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Palazzo Capponi a Roma

Maria Letizia Papini

ISBN 88-88168-16-8

9 788888 168166

Palazzo Capponi a Roma Casa vicino al Popolo, a man manca per la strada di Ripetta

Maria Letizia Papini

Palazzo Capponi a Roma, in via di Ripetta, non era stato finora oggetto di uno studio organico. Il volume ne ripercorre la storia dalle origini ai nostri giorni, ricostruendo, anche attraverso un’ampia ricerca d’archivio, l’evoluzione dell’edificio e le sue fasi costruttive, scandite dal succedersi delle diverse famiglie che vi dimorarono e dagli interventi di molteplici artisti attivi sulla scena romana. Lo studio prende le mosse dagli anni Quaranta del Cinquecento, quando, nell’ambito del fervore urbanistico ed edilizio seguito all’apertura del nuovo asse viario di via di Ripetta, una famiglia di origine perugina, i Serroberti, commissionò sulla nuova via publica la costruzione di una domum magnam, più antico nucleo dell’attuale palazzo. Dai Serroberti il palazzo passò, nel , ad Amerigo Capponi, esponente del ramo romano dell’illustre famiglia fiorentina, che lo ampliò e ne abbellì la facciata con sculture di Francesco Caporale. Nuovo sviluppo ebbe il palazzo nella prima metà del Settecento, allorché divenne la residenza del marchese Alessandro Gregorio Capponi, erudito, bibliofilo, collezionista d’arte e primo conservatore del Museo Capitolino. In questi anni il palazzo divenne sede della biblioteca e della preziosa collezione del marchese, composta da reperti archeologici ed opere di arte antica – fra cui gemme, monete, sculture e iscrizioni –, e da una cospicua raccolta di disegni, incisioni e dipinti moderni; costituita da oltre cinquecento dipinti, quest’ultima conteneva opere attribuite ai pittori più celebrati secondo il gusto e le concezioni estetiche dell’epoca: da Brill a Poussin, da Raffaello a Tiziano, da Annibale Carracci a Maratta, da Lauri a Van Wittel. Nell’Ottocento, mentre fu sede de La Civiltà Cattolica, il palazzo subì l’ultima significativa fase di ampliamento e assunse la configurazione attuale.

Campisano Editore

Maria Letizia Papini, storica dell’arte, ha rivolto i propri interessi di ricerca prevalentemente alla storia del collezionismo e delle arti minori. Tra i lavori monografici ha pubblicato, nel , La cornice: procedimenti esecutivi ed evoluzione tipologica, in Preparazione e finitura delle opere pittoriche (a cura di Corrado Maltese); nel , L’ornamento della pittura. Cornici, arredo e disposizione della Collezione Corsini in Roma nel XVIII secolo. Nel  ha collaborato a Il lavoro dell’uomo nella pittura da Goya a Kandinsky (catalogo della mostra, Città del Vaticano, a cura di Giovanni Morello); nel  ha redatto e coordinato, assieme a Pietro Vittorelli, Ave Crux Gloriosa. Croci e Crocifissi nell’arte dall’VIII al XX secolo (catalogo della mostra, Abbazia di Montecassino).

L’Autorità per la Vigilanza sui Lavori Pubblici è stata istituita con la Legge  del  allo scopo di garantire la qualità delle opere e dei lavori, nonché l’efficienza e l’efficacia dell’azione amministrativa, nel settore dei lavori pubblici. L’Autorità, oltre ad essere garante della concorrenza e delle qualità della spesa, ha la finalità di assicurare una rete di protezione per gli appalti pubblici garantendo l’economicità dei lavori, la regolarità delle procedure e l’osservanza delle norme. Per una migliore gestione nel settore degli appalti pubblici, la Legge attribuisce alla Autorità anche il potere di investire gli organi di controllo interno delle varie amministrazioni per correggere i comportamenti irregolari segnalatigli, nonché il potere di investire gli organi giudiziari per interventi di carattere repressivo. Nell’ambito dell’Autorità opera l’Osservatorio dei Lavori Pubblici che promuove, tra l’altro, la realizzazione di collegamenti telematici con le amministrazioni aggiudicàtrici, gli altri enti aggiudicàtori o realizzatori, nonché con le Regioni, al fine di acquisire informazioni in tempo reale sui lavori pubblici.

L’INAIL – Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul lavoro – che opera da oltre un secolo, persegue una pluralità di obiettivi: ridurre il fenomeno infortunistico, assicurare i lavoratori che svolgono attività a rischio, garantire il reinserimento nella vita familiare, sociale e produttiva di quei soggetti che hanno subito danni fisici a seguito di infortunio o malattia professionale. L’INAIL è pienamente integrato nel “progetto Welfare” quale soggetto attivo nel sistema di protezione sociale orientato verso una tutela integrata, che va dagli interventi di prevenzione nei luoghi di lavoro, alle prestazioni sanitarie ed economiche, alle cure, alla riabilitazione ed al reinserimento del lavoratore. Incentiva, inoltre, gli investimenti in sicurezza delle imprese, sia attraverso finanziamenti diretti di progetti specifici, sia attraverso un accentuato meccanismo di bonus/malus assicurativo. Il panorama delle attività è la conseguenza diretta della missione aziendale: non soltanto assicurazione, ma un sistema integrato di tutela del lavoratore e per la competitività delle imprese.

Campisano


Palazzo Capponi


Ringraziamenti Archivio Notarile Distrettuale Archivio di Stato di Frosinone (sez. di Veroli) Archivio di Stato di Roma Archivio Storico del Vicariato Archivio Storico Capitolino Biblioteca Apostolica Vaticana Biblioteca della fondazione Besso Biblioteca della Camera dei Deputati Biblioteca dell’Istituto Storico della Compagnia di Gesù Collegio Internazionale degli Agostiniani di S. Monica, Archivio degli Agostiniani in S. Maria del Popolo “La Civiltà Cattolica”

Trascrizione dei documenti Alessandra Camerano Referenze fotografiche Roma, Fondazione Besso Roma, Archivio Storico Capitolino Roma, Biblioteca dell’Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte © Biblioteca Apostolica Vaticana (Vaticano), pp. , , , , , , -, , , , - C. Benocci, , G. Sale, , G. De Rosa,  Giorgio Rossi, pp. -, , , , , -, , - In copertina: Prospetto di Palazzo Capponi, , disegno a china su carta. Roma, Archivio Capitolino Progetto grafico di Gianni Trozzi Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo elettronico, meccanico o altro senza l’autorizzazione scritta dei proprietari dei diritti e dell’editore. ©Autorità per la vigilanza sui lavori pubblici © INAIL, Direzione Centrale Comunicazione  Roma - Piazzale Pastore,  Tel ()   - Fax ()   dccomunicazione@inail.it © copyright  by Campisano Editore Srl  Roma, viale Battista Bardanzellu,  Tel ()   - Fax ()   campisanoeditore@tiscalinet.it  ---

Il volume è stato realizzato d’intesa tra l’Autorità per la vigilanza sui lavori pubblici e l’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro e con il contributo di: Associazione nazionale artigiani dell’edilizia, dei decoratori, dei pittori ed attività affini Associazione nazionale costruttori edili Associazione nazionale imprese edili Associazione delle organizzazioni di ingegneria, di architettura e di consulenza tecnico-economica Consiglio nazionale degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori Consiglio nazionale geometri Consiglio nazionale degli ingegneri San Paolo Unipol Assicurazioni


Maria Letizia Papini

Palazzo Capponi a Roma Casa vicino al Popolo, a man manca per la strada di Ripetta

Campisano


Indice

pag.

Presentazione

Introduzione



 

Francesco Garri, Vincenzo Mungari Sandro Benedetti

Premessa Maria Letizia Papini

ORIGINI E SVILUPPO DELL’AREA URBANA INTORNO A PALAZZO CAPPONI L’area intorno al Palazzo Capponi in epoca medioevale L’area intorno al Palazzo Capponi in epoca moderna Da Niccolò V a Sisto V. La via di Ripetta e la prima urbanizzazione del quartiere. Da Paolo V a Clemente X. La trasformazione barocca del quartiere. Le ultime trasformazioni tra Otto e Novecento.

 

LA STORIA DEL PALAZZO NEL XVI SECOLO Premesse ad uno studio sulle origini del palazzo Il palazzo dei Serroberti

     

IL PALAZZO E LA FAMIGLIA CAPPONI NEL XVII SECOLO Il ramo romano della famiglia Capponi: Amerigo Il palazzo di Amerigo Capponi Il giardino Le fontane e l’Acqua Vergine Le vicende del palazzo fino alla fine del XVII secolo Mecenatismo e collezionismo della famiglia Capponi a Roma nel XVII secolo

   

PALAZZO CAPPONI NEL XVIII SECOLO Alessandro Gregorio Capponi La residenza di Alessandro Gregorio Alessandro Gregorio, collezionista e bibliografo La “Libraria”. La collezione moderna: dipinti, disegni, stampe e sculture. La collezione di antichità. Il palazzo e le collezioni: l’allestimento delle opere

 

LA STORIA DEL PALAZZO FRA XIX E XX SECOLO Il palazzo nel XIX secolo: le famiglie Crespi, Koebel, Mencacci e Campanari Il palazzo nel XX secolo: dalla Civiltà Cattolica all’Istituto Nazionale Assistenza Infortuni sul Lavoro



Tavole

       

APPARATI Nota sulle indagini diagnostiche eseguite sugli affreschi esistenti nel palazzo La cappella Capponi in San Giovanni dei Fiorentini La villa Capponi fuori Porta del Popolo Regesto dei documenti Documenti Fonti manoscritte Bibliografia Indice dei nomi


Il recupero di Palazzo Serroberti-Capponi, anche noto come Campanari, voluto dall’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro (INAIL), quale proprietario dell’immobile, e dall’Autorità per la vigilanza sui lavori pubblici, che qui ha la sua sede, è stato accompagnato dalla convinzione che con tale restauro non solo si riconsegnasse alla città un palazzo dalla recuperata e manifestata bellezza, ma si consentisse anche di restituirlo a funzioni coerenti con quelle originarie. Il libro che qui presentiamo è la storia puntuale, ripercorsa anche grazie alla consultazione di fondi archivistici, di questo edificio, testimonianza particolarmente interessante dell’architettura del secondo Cinquecento e delle sue aggiunte e trasformazioni nei secoli successivi. Inoltre, l’accurato lavoro storico-critico di Letizia Papini, ha evidenziato come il palazzo sia stato da sempre legato alla vita di personaggi pubblici con importanti ruoli civili e culturali, spesso impegnati in funzioni di pubblici amministratori. E in questo segno la sua storia è proseguita anche nel più recente XX secolo: acquistato dall’INAIL, fu inizialmente sede di alcune strutture della Direzione generale dell’Istituto. La destinazione attuale lo vede gestito dal-

l’Autorità, istituzione voluta dal Parlamento italiano. All’Autorità è affidata la funzione di garantire l’osservanza delle norme dei principi dell’Unione Europea e delle Leggi italiane in materia di appalti, nonché di assicurare, con la sua azione, la qualità delle opere, anche in termini di sicurezza sul lavoro, la rispondenza alle esigenze della collettività, la coerenza dell’attività delle amministrazioni pubbliche e del mercato ai principi di concorrenza, di efficienza e di economicità. Al recente restauro dell’immobile hanno collaborato, con convinta e sinergica determinazione, professionalità di entrambe le Istituzioni; si è così recuperata una testimonianza storico-artistica affacciata su quella via di Ripetta, voluta da Leone X all’inizio del Cinquecento, nell’ambito del piano leonino e disegnata forse da Raffaello, quale più rapido accesso alla Basilica di San Pietro per i pellegrini provenienti dal nord. Negli ambienti dell’edificio così restaurato, trovano oggi ordinata e funzionale collocazione, grazie anche ad una moderna tecnologia, rispettosa dell’esigenza di salvaguardare l’originaria architettura, gli uffici dell’Autorità. Francesco Garri

Presidente dell’Autorità per la vigilanza sui lavori pubblici

Vincenzo Mungari Presidente INAIL


Introduzione

L’architettura nella sua motivazione basale nasce per dare risposta alle esigenze di vita di chi ne promuove la costruzione o di chi, dopo la sua prima realizzazione, la usa adeguandola alle proprie esigenze. Non solo a quelle puramente funzionali, ma soprattutto a quelle di livello superiore di tipo rappresentativo; legate al ruolo che il committente o le famiglie rivestono nella città, nella società, nel mondo culturale. Di qui la notevole importanza giuocata dalla committenza rispetto alla qualità della singola architettura soprattutto nei tempi precedenti l’avvento della Modernità. Cosa sagacemente messa in evidenza da Letizia Papini – attraverso il notevole risultato conseguito col presente libro – intrecciando le scoperte sulla stratificata realtà edilizia dell’edificio studiato alla illustrazione del mondo e della vita dei suoi committenti. Primo tra tutti quell’Alessandro Capponi, che fece assurgere il Palazzo ad importante luogo di incontro e di studio nella Roma del primo Settecento. In effetti mentre l’originario edificio “palazzo o casa grande”, fatto costruire da Geronimo Serroberti “speziale di origine perugina” intorno alla metà del XVI secolo tra il  ed il  poi incrementato con acquisto di una casetta contermine nel  divenendo “domum magnam”, resta quasi sconosciuto nelle rappresentazioni iconografiche di Roma del ’, esso comincia a comparire nella pianta di Roma del Maggi del ; cioè successivamente al passaggio nel  dell’immobile dai Serroberti ad Amerigo Capponi. Il quale era divenuto nel  Vice Castellano di Castel Sant’Angelo. Con i Capponi l’edificio tra ’ e ’ si evidenzia come luogo di vita di una famiglia con un importante ruolo civile e culturale. Al punto che nella Pianta planimetrica di Roma di Matteo Gregorio De Rossi del , nella quale non sono rappresentate le volumetrie edilizie ma soltanto sono evidenziati i luoghi più importanti della città con scritte, viene individuato il sito del Palazzo con la scritta “Pal. Capponi”. Mettendone in emergenza la presenza rispetto all’anonimo tessuto degli isolati residenziali circostanti. In effetti saranno i Capponi che arricchiranno trasformeranno in maniera decisa l’originario organismo cinquecentesco. Non solo realizzando un giardino interno di particolare importanza, ma incrementando l’organismo stesso con più interventi. Dapprima – come sagacemente ha ricostruito la Papini – da Amerigo Capponi all’inizio del Seicento, dopo l’acquisto dai Serroberti, con l’omogenizzazione formale, la rifusione funzionale e formale tra le due parti costituenti l’insieme su via Ripetta – costruzione

cinquecentesca e casa contigua sulla sinistra – lasciate accostate da Francesco e Geronimo Serroberti, poi aggiungendo un gruppo di case a schiera con orti sull’originaria via delle Scalette (oggi via Brunetti), anche al fine di ampliare l’area del giardino preesistente. Un intervento che, iniziato nel 5 e finito nel , determinerà l’estensione della facciata cinquecentesca sulla sinistra inglobando la “domuncula” acquistata da Serroberti, la rifazione totale del tetto, una nuova copertura a cupola alla torre esistente posta su via delle Scalette, una massiccia ristrutturazione interna con la creazione di una fila di mezzanini nella facciata tra piano terra e piano nobile, la trasformazione della parte finale dei cantonali da bugnati a lesene, l’inserimento di statue agli angoli della balaustra sommitale al di sopra del cornicione preesistente e ai fianchi del balcone posto sul portale di ingresso. Col risultato di una intensificazione rappresentativa dell’immobile, fatta documentare espressamente a tal fine da Giacomo Lauro in un’incisione datata . A cui aveva fatto seguire tra il  e  una completa riprogettazione e qualificazione del giardino del Palazzo con tre fontane, di cui una grande a tre vasche, con alberi, con siepi, riquadri, aiuole, melangoli, cedri e così via. Un giardino purtroppo fortemente manomesso dalle costruzioni del XX secolo. Quindi con l’ulteriore trasformazione settecentesca fatta intraprendere da Alessandro Capponi, che vissuta la propria giovinezza presso il Palazzo occupato dalla Regina Cristina di Svezia alla Lungara e nominato Conservatore della Camera Capitolina nel , aveva maturato uno spiccato interesse per gli studi eruditi unita alla passione per la raccolta di oggetti d’arte, l’antiquaria, i libri, i manoscritti: finalizzata alla costituzione nel Palazzo di via Ripetta di una Biblioteca di Letteratura Italiana ed un Museo privato di Antichità. Membro dell’Accademia degli Arcadi, di quella dei Quirini, di quella della Crusca e di altre prestigiose strutture culturali non solo italiane, Alessandro diventerà nel  consigliere personale di Papa Clemente XII Corsini, oltre ad occupare ulteriori cariche pubbliche. Tra cui quella conseguita nel  di Presidente antiquario del nuovo Museo Capitolino, realizzato nel Palazzo Nuovo del Campidoglio con la definizione museale del Barigioni. Per adeguare il Palazzo di Ripetta alle notevoli utilizzazioni culturali e di studio derivanti dai suoi molteplici interessi il Capponi sottoporrà il Palazzo a revisioni, trasformazioni e adattamenti. Sia per arricchirlo di spazi di rappresentanza, che per accogliere la sua “singolarissima Libreria”, lo “scelto Museo” di “cammei e pietre intagliate”, i reperti di antichità celebra-


ti enfaticamente nel  da una Guida di Roma. Una serie di lavori, ottimamente documentati dalla Papini; con interventi murari al secondo piano, ai mezzanini sottostanti, per i quali compare l’architetto Francesco Bianchi; di realizzazione tra il  ed il  di una “nuova fabbrica” verso il giardino nel secondo piano, in cui è attivo dal  Francesco Ferruzzi con “l’aggiunta di nove stanze al piano superiore del Palazzo”, trasformazioni nei “primi mezzanini”, nei due piani nobili, nell’androne, nei cortili, nel rinnovo della preesistente scala a chiocciola posta a sinistra dell’androne; oltre a notevoli interventi di stucchi, costruzioni di nuove librerie e credenzoni, nonché decorazioni pittoriche ad opera di Antonio Bicchierari e Onofrio Avellino. Lavori rinnovati nel  dopo le distruzioni causate da un incendio, che aveva colpito l’area urbana compresa tra via Ripetta ed il Tevere. Un edificio quindi di particolare importanza, documentato dettagliatamente da una stima di Ferdinando Fuga connessa alla morte nel  di Alessandro. In ombra rispetto all’efficacissima definizione delle vicende architettoniche, culturali e rappresentative del Palazzo nella fase Capponi, così attentamente sviluppate dall’Autrice, è rimasta invece, nonostante l’impegno profuso, la conoscenza delle sue vicende cinquecentesche al tempo dei Serroberti prima della vendita ai Capponi. La cui costruzione, avvenuta in più interventi tra il  ed il , aveva consegnato un organismo, che – ancorché impiantato su preesistenze edilizie - tuttavia aveva raggiunto una sua definizione efficace: quale quella forse documentata dal disegno presente all’Archivio Capitolino nel Fondo Cardelli, sagacemente ritrovato e riportato nel testo della Papini. Esso è testimonianza preziosa, perché ci documenta una prima definizione dell’immagine del Palazzo su via Ripetta, che costituirà accordo base nelle trasformazioni successive. Importante, in carenza di altri documenti che consentano di valutare l’opera cinquecentesca, è anche la sintetica descrizione pubblicata dal Tomei nel  in un elenco di palazzi di Roma dei primi anni del XVII secolo e citata nel libro. “Casa …. vicino al Popolo, a man manca per la strada di Ripetta: ha la facciata dinanti di passi  et fianchi di passi . Ha doi finestrati di  finestre l’uno. La porta non è nel mezzo”. Il disegno dell’Archivio Capitolino sopra richiamato evidenzia questa sintetica descrizione, cui però aggiunge qualche ulteriore indicazione. Caratterizza “la porta” come risonante Portale bugnato facente sistema con il balcone superiore; colloca tre finestre al piano terra, di cui due

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strettamente addossate al portale; inserisce tra i: “doi finestrati di  finestri”, segnalati nella descrizione nel Tomei del , un nuovo piano di mezzanini formati da 6 finestre quadrate; conclude la cornice superiore con una balaustra a balaustrini cadenzati da pilastrini; evidenzia sulla destra una gigantesca altana larga un terzo della facciata ed alta quasi tre piani, a due arcate, chiusa superiormente da una lanterna. Elementi tutti che ricompaiono – a parte una fila di ulteriori mezzanini sopra al piano terra, dell’altana ricondotta a meno preminente torretta, della rifusione conseguente all’allargamento a sinistra con un altro piccolo portone – nell’incisione fatta eseguire dal Capponi a Giacomo Lauro nel . Sul tono severo e sintetista, che caratterizza la composizione dei finestrati di questa facciata, che nel disegno del Fondo Cardelli sembrerebbero disposti in modo da isolare l’asse del portale principale rispetto alle altre finestre – cosa che invece scompare nei disegni successivi e nella costruzione eseguita, dove le finestre sono cadenzate in ritmo omogeneo –, spicca il vistoso portale a risonante bugnato plastico. Ad esso si aggiunge la balaustrata posta a chiudere superiormente la composizione. Circa questa conclusione a balaustrini, poco usuale elemento per i palazzi, va segnalato che essa introduce un richiamo aulico nel tema residenziale, e – come accenna l’Autrice – sembra evocare la terminazione superiore dei Palazzi Capitolini. Il portale a bugnato nel contesto della sintetica conformazione della parete è elemento speciale: caratterizzato da lunghe bugne cuneiformi poste a raggiera intorno all’arcata del portone, fuse a quelle laterali dell’ordine architettonico tuscanico. L’incertezza interpretativa, non risolvibile allo stato attuale delle conoscenze, del disegno Fondo Cardelli – che l’autrice propone come possibile “stato dell’edificio al momento dell’acquisto” o come “primo sommario progetto di ristrutturazione”, oltre che la mancanza di rilievi attuali del pluristratificato organismo costruttivo – non consentono di avanzare un’ipotesi sull’autore del palazzo. Visto il silenzio al riguardo dei documenti archivistici cinquecenteschi fin qui ricercati e ritrovati. Considerando anche che l’unico tentativo attribuzionistico, quello di riferire l’opera al Vignola, compare dopo due secoli dalla realizzazione, soltanto nel  nella Guida di Roma del Roisecco. Circa il carattere dell’architettura documentata dal foglio Archivio Cardelli esso si può individuare in una estrema semplicità compositiva; cosa che lo affianca a modi di orchestrazione parietale propri della lezione di


Antonio da Sangallo il Giovane, sviluppati dopo la sua morte nelle modalità più sintetiche, dai suoi seguaci: in particolare Nanni di Baccio Bigio, Guidetto Guidetti, Mangone. A cui però si contrappone l’intensa caratterizzazione plastica del portale bugnato, facente sistema con il balcone superiore. Su questo elemento che si evidenzia in modo speciale nel contesto formale del Palazzo sarà opportuno un breve cenno, circa la sua immagine finale in confronto a quella dei disegni ritrovati e riportati dall’Autrice. È facile constatare come la parte superiore del Portale – quella che media il passaggio tra l’arcatura del portone ed il balcone superiore – rappresentata nel disegno dell’Archivio Cardelli sia diversa da quanto riportato nell’incisione del Lauro o negli ulteriori disegni connessi a questo: documentanti sviluppi appena antecedenti o successivi. A ciò va aggiunta l’altra diversità, di uno sviluppo orizzontale del piano del balcone fungente da cornice rispetto all’ordine bugnato inferiore, il quale fuoriesce vistosamente dall’allineamento delle finestre soprastanti e sottostanti; con un allargamento maggiore nel disegno del Lauro, rispetto a quello molto più compatto limitato al filo delle finestre del disegno Cardelli, ed in quello titolato “Palazzo della famiglia di Capponi”.

Donde la possibilità di scalare in qualche modo la sequenza dei disegni stessi e la possibile precisazione delle due fasi progettuali; quella del disegno Archivio Cardelli centro cinquecentesca e quella rappresentata dall’incisione del Lauro primo seicentesca. La cui enfatica allungata caratterizzazione plastica del portale nelle bugne di chiave, sembrerebbe alludere a modi da ricercare nell’area espressiva primo Seicento, di cui fu partecipe attore tra altri Orazio Torriani. Di qui l’interesse di questo Palazzo, così efficacemente restituito al suo valore dal lavoro dell’Autrice condensato in questo volume. Un edificio che, nonostante le aggiunte e le trasformazioni introdotte nel XX secolo sulle sue parti originarie, è testimonianza particolarmente interessante della ricerca nei primi decenni del secondo Cinquecento. La quale si stava evolvendo da quel sintetismo che la scuola di Sangallo il Giovane aveva consolidato, verso aperture ed arricchimenti compositivi e plastici. Nelle linee evolutive del Vignola romano o dell’Ammannati fiorentino: poi particolarmente integrate dalle rielaborazioni degli architetti della “Transizione al Barocco”, attivi nel primo Seicento romano. Sandro Benedetti

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Premessa

Nel momento in cui fu intrapresa la ricerca i cui risultati si offrono in questo volume, poche e frammentarie erano le notizie sul palazzo di via di Ripetta n. . Nessuna pubblicazione se n’era espressamente occupata in precedenza, e solo poche righe erano ad esso riservate nelle Guide rionali di Roma o nei principali repertori dei palazzi romani. Incerto era, in qualche misura, il nome stesso con cui designare l’edificio: benché indicato come Palazzo Campanari nell’atto di notifica della Soprintendenza, alcune delle antiche Guide di Roma pubblicate fra la fine del XVII e la prima metà del XVIII secolo lo tramandavano come palazzo de’ signori Capponi. Un primo ed utile spunto si è potuto ricavare dalla pianta di Roma del Lanciani, che nella tavola prima designa l’area dell’edificio come Palazzo Campanari già Capponi – Cardelli: indicazione preziosa, sulla cui base l’indagine ha potuto prendere avvio dall’Archivio Capitolino, tra i cui fondi sono conservate, all’interno di quello della famiglia Cardelli, le carte del ramo romano della famiglia Capponi. Qui è stata ritrovata la parte più cospicua dei documenti concernenti le vicende del palazzo fra il XVII e la prima metà del XVIII secolo. Le carte più antiche risalgono agli anni in cui Amerigo Capponi, esponente romano della nota famiglia fiorentina, ben accreditato presso la Curia pontificia, acquistò il palazzo e cominciò ad ampliarlo attraverso l’accorpamento di alcuni edifici minori esistenti in via di Ripetta e nel vicolo delle Scalette. Le note sulle spese per i lavori, di mano dello stesso Amerigo, consentono di ripercorrere i momenti salienti dell’evoluzione dell’edificio: dalle opere murarie a quelle eseguite per condurvi, dalle pendici del Pincio, l’acqua dell’acquedotto Vergine; dalla creazione di un giardino nella corte del palazzo alla sistemazione, sulla facciata, delle statue fatte realizzare dallo scultore Francesco Caporale. Fra il  e il  – questi gli anni del cantiere di Amerigo – il palazzo raggiunse la sua forma definitiva, documentata all’epoca da Giacomo Lauro in alcune incisioni e mantenutasi pressoché inalterata fino agli anni Trenta del Novecento. Dal medesimo fondo d’archivio si sono tratte le notizie sugli interventi eseguiti dai discendenti di Amerigo e, soprattutto, dal marchese Alessandro Gregorio Capponi, che vi risiedette nella seconda metà del XVIII secolo. Foriere maggiore del pontefice Clemente XII e primo Presidente antiquario del neocostituito Museo Capitolino, corrispondente con celebri personalità della cultura del tempo ed erudito di consolidata reputazione a sua volta, bibliofilo e collezionista, Alessandro Gregorio si preoccupò di apportare al palazzo di Via di Ripetta le migliorie

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necessarie, in particolare, alla sistemazione delle sue raccolte di libri e d’arte. Dai documenti è risultata la partecipazione al cantiere settecentesco da lui promosso di artisti di un certo rilievo, come i pittori Antonio Bicchierari, Giacomo Cennini, Annibale Rotati e Onofrio Avellino – della cui opera nella residenza del marchese Capponi, purtroppo, non si conserva oggi più nulla –, nonché dell’architetto Francesco Ferruzzi, per il quale l’incarico ricevuto da Alessandro Gregorio nel , inedito e prima d’ora non rilevato nella sua biografia, segna probabilmente una tappa significativa della carriera, caratterizzata, fra il  e il , da numerosi incarichi provenienti dall’entourage di Clemente XII Corsini. Alcune carte conservate presso l’Archivio Capitolino, in particolare gli inventari dei dipinti posseduti da Amerigo, Gino Angelo e Francesco Ferdinando Capponi, hanno inoltre consentito una prima indagine sulla consistenza della raccolta d’arte e sul gusto della famiglia in relazione ai generi e alle scuole, significativo anche per le indicazioni che possono trarsene circa le concezioni estetiche allora in voga. La ricerca ha potuto assumere un maggiore sviluppo per gli anni relativi ad Alessandro Gregorio Capponi, grazie all’inventario della collezione redatto alla sua morte () e al Diario di acquisti di quadri, oggetti, iscrizioni da lui meticolosamente tenuto in vita, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana: dalle due fonti si sono potuti ricavare utili elementi per ricostruire, in una visione d’insieme, la tipologia delle opere possedute e i criteri del loro allestimento negli ambienti del palazzo. È sempre il fondo Capponi dell’Archivio Capitolino a fornire i dati da cui prendere le mosse per risalire alle vicende più antiche del palazzo e alla sua origine: l’atto d’acquisto stipulato fra Amerigo Capponi e Francesco Valeriani Serroberti e i documenti allegati hanno consentito, previo il riscontro con le carte di alcuni fondi notarili dell’Archivio di Stato di Roma, di formulare un’ipotesi circa la costruzione dell’edificio e di ricavare notizie sulla famiglia dei Serroberti, di provenienza perugina, cui essa è da attribuire. La fondazione del palazzo Serroberti, poi Capponi, s’inquadra infatti nel particolare contesto di febbrile sviluppo urbanistico ed edilizio che, a partire dal secondo decennio del XVI secolo, fece seguito alla costruzione della nuova via di Ripetta e interessò l’area compresa fra il Mausoleo di Augusto e la piazza del Popolo, dove numerosi lotti di terreno, perlopiù di proprietà della Compagnia di S. Maria del Popolo e di S. Giacomo degli Incura-


bili, vennero concessi ai privati contro l’impegno di edificarvi. Ad una prima lottizzazione, che riguardò soprattutto estesi appezzamenti, fra i quali si evidenziano quelli ottenuti nel  dalla famiglia di Agostino Chigi e da monsignor de’ Gaddis, seguì una ulteriore partizione negli anni immediatamente successivi. È in questa fase – tra il  e il  – che Francesco e Geronimo Serroberti, speziali, ottennero la concessione in enfiteusi di due proprietà poste in angolo fra via di Ripetta e via delle Scalette; su queste edificarono (negli anni tra il  e il ) una “domum magnam” che già presentava le caratteristiche di un vero e proprio palazzetto di città, nella sua veste architettonica ispirato a modelli coltivati dalla scuola di Antonio da Sangallo, e dagli stessi proprietari definito con orgoglio come la “Casa de’Serroberti”. Alquanto più complessa è stata la ricostruzione delle vicende successive alla morte di Alessandro Gregorio Capponi, a partire dalla controversia fra gli eredi Cardelli e il ramo fiorentino di Ferrante Capponi per giungere fino all’acquisizione del palazzo da parte de “La Civiltà Cattolica” nel 1885. Per questo lungo periodo, durante il quale diverse personalità e famiglie di rilievo dimorarono nel palazzo Capponi – i Crespi, i Koebel, i Mencacci ed infine i Campanari –, la ricerca si è svolta prevalentemente sui documenti catastali conservati presso l’Archivio di Stato e, in particolare, presso il Cessato Catasto Urbano, che hanno consentito di ricostruire, senza soluzione di continuità, i passaggi di mano dell’edificio dal  al . È in questo torno d’anni, mentre “La Civiltà Cattolica” vi ebbe la propria sede, che il palazzo subì l’ultima significativa fase di ampliamento e assunse, attraverso l’accorpamento di altri due immobili contigui, la configurazione attuale. L’arco temporale considerato – di circa cinquecento anni –, se da un lato ha offerto spunti per approfondire aspetti che si sono ritenuti di particolare interesse, ha d’altra parte richiesto che ad ogni parte della ricerca fosse dato sviluppo per quanto possibile omogeneo, con sacrificio, forse, di profili anch’essi meritevoli di esame più attento. Nessun aspetto saliente, tuttavia, si ritiene di aver trascurato: al punto che la vicenda del palazzo, nella sua lunga durata, potrebbe riassumersi con formula sintetica nel tentativo, mai pienamente riuscito benché queste fossero le aspettative dei suoi proprietari, di acquisire quel risalto che altri palazzi, di famiglie patrizie romane, avevano conseguito. Nel congedarmi da questo lavoro è doveroso ringraziare le persone e le istituzioni che in vario modo hanno contribuito al suo svolgimento:

l’Archivio Capitolino, per aver agevolato la lunga ricerca archivistica e per aver concesso la riproduzione fotografica di alcuni documenti; si ringraziano la Direzione dell’Archivio e, in particolare, Michele Franceschini, Elisabetta Mori e, per la “sala studio”, Anna Maria La Pica, Piero Santoni, Daniela Ronzitti, Alessandra Marrone, Gloria Ludovisi; la Biblioteca della Fondazione Marco Besso, per l’ampia disponibilità offerta nella consultazione delle fonti e per le riproduzioni fotografiche; l’Archivio di Stato di Roma – e in particolare Maria Antonietta Quesada, assieme a Marina Pieretti e a Angela Lanconelli – per la costante disponibilità e assistenza nelle fasi più difficili della ricerca archivistica; la Biblioteca Apostolica Vaticana, per aver concesso le riproduzioni fotografiche dal fondo Capponi, e in particolare il Prefetto don Raffaele Farina, il Vice-Prefetto Ambrogio Piazzoni, e Giovanni Morello; la Biblioteca della Camera dei Deputati, per aver consentito la consultazione del fondo Kissner e alcune riproduzioni fotografiche; la Biblioteca dell’Istituto Storico della Compagnia di Gesù, e in particolare P. Thomas Reddy; “La Civiltà Cattolica”, e in particolare P. Giovanni Sale; l’Archivio di Stato di Frosinone, sezione di Veroli, e in particolare il Direttore della Biblioteca Giovardiana, Paolo Scaccia Scarafoni. Si ringraziano in ultimo, ma certo non in ordine di importanza, il Presidente dell’Autorità di Vigilanza sui Lavori Pubblici, Francesco Garri – che ha promosso questa pubblicazione –, e il Consiglio dell’Autorità, nonché il suo personale, che ha fattivamente contribuito alla realizzazione di questo volume. Si ringraziano inoltre, dell’INAIL, Marco Stancati, Maria Pedroli, e in particolare Andrea Dardano e Raffaele D’Ascia. Un ringraziamento particolare va ad Antonella Pampalone per gli utili suggerimenti in corso d’opera e ad Alessandra Camerano per l’assistenza archivistica. Ringrazio inoltre, per le fruttuose conversazioni e i preziosi commenti, Aloisio Antinori, Sandro Benedetti, Elisabetta Campolongo, Adriana Capriotti, Laura Laureati, Angela Negro, Giancarlo Pani. Non posso non ricordare infine Alessandro e Federico, che con pazienza hanno saputo aspettare il tempo necessario a questo lavoro, e Roberto, che mi ha incoraggiato e sostenuto nel portarlo a conclusione. Maria Letizia Papini




Palazzo Capponi a Roma


Origini e sviluppo dell’area urbana intorno al Palazzo Capponi

Palazzo Capponi, sito in via di Ripetta al civico , sorge nel lembo settentrionale dell’antico rione di Campo Marzio, all’estremo di uno degli assi viari del tridente sistino posto a collegamento della piazza del Popolo con il centro dell’Urbe. L’origine del palazzo e le sue vicende architettoniche furono fin da principio connesse allo sviluppo del circostante tessuto cittadino, interessato prima dai progetti di risanamento e di ripopolamento avviati nel primo ventennio del XVI, durante il pontificato di Leone X, e poi dagli interventi di riqualificazione qui effettuati fra XVII e XIX secolo, che riguardarono soprattutto i principali poli urbanistici da cui l’area è delimitata: la porta del Popolo, la piazza con la chiesa omonima, i singoli assi del tridente – via del Babuino, via del Corso, via di Ripetta – con le chiese di S. Maria in Montesanto e S. Maria dei Miracoli, e il porto fluviale. Una delle più note tra le antiche guide di Roma, quella del Martinelli che una certa fortuna editoriale ebbe fra XVII e XVIII secolo, dedicava alla visita del Campo Marzio un unico capitolo, coincidente con la giornata nona, secondo la consueta scansione in giornate della descrizione della Città e dei relativi percorsi; e suggeriva al visitatore un itinerario che da Palazzo Borghese, dopo aver fiancheggiato il porto sul Tevere, giungeva a piazza del Popolo percorrendo la via di Ripetta. Lungo questo itinerario erano di volta in volta segnalati, uno dopo l’altro, i principali edifici, civili e di culto, che vi erano allineati: la chiesa di S. Girolamo degli Schiavoni, l’ospedale e la chiesa di San Rocco, la casa del marchese Correa, l’ospedale e la chiesa di S. Giacomo degli Incurabili. Superata la chiesa di S. Maria in Porta Paradisi e il Conservatorio di Donzelle, denominato della Divina Provvidenza, si additava all’osservatore il palazzo Capponi, ritenuto degno di nota forse per i suoi pregi architettonici, oppure per la reputazione della famiglia che vi dimorava, i cui esponenti – come vedremo in prosieguo – ebbero parte di rilievo nella vita cittadina: “poi segue il palazzo de’ Sig. Capponi (che stimasi architettato dal Vignola)” 1. Lo stesso quadrante della Città moderna di cui il Martinelli censiva le cose notevoli era stato da altri autori, fin dal XVI secolo, immaginato quale doveva apparire in età antica, e idealmente riportato, sulla base dell’interpretazione delle fonti storiche e delle emergenze archeologiche, all’epoca romana. Già nel  Andrea Fulvio, nella sua guida alle Antichità della città di Roma, dopo essersi soffermato sulla bellezza naturale che del luogo si tramandava – per il suolo erboso e per la corona di colline che

avanzavano fino alle rive del fiume –, ricordava come questa parte periferica della Città fosse considerata in antico alla stregua di “luogo religiosissimo”, in cui vennero per tale ragione edificati “monimenti e sepolture d’huomini e donne nobilissimi” 2. La pianta restitutiva della Roma antica eseguita da Onofrio Panvinio nel , Antiquae Urbis Imago, ne evoca i salienti aspetti urbanistici e i principali edifici (fig. ). Compresa nella parte settentrionale della regio IX, quest’area urbana vi appare delimitata ad occidente dal corso del Tevere e ad oriente da un’altura destinata ad orti e giardini, denominata Collis hortolorum, sul quale dovevano sorgere diverse ville romane, fra cui, come le guide moderne non mancavano di segnalare ai visitatori, quelle di Sallustio e di Lucullo 3. Sulle pendici di questo colle transitava l’acquedotto dell’Acqua Vergine, una delle principali opere pubbliche costruite nella zona in epoca antica; secondo la tradizione (Frontino) ripresa da Flavio Biondo alla fine del ’, l’acquedotto, fatto costruire da Agrippa nel  a.C., sarebbe stato così denominato “perché cercando certi soldati de l’acqua una fanciulla vergine ne mostrò loro qui certe vene dove quelli cavando, vi trovarono un gran gorgo d’acqua” 4. A settentrione le mura aureliane cingevano l’area urbana; qui si apriva l’antica Porta Flaminia, all’epoca costituita da due fornici fiancheggiati da due torri rotonde, così denominata dal censore Caio Flaminio che ne promosse la costruzione intorno al  a.C. 5 (figg. , ). Lungo la linea dell’antico pomerium, che giungeva all’altezza dell’attuale via Condotti e di Largo Goldoni, correva il confine meridionale contrassegnato, sulla via Lata (attuale via del Corso), da un arco originariamente eretto nel II secolo d.C. in onore di Marco Aurelio 6, noto fino al  – allorché venne demolito – con il nome di Arco di Portogallo, e più volte descritto nelle guide moderne della città, per il suo rivestimento “di belli marmi, con quattro bellissime colonne di colore mischio” 7 (fig. ). Questa parte della città, considerata in origine quale area extraurbana, rimase per lungo tempo inedificata. Le fonti tramandano che la zona fu destinata a luogo di pubblica sepoltura, dapprima – come riferisce Appiano – soltanto dei re, e difatti Servio sostiene che vi fosse il sepolcro di Tarquinio il Superbo; successivamente, lotti di questa parte dell’ager publicus vennero assegnati anche a cittadini benemeriti, che si erano distinti nella vita pubblica 8. Numerosi sepolcri erano allineati, come riportano le fonti, lungo questo tratto della via Lata e dovevano carat-

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. Onofrio Panvinio, Antiquae Urbis Imago, , particolare dell’area di Campo Marzio. Roma, Fondazione Besso . Rodolfo Lanciani, Forma Urbis Romae, -, tav. I, particolare dell’area di Piazza del Popolo con l’inizio di via di Ripetta e la localizzazione di “Palazzo Capponi, Cardelli poi Campanari”. Roma, Fondazione Besso . Rodolfo Lanciani, Forma Urbis Romae, -, tav. VIII, particolare dell’area di via di Ripetta fino al Mausoleo di Augusto. Roma, Fondazione Besso

terizzarne l’aspetto: tra i più antichi, quello dei due Scipioni, caduti in Spagna nel corso della seconda guerra punica; quello di Silla, che secondo Lucano doveva trovarsi in medio campo (probabilmente nell’area odierna di Montecitorio), e il tumulus Iuliorum, che custodiva le spoglie di Cesare e di sua figlia Giulia 9. Altre due importanti sepolture, risalenti al periodo augusteo, si trovavano al termine della via Lata, nell’area corrispondente alla piazza del Popolo: le due costruzioni funerarie, erette in forma piramidale su basamento quadrato – e simili per forma e dimensioni alla tomba di Caio Cestio e alla piramide ora distrutta del Vaticano –, avevano forse funzione anche monumentale, disposte com’erano all’ingresso del Campo Marzio, in modo analogo alle attuali chiese di S. Maria dei Miracoli e S. Maria in Montesanto 10. I resti di una delle tombe, quella situata fra la via Lata e l’attuale via di Ripetta, rimasero visibili sulla piazza del Popolo almeno fino all’epoca del pontificato di Clemente VII quando, come riferiva al visitatore la guida del Martinelli, “fu principiata a smantellare un’antica, e gran fabbrica a guisa di un gran quadro alto, e massiccio, che alcuni dicevano fosse il sepolcro di Marcello” 11. Nei pressi dell’ansa del Tevere la pianta del Panvinio riporta la presenza del monumentale sepolcro di Augusto, l’unico in quest’area a preservarsi attraverso i secoli e per tale motivo ricordato costantemente nelle guide medioevali della Città e in quelle più tarde: “Veggonsi hoggi grandissime reliquie – scrive ancora Andrea Fulvio nel  – di esso Mausoleo. È il detto edificio ritondo, e di forma sferica, murato a mattoncini quadrati, in guisa di una rete intorno intorno” 12 (fig. ). Fatto edificare dall’imperatore nel  a.C., dopo la conquista dell’Egitto, sul modello della tomba di Alessandro Magno, il Mausoleo era formato da una serie di alte mura concentriche sulla cui sommità si stagliava la statua bronzea dell’imperatore. La porta dell’edificio era preceduta da due obelischi, mentre su due pilastri a lato dell’ingresso erano apposte le tavole bronzee su cui erano incise le Res Gestae; dietro il Mausoleo, come riferisce Strabone, si apriva un grande recinto alberato con splendidi porticati. Sul Colle degli ortuli, rilevato da tutti i topografi della Rinascenza, si ergeva, in ultimo, il sepolcro dei Domizi; qui, in un’urna di porfido sormontata da un altare di marmo di Carrara, sarebbero state deposte le ceneri dell’imperatore Nerone 13 (fig. ). Una diceria popolare, raccolta da più fonti fino a tramutarsi in leggenda, sosteneva che la presenza “dell’in-

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. Giacomo Lauro, Arco di Portogallo, in Splendore dell’antica e moderna Roma, . Roma, Fondazione Besso . Giacomo Lauro, in Mausoleo di Augusto, in Splendore dell’antica e moderna Roma, . Roma, Fondazione Besso

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. Il Colle degli Ortuli con il Sepolcro di Nerone, da Ercole Trivulzio, Ritratto di Roma Antica, . Roma, Biblioteca della Camera dei Deputati, Fondo Kissner

felice cadavero di Nerone, (...) riposto poi nel sepolcro de’ Domitij suoi Antenati, situato alle radici del colle degli Ortuli accanto alla Porta Flaminia”, fosse stata foriera di eventi nefasti per il luogo e per le genti che vi capitavano a transitare. “Divenne quel sito” – scrive nel  il padre agostiniano Ambrogio Landucci – “quasi un vero Inferno; ivi una caterva innumerabile di Demonij havevano eletto per loro trono un’arbore di Noce, che nato nelle rovine dette Neroniane, era tanto venuto alto, e sublime, che di gran segno qualsivoglia altra pianta eccedeva (...). Con particolar permissione dunque d’Iddio li Demonij guardiani delle sagrileghe ossa, con crudeltà e ferocità corrispondente alla di loro natura, pieni di rabbia, e furore continuamente cercavano di sperimentare la loro forza à danni della Città di Roma. Non poteva, fusse pure stato di qualsivoglia grado, età, sesso, e conditione, chi passava per la propinqua Porta detta Flaminia, schifar di non rimanere offeso; alcuni restando spaventati, e indemoniati, altri crudelmente percossi, e feriti; alcuni quasi, che soffogati, altri miserabilmente uccisi. Da sì fiero spettacolo, dall’orribil voci, da tremendi voli, dalle voraci fiamme, dalle visibili apparitioni di brutte larve, spaventata Roma, non solo quel sito si rendé subito inabitabile, ma essa tutta à pena, si assicurava da tanta rovina potersi salvare” 14 (fig. ). Si tramanda che la soluzione al problema, ritenuto ormai tale da poter minacciare le sorti della città intera, fosse offerta dalla Vergine apparsa in sogno al pontefice Pasquale II: per sollevare la città da quel terribile maleficio era necessario abbattere l’albero, gettare nel Tevere le profane ossa ed edificare sul sito un Tempio. Cosa che puntualmente Pasquale II fece, costruendo sul posto, nel , una cappella dedicata alla Madonna, il nucleo più antico della chiesa di S. Maria del Popolo.

L’area intorno al Palazzo Capponi in epoca medievale Quando Pasquale II edificò alle pendici del Colle degli ortuli la piccola cappella dedicata alla Vergine, questa parte della Città era quasi del tutto spopolata. Lungo il tracciato della via Lata e appena superato l’Arco di Portogallo, le case diradavano fino a scomparire; verso il fiume, le ultime costruzioni erano quelle addossate ai resti del Mausoleo di Augusto – allora chiamato anche Agosta o Aosta. Il territorio restante, compreso all’incirca tra queste poche case e la Porta Flaminia – ora ridotta ad un solo fornice fiancheggiato da torri –, era completamente disa-

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bitato, e perlopiù coltivato a vigne e orti. Sparsi fra i poderi potevano scorgersi numerosi resti antichi, come quelli del monumento circolare che sorgeva nei pressi della piazza, noto alle fonti e più volte menzionato come mole del “trullo”, e da cui la stessa area della piazza sarebbe stata per lungo tempo denominata del Trullo 15. Lungo le sponde del Tevere, caratterizzate, come si osserva nelle antiche vedute della Città, da una ricca vegetazione naturale di alberi e cespugli, si trovavano alcuni approdi per le imbarcazioni. Tali approdi erano posti in corrispondenza di porte o posterule che si aprivano lungo la cinta delle mura aureliane, presso le quali si riscuoteva il dazio sulle derrate giunte in città attraverso il trasporto fluviale. Esistenti già in epoca romana, molte di esse furono murate, nel corso degli anni, a scopo difensivo; all’epoca erano ancora in funzione quella detta di S. Agata presso l’odierna chiesa di S. Rocco, quella della Pigna all’altezza dell’odierno ponte Cavour, e, poco più a sud, quella di S. Lucia dinanzi alla chiesa di S. Lucia della Tinta 16. Fin dal Medioevo, inoltre, erano attivi sia i porti di Ripa grande, a Trastevere, che quello di Ripetta, non distante dal monumento augusteo, e perciò denominato, per un certo periodo, “porto Augusta” 17. Mentre il porto di Ripa grande serviva principalmente il traffico delle merci provenienti dal mare, quello di Ripetta costituiva l’approdo urbano per le merci trasportate dall’alto Lazio, dall’Umbria e dalla Toscana; vi giungevano, in particolare, le barche di scarso tonnellaggio adibite al trasporto della legna da “abbrugiare” e da costruzione, del vino e del travertino, quest’ultimo proveniente da Tivoli tramite l’Aniene 18. Prospiciente il porto fluviale si ergeva ancora, sopravvissuto al trascorrere dei secoli, il Mausoleo di Augusto. All’epoca esso doveva apparire spoglio del travertino e dei preziosi marmi che lo avevano rivestito in passato 19, e circondato di nuovi edifici costruiti in appoggio; sulla sommità e attorno – come riporta l’Adinolfi – v’erano “degli alberi piantati a guisa di bosco che incominciavano a piè del mausoleo e protendeansi verso la moderna piazza del Popolo” 20. Al boschetto, secondo la tradizione costituito prevalentemente da pioppi, i ben noti populi, sarebbe stata per lungo tempo attribuita la denominazione di tutta questa zona e della piazza 21. Davanti al monumento si poteva ancora vedere uno dei due obelischi egiziani, che lì erano stati posti per ornamento in epoca augustea, disteso a terra e con “il fusto rotto in tre pezzi; (...) il compagno – prosegue l’Adinolfi – sen giaceva negli orti dietro l’Aosta” 22. Nel corso del Medioevo anche la


. La leggenda delle origini di S. Maria del Popolo sul sepolcro di Nerone, dalle incisioni dell’Alberici (): Il noce di Nerone sul Pincio, stanza di spiriti maligni; Demonj che accoppano i passeggeri a porta del Popolo; La B. Vergine ordina in sogno a Pasquale II di edificare la Chiesa di S. Maria del Popolo; Pasquale II dà il primo colpo di scure al Noce. Roma, Fondazione Besso, Fondo Consoni

destinazione del monumento mutò, ed esso fu trasformato in fortilizio, prima di proprietà della famiglia Colonna e successivamente di quella degli Orsini 23. D’attorno, l’area urbana fino alla piazza del Popolo, secondo indicazioni offerte dalle fonti, doveva essere punteggiata di cappelle e piccole pievi. Una prima chiesetta intitolata a S. Angelo de Agosto sorgeva sulla sommità stessa del Mausoleo, come è riportato in un diploma del  marzo  di Agapito II 24. Nei pressi del monumento si trovavano altre tre piccole chiese oggi perdute: la chiesa di S. Marina, quella di S. Giorgio 25 e quella di S. Tommaso de Vineis. Quest’ultima, secondo l’Armellini, era stata edificata vicino ai ruderi dell’Augusteo e fra i vigneti che si estendevano nel Medioevo fra questo e la porta Flaminia; da ciò discenderebbe la denominazione de Vineis o Vinearum 26. Altri edifici di culto sono ricordati nei pressi delle posterule, fra i varchi detti di S. Agata e della Pila; nei pressi del porto si trovava la chiesa di S. Martino, che dalla descrizione datane dal Martinelli s’intuisce assai vicina al fiume: “nella contrada di Posterula possedeva il monastero di S. Ciriaco la chiesa di S. Martino iuxta flumen” 27. Risalendo verso piazza del Popolo, presso il Tevere, nel luogo già allora detto Ripetta si incontrava una chiesa sacra a S. Orsola 28. Poco distante da questa sorgeva il primitivo nucleo dell’antico ospedale di S. Giacomo con annessa una chiesa 29; quest’ultima, che inizialmente ebbe il titolo di Nostra Signora, aveva all’epoca dimensioni assai più contenute delle attuali e vi si accedeva da una stradina secondaria nota come vicolo delle “Tre Colonne”. Sulla piazza, l’unica costruzione di rilievo era la chiesa di S. Maria del Popolo. Dopo la prima fondazione ad opera di Pasquale II nel  30, la cappella era stata trasformata e consacrata come chiesa nel  sotto il pontificato di Gregorio IX. A poca distanza di tempo, intorno al , il papa fece qui traslare l’antica immagine della Vergine, “creduta dipinta da S. Luca”, che all’epoca si venerava nella cappella del SS. Salvatore nel Laterano 31; secondo il D’Onofrio l’immagine miracolosa, risalente in realtà ai primi del XIII secolo, sarebbe stata collocata sull’altare maggiore in occasione di una crociata promossa da Gregorio IX e non, come riporta la leggenda, per allontanare la peste da Roma 32. Alla chiesa era annesso un convento, all’epoca retto dai frati Minori, che successivamente, nel , per volere di Innocenzo IV passò assieme alla chiesa alla congregazione Lombarda. La chiesa e il convento erano già all’epoca proprietari di buona parte dei terreni circostanti occupati da orti e da

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vigne, fra cui la Vigna del Trullo situata sul lato sinistro di piazza del Popolo e un grande orto che dalla chiesa si espandeva sulle pendici del Pincio, e si ricongiungeva ad un’altra vigna posta verso la sommità del colle.

L’area intorno al Palazzo Capponi in età moderna Da Niccolò V a Sisto V. La via di Ripetta e la prima urbanizzazione del quartiere. Le trasformazioni dell’area urbana di nostro interesse subirono una progressiva accelerazione fra il XV e il XVI secolo, sotto l’impulso dell’accresciuta importanza acquisita dalla Porta del Popolo, con la vicina chiesa omonima, e dall’attracco commerciale sul Tevere nei pressi del Mausoleo di Augusto. La Porta del Popolo gradualmente divenne, infatti, il principale ingresso nella Città per i forestieri, viaggiatori o pellegrini, che vi giungevano da settentrione, attraverso la via Cassia e la via Flaminia; da qui essi potevano raggiungere il centro dell’Urbe, allora dislocato sull’asse urbanistico compreso fra il Campidoglio, il Rione Ponte e il Vaticano, e proseguire verso le grandi basiliche situate in periferia. La stessa chiesa di S. Maria del Popolo era ormai diventata una importante stazione del percorso devozionale dei pellegrini, per la presenza della venerata immagine della Vergine che vi era stata traslata nel . Un certo incremento delle attività commerciali favorì, nel contempo, lo sviluppo del porto di Ripetta e dell’area adiacente destinata alle relative attività di servizio, quali le dogane, i magazzini, le botteghe per la riparazione di barche, le taverne e le locande; ciò portò ad un graduale stanziamento di artigiani, di piccoli commercianti e di quanti erano occupati nelle faccende portuali, e al conseguente intensificarsi dell’attività edilizia nei dintorni. Verso la seconda metà del XV secolo, in particolare sotto il pontificato di Niccolo V (-) e di Sisto IV (-), fu agevolato in questa zona l’insediamento di corporazioni e di comunità di forestieri. Al  risale, in particolare, il formarsi attorno all’ospedale di S. Giacomo di una colonia di Croati, che ottenne da Nicolò V la costruzione di un ospedale dedicato a S. Girolamo e di una chiesa annessa, divenuta poi la chiesa di S. Girolamo degli Schiavoni. Gruppi di croati dovevano, in realtà, essere già da tempo presenti nella zona, come riferiscono le fonti: “Molti della gente illirica e Schiavonia, trasmigrati dalle proprie regioni in Roma dopo la presa di Costantinopoli fatta da Maometto II sopracchiamato Bajuc, cioè il

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grande che per la sua dispietanza si doveva chiamare il crudele, vennero a cercar di rifugio nella contrada quasi vuota di abitatori sul porto di Ripetta. Quivi intorno ad una chiesa detta di S. Marina, per ricoverarsi al coperto, a somiglianza delle stanze di frasche e di paglia e quasi mendicando un tozzo di pane sel guadagnarono col vile mestiere di caricare legname od altra mercanzia che lo fiume veniva condotta al porto sottostante” 33. La comunità croata talmente si consolidò nel quartiere che da essa tutta la zona venne ben presto denominata Schiavonia. Trascorsi pochi anni, nel , Sisto IV concesse alla nazione dei Lombardi residenti in Roma e che si componeva, come riporta l’Adinolfi, perlopiù “di garzoni e di molti maestri in arte murale” giunti in Città per lavorare nei numerosi cantieri avviati dallo stesso pontefice 34, l’antica chiesa di S. Nicola de Tofo, sulla via del Corso, con facoltà di fondare una confraternita e un ospedale; a seguito dell’acquisto dei terreni limitrofi appartenenti ai fratelli Orsini, la chiesa fu poi riedificata fra il  e il  e dedicata al santo milanese, Ambrogio 35. Nel  venne ad insediarsi nel rione anche la confraternita di S. Rocco, dotata della chiesa omonima – edificata sull’antica chiesa di S. Martino – e dell’annesso ospedale; composta di osti e barcaroli del vicino porto di Ripetta, la confraternita molto si adoperava per l’assistenza dei poveri durante le inondazioni del Tevere e le pestilenze 36. Il graduale ripopolamento della zona intorno a Ripetta fu il risultato non di scelte casuali ed episodiche, bensì perseguite all’interno di un più generale progetto di ampliamento e di sviluppo dell’Urbe che prese l’avvio durante il pontificato di Sisto IV, e con cui si intese spostare verso il rione Ponte il centro cittadino, fino a quel momento gravitante sui tradizionali quartieri medioevali (Regola, S. Angelo, Ripa, Campitelli, Pigna, S. Eustachio, Parione). Il rilievo acquisito da questo quadrante urbano era, d’altra parte, conseguenza a sua volta delle trasformazioni avvenute nella prospiciente area vaticana già nel corso del precedente pontificato di Niccolò V , che del rione di Borgo aveva voluto fare una sorta di “fortezza pontificia”, sede del papa e della curia. Talché il rione Ponte, collocato strategicamente tra l’area di Borgo e quella del Campidoglio, divenne il nuovo polo della vita cittadina: qui venne spostato il mercato cittadino (dalle pendici del Campidoglio a piazza Navona), e si concentrarono le nuove residenze di banchieri, di mercanti forestieri curiam sequentes 37, di cardinali e nobili famiglie strettamente legati alla vita della corte pontificia; in via dei Banchi, in


. Chiesa di S. Maria del Popolo, da Prospero Parisio, Le cose meravigliose dell’alma città di Roma, o. Roma, Fondazione Besso

particolare, si insediarono rappresentanze ed uffici di numerose banche nonché, all’inizio del Cinquecento durante il pontificato di Giulio II , la sede della nuova Zecca pontificia 38. Il collegamento tra l’area urbana di Borgo e quella del rione Ponte, assicurato all’epoca dal ponte S. Angelo, fu da Sisto IV potenziato mediante la ricostruzione dell’antico ponte romano di Valeriano, ribattezzato ponte Sisto, mentre per facilitare il transito sul ponte S. Angelo si fecero demolire le botteghe che ne restringevano l’accesso. Ai puntuali interventi di riqualificazione del rione non erano estranei più generali piani di espansione della città nella direzione di Ripetta e di Porta del Popolo. Ne è prova, in primo luogo, la progettata costruzione di un nuovo asse viario che da ponte S. Angelo, attraverso via di Montebrianzo, giungesse fino alla Porta del Popolo per facilitare il collegamento fra il Vaticano e quello che era ormai divenuto uno dei principali ingressi alla “Città Santa”. Di questo sviluppo viario, rimasto incompiuto, dice l’Adinolfi: “Esistendo ab antico una via sul Porto di Posterula o di Ripetta, Sisto IV fu preso dal desiderio di volerla far congiungere alla via Sistina o di Borgo Angelico e di due formarne una acciocché fosse più agevole il passaggio dal Borgo di S. Pietro e dalla Basilica di quell’apostolo alla Chiesa della Madonna del Popolo e per tal convenente la fé dirizzare” 39. Oltre a collegare i due quartieri e le chiese che vi si trovavano, la via sistina avrebbe consentito, negli intenti del pontefice, un più rapido e comodo collegamento tra il porto di Ripetta e il mercato di piazza Navona, così agevolando l’afflusso entro la Città delle derrate che attraverso il Tevere provenivano da nord 40.

L’ambizioso progetto urbanistico non poteva trascurare la riqualificazione della piazza del Popolo, dove infatti, negli stessi anni, il pontefice promosse importanti lavori di restauro e ammodernamento. Nel  la chiesa di S. Maria del Popolo venne assegnata con l’annesso convento alla Congregazione lombarda degli Agostiniani, che si preoccuparono di riedificarla avvalendosi di maestranze lombarde, e in particolare della bottega del celebre scultore e architetto Andrea Bregno. Ne risultò un tempio a tre navate con quattro cappelle pentagonali su ogni lato, un transetto absidato e un lungo coro fiancheggiato da altre due cappelle; l’altare maggiore venne decorato dall’ancona con la nota immagine della Madonna, fatta apporre dal cardinal Rodrigo Borgia, futuro Alessandro VI, ed eseguita dal Bregno nel , mentre altri artisti rinomati intervennero nella decorazione interna e nella sistemazione delle singole cappelle: Bernardino Pinturicchio, Mino da Fiesole e, all’inizio del Cinquecento, Bramante e Raffaello, il primo incaricato di completare l’architettura della zona absidale, il secondo del progetto della Cappella Chigi (fig. ). Nel contempo, il pontefice avviò a scopo difensivo opere di consolidamento dell’adiacente cinta muraria e della porta del Popolo: le antiche torri circolari furono trasformate in solidi bastioni quadrati rivestendole di spessi blocchi di marmo ricavati dalla spoliazione dei resti degli antichi sepolcri romani che fiancheggiavano la via Flaminia 41. Con questi due importanti interventi di restauro si posero le premesse di quel più ampio piano di sviluppo urbanistico ed edilizio ideato per tutta l’area urbana. In particolare il restauro della chiesa di S. Maria del Popolo, i cui frati dalla metà del XV secolo detenevano il controllo della maggior parte delle proprietà immobiliari e dei terreni della zona 42, doveva avere anche l’obiettivo di dar lustro e adeguato risalto alla sede dell’istituzione che maggiormente avrebbe dato impulso a tale sviluppo 43; fu in quegli stessi anni, infatti, che per favorire l’insediamento di nuovi abitanti e l’edilizia nelle vicinanze, la Compagnia di S. Maria del Popolo cominciò a rilasciare le prime concessioni in enfiteusi di terreni e abitazioni a privati con l’impegno di costoro a edificarvi o ad apportarvi significative migliorie 44. Nel solco del predecessore, papa Leone X (-) diede impulso ai cantieri sorti lungo la via dei Banchi – a riprova del consolidato ruolo dei banchieri nella società romana –, e rafforzò il legame con il quartiere papale oltre Tevere attraverso la concessione, ad esponenti della nazio-

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ne fiorentina, di appezzamenti posti alla testata di via Giulia, dove venne avviata la costruzione della chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini. Contemporaneamente, abbandonando il programma di Giulio II (-) che vedeva nello sviluppo urbanistico ed edilizio di via Giulia il nuovo centro del potere romano e pontificio 45, egli riprese l’idea sistina di promuovere l’ampliamento urbano verso nord attraverso la formazione di un asse viario diretto verso la porta del Popolo; la realizzazione della strada avrebbe promosso nel contempo lo sviluppo edilizio delle aree circostanti, così favorendo la formazione di un nuovo quartiere destinato all’insediamento della emergente classe borghese che si andava formando all’ombra del papato 46. Nel , quando era ancora cardinale, Leone X aveva preso a dimora l’attuale palazzo Madama, il cui fronte principale era all’epoca rivolto verso il Pantheon; è su questo lato che nel , una volta divenuto papa, promosse l’apertura del lungo asse di via Leonina, comprendente le attuali via della Scrofa e via di Ripetta, che avrebbe finalmente unito il rione Ponte con la porta del Popolo costeggiando l’area portuale. Il progetto del rettifilo leonino fu affidato dal pontefice, come si può evincere da alcuni documenti, a Raffaello Sanzio e ad Antonio da Sangallo il Giovane. Ai magistri viarum Bartolomeo Della Valle e Raimondo Capodiferro, affiancati dall’architetto Antonio da Sangallo, venne assegnata la direzione dei lavori con l’impegno di portare a termine quanto fissato nel progetto approvato da Leone X, affinché si realizzasse uno spazio pubblico conveniente a chi lo aveva commissionato e adeguato alle esigenze cittadine: “di perpetua gloria ed onore a papa Leone e di gradita soddisfazione a tutti” 47. La nuova strada veniva, con ogni probabilità, a sovrapporsi ad una precedente via pubblica che partiva da S. Rocco, presso il Mausoleo di Augusto, e si dirigeva verso S. Maria del Popolo 48. L’intervento cinquecentesco, dovendo provvedere a raddrizzare e allargare il vecchio e irregolare tracciato viario, comportò l’occupazione di alcuni fondi preesistenti e l’interruzione della loro continuità; sicché nel tratto verso piazza del Popolo, in particolare, vennero espropriati terreni 49 delle famiglie Orsini e Chigi nonché dell’Ospedale di S. Giacomo, che erano all’epoca – assieme ai frati della Chiesa di S. Maria del Popolo – i maggiori proprietari della zona 50. Come avvenuto già ai tempi di Alessandro VI in occasione della costruzione del rettifilo di Borgo (), si cercò di ripartire il costo dell’operazione urbanistica tra finanze pubbliche e private. Nel , prima di dare inizio

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ai lavori, il pontefice congegnò una leva fiscale consistente nell’imposizione di una tassa straordinaria dovuta in proporzione alle migliorie che la realizzazione della nuova strada avrebbe apportato ai fondi privati; colpite dalla tassa furono, soprattutto, le cortigiane che si concentravano nella zona, le quali vennero tassate sulla base dei loro consistenti guadagni 51. Contemporaneamente all’apertura del nuovo asse viario furono in vario modo incoraggiati il popolamento dell’area e la riqualificazione delle proprietà che affacciavano sulla nuova via. Sull’esempio di quanto era stato fatto sotto Sisto IV allorché si volle incentivare l’attività edilizia e promuovere l’espansione residenziale in aree urbane periferiche, venne prospettata, ai privati che intendevano acquistare una casa o un terreno nel nuovo quartiere, la cessione in enfiteusi dei fondi con il vincolo, per i terreni, di edificarvi entro un termine stabilito. Con apposite misure legislative si agevolarono coloro che, già proprietari di una prima abitazione sulla via, acquistavano una casa o un terreno contigui per ingrandire la propria abitazione o riedificare “ob decorem Urbis” 52; analogamente, a quanti avevano in locazione una vecchia abitazione o fossero intenzionati ad apportarvi migliorie o a riedificarla, fu concesso di ottenere la trasformazione dell’affitto o del censo annuo in enfiteusi perpetua, e così di conseguire, almeno di fatto, la proprietà dell’immobile 53. Tali provvedimenti, oltre ad incrementare gli insediamenti lungo la via Leonina, favorirono il formarsi in zona di una nuova categoria di proprietari immobiliari e di piccoli costruttori, dapprima esponenti prevalentemente di ceti e corporazioni già presenti nel rione, fra cui si annoveravano – oltre alle cortigiane – i barcaioli, locandieri e, in particolare, gli architetti 54. La concessione dei terreni, iniziata qualche anno prima della realizzazione del nuovo rettifilo, coinvolse in un primo tempo – secondo quanto è possibile trarre dalle fonti 55 – gli appezzamenti confinanti con il Tevere e quelli più prossimi all’area portuale, e solo successivamente quelli collocati nella parte alta della strada, verso la piazza del Popolo. Fra quanti ottennero in concessione una proprietà già prima dell’inizio dei lavori della “strada nova”, figura lo stesso Antonio da Sangallo, che, già nel , acquistò dall’architetto Giorgio da Coltre, consenziente la Compagnia di S. Maria del Popolo, “una casa cominciata, ma senza solai e senza tetto con muri communi d’ambe le parti”; costruito su un terreno della Compagnia situato “in conspectu molis de Augusta prope sanctum Roccum”, l’edificio confinava sul retro con il Tevere


. Leonardo Bufalini, Pianta di Roma, , particolare dell’area di Campo Marzio con via di Ripetta. Roma, Fondazione Besso

e sul fronte con la via pubblica che andava verso S. Maria del Popolo 56. Che l’esito complessivo dell’operazione urbanistica sia stato infine coronato da successo, e fosse perciò rispondente agli intenti dei suoi promotori, appare evidente se si pongono a paragone i dati ricavabili da un censimento voluto da Leone X prima del  con altri acquisiti successivamente, fra il -. Il rione di Campo Marzio appare, dopo pochi anni, assai più popolato: se si conteggiano i “fuochi” e le “bocche”, com’era uso degli antichi censimenti, esso risulta il terzo per densità di popolazione dopo i rioni Ponte e Regola. È, inoltre, il primo fra i rioni romani per la presenza di cittadini appartenenti alla nazione lombarda, mentre significativa è anche la presenza di quella fiorentina, maggiore soltanto nel rione Ponte dove sorgeva la chiesa di S. Giovanni de’ Fiorentini 57.

I lavori della nuova via di Ripetta, ancora lungi dall’essere completati al momento della morte di Leone X, furono proseguiti e portati a definitivo compimento sotto il pontificato di Clemente VII (-) 58. Negli stessi anni, probabilmente prima dell’anno santo del , il pontefice avrebbe progettato anche l’apertura del rettifilo di via Clementina (attuale via del Babuino), poi realizzato sotto Paolo III (-) 59, così predisponendo il complesso viario sulla cui impronta si sarebbe sviluppato il futuro tridente di Sisto V (-). La nuova configurazione urbanistica e lo sviluppo impresso al quartiere sono nitidamente documentati dalla coeva cartografia, a partire dalla pianta del Bufalini del  (fig. ). La piazza, denominata Forum Populi, si presenta nella sua tradizionale forma trapezoidale che resterà invariata

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. Chiesa di S. Giacomo degli Incurabili, da fra’ Santi (Solinori), Le cose meravigliose dell’alma città di Roma, . Roma, Fondazione Besso . Chiesa di S. Rocco, da fra’ Santi (Solinori), Le cose meravigliose dell’alma città di Roma, . Roma, Fondazione Besso . Mario Cartaro, La grande pianta di Roma, , particolare dell’area di Campo Marzio con via di Ripetta, qui denominata “via Rocchi”. Roma, Fondazione Besso

fino all’Ottocento; sul lato delle mura aureliane si apre la porta Flumentana sive Flaminia. A ridosso delle mura sono indicati la chiesa di S. Maria Populi e il convento annesso, tra l’iscrizione “hic fuit sepulcru Neronis” e i terreni lungo il colle del Pincio, di cui si riporta la nota denominazione di Collis hortulorum. Dalla chiesa si diparte un lungo muraglione che delimita le proprietà dei frati fino all’inizio di via del Babuino; sull’opposto lato della piazza, anch’esso in parte occupato da orti, è indicata una piccola chiesa nei pressi della cinta muraria, S. Maria dei Miracoli. La chiesa fu eretta dall’arciconfraternita di S. Giacomo degli Incurabili nel  per custodirvi un’immagine miracolosa della Vergine, che in origine era stata dipinta all’interno di uno degli archi delle mura aureliane 60 (fig. ). Le guide dell’epoca non mancano di narrare la vicenda leggendaria dell’icona, particolarmente venerata dai fedeli: “Sotto d’un arco vicino alle mura verso del Tevere – racconta Ottavio Panciroli – era dipinta un’immagine della Gloriosissima Vergine, che miracolosa essa volle dimostrarsi, quando una povera donna con un figlio di sette anni andando per quelle rive cogliendo legne, il semplice Garzonetto sdrucciolando cadè nell’acqua, ne potendogli dar soccorso la madre, che tardi se ne avvide, si rivoltò alla dett’Imagine, pregandola a non abbandonare il perduto fanciullo. E fù esaudita, perché non molto di poi riebbe il suo figlio, che disse non essere mai andato al fondo, per averlo sostenuto sempre trà le braccia una donna vestita di bianco, perciò fu quella immagine levata dalla Compagnia di S. Giacomo degl’Incurabili, e gli fabbricarono questa chiesa il ” 61. Dalla piazza si dipartono i tre rettifili di via del Babuino, via Lata e via di Ripetta, qui denominata via Populi. Nella spina compresa fra via Lata e via di Ripetta appare nitidamente la sagoma della Meta, che funge da cantonale fra le due vie e la piazza. Tutta la zona risulta, dalla descrizione del Bufalini, aver assunto un assetto compiuto: non solo la via di Ripetta appare terminata, ma anche le vie traverse risultano tracciate e tutti i terreni compresi fra via Lata e il Tevere appaiono divisi in grandi lotti. Gli edifici principali di quest’area urbana sono ancora quelli di un tempo: il Mausoleo di Augusto, la chiesa di S. Rocco (fig. ), ampliata e rinnovata di recente 62 e la chiesetta di S. Girolamo che appare ancora contenuta nelle modeste dimensioni medioevali 63. Accanto al Mausoleo, verso il Tevere, si scorgono gli obelischi giacenti a terra; fra il Mausoleo e la chiesa di S. Ambrogio si svolge, fra la miriade di viuzze, l’ampio tracciato di via Longobarda nel cuore del quartiere della nazione lombarda.

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Risalendo verso la via di Ripetta, l’unico edificio di rilievo riportato nella pianta è l’ospedale di S. Giacomo, che vi è raffigurato nella sua nuova struttura architettonica, ampliata e munita di un’ulteriore piccola chiesa rivolta verso la via Leonina e denominata S. Maria in Porta Paradisi, la cui costruzione, promossa da Leone X negli stessi anni in cui si realizzava il rettifilo viario, era stata affidata all’architetto Giorgio da Coltre 64, sin da principio coadiuvato da Antonio da Sangallo; a pianta ottagonale, la chiesetta fu portata a termine nel , come ricorda l’iscrizione ancora oggi visibile sulla porta, sotto un’immagine scolpita della Vergine 65. Ulteriori elementi riguardo alle successive trasformazioni dell’area di cui ci occupiamo possono trarsi dalla pianta di Mario Cartaro del  (fig. ). Soffermandoci sulla piazza del Popolo si nota, per la prima volta, la presenza di una fontana centrale, che può identificarsi con quella progettata da Giacomo della Porta 66 e collocatavi nel  per volontà di Gregorio XIII (-). Alla realizzazione della fontana si pose mano dopo la riattivazione dell’antico acquedotto romano dell’Acqua Vergine, evento che Ottavio Panciroli non manca di mettere in evidenza nella sua guida: “Hora perché di tutte l’acque antiche si ritro-

varono guasti li condutti, come nelle guerre sempre si suol fare, non hanno mancato li Pontefici di soccorrere la lor Città in un tanto bisogno, però l’anno  Pio IV tirò lontano da otto miglia fra la via di Tivoli, e Palestrina un’acqua la qual vogliono, che sia composta di due dell’antiche, l’una detta Alsietina da un lago così detto (...) e l’altra hebbe il nome di Vergine. Quest’ultima, prosegue la guida, “ si vede sboccare da tre parti e di qua per diversi condutti è tirata ad ornare à belle fontane la nuova Roma, come a S. Maria del Popolo...” 67. La medesima fontana assume una conformazione diversa, e probabilmente più fedele all’originale, nella pianta del Du Perac, quasi coeva alla precedente () (fig. ). Raffigurato anche in una nota incisione di G.B. Falda (), il manufatto risulta composto da una vasca ottagonale, leggermente sopraelevata su di una base, e sormontata da due catini da cui l’acqua zampillava (fig. ). Nella stessa descrizione non figurano ancora, invece, poiché realizzati solo fra il  e il  ad opera di Pietro Gucci 68, il lavatoio che Gregorio XIII volle per “le povere donne che non avevano dove lavare le biancherie”, e il fontanile destinato a “beveratoio di animali che stanchi ed assetati entravano dalla Porta...” 69. Alimentati dal medesi-

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. Etienne Du Perac - Antonio Lafréry, La pianta di Roma prima di Sisto V, , particolare dell’area di Campo Marzio con via di Ripetta. Roma, Fondazione Besso

mo condotto dell’Acqua Vergine, essi furono collocati, come documenta la successiva pianta del Tempesta, su un lato della piazza, verso il fiume. Il restauro dell’acquedotto Vergine diede un ulteriore impulso allo sviluppo edilizio della zona: ben presto il lato sinistro di piazza del Popolo, ancora in gran parte lasciato ad orti, magazzini e fienili, venne occupato da abitazioni che si spingevano fin verso il Tevere, come è nitidamente descritto nella pianta del Du Perac. Il quartiere dell’Oca, come venne denominato, era delimitato verso nord ancora da un unico grande fondo dei padri di S. Maria del Popolo che giungeva fin sotto la cinta aureliana, noto come Vigna del Trullo. Anche lungo la via di Ripetta, tutti i lotti di terreno compresi fra la via Lata e il Tevere risultano ormai edifica-

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. G.B. Falda, Fontana di Piazza del Popolo di Domenico Fontana realizzata nel , . Roma, Fondazione Besso . Giacomo Lauro, Mausoleo di Augusto con il giardino pensile del carinal Soderini, in Splendore dell’antica e moderna Roma, . Roma, Fondazione Besso

ti, compresa l’area dove sarebbe più tardi sorto palazzo Capponi. Le abitazioni, di dimensioni modeste, sembrerebbero appartenere tutte ad una medesima tipologia, alquanto comune a Roma fra XV e XVI secolo: casette a schiera perlopiù destinate a singoli nuclei famigliari, di uno o due piani e con due affacci contrapposti, l’uno su strada l’altro sulla retrostante area di pertinenza, generalmente adibita ad orto o giardino. All’interno gli edifici erano strutturati in modo da poter conciliare vita domestica e lavoro: al piano terreno si conducevano in prevalenza le attività commerciali o artigianali e si abitava al piano superiore 70. Quasi al termine della via di Ripetta si staglia fra le piccole costruzioni circostanti il Mausoleo di Augusto; sulla sua sommità, libera da precedenti aggiunte, è ora


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. Antonio Tempesta, La pianta di Roma al tempo di Clemente VIII, , particolare dell’area di Campo Marzio con via di Ripetta. Roma, Fondazione Besso

raffigurato un elegante giardino pensile, che, dettagliatamente riprodotto in numerose stampe cinquecentesche, si connotava per la ripartizione geometrica degli spazi, tipica del giardino all’italiana: la parte centrale era occupata da aiuole riquadrate da basse siepi e da vialetti circolari destinati al passeggio; all’interno delle aiuole erano piantati alcuni alberi, mentre sulle pareti una vegetazione rampicante avvolgeva l’antica muratura. Ideatore di tale destinazione del monumento doveva essere stato monsignor Francesco Soderini, che ne era allora proprietario 71 (fig. ). Le successive trasformazioni subite dal quartiere si evincono dalla pianta di Antonio Tempesta del , che documenta alcuni degli importanti interventi promossi da

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Sisto V. Il principale fra questi, fu certamente la collocazione sulla piazza del Popolo, nel marzo del , dell’antico obelisco egiziano proveniente dal Circo Massimo; della delicata operazione fu designato responsabile, come è noto, l’architetto Domenico Fontana. La corretta sistemazione dell’obelisco, secondo le intenzioni dell’architetto e del suo committente, doveva trovarsi in asse con i tre rettifili: esso venne infatti centrato in rapporto non alla piazza, bensì agli assi viari che da essa si irradiavano, e così posto a guisa di elemento unificante fra la piazza medesima e il tridente. Per tale ragione fu necessario allontanare di poco la fontana del Della Porta, che, come risulta dalla pianta del Tempesta (figg. ), fu messa


davanti all’obelisco, e perciò privata della funzione prospettica che aveva fino a quel momento avuto rispetto all’ingresso di porta del Popolo (fig. ). Con la collocazione dell’obelisco nella piazza prendeva corpo, rappresentandone uno dei più significativi interventi, lo straordinario piano urbanistico di Sisto V, il primo ad essere ispirato da una visione dell’Urbe come “Città Santa”, espressione dei valori promossi dalla Controriforma. Il progetto prevedeva, in vista dell’anno santo del , di dotare la Città di un impianto viario che facilitasse il percorso dei pellegrini. Le basiliche che dovevano essere visitate dai fedeli – S. Pietro, S. Paolo, S. Giovanni, S. Maria Maggiore, S. Croce, S. Lorenzo e S. Maria del Po-

polo, elevata a basilica proprio da Sisto V al posto della periferica S. Sebastiano – avrebbero dovuto essere fra loro collegate da assi viari diritti, e all’inizio e alla fine di ogni rettifilo doveva sorgere un obelisco, che da lontane segnalasse loro la meta. Alla via retta e all’obelisco – una sorta di faro posta ad indicare la giusta direzione al fedele – era così assegnato anche valore simbolico, allusivo alla disposizione d’animo con cui il percorso doveva affrontarsi. Tema, questo, più volte sottolineato in alcune guide per l’anno santo del , nelle quali richiamandosi il pellegrino al corretto contegno interiore con cui procedere nel giubileo, gli si suggerivano spunti per la meditazione lungo il cammino e

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. Piazza del Popolo con l’obelisco e la chiesa di S. Maria del Popolo nel XVII secolo, dalla Descrizione di Roma antica, . Roma, Fondazione Besso

si sollecitava la sua immaginazione devota: “tutti li viaggi che faremo si da casa alla prima Chiesa, come anco da una Chiesa all’altra, potremo tener la memoria svegliata intorno a qualche viaggio de li sette che Cristo fece nel giorno della sua passione (...). Nella qual cosa doveremo aver cura di andar nella meditazione cogliendo come tante rose le attioni di Cristo, quali arrivati che saremo alla Chiesa, insieme con noi stessi (...) offeriremo”; e una volta “arrivati che saremo alla Chiesa, immaginiamoci che il Santo di quella ci vien incontro a riceverci fin fuori della porta, e con molta cortesia ci pigli per la mano per condurci in casa sua...” 72. Se da piazza del Popolo, attraverso l’asse viario di via di Ripetta e di via della Scrofa, si poteva facilmente raggiungere il ponte S. Angelo e dunque la basilica vaticana, meno lineare era, all’epoca, il percorso per le altre basiliche. Per questa ragione Sisto V progettò un nuovo tratto viario, corrispondente con l’attuale via Sistina, che avrebbe dovuto collegare via del Babuino con via Quattro Fontane e attraverso l’odierna via Depretis raggiungere la basilica di S. Maria Maggiore e da qui, proseguendo sull’attuale via Merulana, quella di S. Giovanni. Questo nuovo asse cittadino, perfettamente evidenziato già

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nella pianta del Tempesta, prese il nome di via Felice. Nell’ambito di questa visione della città, alla piazza del Popolo veniva assegnato il ruolo di atrio alla “Città Santa”, una sorta di polo liturgico, dal quale il fedele “avrebbe potuto percepire quasi l’influsso diretto delle basiliche” verso le quali si sarebbe avviato 73. La realizzazione di questo progetto urbanistico favorì la valorizzazione, non solo delle sette basiliche principali, ma anche degli altri edifici sacri che s’incontravano lungo il percorso dei rettifili. Sulla via di Ripetta, divenuta ora uno dei principali rami del percorso devozionale dei fedeli, Sisto V promosse, a partire dal , la ricostruzione dell’antica chiesa di S. Girolamo degli Schiavoni, ampliandola e orientandola da levante a ponente, su progetto dell’architetto Martino Longhi il Vecchio 74 (fig. ); con la facciata ora rivolta verso lo slargo antistante il porto di Ripetta, la nuova chiesa si presentava all’epoca come l’edificio religioso di maggior rilievo di quel tratto viario. Il crescente afflusso di pellegrini, inoltre, unito a quello di viaggiatori e commercianti, favorì un incremento delle strutture ricettive della zona e il concentrarsi di un maggior numero di locande e alberghi in questa parte della città, nonché una complessiva crescita dell’attività economica del quartiere. Se si torna con lo sguardo sulla pianta di Roma del Tempesta, a sud del porto di Ripetta, si può notare un altro importante asse viario del quartiere, voluto da Paolo III nel , la via Trinitatis, che dal porto fluviale giungeva fino alla piazza omonima, attuale piazza di Spagna; su questa strada, alla fine del Cinquecento, si ergeva la mole di palazzo Dezza, di lì a poco acquistato dalla famiglia Borghese e da questa ampliato tanto da occupare tutto l’isolato fino a Ripetta. Da Paolo quartiere.

