Ogni epoca per trovare identità e forza ha guardato al passato, nessuna civiltà può pensare se stessa se non dispone di modelli passati come termine di paragone. Guardare indietro, è stata l’ossessione, il punto di riferimento per molti architetti della storia: Brunelleschi, Francesco di Giorgio, Bramante, Palladio, per i quali la cosa antiqua diventa metro di paragone per ogni nuova architettura. I Quattro Libri dell’Architettura di Palladio hanno influenzato l’architettura occidentale per i suoi successivi quattro secoli modificandola in modo irreversibile, così come a ritroso il De Re Aedificatoria e il De Architettura. Il trattato di Palladio – rispetto ai lavori dei precedenti colleghi Alberti e Vitruvio – rivela un dato interessante e cioè che la sua stesura diventa il pretesto per una faticosa ricerca personale. Palladio ad un certo punto della sua carriera si rende conto che i testi antichi non gli bastano per penetrare la cosa antiqua, e che è necessario uno scatto, uno sforzo maggiore verso una dimensione personale e intima. Nel proemio ai lettori del libro primo de I Quattro Libri dell’Architettura, Palladio si propone Vitruvio come ‘maestro e guida’ ma in realtà il suo vero maestro é l’edificio: «e mi misi alla investigazione delle relique degli antichi edifici, e ritrovandole di molto maggiore osservazione degne ch’io non mi aveva prima pensato». Così avvia un processo di interiorizzazione e appropriazione fisica dell’opera antica: «cominciai a misurare minutissimamente con somma diligenza ciascuna parte loro». Coinvolge in maniera circolare gli strumenti propri dell’architetto – rilievo, osservazione e disegno – dimostrandone una grande padronanza: «delle quali tanto divenni sollecito investigatore, non vi sapendo conoscere cosa che con ragione e con bella proporzione non fusse fatta, che poi non una, ma più e più volte mi son trasferito in diverse parti d’Italia e fuori per potere interamente da quelle quale fusse il tutto comprendere, et in disegno ridurlo». Lo spirito di questo lavoro risiede nella di58

mensione personale dell’autore. La vera novità risiede nel modo in cui ha guardato l’esistente, verso cui,diversamente da altri, ha dimostrato di avere ‘gli occhi nelle mani’. Il suo esempio diventa eloquente poiché combatte chi vede la cultura antica sopra un piedistallo irraggiungibile, ha il merito di indicarci la strada con l’esempio, un percorso fatto di atti materiali, elementari seppur faticosi, ci propone di entrare nell’intimo delle architetture, ci chiede di vivisezionare i corpi edificati, per toccarli, osservarli, misurarli e documentarli. Un modus operandi in cui la vera conoscenza deriva dai sensi, dall’esperienza, in sostanza si tratta di un processo empirico che necessita di tempo e fatica, un approccio alla conoscenza di tipo sperimentale basato sulla ricerca e su un modo di procedere a posteriori. In quest’ottica la figura di Palladio può essere vicina a personaggi come Aristotele, Tommaso d’Aquino, Roger Bacon, Thomas Hobbes e Francis Bacon. L’edificio, il nostro vero maestro, depositario di tutte le sue verità, ci svelerà i suoi segreti più reconditi. Solo ingaggiando con esso un confronto frontale, intimo, fatto di contatto fisico, riflessioni ed ancora, misurazioni e riproduzione. Gli edifici della Napoli Antica hanno rappresentato e rappresenteranno i grandi maestri del nostro Master. ___________________________________ Every epoch has looked back at the past in search of identity and strength. No civilisation can imagine itself unless it can draw on past models as a standard of comparison. Looking backwards has been an obsession and reference point for many architects throughout history, such as Brunelleschi, Francesco di Giorgio, Bramante and Palladio, for whom the cosa antiqua became the yardstick for evaluating every new work of architecture. The Four Books of Architecture by Palladio influenced western architecture for the following four centuries, modifying it irreversibly, just as De Re Aedificatoria and De Architettura had done previously. Palladio’s

treatise – compared to the works of his predecessors Alberti and Vitruvius – reveals an interesting fact, namely that its writing became the pretext for an exhausting personal quest. At a certain point in his career, Palladio realised that the ancient texts were not sufficient to get to the heart of the cosa antiqua, and that a new leap forward was necessary, a greater effort towards a personal and intimate dimension. In his preface to the first volume of The Four Books of Architecture, Palladio cites Vitruvius as his ‘master and guide’ but, in reality, his real master is the building: “and I set myself the task of investigating the remains of the ancient buildings…and finding them much worthier of study than I had first thought.” This led to a process of interiorisation and physical appropriation of the ancient work: “I began to measure all their parts minutely and with the greatest care...” He used the architect’s tools– surveying, observation and design – demonstrating great mastery: “I became so assiduous an investigator of such things that, being unable to find anything that was not made with fine judgement and beautiful proportions, I repeatedly visited various parts of Italy and abroad in order to understand the totality of buildings from their parts and commit them to drawings”. The spirit of this work lies in the personal dimension of the author. The real novelty lies in the way he observed existing buildings towards which, in contrast to others, he demonstrated that he had “eyes in his hands”. His example is an eloquent one because it goes against those who view ancient culture as being set upon an unattainable pedestal; it has the merit of pointing us in the right direction by way of example, a path that consists of material actions, which are basic yet arduous. He shows us how to enter the intimate parts of architecture, asking us to dissect buildings, touch, observe, measure and record them. It is a modus operandi in which true knowledge derives from the senses and from expe-


rience; essentially, it is an empirical approach that requires time and effort, an experimental approach to knowledge based on research and on an a posteriori procedure. From this perspective, Palladio can be regarded as close to such figures as Aristotle, Thomas Aquinas, Roger Bacon, Thomas Hobbes and Francis Bacon. The building, our real master, the repository of all its truths, only reveals its innermost secrets by engaging in an intimate, frontal encounter, consisting of physical contact, reflections and then measurements and reproduction. The buildings of ancient Naples have represented and will represent the great masters for our Master’s degree course.

Eduardo Souto de Moura con Gianfranco Frascino, Ferruccio Izzo e Nicola Di Basta durante una revisione Eduardo Souto de Moura with Gianfranco Frascino, Ferruccio Izzo and Nicola Di Basta during a cric


La città antica per la città contemporanea The Historic City for the Contemporary City Ferruccio Izzo

Il corso di Master, affrontando il tema dell’architettura contemporanea nella città storica, ha assunto come caso studio il Centro Antico della città di Napoli, ovvero quella parte urbana di fondazione greca e romana. Tale scelta non è stata dettata soltanto da opportunità connesse alla sede del corso ed all’essere il Centro Antico di Napoli nella lista del Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO, ma è motivata soprattutto dalla consapevolezza che questa parte urbana per la sua struttura fisica, oggetto di una millenaria stratificazione, ricca di condizioni e significati ancora attuali, e per le sue componenti culturali sociali ed economiche costituisce un palinsesto urbano di grandissima ricchezza e vitalità, nonostante il profondo degrado che la caratterizza. Essa conserva al suo interno una complessità ed una multiformità di condizioni e di idee di civitas e di polis tali da rappresentare una preziosa ed inesauribile fonte di esperienze, di conoscenze e di modalità di relazione tra architettura e città, valide per il presente ed il futuro della città europea. Un luogo dove è possibile cogliere con estrema chiarezza il rapporto tra architettura e città ed indagarlo. Orografia e morfologia urbana sono tali da non consentire l’intervento su un singolo elemento, che sia esso dell’edificato o dello spazio urbano, prescindendo dal suo più ampio contesto e dalle idee e condizioni che lo hanno generato. La forte densità di relazioni tra elementi temporali e spaziali, tra eventi umani e configurazioni urbane, restituisce un insieme dove è possibile riconoscere e sperimentare le relazioni tra architettura e vita, tra architettura e comunità con un’inusuale immediatezza ed autenticità, cogliendo il vero senso del costruire e le ragioni stesse d’essere di una città. Degrado, speculazione edilizia, indifferenza, incuria, illegalità, abbandono, inerzia, incapacità di pianificare e governare la città non sono ancora riusciti a distruggere la grande civiltà che si è sedimentata in questi luoghi dando loro forma, vita e nutrimento nel tempo. E per far sì che ciò non si verifichi è necessa60

rio che in questi luoghi si torni di nuovo a costruire cultura, che ci si riappropri di quelle idee, di quei valori, di quelle condizioni materiali ed immateriali che li hanno generati. Un patrimonio che va, quindi, tenuto vivo e reinterpretato con le esigenze, le aspirazioni, la sensibilità e la vita del presente, usando tecniche e materiali del nostro tempo per restituire il Centro Antico alla contemporaneità e così al suo ciclo di vita. Il che significa re-instituire quel processo che nel tempo ha permesso l’inserimento di nuovi materiali, usi, forme e rituali entre les choses, come usava dire Le Corbusier. Tutto ciò richiede oggi una profonda conoscenza, un’ampia consapevolezza ed un ritorno al costruire come atto di responsabilità etica, ma anche una capacità e una consuetudine a plasmare lo spazio e la materia, a generare valori tattili e sensoriali in grado di tenere vive o rimettere in opera quelle corrispondenze tra attività dell’uomo e forme urbane, tra percezione sensoriale ed intellettuale, che hanno contraddistinto e resa viva nel tempo la Città Antica. Un esercizio dell’architettura che riconosce l’importanza del passato per il fare contemporaneo e la necessità di appropriarsene per farne termine di paragone del proprio lavoro e materiale per la costruzione del progetto contemporaneo. Un costruire, quindi, su una esperienza generale, universale delle cose stesse che circondano l’uomo. Uno svilupparsi dell’architettura su stessa che è necessario al fine di evitare che l’invenzione diventi sterile, inconsistente, artificiale, e non più dell’uomo per l’uomo. Un modo per esorcizzare quella spettacolarizzazione e quella vacuità che spesso caratterizzano l’architettura contemporanea. Le architetture del Centro Antico di Napoli, nel loro relazionarsi ed essere parti integranti del complesso, compatto ed eterogeneo tessuto urbano a cui appartengono, parlano, innanzitutto, del loro essere interpreti di quel complesso di fattori che hanno costituito e costituiscono la struttura urbana di questi luoghi. Il rapporto di continuità che ancora

oggi possiamo osservare nel Centro Antico di Napoli mostra con chiarezza che la città è essa stessa architettura. I valori urbani divengono così elementi generatori e caratterizzanti per l’architettura contemporanea. E’ per queste ragioni e per la grande ricchezza di suggestioni e di condizioni presenti nel Centro Antico di Napoli che il Master ha scelto questa parte urbana come campo di studio e di verifica delle sue elaborazioni teoriche e progettuali. ____________________________________ The Master’s course addresses the theme of contemporary architecture in the historic centre. The historic centre of Naples, the urban part of Greek and Roman foundation, has been selected as the case study for the course. This choice was linked partly to the opportunities provided by the location of the course and the fact that the historic centre of Naples is a World Heritage Site. Above all, however, it was motivated by the awareness that this part of the city, due to its physical structure – the result of thousands of years of stratification full of conditions and meanings that are still relevant today – and due to its cultural, social and economic components, represents an urban palimpsest of enormous wealth and vitality despite the profound state of urban decay. It retains such complex and many-sided conditions and ideas of civitas and polis that it represents a precious and inexhaustible source of experiences, knowledge and relationships between architecture and the city which is valid both for the present and future of the European city. It is a place where the relationship between the architecture and the city emerges very clearly and can be investigated. The topography and urban morphology of the city make it impossible to intervene on a single element, whether a building or urban space, without taking into account the broader context and the ideas and conditions by which it was generated.


The density of relationships between temporal and spatial elements, between human events and urban configurations, provides an overall picture where it is possible to recognise and experiment with the relations between architecture and real life and between architecture and the community with an unusual immediacy and authenticity, grasping the true sense of construction and the raison d’être of a city. Decay, property speculation, indifference, neglect, illegality, abandonment, inertia, and the incapacity to plan and govern the city have not managed to destroy the immense civilisation that has left its traces in these places, giving them form, life and sustenance over time. To avoid this happening, it is necessary to return to constructing culture in these places, a culture that goes back to the ideas, values and material and immaterial conditions that generated them. This heritage should therefore be kept alive and reinterpreted by taking into account the needs, aspirations, sensitivity and the life of the present, using modern techniques and materials to restore contemporaneity to the historic centre, thus renewing its life cycle. This means recreating the process that over time made it possible to add new materials, uses, forms and rituals entre les choses, as Le Corbusier used to say. All this requires profound knowledge and awareness. It involves both a return to building as an act of ethical responsibility, but it also requires a capacity and habit of shaping space and matter, as well as creating tactile and sensorial values that can keep alive, or breathe new life into, the similarities between human activities and urban forms and between sensorial and intellectual perception, which have distinguished the historic centre over time and maintained its vitality. This is an exercise in architecture that recognises the importance of the past for contemporary action and the need to appropriate it to provide a reference for one’s own work and material for creating contemporary design. It therefore involves construction on the basis of the general, universal experience of the things that surround people. It is a development of architecture on itself which is necessary to prevent the invention from becoming sterile, insubstantial and artificial instead of being work by people for people. It is a way of exorcising the spectacularisation and vacuousness that so often typifies contemporary architecture. The works of architecture in the historic centre of Naples, the way they interrelate and form an integral part of the complex, compact and heterogeneous urban fabric to whi-

ch they belong, reveal themselves as expressions of this series of factors which have constituted and constitute the urban structure of these places. The continuity we can observe today in the historic centre of Naples clearly shows that the city is itself architecture. Urban values thus become generative and distinctive elements for contemporary architecture. It is for these reasons, together with its evocative power, that the historic centre of Naples has been chosen for the Master’s course as the field of study and test bed for the theoretical and design projects devised by the students.

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Foto di Giorgia Aquilar


Foto di Giorgia Aquilar


Tecnologia dell’architettura e progetto urbano Technology of Architecture and Urban Design Mario Losasso

In un suo scritto del 1977, dal titolo Architettura, ideologia, consumo, Agostino Renna faceva riferimento alla necessità di sostenere una ‘cultura architettonica progressiva’ all’interno delle condizioni poste da un’epoca in cui tutto è consumo e in cui l’architettura vive significative contraddizioni. Questa cultura dovrebbe scaturire dalla lotta per l’affermazione, nel progetto, della ‘ricerca dell’ovvio’, del trasmissibile e del riconoscibile, in contrapposizione all’esercizio per lo stupore, per il sorprendente, per il fantastico. «In una architettura intesa come costruzione» – sono ancora le parole di Renna – cioè interpretata come questione pratica e tecnica, «è necessario interrogarsi su quali debbano essere i caratteri propri e allo stesso tempo collettivi» dell’architettura, riuscendo a esprimere una conoscenza e una proposta dei modi di costruirsi della città senza trascurare la dimensione sociale. Un Master che lavora sul Centro Antico, cuore irrisolto della città di Napoli, trova il suo momento di riflessione privilegiata nella ricerca di soluzioni che, scaturendo dal rapporto analisi-progetto, siano capaci di radicare il discorso architettonico sul piano dei metodi, dei contenuti e delle competenze al fine di prefigurare ricadute concrete sul tessuto urbano, sociale e produttivo. La trasformazione della città esistente nella sua parte più rappresentativa esibisce un nodo cruciale della società nel suo insieme, in cui il valore progressivo l’architettura, alimentato da azioni intellettuali ma con fine sostanzialmente pratico, è chiamato a ricercare la qualità generalizzata di un ambiente di vita capace di soddisfare interamente tutte le reali esigenze che hanno determinato l’intervento architettonico.1 Per questo motivo si investe su un Master che si avvale di numerose competenze multidisciplinari e che ha uno dei suoi punti di riferimento scientifico nel Dipartimento di Progettazione Urbana e di Urbanistica, che mette in campo un condiviso obiettivo scientifico sul ‘progetto urbano’ inteso come attitudine a concepire e costruire il progetto nel rapporto con il conte64

sto, con la sua capacità di esserne innanzi tutto lettura interpretativa e azione trasformatrice a partire da tale lettura. Entro tale declinazione culturale e scientifica, le scelte progettuali si identificano come condizioni di necessità, tali da fare aderire il progetto a quel particolare contesto e a nessun altro, nel quale possono concorrere articolate azioni dal recupero alla sostituzione, dall’integrazione al completamento, in quanto decisive per l’innalzamento della qualità urbana nella sua complessità tipo-morfologica, funzionale e tecnologica. Il Centro Antico di Napoli fonda la sua riconoscibilità e la sua forza a partire dalla permanenza del tracciato, dalla riconoscibilità dei luoghi, dalla disposizione iso-orientata delle domus elementari, come ha dimostrato Gianfranco Caniggia nei suoi ultimi studi sviluppati intorno alla metà degli anni ’80, implicando la necessità di salvaguardare le tracce di un ‘contesto sensibile’ davvero unico. Nel caso di progetti complessi, che prefigurano processi e azioni di governo urbano, si richiedono pertanto scelte che, a partire dal riconoscimento dei processi di formazione e crescita del costruito, siano capaci di innescare una auspicabile rivitalizzazione dei luoghi. Nella triade ideazione-progettazionecostruzione diviene rilevante il rapporto fra gli ultimi due termini, in quanto costituisce il passaggio strategico verso la realizzabilità materiale del progetto, individuando una interessante area di intersezione fra il progetto e le tecniche, campi disciplinari da connettere costantemente al fine di non disgiungere saperi teorici e saperi pratici.2 Il presupposto che cultura del progetto e cultura della tecnica insieme collegate possano offrire un significativo contributo alla complessiva qualità progettuale diviene sempre più pressante per l’evidente ampliamento del panel dei requisiti di progetto, che incorpora nuove esigenze legate alle aspettative del vivere contemporaneo, agli sviluppi della ricerca architettonica, alla rispondenza alle innovazioni tecnologiche, all’adeguamento al quadro normativo, alle logiche di un efficace

management delle fasi del processo edilizio. Per questo motivo un principio guida nell’insegnamento delle discipline tecnologiche del Master si è fondato sull’acquisizione di un rapporto conoscitivo e critico delle tecniche costruttive oltre che degli aspetti prestazionali di materiali e prodotti per l’edilizia, assumendo come presupposto la posizione di E. N. Rogers sulle tecniche viste come mezzi e non fini per l’architettura, ma riconoscendo parallelamente che, nello scenario contemporaneo, l’innovazione tecnologica può costituire una importante risorsa intellettuale per il progetto architettonico. Una riflessione, condotta da Guido Nardi in uno dei suoi ultimi scritti, attiene anche al formalismo, traducibile nella acritica individuazione della forma come ‘fine’: analogamente alle tecniche, anche le forme costituiscono un ‘mezzo’ per raggiungere i fini – le intenzionalità, gli obiettivi – che si vogliono perseguire con la realizzazione di un’opera.3 Un progetto destinato ad essere attuabile e a pervenire alla sua concreta realizzazione deve sviluppare, attraverso un processo di sintesi, gli aspetti tipo-morfologici accanto a quelli della sua costruibilità e delle appropriate prestazioni tecnologiche e ambientali. Tale operazione non può essere ritenuta di tipo meccanicistico e automatico in quanto si colloca all’interno del rapporto fra teoria e prassi in architettura, richiamando il concetto di ‘regola’. A tal proposito, Francesco Milizia rammenta quanto, per esempio, la distribuzione e la concezione degli edifici non possa essere ‘regolata’ da precetti fissi e costanti: pertanto i maggiori architetti, «quando hanno voluto trattare della distribuzione hanno piuttosto esibito disegni e descrizioni dé loro edifici, ‘che regole da poter istruire’». In tal modo egli richiama la ‘centralità del progetto’ e della costruzione contrapponendola a un uso risolutivo di regole tecniche che rappresentano solo uno fra gli elementi utili a dare concretezza allo sviluppo progettuale. Nella fattibilità del progetto interviene la capacità di controllo di più variabili e più scale, attuando processi ricorsivi e non solo se-


quenziali, in cui in ciascuna delle rappresentazioni e descrizioni c’è un inevitabile rimando alla sua concezione essenziale. Se il dettaglio costruttivo, per esempio, rappresenta un elemento di controllo interno al progetto, è anche vero che con esso avviene la verifica simultanea dei contenuti del ‘carattere’ di un edificio, della sua coordinazione modulare oppure della modalità di connessione fra vari componenti o materiali. Il dettaglio è un elaborato risolutore delle discontinuità e delle relazioni fra le parti, dell’affidabilità delle prestazioni, della espressività. Ecco perché un Master con un alto profilo di formazione si sostanzia in azioni che richiedono una sintesi necessaria, che si misurano non solo sul piano delle idee ma anche su quello della concretezza e che raccolgono le sfide sulla centralità dell’architettura e sulla aspirazione a un suo valore costantemente innovativo, sulla coerente coesistenza fra valori simbolici e valori quotidiani, sul responsabile rapporto con l’ambiente e sull’uso razionale delle risorse, sulla capacità di fornire risposte a numerose esigenze come quelle di benessere e sicurezza. Riecheggiano così le parole di Adolf Loos, nella sua profonda critica agli architetti del ‘solo disegno’, distanti dal quel necessario senso di umanità che, secondo il maestro, si riesce a conquistare solo con l’azione pratica. Nel lavoro svolto con gli allievi del Master, l’appropriatezza delle scelte tecnologiche e dei processi di trasformazione ha così richiesto di relazionarsi alle scelte e alle regole che hanno sostenuto le idee di progetto attraverso la simulazione delle trasformazioni dei tessuti edificati, riconoscendo il ruolo delle ripetizioni e delle singolarità nel progetto urbano accanto alle sue ragioni complesse, tenendo presente che nei contesti storici la compatibilità dell’accostamento del nuovo a ciò che preesiste non va ricercata in qualcosa che richiede ad ogni costo di essere mitigato: il vecchio è testimonianza della sua vicenda e della città nelle sue sedimentazioni, ma il nuovo non rinuncia ad essere se stesso inserendosi coerentemente entro ciò che già esiste.

1 R. La Creta, Prefazione, in M. Losasso (a cura di), Progetto e innovazione, CLEAN, Napoli, 2005. 2 A. Scoccimarro, L’architettura tra insieme e dettaglio, in: E. Faroldi (a cura di), Città, architettura, tecnologia, Unicopli, Milano, 2000. 3 G. Nardi, Innovazione tecnologica e innovazione tipologica, in A. Lauria, M.C. Torricelli (a cura di), Innovazione tecnologica per l’architettura, ETS, Pisa, 2004.

In an article written in 1977, entitled Architettura, ideologia, consumo (Architecture, ideology and consumption), Agostino Renna referred to the need to support a ‘progressive architectural culture’ within the conditions imposed by a period in which everything is geared towards consumption and architecture is experiencing significant contradictions. This culture should derive from the struggle to assert, within the design, the ‘search for the obvious’, the transferable and the recognisable, as opposed to the desire to shock, surprise and arouse wonder. “In architecture defined as building,” writes Renna – in other words, as a practical and technical issue – “it is necessary to reflect on the characteristics that ought to be specific to [the discipline] itself and, at the same time, those that ought to be collective”. This would make it possible to express knowledge and proposals about the ways of constructing the city without neglecting the social aspects. The main moment of reflection in a Master’s course concerning the historic centre, the unresolved heart of the city of Naples, lies in the search for solutions which, based on the relationship between analysis and design, are capable of grounding the architectural issues at the level of methods, contents and skills in order to foreshadow the practical effects on the urban, social and productive fabric. The transformation of the most representative part of the existing city displays a crucial problem of society as a whole, in which the progressive value – architecture fomented by intellectual actions but with essentially practical aims – is required to search for the generalised quality of a living environment capable of meeting all the real needs that led to the architectural work.1 For this reason, much effort has been invested in a Master’s course which draws on many multidisciplinary skills and which has the Department of Urban Design and Town Planning as one of its scientific reference points. The department seeks to implement an agreed scientific objective about urban design, intended as an approach designed to devise and construct the design in relation to the context, with its capacity to be, above all, an interpretation and a transformative action based on such an interpretation. According to this cultural and scientific framework, the design choices can be identified as conditions of necessity, so that the design is tailored to a specific context and no others; a series of actions can contribute, ranging from restoration to substitution, from integration to completion, since they have a decisive role in raising the quality of urban life in its morphological, functional and technological complexity.

The recognisable features and the strength of the historic centre of Naples are based on the permanence of its layout, the recognisability of its sites and monuments, the isooriented arrangement of the domus elementari, as has been demonstrated by Gianfranco Caniggia in his last studies carried out in the mid 1980s, implying the need to safeguard the traces of a really unique ‘sensitive context’. In the case of complex projects that foreshadow processes and actions of urban administration, projects are required which, besides providing recognition for the training processes and the development of the built-up area, are capable of leading to the hoped-for revitalisation of these places. In the triad of invention-design-construction, the relationship between the latter two terms becomes important since it represents the strategic transition towards the actual possibility of building a design, identifying an interesting area of intersection between design and techniques, disciplinary fields that need to be constantly linked in order to avoid separating theoretical and practical knowledge.2 The assumption that the combination of the culture of design and the culture of technology can make a significant contribution to the overall quality of a design is becoming increasingly urgent. This is due to the clear extension of the range of design requisites which incorporates new needs linked to the expectations of contemporary life, the developments of architectural research, the correspondence to technological innovation, the adjustment to legal regulations and the logic of effective management of the phases of the building process. For this reason, a guiding principle for the teaching of technological disciplines in the Master’s course was based on the acquisition of a cognitive and critical relationship of construction techniques as well as the performance of building materials and products; the starting assumption was E. N. Rogers’ views on techniques which are regarded as means and not ends for architecture, while acknowledging that in the contemporary situation, technological innovation can represent an important intellectual resource for the architectural design. An observation made by Guido Nardi in one of his last writings also refers to formalism, which can be translated as the uncritical identification of form as an end in itself: in a similar way to techniques, forms also constitute a means to achieving the aims – intentions and objectives – that are sought in the physical completion of a work.3 A design that is intended to be feasible and capable of being carried out must develop, through a process of synthesis, the typomorphological aspects together with the as65


pects regarding the possibility of its being built and its appropriate technological and environmental performance. This operation should not be regarded as mechanistic or automatic since it is an integral part of the relationship between theory and practice in architecture, evoking the concept of regulation. On this subject, Francesco Milizia remarks how, for example, the distribution and conception of buildings cannot be regulated by fixed and constant precepts: therefore, leading architects, “when they wanted to discuss distribution, tended to display designs and descriptions of their buildings, rather than regulations that can be taught”. In this way, he is underlining the central role of the design and construction by juxtaposing it to a decisive use of technical rules which represent just one of the elements that are necessary for giving concreteness to the development of the design. The feasibility of a design involves the capacity to control several variables at different scales, implementing recursive processes rather than merely sequential ones, in which each of the representations and descriptions contains an inevitable reference to its essential concept. If, for example, the constructional detail represents a controlling element within the design, it is also true that this is accompanied by the simultaneous check of the contents of the character of a building, its modular coordination or the means of connection between the various components and materials. The detail is a decisive test of the discontinuity and relations between the parts, the reliability of the performance and the expressiveness. This is why a Master’s course with a high educational profile consists of actions which require a necessary synthesis. These actions can be measured not just at the level of ideas but also at the level of concreteness and respond to the challenges related to the central role of architecture and its aspiration to be constantly innovative, the coherent coexistence between symbolic values and everyday values, the responsible relationship with the environment and the rational use of resources, the capacity to provide solutions to numerous needs such as well-being and security. These echo the words of Adolf Loos, in his profound critique of architects who ‘just draw’, remote from that sense of humanity which, according to the great architect, can only be conquered with practical action. In the work carried out with the students on the Master’s course, the appropriateness of the technological choices and the processes of transformation have therefore led to awareness of the decisions and regulations behind the design ideas. This was done by 66

simulating the transformations of the constructed fabric of buildings, recognising the role of the repetitions and the distinctiveness in the urban design alongside its complex motives. It should be taken into account that in historic contexts the compatibility of the juxtaposition of new and pre-existing architecture should not be sought in something that needs to be mitigated at all costs: the old part is evidence of its history and the city in its various sedimentations, but the new part will not give up being itself, becoming coherently integrated within what already exists. 1 R. La Creta, Prefazione, in M. Losasso (a cura di), Progetto e innovazione, CLEAN, Napoli, 2005. 2 A. Scoccimarro, L’architettura tra insieme e dettaglio, in: E. Faroldi (a cura di), Città, architettura, tecnologia, Unicopli, Milano, 2000. 3 G. Nardi, Innovazione tecnologica e innovazione tipologica, in A. Lauria, M.C. Torricelli (a cura di), Innovazione tecnologica per l’architettura, ETS, Pisa, 2004.


Nicola Di Basta, Eduardo Souto de Moura e Mario Losasso durante una revisone Nicola Di Basta, Eduardo Souto de Moura and Mario Losasso during a cric


La dimensione conforme dell’intervento per il Centro Antico di Napoli The Suitable Scale for the Intervention in the Historic Centre of Naples Pasquale Miano

Come spesso accade nel Centro Antico di Napoli, la capacità attrattiva di un luogo è spesso legata all’eccezionalità di un brano architettonico in grado di caratterizzarlo. Tale è il caso di Largo Avellino, dove il palazzo Caracciolo si è insediato nella trama antica saldando due insulae e realizzando un continuum architettonico di trentacinque per trecentosessanta metri, una dimensione incredibile che di fatto rappresenta la distanza ‘tutta costruita’ tra Porta San Gennaro e via Tribunali, ovvero dalla murazione inferiore al decumano principale del Centro Antico. Il Largo Avellino è anche baricentrico tra le insulae irregolari che inglobano i teatri antichi e il grande complesso dei Gerolomini ed è compresso da un’edilizia confusa, ma molto stratificata, con vuoti di diverse dimensioni, ruderi, sedimi e resti archeologici. Si sono determinate quindi le condizioni per impostare una riflessione progettuale molto specifica, ma che può ritornare di qualche utilità anche in altri punti del Centro Antico di Napoli e forse, ancora più in generale, in un ragionamento sulle città antiche che non hanno esaurito il loro ciclo di vita. Un aspetto mi sembra infatti importante sottolineare nel caso di Largo Avellino: gli interventi progettuali ‘possibili’, consistenti in trasformazioni di dimensioni molto limitate, in luoghi critici e irrisolti, hanno senso solo se legano la scala architettonica alla scala urbana dell’intervento attraverso il tessuto connettivo denso e compatto che circonda il Largo. Questo legame può essere rafforzato, se si lavora a una rilettura critica dell’esistente, in grado di rompere ogni ‘isolamento’ culturale e disciplinare, cogliendo compiutamente le specificità e le potenzialità di un brano urbano, dove permanenze e possibili trasformazioni si intrecciano fortemente e dove ogni vuoto ha una natura differente e un rapporto con i pieni tutto da interpretare. La dimensione conforme dell’intervento non è pertanto quella dell’edificio, dell’isolato, dell’intorno del monumento, ma è definita da una rete di rapporti morfologici e architettonici in grado di mettere in connes68

sione elementi e punti diversi anche non contigui e disposti a distanze significative. Questi punti possono acquistare un senso nella ‘sequenza’, nel percorso d’avvicinamento da Porta San Gennaro ai luoghi centrali della città antica, rispondendo a istanze di natura diversa e innestando altre relazioni ‘urbano-architettoniche’, che coinvolgono di volta in volta elementi della città archeologica e complessi conventuali, anche attraverso la riscoperta di preesistenti passaggi trasversali. La configurazione architettonica e spaziale di questi punti può quindi legarsi al loro ruolo di elementi di connessione e di relazione, più che a una tipologia e a una funzione rigidamente definite e da introdurre a ogni costo. Ognuno di essi rappresenta una potenzialità da valutare adeguatamente nell’ambito di una strategia unitaria di riqualificazione della città antica e di introduzione di nuove funzioni diffuse congruenti con l’idea del Centro Antico di Napoli come grande cittadella degli studi, delineata da Renato De Fusco. L’esempio più significativo è forse costituito da Piazzetta Giganti, disposta in proseguimento del grande vuoto interno all’isolato di Largo Avellino, che può anche accogliere l’ingresso ai teatri, raggiungibili attraversando spazi ipogei di eccezionale fascino, che si configurano come spaccati urbani nei quali l’antico e il contemporaneo risultano compresenti. L’architettura delle connessioni si innesta quindi negli strati sovrapposti della città antica, studia attentamente le permanenze e le tracce, riscopre ‘il sotto e il sopra’ degli edifici, la quota archeologica e la terrazza, riabilita percorsi abbandonati, definisce nuovi accessi, riscopre antichi passaggi, definisce pertinenze delle grandi architetture della storia, liberandole, ma denunciando con chiarezza la propria specificità. Gli spazi che si determinano sfuggono alle tradizionali classificazioni: intermedi tra interni ed esterni, coperti e pericolosamente aperti, ‘improvvisi’ e inusitati, forse, ma con molti dubbi, primi avamposti di una ‘contemporaneità’ nella città antica, tutta da accettare e da verificare.

Contemporaneità che si riflette anche nei caratteri delle nuove architetture, che non propongono una marcata accentuazione della componente ideologica, il nuovo contrapposto all’antico, ma piuttosto penetrano nelle maglie di un sistema architettonico consolidato, registrando di volta in volta distanze e differenze oramai accertate. ____________________________________ As often happens in the historic centre of Naples, the attractiveness of a place is often linked to the exceptional nature of a distinctive piece of architecture. This is the case of largo Avellino, where palazzo Caracciolo was built on the ancient urban layout, joining two insulae (blocks) and creating an architectural continuum of 35 x 360 metres, impressive dimensions which represent the ‘completely built-up area’ between Porta San Gennaro and via Tribunali, in other words from the lower walls to the main decumanus of the ancient city. Largo Avellino is also the centre of gravity between the irregular insulae which incorporate the ancient theatres and the large complex of Gerolomini and is hemmed in by confused but extremely stratified architecture with empty spaces of varying sizes, dilapidated buildings, plots of land and archaeological ruins. The time is therefore ripe for reflecting very carefully on design which may also prove useful for other parts of the historic centre of Naples and, more generally, for discussing the situation in other ancient cities that have not exhausted their life cycle. One aspect seems important to underline in the case of Largo Avellino: the so-called ‘possible’ designs, which consist of extremely restricted transformations in critical or unresolved places, only make sense if they link the architectural scale to the urban scale of the intervention through the dense and compact connective fabric that surrounds Largo Avellino. This link could be reinforced, if a serious attempt is made to reflect on the exist-


ing conditions in order to break down every cultural and disciplinary ‘isolation’, grasp the specific nature and potential of an urban fragment, where permanence and possible transformations are intertwined and where every empty space has a different nature and a relationship with the solids which require interpretation. The intervention area is therefore not that of the building, the block or the immediate surroundings of the monument, but is defined by a network of morphological and architectural relationships capable of linking different elements and points which may not be contiguous and arranged at a significant distance from one another. These points may acquire a sort of ‘sequence’ in a route that goes from Porta San Gennaro to the central parts of the ancient city. They respond to different needs and trigger other ‘urban-architectural’ relations which, on each occasion, involve elements of the archaeological city and monastic complexes, partly through the rediscovery of pre-existing transversal passageways. The architectural and spatial configuration of these points can therefore be linked to their role as connecting and binding elements, rather than a typology or a function, which are rigidly defined and need to be introduced at all costs. Each one represents potential that must be assessed adequately within the context of a common strategy for upgrading the old part of the city and the introduction of new wide-ranging functions which are consistent with the idea of the historic centre as a large citadel of studies, as outlined by Renato De Fusco. Arguably, the most significant example is Piazzetta Giganti, arranged as a continuation of the large empty space of the block of largo Avellino; it can also include the entrance to the theatres, to which access is provided through fascinating hypogea, creating urban cross-sections where ancient and contemporary structures are simultaneously present. The architecture of connections is therefore based on the overlying layers of the ancient city: this architecture carefully studies permanent features and traces, rediscovers the ‘above and below’ of buildings, the archaeological level and the terrace, rehabilitates abandoned paths, defines new access points, rediscovers ancient passageways, defines the persistence of large historic works of architecture, freeing them but clearly revealing their own specificity. The spaces that are thus created escape traditional classification: halfway between interior and exterior, roofed and dangerously open, ‘sudden’ and unusual, perhaps, but with many doubts, the first outposts of ‘contemporaneity’ in the ancient city which nee-

ds to be accepted and verified. Contemporaneity is reflected in the characteristics of new works of architecture which do not propose a marked accentuation of an ideological approach, the ‘new’ juxtaposed with the ‘old’, but penetrate the mesh of the consolidated architectural system, each time recording distances and differences that have now been confirmed.