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a Clemente X. La trasformazione barocca del

La costruzione del palazzo Borghese, all’inizio del secolo XVII, fu indubbiamente uno degli eventi che più qualificarono l’ulteriore sviluppo del quartiere, sottraendolo definitivamente alla sua connotazione periferica e promovendone il carattere residenziale a favore dei ceti di più recente affermazione i cui interessi ruotavano intorno alla corte pontificia. Sono questi gli anni in cui la stessa famiglia di Amerigo Capponi, legata al pontefice Paolo V (-) e ai Borghese, come si vedrà in prosieguo, si insedierà nella zona costruendovi il proprio palazzo, che in facciata esponeva, oltre allo stemma Capponi, l’aquila e il drago dei Borghese (fig. ).


. Chiesa di S. Girolamo degli Schiavoni, da Fioravante Martinelli, Roma antica e moderna, . Roma, Fondazione Besso . Palazzo Borghese, da Fioravante Martinelli - Francesco Valesio, Roma ricercata nel suo sito, . Roma, Fondazione Besso

“Qui vicino alla detta chiesa di S. Rocco – scrive il Martinelli –, dove ritrovuarete che risponde a Ripetta questo palazzo molto grande, e molto comodo, già del Cardinal Deza Spagnolo principiato, e da Paolo V, dopo per sua habitatione mentre era Cardinale, comperato, il quale assonto che fù al pontificato, lo lasciò a’ suoi Fratelli, i quali l’anno molto ampliato e ornato come si vede, e anco finito, nel quale vedrete statue bellissime, e fonti” 75. La costruzione del palazzo incise in modo significativo sull’impianto urbanistico dell’area. Per costruirlo, come hanno messo in luce alcuni studi, i Borghese rasero al suolo molte piccole abitazioni tra via di Ripetta, via del Clementino, vicolo della Torretta e via dell’Arancio, e ampliarono l’edificio esistente fino a via della Scrofa. Di fronte ad esso fu realizzata un’ampia piazza, e un largo fu ricavato lateralmente lungo la via Trinitatis; al di là della piazza venne contemporaneamente edificato l’altro edificio, prospiciente il primo, dove avrebbe risieduto la famiglia. Fu in questo modo creato un vero e proprio “quartiere Borghese”, secondo una formula del tutto nuova che, come è stato evidenziato, abbandona il modello della corte cardinalizia come complesso chiuso ed unitario, discendente diretto del palazzo-fortezza medioevale. La piazza antistante, a guisa di filtro, separava ed univa, da un lato, il palazzo dal resto della città, e dall’altro serviva da luogo di incontro: essa si apriva, infatti, lungo uno dei principali assi viari pontifici, quello che dal Vaticano attraverso il rione Ponte conduceva a piazza Trinitatis, al quartiere delle ambasciate e degli stranieri, e si prestava pertanto al transito, ai traffici e agli affari, data anche la vicinanza al porto di Ripetta 76. L’insediamento della famiglia Borghese, come è facile immaginare, ebbe ripercussioni in tutta l’area attorno il palazzo e diede impulso ad interventi di restauro e valorizzazione. Un primo significativo rinnovamento riguardò lo spostamento della chiesa dell’ospedale di S. Giacomo degli Incurabili; un nuovo tempio di maggiori dimensioni, e dedicato allo stesso S. Giacomo, fu edificato sulla via del Corso; la costruzione, avviata alla fine del secolo precedente da Francesco da Volterra, fu portata a termine da Carlo Maderno e la nuova chiesa fu consacrata nel  77. A partire dal , con l’obiettivo di conferire aspetto di maggiore ordine e decoro all’ingresso dell’Urbe, fu progettata la pavimentazione di piazza del Popolo (avviata in realtà solo nel ): “Dicono che siano stati chiamati detti Consoli [delle Arti] per trattare di trovar modo, che Roma si mantenghi netta, rissolvendo Sua Santità far mattonare

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. Giovanni Maggi - Paolo Maupin Carlo Losi , La pianta di Roma al tempo di Urbano VIII, , particolare dell’area di Campo Marzio con via di Ripetta. Roma, Fondazione Besso

la piazza del Popolo et anco quella di S. Pietro...” 78. Nel , sulla via di Ripetta (nell’isolato adiacente a quello di Palazzo Capponi), fu fondata la chiesa di S. Orsola, successivamente inclusa all’interno del Conservatorio delle Zitelle, edificatovi nel , per volontà di Clemente X, e denominato della Divina Provvidenza e di S. Pasquale, come riportano molte guide del XVII secolo fra cui quella del Baglione. “Avanti l’anno santo del  si mossero alcuni di varie nationi a fare una Compagnia sotte l’ invocazione di S. Orsola, (...) e si congregarono in S. Maria della Pietà a piazza Colonna, e mantenevano in essa la Cappella di S. Caterina. Ma per essere liberi nell’esercitio delle opere loro ad honore di S. Orsola, comprarono questo sito nel  e le dedicarono questa piccola chiesa, dove hanno della sua spalla, e fanno festa di S. Caterina e di S. Orsola, nel cui giorno maritano zitelle, e liberano un prigione per la vita” 79. In quegli stessi anni Paolo V si preoccupò che fosse

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data nuova sistemazione ai due depositi di legname esistenti nei pressi del porto di Ripetta, uno di legna da ardere e l’altro da costruzione. La confusione e il rumore che tali traffici provocavano nella zona indusse il pontefice a decretare lo spostamento in altro luogo più a monte di parte delle attività commerciali concernenti il legname: con il chirografo del  novembre  fu istituito un nuovo porto, denominato la “Nuova Ripetta o Legnara”, destinato alla sola legna da ardere, ben visibile nella pianta di Roma del Maggi del  (fig. ), mentre per il commercio della legna da costruzione continuò ancora ad essere utilizzato per lungo tempo il porto di Ripetta 80. Fra il  e il  venne ricostruita la chiesa della nazione Lombarda ad opera di Onorio e Martino Longhi, con la nuova intitolazione ai SS. Ambrogio e Carlo, mentre a partire dal  vennero eseguiti i lavori di ampliamento della chiesa di S. Rocco sotto la guida, in un primo tempo, dell’architetto Pietro Maraldi e, successivamente, di Gio-


. Veduta di Porta del Popolo dal lato di via Flaminia, . Roma, Fondazione Besso

vanni Antonio De Rossi 81. Ma le più significative operazioni urbanistiche, che attribuirono al quartiere il carattere barocco proprio del secolo, furono quelle concepite nel quadro dei piani del pontefice Alessandro VII Chigi (), che si concentrarono nell’area del tridente conferendogli un assetto unitario e definitivo. I lavori presero avvio in occasione di un evento straordinario: l’arrivo a Roma della Regina Cristina di Svezia, il  dicembre , dopo la sua conversione al cristianesimo; e, nella prima fase, si concentrarono nuovamente sulla porta e sulla chiesa di S. Maria del Popolo (figg. -). Sul lato nord della porta, rivolto verso la via Flaminia, furono collocate due statue raffiguranti i santi Pietro e Paolo, opere di Francesco Mochi (-), a completamento del restauro di questo lato già eseguito, fra il , con l’apporto di Nanni di Baccio Bigio e forse anche di Michelangelo e del Vignola. Il restauro del lato interno della porta fu eseguito da Gian Lorenzo Bernini; il suo intervento si concentrò principalmente sulla parte di coronamento della porta, dove l’artista inserì un fastigio formato da due timpani spezzati e arricciati a voluta, reggenti un festone con fronde di quercia, emblema dei Chigi, e spighe, emblema della casa Wasa regnante in Svezia; al centro, su di un fondale sagomato, campeggiavano i monti e la stella di casa Chigi. Lo stesso motivo dei semitimpani incurvati venne applicato dal Bernini sulla facciata della chiesa di S. Maria del Popolo in luogo delle preesistenti volute quattrocentesche, in modo da conferire coerenza stilistica all’insieme formato dalla porta e dal tempio adiacente 82. La scalinata d’accesso alla chiesa venne arrotondata agli angoli e staccata completamente dalla porta per far sì che questa, pur restando collegata alla chiesa attraverso una serie di elementi formali, assumesse una propria autonomia che le consentisse di entrare direttamente in relazione con la piazza e con il resto della città. La nuova Porta Flaminia assumerà, infatti, un ruolo centrale nel più generale piano di sistemazione della piazza che sarà affidato di lì a poco a Carlo Rainaldi. Nel progetto dell’architetto, non interamente eseguito, la tradizionale conformazione trapezoidale della piazza veniva resa geometricamente regolare attraverso l’ideazione di due pareti laterali simmetriche, costituite probabilmente da edifici, che da via di Ripetta e via del Babuino dovevano proseguire fino alla porta del Popolo. In tal modo gli assi viari del tridente venivano guidati a convergere, non più verso l’obelisco, come era accaduto nel piano cinquecentesco della piazza, bensì verso la porta d’ingresso alla Città.

Per la realizzazione di questo effetto prospettico fu necessario riprendere l’opera di raddrizzamento e di riqualificazione della via Lata, tagliando sporgenze e riallineando facciate, promovendo il restauro di edifici esistenti o la costruzione di nuovi; nel corso di questi interventi fu decisa, nel , la demolizione dell’antico arco di Portogallo che in quel punto restringeva la strada. Per lo stesso motivo fu necessario intervenire alla testata della via Lata, dove nel  fu progettata la costruzione di due chiese gemelle, che, attraverso i loro volumi architettonici, dovevano uniformare le due diverse spine urbanistiche all’altezza di piazza del Popolo e, nel contempo, mediante l’inclinazione delle rispettive facciate, sottolineare la convergenza degli assi viari verso la Porta del Popolo 83. La realizzazione delle due chiese, insieme alla sistemazione degli assi viari, furono l’unica parte del progetto realmente eseguita; per gli interventi relativi alla piazza, dovrà attendersi l’inizio del XIX secolo. Le chiese di S.

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


. Giovan Battista Falda, Veduta di piazza del Popolo con l’obelisco e la chiesa di S. Maria del Popolo, in Il nuovo teatro delle fabriche, . Roma, Biblioteca della Camera dei Deputati, Fondo Kissner

. Giovan Battista Falda, La pianta di Roma al tempo di Clemente X, , particolare dell’area di Campo Marzio con via di Ripetta. Roma, Fondazione Besso

. Pierre Mortier, Veduta di piazza del Popolo con la torretta di Palazzo Capponi, menzionato nella legenda, . Roma, Palazzo Capponi, Autorità per la vigilanza sui lavori pubblici

Maria dei Miracoli e di S. Maria in Montesanto furono progettate e avviate alla costruzione dallo stesso Carlo Rainaldi; successivamente i progetti furono sospesi, e poi portati a termine da Carlo Fontana e da Gian Lorenzo Bernini 84. Se il nuovo assetto barocco del quartiere appare già compiutamente nella pianta di G.B. Falda del  (fig. ), che tra gli altri edifici riporta, ben delineato nell’angolo fra via di Ripetta e vicolo delle Scalette, anche il palazzo della famiglia Capponi, già edificato da tempo, è solo nella successiva pianta del Nolli () (fig. ) che appare documentato l’ultimo grande intervento di quest’ampia stagione di rinnovamento urbanistico: la costruzione del porto di Ripetta promossa da papa Clemente XI (fig. ). Qui il porto esisteva da secoli, ma l’attracco era posto sulla riva naturale: fu perciò opportuno che, fra il luglio  e il maggio , Alessandro Specchi costruisse la nuova struttura portuale, costituita da una piazza centrale fiancheggiata dalle due ali con scalinate che digradavano verso il fiume, raggiungendo le banchine per l’approdo delle imbarcazioni. Per la costruzione del nuovo porto vennero utilizzati i travertini del Colosseo e i resti dell’Acquedotto dell’Acqua Vergine, venuti in luce nelle fondazioni del Palazzo Serlupi in via del Seminario 85. La piazza venne arredata con una fontana centrale, eseguita dallo scalpellino Filippo Bai,“la qual fontana per adattarsi alla proprietà del luogo, che si figura in lido

marino, non è formata per modi di civile architettura ma alla marinaresca, di conchiglie e di scogli, ammassati insieme”; da una prima vasca bassa si ergeva un gran masso tagliato a scoglio, su cui era posta una seconda vasca di minori proporzioni a forma di conchiglia, con due delfini “che gettando acqua dalle loro bocche, fanno contrasto all’altro gettito degli scogli slargato a vela” 86 (fig. ). In prossimità del porto, fra il  e il , lo Specchi realizzò anche un nuovo edificio per la Dogana “con tutti quelli comodi che si ricercano, sia per la custodia delle mercanzie che in esso Porto si tengono, come per abitazione de Ministri e custodi di essa Dogana”. La costruzione del nuovo porto comportò non solamente la razionalizzazione degli spazi di lavoro e di servizio destinati alle attività correlate, ma fu anche occasione di una più ampia riqualificazione urbanistica dell’area: la gradinata, se da un lato fungeva da raccordo fra il piano stradale e quello della riva facilitando gli spostamenti delle merci verso il centro della città, dall’altro poteva costituire anche un elemento di separazione tra l’attività portuale e la vita cittadina che si svolgeva al livello della piazza. Da quel momento il porto divenne, accanto ai monumenti antichi, alle chiese e ai palazzi, una delle bellezze della città moderna, dalle guide segnalata ai visitatori: “Ha quivi N.S. Papa Clemente XI fatto formare dal celebratissimo Architetto Alessandro Specchi un vago Porto ornato con fontane, e con due comode cordonate, che vengono fiancheggiate da gradini di travertino con tal vaghezza, che

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. Giovan Battista Nolli, Roma al tempo di Benedetto XIV, , particolare dell’area di Campo Marzio con via di Ripetta. Roma, Fondazione Besso

rassembra all’occhio de’ riguardanti un nobil teatro: termina questo ne’ lati in una vaga fabbrica eretta per comodo de’ ministri della Dogana, essendo stato dicontro ornato anco il prospetto d’altra casa. Quivi si vede nella contrada già de’ Lombardi, e Schiavoni, che perciò si trova nominata Lombardia, e Schiavonia, la bella Chiesa fabbricata da Sisto V in onore di S. Girolamo per la Nazione Illirica, che a canto vi ha fatto costruire un bel palazzetto, che accresce ornamento alla facciata di quella Chiesa” 87 (fig. ). Un’ulteriore assestamento dell’area portuale ebbe luo-

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. Prospetto del Porto di Ripetta nel XVII secolo. Roma, Fondazione Besso, Fondo Consoni . Prospetto del Porto di Ripetta dopo i lavori di Alessandro Specchi, da Fioravante Martinelli, Roma ricercata nel suo sito, , Roma, Biblioteca della Camera dei Deputati, Fondo Kissner

go nel , quando un imponente incendio si sviluppò nel deposito della legna da ardere posto poco distante da Ripetta, nell’isolato ove all’epoca sorgeva il Conservatorio delle Zitelle. L’incendio, che danneggiò diversi edifici limitrofi, fra i quali parte dello stesso palazzo Capponi e della Biblioteca del marchese Alessandro Gregorio in esso conservata, indusse il pontefice Clemente XII Corsini a spostare altrove, per la sicurezza del quartiere, il traffico della legna e a creare un nuovo deposito fuori della cinta muraria. “Fece lacrimevole strage l’anno  – racconta G.B.


Gaddi nella sua guida di Roma del  quando descrive il “recinto dei legnami fuori Porta del Popolo” – un Incendio, che casualmente attacatosi dentro la Città dalla parte del Fiume verso Ripetta nelle strade, e vicoli denominati del Vantaggio, delle Scalette, e dell’Oca, passò ad introdursi ne’ Magazeni, e luoghi, ove conservavansi accatastati i legnami per uso pubblico. Tale, e tanta fu la rovina causata dall’orribilissimo fuoco, che un tratto considerabile di quell’Isola restò affatto desolato per moltissime Case che convenne atterrare, a fine d’interromper per le fiamme che minacciavano un universale esterminio. Riparatosi poscia con nuove Fabbriche il danno, giudicò la Santità Sua necessario ritrovare altro sito, che non avendo comunicazione coll’abitato rendesse più cauta, e sicura la Mercanzia de’ Legnami, e liberasse nello stesso tempo la Città dal timore di simili infortunj. Si stabilì il luogo immediatamente fuori Porta del Popolo dalla banda del Fiume; e nel primo fianco delle mura della Città si fabbricò un ben spazioso, e vasto Recinto, che comunica per un comodo declivio col Fiume, di dove possono agevolmente introdursi tutti i Legnami, e Tavole, che giungono per Barca” 88 (fig. ).

diversi progetti, a partire da quello del  di G. Valadier per il Nuovo Campo Marzio, a cui seguirono quello di Pietro Sangiorgi del , intitolato Pubblico giardino di abbellimento alla piazza del Popolo di Roma, e quello progettato per ordine del conte Miollis Governatore Generale, dal titolo Pianta della proposta Deliziosa pubblica Passeggiata sulla Riva destra del Tevere dal Porto di Ripetta alla Piazza di Ponte S. Angelo. Fra questi progetti – la cui realizzazione avrebbe avuto conseguenze per il palazzo oggetto del nostro studio, poiché ne avrebbe modificato quanto meno la vista verso il Tevere –, quello del Valadier, redatto intorno al , addirittura prevedeva, a quanto si legge dalla pianta allegata, l’espropriazione di una parte del giardino di pertinenza del palazzo Capponi, al fine di destinarla alla pubblica passeggiata 90. Tali progetti rimasero, comunque, lettera morta a favore di un ulteriore progetto dello stesso Valadier che prevedeva la sistemazione a parco pubblico di tutta l’area

Le ultime trasformazioni fra Otto e Novecento È Francesco Milizia, nel suo trattato Principi di architettura civile (-), che lamentando la mancanza nell’Urbe di “un vago e arioso passeggio per l’estate” e proponendo di destinare a tale scopo l’area lungo il Tevere oltre Ripetta, prefigura le trasformazioni che il quartiere subirà nel corso dell’Ottocento. L’idea di realizzare un pubblico passeggio, caratterizzato da logge, filari d’alberi, fontane e panchine, nel tratto che va da piazza del Popolo a via di Ripetta, via del Vantaggio fino alla riva del Tevere – idea legata ad una nuova dimensione borghese della città –, si affermò negli anni della dominazione francese 89 e venne sviluppata in

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. Domenico De Rossi, Veduta del Porto da via di Ripetta, inizio del XVIII secolo. Roma, Fondazione Besso . Deposito della Legna fuori Porta del Popolo, in Il quinto libro del novo teatro delle fabriche et edifici fatte fare in Roma (...) a cura di Gio. Domenico Campiglia, . Roma, Biblioteca della Camera dei Deputati, Fondo Kissner

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intorno a Piazza del Popolo, sia sul lato occidentale del fiume che su quello orientale del colle del Pincio 91. I lavori presero l’avvio, nel dicembre del , dalla sistemazione del Pincio che, in onore all’imperatore Napoleone, avrebbe dovuto denominarsi “Jardin du Grand Cesar”. Varie furono le modifiche e le varianti apportate ad una prima versione del progetto, il cui punto debole era dato dalla mancata previsione di interventi significativi nella piazza, che avrebbe mantenuto la sua antica forma irregolare. Nel , in un clima di attrito con i rappresentanti dell’amministrazione francese, il Valadier fu affiancato, oltre che dall’architetto Giuseppe Camporesi, dai francesi Guy de Gisors e Louis Martin Berthault, architetto di Napoleone. In particolare l’intervento del Barthault, incaricato di provvedere alla questione della piazza e di disegnare la planimetria del giardino sul Pincio, fu risolutivo: nel nuovo piano della zona pinciana, firmato dagli architetti francesi, fu inclusa la configurazione in forma ellittica dell’area della piazza 92. La direzione dei lavori tornò nuovamente al Valadier nel gennaio del , dopo il rientro del pontefice a Roma. Ma lo stato di avanzamento che i lavori avevano raggiunto era tale da non permettere all’architetto di tornare indietro rispetto alla soluzione perseguita dal Berthault; sicché egli si sforzò, nel suo nuovo progetto, di ridisegnare le rampe di salita al Pincio e di sistemare, soprattutto, i quattro angoli che delimitavano la piazza. Al Valadier si deve infatti la realizzazione degli edifici che raccordano, da un lato, la via di Ripetta con le costruzioni verso il Tevere e, sul lato opposto, la via del Babuino con il Pincio, nonché di quelli posti simmetricamente ai lati della Porta del Popolo. Inoltre, egli si preoccupò di sistemare l’arredo monumentale della piazza: la fontana attorno all’obelisco, che viene ora a trovarsi al centro dell’invaso, le statue e i bassorilievi che adornano le fontane sugli emicicli, le colonne rostrate collocate sul lato della collina 93 (figg. -). Una descrizione accurata della piazza nel suo rinnovato aspetto, ed ancora considerata come ingresso più importante alla Città (funzione poi perduta con il consolidarsi della ferrovia), si ritrova nella guida di Roma del Nibby del . “Questa piazza trovasi subito dopo entrati nella città per porta flaminia, e certamente può a ragione chiamarsi il più nobile e magnifico ingresso che abbia Roma. Amplissima è la piazza che si allarga imponentemente, pigliando forma ellittica, da levante a ponente. Appena entrati la porta si trova a dritta l’edifizio delle dogane, congiunto colle sale per l’esposizione di opere di belle

arti, e col quartiere dei carabinieri pontifici, ogni cosa edificata con architetture del cav. Valadier; a sinistra poi trovasi la bella chiesa della Madonna del Popolo, già da noi descritta. Le due ali di muro in semicerchio che circondano la piazza contengono al centro due fontane e alle quattro estremità ammiransi altrettante statue eseguite in marmo bianco, che rappresentano le stagioni: nel semicerchio a sinistra di chi entra veggonsi la Primavera del Guaccherini, e l’Estate del Labourer; in quello a destra scorgonsi l’Inverno del Baini, e l’Autunno dello Stocchi. Il semicerchio a sinistra da’ adito alla passeggiata, così detto, o villa del Pincio; quello a sinistra finora serve a contenere nella parte posteriore de’ folti cipressi, che coprono la deforme veduta di alcuni fienili; ma in seguito pare che darà l’adito ad un ameno passeggio sul fiume Tevere (...). Nei lati estremi della piazza, dopo i due semicerchi, ergansi due edifizi di simile architettura, i quali hanno aspetto di due palazzotti; quello a sinistra, di chi entra la città, spetta ai signori Torlonia, quello a destra a Clemente Lovatti: tutti e due furono innalzati co’ disegni del Valadier...” 94. Al momento in cui il Nibby svolgeva la sua descrizione, la progettata sistemazione dell’area occidentale della piazza e di quella prospiciente il Tevere non era ancora stata compiuta; tali interventi avrebbero poi avuto luogo, anche se in maniera molto ridotta rispetto alle idee iniziali, nel corso del pontificato di Gregorio XVI (-). Come i suoi predecessori, anche papa Gregorio XVI si fece scrupolo di trasferire la residua legnaia esistente sul fiume al di fuori della cinta muraria, e di dislocarla tra la Porta del Popolo e il fiume in corrispondenza del macello pubblico, secondo un progetto del  attribuito a Pietro Camporesi il giovane. Lo stesso Camporesi fu coinvolto, soprattutto, nella realizzazione della passeggiata di Ripetta e nella costruzione della piazza che in un tratto vi si apre a guisa di ferro di cavallo, come di frequente riportato nelle guide coeve: “La via di Ripetta (...) è abbellita da buone e cospicue fabbriche, delle quali una oggi si va erigendo co’ disegni del cav. Pietro Camporese nel luogo ove in passato era la legnara: di qui si uscirà, per un portico che occupa il mezzo dell’edificio, alla riva del Tevere, lungo la quale si formerà un ameno passeggio” 95. Entro il  sarà inoltre completato, su progetto di Antonio Sarti, la sede dell’Accademia di Belle Arti affacciata sulla medesima piazza, mentre lo stesso Camporesi portò a termine, fra il  e il , la ricostruzione del moderno ospedale di S. Giacomo degli Incurabili. Sempre nella prima metà dell’Ottocento venne comple-

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. Zona del Campo Marzio, -, particolare dell’area di Piazza del Popolo con palazzo Capponi (n.), Catasto urbano di Pio VII. ASR, Congregazione del Censo, Rione IV, ff.-

tata la chiesa di S. Rocco, finalmente dotata della sua facciata; la chiesa, che aveva subito importanti restauri nel corso della metà del XVII secolo, per volontà prima del cardinal Vecchierelli e poi del cardinal Francesco Barberini, era infatti rimasta “fino al  (...) senza facciata; ma in quel tempo l’ebbe per un lascito di un capomastro muratore di nome Giuseppe Vitelli, al quale venne poscia posta un monumento sepolcrale sopra la porta minore a destra, scolpito dal cav. Giuseppe Fabris. Architetto della facciata fu Giuseppe Valadier, il quale trovandosi obbligato dal sito, e dalla quantità del denaro che si poteva spendere, copiò a un incirca, quella di una chiesa di Venezia, architettata dal Palladio” 96. Scorrendo la descrizione del nostro quartiere contenuta nelle guide ottocentesche, risalta un’ ulteriore innovazione avvenuta in quell’epoca, concernente il Mausoleo di Augusto. Fin dalla seconda metà del XVIII secolo l’edificio aveva subito un significativo, diremmo oggi, cambio di destinazione, poiché tramutato da giardino di privata residenza ad anfiteatro; funzione, questa, che avrebbe conservato fino all’inizio del XX secolo, quando, passato al

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. Giuseppe Valadier - Luigi Valadier Giovan Battista Cipriani, Pianta topografica della piazza del Popolo in Roma con nuova Pubblica Passeggiata sul Monte Pincio. Roma, Fondazione Besso, Fondo Consoni

Comune di Roma, venne trasformato a cura della Reale Accademia di S. Cecilia divenendo il celebre Augusteo. “Gli avanzi del Mausoleo di Augusto che noi osserveremo diligentemente – scrive il Melchiorri nel  – diedero campo alla famiglia Correa di formare un anfiteatro di quelle costruzioni circolari e solidissime. Ivi s’alzò una fabbrica che corona le antiche sostruzioni, e venne questa disposta in arena, gradinate, loggie chiuse, e loggiato o ringhiera scoperta, per cui vi si può allocare comodamente un numero di più di migliaia di spettatori. Gli spettacoli che vi si danno sono di vario genere”: “fuochetti”; giostre o caccie di tori, buoi e bufali, spettacoli di equitazione; concerti di orchestre e bande militari e feste danzanti, fra le quali la guida ricorda “la sontuosa festa da ballo per Francesco I Imperatore d’Austria allorché fu a Roma nel ” 97. Il percorso di visita dedicato a questa parte della Città non rivela, nell’edizione di fine Ottocento della guida di Roma del Nibby, particolari novità, salvo quanto vi si riporta con riguardo al tratto prospicente il Tevere che al momento in cui lo si descrive “è ora tutto ingrombo per i


lavori di sistemazione del fiume, e nell’esecuzione di questi farà del Lungo Tevere” 98. La costruzione degli argini, definitivamente deliberata dopo la disastrosa piena del  dicembre , e del Lungo Tevere 99 comportò la demolizione del Porto di Ripetta: “Esso fu demolito – illustrava ai visitatori il Nibby nella sua guida del  – per costruire l’attuale ponte di ferro” che avrebbe dovuto favorire il collegamento con il nuovo quartiere di Prati e il Vaticano (fig. ). “Questo peraltro è puramente provvisorio – anticipava la guida – e sarà sostituito dal ponte Cavour (...). Quando questo ponte sarà fatto verrà rimesso al posto il prospetto [del porto di Ripetta] di Clemente XI” 100. Pochi anni prima, il Consiglio comunale aveva deciso di porre mano, ancora una volta, ad una sistemazione dell’ingresso nord della città, ed approvato un progetto al riguardo. La porta del Popolo, “oggi atterrati i torrioni che la fiancheggiavano all’interno, – come illustrava, nelle sue brevi note storiche, la Guida Monaci al viaggiatore nel  – venne ampliata e ridotta ad arco trionfale in memoria dell’ingresso delle truppe italiane nel , dietro i disegni e sotto la direzione del valente architetto Agostino

Mercandetti, conservando le primitive architetture. Ai lati sono stati aperti due fornici essendo ormai insufficiente al transito l’arco centrale” 101 (fig. ). Il nuovo piano regolatore del , con cui venne avviata la realizzazione del nuovo quartiere ai prati di Castello (con il grande asse viario di Cola di Rienzo orientato verso Piazza del Popolo), promosse anche una nuova espansione edilizia dell’area urbana compresa fra la piazza del Valadier e il Tevere, e la costruzione di due nuovi ponti (ponte Margherita e Cavour), che avrebbero fatto da cerniera fra la parte antica e quella nuova della città. Nell’ambito di questi interventi scomparve il vecchio quartiere dell’Oca dove sorgevano le “pubbliche beccherie” 102. In questi stessi anni, ai lavori di demolizione, scavo e ricostruzione che si svolsero in quest’area urbana si affiancò una frenetica attività di indagine archeologica, che quasi in gara con i cantieri edilizi, con tempi e mezzi ristrettissimi, cercò di documentare quanto andava via via emergendo e nuovamente scomparendo dei quartieri della Roma antica. Nel corso di queste ricerche, che coinvolsero le due chiese gemelle in piazza del Popolo e alcuni

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. Veduta di piazza del Popolo dal Pincio, . Roma, Fondazione Besso, Fondo Consoni

tratti della via di Ripetta fino all’area del Mausoleo, furono effettuati degli scavi anche nel cortile di palazzo di Capponi, dai quali emersero alcune iscrizioni e parte di un sarcofago “comprendente il clipeo con le immagini acefale dei due Giunii” 103. Le ultime due grandi sistemazioni urbanistiche del quartiere risalgono ai decenni successivi e sono legate, com’è noto, al piano del Governatorato di Roma per la celebrazione del decennale della marcia su Roma, che riguardò, tra l’altro, l’area intorno al Mausoleo di Augusto. Il progetto aveva il fine di isolare e valorizzare il monumento antico, sepolcro del primo imperatore e simbolo dei fasti imperiali, e di adeguare la piazza ad una nuova spazialità, oltre che alle esigenze del traffico veicolare, in armonia con il mito d’impronta futurista della città moderna, efficiente e comoda, e con l’intento pratico di creare un agile collegamento fra le principali direttrici viarie come via del

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Corso, piazza di Spagna, il Pincio, via Flaminia, via di Ripetta e, tramite ponte Cavour, il quartiere Prati. Per la realizzazione di questa moderna area urbana, che da luogo di residenza tendeva a divenire luogo di attività terziarie – una sorta di city dell’Urbe –, fu necessario espropriare e demolire tutti quegli edifici che, nel corso dei secoli, si erano stratificati intorno al Mausoleo e alle chiese di S. Rocco e di S. Girolamo degli Schiavoni negli antichi quartieri degli Illirici e dei Lombardi 104. Il progetto di nuova sistemazione della piazza attorno all’antico mausoleo fu affidato, a partire dal , all’architetto Vittorio Morpurgo. La piazza venne delimitata su tre lati da nuove architetture, che in parte andarono a compensare gli antichi proprietari delle aree espropriate: sul lato meridionale il nuovo palazzo sede del Collegio degli Illirici, su quello settentrionale ed orientale i palazzi dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale, con


. Il nuovo ponte al posto di Ripetta, -’. Roma, Fondazione Besso, Fondo Consoni . La Porta del Popolo restaurata secondo il disegno dell’architetto Mercandetti, , Roma, Fondazione Besso, Fondo Consoni

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facciate scandite da loggiati decorati con elementi scultorei e musivi desunti dal repertorio della romanità. Con l’intento di radicare in tale quadrante cittadino le memorie augustee, fra il  e il , vi venne inoltre collocata l’Ara Pacis, per la quale lo stesso Morpurgo progettò la nota teca in cristallo, ferro e bronzo 105. I lavori di sistemazione della piazza e dei suoi monumenti si concluderanno definitivamente nel ; proprio in quegli anni, anche per Palazzo Capponi, si sarebbe avviata una nuova stagione.

NOTE 1 Della guida di Fioravante Martinelli furono stampate diverse edizioni a partire dal XVII secolo; in tutte ricorre la segnalazione del palazzo de’ Sig. Capponi, ma solo a partire dal 1769 vi è aggiunta la notizia che individua nel Vignola il suo probabile architetto: MARTINELLI F., (1644), 1769, pp. 166. Sul peculiare “genere letterario” costituito dalle guide dell’Urbe può vedersi la Bibliografia a cura di SICARI G., 1991. 2 FULVIO A., (1513), 1543, p. 200. 3 “Fu questo Colle degl’Ortuli, imminente alla piazza di Spagna, chiamato degl’Ortuli, da gli orti di Sallustio, che avea sul dorso, e potessimo anche aggiungervi, quelli di Lucullo”: così DONATI A., 1638, p. 143. È noto che le pendici del Pincio cominciarono a popolarsi di ville verso la fine dell’età repubblicana; è però incerto se fossero in questa zona quelle di Scipione Emiliano e Pompeo. Nessun dubbio, invece, circa la presenza in loco di quella di Lucullo, costruita subito dopo il trionfo del 63 a.C. su Mitridate con le immense ricchezze tratte dal bottino; la villa con parchi ed esedre si estendeva sin nei dintorni di piazza di Spagna. Nella parte settentrionale del colle, verso il cosiddetto muro Torto, possedevano ville e giardini le famiglie degli Acilii, dei Anicii e dei Pinci (da cui il nome moderno del colle). Vedasi in tema COARELLI F., 1974, pp. 232-233. 4 BIONDO F., (1481), 1558, p. 37. Raccolta alla sorgente nei Colli Albani, nei dintorni di Marino, l’acqua era condotta a Roma sul colle Pincio e proseguiva verso i giardini di Lucullo; da qui la conduttura, finora sotterranea, continuava su arcate che traversavano la via Lata sopra l’Arco di Claudio nei pressi dell’attuale piazza Sciarra, per terminare il suo percorso nelle Terme di Agrippa. Cfr. COARELLI F., 1974, p. 35. 5 La porta, come riporta la pianta di Panvinio, venne successivamente anche denominata Flumentana; talune fonti antiche – tra cui il BIONDO, (1481), 1558, p. 2 – ricondussero la denominazione alla vicinanza del Tevere. 6 La datazione dell’arco è controversa; secondo Coarelli dovrebbe essere posteriore alla seconda metà del II secolo d.C. Da esso provengono i due rilievi che raffigurano l’allocuzione di Adriano e l’apoteosi di sua moglie Sabina, ora al Museo dei Conservatori. Nel Liber pontificalis la costruzione è denominata “tres Falcidas”, e successivamente “Trefoli”; dal Quattrocento è conosciuta col nome di Arco di Portogallo (in riferimento ad un cardinale portoghese che abitò nei pressi). L’Arco di Marco Aurelio, fatto poi demolire da Alessandro VII per migliorare la viabilità del Corso, era uno dei tre archi che in epoca romana sorgevano sulla via Lata: il primo, all’altezza della chiesa di S. Maria in via Lata, era l’Arcus Novus, eretto da Diocleziano nel 303-304 in occasione del ventennale del suo imperio, i cui resti furono demoliti nel 1491; alcune sculture tratte dall’arco, risalenti all’epoca di Antonino Pio, furono collocate nella facciata posteriore di Villa Medici. Più avanti, subito dopo l’attuale via del Caravita, sorgeva l’Arco di Claudio, eretto tra il 51 e il 52 d.C. per commemorare la conquista

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della Britannia; su di esso passava l’acquedotto dell’acqua Vergine. In argomento si vedano COARELLI F., 1974, p. 234; ADINOLFI P., 1881, p. 38. 7 La descrizione è tratta da LAURO G., 1641, p. 67. 8 COARELLI F., 1997, pp. 591-602; Id., 1974, p. 232. 9 La destinazione sepolcrale dell’area è confermata anche dalla presenza degli ustrini, luoghi destinati alla cremazione degli imperatori. Qui fu rinvenuto nel 1703, nei pressi di via degli Uffici del Vicario, l’ustrino di Antonino Pio, mentre fra il 1907 e il 1910, durante i lavori per la costruzione della nuova aula parlamentare presso Palazzo Montecitorio, vennero alla luce i resti di quello di Marco Aurelio. Cfr. COARELLI F., 1974, p. 270. 10 Per le notizie storiche sui sepolcri in Campo Marzio cfr. COARELLI F., 1997, pp. 591-602. 11 MARTINELLI F., (1644), 1725, pp. 125-126. Secondo quanto riportato in CIUCCI G., 1974, pp. 30-33, n. 57, i resti di questo antico sepolcro, noto nei secoli successivi come Meta, furono definitivamente demoliti nel corso dei lavori di sistemazione della piazza e di via del Babuino promossi da Paolo III nel 1542. Nel 1551 la Meta risulta ancora segnalata sulla pianta di Roma di Leonardo Bufalini, che fu con ogni probabilità – come sostiene lo stesso CIUCCI G., 1974, pp. 24 e 33, n. 46 – redatta negli anni precedenti e con l’ausilio di fonti letterarie. 12 FULVIO A., (1513), 1543, p. 200. 13 COARELLI F., 1974, p. 235. 14 LANDUCCI A., 1646, p. 7. La leggenda medioevale venne anche raffigurata all’interno della chiesa di S. Maria del Popolo in cinque decorazioni a stucco dorato poste nell’arcone sopra l’altare maggiore, fatte eseguire dal cardinal Antonio Sauli fra il 1625 e il 1627. Cfr. HOFFMANN, 1981, p. 70. 15 Secondo quanto afferma lo Gnoli, “nel Medioevo in Roma si chiamavano trulli i monumenti a pianta circolare o centrale o curvi, quali i teatri, i circhi, le absidi”. La costruzione doveva trovarsi sulla piazza anche se non se ne conosce l’esatta collocazione; lo stesso studioso riferisce della presenza di un trullo nella piazza del Popolo, senza però offrire indicazioni circa l’identificazione dei suoi resti con le numerose rovine esistenti in loco: cfr. GNOLI U., (1939), 1984, pp. 339-340. Secondo l’Adinolfi la mole doveva trovarsi nei pressi della chiesa di S. Maria de’ Miracoli: “Un avanzo d’edifizio somigliante ad una meta circense e consistente in un gran masso di selci giacente innanzi alla moderna Chiesa di S. Maria de’ Miracoli”. ADINOLFI F., 1881, p. 11. Dall’edificio prendeva nome anche una vasta vigna dei padri di S. Maria del Popolo che si estendeva sul lato sinistro della piazza. 16 Cfr. HOFFMANN P., 1981, p. 10. 17 La notizia è tratta da Gregorovius, VI, p. 629, e riportata in GNOLI U., (1939), 1984, p. 241. 18 Sulla navigazione del Tevere e sull’evoluzione delle magistrature a ciò deputate nel corso dei secoli, si vedano NARDI C., 1989; AMICARELLI SCALISI A., 1994, pp. 220-221. 19 È in questo periodo che dovette avere inizio la spoliazione del monumento; l’abbondanza di tali materiali, che venivano ridotti in calce, unita alla comodità con cui si poteva reperire la legna da ardere nel vicino porto, favorirono lo sviluppo nell’area della “calcara dell’Agosta”. Cfr. BENOCCI C., 1995, p. 37; CORTONESI A., 2002, pp. 109-136. 20 ADINOLFI F., 1881, pp. 28-31. 21 Diversi significati sono stati attribuiti nel corso del tempo al termine populus. L’interpretazione che esso discenda dal boschetto di pioppi che circondavano il mausoleo, come sosteneva la tradizione antica – fra cui ANDREA FULVIO (1513) –, non è condivisa dall’Armellini il quale ritiene che sia da ricondurre ai termini “plebs, pievi e populi” con cui si designavano all’epoca “le prime parrocchie massime campestri”, cosicché “la ragione di quella denominazione proviene da un primo gruppo di case e di abitazioni populus, formato non appena edificata la chiesa [di S. Maria del Popolo] in quel luogo già deserto e campestre”. A RMELLINI M., 1941, p. 339. Secondo studi successivi la denominazione discenderebbe invece dal fatto che la chiesa di S. Maria del Popolo fu edificata, come attesterebbero le fonti, a spese del “Popolo Romano”, “cioè del Comune che volle avocare a


sé l’iniziativa di una chiesa in onore della Vergine”. Per questa tesi si veda HOFFMANN P., 1981, p. 72. 22 ADINOLFI F., 1881, p. 51. I due obelischi, come è noto, furono riutilizzati da Sisto V per gli interventi urbanistici realizzati nel corso del suo pontificato: uno venne posto di fronte alla chiesa di S. Maria Maggiore, e l’altro nella piazza del Quirinale. 23 BENOCCI C., 1995, p. 37. 24 La notizia è tratta da ARMELLINI M., 1941, p. 396. 25 Sulle due chiese si veda ARMELLINI M., 1941, pp. 396-397 e LOMBARDI F., 1996, p. 159. La chiesa di S. Marina, in particolare, antico nucleo della futura chiesa di S. Girolamo degli Schiavoni, è ricordata nelle fonti fin dall’XI secolo, quando essa dipendeva dalla diocesi di Porto. 26 ARMELLINI M., 1941, p. 398. 27 La chiesa di S. Martino, inglobata nella successiva chiesa di S. Rocco, è menzionata nella bolla del 962 di Giovanni XII: ARMELLINI M., 1941, pp. 397-398. La posizione della chiesa ravvicinata al fiume è confermata dalla pianta di Roma del Lanciani, tav. VIII. 28 Per le origini di questa piccola chiesa si veda ARMELLINI M., 1941, pp. 551-552 29 L’ospedale fu fondato nel 1399. Il cardinal Pietro Colonna, che ne promosse e sovvenzionò la costruzione, volle che in ricordo del cardinal Jacopo suo zio l’ospedale fosse intitolato a S. Giacomo. Secondo il Pecchiai, all’origine del lascito per l’ospedale stava l’espiazione di casa Colonna nei confronti del conflitto con Bonifacio VIII culminato con l’affronto di Anagni. La scelta di questo luogo per la fondazione del nuovo ospedale fu favorita dal fatto che questa parte della città, pur essendo di transito per forestieri e pellegrini, era all’epoca completamente sguarnita di strutture per il ricovero di malati; nel contempo il luogo, posto fuori dall’abitato, consentiva la costruzione ex novo di un ospedale ampio e ben attrezzato. Sull’argomento si veda ADINOLFI F., 1881, p. 49; e più diffusamente DE ANGELIS P., 1955; PECCHIAI P., 1948; MONTINI R.U., 1958. 30 In realtà, sulle origini di S. Maria del Popolo vi è carenza di documenti, e la stessa tradizione circa Pasquale II – come osserva Cecchelli nelle note al testo dell’Armellini – non rimonta oltre il XV secolo. Su tali origini si vedano L ANDUCCI A., 1646; L AVAGNINO E., 1925; R OTONDI G., 1930; CANNATÀ R., CAVALLARI A., STRINATI C. ( a cura di), 1981. 31 ADINOLFI F., 1881, pp. 12-14. 32 La notizia, riportata da D’ONOFRIO (), è tratta da HOFFMANN P., 1981, p. 74. 33 ADINOLFI F., 1881, p. 54. 34 ADINOLFI F., 1881, p. 44. 35 Accanto a questa fu costruita a partire dal 1610 la nuova chiesa barocca che prese il titolo di SS. Ambrogio e Carlo. L’edifico cinquecentesco fu demolito intorno al 1682. Vedasi ARMELLINI M., 1941, p. 410; HOFFMANN P., 1993, p. 54. 36 ARMELLINI M., 1941, p. 399; BENOCCI C., 1995, p. 68. 37 Nel corso del XV secolo i “mercatores Romanam curiam sequentes” assunsero gradualmente un ruolo preponderante nell’ambito della politica pontificia. Come è stato indagato in diversi studi, la fortuna delle grandi case mercantili italiane (specialmente liguri e toscane) fu dovuta a diversi fattori: principalmente la necessità del pontefice di controllare e ridimensionare il potere delle antiche famiglie nobiliari romane, che attraverso le numerose proprietà immobiliari nell’Urbe e i feudi nelle diverse regioni dello Stato pontificio, e in virtù delle importanti cariche rivestite nella Curia, avevano fino ad allora avuto modo di condizionare e di interferire nell’amministrazione dello Stato stesso. A ciò si aggiunga che il progressivo impoverimento del Municipio romano a vantaggio della Camera apostolica, organo amministrativo-finanziario della Curia pontificia, comportò per quest’ultima un’organizzazione amministrativa e uno sforzo finanziario che essa non era più in grado di sostenere direttamente. Da questi fattori, congiunti anche ad una certa decadenza delle forze mercantili locali, derivò il ricorso, sempre più frequente fra XV e XVI secolo, alle grandi case

mercantili italiane che non garantivano soltanto l’approvvigionamento all’Urbe di merci di vario genere, ma fornivano le risorse finanziarie per molteplici iniziative pubbliche, assunte dall’amministrazione pontificia in campo annonario, militare, artistico. Dal canto loro, i “mercatores Romanam curiam sequentes” erano attratti a Roma dalla politica di progressiva espansione della fiscalità curiale e del debito pubblico, che offriva loro occasioni straordinarie di investimento e di affari. Sull’argomento si vedano, fra gli altri, PECCHIAI P., 1948; DELUMEAU J., 1957; SPEZZAFERRO L., 1973; PALERMO L., 1979. 38 INSOLERA I., 1981, p. 28. 39 ADINOLFI F., 1881, p. 43. 40 L’importanza della via Sistina anche come arteria commerciale è evidenziata in SPEZZAFERRO L., 1973, pp. 41-42. 41 HOFFMANN P., 1981, pp. 70-78; CIUCCI G., 1974, p. 24. 42 Sin dalla metà del XV secolo, Niccolò V, nell’ambito di un più ampio progetto di politica pontificia volto ad ampliare le proprietà ecclesiastiche per consolidare il controllo sul territorio dell’Urbe (e contenere nel contempo il potere dei baroni romani sulla Città), aveva concentrato nelle mani della chiesa di S. Maria del Popolo il controllo della zona; alla chiesa e alla Compagnia di S. Maria del Popolo, che già possedevano buona parte degli appezzamenti di terreno compresi fra il Mausoleo e la piazza, affidò, nel 1451, il governo e l’amministrazione dell’Ospedale di S. Giacomo allo scopo di riunire in un solo organismo il controllo sullo sviluppo delle zone circostanti. Sulla nascita della Compagnia di S. Maria del Popolo e sul ruolo da essa sostenuto nello sviluppo urbanistico si veda BIANCONI A., 1914; CIUCCI G., 1974, pp. 9-10. 43 Sulla sussistenza di ragioni anche “politiche” – ovvero sul riconoscimento in tal modo operato del ruolo “pubblico” assolto dalla Compagnia – nella vicenda del restauro della chiesa di S. Maria del Popolo cfr. CIUCCI G., 1974, pp. 9-10. 44 La notizia di queste prime concessioni in enfiteusi risalenti all’aprile “dell’anno V del pontificato di Sisto IV” (Archivio Vaticano, Suppliche, vol. 730, p. 46), è riportata da ROMANO P., 1945, p. 7. 45 Sul progetto di Giulio II si veda ampilius SPEZZAFERRO L., 1973, pp. 46-62. 46 INSOLERA I., 1981, pp. 71-73. 47 Sulla costruzione della via Leonina si conoscono due “motu proprio” di Leone X non datati, ma da collocarsi cronologicamente fra la seconda metà del 1517 e la prima metà del 1519, momento in cui i lavori dovevano essere in gran parte conclusi. Nel primo documento vengono menzionati i due magistri stratarum e i due chierici di camera, Cristoforo Barozzi e Nicolò Gaddi, che li coadiuvarono nel sovrintendere all’esecuzione dei lavori. Nel secondo vengono invece indicati, come aventi parte alle deliberazioni e al progetto per i lavori “sulla disposizione della piazza davanti la chiesa di S. Maria del Popolo, la strada Leonina e la via Lata”, accanto ai presidenti della Camera Apostolica e ai maestri delle strade, i nomi di “Raffaele da Urbino ed Antonio di Sangallo”. La medesima fonte attribuisce la responsabilità dell’esecuzione dei lavori assegnata al solo Antonio da Sangallo insieme ai presidenti della Camera Apostolica e ai maestri delle strade. Entrambi i documenti, conservati presso l’Archivio vaticano (Armadio 29, t. 70, f.24) sono stati pubblicati da MERCATI A., 1923, pp. 122-124. Cfr. anche PASCHINI P., 1925, pp. 213-215. 48 La presenza di un preesistente tracciato viario si ricava da alcuni documenti relativi alle proprietà della Compagnia di S. Maria del Popolo, precedenti al 1518, nei quali, per indicare i confini di appezzamenti di terreno situati nei pressi del Tevere e di fronte all’Ospedale di S. Giacomo, si parla espressamente di “via pubblica”. I documenti sono riportati in BIANCONI A., 1914, pp. 94-102. Cfr. anche PASCHINI P., 1925, pp. 211220. 49 Sotto il profilo normativo queste operazioni urbanistiche furono possibili in base al principio dell’espropriazione saldamente affermato nella legislazione in materia edilizia promulgata sotto Sisto IV, e ampiamente applicato a partire dal 1480 in caso di costruzione di edifici sacri o pubblici o di

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apertura di nuove strade. Si fa riferimento, in particolare, alla Bolla Ampliatio Jurisdictionis Sanctae Romanae Ecclesiae Camerarii, et Magistrorum viarum Urbis circa aedificia ad eius ornatum construenda, una cum privilegiis ejusmodi aedificia construentium, vel amplientium, promulgata da Sisto IV il 30 giugno 1480 (in “Bull.Coll.”, t. III, parte III, pp. 179-182). Sull’argomento si veda il saggio di SCAVIZZI C.P., 1969, pp. 160-171. 50 Come è noto gli Orsini, appartenenti ad una delle più antiche casate della nobiltà romana, possedevano proprietà nel rione fin dall’epoca medioevale: oltre al palazzo in piazza dei Prefetti, la famiglia possedeva alcuni edifici in piazza Nicosia e vari terreni fra via di Ripetta e via del Babuino. Ad essa, all’inizio del secolo XVI, si era affiancata la famiglia Chigi, fra le prime grandi case mercantili italiane ad insediarsi nella zona; apparteneva ai Chigi il celebre “Giardino di Ascanio”di cui non è nota l’esatta collocazione. Una proprietà su via di Ripetta, verso il Tevere e quasi di fronte a S. Giacomo degli Incurabili, è invece documentata da un atto di vendita da parte del cardinal Franciotto Orsini ad Alessandro e Lorenzo, rispettivamente fratello e figlio di Agostino Chigi e alla madre di questi “Andreozza de Chigi”, riportato in ADINOLFI F., 1881, p. 47. Fra i proprietari appartenenti ad ordini religiosi o confraternite, figurano anche, oltre alla Compagnia di S. Maria del Popolo e di S. Giacomo, l’Ospedale degli Illirici, la Confraternita del SS. Crocifisso di Marcello e il monastero di S. Silvestro in Capite. 51 Fu nel 1517, in seguito al primo motu proprio di Leone X diretto ai due maestri di strada Bartolomeo Della Valle e Raimondo Capodiferro, che venne istituita una tassa straordinaria per il nuovo tracciato della futura via di Ripetta; la notizia è riportata in CIUCCI G., 1974, p. 17; INSOLERA I., 1981, pp. 71-73. 52 Si tratta ancora della Bolla Ampliatio Jurisdictionis Sanctae Romanae Ecclesiae Camerarii, et Magistrorum viarum Urbis circa aedificia ad eius ornatum construenda, una cum privilegiis ejusmodi aedificia construentium, vel amplientium, promulgata da Sisto IV il 30 giugno 1480 (in “Bull.Coll.”, t. III, parte III, pp. 179-182). Per ulteriori approfondimenti sulla normativa in materia edilizia fra XV e XVI secolo si rimanda ancora, al saggio di SCAVIZZI C.P., 1969, pp. 160-171. 53 Il secondo provvedimento venne introdotto con la costituzione emanata da Leone X nel 1516, che andava ad ampliare la già vigente normativa di tutela del decoro urbano proprio negli anni immediatamente precedenti all’avvio dei lavori per la via di Ripetta: Confirmatio et extensio jurisdictionis S. R. E. Camerarii et Magistrorum Viarum Almae Urbis del 2 novembre 1516 (“Bull. Coll”, t. III, parte III, pp. 427-429) in SCAVIZZI C.P., 1969, pp. 164-165. 54 Già presenti in misura cospicua dalla fine del XV secolo, gli architetti crebbero ulteriormente di numero come risulta già dal censimento di Leone X (ante 1518) e da molti documenti di concessione di proprietà della Compagnia di S. Maria del Popolo almeno a partire dal 1511, pubblicati in BIANCONI A., 1914, pp. 94-102. Sull’argomento confronta anche PASCHINI P., 1925, pp. 211-220 e CIUCCI G., 1974, p. 17 e n.30. 55 BIANCONI A., 1914, passim. Cfr. anche CIUCCI G., 1974, pp. 14-17. 56 Giorgio da Coltre, architetto di origine comasca, aveva a sua volta acquistato il fondo nel 1511, con l’impegno di edificarvi, per la somma di duecento ducati. I documenti relativi alle due successive compravendite sono riportati in Bianconi A., 1914, pp. 94 e 102. La notizia che Antonio da Sangallo risiedeva nel quartiere di Schiavonia trova conferma anche dal censimento indetto da Leone X prima del 1518, che annovera, fra molti “maystri muratori”, il Sangallo col titolo di “fabbricatore”. Il documento è pubblicato in ARMELLINI M., 1882, pp. 35-41. Un disegno che riproduce la proprietà del Sangallo sulla “strada nova”, conservato presso il Gabinetto dei disegni e delle stampe degli Uffizi, e dal quale si evince che l’abitazione doveva trovarsi più o meno sul sito dell’attuale Accademia di Belle Arti, è pubblicato in CIUCCI G., 1974, p. 18. 57 Per i due censimenti si veda ARMELLINI M. 1882, pp. 35-41 e INSOLERA I., 1981, p. 83.

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58 Sebbene i lavori della via di Ripetta furono, con ogni probabilità portati a termine da Clemente VII (cfr. INSOLERA I., 1981, p. 75; CIUCCI G., 1974, p. 26), è certo che la via fu praticabile almeno fin dal 1520, quando vi passò il solenne corteo funebre di Agostino Chigi, che dalla villa di via della Lungara procedeva verso la chiesa di S. Maria del Popolo, dove anni addietro il banchiere senese aveva avviato la costruzione della cappella di famiglia. Cfr. CIUCCI G., 1974, p. 14. 59 Al compimento del tridente di Campo Marzio, nella sua forma conclusiva, attese il Maestro di strade Latino Giovenale Manetti, il quale fu in carica fin dal 1535. A partire dal 1542 i lavori si concentrarono sulla via del Corso, nel tratto compreso fra l’Arco di Portogallo e la piazza del Popolo, ampliandosi poi alla sistemazione di via del Babuino e al livellamento della piazza. L’intervento urbanistico, quasi completato alla morte di Paolo III, nel 1549, fu portato a termine dal Manetti nel 1551. Sull’argomento vedasi CIUCCI G., 1974, pp. 29-33. 60 Il titolo della chiesa sarà trasferito nel XVII secolo alla nuova chiesa edificata sulla piazza del Popolo, tra la via di Ripetta e via del Corso. In tema v. ARMELLINI M., 1941, pp. 392-393; LOMBARDI F., 1996, p. 158. 61 PANCIROLI O., 1600, p. 457. 62 La chiesa di S. Rocco venne ricostruita fra il 1499 e il 1502 (anno della consacrazione del nuovo edificio) sull’area dell’antica chiesa di S. Martino, con l’approvazione di Alessandro VI. Sulla storia della chiesa di S. Rocco cfr. SALERNO L., SPAGNESI G., 1962. 63 Il primo nucleo della chiesa di S. Girolamo coincideva con la chiesa medioevale di S. Marina, a pianta rettangolare divisa in tre navatelle come è riportata nella pianta del Bufalini. Cfr. LOMBARDI F., 1996, p. 159. 64 “Il 10 dicembre 1519 i guardiani della compagnia dell’ospedale di S. Giacomo in Augusta facevano un contratto con Giorgio da Coltre architector in Urbe, col quale questi si obbligava a condurre a termine tutto l’ospedale incominciato da poco, cioè sul luogo dove erano già gettate le fondamenta, ad unirlo e continuarlo coll’ospedale vecchio fino alla nuova via Leonina per la quale si andava a S. Maria del Popolo (...); ed a costruire una cappella nuova davanti al detto ospedale verso la nuova via Leonina cum pertinenti ante se a scelta e designazione di detti signori guardiani”. In PASCHINI P., 1925, p. 216; v. anche BIANCONI A., 1914, p. 125. 65 Il Paschini ritiene che Giorgio da Coltre, architetto di una certa perizia tecnica, ma forse meno brillante progettualmente, si rivolse al Sangallo che era all’epoca già architetto rinomato e di gran credito. I due, con ogni probabilità, dovevano essere anche in buoni rapporti fra di loro; il Sangallo infatti, come già anticipato, aveva pochi anni prima acquistato dal da Coltre la propria abitazione su via di Ripetta. PASCHINI P., 1925, pp. 216218. Per quanto attiene alla storia della chiesetta, che fu ristrutturata nel XVII secolo grazie anche ad un ricco legato del medico Matteo Caccia, sepolto nella chiesa stessa, si veda ARMELLINI M., 1941, p. 397. 66 La fontana fu eseguita ad opera dello scalpellino francese Giovanni Leminard, coadiuvato dall’intagliatore Melchiorre della Porta da Settignano. Secondo una notizia tratta da una Memoria di Flaminio Vacca, i materiali con cui la fontana fu realizzata provenivano da un “gran colonnato di marmi saligni” ritrovato in quel tempo; dalla base di una colonna fu ricavata la vasca “del fonte del Popolo”. In tema v. ROMANO P., 1945, pp. 53-54. 67 PANCIROLI O., 1600, p. 595. 68 L’attribuzione al Gucci è riferita da CIUCCI G., 1974, p. 42. 69 Lo riporta HOFFMANN P., 1981, p. 116. 70 Sulle caratteristiche delle case a schiera romane fra XV e XVI secolo si veda VACCARO P., AMERI M., 1984, pp. 39-53. Nella prevalente tipologia della casa a schiera, rispetto al modello della costruzione isolata, alcuni studiosi ravvisano la conseguenza della stessa normativa in materia edilizia che – come abbiamo già visto – favoriva l’unione fra proprietà confinanti per la realizzazione di un’abitazione o di un palazzo di maggiori dimensioni. SCAVIZZI C.P., 1969, p. 166. 71 Sul monumento in epoca moderna si veda BENOCCI C., 1995, p. 43. 72 PANCIROLI O., 1600, p. 9.


73 Sull’interpretazione della “Città Santa” di Sisto V si veda FAGIOLO M., 1984, p. 35. 74 MARTINELLI F., (1644), 1653, p. 100. Sulla storia della chiesa di S. Girolamo degli Schiavoni, vedasi KOKSˇA G., 1971. 75 MARTINELLI F., (1644), 1653, p. 407. 76 Cfr. INSOLERA I., 1981, pp. 227-228. 77 Per la storia della fondazione della nuova chiesa di S. Giacomo degli Incurabili si veda HOFFMANN P., 1993, pp. 24-34. 78 Notizie sulla pavimentazione della piazza sono riportate in ROMANO P., 1945, p. 10. Lo studioso segnala un primo intervento affidato a mastro Francesco de Fratis, il quale avrebbe ricevuto l’incarico di provvedere alla “mattonata” della piazza fra il 1586-88 (Archivio Capitolino, Patente dei maestri della Strada). A questo seguono gli interventi promossi da Paolo V (Biblioteca Apostolica Vaticana, Codice Urbinate lat. 1073, p. 416) e da Urbano VIII (Biblioteca Apostolica Vaticana, Codice Urbinate 1094 ). 79 BAGLIONE G., 1645, p. 350. Sulla costruzione della chiesa di S. Orsola si veda anche ARMELLINI M., 1941, pp. 551-552 e BENOCCCI C., 1995, p. 8. 80 Sullo spostamento del deposito della legna si vedano BAGLIONE G., 1642, p. 91, e GNOLI U., 1939, pp. 241-267. 81 Sull’argomento confronta SALERNO L., SPAGNESI G., 1962. 82 Il Bernini coordinò anche i lavori di rinnovamento all’interno della chiesa, che ne mutarono l’assetto originario: vi furono inserite decorazioni con stucchi e dorature, i pilastri vennero rivestiti con intonaco dipinto ad imitazione del marmo; sopra gli archi della navata centrale furono collocate pesanti statue in stucco bianco raffiguranti martiri, eseguite, su disegno del Bernini, dai principali scultori barocchi della bottega dello stesso Gian Lorenzo e di Alessandro Algardi; la cupola con i pennacchi fu nuovamente affrescata da Raffaele Vanni; il transetto venne vivificato con l’inserimento di due nuovi altari barocchi, sormontati dalle grandi tele di Bernardino Mei e Giovanni Maria Morandi. Per l’argomento, sul quale esiste una ampia serie di studi, si veda sinteticamente HOFFMANN P., 1981, pp. 78-88 e relativa bibliografia, pp. 162-163. 83 Per l’interpretazione complessiva del progetto del Rainaldi su piazza del Popolo, vedasi CIUCCI G., 1974, pp. 65-71. 84 Nella chiesa in angolo con via di Ripetta fu trasferita l’antica S. Maria dei Miracoli, in origine presso il Tevere: nel 1661, Alessandro VII firmò il decreto che ordinava ai Francescani che avevano la chiesa di trasferirsi a piazza del Popolo “per la malissima qualità dell’aria” e per il luogo “dove ordinariamente stava una densissima nebbia”. La chiesa gemella, S. Maria in Montesanto, fu invece assegnata ai frati carmelitani di Montesanto (in Sicilia) in sostituzione di una piccola chiesa, dedicata alla Beatissima Vergine, che essi avevano all’inizio di via del Babuino. Cfr. ARMELLINI M., 1941, pp. 322-323; HOFFMANN P., 1981, pp. 144 e 154. 85 BENOCCI C., 1995, p. 17. 86 La descrizione della fontana è di Agostino Maria Taja, 1705, riportato in BENOCCI C., 1995, p. 20. 87 MARTINELLI F., (1644), 1725, p. 124. Sull’argomento si veda anche la descrizione del porto di Ripetta di CECCONI G.F., 1725, p. 282. 88 GADDI G.B., 1736, p. 125 89 Con l’occupazione francese si ebbe un rilancio dell’attività edilizia come parte integrante di un più generale rilancio economico ritenuto indispensabile. Le difficoltà che il gran numero di disoccupati (conseguenza diretta della crisi del commercio e dell’artigianato) crearono al nuovo governo francese vennero affrontate promovendo una serie di lavori di pubblica utilità tali da consentire l’impiego di una notevole quantità di manodopera non qualificata per opere di sbancamento, riporti di terra, lavori di generica manovalanza. L’operazione venne messa a punto con il decreto imperiale del 27 luglio 1811, nel quale era previsto, fra gli altri, un capitolo interamente dedicato alla sistemazione dell’area urbana di piazza del Popolo (articoli n.3, 4, 7) Sull’argomento si veda, diffusamente, CIUCCI G., 1974, pp. 93-95 e INSOLERA I., 1981, pp. 319-342. 90 Tale progetto, conservato presso la Biblioteca dell’Istituto Nazionale

di Archeologia e Storia dell’Arte, non è datato, ma è riferibile a poco tempo prima che il Berthault intervenisse nei lavori di piazza del Popolo. È pubblicato in MATTHIAE G., 1946, t. XIII e CIUCCI G., 1974, p. 99. 91 Questo ultimo progetto del Valadier “è la variante di una proposta già redatta dall’architetto nel 1810, senza incarico, forse nel tentativo – come ipotizza Ciucci – di superare il Sangiorgi nella candidatura a progettista di quella passeggiata di cui da tempo si andava parlando. Il progetto del Valadier, inviato dal Maire di Roma a Parigi per l’approvazione, viene accettato nelle sue linee generali l’11 luglio del 1811 e inserito quindi nel decreto del 27 luglio 1811”. Cfr. CIUCCI G., 1974, p. 99. 92 Nel momento in cui il Berthault prese la direzione dei lavori della piazza, il Valadier aveva elaborato, fra il settembre e l’ottobre 1812, un’ulteriore modifica al progetto iniziale che prevedeva, sul versante del Pincio, la soluzione di due rampe fra giardini per superare il dislivello della collina a cui corrispondeva, sul versante occidentale, un’esedra semicircolare, quale ingresso al parco verso il Tevere. Questa nuova proposta del Valadier preluderebbe, secondo la lettura che ne dà il Ciucci, alla successiva soluzione ellittica dell’architetto francese. Cfr. CIUCCI G., 1974, p. 104. 93 Le notizie sul nuovo progetto del Valadier sono state tratte da CIUCCI G., 1974, p. 109. 94 NIBBY A., 1839-1841, II vol., p. 857. 95 NIBBY A., 1839-1841, II vol., p. 881. 96 NIBBY A., 1839-1841, II vol., pp. 685-687. 97 MELCHIORRI G., 1840, pp. 659-660. 98 NIBBY A., 1891, p. 244. 99 La costruzione degli argini del Tevere, avvenuta fra il 1877 e il 1926, come è noto, se da un lato rappresentò un importante miglioramento per la città, non più soggetta alle piene del fiume, d’altro canto stravolse l’antico impianto urbano e il paesaggio degli antichi rioni rivieraschi da ponte Margherita a ponte Sublicio; in particolare nel tratto di nostro interesse, compreso fra ponte Margherita e ponte Umberto, comportò l’arretramento della riva di circa cinquanta metri, con un significativo taglio di parte del quartiere che si sviluppava sulle sponde del fiume. Sull’argomento cfr. SANFILIPPO M., 1992, p. 62; MOCCHEGIANI CARPANO C., 1984, pp. 64-69. 100 NIBBY, 1891, p. 245. Il ponte di ferro fu realizzato fra il 1877 e il 1878. Nel 1902 venne sostituito da quello definitivo denominato ponte Cavour. Cfr. CIUCCI G., 1974, pp. 136-141. 101 Guida Monaci, 1893, p. 303. 102 Cfr. CIUCCI G., 1974, pp. 136-141. 103 Le notizie sugli scavi archeologici compiuti nella zona fra il 1874 e il 1892 circa si rinvengono nella pianta del Lanciani alle tavole I e VIII. I dati sul materiale archeologico rinvenuto nel corso degli scavi effettuati all’interno di Palazzo Capponi sono riportati in LANCIANI R., 1892, pp. 271-304. 104 Sulla nuova destinazione del tessuto urbano intorno al Mausoleo, crf. CIUCCI G., 1974, p. 144; SANFILIPPO M., 1993 (1), pp. 116-119; BENOCCI C., 1995, pp. 23-30. 105 Come riporta ampiamente COARELLI F., 1974, pp. 270-271, la prima scoperta dell’Ara Pacis risale al 1568, al di sotto di palazzo Peretti. Essa era posta accanto alla via Flaminia, probabilmente in prossimità del limite del pomerio; quando, nel II secolo d.C., il livello del Campo Marzio si innalzò notevolmente a causa di grandiosi interri, si dovette isolare il monumento dalla zona circostante a mezzo di un muro di mattoni che sosteneva il terreno, sicchè l’ara emergeva solo a partire dai fregi figurati. Nel 1859 furono scoperti il rilievo di Enea e la testa di Marte del rilievo col Lupercale. Nel 1879 il von Duhn per primo identificò il monumento con l’Ara Pacis. Nel 1903 furono intrapresi i primi scavi regolari che portarono alla scoperta delle strutture dell’ara; gli scavi furono conclusi nel 1937-38, in occasione del bimillenario augusteo.

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. Prospetto di Palazzo Capponi al momento dell’acquisto dalla famiglia Serroberti, , disegno a china su carta. Roma, Archivio Capitolino

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La storia del palazzo nel XVI secolo

Premesse ad uno studio sulle origini del palazzo Sebbene non sia noto, allo stato delle ricerche, l’anno di fondazione dell’edificio che sarebbe poi divenuto palazzo Capponi, le sue origini sono da ricollegarsi, con tutta probabilità, al piano di sviluppo urbanistico e edilizio che interessò l’area compresa tra il Mausoleo di Augusto e la piazza del Popolo, dopo la costruzione della nuova via di Ripetta, a partire dalla fine del secondo decennio del secolo XVI; piano che si intese realizzare, come si è già anticipato, anche attraverso la concessione in enfiteusi di lotti di terreno, per la maggior parte di proprietà della Compagnia di S. Maria del Popolo e di S. Giacomo degli Incurabili, con l’impegno da parte dei beneficiari di edificarvi entro un certo tempo. Lo spoglio sistematico dei documenti risalenti al secolo XVI e conservati presso l’archivio degli Agostiniani di S. Maria del Popolo non ha consentito di individuare, tra i numerosi fondi dei quali è riportata la proprietà dei Padri in quell’area urbana, nessuno che sembri coincidere, con buona certezza, con quello su cui venne costruito il più antico nucleo architettonico, situato nell’angolo fra via di Ripetta e il vicolo delle Scalette; né, d’altra parte, la descrizione degli edifici, troppo generica e con riferimenti topografici oggi difficili, nella gran parte dei casi, da identificare, né i nomi delle persone a vario titolo menzionate hanno potuto fornire utili spunti per ricostruire gli inizi del palazzo oggetto della nostra indagine. È il fondo Cardelli dell’Archivio Capitolino, in cui confluirono i documenti del ramo romano della famiglia Capponi, che abitò il palazzo nel periodo di suo maggior splendore, ad offrire una chiave interpretativa al riguardo, se deve darsi peso ad un documento che vi è conservato tra le carte racchiuse nel plico intitolato alle “Scritture spettanti al Palazzo Capponi” e relativo all’acquisto della proprietà immobiliare nel . Il documento, che contiene il riferimento alla celebre famiglia fiorentina dei Gaddi, e la sua risalente collocazione d’archivio, tale da mettere detta famiglia in rapporto di pertinenza con le prime vicende dell’edificio, fanno pensare che, nel passato, qualcuno si sia già interrogato circa le origini dell’edificio sorto alcuni secoli prima, e che abbia forse inteso addirittura nobilitarle, ponendole in relazione con tali illustri ascendenze. Il documento di cui si tratta, datato  aprile , attesta la concessione in enfiteusi perpetua a monsignor de’ Gaddis, chierico della Camera Apostolica di origine fiorentina, da parte di Tommaso de Bacchellis, priore del

Convento di S. Agostino e fiorentino anch’egli, di “un sito da fabbricare di  can.(ne) in circa che saranno da misurarsi dopo finita la strada nuova del Popolo compresa la mole del Trullo (...) con l’obligo di fabricarvi in tre anni” 1. Monsignor de’ Gaddis, da identificarsi con Niccolò Gaddi 2, era nato nel  da un’importante e ricca famiglia di banchieri fiorentini. I Gaddi, già ben introdotti negli ambienti della Camera apostolica fin dal Quattrocento, avevano ottenuto ulteriori privilegi durante i pontificati Medici – segnatamente di Leone X e di Clemente VII –, che sovente a Roma favorirono la propria nazione rispetto ad altre. In quegli anni il fratello di Niccolò, Luigi, dalla famiglia destinato agli affari, si era stabilito nella città pontificia per dirigere la filiale romana del banco. Impegnandosi progressivamente in operazioni finanziarie con la Curia pontificia, Luigi Gaddi era divenuto uno dei principali finanziatori della politica dapprima di Leone X, per il quale tenne la Tesoreria delle Marche dal  al , e successivamente di Clemente VII , contribuendo, nel , con ingenti prestiti alle spese della spedizione contro i Turchi vagheggiata dal pontefice, e nel , quando nell’imminente pericolo della calata delle truppe di Carlo V verso Roma si tentò, con la raccolta di forti somme da offrire in riscatto, di scongiurare il saccheggio della città e la prigionia del papa in Castel S. Angelo 3. La proficua attività finanziaria di Luigi contribuì notevolmente a consolidare la posizione economica e sociale della famiglia e a porre le basi per la brillante carriera ecclesiastica del fratello Niccolò. Questi giunse a Roma probabilmente intorno al , allorché entrò a far parte del collegio degli scrittori dell’Archivio della Curia romana, i cui compiti istituzionali lasciano supporre una buona preparazione giuridica del nostro; che, nominato nel  vescovo di Fermo da Leone X, fu nel , per i servigi – soprattutto finanziari – resi alla Chiesa, elevato alla porpora cardinalizia da Clemente VII, con il titolo di S. Teodoro, appena tre giorni prima del funesto evento del Sacco di Roma. In quella occasione fu preso in ostaggio dagli imperiali a garanzia degli impegni assunti dal pontefice, e liberato solo dopo il versamento del congruo riscatto pattuito 4. Fra il  e il  monsignor Gaddi assunse un ruolo di primo piano nell’ambito del progetto per la realizzazione della nuova via di Ripetta: nei due motu propri di Leone X relativi a tali lavori Niccolò Gaddi figura, in qualità di chierico di camera, insieme a Cristoforo Barozzi e ai pre-

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sidenti della Camera Apostolica, quale rappresentante della Curia deputato al controllo dell’esecuzione dei lavori per l’apertura della nuova via pubblica, affidata ai maestri delle strade Bartolomeo della Valle e Raimondo Capodiferro 5. Può, dunque, ipotizzarsi che nell’ambito di questa sua responsabilità il Gaddi, che già aveva ricevuto in dono da Leone X un terreno “in directione stratarum novarum” in ricompensa per l’incarico assolto 6, non trascurasse l’opportunità di acquistare ulteriori diritti di proprietà o di godimento nella zona, al fine di compiervi un proficuo investimento in previsione dello sviluppo che essa avrebbe presto avuto con la realizzazione del nuovo asse viario destinato a porre in collegamento il rione Ponte, quartiere rinomato per le numerose residenze di banchieri e di nobili famiglie vicine alla corte pontificia, con il porto di Ripetta, sede di attività mercantili, e piazza del Popolo, monumentale ingresso in Città per chi proveniva da Settentrione. Gli elementi contenuti nell’atto di concessione in enfiteusi del  aprile  non consentono, purtroppo, di identificare con sufficiente certezza la precisa collocazione del fondo; in particolare, la menzione che vi viene fatta della “mole del Trullo”, di cui non si conosce oggi più l’esatta posizione (se non che si trovava genericamente sulla piazza del Popolo), accresce, anziché delimitare, l’area in cui il sito in questione potrebbe rintracciarsi. D’altro canto, i documenti non dicono se il cardinal Gaddi effettivamente edificò nei tempi stabiliti, né appare plausibile, se mai ciò accadde, che potesse trattarsi di un palazzo o di una residenza patrizia destinata allo stesso cardinale. Non solo, infatti, nessuna costruzione di rilievo nell’ultimo tratto di via di Ripetta appare evidenziata nelle piante di Roma del secolo XVI, ma lo stesso Niccolò Gaddi, nel censimento del , risulta ancora residente nel prestigioso palazzo che la famiglia possedeva nel rione Ponte, commissionato da Luigi all’architetto fiorentino Jacopo Sansovino 7. Se non è possibile affermare, sulla base di indizi così vaghi, che palazzo Capponi fu edificato su un fondo precedentemente appartenuto a monsignor de’ Gaddis, è tuttavia lecito domandarsi per quale singolare ragione l’attestato a lui relativo fosse conservato fra le carte del fondo Capponi concernenti l’acquisto della proprietà di via di Ripetta, disposte in tal ordine come se si fossero voluti documentare i momenti salienti della storia dell’edificio. Si aggiunga il particolare, anch’esso significativo, che il documento non è l’originale, ma una sua copia fedele trascritta nell’ottobre  (da quello oggi conservato

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presso l’Archivio di Stato di Roma); tale data, registrata sul verso, chiama in causa quale possibile committente della trascrizione il marchese Alessandro Gregorio Capponi, proprietario in quegli anni del palazzo, e induce anzi ad ipotizzare che lo stesso marchese, alla ricerca di notizie circa le origini e le prime vicende della sua proprietà – le quali dovevano essere già al suo tempo alquanto indistinte –, le avesse individuate tra quelle relative al patrimonio di monsignor Gaddi e ne avesse ricercata la conferma attraverso la lettura dei documenti antichi. Di certo il Capponi, se l’antica ed illustre provenienza del suo palazzo fosse risultata plausibile, l’avrebbe molto gradita poiché da ciò sarebbero derivati valore e prestigio alla residenza che egli in vario modo si sforzò, come vedremo, di elevare al rango di altre più celebri.

Il palazzo dei Serroberti Il primo documento che attesta con certezza l’esistenza di un nucleo abitativo, definito “casa”, nell’area compresa fra la nuova via pubblica e il vicolo delle Scalette è il testamento di Francesco Serroberti, con data del  ottobre  8. La casa, appartenente al monastero di S. Agostino in S. Maria del Popolo, fu acquistata in quote uguali da Francesco e da suo fratello Geronimo, “speziali”, discendenti di una notabile famiglia di origine perugina 9. Francesco e Geronimo dovevano aver già da tempo raggiunto una consolidata posizione economica attraverso la loro attività commerciale ed essere, nel contempo, ben inseriti nella società romana, come attesta il matrimonio del primo dei due con Violante de Mattheis, appartenente ad un affermata famiglia della Città. Essi possedevano una casa e un’avviata bottega o “spetiaria” in Parione, nonché la proprietà di una seconda bottega di “pizzicaria” in piazza S. Lorenzo in Damaso 10. È forse proprio alla luce della conseguita affermazione sociale che i due fratelli decisero all’inizio degli anni Cinquanta di trasferirsi nel nuovo quartiere di Ripetta con la ferma volontà, come traspare dai documenti, di edificare qui una casa che attestasse lo status raggiunto dalla famiglia: che “sempre resti e se dica la casa de Serroberti” 11. Nel quartiere di Ripetta, destinato fin dall’inizio all’insediamento della nuova classe borghese che andava formandosi attorno della Curia romana, i Serroberti poterono certamente acquistare fondi e costruirvi usufruendo di quelle agevolazioni che le leggi dell’epoca concedevano a quanti comperavano allo scopo di edificare una casa


. Mario Cartaro, La grande pianta di Roma, , particolare dell’area di via di Ripetta su cui sorgeva il palazzo all’epoca della famiglia Serroberti. Roma, Fondazione Besso

nuova o un palazzo ob decorem Urbis; la casa dei Serroberti era infatti di proprietà del monastero di S. Agostino e concessa loro in enfiteusi perpetua, secondo una formula, come si è già detto, in voga a quel tempo e che trovò particolare applicazione in tale area urbana, a partire dal pontificato di Leone X, nella prospettiva di favorirne lo sviluppo edilizio 12. In quegli anni il quartiere, dopo la sistemazione del tridente viario (formato da via di Ripetta, via del Corso, via del Babuino) per opera del maestro di strade Latino Giovenale Manetti che vi attese fra il  e il , si avviava ad assumere una più definita configurazione urbanistica, ed era anzi interessato, grazie al completamento dei suddetti assi viari, da una ulteriore espansione nella parte delimitata tra la via del Corso e la via del Babuino, fino a quel momento meno sviluppata ed ancora occupata prevalentemente da orti e vigne, e nel tratto di via di Ripetta prossimo alla piazza del Popolo 13 (figg. -). Qui i Serroberti, stando alla descrizione che della casa è riportata nei documenti, ottennero un lotto posto in angolo fra due strade: “...sita in Roma nel Rione Campo Martio alla quale confina da una parte et di dietro la casa dell’arciprete (...) et dall’altro sono le vie pubblice...”. Nell’ambito della tipologia della casa a schiera, modello caratteristico di quasi tutta l’edilizia di via di Ripetta, la casa disposta in posizione angolare si presentava di

maggior pregio rispetto a quelle con unico prospetto allineato lungo la via, in ragione del più esteso sviluppo planimetrico, dell’affaccio sul duplice fronte stradale, della più ampia disponibilità di spazio per il cortile e per le pertinenze poste sul retro, e, di conseguenza, della maggiore visibilità dell’edificio, tale da riflettersi certamente, in termini di status e prestigio sociale, sulla famiglia che ne era proprietaria 14. Nell’autunno del , come si apprende dal testamento di Francesco, la casa di Campo Marzio non era ancora abitabile a causa di lavori che vi erano in corso. Sebbene non sia specificato nei documenti di che genere fossero tali lavori, se relativi ad una costruzione ex-novo o ad un ampliamento e restauro di una costruzione preesistente, essi dovevano essere di considerevole entità e lontani dalla conclusione. Lo stesso Francesco, temendo forse per le sue condizioni di salute di non riuscire a portarli a termine, ma volendo comunque assicurarne il completamento, dispose che tutti i suoi denari “da esigerse dalli soi crediti se debbiano depositare appresso qualche persona idonea delli quali se debbia finire la casa di esso testatore posta verso S. Maria del Popolo”. In un secondo testamento del  ottobre  è sempre Francesco che, per preservare la casa dei Serroberti, istituì sulla sua quota un fedecommesso e nominò suo erede il primo figlio maschio della nipote Flaminia, primogenita del fratello Geronimo, “il quale figliolo maschio debba pigliar sempre il nome della casata dei Serroberti”, e stabilì che i suoi successori “non debbano mai vendere o alienare ne in alcun modo disponere per qualunque causa di detta mia casa”. In questo documento, dove non si fa più cenno a dei lavori così da far pensare che questi fossero stati intanto portati a termine, l’edificio viene per la prima volta definito “palazzo o casa grande” 15. A distanza di qualche anno, nel , Geronimo incrementò la proprietà immobiliare della famiglia nella zona acquistando una seconda casetta dal monastero di S. Agostino, confinante su un lato con la precedente, davanti con la via pubblica e sul retro con i beni degli eredi del “fu Biondo fiorentino”: “domum terrinea soleratam et tectatam cum discoperto puteo et aliis eiusdem iuribus sitam in Urbe Regione Campi Martis” 16. Nel  anche Geronimo, come il fratello Francesco, istituì un fedecommesso sulla sua metà della domum magnam lasciandola in eredità al figlio di Flaminia 17, e riunendo così tutta la proprietà dei Serroberti nelle mani del nipote Francesco Valeriani Serroberti (figlio di Flaminia e Claudio Valeriani) 18. L’attaccamento di Francesco e Girolamo verso la resi-

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. Etienne Du Perac - Antonio Lafréry, La pianta di Roma prima di Sisto V, , particolare dell’area di via di Ripetta su cui sorgeva il palazzo all’epoca della famiglia Serroberti. Roma, Fondazione Besso

denza in via di Ripetta non trovò corrispondenza da parte dei discendenti della famiglia Valeriani Serroberti; è probabile, stando alla lettura delle carte d’archivio, che negli ultimi anni del Cinquecento il palazzo non sia stato abitato dai componenti della famiglia e che, per certi periodi, non sia stato neanche dato in locazione. Certo è che gli eredi Serroberti tentarono ben presto di liberare il palazzo dal fidecommesso al fine di potersene disfare od almeno alienare i propri diritti su di esso. In una lettera inviata al Pontefice da Francesco, Silverio e Annibale Serroberti-Valeriani, l’edificio viene descritto come una casa vecchia, con diversi problemi legati alle frequenti inondazioni del Tevere, sfitta e piena di spese gravosissime, fra cui il mantenimento della strada su due lati e il pagamento di un canone di  scudi ai frati del Convento di S. Agostino 19. Una descrizione del palazzo, risalente a quegli anni, può forse individuarsi nel manoscritto conservato nella Biblioteca Vittorio Emanuele, redatto fra il  e il , che riporta un elenco di ottantacinque palazzi signorili romani – ad uso, probabilmente, di nobili o di cardinali forestieri che avessero bisogno di trovare dimora in Roma – tra i quali è censito un edificio collocato verso la fine di via di Ripetta: “Casa... vicino al Popolo, a man manca per la strada di Ripetta; ha la facciata dinanti di passi  et fianchi di passi . Ha doi finestrati di  finestre l’uno. La porta non è nel mezzo” 20. Dell’edificio, così sommaria-

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mente descritto, possiamo tuttavia farci un’idea meno vaga grazie al prospetto raffigurato in un disegno allegato all’atto di vendita del , quando i Serroberti lo cedettero ad Amerigo Capponi (fig. ). Esso vi figura con una facciata quadrata, delimitata da un bugnato angolare il cui spessore andava degradando verso l’alto, e completata alla sommità da una balaustra composta da colonnette alternate a blocchi rettangolari riquadrati da specchiature. Due semplici fasce marcapiano, che sopravanzavano negli angoli il bugnato, scandivano orizzontalmente la facciata e collegavano tra loro le finestre dei due piani principali dell’edificio. Le finestre del secondo piano consistevano di un vano rettangolare riquadrato da una cornice liscia e continua, mentre una diversa cornice, sormontata da una trabeazione modanata, era riservata a quelle del piano nobile; sei finestre di forma quadrata, con incorniciature sagomate ai quattro angoli, erano invece allineate al livello del mezzanino. Al piano terreno si apriva un portale monumentale ad arco e bugnato, coronato dalla balaustra di una terrazza, simile nel modello a quella posta all’apice della facciata; lo fiancheggiavano tre finestre, due da un lato ed una dall’altro, sostenute da mensole con volute, mentre al piano nobile e al secondo piano si intravedevano le aperture di aerazione delle cantine. Per la posizione eccentrica rispetto all’asse di facciata e per le grandi dimensioni, il portale rompeva il ritmo regolare delle finestre, che nei piani superiori e al di sopra di esso si distanziavano maggiormente l’una dall’altra, imprimendo alla facciata un effetto lievemente dinamico e “pulsante”. Sul lato sinistro del palazzo, quello rivolto verso il vicolo delle Scalette, si ergeva, infine, una torre con grandi finestre centinate e sormontata da una piccola cupola arricchita da plastiche volute 21. Il disegno, una china su carta, è accluso alla documentazione del fondo Capponi – successivi proprietari – relativa all’acquisto dell’edificio. Sebbene lo stemma apposto sul portone sia già quello dei Capponi (uno scudo trinciato in nero e bianco od argento 22), i caratteri cinquecenteschi dell’edificio, quali le finestre del piano terreno, il bugnato angolare e il modello del portale, inducono a ritenere che tale rappresentazione grafica ne rispecchiasse lo stato al momento dell’acquisto, oppure costituisse un primo e sommario progetto di ristrutturazione, poco elaborato e dunque più prossimo alle condizioni originarie che alle modifiche poi effettivamente realizzate. È dunque plausibile che il documento, quale che ne fosse il movente, attesti in buona parte lo stato del palazzo cinquecentesco appartenuto ai Serroberti.


. Antonio Tempesta, La pianta di Roma al tempo di Clemente VIII, , particolare dell’area di via di Ripetta su cui sorgeva il palazzo all’epoca della famiglia Serroberti. Roma, Fondazione Besso

Sull’architetto o sul “mastro” muratore che eseguì i lavori del palazzo per la famiglia Serroberti non risulta, dalle fonti d’archivio che si sono consultate, alcuna indicazione. Solo nel Settecento, a distanza di circa duecento anni, comincia ad essere riportata in alcune guide di Roma, assieme alla brevissima descrizione del “palazzo de’ Sig. Capponi”, la notizia, non suffragata però dalla menzione della fonte, che fosse stato “architettato dal Vignola” 23. L’ipotesi relativa ad un’intervento del Vignola nella progettazione dell’edificio non appare contrastante, in linea generale, con alcune sue caratteristiche architettoniche di matrice cinquecentesca e tipologicamente riconducibili agli schemi edilizi che, nella Roma della metà del XVI secolo, si erano venuti consolidando per i palazzi cittadini ad opera di grandi architetti come il Sangallo, o lo stesso Vignola. Il tradizionale riferimento a quest’ultimo del progetto originario deve, tuttavia, intendersi forse alla stregua non di una vera e propria attribuzione, ma di un’indicazione di scuola, di una maniera esecutiva ispirata a diffusi moduli vignoleschi, evocati, nel caso del nostro palazzo, ad esempio dalla balaustra, di modello non troppo dissimile da quello della Villa di Caprarola e del Ninfeo di Villa Giulia, dall’ordine dorico delle lesene interne al cortile e all’androne, oppure dal bugnato “rustico” impiegato per il portale che ne fa quasi un’autonoma struttura 24. Del resto, l’odierno stato delle conoscenze sulla genesi

cinquecentesca dell’edificio è talmente lacunoso da non consentire, senza l’apporto di basi testuali, sicure attribuzioni. Pare, in ogni caso, potersi dubitare che la famiglia dei Serroberti, per quanto benestante, potesse pensare di commissionare la propria dimora direttamente ad un architetto negli stessi anni impegnato a realizzare per il pontefice Giulio III la Villa sulla via Flaminia; e se ciò anche potesse ritenersi plausibile, risulterebbe invero inspiegabile che Francesco e Geronimo, i quali con impegno ed orgoglio si diedero pensiero per la “casa de’ Serroberti”, non ne abbiano mai fatto cenno nei loro documenti. Sul piano stilistico, inoltre, non meno peso sembrano avere alcuni caratteri architettonici dell’edificio, quali i cantonali in bugnato che ne delimitano la facciata, le fasce marcapiano lineari e le finestre riquadrate da cornici di estrema semplicità, che inducono a riconoscervi una versione sintetica e semplificata del modello di palazzo cittadino ideato da Antonio da Sangallo il Giovane e ripreso, in forme interpretative di poco variate, negli anni immediatamente successivi alla sua morte (), da alcuni suoi allievi ed epigoni. A questo ambito culturale e, presumibilmente, ad un architetto minore della metà del Cinquecento pare doversi ricondurre la progettazione del palazzo. L’occasione della presente ricerca e la sua particolare impostazione non hanno consentito l’esplorazione di fondi archivistici ulteriori rispetto a quelli che si sono sistematicamente indagati, i quali potrebbero forse contenere altre notizie sulla cui base formulare una più precisa attribuzione.

NOTE Scritture diverse spettanti al Palazzo Capponi, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, vol. 70, f.12. 2 VAN GULIK G. - EUBEL C., 1923, III, pp. 19, 183, 196. 3 Gli ingenti prestiti per le due imprese ammontarono, rispettivamente, a 30000 e a 40000 ducati. 4 LITTA P., 1819-1899, fascicolo 18, tav. III. Per la biografia di Niccolò e Luigi Gaddi si veda ARRIGHI V., 1998, pp.161-164. Su Niccolò Gaddi si veda anche M ORONI G., 1840-1879, vol. XXVIII (1844), pp. 91-92, e PROSPERI A., 1981, vol. XIX, pp. 598-602. 5 I due motu propri di Leone X sono pubblicati in MERCATI A., 1923, pp. 122-123. 6 Un documento datato 13 febbraio 1520 attesta la donazione di un terreno, avvenuta già da qualche tempo, da parte di Leone X, a Niccolò Gaddi, Bartolomeo Della Valle e Raimondo Capodiferro. Per questo documento, conservato in Archivio Vaticano, Arm. 29, T. 70, f.24, cfr. MERCATI A., 1923, pp. 125-126. 7 Il Sansovino, architetto del palazzo nel Rione Ponte (oggi palazzo Piccolini-Amici in via del Banco di S. Spirito), fu presumibilmente legato alla famiglia Gaddi da vincoli di amicizia, avendo in precedenza lavorato 1

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anche per il fratello Giovanni. Non è forse inutile tratteggiare qui la sua personalità di collezionista e di erudito, se ciò può aver influito su presumibili attribuzioni alla sua illustre famiglia del palazzo, successivamente operate da altri proprietari. Di Giovanni Gaddi, fratello minore di Luigi e Niccolò e, come quest’ultimo, avviato alla carriera ecclesiastica, è infatti data notizia, nelle Vite del Vasari, delle frequentazioni avute fin dalla giovinezza con diversi artisti e con l’ambiente dei collezionisti fiorentini: “Aveva preso dimestichezza grande con Andrea (del Sarto) per le virtù sue Giovanni Gaddi, che fu poi chierico di camera, il quale per delettarsi de l’arte del disegno, faceva del continuo operare Iacopo Sansovino. E così piacendoli la maniera di Andrea, gli fece fare per sé un quadro d’una Nostra Donna, bellissimo; il quale per avervi fatto intorno e modegli et altre fatiche ingegnose, fu stimato la più bella pittura che infino allora Andrea avesse dipinto”. Sempre dal Vasari apprendiamo che Giovanni acquistò diverse “anticaglie” provenienti dalla collezione di sculture antiche di Lorenzo Ghiberti, fra cui un torso di Satiro, oggi agli Uffizi, e che la sua raccolta d’arte – pare lecito ipotizzarne l’esistenza - comprendeva un disegno di Leonardo da Vinci, avuto in dono da Fabio Segni, raffigurante Nettuno. Alcune lettere a Michelangelo, inoltre, testimoniano l’interesse culturale del Gaddi e lasciano anche supporre una frequentazione di questo artista durante il suo soggiorno romano (VASARI G., (1550), 1986, pp. 258, 549, 704). La competenza artistica e il gusto raffinato di Giovanni contribuirono a procurargli compiti prestigiosi anche nella carriera ecclesiastica: se il fratello Niccolò era stato elevato, dal grato Pontefice, alla porpora cardinalizia, alcuni anni dopo Giovanni veniva dal Pontefice designato, come si legge in una coeva descrizione della visita di Carlo V, a disporre gli apparati per una degna accoglienza a Roma dell’Imperatore. A tali interessi culturali ed artistici non dovette essere estraneo lo stesso Luigi Gaddi, poiché il Vasari menziona in suo possesso un’importante dipinto del Parmigianino nel quale erano raffigurati “una Madonna con un Cristo, con alcuni angioletti et un S. Giuseppo, mirabilmente finiti d’arie di teste, di colorito, di grazia e di diligenza” (VASARI G., (1550), 1986, p. 795). Ben presto l’abitazione romana della famiglia nel Rione Ponte, nella quale Giovanni aveva formato anche una cospicua biblioteca, divenne luogo d’incontro e di riunione di una vasta cerchia di letterati ed umanisti, gli stessi che formavano il circolo letterario denominato “Società delle Virtù”, che annoverava cultori e studiosi dei classici, quali Annibal Caro e L. Fabbri da Fano, poeti berneschi, come il Franzesi e il Boni, e petrarchisti di diverso valore come il Martelli e l’Allegretti. La residenza romana dei Gaddi finì per costituire quasi un punto di riferimento obbligato per i fiorentini e i toscani di passaggio a Roma, soprattutto se artisti e letterati; tra questi vi furono Benvenuto Cellini, Pietro Aretino, Benedetto Varchi e lo stesso Jacopo Sansovino. Diversi artisti impegnati nelle committenze ponteficie figuravano, inoltre, fra i clienti del banco romano; lo stesso Michelangelo, nel periodo in cui era dedito alla realizzazione della sagrestia della Chiesa di S. Lorenzo in Firenze, ricevette da Clemente VII i pagamenti attraverso il banco dei Gaddi (ARRIGHI V., 1998, pp. 156-161). 8 Testamento di Francesco Serroberti, ASR, Collegio dei Notai Capitolini, notaio G. Nichilchini, vol. 1160, 17 ottobre 1554. 9 Notizie sulla famiglia dei Serroberti a Roma sono risalenti alla metà del XV secolo. Alcune fonti riferiscono di un certo Giuliano Serroberti, appaltatore di cave e trasporti che nel 1452 possedeva alcune fornaci per la cottura della calce nei pressi del Mausoleo di Augusto; lo stesso Giuliano, nel 1563, è ricordato per il trasporto sul Tevere, con i bufali, di alcuni marmi che vennero impiegati nella costruzione del pulpito delle Benedizioni. La sporadicità di queste informazioni, tuttavia, e l’assenza di un preciso albero genealogico della famiglia non consente di mettere in certa relazione tale Giuliano Serroberti con Francesco e Geronimo “speziali”. Cfr ADINOLFI, 1881, p. 45; BENOCCI C., 1995, p. 38. 10 Testamento di Francesco Serroberti, ASR, Collegio dei Notai Capitolini, notaio G. Nichilchini, vol.1160, 17 ottobre 1554. 11 Testamento di Girolamo Serroberti, ASR, Collegio dei Notai Capitolini,

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notaio L. de Ricchis, vol.1443, 23 marzo 1563. Cfr. anche AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 70, f. 7 (M). 12 SCAVIZZI C.P., 1969, pp. 162-165. 13 Sull’argomento si veda CIUCCI G., 1974, pp. 30-33. 14 Sullo sviluppo delle casa a schiera nel rione di Campo Marzio si veda VACCARO P., AMERI M., 1984, pp. 39-56. 15 Testamento di Francesco Serroberti, ASR, Collegio dei Notai Capitolini, notaio G. Nichilchini, vol.1160, 18 ottobre 1559. Cfr. anche AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 70, f. 7 (L). 16 Compra di casa di Girolamo Serroberti, ASR, Collegio dei Notai Capitolini, notaio Curzio Saccoccia, vol. 1519, 27 ottobre 1561. 17 Testamento di Girolamo Serroberti, ASR, Collegio dei Notai Capitolini, notaio L. de Ricchis, vol. 1443, 23 marzo 1563. Cfr. anche AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 70, f. 7 (M). 18 Per alcune notizie sulla famiglia dei Serroberti a partire dal XVI secolo si veda AC, Archivio Cardelli, Div. I, vol. 70, f. 3. 19 Memoriale di Francesco Silverio e Annibale Valeriani da Serroberti al Papa per poter vendere la loro Casa per la Strada di Ripetta, AC, Archivio Cardelli, Div. I, vol. 70, f. 4. 20 Secondo Piero Tomei, che rinvenne e pubblicò il documento nel 1939 (conservato presso la Biblioteca Nazionale, Fondo Vittorio Emanuele Ms. 721), se da un lato non è chiaro lo scopo per il quale esso fu redatto, d’altro canto se ne può intuire, da alcune frasi che ricorrono nel testo, la finalità divulgativa, a guisa di catalogo, delle residenze all’epoca disponibili per nobili o prelati in cerca di dimora. Cfr. TOMEI P., 1939, p.169. 21 Disegno del Prospetto, ò Sie Facciata del Palazzo Capponi, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, vol. 70, f.15. Sulla definizione di “facciata a composizione pulsante” e sulla sua diffusa applicazione nella seconda metà del Cinquecento si veda BENEDETTI S., 1995, pp. 441-470. 22 Lo scudo trinciato, ossia suddiviso da una linea diagonale da destra a sinistra in parti uguali di due diversi smalti, nell’araldica simboleggia la virtù, la concordia, la purità d’animo, e, di norma, la nascita guelfa. 23 Una delle prime guide di Roma in cui compare l’attribuzione al Vignola per il palazzo è quella del Roisecco del 1750, a cui seguono quella di Fioravante Martinelli nell’edizione del 1769 e la Nuova descrizione di Roma antica nell’edizione del 1775. 24 Della vasta bibliografia sul Vignola ci si limita, in questa sede, a segnalare il recente ed approfondito contributo di TUTTLE R.J. - ADORNI B. FROMMEL C.L. - THONES C., 2002, passim.


Il palazzo e la famiglia Capponi nel XVII secolo

Il ramo romano della famiglia Capponi: Amerigo Un momento saliente nelle vicende del palazzo di via di Ripetta coincise con la sua acquisizione da parte di Amerigo Capponi. Amerigo, nato a Firenze nel  e stabilitosi a Roma al seguito del cardinale d’Este, discendeva da una delle famiglie più importanti e tradizionalmente influenti della politica fiorentina del secolo XV. A Firenze, fin dal Trecento, i componenti della famiglia Capponi si erano distinti ricoprendo prestigiose magistrature della Repubblica fiorentina; attraverso imprese militari e diplomatiche, essi avevano contribuito alle maggiori conquiste di Firenze che posero le basi per la costituzione del Granducato. Di questo erano consapevoli gli stessi Medici, che negli apparati eseguiti per le nozze di Francesco I avevano fatto raffigurare Gino, Neri e Piero Capponi in un arco effimero dedicato ai cittadini che più si erano distinti nelle guerre fiorentine: Gino (-) e poi Niccolò (-) avevano contribuito alla conquista di Pisa 1, Neri (-), oltre che della conquista della Garfagnana, era stato artefice della vittoria di Anghiari 2, mentre Piero (-) era stato ambasciatore e mediatore per il popolo fiorentino presso Carlo VIII, nel tentativo di scongiurare il pericolo francese 3. All’impegno politico cittadino la famiglia tradizionalmente affiancava un’importante attività mercantile, da principio legata al commercio della lana e della seta, grazie al quale i Capponi avevano conseguito fin dal Duecento una posizione preminente nell’economia fiorentina. Di un ulteriore consolidamento finanziario i Capponi si giovarono nel corso del XV secolo, quando alcuni loro esponenti, fra cui soprattutto Gino di Neri (-) 4, a tal punto incrementarono gli affari e gli investimenti fondiari da costituire quasi un impero economico: la famiglia giunse infatti a possedere un banco collegato con i maggiori centri commerciali italiani e europei – Roma, Napoli, Ancona, Milano, Lione, Anversa e Londra –, e a detenere la partecipazione, e talvolta il controllo, in diverse compagnie finanziarie delle quali condividevano gli interessi con le altre principali famiglie mercantili fiorentine, come i Guicciardini, i Sassetti, i Mannelli, i Sacchetti, i Martelli, gli Strozzi, alle quali erano uniti sovente, in virtù di un’accorta politica matrimoniale, anche da stretti legami familiari. È all’inizio del Cinquecento che gli interessi finanziari di un ramo della famiglia Capponi, in linea con la tradizione dei grandi mercanti Romanam Curiam sequentes, vennero gradualmente concentrandosi su Roma e presso

la Curia pontificia. Il primo a stringere significativi rapporti con la città fu Lodovico (-), il quale, come tramanda il Litta, “fu mandato a Roma ad istruirsi nella pratica commerciale nel banco di Giovanni Martelli” 5. Qui egli dovette conseguire una cospicua fortuna, divenendo presto socio del Martelli, del quale, nel , sposò la figlia Marietta; ed ebbe un certo rilievo anche nella vita civile, giacché fu eletto nel  console della Nazione fiorentina in Roma e figurò tra i promotori della costruzione della chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini, di cui – tramandano le fonti – “pose la prima pietra” 6, precorrendo i suoi discendenti che un secolo dopo vi avrebbero edificato la cappella di famiglia. Di Ludovico e di suo fratello Francesco, anche lui trasferitosi a Roma negli stessi anni, le fonti evidenziano la grande familiarità con i pontefici Leone X e Clemente VII, a cui li legavano, oltre alle comuni origini toscane, l’antica fedeltà dei Capponi al casato mediceo. “Lodovico e Francesco Cavalier Gerosolimitano servitori accettatissimi a i pontefici Leone X e Clemente VII – come si legge in una nota manoscritta conservata fra le carte di Alessandro Gregorio Capponi – fecero la loro stanza in Roma vivendoci splendidamente” 7; e sebbene Ludovico fosse rientrato nuovamente a Firenze intorno al , sia lui che il figlio Gino (-), favoriti dagli stretti legami con la Curia pontificia, continuarono a mantenere e curare i loro interessi finanziari in Roma, tanto da lasciare – come prosegue la stessa fonte – “un ottimo indirizzo a i figlioli per stabilirvisi se non tutti almeno alcuno” 8. Fu Amerigo, primogenito di Gino, a fissare stabilmente a Roma la propria dimora dopo esservi giunto negli anni del pontificato di Clemente VIII 9. Sull’esempio di un ramo della tradizione familiare egli si dedicò alla carriera militare; Clemente VIII poté così nominarlo nel  Vice Castellano di Castel S. Angelo, “carica che egli amministrò con pari fedeltà e diligenza, – scrive Teodoro Amayden – e nella medesima se ne servirono i successivi Pontefici finché visse, il che non suole avvenire per essere carica di somma confidenza e gelosia” 10. Negli stessi anni anche il fratello di Amerigo, Orazio, risolutosi ad abbracciare la carriera ecclesiastica, si trasferì a Roma, dove nel  ricevette il titolo vescovile di Carpentras in Francia 11. La fedeltà al Pontefice, tante volte sottolineata dalle fonti, si alimentava anche della convinzione con cui Amerigo si proponeva di consolidare la presenza e il prestigio della famiglia in Roma, anche ricercando entrature e sostegni all’interno della Curia e beneficiando dei relativi privilegi, come lui stesso lascia intendere nel passo

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del suo testamento in cui esplicitamente invita i suoi discendenti a rimanere stabilmente nella Città, per “seguitare la Corte di Roma a poter presentialmente godere detti beni et la servitù et amorevolezza di tanti padroni acquistati in questa corte e città di Roma” 12. Il legame con Castel S. Angelo, l’attaccamento alla vita militare che al suo interno si svolgeva ed ai compagni d’arme – ad alcuni dei quali avrebbe destinato per testamento lasciti in denaro –, così come il senso di responsabilità e la dirittura morale che lo contraddistinsero, sono tratti di Amerigo cui è dato forte risalto da Giacomo Castiglione, il quale, narrando i fatti della disastrosa inondazione del Tevere del , vividamente illustra, come una pagina eroica della cronaca cittadina, “del modo stupendo col quale si salvarono molte famiglie in Castel S. Angelo” grazie al senso di umanità e all’ardimento del Vice Castellano. “E memorabile – scrive il Castiglione – il modo con che si salvarono molte povere famiglie intorno Castello in quello Diluvio. Il Baloardo che rifece il Papa Gregorio XIII sotto il Ponte di Castello lungo il fiume è diviso dalla strada che và diritto a Palazzo. Sopra detto Baloardo, di qua, e di là della strada erano molte botteghe, e casette d’artigiani. La notte innanzi la Vigilia di Natale, quivi si trovarono tutti assediati dalla crescenza del fiume senza speranza di uscirne, non potendovisi accostar barche per la rapidezza della corrente. Ora tutti cacciati dalla piena si erano rifuggiti sopra i tetti con le loro robbe, donne, e figli, ancor fino à quelli che si ritrovavano in fascie. Ma perché tuttavia più si alzava l’acqua, e crescea il pericolo della vita, quelli della banda di Castello si salvorno, camminando sopra i detti tetti, finchè arrivorno sopra la muraglia della Cortina del fosso della fortificazione di Papa Pio Quarto, sopra la quale si calò una gran scala fatta di due scale dal Corridore, e per questa salirono nel corridore, e quindi in Castello. Quelli poi dall’altra banda verso il fiume, perché non vi era rimedio humano allo scampo loro, stavano adolorati, e veggendosi l’orrenda morte innanzi a loro: gridavano, e piangendo chiedevano soccorso: il Signor Americo Capponi Vice Castellano dotato di ogni sorte di onorate qualità, come aveva salvati quelli della banda di Castello, così voltò il pensieri à una grande invenzione di scampar questi, che stavano in pericolo evidentissimo di affogarsi in breve. Fece dunque calare dal Corridore parecchi animosi soldati, sopra i tetti delle botteghe della banda di Castello, e quindi gettare un Canapo à quelli, che erano restati abbandonati sopra li tetti delle botteghe de l’altra banda, i quali legando detto Canapo à un camino di dette

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botteghe, e tenendolo forte i soldati dalla banda loro, si fecero passare con le mani attaccati à detto Canapo, reggendosi quasi à noto sopra l’acqua, la quale benché rapidissima non potè impedire, che tutti per scampare la morte non passassero dall’altra banda per detto Canapo. E se bene molte volte si vedeano tutti tuffati nell’acqua per lo smorzamento della corrente, non però abbandonavano con le mani il Canapo, tanto gli uomini con le donne, e donne vecchie, e padri che haveano i figli legati sopra le spalle. E così niuno ne morì (...). Meritano infinita lode i soldati, che con grandissimo lor rischio gettono, e tenerno il Canapo, e per liberare della morte altri non stimorno così gran pericolo, essendosi così comandato dal Signor Americo Capponi Vice Castellano degno certamente di immortal gloria” 13. Dalla moglie fiorentina Lucrezia Bardi Amerigo ebbe due figli: Maddalena, sposata prima a Marzio Nari e in seconde nozze a Marcello Crescenzi, e Gino Angelo, sposato ad Anna Mignanelli e poi ad Anna Maria Millini. L’imparentamento con famiglie romane di primo piano è l’evidente segnale della raggiunta integrazione dei Capponi nella classe dirigente cittadina, che successivamente avrebbe loro aperto le porte non solo agli incarichi di Curia, ma anche a quelli municipali 14. In questa prospettiva si inquadrano anche gli acquisti immobiliari effettuati da Amerigo, da porre sicuramente in relazione ai requisiti prescritti dagli statuti cittadini ai forestieri che volessero naturalizzarsi, consistenti nel possesso di un palazzo e di una vigna in Roma: talché egli acquistò il palazzo di via di Ripetta, in seguito divenuto residenza della famiglia, e ancor prima (nel ) una vigna fuori Porta del Popolo. Alla sua morte, avvenuta il  luglio del , entrambe le proprietà, sottoposte a fedecommesso nel testamento del  settembre , vennero lasciate in eredità all’unico figlio maschio, Gino Angelo, all’epoca ancora nella minore età: “Al quale sign. Gino Angelo suo figlio per li beni che possiede in Roma lascia et deputa per tutore et per tempo curatore l’Ill.mo et Rev.o Mons. Horatio Capponi vescovo di Carpentras suo fratello quale debba deputare per l’administratione di questi suoi beni di Roma li Signori Girolamo Tecci e Francesco Sebecchi fiorenti mercanti in Roma” 15.

Il palazzo di Amerigo Capponi Il  marzo del  Amerigo acquistò i diritti sulla proprietà immobiliare di via di Ripetta dei Serroberti 16, i


quali avevano poco prima ottenuto, il  gennaio , lo scioglimento del vincolo del fidecommesso a fronte dell’impegno di reinvestire la somma ricavata in nuovi beni stabili o in investimenti di “luoghi di Monte” – come espressamente si dichiara negli allegati all’atto di vendita 17 – per la considerevole somma di  scudi, cui si aggiungeva il canone annuo di scudi . da pagarsi in rate semestrali al Convento degli Agostiniani di S. Maria del Popolo. Può immaginarsi che la preferenza di Amerigo si rivolse al palazzo dei Serroberti non solamente per la sua collocazione in una parte residenziale della Città e non distante da Castel S. Angelo, ma anche perché posto su un asse viario che idealmente puntava verso il palazzo della famiglia Borghese, alla quale il Capponi doveva sentirsi legato per diverse ragioni, non ultima la sua nomina a vicecastellano, rinnovatagli nel corso del pontificato di Paolo V, e la costante frequentazione con Giovan Battista Borghese, fratello del pontefice e all’epoca Castellano di Castel S. Angelo. L’affidamento e la devota riconoscenza di Amerigo nei confronti della famiglia del pontefice Borghese traspaiono nitidamente dal suo testamento, nel quale raccomanda al cardinal nipote Scipione e al principe Marcantonio Borghese, figlio di Giovan Battista, la protezione del suo primogenito: “la persona del detto Signor Gino la raccomanda alla protetione che spera per la sua si lunga et fidele servitù di Nostro Signore et alla sede apostolica et dell’Ill. et Rev. Signor Cardinal Borghese et dell’Ill. et Rev. Sign. Principe di Sulmona” 18. Al momento dell’acquisto di Amerigo, la proprietà dei Serroberti si componeva di un Palatium o domum magnam, con giardino, cortile, cantine e altre pertinenze, e di una casetta contigua; mentre sul fronte stradale i confini dell’immobile erano ancora quelli noti, da un lato la via pubblica di Ripetta e dall’altro la via delle Scalette, su quello retrostante esso veniva ora a confinare con un’altra casetta di proprietà dell’Arciconfraternita del SS. Crocifisso di S. Marcello, che Amerigo non avrebbe tardato ad acquisire nei mesi successivi. Intento di Amerigo doveva esser quello di ampliare e di dare un nuovo assetto all’edificio, realizzando una residenza adeguata alla condizione sociale della famiglia e al rango che essa aveva conseguito presso la corte pontificia. Nello stesso anno, infatti, a pochi mesi di distanza dal primo rogito Amerigo acquistava dalla “Sig.ra Lucia de Grottis” altre due casette attigue al palazzo sul fronte del vicolo delle Scalette; nel luglio del  veniva rogato l’atto della terza casa, e nell’ottobre del  Amerigo pren-

deva infine possesso dell’ultima casa allineata nello stesso vicolo delle Scalette. Ad inizio di febbraio dello stesso anno era già stato firmato l’acquisto della casa della Confraternita del S.S. Crocifisso, descritta come “casa attaccata con la mia casa grande a Ripetta”; le casette, tre di proprietà del Convento degli Agostiniani ed una della Confraternita del Santissimo Crocifisso, erano sottoposte ad un canone annuo di complessivi  scudi 19. In questo modo gli edifici acquistati da Amerigo si disponevano, gli uni accanto agli altri, a guisa di una grande “L” inscritta tra i due fronti di via di Ripetta e del vicolo delle Scalette, con un spazio destinato ad orto e giardino incluso all’interno. Ciò fa supporre, anche sulla scorta della normativa allora vigente che favoriva l’acquisto di unità immobiliari confinanti se finalizzato a costruirne una di maggiori dimensioni 20, che vi fosse già in origine l’intenzione di riunirli in un unico e più ampio edificio. In effetti i lavori promossi da Amerigo Capponi portarono ad un ampliamento del palazzo preesistente, realizzato soprattutto sul lato di via di Ripetta mediante l’annessione della domuncula acquistata dai Serroberti insieme alla domum magnam, mentre la casa del S.S. Crocifisso e quelle situate sul vicolo delle Scalette vi furono accorpate solo in parte allo scopo di ampliare il giardino; le abitazioni a schiera nel vicolo, private degli orti retrostanti, rimasero, come rivelano documenti successivi, nuclei abitativi separati e dati in locazione (figg. -). Le opere di ampliamento e di restauro furono avviate molto presto, e lo stesso Amerigo si preoccupò di annotare di suo pugno le relative spese in un apposito libretto: Conti delle Case cioè per compra e spesa per la Fabrica 21. I lavori ebbero inizio, tra il maggio ed il giugno del , con interventi di “svuotamento e pulitura” delle cantine, dei piani terreni e del pozzo che si trovava accanto alla stalla, affidati ad operai detti “aquilani” 22. Il  maggio dello stesso anno il “maestro Dionigi Guidotti scalpellino” – al quale saranno poi affidati, assieme al fratello “mastro Giovanni Battista”, quasi tutti gli incarichi relativi al reperimento e all’acquisto dei materiali lapidei – ricevette i primi pagamenti per “cavar le pietre” e fornire “pietre peperini” che dovevano servire per la costruzione. Più volte è indicato nelle fonti che le pietre da costruzione erano “cavate nell’arco e pilastro antico” vicino al “Ponte della Marana”, e che il tufo proveniva dalla “Rovina di Monte Savello”, così lasciando presumere che il materiale impiegato, come non era affatto infrequente a Roma anche nel XVII secolo, fosse tratto da rovine antiche o da cave in aree periferiche o in abbandono 23.

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. Facciata di Palazzo Capponi,  c., in Pianta del condotto dell’Acqua Vergine per il palazzo Capponi, disegno a china e tempera su pergamena. Roma, Archivio Capitolino

Gli altri materiali da costruzione, come la calcina e la pozzolana – di due tipi e destinate a diverso impiego nella fabbrica –, vennero acquistati da fornitori diversi, identificati spesso con il solo nome di battesimo: “Biagetto pozzolanaro”, che fornì la pozzolana rossa, “Ambrogio fornaciaro” da cui vennero acquistati i mattoni, “Bernardino di Bastiano di Stefano pozzolanaro che portò certe carrettate di pozzolana dalla riva del fiume”; “Pietro Chino” che fornì la calcina di Tivoli, mentre quella ricavata dai materiali archeologici proveniva dalla fornace del “Sig. Duca Conte” 24. Del trasporto di questi materiali al palazzo ebbero cura “mastro Giovanni Derra”, “Pasquale Bolini” o “Girolamo Crespi”, tutti e tre “carrettieri”. I capomastri, spesso identificati più con il sito ove avevano bottega che con il loro cognome (“mastro Urbano chiavaro a piazza Madama”, “Giovan Battista stagnaro in Borgo”, “mastro Cintio vetraro alla scrofa”), assieme alla

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gran quantità di operai e garzoni rimasta anonima nei documenti, prestarono la loro opera in parte sulla base di contratti a lunga scadenza, in parte a cottimo o a giornata, e furono saldati sia in contanti che, talvolta, in natura, soprattutto con grano, olio e vino. I lavori di costruzione, eseguiti dal muratore “mastro Antonio Mazzantini”, si concentrarono innanzitutto sulla facciata, allineando ad essa il prospetto della casetta, e sul tetto, che fu rifatto integralmente con cordolo e copertura in muratura 25; l’angolo settentrionale del palazzo fu rinforzato con “due catene di travi sopra la cantonata della muraglia” compresa fra la via maestra e il vicolo. Un intervento apposito riguardò la torre preesistente, dove venne realizzata una nuova lanterna a forma di piccola cupola con volute laterali, eseguita integralmente in legno dal falegname Benedetto Infragliati da Cortona 26 e rivestita in piombo all’esterno dallo “stagnaro Giovanni


. Fontane del giardino di Palazzo Capponi,  c., in Pianta del condotto dell’Acqua Vergine per il palazzo Capponi. Roma, Archivio Capitolino . Pianta del palazzo con il giardino,  c., in Pianta del condotto dell’acqua Vergine per il palazzo Capponi. Roma, Archivio Capitolino

Bertacchini” 27, mentre all’interno fu dipinta di bianco da Giuseppe Mattei, come risulta dalle note di pagamento per “l’olio di lino et biacca per il bianco” 28. Per opera dello stesso Bertacchini fu costruita anche una grande grondaia in piombo che girava su tutto il fronte del palazzo passando sotto la balaustra “ per ricevere l’acqua di tutto il tetto che pende nella strada maestra con due doccioni uno che esce sotto la scala delle scalette et uno sopra la strada maestra” 29. Nei documenti d’archivio i lavori all’interno del palazzo non vengono specificati in modo particolareggiato, forse non avendo questi comportato modifiche sostanziali all’assetto e alla ripartizione degli ambienti, se non nel punto di giuntura dei due corpi di fabbrica: nelle stanze corrispondenti il muratore fu pagato per eseguire “molti rappezzi”, ingrandire la porta di una camera, rifare gli stipiti di porte e finestre, restaurare due camini in peperino, mentre furono eseguiti lavori di falegnameria e di vetreria per restaurare i telai delle finestre e i riquadri vetrati con legatura in piombo (figg. , ). Le stanze così restaurate furono tutte imbiancate da “mastro Giovanni”, i pavimenti e i pianerottoli della scala furono rivestiti, com’era consuetudine nelle dimore patrizie, con mattoni rossi arrotati 30. Dai documenti si apprende, infine, che il palazzo era servito da una scala principale a rampe a cui si accedeva dall’androne sul lato destro e da un’altra, più propriamente di servizio, “a lumaca”, collocata nell’ala opposta del palazzo 31 (figg. -). Una volta completati i lavori, il palazzo si presentava con la facciata principale su via di Ripetta articolata su tre file principali di otto finestre, corrispondenti al piano terreno, al piano nobile e al secondo piano, alternate a quelle dei mezzanini. Le finestre del piano terreno, rialzate rispetto all’edificio cinquecentesco, erano provviste di una soglia sporgente sorretta da mensoloni, al di sotto dei quali si aprivano pertugi per l’aerazione delle cantine; il medesimo ritmo era ripetuto sul lato più corto di via delle Scalette (figg. -). Molti degli elementi architettonici, caratteristici del prospetto cinquecentesco, non vennero sostituiti ex novo bensì subirono un’evoluzione, come nel caso dei marcapiani orizzontali a fascia semplice e delle finestre che conservarono le medesime tipologie di incorniciature; ai lati della facciata i cantonali in bugnato furono mantenuti fino alla quota dell’ultimo piano, dove vennero rimpiazzati da lesene di ordine classico. Al di sopra del cornicione, la stessa balaustra rinascimentale posta a coronamento dell’edificio si arricchì di statue, sul modello michelangio-

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. Roma, Palazzo Capponi, particolare di una delle porte dell’androne, oggi murata

. Roma, Palazzo Capponi, particolare della porta di una delle sale del piano nobile che affacciano sul fronte di via di Ripetta

lesco del palazzo dei Conservatori (figg. -). L’edificio aveva dunque raggiunto, nell’insieme, una più regolare e ordinata scansione fra spazi pieni e vuoti; tutte le membrature architettoniche, realizzate in peperino grigio, avevano assunto un maggiore risalto plastico e chiaroscurale sottolineato anche dal contrasto fra il colore della pietra e quello dell’intonaco della facciata. La decorazione del prospetto era inoltre arricchita dall’inserimento di alcune sculture, anch’esse eseguite in peperino: quattro statue raffiguranti figure maschili recanti ciascuna uno scudo, due delle quali, poste ai lati estremi della balaustra alla sommità dell’edificio, sostenevano l’arme in bianco e nero dei Capponi, mentre le altre, sulla balconata sovrastante il portale maggiore, portavano lo stemma della famiglia Borghese (figg. -). Le quattro statue, rispondenti a modi accademici in armonia con il gusto tardo manierista, furono eseguite da Francesco Caporale, scultore di origine lombarda attivo a

Roma fin dal primo decennio del secolo e prossimo all’entourage dello scultore Stefano Maderno e di Flaminio Ponzio, architetto di corte del pontefice Paolo V Borghese 32. Il  marzo  fu acquistato “un pezzo di peperino... da mastro Giovanni Carrettiere al vicolo deli Orsini per fare la seconda statua che va nel canto sopra li balaustri della facciata”; il  aprile lo stesso blocco di pietra venne portato a casa di “mastro Francesco Caporale scultore”. Il  novembre del  vennero pagati con denaro e vino “otto facchini per il porto di dette due statue condotti da casa ms. Francesco sino al tetto della mia casa dove sono messe” 33. L’immagine di palazzo Capponi, con tale fisionomia, ci è nota attraverso un disegno e due incisioni dell’epoca, che ne ritraggono la facciata e parte dell’angolo su via delle Scalette. La prima riproduzione, una china su pergamena, è allegata alla Pianta del condotto dell’acqua Vergine dal giardino di Capodiferro al Palazzo Capponi, redatta in

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. Roma, Palazzo Capponi, scala nobile del palazzo seicentesco

. Roma, Palazzo Capponi, veduta dell’androne dal cortile interno

. Roma, Palazzo Capponi, particolare del capitello dorico di una delle lesene del cortile interno

. Roma, Palazzo Capponi, veduta del cortile interno

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. Roma, Palazzo Capponi, particolare del corpo centrale della facciata . Roma, Palazzo Capponi, particolare del portale principale

occasione dei lavori voluti da Amerigo ed oggi conservata presso l’Archivio Capitolino 34 (figg. , ). Le due incisioni furono invece realizzate da Giacomo Lauro su incarico dello stesso Amerigo, il quale annota fra le sue spese, in data  di maggio , quando i lavori erano a buon punto ma certamente non ancora conclusi, il pagamento di “sc. pagati contanti a Jacomo Lauro intagliatore in rame del libro dell’antichità di Roma et delle cose moderne più celebri”, relativo ad incisioni che appariranno “nel libro che stamperà per il disegno della mia casa et della casa della vigna et perchè mi dia uno di detti libri quando gl’hara stampati” 35. Una prima incisione è datata  36, mentre la seconda, con lievi differenze rispetto alla precedente, è riprodotta assieme al prospetto della Vigna Capponi, come puntualmente indicato nei pagamenti, nel volume di Giovan Battista de Rossi, Palazzi diversi nell’alma città di Roma, del  37 (figg. , ). Nelle piante di Roma, invece, il palazzo di Amerigo Capponi compare per la prima volta nell’edizione del  della Urbis Romae Novissimae dello stesso Giacomo Lauro 38 (figg. -). Se ancora si osserva il prospetto del palazzo raffigurato nel disegno a china dell’Archivio Capitolino si può scorgere in prospettiva, attraverso il portone principale, una grande fontana a tre vasche degradanti verso l’alto con acqua zampillante. Entrando, infatti, nel palazzo si percorreva un lungo corridoio voltato, detto nei documenti “entrone”, che conduceva ad un cortile quadrato con portici al piano terreno e con pavimentazione in “selci”; sul fondo di questo era posta la fontana descritta, a segnare l’ingresso nel giardino che si apriva sul lato sinistro (fig. ).

Il giardino Dall’atto d’acquisto del  l’edificio risulta già all’epoca munito di un retrostante giardino, com’era del resto frequente per le residenze di quel Rione, le quali, come si evince dalle piante cinquecentesche della Città, tutte rispondevano ad una medesima tipologia edilizia, costituita da un edificio di varia dimensione o altezza sul fronte stradale e da un orto o da un giardino sul retro. I lavori e le spese annotate da Amerigo, dal novembre  alla primavera del , sono talmente ingenti da far ritenere che egli abbia profondamente rinnovato lo spazio verde del palazzo, conferendogli un diverso aspetto. Fu abbattuto, innanzitutto, un preesistente muro divisorio, forse corrispondente all’antico confine del giardino

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. Roma, Palazzo Capponi, particolare della facciata dall’angolo di via Brunetti . Roma, Palazzo Capponi, particolare delle finestre del primo piano nobile e del mezzanino . Roma, Palazzo Capponi, particolare di una finestra del piano terra

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. Francesco Caporale, Efebo con scudo raffigurante lo stemma Borghese, . Roma, Palazzo Capponi . Francesco Caporale, Efebo con scudo raffigurante lo stemma Borghese, . Roma, Palazzo Capponi

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. Francesco Caporale, Efebo con scudo raffigurante lo stemma Borghese, particolare del volto, . Roma, Palazzo Capponi . Francesco Caporale, Efebo con scudo raffigurante lo stemma Borghese, particolare del volto, . Roma, Palazzo Capponi

dei Serroberti, e lo spazio destinato a verde fu pressoché raddoppiato in profondità, fino a lambire l’ultima casetta su via delle Scalette acquistata da Amerigo. Subito dopo iniziarono i lavori per preparare il terreno: più volte ricorrono note di pagamento agli operai per “scassare il giardino della casa”, per “carreggiare la terra del giardino”, “per portare la terra al giardino”, “per lavorare in detto giardino”, finché, nel gennaio del , l’area fu ripartita, secondo l’uso dell’epoca, in aiuole e vialetti geometricamente delineati: “uno spago rinforzato per farne il filo con il suo aspo per disegnare li viali e tirar li fili nel giardino”. Le prime piante giunsero al palazzo nel marzo dell’anno seguente:  piante di melangoli fatte venire da Gaeta via mare e giunte al porto cittadino di Ripa; ad ottobre del  a queste si aggiunsero “de Cedri melogranati et Cotogne” 39. Al termine dei lavori il giardino doveva presentarsi per due lati delimitato da mura a ridosso di altre proprietà, e per gli altri due confinante con i prospetti interni delle case di proprietà del Capponi (con ingresso dal vicolo delle Scalette) e dello stesso palazzo. Il passaggio dagli spazi architettonici del palazzo al giardino era mediato da un porticato, aperto sul cortile e sormontato forse da una loggia o galleria aperta con balaustra in legno, come si potrebbe supporre combinando i dati relativi alle spese sostenute 40 con quelli ricavabili da una pianta del piano terreno conservata all’Archivio Capitolino – benché alquanto lacunosa 41 – e da un’immagine del prospetto posteriore del palazzo tratta dalla carta del Falda del  42 (figg. , ). Il giardino era di forma rettangolare (la lunghezza essendo quasi il doppio della larghezza), diviso in quattro grandi riquadri anch’essi rettangolari, da due vialetti ortogonali che incontrandosi al centro formavano un piccolo largo occupato da una seconda grande fontana, mentre una terza fontanella era situata sulla parete di fondo del giardino, in asse con quella centrale. Nelle aiuole gli alberi di melangoli erano disposti regolarmente su tre filari per ogni riquadro, mentre i cedri e le mele vennero impiegati come “spalliere” lungo i muri perimetrali; otto piante di melangoli in vaso erano, inoltre, disposti circolarmente attorno alla fontana centrale 43. Benché di impianto regolare, il giardino non figurava in perfetta simmetria con l’intero palazzo, a causa dello spazio occupato sul retro dalle abitazioni del vicolo delle Scalette, né appariva allineato all’ingresso, essendo il portale maggiore decentrato rispetto alla facciata. Per tale ragione, per poter comunque ottenere un effetto di prospettiva centrale entrando dall’ingresso principale, la fontana più grande era stata collocata

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. Giacomo Lauro, Facciata di Palazzo Capponi, in Giovan Battista de Rossi, Palazzi diversi nell’alma città di Roma, . Roma, Bibiblioteca dell’Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte

sul fondo del cortile; superato questo e lasciando a destra la grande fontana, il visitatore accedeva al giardino attirato dai vialetti regolari, con cui era recuperato il senso di simmetria e di centralità dello spazio tanto ricercato nei giardini dell’epoca. La struttura del giardino di palazzo Capponi, delimitata da mura e con una scansione regolare degli spazi, non doveva apparire molto diversa da quella del hortus conclusus, o del “giardino di delizia” diffuso in Italia fra Rinascimento e Manierismo, ma rimasta in auge almeno fino all’inizio del XVIII secolo e documentata da diverse fonti storiche. Alla stregua del gusto dell’epoca si considerava il giardino non tanto come libero spazio naturale, lasciato

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alla spontaneità, singolarità e mutevolezza della natura stessa, quanto piuttosto come un ambiente di residenza all’aria aperta, adeguato alla magnificenza della casa e perciò, come questa, obbediente a norme architettoniche. Le parti edificate estendevano il proprio ritmo al giardino mediante le propaggini murarie, mentre gli elementi arborei comparivano sempre subordinati ai motivi architettonici dominanti, e modellati nelle forme volute; per tale ragione si preferivano le piante sempreverdi alle piante minute o a quelle fiorite, i cui colori vivi avrebbero potuto generare confusione e disturbo alle cadenze controllate e regolari di un giardino essenzialmente geometrico 44. “I giardini – scriveva Vincenzo Scamozzi nel suo tratta-


. Giacomo Lauro, Pianta della città di Roma con indicazione del palazzo di Amerigo Capponi al n.75 della legenda, in Splendore dell’antica e moderna Roma, . Roma, Fondazione Besso

. Giacomo Lauro, Pianta della città di Roma, in Splendore dell’antica e moderna Roma, , particolare del palazzo di Amerigo Capponi, Roma, Fondazione Besso

to sull’architettura del  – quanto più sono grandi e spaciosi, rendono maggior honorevolezza alla Casa: e massime se vi sono fonti d’acque vive, e pergolati, o spalliere di Lauri silvestri, e di Mortelle, e altre sorti di piante ben compartite: e in capo ad esse belle Cedrare” 45. Gli agrumi, scelti fra “Cedri varij, Aranzij di varij generi, le specie de’ Limoncelli”, sono, fra gli alberi, le piante da preferirsi sia per lo Scamozzi che per altro trattatista, il Pona, poiché “sono pretiosissimi frutti e rendono gratissimo odore”, mentre “non è ingrato vedere anche il Melagrano, la Melacotogna, la Nocciola, la Vite e la Rosa” 46. I vialetti che ripartivano in settori rettangolari il giardino erano probabilmente pavimentati, secondo l’uso, “con

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. Giovanni Maggi - Paolo Maupin - Carlo Losi, La pianta di Roma al tempo di Urbano VIII, , particolare dell’area di via di Ripetta con Palazzo Capponi. Roma, Fondazione Besso . Giovan Battista Falda, La pianta di Roma al tempo di Clemente X, , particolare dell’area di via di Ripetta con Palazzo Capponi. Roma, Fondazione Besso

giaretta minuta, ovvero con pesto di mattoni, e scagli, o finalmente far come uno abbozzamento di grosso di Ciottolini de torrenti di vari colori, o intere , o spezzate: o selciate di pietre cotte, e poste in malta”; e si raccomandava di mantenerli puliti dalla crescita di eventuali erbe estranee “che turberebbero l’ordine, e confonderebbero la vista distinta dal partimento, e perciò si dovranno sparger ogn’anno nella Vernata di sabbia, e di cenere” 47. Oltre alle piante, si raccomandavano ad ornamento del giardino alcune statue moderne “di qualche lascivo Fauno, di qualche Venere addormentata, di qualche Diana alla caccia intesa”, oltre a “torsi d’antiche figure, o frammenti di fregi, di Capitelli, o d’altre parti marmoree, reliquie delle Romane grandezze” 48. La pratica di inserire esemplari della statuaria classica nell’elemento vegetale, che aveva origine nella tradizione delle grandi ville dell’antichità, venne recuperato in epoca rinascimentale: le raccolte di oggetti antichi, inizialmente conservate all’interno degli studioli, cominciarono, sulla scorta delle fonti classiche, ad essere disposte anche nei cortili e nei giardini di palazzi e ville: Poggio Bracciolini, ad esempio, fra i primi ipotizzò un allestimento all’aperto delle sculture antiche per la sua villa a Terranova, ad imitazione di quella di Cicerone a Tuscolo; analogamente nel cortile del Belvedere voluto da Giulio II la collezione di statue antiche trovava posto nella cornice vegetale del giardino. Sul modello rinascimentale, anche fra e Sei e Settecento, giardini, orti, cortili e vigne si popolarono di statue antiche – pezzi originali con ingenti restauri integrativi o copie – od iscrizioni, talvolta anche affiancate a opere moderne. Le antiche vestigia stavano a rappresentarvi le elevate inclinazioni del proprietario, ma servivano anche, esposte sullo sfondo della natura, a suscitare il senso dell’honesta voluptas, del piacere onorevole offerto a visitatori e amici mediante il sottile equilibrio fra meditazione intellettuale e gradevole contemplazione estetica. L’esposizione delle antichità – dei marmi eruditi, degli antiqua signa – o di esempi moderni della recuperata tradizione classica, inoltre, accentuava il prestigio sociale della famiglia, simboleggiandone la supremazia culturale e ponendosi quale elemento di richiamo e di risonanza mondana nell’ambito cittadino: a tale requisito rispondevano indubbiamente alcuni celebri giardini delle famiglie della buona società romana, come quello, fra i tanti, di proprietà del banchiere Jacopo Galli in cui era esposto il Bacco di Michelangelo, o quelli delle ville Carafa, Giulia e Medici, o, ancora, di Ciriaco Mattei o della villa Ludovisi Boncompagni 49.

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. Giacomo Lauro, Facciata di Palazzo Capponi, in Splendore dell’antica e moderna Roma, .

. Giacomo Lauro, Facciata di Palazzo Capponi, particolare della fontana del giardino posta in asse con il portale principale, in Splendore dell’antica e moderna Roma,  . Roma, Palazzo Capponi, fontana sul muro di fondo del giardino, particolare dell’affresco raffigurante la Vergine

Anche il giardino di Amerigo, sebbene in più modesta misura a confronto degli altri appena menzionati, doveva contenere qualche esemplare classico: lo scultore Francesco Caporale fu infatti pagato per restaurare un busto antico raffigurante una figura femminile “fatta di marmo e con l’adornamento dell’occhio di stucco, con il peduccio scrittovi Roma messa nel cortile sopra la porta del giardino della mia casa” 50, mentre un’altra testa antica si trovava nello stesso cortile verso la scala di destra 51; altri pezzi erano stati forse previsti, ma non vennero realizzati per tempo, come la testa dell’imperatore Adriano che avrebbe dovuto fondere in bronzo il maestro fonditore Frangucci e che però non fu mai portata a termine, come si evince dagli atti della controversia fra l’artigiano e gli eredi di Amerigo, risoltasi solo nel marzo del  52. L’impressione di continuità tra la struttura architettonica del palazzo e quella dell’annesso spazio messo a verde era inoltre ricercata, nel giardino Capponi, mediante decorazioni pittoriche di soggetto architettonico eseguite sia sulle pareti del cortile che sui muri del giardino, come suggerivano, anche in questo caso, i trattatisti dell’epoca: “anco notabil prerogativa di ben inteso Giardino, le Prospettive diverse, ch’empiano l’occhio, le quali, quando non siano offerte dalla Natura, dovransi procurare dalla forza di buon pennello” 53. Lì dove, infatti, lo spazio non consentiva di creare ampie e svariate architetture verdi era possibile sopperire con pitture prospettiche sulle pareti, così producendo l’effetto di una maggiore apertura; cosicché nel settembre del  un pittore detto nei documenti Mircurio Soldato “fu incaricato di restaurare e

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. Pianta del condotto dell’Acqua Vergine dal giardino Capodiferro a palazzo Capponi,  c., china e tempera su pergamena Roma, Archivio Capitolino

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. Roma, Palazzo Capponi, prospetto della terza fontana sul muro di fondo del giardino

rifare li pitturi di prospettiva alla Casa nella loggia del giardino”, nonché “pe dipignere la prospettiva sopra la fontana nel giardino incontro à la porta” 54. Una conferma ulteriore dell’esistenza di tali pitture almeno fino alla prima metà del XVIII secolo, e della loro continuativa manutenzione od integrazione, si trae da due documenti successivi, redatti in occasione di nuovi lavori di restauro del palazzo. Il primo, datato  ottobre , annota il pagamento al pittore Pietro Tosetti per “haver dipinto una prospettiva nel giardino del suo palazzo” 55; il secondo, dell’agosto , è intestato al pittore Annibale Rotati e riferito all’incarico di dipingere e restaurare parzialmente alcune preesistenti decorazioni architettoniche: “per havere fatto il disegno o spolvero per la prospettiva in Faccia al Cortile tutta antica” e “ritoccare in molti loci l’antico che è di fianco e fatte di porte finte”. Di queste opere oggi non rimane purtroppo che una figura della Vergine inscritta in un arco, dipinta a monocromo sul muro di fondo del giardino, in asse con la prospettiva centrale definita dai vialetti 56 (fig. ).

Le fontane e l’Acqua Vergine Elemento fondamentale, inoltre, di un giardino conforme al gusto dell’epoca era una fontana, preferibilmente collocata nel suo centro, che fosse “non solo d’ornamento notabile, ma etiando a gl’innaffiamenti delle Piante necessaria”, o in mancanza di essa, almeno la presenza di un pozzo, che garantisse l’approvvigionamento idrico 57. Il giardino dei Capponi, come già detto, era fornito di ben tre fontane: la più grande, e la prima a vedersi entrando nel palazzo, era una fontana antica e dovrebbe coincidere con quella che i documenti riferiscono comprata da Melchiorre Valerio. Essa si trovava “ritta nel cortile della casa della sua vigna sopra il Tevere, rincontro a Tor di Nona”, ed era formata da una tazza grande circolare (del diametro di circa un metro e mezzo) “di marmo di granito durissimo”, posta su una base di “marmo bigio mistio a balaustro” e sormontata da una seconda tazza più piccola “di marmo gentile bianco”; il  gennaio del  fu prelevata dalla proprietà del Valerio e trasportata “con due viaggi con due cavalli” al palazzo di Amerigo Capponi 58 (fig. ). La seconda fontana, apparentemente di minori dimensioni secondo la pianta del giardino conservata all’Archivio Capitolino, era analogamente composta da più vasche di marmo circolari sovrapposte, e fu installata nel suo sito nel giugno del : “una tazza grande di marmo bianco

con il tazzino et piedi a balaustra per la seconda fontana del mio giardino”; intorno ad essa erano stati costruiti “quattro muricciuoli murati nilli quattro angoli intorno” rivestiti con pietra di peperino per poter sedere e sostare nel giardino 59. La terza fontana, di minor rilievo, era posta a parete sul muro di fondo del giardino (fig. ). Esisteva, inoltre, una quarta piccola fontana collocata sulla facciata del palazzo, come documentano le incisioni del Lauro, formata da una vasca pensile a forma di conchiglia e completata da una lastra di marmo la cui iscrizione ricordava l’arrivo dell’acqua Vergine in casa Capponi per concessione di Paolo V, e che il munificente Amerigo aveva a sua volta voluto offrire al viandante: “per aver disegnato et intagliati nel Marmo dilla fontanina dilla mia casa nilla strada dove getta l’acqua nilla nicchia in tutto il distico et il mio nome et il Millesimo” 60 (figg. , , ). Per poter alimentare d’acqua le fontane del giardino e

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la stessa residenza, Amerigo aveva infatti provveduto a presentare istanza per la concessione di due once d’acqua dall’acquedotto dell’Acqua Vergine al pontefice Paolo V. I documenti sono al riguardo lacunosi, e della richiesta è conservata solo la minuta, di mano di Amerigo e priva di data. Si evince però, da altre annotazioni dello stesso Amerigo, che la concessione dell’acqua fu per una sola oncia, che i lavori delle condutture ebbero inizio nel gennaio del , e che dopo pochi mesi l’acqua zampillò finalmente dalle fontane: “Ricordo come addì  di maggio si cominciò a nettar le canne di piombo per il condotto della mia acqua nel giardino di Capo di Ferro. Et addì primo di giugno in giovedì la mattina venne l’acqua nel giardino della mia casa” 61. La concessione dell’acqua fu poi rinnovata agli eredi di Amerigo in data  novembre  62. I lavori per predisporre l’arrivo dell’acqua furono alquanto complessi, e sono documentati, oltre che nelle note di spesa, da una bellissima Pianta del condotto dell’Acqua Vergine per il palazzo Capponi, realizzata per l’occasione e oggi conservata presso l’Archivio Capitolino (fig. ). In una grande pergamena, di cm.  per , si vede riprodotto l’intero tracciato delle condutture: la congiuntura all’acquedotto di Trevi, che passava all’altezza dell’attuale Via del Muro Torto e attraversando ville e vigne scendeva fino alle spalle di Villa Medici, avvenne presso la derivazione del Giardino dei Capodiferro, posto nei pressi dell’odierna via Margutta. Qui fu posta una prima chiave di derivazione “per aprire et serrarla (...) per mettere nel condotto grande che viene a Roma con l’acqua vergine del Trevi”; sopra questa chiave fu apposta l’arma dei Capponi, gettata in metallo, come segno di riconoscimento. Da qui la conduttura attraversava via del Babuino, percorreva via Laurina, via del Vantaggio e giungeva all’ingresso del palazzo di Ripetta. All’interno del giardino l’acqua giungeva prima alla fontana più grande, poi a quella centrale e al muro di confine. I lavori di muratura e di scavo dalle strade al giardino furono svolti dai muratori “Mastro Giuliano Carabelli” e “Mastro Antonio Petraglia”, all’incirca dal febbraio ; “mastro Giovanni Bertacchini stagnaro” impiantò nei mesi seguenti “li canni di piombo per il condotto dell’acqua”, mentre “Francesco Beltrami ottonaro in Borgo” predispose le chiavi del circuito interno al giardini fra cui quella “che serve a dar acqua a zampilli”, e “mastro Dionigi scalpellino”, che aveva posto in opera le fontane, intervenne quando si trattò di congiungere la conduttura dell’acqua alle fontane 63. Aver portato l’acqua di Trevi a via di Ripetta ebbe bene-

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fiche conseguenze anche per altre residenze del quartiere, i cui proprietari domandarono negli anni successivi di potersi collegare al condotto di Palazzo Capponi. Degni di nota, a tal proposito, alcuni documenti riferiti a due celebri pittori dell’epoca residenti nella zona: il Cavalier d’Arpino, che aveva dimora in via del Corso – ove si trova oggi palazzo Rondinini –, ottenne il consenso da parte di Amerigo Capponi “per imboccar il ritorno dell’acqua della sua fontana che ha nel suo Palazzo al Popolo nel condotto”; e Carlo Procaccini, che aveva ottenuto analoga concessione dal figlio di Amerigo, Gino Angelo, si impegnò “a concorrere (...) nelle spese che potranno occorrere per servizio e mantenimenento” della suddetta conduttura 64.

Le vicende del palazzo fino alla fine del XVII secolo Dopo la morte di Amerigo Capponi il palazzo subì una fase di declino. Il figlio Gino Angelo, suo erede 65, sebbene avesse riservato per sé una parte del palazzo (tre camere dell’appartamento nobile) 66, forse non vi abitò mai stabilmente almeno fino al , come attestano le note sulle spese sostenute per le diverse residenze prese in locazione nel corso della sua vita: dal  al  egli abitò in una casa vicino alla Chiesa di S. Agostino, nel  risulta residente in una casa “ai Catinari”, dal  al  in una casa in piazza Fiammetta, ed infine, dal  al , in una “casa sul Corso vicino al Convento de’ monaci Camaldolesi padroni della medesima” 67. Il  maggio del , inoltre, Gino Angelo aveva già dato in locazione il palazzo all’ambasciatore di Malta 68, e fin dal , egli ebbe la chiara intenzione di vendere l’immobile, come si evince da alcune carte dell’archivio di famiglia. Nel novembre di quell’anno egli richiese al marchese Bernardino di Lodovico Capponi e al “nobile fiorentino” Ottavio di Giuliano di Girolamo Capponi, entrambi discendenti del ramo principale della famiglia, il consenso affinché fossero avviate le procedure per la dissoluzione del fedecommesso, finalizzata alla vendita del palazzo e delle attigue casette “per rinvestire il prezzo in altri stabili più fruttiferi, o in luoghi di Monti” 69. Ottenuto tale consenso, già il  febbraio del  Gino Angelo era in grado di firmare una prima scrittura privata concernente la vendita del palazzo – per la somma di diecimila scudi – con il prelato “D. Cornelio Hornegrario Presidente del Coll. o di San Norberto dell’ordine Premonstratense in Roma”, col “patto di liberarlo dal fidecomesso e dal canone di sc.” che si dovevano ai


padri di S. Agostino. Tra le carte d’archivio sono conservate anche alcune minute di mano di Gino Angelo, il quale per l’estinzione del canone si risolse ad offrire al Convento di S. Agostino la somma di  scudi 70. L’accordo evidentemente non ebbe seguito, poiché di lì a poco il palazzo risultava nuovamente affittato, questa volta a Giovanni Filippo Pallavicini 71, e nel  fu dato in locazione per una parte all’abate Giovanni Domenico Orsi, e per un’altra al Duca Sforza 72. Nel frattempo il costante proposito di vendere o permutare l’immobile spinse Gino Angelo a prendere accordi con un altro possibile acquirente, monsignor Brunengo, definendo ancora una volta il prezzo in diecimila scudi, ma avvertendo “che lo darebbe anche per ottomila, e forse anche per meno” 73. Negli anni in cui il palazzo fu sotto la gestione di Gino Angelo esso non subì nuovi lavori di particolare rilievo. Nei primi tempi la maggior parte delle uscite riguardarono saldi di lavori intrapresi al tempo di Amerigo e portati a termine dopo la sua morte: ad esempio, al vetraio Aldigieri per le finestre il  giugno  74; allo stuccatore Giovan Domenico per alcune dorature il  febbraio  75 ; per una serie di lavori in travertino, in particolare soglie di porte e finestre, saldati all’architetto Giovan Paolo Ferreri il  agosto del  76. Negli anni successivi furono eseguiti numerosi lavori, svolti da maestranze diverse, ma tutti di ordinaria manutenzione sia del palazzo che delle casette e della Vigna fuori porta del Popolo: alcune riparazioni ai vetri delle finestre effettuate dall’artigiano Paris Ballano 77; costanti lavori di pulizia delle cantine, resi necessari anche dalle frequenti inondazioni del Tevere 78 e di manutenzione delle grondaie e delle condutture dell’acqua sia del palazzo che delle fontane del giardino, compiuti dagl’idraulici Giovanni Gimini e Francesco Nanni 79; riparazioni e parziali rifacimenti di parti del tetto e della “selciata” del cortile interno nonché della strada antistante il palazzo; piccoli interventi di muratura eseguiti dai muratori Stefano Frigia e Paolo Lovisone in varie stanze del palazzo, così come nella cucina, nel cortile e nelle stalle 80. L’unico lavoro di un certo rilievo potrebbe esser quello documentato da due ricevute in cui si fa riferimento alla realizzazione di un muro “che tiene la scala nuova “ e all’acquisto e posa in opera di cinquanta scalini di peperino in data  marzo  81. Malgrado i tentativi messi in atto nei primi tempi da Gino Angelo per liberarsi del palazzo, questo non solo non fu mai venduto, ma è possibile che lo stesso proprietario avesse col tempo avesse mutato opinione al riguardo e vi sia tornato ad abitare negli ultimi anni della sua vita,

come si potrebbe forse supporre in base ad una ricevuta per lavori di manutenzione della strada antistante il palazzo del luglio , in cui si specifica: “dove abita il sig. Igino Capponi” 82. Un inventario “delli mobili, argenti, ed altro, che si è trovato alla morte del marchese Gino Angelo Capponi” 83, redatto il  gennaio , documenta la presenza di beni di proprietà del defunto presso il palazzo, anche se come residenti vengono menzionati esplicitamente soltanto la “Sig.ra Lucrezia” e il “sig. Comendatore”, da identificarsi con ogni probabilità con la figlia Lucrezia e il consorte Giovan Pietro Testa. Con la scomparsa di Gino Angelo il palazzo di via di Ripetta passò in eredità al figlio primogenito Francesco Ferdinando. Questi, dopo aver rivestito le cariche di Priore dei Caporioni nel  e di Conservatore della Camera Capitolina nel , aveva, nel , sposato Ottavia di Francesco Giustiniani di Pesaro, dama della regina Cristina di Svezia, la quale le aveva munificamente assegnato una dote di ottomila scudi 84. Da quel momento la sovrana ebbe un’attenzione particolare verso Francesco Ferdinando e i suoi congiunti: il  ottobre del  Cristina lo nominò Gentiluomo di camera e il  marzo del  dispensò il pagamento di  scudi a favore del figlio del marchese, Alessandro Gregorio, da lei tenuto a battesimo 85. Una notizia del  lascia supporre, inoltre, che la famiglia abbia abitato, in un primo momento, forse fino alla morte di Cristina di Svezia (), presso il palazzo in Trastevere dove la stessa regina aveva eletto la propria residenza (palazzo Riario a via della Lungara, in seguito dei Corsini), come sembrerebbe attestato da una ricevuta di pagamento al pittore Pietro Tosetti per “soffitti dipinti et altri lavori nell’appartamento del marchese Ferdinando Capponi nel palazzo della Regina di Svezia” 86. Anche questi anni non sono caratterizzati che da minuti e costanti lavori di manutenzione per le condutture dell’acqua e del tetto, per il rifacimento della pavimentazione della strada, o per altri piccoli interventi di muratura, come già evidenziato per il periodo precedente 87. È soltanto a partire dal dicembre , quando si rintraccia una ricevuta di pagamento per “due tavolini di pietra mischia da farsi (...) per servitio del Palazzo di Ripetta” 88, a cui ne seguono altre dello stesso tenore fra il  e il  89, che si iniziano a registrare delle spese che, per tipologia (doratura di mobili e di cornici), lascerebbero presumere un prossimo trasferimento del marchese e della sua famiglia nella residenza avita. Nel , le uscite per la sistemazione del palazzo subiscono un ulteriore incremento in coincidenza con un più radicale rinnovo degli

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ambienti del palazzo. In quell’anno furono effettuati pagamenti al falegname Domenico Baronci che, oltre a restaurare porte, finestre e la scala a chiocciola, eseguì nella sala grande del piano nobile un soffitto ligneo “con n. rose sverzate e poi stucate su tutto dove era di bisogno acciò che il pittore potesse dipingere” 90; il pittore Pietro Tosetti avviò la doratura e la pittura del soffitto nobile, nonché le decorazioni dei parapetti, nell’ottobre del  91, mentre nel  dipinse, come già detto, delle “prospettive” nel giardino del palazzo 92. Tra il maggio e l’ottobre del  si susseguirono le commissioni per l’intagliatore di mobili Pietro Antonio Pellegrino, il corniciaio “Giovan Battista Intagliatore”, il doratore di cornici Antonio Maria Novelli, il restauratore Gregorio Pier Antonio, l’ebanista Giovanni Falgher, il marmista Giovan Battista Orta e l’orologiaio Giovanni Maria Chiari “alli coronari”, che dovevano servire ad approntare un elegante mobilio rispondente al gusto tardo barocco: tavolini e consolle intagliati e dorati con fogliami, fiori e putti, una tavola in “diaspro di Sicilia” o “pietra mischia”, cornici di varie dimensioni sia nere che dorate, una specchiera con cornice intagliata “con fogliami con girasoli e fronde messe tutte intorno in oro fino imbronito” 93. Busti e statue, copie od originali antichi, furono trasportati al palazzo dal facchino Giuseppe Bonifatij il  luglio  per completare l’arredo delle sale nobili 94. L’ultimo intervento nel palazzo, al cadere del secolo – tra il  e il  –, fu diretto a ristrutturare, con opere di muratore, falegname e imbianchino, la casa contigua al palazzo “dove abita il Sigr Tarquinio” per destinarla al giovane figlio del marchese 95, Alessandro Gregorio, il quale, diversamente dai suoi ascendenti, manterrà stabilmente la propria dimora nel palazzo di Ripetta arricchendolo, nel tempo, di una cospicua biblioteca e preziosa collezione d’arte e di antichità.