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Restauro, progetto, valorizzazione. Sperimentazioni nel centro storico di Napoli Restoration, Design and Enhancement. Experimental Projects in the Historic Centre of Naples Renata Picone

Esaminare gli approcci e i metodi possibili, ma anche i limiti, di un’architettura contemporanea inserita tra preesistenze stratificate e di straordinario valore storico-artistico come quelle che costituisco il centro storico di Napoli, prevedendone al contempo il restauro e la conservazione, costituisce uno degli obiettivi fondanti del Master in Progettazione di eccellenza per la città storica, giunto quest’anno alla sua seconda edizione. L’esperienza condotta in quest’anno accademico (2009-10), ma anche in quello precedente, in cui ho affrontato alcune delle difficili questioni legate a tali temi dal cotè dell’architetto restauratore, mediante, lezioni, seminari e soprattutto workshop e dibattiti in aula su casi concreti, ha stimolato significative riflessioni sul dibattito contemporaneo sul fare architettura in contesti stratificati come quelli europei. Un dibattito ricco di feconde implicazioni sul fronte del dialogo tra tecnici che da vari punti di vista (economico-gestionale, strutturale, impiantistico, storico-artistico, archeologico, ecc.) si occupano dell’intervento ‘tra’ e ‘su’ le architetture del passato. La sensibilità dei giovani architetti a recepire la complessità dei messaggi formativi contenuti nei temi affrontati ha contribuito a creare un clima di vera collaborazione, senza steccati disciplinari o preconcette posizioni di chiusura, che per decenni hanno relegato il rapporto tra progettisti e restauratori in uno sterile ‘discorso tra sordi’. Dall’esperienza condotta è emerso quanto l’attenzione dedicata da architetti e storici dell’architettura ai temi della progettazione di elementi nuovi su edifici esistenti è andata amplificandosi negli ultimi decenni. La volontà di conservare il patrimonio costruito massimizzandone la permanenza e, contemporaneamente, di riaffermare il valore autenticamente creativo, autonomo e testimoniale del ‘progetto del nuovo’, si interpola con il destino delle testimonianze del passato. Già De Fusco1 segnalava che: «da qualche tempo, dei centri storici non si occupano soltanto più gli storici, i restauratori, i cultori dell’ambiente antico, ma anche 70

i maggiori esponenti della cultura architettonica contemporanea». E Bernardo Secchi notava che: «lo spazio entro il quale vivremo nei prossimi decenni è in gran parte già costruito, allora l’esigenza di costruire nel costruito ha prodotto la formazione di una vera a propria tendenza architettonica, anzi di una supertendenza, visto che le spinte riguardano, sia pure con diversi modi e accenti, tutte le correnti dell’architettura odierna»2. La ‘ricezione del passato’. nel suo significato di lettura, interpretazione e trasmissione al futuro del patrimonio architettonico di ciascun Paese3 porta il progettista a confrontarsi con temi e problematiche complesse che talvolta coesistono in maniera dialettica4. La circostanza che l’architetto chiamato a redigere progetti sul patrimonio esistente sia spesso, soprattutto in ambiti non italiani, estraneo alla formazione disciplinare della conservazione e più in generale del restauro non può implicare che le tematiche e gli esiti di tali interventi non siano da ritenersi inerenti la disciplina del restauro, costituendo viceversa questioni che sono state storicamente oggetto di studio e riflessione da parte dei protagonisti del restauro stesso. Nell’alveo di quest’ultimo, a partire dalle fase della ricostruzione post-bellica il tema della possibilità di un’addizione contemporanea e dunque peraltro distinguibile e non mimetica rispetto all’opera del passato è sembrata da subito cruciale e ampiamente condivisa, soprattutto da parte di quegli orientamenti disciplinari che vedono l’atto restaurativo intriso di responsabilità creative. Per questi ultimi il limite tra l’intervento tecnico di conservazione e quello creativo è talmente labile da risultare inesistente5: sarebbe impossibile sostenere, ad esempio, in tale ottica, che un consolidamento strutturale di un edificio storico o la pulitura di un prospetto siano operazioni creativamente neutre. Tali argomentazioni, sostenute da Roberto Pane già un cinquantennio fa, fanno della Scuola napoletana di Architettura, fortemente conno-

tata dal suo lascito intellettuale, un luogo storicamente privilegiato per un dibattito su questi temi. Sin dagli esordi nel 1928 della Scuola Superiore di Architettura partenopea, poi divenuta Facoltà, la stretta appartenenza del ‘Restauro dei monumenti’ alla sfera dell’operatività e del progetto è stata netta e chiara. Anche prima del 1950, anno in cui l’insegnamento del Restauro fu assegnato a Roberto Pane, la disciplina fu affidata ai vari soprintendenti all’arte medievale e moderna di Napoli. La fortunata congiuntura della presenza di Gino Chierici6 in città (dal 1924 al 1935) in tale ruolo influenzò sin dall’inizio l’orientamento progettuale della disciplina: qualificato e consapevole operatore piuttosto che teorico, Chierici ha contribuito a tenere saldamente ancorato il Restauro al suo cotè operativo, facendolo a pieno titolo rientrare tra le discipline del progetto. Anche dopo di lui il soprintendente Bruno Molajoli, docente della disciplina tra il 1944 e il 1950 presso l’Ateneo napoletano, dimostrerà una ampia apertura verso il progetto del nuovo nei contesti storicizzati, come testimonia la sua presa di posizione a favore della ricostruzione in forme moderne della cattedrale di Benevento danneggiata dalla seconda guerra7. Dal ’50 in poi Roberto Pane, riferimento imprescindibile della Scuola partenopea del Restauro, fu tra i più attivi sostenitori della liceità di convivenza tra preesistenze storiche e linguaggio contemporaneo nell’alveo di quel fecondo dibattito che attraverso convegni come quello di Venezia del 1965 Gli architetti moderni e l’incontro tra Antico e Nuovo ha delineato i punti salienti di questioni architettoniche su cui ancora oggi ci troviamo a riflettere. Coerentemente con questa tradizione disciplinare della nostra Facoltà ho accolto con entusiasmo l’impegno e la sfida a insegnare nel Master, partecipando sin dalla sua fondazione alle scelte condotte, e deducendone, a due anni dall’avvio dell’esperienza, la piacevole conferma che ritrovandosi a dibattere senza preconcetti su casi concreti sono molte le convergenze e le opinioni condivise che si possono creare con colleghi di altre discipline e che su questa strada si potrà con-


tinuare a costruire un’interessante opportunità di ricerca, didattica e sperimentazione. Da quest’esperienza è emerso, ad esempio, quanto il dialogo che l’architettura contemporanea tesse con l’antico non può giustificarsi col solo valore autoreferenziale del risultato finale, ma deve comunque tener conto delle alte specificità della preesistenza. Ciò implica che un qualsiasi intervento contemporaneo su o tra le architetture del passato non può derogare da alcuni assunti fondamentali che appartengono, ormai da decenni, alla disciplina del restauro, quali: la tensione a massimizzare la permanenza evitando inutili sottrazioni di materia storica, l’attenzione per l’intero arco evolutivo dell’edificio, per i segni del deterioramento e delle patine, il rispetto del rivestimento e degli intonaci antichi, seguendo quei concetti di ‘minimo intervento’, di compatibilità e reversibilità che connotano i migliori casi di incontro tra ‘antico e nuovo’. 1

R. De Fusco, Architettura Italo-europea. Cultura del recupero e cultura dell’innovazione, Franco Angeli, 2005 2 B. Secchi, Le condizioni sono cambiate, in «Casabella» 498-499, 1984. 3 C. Varagnoli, Edifici da edifici: la ricezione del passato nell’architettura italiana. 1990-2000, in «L’indistria delle costruzioni» n. 368, 2002 4 Cfr. S. Di Resta, Il linguaggio dell’architettura contemporanea per il restauro, tesi di Dottorato di ricerca in Conservazione dei beni architettonici, Università di Napoli Federico II, XXII ciclo. 5 C. Varagnoli, op. cit. 6 R. Picone, Restauri a Napoli tra le due guerre. L’opera di Gino Chierici (1924 – 1935), in S. Casiello, La cultura del Restauro. Teorie e fondatori, Marsilio, Venezia 1996-2000. 7 B. Molajoli – P. Gardner, Monumenti d’arte campani danneggiati dalla guerra, Napoli 1944

____________________________________ Examining the approaches and possible methods, as well as the limitations, of contemporary architecture within a stratified and extraordinary historical and artistic heritage, such as that of the historic centre of Naples – providing simultaneously for its restoration and preservation – is one of the founding objectives of this Master’s course. This is the second Master’s course on Progettazione di eccellenza per la città storica (High quality design in the historic centre). During the course in the academic year 2009-10, but also during the previous one, I dealt with some of the difficult issues linked to these themes from the point of view of the architect-restorer, through lessons, seminars, and especially workshops and debates about practical examples in the classroom. This experience led to significant reflections on the contemporary debate of architectural practice in stratified contexts, such as the

ones that can be found in Europe. The debate has many interesting implications for the dialogue between experts who, from various perspectives (economic-management, structural, town planning, art-historical, archaeological etc.), deal with intervention ‘between’ and ‘on’ works of architecture of the past. The sensitivity displayed by the young architects in trying to grasp the complexity of the educational messages contained in the themes dealt with in the course contributed to creating an atmosphere of real collaboration. The atmosphere was not marked by the disciplinary barriers or preconceived narrow-minded attitudes which, for many decades, have turned the relationship between designers and restorers into a sterile ‘dialogue of the deaf’. The course revealed the extent to which the attention devoted by architects and historians of architecture to the design of new features for existing buildings has progressed in the last few decades. The desire to preserve the architectural heritage by maximising its permanence and, simultaneously, by reasserting the authentically creative, autonomous and testimonial value of the ‘design of the new’, merges with the destiny of the evidence of the past. De Fusco1 has already underlined the fact that: “for some time now, historic centres have not just attracted the interest of historians, restorers and enthusiasts of ancient environments, but also the leading figures of contemporary architecture”. Bernardo Secchi noted that: “the space that we shall inhabit over the next few decades is already largely constructed on, so the need to build in built-up areas has led to a new architectural trend, or arguably even a ‘super-trend’, given that the influences concern, albeit in different ways and shades, all the currents of contemporary architecture”2. The ‘reception of the past’, in other words its reading, interpretation and transmission to the future of the architectural heritage of each country3, leads the designer to address themes and complex problems that sometimes coexist in a dialectical relationship4. The fact that the architect who is asked to draw up projects on existing heritage, especially in non-Italian contexts, often has no training in conservation and, more generally, restoration, does not imply that the themes and results of such intervention are irrelevant to the discipline of restoration; vice versa, this raises issues that have, historically, been the subject of study and reflection by leading figures in the field of restoration work. Within this field, beginning from the

phase of post-war reconstruction, the theme of the possibility of making a contemporary addition which is therefore distinguishable and not merely a copy of the work of the past immediately seemed to be a crucial and widely-shared one, especially from the perspective of disciplinary positions which regard restoration as an intrinsic part of creative responsibility. For the latter, the distinction between technical conservation and creative work is so ephemeral that it is practically inexistent5: for example, it would be impossible, from this perspective, to argue that the structural consolidation of a historic building or the cleaning of a façade are creatively neutral operations. This reasoning, which had already been put forward by Roberto Pane fifty years ago, make the Naples School of Architecture, with its prestigious intellectual legacy, a historically privileged place for discussing these themes. Since the foundation of the Naples School of Architecture (later to become a faculty) in 1928, the close relationship between ‘monument restoration’ and the sphere of construction and design has been very clear and well-defined. Even before 1950, the year when Roberto Pane was appointed to teach restoration, the discipline had been entrusted to various heads of the Commissions for mediaeval and modern art and architecture in Naples. The fortunate presence of Gino Chierici6 in Naples (from 1924 to 1935) in this role influenced the discipline right from the outset: a skilled and knowledgeable practitioner rather than a theoretician, Chierici contributed to keeping restoration firmly rooted to its practical side, allowing it to become a full part of the disciplines of design. After him, Bruno Molajoli, the head of the arts commission who taught the discipline at the university in Naples between 1944 and 1950, would also display a more open-minded approach to the design of new architecture in historicised contexts, as can be seen in his approval of the reconstruction, using modern forms, of Benevento cathedral which had been damaged during the second world war7. From 1950 onwards, Roberto Pane, the key figure in the Naples School of Restoration, was one of the most active supporters of the possible coexistence of historic buildings and contemporary architecture, following in the footsteps of the fruitful debate that characterised conferences such as the one held in Venice in 1965 Gli architetti moderni e l’incontro tra Antico e Nuovo (Modern architects and the encounter between Old and the New) which outlined the main points of architectural issues that are still highly topical today. In line with the disciplinary tradition of our faculty, I enthusiastically accepted the challenge of teaching the Master’s course, participating in the decisions from its outset. 71


Today, after two years’ experience of the course, I can happily confirm that the chance to discuss real situations without preconceptions has revealed that there are many similar interests and shared opinions which can be created with colleagues from other disciplines. This is the path that should be followed in order to create an interesting opportunity for research, teaching and experimentation. For example, the experience of the course has shown the extent to which the dialogue between contemporary and ancient architecture cannot be justified merely with the self-referential significance of the final result, but should take account of the highly specific nature of pre-existing buildings. This means that any kind of contemporary intervention on and between past works of architecture cannot avoid several basic assumptions that have been an integral part of the discipline of restoration for the last few decades. These include the following: the effort to maximise permanence, avoiding needless removal of historic material, focusing on the entire evolutional span of the building, signs of deterioration and the patina of time, the respect for the facing and old plastering of a building, following the concepts of ‘minimal intervention’, compatibility and reversibility that distinguish the best examples of a successful fusion of ‘old and new’. 1

R. De Fusco, Architettura Italo-europea. Cultura del recupero e cultura dell’innovazione, Franco Angeli, 2005 2 B. Secchi, Le condizioni sono cambiate, in «Casabella» 498-499, 1984. 3 C. Varagnoli, Edifici da edifici: la ricezione del passato nell’architettura italiana. 1990-2000, in «L’indistria delle costruzioni» n. 368, 2002 4 Cfr. S. Di Resta, Il linguaggio dell’architettura contemporanea per il restauro, tesi di Dottorato di ricerca in Conservazione dei beni architettonici, Università di Napoli Federico II, XXII ciclo. 5 C. Varagnoli, op. cit. 6 R. Picone, Restauri a Napoli tra le due guerre. L’opera di Gino Chierici (1924 – 1935), in S. Casiello, La cultura del Restauro. Teorie e fondatori, Marsilio, Venezia 1996-2000. 7 B. Molajoli – P. Gardner, Monumenti d’arte campani danneggiati dalla guerra, Napoli 1944

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Benedeo Gravagnuolo, Ferruccio Izzo, Pasquale Miano e David ChipperďŹ eld durante una revisone Benedeo Gravagnuolo, Ferruccio Izzo, Pasquale Miano and David ChipperďŹ eld during a cric


Progetti per una visione d’insieme Designs for an Overall Vision Michelangelo Russo

Il lavoro nel laboratorio, il confronto nei gruppi di progetto fra ipotesi e temi, ha consentito – dal punto di vista del progetto urbanistico – di mettere alla prova un’idea di città storica e una metodologia per il suo trattamento. Al di là della forma dei progetti, del linguaggio su cui si sono misurati, della loro fattibilità, è stato interessante sperimentare un modo di prefigurare innovazione lavorando sui limiti del Piano Urbanistico vigente e delle strategie istituzionali attualmente in corso. Il piano, le politiche urbane per il Centro Antico di Napoli, rappresentano un contesto in cui muoversi criticamente, alla ricerca di ipotesi e strategie in grado di coniugare le regole urbane con la creatività dei progetti: ritengo che gli esiti progettuali consentano di affermare che esistono vie alternative, che aprono la strada a una riflessione innovativa sul progetto urbanistico della città storica, del suo ruolo nel territorio di cui è parte. Infatti, il Grande Programma per il Centro Storico di Napoli, che attualmente è l’ipotesi di lavoro più recente per la rigenerazione del tessuto urbano dell’antica Neapolis, mostra i limiti di una manovra urbanistica, di un piano che – pur essendo uno degli strumenti di pianificazione più dettagliati ed accorti mai elaborati per Napoli – non è riuscito a diventare un efficace motore per il rilancio di quest’area. La definizione di una griglia serrata e spesso ridondante di regole (costituite da una ampia classificazione tipologica edificio per edificio, a cui sono collegate le tipologie di intervento ammissibili) garantisce la tutela estensiva del patrimonio urbano. La normativa è integrata dalla individuazione degli ambiti di trasformazione intensiva da sottoporre a pianificazione esecutiva: questo programma a doppia velocità, tuttavia, ha mostrato di non essere capace di attivare un processo realmente strategico di rivitalizzazione urbanistica. Ciò è avvenuto probabilmente perché il piano non è stato in grado di delineare un’idea di città storica integrata nella città metropolitana, nelle sue diverse e plurime componenti; né di offrire orienta74

menti morfologici innovativi per la trasformazione degli ambiti strategici, delle aree più marginali, degradate, malleabili. Una impostazione che, pur garantendo le tutele, tuttavia è incapace di sollecitare innovazione, e sembra essere più legata alla forma del processo che a quella delle trasformazioni strutturali della forma urbis per una visione in grado di inquadrare – e innovare – il ruolo del Centro Storico nel territorio in cui è inserito. Questa debolezza si coglie nel documento strategico di recente elaborato dal Comune di Napoli per candidarsi alla spesa dei fondi europei (Più Europa): più che di una strategia, infatti, si tratta di un programma dal carattere meramente additivo, che comprende un elenco di interventi puntuali che non appaiono inquadrati dentro una visione strategica. Così ad esempio, il tema dell’accessibilità, come infrastruttura vitale per abitare la città antica, rappresenta uno dei punti più fertili ed evolutivi di un possibile progetto per il centro antico, soprattutto se collegato alla nuova rete dei trasporti su ferro, alla logica degli accessi pedonali alla città storica, all’uso del suo spazio aperto, alla necessaria razionalizzazione delle aree e degli spazi per la sosta veicolare. Eppure questo tema diviene marginale nel programma, viene trattato settorialmente, non si collega con forza alla nuova rete del Metro, non incide nel progetto delle aree strategiche (piazza Cavour, S. Aniello a Caponapoli, piazza della Borsa, via Duomo, ecc.), non si collega alla realizzazione delle nuove stazioni, rimanendo così un aspetto accessorio e marginale a un progetto che di ‘grande’ dovrebbe avere soprattutto la capacità e la competenza di costruire un ‘quadro d’insieme’ entro cui collocare la città storica. Il metodo sperimentato nel workshop ha proceduto per sperimentazioni, affondi e tentativi di capovolgere questa impostazione, dal punto di vista del metodo. La costruzione di visioni, ottenute attraverso un lavoro progettuale profondo e meticoloso, alimentato dall’intreccio di contributi in-

tersettoriali, ha consentito di sperimentare tipologie d’intervento specifiche e mirate e di individuare alcune tematiche che rappresentano i caratteri strutturali di una possibile visione d’insieme. Il rischio di un approccio frammentario si è risolto in un lavoro interscalare dove l’attenzione all’isolato, al singolo spazio, al manufatto, è stata continuamente messa in tensione con una visione d’insieme, potenziale e fattibile. I tre casi prescelti individuano una casistica specifica che assume rilevanza in una auspicabile ‘definizione normativa’ delle forme del progetto urbano; innanzitutto il ‘luogo eccezionale’ per scala, forma, dimensione e valore patrimoniale: l’area dei Policlinici. L’isolato, nella condizione di particolare complessità dovuta all’adiacenza con la grande insula monastica di San Gregorio Armeno: il tema di vico Maffei. Le parti del tessuto urbano più ‘ordinario’, che richiedono modificazioni dello spazio pubblico più minuto, dentro l’architettura dei singoli manufatti: il tema di vico Giganti e largo Avellino. Tre scale diverse d’intervento; tre temi differenti, con ruoli diversi nel tessuto urbano e nel sistema della città storica. L’approfondimento di questioni diverse, seppure coerenti con il quadro dei problemi a cui un progetto per la città storica deve dare risposta, consente la definizione dei materiali per un progetto urbanistico in cui l’interscalarità e l’intersettorialità delle risposte possono rappresentare una efficace chiave interpretativa. I progetti divengono allora – come è possibile osservare nel lavoro finale presentato – sperimentazioni su questioni che hanno la valenza di indicazioni normative: uso del grande spazio, presenza di attrezzature di ordine superiore, perequazione e compensazione tra beni e interessi particolari e collettivi, addizioni, anastilosi e sottrazioni urbane, uso del suolo e dello spazio pubblico aperto ovvero delle coperture, sostituzione edilizia e relazioni antico-nuovo nel progetto di ricostruzione, forma e grana dello spazio pedonale, ecc. Questi temi sono possibili risposte a que-


stioni che le diverse parti della città storica sollecitano e reclamano e che un modello di gestione urbanistica deve poter orientare; la capacità di dare nuova forma a parti consolidate della città storica è esito di un lavorio complesso, di lunga durata, frutto di interazione sociale e di sperimentazione tecnica che nel laboratorio sperimentale trova il suo luogo deputato. Le risposte che ne derivano, spesso eterogenee e non univoche, devono essere considerate come passaggi obbligati che un processo decisionale e amministrativo deve prendere in considerazione. Risposte su cui si ha il dovere di sperimentare e innovare, oltre gli schemi di un conservatorismo senza sviluppo, per essere in grado di esprimere una posizione netta e specifica sul futuro di questa parte di città. L’immagine, la ‘visione’ del futuro – per come può essere rappresentata dallo spazio che i progetti elaborano e descrivono con accuratezza – non è un dato secondario; è la gamma delle occasioni potenziali che bisogna saper sfruttare, ma che, soprattutto, non ci si può più consentire di perdere. È indispensabile ribadire infine che immagine e progetto sono il potente dispositivo comunicativo per sollecitare l’interazione tra i soggetti della trasformazione, al fine di sostenere un ‘patto’ tra il governo della città e gli attori della rigenerazione che riesca a collocarsi entro bilanci economici in grado di moltiplicare nel tempo le occasioni d’investimento evitando il rischio di ridurle a meri episodi di intervento pubblico distribuiti a pioggia in assenza di una coerente e condivisa visione di futuro. ____________________________________ From the urban design point of view, the work carried out in the workshop – the discussion in the design groups between hypotheses and themes – has made it possible to test out an idea of the historic city and a methodology for managing it. Besides the form of the designs, the language used to assess them and their feasibility, it has been interesting to experiment with a way of prefiguring innovation by working on the limitations of the existing town planning regulations and the institutional strategies currently being employed. The plan and the urban policies for the historic centre of Naples represent a context in which it is necessary to proceed critically in the search for hypotheses and strategies capable of combining town planning regulations with the creativity of the designs: I believe that the design results show that alternative approaches do exist, paving the way for an innovative reflection on urban de-

sign in historic centres, and their role in the area of which they are a part. Indeed, the ‘Grande Programma per il Centro Storico di Napoli’ (Overall Programme for the Historic Centre of Naples) is currently the most recent working hypothesis for the renewal of the urban fabric of the ancient city of Neapolis. It displays the limitations of a town planning manoeuvre; it is a plan which – despite being one of the most detailed and prudent planning instruments ever devised for the city – has been unable to become an effective force for the revival of the area. The definition of a complex and frequently redundant framework of rules (consisting of a broad typological classification for each building, to which the types of legally permitted intervention are linked) ensures the extensive protection of the urban heritage. The regulations are supplemented by the identification of the spheres of intensive transformation which need to be examined for the executive plan: however, this two-speed programme has been shown to be incapable of creating a truly strategic process of urban renewal. This has probably happened because the plan has been unable to outline an idea of the historic city as integrated within the metropolitan city in its different and multiple components; furthermore, the plan has not managed to provide innovative morphological approaches for the transformation of strategic sectors, or the most marginal, rundown and malleable areas. Although it guarantees protection, this approach is incapable of encouraging innovation, and seems more closely linked to the form of the process than to the form of the structural transformations of the forma urbis that could provide a vision capable of defining – and renewing – the role of the historic centre in the area to which it belongs. This weakness can be seen in the strategic document recently drafted by Naples city council in its application to spend European funds (Più Europa): rather than being a strategy, it appears to be a programme of a purely additive nature, comprising a list of detailed forms of intervention which do not seem to be set within a strategic view. For example, the theme of accessibility, as a vital infrastructure for inhabiting the old city, represents one of the most fertile and fastdeveloping points of a possible design for the historic centre, especially if it is linked to the new network of rail transport, the pedestrian access points for the historic centre, the use of its outdoor space, the necessary rationalisation of areas and spaces for parking. However, this theme becomes marginal in the programme and is treated sectorially; it is not firmly linked to the new underground

network, it does not form part of the design of strategic areas (piazza Cavour, S. Aniello a Caponapoli, piazza della Borsa, via Duomo, etc.), it is not linked to the creation of the new underground stations, thus remaining an aspect of secondary and marginal importance for a design whose strengths should lie mainly in the capacity to construct an ‘overall framework’ within which to place the historic part of the city. The method tried out in the workshop involved experimentation, investigation and attempts to overturn this approach from the methodological perspective. The construction of visions, by means of thorough and meticulous design work supported by inter-sectorial contributions, made it possible to test specific and carefully targeted forms of intervention and to identify several themes that represent the structural characteristics of a possible overall vision. The risk of a fragmented approach was resolved by interscalar work where attention to the single block or space, to the individual structure, was continuously linked to a potential and feasible overall vision. The three selected cases have a case history that takes on importance in a desirable ‘regulatory definition’ of the forms of urban design; firstly, there is the area of the general hospitals, an ‘exceptional place’ in terms of scale, form, dimension and heritage. Then there is the block of buildings, which is particularly complex due to the proximity of the large monastic complex of San Gregorio Armeno: this is the theme of vico Maffei. Lastly, there are the parts of the most ‘ordinary’ urban fabric, which require modifications of the most minute public space within the architecture of individual buildings: the theme of vico Giganti and largo Avellino. There are three different scales of intervention; three different themes, with different roles in the urban fabric and in the system of the historic city. The investigation of different issues, while consistent with the framework of the problems to which a design for the historic centre must provide an answer, allows the definition of the materials for an urban design in which the interscalar and intersectorial nature of the solutions may represent an effective interpretative approach. As can be seen in the final work that was presented, the designs then become experimental solutions to issues that have the value of regulatory guidelines: the use of large space, the presence of high quality facilities, the equalisation and compensation between specific and collective property and interests, additions, anastylosis and urban removal, the use of land and indoor and outdoor pub75


lic space, architectural replacement and relations between ancient and modern in the reconstruction design, the form and quality of pedestrian space, etc. These themes are possible solutions to issues raised by various parts of the historic centre and to which a model of town planning management should respond; the capacity to provide new forms to the consolidated parts of the historic centre is the result of complex long-term activity based on social interaction and technical experimentation which can best be done in an experimental workshop. The solutions that emerge, which are often heterogeneous and not unequivocal, must be considered as necessary transitions that need to be taken into account by a decisionmaking and administrative process. It is necessary to test and innovate on the basis of these solutions, breaking the mould of a conservatism that fails to embrace development, in order to be able to express a clear and specific position about the future of this part of the city. The image, the vision of the future – in terms of how it can be represented by the space formulated and accurately described by the designs – is not a secondary concern; it is a range of potential opportunities which need to be taken advantage of and which cannot be squandered. Lastly, it is vital to underline that the image and the design are a powerful communicative device that can encourage interaction between the subjects of the transformation in order to support a ‘pact’ between the city’s government and the players involved in the renewal process. This pact will be able to position itself within economic budgets which can, over time, multiply the opportunities for investment, avoiding the risk of reducing them to indiscriminate episodes of public intervention without a coherent and agreed vision of the future.

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Johnathan Sergison durante una revisone Johnathan Sergison during a cric


Un approccio interdisciplinare al progetto per il Centro Antico di Napoli An Interdisciplinary Approach to Design for the Historic Centre of Naples Roberto Vanacore

Nelle Riflessioni conclusive1 contenute nel volume che pubblicava i lavori, gli studi e le ricerche progettuali sviluppate nella precedente edizione del corso di Master, ebbi modo di sottolineare come il Centro Antico di Napoli, in virtù della compresenza di aspetti di crisi, di conflitto e di contraddizione – soprattutto tra forma e modi di uso degli spazi, tra fissità della struttura fisica complessiva e mutevolezza del tessuto sociale – e di concrete opportunità di cambiamento e riqualificazione, potesse essere definibile come la parte più autenticamente contemporanea della città di Napoli. Questa convinzione si è consolidata in questa seconda edizione del corso, dove i metodi di lavoro, di ricerca, di progetto e di insegnamento già sperimentati sono stati ulteriormente messi a punto, con l’obiettivo generale non tanto di elaborare uno o più progetti di recupero, riqualificazione o trasformazione pronti per essere realizzati, quanto piuttosto di costruire un metodo di ragionamento e, insieme, di operatività, capace di individuare e descrivere problemi e di fornire ad essi ipotesi di soluzioni possibili e compatibili con tutti i vincoli esistenti. A proposito di soluzioni possibili, l’aspetto più significativo che emerge, nel tracciare una sorta di bilancio di questa seconda edizione del corso, è che sta prendendo forma con sempre maggiore chiarezza – e questo è il fattore a mio avviso più importante e qualificante sul piano formativo – un modo convincente di coniugare l’approfondimento teorico e la costruzione delle ipotesi di lavoro con la verifica pratica, anzi con l’ «autoverifica», come M. Tafuri sosteneva essere logico per ogni progetto di architettura2. Questo modo di tenere insieme l’approfondimento teorico con lo sviluppo del progetto non significa tanto affrontare prima gli aspetti generali legati alla ricerca e alla messa a punto di linee guida e principi di orientamento culturale per poi applicarli meccanicamente nelle ipotesi di progetto, quanto piuttosto di sviluppare un processo continuo di scambio, di confronto e di dialogo tra teo78

ria e prassi, sovrapponendoli e fondendoli fino quasi a generare un unitario processo di conoscenza, di sperimentazione e di sistematizzazione. Considerando la complessità del Centro Antico di Napoli, la delicatezza del suo tessuto urbano ed edilizio – che però esprime nello stesso tempo una straordinaria capacità di permanenza come grande testo-documento monumentale della storia della città – questo modo di procedere è stato reso possibile solo alla luce di una vera disponibilità al dialogo ed all’integrazione tra i diversi contributi disciplinari, cosa che, nella generalità dei casi, è moto difficile da attuare in un normale corso universitario. L’opportunità di lavorare ad un tema unico – sviluppato in relazione a tre distinte aree del Centro Antico, fra loro fortemente connesse – ha reso possibile la costruzione di una comune base di iniziale consapevolezza riguardo alle condizioni delle aree ed ai vincoli di varia natura agenti su di esse, delineando prima proposte strategiche generali e poi progetti più approfonditi, di cui sono stati considerati i punti di forza e di debolezza, le criticità in relazione all’attuazione degli interventi ipotizzati – sia sul piano tecnico che amministrativo – e la loro coerenza con il quadro di riferimento complessivo costituito dalla griglia normativa messa a punto dall’amministrazione comunale. La difficoltà maggiore di un approccio interdisciplinare così concepito non risiede tanto nel rinunciare a voler attestare continuamente la supremazia della propria specifica responsabilità disciplinare – cosa che, quando si tratta di lavorare ad un progetto di riqualificazione di una parte significativa di una grande città storica è, soprattutto per gli architetti, piuttosto difficile – ma nel disporsi a modificare in maniera flessibile le proprie coordinate operative, integrandole con quegli elementi che derivano da altri punti di vista sullo stesso argomento. Più che sintomo di debolezza della propria base teorica – come potrebbe sembrare ad uno sguardo superficiale – ciò rappresenta, al contrario, un’opzione di arricchimento per il proprio sapere,

riconoscendo che esso ha un senso più compiuto quando è in grado di sostenere più verifiche, a livelli diversi, e di coltivare la capacità di organizzare e mettere in relazione e in contesto una pluralità di fatti, di informazioni, di competenze e di tecniche proprie di discipline diverse, ma liminari. Per l’architettura questo implica «rinunciare a considerare inquinante, contaminante ogni ragionamento sul contesto in cui questa disciplina si realizza»3. Le condizioni operative generali, le ipotesi di sostenibilità amministrativa, economica e finanziaria e gli scenari che avrebbero potuto derivarne, le diverse opzioni tecnologiche disponibili, le possibili ricadute delle proposte progettuali sul tessuto sociale e sui modi d’uso dello spazio della città e dell’architettura, per citarne solo alcuni, sono stati quindi – insieme naturalmente ai dati più direttamente riferibili allo specifico disciplinare dell’architettura – i diversi elementi che, in stretta relazione l’uno con l’altro, hanno generato le condizioni di contesto entro il quale il lavoro del corso di Master si è svolto e le scelte progettuali si sono sviluppate. Per l’allievo-progettista, architetto o ingegnere che sia, ciò ha significato lavorare in un clima di continua verifica e controllo delle ipotesi progettuali delineate, cercando di valorizzare soprattutto la cultura e la capacità di gestire e orientare il progetto restando ben al centro di un processo nel quale venivano di volta in volta implicate differenti competenze disciplinari. Per quanto riguarda il carattere dell’offerta didattica che il corso di Master ha messo in campo, ciò ha significato dare forma e struttura ad un progetto formativo fondato sulla convinzione che «la scuola non debba essere semplicemente il luogo di trasmissione del sapere, ma anche il luogo privilegiato della sperimentazione e della ricerca; perché questo ruolo sia consolidato occorre lavorare, più che sulle forme dell’organizzazione della didattica, sui suoi contenuti, valorizzando, più che la superspe-


cializzazione in un determinato settore, l’attitudine a integrare contributi disciplinari differenti»4. Pertanto, fin dalla scelta delle aree di progetto e dalla messa a punto degli scenari di riqualificazione, all’inizio del corso – tutti strettamente connessi con l’idea generale di consolidare la presenza dell’Università nel Centro Antico dando corpo alla cittadella degli studi prefigurata da Renato De Fusco5 – ed anche nella successiva fase, in cui sono stati definiti i temi di architettura da sviluppare, la pluralità dei punti di vista e delle problematiche considerate ha costituito il contesto operativo del lavoro. Il tema di fondo, entro il quale tutti gli interventi previsti nella varie aree possono ascriversi, può essere definito quello di incrementare l’accessibilità, la permeabilità del tessuto urbano ai flussi, sia in senso quantitativo che qualitativo; quindi, oltre a individuare e progettare quelle attrezzature necessarie per una più forte e più strutturata presenza dell’Università nel Centro Antico; gli obiettivi generali di progetto sono stati soprattutto quelli di migliorare la vivibilità, l’interazione sociale, la sicurezza. Da questo punto di vista, l’area in cui sono ricompresi il Largo Avellino, il Largo San Giovanni in Porta e l’area della Chiesa di San Giuseppe dei Ruffi, che è sembrata emblematica fin dall’inizio del lavoro per la sua condizione di soglia tra la struttura urbana esterna al Centro Antico e la zona più interna di esso, sembra contenere molti aspetti che la rendono paradigmatica di una più generale condizione dell’intero Centro Antico di Napoli. L’intera ‘insula doppia’ – delimitata a nord da Via Foria e Porta San Gennaro, ad est da Via Duomo, a sud da Via dei Tribunali e a ovest da Vico Cinquesanti, su cui si attesta l’ingresso all’area archeologica dei Teatri, i cui resti sono inglobati negli edifici esistenti – racchiude infatti una serie di spazi pubblici quasi residuali, negletti o comunque sottoutilizzati, la cui riqualificazione potrebbe determinare – proprio in virtù della loro localizzazione strategica – una più ampia accessibilità alle aree più interne del Centro Antico e una loro più piena fruibilità. Gli interventi ipotizzati per quest’area, illustrati nelle pagine che seguono, sono stati sviluppati cercando di implementare quella «delicatezza e temperanza progettuale»6 che il Centro Antico di Napoli sembra richiedere. 1 Cfr. Yearbook 2008-Master di II livello in progettazione di eccellenza per la città storica, Paparo Edizioni, Napoli, 2008, pag. 179. 2 M. Tafuri, Storia dell’architettura italiana. 19441985, Einaudi, 1986, pag. 208.

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U. Siola, Gli studi di architettura fra permanenza della disciplina e mutazioni del contesto, in: M.R. Santangelo (a cura di), Prospettive degli studi di architettura in Europa. Un nuovo scenario culturale e normativo, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2003, pag.17. 4 A. Izzo, Riflessioni sulla didattica, in: A.Izzo (a cura di), Napoli. Didattica e progetto, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2004, pag. 11. 5 R. De Fusco, Il centro antico come cittadella degli studi. Restauro e innovazione della Neapolis greco-romana, Clean, Napoli, 2009 6 P. Belfiore, Dal dopoguerra ad oggi, in: P. Belfiore, B. Gravagnuolo: Napoli. Architettura e urbanistica del Novecento, Editori Laterza, Roma-Bari, 1994, pag. 71-72

___________________________________ In the Concluding remarks1 to the volume that collected the works, studies and design projects developed in the previous Master’s course, I emphasised that the historic centre of Naples, due to the fact it is beset by the crisis, conflict and contradictions – especially between the form and ways of using spaces, between the fixedness of the overall physical structure and the mutability of the social fabric – and by concrete opportunities for change and redevelopment, could be defined as the most authentically contemporary part of the city. This conviction was consolidated during the second course, where the previously tested methods of working, research, design and teaching underwent further fine tuning. Rather than formulating one or more projects of restoration, redevelopment or transformation ready for implementation, the general objective was to construct both a method of reasoning and of operating capable of identifying and describing problems and providing possible solutions which are compatible with all the existing restrictions. As regards possible solutions, the most significant aspect that emerged while evaluating the second Master’s course – and this is, in my opinion, the most significant factor at an educational level – is that a convincing way is taking shape of combining theoretical analysis and the construction of working hypotheses with practical checks, indeed with ‘self-checks’, as M.Tafuri argued would be logical for all architectural designs2. This way of linking theoretical analysis to the development of a design does not necessarily mean examining the general aspects related to research and the fine-tuning of guidelines and principles of cultural orientation before mechanically applying them in the form of design proposals. Instead, it seeks to develop a continuous process of exchange,

discussion and dialogue between theory and practice, superimposing them until a single process of knowledge, experimentation and systematisation is created. We need to consider the complexity of the historic centre of Naples, the fragility of its urban and architectural fabric, which, however, also displays an extraordinary capacity of permanence as an immense monumental text-cum-document of the city’s history. Given this, our approach has only been made possible in the light of a real willingness, on the part of the various disciplines, to engage in dialogue and achieve integration which, in most cases, is extremely difficult in a normal university course. The opportunity to work on a single theme – developed in relation to three distinct areas of the historic centre, although strongly interconnected – made it possible to construct a common basis for gaining an initial awareness of the conditions of the areas and the restrictions of various types that affect them. General strategic proposals could therefore be formulated before devising more detailed designs, in which account was taken of the strengths and weaknesses, the problematic issues related to the implementation of the proposals for intervention – both from a technical and administrative perspective – and their coherence with the overall framework of reference which consisted of the regulatory scheme prepared by the city council administration. In an interdisciplinary approach, the issue is not a question of asserting the supremacy of one’s own disciplinary responsibility, which, in terms of working on a redevelopment project of an important part of a large historic centre, becomes problematic, especially for architects. The main problem of this approach involves a willingness to modify one’s modus operandi in a flexible way, taking on board elements that derive from other perspectives on the same issue. Rather than a symptom of weakness of one’s theoretical base – as might superficially appear – it actually represents a chance to enrich one’s knowledge, recognising that it becomes more complete when it is capable of undergoing several checks at various levels and of cultivating the capacity to organise, bring together and contextualise a range of facts, sources of information, skills and techniques from different yet neighbouring disciplines. For architecture, this implies the need to “stop considering all forms of reasoning on the context in which this discipline operates as potentially dangerous or contaminating”3. It was necessary to take account of a series of factors, including, just by way of example, the general operating conditions, the possi79


bilities of administrative, economic and financial sustainability and the scenarios that could derive from them, the various technological options available, and the possible effects of the design proposals on the social fabric and on the ways of using urban and architectural space of the city and of architecture. Together with the data more directly related to the specific discipline of architecture, these elements were therefore considered in relation to one another, creating the context within which the work of the Master’s course took place and the design proposals were formulated. For the student of design, architecture or engineering, this meant working in an atmosphere where the outlined design proposals were subject to continuous checks and monitoring in an attempt to enhance culture and the capacity to manage and target the design while remaining firmly within a process in which different disciplinary skills were required. In terms of the type of teaching provided by the Master’s course, it was necessary to devise and structure a training programme based on the conviction that “school should not just be the place for passing on knowledge but also the privileged place for experimentation and research; in order to consolidate this role, it is necessary to work both on the forms of organisation of teaching and, even more importantly, on the contents, encouraging an approach that integrates different disciplines rather than creating excessive specialisation”4. Therefore, right from the choice of the project areas and the fine tuning of the development scenarios, the plurality of perspectives and issues represented the operating context of the work. This was true both at the beginning of the course – when the project areas and the development scenarios were closely linked to the general idea of consolidating the presence of the university in the historic centre, giving substance to the citadel of studies envisaged by Renato De Fusco5 – and also in the subsequent phase when the architectural themes to be developed were defined. The underlying theme, which regards all the forms of intervention in the various areas, can be defined as the increase of accessibility, the permeability of the urban fabric to flows, both in quantitative and qualitative terms. Therefore, besides identifying and designing the facilities for a stronger and more structured presence of the university in the historic centre, the general objectives of the project were to improve liveability, social interaction and security. 80

From this perspective, the area comprising Largo Avellino, Largo San Giovanni in Porta and the area of the Church of San Giuseppe dei Ruffi, which appeared to be emblematic right from the start of the work due to its threshold position between the urban structure outside the historic centre and the zone within it, seem to contain many aspects that make it paradigmatic of a more general condition of the entire historic centre of Naples. The whole of the ‘double block’ – bounded to the north by Via Foria and Porta San Gennaro, to the east by Via Duomo, to the south by Via dei Tribunali and to the west by Vico Cinquesanti, containing the entrance to the archaeological area of the Theatres, whose ruins are incorporated into existing buildings – encloses a series of almost residual, neglected or underused public spaces. The redevelopment of these spaces – precisely due to their strategic location – could lead to greater accessibility of the areas within the historic centre so that they are used to the full. The intervention proposals for this area, illustrated in the following pages, have been developed by trying to implement the “delicacy and moderation of design”6 that the historic centre of Naples seems to require. 1

Cf. Yearbook 2008-Master di II livello in progettazione di eccellenza per la città storica, Paparo Edizioni, Naples, 2008, p. 179. 2 M. Tafuri, Storia dell’architettura italiana. 1944-1985, Einaudi, 1986, p. 208. 3 U. Siola, Gli studi di architettura fra permanenza della disciplina e mutazioni del contesto, in: M.R. Santangelo (ed), Prospettive degli studi di architettura in Europa. Un nuovo scenario culturale e normativo, Edizioni Scientifiche Italiane, Naples, 2003, p.17. 4 A. Izzo, Riflessioni sulla didattica, in: A.Izzo (ed), Napoli. Didattica e progetto, Edizioni Scientifiche Italiane, Naples, 2004, p. 11. 5 R. De Fusco, Il centro antico come cittadella degli studi. Restauro e innovazione della Neapolis greco-romana, Clean, Naples, 2009 6 P. Belfiore, Dal dopoguerra ad oggi, in: P. Belfiore, B. Gravagnuolo: Napoli. Architettura e urbanistica del Novecento, Editori Laterza, Rome-Bari, 1994, pp. 71-72


Andras Pรกllfy durante una revisone Andras Pรกllfy during a cric


Alessandro Castagnaro


Laboratorio di Ricerca Storico-Critica


Progettare nella storia con la storia Designing in History with History Alessandro Castagnaro

Affrontare il tema della progettazione contemporanea nei centri storici italiani ed europei è argomento complesso e dibattuto. Su tale tematica esiste una vasta letteratura che, dall’immediato dopoguerra, si è sviluppata con orientamenti differenti e talvolta con ideologie opposte che hanno condotto in alcuni casi alla perdita e distruzione di un patrimonio artistico per dar luogo al ‘costruito del nuovo’ e in altri casi al tentativo di museificazione dei centri storici, con la perdita dei valori legati alla società ed alla economia del luogo e talvolta della ‘vita’ della città1. Il progetto contemporaneo nel Centro Antico di Napoli può rappresentare un unicum generato dal topos.2 Gli oltre venti secoli di storia stratificata in un’area dalle dimensioni contenute costituiscono un patrimonio di alto valore artistico, presenze che dall’archeologico al moderno testimoniano un susseguirsi e intrecciarsi di culture e civiltà che non solo vanno conservate, nell’accezione più positiva e moderna del termine, ma vanno valorizzate con l’apporto necessario, sentito ma assolutamente non incombente e schiacciante, dell’architettura contemporanea. È auspicabile un intervento che rientri nella cultura del recupero e dell’innovazione, per un’ampia serie di motivazioni, ma anche e soprattutto per non interrompere sul libro della storia, la narrazione di un palinsesto, rappresentato anche dalla sua architettura, espressione della società di ogni tempo e paese. Da tali forti e convinti presupposti muove il contributo fornito nell’ambito del Master su tre livelli: - una ricerca storica affrontata sulla città antica come insieme e su ogni singolo manufatto individuato nel suo contesto consolidato: il tutto e le parti; - un dibattito con colleghi e allievi sulle basi teoriche e di analisi che guidano il progetto; - una revisione critica che tenga conto della storia studiata e ricercata, dei modelli realizzati, delle teorie più attuali, che guidi il ‘fare’ architettura contemporanea. Il progetto condotto nell’ambito del Master affronta tali temi con la consapevolezza e la delicatezza del ruolo. La consapevolezza che deve tener conto della valenza essenziale che assume la storia dell’architettura, delle relazioni, degli apporti sociali, delle stratificazioni, delle abitudini, delle usanze e tradi84

zioni che hanno conferito a quel sito – l’antica Neapolis – il grande valore che oggi riveste. Forse proprio l’abbandono in cui versa l’intero complesso dall’impianto greco-romano, ha contribuito a non stravolgere il tessuto viario, né quelle matrici sociali e culturali che hanno sempre caratterizzato la parte più antica della città di Napoli3. Anche per la scelta di una destinazione d’uso prevalente – necessaria per la società contemporanea e accettata non solo dall’intero corpo docente del Master, ma anche in sede istituzionale comunale e regionale – è valsa la ricerca dello storico. Infatti il tema di progettare una cittadella degli studi nell’ambito dell’antica Neapolis, proposto da Renato De Fusco già all’esordio del Master, è stato reso attuabile grazie a una serie di ricerche che hanno testimoniato e documentato che, dal Medioevo in poi, tutte le attività relative alla formazione e agli studi – non solo per Napoli ma anche per parte del Meridione d’Italia – venivano svolte in questo significativo brano di città.4 La destinazione prevalente, quella della Cittadella degli Studi, richiede un progetto calato nella contemporaneità per ricercare tutte quelle attività funzionali con scelte formali, che sono alla base di un moderno campus essenziali al fine di riattivare il ‘volano’ per la riqualificazione. Esso – con tutte le funzioni legate agli studi: dalle residenze alle aule e ai laboratori, concepite anche per migliorare la qualità della vita degli studenti, dei docenti e di tutti coloro che operano con attività collaterali – deve rappresentare la rinascita di questa parte di città. Alla base dello studio c’è la lettura della matrice dell’intero tessuto che dalla posizione acropolica di Sant’Aniello a Caponapoli giunge fino a valle all’antico porto, ove cardini e decumani individuano le antiche platee terrazzate e rappresentano quella invariante culturale ‘forte’ che contraddistingue l’intera Cittadella degli Studi con i suoi resti di murazioni greche, con l’impianto antico con i resti del teatro5 e dell’Odeon, con le tracce medioevali, con i grandi complessi conventuali e monastici, con i piccoli esempi di cappelle rinascimentali, con gli edifici moderni dagli impianti a scale aperte di origine settecentesca. È un palinsesto caratterizzato da un intreccio di linguaggi e codici che conferiscono all’intero complesso quel senso di uni-

cum. Grande assente, quasi del tutto per mancanza di tracce significative e di qualità, è il XX secolo, lasciato fuori o rappresentato molto male con pessimi esempi di edilizia speculativa e talvolta addirittura abusiva. Con la stessa attenzione di studio e di critica sono state individuate e approfondite tre significative aree: quella di Largo Avellino, quella delimitata da Via Armanni e Via Tribunali sino a piazza San Gaetano; quella del Policlinico segnata per lo più da un intervento novecentesco discusso e mal riuscito. Con l’analisi di tali aree, con una puntuale lettura della cartografia storica, delle fonti di archivio e bibliografiche degli strumenti urbanistici vigenti si è tentato di porre sul tavolo il materiale necessario e propedeutico alla progettazione, per dare l’avvio ad un dibattito critico formativo dalle diverse impostazioni culturali, fra le molteplici aree disciplinari coinvolte al fine di porre la base per una progettazione in sinergia per un progetto contemporaneo che tenga sempre conto come obiettivo primario del palinsesto su cui si va a operare e anche delle esperienze fatte sul campo, in realtà analoghe, da critici e progettisti coinvolti nel corpo docente del Master. 1

Su tale tematica numerosi sono i contributi teorici pubblicati ed i convegni tenuti. Per economia di spazio del presente saggio, rimandiamo ad altra sede una puntuale bibliografia aggiornata su un dibattito in continua evoluzione ed aggiornamento. 2 Per le valenze storico-archeologiche dell’area esiste una vasta bibliografia si consiglia la consultazione dei testi più recenti: Sovrintendenza Archeologica per le province di Napoli e Caserta, a cura di Napoli Antica, Napoli 1985. Nel volume sono riportate le cartografie delle ricostruzioni dell’antica Neapolis: I.Ferraro Napoli. Atlante della Città Storica. Centro Antico, Napoli 2002; L. Picone ( a cura di ) Napoli, la Città Antica. Ancient City of Naples, Napoli 2009; AA.VV. Il teatro di Neapolis: scavo e recupero urbano, Napoli 2010. 3 L’intero centro storico di Napoli è inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità dal 1995. Nonostante tutto la parte più antica, dopo un’apparente riqualificazione ‘di facciata’ avvenuta con la cosiddetta ‘rinascita degli anni ‘90’ durante la prima giunta presieduta da A.Bassolino, verte in uno stato di abbandono e degrado, con


monumenti dismessi, chiese chiuse e defunzionalizzate. 4 Discorso inaugurale al Master di Renato De Fusco pubblicato poi su Yearbook 2008, Paparo Edizioni, 2008 catalogo edito in occasione della mostra Progettare per la Città Storica Napoli 3/10 dicembre 2008, pp.19-21. Su tale tematica De Fusco pubblica ulteriori studi e ricerche che si concludono con una innovativa proposta su R. De Fusco, Il centro antico come cittadella degli studi. Restauro e innovazione della Neapolis greco-romana, Napoli 2009. 5 cfr AA.VV. Il teatro di Neapolis: scavo e recupero urbano, Napoli 2010.

_____________________________ Tackling the theme of contemporary design in Italian and European historic centres is both complex and controversial. There is a vast literature on the subject which, since the immediate post-war period, has developed with differing approaches and, at times, with opposing ideologies. In some cases, this has led to the loss and destruction of artistic heritage, leading to a ‘completely fresh start’ and, in other cases, to the attempt to transform historic centres into museums, with the loss of the values linked to the local society and the economy and sometimes even of the ‘life’ of the city or town1. The contemporary design project in the historic centre of Naples may represent a unique example of its kind generated by the topos.2 The over twenty centuries of stratified history contained within a relatively small area represent a heritage of the highest artistic importance. This evidence from ancient to modern times reflects a succession and mixture of cultures and civilisations which not only need to be preserved in the most positive and modern sense of the term, but also need to be developed with the support of contemporary architecture, which should be felt but must absolutely avoid becoming threatening or overwhelming. What is desirable is a form of intervention based on the culture of restoration and innovation, for a whole series of reasons but also, and most importantly, to avoid interrupting the flow of history, the narration of a palimpsest, also represented by its architecture, the expression of the society of all periods and countries. These are the convictions and premises that underlie the contribution provided by the master’s course on three levels: - historical research on the city as a whole and on each single artefact or structure identified within its consolidated context: the whole and its parts; - a debate with colleagues and students on the theoretical and analytical bases that guide the design project; - a critical review that takes account of historical research, the models that have been constructed and the latest theories which can guide contemporary architectural ‘practice’. The project, which is conducted as part of

the Master’s course, tackles these themes with historical awareness and awareness of the delicacy of its role. This awareness must take account of the essential importance of the history of architecture, relations, the contribution of society, the stratifications, habits, customs and traditions that have given this place – ancient Neapolis – the enormous value it possesses today. The state of abandonment in which the entire complex of the Greek and Roman city lies, has arguably helped to avoid destroying the street network and the deeply embedded social and cultural structure of the oldest part of the city of Naples3. In order to decide the main use – which is necessary for contemporary society and is accepted not only by the entire staff of the Master’s course, but also by the city council and regional governments – historical research was also deemed to be important. Indeed, the theme of designing a citadel for studies in ancient Neapolis, already proposed by Renato De Fusco at the beginning of the Master’s course, has been made possible thanks to a series of studies that have shown that, from the Middle Ages onwards, all the activities related to training and studies – not just for Naples but also for a part of southern Italy – were undertaken in this significant part of the city.4 The main use of the citadel of studies requires a design project linked to the contemporary world in order to search for all the functional activities using formal choices, which lie at the basis of a modern campus designed to reactivate the ‘driving force for upgrading the area. With all the functions linked to studies, from lecture theatres to laboratories, designed to improve the quality of the lives of students, teachers and all those with ancillary roles, it must represent the rebirth of an important part of the city. Underlying this study is the interpretation of the origins of the entire urban fabric which, from the acropolis at Sant’Aniello a Caponapoli, extends downhill to the ancient port, where cardi and decumani identify the ancient terraced foundations and represent the ‘powerful’ cultural invariant that distinguishes the entire citadel of studies; it comprises the ruins of the Greek walls, the ancient city plan with the ruins of the theatre5 and the Odeum, the traces of medieval monuments, the large monasteries and convents, the small examples of Renaissance chapels, and the ‘modern’ buildings with their plans based on open staircases of eighteenth century origin. It is a palimpsest made up of a network of languages and codes that give the entire complex such a unique atmosphere. One significant absence, almost entirely due to the lack of significant traces and quality, concerns twentieth century buildings, which have either been left outside the city walls or are extremely poorly represented by appalling examples of speculative and occasionally completely illegal architecture. Three important areas have been identified

and explored with the same attention to scholarship and criticism: the area of Largo Avellino, the area bounded by Via Armanni and Via Tribunali extending to piazza San Gaetano, and the area of the Policlinico hospital, marked mainly by a contro- versial and poorly executed twentieth century project. A thorough analysis of these areas was carried out, marked mainly by a careful study of the historical cartography, as well as the archive and bibliographic sources of the existing town planning regulations. On the basis of this analysis, an attempt was made to prepare the necessary material for design purposes in order to launch a critical educational debate with various cultural definitions, among the many disciplinary areas involved, in order to lay the bases for a synergic design approach to a contemporary design project. Such a project should take account of the primary objective of the palimpsest on which the work will be carried out and also of the similar experiences gained in the field by critics and designers who are also part of the teaching staff on the Master’s course. 1 About this theme, several theoretic contributions have been published and conferences held. A more precise bibliography about this constantly evolving debate should be developed in a separate section. 2 For the archaeological and historical significance of the area, there is a vast bibliography. It is advisable to consult some of the most recent texts: Sovrintendenza Archeologica per le province di Napoli e Caserta, published by Napoli Antica, Naples 1985. The volume contains the maps of the reconstruction of the ancient city of Neapolis: I.Ferraro Napoli. Atlante della Città Storica. Centro Antico, Naples 2002; L. Picone (ed ) Napoli, la Città Antica. Ancient City of Naples, Naples 2009;V.A. Il teatro di Neapolis: scavo e recupero urbano, Napoli 2010 3 The whole Historical Center of the city of Naples is in the World Heritage Index since 1995. Despite everything, the most ancient area experienced a rough renovation during Bassolino’s first mayoralty in the so-known ‘’90’s renaissance’ and is still in a state of decay, with abandoned monuments and churches. 4 The inaugural speech for the Master’s course given by Renato De Fusco published later in Yearbook 2008, Paparo Edizioni, 2008, a catalogue published specially for the exhibition ‘Progettare per la città storica’, Naples, 3/10 December 2008, pp.19-21. Further studies and research work on this theme have been published by De Fusco concluding with an innovative proposal made in R. De Fusco, Il centro antico come cittadella degli studi. Restauro e innovazione della Neapolis greco-romana, Naples 2009. 5 cf V.A. Il teatro di Neapolis: scavo e recupero urbano, Napoli 2010.

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Pasquale Persico Direttore del Laboratorio di SostenibilitĂ Finanziaria e Amministrativa


Laboratorio di SostenibilitĂ Finanziaria e Amministrativa


Finanza di città e governance strategica Financing the City and Strategic Governance Pasquale Persico

Con Finanza di Città si propone una rivisitazione del concetto di città per evidenziare la necessità di ricorrere a una visione allargata e per una scala dimensionale profondamente diversa il tema del finanziamento dei progetti o della progettualità potenziale. Sebbene la finanza di progetto stia accelerando la sua fase operativa anche in Italia – l’OICE (l’0rganizzazione delle società di ingegneria) ha rilevato ben 1163 iniziative con risorse mobilitate pari a 16,6 miliardi di euro in Italia – con lo scritto che segue si vogliono prospettare i limiti di un approccio per progetti ai temi dello sviluppo e delle Città come ‘infrastruttura’ necessaria allo stesso. L’idea generale che si vuole rilanciare è che la finanza strategica sia uno degli strumenti indispensabili per lo sviluppo di lungo periodo e soprattutto per le città che vogliono segnalarsi come protagoniste del terzo millennio. Spesso, infatti, le idee più geniali, gli sforzi innovativi più tenaci, le organizzazioni complesse necessarie alla preparazione e allo sviluppo di grandi progetti, trovano nella fonte di finanziamento, o nelle ragioni della sostenibilità, il loro vincolo effettivo. Ripensare al tema della città e alla città in particolare, è una strada obbligata. Ripensare la città significa restituire a essa una nuova funzione storica, fuori dalle nostalgie, fuori dai luoghi comuni, fuori dalle ‘mura’ in cui normalmente si finisce per chiudere i temi dell’identità urbana. La civiltà contemporanea ha bisogno di città, intesa come sviluppo del pensiero urbano, ha bisogno di fondere il suo desiderio di progresso e di accumulazione culturale con l’ideale luogo immaginato e nello stesso tempo esorcizzare tutte le paure del vivere nelle città globalizzate. Le persone, ma anche le istituzioni e le diverse associazioni tra uomini (organizzazioni semplici e complesse), sono per fisiologia più nomadi dello spazio che occupano e solo le città possono soddisfare le loro potenzialità di sviluppo. La città è perciò la rete dei luoghi a supporto degli uomini e delle loro organizzazioni; spesso queste si evolvono temporaneamente in 88

istituzioni durature che spesso definiscono l’identità delle città. L’architetto inglese Cedric Price, nelle sue preziose conversazioni sullo spazio urbano, proprio per la tenacia con la quale ha voluto introdurre il tempo reale accanto alle dimensioni di altezza, lunghezza e profondità del progetto di architettura, propone anche di non usare più la parola città ma di andare in cerca di un nuovo termine per associare a essa una parola che abbia più coscienza del tempo. Una città cambia di continuo e la parola nuova dovrà rendere l’idea della mutazione permanente. Ecco, l’idea della città in mutazione permanente presuppone una casualità evolutiva ed una finanza di accompagnamento all’evoluzione progettuale in atto, dato che il valore urbano ha pur sempre un suo metro di valutazione di tipo qualitativo o quantitativo. La Finanza di Città si propone come visione operativa di accompagnamento tra progetti soft ed hard della città per fare entrare in campo la città e dando a questa una visione di luogo dove spazio e tempo possono nuovamente essere percepiti come temporaneamente in armonia. Anche per Napoli possiamo fare un ragionamento per chiarire nuovamente il contenuto innovativo nella visione Finanza di Città. Napoli negli ultimi quindici anni è passata dal modello ‘opportunista’ cioè dal modello decisionale che si basa sulla possibilità di fare il free-rider di opportunità venute dall’esterno (vedi G7 e prima i fondi del Terremoto) al modello della ‘città trainata’ da occasioni importanti (Fondi strutturali o Coppa America). La sua candidatura per la ‘Coppa America’ paradossalmente, oltre che mostrare tutte le potenzialità naturali, mostra anche che la Città di Napoli come infrastruttura evoluta e flessibile su cui poggiare una progettualità ampia, diffusa e competitiva, è carente. Non è chiara la scala dimensionale di questa infrastruttura ed è spiazzante il livello istituzionale dal quale affrontare i problemi. Si cercano perciò scorciatoie, come quella dell’area franca, che fanno salire la redditività dell’investimento ma restringono la scala di

riferimento spaziale e temporale della città, differendo perciò il problema della città come infrastruttura contemporanea. Il toro va affrontato dalle corna: Napoli come infrastruttura complessa, cioè non opportunistica né trainata, ha bisogno di nuove visioni strategiche dello sviluppo urbano e la finanza strategica di città può fornire nuovi parametri di riferimento per la fattibilità delle ambizioni della città. Diversamente, alla progettazione mancherà sempre la dimensione temporale e, quindi, rimane una progettazione senza valore. Ecco, allora, che l’idea visionaria del grande architetto Cedric Price, dell’architettura a tempo determinato, appare nella sua valenza operativa e la sua fattibilità la rivela come utopia possibile di una programmazione aperta. Non dobbiamo aver più paura di affermare che se il progetto non ha spazio e tempo in relazione quantificabile il progetto non esiste e con esso la città futura. Finanza di città è perciò prima di tutto una dimensione culturale da cui far scaturire, coordinandole, tecniche decisionali disponibili, per creare network operativi tra progetti di scala ampia e dare all’investimento per la città quella dimensione di valore aggiunto al valore della città, come infrastruttura complessa capace, in primo luogo, di dare valore al desiderio di crescita del progetti dell’uomo. Partendo da queste premesse teoriche il laboratorio del Master ha introdotto nuovi ragionamenti sul tema della fattibilità che hanno riguardato soprattutto il processo da mettere in campo, che è la vera fattibilità. Non, quindi, solo ragionamenti sull’estetica o la funzionalità del progetto ma la sua capacità di coagulare interessi di più istuzioni capaci di sostenere tutti i processi di sussidiarietà necessari a non far cadere la tensione per il progetto. Ragionando sulle opportunità offerte dall’attuale Piano Regolatore si è allargata la base progettuale fino a trovare la massa critica di sostenibilità economica, ambientale e sociale, senza trascurare i processi di governance collaborativi da implementare. Tre progetti nel centro storico hanno avuto


modo di segnalarsi per il loro potenziale in questa direzione segnalando che le inerzie della città risiedono non tanto in ragioni tecniche e/o opportunità ma soprattutto nella difficoltà di muoversi dentro processi di governance orientati all’efficacia (generatori di processi). Le parole chiave del laboratorio esplorate sono state: città, beni pubblici e beni privati, importanza del luogo cospicuo, i colori potenziali del quartiere, la sostenibilità amministrativa, la sostenibilità sociale, la sostenibilità istituzionale e finanziaria. Le difficoltà hanno riguardato la scarsa propensione del progetto a diventare flessibile ed efficace, rispetto ai più consolidati processi di funzionalità e forma. ____________________________________ Finanza di città (Financing the city) represents a reassessment of the concept of the city in order to highlight the need to tackle the theme of project-funding and potential projects using a broader outlook and a profoundly different scale. Although the operational phase of projectfunding is speeding up even in Italy – OICE (the Italian association that represents engineering companies) has found that there are as many as 1163 initiatives with mobilised resources in Italy with funding for 16.6 billion Euros – the following observations are intended to indicate the limitations of a project-based approach to themes related to development and the city as a necessary ‘infrastructure’ for such an approach. The general idea proposed here is that strategic finance is one of the indispensable instruments for long-term development and especially for cities seeking to become the protagonists of the third millennium. Indeed, the most ingenious ideas, the most tenacious innovative efforts and the complex organisation required for the preparation and development of large projects find their chief obstacle in the source of funding and the reasons for sustainability. Rethinking the theme of the city, and the city in particular, is an essential process. Rethinking the city means giving it back a new historic function that goes beyond the nostalgia, the common places, and the ‘barriers’ within which the themes of urban identity normally end up being enclosed. Contemporary civilisation needs the city, in the sense of a development of urban thought; it needs to merge its desire for progress and cultural accumulation with the ideal imaginary place and, at the same time, to exorcise all the fears of living in globalised cities. People, but also institutions and associations of people (simple and complex organisations), are, by their very physiology, more nomadic than the space they occupy

and only cities can satisfy their potential for development. The city is therefore a network of places that support people and their organisations which often evolve temporarily into long-lasting institutions that define the identity of cities. In his precious conversations about urban space, the English architect Cedric Price, tenaciously sought to introduce real time alongside the dimensions of height, length and depth of architectural design. He even suggested abandoning the word ‘city’ and searching for a new term in order to associate it with a word that contains more awareness of time. A city continuously changes and the new term ought to convey the idea of a permanent transformation. The idea of the city in a state of permanent transformation implies a developmental randomness and funding designed to accompany the evolution of the design, given that urban value has always had its own qualitative and quantitative yardstick. Financing the city sets out to be an operational vision for accompanying both soft and hard designs of the city to give priority to the city, providing it with a vision of a place where space and time can once again be perceived as being temporarily in harmony. For Naples too, we can pursue a line of reasoning that clarifies the innovative contents of the vision of Financing the City. In the last fifteen years, Naples has passed from the ‘opportunist’ model – i.e. from the decision-making model based on the possibility of being a free-rider exploiting external opportunities (such as the G7 meeting and, previously, the state funds for the 1980 Earthquake) – to the model of a city ‘driven’ by important occasions (Structural Funds or the America’s Cup). Paradoxically, its candidacy for the ‘America’s Cup’, besides displaying all its natural potential, also reveals that Naples, as a developed and flexible infrastructure on which to base wide-ranging, widespread and competitive planning, is patently inadequate. The dimensional scale of this infrastructure is unclear as is the institutional level from where to address these problems. A search has therefore ensued for short cuts, such as the free trade zone, which increase the profitability of investment but restrict the scale of spatial and temporal reference of the city, putting off the problem of the city as contemporary infrastructure. The bull needs to be taken firmly by the horns: Naples as complex infrastructure, neither opportunistic nor driven, needs new strategic visions of urban development and strategic funding of the city can provide new parameters for the feasibility of the city’s ambitions. Otherwise, design will always lack a temporal dimension and will therefore remain useless. This is why the visionary idea of the great architect Cedric

Price – of architecture employing time-based strategies – appears to have an operational value; its feasibility reveals it to be a possible utopia of open planning. We should not be afraid of declaring that if the design does not have a quantifiable relationship between space and time, then it does not exist and, consequently, neither does the city of the future. Financing the city is therefore, above all, a cultural dimension from which to devise –and coordinate – available decisionmaking techniques in order to create operational networks between large scale designs and to ensure that investment in the city provides an added value to the value of the city as a complex infrastructure capable of giving value to the desire to ensure the growth of human designs. Beginning from these theoretical assumptions, the workshop of the Master’s course has introduced new lines of reasoning on the theme of feasibility which chiefly concerned the process of putting designs into effect, which is the real essence of feasibility. It is not therefore just a question of reasoning about the aesthetics or functionality of a design but its capacity to combine the interests of various institutions capable of supporting all the processes of subsidiarity which are needed to maintain the tension of the design. Considering the opportunities provided by the current Regulatory Plan, the design basis has been extended to find the critical mass of economic, environmental and social sustainability, without ignoring the processes of collaborative governance that need to be implemented. Three designs in the historic centre stand out for their potential in this direction, underlining that the inertia of the city lies not so much in technical problems and/or lack of opportunities but mainly in the difficulty of moving within processes of governance aimed at effectiveness (generators of processes). The key words that were explored in the workshop were the following: the city, public property and private property, the importance of the conspicuous place, the potential colours of the district, administrative sustainability, social sustainability, institutional and financial sustainability. The difficulties concerned a design’s inability to become flexible and effective with respect to the more consolidated processes of functionality and form.