Mecenatismo e collezionismo della famiglia Capponi a Roma nel XVII secolo La consistenza dei lavori promossi nel palazzo di via di Ripetta e nella villa suburbana, e le importanti opere fatte eseguire nella Cappella di S. Giovanni dei Fiorentini – le uniche, di quelle volute dai Capponi, ad essersi conservate intatte fino ai nostri giorni – offrono lo spunto per svolgere alcune brevi considerazioni sul mecenatismo di alcuni componenti della famiglia (segnatamente Amerigo, monsignor Orazio, Gino Angelo e Francesco Ferdinando)

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e di metterne in più chiara luce gli interessi culturali, sulla base dei dati ricavabili dalle carte d’archivio e nel quadro del più ampio contesto delle committenze private e del collezionismo nella Roma del XVII secolo. Figura di rilievo fu quella di monsignor Orazio, al quale è certamente da attribuire la decisione di acquisire una cappella nella Chiesa in cui solevano radunarsi i Fiorentini di Roma 96. Dai documenti si evince che il prelato volle curare direttamente i rapporti con gli artisti incaricati, prendendo i primi accordi con lo scalpellino Tullio Solari, con lo stuccatore e soprattutto con il pittore Astolfo Petrazzi. La committenza al Petrazzi appare, fra le altre, quella meno vincolata nel contenuto e al risultato, non risentendo delle condizioni poste dall’architetto che sovrintendeva ai lavori, e può per tale ragione ritenersi più delle altre rivelatrice del gusto artistico del monsignore. La scelta del Petrazzi, pittore di origine senese recatosi a Roma per aggiornarsi – com’era consuetudine da tempo invalsa presso gli artisti – sui nuovi orientamenti pittorici che si delineavano nell’ambito della corte pontificia, pare indicativa della volontà del committente di volgersi ad un contesto culturale noto e, per il credito acquisito dal pittore presso i conterranei, anche prossimo alle origini familiari. Il Petrazzi si era infatti formato alla scuola di ambito senese dell’ultimo quarto del Cinquecento, epigono di Francesco Vanni e di Ventura Salimbeni, per avvicinarsi poi alla pittura riformata fiorentina, nella quale era forte la spinta a superare l’accademismo della tarda maniera perseguendo la “via al naturale”. Tale ricerca di un nuovo equilibrio, fra regole codificate dell’arte pittorica ed osservazione diretta della natura, si coglie nell’opera eseguita per monsignor Capponi e destinata alla Cappella – una Santa Maddalena in gloria –, ed è ancor più chiaramente enunciata nei propositi metodologici espressi dall’artista al momento di assumere l’incarico: “la qual pittura io prometto (...) farci tutti li studi che possino giovare e che sieno necessari conforme all’arte e vedere quanto sarà necessario dal Naturale”. La ricerca del “naturale”, appunto, più che del “vero caravaggesco” certamente conosciuto dall’artista durante il soggiorno romano, ma che non pare aver lasciato traccia nelle opere romane né in quelle eseguite al suo ritorno a Siena 97, è fortemente indicativa di una maggiore propensione del Petrazzi, nella Roma degli anni Trenta, per la pittura di indirizzo classicistico della scuola bolognese – dei Carracci, del Domenichino, di Guido Reni – piuttosto che per la corrente realista avviata dal Caravaggio; verso una rappresentazione idealizzata della Natura, e all’occorrenza


emendata dall’artista, anziché verso raffigurazioni veriste ispirate ad una cruda oggettività. La concezione artistica del Petrazzi non è dunque foriera di posizioni rivoluzionarie, bensì esprime il tentativo di conseguire un personale rinnovamento, attraverso l’opzione per un ponderato classicismo, bilanciato fra la tradizione e la rappresentazione del naturale; come già precedenti studi hanno messo in luce, il Petrazzi si presenta, sotto questo profilo, come un artista né precoce né innovativo, ma come un pittore provinciale aggiornato, in grado di soddisfare richieste formulate sulla base di un gusto a quel tempo meno ricercato ed esigente 98. L’indole artistica del pittore concorre dunque a lumeggiare le inclinazioni culturali di monsignor Orazio, rivolte a sostenere non tanto artisti d’avanguardia, quanto artisti di accreditata formazione toscana, aperti alle innovazioni eppure capaci di coniugarle con la tradizione ed orientati verso un equilibrato classicismo, secondo un modello di mecenatismo che non debordava da una cornice ufficiale e convenzionale, ancora privo di uno spiccato interesse o di un’autonoma e matura sensibilità artistica del committente. Tali caratteri trovano riscontro nella raccolta privata del prelato, quale è possibile ricostruire attraverso i documenti. Come si apprende da un inventario “di diverse robbe, parati, abiti, biancaria, Stagni ed altro” redatto al momento della sua morte, Orazio possedeva infatti una piccola raccolta di dipinti – ventiquattro in tutto –, che si possono immaginare esposti nelle stanze del palazzo a piazza Sciarra, di proprietà di Flaminia Colonna Principessa di Bozzolo, dove Orazio ebbe dimora negli ultimi anni 99. Oltre ad essere di consistenza alquanto esigua a paragone di coeve collezioni di ecclesiastici, la raccolta non pare contenesse dipinti di cospicuo valore, se la mancanza nell’inventario di indicazioni sul nome degli autori può farsi dipendere non dal carente criterio di redazione, ma dal trascurabile valore artistico ed economico dei dipinti: i quali, nell’insieme, compongono la raccolta privata di un ecclesiastico di buon rango, radicato nella Città – ne è indice una Città di Roma riprodotta in incisione – e nella Curia, come attestano i numerosi ritratti di papi ed uomini di Chiesa, senza lasciar trapelare uno specifico orientamento artistico, di pittori o scuole. La collezione pare piuttosto rispondere ad una prevalente finalità decorativa e di arredamento, poiché i dipinti che ne fanno parte sono di soggetto religioso (una Pietà, una S. Barbara della Traspontina, “una donna ed un Agnellino a canto e sue cornice”, probabilmente un’immagine di S. Agnese, e un S. Carlo) e, in maggior misura, ritratti, di

famigliari e ancor più di personalità legate alla vita e alla carriera ecclesiatica di monsignor Orazio (come Pietro Strozzi, il Cardinal Cesi, il Cardinal Aldobrandini, il Cardinal Bellarmino, il granduca Cosimo II e l’arciduchessa sua moglie). Oltre che a finalità decorative, i quadri di tal genere, che secondo l’uso degli allestimenti seicenteschi dovevano essere probabilmente esposti in una Camera d’udienza, assolvevano anche ad una funzione celebrativa del proprietario: “Le pitture di attioni civili et politiche, siano di pace o di guerra, si devono mettere nelle sale et camere dove è il passaggio de’ forestieri et di quelli che vogliono negoziare et haver udienza; ... così anco i ritratti di personaggi illustri o di pace o di guerra o di contemplazione, così i ritratti di pontefici, cardinali, imperatori, re et altri prencipi si devono mettere in questi luoghi dov’è lecito venir ad ognuno, dove ancora si possono mettere l’imprese, gl’emblemi e simil pitture” 100. A queste opere si aggiungevano – come è riportato nell’inventario – un dipinto con “più donne nude”, probabilmente di tema mitologico o allegorico, e cinque dipinti di paesaggio, due di grandi dimensioni “a guazzo”, ed altri di minori dimensioni raffiguranti “paesi”, con scene di caccia o di vita quotidiana, forse di matrice fiamminga o di genere prossimo alla pittura di paesaggio che verso la fine del Cinquecento, con l’affermazione dell’aristocrazia fondiaria ed il revival neomedioevale, privilegiò i temi cortesi legati alle occupazioni del nobile in villa: “un paese ed la caccia del Orso senza cornice” o “un paese dove si mangia a tavola senza cornice” 101. I documenti d’archivio danno notizia di due ulteriori committenze artistiche di Orazio: la prima (del  luglio ) a Giovanni Matteo, il quale avrebbe dovuto stampare una figura di S. Carlo “fatto intagliare dal Greuter” 102, e la seconda al pittore aquilano Francesco Setti, lo stesso artista che fra il  e il  eseguì alcune pitture, non ben definite nei documenti, per la facciata del palazzo di via di Ripetta 103; l’incarico riguardava un dipinto su tavola “d’albuccio” che avrebbe dovuto raffigurare S. Carlo, forse lo stesso menzionato nell’inventario del . Il lavoro del Setti si svolse presso l’abitazione di monsignor Orazio tra il giugno e l’agosto del , con documentate spese per la tavola e per i colori, e si concluse dopo una causa intentata dal vescovo contro l’artista: quest’ultimo, infatti, ritenendo che il committente non apprezzasse abbastanza la sua opera – come in effetti ebbe a dichiarare il monsignore nel corso della causa – aveva deciso, dopo aver completato il quadro ed essere stato pagato quasi per l’intero prezzo, di lasciare la casa del prelato

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portandosi via “con astuzia” il dipinto 104; gli atti di causa – conclusasi con l’inevitabile condanna dell’artista a restituire il quadro ad Orazio – aprono un vivido spiraglio sui peculiari rapporti che potevano crearsi fra committente ed esecutore. Analoghe considerazioni possono farsi sugli interessi artistici e sul collezionismo di Amerigo Capponi, anche perché i due fratelli, forse più spesso di quanto non risulti espressamente dai documenti, si affidarono agli stessi artisti o comunque ad esecutori appartenenti ad un medesimo entourage, come nel caso del pittore Francesco Setti. Se, da un lato, la scarsa notorietà degli artisti di cui Amerigo si avvalse per i lavori del palazzo di Ripetta non consente di ricostruire appieno i suoi interessi in questo ambito, d’altro lato le opere realizzate per suo conto, siano esse le sculture del Caporale o la stessa architettura del palazzo rinnovato ed ampliato, rivelano un gusto aderente ad una produzione artistica di stampo tradizionale, nella quale persistono tratti del manierismo tardo cinquecentesco, o ad un classicismo tanto equilibrato quanto convenzionale, come nel caso dell’allestimento del giardino del palazzo di Ripetta e delle sculture fatte eseguire per la palazzina della villa suburbana. Anche la sua raccolta di dipinti, documentata nell’Inventario delli Beni e mobili lasciati dalla bo. Me. d’Amerigo Capponi 105, non suggerisce notazioni diverse da quelle fin qui svolte. Lievemente più cospicua di quella del fratello, la collezione di Amerigo consisteva di trentatre opere, tra cui un “Crocifisso di bosso con la Croce d’ebano”, un “Salvatore di marmo bassorilievo in Campo rosso” e una allegorica “Roma di gesso con lo sgabello alto bianco e nero”. Come Orazio, anche Amerigo possedeva una stampa di Roma di mano del Greuter, qualche ritratto dei figli ed alcuni ritratti di “rappresentanza”, come quelli dei papi toscani Leone X e Clemente VIII e del cardinale Luigi d’Este, ai quali era legato, nonché di Paolo V Borghese, sotto il cui pontificato aveva ricoperto, come si sa, la carica di Vice Castellano di Castel S. Angelo. Il legame con Castel S. Angelo era ribadito dalla presenza nella raccolta di un “San Michele Arcangelo di Castello grande in tela”, di un secondo dipinto più piccolo di analogo soggetto “con la cornice di pero” e di un “Disegno dell’Angelo di Castello”. Per la parte restante i dipinti erano perlopiù di soggetto religioso: “una Maddalena con la cornice nera, una Madonna con l’ornamento dorato, una Santa Barbara”, una Sacra Famiglia con S. Giovanni, “un’altra Maddalena piccola, un S. Francesco della medesima grandezza, un Carlo, un Giudicio (...) con cornice nera, una

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Madonna piccola di Loreto con la cornice nera”. I quadri di questo genere dovevano, secondo i criteri d’uso nei palazzi nobili del XVII secolo, essere in parte distribuiti nelle camere da letto (“Quelle di Christo, della Vergine, dei Santi, et insomma le sacre si metteranno per l’anticamera e camera ove si dorme, et a capo il letto le miniature e quadri piccoli di nobil ornamento” 106) e in parte esposti in altri ambienti, come le camere d’udienza, insieme ai ritratti dei pontefici, dei cardinali e dei regnanti. Due ulteriori inventari redatti in anni successivi, rispettivamente per Gino Angelo nel  e per il figlio Francesco Ferdinando nel , consentono di cogliere un’evoluzione nel collezionismo della famiglia, maturata probabilmente nella seconda metà del Seicento. Se la raccolta di Gino Angelo appare di poco più cospicua di quella del padre Amerigo e da questa non dissimile per la tipologia dei generi, essa pare meritare una più attenta considerazione nei documenti, in quanto i dipinti che ne fanno parte, benché privi di attribuzione, vi vengono indicati di “bona mano”, così lasciando trasparire un maggior riguardo al loro valore artistico. Inoltre, accanto ai consueti dipinti di soggetto religioso e ai ritratti “ufficiali” 107, figurano nella collezione undici “quadri de fiori con cornice ordinaria” di chiara funzione decorativa, che rivelano, assieme ad alcuni arazzi con soggetti di “boscaglia” e ai “ paesi delle stagioni copia del Bassano” descritti in un precedente inventario 108, un più spiccato interesse per la pittura di soggetto naturale, sia di genere che legata alla tradizione veneta. La consistenza della raccolta, le sue finalità e i criteri di allestimento di questa nel palazzo di via di Ripetta assumono una più nitida configurazione nei documenti relativi a Francesco Ferdinando. L’entità della sua quadreria si ricava da un inventario di mobili e arredi da questo inviati a Firenze in occasione di un suo trasferimento in quella città nel , dove soggiornò fino al . Gli oggetti, imballati in casse, vennero spediti a Livorno dopo essere stati caricati al Porto fluviale di Ripa sulla “Madonna del Carmine”, “Barca di Patro Valerij”, il  settembre : del carico fanno parte “ quadri tra grandi e piccoli”. Un secondo elenco di oggetti , datato ° agosto , che dovevano invece compiere il percorso inverso ed essere inviati a Roma, comprende anch’esso quadri di varie dimensioni, cornici e qualche arazzo, in quantità non ben specificata ma certamente cospicua a giudicare dalla descrizione: cinque balle “di quadri con cornice dorate”, “due credenzoni pieni di quadri”, “altra balletta di carte geografiche, cinque grandi e dieci piccole”. In entrambi


gli elenchi non si fa cenno né agli autori né al tipo di quadri, ma il considerevole numero e il premio assicurativo dell’intero trasporto, pari a ben . scudi, fanno agevolmente supporre una collezione d’arte di considerevole valore 109. Un indizio sulla tipologia di opere e sugli autori che dovevano figurare nella raccolta del marchese Francesco Ferdinando è forse ricavabile dalla descrizione dell’appartamento nobile del primo piano redatta nel marzo , in occasione della sua locazione a monsignor Rinaldo degli Albizzi per il periodo in cui il marchese soggiornò nello Stato fiorentino 110, sebbene la maggior parte dei dipinti, come sappiamo, fosse stata trasferita al seguito del proprietario. Nell’appartamento lasciato all’Albizzi, composto da sei camere (“sala dei servitori, seconda anticamera grande, terza camera, terza camera interiore, quarta camera, quinta camera e libraria”), erano rimasti circa trentacinque dipinti, tutti esposti nella terza camera presumibilmente destinata a quadreria, ad eccezione di una Pietà, considerata opera del Caravaggio, che si trovava, invece, nella quinta camera, impiegata forse come camera da letto, situata nella parte più riservata del palazzo, alla fine di una serie di stanze e vicina alla biblioteca. In questa stanza erano esposti prevalentemente dipinti di soggetto naturale: “boscareccie” di grandi dimensioni con figure e animali attribuite a “Monsù Rosa”, meglio noto come Rosa da Tivoli, a Gaspard Dughet e in altri casi definite, più genericamente, di maniera fiamminga; alcuni quadri raffiguranti “fiori” o “vasi di fiori” ritenuti di “Mario”, da identificarsi con buona probabilità con il pittore Mario Nuzzi specializzato in soggetti floreali; due dipinti con allegorie delle stagioni, la “Primavera” e l’“Estate”, attribuite al “Buccarelli”. A questi si univano alcuni dipinti di soggetto religioso, fra cui due grandi tele che raffiguravano la “Cena di Canna Gallelea” e la “Cena del Salvatore”, quest’ultima ritenuta opera del Lanfranco, un “Sacrificio d’Abramo” di Pietro da Cortona, una “S. Caterina d’Alessandria” del Guercino, un “S. Stefano lapidato” e la “conversione di S. Paolo” entrambi di mano di Giacinto Gimignani. Date le dimensioni della sala e quelle dei dipinti si può senz’altro ipotizzare un allestimento “a incrostazione”, tale cioè da ricoprire interamente le pareti, secondo il criterio prevalente nelle gallerie barocche: i quadri maggiori occupavano la parte centrale della parete, mentre i restanti dipinti si disponevano, senza cesure spaziali, incolonnati ai lati, con giochi di simmetria basati, di norma, sul formato dei quadri e sulla corrispondenza visiva tra quadri di dimensioni o soggetti

analoghi tra una parete e l’altra. L’assenza – a quanto risulta dalla sommaria descrizione – di un ordinamento delle opere per tipologia – scultura e pittura – o per temi – religiosi, mitologici, storici, di genere –, induce ad immaginare una collezione con i caratteri propri dell’estetica barocca, alla cui stregua l’allestimento dei dipinti si fondeva armonicamente con quello dell’arredamento: parati e portiere in “velluto verde” o “damasco verde e bianco”, tavoli e console intagliati e dorati inframmezzati da “busti di pietra marmo con panneggiature di marmo diversi con suoi piedistalli”, “studioli in tartaruga finta con ornamenti di metallo dorato con due colonne di tartaruga”, e “tavolini d’ebano” con sopra piccole statue rappresentanti “un Nettuno con il tridente et un cavallo marino” o “una Venere con amorini e putti” 111. Un allestimento siffatto, fastoso e scenografico, sottendeva funzioni decorative e celebrative, miranti ad esaltare il prestigio del proprietario e della sua casata.

NOTE 1 Sulla biografia di Gino e Niccolò Capponi si veda MALLET M., 1976, pp. 26-29; 79-83. 2 Per le notizie sulla vita di Neri Capponi v. MALLET M., 1976, pp. 70-74. 3 Per la biografia di Piero Capponi si veda, ancora, MALLET M., 1976, pp. 88-92. La consapevolezza dell’importanza della propria famiglia nella storia cittadina è aspetto che emerge nella decorazione del palazzo Capponi di Firenze voluta da Ludovico Capponi (1533-1601) e fatta eseguire da Bernardino Poccetti fra il 1583 e il 1589. In tema può vedersi lo studio di VASETTI S., 2001, pp. 61-141. 4 Per la biografia di Gino di Neri Capponi si veda MALLET M., 1976, pp.29-31. Rilevante, per la fortuna finanziaria della famiglia, l’attività di Francesco di cui è data ricostruzione in MALANIMA P., 1976, pp. 22-25. 5 LITTA P., 1819-1899, fasc.165, tav. XVII. 6 La notizia è riportata sia in LITTA P., 1819-1899, fasc.165, tav. XVII, che in AMAYDEN T., 1979, pp. 264-265. 7 BAV, Ms. Capp. 294, c.113. 8 Ibidem 9 La notizia è tratta da BERTI A.P. - GIORNI D., 1747, p. VI. 10 AMAYDEN T., 1979, pp.264-265 11 Sulla biografia di Orazio Capponi si veda L ITTA P., 1819-1899, fasc.165, tav. XVIII e BARBICHE B. - AGOSTINI F., 1976, pp. 86-87. 12 Testamento di Amerigo Capponi, in ASR, Notai del Vicario, notaio Michelangelo Cesi, Uff.33, III parte, 1619, c.929 . Non è forse secondario aggiungere, ai fini del felice inserimento di Amerigo presso la Curia romana, che in questi anni Niccolò di Piero e Francesco Capponi, appartenenti ad un altro ramo della famiglia, sono menzionati in altri studi come banchieri di fiducia di Clemente VIII. Sull’argomento cfr. PASTOR (VON) L., 1929, p. 729; BELLONI C., 1951. 13 CASTIGLIONE G., 1599, pp. 73 ss. 14 Per la biografia di Amerigo Capponi si veda anche FRANCESCHINI M., 1997, pp. 61-62. 15 Testamento di Amerigo Capponi, in ASR, Notai del Vicario, notaio Michelangelo Cesi, Uff. 33, 1619, parte III, c. 950.

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16 Vendita di un Palazzo con casetta (...), in AC, Archivio Cardellli, Div. I, T. 70, f. 7; v. anche ASR, Notai del Vicario, notaio Michelangelo Cesi, Uff. 33, I parte, 30 marzo 1615. 17 Breve o sia commissione papale al Cardinal Vicario per la deroga del fidecommesso (25 gennaio 1615), in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.70, f.7, lettera C. 18 Testamento di Amerigo Capponi in ASR Notai del Vicario, notaio Michelangelo Cesi, Uff. 33, 1619, III parte, c. 950v. 19 AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 70, f. 13, 34. 20 Tale normativa, in gran parte vigente dall’epoca del pontificato di Sisto IV, era stata di recente rinnovata dalla bolla Aedificiis et Iure congrui, ac jurisdictione, et facultatibus S. R. E. Camerarii, et Magistrorum Viarum Urbis emanata da Gregorio XIII il 1° ottobre 1574. Sull’argomento si veda SCAVIZZI C.P., 1969, pp. 161, 168. 21 Conti delle Case cioè p.a compra e spesa per la Fabbrica, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 70, f. 6. 22 Conti delle Case, cit., in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 70, f. 6, c. 18 23 Conti delle Case, cit., in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 70, f. 6, cc. 19, 21, 23, 47. 24 Dopo Roma, una delle principali fornitrici di calce da costruzione era all’epoca Tivoli, dove veniva ricavata da rocce sedimentarie. In tema si veda, diffusamente, CORTESI A., 2002, p. 119. 25 Conti delle Case, cit., in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.70, f.6, c. 26. 26 Ibidem 27 Conti delle Case, cit., in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.70, f.6, c. 28. 28 Conti delle Case, cit., in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.70, f.6, c. 27. 29 Conti delle Case, cit., in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.70, f.6, c. 30. 30 Conti delle Case, cit., in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.70, f.6, cc. 32, 33, 57. 31 Conti delle Case, cit., in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.70, f.6, cc. 39, 67. 32 Lo scultore è documentato fra il 1606 e il 1608 nel cantiere della Cappella Paolina in S. Maria Maggiore. Nel 1608 gli venne commissionato da Paolo V il busto in marmi policromi dell’ambasciatore del Congo Antonio il Nigrita; nello stesso anno se ne dà notizia come assistente di Stefano Maderno con il quale esegue le statue in travertino di Sant’Epafra e S. Mattia. Nel 1611 sono documentati dei pagamenti, con stima di Flaminio Ponzio, per la realizzazione di due putti con delfini in marmo per una fontana collocata ai piedi delle scale dell’appartamento nuovo nel palazzo pontificio di Monte Cavallo. Cfr. THIEME-BECKER, 1907-1950, vol. V, p. 544; PAMPALONE A., 1975, pp. 671-672; CORBO A.M. - POMPONI M., 1995, pp. 35, 41, 63, 147, 161, 174. 33 I pagamenti per le sculture del Caporale sono riportati in Conti delle Case, cit., in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.70, f.6, cc. 22, 23, 45, 52. 34 Pianta del condotto dell’Acqua Vergine dal Giardino Capodiferro al Palazzo Capponi, 1615-1619 circa, in AC, Archivio Cardelli, Cassettiera. 35 Conti delle Case, op. cit., in AC, Archivio Cardelli Div. I, T.70, f.6, c. 52. 36 Lauro G., Facciata del Palazzo Capponi, 1618, in BENOCCI C., 1995, p. 7. 37 Palazzo della famiglia di Capponi e Porta vinea nobilis familiae Capponae, in G.B. DE ROSSI, 1638, frontespizio e tav. 44. 38 LAURO G., Roma 1641, tav. 148. 39 Conti delle Case, op. cit., in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.70, f.6, pp. 33; 55; 56; 88. 40 Conti delle Case, cit., in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.70, f.6, cc. 46, 50, 56, 74-76, 89. 41 Pianta del condotto dell’Acqua Vergine, cit., in AC, Archivio Cardelli, Cassettiera. 42 G.B. FALDA, 1676, tav. I. 43 Inventario antico, cit., in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.70, f.18. 44 FARIELLO F., Roma 1967, p. 74. 45 SCAMOZZI V., (1615), 1982, vol. I, p. 327. 46 SCAMOZZI V., op. loc. cit.; PONA F., (1622), riportato in AZZI VISENTINI M., 1992, pp. 83-90.

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SCAMOZZI V., (1615) 1982, vol. I, p. 325; PONA F., op. loc. cit. PONA F., op. loc. cit. 49 Sull’allestimento all’aperto delle opere antiche fra XV e XVII secolo si veda DE BENEDICTIS C., 1991, pp. 45-55; FRANZONI C., 1984, vol. I, pp. 301-360. 50 Questi lavori sono menzionati nell’elenco delle spese alle date del 16 maggio e 10 luglio 1617, in Conti delle Case, cit., in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.70, f.6 , c. 59. 51 Inventario antico del palazzo Capponi, sportelli, statue, chiavi ed altro in tempo d’Amerigo quando l’affittò all’arcidiacono di Toledo, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.70, f.18. 52 AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.70, f.18; e Lite e concordia di gino Angelo Capponi con maestro Franguccio Frangucci ottonaro, ò sia Fonditore de Metalli (...), in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.58, f.18 53 PONA F., op. loc. cit. Poche sono le notizie fin qui note sulle pitture dei giardini: oltre al trattato di F. Pona, si veda anche quello di A. GALLO, Le venti giornate della villa, seconda metà del XVI secolo, in POZZANA M., 1989, p. 17: “Ed i muri che cingono il giardino possano essere dipinti con ragione e nel muro ‘habbia una ben fatta porticella con la sua cappelletta ben dipinta all’incontro, che corrisponde in capo per prospettiva, nella quale si possa stare a leggere, a cantare, a suonare, a ragionare e a mangiare con gli amici”. Sullo stesso argomento si vedano anche, di Batty Langley, i New Principles of gardening pubblicati a Londra nel 1728 e riportati in AZZI VISENTINI M., 1992, p. 89, n. 6. 54 Conti delle Case, cit., in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.70, f.6 , cc. 75-76. 55 AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.74, f.8, c.8. 56 Conto delli Lavori fatti di Pittura nel Palazzo dell’Ill.mo Sig.re Marchese Capponi fatti da Annibale Rotati, in AC, Archivio Cardelli, Filze dei pagamenti, vol. 94, n. 87. 57 PONA F., op. loc. cit. 58 Conti delle Case, cit., in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.70, f.6 , c. 58. 59 Conti delle Case, cit., in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.70, f.6 , c. 65. 60 Si tratta del pagamento del 18 dicembre 1617 “a mastro Cesare Dominichi, alias battiloro romano”, in Conti delle Case, cit., in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.70, f.6, c. 83. 61 Conti delle Case, cit., in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.70, f.6, c. 66. 62 Conti delle Case, cit., in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.70, f.36-37. 63 Conti delle Case, cit., in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.70, f.6, cc. 58; 66; 72; 80; 81. 64 Obligo del Cav. Gios.e Cesare d’Arpino à favore di Gino Angelo Capponi per l’imbocco del ritorno dell’acqua, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.70, f.39; Obligo di Carlo Procaccini à favore di Gino Angelo Capponi per l’imbocco concessogli, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.70, f.41. 65 Gino Angelo, primogenito di Amerigo, presi i primi ordini sacri nel 1619, ottenne l’assegnamento di una pensione ecclesiastica di 60 ducati d’oro annui, che continuò a godere anche dopo il secondo matrimonio con Anna Maria Millini avvenuto nel 1636 (in prime nozze, nel 1627, aveva sposato Anna Mignanelli). Da Urbano VIII ottenne per sé e per i suoi discendenti il titolo meramente onorifico di marchese di Pescia nell’Umbria; e per decreto del senato romano fu ammesso al grado di patrizio della Città dove la sua famiglia aveva fissato il domicilio. Nel 1643 fu nominato conservatore della Camera Capitolina, e Caporione nel 1646 e nel 1656. Gino Angelo ebbe fama di valente musicista, come attestano anche numerose spese per strumenti musicali e la presenza di “due cimbali uno grande l’altro piccolo” e di “un organo con sua cassa di legno dipinta di valore” nel suo palazzo di Ripetta. Morì il 30 gennaio del 1688 e fu sepolto nella Cappella gentilizia in S. Giovanni dei Fiorentini. Cfr. Inventario delli mobili, argenti, ed altro che si è trovato alla morte del marchese Gino Angelo Capponi nel suo Palazzo al Popolo che seguì li 30 gennaro 1688, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, t.61, f.40; FRANCESCHINI M., 1997, p. 62; LITTA P., 1819-1899, tav. XVIII. 66 Inventario delle robbe, che si mandano nelle tre stanze riservate nella 47 48


Casa del S.r Gino Angelo Capponi affittata al S.r Ambasciatore di Malta, e posta a Ripetta, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.61, f.7. 67 Dal 1624 al 1654. Locazioni, Conti e ricevute delle piggioni pagate da Gino Angelo Capponi per varie Case da lui abitate in Roma, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.61, f. 63. 68 Inventario delle robbe, cit., AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.61, f.7. 69 Le istanze di Gino Angelo furono inviate ai fiorentini rispettivamente il 21 e il 27 novembre del 1630, in AC, Archivio Cardelli, Div I, T.70, ff.20 e 21. 70 Apoca duplicata sine inde obbligo di comprare, e vendere respettivamente il Palazzo à Ripetta per scudi X m.(...), in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.70, f.22. 71 Inventario del Palazzo Capponi in occasione d’affittarsi da Gino Capponi a Giovanni Filippo Pallavicini, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.70, f.24. 72 1637. Pianta di Scrittura con tutti li Capitali spettanti à Gino Capponi, e con l’esazz.e dell’entrata corr.e, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.61, f.61H. 73 Viglietto di Gino Angelo Capponi, che trattando di vendere o permutare il suo palazzo con Monsignor Brunengo lo asserisce libero da ogni peso (...), in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.70, f.25. 74 Conti e ricevute di diversi vetrai per lavori fatti nel Palazzo, e case di Roma de SS.ri Capponi, AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.74, f.7. 75 Dal 1627 al 1699. Conti e ricevute di diversi artisti, cioè pittore, stuccatore e indoratore per lavori fatti nel Palazzo, e suoi soffitti, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.74, f.8. 76 AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.74, f.6. Altri piccoli pagamenti di Gino Angelo all’architetto Ferreri sono documentati anche nel T.61, passim. 77 Questo elenco di lavori, datato 21 marzo 1651, riguarda riparazioni eseguite sia nel Palazzo di via di Ripetta, sia nel Palazzo “dove ora abita l’Ill.mo Sig. Ginangelo”. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.74, f.7. 78 Dal 1621 al 1703. Votatura di Cantine di terra, Creta ed altre immondezze dalle loro case à spese de SS.ri Capponi, AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.74, f.9. 79 Dal 1614 al 1714. Conti e ricevute di diversi stagnari, e muratori per li condotti dell’acqua di Trevi dall’Orto di Napoli al Palazzo Capponi, e per la loro manutenzione, AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.74, f.5. 80 Conti e ricevute di diversi muratori per lavori fatti nel Palazzo, e case di Roma delli SS.ri Capponi, AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.74, f.2. 81 Due Conti di Mro Stefano Friggi muratore per i lavori di sua arte fatti per l’Ill.mo S.r Gino Angelo Capponi, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.74, f.2. 82 AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.74, f.2. 83 1688, 14 maggio. Inventario delli mobili, op. cit., in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.61, f.40. 84 FRANCESCHINI M., 1997, p. 62. 85 Patenti della Regina di Svezia a favore del marchese Francesco Ferdinando Capponi, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.63, f.57. 86 Ricevuta di pagamento ai pittori Pietro e Gabriele Tosetti in data 2 novembre 1685, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.74, f.8. Un’ulteriore conferma potrebbe ricavarsi anche da una nota di spesa di Alessandro Gregorio Capponi, del 22 marzo 1725, nella quale il giovane marchese nell’annotare il restauro di un quadro raffigurante la “Carità e due putti figure sane”, lo definisce “di quelli della Regina di Svezia tornati in casa”. BAV, Ms. Capp. 293, c. 11v. 87 Per i pagamenti relativi ai lavori di manutenzione eseguiti prima del 1692, si veda AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.74, ff.2 e 8. 88 AC, Archivio Cardelli, Conti e ricevute di vari artisti dal marchese Francesco Ferdinando Capponi per lavori di vari mobili di casa (...), in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.64, f.20. 89 Conti e ricevute di vari artisti dal marchese Francesco Ferdinando Capponi per lavori di vari mobili di casa (...), in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.64, f.20. 90 I lavori del falegname durarono dal 25 marzo al 26 settembre 1692. Conto di lavori di legname per servizio dell’Ill.mo Sig.re Marchese Capponi fatti alli suo Palazzo dove abita posto a Ripetta e al Casino alla Vigna posta

fuora della Porta del Popolo, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.74, f.62. 91 Ricevuta di pagamento al pittore Pietro Tosetti in data 30 ottobre 1692, Ricevuta a saldo al medesimo pittore in data 23 giugno 1693 per lavori “di pittura quanto di indoratura come soffitti e parapetti”, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.74, f.8. 92 Ricevuta a saldo per il pittore Pietro Tosetti in data 7 ottobre 1699, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.74, f.8. 93 Conti e ricevute di vari artisti dal marchese Francesco Ferdinando Capponi per lavori di vari mobili di casa (...), in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.64, f.20. 94 AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.74, f.6. 95 Per i lavori di ristrutturazione eseguiti tra il 1698-99, si vedano le ricevute per gli imbianchini Bernardo e Giacomo Bazzi, per i muratori Giovanni Baldelli e Giovanni Pedrone, e per il falegname Giacomo Cicci, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.74, f.2. 96 Sulle vicende della Cappella Capponi in S. Giovanni dei Fiorentini si veda, amplius, Appendice, I. 97 Per la tesi del “caravaggismo” del Petrazzi come riflesso della pittura del Manetti si veda AVANZATI E., 1987, p. 64. 98 AVANZATI E., 1987, p. 64. 99 Il palazzo in piazza Sciarra fu probabilmente l’ultima residenza di monsignor Ottavio, come sembrerebbe risultare da alcune fonti d’archivio (AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.60, f.106). Da altra fonte sappiamo invece che il cardinale, dal 1622, avrebbe abitato nel palazzo del Cardinal Antonio Santorio, arcivescovo di S. Severina, presso la Chiesa di S. Biagio a Montecitorio: TOMEI P., 1939, p. 220, n. 49. 100 MANCINI G., (1617-1621), 1956, p. 144. 101 Inventari di diverse robbe, parati, abiti, biancaria, stagni ed altro che si crede di Mons.r Orazio Capponi vescovo di Carpentras, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.60, f.115. 102 AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.60, f.19. 103 Conti delle Case, cit., in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.70, f.6, 49. 104 AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.60, f.9. 105 Inventario dell Beni e mobili lasciati dalla bo.Me.d’Amerigo Capponi vice castellano di Castel S. Angelo di Roma morto in detto Castello nel dì et anno detto (22 settembre 1619), in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.58, f.41. 106 MANCINI G., (1617-1621), 1956, pp. 143-144. 107 La raccolta comprendeva numerosi dipinti di soggetto religioso, fra cui una “Madonna in piedi con più puttini attorno”, un’Adorazione dei Magi, “una S. Cecilia che rifiuta saggrifichare avanti il tiranno”, una Pietà, un S. Francesco, una Strage degli Innocenti, una Madonna con Bambino e una S. Barbara; “tredici quadri da testa la maggior parte retratti”, il ritratto della moglie Anna Maria Millini e due ritratti “del Cardinale Mazzarino e del Re di Francia con cornice di oro all’antica”, che attestano i profondi legami che il Capponi ebbe con la Francia: nel 1659, infatti, egli ottenne, per interessamento del cardinal Mazzarino, una pensione annua di 200 lire dal re di Francia Luigi XIV. 1688, 14 maggio.Inventario delli mobili, argenti et altro che si è trovato alla morte dello Ill.mo Sign. Marchese Gino Angelo Capponi nel suo Palazzo al Popolo, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.61, f.40. 108 10 maggio 1622. Inventario delle robbe che si mandano nelle tre stanze riservate nella casa del S. Gino Angelo Capponi affittata al S.r Ambasciatore di Malta, e posta in Ripetta, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.61, f.7. 109 Ricevute ed altro e concernenti al trasporto della Robba da Roma à Firenze in occasione del viaggio del marchese Francesco Ferdinando Capponi, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.63, f.19. 110 1703, 7 marzo. Inventario de Mobili del Palazzo Capponi consegnati a Mons.r Rinaldo degl’Albizzi inquilino del med.o in tempo che il Marchese franc.o ferdinando Capponi si tratteneva nello Stato fiorentino e fe’ l’obbligo di renderne conto, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.63, f.24. 111 Si veda il documento citato alla nota precedente.

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. Michel - Ange Slodtz, Ritratto di Alessandro Gregorio Capponi, particolare del monumento funerario del marchese in S. Giovanni dei Fiorentini a Roma, 

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Palazzo Capponi nel XVIII secolo

Alessandro Gregorio Capponi Quando nel , alla morte di Ferdinando Capponi, la proprietà in via di Ripetta passò in eredità al figlio Alessandro Gregorio, quest’ultimo aveva appena compiuto ventisette anni, e già da tempo risiedeva nel palazzo con la famiglia (fig. ). Nato a Roma, il  marzo del , da Ferdinando Capponi e Ottavia Giustiniani, Alessandro Gregorio aveva ereditato dal padre, oltre al titolo di marchese, tutte le proprietà della famiglia in Roma, costituite, oltre al palazzo di via di Ripetta e alle casette annesse sul vicolo delle Scalette, dalla villa fuori Porta del Popolo, da una casa con bottega nella contrada dell’Olmo, da due case in Trastevere e tre fienili subito fuori la Porta Flaminia . Al momento della nascita di Alessandro, la famiglia probabilmente ancora risiedeva presso la dimora della regina Alessandra Cristina di Svezia, nel palazzo Riario di via della Lungara (poi palazzo Corsini); Ottavia Giustiniani era infatti dama della regina e Ferdinando Capponi ne era stato nominato gentiluomo di corte nel  . Dai documenti dell’archivio Capponi si apprende che il  marzo del  Alessandro fu battezzato nella cappella domestica di Cristina di Svezia e che la regina, in qualità di madrina, donò al bambino la somma di ottocento scudi; pochi anni dopo – il  gennaio del  – la stessa Cristina assegnò al marchesino la patente di paggio . Dei primissimi anni di vita del piccolo Capponi può dunque immaginarsi il trascorrere nelle nobili ed eleganti sale della villa Riario, sede di una prestigiosa collezione d’arte e di una considerevole biblioteca, a contatto con l’ambiente colto e raffinato della corte romana, e sotto la protezione di una delle più eminenti personalità della Roma di fine Seicento. Alquanto frammentarie sono invece, allo stato attuale degli studi, le notizie sugli anni successivi fino al , e pochi sembrerebbero esser stati gli eventi di rilievo nella fase centrale della vita di Alessandro Gregorio: nel  è documentata la sua nomina a Conservatore della Camera Capitolina, carica che già suo padre aveva rivestito anni addietro, mentre nel  divenne console dell’Arte dell’Agricoltura . Sappiamo per certo che proprio in quel torno d’anni il marchese venne maturando l’interesse verso gli studi eruditi e la passione, da quel momento coltivata con dedizione crescente, per la ricerca e l’acquisizione di testi, a stampa e manoscritti, e per la raccolta di oggetti d’arte – dipinti, disegni, incisioni e materiale archeologico – con il 1

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proposito di costituire presso il palazzo di via di Ripetta un’esemplare biblioteca di letteratura italiana e un museo privato di antichità: due documenti in particolare, la Nota della spesa de Libri...cominciando da Giugno  e il Diario di acquisti di quadri, oggetti, iscrizioni dal  settembre  al settembre , di mano dello stesso Alessandro Gregorio , recano l’impronta degli interessi culturali del marchese e dello zelo con cui egli perseguì il suo progetto. La ricerca appassionata dei libri lo portò in questi anni a svolgere alcuni viaggi a Firenze, nel  e nel , e ad avere così occasione di stringere più diretti rapporti con i maggiori letterati ed eruditi fiorentini del tempo, come Biscioni, Marmi, Zeno e Salvini . I legami con tali figure animatrici della vita culturale si intessevano, oltre che nel corso di queste visite, attraverso un costante scambio epistolare, animato dal reciproco interesse dei corrispondenti ad aggiornarsi su nuove pubblicazioni o scoperte, a confrontarsi su temi dibattuti durante qualche convegno d’accademia, a dare o ricevere notizie sulla ricerca o sulla trascrizione di testi rari, ad arricchire le proprie biblioteche di libri pregiati. Frutto di tali corrispondenze, ad esempio, fu la proposta di inserire le Cronache di Neri e Gino Capponi, illustri antenati del marchese, all’interno della Rerum Italicarum Scriptores cui attendeva a Milano il Muratori: ve n’è traccia nelle lettere scambiate tra il Capponi e l’editore Argelati, ed anche la trascrizione dei manoscritti (eseguita dal Biscioni), l’invio a Milano dei medesimi, e le due incisioni in rame fatte preparare a Roma per corredare l’edizione milanese, furono operazioni curate da Alessandro Gregorio e portate a compimento mediante un fitto carteggio che impegnò il Muratori, lo stesso marchese e il Marmi, che da Firenze fece da intermediario fra i due . A partire dall’anno  cominciano ad essere registrati nei documenti anche gli acquisti di quadri e stampe, scelti all’interno della produzione di artisti appartenenti sia alla scuola italiana che a quella nordeuropea fra XVI e XVIII secolo, con particolare predilezione per i dipinti di genere, paesaggi e vedute; è del novembre del , invece, il primo acquisto annotato di “un intaglio in corniola da Anello rappresentante un Nettuno con testa e busto di tutta perfezione tanto di pietra che d’intaglio”, che rivela il nuovo interesse del Capponi per l’antiquaria. Invero, la sensibilità del marchese verso l’antico deve farsi risalire, presumibilmente, indietro negli anni, se può esserne indizio la licenza di scavo ottenuta il  febbraio  con cui, per la durata di un intero anno, il “Commissario delle cave et antichità di Roma”, Francesco Bartoli, gli conce5

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deva di eseguire scavi “nel giardinetto e cantine del signor marchese Capponi posto nella strada di Ripetta verso il Popolo” con l’obbligo, qualora fossero rinvenute “in detta cava marmi, statue, colonne, stucchi, pitture et ogni altra sorte d’antichità” di darne notizia, secondo la normativa vigente, alle preposte autorità . Se le acquisizioni di manufatti ed opere d’arte da parte del marchese avevano, certamente, una prima ragion d’essere nella consuetudine delle famiglie patrizie – tra cui quella Capponi era annoverata già dal secolo precedente – di formarsi una collezione d’arte, che fosse motivo di prestigio sociale e culturale per la casata, la passione per gli studi antiquari trasse notevole impulso e si radicò fra gli interessi di Alessandro Gregorio, grazie al nuovo clima culturale, proteso alla restitutio della Roma antica, promosso da Clemente XI Albani (-) nel corso del suo pontificato. In quegli anni si svolse, infatti, nell’Urbe un’intensa attività di scavi patrocinati da patrizi ed antiquari con il fine più o meno velato di reperire opere d’arte antica, sicché la licenza concessa al marchese Capponi, più sopra menzionata, non rappresenta, a scorrere rapidamente il Registro della Presidenza delle Strade, un unicum neanche per la sola area di Campo Marzio e Ripetta: fra il  e  vennero eseguiti gli scavi che riportarono alla luce la colonna di Antonino Pio, nel  fu aperta una cava sulla via Flaminia all’altezza di piazza Sciarra, nel  si eseguirono scavi nei pressi del Torrione di Porta del Popolo, mentre nel settembre del  venne vistata una licenza di “scavare, e levare dal fiume Tevere tanto dentro che fuori di Roma...qualunque sorte di Materiale che potessimo essere dentro il medesimo Fiume, e che rendono difficile la di Lui navigazione, purché le Ripe e sponde d’esso restino illese; con condizione però che in simile operazione trovandosi dentro fiume Statue, Colonne, lastre, Casse, Pietre di valore, Barche affogate, Gioie, Oro, Argento monetato, e non monetato, e simil robbe, ne debbano dar subito avviso” . Il pontificato di Clemente XI si caratterizzò inoltre per una serie di atti nei quali venne concretandosi una precisa politica di tutela delle antichità. Oltre ad introdurre, fra il  e il , una legislazione in materia di beni archeologici finalizzata ad impedirne l’esportazione e – potremmo dire con termine moderno – la “fuga” all’estero , il pontefice, in ciò differenziandosi dai suoi predecessori interessati soprattutto all’accrescimento delle collezioni familiari, promosse l’acquisizione pubblica di tali beni, dapprima tentando di costituire in Vaticano un nuovo museo di antichità nel cortile del Belvedere (), e poi 8

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attraverso la donazione di alcune opere d’arte antica al Campidoglio affinché fossero collocate nell’atrio del palazzo Nuovo (), iniziativa questa che prefigurava la nascita del primo museo pubblico romano, evento di cui sarà protagonista, poco più tardi, lo stesso marchese Capponi . Se gli interessi per l’antiquaria di Alessandro Gregorio nacquero in un clima culturale e politico favorevole al recupero e alla tutela delle memorie del passato, essi si alimentarono e consolidarono mediante la conoscenza di celebri antiquari ed eruditi, quali Ficoroni, Fontanini, P.L. Ghezzi e Gori (fig. ), e attraverso la frequentazione di Accademie e circoli, ossia di istituzioni di consolidato prestigio culturale e sociale nel cui ambito si svolgevano, in quell’epoca, i più qualificati dibattiti culturali, favorendo gli scambi fra studiosi laici ed ecclesiastici nonché il reclutamento di intellettuali da parte della curia romana. Nel corso della sua vita Alessandro Gregorio fu onorato della cooptazione in numerose Accademie, come attesta un documento dell’archivio familiare che ne riporta l’elenco: egli fu membro degli Arcadi (con il nome di Sofileo Cefisio), dei Quirini, dell’Accademia della Crusca ( luglio ), dell’Accademia Reale di Parigi dell’Iscrizioni e Belle Lettere, dell’Etrusca Accademia di Cortona, di quella del Disegno di Roma, dell’Istituto di Bologna e dell’Accademia dei Dissonanti di Modena ( luglio ) . Non tutti questi circoli ebbero lo stesso peso nella vita del marchese e per l’affermarsi della sua figura pubblica: se infatti l’aggregazione ad alcuni di essi o il conferimento di cariche particolari – ad esempio, la nomina di membro onorario dell’Académie des Inscriptions del  e quella a Lucumone dell’Accademia Etrusca del  – giunsero in età matura o furono il riconoscimento datogli a posteriori per la sua costante dedizione agli studi, l’appartenenza ad una delle Accademie allora più in voga, quella dei Quirini, servì da trampolino ad Alessandro per affermarsi in ambito culturale e istituzionale. La sua partecipazione alle riunioni dell’Accademia romana si può far risalire forse già agli anni Dieci del Settecento, come sembra potersi evincere da una lettera del  agosto  inviata dal Capponi a Ludovico Antonio Muratori, anche lui Quirino, in cui il marchese riferisce di frequentarla già da lungo tempo, “per lo spazio di vent’anni (...) tutte le sere senza mancar mai” . L’Accademia, voluta dal cardinal Lorenzo Corsini, futuro Clemente XII, si era riunita per la prima volta il  gennaio del  e gli incontri avevano luogo in palazzo Pamphili a piazza Navona, nuova residenza del cardinale in Roma ; a quegli 11

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. Pier Leone Ghezzi, Caricatura del marchese Alessandro Gregorio Capponi. Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Ottob.lat. , c. r.

Albani e futuro Commissario per le antichità di Roma , Giovanni Gaetano Bottari fine erudito e bibliotecario presso il cardinal Neri Corsini , e l’antiquario e mercante d’arte Pietro Forier . Un evento che influì in modo determinante sul cursus honorum del marchese fu l’elezione al soglio pontificio di Clemente XII Corsini, il  luglio . Da quel momento, grazie ai legami personali con Lorenzo Corsini e ad una certa notorietà nel frattempo conseguita nella cerchia degli eruditi e degli antiquari, Alessandro Gregorio iniziò a ricoprire cariche pubbliche di rilievo. Il  ottobre del , all’età di quarantasette anni, egli fu nominato Foriere maggiore dei palazzi apostolici e ottenne la dignità di cameriere segreto connessa a tale titolo . L’incarico, conferitogli per la personale fiducia di cui godeva presso il Corsini, consisteva tra l’altro nel sovrintendere alle fabbriche, acque e suppellettili del Palazzo, e comportava una frequentazione quasi quotidiana e diretta col pontefice, che portò il Capponi ad assumere il ruolo di suo consigliere personale per quel che atteneva alle questioni archeologiche ed antiquarie. Un primo ufficiale riconoscimento delle competenze assunte dal Capponi in tale ambito giunse nell’autunno del  , allorché le Autorità Capitoline gli affidarono, assieme al marchese Girolamo Theodoli, il compito di provvedere al “Ristauramento dell’Antico Arco di Costantino Magno vicino al Colosseo” . L’intervento conservativo, scrupolosamente riportato nelle sue diverse fasi da Alessandro in alcune note manoscritte e nella Memoria presentata ai Conservatori di Roma a lavori ultimati, nel giugno del , fu compiuto dall’architetto Filippo Barigioni e dallo scultore Pietro Bracci, e consistette principalmente nel rifacimento di alcune parti dell’ornamentazione scultorea. Bracci, come è noto, eseguì una serie di restauri integrativi sia delle lastre scolpite a bassorilievo che delle statue di barbari a figura intera; nelle prime furono scolpite le teste dell’imperatore, di alcuni soldati e donne; le statue furono completate delle braccia, delle mani e della testa, mentre una delle figure isolate (quella “che manca nella facciata dell’Arco di Costantino verso S. Gregorio”) fu rifatta integralmente in marmo acquistato da tal G.B. Vacca, “Mercante di Marmi in Massa di Carrara” . Dal chirografo di Clemente XII del  agosto del  si apprende che la somma stanziata per tale lavoro, di circa  scudi, non fu interamente spesa e che  scudi residui servirono a pagare il “trasporto e la collocazione rispettivamente nel nostro Palazzo di Campidoglio, delle statue vendute dal 17

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anni e a quelle frequentazioni risaliva, con ogni probabilità, la reciproca stima tra i due, legati, oltre che dalle comuni origini toscane, dal culto appassionato dei classici della letteratura toscana, di cui erano ben fornite le loro biblioteche. Ed è proprio Alessandro Gregorio che nel , insignito intanto della carica di edile, si preoccupa, anche in onore dei Corsini, di far rivivere questa Accademia le cui riunioni non si tenevano da tempo. Sotto l’influsso del marchese Capponi, la rinnovata Accademia aprì i suoi incontri, oltre che ai temi consueti di storia letteraria, agli studi sull’antichità ed incluse fra i suoi corrispondenti alcuni noti studiosi, come Gianfrancesco Baldini fondatore dell’Accademia Etrusca di Cortona , Ridolfino Venuti auditore del cardinal Alessandro 16

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Reverendissimo Card. Alessandro Albani” . Negli stessi anni in cui coordinava l’intervento di restauro dell’arco di Costantino, il marchese Capponi si era infatti adoperato presso il pontefice per l’acquisto della prestigiosa collezione di sculture che il cardinale Alessandro Albani aveva formato nel corso del ventennio precedente e che ora, per far fronte a sopraggiunte difficoltà finanziarie, veniva posta in vendita. L’operazione, conclusasi con successo il  dicembre del , portò Alessandro Gregorio, per le sue risapute qualità di conoscitore ed esperto d’arte antica, a ricoprire un nuovo e ancor più prestigioso incarico: il  dicembre del  fu dal papa nominato, a vita, Presidente antiquario del neocostituito Museo Capitolino . Nella fase di transizione dal collezionismo privato al museo pubblico la costituzione dei Capitolini segna certamente una tappa fondamentale, e il marchese Alessandro Gregorio Capponi vi ebbe un ruolo determinante. Dalla lettura dei documenti che descrivono le vicende dell’acquisto della collezione Albani appare in modo evidente che l’operazione fu da subito concepita in raccordo alla formazione di una raccolta pubblica di antichità insediata in Campidoglio, ed è altrettanto certo che fu proprio il Capponi ad aver chiare, di tale iniziativa, le implicazioni di ordine conservativo e connesse alla divulgazione della cultura . “Acquistare e collocare in Campidoglio una raccolta di statue e di iscrizioni” come quella – riteneva il Capponi – avrebbe consentito di far rimanere a Roma un’importante collezione evitandone la dispersione all’estero, come era già accaduto per “quella di Bracciano, colla quadreria andata in Spagna che già fu della regina di Svezia e quella di casa Chigi andata in Polonia” . L’aspetto maggiormente innovativo di questa sensibilità che animava il marchese verso la conservazione delle cose d’arte è però da cogliersi non tanto nella sua preoccupazione di mantenere la collezione intatta e custodita nell’Urbe, quanto piuttosto nel proposito di affidarne la tutela ad una pubblica istituzione con finalità di promozione e di divulgazione culturale: “che restino conservate e rese pubbliche le opere più segnalate degli Antichi Artefici (...) quali tanto conferiscono a promuover la Magnificenza e lo splendor di Roma appresso alle Nazioni straniere; come pure mirabilmente contribuiscono a coltivar l’esercizio e l’avanzamento della Gioventù studiosa dell’Arti Liberali” . In qualità di Presidente, Alessandro Gregorio fu incaricato di scegliere le sale capitoline destinate ad accogliere la collezione, e di sovrintendere al suo trasporto ed allesti25

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mento, operazioni nelle quali il marchese si fece assistere da antiquari e maestranze di sua fiducia. Le sale dell’appartamento del palazzo Nuovo furono individuate come sede adeguata; i lavori di trasformazione e gli adattamenti necessari alla loro nuova destinazione furono affidati dal marchese all’architetto Filippo Barigioni , già sperimentato nel restauro dell’arco di Costantino, e al suo “primo giovane, mastro Pavolo de Rossi”, nonché al pittore Giuseppe Zannini e allo scalpellino Pietro Blasi, già noti al Capponi per aver eseguito alcuni interventi di ristrutturazione all’interno della sua residenza di via di Ripetta . Le opere furono sottoposte a restauri, prima di essere traslocate, e l’incarico fu assegnato a Carlo Antonio Napoleoni, noto scultore e mercante d’arte , al quale più volte il marchese si era rivolto negli anni precedenti per l’acquisto, la stima e il restauro di opere della sua collezione privata . Gli antiquari Francesco Ficoroni e Francesco Palazzi assistettero, invece, il marchese nella sistemazione delle opere, e nella definizione di criteri espositivi che, come già messo in luce dagli studiosi , rispecchiavano l’intento didattico e divulgativo ed erano di tenore perlopiù illustrativo e storico-documentario. L’allestimento delle opere era, pertanto, scandito da raggruppamenti tipologici e tematici e, mentre nella parte alta delle pareti erano murate le iscrizioni antiche, quella inferiore era “cinta intorno da una nobile gradinata a tre ordini di fino marmo bianco” , su cui erano collocate le statue, i busti e le teste. Sia le iscrizioni che le statue erano, inoltre, disposte in modo omogeneo: se le prime erano raccolte in base alla provenienza (come quelle esposte nella Galleria, tutte provenienti dal Colombario di Livia), o in base al contenuto (come quelle contenenti titolature imperiali e consolari esposte nella Stanza prima), o al carattere sacro, istituzionale, militare e professionale (concentrate nella Stanza seconda assieme ad una piccola raccolta di bolli laterizi), le sculture erano raggruppate in base al soggetto raffigurato, a seconda che si trattasse di ritratti di imperatori ed imperatrici, di busti di filosofi o di oratori. La stessa disposizione lungo le pareti era tale da suggerire al visitatore un esame sobrio delle opere, offerte alla vista in ordine razionale, ed un percorso di valenza didattica, da seguire da sinistra verso destra per poi proseguire nella sala successiva. Negli anni a seguire, l’attività di Alessandro Gregorio si concentrò sempre più sugli studi antiquari, condotti sia nella sua veste di Presidente del Museo Capitolino che privatamente, allo scopo di ampliare la raccolta privata. 30

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. Domenico Giorgi, Interpretatio veteris monumenti, , Frontespizio. Roma, Biblioteca della Camera dei Deputati, Fondo Kissner

. Domenico Giorgi, Interpretatio veteris monumenti, , Immagine raffigurante l’Archigallo. Roma, Biblioteca della Camera dei Deputati, Fondo Kissner

Durante la presidenza del Capponi il Museo si arricchì di molti pezzi di rilievo, provenienti da scavi o da raccolte patrizie; fra le opere reperibili sul mercato antiquario, il marchese selezionò quelle che, per qualità, potevano considerarsi confacenti alla dignità scientifica della sede cui erano destinate; opere che fossero rilevanti non solamente sotto il profilo artistico, bensì anche storico e documentario, ed idonee perciò a connotare il Museo quale luogo deputato alla conoscenza e allo studio dell’antico . Conformemente ai criteri così delineati entrarono a far parte del Museo il Gladiatore Ludovisi e il Gladiatore ferito, l’Apollo citaredo pervenuto dallo studio di C. Napoleoni, la statua colossale del Pirro, proprietà avita di casa Massimo, il gruppo di Ercole in lotta con l’Idra di Lerna ed altre sculture di Casa Verospi, il Fanciul-

lo con l’oca rinvenuta nello scavo per la realizzazione della strada che doveva collegare S. Giovanni in Laterano alla chiesa di S. Croce in Gerusalemme, il Bassorilievo con iscrizione palmirena proveniente dalla villa Giustiniani a S. Giovanni . Fra il  e il  il Capponi volle inserire fra le opere del Capitolino anche un altorilievo raffigurante un “Archigallo” ritrovato nella Vigna dei Canonici di Lanuvio, e tutta l’operazione fu illustrata in una pubblicazione curata da Domenico Giorgi, Interpretatio Veteris Monumenti, corredata da un’incisione dell’opera eseguita dal Frezza su disegno del Campiglia (figg. , ). Nel  vennero acquisiti i frammenti marmorei dell’antica Forma Urbis , recuperati in Palazzo Farnese dove giacevano da anni in completo abbandono, e un grande vaso di metallo ritrovato al Porto di Anzio sul quale “vi era la iscrizione

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. G. Lucatelli Museo Capitolino o sia descrizione delle Statue, Busti, Bassorilievi (…), , Iscrizione che ricorda la donazione di un bassorilievo da parte di Alessandro Gregorio Capponi al Museo Capitolino. Roma, Biblioteca della Camera dei Deputati, Fondo Kissner . Giovanni Marangoni, Memorie sacre e profane dell’Anfiteatro Flavio (…), , Frontespizio con dedica al marchese Alessandro Gregorio Capponi. Roma, Biblioteca della Camera dei Deputati, Fondo Kissner

greca di Mitridate re di Ponto”, che lo stesso pontefice Benedetto XIV inviò al Capponi perché “io lo ponga in Campidoglio colle altre cose” . In questi anni il museo si arricchì anche di alcune opere provenienti dalla collezione privata del marchese e da lui destinate al Capitolino: una lastra di marmo scolpita, collocata sul pavimento dell’atrio del museo – come segnala la guida del Lucatelli – e raffigurante “l’Istromenti architettonici antichi con il Piede Geometrico” (fig. ); e la statua in marmo rosso antico raffigurante un Fauno, riportata alla sua interezza da un importante intervento di restauro, – che ebbe luogo nel palazzo di via di Ripetta – eseguito da Clemente Bianchi e Bartolomeo Cavaceppi, i quali, sotto la supervisione dello stesso marchese e di esperti da lui incaricati (i pittori Pannini, Campiglia, Costanzi e lo scultore Slodtz), collazionarono insieme le diverse parti della scultura provenienti dalla collezione Capponi e Furietti . Alessandro Gregorio seguì con grande attenzione, inoltre, l’attività delle cave archeologiche, da cui potevano trarsi nuove opere per il Capitolino, ma anche qualche reperto per la sua privata collezione: vigilò sulla cava nella Vigna Cicolini presso la catacomba dei SS. Pietro e Marcellino e sul ritrovamento di un colombario nella villa del marchese Magnani di Bologna nel , sulla cava di A. Santarelli al Circo Massimo, su quelle di S. Giovanni a Porta Latina e presso S. Sisto vecchio, fra il  e il ; nella decade successiva – fra il  e il  – fece eseguire egli stesso degli scavi nella sua vigna fuori Porta del Popolo, da cui trasse diverso materiale che fece collocare nel cortile del palazzo in via di Ripetta . Nel contempo, diverse operazioni di scavo furono avviate dal marchese per volontà dello stesso Clemente XII, anche se non sempre con l’obiettivo di un’indagine propriamente archeologica. Anche nella Roma di Clemente Corsini, come già era accaduto nei secoli precedenti e in ultimo persino nel corso del pontificato di Clemente XI , molte cave venivano aperte con lo scopo di procurarsi materiali da costruzione. Fra il  e il  Alessandro Gregorio, “per la singolare cognizione che hà dell’antico”, fu incaricato dal pontefice della “direzione” e “soprintendenza” di nuovi scavi archeologici da aprirsi “ne’ luoghi di Roma che stimerà propri”, il cui scopo era principalmente quello di ricavarne materiali di pregio ad uso delle fabbriche pontificie: “Volendo la Santità di Nostro Signore che si faccino quelle cave di sassi, marmi e di ogni altro materiale, che occorvino, e possino in avvenire occorrere per servigio della Santità Sua” . Fra gli scavi 41

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avviati in quel torno d’anni, ve ne è uno documentato nella proprietà del Signor Calzoletti presso Isola Farnese, affidato al “capo mastro cavatore” Domenico Ergeret, che è seguito con particolare cura anche dal cardinal nepote Neri Corsini . Nell’ambito di questi lavori potevano facilmente emergere anche opere di un certo interesse artistico, come accadde nel  nel corso dello scavo presso i padri Olivetani, “dove io A.G.C. cavai già otto anni per la S. M.a di Clemente XII e trovai quella Venere che ora sta nella Galleria Corsini con altri marmi” ; o nel marzo del , “nello scavare a S. Giovanni Laterano nel sito dove si fabbrica adesso la Cappella che N.S. Papa Clemente XII fà fare di pianta in onore di S. Andrea Corsini, dove già fu il Palazzo di Laterano la Casa di Marco Aurelio Imperatore”, dove venne rinvenuta la “sedia di marmo con bassorilievi”, identificabile con il seggio romano ancora oggi posto nel Museo Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Corsini, nella sala detta “del trono”. L’opera, ritenuta subito di grande valore, fu fatta riprodurre in disegno dal pittore Nugarini, allievo del Masucci, ed una copia più piccola dello stesso fu inviata dal Capponi “a Parigi all’Accademia Reale delle Iscrizioni e belle lettere a Monsieur de Boze Segretario di quell’Accademia” . All’inizio del  un colpo apoplettico compromise la salute del marchese Capponi: “Comincio male questa mia – scriveva il  gennaio il Chiappini a Ludovico Antonio Muratori –, perché da una disgrazia, quale spero che si riparerà. Andato questa mattina per riverire il signor marchese Capponi, mio padrone et amico, (...) ho trovato che ieri mattina fu colpito d’accidente, non già de’ più feroci, ma che gli replicò ieri sera; non gli ha però tolto il conoscimento e solo da una parte è offeso” . Ripresosi in “tollerabil maniera” dalla sua malattia, negli anni successivi il marchese si dedicherà con nuova lena ad una grande opera di riordinamento delle sue raccolte, che doveva culminare con la compilazione di un nuovo catalogo della biblioteca, la pubblicazione della raccolta epigrafica, numismatica e della dactilioteca, di cui aveva da tempo avviato la riproduzione grafica facendo eseguire una prima parte delle incisioni. Di tali progetti soltanto il catalogo della biblioteca sarebbe stato portato a termine, postumo, nel . Nel  un evento ancora, di un certo rilievo, si registra nella vita del marchese e del suo palazzo: il  ottobre Alessandro Gregorio volle dare impulso, dopo un intervallo di dieci anni, all’attività dell’Accademia dei Quirini, a cui molta parte della sua esistenza e fortuna erano legati, con una riunione, nel suo palazzo; in quell’occasione egli 49

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tenne un discorso, di cui si conserva la minuta , con il quale, congedandosi da edile, propose di proseguire e rinnovare l’attività dell’Accademia trovando un nuovo mecenate e sostenitore, che egli individuava nel cardinale Neri Corsini. Alla sua morte, avvenuta a Roma il  settembre del , per testamento la sua raccolta di libri fu destinata alla Biblioteca Vaticana, con disposizione che essa fosse sistemata in un’ala nuova che lo stesso marchese aveva avuto modo di attrezzare anni prima; la collezione di oggetti di scavo fu lasciata al padre Contucci affinché la unisse al museo Kircheriano; il palazzo con le statue, i quadri e le iscrizioni furono lasciati alla sorella Maria Anna, moglie di Antonio Cardelli . Sebbene avesse ricoperto diversi incarichi istituzionali, stretto rapporti con studiosi e circoli eruditi importanti, conosciuto e frequentato con regolarità molti degli artisti attivi nei principali cantieri romani (come lo scultore Pietro Bracci, gli architetti Ferdinando Fuga e Nicola Salvi , e numerosi pittori e incisori suoi contemporanei come Pannini, Amorosi, Campiglia, Vasi), costituito un’importante collezione di famiglia e contribuito, soprattutto, alla nascita del primo museo pubblico, al Capponi giunse solo nel  l’ambito riconoscimento in forma di epistola dedicatoria che era d’uso tributare nell’ambiente accademico. Gli fu rivolta dal Marangoni (in esordio della sua opera dal titolo Delle Memorie sacre, e profane dell’Anfiteatro Flavio di Roma volgarmente detto il Colosseo) (fig. ), con espressioni che appaiono non ritualmente elogiative, ma dettate da sincera gratitudine intellettuale: “Non v’ha, chi non sappia, Illustrissimo Signore, a quanto più alto pregio, e lustro siasi sollevata, la Nobilissima Vostra Famiglia, per l’eccellente Vostro Studio, e cognizione delle cose antiche, così Sacre, come Profane, e per quella premurosa vostra sollecitudine sì nel rintracciare, come nel conservare, à pubblica utilità, e beneficio della Repubblica tutta degli Eruditi, i Monumenti della sempre Venerabile antichità, con quell’innato, e nobile genio, che al conoscimento delle medesime, v’hà sempre portato” . 54

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La residenza di Alessandro Gregorio Negli anni in cui fu di proprietà di Alessandro Gregorio, dal momento dell’eredità paterna () fino a quello della sua morte, il palazzo conobbe, come già all’epoca di Amerigo Capponi, una fase di migliorie e di abbellimenti, che traevano motivo non semplicemente dalle cure neces-

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. Prospetto di Palazzo Capponi, . Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. A, c.r

sarie ad una antica dimora o al rango dei residenti, ma anche da peculiari esigenze del dominus. Divenuto collezionista e bibliofilo, egli volle mettervi mano affinché gli ambienti fossero meglio confacenti ad esigenze di rappresentanza e di studio, e idonei ad ospitare la cospicua biblioteca e la raccolta di dipinti e di reperti antichi da lui formate. Della riuscita di tali sue iniziative il marchese potè avere pubblico riconoscimento, se anche in una guida coeva la sua residenza veniva segnalata per quanto vi si poteva ammirare: “Tornandosi dunque dentro la Città, prendendosi la strada, che riguarda la riva del Fiume, vedesi al suo principio il Palazzo del Marchese Alessandro Gregorio Capponi, ornato da lui non solo di prospettiva, ma ancora internamente di copiose iscrizioni, bassorilievi, ed altri

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ornamenti antichi. Possiede questo Cavaliere una singolarissima Libreria, particolarmente di libri Italiani, ed uno scelto museo ornato di camei, pietre intagliate, metalli, e altre antichità Etrusche, Egizie, e Romane e particolarmente un celebre Menologio Moscovito, che in breve uscirà alla luce con dottissime osservazioni” 58 (fig. ). La duplice esigenza, di rappresentanza e di allestimento delle collezioni private, Alessandro Gregorio intese soddisfare mediante la committenza di una fitta serie di interventi piccoli e grandi di restauro e di ammodernamento del suo palazzo. Un primo gruppo di documenti, tutti relativi all’anno , riguarda soprattutto lavori di imbiancatura e di pittura, affidati a Giuseppe Zannini, e dà notizia dei colori impiegati, di tonalità chiara così come nelle residenze


settecentesche si prediligeva per le parti murarie e per gli arredi, a differenza del gusto barocco imperante nel secolo precedente e dominato dal cremisi e dall’oro : sicché, oltre al bianco per le camere di servizio, si adoperarono il torchino per le pareti della scala e il rosa mezza tinta per tinteggiare sei stanze dell’appartamento nobile al secondo piano, mentre il color di travertino fu impiegato per evidenziare le membrature architettoniche costituite da pilastri, capitelli, archi, porte e finestre. A questi lavori più ordinari se ne affiancarono altri di decorazione pittorica, eseguiti da un gruppo di artisti – Pietro Bozzolani, Ferdinando Vernelli e Carlo Daveroli, o talvolta indicati col solo nome di battesimo, Giovanni, Gaetano – incaricati di eseguire “li novi solari e spalete di porte e finestre e fusti di telai et altro nell’appartamento di Cima del nostro palazzo”. Le note di incarico e di pagamento enumerano, a questo riguardo, i prodotti utilizzati da artisti ed artigiani, aprendo un vivido spiraglio sulla “cultura materiale” dell’epoca e sulle tecniche artistiche allora in voga: gesso di Gaeta, terra nera, biacca di Genova o di Venezia, olio di lino crudo o cotto, terra gialla chiara e scura, giandolino in polvere, colori a olio, smalto, “pile diverse fra grande e piccole per li colori”, guanti, pennelli di diverse dimensioni e “due mastelli per scagliare e tenere il suddetto gesso e colla” . Lavori di muratura non particolarmente consistenti, affidati al mastro Ambrogio Stacchini e limitati quasi esclusivamente al secondo piano nobile e ai mezzanini sottostanti, furono eseguiti – eccettuati minori interventi di manutenzione – per modificare la distribuzione degli ambienti, mediante la tramezzatura di alcune stanze e l’apertura di nuove finestre o la tamponatura di altre preesistenti; interventi, questi, forse dettati dal gusto invalso nel XVIII secolo per gli ambienti di piccole dimensioni, raccolti e confortevoli, come non erano le grandi sale di rappresentanza secentesche . Per gli anni a seguire i volumi contenenti le filze di pagamento non riportano che lavori di piccola manutenzione, talora affidati con incarichi rinnovati annualmente – così fu dal  al  – al muratore Francesco Dolfini sotto la supervisione dell’architetto Francesco Bianchi . È nel  che il Capponi avvia una seconda e più consistente serie di lavori, stavolta finalizzati ad ampliare il secondo piano nobile del palazzo e, in particolare, a “rialzare li due stanzoni che guardano verso il Giardino e cortile delle stalle di detto palazzo al pari del piano dell’ultimo appartamento” . L’intervento, così descritto nel capitolato sottoscritto dal mastro Francesco Fedele, 59

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concerneva probabilmente l’elevazione di un piano dell’angolo interno del palazzo verso il porto di Ripetta, l’unico che potesse affacciare sia sul giardino che sul cortile delle stalle; poiché tale cortile e la rimessa con le carrozze erano stati ricavati dalla casetta aggiunta al palazzo al tempo di Amerigo, è da supporre che dei diversi corpi dell’edificio fosse stata resa uniforme soltanto la comune facciata sul fronte stradale, e che Alessandro intendesse fare altrettanto sul fronte interno, colmando il dislivello tra gli ultimi piani dei due nuclei di fabbrica . La “nuova fabrica” fu presa in carico dal Fedele il  giugno , ancora sotto la supervisione dell’architetto Francesco Bianchi: “Con la presente da valere come pubblico... Io sottoscritto prometto e m’obligo d’alzare e murare alcune stanze del Palazzo dell’Ill.mo Sig. Marchese Alessandro Gregorio Capponi ad uso di mia arte di muratore à tutte mie spese e fattura nella presente stagione d’Estate, e m’obbligo renderle terminate nel mese di Agosto con l’infrascritti patti, capitoli e convenzioni” . Una prima parte dei lavori avrebbe dovuto concludersi entro l’estate, mentre per il completamento di una più ampia serie di interventi fu previsto il termine di tre anni; ma nel dicembre dello stesso anno, per ragioni che i documenti tacciono, il Fedele firmò una lettera di rinuncia all’incarico , che passò il  gennaio  al muratore Paolo De Rossi, sotto la supervisione dell’architetto Francesco Ferruzzi , e fu portato a termine probabilmente entro il  . Nei nuovi ambienti furono ricavati principalmente la “nuova Alcova”, la “Stanza avanti l’Alcova” e il “Gabinetto contiguo” che affacciavano verso il giardino: queste stanze furono, con ogni probabilità, tra quelle che il Fedele dichiarò, prima del suo abbandono, di aver realizzato mediante “l’aggiunta di nove stanze al piano superiore del Palazzo”. I lavori condotti nel  dal De Rossi interessarono il piano terreno, i primi mezzanini, il primo e il secondo piano nobile, il cortile e l’androne; alcuni appaiono, dai documenti, perlopiù di manutenzione e di consolidamento, come quelli, ad esempio, di restauro di porte e finestre o dei solai mediante la posa in opera di “diversi legnami nella stanza grande del primo piano a causa di stabilirla”; altri interventi, compiuti soprattutto al secondo piano nobile, furono invece di completamento di costruzioni che il Fedele doveva aver già portato a buon punto, e consistettero in pavimentazioni di mattoni rossi “rotati a acqua”, come nelle altre stanze del palazzo, e nella predisposizione dei ponteggi per i pittori . Ulteriori lavori riguardaro64

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no – fra il settembre del  e l’aprile del  – una scala a chiocciola, probabilmente preesistente, di cui furono interamente rinnovati i gradini in travertino dallo scalpellino di palazzo Giovanpietro Berrettoni . Nell’estate del  ancora il De Rossi venne incaricato di eseguire interventi sistematici di riparazione e consolidamento delle casette poste sul vicolo laterale al palazzo, compresi i tetti, i solai, le scale e le cantine ; mentre nella primavera dell’anno seguente furono eseguite, com’era ricorrente, riparazioni della strada antistante il palazzo sotto la supervisione “della Congregazione delle Strade”, con modalità riportate nei documenti che ci informano sulle tecniche costruttive stradali dell’epoca: “selciata di Quadrucci à secco lavorata in Arena, con suo letto di Breccia, Guide e traverse di Selci grossi con accompagnata di selci ordinaria fatta di nuovo nella strada, che da Ripetta, tende alla Piazza del Popolo (...) avanti il palazzo dell’Ill.mo Sig. Marchese Capponi” . Tra il  e , quando i lavori di muratura erano ormai in fase avanzata, l’imbianchino Giuseppe Zannini, che aveva già lavorato per il marchese nel , venne incaricato di tinteggiare alcune sale ed altri ambienti con i medesimi colori impiegati in precedenza: celestino, bianco e color travertino . Negli stessi anni furono realizzati cospicui lavori di falegnameria dall’artigiano Domenico Strombelli, sia per le parti strutturali, quali le scale e i parapetti o le travature dei solai o del tetto, sia di arredo, consistenti nella realizzazione di credenzoni e di librerie, ma anche di porte e finestre, nel palazzo e nelle casette . Il nuovo quartiere del palazzo al secondo piano venne decorato, com’era tipico degli interni eleganti settecenteschi, con stucchi e pitture: è del  aprile  la nota dell’acquisto di “tela pagliara compra in Dogana per posta ai solari delle stanze per dipingevi”, ovvero di tele da dipingere e da applicare ai soffitti ad imitazione della pittura ad affresco . Di questi interventi decorativi è fatta vaga menzione nei documenti, che riferiscono di lavori eseguiti nell’autunno del  dal pittore P. Antonio Bicchierari in due stanze, e di compensi saldati ad Onofrio Avellino il  ottobre  “per una soffitta dipinta” e a Giacomo Cennini il  dicembre  per una “Pittura di fiori fatti nella nuova fabrica” . Se per quest’ultimo, meno noto , è probabile che l’assenza di più dettagliati riferimenti stia ad indicare il carattere puramente ornamentale delle pitture da lui eseguite, destinate ad abbellire parapetti di finestre, sguinci di porte e finestre con motivi decorativi floreali di genere, più difficile è ipotizzare quale possa essere stato il tipo di dipinti esegui70

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ti da Antonio Bicchierari e Onofrio Avellino, pittori all’epoca abbastanza affermati. Il primo, che aveva esordito in giovane età vincendo il secondo premio di pittura nel primo concorso clementino indetto dall’Accademia di S. Luca nel , nell’anno in cui intraprese i lavori nel palazzo di via di Ripetta, aveva già un’avviata carriera di decoratore ad affresco e di inventore di macchine sceniche, con committenze significative nel , quando aveva eseguito un ovato per S. Pietro in occasione della beatificazione di Giacinta Marescotti, e nel  quando realizzò gli affreschi per la chiesa di S. Prassede raffiguranti le figure di S. Pietro e S. Paolo sull’arco trionfale e la Gloria angelica nella cupoletta del ciborio . Il secondo, di formazione napoletana (legato alla scuola di Luca Giordano e di Francesco Solimena), si era trasferito a Roma nel ; l’incarico affidatogli dal marchese Capponi ricade nell’unico periodo documentato della produzione artistica del maestro nel corso del suo soggiorno romano: nel  l’Avellino è ricordato per aver eseguito la tela con S. Francesco di Paola attraversa lo stretto di Messina per la chiesa di S. Maria della Luce in Trastevere, mentre nel  avrebbe realizzato la pala d’altare raffigurante S. Giovanni Napomuceno per la cappella omonima in S. Lorenzo in Lucina . L’assenza di ulteriori informazioni nei documenti e la perdita completa di tali pitture non consentono di conoscere molto di più dell’intervento di questi due pittori, anche se la coeva attività da essi svolta altrove – legata alla più impegnativa produzione di dipinti di tema sacro e a committenze pubbliche –, potrebbe lasciare aperta l’ipotesi dell’esecuzione, nei soffitti di alcune delle nuove sale, di pitture di maggiore ricchezza e complessità rispetto alle comuni decorazioni d’ambiente. Più dettagliate sono invece, grazie alle descrizioni contenute nel capitolato dei lavori, le notizie sulla decorazione di pareti, porte e finestre del medesimo appartamento del palazzo consistenti in stucchi e pitture, eseguiti, fra la primavera e l’estate del , rispettivamente da Francesco Ruggeri (o Auggeri) e da Annibale Rotati, un pittore che sembra essere stato attivo in quegli anni come decoratore d’interni in diverse dimore patrizie romane . Nell’alcova, decorata con stucchi dal Ruggeri, il Rotati dipinse lo zoccolo, decorò le porte con “fogliame di olivo scuro giallo” su fondo “verdetto” e con una cornice attorno al profilo delle bussole, pure questa come il fogliame “lumeggiata d’oro”. Nel cabinet, poco distante, il partito decorativo prescelto era invece costituito da pilastri ornati con fiori e stipiti “venati di paonazzo”, mentre le finestre risultavano “scorniciate di chiaro scuro” su fondo verde . 78

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. Decorazione a grottesca, da Disegni di diverse pitture ritrovate nello scavamento delle stanze sotterranee delle Terme di Costantino al Monte Quirinale, . Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. , c.r

Nella stanza successiva “dove è il camino”, così individuata per la presenza di un nuovo camino decorato a stucco dal Ruggeri e sormontato da uno specchio con cornice dorata , la tela sul soffitto presentava “ornati di chiaro scuro giallo” con rifiniture in oro; analogo motivo ricorreva nel fregio, nello zoccolo e negli anditi delle finestre, affiancato da “vani d’ornati gialli con suo fondo di torchiane” o semplicemente ripreso con un profilo azzurro come nel vano della porta. Se fino a questo punto la decorazione degli ambienti appare in linea con il gusto del Settecento romano caratterizzato da elementi vegetali e floreali su fondi incorniciati da motivi mistilinei, nei colori più tenui tipici dell’epoca, maggiormente innovativa appare invece la scelta di decorare un intero ambiente con motivi a grottesca come nel caso della camera attigua all’alcova, che per tale ragione è definita nei documenti “camera de Groteschi”. In questa sala i motivi a grottesca si sviluppavano su sette pilastri in stucco di circa un metro e ottanta di altezza, distribuiti sulle quattro pareti della camera e sormontati da capitelli dipinti di giallo e bianco; i medesimi colori vennero impiegati nelle cornici dipinte ad inquadrare pannelli di color “paonazzo”, ad imitazione presumibilmente del marmo, e ricorrevano nello zoccolo, nella porta rifinita in oro, negli sguinci delle finestre e delle porte, con l’inserimento talvolta di motivi decorativi a fogliame o a vasi dipinti. Anche nella tela incastonata nel soffitto dovevano essere riprodotti motivi decorativi, senza ulteriori inserimenti – almeno per quanto riguardava la commissione affidata al Rotati – di temi mitologici, allegorici o storie sacre: “per havere dipinto il soffitto con la Balaustrata di verde e cartelle di paonazzo con li suoi ornati e fregio tutto ornato attorno a trave e sotto trave li suoi ornati con il suo fondo pavonazzo” . “Groteschi coloriti” furono impiegati dal Rotati anche in alcune parti della “Camera del Camino”, accanto ai più comuni motivi naturalistici: nella decorazione delle bussole e delle porte, dove vennero eseguiti a guazzo, e negli anditi delle finestre e sugli sportelli di queste, “dipinti a olio” . La presenza dei motivi decorativi a grottesca rappresenta un aspetto significativo delle scelte decorative attuate nel palazzo Capponi anche alla luce degli interessi antiquari coltivati dallo stesso Alessandro Gregorio. Essi costituiscono, innanzitutto, uno dei rari esempi di questo genere documentati a Roma nella prima metà del secolo, accanto a quelli eseguiti da Ginesio del Barba nelle volte di un braccio della galleria di palazzo Doria-Pamphili nel  e quelli per la galleria di palazzo Mancini voluta da 83

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Natoire fra il  e il  . Anche se la perdita di tali pitture eseguite in palazzo Capponi non ci permette, purtroppo, di sapere nulla di certo sul tipo di “grottesca” che fu preferito per la decorazione delle sale, la datazione dei lavori e l’esecuzione delle grottesche lungo le fasce verticali dei pilastri – come descritto nel capitolato dei lavori –, consentono di ipotizzare, con buona probabilità, che i temi ornamentali prescelti fossero ispirati al modello classicista delle Logge Vaticane di Raffaello, in cui gli elementi di gusto archeologico romano si fondevano con quelli rinascimentali. Contemporaneamente, alla luce degli interessi antiquari del Capponi, sembrerebbe plausibile immaginare che la scelta di tale tema decorativo non fosse casuale, quanto piuttosto ispirata dal desiderio, almeno nelle intenzioni del committente e nei limiti delle conoscenze archeologiche dell’epoca, di recuperare un genere decorativo tipicamente antico . L’ipotesi pare tanto più verosimile ove si consideri come il tema della grottesca, sia di matrice rinascimentale sia archeologica, fosse, nel corso degli anni, oggetto di una particolare attenzione e di studi da parte del marchese Capponi, il quale già nel luglio del  aveva acquistato “da Carlo Antonio Merciaio (...) diverse carte in folio è n. con figure diverse colorite Istoriate a Grottesche ricavate dalle Terme di Costantino fatte l’anno ” (figg. , ), a cui seguirono, nel settembre del , i volumi di “D. Nicolao Simoncello figure delle stanze di Raffaelle cioè dei Fregi...” e “Le Pitture antiche delle grotte di Roma e del Sepolcro dei Nasoni di Santi Bartoli descritte da P. Bello86

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. Motivi decorativi a grottesca, da Disegni di diverse pitture ritrovate nello scavamento delle stanze sotterranee delle Terme di Costantino al Monte Quirinale, . Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. , c.r

no alli Pantani colonnetta di verde antico massiccia alta p.mi cinque tutta di un pezzo; venne questa già mesi sono da Ancona ove fu sbarcata da gente che la trafugò con  altri pezzi e colonne più grosse parimenti di verde da un Isola dell’Arcipelago in mano de Turchi avanzo di qualche tempio de’ Gentili” . Nel  nuovi lavori si resero necessari a causa di un incendio che colpì gran parte del quartiere compreso fra la via di Ripetta e il Tevere, ed in particolare, come ricordano le cronache del tempo, nei “vicoli denominati del Vantaggio, delle Scalette e dell’Oca”. Dall’archivio Capponi risulta che il palazzo fu attaccato dall’incendio alle ore  circa del  maggio, e che questo “continuò per molti giorni benché atterrato il fuoco” . La prima spesa sostenuta, rivelatrice dell’attaccamento che il marchese aveva per i suoi libri, fu quella del compenso al “Sig. Paolo Berretta libraro” convocato il  maggio ad effettuare una ricognizione dei danni subiti dalla biblioteca; a questa seguirono, oltre al costo di “ secchi di legno per portare l’acqua per estinguere il fuoco da ogni parte del Giardino”, le spese per ulteriori lavori di muratura, falegnameria e tinteggiatura delle sale più colpite, eseguiti dalle maestranze di fiducia di Alessandro Gregorio . Degli ultimi e più significativi interventi disposti dal Capponi, dei quali vi sono annotazioni per gli anni , relativi ad opere asseverate dall’architetto Francesco Ferruzzi e concernenti il consolidamento del palazzo (come la posa in opera di una “catena” di rinforzo nel primo appartamento nobile , lo “stabilimento di Facciata e parte di Fondamento”, il controllo dell’ancoraggio delle statue che stavano sulla balaustra, e la costruzione di un nuovo cornicione lungo tutto l’edificio ), si può pensare che non fossero stati prima previsti e che si siano resi in seguito necessari per sopravvenuti problemi di statica, poiché per loro natura avrebbero potuto più opportunamente essere effettuati prima delle opere interne di tinteggiatura e decorazione. In quel torno d’anni fu anche rinnovata ad opera del capomastro Paolo Rossi la scala principale posta sul lato destro dell’ingresso, “ch’era in regolare di diversi pezzi di scalini di peperino fatti all’antica, e portato a basso nela Strada con corde, e messi dà parte, com’anche levato il Calcinaccio”; i gradini furono rifatti in “peperino nuovo tutti di un pezzo in forma più comoda, più larga et equale di pedata della presente”, per tutte e quattro le rampe . Al termine del lavoro la scala fu ridipinta interamente con i colori già impiegati nel resto dell’edificio: i muri e le volte furono imbiancati, l’aggetto dei pilastri e delle altre 92

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ri” e pubblicate a Roma nel  . Oltre ai disegni e ai libri, il repertorio figurativo della grottesca era documentato, all’interno della raccolta del marchese, anche da alcune ceramiche attribuite alla scuola di Raffaello: “un piatto di maiolica antica fatto a triangolo (...) quale forma tre conchiglie e nel mezzo di esso un ovato, dove sono dipinti due soldati latini col loro paludamento militare ed il resto è lavorato tutto di grottesca di gusto assai squisito della Scola di Raffaelle (...)” . Questo gusto per il recupero dell’antico trovava riscontro anche in altre scelte operate relativamente alla decorazione e all’arredamento delle sale del palazzo, come, ad esempio, un certo interesse per il recupero di marmi antichi: sia quelli che ricoprivano tavoli o consolles dell’appartamento di Alessandro Gregorio, da lui ricercati con particolare cura, come rivelano alcune ricevute d’archivio relative, ad esempio, al trasporto di una “pietra da tavolino di giallo antico dalla piazzetta del Fico al Palazzo” , oppure al restauro “di una tavola di verde antico fatto per servizio del marchese Alessandro Gregorio Capponi” dallo scalpellino Pietro Blasi, “lustrata con pomice, cera e stucchi” ; sia quelli che componevano intere colonne, provenienti da scavi archeologici e impiegate nell’arredo del palazzo, come quella di verde antico collocata nel cabinet: “Finalmente ebbi da Nicola Macineschi Scalpelli88

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. Giovan Battista Nolli, Roma al tempo di Benedetto XIV, , particolare dell’area di via di Ripetta con palazzo Capponi, menzionato al n.. Roma, Fondazione Besso

membrature architettoniche in “color di travertino”, mentre uno zoccolo di “color Torchino” alla base delle pareti correva, a partire dall’ingresso principale del palazzo, lungo tutto il perimetro della scala e dei ripiani . Questa spesa figura, insieme ad altre, in un elenco di lavori pagati all’imbiancatore Giacomo Bazzi in data settembre . È in questo stesso elenco di spese che si rintraccia, infine, la commissione per la tinteggiatura della facciata principale del palazzo, senza, purtroppo, alcuna indicazione sul colore impiegato; il documento recita semplicemente che il Bazzi fu incaricato di dare il “colore antico alla facciata di d.o Palazzo sulla Strada maestra tanto alli fondi quanto agli aggetti del cornicione e finestre” , lasciando presumere soltanto che la colorazione prescelta coincise con quella già esistente. Fra le ricevute d’archivio di questo periodo, accanto alle uscite per la fabbrica del palazzo compaiono, saltuariamente, anche alcune spese sostenute per la manutenzione del giardino: pagate “al Vignarolo”, probabilmente lo stesso che si occupava della vigna fuori Porta del Popolo, “che lavorò due giorni e mezzo nel giardino”, “a una donna che poti e capi l’erba nel giardino” e “alli Giardinieri di S. Pietro per essere venuti ad aggiustare li vasi, e spalliera delli agrumi del giardino di casa” . Dalle stesse carte, ed anche da alcune coeve piante di Roma nelle quali il palazzo compare dettagliatamente raffigurato, come quella del Nolli del , si ricava che l’assetto generale del giardino fu mantenuto in quegli anni inalterato nella struttura e nelle essenze, fra cui ancora prevalevano gli agrumi; sappiamo inoltre che queste piante, in particolare, venivano regolarmente poste al riparo nella stagione fredda: quelle nei vasi venivano forse trasportate in una piccola serra interna al giardino, mentre quelle in terra venivano coperte, come peraltro già istruivano i trattati dell’inizio del Seicento : “pagati quattro uomini, che misero dentro li vasi al giardino e coprirono la spalliera degli agrumi” e successivamente per “far mettere dentro del medesimo [giardino] la serra da porre nelli Vasi portata da Monte Cavallo” . Un ultimo intervento, infine, riguardò il restauro della vasca della fontana maggiore del giardino, eseguito da un giovane della bottega dello scultore Antonio Napoleoni (fig. ). Una complessiva descrizione dello stato del palazzo a metà del Settecento ci è pervenuta grazie ad una stima dell’edificio formulata, dopo la morte di Alessandro Gregorio, dall’architetto Ferdinando Fuga il  novembre del , su commissione dell’abate Guido Bottari a sua volta incaricato dal senatore Ferrante Capponi di Firen98

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ze . Il Fuga passa in rassegna i diversi ambienti, al fine di determinare il canone di un’eventuale locazione: al piano terreno, all’incirca in corrispondenza dell’attuale civico , si apriva l’ingresso secondario del palazzo, da cui si accedeva ad un cortile nel quale si trovavano due rimesse per carrozze, tali da contenere complessivamente otto “legni”, e due ambienti ad uso di stalla fra loro comunicanti per i cavalli. Passando invece per l’ingresso principale (attualmente il civico ), si percorreva un corridoio voltato, detto nei documenti “entrone”, sul quale affacciavano quattro stanze, due per lato. Dal piano terreno si accedeva ai primi mezzanini suddivisi in piccoli quartieri occupati dalla “Famiglia”: “Quartiere di n. due stanze una con finestra in Strada, e l’altra verso li cortili, ove abita il Sig. Alessandro; Quartiere di n. due Stanze una con finestra verso il Giardino e l’altra verso li cortili, ove abita il Cocchiere. Dall’entrone, sul lato destro, si dipartiva la prima rampa della scala principale del palazzo: al primo piano si aprivano un “quartiere di n. quattro stanze, ed una Loggetta a man sinistra del Sud.o Ripiano, compresavi la stanza della Comp[utister]ia con finestre corrispondenti nel vicolo, e nel giardino, ove abita il Sig. Luca” Peruzzi, maestro di casa. Il piano nobile si componeva, secondo il resoconto del Fuga, “di n. dodici stanze ed un vestibolo ad uso di Salet104

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. Francesco Bartoli (attr.), Nereide sul carro, in Raccolta di disegni eseguiti nel bagno di Augusto agli orti farnesiani, . Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. , c.r . Francesco Bartoli (attr.), Corteo marino, in Raccolta di disegni eseguiti nel bagno di Augusto agli orti farnesiani, . Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. , c.r

ta per li Servitori con sua Cucina a pian terreno. Segue a mezza scala, che dal primo piano nobile sale al Secondo, un quartiere di mezzanini di n. tre stanze con finestre corrispondenti nel vicolo, e nel Giardino, ove abitano le Donne.” Al secondo piano nobile erano “n. tredici stanze con vestibolo ad uso di saletta per li servitori, con cappella et cucina al pari. Sopra detto seguono diverse soffitte e una loggia coperta ed al pian terreno il giardino con fontana, e Stanza delle vasche per lavare, e diverse cantine sotto” . Le consistenti spese sostenute dal Capponi per ampliare e migliorare il palazzo, se da un lato possono certamente ricondursi ad esigenze di rappresentanza dovute alle 105

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cariche prestigiose da lui ricoperte a partire dal , furono d’altra parte dettate, come si è detto, dall’esigenza di predisporre adeguati spazi per la biblioteca e per la collezione di quadri ed antichità che il marchese non smise mai di incrementare con nuove acquisizioni. I lavori di ampliamento fatti eseguire a partire dal  vennero infatti dallo stesso Capponi annotati come “Lavori fatti nella rialzatura delle stanze per la Libbraria”, e portarono alla contemporanea creazione di un cabinet per la conservazione degli oggetti d’antichità; essi coincisero con una serie di interventi di catalogazione e riordino dei materiali librari e artistici tesi a promuovere il riordino della “libraria”, della quadreria di famiglia e della collezione da lui formata, così come la pubblicazione dei cataloghi delle rispettive raccolte, come era proprio delle più celebri biblioteche e collezioni di marmi eruditi.