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Mimmo Jodice Direttore del laboratorio di Arti Visive


Vincenzo Trione

Laboratorio di Arti Visive


Sulla post-classicità On Post-Classicism Vincenzo Trione

«Ciò che sopravvive alla peggiore barbarie, sopravvive perché generazioni di individui non riescono a farne a meno e perciò vi si aggrappano con tutte le forze – questo è il classico». Le parole di J. M. Coetzee possono guidarci in un breve viaggio segnato da inattese rivelazioni, da sorprendenti melanconie, da produttivi ricordi. Una passeggiata che ci consente di parlare del rappel à l’ordre in atto nel mondo dell’arte contemporanea. Per comprendere questa imprevista inversione di tendenza, talvolta velata di nostalgie e di ripiegamenti, ci si può soffermare sulla nouvelle vague pittorica, ma anche su alcune significative esperienze plastiche, legate a uno sperimentalismo all’apparenza facile e immediato. Primo frame. 2010, Napoli, ex Mercato Ittico. Un’installazione di Vanessa Beecroft. Un’ampia pedana su tre livelli, dove si trovano – volti fissi nel vuoto, gesti lenti – alcune modelle interamente dipinte di nero, impegnate in una danza sensuale, eppure algida. Accanto a loro, pezzi di statue in gesso. È un carnal drawing: un affresco eseguito senza pennelli. Un tableau vivant, in cui gli attori procedono con ritmi cadenzati, tra dettagli di calchi. A differenza di quanto avveniva negli spettacoli della body art, qui non vi è crudeltà. L’opera si fa teatro di un’ossessiva ricerca del bello. Una composizione controllata, asciutta, in cui nulla è lasciato al caso. L’insieme è governato dal rispetto delle geometrie: un’architettura densa di riferimenti al minimalismo. Secondo frame. 2009, ancora Napoli, Museo MADRE. Sull’altare della Chiesa di Donnaregina, Maurizio Cattelan espone una crocifissione. Non c’è Cristo, ma una figura femminile (in gomma poliuretanica e fibra di vetro). È di spalle. Ha un abito bianco, è distesa su un sudario candido. Le braccia e le gambe sono ingabbiate da manette in ferro. Memorie della pittura di Bruegel e dei cartoon. Uno strano intreccio tra sberleffo e misticismo. Ultimo frame. Anni novanta, Londra. Le prime sculture di Damien Hirst. Animali tagliati e messi sotto formaldeide, in teche di vetro. Autentici post monuments. Nature morte estreme: seg92

menti di organismi immessi in bacheche, che danno compattezza e omogeneità. Sculture che suscitano la seduzione del rifiuto. Uno stile diretto, esplicito, che mostra dolore, morte. Nessuna emozione. Tutto è raffreddato, immobilizzato. L’ ‘imbalsamatore’ interviene con la calma e la precisione di un matematico. Evita imprevisti, disponendo con cura ogni elemento. Congela la decomposizione dei corpi: il suo è un memento mori di sapore televisivo. Cosa hanno in comune questi tre episodi? Sono costruzioni che, pur situandosi nell’orizzonte del post-dadaismo, affermano un rinnovato bisogno di classicità. Anche se attraverso sentieri diversi, sulle orme di assonanze lontane, la Beecroft, Cattelan e Hirst condividono la medesima necessità poetica. In loro vi è l’esigenza di riscoprire alcune categorie oggi forse inattuali: proporzione, equilibrio, ordine, calcolo, disciplina, senso della misura. Elaborano iconografie – monumentali, austere, solenni – che nascondono un’anima antica. Evidenti i richiami storici: si evocano fascinazioni tratte dalla statuaria greca, dalla pittura rinascimentale, dalla scultura barocca. Siamo dinanzi a rappresentazioni audaci e controverse, che spesso hanno attirato l’attenzione dei media: provocazioni glamour, rivolte a disorientare e a scuotere molti perbenismi. Dietro questa patina effimera, però, si cela una profonda consapevolezza linguistica. L’opera d’arte è pensata non solo come un motto di spirito, un’efficace trovata o uno choc visivo: è, innanzitutto, progetto meditato, intenzione orientata. Metodo sapiente. Impaginazione rigorosa, per evitare ogni approssimazione, e tendere verso la compostezza formale: verso una scrittura quasi esatta. In tale prospettiva, si definisce il ritorno al classico. È, questo, uno ‘spazio’ che, per la Beecroft, Cattelan e Hirst, non allude affatto a un inalterabile archivio di ‘note’ eterne da replicare in maniera passiva. Ma indica un arsenale di valori universali, senza luogo e senza tempo: da recuperare, manipolare, saccheggiare con libertà e, infine, tradire. Distanti da ogni anacronismo, spesso con vis

ironica, rivelando un’attitudine postmoderna, questi artisti sanno che ogni avanguardia, per continuare a vivere, ha bisogno di un solido esercito alle spalle. E sanno che, come ha scritto Salvatore Settis, il classico «riguarda sempre non solo il passato ma il presente e una visione del futuro»: muore per rinascere, ogni volta uguale a se stesso e ogni volta diverso. Non è un concetto statico, intoccabile, metafisico. Ma una riserva per l’avvenire. Un topos dinamico, che accoglie in sé molte antitesi. Identità e alterità, studio e reinvenzione: giochi di corrispondenze e slittamenti di significato. Non meta raggiunta, ma telos. La storia non può più essere considerata come una prigione: oramai è diventata simile a una galera dalle sbarre larghe. Noi non possiamo fare i secondini di un prigioniero evaso da tempo. Il passato non va inteso come immagine immobile, né come intonsa creatura. È uno scrigno da perlustrare con intelligenza: un testo complesso che, per segmenti, si vuole ricondurre dentro il presente. Delle flâneries attraverso le stanze della storia dell’arte, restano sequenze di orme, in cui quelle originarie non possono essere distinte dalle altre. Arabeschi di impronte, di metamorfosi, di accadimenti. Costellazioni, con tanti pianeti in perenne movimento. Per offrire un retroterra culturale alle loro scorribande, la Beecroft, Cattelan e Hirst reinventano un preciso sistema di motivi. Dispongono, poi, le loro ‘rimembranze’ all’interno di una discontinua ed elegante trama poetica. Propongono discorsi ibridi, aperti a sconfinamenti, a interruzioni. In bilico tra rispetto e trasgressione, prelevano differite memorie. Risalgono a un alfabeto di figure e di artifici consolidati: che filtrano attraverso una sensibilità contemporanea. Involontari classicisti, effettuano capovolgimenti. Evitano i gesti barbarici e istintivi dei trans avanguardisti e dei neoespressionisti. In loro, vi è sempre raffinatezza, a volte compiacimento estetizzante. Neo-formalisti, acquisiscono tracce dense di richiami, per costruire sofisticati orditi, basati sul ricorso a uno stratagemma caro alle avanguardie pri-


monovecentesche, come lo straniamento. Si tratta di un artificio che consente salti linguistici. Nesso fluttuante, distorsione morfologica, lo straniamento modifica ogni linearità rappresentativa. Si smonta una sintassi, per favorire separazioni. Si alimentano rinominazioni di ‘vocaboli’ consueti. Si compiono mutamenti di punti di vista: dislocazioni ritmiche e tonali, che rendono ignoti i materiali di partenza. Alcuni dati sono estratti dalla loro fonte, per essere inseriti in regioni differenti. Si esalta l’inaspettata novità di un determinato ‘messaggio’. Si contagiano figure, che vengono sottratte ai loro consueti contesti di riferimento. Si infrangono i nessi associativi, per donare a specifici elementi nuova capacità informativa: vivezza, originalità. Cos’è diventato il classico, nel tempo del disincanto, della demitizzazione e dell’indiscrezione? Potremmo rispondere con Italo Calvino: classico è «ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno». Non c’è più spazio per innalzare alcun monumentum aere peremnius. Abbiamo la possibilità solo di edificare teatri frantumati (per la Beecroft), crocifissioni blasfeme (per Cattelan), nature morte agghiaccianti (per Hirst). Mosaici scomposti: templi, architetture e capolavori sono caduti in mille pezzi. Come un bricoleur, l’artista contemporaneo oramai può manovrare frammenti: barlumi che rimandano al tutto, facendolo solo intuire. Egli si fa testimone della disfatta del Senso: di un’esplosione che disgrega l’unità, delineando una galassia di schegge dalle traiettorie imprevedibili. «Quelle traiettorie – ha ricordato Alessandro Baricco – sono i graffiti in cui è iscritto il codice del moderno». Specchio di questa deflagrazione è la postclassicità della Beecroft, di Cattelan e di Hirst, i quali rielaborano molti spunti della tradizione. Operano prelievi, ripescaggi, citazioni. Si muovono con agilità sulla ‘superficie’ della storia dell’arte: che considerano non come un museo, ma come una vetrina nella quale sono esposti tanti prodotti fascinosi. Con disinvoltura, attingono a un vasto arsenale di occasioni. Tendono verso la terra promessa della perfezione. E, tuttavia, sono consapevoli del fatto che, nel nostro tempo, l’ordine è oramai una geografia da ricercare, inseguire, desiderare: ma impossibile da conquistare. Da lontane fascinazioni sorgono percorsi alternativi, suggerimenti sperimentali. Non siamo di fronte a calchi fedeli, che innalzano la cultura del passato sopra un piedistallo irraggiungibile, estirpandola dalla storia e proiettandola verso una dimensione di immutabilità. Questi artisti meditano soprattutto sulle discontinuità, sugli scarti, sulle disper-

sioni: sui margini, sugli echi incrinati, sulle deviazioni dell’arte antica. La bellezza che mettono in scena vorrebbe darsi a noi come simmetria e armonia: ma si scopre asimmetrica e disarmonica. Spezzata, irrimediabilmente disintegrata. Viene negata, subisce sfregi, è lambita da inquietudini e da turbamenti. Irriconoscibile, come un volto sfigurato. Per cogliere il senso intimo di questi azzardi, appaiono illuminanti alcuni rilievi critici di Giulio Carlo Argan, il quale ha parlato di Picasso come di un artista classico – ‘grande personalità creatrice’ – e, insieme, anticlassico. Distante da ogni passatismo, capace di annientare tecniche e consuetudini, il ‘grande anatomista’ gioca con gli stili museificati. Consapevole delle differenze che esistono tra la cultura dei secoli passati e quella novecentesca, è storico e anche anti-storico. Ha una ‘concezione globale del mondo e della vita’, ma inventa un universo di dissonanze. Il suo spazio: un insieme di punti. Il suo tempo: un’assurda contemporaneità di tessere, di istanti. I suoi volti: compresenza di facce. Secondo Argan, «il classicismo rovesciato è ancora classicismo e Picasso, esplicitamente anticlassico, è in fondo l’ultimo dei classici». Da questi ossimori sono nate le installazioni della Beecroft, le crocifissioni di Cattelan, le imbalsamazioni di Hirst. Tentativi per sottrarsi alla diffusività del presente. Per recintare oasi di silenzio. Per provare a difendere ‘ciò che sopravvive alla peggiore barbarie’. ____________________________________ “What survives the worst of barbarism, surviving because generations of people cannot afford to let go of it and therefore hold on to it at all costs – that is the classic”. Coetzee’s words can guide us along a brief journey packed with unexpected revelations, surprising melancholy and productive memories. This stroll enables us to talk of the ‘call to order’ currently taking place in the world of contemporary art. In order to grasp this unexpected reversal, occasionally concealed by nostalgia and retreats, it is interesting to look briefly at the nouvelle vague in painting, but also several significant sculptural experiences, linked to an experimental approach which is seemingly easy and immediate. The first frame. 2010, Naples, the former fish market. An installation by Vanessa Beecroft. A large platform on three levels where one encounters models – their faces staring into the void, their movements slow –painted entirely in black, involved in a sensual yet cold dance. Beside them are pieces of chalk statues. It is a ‘carnal drawing’: a fresco painted without brushes. A tableau vivant, in which

the actors proceed with marked rhythms between details of casts. Compared to what used to happen in body art performances, here there is no cruelty. The work becomes the stage for an obsessive search for beauty. A controlled, dry composition in which nothing is left to chance. The whole scene is regulated by respect for geometry: an architecture full of references to minimalism. The second frame. 2009, Naples once again, the MADRE museum. On the altar of the Church of Donnaregina, Maurizio Cattelan exhibits a crucifixion. There is no Christ but instead a female figure (in polyurethane rubber and fibre glass). The figure has her back turned to the viewer. She wears a white dress, and lies on a snow-white shroud. Her arms and legs are bound in iron cuffs. Memories of the paintings of Bruegel and cartoons. A strange mixture of a sneer and mysticism. The last frame. London in the nineties. The first sculptures by Damien Hirst. Animals sliced and put into formaldehyde in glass cases. Authentic ‘post-monuments’. Extreme still lifes: segments of organisms placed in cases which are marked by compactness and homogeneity. Sculptures that arouse the seduction of a refusal. A direct and explicit style that shows grief and death. No emotion. Everything is frozen and immobilised. The ‘embalmer’ intervenes calmly with the precision of a mathematician. He avoids surprises, arranging each element very carefully. He freezes the decomposition of bodies: his is a memento mori with the feel of television. What do these three images have in common? They are constructions which, despite being situated along the horizon of post-dadaism, underline the renewed need for classicism. Although they tread different paths in the footsteps of distant assonances, Beecroft, Cattelan and Hirst share the same poetic urge. They display the need to rediscover several categories that may seem outmoded: proportion, equilibrium, order, calculation, discipline and sense of restraint. They create iconographies – monumental, austere and solemn iconographies – that conceal an ancient soul. The historical references are quite clear: they evoke the enchantment of Greek statuary, Renaissance painting and baroque sculpture. We are confronted by audacious and controversial representations which have often attracted media attention: glamorous provocation, designed to disorientate and upset bourgeois respectability. However, this ephemeral patina conceals a profound linguistic awareness. The work of art is not just designed to be a motto of the spirit, an effective gimmick or a visual shock: above all, it is a meditated design with an precise intention. 93


A skilful method. Rigorous imagination, designed to avoid all approximation, and veering towards formal composure, approaching a near-precise form of writing. It is from this perspective that the return to classicism can be defined. This is a ‘space’ which, for Beecroft, Cattelan and Hirst, does not allude at all to an unalterable archive of eternal ‘notes’ to be replicated in a passive manner. However, it does indicate an arsenal of universal values, with no set place or time, which can be rediscovered, manipulated, plundered freely and finally betrayed. Far-removed from all anachronisms, often with a touch of irony, revealing a post-modern approach, these artists know that any avant-garde, in order to thrive, requires a solid army behind it. As Salvatore Settis has written, they know that the classic ‘always regards not just the past but also the present and a vision of the future’: it dies only to be reborn, each time consistent and each time different. It is not a static, untouchable or metaphysical concept. However, it provides a reserve for the future. A dynamic topos, which contains within it many antitheses. Identity and otherness, study and reinvention: games of correspondences and slippage in meaning. Not a destination that has been reached but a telos. History can no longer be regarded as a prison: it has now become similar to a jail with widely spaced bars. We cannot be the warders of a prisoner who has escaped long ago. The past should not be interpreted as a fixed image nor as an unshorn creature. It is a precious casket to be explored with intelligence: a complex text which, by segments, seeks to provide a path inside the present. A stroll through the rooms of art history leaves a series of traces where the originals cannot be distinguished from the rest. Arabesques of traces, metamorphoses and events. Constellations with many planets in constant movement. In order to offer a cultural background to their raids, Beecroft, Cattelan and Hirst reinvent a precise system of motives. They then arrange their ‘recollections’ within a discontinuous and elegant poetic plot. They offer hybrid stories which are open to digressions and pauses. Poised between respect and transgression, they drawn on different memories. They return to an alphabet of consolidated figures and devices which is filtered through a contemporary sensibility. They are inadvertent classicists, they subvert things. They avoid the instinctive, barbaric gestures of transavantgarde artists and the neoexpressionists. They always possess refinement and occasionally display aesthetic smugness. As neo-formalists, they acquire traces full of references in order to construct 94

sophisticated story-lines based on a strategy much loved by the early twentieth century avant-garde, such as alienation. It is a device that enables linguistic leaps. A fluctuating link, a morphological distortion; alienation modifies any form of representative linearity. The syntax is dismantled to encourage separations. It encourages the renaming of standard ‘words’. Changes of perspective are created: rhythmical and tonal dislocations, which conceal the original materials. Data is extracted from the original source and inserted into different regions. It exalts the unexpected novelty of a specific ‘message’. It contaminates figures which are removed from their usual contexts of reference. Associative links are broken to give specific elements a new informative capacity: liveliness and originality. What has become of the classic in these times of disenchantment, demythologisation and indiscretion? We could reply with the words of Italo Calvino: a classic is something “that tends to relegate the concerns of the moment to the status of background noise, but at the same time this background noise is something we cannot do without”. There is no more space to erect a monumentum aere peremnius. We only have the chance of building shattered theatres (for Beercroft), blasphemous crucifixions (for Cattelan) or horrifying still lifes (for Hirst). Shattered mosaics: temples, works of architecture and masterpieces have been broken into a thousand pieces. Like a bricoleur, the contemporary artist can now manoeuvre fragments: sparks that refer to the whole, leaving the interpretation to guesswork. The artist becomes the witness of the defeat of Meaning, of an explosion that breaks up unity, outlining a galaxy of splinters with unpredictable trajectories. “These trajectories,” recalls Alessandro Baricco, “are the graffiti in which the code of modernity is inscribed”. The mirror of this explosion is the post-classicism of Beercroft, Cattelan and Hirst, who reformulate many ideas from tradition. They collect samples, rediscovered objects and references. They glide easily over the surface of the history of art which they don’t view as a museum, but as a showcase in which many fascinating products are exhibited. They nonchalantly draw on a vast arsenal of opportunities. They veer towards the promised land of perfection. Nevertheless, they are aware of the fact that, in our era, order is now a geography to be searched for, pursued and desired, although it remains impossible to conquer. These exotic enchantments lead to alternative routes and experimental suggestions. We are not confronted by faithful ca-

sts, which raise the culture of the past up onto an inaccessible pedestal, removing it from history and projecting it towards a dimension of immutability. Above all, these artists meditate on discontinuity, refuse and dispersion, margins, strained echoes, and the deviations of ancient art. The beauty that they put on display is designed to be seen by us as symmetry and harmony, although one discovers asymmetry and disharmony. Shattered and irretrievably fragmented. It is denied, defaced and is brushed by anxiety and uneasiness. Unrecognisable like a disfigured face. To grasp the intimate sense of these risks, some of the critical observations of Giulio Carlo Argan may provide enlightenment: Argan described Picasso as a classic artist – a “great creative personality” – and, at the same time, anti-classical. Remote from any form of traditionalism, capable of annihilating techniques and habits, the “great anatomist” plays with mummified museum styles. He is aware of the differences that exist between the culture of past centuries and that of the twentieth century; he is historical and antihistorical. He has a “global conception of the world and life”, but he reinvents a universe of dissonance. His space is a series of points. His time is the absurd contemporaneity of tesserae and moments. His faces are the simultaneous presence of faces. According to Argan, “upturned classicism is still classicism and Picasso, who is explicitly anticlassical, is basically the last of the classics”. These oxymorons lie at the origin of the installations of Beecroft, the crucifixions of Cattelan, and the embalmed animals of Hirst. They are attempts to escape from the diffusability of the present. In order to build a fence around oases of silence. In order to defend ‘what survives the worst of barbarism’.


Nicola Di Basta e Joseph Rykwert discutono insieme dopo un seminario Nicola Di Basta and Joseph Rykwert discussing together aer a lecture


La città invasa The Overrun City Mimmo Jodice

Agli inizi il progetto era diverso. Con gli studenti avevamo programmato un percorso nella Città Antica, con l’intento di fotografare le architetture e gli spazi urbani di grande rilevanza storica e prestigio architettonico. Le immagini realizzate sarebbero state utili, nel programma del Master, sia per ragioni didattiche che per l’archivio fotografico della Facoltà di Architettura. Dopo i primi sopralluoghi questo progetto è andato in crisi. La presenza di forte inquinamento visivo ha reso impossibile il lavoro. Gran parte, se non tutto, del Centro Antico è invaso da strutture abusive e manomissioni gravi, che deturpano, offendono e degradano le architetture: condizionatori, caldaie, illuminatori da autostrade collocati su negozi e su portali antichi, balconi verandati, un vandalico e diffuso uso di scritte con vernice indelebile che invadono le strade ed offendono monumenti, facciate, marmi, colonne. Questo oltraggio alla città si è consumato sotto lo sguardo passivo di tutti, con l’incomprensibile assenza ed indifferenza di chi avrebbe dovuto, istituzionalmente, tutelare la città ed impedire questo scempio. La cosa più triste è che noi tutti ci siamo abituati a questi abusi e l’illegalità è diventata normalità. Queste condizioni di degrado hanno quindi determinato un cambiamento del progetto iniziale: non più una documentazione delle magnificenze del nostro Centro Antico ma una visualizzazione di queste sciagurate offese alla città. La speranza è che le immagini, realizzate con grande impegno dagli studenti e che verranno esposte, possano risvegliare il buon senso ed il rispetto per questa città e richiamare tutti noi alle nostre responsabilità; ed in special modo gli addetti alla tutela del nostro patrimonio.

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Initially the idea for the project was different. We had planned a trip around the historic centre, with the aim of photographing the works of architecture and urban spaces of particular historical importance and architectural prestige. The photographs would have been useful within the programme of the Master’s course, both for didactic reasons and for building the photographic archive of the Faculty of Architecture. After the first inspections the original project was immediately beset by crisis. The intense visual pollution made the work impossible. Most, if not all, of the historic centre is overrun with illegally built structures and serious violations which deface, offend and degrade the architecture: air conditioners, heaters, spotlights worthy of a motorway placed on shops and old portals, balconies turned into verandas, a vandalistic and widespread use of writing with indelible paint that invade the streets and offend monuments, facades, marble structures and columns. This outrage to the city has been perpetrated before the eyes of everyone with an incomprehensible absence and indifference on the part of those who had an institutional duty to look after the city and prevent this defacement. The saddest thing is that we have all become used to these abuses and that illegality has become normality. These conditions of decay have therefore altered the initial project: it will longer consist in recording the splendour of our historic centre but visualising these criminal offences to the city. The hope is that the photos, taken with the great commitment of the students and which will eventually go on display, can reawaken common sense and respect for the city and remind all of us of our responsibilities and, in particular, the responsibilities of those in charge of protecting our heritage.


Mimmo Jodice durante un sopralluogo al Centro Anco di Napoli Mimmo Jodice during a survey at the Ancient Centre of Naples


Foto di Giorgia Aquilar


Foto di Giorgia Aquilar


Foto di Francesca Avitabile


Foto di Dario Boris Campanale


Foto di Dario Boris Campanale


Foto di Francesca Da Canal


Foto di Francesca Da Canal


Foto di Davide di Marno


Foto di Alio Fiumarella


Foto di Gina Furia


Foto di Arianna Marchesani


Foto di Luigi Nefasto


Foto di Cecilia Perna


Foto di Emanuela Punzo


Foto di Anna Scoo di Tella


STUDENTS2009/10


Analisi Analysis


Analisi Morfologia delle insulae. I pieni The Morphology of Blocks. The Solids Gina Furia Luigi Nefasto Marco Piras Louiza Polyzogopoulou Emanuela Punzo

Lo studio della morfologia delle insulae ha riguardato l’evoluzione storica di quei volumi che hanno caratterizzato e caratterizzano la struttura urbana: dalla città Greco-Romana alla città contemporanea. Partendo dalle loro originarie misure le insulae hanno subito modificazioni sostanziali nei secoli riconfigurandosi, ad esempio, a seguito di stratificazioni edilizie, come nel caso dei Teatri o di accorpamenti nel caso della costruzione dei grandi conventi. Attraverso diversi sopralluoghi è stato possibile rilevare come la struttura fisica dei piani terra e di conseguenza l’organizzazione spaziale, pur nella loro completa autonomia, presentino una forte relazione con l’intero tessuto urbano. Emblematico il caso delle insulae comprese tra via dei Tribunali e via San Biagio dei Librai che attraverso i loro ingressi e le loro corti, potrebbero essere, con semplici modificazioni, collegate le une alle altre. Interessante è stato documentare come all’interno del denso tessuto del Centro Antico di Napoli una vastissima area sia occupata da chiese e conventi. I grandi chiostri e gli spazi delle chiese sconsacrate opportunamente messi a sistema tra di loro, senza violarne i loro caratteri peculiari, potrebbero essere una risorsa estremamente importante per la riqualificazione dell’intero Centro Antico. Da queste analisi è quindi nata una proposta progettuale che, attraverso una attenta e discreta riconnessione degli spazi aperti interni alle insulae, tende alla configurazione di un nuovo scenario di città possibile nella quale possano coesistere, in armonia, sia attività civiche che domestiche.

The study of the morphology of insulae or blocks concerns the historical evolution of the volumes that have distinguished the urban structure and continue to do so, from the ‘Greco-Roman city’ to the ‘contemporary city’. The original dimensions of the blocks have changed significantly over the centuries, altering their shape, for example, as a result of architectural stratifications, as in the case of the theatres, or as a result of amalgamation, in the case of the construction of the large monasteries and convents. Through a series of inspections, it has been possible to show how the physical structure of the ground floors and the consequent spatial organisation, despite their complete autonomy, have a close relationship with the overall urban fabric. A typical case is the group of blocks between via dei Tribunali and via San Biagio dei Librai which, through their entrances and courtyards, could be linked to each other with only simple modifications. It is interesting to note that a large part of the dense fabric of the historic centre of Naples is occupied by churches, monasteries and convents. The large cloisters and spaces of the deconsecrated churches, if they were suitably rearranged in relation to each other without violating their specific characteristics, could become an extremely important resource for redeveloping the entire historic centre. From this analysis, a design proposal has therefore emerged which, by means of a careful and moderate reconnection of the open spaces within the blocks, paves the way for a new scenario of a possible city in which both civic and domestic activities can coexist.

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Pianta dei piani terra e dei piani superiori 1:1000. Una rappresentazione dei ‘pieni’ e dei ‘vuo’ Ground floor plan and Upper floor plan 1:1000. A representaon of ‘solids’ and ‘voids’

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Foto: modello delle piante dei piani terra e superiori 1:1000. Una rappresentazione su due livelli delle due preceden piante Picture: ground and upper oors model 1:1000. A two – layers model of the previous plans

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Analisi storica della struura urbana. Un excursus storico di come la ciĂ si sia modiďŹ cata a parre dal tracciato Ippodameo ad oggi Historical analysis of the urban structure. An historical excurcsus through the changing city, from the Hippodamian plan unl today

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Modello delle sezioni schemache longitudinali e trasversali 1:1000. Rappresentazione del rapporto tra ‘pieno’ e ‘vuoto’ in sezione Schemac longitudinal and cross secon model 1:1000. The ‘solids’ and ‘voids’ seen in secon

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Pianta delle aree ‘potenziali’: ricerca di aree con parcolari potenzialità rispeo alla loro qualità urbana e architeonica ‘Potenal’ areas plan: seeking sites with peculiar potenalies concerning their urban and architectural qualies

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Modello schemaco della provocazione progeuale di una possibile evoluzione della struura della ciĂ A planning taunt of a possible future evoluon of the city structure


Modelli schemaci rappresentan gli spazi vuo del centro anco Schemac models showing the voids of the historical centre


Analisi Morfologia delle insulae. I Vuoti The Morphology of Blocks. The Voids Maria Concea Ciappa Davide di Marno Cecilia Perna Eleonora Presfilippo Anna Scoo Di Tella

L’indagine sui vuoti nel Centro Antico è stata improntata in due direzioni: da una parte, ritrovare matrici di uno spazio fisico in divenire, dall’altra cercare una classificazione del valore degli spazi in termini di uso, significato, connettività, ruolo all’interno della struttura urbana. L’obiettivo, ridisegnare la porione di città analizzata in chiave progettuale, riferita quindi ad un organismo in evoluzione anzichè un manufatto immobile nel tempo. Le ricostruzioni ed i rilievi risalenti a diverse epoche storiche danno la misura del continuo processo di trasformazione del tessuto urbano. L’originaria struttura greco-romana (griglia cardo - decumano), fondata su insulae di uguale estensione affiancate, si è progressivamente complicata: alcune insulae si sono accorpate, nuovi percorsi si sono aperti attraverso alcune di esse. Il processo, mai veramente terminato, ha lasciato porzioni vuote non pianificate (‘di risulta’), accanto agli spazi pubblici progettati (quasi sempre ‘larghi’ a volte piazze), al chiaro segno dei chiostri monumentali ed ai piccoli vuoti di servizio della residenza. Allo stesso tempo, il rilievo degli accessi principali degli edifici, la ricognizione sulla condizione di uso di vicoli, lo studio del tracciato stradale in termini di continuità e posizione dei diversi assi, hanno evidenziato un grado nascosto di gerarchie tra spazi vuoti. I cardi che configurano le insulae originarie assumono un ruolo alternativamente di fronte o di retro. I percorsi secondari posso essere definiti come interni, corti lineari, spazio semiprivato a servizio dei bassi e delle botteghe artigiane; spesso l’accesso è sbarrato informalmente. Spazi aperti di risulta, esito di trasformazioni mai completate, spazi pubblici utilizzati come corti private, percorsi di attraversamento delle insulae all’aperto e coperti sono indizi di trasformazioni attese, possibili o impossibili. Il plastico conclusivo mette in evidenza questa tendenze: le insulae tendono ad accorparsi, le corti interne (ad eccezione dei chiostri, gia definiti) attendono una nuova configurazione, i percorsi interni possono essere

riconosciuti, messi in funzione o ignorati. I vuoti che restano sono quindi estrusi meccanicamente, mentre tutto il tessuto viene classificato per gradi di trasformabilità, o potenziale (le porzioni più scure sono considerate non più trasformabili); i percorsi, la porosità nascosta, viene messa in evidenza in diretta connessione con i grandi ambienti coperti. La nuova planimetria che ne risulta mostra grandi macroinsulae all‘interno delle quali possono verificarsi configurazioni diverse, ancorate ai grandi complessi monumentali ed ai tracciati principali della struttura viaria. The investigation of voids in the historic centre was carried out on two different levels: on the one hand, the aim was to rediscover the origins of a physical space in a constant state of flux, while on the other, the aim was to search for a classification of the importance of spaces in terms of use, meaning, connectivity, and the role within the urban space. The aim was to redesign the analysed portion of the city, which was therefore considered as an evolving organism rather than a structure that remained static over time. The reconstructions and the plans, which date to various historical periods, give an idea of the continuous process of transformation of the urban fabric. The original Greco-Roman fabric (the grid of cardi and decumani), based on parallel insulae (blocks) of equal size, has gradually been altered: some insulae have been amalgamated, and new routes have been opened through some of them. The process, which has never really been completed, has left unplanned empty abandoned spaces alongside the designed public spaces (almost always ‘small squares’, sometimes piazzas), the evidence for the monumental cloisters and the small empty spaces for residences. At the same time, the survey of the main entrances to the buildings, the investigation of the conditions of the narrow streets and lanes, the study of the street layout in terms

of continuity and the position of the various axes, have highlighted a hidden level of hierarchies between the empty spaces. The cardi – small streets – that distinguished the original insulae alternated between acting as the front and back of the blocks. These secondary side streets can be defined as internal, linear courtyards, a semi-private space devoted especially to ground floor houses and craft workshops; access is often informally blocked. These abandoned open spaces, the random outcome of unfinished transformations, public spaces used as private courtyards, external and roofed routes through the blocks, provide clues about expected, possible or impossible alterations. The final model highlights these trends: the insulae have tended to be amalgamated; the inner courtyards (except for the cloisters which have already been defined) await a new arrangement; the inner routes can be recognised, activated or ignored. The voids that remain are therefore mechanically extruded, while the whole fabric has been classified according to degrees of transformability, or potential (the darkest parts are no longer considered capable of being transformed); the routes, the hidden porosity, are highlighted in direct connection to the large roofed buildings. The new plan that emerges displays large macroinsulae – macro-blocks – within which new configurations may take place, rooted in the large monastery and convent complexes and the main courses of the street network.

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Analisi Spazi di Soglia Analysis of the threshold spaces Giorgia Aquilar Francesca Avitabile Dario Boris Campanale Francesca Da Canal Alio Fiumarella Arianna Marchesani

Dai sopralluoghi grazie ad un’osservazione diretta degli spazi del costruito sono stati individuati degli elementi di interesse che ci hanno condotto ad una valutazione sulla possibilità di riconnessione fra spazi pubblici e privati. I criteri di individuazione per gli elementi di interesse sono:

The investigation involved direct observation of the buildings. This made it possible to identify interesting elements that led to the assessment of the possibility of reconnecting public and private spaces. The following criteria were used to identify the interesting elements:

- Qualità delle corti

Quality of the courtyards

- Collegamento fra corti e strada

- Link between the courtyards and the street

- Stato di conservazione delle corti

- State of conservation of the courtyards

- Misura degli spazi qualità dei corpi scala

- Measurement of the spaces, quality of the staircases

- Variabili e invariabili all’interno delle corti - Organizzazione interna del costruito

- Variables and invariables within the courtyards

- Porzione di cielo visibile dalle corti

- Internal layout of the building

Dall’osservazione di tali elementi è derivata una proposta di riqualificazione generale attraverso la riconnessione degli spazi di soglia individuati con:

- Part of the sky visible from the courtyards

- Possibilità di creazione di una rete di spazi con qualità riconoscibile a scala urbana - Incrementare la salubrità delle condizioni di vita nei punti di alta concentrazione di pozzi di luce

The observation of these elements led to the proposal of general redevelopment through the reconection of the threshold spaces which were indicated in the following way: - The possibility of creating a network of spaces with a quality that can be recognised at an urban level.

-Connessione fra corti contigue

- Increasing the healthiness of living conditions wherethere are high concentration of light wells.

-Individuazione di corti predisposte ad accogliere funzioni pubbliche.

- The connection between contiguous spaces - The identification of courtyards designed to be used for public functions.

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1. Fluido connevo 2. Individuazione degli spazi soglia 3. Concept delle connessioni 1. Connecve uid 2. Locaon of the treshold areas 3. Connecons concept

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ClassiďŹ cazione degli elemen di soglia ClassiďŹ caon of the treshold elements

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Foto del modello schemaco di studio sugli spazi di soglia Picture of the schemac model of the treshold spaces study

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Masterplan Ferruccio Izzo

In continuità con gli studi e le ricerche sviluppati nella prima edizione del Master abbiamo ricercato – attraverso un confronto con i contenuti della Variante al Piano Regolatore Generale e del Documento di Orientamento Strategico per il Centro Storico del Comune di Napoli – aree significative da indagare per sviluppare ipotesi di riqualificazione e di integrazione nell’intento, innanzi tutto, di continuare la riflessione avviata sulle possibilità e sulle modalità di sviluppo di un processo di conservazione attiva del Centro Antico di Napoli e sulla fattibilità di una più generale idea di progetto urbano finalizzata a strutturare l’area di Neapolis prevalentemente come cittadella degli studi. Tale ipotesi è stata fondata sul presupposto di conservare l’attuale ricchezza e diversificazione di usi, confermando le destinazioni residenziali e terziarie, arricchendole attra- verso l’integrazione con le funzioni universitarie esistenti, ampliate e valorizzate in una nuova dimensione di campus universitario, ricercata in rapporto ad una più fervida relazione con le preesistenze monumentali, funzionali e tipologiche del Centro Antico. L’attenzione si è soffermata sulla parte più centrale della città di fondazione greco-romana e sulle sue relazioni con la città al contorno. I siti scelti individuano con le loro caratteristiche e peculiarità precise questioni urbane: l’area del Policlinico, da Piazza Miraglia a via della Sapienza, pone il tema dell’eccezione del grande vuoto rispetto alla regola del tessuto di matrice Ippodamea e quello dell’archeologia; l’insula più centrale, prospiciente il complesso di S. Paolo Maggiore, compresa tra via dei Tribunali e Vico Maffei, presenta il tema della riqualificazione e rigenerazione del costruito e degli spazi aperti all’interno di un tessuto minuto; nell’insula che si estende da largo San Giovanni in Porta a via dei Tribunali si declina la questione della riconfigurazione del costruito a partire dai vuoti, generati nel suo corpo da una successione di crolli e demolizioni, e da possibili relazioni con emergenze dell’immediato contesto, quali l’area dei teatri, il complesso dei Gerolomini e la stessa via Duomo, per la quale quest’area rappresenta,

con il Largo Proprio di Avellino, la naturale connessione con i complessi monumentali di S. Paolo Maggiore, S. Lorenzo e San Gregorio Armeno. Il lavoro di analisi, lettura, descrizione ed interpretazione di queste aree, prodotto nelle prime fasi del corso, ha costituito la vera e propria base di riferimento entro la quale il progetto ha progressivamente preso forma. La messa a punto di un masterplan, che tenesse insieme le questioni delle diverse aree, è avvenuta in modo da valorizzare il più possibile le opportunità offerte dalle peculiarità dei singoli allievi, instituendo allo stesso tempo un terreno comune che fosse punto di partenza di una dinamica interazione tra le diverse proposte architettoniche ed il masterplan. Il masterplan ha avuto la funzione di guida e di verifica della strategia generale, realizzando allo stesso tempo un processo di interpretazione e di confronto dialettico fra elementi che di solito vengono considerati isolatamente.

Continuing from the studies and research carried out in the first Master’s course, we have searched for significant areas to investigate in order to develop ideas for redevelopment and integration. This was done by comparing the data with the contents of the Alteration Document to the General Regulatory Plan and the Document for Strategic Guidelines for the Historic Centre of the Municipality of Naples. The main aim is to continue examining the possibility and form of development of a process of active conservation of the historic centre of Naples as well as the feasibility of a more general idea of an urban project designed to organise the area of Neapolis into a citadel of studies. This hypothesis was based on the assumption of preserving the rich heritage and diversification of use, confirming residential and service industry functions and enriching them through the addition of existing university functions. These functions would be extended and enhanced within a new dimension of a university campus, which should be sought through a more intense relationship

with the monuments and the traditional functions and activities of the historic centre. Our attention focused on the most central part of the Greco-Roman city and its relationships with the surrounding city. The specific characteristics of the selected sites raise issues regarding urban life: the Policlinico area, from Piazza Miraglia to via della Sapienza, is a sort of exception, represented by a large empty space, as opposed to the general rule of the fabric of the grid system and the archaeological fabric. The theme of the most central insula or block, facing the complex of S. Paolo Maggiore, bounded by via dei Tribunali and Vico Maffei, is the redevelopment and renewal of the architecture and open spaces within the small fabric. The block that stretches from largo San Giovanni in Porta to via dei Tribunali is structured around the theme of the reorganisation of architecture; this begins from the voids (empty spaces), generated within the body of the built-up area by a series of collapses and demolition work, and by possible relationships with ruins in the immediately surrounding area, such as the area of the theatres, the complex of Gerolomini and via Duomo. This area represents, by means of Largo Proprio di Avellino, the natural link of via Duomo with the monumental complexes of S. Paolo Maggiore, S. Lorenzo and San Gregorio Armeno. The description, analysis and interpretation of these areas, produced during the initial phases of the course, represented the basis from which the design took shape. The fine-tuning of the masterplan, which could keep the different issues of the separate areas together, took place in a way that maximised the potential offered by the different characteristics of the students. At the same time, it created common ground that could act as the starting point for dynamic interaction between the different design proposals and the masterplan. The masterplan was designed to provide guidelines and a means of checking the general strategy, simultaneously setting in motion a process of interpretation and dialectical comparison between elements that are usually considered in isolation. 157


Masterplan: le ipotesi di progeo sviluppate nella prima (in grigio scuro) e nella seconda edizione (in rosso) del corso di Master (a.a. 2007 - a.a. 2009/2010) Masterplan of the dierent hypothesis developed during the ďŹ rst edion (in dark grey) and the second one (in red) of the Master Course (a.y. 2007 - a.y. 2009/2010)


Luigi Nefasto Allievo

Ferruccio Izzo Docente

Emanuela Punzo Allieva


GiuseppeMoliterni Tutor

Eleonora Prestifilippo Allieva

Davide di Martino Allievo

Gina Furia Allieva

Nuovo parco Archeologico Urbano A new Urban Archaeological Park Maria Concetta Ciappa

Giovanni Francesco Frascino

Allieva

Docente


Nuovo Parco Archeologico Urbano A new Urban Archaeological Park

SCHEDA INDIVIDUALE DI ANALISI PROGETTO/ATTIVITA’*

Ente ospitante: Comune di Napoli. Denominazione progetto: Nuovo parco Archeologico Urbano del Centro Antico. Tipologia di progetto: programma di interventi nel settore pubblico e privato. Soggetti promotori del progetto: Comunità Europea - Regione Campania - Comune di Napoli – Ance – Investitori privati. Descrizione sintetica del progetto: ridefinizione dell’insula occupata dal primo Policlinico di Napoli. Principali obiettivi del progetto: costruzione e definizione di una porzione del sistema archeologico urbano. (Percorso archeologico individuato nell’ambito 26 PRG Centro Antico) Principali caratteristiche del sistema territoriale locale: il sistema si presenta come eccezione rispetto al tessuto edilizio del Centro Antico. L’insula di progetto è stata sommariamente divisa in due parti, una delle quali è stata sgomberata e poi ricostruite secondo un schemi compositivi e diversi da quelli che regolano il contesto. I padiglioni del I Policlinico sono lontani dal filo della strada. Ne risulta una sequenza spaziale poco chiara. La presenza della struttura ospedaliera determina flussi di traffico nel Centro Antico e generale disordine dello spazio pubblico circostante. La Chiesa della Croce di Lucca, originariamente facente parte di un complesso monastico, è rimasta isolata. Collegamento del progetto con altre iniziative in corso nel territorio: Il progetto si inserisce nell’ambito 26 del PRG - centro storico- sottoposto a PUA. La scheda d’ambito prevede la realizzazione di un sistema-percorso di archeologia urbana. Il Progetto propone di integrare la trasformazione in chiave archeologica con un sistema di servizi e attrezzature a vocazione principalmente culturale, che possa contribuire a ridefinire funzionalmente e morfologicamente il Centro Antico occidentale. Analisi SWOT ( Strengths - Weakness - Opportunities - Threats) Punti di forza: 1.Immediata connessione con il sistema di accesso occidentale al Centro Antico: l’area di Port’Alba e Piazza Bellini – Via Tribunali ha numerose emergenze monumentali e costituisce, in generale, un percorso di fondamentale importanza urbana, al quale il progetto si va ad allacciare. 2. Relazione con asse archeologico- universitario: il progetto si attesta lungo l’asse che attraversa da Nord a Sud il Centro Antico (Via Mezzocannone- Via San Domenico – Via del Sole), e che è caratterizzato dalla presenza di sedi universitarie. L’asse svolge inoltre ruolo di collegamento del Centro Antico a Nord (Rampe Maria Longo e connessioni a Via Costantinopoli) ed a Sud (Rettifilo, fronte della Marina). 3. I due assi sono serviti dalla rete di trasporto metropolitano. 4. Evidenza della stratificazione urbana: l‘insula di progetto rappresenta, nell’ambito del Centro Antico stratificato, un’eccezione. Il lavoro di scavo archeologico e ricostruzione diventa quindi l’opportunità di disvelare le sovrapposizioni storiche e rimettere in funzione antiche connessioni tra le parti. 5. Porosità. Il progetto si prefigge l’obiettivo di recuperare e ridare chiarezza a tracciati di differenti livelli gerarchici che, oltre a ridefinire il tessuto urbano, riconnette spazi pubblici ora separati. 6. Il progetto risponde e risolve parzialmente alcune condizioni di crisi dell’area, quali la mancanza di spazi aperti e attrezzature pubbliche. L’intero ambito di progetto si configura come asse infrastrutturale di attrezzature e parcheggi (parcheggio principale di Piazza Cavour e parcheggi pertinenziali lungo via del Sole). Punti di debolezza: 1. Reperimento fondi: per la sua dimensione, e per le condizioni eccezionali di posizione e dimensione, l’area di progetto rappresenta un’occasione unica di riqualificazione del Centro Antico. Il progetto si prefigge l’obiettivo di rispondere a questa opportunità. Ci si trova quindi di fronte alla necessità di chiarire obiettivi ed opportunità a lungo termine per giustificare quella parte di investimenti non coperti a breve termine da investimenti privati. 2. Impossibilità di prevedere e quantificare esattamente i ritrovamenti archeologici: il progetto si basa su previsioni verosimili sulle probabilità di ritrovamenti nelle differenti porzioni dell’ambito, basate sui rilievi dei saggi presenti nell’area. Tuttavia la conoscenza specifica dei ritrovamenti potrà avvenire solo durante le operazioni di scavo. Opportunità: l‘indagine su casi studio comparabili ha evidenziato l’impatto positivo indotto da investimenti a vocazione culturale nei tessuti degradati, in particolare nei casi in cui i cittadini sono coinvolti nelle trasformazioni. L’indotto dovuto a nuovi posti di lavoro, all’aumento di flussi turistici, alle attività com-

A sinistra: Individuazione dell’area di progetto (in arancione) Left: location of the site (in orange)

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merciali e di parcheggio (quantificabile) si somma a quello dovuto alle migliori condizioni di vita ed al coinvolgimento dei cittadini in iniziative culturali (meno quantificabile). Rischi: difficoltà di manutenzione. Costi di gestione. Mancato coinvolgimento di cittadini e investitori. Criticità amministrative per l’attuazione del progetto: necessità di variante delle previsioni del PUA. Criticità organizzative per l’attuazione del progetto: attuazione della dismissione dei policlinici, delocalizzazione dell’ITC Diaz, coordinamento con la soprintendenza archeologica in vista del disvelamento dei reperti. Principali normative di riferimento, strumenti urbanistici e di programmazione: Variante al PRG di Napoli e relative NTA, DOS. Fabbisogni locali a cui risponde l’intervento: carenza di spazi pubblici organizzati, maggiore chiarezza dei luoghi, fruizione dell’area ventiquattr’ore su ventiquattro, rilancio di attività turistiche e commerciali. Bacino di utenza: ambito sovracomunale. Fonti di finanziamento: risorse pubbliche e private: fondi assegnati attraverso il DOS del comune di Napoli nell’ambito dell’asse 6 di spesa dei fondi POR della regione Campania. Project Financing. Risultati attesi e impatti previsti dal progetto: miglioramento delle condizioni di accessibilità, fruibilità e vivibilità del Centro Antico occidentale. Rivalutazione turistico/commerciale dell’area. Indotto dovuto a nuovi posti di lavoro. Messa a sistema delle attrezzature universitarie. Miglioramento delle dotazioni di standard nell’area. Modalità di coinvolgimento di operatori del settore privato: project financing e affidamento o vendita a privati delle funzioni calde e semi-freddo. Vendita di posti auto pertinenziali. Affidamento del parcheggio a rotazione e del servizio di car sharing (30 stalli). Affidamento di ristoranti, bar, caffetterie, bookshop e centro congressi a privati.

INDIVIDUAL REPORT ON AN ANALYSIS OF THE PROJECT/ACTIVITY*

Host institution: Naples city council. Name of project: New Archaeological Urban Park for the Historic Centre. Type of project: programme of intervention schemes in the public and private sectors. Promoter institutions of the project: European Union - Regione Campania (regional government of Campania) - Comune di Napoli (Naples city council) – ANCE (Italian Association of Constructors and builders) – private investors. Brief description of the project: redefinition of the block occupied by the “Primo Policlinico” General Hospital of Naples. Main aims of the project: construction and definition of a part of the urban archaeological system. (archaeological itinerary as part of sector 26 General Rgulatory Plan – historic centre). Main characteristics of the local system: the system is an exception to the building fabric of the historic centre. The block in this project was summarily divided into two parts, one of which was evacuated and later rebuilt according to compositional schemes that differ from those that regulate the general context. The pavilions of the Policlinico general hospital are situated far from the edge of the streets. This has led to a spatial sequence that lacks clarity. The presence of the hospital influences the flows of traffic in the historic centre and the general disorder of the surrounding public space. The Church of the Croce di Lucca, which originally formed part of a monastery, has remained isolated. Connection between the design and other initiatives in progress in the area: The project is part of sector 26 General Regulatory Plan - historic centre – subject to the PUA Urban Archaeological Park. The relevant profile provides for the creation of a system of urban archaeology itineraries. The project involves adding an archaeological dimension to the transformation scheme. This would create a system of services and facilities of a mainly cultural nature which can contribute to redefining the western part of the historic centre from a functional and morphological perspective. SWOT Analysis ( Strengths - Weaknesses - Opportunities - Threats) Strong points: 1.Immediate link with the western access system to the historic centre: the area of Port’Alba and Piazza Bellini – Via Tribunali contains numerous monuments and works of architecture and constitutes, in general, an itinerary of fundamental urban importance, which is central to the project. 2. Relationship with the archaeological-university axis: the design project lies along an area crossing the historic centre from north to south (Via Mezzocannone – Via San Domenico – Via del Sole) which is occupied by university premises. The axis also acts as a link between the northern part of the historic centre (Rampe Maria Longo and links to Via Costantinopoli) and the southern part (Rettifilo [corso Umberto], the seafront near Via Marina). 3. The two axes are part of an underground transport network.


4. Evidence of urban stratification: the block with which the project is concerned represents an exception to the stratified historic centre. Archaeological excavation and reconstruction work therefore becomes an opportunity to unveil the historical stratification and restore old links between the parts. 5. Porosity. The design project has the aim of restoring and bringing back clarity to layouts with different hierarchical levels which, besides redesigning the urban fabric, reconnects public spaces which are currently separated. 6. The design project responds to, and partially resolves, some problematic issues of the area, such as the lack of open spaces and public facilities. The whole project takes the form of an infrastructural axis of facilities and car parks (main car park in Piazza Cavour and other smaller car parks along via del Sole). Weak points: 1. Finding funds: Due to its size and its exceptional location, the project area represents a unique opportunity for redeveloping the historic centre. The project aims to respond to these opportunities. There is therefore a need to clarify long-term objectives and opportunities in order to justify the investment which is not covered in the short term by private investment. 2. The impossibility of predicting and quantifying archaeological finds with precision: the project is based on likely predictions of finds in the different parts of the project area, based on surveys of sample sections in the area. However, specific knowledge of the finds will have to wait for excavation work. Opportunities: the examination of comparable case studies has highlighted the positive impact of investment of a cultural nature in run-down urban fabrics, in particular in contexts where the citizens are involved in the transformations. As well as the boost to the local economy caused by new jobs, the increase in tourist flows, commercial activities and car parks (quantifiable), it is also necessary to take account of the benefits produced by improved living conditions and the involvement of citizens in cultural initiatives (more difficult to quantify). Risks: difficulty of maintenance. Running costs. Lack of involvement of citizens and investors. Administrative problems for implementing the design project: the need for a variation to the forecasts of the PUA Urban archaeological park. Organisational problems for implementing the design project: the divestment of the general hospitals, the delocalisation of the ITC Diaz Business and Technical College, coordination with the soprintendenza (archaeological office) for uncovering archaeological finds. Main regulations regarding the project, town planning instruments and planning instruments: Variation document to the General Regulatory Plan of Naples and the associated NTA, DOS (Strategic Guidance Document). Local needs to which the intervention scheme should respond: lack of organised public spaces, greater clarity of spaces, 24 hour usage of the area, re-launching of tourism and commercial activities. Catchment area: beyond the municipal area. Sources of funding: public and private resources: funding allocated through the DOS (Strategic Guidance Document) of Naples city council as part of axis 6 of the ROP funding for the Campania region. Project Financing. Expected results and predicted impact of the design project: Improvement of the conditions of access, use and living conditions of the western part of the historic centre. Reassessment of the tourism/commercial potential of the area. Implementation of the university facilities. Improvement in the general facilities of the local area. Way of involving operators from the private sector: project financing and entrusting or selling key functions to private sector. Sale of parking spaces. Outsourcing of short-term parking zones and car sharing services (30 bays). Outsourcing of restaurants, bars, cafĂŠs, bookshops and conference centres to private sector.

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Premessa Intervenire all’interno di un’area di circa 17 mila metri quadri, attualmente occupata dal complesso del Policlinico, che si estende dal decumano superiore di Via Sapienza al decumano maggiore di Via Tribunali, rappresenta una rara e preziosa occasione di arricchire il Centro Antico di Napoli di una serie di servizi, attrezzature e spazi di cui esso ha bisogno. L’idea guida che ha supportato il progetto è quella di realizzare – conformemente alle previsioni del piano urbanistico vigente – un parco archeologico urbano integrato da alcune attrezzature a servizio della collettività. Stato di fatto e cenni storici L’area di progetto, ubicata immediatamente a ridosso delle mura di fortificazione all’estremità occidentale del Centro Antico di Napoli, in una situazione orograficamente articolata, si presenta, dal punto di vista geomorfologico, assai complessa: l’antica quota del terreno era ubicata a circa 10 metri di profondità rispetto a quella attuale, come risulta dai risultati emersi a seguito di una campagna di saggi effettuati nel 1954 presso le mura di piazza Bellini; le attuali vie di S. M. di Costantinopoli e di Via San Sebastiano erano interessate dalla presenza di un profondo vallone, oggi interrato, lungo il quale scorrevano le acque provenienti dalla collina di Capodimonte. L’area risulta definita lungo i suoi margini da Via della Sapienza, già Platea Marmorata, ma anche Capo di Trio, a nord; dalla continuazione di Via dei Tribunali (Via S. Pietro a Maiella e Piazza Luigi Miraglia), già Platea Ficariola, a sud, corrispondenti rispettivamente a due dei tre decumani della città romana; da Via del Sole (già Vico del Sole e della Luna, ma anche Caruso e Via del Dattilo) ad est; e, infine, da Via S. M. di Costantinopoli e da piazza Bellini, ad ovest. Nella pianta del Capasso, il sistema urbano dell’XI secolo, definito dalle Porte Romana e Donnorso, ad ovest, e dalle mura, dalla Platea Marmorata, dal Vico del Sole e della Luna e dalla Platea Ficariola, risulta attraversato dal Vico Ficariola. Lungo le mura, dove sino alla fine del Quattrocento, come risulta dalla Pianta catastale della città di Napoli, quartiere San Lorenzo, foglio I, 1895, erano ubicati i due 166

reverse campus spazi aper in direa relazione con le sedi universitarie

reverse campus open spaces directly linked with the university buildings

connevità 1: decumano spazi aperto di massima sovrapposizione di uso tra campus universitario e cià. Molplicazione delle relazioni di vantaggio reciproco

connecvity 1: decumanus open space with maximum usage overlapping between the university campus and the city. Relaonship mulplicaon for mutual advantage

connevità 2: completamento spazi aperto di relazione tra elemen.Il solo valore posizionale delle sedi universitarie determina tensioni lineari e poli di arazione. Sovrapposizione con i percorsi ciadini

connecvity 2: compleon open space relang different elements. The mere posion of the different university bases determines linear strains and centres of aracon. Overlapping with the city paths

connevità 3: araversamento gli edifici universitari reinterpreta come elemen di passaggio tra spazi aper comuni (cià e università) e spazi aper esclusivi (solo università). Potenziali elemen di messa in comune degli spazi esclusivi

connecvity 3: crossing the university buildings reinterpreted as crossing elements between shared spaces (city and university) and exclusive open spaces (only for university). Potenal sharing elements of the exclusive spaces


Introduction Intervention in an area of about 17,000 square metres, currently occupied by the complex of the General Hospital, which extends from the upper decumanus of Via Sapienza to the main decumanus of Via Tribunali, represents a rare and precious opportunity to enrich the historic centre of Naples with a series of services, facilities and spaces which it badly needs. The guiding principle behind the project was to create – in accordance with the current town planning regulations – an urban archaeological park integrated with public facilities for the community.

area di progeo e struura urbana project site and urban structure

cià universitaria university city

The current state and historical background The geomorphology of the project area, situated right against the fortification walls at the western edge of the historic centre in a carefully organised orographic situation, is extremely complex: the original ground level lay ten metres below the current one, as emerged from the excavation carried out in 1954 near the walls of Piazza Bellini; the streets of Via S. M. di Costantinopoli and Via San Sebastiano lie in an area that used to be a deep valley, now filled in, along which the water from the hill of Capodimonte used to flow. The area is bounded by Via della Sapienza, previously Platea Marmorata, but also Capo di Trio, to the North; by the continuation of Via dei Tribunali (Via S. Pietro a Maiella and Piazza Luigi Miraglia), previously Platea Ficariola, to the south, corresponding respectively to two of the three decumani of the Roman city; by Via del Sole (previously Vico del Sole and Vico della Luna, but also Via Caruso and Via del Dattilo) to the East; and, lastly, by Via S. M. di Costantinopoli and piazza Bellini to the West. In Capasso’s map, the eleventh century city plan, defined by Porta Romana and Porta Donnorso to the western and by the walls, by Platea Marmorata, by Vico del Sole and Vico della Luna and by Platea Ficariola, was crossed by Vico Ficariola. Along the walls, where Palazzo D’Aponte and Palazzo De Curtis overlooked Via del Sole until the end of the fifteenth century – as is shown by the cadastral map of the city of Naples, San Lorenzo district, sheet I, 1895 – an older building dating to 1445 emerged: Palazzo Conca. 167


Palazzi D’Aponte e De Curtis, prospicienti Via del Sole, emerge l’antico Palazzo Conca, risalente al 1445. Lo stesso isolato, era interessato dalla presenza degli importanti complessi conventuali di Santa Maria della Sapienza, di Santa Croce di Lucca e di Sant’Antoniello a Port’Alba, quest’ultimo, diviso dai primi due dallo strettissimo Vico Ficariola. La parte alta dell’isolato, prospiciente Via della Sapienza e le stradine di Vico del Sole e della Luna, era occupata da un istituto gratuito di cultura per la gioventù povera, primo nucleo del futuro monastero di Santa Maria della Sapienza di clarisse domenicane, fondato dal Cardinale Oliviero Carafa, che, a seguito di acquisizioni, ampliamenti e ristrutturazioni avvenute nel corso dei secoli XVI e XVII sino al 1800, subì importanti trasformazioni. A seguito dell’ampliamento dei Via Costantinopoli, avvenuto nel 1634 ad opera di Pietro De Marino, C. Fanzago sarà chiamato, nel 1648, a disegnare la facciata definitiva della chiesa della Sapientia, risalente al 1507. I complessi conventuali di Santa Maria della Sapienza e della Santa Croce di Lucca, come gli altri edifici monastici della città, dopo l’Unità d’Italia, a seguito delle leggi eversive dell’asse ecclesiastico, furono, prima, acquisiti al demanio statale, per poi, sul finire del secolo, essere abbattuti per far posto alle cliniche del Policlinico universitario, i cui progetti, redatti dagli ingegneri Piero Quaglia e Guglielmo Melisurgo, rientravano nell’ambito del programma di risanamento cittadino conseguente alla grave epidemia di colera del 1884. L’opera fu finanziata con una legge dello stato (n. 349 del 30.09.1896 – ampliamento degli edifici Universitari) per un importo di circa 1.727.700 di lire. Se, per un verso, l’approssimazione e la superficialità di amministratori e burocrati aveva decretato l’abbattimento di alcuni dei monasteri della città, dall’altro, una serie di intellettuali, storici del tempo e collaboratori della prestigiosa rivista «Napoli Nobilissima», nell’intento di salvare la struttura della Chiesa della Santa Croce di Lucca – considerata dalla critica un ‘gioiello’ dell’arte barocca napoletana – con una lettera di protesta sottoscritta, tra gli altri, da Benedetto Croce e Matilde Serao, insorgevano nella strenua difesa del monumento. Oggi, la chiesa della Santa Croce di Lucca, gestita dalla Facoltà di Medicina della Seconda Università degli Studi di Napoli, risulta isolata lungo la Via dei Tribunali e circondata, lungo i fianchi e la parte absidale, da un parcheggio di automobili a servizio della struttura ospedaliera. All’interno dello stesso isolato ricadono il complesso di Sant’Antoniello a Port’Alba (destinato a Biblioteca dell’Area Umanistica) e la Chiesa della Sapienza (chiusa per restauro), in pros168

CONTINUITA’ CONTINUITY sosta: abbamento della struura scolasca. 600 stalli. Risalita all’Acropoli halt: demolion of the scholasc structure. 600 stalls. Ascent to the Acropolis accesso: punto di sbocco della risalita da piazza Cavour access: way out from the ascent to Piazza Cavour

acropoli: scavi archeologici acropolis: archaeological excavaons ristruurazione urbana: scavi archeologici e nuove infrastruure urbane urban renovaon: excavaons and new urban infrastructures decumano superiore: Il progeo si propone di ridefinire i margini del decumano, il percorso di accesso al centro anco upper decumanus: the project wants to redefine the borders of the decumanus, and the access path to the historical centre infrastruura: il cardo universitario determina e confi gura i nuovi spazi aper e l’infrastruura ciadina infrastructure: the university cardo defines and configures the new open spaces and the city infrastructure decumano maggiore: su via dei Tribunali si trovano gli accessi agli spazi pubblici ed all’area archeologica. il progeo si propone di ridefinire i margini del decumano, il percorso di accesso al centro anco main decumanus:the accesses to public spaces and archaeological areas are located on Via dei Tribunali. The project wants to redefine the borders of the decumanus, and the access path to the historical centre decumano inferiore: la piazza monumentale segna lo snodo tra la struura urbana principale e il sistema universitario lower decumanus:the monumental square marks the merging point between the urban main structure and the university system

satelli: l’asse permee di ampliare l’impianto a vocazione universitaria araverso sistemi satellite satellites: the axis allows to enlarge the university vocated implant through satellite systems

facciata: la sede centrale dell’ateneo marca l’ingresso al centro anco araverso l’asse universitario di via Mezzocannone façade: the athenaeum main building marks the entrance to the historical centre through Via Mezzocannone, the university axis

porta: collegamento con i quareri bassi gate: the link to the lower neighbourhoods


The same block also included important convents – Santa Maria della Sapienza, Santa Croce di Lucca and Sant’Antoniello a Port’Alba, of which the latter was divided from the first two by Vico Ficariola, a very narrow lane. The higher part of the block, overlooking Via della Sapienza and the small streets of Vico del Sole and Vico della Luna, used to be occupied by a free cultural institute (school) for poor children, the first part of the future convent of Santa Maria della Sapienza of the Poor Clares, founded by Cardinal Oliviero Carafa. Following acquisitions, extensions and restructuring during the sixteenth and seventeenth centuries until the nineteenth century, the convent underwent substantial alteration. After the widening of Via Costantinopoli, carried out in 1634 by Pietro De Marino, Cosimo Fanzago was commissioned in 1648 to design the definitive facade of the Church of la ‘Sapientia’, dating to 1507. The convents of Santa Maria della Sapienza and Santa Croce di Lucca, like the other monastic buildings in the city, became state property after the unification of Italy following the leggi eversive which seized a considerable amount of religious properties. At the end of the nineteenth century, they were demolished to make way for the University Hospital or Policlinico, the designs for which, done by the engineers Piero Quaglia and Guglielmo Melisurgo, were part of the reconstruction programme following the serious cholera epidemic of 1884. The work was funded by a state law (no. 349 passed on 30.09.1896 – extension of University buildings) for the sum of about 1,727,700 lire. The superficial approach of administrators and bureaucrats led to the demolition of several of the city’s monasteries and convents. However, a group of intellectuals, historians and contributors to the prestigious journal “Napoli Nobilissima”, in an attempt to save the church of Santa Croce di Lucca – considered a jewel of Neapolitan baroque art – came to the defence of the monument with a letter of protest signed by various leading figures including Benedetto Croce and Matilde Serao. Today, the church of Santa Croce di Lucca, run by the Faculty of Medicine of the Seconda Uni169


simità di Santa Maria Maggiore, detta ‘la Pietra Santa’(fruita dal 1983 come sala Concerti, a est), caratterizzata dalla presenza della torre, costruita con il riutilizzo di importanti reperti archeologici lapidei, e di San Pietro Martire con il Conservatorio di Musica (a sud ovest). Uno dei tre padiglioni che formavano lo storico Policlinico, ultimato nel 1907, fu abbattuto a seguito dei danni riportati dal tragico terremoto del 1980. Presenze archeologiche L’area su cui insiste il Policlinico, ubicata nelle immediate vicinanze delle fortificazioni greco-romane, è caratterizzata da una forte pendenza ed è collocata in posizione periferica rispetto alla città antica, immediatamente a ridosso dell’acropoli; essa è stata oggetto di diversi saggi conoscitivi che hanno rilevato la presenza di strutture in blocchi di tufo e strutture in reticolato corrispondenti ad alcuni ambienti domestici signorili di età ellenistica, ristrutturati in età augustea, ed adibiti, alla fine del I sec. d. C., a forno. Se, dai rilievi eseguiti, è emerso che i ritrovamenti lungo Via Tribunali (sotto la rinascimentale cappella Pontano) e lo stesso ambiente di età ellenistica giacciono ad una quota inferiore di circa cinque metri rispetto all’attuale piano di sedime, è evidente che l’originario piano del terreno dovesse digradare ad una quota di meno cinque metri lungo la direzione nordsud, assecondando l’inclinazione del profilo di Via del Sole. L’antico tracciato urbanistico ortogonale della Neapolis greco-romana, emerso, in parte, nelle viscere della Basilica di San Lorenzo e del complesso monastico di San Paolo Maggiore, subisce nel corso del tempo una profonda modificazione a ridosso delle fortificazioni lungo le quali si addensano aree di risulta, lotti agricoli e piccole costruzioni di servizio. Dallo studio dei saggi effettuati sul luogo, dalla lettura dei documenti relativi alla costruzione delle cliniche universitarie, le cui fondazioni dovevano spingersi presumibilmente sino ad una profondità di circa 20 m. e, infine, dalla presenza di un tunnel di collegamento tra gli edifici del Policlinico – ubicato ad una profondità variabile, al di sotto del quale si trovano i sottoservizi – emerge l’ipotesi che le eventuali tracce archeologiche riscontrabili nell’area siano andate completamente distrutte. Campus La storica vocazione del Centro Antico di Napoli come sede degli studi superiori sembra oggi essere contraddetta dalla mancanza di centri organizzativi che diano forma alla struttura del campus e che, pertanto, possano tessere rapporti e relazioni con la struttura ur170

ARCHEOLOGIA ARCHEOLOGY

Percorso Archeologico sopra: immagine fotorealisca a destra: planimetria Archeological Path up: photo-rendering right: plan


versità degli Studi of Naples, is in an isolated position along Via dei Tribunali and surrounded, along its sides and the apse, by the hospital car park. The same block contains the complex of Sant’Antoniello a Port’Alba (destined to become Biblioteca dell’Area Umanistica [A library for the humanities]) and the Church of La Sapienza (closed for restoration), close to Santa Maria Maggiore, known as la Pietra Santa (used as a concert hall since 1983) to the east, marked by the presence of a tower, built with re-used ancient tombstones, and San Pietro Martire with the Conservatory of Music (to the south-west). One of the three pavilions that formed the hospital, completed in 1907, was demolished following the damage caused by the devastating earthquake of 1980. Archaeological evidence The area of the hospital, situated very close to the Greco-Roman fortification walls, is built on a steep slope and occupies a peripheral area of the historic centre, adjoining the Acropolis; several excavations were carried out in the area which have brought to light structures made of tuff blocks and opus reticulatum corresponding to several elegant Hellenistic domestic rooms which were restored in the Augustan period and, at the end of the first century AD, turned into a bakery. The excavations showed that the finds unearthed along Via Tribunali (beneath the Renaissance Pontano chapel) and the Hellenistic building lie about five metres below the current ground level. It is clear that the original ground level would have been five metres lower along a North-South axis, following the slope of Via del Sole. The ancient urban grid system of Greco-Roman Neapolis, which partly emerged from the excavations below the church of San Lorenzo and the monastic complex of San Paolo Maggiore, underwent drastic modifications beside the fortifications along which areas of debris, cultivated plots of land and small service buildings clustered. From the study of the excavations and the documents related to the construction of the university buildings, whose foundations must have been at least 20 me171


bana nel suo complesso e con i preziosi spazi aperti dei complessi conventuali che abitano la città. Leggendo la ‘mappa’ delle presenze attuali dell’Università nel Centro Antico, sembra prendere corpo l’idea di un campus diffuso, che prende forma lungo l’asse di attraversamento da sud a nord; questo, partendo dalla sede centrale dell’Ateneo, si spinge lungo Via Mezzocannone, intersecando i tre decumani, fino all’Acropoli, e quindi al punto di accesso alla città antica da piazza Cavour. Ipotesi progettuale Ancora oggi, dopo una lunga e complessa fase di programmazione che ha investito il Centro Antico della città, si discute dell’eventualità di abbattere gli edifici ancora esistenti del vecchio Policlinico, delocalizzandoli per far posto agli eventuali possibili rinvenimenti archeologici, da valorizzare nel contesto degli itinerari storico-culturali, all’interno di una strategia di riqualificazione urbana. L’intervento progettuale – coerentemente con un obiettivo di ripristino tipologico dell’area – si propone di demolire i due padiglioni del Policlinico, ubicati all’interno dell’area, e di riconfigurare la cortina perimetrale dell’isolato, riprendendo le misure e la geometria dell’antico nucleo conventuale. Il nuovo complesso architettonico, scavato da tre grandi e moderni chiostri laici, potrebbe, in tal modo, inglobare al proprio interno i ruderi del parco archeologico. Il parco archeologico L’area di progetto, interessata da uno scavo archeologico che potrebbe investire gli strati di terreno sino ad una quota di circa -5 m. rispetto al livello attuale del terreno, porterebbe alla luce, pertanto, i resti della chiesa della Croce di Lucca e, al contempo, offrirebbe l’opportunità di inserire i ruderi all’interno di un sistema di percorsi che si snoda tra le aree di scavo ed eventuali installazioni di arte contemporanea. Il parco archeologico, disegnato come una grande piazza coperta, interruzione del continuo edificato del centro antico, potrebbe configurarsi quale luogo in cui far coesistere i reperti archeologici emersi in situ, i rinvenimenti provenienti da altri siti di scavo ed una serie di installazioni artistiche, ricreando un prezioso silenzio claustrale. L’ Atrio L’ipotesi progettuale prevede di realizzare l’ingresso al parco archeologico attraverso un varco ricavato all’interno di quello che doveva essere l’abside della chiesa della Croce di Lucca, andato distrutto in seguito alla costruzione delle cliniche; qui è possibile ubicare una scala che superi il dislivello tra la strada e la nuova quota del suolo corrispondente al terreno archeologico. L’invaso della chiesa diventa, 172

ARCHEOLOGIA ARCHEOLOGY

Percorso Archeologico A sinistra: planimetrie dello stato di fao con l’individuazione dei pun in cui sono sta rinvenu elemen di rilevanza archeologica; Soo: elaborato di progeo sezione trasversale con in evidenza la quota archeologica Archeological Path: Le: as-built plans with the spong of relevant archaeological elements; Under: cross secon highlighng the archaeological elevaon (project design)


tres deep and, lastly, the presence of a tunnel connecting the hospital buildings – situated at varying depths, below which were the underground utility rooms – the hypothesis emerges that any archaeological evidence in the area has been completely destroyed.