Alessandro Gregorio collezionista e bibliofilo La “Libraria” Il maggior interesse di Alessandro Gregorio – prioritario per il suo precoce manifestarsi, e per la preminenza assegnatavi dal marchese – fu verso i libri: fino agli ultimi


anni della sua vita egli considerò la sua biblioteca come “la cosa più gelosa, e cara” che egli possedesse e “che tanto mi ha sollevato l’anima, e le passioni dalli primi anni della mia gioventù”, come egli stesso scrisse nel suo testamento del  settembre del . La “raccolta di libri”, avviata dal  e costantemente incrementata nel corso del tempo fino a raggiungere il numero di tremilatrecentodue volumi e il consistente valore di oltre duemila scudi – come risulta dalla stima fattane da Carlo Barbiellini il  gennaio del  –, fu dal Capponi lasciata in legato alla Biblioteca Vaticana, “perchè resti ivi custodita in sua memoria” . I primi acquisti, secondo un Diario da lui stesso scrupolosamente redatto , furono indirizzati verso opere di autori relativamente moderni, dal Tasso al Marino, per poi allargare progressivamente la cerchia dei suoi interessi dai grandi classici del Trecento toscano, con una particolare predilezione per il Boccaccio, alla letteratura volgare dei secoli d’oro, a cui venne invitato dai maggiori letterati fiorentini del tempo, Biscioni, Marmi, Salvini e Zeno, con i quali si mantenne, come sappiamo, in contatto attraverso alcuni viaggi a Firenze e un costante scambio epistolare . A questo tipo di opere si aggiunsero anche, a partire dal  e in linea con i suoi interessi di collezionista, diversi libri d’arte. Fra questi figurano alcuni capisaldi della letteratura artistica, come le Vite del Vasari, nell’edizione  per i tipi di Giunti, “I dieci libri dell’Architettura di Vitruvio tradotti da Daniel Barbaro” nell’edizione del , l’opera di F. Baldinucci Notizie de’ Professori del Disegno, la “Vita di Benvenuto Cellini orefice e scultore da lui medesimo scritta”, il Riposo del Borghini del , le Vite de’ Pittori scultori et Architetti di G. Baglione nella ristampa del , Le vite de’ Pittori Scultori et Architetti di G.B. Bellori nell’edizione del , l’Historia naturalis di Plinio tradotta dal Domenichi del , nonché testi di autori contemporanei, come le Osservazioni sopra i cimiteri de’ santi ed antichi cristiani di Roma di M. Boldetti edito nel , e il manoscritto di Nicola Pio, Le vite di pittori scultori et architetti del , acquistato dal Capponi nel  . Diversi sono anche i testi e le raccolte di stampe sulla Roma antica, da ricondurre agli interessi antiquari di Alessandro Gregorio: fra questi figurano I Vestigi della Antichità di Roma raccolti e ritratti in prospettiva da Stefano du Perac del , l’Antiquarum Statuarum urbis Romae Tabulae  di F. Perrier nell’edizione romana del , Admiranda romanorum Antiquitatum del De Rossi, Splen106

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dor Urbis del Lauro nell’edizione post , e l’opera Veterum Etruscorum Monumenta, tabulis areis incisa sine loco, anno et typographo. Essi si aggiunsero a una raccolta di “pitture fatte a penna e colorite al naturale come stavano nel Bagno di Augusto che fu scoperto nello scavare cinque anni fa nel Monte Palatino agli orti Farnesiani”, attribuite a Francesco Bartoli, e acquistate dal Ficoroni nell’aprile del  (figg. , ). Nell’autunno del  il marchese annotava ancora un consistente acquisto di opere, tra cui diverse di carattere antiquario, provenienti dalla biblioteca dell’abate Pascoli: venne così in possesso de Le pitture antiche delle grotte di Roma e del Sepolcro de’ Nasoni di P. Santi Bartoli descritte da P. Bellori e stampate a Roma nel , delle Figure delle stanze di Raffaello del Simoncello, dei Nuovi disegni di Architetture e piante de Palazzi di Roma disegnate da G.B. Falda, dei Palazzi di Roma di Pietro Ferrerio . L’acquisizione bibliofila era sovente preceduta da lunghe e pazienti ricerche delle edizioni più antiche o pregiate, come avvenne per quella giuntina del  del Decameron comprata nel  “dopo tanto tempo speso in cercare e far cercare per tutta Italia” ; tali indagini erano sostenute da una solida rete di relazioni personali con altri bibliofili, come testimonia tra l’altro la lettera del settembre del  di G. Bottari, il quale da Firenze rassicurava il Capponi “che quando trovassi qualcosa degna della sua preziosissima libreria, non mancherei di porgerle avviso” ; nella primavera del  il marchese poté annotare nel suo Diario di essersi procurato grazie a Francesco Ficoroni l’Historia utriusque belli dacici a Traiano Cesare gesti Autore F. Alphonzo Ciacomo, mentre “La Roma antica di Antonio Bosio” nella ristampa del  gli “fu provveduta dal Cav. Marmi”. Per ragioni di studio e per la completezza della sua raccolta, il Capponi, come attestano i documenti d’archivio datati fra il  e il , si rivolse di tanto in tanto al pontefice per esserne autorizzato a “leggere e ritenere libri proibiti”: “Alessandro Marchese Capponi romano d’anni ventidue, quale ha terminati tutti i suoi studij, avendo bisogno per sua maggiore erudizione della Lic.za di leggere i Libri proibiti... ()” ; o ancora nel , “supplicando l’espone essersi già per diciotto anni impiegato con molta fatica e spesa in far raccolta di Libri, i più rari, e de’ Migliori dilettanti, particolarmente in lingua italiana, e perciò facendole di bisogno per il suo studio, servizio, e compimento della sua Libreria di un’ampla licenza di qualunque libro” . Nel , a seguito dei danni provocati dall’incendio al 111

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. Giuseppe Vasi, Nuovo braccio aggiunto alla gran Biblioteca Vaticana con sue scanzie ornate di sopra con vasi etruschi, in Il Quinto libro del novo teatro delle fabriche et edifici fatte in Roma (...) a cura di Gio. Domenico Campiglia, . Roma, Biblioteca della Camera dei Deputati, Fondo Kissner

. A. P. Berti - D. Giorgi, Catalogo della Libreria Capponi,, Frontespizio con incisione raffigurante le sale della Biblioteca del marchese Alessandro Gregorio Capponi, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. 

palazzo e che si estesero in parte alla biblioteca, il marchese intraprese una serie di viaggi, tra Viterbo, Perugia, Siena e Firenze per ricercare e acquistare nuove opere manoscritte e a stampa, al fine di ricostituire l’organicità della raccolta; un ultimo cospicuo acquisto di libri avvenne nel . Nello stesso anno il Capponi si dedicò all’inventario della biblioteca: appose su ogni volume il suo ex libris, fatto eseguire da “Ignazio Lucchesini Bolognese, eccellente intagliatore di legno” presente a Roma nel giugno del  , e avviò la compilazione di un nuovo catalogo, volendosi presumibilmente ispirare al modello delle celebri raccolte bibliofile, giacché annotava nel Diario l’acquisto, presso G.L. Barbiellini, dell’“Index Biblioteca Cardinalis Imperialij Josephis Gonzaghe  (...) in occasione che presentemente sto facendo un indice completo e ben ordinato di tutta la mia libreria” . Il catalogo, infine, fu redatto prima con l’ausilio del padre A.P. Berti , e poi – almeno dal  – del padre Giulio Viviani . La biblioteca doveva aver raggiunto una certa consistenza già alla fine degli anni venti, in modo da rendere necessari, nel , nuovi lavori nel palazzo per dare più 116

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adeguati spazi alla raccolta. Secondo quanto riporta lo stesso marchese nel suo testamento, la collezione libraria fu sistemata al secondo piano nobile del palazzo, nell’appartamento detto “della libreria toscana” che dovrebbe coincidere con quello posto nell’ala nord dell’edificio, fra via di Ripetta e il vicolo delle Scalette, corrispondente, con buona probabilità, con quello occupato dal giovane Alessandro Gregorio prima della morte del padre Ferdinando . Se si confronta questa notizia con quanto si può ricavare dalla lettura dell’inventario del palazzo redatto in occasione della morte del marchese, si evince che la maggior parte dei volumi era stata riunita in un’unica sala, detta appunto della “libraria” . Questa sala, posta al secondo piano nobile, in angolo tra la via di Ripetta e il vicolo suddetto, era illuminata da due finestre sul fronte principale e da una di lato; una prima porta la collegava con l’“Alcova gialla”, che dava sul vicolo, e una seconda la metteva in comunicazione con le altre camere disposte sul fronte di via di Ripetta, secondo il tradizionale schema settecentesco dell’enfilade di sale. Un secondo e più esiguo nucleo di libri era stato invece collocato in “due scanzie” e in “un credenzino d’albuccio” posti nella seconda camera che affacciava sul vicolo delle Scalette, detta “delli canterani” . Mentre nella prima sala, come annota lo stesso marchese, era stata radunata l’intera collezione di volumi toscani, nell’altra camera erano stati collocati i “libri di cose antiquarie e di autori di medaglie e trattanti di ogni erudita materia delle cose di Roma, tanto sacre che profane, come anche di stampe di celebri pittori”, non avendo “più luogo nelle scanzie e stanze delli libri toscani” e allo scopo “di tenere separata quella raccolta più distinta” . Un’idea di come fosse internamente sistemata la sala della Libraria è resa da un’incisione apposta sul frontespizio del Catalogo della libreria Capponi , pubblicato a Roma nel , che la raffigura (fig. ). La sala della biblioteca vi è rappresentata racchiusa in una cornice di forma ovale, circondata da fronde di lauro che si dipartono dallo stemma della famiglia posto più in basso, e che reca in apice un cartiglio con il motto medicina animi. Il soffitto della sala appare voltato, e le membrature architettoniche sottolineate da fasce dipinte, mentre il pavimento s’intuisce rivestito da tarsie marmoree geometriche composte da quadrati e ottagoni intersecati fra loro, i cui colori però non appaiono; le pareti sono – come sappiamo anche dagli inventari – interamente rivestite da scansie lignee “d’albuccio con sue fermate d’ottone e spargimenti e pezzi di sopra compagni alle suddette scanzie con 120

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serrature e chiavi”. Si osserva la scaffalatura composta di una base chiusa da sportelli decorati con cornicette e di quattro ripiani superiori a vista; un ballatoio, decorato da pilastrini con erme lignee, correva lungo tutto il perimetro della sala, e su di esso si trovavano ventidue vasi etruschi della raccolta di antichità del marchese, esposti secondo il criterio da lui già utilizzato nel braccio nuovo della Biblioteca Vaticana, come si ricava, fra le righe, da alcune sue annotazioni (fig. ). L’arredo della sala doveva essere, infine, assai sobrio, costituito soltanto da un “tavoloncino da studio d’Albuccio svenato di radica d’acero con numero sei tiratori e sei sediole” rivestite di panno verde ; sul tavolo stavano esposti due busti ed altre piccole sculture femminili. Sulla facciata della biblioteca, infine, il Capponi aveva voluto apporre il motto senechiano “non refert quam multo, sed quam bonos habeas”, con il quale voleva sottolineare il carattere di particolare rarità dei volumi contenuti nella raccolta . La biblioteca del Capponi, considerata una raccolta di pregio da intellettuali ed eruditi contemporanei, fu talvolta visitata da studiosi e viaggiatori, come apprendiamo dalle parole del Vandelli in una lettera a Ludovico Antonio Muratori del  luglio : “Ho inteso che il secondo giorno dopo il suo arrivo (il marchese Maffei) si portò a vedere la gran raccolta del Campidoglio, e vi stette da quattro ore, un’altra mattina, l’impiegò nella Vaticana, un’altra a vedere il museo Chircheriano, ed ora sento vada in giro a fare le scoperte de’ musei nelle case de’ particolari: ieri mattina vide quello del signor marchese Capponi, e vi dee tornare per vedere la sua rara e scielta libreria, e di soli libri italiani e che è stata la miniera per l’Eloquenza del fu mons. Fontanini: vi ha  Decameroni in ° e cinque in-foglio, e ve ne ha cinque del  tutti da me veduti” . 126

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La collezione moderna: dipinti, disegni, stampe e sculture La dimora di via di Ripetta accoglieva, oltre alla biblioteca del marchese, la sua cospicua collezione d’arte, costituita da dipinti, disegni, stampe e sculture di epoca moderna, dal Rinascimento all’età coeva. Al momento della morte di Alessandro Gregorio la raccolta si componeva complessivamente di circa  dipinti, di un consistente numero di disegni e stampe, e di un piccolo gruppo di sculture, come si apprende dall’Inventarium Bonorum interiorum bone memorie Marchionis Alexandri Gregorii Capponi , nel quale è riportato l’elenco delle opere sala per sala, con l’indicazione delle misure, del soggetto raffigurato, ma senza, purtroppo, il nome dell’autore. 130

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. Anonimo, Strage degli Innocenti, XVII sec., Collezione dei disegni di Alessandro Gregorio Capponi. Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. , scatola II, c.r . Astolfo Petrazzi (attr.), Ascensione di un santo, prima metà del XVII sec., Collezione dei disegni di Alessandro Gregorio Capponi. Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. , scatola II, c.r

Dal confronto dell’inventario redatto post-mortem con il Diario di acquisti di quadri, oggetti, iscrizioni, tenuto dal marchese dal settembre  al settembre  (fonte quanto mai preziosa per ricostruire gli interessi artistici del suo autore), si ricava che non tutte le opere presenti nel palazzo furono acquistate da Alessandro Gregorio, a differenza dell’intero nucleo dei disegni e delle stampe, di un certo numero di sculture e di circa  quadri certamente raccolti dal medesimo. Si deve pertanto supporre che le altre opere fossero pervenute al marchese in via ereditaria e che, con ogni probabilità, avessero già trovato collocazione nel palazzo. Scorrendo le minuziose annotazioni del Diario autografo è possibile ricostruire i tempi, l’entità e il genere degli acquisti effettuati da Alessandro Gregorio. Se si prendono in esame gli anni dal  al , si osserva che il prevalente interesse del marchese fu dapprima orientato verso opere di maniera fiamminga, sia di grandi che di 131

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piccole dimensioni, con soggetti che vanno dalla pittura di genere e di paesaggio, come i due quadretti “di monsieur Arnoldo rappresentanti villani” e la marina “ritenuta di Breughel o Brugolo”, ai temi religiosi, come il “S. Giovanni Battista che predica al deserto in rame di maniera fiamminga stimato del Brugolo vecchio” oppure il “Riposo nella fuga in Egitto con una piramide (...) e in lontananza la Strage degl’Innocenti di maniera fiamminga o piutosto tedesca” . Fra le tele di un certo rilievo, e che sembrano avere un’attribuzione certa, figurano due dipinti di Rubens raffiguranti uno “mezza figura di un soldato armato alla tedesca collo scudo grande ed una sciabola colla quale vuole ammazzare un Putto che le stà avanti di figura intera ed una Donna che lo ritiene per di dietro e sono Marte, Cupido e Venere”, e l’altro S. Caterina d’Alessandria, entrambi acquistati nel , nonché un piccolo ritratto di “Paolo Giordano Orsini” ritenuto “di mano di Vandinch” o “di qualche scolare perché è fatto e finito 132


. Filippo Lauri (attr.), Adamo ed Eva (?), XVII sec. Collezione dei disegni di Alessandro Gregorio Capponi. Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. , scatola I, c.r . Michelangelo Cerquozzi detto delle Battaglie (attr.), Soldato a cavallo, XVII sec. Collezione dei disegni di Alessandro Gregorio Capponi. Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. , scatola I, c.r

eccellentissimamente”, vendutogli dal pittore Antonio Amorosi nel febbraio del  . A queste acquisizioni se ne aggiunsero, di tanto in tanto, altre di gusto classicista del secolo XVII, come il “paese con figure ignude chi dice del Posino chi del Mola”, le “Quattro carte grandi dei Sacramenti di Nicolò Posino” (acquistate rispettivamente nel marzo del  e nel giugno del ), il dipinto con un “Paese di Gasparo Pousin” nonché qualche opera della scuola bolognese fra cui una “Strage degli Innocenti” definita “della maniera del Guercino” . Nel  il marchese si procura, inoltre, da Napoli due opere di pittori caravaggeschi: “Due quadri grandi di Monsù Gherardo delle Notti rappresentanti uno S. Bastiano, e l’altro un Salvatore del Caravaggio o del Calabrese” . Accanto alla pittura del Seicento, figurano opere attribuite ai grandi maestri del secondo Cinquecento italiano, di scuola fiorentina e veneta: “un quadro in tavola (...) rappresentante Loth colle figlie nude, originale di Giorgio Vasari”; un Concerto campestre “stimato di Tiziano”, un altro rappresentante “Europa con diverse figure di Donne che la vestono” ritenuto di mano di Paolo Veronese” e “una mezza figura rappresentante la Maddalena con un vaso in mano in tavola (...) riconosciuta da professori originale di Jacopo Pontormo” . Sporadicamente compaiono, nei documenti, acquisti di opere di fattura rinascimentale, come le due tavole dette “della scuola di Perugino” raffiguranti, su fondo dorato, l’una “un Salvatore e l’altra un S. Giovanni assai belle e finite” . Se si pone mente al numero delle opere acquisite in questo torno d’anni, non superiore ai trenta pezzi, la raccolta risulta essere abbastanza esigua a confronto sia con altre coeve collezioni che con quelle dei suoi ascendenti; nel biennio - gli acquisti risultano ancor più contenuti, fino a cessare nel , a vantaggio invece di un numero sempre crescente di acquisizioni di oggetti d’antichità. In questo periodo entrano a far parte della raccolta soltanto sei opere: un S. Girolamo su rame “originale del Cavalier d’Arpino”, un S. Girolamo su tavola “della Scola almeno di Pietro Perugino”, “quattro quadrucci (...) dipinti sopra un legno nero da Luca d’Olanda e sono li quattro Evangelisti in mezza figura” e un quadro grande in orizzontale rappresentante “Gesù Cristo e la Samaritana con altre figure al pozzo” attribuito a G. Francesco Bolognese . L’interesse del marchese verso la pittura pare riprendere quota gradualmente, assieme a quello antiquario, dal 133

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. Jaques Callot (attr.), Soldati, XVII sec. Collezione dei disegni di Alessandro Gregorio Capponi. Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. , scatola I, c.r . Antonio Tempesta (attr.), Scena di battaglia, seconda metà del XVI sec. prima metà del XVII sec. Collezione dei disegni di Alessandro Gregorio Capponi. Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. , scatola II, c.r . Paul Brill (attr.), Paesaggio, ultimo quarto del XVI sec. primo quarto del XVII sec. Collezione dei disegni di Alessandro Gregorio Capponi. Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. , scatola I, c.r . Nicolas Poussin (attr.), Paesaggio con figura, XVII sec. Collezione dei disegni di Alessandro Gregorio Capponi. Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. , scatola I, c.r

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. Jacopo Negretti detto Palma il Giovane (attr.), Deposizione, seconda metà del XVI sec. Collezione dei disegni di Alessandro Gregorio Capponi. Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. , scatola II, c.r

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. Copia da Raffaello Sanzio, Venere, Giunone e Cerere, Loggia di Psiche, Villa della Farnesina. Collezione dei disegni di Alessandro Gregorio Capponi. Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. , scatola II, c.r

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. Giorgio Vasari (attr.), Ultima Cena, metà del XVI sec. Collezione dei disegni di Alessandro Gregorio Capponi. Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. , scatola II, c.r

 fino all’anno della sua morte: in questa fase la collezione capponiana si arricchì in modo consistente, giungendo a comporsi di circa  opere, tra cui figura anche un nucleo di  ritratti provenienti da casa Medici, ricevuti in dono dall’Elettrice Palatina, Anna Maria Luisa de’ Medici, il  agosto del  . Sebbene le acquisizioni di questo secondo periodo non si discostino molto, sotto il profilo delle scuole e dei generi, da quelle precedenti, l’incremento numerico della raccolta consente di definire con maggior precisione i principali filoni seguiti dal marchese nella sua attività di collezionista. Per quel che concerne i generi prediletti, la quadreria si arricchì in quegli anni di un cospicuo numero di dipinti di soggetto religioso, che includeva diverse immagini di santi, episodi dell’infanzia di Cristo e numerose raffigurazioni della Madonna con il Bambino (figg. , ), tra cui spiccano – come annotava il marchese – “due presepi cioè uno di Raffaele di Urbino assai bello et altro di Pier.no del Vaga”, una Madonna con il Bambino e S. Giovannino e da una parte il “monte dell’Avernia con S. Francesco che riceve le stimate (...) e tutta la pittura è bellissima e del tempo di Raffaele”, e una Madonna con Bambino dormiente del Sassoferrato “delle più belle e più saporite cose che habbia fatte quell’autore” . A queste opere si aggiunse un minor numero di tele di soggetto mitologico o allegorico, tra cui un Ratto di Proserpina del Cavalier d’Arpino, un “Bagno di Diana con diverse figure nude e Atteone” ritenuto della prima maniera di Poussin, e “un trionfo di Bacco con sileno sull’asino e molte figure che l’accompagnano (...) originale di Annibale Carracci”, tratto dagli affreschi per la Galleria Farnese . Anche i ritratti acquistati dal Capponi non sono numerosi e la loro acquisizione è concentrata fra il  e il ; oltre a quelli di pontefici, come quello di Sisto V eseguito da Scipione Pulzone e quello di Urbano VIII con il cardinal Francesco Barberini (“che lo giudicano originale di Guido Reni e chi di Domenichino e chi di Andrea Sacchi”), il marchese possedeva un ritratto del Duca di Toscana, diversi ritratti di cardinali e nobili non ben identificati, ed altri di artisti e letterati, come quello di Pietro Bembo, del Petrarca, del Boccaccio e l’autoritratto del pittore Viviano Codazzi . Attenzione particolare era dedicata ancora alla pittura di genere, avendone il marchese acquistato esemplari in numero consistente: alcune battaglie attribuite al “Borgognone” e a “Pasqualino delle Battaglie”, alcune scene di caccia, una “tavola con vivande”, ma soprattutto numerosi dipinti raffiguranti “bambocciata”, “stregoneria”, “paesi140

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no”, “paese con figure”, “marina”, e diverse vedute (figg. , -). È sulla pittura di paesaggio che pare concentrarsi soprattutto il gusto personale di Alessandro Gregorio, il quale negli acquisti sembra soppesare con cura la qualità di esecuzione: “Presi dall’intagliatore attaccato al cardinal Marescotti due quadri di tela d’imperatore di Pavolo Brilli” uno dei quali raffigurante “diversi uomini che danno delle archibusate e svaligiano dei passeggeri. Le figure non sono bellissime, ma li paesi sono di gusto e buona maniera” . Nell’ambito della produzione di questo genere, il marchese aveva una certa predilezione per l’opera di Filippo Lauri del quale possedeva una decina di pezzi, fra disegni e dipinti (fig. ), acquistati nel corso degli anni, fra cui spicca un dipinto raffigurante “una donna quasi a giacere sopra un cuscino rosso avanti la quale è un Satiro in ginocchio e un amorino le lega le mani dietro la schiena et un altro lo saetta nel petto con bel paesino” . La medesima predilezione per il genere del paesaggio connota le scelte del Capponi riguardo alla pittura contemporanea, poiché in tale ambito egli acquistò esclusivamente dipinti con vedute, e tutti tratti dalla produzione di Gaspard van Wittel, del quale si procurò, a partire dal , sedici quadri rappresentanti varie località italiane e diversi soggetti archeologici, tra cui “il porto d’Ancona”, una “veduta di Napoli”, “il tempio della Sibilla a Tivoli”, “l’arco di Tito”, “il Colosseo”, “Castel S. Angelo”, “l’arco di Settimio Severo” . Per quanto concerne le scuole artistiche, il marchese Capponi cercò di ampliare la sezione dei dipinti stranieri ricercando opere dei principali maestri della pittura fiamminga come Teniers, Brill, Bruegel e Rembrandt. Aumentarono di numero anche i dipinti del Quattro e del Cin144

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. Francesco Albani (attr.), Ercole e Deianira, prima metà del XVII sec., Collezione dei disegni di Alessandro Gregorio Capponi. Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. , scatola II, c.r

quecento italiano, con l’acquisizione di opere di ambito sia veneto che toscano – in particolare di tavole attribuite alla cerchia del Perugino, del Pinturicchio e del Mantegna e di opere vicine alla maniera di Michelangelo, di Leonardo da Vinci e di Correggio –, ma soprattutto di dipinti derivati da Raffaello o attribuiti ad artisti della sua cerchia, fra cui Daniele da Volterra, Perin del Vaga, Andrea del Sarto, Giulio Romano (fig. -). Nell’ambito della pittura del Seicento gli artisti più apprezzati dal marchese paiono quelli legati alla corrente classicista della scuola bolognese e romana, come Guercino, Reni, Albani, Domenichino, Sassoferrato e, in particolare, Poussin e Maratta, mentre egli sembra aver perduto l’iniziale interesse verso la pittura di Caravaggio e dei suoi epigoni (fig. ).

La lettura del Diario di Alessandro Gregorio consente di attingere notizie anche sulla provenienza delle opere e sui nomi dei mercanti d’arte con i quali il marchese ebbe a trattare i suoi acquisti. Fra questi, alcuni sono definiti propriamente “rivenditori di quadri”, come Giovanni Riccioli, Giovan Battista Lovani e “un certo Pellegrini”, altri sono indicati con il semplice nome, come “Girolamo l’intagliatore”, altri ancora sono anonimi “rivendituglioli” o rigattieri; in qualche caso erano gli stessi artisti impegnati nel commercio dei propri e degli altrui quadri, come il pittore Girolamo Pesci, Antonio Amorosi, Nicola Sanmarco, Antonio Bicchierari ; altre volte si trattava di antiquari famosi, come Francesco Palazzi, dal quale il Capponi acquistò una tavola di maniera fiamminga raffiguran147

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. Supplizio di Marsia. Riproduzioni di statue antiche. Collezione dei disegni di Alessandro Gregorio Capponi. Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. , scatola I, c.r

te “un paese annevato” , e Francesco Ficoroni, che gli procurò una Sacra Famiglia, per la verità di “maniera assai andante” , da porre nella Cappella vicina all’Alcova. Ad intenditori d’arte, ma soprattutto ad artisti, il marchese si affidò sovente per l’attribuzione e la valutazione di opere che intendeva acquistare. È Pier Leone Ghezzi il primo che, nel , gli fornisce la stima di un quadro di maniera fiamminga attribuito a Bruegel il vecchio ; Giacomo Zoboli, nel , viene interpellato per verificare l’autenticità di un quadro attribuito a Carlo Maratta , mentre Benedetto Luti riconobbe di mano di Perin del Vaga un disegno inviatogli dal Capponi nel  . Ma l’esperto di maggior reputazione presso il marchese fu certamente Giovanni Paolo Pannini, al quale egli fece più volte ricorso – come è annotato nel Diario – per l’attribuzione di opere: “Mandai a donare al V. Gian Pavolo Pannini Pittore al vicolo di Spada n. botteglie di vino di San Loran e libre  di salsiccie fatte venire apposta da Frascati; e questo per aver ritoccato il piatto di Raffaello che fu fatto accomodare e poter qualche volta sentire il suo parere sopra qualche quadro” . Nella sua fisionomia complessiva, la raccolta formata da Alessandro Gregorio denota innanzitutto l’intento di conseguire una certa completezza, insito nelle ragioni stesse del collezionismo e caratteristico di molte raccolte di famiglie patrizie; gli acquisti del marchese furono infatti orientati, per una certa parte, verso opere di maestri e scuole rappresentativi della produzione pittorica dei secoli XV, XVI e XVII. Nella collezione si intrecciano, d’altra parte, due filoni particolari, rivelatori dei gusti personali del suo autore: quello della pittura fiamminga, segnatamente di paesaggio, e quello classicista, rappresentato dalla produzione artistica che proseguiva la tradizione di Raffaello e di Annibale Carracci e aveva nell’opera di Carlo Maratta e dei suoi allievi gli esempi più noti e ricercati nella Roma fra la fine del Seicento e la prima metà del Settecento. Il collezionismo del Capponi appare, in questo senso, allineato alle prevalenti tendenze della sua epoca, che miravano ad emanciparsi gradualmente dai forti condizionamenti della tradizione tardo barocca e si incamminavano verso concezioni estetiche che assegnavano maggior pregio alla chiarezza del disegno e alla semplicità della composizione, di ascendenza classicista. Un indirizzo, questo, che si osserva in altre collezioni formate nello stesso periodo e di origine fiorentina, fra cui, in particolare, proprio quella dello stesso Clemente XII Corsini 154. Che fossero queste le prevalenti inclinazioni culturali 148

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. Monumento equestre a Marco Aurelio. Riproduzione di sculture antiche. Collezione dei disegni di Alessandro Gregorio Capponi. Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. , scatola II, c.r

del marchese pare trovar conferma anche nelle frequentazioni e nei contatti da lui avuti con gli artisti suoi contemporanei, scelti fra gli epigoni e i continuatori della pittura classicista di matrice bolognese e marattesca, quali furono Giacomo Zoboli, di estrazione modenese ma attivo a Roma dal , Benedetto Luti, di origine fiorentina, il romano Girolamo Pesci e Agostino Masucci, allievo ed erede ufficiale del Maratta; artisti i quali coltivavano anche il genere pittorico ispirato alla storia romana – basti pensare all’Uccisione di Cesare e all’Uccisione di Pompeo dello Zoboli –, e con ciò si rivelavano prossimi a quell’ambito culturale del primo Settecento romano in cui erano confluiti il rinnovato gusto antiquario e le correnti artistiche classiciste. Al medesimo contesto culturale erano in certa misura legate le figure di Pier Leone Ghezzi e Giovanni Paolo Pannini. Il primo, figlio di Giuseppe Ghezzi consigliere artistico di Cristina di Svezia, fu pittore affermato della Camera Apostolica dal  al , e condivise del marchese Alessandro Gregorio la passione antiquaria; il

secondo, paesaggista di formazione emiliana, era giunto a Roma per approfondire lo studio della pittura di figura presso la bottega del Luti, dove aveva appreso il paesaggio di gusto classico e archeologico, ed era stato, nel , “aggregato e ricevuto” all’Accademia di Francia, fondamentale centro di irradiazione della cultura classicista della Roma del primo Settecento e secondo soltanto a quello marattesco. Da questo entourage proveniva anche lo scultore di origine francese Michel-Ange Slodtz, a cui il marchese Capponi avrebbe affidato, nel , il proprio monumento funerario da collocare in S. Giovanni dei Fiorentini. Della cerchia frequentata dal marchese facevano parte altri artisti, dei quali egli non possedeva opere, ma che tuttavia in molte occasioni lo assistettero nella sua attività di ricerca e di raccolta antiquaria, fornendogli riproduzioni di materiali antichi e il proprio consiglio in occasione di restauri: è il caso del lucchese Giovanni Domenico Campiglia, autore dei disegni che corredarono i volumi dei Musei Capitolini curati da Giovanni Bottari e usciti fra il  e il , e del romano Placido Costanzi, allievo del Luti, che assieme al Campiglia, al Pannini e ad altri contribuirono a mettere a punto i criteri di restauro della scultura del Fauno rosso per i Capitolini ; nonché del giovane Pietro Nugarini, allievo del Masucci, che riprodusse diverse opere antiche del Museo capponiano. Anche il nucleo cospicuo di stampe e disegni, che integrava la collezione del marchese, era composto da opere che, sia nei generi che nelle scuole, si conformavano al gusto già evidenziato per i dipinti. Accanto ad un volume di stampe del Raimondi riproducenti la Passione di Dürer, comprendente anche scene di battaglia “da Bauer” e alcune riproduzioni di statue romane (si trattò di una delle prime acquisizione del Capponi nella sua veste di collezionista ), figurano alcuni disegni e stampe di Luca d’Olanda, fra cui una Orazione nell’orto ed una Flagellazione di Cristo, entrambe comperate nell’estate del  . Molte le riproduzioni da Raffaello e scuola, fra cui uno a penna ed acquarello dalla Trasfigurazione dell’Urbinate ; del pari, la collezione comprende un certo numero di disegni eseguiti da maestri della corrente classicista del Seicento e del primo Settecento, in particolare di Domenichino e di Poussin, diverse grafiche dei Carracci – fra cui una “testa languente coll’occhi serrati di un Christo di Annibal” –; un piccolo fregio con angeli e la Crocifissione di S. Andrea di Guido Reni; diverse opere di Carlo Maratta, fra cui Lucrezia “sul letto che si definisce copiato del Maratti da un 155

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. Bacco, Riproduzioni di statue antiche. Collezione dei disegni di Alessandro Gregorio Capponi. Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. , scatola I, c.r

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. Polidoro da Caravaggio (attr.), Soldati romani, prima metà del XVI sec. Collezione dei disegni di Alessandro Gregorio Capponi. Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. , scatola I, c.r

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. Anonimo, Muzio Scevola. Collezione dei disegni di Alessandro Gregorio Capponi. Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. , scatola II, c.r

suo primo allievo” e “Susanna nel bagno con due vecchioni originale autentico di Carlo Maratti di eccellente maniera del suo buon fare” . Della maniera cinquecentesca erano esempi, inoltre, una Venere ripresa da Tiziano, una Crocifissione dal Tintoretto nella Compagnia di S. Rocco a Venezia “copiato di mano di Agostino Carracci”, nonché una Annuziata con l’angelo da Michelangelo e un Giudizio ripreso da quello dello stesso Maestro del  . V’erano inoltre molti disegni e stampe di soggetto antico (figg. -, , ), alcuni legati in volumi come quelli già menzionati nella raccolta libraria della Biblioteca, a cui si devono aggiungere “un disegno col lapis rosso rappresentante il Cavallo di Troia (...) datomi del Tempesta” , “sei carte dell’Arco di Settimio Severo di quelle che vende il De Rossi” , un disegno con l’Arco di Costantino di Stefano della Bella , un disegno raffigurante un Anfiteatro attribuito dal Capponi a Pietro da Cortona e un disegno di grandi dimensioni “colorito rappresentante diverse figure in piedi con un fiume che esce dall’acqua fatto già dal famoso Pietro Santi Bartoli e copiato da una pittura trovata nelle fabriche dirute a S. Pietro in Vincoli”, e acquistato nell’agosto del  dal figlio di questi, Francesco . Di questo gruppo fanno parte anche alcune stampe con temi di storia romana, come quella raffigurante Coriolano di Santi Bartoli o quella con Brenno duce dei Galli, che pervenne al marchese insieme ad altre dalla Sicilia . Assai esiguo fu invece il numero di sculture moderne acquistate da Alessandro Gregorio. Poiché il primo e più consistente nucleo di opere fu incamerato fra l’estate del  e il gennaio del , si può affermare che l’interesse per la scultura moderna prese piede più tardi rispetto a quello per la pittura, e fu quasi subito scavalcato da quello per le opere antiche, che avrebbe avuto il suo culmine negli anni che vanno dal  al . Le prime opere acquistate furono due tondi scolpiti a bassorilievo attribuiti all’Algardi e alla sua scuola, “belli assai”, rappresentanti l’uno un’Annunciazione e l’altro una Madonna col Bambino in braccio e S. Giuseppe, in cambio dei quali il Capponi rese indietro un Paese attribuito a Poussin acquistato dallo stesso rivenditore, Giovanni Riccioli, pochi giorni prima . A questi seguì, il  settembre, l’acquisto di un bassorilievo di marmo raffigurante la Lupa con i gemelli ritenuta “del famoso scultore Fiammingo” per il quale, dal medesimo venditore, comperò anche il piedistallo moderno in bianco e nero e uno sgabellone di legno filettato d’oro per esporlo . L’ gennaio  il marchese 159

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si assicurò, “dopo lunga trattativa”, un bassorilievo di bronzo di notevoli dimensioni che rappresentava Bacco su un carro tirato da due asini con molti satiri e figure; insieme al rilievo il marchese acquisì anche una stampa raffigurante un Baccanale opera di Giulio Romano, che nelle sue intenzioni doveva attestare la fonte iconografica e forse anche l’epoca della scultura . Dopo una lunga pausa, nel  il Capponi torna ad acquistare altre due sculture moderne, le ultime del genere: “due modelli in greta cotta, tondi (...) un S. Girolamo e Maddalena” che egli definisce “di assai buona maniera quando non sieno del Bernino” . Anche le sculture moderne risultano in buona parte di soggetto classico, appartenenti al filone classicista di Cinque-Seicento e in linea con il gusto collezionistico del primo Settecento, che non disdegnava le opere barocche se di mano di artisti capiscuola, quale in ambito scultoreo era certamente il Bernini . Alla collezione formata direttamente dal marchese, come si è detto, si aggiungeva un altro cospicuo gruppo di opere, trecento circa, provenienti dalla raccolta di famiglia e con ogni probabilità già presenti in buona parte nel palazzo di Via di Ripetta. Di questo più antico nucleo della collezione, difficile da delimitare con precisione per i criteri diseguali con cui ne furono redatti i diversi inventari (privi, in particolare, di indicazioni circa il nome degli autori), non dovevano far parte, almeno sotto il profilo dei generi, opere tra loro molto diverse, giacché l’intera collezione risulta nel suo complesso, secondo i dati del , alquanto omogenea. In base al soggetto raffigurato e alle dimensioni del quadro è tuttavia possibile, in qualche caso, stabilire la provenienza delle opere acquisite dai predecessori del marchese. Fra quelle giuntegli da Gino Angelo è da identificare, con buona probabilità, un piccolo gruppo comprendente i dipinti con le Quattro stagioni, l’Adorazione dei Magi, la Strage degli Innocenti, definite nell’inventario del  “di bona mano”; originariamente collocate nella prima stanza del piano nobile, esse furono successivamente esposte da Alessandro Gregorio, rispettivamente, nella Galleria del primo piano e nell’Alcova gialla al secondo . L’antico nucleo comprendeva, anche la S. Barbara esposta nella Galleria, e, forse, le due tele dell’Annunciazione, raffiguranti l’una la Vergine e l’altra l’angelo, conservate nella prima anticamera al primo piano nobile . Dall’eredità paterna pervennero, invece, i “due putti di terracotta, con altro gruppo in mezo d’altri due con sua campana di cristallo ricoperti” esposti nella prima anticamera al piano nobile sopra ad un tavolino di cipresso 170

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negro “con cascata davanti intagliata e dorata” ; le due tele di grandi dimensioni raffiguranti la “Cena di Canna Gallelea” e la “Cena del Salvatore”, identificabili con i dipinti di analogo soggetto e dimensione esposti, al tempo di Alessandro Gregorio, nella prima anticamera del piano nobile ; il dipinto raffigurante il Sacrificio di Abramo e il Martirio di S. Andrea, l’uno collocato nella prima anticamera e l’altro nella Galleria al piano nobile . La medesima provenienza si può ipotizzare per il dipinto con “Santo Stefano lapidato” e quello rappresentante la “Conversione di S. Paolo”, due opere pendant forse identificabili nel “Martirio di S. Stefano” e nella “Caduta di S. Pavolo” collocati al secondo piano nobile nell’ultima stanza del palazzo verso il vicolo delle Scalette . Dopo i lavori eseguiti nel palazzo il marchese dovette provvedere ad una generale sistemazione della raccolta nelle sale; a partire dal , a conclusione di una parte consistente degli interventi per la “nuova fabbrica”, sono documentate numerose ricevute di pagamento per l’acquisto o la doratura delle cornici dei dipinti, di diverso formato e stile , e per l’allestimento delle opere sulle pareti delle camere: “pagati ad un huomo che aiutò mezza giornata ad attaccare li quadri grandi” . In questa fase vennero sottoposte a restauro, ma in qualche caso anche eliminate, alcune opere del nucleo originario perché troppo rovinate o considerate di scarto. È questo il caso, ad esempio, degli arazzi che, presenti in certo numero nell’inventario di Ferdinando Capponi, vennero selezionati e concentrati in due sole sale del piano nobile, in parte perché molto invecchiati , ma 175

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forse anche per i mutati gusti del tempo; fra gli oggetti acquistati dal marchese ricorre infatti una sola volta un arazzo, che doveva interessarlo forse più per l’attribuzione al Dürer che per il genere: “Da Antonio Capone rivenditore dl Monte di Pietà presi un pezzo di Arazzo (...) rappresentante la Resurrezione dl Signore fatto sul disegno di Alberto Duro o di Pietro Perugino, o di quel tempo, di assai buona maniera, e con un festone attorno di fiori e frutti belli a maraviglia e d.o arazzo è tessuto in oro di una ricchezza assai particolare” . Altre volte, vecchi dipinti conservati nella “guardarobba” e considerati di minor pregio vennero barattati con elementi di arredo o con nuovi quadri: fu così acquistato, ad esempio, il dipinto attribuito a Tiziano raffigurante un Concerto campestre, per il quale furono “dati in baratto cinque quadri cattivi che stavano nella stanza dello Scarto: un Annunciata coll’Angelo in grande, un S. Filippo Neri in grande, una Madonna col Bambino in grande, una S.ma Mad. con due Angeli in piedi in grande et un cagnolo in piccolo” . Opere provenienti dalle raccolte avite, in altri casi, furono sottoposte a restauro e successivamente collocate negli appartamenti abitati dal marchese al secondo piano, quasi ad indicarne il particolare pregio artistico o l’immediata consonanza con i suoi gusti personali. È questo il caso del dipinto di Federico Barocci raffigurante l’Apocalisse, che fatto rifoderare e pulire da Domenico Michelini, pittore nonché “coloraro a Campo Marzo” e restauratore di fiducia del marchese, fu poi collocato nella sua camera da letto. Lo stesso accadde per i quattro dipinti provenienti dalla collezione paterna raffi182

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. Giusto Fontanini, Achates Isiacus anularis (...), , Frontespizio del saggio pubblicato dal Fontanini sul cammeo con Iside della collezione del marchese Alessandro Gregorio Capponi, Roma, Biblioteca della Camera dei Deputati, Fondo Kissner

. Girolamo Frezza, Incisione raffigurante il cammeo con Iside dalla collezione di gemme del marchese Alessandro Gregorio Capponi, sul foglio è apposta la data del  giugno  Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. A, c.r

guranti la Conversione di S. Paolo, Il martirio di S. Stefano, Antonio e Cleopatra, Didone ed Enea, attribuiti, nel Diario del marchese, all’affermato pittore toscano Giacinto Gimignani .

un’attenzione particolare sotto il profilo sia dei soggetti raffigurati – prevalentemente ritratti di imperatori, divinità ed eroi classici –, sia sotto l’aspetto tecnico, con riguardo alla qualità dell’intaglio e alla varietà delle pietre: corniola, topazio, acqua marina, diaspro verde, agata nera venata di bianco, agata bianca venata, agata sardonica, agata a fondo nero e rilievo bianco lattato, granata. Una volta acquisite, le gemme erano oggetto di una certa cura da parte del marchese. In quanto oggetti da collezione, e pertanto destinati ad essere raccolti e preservati, essi venivano riposti assieme in appositi contenitori, come lo studiolo “di ebano tutto guarnito di pietre dure come lapislazulo, calidonie et agate, contornate da cornicette di metallo dorato assai bello”, acquistato dall’eredità Savelli nel maggio del  . Alcune gemme, quelle più adatte per forma e dimensione, vennero fatte montare in

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La collezione di antichità Il collezionismo del marchese Capponi si connotò, a partire dalla fine degli anni Dieci del secolo, per il più marcato interesse verso le opere di arte antica, che lo portò ad acquisire gradualmente una cospicua raccolta di materiale archeologico costituita da cammei, gemme, intagli, monete, iscrizioni, bassorilievi e sculture. I primi acquisti, tutti effettuati presso il mercato antiquario, sono documentati nel Diario a partire dal , e riguardarono esclusivamente cammei e gemme intagliate 185. A questo genere di oggetti il Capponi riservava

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. Disegno con Perseo e la Gorgone dalla collezione di gemme del marchese Alessandro Gregorio Capponi. Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. A, c.r

cammeo, riuscendo ad ottenere un risultato soddisfacente soltanto nel luglio del : “finalmente dopo un anno e mezzo (...) e dopo aver impazzato con tre Intagliatori di Rami come si è detto qui di sopra Franceschini e Freij, oggi si è auto terminato da Girolamo Frezza il d.o intaglio del Cammeo Egizio colla testa di Iside, della quale me ne ha fatta una disertazione Mons. Giusto Fontanini (...) quale si farà stampare da me coll’istessa stampa e rame” . Quasi contemporaneamente, dal settembre del , iniziarono i primi acquisti di monete, sia antiche che moderne: “comprai dal pastore anticagliaro sei medaglie di Cesari di conio del Padovanino e due altri imperatori”; “ monete d’argento (...) con Arme de Papi e di altri principi d’Italia; “n. medaglie di argento piccole di famiglie di consoli”; “presi da Carlo Antonio Napoleoni una medaglia grande coll’effigie di Aldo Manuzio e nel rovescio l’Ancora col Delfino con lettere greche che dicono “Festina lente” con cornicetta di pero nero” . Dal settembre del  l’interesse numismatico si concentrò verso le medaglie antiche, in particolare quelle con effigie imperiale: “Presi da Francesco Ficoroni due medaglie d’oro, una colla testa di Claudio (...) e l’altra colla testa di Tiberio” ; mentre dallo “Studio antico di medaglie” del Principe Giustiniani “ebbi le otto seguenti medaglie d’oro: le XII Cesari cioè la famiglia di Giulio Cesare, Augusto, Claudio (...), Nerone, Tiberio, Tito, Vespasiano e Domiziano...” . Nel giugno del  doveva ormai esser stata completata la raccolta delle monete dei Cesari: in quel periodo, infatti, il marchese commissionò un “libretto con due tavole dentro di Fico d’India colli suoi buchi torniti da mettere medaglie e questo deve servire per mettervi solamente li XII Cesari in oro e li XII Cesari in argento”; il libro “è stato coperto di marocchino rosso di levante filettato d’oro con l’Arme di casa” . Le medaglie provenivano perlopiù da mercanti antiquari, da artisti ed eruditi, ma in buona misura esse dovevano essere proposte al marchese in acquisto da semplici contadini a seguito di ritrovamenti occasionali. Non c’è mese, difatti, che nelle filze di pagamento non figuri accanto alle spese comuni – come quelle “per il mantenimento de Gatti” o per i cavalli “Principino e Moscatello”, per le ostie o “la polvere di Cipro per le parrucche” –, qualche mancia elargita ad “un villano che portò una medaglia” . A partire dal , accrescendosi l’interesse del marchese verso gli scavi archeologici, la collezione antiquaria cominciò ad includere affreschi, mosaici, vetri, bassorilievi, statue e iscrizioni, provenienti direttamente dalle 189

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oro in foggia di anello, allo scopo presumibilmente di indossarle, come nel caso di “una corniola bislunga bellissima di forma grande per anello coll’intaglio di un Perseo figura sana in piedi in una mano tiene la Testa di Medusa”, trasformata in anello dall’orefice Giuseppe Rospigliosi: “per legatura a tutt’oro suo in anello legato a giorno per il dito anulare” (fig. ). Altre, considerate di peculiare valore artistico e storicodocumentario, erano oggetto di studio, riproduzione e divulgazione da parte di Alessandro Gregorio. È questo il caso del cammeo con la testa di Iside egizia, acquistato dal noto antiquario Ficoroni nel gennaio del , e reso celebre da una dissertazione scritta dall’erudito Giusto Fontanini (figg. -). Alla pubblicazione del saggio provvide lo stesso marchese, il quale in ogni modo si adoperò per ottenere una buona riproduzione grafica del 187

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. Giuseppe Orazi, Incisione raffigurante l’immagine dell’architetto rinvenuto nello scavo archeologico presso un colombario nella Vigna Muggiani, . Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. A, c.r . Sarcofago antico murato su una parete nel cortile di Palazzo Capponi a Roma

numerose cave frequentate dal Capponi. La prima acquisizione di tal genere fu relativa ad un affresco ritrovato in un colombario sulla via Appia Antica poco prima di Porta S. Sebastiano, raffigurante, secondo i documenti dell’epoca, “l’architetto di quel Colombario, oppure la figura di Vitruvio”: “una figura in piedi alta due palmi con un panneggiamento lungo fino alli piedi di color verde tenendo in mano un istromento matematico e da uno de lati vi era dipinto un Archipendolo, e dall’altra parte un altro istromento”. Per poterlo trasportare nel palazzo di via di Ripetta, l’affresco fu fatto staccare dal marchese, “e venne qui in casa felicemente” (fig. ). Due anni più tardi è registrato l’acquisto di una delle prime sculture: una “statuetta di bronzo presa il  febbraio  rappresentante un mimo (...) cioè il Pulcinella detto dagli antichi macens”, secondo l’interpretazione che del pezzo fece monsignor Fontanini . A questa seguirono numerose sculture di piccole dimensioni, sia di marmo che di bronzo, come la “testa d’Ercole piccola”, il “Sileno in ginocchio sopra un otre”, “una dea con la testa voltata sopra la spalla”, “un giovine di quei detti Pucillatore di ottima maniera”, “una statuetta di Ippocrate”, “una Diana Efesina di metallo antico dorato” . Diversi anche i busti e le teste antiche: “una testa di filosofo con gran barba e occhi di ottima maniera”, una testa in marmo del giovane Marcello, “una testa di marmo nero rappresentante un moro, ossia schiavo” trovata nella vigna di S. Balbina, “una testa di marmo di donna con celata che può dirsi di Minerva et ancora di Roma”, “una testa di marmo veramente antica e di Seneca”, il busto di Settimio Severo e quello di Faustina . Dalla “cava sopra il monte in faccia alla Colonna dlla piazza di S. Cesareo” era proveniente, nel luglio del , la prima statua di grandi dimensioni acquistata dal Capponi, raffigurante un giovane con un maialino, identificato poi dal Napoleoni come statua di un camillo: “di marmo pario di ragazzino coronato di lauro tenente colle due mani per gli piedi un porchetto a traverso il petto e nel tronco dl sinistro piede vi è scolpito un coltello et in dosso ha un bel panneggiamento in fino alle ginocchia” . Un altro gruppo di statue provenne invece dai ritrovamenti presso la cava “di Gabriele dei Padri di S. Sisto” nell’autunno del ; quasi sotto gli occhi del marchese, che si era recato al “suddetto orto per vedere se si era fatta altra scoperta”, emerse un busto “bellissimo et intatto non è d’Imperatore, et ha certa barba rada ma tutta sotto al mento e sotto le gote e li capelli sono bassissimi (...) e perché qualche goloso non vi andasse a fiutarlo me lo feci 195

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mettere nella mia carrozza e adagio adagio lo portai in casa”. Qualche giorno dopo, nella stessa cava, dove il marchese per prudenza aveva lasciato a guardia alcuni servitori, vennero ritrovati un “putto sopra il delfino” che secondo Alessandro Gregorio doveva essere, data la sua collocazione “una fontana che buttasse per la bocca del delfino”, e successivamente una statua “con panneggiamento senatorio e con testa di un giovinetto”, che lo stesso Capponi identificò come Annio Vero . Nel ’ giunse da Tivoli un “tronco di una statua (...) colla sua testa attaccata con grappolo d’uva e frutta” raffigurante un Fauno in marmo rosso antico, che nel  sarebbe stato donato al Museo Capitolino; nell’agosto del , infine, da Michele Castone scalpellino a Ponte Sisto, fu acquistata “un’ara di marmo alta p.mi  con sopra un’Agnella sventrata in atto di sacrificio cavata tutta da un masso (...) soggetto raro” . Sempre da scavi archeologici pervennero, negli stessi anni, alcuni vasi di pregio, come una tazza d’alabastro con manici doppi e un “vaso di marmo pario trasparente tutto lavorato e striato con coperchio”. Diversi frammenti di mosaici giunsero dagli scavi di villa Adriana a Tivoli, alcuni tramite il cavatore Carmine Silvestri, altri tramite lo scalpellino di fiducia Pietro Blasi ; mentre da una vigna fuori Porta Maggiore un contadino gli portò un “vetro antico fatto a cammeo col fondo torchino et il rilievo bianco rappresentante una donna e un Amorino” . Accanto alle piccole gemme dall’intaglio prezioso e alle sculture di grandi dimensioni, compaiono nella raccolta Capponi oggetti rappresentativi della “cultura materiale” che attestano il volgersi del suo interesse antiquario agli aspetti non solamente di carattere artistico ed estetico, bensì anche storico e documentario. Fra gli acquisti del marchese figurano numerosi “marchi di tavoloni antichi di terracotta”, qualche lucerna, dei bicchieri fatti a corno “che portavano in mano i pucillatori”, un gruppo di vasetti di bronzo di varie dimensioni, “un Raschiatore di metallo antico non troppo grande”, alcuni “pesi di metallo”, un “Vaso da pigliare il sangue ne’ Sacrifici”, “un piccolo condotto di piombo” . Tale concezione dell’oggetto antico quale fonte e documento di conoscenza storica dovette esser di guida al marchese anche per quanto riguarda la sua cospicua raccolta epigrafica. Benché le acquisizioni in questo campo fossero cominciate relativamente tardi (la prima iscrizione da lui ottenuta, il  aprile del , fu una proveniente dalla cava di S. Balbina sull’Aventino ), il Capponi vi si dedicò con particolare cura ed impegno dacché avviò la trascrizione di tutte le principali epigrafi a 200

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lui note, sistematicamente ordinandole in classi . Dopo i primi acquisti il numero delle iscrizioni possedute crebbe rapidamente, fino a raggiungere il cospicuo numero di oltre duecento pezzi. Di queste, alcune erano semplici lapidi e frammenti di iscrizioni – in maggioranza in latino –, altre erano completate da decorazioni a bassorilievo; ad esclusione di alcune provenienti da collezioni patrizie ed acquistate sul mercato antiquario, come i due bassorilievi con iscrizione della collezione del “card. del Pozzo” del gennaio  , la maggior parte giunse direttamente al Capponi dagli scavi in quegli anni effettuati presso le catacombe di S. Sebastiano e di S. Urbano, dalli “monti di S. Paolo per andare a Ostia”, dalla zona del Testaccio e di Porta Portese, dalla cava del Circo Massimo (nei pressi delle monache di S. Caterina da Siena), e da una vigna fuori Porta S. Giovanni a Porta Latina . Un numero cospicuo fu estratto anche da terreni di proprietà dello stesso marchese: due furono rinvenute occasionalmente nel  nel cortile del palazzo di via di Ripetta durante lavori di ristrutturazione dell’edificio, ed altre emersero dagli scavi intrapresi nella Vigna fuori Porta del Popolo: “Avendo io A.G. Capponi come già notai qui mesi or sono, per il genio che hò per le Antichità fu fatto fare nella mia vigna a un miglio fuori della Porta del Popolo diversi tasti dalla parte che confina colla P.P. di Agostino appunto rasente il loro Tinello et il termine divisorio nella falda sotto il monte e viale che porta al mio Casino di sopra (...) si scoprì esservi muri e macerie dirute sotte le quali molte casse di marmo e tavoloni (...) già rotte e spogliate e rivolte in altri antichi tempi, e fra li frantumi si trovaron varie casse di marmo ossia sarcofagi e fra esse una sola se ne cavò sana di lunghezza lavorata e scannellata e nel mezzo un ovato con un busto di homo giovane. (...) così ancora vari pezzi di fondi e prospetti di alcune casse et uno di questi feci portare qui in casa per farla murare dove hò fatto e farò pure murare questa colle iscrizioni parimenti trovate ivi come dirò” (fig. ). Accanto alle numerose opere di provenienza classica e talvolta egizia – come il noto cammeo di Iside –, si affiancavano nel museo capponiano reperti di origine etrusca e paleocristiana, che, ancora una volta, rivelano una concezione dell’antico assai estesa e di spirito quasi enciclopedico, protesa com’era a documentare, in modo che si intendeva razionale ed esaustivo, ambiti storici e culturali tra loro distanti. La cultura etrusca era rappresentata, oltre che dai diversi vasi collocati nella Biblioteca, in parte provenienti dal mercato antiquario – soprattutto dal Ficoroni e dal 206

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. Nicola Sanmarco, Veduta di un porto, riproduzione dell’affresco antico raffigurante un porto, ritrovato nel novembre del  presso la cava di S. Sisto. Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. , c.r

Napoleoni – e in parte da scavi, da una serie di oggetti tra cui “patere” di metallo, un’olla cineraria, un tripode bronzeo, due statuette raffiguranti “due uomini etruschi et uno tiene in pugno un putto che suona et una piccola statua d’un Marte mezzo dorato” . Tra le opere di archeologia cristiana figuravano nella raccolta alcune lastre di sarcofago scolpite a bassorilievo, alcuni “vetri antichi colle figure graffite messe a oro, che si trovano nelli cimiteri”, “un pezzo di madreperla quadro largo quanto una pietra dove è incavato il Presepe con Angeli e Pastori de tempi della primitiva Chiesa e disse essere stato trovato presentemente nella Cava che si fa agli Orti Farnesiani” e “una crocetta d’oro antico con lavorini sulla maniera della primitiva chiesa con un buco in mezzo alla crociata forse per porvi una reliquia” ; il Capponi non disdegnava, inoltre, le opere della tarda antichità cristiana oppure alto medioevali, e aveva acquistato frammenti di rivestimenti pavimentali, antichi portali di chiese, tavole greco-mosche (figg. -). In questa visione a largo spettro dell’antico, il collezionismo del marchese Capponi rispecchia in modo quasi emblematico le inclinazioni caratteristiche dei circoli antiquari romani e toscani. Se, infatti, l’apprezzamento per la cultura egizia si può ricollegare, da un lato, ai noti studi che aveva ad essa dedicato il gesuita Athanasius Kircher e, dall’altro, ad eventi significativi quale la donazione di Clemente XI al Campidoglio delle cinque statue colossali egizie, provenienti dagli scavi degli Horti Sallustiani, l’interesse per le antichità etrusche è certamente riconducibile alla contemporanea riscoperta di quel popolo avviata in ambito toscano, di cui fu animatore quegli anni l’erudito Francesco Gori. Fu infatti il nostro marchese a sovvenzionare la pubblicazione del Museum etruscum del Gori, con cui fu spesso in contatto per lo scambio di notizie e materiali. Nel luglio , ad esempio, il Capponi inviava a Firenze “una corniola coll’intaglio di un bue o Toro che guarda il Cielo et hà una pianta di erba con fiore o spiga come di grano (...) con un lavoro fino intorno alla corniola tanto che lo giudicherei lavoro a tempo degli Etruschi; onde l’ho preso per mandarlo come ho fatto di molti altri a Firenze al Dottor Gori che scrive presentemente sopra ciò” . Analogamente, all’interesse del Capponi per le antichità cristiane non furono certo estranei la coeva rinascita degli studi intorno alla cultura paleocristiana e la campagna di esplorazione, in quegli anni avviata, delle antiche aree cimiteriali e degli edifici di culto, nonché il fiorire di pubblicazioni in materia già dagli inizi del XVIII secolo. Nella concezione in voga presso la Curia romana, d’altra 212

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parte, è noto come la riscoperta dell’antico non si limitasse all’arte greca e romana, ma guardasse all’aspetto “tanto sacro quanto profano” – come scrivevano il Marangoni e lo stesso Capponi – come a due facce di una sola medaglia; ed è con tale spirito, crediamo, che il marchese colse l’occasione di esplorare una catacomba assieme al Boldetti, nominato da Clemente XI Custode delle reliquie e dei cimiteri, e a Giovanni Marangoni, suo collaboratore dal . Elevato modello di riferimento di tale approccio culturale era la Roma sotterranea del Bosio, Sculture e pitture sacre, estratte dai cimiteri di Roma, nuovamente pubblicata a cura di Giovanni Bottari. Da tali premesse, il collezionismo del marchese non si esauriva nel mero reperimento e nella tesaurizzazione degli oggetti, ma si esplicava in una collaterale ricerca erudita, volta a verificarne l’autenticità, il valore, l’interpretazione tematica (quasi mai una precisa collocazione cronologica), che spesso vedeva il Capponi avvalersi del parere di esperti e corrispondenti, e tendeva ad assicurare la documentazione e la divulgazione delle relative notizie storico-artistiche. L’aspetto documentario, in particolar modo, era curato mediante un’attenta opera di riproduzione grafica dell’oggetto e talvolta con l’esecuzione di calchi, nel chiaro intento di preservarne il modello. Emblematica, a questo riguardo, la vicenda dell’affresco raffigurante “un porto con architettura e prospettiva all’uso poco ben inteso dagli antichi con due barche con uomini” che il marchese vide nel corso di un sopralluogo alla cava di S. Sisto, nel novembre del , e che immediatamente ordinò di riprodurre in copia; già il  del mese il pittore Nicola Sanmarco era in grado di consegnare ad Alessandro Gregorio il cartone con la riproduzione dell’affresco, di guisa che il committente poteva annotare nel Diario, nel registrare il relativo pagamento, “che la pittura che io feci disegnare oggi l’ho veduta tutta caduta a terra per l’umidità di questi giorni” (fig. ). Il valore documentario della riproduzione grafica di opere antiche era già stato, d’altra parte, anche legislativamente riconosciuto all’inizio del secolo , e si era affermata, con innovative disposizioni, la necessità di eseguire un disegno di quelle cose che, rinvenute nel corso di uno 216

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. Pietro Nugarini e Pietro Pinga, Rara tavola Greco-Mosca della Collezione Del Marchese Alessandro Gregorio Capponi, ritenuta all’epoca del XI sec., . Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. A, c.r . Pietro Nugarini e Pietro Pinga, Icona Greco-Mosca della Collezione del Marchese Alessandro Gregorio Capponi, . Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. A, c.

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. Centauro con Deianira. Disegno di un fondo di Tazza Etrusca disegnata grandezza; Roma ex Museo Capponiano  febb. . Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. (), c.r

scavo, non avrebbero potuto essere conservate . L’intento documentario e conservativo ispirò infatti la riproduzione di molte opere del Museo Capponi effettuate nel corso degli anni: il cammeo con Iside, intagliato da Girolamo Frezza (-) ; l’affresco raffigurante l’architetto proveniente dal colombario sull’Appia Antica, disegnato da Pier Leone Ghezzi e riprodotto in incisione dall’intagliatore Giuseppe Orazi con successivi ritocchi ad opera dello stesso Frezza, fra il dicembre del  e il febbraio del  ; la statuetta del mimo, acquistata dall’antiquario Francesco Palazzi, disegnata e intagliata da Giacomo Piccini nel gennaio del  ; le tavole lignee raffiguranti il “Menologio greco-mosco” disegnate nel  dal Nugarini (figg. , ); il medaglione con l’effige di Antonino Eliogabalo, e sul rovescio una quadriga con l’aquila, di cui fu affidata la riproduzione a “Pietro Nucarini Corazza bravo disegnatore” nel novembre del  ; la tazza etrusca con dipinto sul fondo un “centauro con Deianira in groppa” (fig. ); altri due vasi etruschi di bronzo disegnati “da Domenico pittore” nel febbraio del  . A corredo della riproduzione grafica si metteva mano solitamente ad una breve dissertazione esplicativa, perlopiù affidandone l’incarico ad esperti: il Fontanini si occupò di studiare l’Iside Capponiana e, successivamente, la statuetta del mimo ; ancora il Fontanini, nel marzo del , dedicò un saggio ad un altro cammeo raffigurante la Gallina di Numidia ; il Ghezzi aggiunse al disegno dell’architetto una didascalia illustrativa, mentre una dissertazione sul Menologio greco-mosco avrebbe dovuto esser data alle stampe con “la spiegazione di Monsignor Assemani”, Primo Custode della Biblioteca Vaticana . Il Capponi si faceva carico di pubblicare i testi e le relative immagini e anche della loro diffusione presso studiosi ed esperti, con chiaro intento di divulgare l’opera nell’ambito della “Repubblica degli eruditi” . Così, ad esempio, il Muratori poteva apprendere dal Marmi, il  marzo , di una imminente pubblicazione del Capponi, da identificarsi con ogni probabilità, per la data della missiva, con la stampa dell’affresco raffigurante l’architetto – : “il signor marchese Capponi mi scrive d’aver fatto stampare un certo monumento d’antichità per donare a gli amici, e che in breve l’avrebbe trasmesso ancora a me; onde ne sto in curiosità” . La risonanza di simili operazioni editoriali presso la comunità degli studiosi, e la loro utilità per le conoscenze sull’antico vennero, del resto, riconosciute a chiare lettere dal Marangoni, il quale, nella nota epistola dedicatoria, potè sottolineare, tra i pregi delle molteplici attività del 218

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marchese, appunto quello del “pubblico beneficio” derivante dalla riproduzione da lui promossa di alcune opere nonché dalla costituzione, e dalla accessibilità agli eruditi, del suo privato Museo: “Roma però, e tutti gli studiosi delle sue antichità, più a Voi, che ad ogn’altro distinte professano le obbligazioni: ed in primo luogo, pel Vostro domestico, ed insigne Museo, doviziosissimo di rarissimi Monumenti antichi, di Medaglie d’oro, d’argento, e di metallo, di Statue, di Cammei, di pietre scolpite, vasi, e somiglianti anticaglie, del quale Voi così liberamente fate copia ad ogni dilettante, e studioso, sicche quasi non Vostro, ma comune a tutti assembra: anzi, per tutti invitare a goderne l’aspetto, ed ammirarlo, nel portico, e nel cortile di questo Vostro Palagio, affissa avete una gran serie di antiche Iscrizioni le più erudite, e singolari, da Voi con sommo studio, si può dire, da loro sepolcri scavate, delle quali, non pochi scrittori ne han dato saggio nelle Opere loro. Io però fra tutti gli monumenti di questo vostro Museo, un sommo pregio ho conceputo di quel rarissimo, e che non ha pari, Menologio Greco Mosco in tavola di Cedro delineato eccellentemente con piccole figurine, esprimenti ciascheduna il Santo, che corre ogni giorno per tutto l’anno, che da Voi, a pubblico beneficio, al presente, si è già fatto incidere in rame, per darlo alla pubblica luce alle continuate richieste di molti eruditi” . Nella medesima prospettiva, di documentazione dell’antico, è forse da interpretarsi anche il desiderio espresso dal marchese Capponi di riprodurre in catalogo completo sia le medaglie che le gemme da lui raccolte, 231

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come in effetti cominciò a fare nel gennaio del  e, con nuova lena, nel . Al pari della biblioteca, anche il Museo di antichità esistente nel palazzo di via di Ripetta fu meta di visitatori, eruditi, artisti e studiosi, che ne riferiscono talvolta in propri scambi epistolari , e come lo stesso Capponi occasionalmente riporta, forse per le visite più prestigiose, nel suo Diario; sotto la data del  marzo del  il marchese annota la visita del cardinale Quirini, a cui seguì quella del principe di Craon nel marzo del  e quella del noto scultore Pietro Bracci nel settembre del  . Le visite potevano rappresentare una preziosa occasione per lo scambio di conoscenze relativamente alle antiche opere, come avvenne nel corso dell’incontro col Bracci , o per fare omaggio di un’opera gradita ad un ospite di prestigio, quale il cardinal Quirini che ricevette in dono dal Capponi quattro medaglie provenienti dalla collezione di Paolo II Barbo: “Essendo stato qui in casa a favorirmi et a vedere il mio piccolo Museo il V. Card. Quirini nel vedere la raccolta delle medaglie di huomini illustri le piacquero quattro medaglie di bronzo di Papa Pavolo Secondo veneto e fra quale una che aveva un cerchio bellissimo e grande ad uso de medaglioni dl buon secolo degli Imperatori romani, onde pregai sua E. a prenderli, quali molto gradì” . 233

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Il palazzo e le collezioni: l’allestimento delle opere La collezione di Alessandro Gregorio, sebbene costituita da oggetti eterogenei per epoca e fattura, si presentava all’epoca a guisa di raccolta unitaria, contenuta tutta nel palazzo di via di Ripetta; alle opere, sia quelle di gusto antiquario che quelle moderne, era stata assegnata collocazione nelle numerose sale e nel cortile del palazzo, secondo un ordine che tendeva in parte ad accostare le une accanto alle altre, in parte ad accorparle per generi ed epoche. Ad eccezione di poche camere di servizio, le opere erano disposte in ogni sala del palazzo ed in maggior numero negli appartamenti del secondo piano nobile, quelli abitati dal marchese, ove vennero ad accumularsi circa  dipinti, oltre  disegni e gran parte della raccolta di antichità. In questo piano dell’edificio il marchese preferì collocare le opere da lui direttamente acquistate ed altre scelte fra quelle di provenienza famigliare, con ciò volendo evidentemente caratterizzare con il gusto personale i propri ambienti di vita.