Stato di fao: la sezione mostra la relazione tra sedimi dei padiglioni auali e la quota archeologica As built secon showing the relaonship between the footprint of the present wings and the archaeological elevaon

Stato di fao: in evidenza l’area a maggiore probabilità di ritrovamen archeologici As built secon highlighng the areas with more chances of archaeological findings

Campus The historic vocation of the historic centre of Naples as the premises of the university seems to be contradicted today by the lack of organisational centres that give shape to the structure of the campus and which can therefore be related to the overall urban structure and the precious open spaces of its monastic complexes. By reading the ‘map’ of the current university premises in the historic centre, an idea of a widespread campus seems to take shape along the North-South axis; the axis begins from the central university buildings along Via Mezzocannone, intersecting the three decumani going up to the Acropolis and ends at the access point to the ancient city from piazza Cavour. Design proposal After a long complex phase of planning that concerned the historic centre of Naples, the debate still rages about whether to demolish the remaining buildings of the hospital, delocalising them to make way for possible archaeological finds which should become an interesting part of the historical and cultural itineraries as part of a strategy of urban redevelopment. According to the design proposal – in line with the objective to carry out typological restoration in the area – the two pavilions of the hospital situated within the area will be demolished while the perimeter of the block will be altered, following the measurements and geometry of the old monastic complex. The new architectural complex, created from three large modern secular cloisters, could thus incorporate the ruins of the archaeological park. The archaeological park The project area, which includes an archaeological excavation that could affect the layers down to 5 metres below ground level, would therefore bring to light the ruins of the chur173


pertanto, una sorta di atrio di ingresso al parco; tra l’altro, la possibilità di accedere, mediante un edificio, a una quota ipogea non è insolita per la città di Napoli, dove questa condizione è frequente proprio nei luoghi di culto. Il nuovo cardo Il progetto dà forma ad un nuovo asse, elemento di penetrazione al nucleo antico della città, che trae la sua forza e la sua ragione dalla struttura urbanistica della stessa città; esso funge inoltre da spina distributiva dell’impianto progettuale tra Via Tribunali a Via Sapienza. Il disvelamento di questo cardo, riprendendo il tracciato urbanistico ortogonale che caratterizza la Neapolis greco-romana, permette di legare e mettere in relazione l’edificio posto lungo Via del Sole, i tre grandi spazi verdi e le corti, principali elementi di progetto. Il cardo, interessato dalla presenza delle corti tematiche e dall’insula polifunzionale, permette, attraverso una serie di grandi portali, di accoglie i visitatori all’interno di ampi spazi aperti e coperti destinati ad ospitare una serie di attività culturali. Le corti La corte è un elemento tipologico ricorrente nella morfologia della città antica di Napoli; nei complessi conventuali, dove assume il ruolo di chiostro, si identifica simbolicamente con il Paradiso Terrestre, e costituisce immagine di quel Paradiso eterno di cui la vita nei monasteri doveva essere una sorta di anticipazione. La corte, memoria di quegli orti conclusi che abitavano ed ancora abitano i complessi monastici della città, si declina, nel caso del progetto, secondo tre varianti: un aranceto, come nel chiostro annesso alla Chiesa di Regina Vecchia; un giardino medicale (con tale termine si indicavano le piante medicinali oppure i medicamenti ricavati da esse), nel quale predomina il maestoso albero della Canfora, già esistente nell’Ortomedico degli Incurabili; e infine, con un chiaro riferimento alla tradizione monastica, uno spazio verde caratterizzato dalla presenza dell’acqua: un pozzo o una cisterna, quindi, allegoria del Cristo sorgente di vita, dal quale nascevano quattro bacini d’acqua o quattro sentieri disposti

Cardo In alto: sezione di progeo sulla prosecuzione del vico San Domenico Maggiore; A destra: immagine fotorealisca del nuovo percorso; Pagina accanto: pianta delle coperture Up: project secon of the extentension of Vico San Domenico Maggiore; Right: photo-rendering of the new walkway; Next page: roofing plan

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CARDO


ch of Croce di Lucca. At the same time, it would offer the opportunity of creating a series of itineraries through the excavation areas as well as installations of contemporary art. The archaeological park, designed to be a large roofed piazza breaking up the continuous series of buildings of the historic centre, could become a place which combines the archaeological finds in situ, the finds from other excavations and a series of art installations, recreating a precious cloister-like silence. The Atrium The design proposal involves creating an entrance to the archaeological park through a gap created within what would have been the apse of the church of Croce di Lucca, which was destroyed to build the hospital buildings. Here, it would be possible to construct a flight of steps that overcomes the difference in height between the street and the new level of the ground corresponding to the archaeological surface. The hollow of the church therefore becomes a sort of atrium that provides an entrance to the park. The possibility of entering an underground level through a building is hardly unusual for Naples where this situation is particularly frequent in religious buildings. The new cardo (street) The project gives shape to a new axis, an element that crosses the historic centre and which derives its force and raison d’être from the urban structure of the city. It also functions as the structural backbone of the design layout between Via Tribunali and Via Sapienza. The discovery of this cardo, which resumes the urban grid layout that characterises Greco-Roman Neapolis, makes it possible to link the building along Via del Sole, the three large green spaces and the courtyards, the main elements of the project. The cardo, which includes thematic courtyards and a multifunctional block, makes it possible to receive visitors within wide outdoor and indoor spaces destined to house a series of cultural activities, through a series of large portals. The courtyards The courtyard is an element that occurs fre175


ATRIO ATRIUM

a croce, simboleggianti i quattro fiumi del mondo dei quali si trova citazione nel primo libro della Bibbia. L’infrastruttura Il nuovo edificio, compreso tra il nuovo cardo e Via del Sole, riconfigura il margine dell’insula, ripristinandone l’antico perimetro, e costituisce il nucleo funzionale del progetto. Esso accoglie al proprio interno una serie di attività culturali, nonché gli spazi didattici dell’Università. Ciascuno dei piani dell’edificio, concepiti come spazi continui ‘sospesi’ – accessibili direttamente dalle corti ricavate all’interno del suo volume, la cui misura, proporzioni e geometria si confrontano direttamente con quelle delle insulae originarie del Centro Antico – si dilatano verso sud, occupando l’intero spessore dell’insula.

Ingresso all’area archeologica Sopra: pianta alla quota 40.50; A sinistra: sezione trasversale sulla Croce di Lucca; A destra: immagine fotorealisca Entrance to the Archeological Area Up: +40.50 m elevaon plan; Le: cross secon on the Croce di Lucca; Right: photo-rendering

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quently in the historic centre of Naples; in monasteries and convents, where it acts as a cloister, the courtyard is symbolically identified with a terrestrial paradise, and represents the image of the eternal paradise of which monastic life was supposed to be a sort of foretaste. The courtyard, preserving the memory of the walled gardens that used to be a feature – and still are – of the monastic complexes of the city, is structured into three variations in this project: an orange orchard as in the cloister linked to the church of Regina Vecchia; a medical garden (a garden which referred to medicinal plants or the medical remedies obtained from them), dominated by the majestic camphor tree, which had already existed in the medical garden of the Incurabili hospital; lastly, with a clear reference to the monastic tradition, there is a garden with the presence of water: a well or a cistern, an allegory of Christ as the source of life, from which flowed four water basins or four paths arranged as a cross, symbolising the four rivers of the world mentioned in the first book of the Bible. Infrastructure The new building, situated between the new cardo and Via del Sole, modifies the edge of the block, restoring the ancient perimeter, and represents the functional heart of the project. It contains a series of cultural activities as well as teaching spaces for the university. Each of the floors of the building, designed to be ‘suspended’ continuous spaces – directly accessible from the courtyards made from within the volume of the building, whose size, proportions and geometry are directly related to the original blocks of the historic centre – extends southwards, occupying the entire width of the block.

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CORTI COURTYARDS

Pause urbane Sopra: sezione longitudinale sulla sequenza di cor alberate; A sinistra: sezione trasversale; Soo: immagine fotorealisca; A destra: pianta alla quota delle cor Urban breaks Up: longitudinal secon on the series of tree lined courtyards; Le: cross secon; Right: courtyards plan

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INFRASTRUTTURA INFRASTRUCTURE

corte della sapienza biblioteca arezzature learning courtyard library facilies corte universitaria campus university courtyard campus corte ciadina centro conferenze city courtyard conference centre

Sede campus:pianta alla quota 55.30 Campus base: +55.30 m elevaon plan

Infrastruura a ďŹ anco: sezione trasversale del corpo lungo pagina accanto: foto del plasco del progeo Infrastructure right: cross secon of the long wing next page: project model

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Biblioteca: pianta alla quota 60.30 Library: +60.30 m elevaon plan


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INFRASTRUTTURA INFRASTRUCTURE

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Archeologia e infrastruura sezione longitudinale di progeo Infrastruura ciadina sezione longitudinale di progeo Archaeology and infrastructure project longitudinal secon City infrastructure project longitudinal secon

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Gianfranco Frascino, Eduardo Souto de Moura, Ferruccio Izzo e Michelangelo Russo durante una revisione con il gruppo di studio su piazza Miraglia Gianfranco Frascino, Eduardo Souto de Moura, Ferruccio Izzo e Michelangelo Russo during a cric with Piazza Miraglia study group


Mino Vocaturo Tutor

Marco Piras Allievo

Giovanni Multari Docente

Vincenzo Corvino Docente

Louiza Polyzogopoulou Allieva

Sun YongQing Allieva


Francesca Da Canal Allieva

Dario Boris Campanale Allievo

Arianna Marchesani Allieva

Residenze studentesche in Vico Maffei Residence Hall in Vico Maffei


Residenze studentesche in Vico Maffei Residence Hall in Vico Maffei

SCHEDA INDIVIDUALE DI ANALISI PROGETTO/ATTIVITA’*

Ente ospitante: Comune di Napoli. Denominazione progetto: Progetto di social housing finalizzato all’integrazione di residenze e servizi per studenti nell’ambito di S. Gregorio Armeno e in particolare in vico Maffei. Tipologia di progetto: Programma di intervento per la realizzazione di residenze e servizi per studenti a sistema con le funzioni preesistenti in un’ottica di social housing e riqualificazione urbana dell’area. Soggetti promotori del progetto: 1. Residenze e servizi - Consorzio di privati con Enti pubblici; 2. Spazi pubblici - Consorzio di privati con Enti per una convenzione o concessione ai privati; 3. Riqualificazione degli spazi comuni – Consorzio di privati con finanziamenti della Comunità Europea (P.I.U. Europa), finanziamenti di Enti pubblici (Si.Re.Na). Descrizione sintetica del progetto: Realizzazione di residenze per studenti (42 posti letto) e di servizi ad esso connessi (sala lettura, palestra, sala polivalente, mensa, lavanderia, internet point), tramite, anche, la riqualificazione di alcuni ruderi presenti nell’ambito. E’ inoltre prevista la riqualificazione delle parti comuni degli edifici esistenti (corti e corpi scala) e la riqualificazione urbana di vico Maffei sia tramite il collegamento diretto con via dei Tribunali tramite la messa a rete delle corti e l’apertura di un passaggio che diverrà il principale accesso all’edificio ex-Filangieri (Forum delle culture 2013) e la messa a sistema di potenzialità intrinseche del luogo (artisti su via San Nicola a Nilo, artigiani su via San Gregorio Armeno). Principali obiettivi del progetto: Riqualificazione e rigenerazione urbana di un’area degradata del centro antico della città con particolare attenzione all’attivazione di attività che diano vitalità ai piani terra e alle coperture dell’ambito. Principali caratteristiche del sistema territoriale locale: La strada presenta un utilizzo anomalo caratterizzato dalla scarsa vitalità e dall’utilizzo a parcheggio della strada dovuto ad una più ampia sezione stradale rispetto a quella originaria e alle strade limitrofe, oltre ad una scarsa qualità delle facciate, nonostante la grande vicinanza con il cuore del centro antico (Piazza San Gaetano) e alle numerose emergenze architettoniche (chiesa di San Paolo, chiesa di San Lorenzo, convento di San Gregorio Armeno, Napoli Sotterranea, etc.) Collegamento del progetto con altre iniziative in corso nel territorio: Il progetto si colloca in un più ampio progetto di una possibile cittadella universitaria nel centro antico di Napoli, cercando di avvalersi delle strategie progettuali del Comune e dell’UNESCO. Analisi SWOT (S-treng W-eakness O-pportunities T-hreats) Punti di forza: Mantenimento dell’equilibrio sociale esistente, riqualificazione del contesto urbano, connessione tra gli elementi di interesse culturale e le vie principali di accesso al centro, integrazione di nuove attività a sostegno dell’università. Alta flessibilità dell’intervento e buona capacità di riuso delle strutture in caso di fallimento. Punti di debolezza: Difficoltà nell’individuazione dei promotori/finanziatori dell’opera e della coordinazione dei diversi soggetti coinvolti (promotori e residenti). Opportunità: Riqualificazione di un’area centrale, nel cuore del centro antico, degradata con possibilità di rivitalizzazione di un intorno più ampio. Realizzazione di servizi carenti nella città e inserimento di una nuova specializzazione dell’ambito che potrebbe riqualificare l’area grazie alla sua intrinseca vitalità e ricambio culturale continuo. Rischi: Difficoltà nel reperimento dei fondi necessari alla realizzazione e successivamente del recupero dei fondi investiti in un tempo ragionevolmente vantaggioso sopratutto per quanto riguarda i promotori/finanziatori privati. Criticità amministrative per l’attuazione del progetto: Approvazione della variante al P.R.G. e supporto finanziario da parte degli enti pubblici tramite una tipologia di intervento di ediliza convenzionata (L.493/93). Criticità organizzative per l’attuazione del progetto: Difficoltà nella cantierizzazione dell’intervento, coordinamento delle iniziative, consenso da parte della popolazione residente e delocalizzazione temporanea dei residenti. Principali normative di riferimento: Normative per l’edilizia convenzionate (L.493/93). P.R.G. + P.I.U. Europa + accordo di programma. Regolamentazione europea per gli aiuti alle imprese (Si.Re.Na). Fabbisogni locali a cui risponde l’intervento: Maggiore riconoscibilità dei luoghi, fruizione dell’area durante l’intero arco della giornata, maggiore connessione con via dei Tribunali, introduzione di attività a sostegno dell’università, aumento immediato del valore immobiliare. Bacino d’utenza: Locale, studentesco, artigianale, artistico e turistico. Fonti di finanziamento: 1. Private; 2. Provenienti da enti pubblici (Si.Re.Na, edilizia convenzionata); 3. Fondi europei (P.I.U. Europa).

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Risultati attesi e impatti previsti dal progetto: Maggiore vitalità dell’area dovuta all’inserimento di un’utenza giovane in continuo ricambio. Maggiore riconoscibilità dei luoghi, migliore fruizione dell’area, connessioni e dotazione di servizi. Modalità di coinvolgimento di operatori del settore privato: 1. Concessioni a privati; 2. Concessione a consorzio di privati; 3. Concessione a consorzio di privati; 4. Concessione tramite partenariato pubblico-privato; 5. Concessione tramite partenariato pubblico-privato. INDICAZIONE UNITA’ MINIME DI INTERVENTO (UMI) E FASI DI REALIZZAZIONE In relazione allo sviluppo del progetto sono state individuate Unità Minime di Intervento attraverso le quali articolare la realizzazione degli spazi pubblici e degli edifici, garantendo così, una maggiore qualità delle realizzazioni ed adeguatezza della valorizzazione economica. UMI_1: Edificio ‘rudere’ d’angolo (massa critica del progetto) + Attivazione dei piani terra L’intervento prevede la demolizione dell’edificio 220’ (‘villetta abusiva’), il consolidamento del rudere e la realizzazione dell’edificio come sostituzione edilizia, sopraelevazione del rudere e rifunzionalizzazione dello stesso. Contemporaneamente si prevede la realizzazione di un sistema di collegamento delle corti, una riassegnazione dei locali deposito da destinare a funzioni commerciali e laboratori artigianali e la realizzazione di un passaggio preferenziale per l’ex-Filangieri, sfruttando il restauro della cappella S. Maria della Sanità. UMI_3: Riqualificazione delle potenzialità dell’intorno L’intervento prevede la riqualificazione del cortile di San Nicola a Nilo legato alle funzioni artistiche presenti lungo la via omonima e la riqualificazione del cortile del ex-Filangieri sfruttando un piccolo rudere per la risalita del salto di quota e dei resti archeologici del 1600-1700. UMI_4: Sopraelevazioni in copertura L’intervento prevede la realizzazione dei restanti volumi in copertura contemporaneamente alle sistemazioni esterne e la riqualificazione degli edifici di volta in volta interessati dalle sopraelevazioni. Per questo motivo l’UMI_4 è a sua volta divisibile in fasi realizzative, come illustrato dallo schema: FATTIBILITA’ E CONCRETEZZA IN RELAZIONE ALLA VALORIZZAZIONE Ipotesi di intervento L’idea di progetto trova la sua sostenibilità finanziaria e quindi il potenziale interesse del settore privato, in quanto è in grado di generare dei flussi di cassa capaci di remunerare l’investimento stesso in un periodo di tempo adeguato alla scala dell’intervento. L’analisi effettuata è stata divisa in fasi capaci di generare dei flussi di cassa che ne finanziano con consequenzialità la fase successiva. Il progetto inoltre, rientra in un progetto più ampio che comprende tre macro-aree, questo fa si che le fasi di ciascuna macro-area, adeguatamente inserite temporalmente, aumentano la fattibilità e la concretezza dell’intervento in esame. Nello scenario analizzato i flussi di cassa connessi sia alla vendita di parte delle opere realizzate (opere calde) che alla gestione delle altre (opere semi-fredde) costituiscono la fonte primaria per il servizio del debito necessario all’investimento e permettendo la remunerazione del capitale di rischio. Tipologia di operazioni L’intervento si attiva grazie ad un’intesa tra pubblico e privato (accordo di programma) che permette al privato di realizzare delle volumetrie extra che raddoppierebbero la capacità della residenza per studenti, a seguito di un lavoro più ampio di riqualificazione di spazi comuni dell’intero isolato (facciate, corti, corpi scala, ...) utilizzando anche dei programmi che ne finanzierebbero una parte (Si.Re.Na). In oltre il privato, utilizzando dei finanziamenti della Comunità Europea (P.I.U. Europa) dovrebbe riqualificare l’intorno dell’intervento, più precisamente gli ambiti dei cortili di San Nicola a Nilo e dell’ex-Filangieri. OPERE CALDE (flussi finanziari immediati da cessione) OPERE SEMI-FREDDE (flussi finanziari costanti nel tempo-lacazioni-tariffe) OPERE FREDDE (incapaci di produrre flussi finanziari positivi per il privato)

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850.000 Euro 3.000.000 Euro 650.000 Euro


ANALYTICAL FILE OF THE PROJECT/ACTIVITY

Host institution: Naples city council. Name of project: Social housing project designed to increase residential accommodation and services for students in the area of S. Gregorio Armeno and in particular in vico Maffei. Type of project: Intervention programme for creating residential accommodation and services for students integrated with existing functions from the perspective of social housing and local urban redevelopment. Promoter institutions of the project: 1. Residential accommodation and services – Consortium of private firms with public bodies; 2. Public spaces – Consortium of private firms with public bodies for an agreement or a concession to private firms; 3. Redevelopment of public spaces - Consortium of private firms with funding from the European Union (Integrated Urban Programme Europe), funding from public bodies (Si.Re.Na – Company carrying out restoration initiatives in Naples). Brief description of the project: Creation of residences for students (42 beds) and related facilities (reading room, gym, multifunctional room, canteen, laundry, internet point), partly through the redevelopment of several ruined buildings in the area. The project also provides for the redevelopment of common parts of existing buildings (courtyards and staircases) and the urban redevelopment of vico Maffei, both through the direct link with via dei Tribunali by joining up courtyards and the creation of a passageway that will become the main access to the former Filangieri building (Forum of cultures 2013) and the systematisation of the intrinsic potential of the place (artists in via San Nicola a Nilo, artisans in via San Gregorio Armeno). Main aims of the project: Redevelopment and urban renewal of a run-down part of the historic centre of Naples with particular attention to the launch of activities that enliven the ground floor spaces and add extra storeys to the buildings. Main characteristics of the local system: The street is atypical. It is not particularly lively and is used as a parking area since it is wider than the original street and nearby streets. The facades of the buildings are of low quality. However, the street is extremely close to the heart of the historic centre (Piazza San Gaetano) and numerous important buildings (church of San Paolo, church of San Lorenzo, convent of San Gregorio Armeno, Napoli Sotterranea,...) Connection between the project and other initiatives in progress in the area: The project is part of a broader project to set up a university citadel in the historic centre of Naples, trying to make use of the project strategies of the city council and UNESCO. SWOT analysis(S-trengths W-eaknesses O-pportunities T-hreats) Strong points: Maintaining the current social equilibrium, redevelopment of the urban context, connection between the elements of cultural interest and the main access paths to the centre, the integration of new activities to support the university. Extreme flexibility of the intervention scheme and good potential for reuse of the structures in case of failure. Weak points: Difficulty of identifying promoters/financial backers for the work and coordination of the various players involved (promoters and residents). Opportunities: Redevelopment of a centrally located run-down area in the heart of the historic centre, with the possibility of revitalising the wider surrounding area. Creation of facilities currently lacking in the city and addition of a new specialisation of the project area which could redevelop the local area due to its intrinsic vitality and the lively cultural environment. Risks: Difficulty of finding the funding necessary for carrying out the work and, subsequently, of recovering the investment in a reasonably advantageous timescale, especially from the perspective of promoters/private financial backers. Administrative problems for the implementation of the project: Approval of the Variation Document to the General Regulatory Plan and financial support from public bodies through a subsidised building scheme (L.493/93). Organisational problems for the implementation of the project: Difficulty of setting up building sites for the work, coordination of the initiatives, agreement of local residents and temporary delocalisation of the residents. Main regulations regarding the project: Regulations for subsidised building (L.493/93). P.R.G. (General Regulatory Plan) + P.I.U. Europa (Integrated Urban Development Programme) + programme agreement. European Union regulation of assistance for firms (Si.Re.Na). Local needs to which the project would respond: The places acquire a distinctive character, the use of the area during the whole day, greater links with via dei Tribunali, introduction of activities to support the university, immediate increase in property values. Potential beneficiaries: Local residents, students, artisans, and tourists. Sources of funding: 1. Private; 2. Public bodies (Si.Re.Na, subsidised building); 3. EU funds (P.I.U. Europa-Integrated Urban Development Programme). Expected results and predicted impacts of the project: Greater vitality of the area due to the presence of a constant turnover of young users. The places acquire a more distinctive quality, greater use of the area, better links and facilities. Way of involving operators from the private sector: 1. Concession to private firms; 2. Concession to a consortium of private firms; 3. Concession through a public-private sector partnership.

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INDICATION OF MINIMUM UNITS OF INTERVENTION (MUI) AND PHASES OF IMPLEMENTATION With regard to the development of the project, Minimum Units of Intervention (MUIs) have been identified in order to structure the creation of public spaces and buildings, thus ensuring better quality results and appropriate economic increase in value. MUI_1: ‘Ruined’ building on the corner (critical mass of the project) + Activation of ground floor activities The intervention involves the demolition of building 220’ (‘small house built without planning permission’), the consolidation of the ruined building and creation of a building as a replacement structure, the addition of extra storeys and the refunctionalisation of the building. Simultaneously, the project involves the creation of a system of links between the courtyards, reassignment of storage rooms to commercial functions and craft workshops and the creation of a preferential passageway for the former Filangieri building, taking advantage the restoration of the chapel of S. Maria della Sanità. MUI_3: Redevelopment of the potential of the surrounding area The intervention involves the redevelopment of the courtyard of the church of San Nicola a Nilo linked to the existing artistic functions in via Nilo and the redevelopment of the courtyard of the former Filangieri building, taking advantage of a small ruined building to create the rise in level of the 17th/18th century archaeological ruins. MUI_4: Addition of extra storeys The intervention involves the creation of additional storeys simultaneously with the external roofing arrangements and the redevelopment of buildings gradually affected by the additions of these extra storeys. For this reason MUI_4 can be divided into phases, as illustrated in the technical file: FEASIBILITY IN RELATION TO THE ENHANCEMENT Intervention proposal The project idea becomes financially sustainable and therefore attracts the interest of the private sector since it can generate flows of money capable of providing returns on the investment in a suitable period corresponding to the scale of the intervention. The analysis has been divided into phases capable of generating flows of money that provide funding during the subsequent phase. The project is also part of a broader project that includes three macro-areas. This ensures that the phases of each macro-area, incorporated into a suitable time scheme, increase the feasibility of the proposed intervention. According to the analysed scenario, the flow of money linked to the sale of part of the works (‘hot’ works) and running of others (‘warm’ works) represent the primary means of servicing the debt required for the investment and enabling the return of the risk capital. Type of operations The intervention shall be set up through an agreement between the public and private sectors (programme agreement). This will enable the private sector to create additional storeys which will double the accommodation capacity for students, following more general redevelopment of the common spaces of the entire block (facades, courtyards, staircases,…), also using programmes which would provide part of the funding (Si.Re.Na). Furthermore, the private sector, using EU funds (P.I.U. Europa- Integrated Urban Development Programme) should redevelop the area surrounding the intervention, and, specifically, the courtyards of the church of San Nicola a Nilo and the former Filangieri building. ‘HOT’ WORKS (immediate financial returns through sale) ‘WARM’ WORKS (constant financial returns over time – leasing – rents) ‘COLD’ WORKS (incapable of producing positive financial returns for the private sector)

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850,000 Euro 3,000,000 Euro 650,000 Euro


le insulae

In questa pagina: area di studio, analsi della trasformazione del tessuto urbano dall’età greco-romana ad oggi. Soo: elaborazione grafica dello stato di fao di uno dei prospe di vico Maffei In this page: study site, analysis of the changings of the urban ssue, from greek-roman age unl today. Under: graphics rendion of the as built elevaon on Vico Maffei

gli allineamen

sovrapposizione sulla cià contemporanea


L’area di progetto si colloca nel cuore del Centro Antico di Napoli, in un’area interessata da continui flussi turistici, culturali e commerciali. Vico Maffei è una strada parallela a Via dei Tribunali, e si innesta perpendicolarmente a Via san Gregorio Armeno, costituendo quasi una prosecuzione di questa. Nelle immediate adiacenze dell’area si trovano significative presenze monumentali, come il complesso conventuale di San Lorenzo Maggiore con la torre civica, la Basilica di San Paolo Maggiore, il complesso dell’ex Asilo Filangieri, destinato ad ospitare nel 2013 il Forum Internazionale delle Culture, il convento di San Gregorio Armeno, il cui lato cieco costeggia Vico Maffei per l’intera sua lunghezza. L’eccezionale concentrazione di monumenti e di tracce storiche rende tutta l’area uno dei luoghi più preziosi ed importanti della struttura urbana della città storica. Evoluzione storica del sito L’isolato, i cui margini sono definiti, da Via dei Tribunali a nord, dal Vico Maffei a sud, da Via San Nicola a Nilo a ovest, e da Via San Gregorio Armeno a est, si è modificato nel corso dei secoli sino ad arrivare ad occupare il ‘vuoto’ dell’antico foro romano. L’area è caratterizzata da una profonda frammentarietà, determinata dai numerosi eventi storici che si sono susseguiti nel corso dei secoli alterando in parte i caratteri dell’antico impianto urbanistico greco-romano; si possono tuttavia leggere ancora oggi le tracce dell’antico Foro, il cui margine inferiore si trovava all’altezza del chiostro di San Gregorio Armeno, mentre le antiche fabbriche che contribuivano alla sua organizzazione spaziale del Foro si trovavano in corrispondenza degli attuali edifici monumentali di San Paolo Maggiore – che conserva ancora lungo il suo fronte principale due delle colonne dell’antico Tempio dei Dioscuri – e di San Lorenzo Maggiore con il suo convento. Dalla lettura delle cartografie storiche dell’XI secolo emerge l’importanza che la grande insula monastica di San Gregorio Armeno ha avuto nella trasformazione dell’originario impianto ippodameo. Dai documenti risalenti al XVI secolo, invece, parte dell’isolato compreso tra Via dei Tribunali e Vico G. Maf194


The project area is situated in the heart of the historic centre of Naples, a lively area for tourism with flourishing cultural and commercial activities. Vico Maffei runs parallel to Via dei Tribunali, and joins Via san Gregorio Armeno perpendicularly, almost becoming a continuation of it. Nearby there are important monuments, such as the monastic complex of San Lorenzo Maggiore with the civic tower, the church of San Paolo Maggiore, the complex of the former Filangieri building, destined to house the International Forum of Culture in 2013, the convent of San Gregorio Armeno, whose blind side runs along the whole length of Vico Maffei. The exceptional concentration of monuments and historical traces makes the whole area one of the most precious parts of the urban structure of the historic centre. Historical development of the site The block, whose edges are bounded by Via dei Tribunali to the North, by Vico Maffei to the South, by Via San Nicola a Nilo to the West, by Via San Gregorio Armeno to the East, has been modified over the centuries until it has come to occupy the ‘void’ of the ancient Roman Forum. The area has an extremely fragmented feel, caused by numerous historical events which, over the centuries, partly altered the characteristics of the ancient Greco-Roman urban layout. It is still possible to find traces of the ancient forum, whose lower edge coincided with the cloister of San Gregorio Armeno. The ancient buildings that formed part of the spatial structure of the Forum stood near to the current monumental buildings of San Paolo Maggiore – whose main façade still preserves two of the columns from the ancient temple of the Dioscuri – and San Lorenzo Maggiore with its monastery. The eleventh century maps of the city show the importance that the large monastic block of San Gregorio Armeno played in the transformation of the original grid layout. Sixteenth century documents show that part of the block between Via dei Tribunali and Vico G. Maffei formed a densely built-up area adjoining the block of San Gregorio Armeno. Only in the eighteenth century were 195


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all parts of the block completed and Vico Maffei appeared opposite the blind wall of the convent. Although the completion of the block up to the modern-day Piazza San Lorenzo Maggiore can be seen, there is a clear difference in the width of the street which is much smaller than it appears today. It is necessary to wait until the twentieth century, and in particular the Second World War, before considering the final events that had such a significant effect on the urban form of this part of the city. The bombings of the last war led not only to the widening of Vico Maffei, but also a significant replacement of the building complexes that form the streetfront. The cut marked by Vico Maffei, a real anomaly in the layout of the historic centre – where in general there are no streets that cut the cardi at right angles, except near convents or monasteries – represents a feature linked to the space of the Roman forum. As regards the ‘supportici’, the custom of building a structure straddling the part of the street where the cardo meets the decumanus, used since medieval times to increase residential space, ended up changing the urban landscape: the entrance to the streets began to resemble portals, or simple archways, extremely similar to those of the entrances to the large noble houses or palazzi, and the system of insulae or blocks took on the appearance of a continuous screen of buildings. In a sense, this was what led to the inseparable relationship between architecture and the city, between the private and public element, between the civic residence and the monument. Morphology Along the street front, initially following the events of the last war and, later, the earthquake of 1980, two buildings emerged: the first was a ruined building on the corner with Via San Gregorio Armeno, which now appears to be in a state of complete abandonment, the second was the base of an old building on which another more recent construction has been added, situated at the opposite end of the lane. An emblematic feature is the presence of large unfaced wal197


fei si presenta come un blocco edilizio compatto, contiguo all’insula di San Gregorio Armeno. Solo nel XVIII secolo l’isolato si completa in tutte le sue parti e compare Vico Maffei, di fronte al muro cieco del convento. Se, da un lato, si nota il completamento del blocco fino all’attuale Piazza San Lorenzo Maggiore, dall’altro si percepisce chiaramente una differenza nella sezione stradale del vicolo, che appare molto ridotta rispetto all’odierna conformazione. Dovremo infatti aspettare il XX secolo e, in particolare, la seconda Guerra Mondiale, per considerare gli ultimi eventi che hanno inciso in maniera significativa sulla forma urbana di questa porzione di città. Sono stati infatti i bombardamenti dell’ultima Guerra Mondiale a determinare non solo l’ampliamento della sezione stradale di Vico Maffei, ma anche una sostanziale sostituzione di complessi edilizi che formano il fronte-strada. Il taglio di Via Maffei, vera e propria anomalia nell’impianto del centro antico – che generalmente non presenta alcuna strada che tagli ortogonalmente i cardini, se non in corrispondenza di complessi conventuali – rappresenta comunque una misura legata allo spazio del Foro romano. Per quanto riguarda i supportici, l’uso di scavalcare con le costruzioni l’imbocco dei cardini sui decumani, già in uso dal Medioevo per ragioni pratiche di estensione dello spazio abitativo, finì per determinare un cambiamento del paesaggio urbano: l’imbocco delle strade iniziò ad assomigliare a portali, o a semplici arcate, del tutto simili a quelli degli androni dei palazzi, e il sistema delle insulae assunse lungo i suoi margini la forma di una cortina continua. Per certi versi fu in questo modo che si istituì un rapporto inscindibile tra l’architettura e la città, tra l’elemento privato e quello pubblico, tra la residenza e il monumento. Morfologia Lungo il fronte stradale, prima a seguito degli eventi dell’ultima guerra e poi del terremoto del 1980, emerge il rudere d’angolo con Via San Gregorio Armeno, che oggi appare in stato di completo abbandono, e la parte basamentale di un antico edificio sul quale, successivamente, si è innestato un altro manufatto di epoca recente, all’estremo opposto del vicolo. Emblematica, poi, è la presenza di ampie pareti in tufo a vista, quasi completamente cieche, una delle quali corrispondente al retro del Palazzo dell’Imperatore, il cui ingresso principale si trova su Via dei Tribunali; dopo i bombardamenti dell’ultima guerra mondiale una campata di quest’edificio è stata demolita per permettere l’allargamento del vicolo. Non meno importanti risultano gli interven198

Planimetria di progeo. Piano terra Project plan. Ground floor


Schema delle funzioni e della percorribilità al piano terra. Ground oor walkability and funcons scheme

Viste fotorealische di progeo. Project photo-renderings

ls built of tuff, which are almost completely blind, one of which corresponds to the back of Palazzo dell’Imperatore, whose main entrance is situated in Via dei Tribunali; after the bombings of the last world war, a span of this building was demolished to widen the lane. During the twentieth century equally significant alterations were made which, in some cases, rested partly on the base of several ancient ruins and, in other cases, filled the gaps created between one building and another: this shows a certain degree of formal completeness which is representative of the period to which these buildings belong, except for a unique example of superfetation near the ruined building that faces the entrance to the convent, a two storey house that appears to be a clear example of building without planning permission. The project block therefore seems to consist of nineteenth century apartment blocks or court yard buildings, which are mainly situated on the front of Via dei Tribunali, and by twentieth century buildings and ruins on the front of Vico Maffei. Town planning instruments Following the preliminary studies carried out in the project area, it was decided that the strategy should not be restricted just to the reorganisation of the street front of Vico Maffei, but should extend to the entire block bounded by Via dei Tribunali, Via San Nicola a Nilo and Via San Gregorio Armeno, comprising a broader intervention scheme, reaching as far as Via San Biagio dei Librai. The study and critical analysis of the current legislation regarding the area provided ideas for the redevelopment of the entire block beginning from the real possibility of carrying out the intervention. The design implied adopting a critical approach to existing legislation despite remaining within the limits of the regulations. The varying possibilities of modification offered by the current town planning instruments, and the fragmentary nature of the ownership of the properties led to the adoption of minimum intervention. The intervention focused on the modification of the building fabric only where formal complete199


ti novecenteschi che, in parte, poggiano sul basamento di qualche antico rudere, e in altri casi vanno a colmare i vuoti creatisi fra un edificio e l’altro; ciò fa emergere una certa compiutezza formale rappresentativa dell’epoca alla quale appartengono questi edifici, ad eccezione di un’unica superfetazione in adiacenza al rudere che fronteggia l’ingresso del convento, una casa a due piani che sembra un evidente esempio di abusivismo edilizio. Pertanto l’isolato di progetto sembra essere interessato da edifici a blocco o a corte ottocenteschi, presenti principalmente sul fronte di Via dei Tribunali, e da edifici novecenteschi e ruderi presenti sul fronte di Vico Maffei. Strumenti urbanistici A seguito degli studi preliminari effettuati sull’area di progetto si è scelta una strategia non limitata alla sola riconfigurazione del fronte stradale del Vico Maffei, ma estesa all’intero isolato delimitato da Via dei Tribunali, da Via San Nicola a Nilo e da Via San Gregorio Armeno, sino ad abbracciare un ambito d’intervento ancora più ampio, giungendo quindi fino a Via San Biagio dei Librai. Dallo studio e dall’analisi critica della normativa vigente sull’area, si sono tratti gli spunti per un’ipotesi di riqualificazione dell’intero isolato partendo dalle reali possibilità di realizzazione degli interventi, nell’ambito di un confronto critico con la normativa vigente, ma sempre entro i limiti da essa definiti. Il disomogeneo livello di modificabilità individuato dallo strumento urbanistico-edilizio vigente, e il frammentario regime delle proprietà degli immobili ha suggerito una strategia di minimo intervento, concentrando gli interventi di modificazione del tessuto edilizio solo lì dove non fosse riconoscibile una compiutezza formale o dove fosse presente un’evidente incongruità, in maniera tale, pertanto, da non alterare gli equilibri creatisi nel corso dei secoli. Gli interventi più profondi – comunque estremamente limitati nel numero e nella dimensione – puntano a una riqualificazione dell’area attraverso una riconfigurazione della stessa che, agendo per sottrazione, elimini gli elementi non formalmente compiuti e vada a ristabilire una permeabilità dell’area lì dove la storia ci racconta che una serie di varchi e passaggi già esistevano. Potenzialità intrinseche del territorio Facendo leva su quelle che sono le reali potenzialità già presenti nell’area, l’intervento progettuale tende alla riqualificazione di un pezzo di città degradato, puntando l’attenzione sulle emergenze monumentali, sull’importante presenza dell’artigianato – in particolare volto alla creazione di pastori per 200

Pianta piano primo. First floor plan

Pianta piano secondo. Second floor plan

Pianta piano terzo. Third floor plan

Pianta piano quarto. Fourth floor plan


Vista fotorealisca del progeo delle coperture. Roofing project photo-renderings

Sezioni di progeo. Project secons

Keyplans con sezioni schemache. Keyplans with schemac secons

ness could not be recognised or where there was clear incongruity so that the equilibrium created over the centuries was not altered. The most far-reaching alterations – still extremely limited in number and scale – are aimed at redevelopment of the area through reorganisation which, based on subtraction, eliminates the elements that are not formally complete and re-establishes the permeability of the area where history reveals that a series of passageways already existed. Intrinsic potential of the local area By playing on the real potential of the area, the design intervention seeks to redevelop a run-down part of the city, focusing on monuments, the presence of craft activity – in particular the production of crib figures for the traditional Neapolitan presepe or crib – along Via San Gregorio Armeno, which has such a strong imprint on the identity of the area, and on the presence of artists’ workshops along Via San Nicola a Nilo near the church of San Nicola a Nilo belonging to the city council and the former Filangieri building, the site of the forthcoming Forum of culture. The elements vary considerably but, as a whole, they represent a prestigious aspect of the fragile heart of the historic centre. These systems, which are already active, could be supplemented by the system outlined in the project which – as part of an overall design aimed at consolidating the presence of the university in the historic centre – proposes the creation of student residences and facilities. Problems Despite being one of the widest streets in the historic centre, the lane has now become a chaotic car park and an area occupied by unauthorised street traders; this has led to a general state of abandonment and degradation that prevents the full civic use for those who wish to visit the historic centre and enter the former Asilo Filangieri. Nowadays, Vico Maffei has practically become the ‘rear’ section of Via dei Tribunali, with a complete lack of services and commercial functions, given the lack of use of ground-floor dwellings and the presence of 201


il tradizionale presepe napoletano – lungo Via San Gregorio Armeno, che ne caratterizza fortemente l’identità, e sulla presenza di laboratori di artisti lungo Via San Nicola a Nilo in prossimità della chiesa omonima di proprietà comunale e sul complesso dell’ex Asilo Filangieri, sede del futuro forum delle culture del 2013. Si tratta di elementi di varia natura, ma che tutti insieme rappresentano un aspetto di pregio del fragile nucleo antico della città. A questi sistemi già attivi si potrà aggiungere quello delineato dal progetto, che – nell’ambito del disegno complessivo teso a consolidare la presenza dell’Università nel Centro Antico – propone la realizzazione di residenze studentesche e dei relativi servizi. Problematiche Nonostante ci si trovi di fronte a una delle strade più ampie del centro antico di Napoli, il vicolo oggi non è altro che un luogo adibito al il parcheggio disordinato delle auto e per l’occupazione abusiva degli ambulanti; ciò determina, pertanto, un complessivo stato di abbandono e degrado che impedisce un pieno e civile utilizzo per chi voglia addentrarsi nel Centro Antico ed accedere al complesso dell’ex Asilo Filangieri. Vico Maffei oggi si caratterizza quasi, come un ‘retro’ di Via dei Tribunali, con un’assoluta mancanza di servizi e funzioni commerciali, visto lo scarso utilizzo dei bassi su strada e la presenza di edifici in completo stato di abbandono. Il diretto confronto con il muro cieco del convento diventa in tal modo un ulteriore motivo di degrado che conduce alla scarsa attrattività dell’area e penalizza la fruibilità stessa del convento. Obiettivi e strumenti del progetto La presenza degli studenti e la dotazione di nuovi servizi che il progetto della residenza studentesca potrebbe creare, può diventare il motore per la riqualificazione di questa parte di città, coinvolgendo l’intero isolato ed i suoi residenti che, in tal modo, potrebbero utilizzare i nuovi servizi all’interno di una logica propria del social housing. È possibile, infatti, agire sulla riconnessione dei vari sistemi presenti nell’area, attraverso una chiara strategia d’azione che sia capace di creare nuovi passaggi e luoghi di sosta – riattivando quella porosità frequente nel centro antico di Napoli – e facendo inoltre attenzione ad incentivare le funzioni già presenti ma avulse dal contesto. Il processo di riqualificazione, secondo questa logica, dovrebbe incentivare i flussi e le attività lungo Vico Maffei e Via San Nicola a Nilo, destinando i piani terra a nuove funzioni compatibili e individuando tutti quei 202

Pianta piano quinto. Fih floor plan

Pianta delle coperture. Roofing plan


completely abandoned buildings. The fact that these buildings directly face a blind wall adds to the run-down atmosphere which makes the area unattractive and hampers the use of the convent. Prospeo di progeo su via dei Tribunali. Project elevaon on Via dei Tribunali

Sezione di progeo. Project secons

Schema delle funzioni e della percorribilità in copertura. Roofing walkability and funcons scheme

Objectives and instruments of the project The presence of students and the new facilities that could be created by the design of the student residence may become the driving force for the redevelopment of this part of the city, involving the entire block of buildings and its residents who, in this way, could use the new facilities as a part of a logic of social housing. It is possible to work on the reconnection of the various systems in the area using a clear strategy that can create new passageways and rest areas – reactivating the porosity that is such a frequent feature of the historic centre of Naples – and providing incentives for functions that are already present but detached from the context. By following this approach, the process of redevelopment should boost tourism and the activities along Vico Maffei and Via San Nicola a Nilo, selecting the ground floor dwellings with compatible new functions and identifying all the itineraries capable of encouraging internal links, partly through the re-opening of a long old passageway from Via dei Tribunali to Vico Maffei, situated close to the tallest twentieth century building. The reopening of this old passageway could be achieved by transferring the historic shrine to its original position, on the side wall of the church, and by demolishing the end wall which has a recent altar of poor quality. This would create a passageway which would preserve, in the change of paving, the layout of the old partition of the walls. The private staircase of the twentieth century building in Vico Maffei will be preserved to provide access to the residences while the other rooms will be completely emptied to create an information point and a bookshop, maintaining a completely open pedestrian passageway. The passageway would require supervision during the day and will be closed at night to preserve the religious spaces which will be carefully restored. The passageway is of crucial importance for cre203


percorsi in grado di incentivare la percorribilità interna, anche attraverso la riapertura di un antico passaggio da Via dei Tribunali a Vico Maffei, ubicato in corrispondenza dell’edificio novecentesco più alto. La riapertura di questo antico passaggio potrebbe avvenire tramite la ricollocazione della storica edicola sacra nella sua posizione originale, sulla parete laterale della chiesa, e lo sfondamento della parete di fondo, che presenta un altare di epoca recente di scarsa qualità, andando così ad aprire un passaggio che potrà conservare nel cambio di pavimentazione la traccia dell’antico setto murario. In corrispondenza dell’edificio novecentesco su Vico Maffei si conserverà il corpo scala privato per l’accesso alle residenze mentre gli altri ambienti verranno completamente svuotati per lasciare il posto a uno spazio per l’accoglienza (info-point) e ad una libreria, conservando un passaggio completamente aperto e pedonale. Tale passaggio necessita di una sorveglianza durante il giorno e verrà chiuso nelle ore notturne per preservare l’integrità degli spazi ecclesiastici che saranno opportunamente restaurati e recuperati. La creazione di questo passaggio è di fondamentale importanza per la realizzazione di un adeguato luogo di sosta in corrispondenza dell’accesso del futuro Forum delle culture e della mensa studentesca di progetto; esso potrà diventare il nucleo centrale e basamentale di tutto Vico Maffei, una sorta di piazza allungata lungo la quale si attiveranno una serie di funzioni commerciali e artigianali. La percorribilità interna dell’isolato avverrà attraverso le riconnessione di tutte le corti interne tramite l’apertura di alcuni vani attualmente inutilizzati e la rifunzionalizzazione di quegli ambienti comuni dei vari edifici a scopo commerciale e di servizio ai residenti e studenti. La riorganizzazione dei piani terra andrà di pari passo con la riqualificazione del rudere e la sostituzione edilizia che costituirà la preziosa volumetria all’interno della quale collocare la maggior parte delle funzioni legate alla residenza studentesca, attivando quei flussi che interesseranno il piano delle coperture. Il progetto agirà dunque fondamentalmente su due livelli: i piani terra e le coperture, introducendo nuovi volumi su queste ultime, al fine di garantire una percorribilità continua delle stesse. I volumi di progetto andranno ad occupare gli spazi interstiziali dell’intero isolato e conterranno non solo le nuove residenze ma anche un’ulteriore dotazione di funzioni a servizio sia degli studenti che di tutti i residenti nell’intero isolato, in maniera tale da garantire l’attivazione delle percorrenze di progetto. Le volumetrie di progetto si collocano sulle 204

Elaborazioni grafiche di progeo del prospeo di Vico Maffei, in evidenza il sistema di chiusura degli infissi Graphics rendion of the as built elevaon on Vico Maffei, highlighng the windows closing system


ating a rest area near the entrance to the future Forum of Culture and the student canteen proposed in the project; it could become the heart of the whole of Vico Maffei, a sort of elongated piazza along which a series of shops and craft workshops will be created. It will become easy to move through the block of buildings by reconnecting all the internal courtyards. This will involve opening several currently unused rooms and the re-functionalisation of the common parts of various buildings for commercial activities and facilities for students and local residents. The reorganisation of the ground floors will take place at the same time as the redevelopment of the ruins and the building replacement. This will lead to a prestigious building which will house most of the functions linked to student accommodation, encouraging the flows of people on the top floors. The project will therefore act mainly on two levels: the ground floors and the top floors, adding new volumes to the latter in order to ensure better communication. The volumes of the design project will occupy the interstitial spaces of the entire block and will not only include the new residences but also the new facilities for students and all local residents, guaranteeing that the aims of the project are achieved. The volumes created by the project are placed on the top floors, which are set back from the edge of the street, respecting the volumetric structure that distinguishes the heterogeneous nature of the entire block. The new structures along the front of Vico Maffei are all situated above the masonry made of unfaced tuff, while in Via dei Tribunali the intention is to modify the current street front as little as possible. The volumes of this side of the block will therefore be arranged along the central backbone of the block and are not visible to people walking along Via dei Tribunali. All the new functions will be linked to the ground floors, through existing staircases and new ones created by the project, and will be inter-linked through the open structure of the upper floors which will be redeveloped through re-paving and the creation of roof gardens; the roofs that are not prac205


coperture arretrandosi rispetto al filo stradale nel rispetto di quella articolazione volumetrica che contraddistingue l’etereogenità dell’isolato in esame. Sul fronte di Vico Maffei i nuovi volumi si collocano tutti al di sopra di murature in tufo a vista, mentre su Via dei Tribunali l’intento è quello di modificare il minimo possibile l’attuale fronte stradale. I volumi da quel lato dell’isolato si disporranno pertanto lungo una spina più centrale, non visibile a chi percorre Via dei Tribunali. Tutte le nuove funzioni saranno connesse con i piani terra, tramite i corpi scala esistenti e di progetto, e fra di loro, tramite la percorribilità continua delle coperture stesse che verranno riqualificate mediante una ripavimentazione e la creazione di aree verdi pensili; quelle coperture che non saranno rese praticabili potranno essere rivestite da uno strato di film fotovoltaico. Per lo studio delle facciate dei nuovi edifici si è scelto un sistema di facciata doppia, costituita da uno strato esterno di pannelli oscuranti e da una parete più interna completamente trasparente internamente; ciò permette la creazione di uno spazio-filtro fra le due pareti, una sorta di loggia a servizio delle residenze. Il disegno di facciata così ottenuto è volutamente neutrale, a fronte della scansione ritmica delle finestrature degli edifici novecenteschi, e si relaziona in maniera diretta con l’ermeticità delle murature in tufo dei ruderi presenti su Vico Maffei. La facciata esterna può essere ermeticamente chiusa, riconosciuta unicamente dal ritmo dettato dalla misura e dalla geometria dei singoli pannelli lignei, o completamente aperta, segnata unicamente dalla misura degli infissi a tutt’altezza. La configurazione più probabile sarà quella casuale nella quale l’apertura o la chiusura dei pannelli lignei andranno a creare giochi d’ombra sia interna che esterna senza nessun disegno preciso. Aspetti costruttivi La scelta delle tecnologie da proporre per la costruzione dei nuovi volumi è stata dettata dalla difficoltà di montaggio e trasporto di elementi costruttivi all’interno della città storica, e, quindi dall’esigenza di adottare soluzioni che prevedono l’utilizzo di elementi leggeri e facilmente montabili in opera. La scelta è così ricaduta, da un lato, su un’intelaiatura in acciaio per l’edificio nato da una sostituzione edilizia, dall’altro, su una struttura leggera a profili metallici a ‘C’, per quei volumi che si innestano su preesistenze storiche. Per il volume che si innesta nella compagine edilizia per sostituzione, sembra opportuna una struttura a telaio con profili a doppia ‘T’ con coppie di pilastri che vanno a formare una campata unica di asse per206


Sopra: elaborazioni grafiche di progeo del prospeo di Vico Maffei, in evidenza il sistema di chiusura degli infissi; A sinistra: deagli costruvi del rivesmento delle facciate dei nuovi volumi; Soo: vista tridimensionale del progeo Up: graphics rendion of the as built elevaon on Vico Maffei, highlighng the windows closing system; Le: technical detail of the new volumes facing; Under: project 3d model image

ticable will be covered by a layer of thin film solar panels. A system of double facades was chosen for the new buildings, consisting of an external layer of panel blinds and a completely transparent inner wall; this will make it possible to create a filter-space between the two walls, which will provide a sort of loggia for the residences. The design of the façade is therefore intentionally neutral, compared to the rhythmical structure of the windows of the twentieth century buildings, and is directly related to the hermetic nature of the tuff masonry of the ruins in Vico Maffei. The external façade can either be hermetically closed, consisting entirely of the rhythm dictated by the size and geometry of the individual wooden panels, or left completely open, marked only by the size of the windows which occupy the entire height of the structure. The most likely effect will be a random one, where the opening or closure of the wooden panels will create plays of light both internally and externally without a precise design. Constructional aspects The choice of technologies for the proposed new structures was influenced by the difficulty of transporting and mounting the constructional elements within the historic centre, and therefore by the need to adopt solutions that involve the use of light elements that can be easily mounted during the building work. A steel framework was chosen for the building that originated on the need for substitution while a light structure with ‘C’ – shaped metal profiles was chosen for the parts added to existing historic buildings. For the structure added to the building requiring substitution, the choice fell on a framework with double ‘T’ profiles with pairs of pilasters that create a single span perpendicular to the position of the facade. A system of smaller beams protrude from the main beams of the facade, creating the balconies, windows and the external loggia of the main facade. Where the volume of the structures is increased, the metal ‘C’-shaped profiles create a dense framework with lights of about 1 metre, closed either by the glass 207


pendicolare alla giacitura della facciata. Dalle travi principali della facciata aggetta, poi, un sistema di travi di minore dimensione, che creano gli affacci e la loggia esterna della facciata principale. Negli aumenti di volumetria, invece, i profili metallici a ‘C’ creano una fitta intelaiatura con luci di circa m.1,00, chiusi o da vetrate, della medesima campata, o da pannelli leggeri, formati da un pacchetto di tamponamento ed isolamento, pur nelle loro ridotte dimensioni in spessore. Un discorso particolare merita, però, la modalità di appoggio di questi piccoli volumi sulle coperture degli edifici storici. La necessità, da parte di questo tipo di intelaiatura, di una struttura di appoggio continua, ha imposto l’adozione di cordoli in C.A. sulla sommità delle murature lapidee. Un caso molto particolare è quello in cui, invece, non c’è la possibilità di appoggio sulla sommità della muratura poiché questa si estende verticalmente oltre la quota dove avviene l’ancoraggio della struttura metallica: in questo caso si andrà a realizzare un cordolo che è allo stesso tempo per la sua maggior parte incastrato nella muratura, e per la restante parte in aggetto rispetto ad essa, per creare la superficie di sedime per il sistema ad intelaiatura leggera. Come già detto, il progetto non si è occupato unicamente di realizzare nuove volumetrie, ma anche di proporre la riqualificazione – individuando nuove funzioni compatibili – di alcuni edifici preesistenti. Il caso principale è quello del rudere d’angolo su Via S.Gregorio Armeno. Le precarie condizioni del manufatto richiedono ipotesi d’intervento accurate, sia di restauro delle superfici esterne che di miglioramento statico. I principali interventi in questo senso consisteranno nel trattamento a placcaggio in fibra di carbonio, per rendere solidali le superfici murarie; l’inserimento di barre in acciaio verticali a tutt’altezza per precomprimere le pareti; la realizzazione di cordoli in C.A. per compattare orizzontalmente l’intero edificio tramite l’effetto cerchiante, utile anche all’appoggio della nuova struttura del solaio in travi in legno lamellare.

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Residenze studentesche in vico Maei: viste tridimensionali del progeo Residence hall in Vico Maei: project 3d model images

windows of the same span or by light panels, formed by a mixture of plugging and insulation, despite their reduced width. It is worth discussing the way these small structures are placed on the roofs of historic buildings. This type of framework requires a continuous support structure, which led to the adoption of stringcourses in reinforced concrete on the top of the stone masonry. A particularly difficult situation is created where there is no possibility of support from the top of the masonry because the masonry extends vertically above the level where the metal structure is attached: in this case, a string-course will be made which is mainly set within the masonry and, for the remaining part, protrudes from it, creating the construction surface for the light framework of the new structure. As already mentioned, the project was not simply concerned with new structures but also sought to redevelop several existing buildings by finding compatible new functions. The main case was the ruined building on the corner where Vico Maffei joins Via S.Gregorio Armeno. The precarious state of the building require careful intervention, both for restoring its exterior and for improving its stability. The main form of intervention will consist of carbon fibre plates to strengthen the masonry structures; the insertion of vertical steel rods for the whole height of the building will ensure the prestressing of the walls; the use of string-courses in reinforced concrete will compress the entire building horizontally by means of a hoop effect which is also useful for supporting the new structure of the attic in woodden lamellar beams.

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Residenze studentesche in vico Maei: alcuni elabora del progeo di restauro Residence hall in Vico Maei: the restoraon project

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Vincenzo Corvino, Giovanni Multari, Eduardo Souto de Moura, Nicola Di Basta e Mario Losasso durante una revisione con il gruppo di studio su vico Maei Vincenzo Corvino, Giovanni Multari, Eduardo Souto de Moura, Nicola Di Basta e Mario Losasso during a cric with the study group of vico Maei


Roberto Vanacore Docente

Pasquale Miano Docente

Giorgia Aquilar Allieva

Anna Scotto di Tella Allieva


Mauro Vincenti Tutor

Cecilia Perna Allieva

Francesca Avitabile Allieva

Attilio Fiumarella Allievo

Spazi collettivi per il Centro Antico Collective Spaces for the Historic Centre Zhou XiaoDong Allieva


Spazi collettivi per il Centro Antico Collective Spaces for the Historic Centre

SCHEDA INDIVIDUALE DI ANALISI PROGETTO/ATTIVITA’*

Ente Ospitante: Comune di Napoli. Denominazione progetto: Spazi aperti per il centro antico: un nuovo sistema di attraversamenti Tipologia di progetto: programma d’intervento nel settore pubblico e privato. Soggetti promotori del progetto: Comune di Napoli - Università Federico II - Privati Descrizione sintetica del progetto: progettazione di un polo per le arti, l’università e il turismo: laboratori di arti applicate a Largo Avellino, centro di orientamento turistico/universitario a S. Giuseppe dei Ruffi, foresteria a S. Giovanni in Porta. Riqualificazione e valorizzazione degli assi “Porta S. Gennaro – via Tribunali –via Anticaglia”. Principali obiettivi del progetto: inserimento di nuove funzioni attraverso nuove configurazioni spaziali che restituiscano alla città degli spazi di attraversamento al fine di riattivare dei flussi di accesso al centro antico dall’area nord-orientale per una nuova permeabilità. Principali caratteristiche del sistema territoriale locale: l’area d’intervento si presenta fortemente degradata ma con forti potenzialità rispetto ai temi delle Arti Applicate e del Turismo. Collegamento del progetto con altre iniziative in corso nel territorio: il progetto si inserisce all’interno di una strategia volta a convertire il centro antico in cittadella universitaria. L’area relativa al masterplan generale è compresa tra Via Foria, il Decumano inferiore, via Costantinopoli e via Duomo. Il progetto inoltre si relaziona con il progetto di recupero del Teatro Romano, la Fondazione per l’arte contemporanea Morra-Greco e la presenza del Museo MADRE. ANALISI SWOT (S-trengs W-eakness O-pportunities T-hreats) Punti di forza: 1. Posizione strategica delle aree di intervento; 2. Potenziamento degli accessi al Centro Antico (Nord-Est); 3. Attivazione di un sistema di spazi collettivi con valenza urbana; 4. Riqualificazione e riconnessione di aree strategiche degradate; 5. Convergenza di flussi turistici, universitari e del settore terziario. Punti di debolezza: 1. Delocalizzazione di alcuni residenti in conseguenza alla demolizione dei due edifici post-bellici nell’area retrostante Largo Avellino; 2. Parziale difformità con il P.R.G. nelle aree di Largo S. Giovanni in Porta e S. Giuseppe dei Ruffi; 3. Difficoltà di impianto e conduzione del cantiere in un contesto densamente edificato; 4. Difficoltà nell’intervenire in un tessuto sociale degradato consolidato. Opportunità: 1. Inserimento di architettura contemporanea all‘interno di un contesto storico; 2. Progettazione di nuovi spazi di aggregazione misti università/città; 3. Promozione e valorizzazione dell’arte contemporanea; 4. Riqualificazione dell’area di intervento e del percorso di accesso al centro antico. Rischi: 1. Difficoltà nell’attivazione di un’effettiva trasformazione urbana mediante un sistema d’interventi puntuali. Criticità amministrative per l’attuazione del progetto: coordinamento tra amministrazione e privati. Criticità organizzative per l’attuazione del progetto: 1. Reperibilità dei fondi; 2. Demolizione degli edifici esistenti; 3. Cantierabilità; 4. Necessità di delocalizzazione preventiva all‘intervento. Principali normative di riferimento: variante generale al P.R.G. di Napoli; D.O.S.; piano parcheggi. Fabbisogni locali a cui risponde l’intervento: spazi collettivi; attrezzature per l’università, per il turismo, per i cittadini. Bacino d’utenza: sovra comunale, comunale, di quartiere. Fabbisogni di finanziamenti: risorse pubbliche e private. Risultati attesi e impatti previsti dal progetto: riqualificazione urbana, edilizia; miglioramento delle condizioni di accessibilità, fruibilità, vivibilità dell‘area d’intervento; incremento delle attività connesse ai Laboratori per le Arti Applicate e del Turismo. Modalità di coinvolgimento di operatori del settore privato: concessione a consorzi privati.

Pagina precedente: Individuazione dell’area di progetto (in blu) Previous page: location of the site (in blue)

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ANALYTICAL FILE OF THE PROJECT/ACTIVITY

Host institution: Naples city council. Name of project: Open spaces for the historic centre: a new system of crossings Type of project: intervention programme in the public and private sectors. Promoter institutions of the project: Naples city council - Federico II University – Private companies Brief description of the project: design for a centre for the arts, the university and tourism: workshop of the applied arts at Largo Avellino, centre of tourism/university guidance at S. Giuseppe dei Ruffi, guest accommodation at S. Giovanni in Porta. Redevelopment and enhancement of the axes “Porta S. Gennaro – via Tribunali –via Anticaglia”. Main aims of the project: addition of new functions through new spatial configurations that restore crossings to the city, reactivating access flows to the historic centre from the north east area in order to ensure improved communication. Main characteristics of the local system: the intervention area is severely run-down but also has immense potential for the themes of the Applied Arts and Tourism. Connection of design with other initiatives in the local area: the design is an integral part of a strategy to convert the historic centre into a university citadel. The area related to the general masterplan is bounded by Via Foria, the lower decumanus (from via Benedetto Croce to via San Biagio dei Librai), via Costantinopoli and via Duomo. The design is also linked to the design for the restoration of the Roman theatre, the Morra-Greco Foundation for contemporary art and the presence of the MADRE museum. SWOT ANALYSIS (S-trengths W-eaknesses O-pportunities T-hreats) Strong points: 1. Strategic position in the intervention areas; 2. Development of the accesses to the historic centre (North-east); 3. Activation of a system of collective spaces with urban significance; 4. Redevelopment and re connection of strategic run-down areas; 5. Convergence of tourist flows, university flows and the service sector. Weak points: 1. Delocalisation of some residents following the demolition of two post-war buildings in the area behind Largo Avellino; 2. Partial difference from the General Regulatory Plan in the areas of Largo S. Giovanni in Porta and S. Giuseppe dei Ruffi; 3. Difficulty of setting up and running a building site in a densely built-up area; 4. Difficulty of investing in a seriously run-down social fabric. Opportunity: 1. Inclusion of contemporary architecture within a historical context; 2. Design of new spaces of mixed university/city aggregation; 3. Promotion and enhancement of contemporary art; 4. Redevelopment of the intervention area and the access itinerary to the historic centre. Risks: 1. Difficulty in setting up an effective urban transformation through a system of carefully designed intervention schemes. Administrative problems for implementing the design project: coordination between administration and private sector. Organisational problems for implementing the design project: 1. Obtaining funding; 2. Demolition of existing buildings; 3. Possibility of setting up a building site; 4. Need for preventive delocalisation of the intervention scheme. Main regulations regarding the design project: general variation document of the General Regulatory Plan of Naples; D.O.S. (Strategic Guidance Document); car park plan. Local needs to which the intervention scheme should respond: collective spaces; facilities for the university, tourism and for citizens. Catchment area: beyond the municipal area, municipality and the district. Funding requirements: public and private resources. Expected results and predicted impact of the design project: urban redevelopment, building redevelopment; improvement of access, usability, liveability of the intervention area; increase in the activities linked to the Workshops for Applied Arts and Tourism. Way of involving operators from the private sector: concession to private consortia.

A destra: planimetria generale di progeo - in rosso gli interven Right: project general masterplan – the intervenons shown in red


Il punto di partenza dell’esperienza progettuale è l’area di Largo Avellino, che si configura come un potenziale snodo centrale di flussi provenienti dagli ingressi a nord e ad est della Città Antica, e che denuncia già nella sua denominazione – ‘largo’ – uno spazio aperto dal carattere ibrido: non una vera e propria piazza pubblica, né una corte interna privata. Da qui la necessità di estendere ad un sistema più ampio la ‘dimensione’ attribuita al progetto. L’intento è quello di delineare una complessiva strategia di riqualificazione urbana all’interno di una serie di percorsi di accesso e di penetrazione al Centro Antico: nordsud (Via Foria – Via dei Tribunali), est-ovest (da Via Duomo lungo Via dell’Anticaglia); lungo questi percorsi, in alcuni ‘vuoti urbani strategici’, il progetto prevede una serie di interventi di riqualificazione e di nuove architetture. L’idea guida lungo la quale si è sviluppato il processo progettuale è rintracciabile quindi nella chiara individuazione di una serie di aree ben definite all’interno di un sistema più ampio, nel quale emerge con evidenza la complementarità di queste aree rispetto ad una parte molto più estesa del Centro Antico: - il tratto compreso da Porta San Gennaro allo slargo di San Giovanni in Porta; un’area degradata, quest’ultima, in cui è riconoscibile un rudere di un edificio distrutto durante la seconda guerra mondiale; - l’area adiacente la chiesa di San Giuseppe dei Ruffi, attualmente occupata da un’autorimessa privata; - il Largo Avellino con la contestuale area retrostante di Piazzetta Giganti dove sono presenti edifici degli anni ’50-‘60 di scarsa qualità edilizia ed alcuni ruderi della seconda guerra mondiale, testimonianza, quest’ultima, di un preesistente passaggio trasversale attualmente occultato che doveva attraversare l’intero corpo dell’insula. Dall’identificazione del carattere del luogo nel rapporto di complementarietà tra i pieni e i vuoti, l’interno e l’esterno, il visibile e l’invisibile, nasce la considerazione del Centro Antico di Napoli come un organismo che, attraverso le stratificazioni e le relazioni con una realtà in continuo mutamento, è sopravissuto adattando di volta in volta il suo tessuto ur220

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Ricerca sugli spazi aper: 1. Rapporto tra la dimensione delle insulae e i vuo interni; 2. Specificità dei vuo interni; 3. Classificazione dei fron stradali; 4. Analisi qualitava degli spazi aper Open spaces research: 1. Relaonship between the size onf the insulae and the inner voids; 2.Inner voids peculiaries; Classificaon of the elevaon over the streets; 4. Open spaces quality analysis

The starting point of the design research was the area of Largo Avellino, which is a potential hub for flows of visitors from the entrances to the north and east of the historic centre, and whose very name – ‘largo’ or small square – gives the idea of an open space of a hybrid character: it is neither a true public piazza nor a private courtyard. This led to the need to extend the ‘scale’ of the project to a broader system. The intention was to devise an overall strategy of urban redevelopment within a series of itineraries providing access to, and through, the historic centre: North-South (Via Foria – Via dei Tribunali), east-west (from Via Duomo along Via dell’Anticaglia); the project involved a series of redevelopment initiatives and new works of architecture in several ‘strategic voids’ along these itineraries. The main guiding principle of the design process can therefore be found in the identification of a series of well-defined areas within a broader system. What clearly emerges is the complementary nature of these areas with respect to a much larger area of the historic centre: - the area from Porta San Gennaro to the widening in the road at San Giovanni in Porta; the latter is a run-down area in which the ruins of a building destroyed during the Second World War can be recognised; - the area adjoining the church of San Giuseppe dei Ruffi, currently occupied by a private garage; - Largo Avellino with the neighbouring area behind Piazzetta Giganti where there are buildings of poor quality dating to the 1950s and 1960s and several ruins from the Second World War; the latter contain a pre-existing transversal passageway – currently hidden – which would have crossed the entire block. The character of the place can be identified in the complementary relationship between solids and voids, the interior and exterior, and the visible and the invisible; the historic centre of Naples can therefore be considered as an organism which, by virtue of the stratifications and the relationships with a constantly evolving situation, has survived by gradually adapting its urban and archi221


bano ed edilizio alle funzioni necessarie (così i monasteri divengono abitazioni, i giardini e i chiostri vengono trasformati, i conventi assumono il ruolo di educandati, scuole e sedi universitarie, edifici di varia natura divengono residenze). Così fino a quando questa capacità di progressiva adattabilità non si è interrotta ed il conflitto fra Antico e Nuovo si è resa visibile in quegli interventi edilizi a partire dall’ultimo ‘800 ad oggi che non hanno tenuto in considerazione le tracce del passato e non hanno saputo reinterpretarle modificandole. La forte e consapevole volontà che esprime il progetto è quella di partire dall’esperienza di continuità della città della storia e della sua architettura, e corrisponde all’altrettanto forte consapevolezza di concepire il progetto quale parte di città che vuole ritrovare il suo senso e le sue ragioni nell’idea della futura Cittadella Universitaria (le residenze, le università, l’artigianato, il turismo). Quest’intenzione permette, pertanto, di colmare il vuoto e le fratture che gli interventi edilizi, succedutesi a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, hanno lasciato in eredità, alterando e mortificando irreversibilmente il nucleo fragile del centro antico della città. La ricerca delle tracce La predisposizione di una serie di plastici relativi alle singolari situazioni urbanistiche rilevate dalle carte storiche (Capasso XI sec, Noja 1775, Schiavoni 1863 e stato attuale) ha permesso di riconoscere e comparare le trasformazioni che hanno condotto all’attuale configurazione urbanistica delle aree prese in esame, identificando quelli che sono i caratteri morfologici di maggior interesse. Emerge, nell’area di San Giovanni in Porta: - una chiesa che occupava l’area nord-ovest dell’attuale piazza; - un edificio che costituiva la testata nord dell’insula, di cui è rimasto solo una parte allo stato di rudere. Nell’area di San Giuseppe dei Ruffi: - una piccola cappella ed un edificio adiacente dal quale si distaccava attraverso due Vicoli. Non rimane alcuna traccia delle preesistenze ma, piuttosto, la presenza di un edificio isolato in cemento armato degli anni cinquanta. Nell’area di Largo Avellino e di Vico Cinquesanti: - una chiesa con il suo sagrato corrispondente al Largo Giganti, una connessione trasversale alle spalle dello stesso Largo, attualmente ostruita ma rintracciabile nella presenza di un arco tompagnato, la presenza di due edifici degli anni 50-60’; 222

Soo: individuazione dell’area di progeo sulla carta storica del Duca di Noja (1750); A destra: pianta dello stato di fao a confronto con quella di progeo Under: the sites on the historical chart Duca di Noja (1750); Right: as built typologycal plan compared to typologycal project plan


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- un passaggio tra il Chiostro dei Gerolomini e il Vico omonimo, attualmente ostruito; - un’insenatura nell’insula occidentale adiacente il Largo, corrispondente all’attuale uscita del percorso di visita di Napoli Sotterranea, legata alla presenza del teatro greco-romano; - un taglio nella maglia dell’insula dei teatri che nel 1775 era in asse con un accesso al Chiostro di San Paolo Maggiore e che attualmente ricade nell’area di sedime di demolizione di un lotto adibito a parcheggio lungo Vico Cinquesanti. Dall’analisi di progetto, pertanto, è emersa la singolarità dell’area in esame che, se da un lato, si presenta, dal punto di vista morfologico, come un’insula doppia, data la configurazione del Largo Avellino e del Palazzo Caracciolo, dall’altro, evidenzia due situazioni speculari rispetto a Via dell’Anticaglia (l’area di S. Giovanni in Porta e di Piazzetta Giganti), caratterizzate anticamente dalla presenza di una chiesa con una piazzetta, ma attualmente abitate da una serie di ruderi. La dimensione conforme del progetto Lo studio ha preso in esame sia lo studio di Roberto Pane che le attuali norme derivanti dagli strumenti e dai programmi comunali e regionali, al fine di identificare la dimensione conforme del progetto. In Roberto Pane emerge la dimensione dell’‘isolato’ nel proporzionamento dell’intervento e come la sua rilevanza urbana si esprima con chiarezza nell’attenta lettura del tessuto esistente. All’interno del Piano Regolatore Generale, invece, l’individuazione degli interventi avviene esclusivamente in base alla classificazione tipologica, adottando un approccio ‘edificio per edificio’. Il DOS, infine, fornisce un’ulteriore frazionamento della dimensione progettuale fornendo una lettura relativa al solo parametro della ‘proprietà’ degli edifici (o di parte di essi). La strategia progettuale Gli approcci analitici sopra descritti, seppur in maniera differente, non tengono conto della dimensione dello spazio collettivo della città, identificabile nello spazio della strada, nel ‘vuoto’ che si fa largo tra un edificio e l’altro, nello spazio domestico delle corti e dei chiostri che abitano il tessuto urbano e, infine, in quello ‘ibrido’ degli interstizi in cui convivono la dimensione pubblica e privata ed attraverso il quale il costruito tesse le sue relazioni. La dimensione dell’isolato e del suo spazio collettivo dal quale è inscindibile assumono, quindi, quella che è la dimensione conforme di progetto attraverso la quale costruire azioni che mirano alla riqualificazione di una parte del centro antico della città.