Nelle sale, la distribuzione delle opere era guidata da criteri che in qualche misura riflettevano le distinzioni tipologiche formulate dallo stesso marchese nei propri scritti e adottate nella redazione dei cataloghi. Talché la raccolta di gemme e cammei, quella di monete, quella delle monete con i XII Cesari e quella dei piccoli oggetti antichi in oro, vennero conservate in mobili ad hoc che consentivano di tenerle separate; anche le iscrizioni, che nel collezionismo antiquario erano considerate di genere più omogeneo, furono raggruppate con metodo analogo a quello impiegato dal Capponi nella raccolta manoscritta dei testi epigrafici; allo stesso modo i disegni e le stampe furono esposti assieme in un’unica sala del palazzo. I dipinti e le sculture ebbero, invece, collocazione nelle sale senza rigide distinzioni, mantenendo l’eterogeneità dei generi e delle epoche. All’interno delle sale i dipinti, come è facile presumere dal loro numero censito nelle singole camere e in base ai criteri di allestimento all’epoca in voga, dovevano essere disposte a rivestire interamente le pareti, e le sculture collocate su basamenti e appositi “sgabelloni”. Il canone estetico della varietas governava infatti, nella maggior parte dei casi, la distribuzione dei dipinti nelle sale: ai soggetti religiosi si affiancavano quelli mitologicoallegorici, ai ritratti le bambocciate e le pitture di paesaggio; siffatto criterio di allestimento delle opere d’arte, propugnato già nella trattatistica del secolo precedente, aveva lo scopo di dilettare l’osservatore, attraverso l’accostamento e il confronto erudito di temi e di maniere diversi . Di questo stile doveva essere esempio alquanto fedele l’allestimento della Galleria, collocata al primo piano nobile, nella grande sala che affacciava verso il giardino interno, dove infatti erano accostati, alle tele di soggetto religioso rappresentanti S. Anna con S. Gioacchino e la Madonna, S. Barbara e S. Girolamo, il dipinto di grandi dimensioni con Marte, Venere e Cupido e quello rappresentante “diverse figure di putti”; accanto al Martirio di S. Andrea e alla Conversione di S. Paolo erano esposte alcune tele rappresentanti le Quattro stagioni, “due cucine ed una vendemmia”. Nella Galleria, data la sua funzione di rappresentanza, erano collocati anche un certo numero di ritratti di cardinali, vescovi e personalità illustri, fra i quali dominava, anche per le grandi dimensioni, il ritratto della Regina Cristina di Svezia, protettrice della famiglia di Alessandro Gregorio; una sola scultura, “un amorino”, posto su un piedistallo di pietra, vi era presente . Se al canone della varietas doveva principalmente con237

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formarsi la disposizione dei dipinti, in alcune camere sembra, invece, prevalere l’uniformità, ottenuta radunando nei singoli ambienti opere dello stesso genere pittorico. Tale diverso criterio espositivo, suggerito già dal Marino nella sua Galeria immaginaria – che l’autore aveva ordinato in quattro sezioni dedicate alle “favole”, alle “historie”, ai “ritratti” e ai “capricci” –, aveva avuto una certa fortuna in alcune raccolte private, quale la collezione Martelli, in cui le opere erano ripartite in base al genere pittorico, o quelle Rinuccini e Corsini, che avevano entrambe una sala destinata prevalentemente alla pittura di paesaggio. È possibile che tale più razionale e sistematico criterio espositivo, oltre a perseguire una varietà iconografica sul medesimo tema, rispondesse al fine di stimolare nell’osservatore – così sospinto verso una più consapevole fruizione delle opere d’arte – il confronto fra scuole e maniere; se una simile impronta, di tenore storico-documentario, fosse presente, e in quale misura, anche nella collezione del marchese Capponi è, purtroppo, oggi non più verificabile a causa della carenza di notizie circa gli autori delle opere da lui possedute. Di certo, un qualche criterio di uniformità fu osservato nell’allestimento della stanza “contigua verso il cantone di Ripetta”, l’ultima sala del palazzo verso il vicolo del Vantaggio, dove vennero concentrati  dipinti di paesaggio di diverse dimensioni scelti fra “paesini”, “paesi e figure”, “marine”, “tempeste” e “prospettive”. Nella terza camera su via di Ripetta, dove l’omogeneità dei dipinti era tale da farla denominare camera “delle Madonne”, il marchese aveva inoltre fatto riunire gran parte dei quadri raffiguranti la Vergine; la concentrazione di tante opere simili nella stessa sala fu tale, forse, da mettere in difficoltà anche l’estensore dell’inventario, il quale fu costretto a soffermarsi in modo più accurato sulla descrizione di ciascun quadro, tentando di evidenziarne le lievi differenze: “Madonna con Bambino per mano, S. Giovannino, S. Elisabetta”, “Madonna bagiata dal Bambino”, “Madonna con Bambino in braccio e S. Girolamo e S. Giovanni Battista”, “Vergine con le mani giunte, il Bambino, S. Giovanni e S. Francesco che riceve le stimmate” , “Madonna col Bambino e quattro angeli”, “l’Assunta”, “Madonna col Bambino e S. Giuseppe”, “Presepe”, “Madonna e Gesù Cristo”, “Madonna ed il Bambino, S. Pietro e S. Paolo con altre figure nell’atto di supplicare”, “Visitazione di S. Elisabetta”. Assieme ai dipinti, nelle sale trovarono spazio sculture di piccole dimensioni, statue e bassorilievi, sia antichi che moderni. Tutte le opere scultoree possedute dal marchese 239

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Capponi (ad eccezione del gruppo di “putti in creta” proveniente dalla collezione paterna, del Crocifisso dorato con croce e base in ebano posto nella seconda stanza, e della “statua di amorino” collocata nella Galleria), furono disposte nelle camere del secondo piano nobile , a piccoli gruppi o come pezzi isolati; quelle di piccole dimensioni, poste sul mobilio accanto a qualche vaso etrusco o ad altri suppellettili, si fondevano con l’arredamento. Tra queste opere e i dipinti esposti sulle pareti non emerge, dalle descrizioni, la ricerca di un collegamento specifico, ad eccezione della sola camera d’angolo verso il vicolo delle Scalette, in cui le diverse opere sembrano accomunate da temi mitologici e celebrativi della Roma antica . In questa sala, l’ultima dell’ala destra del palazzo, erano esposti sedici dipinti di diverso genere, fra cui si imponevano all’attenzione, sia per la mole che per il soggetto, le quattro tele di Giacinto Gimignani provenienti dalla collezione di famiglia e che il marchese aveva fatto restaurare, due delle quali raffiguranti, rispettivamente, Enea e Didone e Marcantonio e Cleopatra. Gli antichi fasti romani erano, inoltre, richiamati da due sculture, “una Cleopatra giacente” e “una Lupa e Romolo e Remo”, quest’ultimo identificabile con il bassorilievo moderno acquistato dal marchese nel settembre del , “creduto del famoso scultore Fiammingo” . Lungo le pareti della stanza, su altrettanti “sgabelloni d’albuccio intagliati, traforati, ingessati, e imbruniti”, erano disposti dieci antichi busti marmorei raffiguranti Antonino, “Augusta, creduta Faustina”, Seneca, Settimio Severo, Pertinace ed altri, opere acquisite dal marchese sia presso i mercanti che dagli scavi . Le effigi di imperatori, imperatrici e filosofi contribuivano ad esaltare l’intento celebrativo della Roma vetus e dei suoi protagonisti; fra le opere antiche era esposto in questa sala anche il gruppo scultoreo del Delfino con il putto che gli siede sul dorso, rinvenuto dal marchese nel corso di uno dei suoi sopralluoghi alla cava di S. Sisto . Il tema della classicità proseguiva idealmente nella sala adiacente, in cui erano conservati “i libri di cose antiquarie e di autori di medaglie e trattanti di ogni erudita materia delle cose di Roma”; per la presenza di due grandi cassettoni di legno “con numero quattro tiratori”, essa era detta “dei canterani”. Sappiamo che il primo mobile conteneva, oltre ad abiti del marchese, alcune stampe su carta; vi era al di sopra poggiato un tabernacolo di noce con colonnine di pietra bianca e nera, con capitelli e base di rame dorato, sfingi e protomi di metallo ai lati, in cui erano conservati “scarti di medaglie falze”; accanto vi erano alcuni vasi etruschi. Nel secondo canterano erano 240

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custodite le medaglie degli uomini illustri di vari metalli, e sopra v’era una copia della statua equestre di Marco Aurelio, acquistata dal marchese nell’estate del  . Alle pareti, dipinti di vario genere: battaglie, bambocciate, prospettive, ritratti, nature morte. Nella stanza seguente – la terza sul vicolo delle Scalette –, detta dei “setini verdi” per il colore dominante nei parati e nell’arredo, risultano disposti, fra i dipinti, il ritratto di Sisto V e quello del Pontormo raffigurante Maddalena Capponi Benci. Anche qui era una certa quantità di opere di soggetto classico, fra cui il bassorilievo di bronzo con il Trionfo di Bacco (identificabile con quello di fattura moderna acquistato dal marchese nel  ), e un secondo bassorilievo di marmo grigio, raffigurante un Baccanale. V’erano anche quattordici teste marmoree di varie grandezze, e l’antica statua di Annio Vero ritrovata dallo stesso marchese nella cava di S. Sisto vecchio nel novembre  . Qui il Capponi aveva riunito, inoltre, cinque scudi di diversa fattura ed epoca, di cui uno identificabile con quello così descritto nel Diario: “Finalmente sotto detto giorno presi da Abram Segni ebreo un clipeo o scudo da Guerriero di ferro istoriato a Bassorilievo con Oratio a Cavallo sopra il Ponte Sublicio che combatte armato con molte figure” . Nel passetto contiguo dominava la statua di marmo antica raffigurante “chierico coronato di lauro con porchetto in mamo in atto di sagrificare” , anch’essa proveniente dalla cava di S. Sisto già dal luglio del  ; questa, assieme a quella di Annio Vero, valutate rispettivamente  e  scudi l’una, risultano essere le sculture di maggior valore della raccolta. Superato il passetto si entrava nell’Alcova gialla che fu forse, delle tre esistenti nel palazzo, la camera da letto solitamente utilizzata dal marchese negli ultimi anni di vita, in ragione della sua vicinanza alla cappella, quando, a causa delle condizioni di salute, aveva difficoltà a muoversi. In questa camera, così denominata per la presenza di una elaborata tappezzeria in damasco giallo, erano radunati più di venti quadri tutti di soggetto religioso: alcuni di grandi dimensioni che arredavano le pareti maggiori della sala – fra cui Cristo alla colonna, l’Adorazione dei Magi, la Strage degli Innocenti , S. Giovanni che scrive l’Apocalisse e un S. Girolamo –, ed altri più piccoli, forse con più netta funzione devozionale e posti, com’era uso, a capo del letto. L’uniformità di genere dei dipinti è in questo caso da ricondurre non tanto ai criteri di allestimento, come si è osservato a proposito di altre sale del palazzo, quanto alla tradizione invalsa fin dal Seicento di 245

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porre nelle camere da letto, le più private, opere di soggetto religioso . Da questo ambiente si passava nella sala della Libraria, la prima stanza d’angolo fra via delle Scalette e via di Ripetta, dove non v’erano dipinti; a seguire, sul fronte principale, si giungeva in un’altra stanza che prendeva il nome dalla principale scultura antica che vi era collocata, “un piedistallo di pietra con zoccolo di porta santa con sopra una pecora sventrata” , che corrisponde alla scultura di cui il Capponi registra l’acquisto il  agosto del , e da lui ritenuta di pregio per la resa naturalistica e per la rarità del soggetto: “una seconda simile era nella collezione Mattei alla Navicella, ma – annota il Nostro nel suo Diario – assai di minor prezzo di questa presa da me”. L’opera venne affidata per il restauro a Carlo Napoleoni, il quale gli rifece una zampa e ritoccò le altre, lucidò la base e vi fissò un perno di metallo che consentiva di farla ruotare per osservarla da ogni lato . Accanto erano esposti due bassorilievi e una testa di Baccante con due putti in terracotta. Alla stanza della pecora seguivano quella delle Madonne e quella in cui erano stati riuniti i dipinti di paesaggio, l’ultima sull’angolo verso via del Vantaggio ; sopra la porta v’erano, come è descritto nel Diario, due busti antichi “di pietra uno de quali rappresentante Settimio Severo e l’altro incognito” . Di fronte a questa stanza, ma verso il lato interno del palazzo, si apriva l’Alcova nobile, caratterizzata da un prezioso apparato in velluto cremisi e “lama d’oro” e da un camino con una specchiera con cornice dorata sopra. Fra i mobili v’era una scrivania “ottangolata” con diversi cassettini: al loro interno, al momento dell’inventario redatto post mortem, vennero rinvenuti il Diario degli acquisti dei libri e quello delle opere d’arte. Due canterani di noce intarsiati di radica d’acero e “filettati d’Agrofoglio” contenevano, inoltre, molte stampe sia in rame che in legno , mentre fra i dipinti il marchese qui ne conservava uno di grandi dimensioni raffigurante papa Clemente XII, al quale doveva le sue principali investiture pubbliche . L’Alcova nobile era collegata mediante un “passetto” con il Gabinetto, col quale formava il nucleo principale del nuovo quartiere che il marchese aveva voluto realizzare nel palazzo con i lavori eseguiti dopo il . Il Gabinetto si affacciava verso il giardino e costituiva, secondo un gusto tipicamente settecentesco, il luogo più raccolto degli appartamenti privati del marchese: lontano dal rumore, destinato alla meditazione, alla lettura, allo 253

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-. Inventario topografico delle iscrizioni e bassorilievi del cortile di palazzo Capponi contenente l’elenco e la posizione delle singole opere redatto all’epoca di Alessandro Gregorio. Roma, Archivio Capitolino

studio o alla conversazione con persone intime. L’arredamento della camera era costituito da alcuni tavoli di legno, di cui uno “impellicciato di Fico d’India” con diversi cassetti, contenenti “diverse stampe in carta”; un secondo tavolo, detto “a toletta impellicciato di verde antico”, ed uno in pietra di foggia triangolare erano disposti in angolo nella camera ; dipresso si trovavano una colonna, anch’essa di verde antico con il suo capitello, sormontata da un vaso di alabastro orientale , e un “Burò di noce con piedi a piramide con tre tiratori e calatora con suoi sportelli e cristalli avanti con serrature e chiavi e scudetti di rame dorato”, su cui erano disposte tre statuette di figure “alla cinese” . Completavano, infine, l’arredo della sala un inginocchiatoio e “sei sediole da camera” . Alle pareti erano esposti ben  quadri, quasi il triplo di quelli presenti in ciascuna delle altre sale, di vario soggetto: temi religiosi e mitologici, ritratti, pitture di 260

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paesaggio. Di alcuni di essi v’è traccia nel Diario degli acquisti, come il dipinto su tavola raffigurante Loth con le figlie, “originale di Giorgio Vasari” acquistato dal Capponi nell’aprile del  ; i piccoli quadretti con i quattro Evangelisti a mezza figura, corrispondenti ai “quattro quadrucci (...) di Luca d’Olanda” acquistati nell’aprile del  ; i due disegni a penna raffiguranti uno la Veduta di S. Pietro e l’altro quella di S. Maria Maggiore “con le cornici negre e dorate”, acquistati nel febbraio  da Costantini senese e che Alessandro Gregorio riteneva di mano di Giacinto Gigli ; il “paese annevato con molte persone et figure di maniera olandese assai bella e tracciata delicatamente” avuto da Francesco Palazzi nel  ; il piccolo rame rappresentante S. Benedetto, acquistato nel , e definito di mano di P. Brill . Fra i molti ritratti presenti nella stanza sono altresì individuabili quello del Bembo, acquistato nel marzo  , e quelli di Neri e Gino Capponi, suoi antenati. 264

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In questa stanza erano altresì conservate le opere e gli oggetti della collezione ai quali il marchese più teneva e quelli ritenuti di maggior valore; in particolare, le gemme e i cammei (per i quali, già nel maggio del , il marchese aveva acquistato, dalla liquidazione dell’eredità Savelli, “uno studiolo piccolo per tenere i miei Camei e intagli, (...) di ebano tutto guarnito di pietre dure come lapislazulo, calidonie e agate, contornate da cornicette di metallo dorato assai bello” ); le monete dei XII Cesari, custodite in un libretto “ricoperto di marocchino rosso di Levante filettato d’oro con l’Arme di Casa” appositamente eseguito , e gli oggetti in oro di piccole dimensioni, riposti in una cassetta rivestita fuori di marocchino e di velluto all’interno, fatta fare “allo Stucciaro di Parione” nell’autunno del  . Anche questi oggetti dovevano essere custoditi all’interno di “due studioli” del Gabinetto, forse gli stessi acquistati dal “Guercio Rigattiere a Strada Ferratina” nel 270

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gennaio : “di Fico d’india con suoi piedi grandi dell’istesso bellissimo legno tutti torniti con n. tiratori per ciascuno con borchie e scudetti traforati e dorati, con maniglie e cantonate da tutte le bande assai ben fatte valutati trenta scudi”, per i quali diede “in baratto n. pezzi di quadri fra grandi e piccoli assai dello scarto che ho fatto per ripulire e modernare la casa e per accomodare tutto assieme il mio piccolo Museo per lo qual caso gli studioli o stipi sono a proposito ”. È degno di nota che di tutta la collezione, solo questa parte conservata negli studioli fosse definita nell’Inventarium con il termine di “Museo”: “nelli quali fu ritrovato tutto il museo lasciato per legato al detto Collegio romano e fatto stimare da Padre Contucci custode del Museo Chircheriano esistente in detto Collegio romano e stimato ascendere a scudi quattromila” . In questo ambiente, infine, era esposto il Menologio greco-mosco, lasciato in legato alla Biblioteca Vaticana . 273

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Tornando verso lo scalone principale, si poteva accedere alla Saletta che conduce all’appartamento superiore (da identificarsi con la prima stanza d’accesso agli appartamenti dopo il pianerottolo delle scale), dov’era sistemata buona parte dei disegni e delle stampe,  fra “disegni, prospettive, battaglie e stampe di diverse misure e specie di figure” esposti sulle pareti con cornici bianche e oro, secondo un uso poco consueto di conservare questi materiali, normalmente raccolti tutti in volumi o custodie portafogli . Nella stessa sala, forse al centro, era esposta “una statua di pietra rappresentante una donna nuda che sta a sedere di scurcio”, identificabile, forse, con la “figura di donna al naturale di marmo assai buono in atto di sedere tutta raccolta tenendosi la mano al petto, di lavoro antico moderno” acquistata dal Capponi nell’agosto del  . La parte rimanente della raccolta, consistente di iscrizioni, lapidi, bolli, bassorilievi e alcuni busti, era conservata al piano terreno del palazzo . Le epigrafi erano perlopiù murate nelle pareti dell’androne principale, dei cortili e del giardino, come si apprende da un inventario topografico delle stesse (figg. -); i rilievi, nel complessivo numero di  pezzi, erano incorniciati con modanature in stucco di stile uniforme: “Per haver spartito in diversi luoghi dell’Entrone n.  Lapide di diverse misure fatto l’incastro nel muro con diligenza doppo empito di gesso il fondo, e fiancate, messe e murate...”; “...per l’aggetto di calce incollata della cornicetta attorno dette Lapidi, ...modellata con piano, gola, ovitta simile all’altre che si erano fatte prima”, oppure modanate “con piano, gola roversa, bastoncino e intacca” . Le lapidi furono ritoccate con “gesso, biacca, colori e oglio con lustro” stesi a pennello “per uniformare li marmi”, oppure con “carniccia et altri colori serviti da accompagnare li fondi delle lapidi”; i testi delle iscrizioni furono ripassati con vernice rossa: “per ginapro, lacca, et altri colori serviti per dare due mani à tutte le lettere delle lapidi poste nel cortile dell’Ill.mo Sig.re Marchese” . All’interno degli specchi delimitati dalle cornici di stucco potevano trovarsi gruppi di bolli riuniti insieme ad una o più iscrizioni. A questi riquadri si alternavano, di tanto in tanto, i busti e i bassorilievi. Sulla parete sinistra dell’androne era esposto, fra le iscrizioni, il bassorilievo “in marmo statuario (...) con un letto et una giovane a giacere colla testa sopra un guanciale et un amorino in piedi che la guarda et un cane alli piedi”, proveniente da una vigna presso Porta Latina . Tra la fine dell’androne e l’ingresso nel cortile si trovava una nicchia con il busto di Alessandro Magno (forse celebrativo dello stesso marchese), e sotto di esso 276

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due bassorilievi su cui erano scolpite due teste; entrando nel cortile s’incontravano due ulteriori rilievi, raffiguranti il primo un’Architettura e l’altro un Baccanale. Nel cortile grande, accanto ad una fila di iscrizioni allineate l’una sull’altra in modo verticale, si sviluppava una seconda “filara” con nove rilievi che rappresentavano, tra l’altro, ancora un Baccanale, un Centauro , un Mercurio e “figure con simboli nelle mani”; sulla parete vicino alla fontana era esposto un bassorilievo raffigurante un contadino con l’aratro, forse quello acquistato nel novembre del  e decorato con “un aratro con due Bovi et il bifolco che ara la terra” . Sempre nel cortile, sopra al cancello che immetteva nel giardino vi era “una nicchia in tondo con un busto di una Roma” , forse disposta a pendant di quella contenente il busto di Alessandro Magno. Nel giardino, di fronte alla fontana, v’erano due busti, uno di Bacco e l’altro di un Satiro; in mezzo a questi, un “Giove à sedere”, da identificarsi con la statua ritrovata nella cava dei Padri di S. Sisto nel novembre del  . Se la scelta del criterio espositivo, quale risulta dai documenti, è certamente in linea con la consuetudine tardo cinquecentesca, particolarmente in voga a Roma, di ornare le facciate e i cortili dei palazzi patrizi con reperti archeologici, disposti a fondersi armonicamente con l’architettura moderna e ad alludere, nel contempo, alla magnificenza degli interni nonché allo status sociale e culturale della famiglia che vi risiedeva, le motivazioni del marchese sembrano muovere da un diverso concetto del reperto archeologico. Il criterio espositivo da lui adottato, infatti, non poteva non risentire di altri modelli ed influenze, tra cui, soprattutto, quelli cui s’ispirò il progettato allestimento di un museo di antichità del Cortile del Belvedere, affidato da Clemente XI al Bianchini . Nel suddetto Cortile dovevano, come in quello di palazzo Capponi, essere murati gli antichi reperti nelle pareti, in un’alternarsi di iscrizioni, bolli e regesti cronologici, documenti eloquenti della storia antica provenienti sia dall’ambito romano che paleocristiano. Pare indicativo di un, pur non ancora pienamente maturo, intento storico-documentario che i diversi materiali, come nelle più celebri collezioni pubbliche, fossero radunati dal Capponi in piccoli gruppi e posti all’interno di cornici in stucco, così conferendo all’insieme un carattere prossimo più alla sistematicità e all’ordine compositivo, che alla magnificenza cinquecentesca o al fasto barocco. In tal modo la finalità della raccolta, come si dimostra consapevole anche il Marangoni, si allontanava dal consueto intento celebrativo del dominus, e si avvicinava 283

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piuttosto a quella delle collezioni aperte al pubblico: “pel Vostro domestico, ed insigne Museo, doviziosissimo di rarissimi Monumenti antichi, di Medaglie d’oro, d’argento, e di metallo, di Statue, di Cammei, di pietre scolpite, vasi, e somiglianti anticaglie, del quale Voi così liberamente fate copia ad ogni dilettante, e studioso, sicche quasi non Vostro, ma comune a tutti sembra assembra: anzi, per tutti invitare a goderne l’aspetto, ed ammirarlo, nel portico, e nel cortile di questo Vostro Palagio, affissa avete una gran serie di antiche Iscrizioni le più erudite, e singolari, da Voi con sommo studio, si può dire, da loro sepolcri scavate, delle quali, non pochi scrittori ne han dato saggio nelle Opere loro” . 288

NOTE 1 L’asse ereditario paterno si evince dal testamento di Alessandro Gregorio Capponi del 15 aprile 1745, ASR, Trenta notai capitolini, notaio Generoso Ginnetti, uff.8, vol. 335, p. 293. Notizie sulle medesime proprietà, con puntuali annotazioni sulle casette al vicolo delle Scalette, sul nome degli affittuari e sul valore della locazione, si rinvengono anche in un documento (non datato, ma certamente di poco successivo alla morte di Alessandro Gregorio) in Nota di Capitoli trovatisi nell’Eredità della Bo: Me. Alessandro Gregorio Marchese Capponi esistenti in Roma, AC, Archivio Cardelli, T.68, f.9. 2 Su Ferdinando Capponi e sua moglie Ottavia Giustiniani si veda supra, capitolo III.4 e relative note. 3 AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 63, f. 57. 4 Cfr. FRANCESCHINI M., 1997, 62. 5 Si tratta dei Manoscritti Capponi n. 313 e n. 293 conservati presso la BAV. 6 PETRUCCI A., 1976, p. 11. 7 Notizie sulle vicende di tale pubblicazione, relative agli anni 17231724, si traggono da VIOLA C., 1999, pp. 370, 385-386 e da VIANELLO C., 1976, p. 163. I due rami raffiguranti i ritratti di Gino e Neri, fatti incidere dal Capponi a Roma, risultano anch’essi nell’Inventario dei beni redatto dopo la morte del marchese 1746 e conservati in uno dei due canterani dell’Alcova nobile. ASR, Trenta notai capitolini, notaio Generoso Ginnetti, uff.8, vol. 335, p. 251. 8 AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 70, f. 27; la stessa licenza, estratta dalla Presidenza delle Strade. Lettere patenti, b. 58, c. 18v, è riportata in LANCIANI R., 1989-2000, p. 41. 9 Le notizie di questi interventi di scavo sono stati tratti da LANCIANI R., 1989-2000, pp. 11-79. 10 Si fa riferimento agli editti del cardinal Spinola del 18 luglio 1701 e del 30 settembre 1704, in SPERONI M., 1988, pp. 14-17. 11 Sulla politica di promozione e tutela dell’antico nel corso del pontificato di Clemente XI, si veda GASPARRI C., 2001, pp. 53-58. 12 Lettere di aggregazioni in varie Accademie Illustri connesse al Marchese Alessandro Gregorio Capponi, AC, Archivio Cardelli, T. 65, f.39. 13 Sulla nomina a “Lucumone” del Capponi si veda BAV, Ms. Capp. 282 II, c.176; cfr. anche DONATO M.P., 2000, p. 83. 14 La citazione è tratta da M.P. DONATO, 2000, p. 79; sull’argomento si veda anche FRANCESCHINI M., 1993, p. 74. 15 CARACCIOLO A., 1982, p. 322. 16 Insegnante di teologia e poi di filosofia al Collegio Clementino di Roma (1714), fu Consultore della Congregazione dell’Indice (1729) e di

quella dei Riti, nonché teologo qualificatore del tribunale dell’Inquisizione. Fu socio anche dell’Accademia dell’Arcadia, dell’Accademia di storia ecclesiastica e di quella di storia romana e antichità. In ambito antiquario, gli interessi del Baldini furono prevalentemente rivolti alla numismatica. È considerata una delle migliori opere del Baldini la riedizione da lui curata, nel 1743, dei Numismata imperatorum Romanorum praestantiora... di J. Vaillant, celebre numismatico e antiquario di Luigi XIV. Varie lettere del Baldini ad Alessandro Gregorio Capponi, datate fra il 1723 e il 1740, sono conservate presso la Biblioteca Vaticana. Sul punto cfr. MORETTI L., 1963, pp. 482-483. 17 Ridolfino Venuti, membro e tesoriere dell’Accademia Etrusca di Cortona, si trasferì a Roma nel 1734 come auditore del cardinal Alessandro Albani; in quegli anni il giovane abate, favorito dalla conoscenza di alcuni celebri eruditi e dall’ufficio ricoperto presso il cardinale Albani, potè dedicarsi allo studio delle antichità. In questo campo egli si riteneva allievo di A.F. Gori, al cui insegnamento volle attenersi nella stesura delle schede del catalogo delle antichità di Antonio Borioni, pubblicato nel 1736 con il titolo di Collectanea Antiquitatum Romanarum, ricco di un apparato illustrativo di mano dei più affermati incisori e disegnatori, fra cui P.S. Bartoli, F. Bartolini, G. Rossi, G.G. Frezza. Fin dal maggio 1735 il Venuti iniziò a lavorare all’illustrazione della collezione di medaglioni del cardinal Albani, collezione venduta nel 1738 al papa Clemente XII, e pubblicata fra il 1739 e il 1744. Nel 1744 venne nominato commissario delle antichità di Roma e custode delle gallerie pontificie; nel 1750 fu autore di una guida del Museo Capitolino o sia Descrizione delle Statue, Busti, Bassorilievi, Urne Sepolcrali, Iscrizioni, ed altre ammirabili, ed erudite Antichità, che si custodiscono nel Palazzo alla destra del Senatorio vicino alla Chiesa d’Araceli in Campidoglio. Cfr. in argomento BAROCCHI P. - GALLO D., 1985, pp. 84-106. 18 Al servizio dei Corsini di Firenze già dal 1718, il Bottari si era formato sotto la guida di A.M. Biscioni e A.M. Salvini. La fama ottenuta presso i circoli intellettuali come eminente linguista e profondo conoscitore della letteratura toscana (nel 1725 tenne una lunga serie di conferenze su Boccaccio), indusse l’Accademia della Crusca ad affidargli il compito di preparare una nuova edizione del Vocabolario. Nel 1730, dopo l’elezione di Clemente XII, si trasferì a Roma presso il cardinal Corsini, nel palazzo alla Lungara, con diversi incarichi, fra i quali la cura della raccolta libraria e d’arte di Neri Corsini, con il quale condividerà lo spirito giansenista del circolo dell’“Archetto”. Sull’attività del Bottari a Roma si veda ancora PIGNATELLI G. - PETRUCCI A., 1971, pp. 409-418; ALLOISI S., 1984, pp. 2736; PAPINI M.L., 1998, pp. 29-43. 19 DONATO M.P., 2000, pp. 79-80. 20 Il Foriere maggiore, titolo che rimonta a Sisto V, era infatti insignito anche della dignità di Cameriere segreto. 21 AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 66, f. 42. 22 AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 66, f. 3. 23 Il marchese Capponi redasse, ad illustrazione dei lavori, due libri intitolati: Libro mastro del ristauramento dell’Antico Arco di Costantino Magno... e Registro de mandati de depositi, e pagamenti diretti al Sac. Monte della Pietà per il ristauramento dell’antico Arco di Costantino Magno, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 66, f. 42. L’intervento di restauro fu documentato anche attraverso l’apposizione di una iscrizione dedicatoria in alcune “Camere, ricavate dentro la parte superiore dell’Arco” come è riportato da GADDI G., 1736, pp. 114-119. 24 AC, Archivio Cardelli, T. 66, f. 42. Si veda anche il Diario di PIETRO BRACCI in GRADARA C., 1918, pp. 161-164. 25 AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.66, f.42. 26 AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.67. 27 Le vicende dell’acquisto della collezione Albani e quelle relative alla nascita del museo sono descritte dal Marchese Capponi nel volume intitolato Statue di Campidoglio, AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 47. Sulla nascita del Museo Capitolino e il ruolo avuto dal Marchese Alessandro Gregorio Capponi si veda VERNESI V., 2002, pp. 73-88; FRANCE-

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M., 1993, pp. 73-80. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.47, cc.1v-2r. 29 I passi sono tratti dal Chirografo pontificio del 5 dicembre 1733 allegato al contratto di compravendita della collezione Albani, ASR, Ufficio RCA, t. 918, f. 909. 30 Dal 1736 al 1740 l’architetto Francesco Ferruzzi risulta incaricato degli ultimi piccoli lavori di finitura del palazzo, come riportato in BENEDETTI S., 2001, p. 129. Anche in questo caso la scelta non fu casuale: il Ferruzzi risulta infatti responsabile dei lavori del palazzo di via di Ripetta già dal 1732. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.69, f.5. 31 AC, Archivio Cardelli, T. 67. Cfr., in tema, VERNESI V., 2002, pp. 7388; Franceschini M., 1993, pp. 73-80. 32 Riguardo agli interventi di restauro si veda AC, Archivio Cardelli, T. 66 e 47; BARBERINI M.G., 1993, pp. 23-31 33 Dalle pagine del Diario di Alessandro Gregorio i primi rapporti con il Napoleoni sembrerebbero risalire almeno al 1726, anno in cui il marchese acquistò dallo stesso una medaglia con l’effigie di Aldo Manuzio, a cui seguirono nel 1729 “n. 8 carte disegnate e colorite di cimiteri e mosaici” e, dal 1730 in poi, tutti i restauri per le sculture della sua collezione privata. BAV, Ms. Capp. 293, cc. 14 v, 35r, 45, 104, 133. 34 Anche la conoscenza e i rapporti con il Ficoroni e il Palazzi risalivano indietro negli anni; con loro il marchese aveva avuto modo di trattare diversi acquisti a partire dal 1723. BAV, Ms. Capp. 293, cc. 6, 8, 18v, 19, 20, 22v, 24, 26, 38v. 35 Sul primo allestimento della collezione antiquaria del Museo Capitolino si vedano: VERNESI V., 2002, pp. 73-88; ARATA F.P., 1994, pp. 45-94; FRANCESCHINI M., 1993, pp. 73-80. 36 GADDI G., 1736, pp. 137-138. 37 Sui criteri di scelta delle acquisizioni successive del Capitolino si veda FRANCESCHINI M., 1993, pp. 73-80. 38 Sulle ulteriori acquisizioni del Museo Capitolino negli anni della presidenza del Capponi si veda, ARATA F.P., 1994, pp. 45-94; FRANCESCHINI M., 1993, pp. 73-80; BARBERINI M.G., 1993, pp. 23-31; PIETRANGELI C., 1964, pp. 49-54. 39 GIORGI D., 1737. Della dissertazione il marchese provvide a far stampare 500 copie dall’editore Giuseppe Lazzarini come risulta da una ricevuta di pagamento datata 13 aprile 1737. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.69, f.5. 40 Per la ricomposizione dei frammenti il Capponi ricorse sia al confronto con le fonti (Bellori, Vestigia di Roma) che all’aiuto di Giovanbattista Nolli; cfr. FRANCESCHINI M., 1993, p. 77. 41 BAV, Ms. Capp. 293, c. 164 42 LUCATELLI G., 1750, p. 13. 43 Fra le filze di pagamento, sottoscritte dall’architetto F. Ferruzzi e relative all’inverno del 1743, si ritrova la notizia del trasferimento del bassorilievo dal palazzo di via di Ripetta, dove era murato nel cortile, al Campidoglio: “Per aver smurato il Bassorilievo antico nel Portico dove erano scolpiti l’Istromenti architettonici antichi con il Piede geometrico mandato dall’Ill.mo in dono al Museo Capitolino e murato un altro Bassorilievo con le Baccanti”. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.95, c.105. 44 Il marchese acquisì nel 1736 il busto del Fauno dagli scavi di villa Adriana; successivamente altri frammenti della statua passarono a monsignor Furietti, il quale nel 1744 ne fece dono al pontefice. Su proposta di Benedetto XIV i frammenti furono affidati al Capponi perché provvedesse a far restaurare la statua allo scopo di destinarla al Museo Capitolino. Le vicende del restauro del Fauno sono state ricostruite da BARBERINI M.G., 1993, pp. 23-35. 45 AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 66, ff. 2; 4. 46 BAV, Ms. Capp. 293, pp. 171; 202-203. 47 A tal proposito si veda GASPARRI C., 2001, p. 58. 48 AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.66, f.4. 49 AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.66, f.4. Nello stesso periodo è documentato anche uno scavo nella vigna dei Sig. Cicolini a SS. Pietro e MarcelSCHINI 28

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lino. Ibidem, f.2. 50 BAV, Ms. Capp. 293, c. 171. 51 BAV, Ms. Capp. 293, c. 62v. Il de Boze rispose ringraziando il Capponi in una lettera del 21 luglio 1732. BAV, Ms. Capp. 278, cc. 105-106, in DONATO M.P., 1993, II, 1, p. 147. 52 CASTIGNOLI P., 1975, pp. 93, 94, 96, 97, 99, 102. 53 CASTIGNOLI P., 1975, p. 102. Sulle condizioni di salute del marchese negli ultimi anni si veda anche AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.65, f.38. 54 AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.65, f.39. 55 PETRUCCI A., 1976, p. 12. 56 F. Fuga e N. Salvi risultano nell’elenco di coloro che in occasione di festività, come Ferragosto e Natale, offrirono doni al marchese Capponi, ogni anno dal 1734 al 1745. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.66, f.10. 57 MARANGONI G., 1746, p. III. La notizia della dedica fu anticipata a voce dal Marangoni in occasione di una sua visita al marchese Capponi insieme a M. Boldetti, come annota il marchese nel suo Diario in data 20 gennaio 1746: “Venne qui da me il Padre Gio. Marangone deputato alle Catacombe insieme col Can.co Boldetti e già noto quale sue varie opere date alle stampe e venne a dirmi come aveva pensato, e risoluto di dedicarne a me A.G.C. una sua nuova opera o dissertazione sopra il Colosseo o Anfiteatro Flavio”. BAV, Ms. Capp. 313, c. 343 v. 58 Roma moderna distinta per rioni... 1741, p. 225. 59 Ottobre 1717. Conto dell’Illustrissimo Sig. Marchese Capponi, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 91, c. 18. 60 AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 70, f. 28. Cfr. TABAK G., 1993. 61 26 giugno 1717. Misura e stima delli lavori di muro e simili fatti per servizio dell’Ill.mo Sig.re Marchese Alessandro Gregorio Capponi nel risarcimento et accrescimento fatto del suo palazzo dove abita vicino la piazza di S. Maria del Popolo, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 92, c. 33. Ai lavori di muratura seguirono quelli del falegname Domenico Strombelli in data 11 settembre 1717, in Misura e stima delli lavori di legname per servizio dell’Ill.mo Sig. Marchese Alessandro Gregorio Capponi nel resarcimento et accrescimento del suo palazzo, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 92, c. 17. 62 Lavori d’artisti, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 69, f. 5. 63 AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 94, c. 256. 64 La tipologia dei lavori è confermata anche dalla lettura di una pagina del Diario di Alessandro Gregorio, nella quale lo stesso marchese riferisce della necessità di “alzare le soffitte al paro dell’Appartamento e farvi l’Alcova”. BAV, Ms. Capp., 293, c. 54. 65 L’accordo per i lavori sottoscritto da Francesco Fedele in data 25 giugno 1731 è conservato in Conti e ricevute di diversi muratori per li lavori fatti nel Palazzo, e Case di Roma delli SS.ri Capponi, AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 74, f. 2. 66 La lettera con la quale Francesco Fedele lascia i lavori del cantiere Capponi a Paolo De Rossi, datata 4 dicembre 1731, è conservata in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 94, c. 166. 67 Gli anni in cui Francesco Claudio Ferruzzi, nato a Roma nel 1680, eseguì i lavori di restauro e ampliamento del palazzo del marchese Alessandro Gregorio sono quelli in cui ebbe maggiore notorietà e fece parte dell’entourage del pontefice Clemente XII. In precedenza, l’attività del Ferruzzi si era limitata ad interventi di portata alquanto modesta su incarico di ordini religiosi minori – come quello dei camillani per i quali egli realizzò l’altare della Madonna della Salute nella Chiesa della Maddalena (1718), o quello dei minimi paolotti che gli commissionarono il semplice altare antistante il coro della Chiesa di S. Andrea delle Fratte (consacrato nel 1728) -, e da numerosi incarichi peritali, fra cui uno, nel maggio 1724, per il cardinale Lorenzo Corsini, futuro Clemente XII. Fra il 1727 e il 1732 sono documentate le sue prime due opere di edilizia civile: un edificio a tre piani per l’Ordine dei ministri degli Infermi, posto fra via di S. Giacomo e via del Corso, e un casamento (oggi distrutto) per i Filippini in piazza della Chiesa Nuova. Nel 1734 il Ferruzzi conseguì


il primo importante riconoscimento allorché assunse la carica di architetto sottomaestro presso il Tribunale delle Strade, per impulso, forse, dello stesso Clemente XII. Da quel momento numerosi furono gli incarichi ricevuti dal Ferruzzi, tutti in qualche misura legati alla cerchia del pontefice Corsini e forse anche, come può ipotizzarsi, per interessamento del marchese Capponi, dal 1730 Foriere maggiore di Clemente XII: la nomina di architetto dell’importante Confraternita della Trinità dei Pellegrini (1731), posta sotto la protezione del cardinal nepote Neri; la perizia eseguita per lo stesso cardinale sui restauri da compiersi nel palazzo Riario alla Lungara (luglio 1736); l’incarico per la ristrutturazione dell’ospedale della Trinità dei Pellegrini, interamente finanziato da Clemente XII; quello per il completamento dei lavori del Museo Capitolino, che rilevò nel 1736 da Filippo Barigioni. Cfr. MANFREDI T., 1997, pp. 259-262. THIEME-BECKER, 1907, vol. XI, p. 495; AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.69, f.5. 68 Lavori di muratore fatti in occasione di accrescimenti di Stanze nel Palazzo e Casetta contigue della bona memoria del marchese Alessandro Gregorio Capponi, dal medesimo pagati ne tempi seguenti come appare da Conti in filza e dalle Partite libro Mastro, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 69, f.5. 69 AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.94, cc.136, 256. 70 Le spese per i gradini della scala a chiocciola sono in Ordini, e biglietti dello Scalpellino per li Scalini, ed in specie di una scala à lumaca per il Palazzo, AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 74, f. 11 e T. 94, c. 300. 71 Lavori di muratura affidati al Capo mastro Paolo de Rossi riguardanti le Casette del vicolo delle Scalette migliorate e resarcite, AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 94, c. 402. 72 AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.94, c.402. 73 Lavori d’artista, AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.69, f.5 e T.94, c.295. 74 I lavori di falegnameria ricorrono in più documenti, fra i quali si veda AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.94, cc.321, 332, 403. 75 Spese della nuova Fabbrica d’alcune stanze nel Palazzo dell’Ill.mo Sig. Marchese, in Lavori d’artisti, AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.69, c.5. 76 I lavori di pittura sono rintracciabili sia in un elenco dei lavori eseguiti nel palazzo al tempo di Alessandro Gregorio, sia nelle singole ricevute delle filze di pagamento relative all’anno 1732: Spese della nuova Fabrica d’alcune stanze nel Palazzo dell’Ill.mo Sig. Marchese, in Lavori d’artisti, AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.69, f.5; e T.94, cc. 262, 310. 77 Il nome di Giacomo Cennini non figura nella trattatistica dell’epoca. È possibile, forse, che egli fosse parente del più noto Pietro Paolo Cennini, nato a Roma nel 1662, e ricordato nelle vite di N. Pio come un valente pittore “tanto in fiori e frutti quanto in animali, vasi istoriati, bicchieri, bacili grotteschi, architetture et altre cose simili”, estremamente apprezzato come decoratore di interni delle dimore patrizie romane fra la fine del XVII e la prima metà del XVIII. PIO N., 1724, pp. 197-198. 78 BARROERO L., 1990, p. 626. 79 COCCIA M., 1990, pp. 607-608. 80 I lavori di stucco per l’Alcova si trovano in Spese della nuova Fabrica d’alcune stanze nel Palazzo dell’Ill.mo Sig. Marchese, in Lavori d’artisti, AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 69, f. 5; e T. 94, c. 213. 81 Le pitture eseguite da Annibale Rotati sono documentate in Spese della nuova Fabrica d’alcune stanze nel Palazzo dell’Ill.mo Sig. Marchese, in Lavori d’artisti, AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 69, f. 5; e T. 94, cc. 6, 60, 76, 87, 186, 211, 224, 229, 233, 249, 252, 263. Di Annibale Rotati, il cui nome è pressochè assente sia nei moderni repertori di artisti che in quelli dell’epoca, si hanno sporadiche notizie da altre fonti d’archivio che ne confermano il ruolo di decoratore d’interni: risulta attivo nel 1733 a Palazzo Chigi e, a partire dal 1724, è compreso fra gli artisti che decorarono Palazzo Rospigliosi Pallavicini a Zagarolo. In entrambi i casi i lavori sono andati perduti. L’omonimia con Pietro Rotati, attivo nella decorazione a grottesche di Villa Borghese negli anni Ottanta del Settecento, potrebbe, forse, indicare un legame di parentela fra i due artisti specializzati nel medesimo genere decorativo.

82 Ulteriori interventi di pittura del Rotati nel gabinetto e nella cappella, non ben specificati nell’entità, sono documentati fra la primavera e l’estate del 1738, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 95, cc. 19 e 41; BAV, Ms Capp. 293, c. 97v. 83 I lavori per il camino sono documentati nella ricevuta del 4 aprile 1733 intestata a Francesco Ruggieri e in quella del 3 settembre 1733 intestata al corniciaio “Carl’Antonio” per aver “dorato Cornice che sta intorno allo specchio del Camino che sta in una delle stanze della nuova fabbrica”; entrambi sono conservati in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 94, cc. 39 e 101. Una ricevuta del 15 settembre 1733 intestata a “Simone Manzi cristallaro” attesta invece la spesa “per il Cristallo servito per la luce del Specchio del Cammino”, in Spese della nuova Fabrica d’alcune stanze nel Palazzo dell’Ill.mo Sig.Marchese, AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 69, f. 5. 84 Le decorazioni eseguite nella “Camera de’ Groteschi” sono documentate in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.94, c.87. 85 AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.94, c.87. 86 A Roma il tema della grottesca aveva avuto un entusiastico consenso, dopo essere stato introdotto dalle Logge di Raffaello e proseguito negli ambienti di Castel S. Angelo, nel corso di tutto il Cinquecento nella decorazione delle dimore gentilizie, ed un felice proliferare più o meno ininterrotto fino all’inizio del Settecento, quando tale produzione, esposta a frequenti contaminazioni stilistiche, era andata via via declinando. Un nuovo rilancio del tema della grottesca avrebbe avuto luogo a partire dagli anni Ottanta del Settecento, favorito e rinvigorito dalla pubblicazione del volume sulle Logge Vaticane di Volpato e da quello sulle Terme di Tito del Mirri, nonché dai frequenti ritrovamenti archeologici. Sull’argomento specifico del recupero della grottesca del XVIII secolo si veda CASALE V., 1985, pp. 73-118. Sulla storia della decorazione a grottesca si vedano anche: Acidini LUCHINAT C., 1982, pp. 159-200; CHASTEL A., 1989. 87 Sebbene in studi precedenti sia stato evidenziato come il recupero della grottesca nella prima metà del Settecento a Roma vada interpretato come persistenza di una tradizione, più che come sintomo di un risveglio, sembra che il caso di palazzo Capponi, per la peculiarità del committente, si debba piuttosto annoverare fra quelli che in qualche misura preparano allo sviluppo del gusto in chiave filologicamente più puntuale di fine Settecento. Sull’argomento cfr. CASALE V., 1985, pp. 78-78. 88 BAV, Ms. Capp. 293, cc. 34v, 313, 316v. 89 BAV, Ms. Capp. 293, c. 139v. Nel 1735, inoltre, il Capponi fece disegnare le decorazioni a grottesca ritrovate nella cava della vigna del Marchese Magnani fuori Porta Maggiore: Ms. Capp. 293, c.103. 90 AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 94, c. 91. 91 AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 94, c. 40. Altre ricevute di pagamento per la lavorazione di alabastro e verde antico, in parte forse legate ai lavori di decorazione di una cappella interna, si ritrovano in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.74, f. 6 e fra le spese sostenute per l’arredamento del palazzo in T.65, c.5. 92 L’episodio risale al 4 dicembre 1734. BAV, Ms. Capp. 293, c. 89v, 90. Un analogo acquisto di marmi è documentato nell’agosto del 1736: “Dall’orto del Duca Cesarini al vicolo della Serpe sotto il Priorato luogo detto la Marmorata dove cava Domenico Ergeret ebbi da questo un pezzo di porfido verde”. BAV, Ms. Capp. 293, c. 112 v. 93 Per tanti spesi nella Fabrica occorsa per l’Incendio, AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 69, f. 5. 94 Spese occorse per causa dell’incendio, AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 69, f. 5. 95 Questa spesa è documentata nel conto dei lavori eseguiti da Paolo Rossi nel luglio del 1736, AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 94, c. 96. Il lavoro è preceduto dalle spese sostenute per togliere i mobili, i quadri e i busti e poi rimetterli nel primo appartamento. 96 I lavori eseguiti da Paolo Rossi ed asseverati dall’architetto Francesco Ferruzzi si rintracciano in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.94, c..96 e T.69, f.5. 97 AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 94, cc. 96 e 143.

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AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 94, c.172. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 94, c.172. 100 Spese diverse. Aprile 1732 e Spese diverse. Luglio 1745, AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 94, c. 180 e T. 95, c. 32. 101 Cfr. ad esempio SCAMOZZI V., 1615, p. 326. 102 Spese diverse. Novembre 1734 e Spese diverse. Luglio 1745, AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 94, c. 270 e T. 95, c. 32. 103 Il lavoro porta la data del 6 luglio 1733. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 94, c. 75. 104 1746, 25 novembre. Perizia e stima della Pigg.ne da fissarsi al Palazzo in caso di doversi affittare fatta per ordine del Senatore Ferrante Capponi, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 68, f. 12. 105 Analoga descrizione del palazzo si ritrova nel testamento redatto in occasione della morte di A.G. Capponi: “Palazzo posto in Roma nel rione di Campo Marzo nella strada dritta di Ripetta che fa cantone al vicolo delle scalette vicino alla piazza del Popolo continente n. 2 appartamenti Nobili, n. 2 mezzanini, n. 3 cortili, n. 2 scalle, n. 2 rimesse, n. 5 stanze terrene e cucina, cantine, giardino con fontana di Acqua di Trevi et altri annessi, connessi e pertinenze...”. Nel vicolo delle Scalette risultano ancora di proprietà del marchese cinque casette contigue: la prima composta di piano terra e primo piano, le restanti di piano terra e due piani superiori; le abitazioni erano all’epoca tutte affittate. ASR, Trenta notai capitolini, notaio Generoso Ginnetti, uff. 8, vol. 335, c.293. 106 AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 65, f. 33. 107 Copia del Testamento di Alessandro Gregorio Capponi, notaio Capitolino Generoso Ginnetti, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 65, f. 33. 108 Il Diario che raccoglie la storia della formazione della biblioteca del Capponi è oggi conservato nella BAV, Ms. Capp. 313. 109 Le notizie sulla formazione della raccolta di libri di Alessandro Gregorio, sono tratte dalla biografia del Capponi in PETRUCCI A., 1976, pp. 10-13. Sulla corrispondenza di Alessandro Gregorio con eruditi e bibliofili si veda anche DONATO M.P., 1993, II, 2, pp. 39-47. 110 Sulla presenza di questi testi nella biblioteca Capponi si veda BAV, Ms. Capp. 302, 312, 313. Sulla storia dell’acquisto del manoscritto del Pio si veda l’introduzione a cura di C. e R. ENGGASS in PIO N., (1724), 1977, pp. III-XV. 111 BAV, Ms. Capp. 287, cc. 406, 417; Ms. Capp. 293, c. 61; Ms. Capp. 313, c. 316v. 112 BAV, Ms. Capp. 313, c. 24r, in PETRUCCI A., 1976, vol. XIX, p. 11. 113 BAV, Ms. Capp. 276 (2), cc. 262-263. 114 AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 65, f. 26. 115 AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 65, f. 26. 116 Il marchese volle che l’ex libris, riproducente lo stemma di famiglia, fosse apposto su tutti i volumi della sua biblioteca dallo stesso Lucchesini, cosa che avvenne in data 30 giugno 1744. Nota della spesa de’ Libri fatta da me A.G.C., BAV, Ms. Capp. 313, c. 314v. 117 Nota della spesa de’ Libri fatta da me A.G.C., BAV, Ms. Capp. 313, c. 322r. Un primo indice alfabetico per autore, “assai semplice, moderno e funzionale”, era stato già redatto nel 1725 da G. Fontanini, in PETRUCCI A., 1976, p. 11. 118 Nota della spesa de’ Libri fatta da me A.G.C., BAV, Ms. Capp. 313, c. 322r. 119 12 febbraio 1746. “Il sacerdote Giulio Viviani, il quale ha servito fino a questo tempo la Chiesa della SS.ma trinità de Pellegrini (...), atteso l’impiego ottenuto dal Sig.Marchese Capponi di dover fare l’Indice della di lui libraria, chiede di poter celebrare la messa nell’Oratorio di Palazzo Capponi”. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 65, f. 38. 120 Inventarium Bonorum (...), in ASR, Trenta notai capitolini, notaio G. Ginnetti, uff.8, vol. 335, c. 158. 121 Vedasi l’Inventarium Bonorum (...), cit., c. 237. 122 Inventarium Bonorum (...), cit., cc. 224-225. 123 Inventarium Bonorum (...), cit., c. 158. 98 99



BAV, Ms. Capp. 287. Sebbene il Catalogo della biblioteca sia stato pubblicato dopo la morte di Alessandro Gregorio, l’incisione apposta sul frontespizio doveva essere stata predisposta da lui stesso in precedenza; nell’inventario redatto alla sua morte, infatti, la matrice in rame risulta conservata in uno dei cassetti della scrivania di noce posta nell’Alcova nobile al secondo piano del palazzo: “un rame intagliato rappresentante un frontespizio di libro con motto medicina animi con arme della casa lasciato per legato a Ferrante Capponi”. Inventarium Bonorum interiorum bone memorie Marchionis Alexandri Gregorii Capponi, in Testamento di Alessandro Gregorio Capponi, ASR, Trenta notai capitolini, notaio Generoso Ginnetti, uff.8, vol. 335, c. 256v. 126 L’undici di giugno del 1734, “venne qui in casa Mons. Gioseppe Assimeno secondo custode della Vaticana assieme con Gio. Masmani di Damasco e mi portarono un disegno in lapis rosso di uno de vasi Etruschi che ho fatto mettere sulle scansie del nuovo braccio della Biblioteca Vaticana...” Diario di acquisti di quadri, oggetti, iscrizioni, BAV, Ms. Capp. 293, c. 79 v. 127 Testamento di Alessandro Gregorio Capponi, ASR, Trenta notai capitolini, uff. 8, vol. 335, notaio Generoso Ginnetti, c. 237. 128 Ibidem, c. 157v. 129 NICHETTI SPANIO M.L., 1978, vol. 44, pp. 393-394. 130 L’Inventarium Bonorum è allegato al Testamento di Alessandro Gregorio Capponi, ASR, Trenta notai capitolini, notaio Generoso Ginnetti, uff. 8, vol. 335. 131 BAV, Ms. Capp. 293. 132 BAV, Ms. Capp. 293, cc. 1, 2v. 133 BAV, Ms. Capp. 293, cc. 14, 14v, 19. 134 BAV, Ms. Capp. 293, cc. 1, 3, 9v, 17v. 135 BAV, Ms. Capp. 293, c. 3. 136 BAV, Ms. Capp. 293, cc. 3, 4v, 9v, 10. 137 L’acquisto del dipinto di cui al testo ebbe una vicenda particolare. L’opera fu comperata dal Capponi il 4 settembre del 1729 da Girolamo Vincenti “intagliatore al vicolo de’ Prefetti”. In un primo momento il marchese fu attratto dalla possibilità di aver rintracciato un antico quadro di famiglia raffigurante Maddalena Capponi ritratta nelle vesti della santa omonima: un dipinto noto, di cui riportano notizia sia il Vasari che il Borghini, eseguito da Jacopo Pontormo. Già nel riportare la notizia sul suo Diario il marchese dubita che così possa essere: “il qual quadro io dubito che sia quello che il Vasari (...) e il Borghini (...) dicono che il Pontormo fece a Lodovico Capponi il Ritratto di una sua bellissima figliola nella testa della Maddalena...”. Successivamente, un altro documento, rintracciato fra le carte dell’archivio di famiglia, sembrerebbe invece confermare l’originalità del quadro: “Tutto ciò di presente viene come or confermato da varj Professori, i quali sono stati consultati dal Marchese Alessandro che anni più di 200 che d.o quadro fu dipinto in questo anno 1729 ne ha fatto l’acquisto in Roma coi suoi denari”. BAV, Ms. Capp. 293, c. 36; AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.56, c.9. 138 Le due tavole furono acquistate dal Capponi nel maggio del 1729 dalla raccolta di monsignor F. Bianchini. BAV, Ms. Capp. 293, c. 32. 139 BAV, Ms. Capp. 293, pp. 43v, 44v, 51v. 140 Sebbene l’evento appaia di un certo rilievo, anche perché cronologicamente esso accade poco tempo dopo il ben noto Patto di Famiglia di Anna Maria Luisa de’ Medici, la notizia è riportata nel Diario del marchese senza ulteriori osservazioni. BAV, Ms. Capp. 293, c. 159. 141 BAV, Ms. Capp. 293, cc. 115v, 124, 135v. 142 BAV, Ms. Capp. 293, cc. 37v, 118, 172. 143 BAV, Ms. Capp. 293, cc. 23v, 113, 113v, 162, 161, 165, 168. 144 BAV, Ms. Capp. 293, cc. 13v. 145 Le varie opere di Filippo Lauri sono menzionate in BAV, Ms. Capp. 293, cc. 5v, 108, 117v, 118, 134, 157v. 146 BAV, Ms. Capp. 293, cc. 70, 122v, 123v, 136, 147v, 162, 163v, 178v. 147 BAV, Ms. Capp. 293, passim. 148 BAV, Ms. Capp. 293, c. 117v. 124 125


BAV, Ms. Capp. 293, c. 97v. Maggio 1719. “Un quadretto (...) rappresentante il S. Giovanni Battista che predica al deserto in rame di maniera fiamminga stimato al Brugolo Vecchio, ma Ghezzi disse che le figure erano più delicate e che valeva cento scudi, ma per essere poco subbolito si poteva pagare scudi cinquanta.” BAV, Ms. Capp. 293, c. 1v. Cfr. PAMPALONE A., Epistolario tra P.L. Ghezzi e il marchese Gregorio Capponi, in MARTINELLI V., 1990, pp. 150155. 151 Giugno 1736. “Lo volsi far rivedere e considerare di nuovo ben bene dall’ill.mo Zoboli pittore modenese molto intendente dal quale fu assicurato esser vero originale di Carlo Maratta fatto in sua gioventù”. BAV, Ms. Capp. 293, cc. 110 r e v. 152 Aprile 1723. “Rispondo a tenore de’ comandamenti del Sig.r Marchese Capponi mio Sig.re che il disegno trasmessomi è della scuola di Pierin del Vaga, e buono; parmi però che sia stato ritocco in molte parti dove hà patito.” BAV, Ms. Capp. 293, c. 6 r. 153 Il Pannini fu interpellato nel novembre 1733 per l’attribuzione a D. Calvaert di una Sacra Famiglia, nel maggio 1733 su un piccolo quadretto in rame dell’Albani, e nel dicembre del 1736 su alcuni dipinti di mano del Lauri: “ È pregato il Gent.mo Sig. Gio. Pavolo Pannini di vedere li due quadrucci che si mandano, se tanto le figure, che li fiori sieno di mano di Filippo Lauri, delle sue cose fatte in gioventù, e si riverisce devotamente. Il giudizio fatto de sudetti due quadrucci non puole esse più giusto, sono veramente originali di Filippo Lauri fatte in sua gioventù. Quello rappresentante l’Assunta è fatto con più lavoro, ma quello della Maddalena lo supera in beltà. Sono però bene accompagnati”. BAV, Ms. Capp. 293, cc. 22 v; 70 v; 75; 117 v. 154 Sia lecito rinviare, per approfondimenti sulla collezione Corsini, a PAPINI M.L., 1998, passim. 155 Per la partecipazione del Costanzi e di Campiglia al restauro del Fauno rosso si veda BAV, Ms. Capp. 293, c. 190. 156 Il libro “in fogli” fu acquistato dal marchese nel novembre del 1720. Precedentemente il Capponi aveva acquistato un libro di xilografie di maniera olandese di vario soggetto (luglio 1719), due libri di stampe rappresentanti “caccie di animali (...), due ritratti di Cesari con altri intagli antichi” (gennaio 1720), e “una stampa di Alberto Duro, cioè una Madonna col Padre Eterno e lo Spirito Santo” (giugno 1720). BAV, Ms. Capp. 293, cc. 2, 3, 4. 157 BAV, Ms. Capp. 293, cc. 131v, 146. 158 BAV, Ms. Capp. 293, cc. 19v, 55, 163, 196. 159 BAV, Ms. Capp. 293, cc. 3, 5, 13, 20, 77v, 113, 153, 177v. 160 BAV, Ms. Capp. 293, cc. 13v, 21, 42, 48, 118v, 147, 150v. 161 BAV, Ms. Capp. 293, c. 3. 162 BAV, Ms. Capp. 293, c. 72. 163 BAV, Ms. Capp. 293, c. 73v. 164 BAV, Ms. Capp. 293, c. 216v. 165 BAV, Ms. Capp. 293, c. 81v. 166 BAV, Ms. Capp. 293, c. 145. 167 BAV, Ms. Capp. 293, c. 76v. 168 BAV, Ms. Capp. 293, c. 9v. 169 BAV, Ms. Capp. 293, c. 9v. 170 BAV, Ms. Capp. 293, c. 11v. 171 BAV, Ms. Capp. 293, c. 142. 172 L’argomento si può verificare in BOTTARI G., 1754, passim. 173 Inventarium Bonorum (...), cit., cc. 194v, 235, 235v. Per il confronto con la collezione di Gino Angelo si veda Inventario delli mobili, argenti ed altro che si è trovato alla morte del marchese Gino Angelo Capponi (...), in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.61, fasc.40. 174 Inventarium Bonorum (...), cit., cc. 189, 194. 175 Ibidem, pp. 187v. Per il confronto con la collezione paterna si veda Inventario de mobili dell’Ill.marchese Francesco Ferdinando Capponi (...), in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.63, f.24. 149 150

Inventarium Bonorum (...), cit., cc. 188, 189. Inventarium Bonorum (...), cit., cc. 188v, 194v. 178 Inventarium Bonorum (...), cit., c. 223. 179 Fra le cornici presenti nella collezione convivono diverse tipologie: quelle intagliate alla maniera antica, interamente dorate o in nero e oro, e quelle di stile Salvator Rosa; queste ultime predominano fra quelle commissionate ex novo dal marchese. È da notare, come emerge dagli acquisti documentati nel Diario (BAV, Ms. Capp. 293, passim), che la maggior parte dei dipinti acquistati dal Capponi giungevano nella collezione già muniti di una loro cornice, che poteva successivamente essere modificata o semplicemente ridorata. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.94, c.30, 40, 50, 78, 85, 86, 97, 249, 260, 264, 270; T.95, c. 22, 49, 50, 63, 74, 116. 180 AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.94, c.65. 181 Avanzi di arazzi dismessi risultano conservati in una stanza del piano mezzanino. Testamento di Alessandro Gregorio Capponi, ASR, Trenta notai capitolini, notaio Generoso Ginnetti, uff.8, vol. 335, c. 214v. 182 L’acquisto è documentato nel Diario di Capponi alla data del 10 dicembre 1727. BAV, Ms. Capp. 293, c. 23 v. 183 BAV, Ms. Capp. 293, c. 9v. Altri casi si segnalano alle cc. 5, 13v, 14 v, 35, 41v e 124 del medesimo documento. 184 BAV, Ms. Capp. 293, cc. 15 v, 38. Per altri restauri di dipinti eseguiti dal Michelini si vedano anche le pp. 9v, 15, 24, 30 v, 199. Altri due restauri furono eseguiti, invece, dai pittori Saverio Scilla e Antonio Crecolini. Ibidem, cc. 11v, 20. 185 Nelle more della pubblicazione del presente volume è apparso (nell’aprile 2002) l’accurato studio di UBALDELLI M.L., 2001, al quale si rimanda per l’approfondimento degli aspetti legati alla dattilioteca capponiana. Dedicato al corpus gemmarum raccolto da Alessandro Gregorio Capponi, il saggio – che purtroppo non si è potuto tenere in adeguata considerazione si segnala anche per la più estesa ricerca relativa agli interessi antiquari del marchese Capponi e per la completezza delle fonti e dei riferimenti bibliografici. 186 BAV, Ms. Capp. 293, c. 9. 187 BAV, Ms. Capp. 293, c. 15v. In altri casi le gemme acquistate erano già montate ad anello, come risulta in diversi passi del Diario. Ibidem, cc. 8, 19v. 188 FONTANINI G., 1730. 189 L’articolata vicenda della stampa dell’Iside Egizia è descritta dallo stesso marchese nelle pagine del suo Diario: BAV, Ms. Capp. 293, cc. 14; 21v e 22v. 190 BAV, Ms. Capp. 293, cc. 5, 8, 9v, 14v. 191 BAV, Ms. Capp. 293, c. 15v. 192 BAV, Ms. Capp. 293, cc. 16, 16v. 193 BAV, Ms. Capp. 293, c. 28. 194 AC, Archivio Cardelli, Div. I, TT.91-95, passim. In alcuni casi la provenienza delle monete era legata alla vendita di qualche famosa collezione del passato, ma in quel caso gli acquisti riguardarono solo monete di epoca moderna. Il 29 marzo del 1728, ad esempio, il Capponi annota sul suo Diario, di aver partecipato, insieme al cardinal Albani e a Francesco Ficoroni, alla vendita delle medaglie provenienti dallo “studio del già Com. dl Pozzo”, da cui acquistò “solamente alcune monete de Granduchi di Toscana”; o “54 medaglie di metallo di Principi e Uomini Illustri” dalla raccolta di Mario Piccolomini, messe in vendita da Giacomo Cassini servitore del fu Piccolomini. BAV, Ms. Capp. 293, pp. 26, 38v. 195 BAV, Ms. Capp. 293, c. 18v. 196 BAV, Ms. Capp. 293, c. 30v. 197 BAV, Ms. Capp. 293, cc. 44v, 50v, 59v, 74v, 82. 198 BAV, Ms. Capp. 293, cc. 75v, 89v, 103, 119, 146, 201. 199 BAV, Ms. Capp. 293, cc. 45, 45v. 200 BAV, Ms. Capp. 293, cc. 84-86. 201 BAV, Ms. Capp. 293, cc. 117, 132, 190. 202 BAV, Ms. Capp. 293, cc. 80 v, 106, 108, 183, 203. 176 177

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BAV, Ms. Capp. 293, c. 109. BAV, Ms. Capp. 293, cc. 22 v, 33, 34 v, 186, 189, 190, 202 v. 205 BAV, Ms. Capp. 293, c. 32. 206 Il materiale d’archivio conservato presso la Biblioteca Vaticana consente di lumeggiare le origini della passione epigrafica del Capponi, che ebbe inizio assai prima del formarsi della sua collezione. A partire dal 1706 Alessandro Gregorio cominciò infatti ad annotare sistematicamente le iscrizioni che egli aveva potuto osservare in collezioni private, in edifici diversi – cortili di abitazioni private, chiese, catacombe – e nel corso di restauri e scavi. La maggior parte delle iscrizioni trascritte provenivano dall’Urbe, altre dalle città italiane – come Napoli, Caserta, Pozzuoli, Capua, Minturno, Brindisi e Ravenna – presso le quali il marchese doveva avere corrispondenti che gliele segnalavano. Le trascrizioni, che il Capponi aveva forse pensato di pubblicare successivamente, furono ordinate in quattro volumi; il primo (BAV, Ms. Capp. 309) ha piuttosto l’aspetto di un taccuino su cui le iscrizioni sono annotate episodicamente per essere forse poi trascritte altrove e in più compiuta forma. Negli altri tre volumi (BAV, Ms. Capp. 306, 307, 308), la cui datazione va dal 1722 al 1745, le iscrizioni – sia antiche che moderne –, sono riportate in modo alquanto sistematico, con rispetto dei caratteri originali, delle lacune e della disposizione originale del testo; sono spesso incorniciate da un bordo lineare rosso e nero dipinto a mano, e sono corredate di una breve didascalia relativa al materiale, alle dimensioni, alla collocazione o al luogo di ritrovamento; accanto ad alcune è inoltre riportata la traduzione e, se già pubblicate, la corrispondente citazione bibliografica (ad esempio, A. Manuzio, De ortografia latina o L. A. Muratori, Primo tomo delle Iscrizioni); per alcune è altresì specificata la destinazione al Museo Capitolino. Le epigrafi erano ordinate in base ad un criterio tipologico, analogamente a quanto era stato da lui fatto nella sistemazione delle iscrizioni nell’allestimento del Museo Capitolino, e suddivise in sette classi: Classis I, Imperatores, Mulieres Augustae, Cesares et Consules; Classis II, Sacra et Sacrorum Ministri; Classis III, Praefecti Urbis, et Milites; Classis IV, Populi et Urbes; Classis V, Studia et Artes; Classis VI, Pubblica, et privata Officia, ac Ministeria; Classis VII, Tituli Sephulcrales (BAV, Ms. Capp. 308). 207 BAV, Ms. Capp. 293, c. 40v. 208 Per le successive acquisizioni si veda BAV, Ms Capp. 293, cc. 49v, 50v, 59, 66v, 67v, 76v, 79, 89, 93, 103. 209 “9 luglio 1731. Essendosi da qualche giorno messo mano a rifondare il muro del cortiletto della stalla dove stanno le vasche per alzare le soffitte al paro dell’Appartamento e farvi l’Alcova nel fondamento di d.o muro dove si è trovata l’acqua nel cantone appunto dlle dd.e vasche, vi si sono oggi trovate due iscrizioni antiche in marmo (...)”. “10 luglio 1731. Sotto li stessi fondamenti a canto il pozzo fu trovato un mezzo busto di marmo di forma piccola con un panno sopra il petto ad uso di Apollo”. BAV, Ms Capp. 293, cc. 54 e 54 v. 210 BAV, Ms. Capp. 293, c. 171. Sullo stesso argomento si vedano anche le cc. 178v, 179, 196 211 Fra le varie opere di origine egizia, oltre al cammeo con Iside, il Capponi possedeva anche una “statuetta egizia presa dall’eredità del famoso antiquario Gotifredi in pietra di smeraldo raffigurante Orus seduto con a lato due Leoni e diversi geroglifici”, da lui considerata di particolare pregio e valore. BAV, Ms. Capp. 293, cc. 5, 16v, 20, 217. 212 BAV, Ms. Capp. 293, cc. 19 v, 44, 68v, 76 v, 83v, 111, 113 v, 207. 213 BAV, Ms. Capp. 293, cc. 21v, 32, 33, 39. A questo interesse per la primitiva cultura cristiana si possono forse ricondurre anche le due raccolte di disegni raffiguranti i mosaici pavimentali di alcune chiese di Roma, non tutti in verità riferibili ad epoca paleocristiana, eseguiti per il Capponi da Giuseppe Lucchesi nel 1745. BAV, Ms. Capp. 236 e 289; 293, cc. 21v, 32, 33, 39. 214 Per il Museum etruscum il Capponi concesse, su pressione dell’eminente cardinal Neri Corsini, la riproduzione di alcuni vasi etruschi che il marchese aveva disposto nell’allestimento della Biblioteca Vaticana. BAV, 203 204



Ms. Capp. 293, c. 79v. Ancora nel febbraio del 1744 il marchese invia al Gori alcuni disegni, da lui fatti eseguire, di due frammenti di vasi di bronzo e di un’olla con iscrizione etrusca, “il tutto mandato questo dì a Firenze al dr. Antonio Francesco Gori per il suo terzo Tomo”. BAV, Ms. Capp. 293, c. 186 v. Sui rapporti di Alessandro Gregorio Capponi con A.F. Gori si veda, oltre al carteggio conservato presso la Biblioteca Vaticana (Ms. Capp. 275, 279), DONATO M.P., 1993, II, pp. 41-42. 215 BAV, Ms. Capp. 293, c. 111. 216 BAV, Ms. Capp. 293, cc. 86-88r. 217 V. supra, nota 10. 218 Analoga cura per la documentazione di oggetti antichi mediante la riproduzione grafica si osserva, negli stessi anni, nell’attività di Pier Leone Ghezzi, al quale si deve una cospicua e nota serie di disegni di antichità conservati nei manoscritti 3100-3104; 3106-3109 del Fondo Ottoboniano della Biblioteca Vaticana. Sull’argomento si veda THEMELLY A., 1993, II, 1, pp. 65-89. Dell’importanza documentaria attribuita al disegno in quegli anni sono testimonianza le considerazioni di Francesco Algarotti, riportate da PASQUALI S., 2000, pp. 159-166. 219 BAV, Ms. Capp. 293, cc. 14, 21v, 22v. 220 BAV, Ms. Capp. 293, cc. 24, 24 v. 221 BAV, Ms. Capp. 293, c. 30v. 222 BAV, Ms. Capp. 293, c. 65v. 223 BAV, Ms. Capp. 293, cc. 197v, 198v, 200v. Il pittore Pietro Nucarini Corazza è forse da identificare con lo stesso Pietro Nugarini, detto allievo di Agostino Masucci. BAV, Ms. Capp. 293, c. 62v. 224 BAV, Ms. Capp. 293, c. 186. 225 Si ha notizia di questa aggiunta esplicativa redatta dal Fontanini dal Diario del Capponi: “come si legge sotto detto rame la spiegazione fatta da Mons. Fontanini”. BAV, Ms. Capp. 293, c. 30v. 226 Si apprende dal carteggio del Capponi che la dissertazione del Fontanini venne presentata dinanzi alla celebre Accademie des Inscriptions di Parigi (di cui il Nostro divenne membro): BAV, Ms. Capp. 276, f. 72, su cui v. anche DONATO M.P., 1993, II, 1, p. 119. 227 La notizia è riportata nel testamento del marchese Capponi del 1745, sebbene il progetto di tale pubblicazione avesse origini più antiche, come si trae da una lettera del 5 gennaio 1734 inviata dal Marmi al Muratori: “... e che di più faceva lavorare con calore l’intaglio delle sue Efemeridi grecomosche, con intenzione di farle fuori in due tomi in foglio con la spiegazione fatta da persona dotta et eccellente in tal materia”. Per queste notizie si vedano ASR, Trenta notai capitolini, notaio Generoso Ginnetti, uff.8, vol. 335, c. 118; VIOLA C., 1999, p. 487. Un saggio sull’opera (dal quale si evince che il Menologio consisteva in cinque tavole di cedro dipinte risalenti all’XI secolo) è conservato in un volume della Biblioteca Vaticana che raccoglie diversi scritti collezionati dallo stesso Capponi. BAV, Ms. Capp. 295, cc. 2-8. 228 Nel marzo del 1728 venne pagato “Patrizio stampatore alla Minerva” per la pubblicazione di 200 rami raffiguranti l’architetto proveniente dal colombario dell’Appia Antica; nel febbraio del 1729 lo stesso fu pagato per 52 copie della riproduzione del mimo detto anche “ Macco ossia Pulcinella”; una ristampa “dl macco, dll’Architetto e Iside” fu saldata nell’agosto del 1736. BAV, Ms. Capp. 293, cc. 26, 30v, 112. 229 L’espressione è tratta dalla dedica del Marangoni al marchese Alessandro Gregorio: MARANGONI G., 1746, p. III. 230 VIOLA C., 1999, p. 132. 231 MARANGONI G., 1746, p. III. 232 In tema vedasi ora UBALDELLI, 2001, passim. 233 Si veda a tal proposito il già citato carteggio del Muratori in NICHETTI SPANIO M.L., 1978, vol. 44, pp. 393-394. 234 BAV, Ms. Capp. 293, cc. 78v, 155-155v, 199. 235 Lo scultore, in occasione della sua visita, suggerì al marchese l’identificazione di un’Adorazione dei Magi ritenuta del tempo di Raffaello, collocata nel suo Gabinetto, come opera del Peruzzi di cui il Bracci possedeva


la stampa antica. BAV, Ms. Capp. 293, c. 199. 236 BAV, Ms. Capp. 293, c. 78v. Nel marzo del 1740 avrebbe invece donato al principe di Craon un mosaico antico raffigurante dei cavalli, non senza un certo rammarico: “...dispiacendomi fino al cuore di donare cosa assai rara (...) tanto che la notte io non ci dormissi pensando a levarmi di casa tale gioia finalmente la mattina mi feci forza e lo mandai a donare”. BAV, Ms. Capp. 293, c. 155v. 237 Si veda a tal proposito il trattato di G.MANCINI, 1617-1621, p. 144. 238 Inventarium Bonorum (...), cit., cc. 193-195v. La statuetta potrebbe, forse, essere quella acquistata nell’agosto del 1738 insieme ad un altro gruppo di sculture: “un putto a sedere che rompe uno strale con le piccole ali parimenti antico moderno”. BAV, Ms. Capp. 293, c. 132. 239 Il dipinto fu acquistato dal marchese Capponi il 17 ottobre del 1737, barattandolo con un lampadario di cristallo non più di moda: “un quadro in tavola squadrata di 4 p.mi, una Madonna a sedere con le mani giunte in braccio il Bambino che abbraccia S. Giovannino e da un canto il Monte dell’Averna con S. Francesco che riceve le stimmate e dall’altra vi è una bella abitazione di maniera fiamminga e tutta la pittura è bellissima e del tempo di Raffaello”. BAV, Ms. Capp. 293, c. 124. 240 Inventarium Bonorum (...), cit., cc. 216-271. 241 Inventarium Bonorum (...), cit., cc. 221v-223v. 242 BAV, Ms. Capp. 293, c. 11. 243 Di queste opere è forse possibile identificare la testa di Seneca acquistata nel giugno del 1739, e quella di Faustina Juniore del 1745. BAV, Ms. Capp. 293, cc. 146; 201. 244 BAV, Ms. Capp. 293, cc. 84v, 184. 245 La statua è identificabile probabilmente con la “statua equestre di Marco Aurelio che sta al Campidoglio di metallo antico”, acquistata dal marchese presso Pio Spaghi “pittore giovane presso mons. Torrigiani”. BAV, Ms. Capp. 293, c. 157v. 246 BAV, Ms. Capp. 293, c. 11v. 247 BAV, Ms. Capp. 293, c. 86v. 248 Lo scudo fu acquistato il 12 novembre 1726. BAV, Ms. Capp. 293, c. 17v. 249 Inventarium Bonorum (...), cit., c. 239. 250 BAV, Ms. Capp. 293, p. 45v. Inventarium Bonorum (...), cit., c. 228. 251 L’opera potrebbe forse essere identificata con quella acquistata dal marchese nel novembre del 1726 e attribuita al Guercino, alla quale corrisponde in base al soggetto e alle misure. BAV, Ms. Capp. 293, c. 17v. 252 Il dipinto si può identificare con quello che il marchese fece restaurare il 5 agosto del 1726 da Domenico Michelini e nel Diario descritto come quadro del Barocci “coll’Apocalisse”. Poiché il dipinto non risulta fra gli acquisti del marchese esso potrebbe forse provenire dalle raccolte precedenti. BAV, Ms. Capp. 293, p. 15v. 253 MANCINI G., 1617-1621, pp. 143-144. 254 Inventarium Bonorum (...), cit., cc. 237v-239. 255 BAV, Ms. Capp. 293, cc. 132-133. 256 Inventarium Bonorum (...), cit., cc. 241v.-250v. 257 BAV, Ms. Capp. 293, p. 104. 258 Inventarium Bonorum (...), cit., cc. 250v-258. 259 Inventarium Bonorum (...), cit., c. 258. 260 Inventarium Bonorum (...), cit., cc. 261-261v. 261 Inventarium Bonorum (...), cit., c. 261v. La colonna, come risulta dal Diario del marchese fu acquistata nel febbraio 1735. BAV, Ms. Capp. 293, c. 99. 262 L’acquisto di due statuette gialle dalla Cina è documentato nel Diario del marchese nel marzo del 1738. BAV, Ms. Capp. 293, c. 126v. 263 Inventarium Bonorum (...), cit., cc. 261v, 269v. 264 BAV, Ms. Capp. 293, c. 3. 265 BAV, Ms. Capp. 293, c. 51v. 266 BAV, Ms. Capp. 293, c. 91v. 267 Di tale soggetto il marchese acquistò tre dipinti, rispettivamente nel

1735, nel 1736 nel 1738; ritengo che quello esposto nel Gabinetto possa identificarsi con il secondo in base alle misure; il dipinto del 1735 risulta infatti di dimensioni maggiori. BAV, Ms. Capp. 293, c. 117v. 268 BAV, Ms. Capp. 293, c. 168. 269 BAV, Ms. Capp. 293, c. 165. 270 BAV, Ms. Capp. 293, c. 8v. 271 BAV, Ms. Capp. 293, c. 28. 272 BAV, Ms. Capp. 293, c. 100v. 273 BAV, Ms. Capp. 293, c. 41. 274 Inventarium Bonorum (...), cit., c. 271v. 275 Inventarium Bonorum (...), cit., c. 269v. 276 L’uso di esporre i disegni e le stampe sulle pareti è documentato dalla fine del Cinquecento. Nel Seicento tale criterio risulta applicato nelle collezioni veneziane Stroiffi e Savorgnan, e nel Settecento in quelle di Zaccaria Sagredo, del pittore Sebastiano Ricci e del maresciallo Schrelemburg, come attestano i rispettivi inventari; cfr. DE BENEDICTIS C., 1991, pp. 106-107. Un’altra consistente parte di disegni e stampe appartenenti al marchese era conservata, come già detto, nella Biblioteca e in alcuni mobili disposti in varie sale, come il tavolino del Gabinetto e il canterano dell’Alcova nobile. Inventarium Bonorum (...), cit., pp. 219-220v; 251; 260v. 277 BAV, Ms. Capp. 293, c. 132. 278 Gli interventi di sistemazione delle iscrizioni e dei rilievi avvennero in due tempi: il primo, fra il 1732 e il 1737, nel corso dei lavori per la nuova fabbrica, e risultano affidati al capomastro Paolo Rossi e allo scalpellino Pietro Blasi (AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 94, cc.96, 168, 256). Il secondo nel 1743, dopo i numerosi ritrovamenti nella Vigna fuori Porta del Popolo (AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.95, cc.60, 70, 105; T.65, c.31). 279 AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.68, c.41. Nell’inventario i rilievi sono numerati e i testi delle iscrizioni sono riportate abbreviate, come risulta dal confronto con il Diario, dove sono invece riportate integralmente. 280 I lavori, affidati al capomastro Paolo Rossi, sono datati al settembre del 1736, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.94, f.96. Interventi analoghi sono documentati anche nel 1732 in T.94, f.256, nel 1737 nel T.94, f.168, e nel 1743 in T.95, f.105. 281 Robbe spese per dare la vernice attorno alle fenestre dalla parte di Strada si del primo come del secondo appartamento del Palazzo (...), in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.69, f.5; analogamente si veda anche T.95, f.60. 282 BAV, Ms. Capp. 293, c. 59 e AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.68, 41, n. 62. 283 Il bassorilievo può identificarsi, con buona probabilità, con quello acquistato dal Capponi nel luglio 1743 giacché lo stesso marchese annota che lo fece porre nel suo cortile “al muro dalla parte del Pozzo”. BAV, Ms. Capp. 293, c. 178v. 284 BAV, Ms. Capp. 293, c. 89 e AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.68, 41, n.204. 285 È possibile che questo busto rientri fra i molti acquistati dal marchese, così come che esso fosse già presente nel cortile; dai documenti d’archivio sappiamo infatti che per primo Amerigo volle collocare qui una testa raffigurante Roma. Cfr. Conti delle Case, cit., in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 70, f.6, c. 59. 286 La statua, alta 3 palmi e raffigurante Giove a sedere, fu ritrovata nella stessa cava da cui furono estratti la statua raffigurante Annio Vero e il Putto sopra al delfino. BAV, Ms. Capp. 293, c. 87v e AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.68, 41, nn. 255-258. 287 Sul progetto del Belvedere, che comprendeva 122 pezzi di diversa tipologia e provenienza, avviato dal Bianchini e successivamente abbandonato perché giudicata troppo costosa la realizzazione, si veda GASPARRI C., 2001, pp. 54-57. 288 MARANGONI G., 1746, p. III.