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tectural fabric to vital functions (thus monasteries are turned into housing, gardens and cloisters are transformed, convents become convent schools, schools and university buildings, and various kinds of buildings become residences). This remained the case until this capacity for gradual adaptability ended and the conflict between ancient and modern became visible in the buildings which, from the end of the nineteenth century until the present, no longer took account of the past nor knew how to reinterpret it by modifying it. The powerful and conscious desire expressed by the project is to begin from the experience of continuity of the city with its history and its architecture, and corresponds to the equally powerful awareness of conceiving the project as a part of the city that wishes to rediscover its sense and reasons in the idea of the future University Citadel (residences, universities, crafts and tourism). This intention makes it possible to fill the void and the fractures left by the building work that took place from the mid 19th century onwards, altering and irreversibly damaging the fragile heart of the historic centre of the city.

In queste pagine: intervento sull’area di San Giovanni in Porta – elabora grafici di progeo In this pages: San Giovanni in Porta intervenon – project designs

The search for the traces The preparation of a series of models related to the specific urban situations found in the historic maps (Capasso 11th century, Noja 1775, Schiavoni 1863 and the current state) has made it possible to recognise and compare the transformations which have led to the current layout of the areas concerned, identifying those with the most interesting morphological characteristics. The area of San Giovanni in Porta contains: - a church that occupied the north-western area of the current piazza; - a building that constituted the northern head of the block, of which only a part still remains, now in ruins. The area of San Giuseppe dei Ruffi contains: - a small chapel and an adjacent building from which it is detached by two lanes. No trace remains of the previous buildings which have been replaced by an isolated fifties building made of reinforced concrete. 225


La ricerca Il progetto si è concentrato su quell’area compresa tra Piazza Cavour, a nord, Via dei Tribunali, a sud, Via Atri, ad ovest, e Via Duomo, ad est, che comprende al suo interno, lungo la direttrice nord-sud, porta S. Gennaro e l’intera ‘insula doppia’ di cui fa parte Largo Avellino, l’area dei Teatri e l’accesso al centro antico da Via Duomo. All’interno di quest’area si è indagato il rapporto tra una serie di ambiti morfologicamente identificabili – comprendenti una o più insulae ancora rintracciabili all’interno del tessuto e occupati principalmente da grandi monasteri, residenze, università e teatri – e gli spazi aperti chiusi al loro interno, in modo tale da comprendere il sistema di relazioni e di proporzioni planoaltimetriche tra gli spazi e la loro caratterizzazione funzionale. La volontà del progetto di introdurre nel centro antico una nuova ‘dimensione dello spazio collettivo’ ha condotto alla ricerca e allo studio attento degli spazi aperti della città, per chiarire che cos’è oggi uno spazio collettivo a Napoli e come viene vissuto e percepito; l’indagine ha considerato i parametri di posizione, dimensione, orografia, limite, funzione, identità, condizioni di luce e di arredo urbano che, nel loro insieme, definiscono la forma, la figura e la condizione tipo-morfologica di questi spazi aperti. Le acquisizioni di questa ricerca, trasposte nello specifico contesto individuato dall’ipotesi progettuale, hanno permesso di individuare come parametri più rilevanti quelli afferenti alla posizione delle aree scelte per il progetto rispetto agli ‘accessi’ al Centro Antico, la delimitazione fisica e la riconoscibilità del loro spazio e, infine, la presenza delle funzioni che ne definiscono il carattere. Considerando quindi attentamente l’insula di progetto si è constatato come gli ‘spazi ibridi’ suscettibili di trasformazioni, individuati in precedenza, siano caratterizzati da una serie di ‘modificazioni’ avvenute principalmente tra le due guerre, che restituiscono una condizione urbana estremamente stimolante per una proposta di riqualificazione. Provando a ragionare concettualmente sulle possibili soluzioni estreme di minimo e massimo peso dell’intervento (restituire spazi totalmente liberi o costruire saturando il vuoto), si è scelto di operare su insiemi di edifici ubicati, in particolar modo, nelle aree di accesso a nord e ad est di Largo Avellino, lavorando sul rafforzamento della complementarietà fra edifici (quelli esistenti e quelli di progetto) e spazi aperti. Largo Avellino _ Laboratori interfacoltà per le arti applicate L’area retrostante Largo Avellino e lo stesso Palazzo del Principe di Avellino è considera226

In queste pagine: intervento sull’area di San Giovanni in Porta - elabora grafici di progeo Soo: prospeo su via San Giovanni in Porta– Vico Gigan In this pages: San Giovanni in Porta intervenon – project designs Under: San Giovanni in Porta – Vico Gigan elevaon


The area of Largo Avellino and di Vico Cinquesanti contains: - a church with a small square near Largo Giganti, a transversal connection behind the small square, which is currently obstructed but can be traced in the presence of a bricked-up archway, and the presence of two buildings dating to the fifties/sixties; - a passageway between the cloister of Gerolomini and the street of the same name, which is currently obstructed; - a gap in the western block adjoining the small square, corresponding to the current exit from the tour to ‘Napoli Sotterranea’ (the underground tunnels and galleries of the city), linked to the presence of the Greco-Roman theatre; - a break in the block of the theatres which in 1775 was on an axis with the entrance to the cloister of San Paolo Maggiore and which currently lies in the plot of land of a demolished building used as a garage along Vico Cinquesanti. The project analysis revealed the distinctive nature of the area in question which, from a morphological perspective, seems to be a double block given the layout of Largo Avellino and Palazzo Caracciolo, but also highlights two similar situations with respect to Via dell’Anticaglia (the area of S. Giovanni in Porta and Piazzetta Giganti), where there used to be a church with a small square, although the area is currently occupied by a series of ruins. The suitable scale of the project The research took account both of the study by Roberto Pane as well as the current regulations deriving from the instruments and programmes of the city council and the regional government in order to identify the suitable scale of the project. Pane’s study reveals the size of the block in the proportions of the intervention and shows how its urban significance is clearly expressed in a careful interpretation of the existing fabric. In the General Regulatory Plan, the intervention initiatives are exclusively based on typological classification, adopting a building-bybuilding approach. Lastly, the DOS (Strategic Guidance Document) provides a further sub227


ta il nodo centrale della strategia progettuale; l’area presenta una serie di tracce dell’assetto originario, nonostante le molteplici trasformazioni che questo ‘tassello’ dell’insula ha subito nel corso dei secoli, ed ha attualmente un carattere estremamente disomogeneo. Alla monumentalità della manica ovest del palazzo, corrispondente all’originario Palazzo Caracciolo, si contrappone l’architettura più domestica della parte est e del blocco sullo sfondo. Proprio quest’ultimo elemento, che costituisce la quinta della corte aperta su strada che caratterizza la tipologia dell’ edificio, il largo, è in diretta connessione con l’area retrostante nella quale si concentra l’intervento progettuale. Quest’area, da un’attenta analisi storicomorfologica, risultava un tempo occupata da un edificio a blocco addossato al Largo stesso, ed attraversata da un passaggio che connetteva le due insule confinanti: da una parte il Chiostro dei Gerolomini, dall’altra quello di San Paolo Maggiore ed il Teatro Romano. Oggi invece sorgono due edifici residenziali realizzati tra gli anni 50’ e 60’, privi di particolare valore architettonico e per i quali è consentito, secondo la normativa del Piano Regolatore Generale, l’intervento di sostituzione edilizia. Accanto ad essi è possibile leggere ancora i segni dell’antico passaggio grazie alla presenza di due ruderi che ne conservano le tracce attraverso la permanenza di due archi, oggi tompagnati. La proposta di intervento tende a ripristinare il ruolo di nodo di connessione urbana che l’area aveva in origine, al fine di riattivare il collegamento, fisico e percettivo, tra le due parti. Il progetto oltre a perseguire l’idea guida generale che – sottolinea l’importanza della direzione nord-sud per l’attraversamento longitudinale del centro antico, tende, senza pregiudicare l’auspicata unità dell’insula, a definire una serie di attraversamenti trasversali; questi ulteriori passaggi, maggiormente modulati nella sezione e nel carattere, nel rafforzare l’importanza del percorso principale nord-sud, reinterpretano criticamente la morfologia originaria del sito. La proposta, pertanto, se, da un lato, definisce una leggera sopraelevazione del volume destinato ad accogliere la nuova funzione da insediare, dall’altro, permette di svuotare lo spazio terreno dello stesso volume configurando uno spazio collettivo ibrido e permeabile, restituendo alla città uno spazio pubblico di grande importanza. L’obiettivo principale è, dunque, la realizzazione di un luogo di raccolta per diverse categorie di fruitori: i turisti diretti all’area archeologica sotterranea dei teatri, per i quali è predisposta l’entrata da questo spazio coperto; gli studenti provenienti dai laborato228


division of the design by offering an interpretation related solely to the parameter of the ownership of the buildings (or a part of them). The design strategy In different ways, the analytical approaches described above do not take account of the size of the collective space of the city, which can be identified in the space of the street, the ‘void’ which stands between one building and another, in the domestic space of the courtyards and the cloisters which mark the urban fabric and, lastly, in the ‘hybrid’ space of the gaps in which the public and private dimensions coexist and through which buildings create their relationships. The size of the block and its collective space, to which it is inseparably linked, therefore represent the suitable scale of the project through which actions can be created that are designed to redevelop a part of the historic centre of the city. In queste pagine: intervento sull’area di San Giuseppe dei Ruffi – elabora grafici di progeo In this pages: San Giuseppe dei Ruffi intervenon – project designs

The research The project focuses on the area between Piazza Cavour to the north, Via dei Tribunali to the south, Via Atri to the west, and Via Duomo to the east, which comprises, along the North-South axis, Porta S. Gennaro and the entire ‘double block’ including Largo Avellino, the area of the theatres and the access to the historic centre from Via Duomo. Within this area, an analysis was carried out into the relationship between a series of morphologically identifiable zones – including one or more blocks still to be traced within the fabric and occupied mainly by large monasteries and convents, residences, universities and theatres – and the open spaces closed within them, in order to understand the system of relationships and plano-altimetric proportions between the spaces and their functional characterisation. The aim of the project to introduce a new ‘dimension of collective space’ into the historic centre led to research and careful study of the open spaces of the city in order to clarify the meaning of a collective space in Naples and how it is lived and perceived; the research considered the parameters of po229


ri dell’edificio sopraelevato; i cittadini che ottengono un nuovo punto di aggregazione in un’area densa e congestionata come il Centro Antico. Alla definizione architettonica di questo spazio concorrono, da un lato, la leggera sopraelevazione del volume attraverso la realizzazione di una piastra basamentale che determina un salto di quota (che raggiunge un’altezza massima di 1,50 m) rispetto alle strade circostanti acquisendo il valore di ‘filtro’; dall’altra, la presenza di setti strutturali in calcestruzzo che disegnano l’articolazione spaziale della piastra, suggerendo ingressi e direzioni privilegiate. Al di sopra si erge il volume monolitico del nuovo edificio, avvolto da una ‘pelle’ in rame forato, da cui si intravedono le travi-parete che definiscono la ‘scatola’ strutturale in acciaio. Questa nuova geometria, se all’esterno, consente di rapportarsi al ritmo dei pieni e vuoti delle architetture circostanti con una esplicita dichiarazione di contemporaneità, all’interno, permette di configurare una serie di grandi spazi completamente liberi da partizioni o elementi strutturali, ed illuminati da una luce naturale uniforme. La volontà di lasciare indefinita la divisione interna degli ambienti è dettata dal suo nuovo carattere funzionale (laboratori d’arte) e dall’estrema flessibilità ricercata. In vista del progressivo disvelamento dei resti del teatro romano, infatti, questa nuova struttura si presta ad ospitare differenti funzioni legate al teatro stesso. Scale ed ascensori sono ubicati all’esterno del nuovo volume, sfruttando la presenza del rudere che conserva la sua struttura esterna, avvolgendo il nuovo blocco di collegamenti verticali che si sviluppa all’interno. All’intenzione di introdurre una nuova dimensione dello spazio aperto/coperto sottostante, si accompagna la volontà di creare nuovi spazi interni e nuove superfici ‘porose’ che traggono dalla denuncia della propria contemporaneità l’espressione di rispetto per le preesistenze in cui si inseriscono. San Giuseppe dei Ruffi Centro di orientamento per studenti e turisti La chiesa di S. Giuseppe dei Ruffi risulta attualmente occultata da un parcheggio abusivo sormontato da coperture in lamiera e ferro, e dalla presenza di un edificio a blocco degli anni ’50-’60. Il parcheggio e l’edificio occupano l’area di sedime di un edificio crollato durante la seconda guerra mondiale, la cui distruzione ha messo in luce un grande muro in tufo sul lato ovest della chiesa. L’area risultante dallo sgombero del parcheggio esistente sembra particolarmente adatta ad accogliere funzioni a supporto sia del turismo del della presenza dell’Università, data la sua posizione strategica di porta d’accesso al Centro Antico da est (e quindi da Via Duomo) e la sua vicinanza alle 230

in queste pagine: intervento sull’area di San Giuseppe dei Ruffi - elabora grafici di progeo e viste prospeche In this pages: San Giuseppe dei Ruffi intervenon – project designs and perspecve images


sition, size, orography, boundaries, function, identity, conditions of light and street furniture which together define the form, shape and morphology of these open spaces. The results of the research, transposed to the specific context identified in the design proposal, made it possible to identify the most important parameters as those related to the position of the areas chosen for the project with respect to the ‘access points’ to the historic centre, the physical boundaries and the distinctive features of their space and, lastly, the presence of functions that define its character. Therefore, by carefully considering the project block, it emerged that previously identified ‘hybrid spaces’, which are susceptible to transformations, are marked by a series of ‘modifications’ that took place mainly between the two world wars, providing an extremely stimulating urban condition for proposed redevelopment. By trying to think conceptually about the possible extreme solutions of the intervention with minimum and maximum impact (creating completely free spaces or alternatively building and saturating the void), the decision was taken to operate on groups of buildings. The buildings were mainly situated in the access areas to the north and east of Largo Avellino, and the work focused on strengthening the complementarity between buildings (existing ones and the ones in the project) and open spaces. Largo Avellino _ Inter-faculty workshops for the applied arts The area behind Largo Avellino and Palazzo del Principe di Avellino was considered to be the central point of the design strategy. The area contains traces of the original layout, despite the many different transformations that this ‘piece’ of the block has undergone over the centuries, and it currently has an extremely heterogeneous character. The monumental nature of the western part of the building, corresponding to the original Palazzo Caracciolo, contrasts with the more domestic architecture of the eastern part and the block that forms the background. This latter element, which constitutes the backdrop of the courtyard opening onto the 231


‘insulae universitarie’. Il progetto, inoltre, disegna un nuovo spazio aperto (sopraelevato) di pertinenza della chiesa (una sorta di sagrato laterale), un accesso diretto alla quota del chiostro, e uno spazio flessibile per diverse funzioni (cinema all’aperto, proiezioni, esposizioni, mostre, terrazza). Questo volume basso, il cui piano di copertura riprende in parte la quota del basamento di accesso alla chiesa – su cui si apre il bar-caffetteria – accoglie al suo interno l’area informazioni ed accoglienza. Un elemento più alto, inoltre, funge da filtro e ridisegna il prospetto est dell’edificio degli anni ’60, accogliendo al suo interno il bar/bookshop/caffetteria. Lo stesso volume, nel configurare un nuovo accesso al chiostro del convento, permette di recuperare alcuni bassi destinando gli spazi ad accogliere un centro di orientamento universitario e, inoltre, il contestuale ripristino del muro di tufo a faccia vista. Il piano di copertura, configurato assecondando quote differenti, permette, pertanto, di tenere insieme la dimensione universitaria e quella turistica attraverso la creazione di spazi collettivi fruibili in tutto l’arco del giorno. La nuova struttura, aperta solo in tre diversi tagli (uno su ogni piastra) volti a sottolineare l’antico sedime (di cui non vi sono più tracce) e una visione di scorcio della chiesa, permette di tessere un dialogo con le preesistenze e le trame del luogo. San Giovanni in Porta _ Foresteria per docenti Largo S. Giovanni in Porta, sviluppatosi sul sedime di un edificio crollato durante i bombardamenti, è un vero e proprio vuoto di risulta nella fitta trama edilizia del centro antico; la sua presenza è percepibile oggi come un elemento di povertà e di degrado in corrispondenza della testata dell’insula tra Via S. Giovanni in Porta e Vico S. Petrillo. L’intervento di progetto riconfigura quindi la testata dell’insula, con una chiara delimitazione dello spazio pubblico attraverso la progettazione di un nuovo edificio per residenze e di un sistema di terrazzamenti/gradonate a servizio delle bot-

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teghe prospicienti la piazza. La parte di rudere ancora visibile viene inglobata nel nuovo edificio, la cui destinazione funzionale è quella di foresteria per i docenti dell’Università. Il principio insediativo del nuovo edificio dà forma a una corte aperta ed il rudere, aderente alla nuova architettura, può accogliere, una volta consolidato, i collegamenti verticali e gli spazi collettivi a servizio delle residenze. Il nuovo edificio presenta, al piano terra, gli accessi alla foresteria ed una serie di locali commerciali che contribuiscono allo sviluppo sia della vita pubblica della piazza sia di quella più privata della corte; ai piani superiori, invece, le stanze della foresteria distribuite da un ballatoio interno. Tutti gli spazi dell’edificio sono accessibili, inoltre, dall’interno della corte attraverso una scala aperta che, oltre, a servire i diversi piani, mette in comunicazione gli spazi collettivi di servizio. L’edificio rispetta l’altezza massima delle costruzioni circostanti più basse, ad eccezione di alcuni elementi in copertura (di uso collettivo e di servizio) che si raccordano con le differenti quote dei fabbricati adiacenti. La corte dell’edificio, caratterizzata dall’elemento architettonico della scala aperta presenta due accessi, uno dei quali ubicato in corrispondenza della piazza e, un altro, in corrispondenza di Via S. Giovanni in Porta. Se l’edificio principale è costituito da una struttura portante in c.a. rivestito, la struttura interna del rudere (di cui si conservano esclusivamente i paramenti esterni), i setti della galleria e la scala aperta sono in cemento armato a faccia vista. In sintesi: nuove prospettive per un intervento contemporaneo nel centro antico L’occasione fornita da questa esperienza progettuale consente di estendere la strategia applicata per questa specifica insula definendo una logica d’intervento che possa coinvolgere altri ‘brani’ del centro antico. Nonostante la specificità dell’area in esame, che presen-

ta alcune peculiarità imprescindibili, come il rapporto con l’area dei teatri e la vicinanza ad una delle originarie porte d’accesso della città storica, è possibile riscontrare, rispetto all’intero centro antico, elementi e problematiche comuni. La presenza di ruderi, sedimi e resti archeologici, di spazi lasciati vuoti nel tessuto urbano, l’alternarsi di ‘pezzi’ monumentali ed edilizia recente, veri e propri accidentali interruzioni nel tessuto urbano, rappresentano l’occasione progettuale in cui poter far convivere operazioni di conservazione del patrimonio storico-culturale e nuovi innesti contemporanei.

In queste pagine: intervento sull’area di Largo proprio d’Avellino - elabora grafici Soo: sezione a baionea su via Ancaglia-Largo dei Gigan In this pages: Largo proprio d'Avellino intervenon – project designs Under: secon on Via Ancaglia and Largo Gigan


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street characterising the type of building and the square, is directly linked to the area behind in which the design intervention was focused. With the aid of a careful historical and morphological analysis, it emerged that this area had been occupied by a building situated right next to the square itself, and crossed by a passageway that linked the two neighbouring blocks: on one side stood the cloister of Gerolomini, while on the other lay the cloister of San Paolo Maggiore and the Roman theatre. Today, there are two residential buildings constructed between the fifties and the sixties, which lack any particular architectural merits and for which, according to the General Regulatory Plan, it is permitted to build a replacement. Beside them, it is possible to detect the signs of an old passageway thanks to the presence of two ruins that preserve traces of it in the form two arches, which are today bricked-up. The proposed intervention seeks to restore the area’s original role as a point of urban connection in order to re-establish the physical and visual link between the two parts. Besides following the general guiding principle that underlines the importance of the north-south axis for the longitudinal crossing of the historic centre, the design seeks to define a series of transversal crossings without compromising the desired unity of the block; these additional passageways, which are more modulated in their section and character, by reinforcing the importance of the main north-south axis, provide a critical re-interpretation of the original morphology of the site. On the one hand, the proposal creates a slight rise in the volume designed to cater for the new function while, on the other hand, it makes it possible to free the ground space of the same volume, creating a hybrid, permeable collective space, restoring a public space of great importance to the city. The main aim was therefore to create a gathering place for different kinds of users: tourists going towards the underground archaeological area of the theatres, for which an entrance is planned from this roofed space; students from the workshops of the raised building; citizens who thereby obtain a new meeting place in the densely inhabited and congested historic centre. Various features combine to give this space an architectural definition: on the one hand, there is the increase in the volume by means of a base plate which creates a rise in height (reaching a maximum height of 1.50 metres) with respect to the surrounding streets, acting as a ‘filter’; on the other hand, the presence of concrete structural partitions that define the spatial articulation of the plate, 234


suggesting entrances and privileged directions. Above stands the monolithic volume of the new building, wrapped in a ‘skin’ of perforated copper, which provides glimpses of the wall-beams that define the structural “box” made of steel. While on the outer side, this new geometry makes it possible to relate to the rhythm of solids and voids of the surrounding architecture with an explicit statement of contemporaneity, on the inside, it makes it possible to design a series of large spaces completely free of partitions or structural elements, and lit by uniform natural light. The desire to leave the internal division of the rooms undefined stems from the building’s new function (art workshops) and by the extreme flexibility that has been sought. Given the gradual unveiling of the ruins of the Roman theatre, this new structure incorporates different functions linked to the theatre itself. Staircases and lifts are situated on the outside of the new building, exploiting the presence of the ruined building which preserves its external structure, covering the new block with vertical links that develop on the inside. The intention to introduce a new dimension to the underlying open/indoor space is accompanied by the desire to create new internal spaces and new “porous” spaces that draw from the declaration of its own contemporaneity the expression of respect for the pre-existing architectural context. San Giuseppe dei Ruffi _ Information centre for students and tourists The church of S. Giuseppe dei Ruffi is currently hidden by an illegal car park covered with sheet-metal and iron, and by an apartment block dating to the fifties and sixties. The car park and the building occupy a plot of land of a building that collapsed during the second world war, whose destruction brought to light a large wall of tuff on the western side of the church. The area created by the removal of the current car park seems to be particularly suited to functions supporting both tourism and the university, given its strategic position as a gateway to the historic centre from the east (and therefore from Via Duomo) and its proximity to the ‘university insulae’. The design creates a new open (raised) space beside the church (a sort of lateral church square), direct access to the level of the cloister, and a flexible space for different functions (outdoor cinema, screenings, exhibitions, terrace). This low building, whose roof partly follows the level of the base providing an entrance to the church – onto which a barcafé would open – would contain an information and reception area. A higher feature acts as a filter and redesigns the eastern fa-

cade of the building dating to the sixties, containing the bar/bookshop/café. By providing a new access to the cloister of the convent, the same volume makes it possible to recover several ground floor dwellings, using the space as a university guidance centre and, simultaneously, the restoration of the unfaced tuff wall. The roof, which follows the different levels, therefore manages to keep the university and tourism functions together by creating collective spaces that can be used throughout the day. The new structure, which is only open on three different sides (one on each plate) aimed at emphasising the old construction plane (of which there is no longer any trace) and a partial vision of the church, makes it is possible to create a dialogue between the pre-existing architecture and the history of the place. San Giovanni in Porta _ Guest rooms for teachers Largo S. Giovanni in Porta, which developed on the construction plane of a building that collapsed during wartime bombing, is a void stemming from demolition in the densely built-up area of the historic centre; its presence reflects the poverty and degradation close to the head of the block between Via S. Giovanni in Porta and Vico S. Petrillo. The project intervention therefore restructures the head of the block, with a clear boundary of the public space through the design of a new residential building and a system of terraces/terrace steps for the shops overlooking the piazza. The part of the ruined building that is still visible is incorporated into the new building, which provides guest rooms for university lecturers. The principle underlying the new building gives shape to an open courtyard and the ruin adjoining the new architectural structure, once it is restored, can incorporate the vertical connections and collective spaces for the residences. On the ground floor, the new building has entrances to the university guest rooms and a series of shops that contribute to the development both of the public life of the piazza and the more private life of the courtyard; the upper floors contain the guest rooms arranged around an internal landing. Access to all the spaces in the building is from the internal courtyard through an external staircase which, besides leading up to the various storeys, links the collective facilities. The building respects the maximum height of the surrounding lower constructions, with the exception of some roofed elements (for collective use and services) which join the different levels of adjoining buildings. The courtyard of the building, whose distinctive feature is the external staircase, has two ac-

cess points, one of which is situated near the piazza and the other near Via S. Giovanni in Porta. While the main building consists of a load-bearing structure in faced reinforced concrete, the inner structure of the ruin (of which only the outer faces survive), the partitions of the gallery and the external staircase are made of unfaced reinforced concrete. Summary: new prospects for a contemporary architectural project in the historic centre The opportunity provided by this design experience makes it possible to extend the applied strategy for this specific block by defining an intervention approach that can be used for other ‘fragments’ of the historic centre. Despite the specific aspects of the area in question, which has some unavoidable features, such as the relationship with the theatres and the proximity to one of the original gateways to the old part of the city, it is still possible to detect common elements and problems with respect to the rest of the historic centre. The presence of ruins, plots of land and archaeological ruins, spaces left empty in the urban fabric, the alternation of monumental ‘fragments’ and recent architecture – hiatuses in the urban fabric – represent a real design opportunity by which operations to preserve the historical and cultural heritage can be combined with new contemporary additions.

A sinistra: progeo sull’area di Largo proprio d’Avellino progeo del piano terra e sezione trasversale Le: Largo proprio d'Avellino intervenon, ground floor plan and cross secon

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Nicola Di Basta, Roberto Vanacore, Benedeo Gravagnuolo, Pasquale Miano, David ChipperďŹ eld e Alberto Izzo discutono il progeo con il gruppo di studio su largo Avellino Nicola Di Basta, Roberto Vanacore, Benedeo Gravagnuolo, Pasquale Miano, David ChipperďŹ eld and Alberto Izzo while discussing about the project on Largo Avellino


conferenze e seminari

28 settembre 2009 Prolusione ai corsi anno accademico 2009/10 Claudio Claudi de Saint Mihiel - Ambrogio Prezioso Giuseppe D’Ascenzo - Pasquale Belfiore Mario Losasso - Benedetto Gravagnuolo Renato De Fusco - Alberto Izzo Mimmo Jodice - Pasquale Persico 8 ottobre 2010 Nozioni generali sul Catasto Edilizio Legislazione ed il caso specifico di Napoli Marco Tricarico 16 ottobre 2009 Il Centro Antico come cittadella degli studi Restauro ed innovazione nella Neapolis greco-romana Renato De Fusco 21 ottobre 2010 Identificazione catastale di un immobile Marco Tricarico 22 ottobre 2009 Il nuovo PRG di Napoli Roberto Giannì 29 ottobre 2009 Ernesto Nathan Rogers e le vicende del Razionalismo in Italia Vittorio Gregotti Indagini catastali svolte con riferimento ai temi progettuali proposti: illustrazione di estratti mappa, planimetrie e misure Marco Tricarico 3 novembre 2009 Sant’Aniello a Caponapoli Ugo Carughi 5 novembre 2010 Indagini catastali svolte con riferimento ai temi progettuali proposti: valutazione delle consistenze e delle proprietà Marco Tricarico

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11 novembre 2010 Perdersi a guardare Mimmo Jodice 18 novembre 2009 Sopralluogo alle aree dei progetto Laura Travaglini 25 novembre 2009 Hydraulic structures in urban areas Armando Carravetta Principles of functioning of water distribution systems and urban drainage water networks Riccardo Martino 2 dicembre 2009 PIU Europa Esperienze in corso di realizzazione e prospettive Maria Adinolfi 9 dicembre 2010 La città invisibile Mimmo Jodice 15 dicembre 2009 Revisione critica dei lavori del Master Raffaele Mennella 15 gennaio 2010 Il riflesso pacato della storia nel progetto del nuovo Marco Petreschi Dal monumento all'ambiente Renato De Fusco 28-29 gennaio 2010 Revisione critica dei lavori del Master Eduardo Souto de Moura 1 febbraio 2010 L’edificio come Maestro Giovanni Francesco Frascino


3 febbraio 2010 Fotografia. Fotogiornalismo. Foto-narrazione Francesca Sciarra 17 febbraio 2010 Citta visibili Mimmo Jodice 19 febbraio 2010 I centri storici e il piano regolatore Renato De Fusco 24 febbraio 2010 Fotografare la città Fabio Donato 2 marzo 2010 La città mosaico Renato De Fusco 4 marzo 2010 Lo sviluppo sostenibile Agostino Nuzzolo 9 marzo 2010 Reconciliation and Continuity Jonathan Sergison Antico e storico Renato De Fusco 16 marzo 2010 Primo incontro con Neapolis Renato De Fusco 23 marzo 2010 Teoria e pratica della conservazione del Centro Antico Renato De Fusco Roma dall’acqua alla pietra Mario Manieri Elia Archeologia e città nel Centro Antico di Napoli Daniela Giampaola

25 marzo 2010 Costruire nella Città Antica Joseph Rykwert 26 marzo 2010 Revisione critica dei lavori del Master Joseph Rykwert - Rik Nys La Città Storica Rik Nys 30 marzo 2010 Il centro antico come cittadella degli studi: il progetto Renato De Fusco 31 marzo 2010 Revisione critica dei lavori del Master Eduardo Souto de Moura 8 aprile 2010 Appunti sul Centro Storico Bruno Discepolo 15 aprile 2010 Architetture contemporanee nella città storica Andras Pàlffy 23 aprile 2010 Revisione critica dei lavori del Master Giuseppe Zampieri 26 aprile 2010 Revisione critica dei lavori del Master David Chipperfield 10-11-12 maggio 2010 Il futuro del classico Vincenzo Trione 20 maggio 2010 Jury Finale Ambrogio Prezioso

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Da sinistra (from the le): Roberto Vanacore, Alberto Izzo, Marco Petreschi, Pasquale Persico, Renato De Fusco, Benedeo Gravagnuolo, Ferruccio Izzo, Alessandro Castagnaro


struttura

Coordinatore del corso di master Benedeo Gravagnuolo Responsabile scienfico Ferruccio Izzo Direore laboratorio di ricerca progeuale Alberto Izzo Direore laboratorio di ricerca storico-crica Renato De Fusco Direore laboratorio di sostenibilità finanziaria e amministrava Pasquale Persico Direore laboratorio di ar visive Mimmo Jodice Comitato scienfico Pasquale Belfiore Alessandro Castagnaro David Chipperfield Claudio Claudi de Saint Mihiel Vincenzo Corvino Renato De Fusco Nicola Di Basta Benedeo Gravagnuolo Alberto Izzo Ferruccio Izzo Mario Losasso Mimmo Jodice Giovanni Multari Pasquale Persico Marco Petreschi Ambrogio Prezioso Edoardo Souto de Moura Fabrizio Spirito Roberto Vanacore

Docen laboratorio di ricerca progeuale Progeazione Architeonica Roberta Amirante Pasquale Belfiore David Chipperfield Vincenzo Corvino Nicola Di Basta Giovanni Francesco Frascino Alberto Izzo Ferruccio Izzo Pasquale Miano Giovanni Multari Rik Nys Marco Petreschi Eduardo Souto de Moura Roberto Vanacore Giuseppe Zampieri Restauro dell’Architeura Renata Picone Urbanisca Michelangelo Russo Tecnologia dell’Architeura Mario Losasso Docen laboratorio di ricerca storico-crica Alessandro Castagnaro Renato De Fusco Benedeo Gravagnuolo Joseph Rykwert Docen laboratorio ar visive Mimmo Jodice Vincenzo Trione Docen laboratorio di sostenibilità finanziaria Pasquale Persico

242


Contribu didaci ai laboratori Coordinatrice dei contribu didaci Anna Sirica Progeazione Architeonica Giuseppe Moliterni Mauro Vincen Mino Vocaturo Tecnologia dell’Architeura Alessandro Claudi de Saint Mihiel Valeria D’Ambrosio Restauro dell’Architeura Arianna Spinosa Gianluca Vitagliano Ricerca storico-crica Giuseppe Maria Montuono Colomba Sapio Sostenibilità finanziaria e amministrava Felicia Sembrano Ar visive Federica Cerami

Contribu disciplinari Archeologia Daniela Giampaola Progeazione architeonica e urbana Raffaele Mennella Andras Pàlffy Jonathan Sergison Fabrizio Spirito Restauro e valorizzazione dei beni culturali Ugo Carughi Bruno Discepolo Sistemi Idraulici in Ambito Urbano Armando Carravea Riccardo Marno Struure Gaetano Manfredi Tecnologia dell’Architeura Claudio Claudi de Saint Mihiel Urbanisca e mobilità Maria Adinolfi Roberto Giannì Agosno Nuzzolo Laura Travaglini Fotografia Fabio Donato Francesca Sciarra

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studenti 2009/10

Giorgia Aquilar Italia

Luigi Nefasto Italia

Francesca Avitabile Italia

Cecilia Perna Italia

Dario Boris Campanale Italia

Marco Piras Italia

Maria Concea Ciappa Italia

Louiza Polyzogopoulou Grecia

Francesca Da Canal Italia Davide di Marno Italia Alio Fiumarella Italia Gina Furia Italia Arianna Marchesani Italia

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Eleonora PresďŹ lippo Italia Emanuela Punzo Italia Anna Scoo di Tella Italia Sun YongQing Cina Zhou XiaoDong Cina


Il gruppo di studio di vico Maffei durante il lavoro in aula vico Maffei’s group while working


Jury ďŹ nale: docen e allievi discutono con Ambrogio Prezioso i proge elabora durante il corso di Master Final jury : professors and students while discussing with Ambrogio Prezioso about the projects done during the Master’s course


Finito di stampare dalle Arti Grafiche Gercap per conto della Paparo Edizioni nel mese di marzo 2011, Napoli

Profile for Master Neapolis

Master Neapolis - Yearbook 09  

master di II livello - progettazione di eccellenza per la città storica - Dipartimento di Architettura - Università degli Studi di Napoli Fe...

Master Neapolis - Yearbook 09  

master di II livello - progettazione di eccellenza per la città storica - Dipartimento di Architettura - Università degli Studi di Napoli Fe...

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