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La storia del palazzo fra XIX e XX secolo

Il palazzo nel XIX secolo: le famiglie Crespi, Koebel, Mencacci e Campanari Alla morte di Alessandro Gregorio, come prima si è detto, il palazzo con tutto ciò che vi era contenuto, ad esclusione di quella parte delle collezioni e dei beni che ebbero per testamento diversa destinazione, pervenne in eredità alla sorella Maria Anna Capponi coniugata con Antonio Cardelli. Avendo inoltre disposto Alessandro Gregorio che alla morte di Maria Anna “di tutta la mia universale eredità se ne debba formare una primogenitura”, il patrimonio avrebbe dovuto pervenire al figlio di lei, suo nipote Francesco Cardelli, e dopo di questo alla discendenza in linea maschile, secondo le regole della primogenitura 1. Benché queste fossero le volontà del marchese, le vicende del palazzo seguirono un diverso corso ed esso in realtà non divenne mai di proprietà della famiglia Cardelli: dai documenti apprendiamo come si svolsero le successive vicende 2. Scomparso Alessandro Gregorio, accadde che “insorgesse il suddetto sign. Sen. Conte Ferrante Capponi [esponente del ramo fiorentino della famiglia] e pretendesse che stante la morte del medesimo Marchese Capponi senza figli maschi si fosse a di lui favore come procedente della linea del signor Camillo Capponi”, in conformità al fidecommesso istituito sul palazzo da Amerigo Capponi al momento della sua morte nel . La pretesa del conte Ferrante venne motivata ricordando come “Amerigo col suo ultimo testamento col quale morì istituisse suo erede naturale il Sign. Gino Angelo Capponi di lui figlio cui proibisse di poter vendere il suo palazzo colle cinque casette contigue posto in Roma nella strada di Ripetta et insieme la vigna posta fuori Porta del Popolo, per andare à Ponte Molle, volendo che li suddetti corpi conservarsi dovessero nelli discendenti legittimi e naturali maschi”, mancando i quali, i beni avrebbero dovuto passare ai parenti più prossimi, il fratello monsignor Orazio o il fratello Cavalier Luigi, o il figlio di questi Camillo; e, in mancanza di linea maschile, ad “altri colonnelli della famiglia Capponi come più diffusamente dicesi costare nel riferito testamento”. E Ferrante Capponi, nato a Siena nel  e figlio del senatore Camillo, discendeva proprio in linea diretta dal cavalier Luigi. Anna Maria Capponi e la famiglia Cardelli, dal canto loro, ponevano a motivo del testamento di Alessandro Gregorio alcuni “crediti particolari” che Gino Angelo, erede di Amerigo, avrebbe dovuto recuperare dal patri-

monio familiare; e a tale scopo Gino Angelo – continua il documento – portò “giudizio avanti mons. Ariosto (...) ad oggetto di riscontrare e liquidare detti crediti (...) consistenti in tre partite cioè nella somma di scudi  dovuti da detta eredità per causa della restituzione della dote della signora Lucrezia Bardi moglie di detto Amerigo e madre rispettivamente di esso signore Gino Angelo e nell’altra somma di scudi . (...), in adempimento testamentario di detto suo padre, pagati per dote della Sig. Madalena Capponi sua sorella e finalmente nella somma di scudi  pagati alla Compagnia di S. Marcello per residuo del prezzo delle casette accanto al palazzo comprato dal suddetto Amerigo e così in tutto nella somma di scudi . per perizia del Lolli ora Martorelli, notaio dell’auditor Camerae prodotta li  dicembre ”. Successivamente, nel gennaio del , Gino Angelo ricevette, per gli atti emanati dal Martorelli, “in isconto di detti suoi crediti la vigna posta fuori Porta del Popolo per il valore di scudi  (...) come robba sua libera”. Queste motivazioni il ramo fiorentino si sforzò di confutare muovendo ulteriori obiezioni, talché la controversia si protrasse ulteriormente fino al  novembre del , quando, sopraggiunta la morte del conte Ferrante, le parti giunsero finalmente all’accordo così congegnato: Anna Maria Capponi e suo figlio Francesco Cardelli “per via di concordia” avrebbero consegnato ai fratelli Camillo e Ferdinando, eredi del cavalier Ferrante, “per causa del suddetto fidecommesso il Palazzo e le cinque casette poste in Roma a Ripetta”; da parte loro, i fratelli Capponi si impegnavano a “renunziare e cedere liberamente a detta Signora Maria Anna Capponi e Sign. Conte Cardelli di lei figlio la suddetta vigna posta fuori Porta del Popolo” 3. Il palazzo rimase, pertanto, ancora nella proprietà dei Capponi, anche se in realtà nessun componente della famiglia vi risiedeva né vi avrebbe mai più abitato, così contribuendo alla sua lenta decadenza. Ancor prima dell’accordo tra i due rami della famiglia, infatti, il palazzo era stato concesso in locazione: il primo affittuario, tale Odoardo Lopez Rosa, il  agosto del  firmò un contratto per tre anni in cui era stabilito che egli ne avrebbe preso possesso il primo ottobre dello stesso anno 4. Pressoché inesistenti sono le notizie relative agli anni successivi, durante i quali è ragionevole presumere che le locazioni siano state di volta in volta rinnovate alla scadenza. Solo nelle guide della Città il palazzo continuò a meritare una menzione, più sulla scia della tradizione prece-




dente e per la durevole fama del marchese Alessandro Gregorio che per la effettiva notorietà dell’edificio nella seconda metà del secolo XVIII; esso vi è ricordato brevemente, con formule riprese dalle edizioni degli anni passati, come “il palazzo del marchese Capponi ornato di vari marmi” 5, o come “il palazzo de’ Capponi, architettato dal Vignola” 6. Il palazzo rimase di proprietà della famiglia Capponi fino al . Il  gennaio di questo anno infatti, con atto rogato dal notaio capitolino Damiani, l’edificio, il giardino e le casette annesse furono venduti dal conte Cavalier Ferrante, erede di Ferdinando Carlo Capponi – definito nell’atto “possidente domiciliato a Firenze” – e con il consenso dei padri di S. Agostino della Chiesa di S. Maria del Popolo, al sig. Tommaso Crespi per la somma di  scudi 7. Da questo momento le notizie storiche sul nostro palazzo diradano ancor di più e si riducono alle scarne informazioni, relative soprattutto ai passaggi di proprietà, che si possono ricavare dal Catasto urbano gregoriano. Tommaso Crespi doveva probabilmente appartenere a quella che il Dizionario storico-blasonico del Di Crollalanza individua come famiglia Crespi o Crispi di Roma, “un’antica e nobilissima famiglia diramata in molte città d’Italia e fuori” 8, e che nel  contò un importante banchiere e giudice dallo stesso nome. Il palazzo rimase in possesso di questa famiglia per poco tempo: già il  agosto del  il barone Carlo Koebel 9 lo acquistava, rilevando e assolvendo un’ipoteca di  scudi gravante sull’immobile e un debito contratto dai precedenti proprietari con la famiglia Coltellacci 10. In questa fase l’edificio non dovette subire particolari modiche nella struttura architettonica, se non forse nella sistemazione interna degli ambienti. Dagli atti notarili, infatti, che ne riportano una breve e succinta descrizione, la proprietà risulta ancora composta da un corpo principale, che si descrive come palazzo munito di giardino interno, situato in via di Ripetta ai civici -, e da cinque casette annesse, site ai civici da  a  del Vicolo delle Scalette. Al suo interno l’edificio continua a presentarsi suddiviso in due piani nobili con dodici stanze ciascuno, due mezzanini e, al piano terreno, sei stanze con varia destinazione; le casette si distinguevano invece dal corpo principale del fabbricato in quanto costituite di soli tre piani. Negli anni in cui fu proprietario, il barone Koebel si adoperò per ampliare il palazzo mediante l’acquisto di un’ulteriore casetta, ad esso adiacente verso il vicolo del



Vantaggio e situata all’ultimo piano del civico , come è riportato nel contratto stipulato il  marzo  tra lo stesso Koebel e Luigi Filipponi dinanzi al notaio Migliorucci: “casa contigua (...) consistente in due stanze, cucina, due soffitte, cantina, mignano con uso di pozzo” 11. In tal modo il palazzo si ingrandì di tre camere al primo piano nobile: “ora unito al detto palazzo e formante tutto un corpo confinante da un lato con il Sig. Domenico Castaldi, l’Ing. Sig. Cometti” e un non meglio individuato “Sig. Salvi” 12. Malgrado l’interesse mostrato dal Koebel riguardo alla proprietà e al suo ampliamento, non è certo che egli l’abbia effettivamente utilizzata per abitarvi, giacché al momento della successiva vendita, avvenuta solo due anni dopo, il barone risultava domiciliato a palazzo Ruspoli in via del Corso 13. Il  giugno del  il palazzo fu infatti venduto dal barone, per la consistente somma di scudi ., a Giacomo, Francesco e Luigi Mencacci del quondam Lorenzo, esponenti di una nota e benestante famiglia romana 14. Originaria forse di Urbino nel lontano XV secolo, la famiglia Mencacci, “benemerita per fedeltà, divozione e sincero attaccamento al governo pontificio”, ebbe del ramo romano 15 l’esponente di maggior rilievo proprio in quel Lorenzo Mencacci, cittadino facoltoso vissuto fra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, che fu il padre di Giacomo, Francesco e Luigi acquirenti del palazzo di via di Ripetta. Lorenzo è più volte ricordato nelle fonti per gli atti di fedeltà e devozione da lui tributati al pontefice, in particolare negli anni dell’occupazione francese di Napoleone I, durante i quali egli si preoccupò di mantenere le comunicazioni fra l’esiliato Pio VII e gli esponenti ecclesiastici rimasti a Roma. Per l’attaccamento alla Chiesa egualmente si segnalarono, negli stessi anni, i suoi figli, tra i quali, in particolare, Giacomo e Vincenzo si resero, nel , autori di un atto di coraggio celebrato dalle fonti: “essi affissero pubblicamente in pieno giorno la bolla di scomunica contro l’invasore per ordine del cardinal Pacca seniore segretario di Stato di Pio VII”. Diversi furono i benefici che la famiglia conseguì dopo il ritorno di Pio VII a Roma, per la fedeltà e la devozione verso di lui dimostrate. Nel  Lorenzo fu nominato, assieme a Giacomo e Vincenzo, cavaliere dello Speron d’Oro; nel contempo, in attestato di riconoscenza e a titolo risarcitorio per le perdite patite negli anni di occupazione, fu concesso ai Mencacci dal pontefice l’appalto del


Macinato; nel , inoltre, volendo l’imperatore di Russia Alessandro I partecipare della gratitudine del pontefice, decorò Lorenzo del cavalierato di S. Anna. Alla famiglia Mencacci i documenti d’archivio attribuiscono la proprietà in Roma di diversi beni, fra cui alcuni immobili nella zona di S. Giovanni in Laterano e, in particolare, una casa con giardino presso la chiesa dei Santi Quattro Coronati 16, ed altri nei dintorni dell’Urbe, tra cui una residenza di Anzio ed una tenuta di Castiglione. Nella chiesa di S. Maria della Pietà in piazza Colonna la famiglia aveva la sua tomba gentilizia, mentre in quella di S. Carlo al Corso fu posto un sontuoso cenotafio in memoria dell’avo Lorenzo 17. Al momento dell’acquisto del palazzo di Via di Ripetta, nel , Lorenzo doveva essere già morto, ed erano i figli, che infatti ne figurano acquirenti, a detenere probabilmente i beni famigliari. In quegli anni le vicende del palazzo si legano ad un particolare evento politico che ebbe una certa risonanza e coinvolse la famiglia Mencacci. Nel  Michele I di Braganza, re del Portogallo, venne a Roma a rifugiarsi sotto la protezione del papa Gregorio XVI, il quale affidò il sovrano all’ospitalità dei Mencacci che godevano della sua piena fiducia 18. Così, scrive il Moroni che fu testimone di quegli eventi, “i fratelli Giacomo, Luigi e Francesco Mencacci gli offrirono i loro servigi, e finchè il re dimorò in Roma per  anni li continuarono, ospitandolo nel proprio palazzo, già Capponi, non risparmiando affettuose cure e gravi sacrifizi, per divozione alla legittimità del monarca. Il re grato a tante nobili e generose dimostrazioni, creò i fratelli Giacomo, Luigi e Francesco commendatori dell’ordine di Torre e Spada, ed uffiziali maggiori di corte col titolo di grandi di Portogallo, e come tali indossandone le divise accompagnarono il re alle cappelle papali e nella corte pontificia. Posso attestare, che col cavaliere Giacomo sono stato spesse volte intermediario per cose anche gravissime tra il re e il Papa, il quale finchè visse continuò a sovvenire lo sventurato sovrano” 19. I Mencacci rimasero proprietari del palazzo fino al  settembre del , giorno in cui Francesco e Luigi insieme agli eredi di Giacomo, i figli Ludovico, Raffaele e Paolo, lo cedettero al marchese Francesco Campanari, con rogito del notaio capitolino Filippo Malagricci, per la somma di . scudi e dopo aver estinto il vincolo del fidecommesso da cui il bene era gravato 20. Francesco Campanari, figlio del marchese Vincenzo, apparteneva al ramo romano di una nobile famiglia originaria di Veroli. Le prime notizie su quest’antica casata

risalgono al , allorché compare in alcuni documenti d’archivio il nome di Andrea Campanarius, mentre già prima della metà del secolo suo figlio Antonio risulta canonico di S. Erasmo. La famiglia venne gradualmente affermandosi nella cittadina laziale nel corso dei secoli successivi, rivestendo incarichi di rilievo nell’ambito della curia locale e svolgendo redditizie attività commerciali che le consentirono di ampliare i propri possedimenti, fra cui il feudo di Massimo acquistato nel  21. Secondo la storia tracciatane da Teodoro Amayden, la famiglia venne insignita del titolo nobiliare fin dal XV secolo; ascritta alla nobiltà di Todi, di Orvieto e di Viterbo, ottenne quella romana nel  con Agostino Campanari. I legami con Roma erano dovuti principalmente agli incarichi ecclesiatici rivestiti da alcuni componenti della famiglia: dopo Francesco vescovo di Alatri nel , nel secolo successivo Stefano fu nominato vicario generale della diocesi di Veroli, e Domenico fu prelato della curia romana. Nel , con Breve del  marzo, un altro Agostino, discendente del primo, venne insignito dal pontefice Benedetto XIV del titolo di marchese di Castel Massimo di Veroli. Da questi discende in linea diretta Vincenzo Campanari, ricordato come maggiore di cavalleria ed appartenente alla guardia nobile di Sua Santità, padre di Francesco 22, che al momento dell’acquisto del palazzo di via di Ripetta risultava residente con la sua famiglia in piazza Poli al civico . La trascrizione del titolo di proprietà a favore del marchese Campanari risale al  giugno del : “Faccio istanza in infrascritto nuovo possessore affinchè da questa Cancelleria del censo sia seguita a mio favore la voltura dei seguenti fondi: (...) palazzo e giardino in via di Ripetta nn. -” 23; in tale documento, la residenza di via di Ripetta appare ancora invariata nella sua fisionomia rispetto agli anni di Carlo Koebel, e costituita dal palazzo con il giardino, dalle note casette e dall’annesso terzo piano del fabbricato adiacente, contrassegnato dal civico  24. Subito dopo l’acquisto il marchese Campanari fece eseguire consistenti lavori di restauro, dei quali non è stato purtroppo possibile reperire alcuna utile traccia nei documenti 25. A testimonianza dei lavori svolti rimane, ancor oggi visibile, la data MDCCCLVIII scolpita a lettere capitali sull’architrave lapideo della porta che dà accesso all’appartamento nobile del primo piano (fig. ). La datazione incisa sulla sommità della porta può presumersi riferita proprio all’apertura di quell’ingresso, che non figurava nella sistemazione settecentesca, e che fu forse realizzato per accedere all’ampio pianerottolo e alla scala che scende




. Roma, Palazzo Capponi, particolare dell’ ingresso alla nuova scala nobile del palazzo,  . Roma, Palazzo Capponi, particolare della scala nobile del palazzo, 

al piano terreno, anche questi, probabilmente, fabbricati ex novo giacché non risultano dalle precedenti descrizioni; originariamente il palazzo era servito da una scala a chiocciola, oggi non più esistente, e da una scala padronale collocata sul lato sinistro dell’edificio. Si può ipotizzare, pertanto, che i lavori fatti eseguire da Francesco Campanari fossero finalizzati alla creazione di una nuova scala di rappresentanza, forse costruita su una precedente struttura di servizio, e collocata sul lato opposto di quella antica. Questa scala, che raggiungeva solo il primo piano del palazzo, conduceva direttamente al centro dell’appartamento nobile, occupato probabilmente da un vestibolo intorno al quale si aprivano i diversi saloni, secondo il gusto dell’epoca che inclinava ad una disposizione centrifuga degli ambienti, in luogo della sequenza di camere caratteristica delle grandi dimore settecentesche (fig. ). La nuova scala era costituita da una prima rampa pi��



breve disposta specularmente dinanzi a quella più antica, che da quel momento avrebbe assunto una funzione secondaria, e terminava su un piccolo ammezzato. Da qui, con una seconda rampa, proseguiva fino ad un pianerottolo con grandi vetrate affacciate direttamente sul giardino, e con una terza ed ultima rampa raggiungeva gli appartamenti (figg. , ). Allo stesso torno d’anni potrebbero risalire le decorazioni in stucco, raffiguranti motivi geometrici campiti da elementi vegetali di gusto classicheggiante, che ancora oggi ricoprono le volte della scala: cassettoni con rosoni centrali rappresentati in scorcio nelle volte a botte soprastanti le rampe, delicati festoni composti da ornamenti vegetali trattenuti da nastri nell’intradosso degli archi, e grandi rosoni ripartiti in specchiature poligonali con all’interno piccoli putti, reggenti ora una ghirlanda, ora una palma o altri attributi, nelle volte dei pianerottoli (figg. -).


. Roma, Palazzo Capponi, particolare della nuova scala nobile del palazzo,  . Roma, Palazzo Capponi, particolare della nuova porta d’ingresso agli appartamenti del piano nobile, 

Il palazzo nel XX secolo: dalla Civiltà Cattolica all’Istituto Nazionale Assistenza Infortuni sul Lavoro La famiglia Campanari fu l’ultima delle nobili famiglie che dimorarono nel palazzo 26: a far data dall’ottobre del  esso divenne la sede del Collegio degli Scrittori della Compagnia di Gesù, nonché dell’Amministrazione e dell’Ufficio centrale della rivista La Civiltà Cattolica 27 (figg. , ). L’insediamento dei Padri gesuiti nel palazzo di via di Ripetta coincise con un momento importante nella storia della celebre pubblicazione. Fondata nel  a Napoli col favore di Pio IX, la redazione della rivista fu quasi subito trasferita a Roma, dove ebbe sempre sede 28 ad esclusione della parentesi fiorentina fra il  e il . Nel , infatti, dopo l’occupazione dell’Urbe “da parte delle truppe del re d’Italia, Vittorio Emanuele II, al comando del generale Raffaele Cador-

na, il  settembre, forse per la paura di violenze anticlericali o per il timore non infondato che la rivista fosse sottoposta alla censura del nuovo Governo, oppure che le fosse negata l’autorizzazione alla pubblicazione, come era avvenuto per la stampa cattolica di quel tempo, si decise di trasferirla a Firenze” 29. Questo trasferimento costrinse a sospendere la pubblicazione per tre mesi; col gennaio del , La Civiltà Cattolica uscì di nuovo stampata presso il libraio Manuelli di Firenze, dove rimase fino al , quando per volontà del papa Leone XIII il Collegio degli scrittori e la redazione fecero rientro a Roma così ponendo termine al volontario esilio fiorentino. Il primo fascicolo pubblicato, dopo la pausa, nella “città eterna” reca la data del ° ottobre , e corrisponde all’insediamento dell’amministrazione e della rivista in via di Ripetta, non lontano dal Vaticano. La stessa stampa tipografica della rivista, dapprima effettuata presso la “Libreria di Roma” in via Celsa , presso piazza del Gesù, è dopo poco trasfe-




. Roma, Palazzo Capponi, particolare della decorazione a stucco della nuova scala nobile del palazzo,  . Roma, Palazzo Capponi, particolare della decorazione a stucco della nuova scala nobile del palazzo, 

rita nella sede nel Rione Campo Marzio. Alla scelta della nuova sede non furono forse estranee la vicinanza con il Vaticano e la facilità dei collegamenti; l’area intorno a via di Ripetta era stata infatti interessata da importanti interventi di riqualificazione urbana, quali, a partire dal , l’edificazione degli argini lungo il Tevere, che liberarono la zona riparia dal pericolo ricorrente delle inondazioni, e (nel -) la costruzione di un ponte di ferro, sostituito nel  dall’attuale ponte Cavour, che rendeva più agevole il collegamento con il nuovo quartiere di Prati e con il Vaticano. Nei decenni in cui La Civiltà Cattolica ebbe sede in Via di Ripetta e dispiegò la sua influenza sulla vita politica ed intellettuale romana e nazionale, vi fu piena identificazione tra il palazzo e la rivista, al punto che ad essa si poteva comunemente alludere come alla “rivista di via di Ripet-




. Roma, Palazzo Capponi, particolare della decorazione a stucco della nuova scala nobile del palazzo, stemma raffigurante una palma con cartiglio e iscrizione “Vincenti dabitur”, XIX sec.

ta”. Osservatorio critico del dibattito politico post-unitario, la rivista fu polo di riferimento anche per la vita culturale, grazie anche ad illustri membri del Collegio come l’archeologo Antonio Ferrua, il quale dall’antico palazzo trasse probabilmente ispirazione per dedicare alcuni dei suoi studi alla collezione epigrafica di Alessandro Gregorio Capponi 30. Sebbene il  fu certamente l’anno d’insediamento della rivista in via di Ripetta, il suo trasferimento in Roma e nella nuova sede doveva essere stato predisposto da almeno due anni; l’atto di acquisto dal marchese Francesco Campanari, stipulato presso i notai Antonio Torrioni e Romualdo Cucchi, è infatti datato  maggio  31. La Civiltà Cattolica non fu da principio intestataria della proprietà, in ragione presumibilmente delle allora vigenti restrizioni legislative poste alle proprietà degli enti

ecclesiastici. Dagli atti il marchese Campanari risulta aver venduto l’immobile ai “Signori Carlo Ludovico Lavigne del Pietro, Francesco Ehrle del vivente Francesco, Giuseppe Ampoulange fu Giovanni Battista, e Luigi Filippo Boussac fu Stefano”, tutti, come si ricava dal Catalogo della Compagnia, Padri gesuiti; sia Lavigne, allora segretario del Padre Generale, che Boussac, docente di Teologia presso il Collegio Pio Latino Americano, come anche l’Ampoulange, lettore di lingua ebraica presso la Pontificia Università Gregoriana del Collegio Romano, e, infine Ehrle. Quest’ultimo, all’epoca definito soltanto “scrittore” 32, non è altri, con ogni probabilità, che il cardinale Franz Ehrle, insigne medievalista e prefetto della Biblioteca Vaticana (-), al quale, oltre ad un’ampia produzione di studi storici, di archeologia cristiana e storia dell’arte dedicati alla città di Roma e alle




. Roma, Palazzo Capponi, particolare della facciata all’epoca in cui fu sede de “ La Civiltà Cattolica”. Roma, Fondazione Besso, Fondo Consoni . Roma, Palazzo Capponi, particolare del cortile all’epoca de “La Civiltà Cattolica”. Roma, Fondazione Besso, Fondo Consoni

sue trasformazioni topografiche, si deve un fondamentale contributo all’arricchimento e alla moderna riorganizzazione della stessa Biblioteca, fra cui la realizzazione dei cataloghi a stampa dei manoscritti e delle grandi edizioni fotografiche nelle quali sono stati riprodotti i più importanti codici vaticani 33. Nei decenni che seguirono – e dopo il Concordato – la proprietà passò, a partire dal , alla “Civiltà Cattolica” ditta Editrice Libraria 34, e, infine, con atto di donazione 35, nel  al Collegio degli Scrittori della “Civiltà Cattolica”, che la mantenne fino al  dicembre del , quando questa fu acquistata dall’Istituto Nazionale Assistenza Infortuni sul Lavoro, al quale tuttora appartiene. Negli anni in cui il palazzo fu sede dell’autorevole istituzione cattolica esso subì notevoli modifiche interne, necessarie ad adattarne gli ambienti alle esigenze di rappresentanza, di studio e di convitto dei Padri gesuiti. Gli interventi realizzati in questo periodo, quali si ricavano dalla documentazione catastale e dagli atti relativi al successivo acquisto da parte dell’Inail, impressero all’edificio la conformazione moderna 36. L’operazione più significativa fu certamente l’ampliamento della proprietà con l’acquisizione, nel dicembre del , di due nuovi edifici, definiti nelle fonti semplicemente come “Case”a tre piani, su via di Ripetta compresi fra i civici -, adiacenti l’antico palazzo Capponi, e di una terza “Casa” su via del Vantaggio ai nn. - 37. Fra il  e il  i due fabbricati su via di Ripetta vennero interamente demoliti e riedificati 38: la nuova ala del complesso architettonico, costituita da un unico lungo corpo rettangolare che dal fronte di via di Ripetta si spinge verso il giardino e affaccia sia sul fronte principale che su via del Vantaggio, fu destinata ad ospitare la biblioteca del Collegio (fig. ); dei lavori effettuati a tale scopo è testimonianza una foto conservata presso l’archivio della Civiltà Cattolica che raffigura, assieme a numerosi componenti del Collegio degli Scrittori e a qualche muratore, il cardinale Eugenio Pacelli (all’epoca Segretario di Stato di Pio XI e suo futuro successore) in visita al cantiere (fig. ). Il trasferimento nel nuovo fabbricato della biblioteca, che prima doveva aver trovato collocazione nel corpo centrale del palazzo – forse proprio al secondo piano nobile dove già Alessandro Gregorio Capponi aveva disposto la propria –, richiese una serie di interventi di ristrutturazione interna anche del nucleo più antico dell’edificio, dove vennero ricavati alcuni appartamenti: uno al piano ammezzato sul lato destro (coincidente con quel-




lo oggi adibito a portineria); due al primo e altri due al secondo piano nobile. La suddivisione interna degli appartamenti posti ai singoli piani, ad eccezione dell’inserimento di alcuni tramezzi necessari a create alcuni ambienti di servizio, rispecchiava grosso modo l’antica ripartizione settecentesca fra primo e secondo appartamento nobile: il primo rivolto verso via di Ripetta e via del Vantaggio, il secondo verso l’angolo fra via di Ripetta e il vicolo delle Scalette, all’epoca già denominato via Angelo Brunetti 39. Un terzo intervento di rilievo riguardò il gruppo delle cinque casette site in via Brunetti. Nelle planimetrie catastali del  esse risultano trasformate in un unico edificio, al cui interno era tuttavia conservata l’antica suddivisione delle stanze: cinque affacciate sulla via Brunetti e altrettante rivolte verso il giardino; le vecchie scale che davano accesso a ciascuna delle casette, originariamente indipendenti fra di loro, vennero eliminate a vantaggio di un ingrandimento delle camere. Quanto all’altezza, il fabbricato venne sopraelevato sul fronte stradale fino alla quota del terzo piano, mentre sul lato interno esso aveva due piani soltanto ed era coperto da una grande terrazza con affaccio verso il giardino 40. L’ingresso principale del corpo di fabbrica così rinnovato si apriva all’interno del primo cortile; da qui una scala moderna, più ampia e spaziosa, conduceva ai piani superiori. Al piano terreno esso venne collegato con il nucleo storico del palazzo mediante un porticato, esistente tuttora, formato da sei campate coperte con volta a crociera sostenute da pilastri rivestiti in mattoni, di modo che costeggiando il giardino, si poteva raggiungere la biblioteca (figg. , ). All’interno del giardino verso il muro di fondo, già dal , era stata inoltre edificata ex novo una “casetta formata dal primo piano e portico al piano terreno” 41. L’ultimo anno in cui il palazzo ospitò La Civiltà Cattolica è il : il  dicembre, presso il notaio Pierantoni, “il complesso immobiliare in Roma, via Ripetta angolo via già vicolo Brunetti e via del Vantaggio”, composto, rispettivamente, di “casa e giardino” di cui ai civici - su via di Ripetta e n.  su via Angelo Brunetti, di “fabbricato per biblioteca ai piani superiori e bottega al piano terreno” al civico - della medesima via di Ripetta, ed infine di “fabbricato per abitazione civile con botteghe e cortile” di cui ai civici - di via del Vantaggio, fu venduto dal Collegio all’Inail 42. Quando l’Istituto Nazionale entrò in possesso del complesso immobiliare, prevedendo di destinarlo ai

propri uffici, decise di intraprendere lavori di ampliamento e restauro che avrebbero dovuto riguardare soltanto la parte del complesso architettonico orientata sulle vie del Vantaggio e Brunetti, senza investire il nucleo storico del palazzo. I sondaggi eseguiti dalla ditta incaricata dei lavori misero però in luce la necessità di provvedere, innanzitutto, ad opere di consolidamento delle fondazioni e delle murature. L’accurata relazione tecnica redatta in quella occasione pose l’accento, in particolare, sulle condizioni dell’edificio, individuando le cause della sua precarietà, oltre che nella vetustà delle fabbriche, nella peculiarità del terreno su cui esse sorgono, composto da materiale di riporto e non distante dall’area golenale del Tevere. A conferma di ciò che si era potuto intuire nel corso dei secoli e durante le tormentate vicende dell’edifico, nell’indagine si evidenziava come le condizioni statiche del complesso dipendessero dalla sua dislocazione e dal fondo geologico: “I sondaggi da noi eseguiti hanno messo in evidenza un terreno assolutamente inconsistente, con presenza di acqua da quota , sino a circa a  mt. di profondità. Segue un terreno più stabile, costituito da argilla gialla sabbiosa con tracce qua e là di torba. Sui - metri si incontra invece un banco di argilla compatta, scura, consistente” 43. D’altra parte, le vecchie murature, eseguite in tempi diversi e con materiali eterogenei, presentavano numerose lesioni “per schiacciamento e presumibilmente per cedimento delle fondazioni. Si può dire infatti – prosegue la relazione tecnica – che le fondazioni non esistono o sono assai superficiali e del tutto insufficienti” 44. Date le condizioni generali, si consigliava di procedere al consolidamento delle fondazioni, con l’applicazione di pali trivellati che avrebbero dovuto raggiungere lo strato più profondo e compatto del terreno: “A prescindere da ogni considerazione di portata dei pali è indubbio che la palificata di fondazione, che deve scaricare il peso sovrastante, debba scaricare questo carico sul banco compatto di argilla. Infatti il terreno sovrastante è talmente compressibile che se i pali si fermassero prima, la torba, sotto il carico, si assesterebbe e ciò porterebbe di conseguenza il cedimento della fondazione.” Lo stato generale del fabbricato – prosegue la relazione – consigliava di usare, per l’impianto dei pali, il sistema dei “pali con sonda a rotazione”, escludendo, per maggiore tranquillità, altre metodiche come quella dei pali costituiti da elementi infissi per pressione idraulica e a percussione 45. Nel contempo, la muratura avrebbe dovuto essere




. Il cardinale Eugenio Pacelli (all’epoca Segretario di Stato di Pio XI) visita il cantiere per la realizzazione della nuova biblioteca de “La Civiltà Cattolica” in palazzo Capponi, 6 c. . Roma, palazzo Capponi, Sala maggiore della biblioteca della Civiltà Cattolica

rafforzata con iniezioni di cemento, “provvedendo alla accurata scarnitura dell’intonaco, alla ripresa con malta cementizia e all’immissione di boiacca nell’interno della muratura a pressione dopo averla opportunamente ripulita con acqua a pressione. Le lesioni più gravi della muratura saranno legate a cuci scuci con tondini di ferro e contemporaneamente iniettate con cemento” 46. Dopo pochi giorni dall’inizio dei lavori, il  novembre del , malgrado le precauzioni adottate, come è registrato agli atti, “si verificarono delle preoccupanti lesioni nel corpo di fabbrica centrale, tali da dover procedere allo sgombero del fabbricato ed intervenire d’urgenza” 47. L’evento imprevisto comportò un radicale cambiamento dei lavori programmati e, di conseguenza, dei tempi e degli impegni di spesa preventivati. I lavori di rinforzo delle fondamenta e della muratura e quelli di finitura interna furono estesi a tutto il complesso immobiliare; la spesa ne risultò triplicata e addirittura superiore a quella sostenuta per il suo acquisto; i lavori, risoltisi “con esito particolarmente felice” come si puntualizza nel conclusivo Verbale di Collaudo, ebbero termine il  settembre  48.



I lavori eseguiti in questa recente fase della storia del palazzo, per la loro entità paragonabili alle imponenti opere compiute nei secoli XVII e XVIII da Amerigo e da Alessandro Gregorio Capponi, possono certamente considerarsi l’ultimo intervento di ristrutturazione e consolidamento del complesso architettonico, che per la sua portata ne ha consentito la conservazione fino ai nostri giorni e lo hanno consegnato alla attuale configurazione. Sotto il profilo architettonico, l’intervento più rilevante riguardò la parte del complesso affacciata su via Brunetti: rispetto ai lavori già svolti negli anni dei Padri gesuiti, essa fu ulteriormente ampliata e sopraelevata nel lato rivolto verso il giardino, lasciando invece inalterato quello sul fronte stradale. Del pari fu ampliato il portico, che mantenne comunque le caratteristiche architettoniche già attribuitegli negli anni Trenta. All’interno del nucleo più risalente del palazzo, i lavori di consolidamento comportarono, purtroppo, la demolizione di tutte le volte al piano terreno, al primo piano e a copertura dell’ammezzato, e la loro sostituzione con solai in ferro e tavelle. Per tale ragione fu necessario il distacco degli affreschi presenti al primo piano nobile, ricollocati al loro posto al termine dei lavori; così pure gli antichi solai in legno vennero rimossi e sostituiti con nuove strutture portanti in ferro rivestite degli antichi cassettonati lignei convenientemente riparati. Fra le opere di finitura eseguite in questi anni, e ancora visibili nelle sale del piano nobile, vi sono le ricche pavimentazioni in lastre ottagone di pietra di Trani serpeggiante ed elementi di marmo rosso porfirico, nella prima sala all’ingresso, e quelle di marmo porfirico rosso con elementi in marmo nero del Belgio, nell’odierna “Sala del Presidente”; nel medesimo ambiente si conserva il “lambris in noce con pilastrini sagomati e corrimano, in massello, riquadri bugnati e zoccolo” che fu posto a rivestimento della parte inferiore del muro della stanza 49. Negli anni successivi, mentre nel palazzo si erano già insediati gli uffici dell’Istituto Nazionale, si resero necessari ulteriori lavori di restauro e decorazione. Nel , in particolare, si pose mano al restauro degli stucchi e delle pitture parietali a finto marmo presenti nello scalone di rappresentanza; più di recente, nel , si è provveduto ad un ulteriore restauro dei dipinti presenti nel fregio della sala principale del piano nobile. Fra il  e il , quando nel palazzo si era già insediata l’Autorità di Vigilanza sui Lavori Pubblici, furono promossi i restauri del portale principale, delle due statue di Francesco Caporale – risalenti all’epoca di Amerigo


. Roma, Palazzo Capponi, portico che affaccia sul giardino realizzato negli anni Trenta fu in parte ampliato fra il -’ . Roma, Palazzo Capponi, particolare del portico che affaccia sul giardino, fine anni Trenta; -’




Capponi e oggi poste entro due nicchie sulla facciata principale di via di Ripetta – e delle volte dell’androne del piano terreno. Nel corso di quest’ultimo intervento sono tornate alla luce alcune decorazioni geometriche dipinte lungo il perimetro delle due volte a botte che ricoprono l’androne, nelle lunette e sui costoloni delle due piccole volte a crociera del cortile; in corrispondenza dei costoloni sono emerse otto lesene dipinte ad imitazione delle altre due in granito rosso. È degna di nota la decorazione pittorica delle membrature architettoniche, realizzata mediante l’impiego principalmente di quattro colori che sfumano dal nocciola chiarissimo al nocciola molto scuro; siffatta decorazione, benché riconducibile – secondo la relazione di restauro –, per l’esecuzione con tinte a calce, agli anni in cui il palazzo fu sede della Civiltà Cattolica, probabilmente ricalca previe decorazioni, sia nell’androne che nel cortile, databili almeno al secolo precedente.

NOTE ASR, Trenta notai capitolini, notaio Generoso Ginnetti, uff. 8, vol. 335, 1746, cc. 159-159v. 2 I documenti da cui sono tratte le notizie della controversia insorta fra la famiglia Capponi e Cardelli si trovano in ASR, Notai del Vicario, notaio Bernardino Monti, uff. 30, vol. 327, 28. 11.1752, cc. 303-324. 3 La transazione fu registrata, per volontà di entrambe le parti, “per pubblico strumento” presso il notaio Monti; Camillo e Ferdinando Capponi non furono presenti all’atto e delegarono come loro procuratore “l’abate Guido Bottari fiorentino abitante in Roma”. ASR, Notai del Vicario, notaio Bernardino Monti, uff. 30, vol. 327, 28.11.1752, cc. 303-324. 4 AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 68, f. 18. 5 Vasi G., 1777, p. 217. 6 Descrizione di Roma, 1787, p. 249. 7 Copia dell’atto di compravendita si trova in ASR, Trenta notai capitolini, notaio Nicola Damiani poi Mario junior, uff. 3,16 gennaio 1818, c. 34. 8 DI CROLLALANZA G.B., 1886-1890, vol. I, p. 337. Sulla famiglia romana dei Crespi si veda anche AMAYDEN T., 1979, vol. I, p. 370, dove le origini della famiglia si fanno risalire al 1488 nella cittadina di Viterbo. 9 Le uniche notizie rinvenute su Carlo Koebel sono quelle contenute negli stessi atti notarili, dai quali risulta figlio “del quondam Valentino di Magonza”e “consigliere antico del governo di Magonza”. ASR, Trenta notai capitolini, notaio Giuseppe Venuti, uff. 7, 30 maggio 1836. 10 Notizia del debito e dell’ipoteca si trova in ASR, Trenta notai capitolini, notaio Giuseppe Venuti, uff. 7, 30.5.1836. 11 ASR, Trenta notai capitolini, notaio Giuseppe Venuti, uff. 7, 30 maggio 1836. Luigi Filipponi aveva a sua volta acquistato la casa dal marchese Lorenzo Felice Bottini il primo marzo del 1831 con rogito del notaio Mannucci, e vi aveva svolto dei lavori di restauro, le cui spese gli vennero rimborsate dal Koebel. ASR, Trenta notai capitolini, notaio Vincenzo Mannucci, uff. 27, 1 marzo 1831, c. 139. 12 ASR, Trenta notai capitolini, notaio Vincenzo Mannucci, uff. 27, 1 marzo 1831, c.139. 13 La notizia è tratta da ASR, Cancelleria del Censo, Volture, n. 8078. 14 Cfr. ASR, Trenta notai capitolini, notaio Giuseppe Venuti, uff. 7, 30 maggio 1836. 1



15 Il ramo romano ebbe origine (1738) da Paolo, appartenente al ramo toscano e discendente di Lorenzo di Marco Antonio (1650). Da Paolo nacque Lorenzo. 16 ASR, Cancelleria del Censo, Catastini, reg. n. 60, c. 910; reg. 61, c. 1195; reg. 62, c. 1132; reg. 63, c. 1195. 17 Cfr. ROMANO P., 1942-43, vol. 2, pp. 82-83. 18 Dell’ospitalità offerta al re di Portogallo rimane una lapide commemorativa nella residenza Mencacci di Anzio. La notizia è in TOMASSETTI G., 1979, vol. 2, p. 402. 19 Le notizie sulla famiglia Mencacci sono state rinvenute in MORONI G., 1840-1879, Indice, vol. 4, p. 349. 20 ASR, Trenta notai capitolini, notaio Filippo Malagricci, uff. 12, 13 settembre 1856. Il chirografo con cui fu estinto il fidecommesso dei Mencacci riporta la data del 5 aprile 1857, come si evince dall’atto notarile ASR, Collezione chirografi ad anno 5 aprile 1857. 21 Nel 1399 Giovanni Campanari è nominato abate della chiesa verolana di S. Paolo; tra il 1459 e il 1469, Pietro è annoverato fra i canonici della cattedrale e, nello stesso periodo, Giovanni figura con la qualifica di nobilis vir. Nell’ambito delle attività professionali e commerciali si segnalano come argentieri, negli anni Sessanta, Bartolomeo e Giovanni, mentre alla fine del secolo Girolamo viene creato notaio. Per queste ed ulteriori notizie sulla famiglia Campanari di Veroli si rinvia al saggio di SCACCIA SCARAFONI P., 1999, p. 152. Sulla famiglia Campanari si vedano altresì: AMAYDEN T., 1979, vol. II, p. 240; SPRETI V., 1928-1935, vol. II, p. 257. 22 Devo la ricostruzione del legame familiare esistente fra Agostino Campanari e Francesco, acquirente del palazzo di via di Ripetta, alla profonda conoscenza della storia della famiglia e alla cortese disponibilità del dott. Paolo Scaccia Scarafoni, direttore della Biblioteca Giovardiana di Veroli, in cui è conservato, tra l’altro, un importante fondo archivistico relativo alla famiglia Campanari. Quanto alla discendenza, è utile precisare che da Agostino Campanari discende Andrea Felice; dal matrimonio di Andrea Felice con Giulia Battisti discende, fra gli altri, Francesco Maria che ebbe tre figli maschi: Agostino, Vincenzo e Giovanni. Vincenzo ebbe a sua volta due figli: Evangelista e Francesco. Quest’ultimo sposò in prime nozze Caterina Polioctoff, e successivamente Barbara Polidonoff, da cui ebbe i due figli Wladimiro e Demetrio. 23 ASR, Cancelleria del Censo, Volture, n. 18487; cfr. anche Catastini, reg. 368, n. 928. 24 Negli atti del Catasto Urbano il marchese Campanari risulta proprietario anche di un’altra casa con giardino in via Brunetti n. 11-14, articolata su tre piani e composta di dieci stanze, acquistata il 16 giugno 1862. ASR (sede succ.), Cessato Catasto Urbano, Catasto fabbricati Roma, Rione IV, Registro 5, partita 892; ASR, Trenta Notai Capitolini, notai Antonio Torrioni e Romualdo Cucchi, uff.8, II parte, 30 maggio 1885. 25 Notizie concernenti la storia del palazzo nel periodo di riferimento non si sono potute reperire né nel fondo dell’archivio Campanari a Veroli, né, per quanto consta, nell’archivio romano della famiglia, confluito per via ereditaria in quello personale della principessa Zinaida Wolkonsky, nipote di Francesco Campanari, attualmente conservato presso la Biblioteca della Harvard University. Sull’archivio Wolkonsky cfr. BAGNATO A., 1993, p. 11. 26 Le scarne notizie relative alla presenza della famiglia Campanari nel palazzo di via Ripetta negli anni Novanta del XIX secolo si sono ricavate dalla consultazione della Guida Monaci, Roma 1883-1893. 27 Da indagini compiute da altri studiosi, l’ultima famiglia nobiliare ad essere stata proprietaria del palazzo risulterebbe esser quella dei Serafini della Palma: “Dai Capponi passò ai Cardelli e nell’ottavo decennio dell’Ottocento ai Serafini, che vi fecero apporre la palma dello stemma” (BENOCCI C., 1995, p. 8). Sebbene tale ipotesi sia stata presa nella dovuta considerazione nel corso della nostra ricerca – anche perché avrebbe consentito una sicura attribuzione dello stemma apposto nel giunto di chiave del portale principale del palazzo –, le molteplici fonti d’archivio consultate per il palazzo di via di Ripetta n. 246 non hanno fornito alcun riscontro docu-


mentale riguardante i Serafini. Resta dubbio, pertanto, se l’emblema, con una palma raffigurata con radici e frutti e in evidenza e sormontata dall’iscrizione vincenti dabitur, sia da considerarsi lo stemma di una casata, per qualche tempo residente nel palazzo, oppure alla stregua di più generico attributo araldico (tipicamente espressivo della virtù ricompensata e della perseveranza) apposto sul palazzo durante la seconda metà dell’Ottocento. 28 In questa fase la Civiltà Cattolica ebbe sede nella casa di noviziato in via del Quirinale, dove nel cortile fu impiantata anche la tipografia. La sede amministrativa fu fissata in via San Romualdo. Cfr. SALE G., 2001, pp. 44-45. 29 DE ROSA G., 1999, p. 19. Sul periodo a Napoli cfr. DANTE F., 1990, pp. 57-71. 30 Si veda, fra i molti scritti, FERRUA A., 1959, pp.3-12. 31 Il palazzo fu venduto per la somma di lire 400.000. ASR, Trenta Notai Capitolini, Notai Antonio Torrioni e Romualdo Cucchi, uff.8, II parte, 30 maggio 1885. 32 Catalogus , 1885, pp. 11; 17; 18; 21; 51; 52; 55; 58. 33 Sulla biografia del cardinale e per la sua vasta attività di studioso si rinvia a OLIGER L., 1950, pp. 185-187. 34 I passaggi di intestazione del complesso immobiliare fra il 1885 e il 1951 sono stati rintracciati presso ASR (sede succ.), Cessato Catasto Urbano, Catasto fabbricati Roma, Rione IV, Reg. 5, part. 892-893; Reg. 47, part. 11609; Reg. 99, part. 21957; Reg. 177, part. 36661; Reg. 200, part. 40945; Reg. 200, part. 40982; Reg. 540, part. 100208- 100209; Reg. 579-580, part. 107866; Reg. 656, part. 119569; Reg. s.n., part. 193546; Reg. 1100, part. 200313 bis. 35 Rogato dal Notar Buttaoni l’11 maggio 1936 e trascritto presso la Conservatoria dei Registri Immobiliari di Roma il 20 gennaio 1936, al n. 994. 36 Non è stato possibile, come pure ci si era ripromessi, compiere verifiche presso l’archivio storico della stessa Civiltà Cattolica, essendo da tempo i relativi fondi in fase di riordino e sistemazione. 37 La compravendita avvenne il 5 dicembre 1934 per gli atti del notaio Claudio Pierantoni. Cfr. ASR (sede succ.), Cessato Catasto Urbano, Catasto fabbricati Roma, Rione IV, Reg.540, part. 100209. 38 Nel primo edificio, quello situato in via di Ripetta nn. 238-239 (identificato alla particella 153) si intervenne fra il dicembre 1836 e l’ottobre 1838; nella seconda casa ai civici 240-242 (part.154) i lavori andarono dal dicembre 1938 al dicembre 1941. La nuova costruzione, soppressi i vecchi numeri delle particelle 153 e 154, venne accatastata con il numero 1656. ASR (sede succ.), Cessato Catasto Urbano, Catasto fabbricati Roma, Rione IV, Reg.656, part.119569, e Dipartimento del territorio, Catasto Urbano, Conservazione dei Catasti, partita n. 62368, foglio 469, n. 210, sub. 1. 39 I lavori interni al palazzo sono, almeno in parte, documentati al Dipartimento del territorio, Catasto Urbano, Conservazione dei Catasti, partita n. 62368, foglio 469, n. 72, sub. 7, 8, 9, 10, 11, 12. 40 Per questi interventi cfr. Dipartimento del territorio, Catasto Urbano, Conservazione dei Catasti, partita n. 62368, foglio 469, s.n.; Roma, Archivio dell’Inail, Fondo palazzo Capponi, Planimetrie del complesso immobiliare, eseguite dall’Ufficio tecnico dell’Inail, che documentano lo stato del palazzo prima dell’esecuzione dei lavori del 1951. 41 L’edificazione della casetta e il suo accatastamento con il numero 1613 sono documentati in ASR (sede succ.), Cessato Catasto Urbano, Catasto fabbricati Roma, Rione IV, Reg. 579-580, part. 107866. 42 La vendita, per la somma di 234.000.000 di lire, fu stipulata dinanzi al notaio Pierantoni di Roma presso il suo studio in piazza di S. Ignazio, alla presenza del padre Giacomo Martegani, rappresentante del Collegio degli scrittori della Compagnia di Gesù, e del cavalier Luigi Giorgio Martini, Direttore Generale dell’Inail. Nello stesso atto (da chi scrive consultato nella copia conservata presso l’Archivio dell’Inail, in piazzale Pasteur a Roma) veniva fissava la consegna materiale del complesso immobiliare da concludersi entro il 31 gennaio del 1952, “libero da persone e da cose all’infuori dei locali regolarmente ad oggi affittati”. 43 Le informazioni sono tratte dalle relazioni presentate dalla ditta Cose-

dil, incaricata all’epoca di svolgere i lavori, datate rispettivamente 7 giugno 1952 e 5 settembre 1952 e conservate presso l’Archivio dell’Inail di Roma, Fondo palazzo Capponi. 44 Ibidem. 45 Ibidem. 46 Ibidem. 47 Come riportato nella Relazione di Collaudo dei lavori svolti , con data 29 febbraio 1956, il corpo centrale del palazzo era ancora abitato da inquilini e ne fu disposto lo sgombero d’urgenza. A questo seguì la Dichiarazione di inabitabilità dell’edificio da parte del Comune, datata 12 dicembre 1952. Anche in questo caso la documentazione è conservata presso l’Archivio dell’Inail di Roma, Fondo palazzo Capponi. 48 Ibidem. 49 L’elenco completo dei lavori è riportato, in modo sintetico nel Verbale di Collaudo, e, in modo più analitico, nei quattro Verbali di concordamento dei nuovi prezzi, datati rispettivamente 26 maggio, 1 agosto e 9 ottobre 1953, e 20 giugno 1954 e relativi Libretti di misure. Roma, Archivio dell’Inail di Roma, Fondo palazzo Capponi.




. Prospetto di Palazzo Capponi al momento dell’acquisto dalla famiglia Serroberti, , disegno a china su carta. Roma, Archivio Capitolino




. Pianta del condotto dell’Acqua Vergine dal giardino Capodiferro a palazzo Capponi,  c., china e tempera su pergamena. Roma, Archivio Capitolino




. Francesco Calamo, Pianta della villa Capponi fuori Porta del Popolo, . Roma, Archivio Capitolino




. Paesaggio con edifici antichi, seconda metà del XVI - inizio del XVII secolo, affresco con parti a calce e parti a secco. Roma, Palazzo Capponi, prima sala del piano nobile




. Paesaggio con edifici religiosi e rovine sullo sfondo, seconda metà del XVI - inizio del XVII secolo, affresco con parti a calce e parti a secco. Roma, Palazzo Capponi, prima sala del piano nobile







. Paesaggio con rovine antiche, seconda metà del XVI - inizio del XVII secolo, affresco con parti a calce e parti a secco. Roma, Palazzo Capponi, prima sala del piano nobile




. Paesaggio con rovine antiche, seconda metà del XVI - inizio del XVII secolo, affresco con parti a calce e parti a secco. Roma, Palazzo Capponi, prima sala del piano nobile




. Veduta di Castel S. Angelo, affresco interamente ridipinto negli anni Cinquanta. Roma, Palazzo Capponi, prima sala del piano nobile




. Paesaggio con architetture antiche, seconda metà del XVI - inizio del XVII secolo, affresco con parti a calce e parti a secco. Roma, Palazzo Capponi, seconda sala del piano nobile . Paesaggio con architettura, seconda metà del XVI - inizio del XVII secolo, affresco con parti a calce e parti a secco. Roma, Palazzo Capponi, seconda sala del piano nobile




. Paesaggio con borgo sullo sfondo, seconda metà del XVI - inizio del XVII secolo, affresco con parti a calce e parti a secco. Roma, Palazzo Capponi, seconda sala del piano nobile




. Paesaggio con architetture antiche, seconda metà del XVI - inizio del XVII secolo, affresco con parti a calce e parti a secco. Roma, Palazzo Capponi, seconda sala del piano nobile




. Paesaggio con architetture antiche, seconda metà del XVI - inizio del XVII secolo, affresco con parti a calce e parti a secco. Roma, Palazzo Capponi, terza sala del piano nobile . Decorazione a grottesca, particolare del fregio restaurato in epoca moderna, affresco. Roma, Palazzo Capponi, seconda sala del piano nobile




. Paesaggio con scene di vita religiosa, seconda metà del XVI - inizio del XVII secolo, affresco con parti a calce e parti a secco. Roma, Palazzo Capponi, terza sala del piano nobile




. Marina con scena di battaglia, seconda metà del XVI - inizio del XVII secolo, affresco con parti a calce e parti a secco. Roma, Palazzo Capponi, terza sala del piano nobile




, . Decorazioni a grottesca, da Disegni di diverse pitture ritrovate nello scavamento delle stanze sotterranee delle Terme di Costantino al Monte Quirinale, , Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. , c.r e r




. Nicola Sanmarco, Veduta di un porto, riproduzione dell’affresco antico raffigurante un porto, ritrovato nel novembre del  presso la cava di S. Sisto. Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. , c.r



. Francesco Bartoli (attr.), Nereide sul carro, in Raccolta di disegni eseguiti nel bagno di Augusto agli orti farnesiani, . Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. , c.r . Francesco Bartoli (attr.), Corteo marino, in Raccolta di disegni eseguiti nel bagno di Augusto agli orti farnesiani, . Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. , c.r





. Bacco, Riproduzioni di statue antiche. Collezione dei disegni di Alessandro Gregorio Capponi. Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. , scatola I, c.r




. Copia da Raffaello Sanzio, Venere, Giunone e Cerere, Loggia di Psiche, Villa della Farnesina. Collezione dei disegni di Alessandro Gregorio Capponi. Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. , scatola II, c.r




. Francesco Albani (attr.), Ercole e Deianira, prima metà del XVII sec., Collezione dei disegni di Alessandro Gregorio Capponi. Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. , scatola II, c.r




. Nicolas Poussin (attr.), Paesaggio con figura, XVII sec. Collezione dei disegni di Alessandro Gregorio Capponi. Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. , scatola I, c.r




. Polidoro da Caravaggio (attr.), Soldati romani, prima metà del XVI sec. Collezione dei disegni di Alessandro Gregorio Capponi. Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. , scatola I, c.r




. Michelangelo Cerquozzi detto delle Battaglie (attr.), Soldato a cavallo, XVII sec. Collezione dei disegni di Alessandro Gregorio Capponi. Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. , scatola I, c.r . Jacopo Negretti detto Palma il Giovane (attr.), Deposizione, seconda metà del XVI sec. Collezione dei disegni di Alessandro Gregorio Capponi. Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano, Ms. Capp. , scatola II, c.r




Apparati


Nota sulle decorazioni pittoriche presenti nel Palazzo Capponi

All’interno del Palazzo Capponi, in alcune sale del piano nobile che affacciano sul fronte principale di via di Ripetta, possono tuttora osservarsi antiche decorazioni pittoriche, risalenti con ogni probabilità alle prime fasi della storia dell’edificio, fra la seconda metà del XVI e l’inizio del secolo XVII. Le decorazioni, che oggi versano in precarie condizioni conservative, sia per l’entità del distacco dell’intonaco originale sia per i cospicui, ma non risolutivi, interventi di integrazione e restauro subiti nel corso del tempo, sono poste alla sommità della parete delle sale e si sviluppano a foggia di fregio, scandito da riquadrature fiancheggiate da cariatidi o da erme sormontate da elementi floreali, al cui interno sono raffigurate scene di paesaggio naturale con piccoli borghi, vedute di città, pievi e ruderi antichi. Di queste pitture non si è rinvenuta alcuna notizia nei documenti d’archivio fin qui indagati e relativi alle vicende del palazzo e dei suoi proprietari: tacciono, infatti, su di esse le fonti relative alla fase cinquecentesca dei Serroberti, e così anche il Libretto in cui Amerigo Capponi annotò meticolosamente le spese sostenute per l’ampliamento dell’edificio (-); non ve n’è traccia in documenti del secolo successivo, nei quali interventi pittorici parietali avrebbero potuto essere menzionati nel quadro di più ampie ristrutturazioni, come fu, ad esempio, per le pitture presenti nel cortile e nel giardino, più volte richiamate nelle note di spesa per gli artisti; né, infine, è fatto cenno a tali pitture nelle guide settecentesche di Roma, che nella pur breve descrizione del Palazzo Capponi non tralasciano, talvolta, di segnalare la pittura di “prospettiva” presente nel cortile e nel giardino, o la collezione del marchese Alessandro Gregorio conservata all’interno della residenza. Il primo riferimento all’esistenza di queste pitture murali è di epoca contemporanea, e compare nel preventivo delle spese che l’Inail dovette sostenere non appena si ravvisò, nel novembre del , il pericolo di crollo dell’edificio. In quell’occasione si ritenne infatti necessario procedere al distacco integrale degli affreschi, al probabile scopo, da un lato, di evitarne l’ulteriore degrado se non la perdita completa, e dall’altro di poter eseguire con maggiore libertà le consistenti operazioni di consolidamento murario che si erano rese necessarie. Le pitture, considerate di “pregio artistico notevole”nel Verbale di collaudo, vennero ricollocate al loro posto al termine dell’intervento. Sulla ditta che eseguì i lavori, sui procedimenti e sui materiali adottati non è rimasto nulla di più della semplice indicazione riportata in uno dei preventivi di spesa: “Decorazione a tempera di soffitti e pareti con qualche ritocco agli affreschi riapplicati”; dal che si evince solamente che i dipinti furono ricollocati al loro posto e subirono in quella fase delle integrazioni 1. L’analisi storico-artistica delle decorazioni in discorso deve quindi svolgersi, allo stato, senza il sostegno delle fonti. Un ausilio importante è però offerto da alcune indagini diagnostiche fatte recentemente eseguire dall’Autorità di vigilanza per i



lavori pubblici, in previsione di più organici interventi conservativi; le rilevazioni strumentali hanno infatti consentito di individuare con maggiore precisione le parti più antiche delle pitture e fornito significativi elementi sui materiali impiegati nella loro esecuzione 2. Le decorazioni sono concentrate in quattro sale che affacciano sul fronte di via di Ripetta al primo piano nobile, ambienti ai quali in passato doveva certamente essere stata assegnata una funzione di rappresentanza. Nella prima sala, quella posta in angolo fra via di Ripetta e via Angelo Brunetti, lo schema delle cornici, poste a delimitare lo spazio occupato dal fregio, è più elaborato di quello esistente nelle altre sale e si connota per gli elementi stilistici ispirati ad una certa sontuosità: alle erme sostenenti sul capo ceste di fiori si alternano, al centro dei due lati maggiori, motivi con volute architettoniche e protomi leonine, mentre agli angoli figurano quattro grandi scudi, destinati in antico ad ospitare stemmi araldici. Questa fascia decorativa, pur replicando caratteri tipici di schemi decorativi diffusi nei palazzi romani sin dalla metà del Cinquecento 3, appare pesantemente rimaneggiata sia nelle figure delle cariatidi, che presentano un modellato proprio della pittura italiana degli anni Trenta del Novecento, sia nelle incorniciature che riquadrano le pitture di paesaggio, nelle quali generici stilemi decorativi seicenteschi, come il motivo a nastro, si fondono con altri più moderni, individuabili – ad esempio – nella sovrapposizione fra cornici di formato ovale e rettangolare, nei motivi floreali e negli intagli dipinti sul profilo delle cornici, nei quali si riflette una mescolanza di stili appartenenti ad epoche diverse. Le indagini scientifiche eseguite su queste parti del fregio hanno, d’altra parte, rilevato la presenza di uno stato preparatorio sottostante la pittura a base di calce e polvere di marmo che conferma l’esecuzione moderna, riconducibile con ogni probabilità al momento in cui le pitture furono ricollocate nel palazzo dopo il  4. Risultano invece di fattura antica alcuni dei dipinti di paesaggio racchiusi all’interno delle cornici del fregio. Fra questi, sono di maggiore interesse le due pitture ovali poste sulla parete lunga della sala, al di sopra delle due porte che introducono all’interno del palazzo (figg.  e ). In entrambe è raffigurato un paesaggio naturale, percorso da un fiume con due sottili alberi in primo piano che fanno da quinta ad un gruppo di ruderi antichi, sullo sfondo dei quali è riprodotta la veduta di una città. Gli elementi archeologici sono frutto della fantasia dall’autore e verosimilmente alludono, a guisa di citazione erudita, alle vedute di Roma antica; il tema archeologico ricorre anche in un altro pannello quadrato presente sulla stessa parete, nel quale, fra i vari monumenti di gusto classico, si potrebbe forse riconoscere una raffigurazione dell’anfiteatro Flavio (tav. ). L’esecuzione pittorica degli elementi architettonici, in particolare nei due dipinti ovali, era stata predisposta dall’artista – come ha rivelato l’esame diagnostico a luce radente – mediante un disegno pre-


paratorio ad incisione diretta sull’intonaco fresco. Allo stesso periodo risalgono anche i due paesaggi collocati sui lati corti della sala (tav. ). Essi presentano, come i tre precedenti, tracce dello stacco, avvenuto tagliando in due o quattro porzioni i pannelli dipinti, nonché lo stesso tipo di intonaco a base di calce e pozzolana. Anche la tavolozza risulta essere costituita dai medesimi pigmenti, a base di smaltino per l’azzurro, di malachite per i verdi, di terre e terre d’ombra per le tonalità brune e ocra; analoga anche la stesura del tessuto pittorico, caratterizzata da pennellate più corpose nei chiari e da velature liquide, spesso sovrapposte, per gli altri colori. I restanti quattro pannelli con paesaggi presenti nella stanza devono, invece, ritenersi interamente ridipinti, come tutto il fregio, all’epoca dei lavori eseguiti negli anni Cinquanta. Nelle tre sale adiacenti le caratteristiche delle decorazioni pittoriche non appaiono molto diverse. Ad eccezione di quelle presenti nell’ultima sala sul fronte stradale, che si possono considerare, sia sotto il profilo stilistico che delle tecniche e dei materiali impiegati, interamente riconducibili agli anni Cinquanta del Novecento, le decorazioni negli altri due ambienti sono frutto anch’esse di due fasi esecutive: contemporanea per quanto riguarda il fregio e le cornici, e antica per quanto concerne i pannelli con le scene di paesaggio. Nella seconda sala affacciata su via di Ripetta, più piccola di dimensioni di quella posta in angolo, le decorazioni a tema di paesaggio si presentano particolarmente deteriorate, con i segni della perdita estesa della pittura originale maldestramente risarcita dopo lo stacco e la ricollocazione in loco. Qui i paesaggi, alternati a poco elaborati motivi a grottesca, si caratterizzano per la presenza di un’architettura principale, posta in primo piano centrale o lateralmente; le architetture, di fantasia e di gusto sia archeologico che moderno, dominano lo sfondo naturale che raffigura ora un paesaggio fluviale con un’imbarcazione, ora una veduta di campagna con qualche viandante (tavv. , , ). Nella terza sala, dove il fregio moderno appare costituito da erme sormontate da ceste di fiori (di tipologia differente rispetto a quanto si osserva nella prima stanza), i pannelli con le pitture di paesaggio sono inseriti in cornici di formato rettangolare sulle pareti lunghe, e sulle altre in clipei inscritti entro ulteriori cornici quadrate; anche questi ultimi, come rivelano tracce evidenti sulla muratura, dovevano essere in origine di formato rettangolare, talché l’inserimento in cornici rotonde è da ricondurre alla fase moderna (tavv. , , ). Accanto alle consuete vedute naturali con resti archeologici o con borghi di città e paesini, figurano in questa sala anche due scene di diverso tema: una marina, o forse una battaglia navale, consistente nella veduta dall’alto di un gruppo di imbarcazioni di varie dimensioni sulle quali sembrano avvolgersi nugoli di fumo; e una scena di vita religiosa, raffigurante una piccola pieve posta su un’altura con un monaco od un eremita in atto di

accogliere altri due religiosi sopraggiunti da un sentiero di campagna (tavv. , ). Da quanto precede può concludersi che la parte antica delle decorazioni pittoriche è oggi limitata alle sole prime tre sale, a partire da quella in angolo con via Brunetti, e unicamente ad alcuni dei pannelli con le scene di paesaggio; mentre le parti restanti, costituite dal fregio, si devono agli interventi novecenteschi. Malgrado i rifacimenti moderni, pare plausibile che fin dall’inizio queste pitture fossero inserite in un continuum decorativo costituito da un fregio posto alla sommità della parete, secondo il gusto ampiamente diffuso nei palazzi e nelle ville romane a partire dalla metà del Cinquecento, e che, nel corso della seconda metà dello stesso secolo, fu in voga anche nelle committenze pontificie: basti pensare ai lavori per le logge Vaticane voluti da Pio IV (-); a quelli promossi da Gregorio XIII (-) in un nuovo settore delle Logge – nella Galleria delle Carte geografiche e nella Torre dei venti –; ai numerosi affreschi con paesaggio commissionati da Sisto V (-) nel Palazzo lateranense; o, ancora, alle decorazioni eseguite per la Scala Santa o per la Sala grande del Palazzo alle Terme di Villa Montalto. Se ci si sofferma, inoltre, ad osservare con maggiore attenzione alcuni elementi del fregio – in particolare le erme della prima sala, terminanti alla base con volute vegetali, o, nella seconda sala, i motivi a grottesca con sirene, dal corpo formato da grandi foglie da cui si dipartono girali –, e se è lecito supporre che i restauri novecenteschi abbiano replicato, seppure in forma semplificata, i modelli preesistenti, pare plausibile l’accostamento di siffatti motivi decorativi a tipologie ancora in voga nei cantieri sistini dell’ultimo quarto del Cinquecento, fra cui quello del Portico del Pio Istituto di S. Spirito in Sassia, dove schemi analoghi vennero impiegati nelle pitture del Loggiato attribuite ad Ercole Perilli (tavv. , ). Se, dunque, taluni elementi del fregio con scene di paesaggio inducono a collocare la sua esecuzione in un arco temporale coincidente con una fase storica del palazzo compresa tra gli anni di Francesco e Geronimo Serroberti (-) e quelli di Amerigo Capponi (-), meno certa appare la datazione e l’attribuzione delle scene di paesaggio, per l’assenza di documentazione e per i pesanti interventi di restauro subiti. Sotto il profilo tipologico e stilistico, tali dipinti potrebbero tuttavia – ove il tessuto pittorico originario non fosse stato alterato dagli interventi successivi – ricondursi alla mano di più di un artista. Alcuni paesaggi, come quelli contenuti nei due ovali, la marina e quelli presenti nella seconda sala, presentano infatti alcune comuni caratteristiche: l’elemento architettonico vi domina sulla parte naturale, risolta con tratti alquanto sintetici; le architetture, prevalentemente di gusto classico, sono creazioni di fantasia nelle quali convive la memoria di antiche vestigia con suggestioni liberamente rielaborate; l’immagine architettonica è filtrata in primo piano da un sipario di alberi filiformi, dal fusto

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sottile e dalle fronde rade e quasi spoglie; il punto di vista appare rialzato, i colori chiari, il tratto sottile e quasi grafico. Elementi, questi, che denotano probabilmente la progettazione dei soggetti sulla base di modelli tratti dai repertori di incisioni italiane e straniere che circolavano ampiamente nelle botteghe degli artisti (tavv. , , , , , ). Un altro gruppo di pitture, presenti in tutte e tre le stanze, appare invece caratterizzato da una prevalenza dell’elemento naturale. È il paesaggio il tema centrale, che occupa la parte prioritaria del dipinto: alberi dall’ampia chioma sono disposti a guisa di quinte laterali, tra cui si dischiude un ampio orizzonte, sul quale si alternano in lontananza piccoli borghi circondati da una ricca vegetazione, piccole cascate e corsi d’acqua, catene montuose (tavv. , ). Tipologicamente a sé stante, nella terza sala, è la scena raffigurante la piccola pieve, unico caso in cui ricorre accanto al tema paesaggistico un episodio - benché reso con tratti sommari – di vita religiosa. Peculiare, in questo pannello, pare anche l’inclusione nella scena di paesaggio di un costone di roccia e di un arco naturale, elemento forse ripreso da una maniera esecutiva di ambito nordico e osservabile anche in un affresco di analogo soggetto in Palazzo Paravicini (oggi Besso) a Roma, eseguito all’inizio del XVII secolo da Tarquinio Ligustri 5 (tav. ). In ragione dei loro caratteri stilistici le decorazioni di cui si tratta potrebbero dunque attribuirsi ad uno o più artisti, capaci di assorbire l’influenza di modelli diversi e di riversarli in nuove e fantasiose versioni; certamente legati alla tradizione romana, manierista e con influenze fiamminghe, e a sé stanti rispetto alle innovazioni del “paesaggio naturalizzato” proposto dai maestri bolognesi. Se esse siano poi da ricondurre al periodo dei Serroberti o agli anni in cui Amerigo Capponi restaurò il palazzo, è arduo da stabilirsi nel silenzio dei documenti. Si può semplicemente osservare che, nel primo caso, l’esecuzione delle pitture risulterebbe pressoché contemporanea a quella di altri e più importanti cantieri – come quello delle Logge di Pio IV –, e potrebbe pertanto ipotizzarsi l’incarico da parte di Francesco e Geronimo Serroberti ad un’artista alquanto aggiornato circa le tendenze del gusto più innovative. Diversamente, la stratificazione dei vari modelli tipologici, quale si riscontra nel ciclo decorativo, potrebbe far pensare ad un’esecuzione commissionata da Amerigo Capponi all’inizio del XVII secolo, con l’intervento di un maestro consolidato su modi tardo-manieristi, in linea con il gusto di stampo tradizionale che caratterizzò altre committenze della famiglia in quegli anni.

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NOTE 1 Verbale di concordamento dei nuovi prezzi, n.4, datato 20 giugno 1954, p. 14, e Verbale di collaudo del 29 febbraio 1956. Roma, Archivio dell’Inail, Fondo palazzo Capponi. 2 Le indagini diagnostiche sono state eseguite nel 2002 a cura dello studio associato EMMEBICI Metodologie di indagine per i Beni Culturali. 3 Sull’evoluzione del fregio dipinti nei palazzi italiani fra XV e XVI secolo si veda BOSCHLOO A.W.A., 1981, pp. 129-141. 4 Oltre alla composizione della malta a base di calce e polvere di marmo, anche la presenza, nei pigmenti, di bianco di zinco e, per i toni di azzurro, di oltremare artificiale, entrambi commercializzati diffusamente a partire dal terzo decennio dell’Ottocento, costituiscono per queste parte delle pitture, un termine post-quem certo. 5 Il ciclo di pitture del Ligustri a palazzo Besso è documentato in GUERRIERI BORSOI M.B., 2000, pp. 101-112, tav. IX.


La cappella Capponi in San Giovanni dei Fiorentini

La ricerca d’archivio effettuata sul fondo Capponi conservato presso l’Archivio Capitolino di Roma ha rivelato, fra le carte relative al palazzo e alle altre proprietà del ramo romano della famiglia, l’esistenza di un nucleo omogeneo di documenti concernenti l’acquisizione e la decorazione della Cappella in S. Giovanni dei Fiorentini, in base ai quali è possibile ricostruire le fasi esecutive dei lavori, precisare l’identità dei singoli promotori rispetto a quanto già noto, confermare attribuzioni già avanzate circa la paternità delle opere, restituire una datazione certa alla pala d’altare, e, in generale, lumeggiare i rapporti che intercorsero tra committenti ed esecutori. Poiché l’acquisizione della Cappella costituì, al pari dell’acquisto del palazzo cittadino e della villa suburbana, il modo in cui la famiglia consolidò la propria posizione in Roma, ed essendo questa l’unica opera commissionata dai Capponi fino ad oggi conservatasi pressoché intatta – a differenza della villa, oggi scomparsa, e del palazzo di Ripetta, profondamente alterato nel corso del tempo –, è parso opportuno riportare le notizie tratte dalle carte d’archivio, le quali potranno servire a mettere in più chiara luce gli interessi artistici dei Capponi e i caratteri del loro mecenatismo, con ciò aggiungendo un piccolo tassello alla storia del collezionismo aristocratico nella Roma del XVII secolo 1. Contemporaneamente alla acquisizione del palazzo di Ripetta, fra il secondo e il terzo decennio del XVII secolo, la famiglia Capponi volle dunque dotarsi anche di una cappella di famiglia nella Chiesa di S. Giovanni de’ Fiorentini, sita nel quartiere della Nazione fiorentina e punto di riferimento per tutti i concittadini residenti in Roma. La vita della comunità che faceva capo alla Chiesa suddetta era infatti legata alla “Compagnia della Pietà dei Fiorentini”, poi divenuta Arciconfraternita, la quale, istituita in occasione della pestilenza del , riuniva al suo interno banchieri, commercianti, artigiani e artisti fiorentini trasferitisi nella Città (fig. ). Appare certo, come si è detto in esordio, che tale decisione fosse dettata dall’intento dei componenti del ramo romano dei Capponi di radicarsi nella Città che li aveva accolti, poiché la famiglia già possedeva una prestigiosa cappella a Firenze, nella Chiesa di S. Felicita, acquistata nel  dall’avo Ludovico, dedicata alla SS. Annunziata e per intero nuovamente decorata, fra il  e il , dal Pontormo con affreschi ed olii su tavola raffiguranti l’Annunciazione e i quattro Evangelisti, e una pala d’altare con la Deposizione 2. La lunga edificazione di S. Giovanni de’ Fiorentini era stata da poco completata, nell’estate del , dal Maderno (al quale si devono l’abside, il transetto e la cupola), incaricato nel  dopo che su un primo progetto, risalente al Bramante e agli anni in cui per volontà di Giulio II fu realizzato il rettifilo di via Giulia (), si erano, per diverse vicende, cimentati alcuni fra i più famosi architetti del tempo, da Raffaello a Jacopo Sansovino a Giuliano da Sangallo il Giovane a Michelangelo a Giacomo

della Porta, con conseguenti cambiamenti del progetto in corso d’opera ed inevitabili rallentamenti durati quasi un secolo 3. È nel , o poco prima, che il fratello di Amerigo Capponi, monsignor Orazio, ottenne, come altre famiglie toscane in quel torno d’anni, il patronato di una cappella nella Chiesa di S. Giovanni: gli fu assegnata la Cappella della SS. Croce, posta nel transetto sinistro, “concessagli ad effetto di ornarla, e dotarla alla quale lascia un censo di sc. , e vuole che si faccia dall’erede”, come apprendiamo dal suo testamento del  marzo  4. Morto il  marzo di quello stesso anno 5, Monsignor Orazio fu il primo della famiglia ad essere sepolto nella Cappella 6, sebbene i lavori avviati nel  non fossero ancora finiti e dovesse portarli a termine, negli anni seguenti, Gino Angelo Capponi, figlio di Amerigo nonché nipote ed erede del prelato 7. A quel tempo la Chiesa doveva avere, per i molti interventi di decorazione delle navate e delle singole cappelle, l’aspetto di un alacre cantiere frequentato da artisti di gran nome: basti pensare agli affreschi del Circignani nella Cappella di S.Francesco d’Assisi (ante ), agli affreschi del fiorentino Giovanni Balducci nella Cappella dedicata a S. Maria Maddalena de’ Pazzi (-), ai quadri del Cigoli, originario di Castelvecchio vicino Firenze, in quella dedicata a S. Girolamo (), agli affreschi del pisano Orazio Gentileschi nella Cappella di S. Filippo Benizi (), al rivestimento marmoreo della Cappella della Madonna eretta dalla Nazione fiorentina e decorata su progetto di Carlo Maderno e Matteo Castelli (-), ai dipinti per la medesima Cappella di Agostino Ciampelli e Anastasio Fontebuoni ( e ), alla pala d’altare del Ciampelli nella Cappella di S. Antonio Abate e S. Lorenzo (), alla decorazione della Cappella Sacchetti con dipinti di Giovanni Lanfranco (tra  e ), al monumento funebre di Antonio Barberini (), e al progetto di Pietro da Cortona per l’altare maggiore su incarico di Orazio Falconieri () 8. I primi incarichi per i lavori da eseguire nella Cappella Capponi – che si volle dedicare a S. Maria Maddalena – risalgono al  e sono registrati fra i pagamenti di monsignor Orazio, a riprova del fatto che le committenze provennero dal prelato e solo in seguito, dopo la sua morte, da Gino Angelo Capponi. I documenti relativi, assai dettagliati e di notevole interesse, consentono di ricostruire le varie fasi degli interventi, di individuare gli artisti incaricati e di apprendere, in particolare, quali materiali siano stati impiegati per la decorazione della Cappella, conservatasi fino ai nostri giorni nel suo originario aspetto. Le opere commissionate dai Capponi riguardarono i rivestimenti marmorei, gli stucchi, una pala d’altare e alcuni arredi liturgici, e furono eseguite sotto la supervisione del Maderno, come risulta dalla lettera d’incarico destinata al marmista: la balaustra, il pavimento, tutti i particolari architettonici, il colore dei marmi, il disegno complessivo della cappella, “dovrà essere conforme all’ordine che darà l’architetto Carlo Maderno” 9. Il celebre architetto, assieme a Bastiano Guidi, è altresì nominato

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. Roma, Chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini, Cappella Capponi, -

nel documento quale arbitro di eventuali controversie insorte – come poi puntualmente avvenne – tra i committenti e il mastro scalpellino Tullio Solari 10, al quale il  marzo  furono affidati i lavori 11, che però ebbero inizio solo nel novembre del  e furono probabilmente completati dopo un anno, sebbene gli ultimi pagamenti risalgano al giugno del , successivamente alla morte di monsignor Orazio 12. Nel capitolato erano minuziosamente elencate le opere che il Solari avrebbe eseguito e il tipo, il colore e la provenienza dei marmi impiegati; l’artigiano si impegnava a mutare i colori delle pietre secondo la volontà dei “Sign. Padroni e Architetto”, e ad attenersi scrupolosamente “al Disegno del quale dovrà darne copia in mano al notaro o muratore come parrà a Mons. di Carpentras o all’Architetto” 13. Vi erano inoltre descritti, con attenzione posta al minimo dettaglio, gli interventi relativi alla realizzazione dell’altare, con il suo dossale architettonico ricoperto di intarsi marmorei policromi: di marmo bianco nuovo “delle cave di Carrara del Polvacio senza difetto alcuno eccettuato li scalini che si possono fare di marmoro saligno” per il disegno delle principali membrature architettoniche – basamento, cornice della predella, capitelli, architrave, timpano spezzato e cimasa – con intarsi di alabastro, di “cotognino”, di “brocatello”, “di marmoro giallo” e di marmo“verde; di marmo “bianco e nero bello orientale” per il fregio che correva fra l’architrave e il timpano. Le colonne dovevano esser fatte con marmo proveniente dalle cave di Verona, “delle medesime cave dove sono state cavate le colonne del Rev.mo Cardinal Barbarino che sonno nella sua cappella a S. Andrea della Valle”; marmo giallo e nero “ben lustro”, invece, sarebbe stato impiegato per i contropilastri; la cornice in cui racchiudere la pala d’altare doveva realizzarsi in “portasanta bella e ben macchiata lostrata a tutto paragone tutto massiccio e senza fodera con suoi orecchie”; l’altare, anch’esso tutto rivestito di marmi, avrebbe avuto sul davanti una croce di marmo giallo con raggi intarsiati di rosso; una balaustra in “portasanta” con “pilastrelli (...) commessi di Alabastri belli orientali con suoi listelli de marmoro nero”, avrebbe delimitato lo spazio della cappella rispetto al transetto. Ai lati della porta della balaustra, così come ai lati dell’altare, furono apposti gli stemmi della famiglia Capponi in marmo bianco e nero, su fondo giallo e listello nero attorno. Il Solari si impegnava, infine, ad eseguire “detti lavori con ogni diligenza e ben alutorati senza tasselli o mistura e attaccati con stucco a foco e dove bisogna con panni e spranghe di ferro con piombo e mettere in opera ogni cosa a sue spese e assistere quando si mette in opera”, e a concludere il lavoro entro due anni 14. L’altare venne progettato per essere inscritto all’interno di un arcone decorato con rivestimenti marmorei fino alla trabeazione, mentre la parte superiore, l’arco e l’intradosso, dovevano essere modellati in stucco, con decorazioni di foglie e volute a rilievo, “per non idebolire la fabbrica” 15. Sull’estradosso dell’arco si allungavano due grandi e muscolosi angeli, con ciocche

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mosse e volti allungati, in una posa di torsione di matrice michelangiolesca e tipica di molta produzione manierista; al centro una protome di cherubino chiudeva la chiave dell’arco. Tutte le modanature architettoniche in stucco, compresa una serie di “ fiori doppi con sua borchia nel mezzo”, diversi fogliami, “doi teste di medusa” e la suddetta protome di cherubino posta all’apice dell’arco furono eseguite dal Solari, così come le rifiniture in oro degli stucchi medesimi 16; gli angeli, invece, furono opera dello scultore Domenico de Rossi, originario di Fiorenzano in Toscana, per i quali fu saldato nel giugno del  17. Dello stesso arco di anni, dal  al ’, sono alcune ricevute per l’argentiere Giovanni Castiglioni, che realizzò una lampada e due candelieri da altare in argento 18. La committenza di maggior rilievo, tuttavia, pare esser quella di monsignor Orazio ad Astolfo Petrazzi, pittore senese al quale


. Astolfo Petrazzi, S. Maria Maddalena con angeli, . Roma, Chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini, Cappella Capponi.

i documenti consentono di attribuire la pala d’altare raffigurante la Maddalena portata in gloria dagli angeli, databile agli anni immediatamente seguenti al contratto d’opera. Il  gennaio del  il Petrazzi si accordava con il prelato per un dipinto su tavola “con una S. Maria Maddalena sospinta in aria con Angeli e gloria conforme al disegno del sottoscritto che ha da servire per la Cappella di detto Monsignore Capponi (...), la qual pittura io prometto di fare quanto prima potrò senza pigliare a fare altr’opera finché sia finita questa, ed impiegarci tutta la mia industria, diligentia, e sapere e farci tutti li studi necessari che possino giovare e che sieno necessari conforme all’arte e vedere quanto sarà necessario dal Naturale per dar maggior sotisfatione a detto Monsignore non ostante detto disegno voglio anco andar mutando quelle parti o membra che si giudicheranno poter migliorare detta opera, la quale voglio sia tutta di mia mano e tutta per prezzo di scudi dugentoventicinque” 19 (fig. ).

La personalità artistica di Astolfo Petrazzi si formò nell’ambiente tardo manierista senese che aveva in Ventura Salimbeni e Francesco Vanni i suoi principali esponenti, dei quali il Baldinucci lo definisce allievo: “dalla scuola del cav. Francesco Vanni ... uscì Astolfo Petrazzi cittadino senese, il quale avendo di poi studiato molto appresso il cav. Ventura Salimbeni e Pietro Sorri, moltissime opere fece nella sua patria” 20. La sua attività si svolse pressoché interamente nell’ambito d’origine, ad eccezione di un soggiorno romano avvenuto all’incirca fra il  e il  21. In quegli anni Roma rappresentava, com’è noto, una meta obbligata per un artista che volesse essere aggiornato sulle novità della pittura, in ragione della presenza nella Città dei maestri bolognesi e di opere del Caravaggio o di suoi seguaci. Gli artisti che vi giungevano da fuori frequentavano le botteghe, i cantieri artistici, studiavano le opere, facevano apprendistato presso qualche affermato artista per poi ritornare, dopo qualche tempo, nella loro città di origine con le acquisite competenze ed i nuovi orientamenti, al fine di proporli alla committenza locale più ricercata ed esigente; talché può dirsi che il viaggio a Roma del Petrazzi fosse conforme ad una consuetudine affermatasi già dalla fine del Cinquecento con i pittori senesi della precedente generazione – fra i quali Vanni, Salimbeni, Casolani, Sorri –, e che si rinnovava nel primo ventennio del nuovo secolo, oltre che con il Petrazzi, con Raffaello Vanni, apprendista fra il  e il  di Guido Reni e successivamente di Antonio Carracci, e Francesco Rustici, presente a Roma fra il  e il . Questi artisti, sovente incoraggiati a recarsi a Roma dalla presenza di un pontefice di origine toscana, una volta giunti nella Città tendevano a fare riferimento ai concittadini della loro Nazione, così come le famiglie patrizie di origine toscana, d’altra parte, preferivano commissionare lavori ai loro conterranei. Dell’opera del Petrazzi, purtroppo, non ci è noto quasi nulla di questo periodo romano, se non proprio il dipinto della Cappella Capponi, ricordato per la prima volta dall’Ugurgieri e poi da tutte le fonti successive: “in Roma hà lavorato a fresco nella vigna del Cardinal Mellini, ed in altri luoghi, e nella Chiesa di S. Giovanni de’ Fiorentini v’ha una tavola nella Cappella de’ Capponi, nella quale è una S. Maria Maddalena sostenuta da gli angeli” 22. La pala della Maddalena è ancora vicina, per il soggetto raffigurato, alle tematiche della controriforma tridentina: essa offre la visione della Santa mentre, già staccata dal piano terreno, ascende al cielo accolta da una schiera di angeli musicanti. La composizione della scena è suddivisa in due parti: un semicerchio di angeli nella zona superiore della pala, cui corrisponde nella parte inferiore un secondo gruppo di angeli disposti attorno alla figura centrale; la torsione, ancora tutta manierista del corpo della Santa, sembra imprimere un sorta di moto rotatorio al gruppo allo scopo di accentuare, con esito invero non del tutto efficace, l’effetto ascensionale. Le figure degli angeli e della Maddalena sono caratterizzati

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. Incisione raffigurante il monumento funerario di Alessandro Gregorio Capponi in S. Giovanni dei Fiorentini a Roma (Litta P., -)

. Stima di Carlo Maderno sui lavori eseguiti per la Cappella Capponi in S. Giovanni dei Fiorentini, . Roma, Archivio Capitolino

da una fisionomia dolce dei volti e da corpi saldamente plasmati, raffigurati con un morbido impasto cromatico derivato dalla pittura riformata fiorentina, che faceva capo al Cigoli e al Commodi, e aggiornati sui modelli del classicismo bolognese, dai Carracci al Domenichino. Dominano i toni azzurro-violacei, sostenuti dal nitore quasi marmoreo dei corpi, e interrotti da poche macchie di colore rosso-brunastre. Sullo sfondo le figure degli angeli sono quasi evanescenti, eseguite con una pennellata più aperta, quasi una cifra ricorrente nelle opere del Petrazzi, come il S. Sebastiano della Collezione Chigi Saracini o l’Adorazione dei Magi di S. Sebastiano in Vallepiatta, Oratorio della Contrada senese della Selva 23. L’atteggiamento languido e melodrammatico della Maddalena, espressione di quella volontà controriformata protesa a suggestionare i fedeli, e il tono classicheggiante di stampo bolognese avvicinano questo dipinto a quello, già menzionato, del Martirio di S. Sebastiano, datato fra la fine degli anni trenta e l’inizio degli anni quaranta 24; al brano

di natura morta 25 costituito dall’armatura del santo, alla base della pala del S. Sebastiano, fa riscontro la caratterizzazione, quasi di genere, degli strumenti musicali suonati dagli angeli che accolgono la Maddalena. Allorché i lavori per la cappella Capponi vennero completati, una controversia sorse fra le parti a proposito del compenso dello scalpellino. Esistono infatti fra le carte dell’archivio Capponi due perizie eseguite rispettivamente da Francesco Peparelli per conto della famiglia e da Orazio Torriani per parte dello scalpellino 26. Poiché i due periti, pur concordi sulle misure e sui lavori eseguiti, non convenivano sul compenso, furono chiamati – com’era previsto in contratto – a risolvere il contenzioso l’architetto Carlo Maderno e il “Sig.r Dottore Bastiano Guidi”. I due espressero un primo parere nel marzo del  ed un secondo il  di febbraio del  27; la loro perizia fu affiancata dall’ulteriore valutazione data dei lavori dall’architetto Giuseppe Ponzio, il quale, affiancato dallo scalpellino indicato

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come Santi “de Gesuiti e della Cappella di S. Paolo” e da Francesco detto “delli Aldobrandini”, riconobbe che l’opera “è stata messa più a prezzi bassi che alti et in coscienza di detta stima non se ne può levare niente, dove che la cappella di S. Paolo fatta et alcuna cappelle fatte in S. Pietro di simili fatture di pietre sonno apprezzate più alte che detta stima” 28. La controversia alfine fu composta il  settembre del , quando Gino Angelo Capponi e Giovanni Donato Solari, erede del padre Tullio, si accordarono, di fronte al notaio Michelangelo Cesi, per la somma intermedia di scudi ., indicata nella seconda perizia di Carlo Maderno 29 (fig. ).

NOTE 1 Sul tema si vedano, in generale, BAROCCHI P., 1979; POMIAN K., 1989; DE BENEDICTIS C., 1991; HASKELL F., 1985. Per un raffronto con altre ben più cospicue collezioni, romane e fiorentine, si vedano, tra gli altri, CIVAI A., 1990; SPEZZAFERRO L., 1993, n. 3, pp. 13-36; SPARTI D., 1992; CAPPELLETTI F. - TESTA L., 1994. 2 La Cappella Capponi, già Barbadori, era stata architettata dal Brunelleschi e dedicata alla SS. Annunziata. Si vedano VASARI G., (1550), 1986, pp. 647 e 593, nota 11; BERTI L., 1973. 3 La facciata della chiesa fu realizzata nel 1734, durante il pontificato di Clemente XII Corsini, ad opera di Alessandro Galilei e decorata con statue allegoriche da Filippo Della Valle. Sulle complesse vicende costruttive e decorative della Chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini v. FERRARA D., 1997, pp. 27-41. 4 Testamento di Monsignor Orazio Capponi Vescovo di Carpentras, figlio di Gino, fratello di Amerigo e del Cav.re Luigi, e Tutore testamentario e zio di Gino Angelo Capponi, del 18 marzo 1622 presso il notaio Lorenzo Bonincontri, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.6o, f.106. 5 AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.60, f.106. 6 Sappiamo infatti dai documenti d’archivio che Amerigo Capponi, morto a Roma nell’ottobre del 1619 fu sepolto nella Cappella in S. Felicita a Firenze: “15 ottobre 1619. Apoca di convenzione con li padri della Traspontina per depositare nella loro Chiesa il cadavere di Amerigo Capponi fino al di lui trasporto a Firenze”. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. 58, f.45. 7 I documenti relativi ai lavori svolti nella Cappella Capponi in San Giovanni dei Fiorentini si trovano in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.60, f.118. 8 Cfr. FERRARA D., passim. 9 Capitoli e patti con Tullio Solari scarpellino, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, Tomo 60, f.118 C. 10 Capitoli e patti con Tullio Solari scarpellino, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, Tomo 60, f.118 C. In quegli stessi anni il Solari è documentato in alcune delle principali fabbriche dei Borghese, fra cui quella del palazzo di Monte Cavallo e la Cappella Paolina in S. Maria Maggiore, per lavori di scalpellino e fornitura di marmi pregiati. Cfr. CORBO A.M. - POMPONI M. (a cura di), 1995, pp. 46, 94, 121, 152, 178. 11 7 marzo 1619. Incarico a Tullio Solaro per l’acquisto di di due colonne alte palmi 14 e mezzo di marmo nuovo di “Polvaccio, tutto tondo e senza tasselli e di tutta perfettione e bianchezza”, in Convenzioni,Conti, Ric.te à Conto, e quietanza finale di Tullio Solarij, e di Gio.Donato Suo Figlio a Monsignor Orazio Capponi, ed a Gin’ang.o suo nipote, ed er.e per li lavori di Scarpellino della Capp.a della Maddal.a in S.Gio. de Fiorentini di Roma ordinata dal Sudetto Prelato, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, Tomo 60, f.118 C. Il tipo di marmo delle due colonne sarà poi cambiato prima dell’inizio dei

lavori, come risulta in Capitoli e patti con Tullio Solari scarpellino, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, Tomo 60, f.118 C. 12 AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.60, f.118 C. 13 Capitoli e patti con Tullio Solari scarpellino, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, Tomo 60, f.118 C. 14 Capitoli e patti con Tullio Solari scarpellino, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, Tomo 60, f.118 C. 15 Capitoli e patti con Tullio Solari scarpellino, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, Tomo 60, f.118 C. 16 Misura e stima di lavori di marmo et mischi et altro per opere di scarpello, con altri lavori de muro e stucchi et oro fatti a tutta robba di Mastro Tullio Solaro per servitio della Cappella fatta ad istantia della b.m. dell’Ill.mo Mons. Horatio Capponi fatta fornire di tutto punto dall’Ill.mo Sig.Angelo Eginio Capponi, suo nepote, misuarato et stimato per noi cioè Francesco Peperelli per parte de SS. Ill.ma et Horatio Turriani per parte del detto Tullio Solaro et in presente fatta in S. Giovanni de’ Fiorentini, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.60, 118C. 17 Ricevute di Domenico de Rossi scultore o sia stucatore da Gino Angelo per lavori fatti alla cappella di S.Giovanni de fiorentini, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.62, f.93. 18 I pagamenti per l’argentiere proseguono fino al 1622 e sono conservati in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.60, f.118A. 19 Il documento fu sottoscritto da Stefano Lucchi, allievo del Petrazzi, ed in presenza di due testimoni, Alessandro Frigoni Bazicaluna e Pellegrino Bargellini, “per non sapere scrivere (...) e da me sarà segnata con una croce obbligandomi come di sopra a far detta opera”. Convencione e ricevuta a conto di Astolfo Petrazzi senese pittore per il quadro della Maddalena in aria che gli fu accordato da Monsignor Orazio Capponi per scudi 225 pr la sua cappella, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.60, f.118B. Da un secondo documento, contenuto in un elenco di spese sostenute da Gino Angelo Capponi, risulta che la pala sarebbe stata consegnata il 2 ottobre 1622, giorno del suo trasporto dalla Casa del pittore alla Chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini. Dal 1619 24 settembre a tutto Dicembre 1623.Uscita, ed entrata di Gino Angelo Capponi tenuta da Perolo Peroli da Fabriano(...) Maestro di Casa, AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.61, f. 61HH, c.69v. 20 BALDINUCCI F., (1681-1728), 1974-1975, p. 330. 21 Sulla biografia e le opere di Astolfo Petrazzi si veda AVANZATI E., 1987, pp. 59-82; BAGNOLI A., 1989, pp. 338-350. 22 Ugurgieri Azzolini I., 1649, p. 386. 23 AVANZATI E., 1987, pp. 59-82 passim. 24 AVANZATI E., 1987, pp. 78-80. 25 AVANZATI E., 1989, vol. II, pp. 541-543. 26 Misura e stima di lavori di marmo et mischi et altro per opere di scarpello, con altri lavori de muro e stucchi et oro fatti a tutta robba di Mastro Tullio Solaro per servitio della Cappella fatta ad istantia della b.m. dell’Ill.mo Mons. Horatio Capponi fatta fornire di tutto punto dall’Ill.mo Sig.Angelo Eginio Capponi, suo nepote, misurato et stimato per noi cioè Francesco Peperelli per parte de SS. Ill.ma et Horatio Turriani per parte del detto Tullio Solaro et in presente fatta in S. Giovanni de’ Fiorentini, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.60, 118C. 27 Misura e stima de Lavori di marmi mischi per opera di scarpello con altri lavori di muro stucchi e oro fatti in una Capella nel Altare della Croce in S.Giovanni de’ Fiorentini (...) da me Carlo Maderno et il Si.r Dottore Bastiano Guidi, Roma marzo 1625 e Roma 3 febbraio 1626, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.60, 118C. 28 Parere di Giuseppe Ponzio architetto sopra la Cappella di S.Giovanni de’ Fiorentini, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.60, f.118 C. 29 Quietanza finale fatta Gio: Donato Solarij figlio ed erede del quondam Tullio Scarpellino à favore di Gino Angelo Capponi per tutte le Pietre, e lavori della Cap.a di S.M.a Maddalena nella Chiesa di S.Giovanni de fiorentini ordinata dalla B.Memoria di mons. Orazio Suo Zio, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.60, f.118C.

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La villa Capponi fuori Porta del Popolo

Si è già prima anticipato come, fra i requisiti richiesti dagli statuti cittadini a chi, non romano di origine, volesse acquisire la cittadinanza, fosse prevista la proprietà di due fondi, precisamente di un palazzo e d’una vigna in Roma (figg. , ). In effetti l’acquisizione della vigna da parte del Capponi, conseguita fra il  e il , precedette quella del palazzo. La villa, consistente in circa “pezze quaranta” di terreno, fu frutto dell’acquisto di alcune proprietà fra loro confinanti: “negli anni , , , e  – come è riportato nello Stato ereditario di Amerigo Capponi redatto nel  – Amerigo Capponi per unire insieme questa vigna fece acquisto di  vigne tra loro contigue, e compresa l’affrancazione de Canoni, la fabrica, e l’abbellimento di n.  case, li mobili fatte per le medesime” 1. Dai documenti d’archivio relativi alla vigna risulta che il primo acquisto, del  febbraio , riguardò l’appezzamento di terreno comprendente il Casino e confinante con la proprietà del marchese Colonna; nel dicembre del  fu acquisita la parte della vigna che affacciava su via Flaminia e nel  quella confinante con la chiesa di S. Andrea. La parte più cospicua, consistente in circa “venti pezze”, fu acquistata da Amerigo dai creditori di Giacomo Magoni, il quale a sua volta l’aveva avuta in vendita da Clelia Nari, nobildonna romana vedova di Alessandro Pellegrini, nel gennaio del ; sicché l’acquisto della villa costò complessivamente al Capponi la somma di circa  scudi 2. Man mano che procedevano le operazioni d’acquisto delle varie proprietà, Amerigo aveva già avviato i primi lavori di ristrutturazione della villa, con particolare riguardo alle due principali costruzioni che in essa sorgevano: una palazzina all’ingresso di via Flaminia, detta anche Casa grande, e l’edificio collocato al centro della vigna, denominato Casino di sopra. Iniziati nell’ottobre del  3, i lavori interessarono dapprima la palazzina sulla via Flaminia con consistenti opere di riparazione all’interno dell’edificio e di decoro della facciata. In questa fase l’ingresso centrale, probabilmente preesistente, fu trasformato in un grande portone ad arco rivestito con pilastri di tufo scolpiti a bugnato; il medesimo materiale fu utilizzato nelle “cantonate della casa...et fatte rustichi con quattro smussi et la faccia a diamanti”; al culmine della facciata furono posti una serie di “merli” in peperino intervallati da due “orologi” a meridiana. Il  agosto del , riportano i documenti, furono collocate “infra i merli della loggia” due statue di travertino eseguite da Francesco Caporale, lo stesso scultore che l’anno seguente avrebbe poi realizzato le sculture del palazzo di via di Ripetta 4. Al di sopra del portale principale era posta, in ripresa di un motivo che avrebbe caratterizzato anche l’ingresso del palazzo cittadino, una balaustra corrispondente alla finestra centrale; ai lati della balaustra – come è possibile vedere nell’incisione della Vigna Capponi di Giacomo Lauro 5 – erano collocate due statue di soggetto classico, raffiguranti l’una Ercole, di foggia simile all’Ercole Farnese, e l’altra una figura maschile vicina iconograficamente o al modello del “Satiro danzante” o del Dionisio

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della collezione Borghese; sebbene la minuta e compendiaria incisione del Lauro e l’assenza di pagamenti per l’acquisto o l’esecuzione di queste sculture non consentano di valutare se si tratti di copie antiche o moderne, le statue rientrano tuttavia in un genere piuttosto frequente nelle più importanti collezioni antiquarie dell’epoca. Le altre due statue, quelle eseguite dal Caporale e poste ai lati estremi del corpo architettonico centrale, rappresentavano figure maschili, la prima intenta a sorreggere una cornucopia, la seconda a suonare uno strumento a fiato, forse da identificarsi con quella descritta nei documenti di pagamento come “Pastore et lepretti” 6. Le due sculture alludono a generiche divinità bucoliche del mondo classico, o più precisamente ai temi della natura e della fertilità della terra, mediante l’immagine della cornucopia, e dell’armonia dell’uomo con la natura, attraverso l’evocazione della musica. Assieme alla figura erculea, che simboleggia la virtus, e all’idea del tempo suggerita dalle due meridiane, la decorazione della facciata della Casa grande sulla via Flaminia sembrerebbe rispondere a un programma iconografico imperniato sull’allusione ad un’atmosfera di appagamento, riflessione e riposo assai vicina ai classici otia (figg. , ). A pochi mesi di distanza dall’inizio dei lavori nella Casa grande furono avviati anche gli interventi per la palazzina centrale: gli acquisti di cospicue quantità di materiale da costruzione, come pozzolana, calcina e tufi, fanno supporre più consistenti opere di muratura volte ad ampliare questo edificio, come sembrerebbe confermare anche una successiva annotazione di pugno di Gino Angelo Capponi, in cui si ricordava come al momento dell’acquisto in questa palazzina non vi fossero “che due stanze o il vignarolo” 7. Al termine dei lavori questo edificio, destinato a divenire la residenza nobile della famiglia, si componeva di un primo piano di servizio con tre stanze, di cui due destinate alla cucina e alla cisterna, e di un piano superiore con cinque camere ed una loggia “depinta, Rabescata” 8, della quale purtroppo non si conosce l’artista esecutore, non essendovi traccia di pagamenti. Lo scalpellino di fiducia del Capponi, Mastro Dionigi, è invece menzionato nei documenti per la costruzione della una nuova scala centrale – a doppia rampa con gradini in peperino e “muriccioli attorno” – sulla facciata della palazzina, che consentiva di raggiungere direttamente la loggia del piano superiore. Il gusto per l’antico, sul quale ci si è già soffermati con riguardo all’allestimento del cortile del palazzo cittadino e alla facciata della Casa grande della villa, costituiva il criterio cui si ispirò anche la decorazione della facciata della palazzina: ancora al Dionigi, infatti, fu affidato l’incarico di realizzare tre vasi “alla foggia di un’urna antica che due per la vigna di sopra per accompagnare due antichi sopra al frontespizio alto della facciata...e altri due con li piedi e li zoccoli di tufi messi alle due cantonate sopra li merli della muraglia della casa da basso”; mentre il  novembre del  il diario delle spese di Amerigo


. Villa Capponi fuori Porta del Popolo,  c., in Pianta del condotto dell’acqua Vergine per il palazzo Capponi, disegno a tempera su pergamena. Roma, Archivio Capitolino. . Giacomo Lauro, Villa Capponi fuori Porta del Popolo, in Giovan Battista de Rossi, Palazzi diversi dell’alma città di Roma, . Roma, Biblioteca dell’Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte

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riporta l’arrivo di “un’urna scavata a Testaccio da Bombardierij e condotta in Castello per portar alla Vigna” 9. Una pianta della vigna, redatta da Francesco Calamo il ° luglio del  su incarico di Gino Angelo Capponi, rende un’immagine complessiva della proprietà, delle varie costruzioni – anche minori – che vi sorgevano e della sistemazione degli spazi verdi 10 (tav. ). L’estensione della vigna aveva una forma simile ad un grande trapezio con il lato più lungo sulla via Flaminia; su tale fronte la proprietà era difesa dalla strada consolare da un alto muraglione, al centro del quale si apriva il portone principale della Casa grande; ad un’estremità di tale confine si trovava la Chiesa di S. Andrea, il cui corpo posteriore era incluso nell’appezzamento. Sul lato settentrionale esso confinava con la Vigna dei Padri Agostiniani e con “la Vigna di Carlo Martelli Raggi delli Em.mo Sig.re Cardinale Orsino”, mentre su quello meridionale, dal profilo alquanto frastagliato, con il fondo del conte Colonna; sul lato orientale, infine, la villa affacciava sulla “via dell’Arco Scuro”, dove si apriva un secondo ingresso. Da questo punto si dipartiva un lungo viale che raggiungeva la palazzina nobile e da qui proseguiva fino all’altro ingresso su via Flaminia; all’altezza della palazzina, ma spostata verso settentrione, sorgeva anche la “casa che serve al vignarolo” formata da due corpi di fabbrica, uno a due piani con quattro camere e loggia coperta, in cui risiedeva probabilmente il mezzadro, e l’altro più lungo e più basso ad uso probabilmente di cantina, stalla e cisterna. Al di sotto della palazzina nobile si apriva un boschetto, detto “de’ Tordi”, con una grotta fatta scavare da Amerigo durante i primi lavori di sistemazione della villa, utilizzata “per tener vino”. Una terza fabbrica più piccola, formata da tre piani con due stanze, si trovava vicino alla chiesa di S. Andrea. Sempre sul lato occidentale vi erano infine due pozzi e una vasca; il resto della proprietà, suddiviso in modo regolare da una serie di vialetti ortogonali, era destinato a vigneto. La vigna fuori Porta del Popolo, una volta completati i lavori voluti da Amerigo Capponi, rimase pressoché inalterata – a parte sporadici interventi di manutenzione 11 – fino a quando non passò a Francesco Ferdinando. Dopo un lungo periodo di abbandono la villa subì, tra il  e , notevoli interventi di restauro, consolidamento e ampliamento, fra cui quelli consistenti nella realizzazione di un nuovo appartamento formato da una sala e due camere “dove prima era il fienile”, eseguita da mastro Cesare Mardiglia 12, e nel rifacimento della loggia, della scala a doppia rampa nella palazzina nobile e nell’ampliamento della stessa di tre stanze al piano superiore ad opera del muratore Antonio Monti 13. Dalla descrizione di alcuni interventi realizzati al piano terreno della palazzina si ricava altresì la notizia che nella vigna doveva esservi anche un teatro all’aperto con sedili in peperino posto in prossimità della palazzina stessa. Negli anni di Francesco Ferdinando sono, infine, documentati gli interventi di due pittori: il primo (del  giugno ) di Pietro Tosetti per lavori di pittura e doratura dei soffitti, dei

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parapetti delle finestre e delle porte sia della Casa grande che della palazzina di sopra 14; e il secondo (del  novembre ) di Giovanni de Alessandro, per generici ”lavori di pittura fatti alla vigna del marchese” 15.

NOTE 1 Stato ereditario di Amerigo Capponi fatto l’anno 1747, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.58, f.50. 2 Informazione generale di tutta la Vigna Capponi al Popolo circa li varij acquisti delli varij pezzi della medesima, circa l’affrancazione de canoni, prezzo, grandezza e fatta di mano di Gino Angelo Capponi, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.71, f.22 3 I lavori per la ristrutturazione degli edifici esistenti nella vigna Capponi sono documentati da un Conto di spese sostenute dal muratore Antonio Mazzantini, non datato ma riferibile senz’altro ai primissimi tempi, e dalla Nota di di spese fatte per fabricare nella Vigna del Popolo, riguardante gli interventi di varie maestranze dal 1613 al 1616, entrambi conservati in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.71, f.32. Alcune spese per la Vigna, avvenute fra il 1616 e il 1617 contemporaneamente alla ristrutturazione del palazzo cittadino, sono riportate in Conti delle Case, cit., in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.70, f.6, pp. 34, 47, 53, 54, 76. 4 L’incarico a Francesco Caporale risale al 20 di luglio del 1615 e il 30 agosto del 1615 vennero pagati due facchini per portare le due statue fino alla Vigna e collocarle sulla facciata. Nota di spese fatte per fabricare nella Vigna del Popolo, AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.71, f.32. 5 Palazzo della famiglia di Capponi e Porta vinea nobilis familiae Capponae, in G.B. DE ROSSI, 1638, frontespizio. La facciata della Vigna Capponi è nota anche attraverso il disegno a china su pergamena riportato nella Pianta del condotto dell’Acqua Vergine, cit., AC, Archivio Cardelli, Cassettiera. 6 Nota di spese fatte per fabricare nella Vigna del Popolo, AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.71, f.32. 7 Informazione generale di tutta la Vigna Capponi al Popolo, cit., in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.71, f.22. 8 Pianta della Vigna Capponi a Porta del Popolo, disegno a china su carta, 1663. AC, Archivio Cardelli, Cassettiera n. 2, Casetto n.4. 9 Nota di spese fatte (...), cit., in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.71, f.32. I “Bombardieri” sono quelli in servizio a castel Sant’Angelo, alle dipendenze di Amerigo nel periodo in cui questi ricoprì la carica di Vice Castellano. 10 Pianta della Vigna Capponi a Porta del Popolo, disegno a china su carta, 1663. AC, Archivio Cardelli, Cassettiera n. 2, Casetto n. 4. 11 Gli unici lavori di manutenzione documentati fra Amerigo e Francesco Ferdinando furono quelli commissionati da Gino Angelo nell’autunno del 1644 al muratore Stefano Friggia per eseguire lavori di consolidamento di parti murarie degradate che rischiavano di crollare: v. Lavori per Gino Angelo, AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.71, f.32. 12 Fra i documenti d’archivio esistono due capitolati di lavori intestati al muratore Cesare Mardiglia: il primo con data 24 giugno 1692 e il secondo datato 1 maggio 1693, in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.71, f.32. 13 I capitolati dei lavori eseguiti da Antonio Monti, datati rispettivamente 13 febbraio 1696, 14 marzo 1697 e 13 settembre 1698, sono conservati in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.71, f.32. 14 Le ricevute di pagamento intestate al pittore Pietro Tosetti, riguardanti i lavori eseguiti per la Vigna e datate rispettivamente 23 giugno 1693 e 12 luglio 1693, sono conservate in Conti e ricevute di diversi artisti, cioè Pittore, Stuccatore e Indoratore per lavori fatti nel Palazzo, e Suoi soffitti, AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.74, f.8. 15 La ricevuta di pagamento al pittore Giovanni de Alessandro è conservata in AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.71, f.31.


Regesto dei documenti

, Roma Nel “Libro delle proprietà” il monastero degli Agostiniani di S. Maria del Popolo risulta proprietario di molti beni, e coinvolto in un’intensa attività immobiliare, nell’area compresa fra Piazza del Popolo e l’Ospedale di S. Giacomo, e in particolare in quella prospiciente il Tevere, a partire dal . AA, Proprietari, Libro delle proprietà  (ms. n. ) -, Roma L’“Inventarium instrumentorum”, inventario delle proprietà del monastero di S. Maria del Popolo all’inizio del XVI secolo, comprende una serie di atti notarili il cui esame consente di analizzare l’espansione e il radicamento del monastero degli Agostiniani nell’area urbana di via di Ripetta, dove, fra gli altri immobili, sorgerà Palazzo Capponi. AA, Inventario degli Instrumenti, M. ,  aprile, Roma Copia dell’atto di concessione in enfiteusi perpetua a Monsignor Nicola de Gaddis, fiorentino e chierico della Camera apostolica, di un sito edificabile di circa  canne, da misurarsi una volta finita la nuova via di Ripetta da parte di Tommaso de Bachelli, fiorentino e priore del Convento dei frati di S. Agostino al costo di un carlino la canna, con l’obbligo di edificarvi entro tre anni, per la somma complessiva di mille ducati di carlini di moneta vecchia. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ASR, Notai dell’Auditor Camerae, uff., , II parte (Doc. n. I) ,  marzo Atto di nascita di Orazio Capponi, fratello di Amerigo, poi divenuto monsignore e vescovo di Carpentras (Avignone). AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  ottobre e ,  ottobre, Roma Testamento di Francesco Serroberti nel quale il Serroberti fissa l’assegnazione in linea maschile del Palazzo in via di Ripetta. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ASR, Collegio dei Notai Capitolini, notaio G. Nichilchini, vol. ,  ottobre  (Doc. nn. -) ,  ottobre, Roma “Compra di casa di Gerolamo Serroberti”: Melchiorre del fu Giovanni Vicalis romano di Campo Marzio vende a Orazio Jacoboni romano, che a sua volta vende a Geronimo Serroberti, “domum terrineam soleratam et tectatam cum discoperto puteo et aliis eiusdem iuribus sitam in Urbe in Regione Campi Martis”, per scudi . La casa, appartenente al monastero di S. Agostino, è soggetta ad un canone di  baiocchi a semestre. Essa risulta confinante da un lato con la casa dello stesso Geronimo, aromatario, sul retro con i beni degli eredi del fu Biondo fiorentino e davanti con la via pubblica. ASR, Collegio dei Notai Capitolini, notaio Curzio Saccoccia, vol. ,  ottobre  ,  ottobre Atto allegato alla compravendita fra Gerolamo Serroberti e Orazio Jacoboni ( ottobre ) da cui si apprende che la famiglia Serroberti, composta da speziali benestanti, era proprietaria di diversi beni in Parione e presso S. Lorenzo in Damaso. Si evince anche che la famiglia aveva scelto in quegli anni di trasferirsi nella nuova zona di S. Maria del Popolo. ASR, Collegio dei Notai Capitolini, notaio Curzio Saccoccia, vol. , 

ottobre  ,  novembre Presa di possesso di Gerolamo Serroberti della casa più piccola confinante con la domum magnam, già di sua proprietà, nella quale in quel momento abitava Bartolomeo di Pietrasancta aromatario: “iuxta aliam domum magnam ipsius domini Hieronimi et ab alio bona heredum blondi romana ante via publica vel siqui”. ASR, Collegio dei Notai Capitolini, notaio Curzio Saccoccia, vol. ,  novembre  ,  marzo, Roma Testamento di Geronimo de Serroberti aromatario perugino. Il testatore, che chiede di essere sepolto in S. Agostino, dispone “uno fidecommesso acciò detta casa sempre resti e se dica la casa de Serroberti, per tanto vole et ordina che li suoi eredi non la possino alienare et per qualsivoglia vocabolo d’alienatione et che sopra ciò non sicce possa expedir motu proprio alcuno delli pontifici”. ASR, Collegio dei Notai Capitolini, notaio Lorenzo de Ricchi, vol. ,  marzo  (Doc. n. ) ,  dicembre, Roma “Sponsalia” tra Silverio de Piccolomini e i tutori nominati da Serroberti per la figlia primogenita Giulia. L’atto risulta interessante ai fini della ricerca in quanto esso fu redatto “in domo magna dictorum heredum posita in Regione Campi Marti”, alla presenza di Silverio Piccolomini che già vi abitava. ASR, Collegio dei Notai Capitolini, notaio Luca Antonio Buzio, vol. ,  dicembre  ,  febbraio, Roma Atto di locazione stipulato fra Lorenzo Quarri e Filippo Peruzzi, “inquilino della casa degl’eredi Serroberti”; una nota successiva specifica che tale abitazione corrisponde alla casa acquista da Amerigo Capponi dalla Compagnia di S.Marcello. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. -, Roma “Conti, e ric.te di diversi artisti, Imbiancatori, pittori, verniciari, indoratori, ferrari, chiavari, vetrari, sediari, per lavori fatti alla Vigna del Popolo”. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. -, Roma Apoche, conti e ricevute di diversi muratori per lavori fatti alla Vigna fuori di Porta del Popolo e in specie in tempo del marchese Francesco Ferdinando Capponi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  settembre, Roma Apoca della vendita del palazzo di via di Ripetta da parte di Annibale Valeriani, a nome anche dei suoi fratelli Silverio e Francesco, ad Amerigo Capponi per la somma di seimila scudi. Nello stesso documento sono contenute l’approvazione e sottoscrizione originale di Francesco e Silverio Valeriani Serroberti, fratelli del suddetto Annibale datata  ottobre . AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ASR, Notai del Vicario, notaio Michelangelo Cesi, uff. ,  settembre , c.  (Doc. n. ) Dal  al , Roma, Il fascicolo contiene diversi conti e ricevute di pagamento a “Stagnari

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e Muratori per li condotti dell’acqua di Trevi dall’orto di Napoli al Palazzo Capponi [al giardino e alla Vigna fuori Porta del Popolo], e per la loro manutenzione”. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. Documento non datato [ circa], Roma Albero genealogico dei Serroberti di Perugia in cui è annotata la discendenza di Francesco da cui si evince come il palazzo di via di Ripetta, vincolato dal fidecommesso, sia pervenuto in via ereditaria a Francesco Valeriani Serroberti, figlio di Claudio Valeriani e Flaminia Serroberti, figlia a sua volta di Geronimo, fratello del primo Francesco. Il foglio è allegato alla documentazione relativa alla compravendita del palazzo di via di Ripetta fra la famiglia Valeriani-Serroberti e Amerigo Capponi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  febbraio, Roma Atto di vendita, rogato dal notaio Celso Cusani, di due casette contigue nel Rione di Campo Marzio in via delle Scalette, “duas domunculas simul iunctas, cum viridarii, puteo et aliis suis membris et peertinentiis”, da parte di Lucia de Grottis moglie di Pietro Antonio Patelli ad Amerigo Capponi per la somma di scudi ; dette casette pagavano un canone annuo di scudi . ai frati del Convento di S. Agostino. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ASR, Notai dell’Auditor Camerae, notaio Celso Cusani, uff. , vol. , c.  , dal  gennaio al  agosto , Roma “Conti delle case cioè P.a Compra, e la spesa per la Fabrica”: elenco autografo di tutte le spese sostenute da Amerigo Capponi per l’acquisto, l’ampliamento e il restauro del palazzo in via di Ripetta, in cui figurano i nomi delle maestranze e degli artisti intervenuti. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. (Doc. n. ) Documento non datato [ante marzo ], Roma Memoriale di Francesco Silverio e Annibale Valeriani da Serroberti al pontefice per poter sciogliere il vincolo del fidecommesso sul palazzo di via di Ripetta e procedere alla vendita. Francesco Silverio e Annibale chiedono di poter liberare dal vincolo del fidecommesso la loro casa in Roma sita nella via di Ripetta vicino alla piazza del Popolo “nella quale è necessario di continuo farci grandissima spesa si per esser’casa vecchia si acciò per racommodare la strada da doi bande et in raccionciare tetti et anco per stare tanto per di mano e per essere vicina al fiume difficilmente si trova a locare et il più del tempo sta sfittata, e (...) di più bisogna pagarne scudi  l’anno di Canone alli frati di S. Agostino”. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  marzo, Roma Atto di vendita del palazzo con casetta adiacente, “ò sia rimessa e con giardino annessi, posti nel R. di C. Marzo per la Strada che da Ripetta và alla piazza del Pop.o e Sul Cantone del Vic.o delle Scalette”, rogato presso il notaio Michelangelo Cesi, per la somma di  scudi. Il palazzo risulta acquistato da Amerigo Capponi dagli eredi Serroberti, mentre la casetta annessa dalla Confraternita del SS.mo Crocifisso di S. Marcello. Per il palazzo si doveva pagare un canone annuo di scudi . al Convento di S. Agostino, mentre per la casetta di scudi . alla Confraternita. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ASR, Notai del Vicario, notaio Michelangelo Cesi, Uff.,  marzo

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, I parte, c. sg. (Doc. n. ) ,  aprile, Roma Ricevuta di pagamento del notaio Michelangelo Cesi da parte di Amerigo Capponi di scudi  per “il processo derogationis fidec.i delli SerRoberti di Perugia, e per il rog.o della compra del Palazzo”. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  luglio, Perugia “Instrumento rogato in Perugia dilla Ratificatt.ne fatta dal sig.ri fran.co Valeriani (...), dilla compra fatta a me Amerigo Capponi dilla Casa Grande et della piccola al ditto Sig.re franc.co (...)” Serroberti. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  novembre, Roma Licenza di costruire un “poggiolo” attorno alla sua Casa, sul modello del disegno presentato, concessa ad Amerigo Capponi da parte dei Maestri di Strade Alessandro Muti e Lorenzo Altieri. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. , , , Roma Nota riassuntiva redatta probabilmente dopo la morte di Amerigo Capponi, concernente gli acquisti fatti dal medesimo Amerigo e i rispettivi canoni che gravano sulle medesime proprietà, da cui risultano, oltre al palazzo e alla casetta contigua su via di Ripetta (atto del  marzo  rogato dal notaio Michelangelo Cesio), due case contigue (atto del  febbraio , notaio Celso Cusani) di proprietà di Lucia del quondam Domenico de Grottis, un’altra casetta anch’essa adiacente (atto dell’ luglio , notaio Evaristo Bonifatio) di proprietà di Giovanni Maria Sauli, con l’assenso dei padri del Convento di S. Agostino per entrambe, ed un’ultima casetta contigua (atto del  ottobre , notaio Michelangelo Cesi) di proprietà del Convento di S. Agostino. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. , , , Roma Raccolta di biglietti e altre scritture concernenti gli interessi e altre spese sostenute da Amerigo Capponi a causa dell’inquilino Monsignor Giovan Battista Vines, “che fu da lui trovato inquilino della Casa e non trovava la Strada d’andarsene”. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. Documento non datato [ante ], Roma Memoriale di Amerigo Capponi, vicecastellano di Castel S. Angelo, riguardante la richiesta di concessione rivolta a Paolo V di due oncie d’acqua dall’acquedotto di Trevi per il palazzo di Via di Ripetta, per il giardino “di dietro che hà accresciuto del doppio”, ma anche per il “Vicinato e tant’altra gente che magg.te frequentando adesso quella strada tanto nobilitata dalla V.B.ne e passando davanti a d.a Casa, potrà gustar di dett’Acqua”. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. (Doc. n. ) ,  luglio, Roma Atto di vendita, rogato dal notaio Evaristo Bonifacij, di una casa collocata nel Rione di Campo Marzio in via delle Scalette contigua al giardino del palazzo Capponi, da parte di Giovanni Mario Sauli ad Amerigo Capponi per la somma di scudi  e con un canone di scudi . ai frati del Convento di S. Agostino. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  novembre, Roma


“Misura e stima della Casa dell’arciconfraternita del SS.mo Crocifiso di S. Marcello” affidata da Amerigo Capponi all’architetto Paolo Ferreri. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. -, Roma “Conto e ricevute di diversi vetrai per lavori fatti nel palazzo, e case di Roma de SS.ri Capponi”. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  gennaio, Roma Conto di lavori eseguiti dal vetraio Bastiano Aldigeri per “le sue vetrate fatte”al palazzo Capponi in via di Ripetta su commissione di Amerigo Capponi; il saldo del  giugno , avvenuto dopo la morte di Amerigo, è firmato da Gino Angelo Capponi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f (-; ). ,  febbraio, Roma Atto di vendita, rogato dal notaio Michelangelo Cesi, di una casa nel Rione Campo Marzio in via di Ripetta, “vicina al vicolo delle Scalette, e contigua, e dietro al Palazzo” di Amerigo Capponi, da parte l’arcinconfraternita del SS. Crocifisso in S. Marcello ad Amerigo Capponi per scudi ., “con obbligo di pagare la pigg.e annua di scudi , [...] al Conv.o e frati di S. Agostino”. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  febbraio- luglio, Roma Conto di lavori eseguiti dal vetraio veronese Cintio Comincioli per le finestre del palazzo di via di Ripetta eseguite con “quadri [in vetro] di venetia” e legature in piombo su incarico di Amerigo Capponi; saldo del  luglio . AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. (-) ,  febbraio, Roma Acquisto di una casa nella strada che va da S. Callisto a S. Francesco a Ripa, proprio di fronte alla chiesa di S. Callisto, da parte di Amerigo Capponi di proprietà di Antonio Palazzi per la somma di scudi . La casa fu acquistata da Amerigo per la Compagnia di S. Marcello in ricompensa della Casetta adiacente il palazzo di via di Ripetta vendutagli dalla medesima Compagnia. In una memoria di monsignor Orazio Capponi si legge che il prezzo fu da lui fissato talmente “alla cieca che si corse un gran pericolo per la rata di settecento scudi” ed infatti la Compagnia di S. Marcello per tale ragione non volle accettare la suddetta casa. La casa fu data in locazione per sette anni allo stesso venditore Antonio Palazzi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  marzo, Roma Licenza per mettere due “termini à paro degli altri che vi sono davanti alla Sua Casa” concessa ad Amerigo Capponi dal Maestro di Strada Lorenzo Altieri. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  ottobre, Roma Atto di vendita, rogato dal notaio Michelangelo Cesi, di una casa posta nel Rione di campo Marzio in via delle Scalette e contigua al Palazzo Capponi, da parte dei frati del Convento di S. Agostino ad Amerigo Capponi per la somma di scudi  e per il canone annuo di scudi . ASR, Notai del Vicario, notaio Michelangelo Cesi, Uff. , parte IV, cc. , , ,  AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f.

Dal  al , Roma Ricevute del canone, per scudi ., che la famiglia Capponi paga al Convento di S. Agostino per il palazzo e la casetta contigua, per la Casa di S. Marcello incorporata, ora giardino, e sopra quattro altre casette tutte contigue fra di loro. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. Documento non datato [post settembre  - ante ], Roma Nota riassuntiva e autografa delle principali spese sostenute da Amerigo Capponi per l’acquisto del palazzo di via di Ripetta, di due casette unite al Palazzo, e di altre quattro casette, di un giardino e per il “risarcimento e l’abbellimento” di detti edifici. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. Documento non datato [ante ], Roma Inventario antico del Palazzo Capponi, “Sportelli, Statue, Chiavi, ed altro per in tempo d’Amerigo quando l’affittò all’arcivescovo di Toledo”. Di mano dello stesso Amerigo. L’inventario è diviso in due parti: la prima concernente l’inventario di “alcune cose dilla casa”, “del Giardino”, “dille Chiave dille Porte et d’alcuni altri mobili di Casa”; la seconda concernente l’elenco dei lavori svolti nel palazzo e delle spese sostenute per poterlo affittare. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. (Doc. n. ) ,  giugno, Roma “Scritture diverse concernenti alla Querela data da Mons. Orazio Capponi contro francesco Setti Pittore Aquilano, che dipinse per il medesimo un S. Carlo in Tavola, e poi dopo essere stato pagato se lo portò via.” AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  settembre, Roma Testamento di Amerigo Capponi registrato dal notaio Michelangelo Cesi in data  settembre , un giorno prima della morte del testatario. Con tale strumento Amerigo istituisce un fidecommesso sul palazzo di via di Ripetta e sulla villa fuori Porta del Popolo. ASR, Notai del Vicario, notaio Michelangelo Cesi, Uff. ,  settembre , III parte, cc. - (Doc. n. ) Dal  settembre  a tutto dicembre , Roma “Uscita, ed entrata di Gino Angelo Capponi tenuta da Paolo Peroli da Fabriano, il quale nel sud.o giorno entrò al di lui servizio di esattore e maestro di Casa.” AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  novembre, Roma Ricevuta di pagamento all’architetto Giovanni Pietro Moralli per aver eseguito la pianta “della Casa” su carta pecora, per conto del marchese Gino Angelo Capponi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. -, Roma “Convenzioni, Conti, Ric.te à Conto, e quietanza finale di Tullio Solarij, e di Gio: Donato Suo Figlio e Mons.r Orazio Capponi, ed à Gin’ang.o suo nipote, ed er.e per li lavori di Scarpellino della Capp.a della Maddal.a in S.Gio: de Fiorentini di Roma ordinata dal sudetto Prelato.” AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. C (Doc. n. ) Documento non datato [post  - ante ], Roma “Inventario del Palazzo Capponi in occasione d’affittarsi da Gino

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Angelo Capponi a Giovanni Filippo Pallavicini”. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  febbraio, Roma Ricevuta per un pagamento allo stuccatore Giovan Domenico per il lavoro eseguito dal doratore, nel palazzo di via di Ripetta per conto del marchese Amerigo Capponi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. () ,  luglio, Roma “Obbligo di Gio: Matteo di Stampatore per Mons. Orazio Capponi il S. Carlo fatto intagliare dal Greuter, a giuli  e mezzo il cento a carta di Monsignore.” AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. , Roma Lettere e altre scritture concernenti la vendita delle proprietà del quartiere Monti provenienti dal prezzo del Palazzo fatta da Francesco Valeriani Serroberti, investiti in terreni nel territorio di Perugia, e sottoposti a fidecommesso al posto del palazzo di via di Ripetta. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. Dal  al , Roma Elenco delle locazioni, conti e ricevute degli affitti delle case site in via delle Scalette di proprietà della famiglia Capponi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. Dal  al , Roma Conti e ricevute di diversi “Ferrari, e Chiavari” per lavori fatti nel Palazzo e Case di Roma della famiglia Capponi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. Dal  al , Roma Conti e ricevute di diversi lavori di falegname per lavori fatti nel palazzo e nelle Case della famiglia Capponi, fra i quali risultano lavori per telai di finestre, porte, il portone d’ingresso, la stalla, la carrozza, loggia verso il giardino, scala a chiocciola, ed elementi di mobilio come tavolini, armadi e cornici per quadri. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  maggio, Roma Ricevuta di pagamento a Giacomo Sebastiani “a conto di una cornice di rame da dorarsi” AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  agosto, Roma Lista di lavori in travertino, in particolare soglie per finestre e porte, e per un gradino in peperino, da effettuarsi nel Palazzo di via di Ripetta, firmata dall’architetto Giovan Paolo Ferreri. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. () ,  settembre, Roma Conto e ricevuta a saldo dell’architetto Paolo Ferreri per aver eseguito la pianta della casa in Trastevere e la pianta del secondo piano del palazzo, nonché “per essere andato al Palazzo per insegnare a prendere le misure”, su incarico del marchese Gino Angelo Capponi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  novembre, Roma “Patente del Card.Camerlengo a favore degli eredi del quaondam Amerigo Capponi della Concessione d’una oncia dell’acqua ver.e, ò sia di Trevi per il loro Palazzo nella Strada di Ripetta in vig.e di Chiro-

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grafo di Paolo V, che la donò al sud.o Amerigo in data delli luglio ”. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. Dal  al , Roma Conti del “Calciarolo, e dell’Imbiancatore con ricevute delli med.mi alli SS.ri Capponi per le loro Case in Roma”, fra i quali ricorre, fra il  e il , il nome dell’imbianchino Bernardo Bazzi. Si tratta di lavori parziali di tinteggiatura di alcune stanze, con tinta di colore bianco. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. Dal  al , Roma Conti e ricevute di diversi pagamenti per lavori di muratura eseguiti nel palazzo Capponi in via di Ripetta e in altre proprietà romane come le case esistenti nel vicolo delle Scalette e la vigna fuori Porta del Popolo. Si tratta di ricorrenti lavori di manutenzione e restauro, soprattutto di parti del tetto, dei camini, dei gradini delle scale, delle condutture dell’acqua nel palazzo e nel giardino, nonché della strada antistante il palazzo, definita “selciata”, di competenza di chi vi abitava. Dal  al  il mastro muratore di fiducia dei Capponi risulta essere tal Stefano Friggio; dal  al  gli subentra Paolo Lovisone; nello stesso periodo ricorrono più sporadicamente altri muratori come Filippo Pichini, Santi Mazzochi, Antonio Maria Piazza, Biagio Quattrocchi, Antonio Monti; nel  compare il nome di Giovanni Baldelli, che intorno al  sarà sostituito da Francesco Fedele e infine da Paolo Rossi. Una carta datata  giugno , sottoscritta da Francesco Fedele e Alessandro Gregorio Capponi, descrive i lavori di ampliamento del palazzo voluti dal marchese Alessandro. In una Nota di conti di “Artisti” che hanno eseguito lavori per il Palazzo del marchese Alessandro Gregorio Capponi, relativa a pagamenti dal  al , risultano i nomi di Francesco Battaglini (vetraro), Domenico D’Annibale (chiavaro), Michele Bianchi (mercante di legname), Paolo Rossi (capomastro muratore), Francesco Fedele (già capomastro muratore), Domenico Trombelli (falegname), Giuseppe e Stefano Zannini (imbianchini) e Annibale Rotati (pittore). AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. Dal  al , Roma Elenco di conti e ricevute per la ricorrente “votatura di Cantine da Terra, Creta, ed altre immondezze dalle loro case à spese de SS.ri Capponi”. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. e  ,  gennaio, Roma “Convenzioni, Ric.e à conto di Astolfo Petrazzi senese Pittore per il quadro della Maddalena in aria che gli fu accordato da Mons.r Orazio Capponi per sc. per la sua Cappella” in S. Giovanni dei Fiorentini a Roma. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. B (Doc. n. ) ,  marzo, Roma Testamento di Monsignor Orazio Capponi, vescovo di Carpentras, figlio di Gino, fratello di Amerigo, e del Cavaliere Luigi, e tutore testamentario, e zio di Gino Angelo Capponi, morto il  marzo . Nel testamento, fra le varie disposizioni, chiede di essere sepolto nella Chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini nella “Cappella della SS.ma Croce, che è l’ultima à man sinistra concessagli ad effetto di ornarla (...) quale lascia un censo di sc., e vuole che si faccia dall’erede”. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f.


,  maggio, Roma “Inventario delle robbe, che si mandarono nelle tre stanze riservate nella Casa del S.r Gino Angelo Capponi affittata al S.r Ambasciatore di Malta, e posta a Ripetta, cioè letti, stigli, libri, biancaria et altro in casse e forzieri”. L’inventario contiene anche un piccolo gruppo di dipinti. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. (Doc. n. ) ,  ottobre, Roma Ricevuta di pagamento al pittore “mastro Astolfo” [Petrazzi] per il quadro realizzato per la cappella di S. Giovanni dei Fiorentini della famiglia Capponi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. -, Roma “Inventari di diverse robbe, parati, abiti, biancaria, stagni ed altro che si crede di Mons.r Orazio Capponi vescovo di Carpentras”. Negli inventari compaiono sporadicamente, descritti in modo generico, quadri con e senza cornici AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  aprile, Roma Ricevute di Domenico de Rossi scultore, incaricato da Gino Angelo Capponi di eseguire lavori in stucco, fra cui due angeli, nella Cappella di famiglia in S. Giovanni de’ Fiorentini a Roma. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. (Doc. n. ) -, Roma “Locazioni, Conti e Ricevute delle piggioni pagate da Gino Angelo Capponi per Varie Case da lui abitate in Roma: dal  al  prese in affitto da “Ottavio De Magistris una casa vicino alla Chiesa di S.Agostino; nel  la casa del Cardinal Vidoni [?] ai Catinari”; dal  al  abitò nella Casa di C. Griso a Piazza Fiammetta; dal  al , risiedette in una Casa sul Corso vicino al Convento dei Monaci Camaldolesi proprietari della medesima. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f.  e , Roma Ricevute di Francesco Solari stuccatore incaricato da Gino Angelo Capponi di eseguire i lavori nella Cappella di famiglia in S. Giovanni de’ Fiorentini a Roma. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f.  - ; , Roma Elenco di locazioni fatte della Casa sita in via di S. Francesco a Ripa. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  settembre, Roma Atto di acquisto di un’ulteriore abitazione nel rione di Trastevere nella strada detta “de’ Farinacci” da parte di Gino Angelo Capponi, notaio Giovan Battista Asinari. La casa venduta da Caterina Caldinelli insieme al marito Giovan Battista Belasij per scudi  fu acquistata da Gino Angelo con atto di credito contro Federico Capponi “con il patto che per esiggerlo debba il sud.o venditore procedere fino all’esecuzione del mandato, ed in caso che non potesse esigerlo s’intenda risoluto il contratto, ed il suddetto Gino Angelo non sia tenuto a supplire del suo”. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  novembre, Roma “Consenso del marchese Bernardino di Lodovico Capponi come chiamato al fidecommesso d’Amerigo Capponi, alla vendita del

Palazzo, e delle annesse Casette, che s’intende di fare da Gino Angelo Capponi per rinvestire il prezzo in altri stabili più fruttiferi, ò in luoghi de Monti”. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  novembre, Roma Procura di Ottavio Capponi, “del quondam Giuliano di Girolamo Capponi” nobile fiorentino, in qualità di beneficario del fidecommesso di Amerigo Capponi, con cui è dato il suo consenso alla vendita di un palazzo e di alcune casette contigue che intende fare Gino Angelo Capponi, purché il ricavato della vendita sia reinvestito in altri beni stabili, o “Monti”. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  febbraio, Roma “Apoca duplicata sine inde obbligo di comprare e vendere rispettivamente il Palazzo à Ripetta per scudi diecimila” con l’impegno di liberarlo dal vincolo del fidecommesso e di estinguere il pagamento del canone al Convento di S.Agostino, tra Gino Angelo Capponi e D.Cornelio Hornegrario Presidente del Collegio di San Norberto dell’ordine Premonstratense in Roma. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. senza data [post ], Roma Lettera di Gino Angelo Capponi, che volendo vendere o permutare il suo palazzo con Monsignor Brunengo, asserisce che il bene è libero da vincoli e canoni, e lo valuta diecimila scudi, ma si dice disposto a trattare anche per ottomila e forse anche meno. AC, Archivio Cardelli, Div. I , T., f. ,  febbraio, Roma Conto e ricevuta di lavori eseguiti dal vetraio Paris Ballano per finestre del Palazzo “in vetro di Venezia e legature in piombo nero”. Si tratta di lavori di semplice manutenzione e la ricevuta è affiancata da altre analoghe datate entro il . AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. () , Roma Nota di Gino Angelo Capponi di alcune locazioni fatte in una casa sita nel vicolo del Pozzo vicino alla chiesa di S. Callisto. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  gennaio, Roma “Obligo del Cav. Gios.e Cesare d’Arpino a favore di Gino Angelo Capponi per l’imbocco del ritorno dell’acqua nel suo condotto accordatogli dal Sud.o Gino”. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. , Roma “Pianta di Scrittura con tutti li Capitali spettanti à Gino Capponi, e con l’esazz.e dell’entrata con.e”, dalla quale risulta che una parte del palazzo di via di Ripetta era affittata al “Abbati Gio: Domenico Orsi”, ad eccezione di  stanze, ed un’altra parte del palazzo dal “Duca Sforza”; anche le casette del vicolo risultano tutte affittate. A.C, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  marzo, Roma Conto di lavori in vetro eseguiti dal vatraio Paris Bellano, parte per il “Palazzo in piazza del Popolo” e parte per il palazzo “dove ora abita” Gino Angelo Capponi, per conto dello stesso marchese Gino Angelo. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ()

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,  agosto, Roma Atto di acquisto di una Casa da parte di Gino Angelo Capponi in Roma, angolo piazza dell’Olmo, notaio Mario Contucci. Venduta da Francesco de’ Polinoris per scudi .. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. -, Roma Gino Angelo Capponi acquista una Casa in piazza Mattei; l’acquisto fu fatto parte il  agosto  (metà della casa, vendutagli da Francesco e Antonio de’ Polinoris per  scudi); l’altra metà fu venduta da Francesco Martigiani il  settembre . AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., ff. - ,  gennaio, Roma Gino Angelo Capponi acquista una casa nel Ghetto sita nella piazzetta delle tre cannelle da Paolo Vanni. Detta casa risulta ancora di proprietà del marchese Alessandro Gregorio Capponi, e affittata, fra il  e il . AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., ff. - -,  settembre -  luglio, Roma “Registro di tutti gli atti fatti dal marchese Gino Angelo Capponi contro il fidecommesso d’Amerigo Suo Padre per le detrazzioni à lui competenti con sentenza favorevole di mons. A.C. Areosto e coll’efettiva vendita della Vigna al Cardinale Virginio Orsini per sc.”. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  luglio, Roma “Obligo di Carlo Procaccini a favore di Gino Angelo Capponi per l’imbocco concessogli nella sua chiavica dal Sud, (...)” con l’impegno a concorrere nelle spese di servizio e manutenzione che potranno necessitare. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  ottobre, Roma Patente di Gentiluomo di Camera della Regina di Svezia a favore del Marchese Francesco Ferdinando Capponi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  dicembre, Roma Ricevuta di pagamento a Giuseppe Cattaneo per l’esecuzione di due tavolini “di pietra mischia”, per il palazzo di via di Ripetta su incarico del marchese Francesco Ferdinando Capponi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  settembre, Roma Ricevuta di pagamento a Silvestro Amico Ferdichini per la doratura di due piedi intagliati di tavolini, per il palazzo di via di Ripetta su incarico del marchese Francesco Ferdinando Capponi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  gennaio, Roma Nota di lavori fatti dal doratore Silvestro Amico Ferdichini, fra i quali figurano alcune cornici in nero e oro, alcune cornici in oro, un inginocchiatoio e un parafuoco per conto del marchese Francesco Ferdinando Capponi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  marzo, Roma “Fede del Battesimo di Alessandro Gregorio Capponi”, battezzato nella cappella domestica della regina Alessandra Cristina di Svezia, sua



madrina, essendo la madre del bambino Prima Dama e il padre Gentiluomo di Camera della regina. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  marzo, Roma Pagamento di scudi  da parte della Regina di Svezia a favore del figlio del Marchese Francesco Ferdinando Capponi, Alessandro Gregorio, tenuto a battesimo dalla regina. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  settembre, Roma Ricevuta di pagamento per la doratura di alcune cornici in nero e oro intestata al doratore Antonio Maria Novelli su incarico del marchese Francesco Ferdinando Capponi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  febbraio, Roma Ricevuta di pagamento per la doratura di alcune cornici in nero e oro intestata al doratore Antonio Maria Novelli su incarico del marchese Francesco Ferdinando Capponi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  agosto, Roma Ricevuta di pagamento per la doratura di alcune cornici in nero e oro intestata al doratore Antonio Maria Novelli su incarico del marchese Francesco Ferdinando Capponi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  agosto, Roma Ricevuta di pagamento per la doratura di alcune cornici in nero e oro intestata al doratore Antonio Maria Novelli su incarico del marchese Francesco Ferdinando Capponi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  novembre, Roma Ricevuta di pagamento al pittore Pietro Tosetti per i lavori di pittura (“soffitti et altri lavori”) eseguiti nell’appartamento del Marchese Ferdinando Capponi nel palazzo della Regina di Svezia, per conto del marchese suddetto. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. () ,  agosto, Roma Ricevuta di pagamento per la doratura di una cornice intestata al doratore Antonio Maria Novelli su incarico del marchese Francesco Ferdinando Capponi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  maggio, Roma “Inventario delli Mobili, argenti, ed altro, che si è trovato alla morte del marchese Gino Angelo Capponi nel suo palazzo al Popolo che seguì li  gennaio ”. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. (Doc. n. ) ,  agosto, Roma Ricevuta di pagamento per la pittura e la doratura di una cassa per un Cembalo, intestata al pittore Pietro Tosetti, su incarico del marchese Francesco Ferdinando Capponi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. Documento non datato [post  - ante ], Roma “Nota delli Beni di Roma, e di Firenze delli SS.ri Capponi di Roma fatta di mano del March.e Franc.o Ferdin.o Capponi”. Fra i beni


romano risultano il palazzo di Ripetta, sei casette nel vicolo delle Scalette, due fienili fuori porta del Popolo, la Vigna fuori porta del Popolo con due casette, una casa con bottega “all’Olmo” e una in piazza Mattei, una casa in S. Francesco a Ripa con giardino, una casa al ghetto alla “Fontanella” e una casa al vicolo “del Fico della Pace”. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  gennaio, Roma Patente di Paggio della Regina di Svezia à favore del figlio del Marchese Francesco Ferdinando Capponi, Alessandro Gregorio. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  maggio, Roma Licenza per realizzare una “Ringhiera alla fenestra del vic.o del secondo appartamento per il suo Palazzo, al cantone del vicolo delle Scalette”, con l’assistenza dell’architetto Giuseppe Leoncini, sottomastro deputato per detto Rione, concessa al marchese Francesco Ferdinando Capponi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  luglio, Roma “Polizza di convenzioni, e Patti tra la Marchesa Anna Maria Giovanna Mei Bottini, e tra il Marchese Francesco Ferdinando, che desidera di fare una Ringhiera nella sua Casa posta à Ripetta verso il vic.o della Civetta sopra il tetto d’una Casa Spettante alla Sud.a Marchesa”. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  marzo, Roma “Ricevuta di pagamento in acconto di sc. per dall’Ill.mo Sig.r marchese Francesco Ferdinando Cappono, quali sono a bon conto di sc. moneta, a conto de hauta vendita di dui quadri e di dui scappelloni con sui busti di sopra e cinque medaglie di marmo. Filippo Viola”. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. , dal  luglio al  settembre, Roma Ricevute di pagamento, per un totale di sc., per i lavori di pittura eseguiti dal pittore Pietro Tosetti, nel palazzo di via Ripetta, per incarico del marchese Francesco Ferdinando Capponi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. () ,  maggio, Roma Ricevuta di pagamento per alcuni lavori d’intaglio in legno per mobilio fra i quali “un tavolino intagliato di fogliami con fiori e putti” eseguiti da Pietro Antonio Pelegrino su incarico del marchese Francesco Ferdinando Capponi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  giugno, Roma Elenco di lavori svolti dallo scalpellino Giuseppe Catani nel Palazzo dell’Ill.mo S.r Marchese Capponi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. () ,  luglio, Roma Ricevuta di pagamento per la doratura di due tavolini, uno intagliato d’oro e l’altro nero e oro ad uso di “Buffetto”, eseguiti dall’intagliatore Giovan Battista su incarico del marchese Francesco Ferdinando. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  luglio, Roma Ricevuta di pagamento per la realizzazione di tre cornici da parte dell’intagliatore Pietro Antonio Pelegrino su incarico di Francesco

Ferdinando Capponi. Archivio Cardelli, Div. I, T., f.

AC,

,  luglio, Roma Ricevuta di pagamento del facchino Giuseppe di Bonifatii di scudi  e dieci moneta a saldo, per il trasporto di busti e statue nel palazzo dell’Ill.mo S.r Marchese Capponi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. () ,  luglio, Roma Ricevuta di pagamento per la realizzazione di un tavolino in legno intagliato nero da parte dell’intagliatore Pietro Antonio Pelegrino su incarico del marchese Francesco Ferdinando Capponi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  agosto, Roma Ricevuta di pagamento per la realizzazione di quattro cornicette in nero e oro per quadri “Marinucci” eseguite dall’intagliatore Giovan Battista su incarico del marchese Francesco Ferdinando. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  agosto, Roma Ricevuta di pagamento per la realizzazione di due cornici nere intagliate eseguite dall’intagliatore Pietro Antonio Pellegrino su incarico del marchese Francesco Ferdinando. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  ottobre, Roma Ricevuta di pagamento per la realizzazione di una tavola di diaspro di Sicilia eseguita da Giovan Battista Orta, su incarico di Francesco Ferdinando Capponi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  ottobre, Roma Ricevuta di pagamento per la riparazione di due tavolini di pero nero eseguite dall’intagliatore Pietro Antonio Pelegrino su incarico del marchese Francesco Ferdinando. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  ottobre, Roma Ricevuta di pagamento per la decorazione con “pietre messe in un Crocifisso”, ad opera di Antonio Capozzi su incarico del marchese Francesco Ferdinando. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  ottobre, Roma Ricevuta di pagamento al pittore Pietro Tosetti per i lavori di doratura eseguiti al “soffitto nobile” del Palazzo di Ripetta per conto del marchese Francesco Ferdinando Capponi”. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. (). ,  ottobre, Roma Ricevuta di pagamento per “una lettiera di noce con due statue da capo e il resto intagliato da Gio: Battista Milanese, coll’Arma del Sig.re Card.le Borghese”, ad opera di Francesco Pringerardi, su incarico del marchese Francesco Ferdinando. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  novembre, Roma Ricevuta di pagamento ad “Antonio Bonhomo Fustarolo” per “fusti di noce” per realizzare dieci sgabelloni per il primo appartamento nobile, su incarico del marchese Francesco Ferdinando. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f.




,  dicembre, Roma Ricevuta di pagamento a “Gio: Falgher Ebanista (...) per lavori fatti ad un Crocifisso” su incarico del marchese Francesco Ferdinando. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  gennaio, Roma Ricevuta di pagamento al pittore Pietro Paolo Vegdi (?) per la realizzazione di due ritratti, uno del cardinal Mellin e uno del marchese Gino Angelo, su incarico del marchese Francesco Ferdinando. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  maggio, Roma Ricevuta di pagamento per il muratore Filippo Laudi, da parte del marchese Francesco Ferdinando, “per il muro fatto dentro la sepoltura a S. Gio: de’ Fiorentini, e Lapide aggiustata”. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f.. ,  maggio, Roma Ricevuta di pagamento del pittore Pietro Tosetti “a bon conto di lavori fatti e da farsi”, su incarico del marchese Francesco Ferdinando. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. (). ,  giugno, Roma Ricevuta a saldo dei lavori “fatti nel Casino da basso della Vigna e nel suo Palazzo a Ripetta quanto di pittura quanto di Indoratura come soffitti e parapetti et altre cose”, dal pittore Pietro Tosetti su incarico del marchese Francesco Ferdinando Capponi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. (). ,  luglio, Roma Ricevuta di pagamento al pittore Pietro Tosetti per “lavori di pittura per la Vigna ossia nel Casino di sopra nel monte cioè svenatura di soffitti e di porte di finestre e antiporte e porte finte tinture di nero tanto a olio e tanto a guazzo a una cartella di palme con iscrizione et altri lavori fatti sino al presente giorno”, su incarico di Francesco Ferdinando Capponi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. (). - ca, marzo, Roma Conti e ricevute concernenti “la segatura di alabastro e verde antico” per servizio del Marchese Alessandro Gregorio Capponi, da parte di Carlo Antonio Napoleone. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. () ,  ottobre, Roma Ricevuta di pagamento a “Giovanni Maria Chiari ottonaro alli coronari” per la realizzazione di un orologio in rame dorato e brunito e cornice con due cascate con festoni, girasoli, fogliame, capitelli e arma della famiglia Capponi, su incarico del marchese Francesco Ferdinando Capponi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. , Roma Il marchese Francesco Ferdinando riceve “in solutum” per il valore di scudi  in conto del Prezzo del Castello di Pescia, una Casa al vicolo del Fico che viene sottoposta alla primogenitura istituita da Gino Angelo Capponi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. -, Roma Il marchese Francesco Ferdinando prende in enfiteusi dal Duca D. Livio Odescalchi un sito fuori porta del Popolo su cui edificare due



fienili. La costruzione dei medesimi va dall’ agosto  all’ febraio , affidata al mastro Antonio Monti capo mastro Muratore: “fienili posti dietro le mura di Roma fuori porta del Popolo nel sito della vigna del marchese Livio Odescalchi, spesa di scudi . sottoscrita da Antonio Cipriani architetto”. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., ff.- ,  ottobre, Roma Ricevuta di pagamento del pittore Pietro Tosetti “per haver dipinto una prospettiva nel Giardino del suo palazzo come da cordo fra di noi”, su incarico di Francesco Ferdinando Capponi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. () ,  settembre, Roma “Ricevute ed altro e concernenti al trasporto della Robba da Roma à Firenze in occas.e del viaggio del march.e Franc.o Ferdinando Capponi”; all’interno si conserva un inventario di quadri e mobilio che vennero inviati a Livorno con la barca di Patron Valerj. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  marzo, Roma “Inventario de Mobili del Palazzo Capponi consegnati à Mons.r Rinaldo degl’Albizzi inquilino del med.o tempo che il marchese Francesco ferdinando Capponi si tratteneva nello Stato fiorentino e fe’ l’obbligo di renderne conto.” AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. (Doc. n. ) Dal  al , Roma “Varie Licenze richieste, ed ottenute dal Marchese Alessandro Gregorio Capponi per leggere e ritenere libri proibiti.” AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f.. Dal giugno  al  settembre , Roma “Nota della spesa de Libri fatta da me Alessandro Gregorio Capponi cominciando da giugno ”. Il testo contiene le annotazioni autografe del marchese Capponi in relazione all’acquisto di libri e manoscritti per la sua Biblioteca, con indicazioni sul contenuto, sulla provenienza e il costo dei volumi. BAV, Ms. Capponi  Documento non datato [post  - ante ], Roma Lista di spese sostenute dal marchese Alessandro Gregorio Capponi per diversi mobili nuovi della sua Casa. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. Documento non datato [post  - ante ], Roma “Notizie cavate dal ° libro scritto di mano d’Amerigo Capponi le quali concernono gli acquisti da lui fatti della Vigna, della Casa ed altri suoi interessi, cioè della compra di alcuni beni in territorio di Firenze e della Casa in Trastevere. Si credono di mano del Marchese Alessandro Gregorio Capponi.” Il documento specifica che la Vigna includeva la Chiesa di S. Andrea sulla via Flaminia, e che il vincolo del fidecommesso Serroberti sul palazzo di via di Ripetta fu sciolto da Paolo V Borghese. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  febbraio, Roma Licenza del Cardinale Camerlengo a Filippo Corinaldi di cavare nel giardinetto, e Cantina del Marchese Alessandro Gregorio Capponi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. (Doc. n. )


, Roma “Elevazione della Cassetta divisoria dell’acqua tra li quattro condomini, cioè tra il Conservatorio di Ripetta, tra la Compagnia di S. Angelo in Borgo, tra il Marchese Alessandro Gregorio Capponi, e tra Francesco Perla dal sito in cui fu posta l’anno  in occasione d’essersi fatti li nuovi condotti...” AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  agosto -  dicembre , Roma “Conti del pittore, falegname, e ferraro e pagamenti fattine al suo Mro di Casa dal Marchese Greg.o Aless.o Capponi per il nuovo appartam.o in cima del suo Palazzo”. I pagamenti dei pittori, tra cui compaiono, fra gli altri, i nomi di Giovanni Maria Svenatore, Carlo Daveroli, Pietro Bozzolani, Ferdinando Vernelli, vanno dal  agosto al  dicembre . AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. (Doc. n. ) Dal  settembre  al  settembre , Roma Diario degli acquisti di quadri, stampe, disegni, monete, gemme e sculture fatti dal marchese Alessandro Gregorio Capponi nell’arco della sua vita con brevi annotazioni sulla tipologia dell’oggetto, la qualità artistica, l’autore, la provenienza, la stima e il costo delle opere. BAV, Ms. Capponi  -, Roma “Lavori fatti nella rialzatura delle stanze per la Libbraria”. I lavori sono riportati in sintesi e rinviano alle rispettive filze di pagamento; le spese maggiori risultano essere quelle di muratura e falegnameria per complessivi sc... AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. () Dal  settembre  al  gennaio , Roma Lavori eseguiti alla Vigna fuori Porta del Popolo sotto la guida dell’architetto Francesco Bianchi su incarico del marchese Alessandro Gregorio Capponi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. () , dal primo gennaio a tutto dicembre, Roma Elenco di lavori e spese eseguiti dal capo mastro muratore Giovan Battista Dolfini nel Palazzo di via di Ripetta, nella Vigna e nei Fienili fuori Porta del Popolo. Si tratta di lavori di manutenzione comprendenti interventi nella pavimentazione a “mattoni rossi rotati ad acqua”, nella “selciata” della strada antistante la Vigna e in parte davanti alla stalla del palazzo, asseverati dall’architetto Francesco Bianchi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. (). , Roma “Memoria d’un quadro dipinto da Jacopo da Pontormo col ritratto d’una figlia di Lodovico di Gino Capponi, che rappresenta la Maddalena, il quale nell’anno  dopo più di  anni capitò in Roma e ne fece acquisto il marchese Alessandro Gregorio Capponi”. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. , dal primo gennaio a tutto dicembre, Roma Conto e valutazione dei lavori fatti dal muratore Giovan Battista Dolfini per servizio del marchese Alessandro Gregorio Capponi “nel suo Palazzo e case di Roma”. Sono lavori di semplice manutenzione dei pavimenti, delle fornacelle della Cucina, dei condotti dell’acqua della fontana. I lavori sono asseverati da Francesco Bianchi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ().

,  gennaio, Roma “Nota de i denari che si andrà pagando al S.r Gaetano Piccini per l’intagli in rame e disegni alle mie pietre intagliate e Cammei”. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. E. ,  marzo, Roma Accordo e condizioni stabilite fra Bernardo Manibor e il marchese Alessandro Gregorio Capponi, per realizzare un lucernario sopra il tetto della casa del Manibor. Pianta delle due casette contigue di Bernardo Manibor confinanti su un lato con il giardino di Palazzo Capponi, e convenzioni fissate con il marchese Alessandro Gregorio per la realizzazione della nuova fabbrica del Manibor. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., ff.- ,  luglio, Roma “Conto dell’Ill.mo Sig.r Marchese Capponi per lavori fatti di bianco” da Giuseppe Zannini in alcune stanze del Palazzo di via di Ripetta. I lavori sono asseverati dall’architetto Francesco Ferruzzi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. (). ,  agosto, Roma “Pagati al Sud.o [Gaetano Piccini], scudi sei per li due disegni e rami intagliati a tutte sue spese del Ganimede rapito dall’Aquila e dell’Ulisse figura sana” AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. E. Documento non datato [post  - ante ], Roma “Nota di robbe compre per aggiustare li  solari delle stanze verso la Libreria,” fra cui “ pelle di guanti,  pennelli fra grandi e piccoli, per negro d’osso, per terra negra, per Gesso di Gaeta”. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. (). , da gennaio a dicembre, Roma Conti e ricevute per lavori di muratura nelle diverse proprietà del Marchese Alessandro Capponi in Roma, eseguiti dal muratore Giovan Battista Dolfini. I lavori nel Palazzo di via di Ripetta risultano di semplice manutenzione. La spesa per questi lavori è asseverata dall’architetto Francesco Bianchi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. () Dal  luglio  al , Roma “Lavori di muratore fatti in occasione di accrescimenti di Stanze nel Palazzo e Casetta contigua della bo: mem: March.e Aless.o Greg.o Capponi, dal medesimo pagati ne tempi seguenti come appare da Conti in filza e dalle Partite libro Mastro” commissionati a Francesco Fedele e Paolo Rossi. I lavori comportarono l’apertura di nuove stanze al secondo piano, di ampliamento delle casette, la realizzazione di un nuovo cornicione del palazzo, consolidamento delle fondamenta e rifacimento della facciata. Questo primo elenco di spese è seguito da un secondo elenco quasi identico a cui sono state aggiunte anche le spese sostenute per i lavori alla Vigna fuori Porta del Popolo “per riparare all’eminente minacciata rovina” e per le riparazioni necessarie “a causa dell’accampamento in essa seguito delle truppe Napolispane”. In un terzo elenco di spese sostenute per l’ampliamento del palazzo compaiono i lavori di stucco, doratura e pittura, affidati rispetivamente a Francesco Ruggeri e Giovanni Orsini (doratore); i lavori di pittura furono affidati principalmente ad Annibale Rotati, Antonio Bicchierari, Onofrio Avellini, Giacomo Cennini. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. (); T., f. (Doc. n. )




Documento non datato [post  maggio ], Roma Vari documenti concernenti incarichi assegnati ad artisti dal Foriere maggiore dei Palazzi Apostolici Alessandro Gregorio Capponi, fra cui in particolare emergono un “Conto della ripulitura, e riattamento della Cappella Paolina”, e un “ordine del Foriere maggiore al Custode di Palazo di consegnare il modello della Sagrestia di S. Pietro”. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f.. Dal  settembre  al  aprile , Roma Diversi ordini di incarico per lo scalpellino Giovanpietro Berrettoni per l’esecuzione di complessivi  scalini alcune soglie e un lastrone per ripiano al piano secondo (non specifica il materiale, lo scalpellino invia il materiele da Marino e si parla di indicazioni date da un architetto di cui non fa il nome) necessari per realizzare una scala “à lumaca” nel palazzo. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. f. (). Dal luglio del  al , Roma Lista di lavori di ampliamento del palazzo di via di Ripetta commissionati dal marchese Alessandro Gregorio Capponi; i lavori sono elencati in modo sintetico e rinviano alle rispettive filze di pagamento; la spesa complessiva è di sc. .. Una seconda lista riporta una serie di lavori svolti nel  per riparare i danni causati da un incendio sviluppatosi dal giardino fin nel palazzo il giorno  maggio , e che continuò per diversi giorni prima di estinguersi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. () ,  e  novembre, Roma “Scritture concernenti al Riattamento dell’Arco di Costantino fatto dalli Marchesi Alessandro Greg.o Capponi, e Girolamo Teodoli Deputati delli Conservatori di Roma, e Confermati à tal effetto dal Papa”, dalle quali si apprende che la somma stanziata per tale lavoro fu di  scudi con Decreto della Camera del Campidoglio. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  giugno, Firenze Lettera di congratulazioni di Bartolomeo Corsini al marchese Alessandro Gregorio Capponi per la nomina di Provveditore delle Valli di Comacchio. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. , Roma “Conto dell’Ill.mo Sig.Marchese Capponi per i lavori fatti ad uso di bianco nel Palazzo” affidati da Alessandro Gregorio a Giuseppe Zannini “imbiancatore”. I lavori furono eseguiti in sette stanze della “nuova fabbrica che gira” nel secondo e nel primo appartamento fra cui “l’Alcova, il Corridorello, la stanza grande del primo Appartamento, la stanza accanto, la stanza accanto la scala grande, la scala a lumaca fatta di nuovo da capo a piedi a volta, Cucina al pian terreno”, e asseverati dall’architetto Francesco Ferruzzi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ().  e ,  giugno -  aprile, Roma “Conto di dare, ed avere per la Cava fatta nella vigna de SS.ri Cicolini a SS.Pietro e Marcellino (...): al capo cavatore Domenico Ergeret, a diversi lavoratori, a Matteo Getti affittuario della Cava di S.M.a Nuova per il danno del terreno (...), ad un huomo, che diede la notizia della statua à Grotta Rossa, a Sebastiano Melone per il trasporto della statua di Grotta Rossa, à Roma allo studio di Carlo Napulione.” AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f.



,  agosto, Roma “Lavoro dell’Imbiancatore fatto nel Palazzo dell’Ill.mo Sig.re Marchese Capponi posto nella strada dritta che da Ripetta tende dritto all’Popolo detti Lavori fatti da’ Mro Giuseppe Zannini a’ tutte sue robbe spese” su incarico del marchese Alessandro Gregorio Capponi; i lavori riguardarono la pittura del “Solaro grande del primo appartamento con averlo venato e suoi travi che forma tre facce e suo Fregio attorno” e i medesimi lavori nella stanza accanto. I lavori e la spesa furono asseverati dall’architetto Francesco Ferruzzi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. (). -, Roma “Vari Viglietti concernenti à diverse Cave da farsi dal march.e Alessandro Capponi come Deputato del Papa à a questo effetto, ed in Spiecie nella Tenuta dell’Isola Farnese ed altrove.” AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f.  - , Roma “Pagamenti fatti à diversi per il risarcimento dell’Arco di Costantino”, contenentei pagamenti allo scultore Pietro Bracci, all’architetto Filippo Barigioni e altri artigiani.”I lavori furono sovraintesi dai marchesi Alessandro Gregorio Capponi e Girolamo Theodoli. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f.. Documento non datato [post  - ante ], Roma Elenco di lavori e spese per la vernice delle finestre del primo e del secondo appartamento del Palazzo, le inferriate del pian terreno, e per ritoccare a colore le “armi” della famiglia poste nella facciata del Palazzo; vernice rossa è utilizzata per le iscrizioni delle lapidi poste all’ingresso. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. (). ,  giugno, Roma “Memoria del riattamento dell’arco di Costantino registrata in Campidoglio, e di due libri concernenti alle Spese fatte per il medesimo presentati alli Conservatori di Roma dal Marchese Capponi anche per parte del Marchese Teodoli assente da Roma.” AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  luglio, Roma “Memoria di due libri concernenti alle Spese fatte per il riattamento dell’arco di Costantino riposti nell’archivio Segr.o della Camera Capitolina, ed Inventario delle Statue riposte nella Stanza nuovamente fabbricata per il Tribunale dell’agricoltura il tutto colla Sopraintendenza del Marchese Alessandro Gregorio Capponi”. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  agosto, Roma “Chirografo di Clemente XII, nel quale fa finale quietanza alli Marchesi Alessandro Gregorio Capponi e Girolamo Teodoli di tutte le Spese da loro fatte per il riattamento dell’Arco di Costantino”. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. -, Roma Il volume raccoglie una cospicua parte dei lavori fatti eseguire da Alessandro Gregorio Capponi, durante il suo mandato di “custode e Presidente antiquario delle statue e altre antichità del Campidoglio”, relativamente al palazzo e alla collezione fra il , ’ e ’. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T.. Dal  a tutto l’anno , Roma


“Entrata ed uscita, avanzi e disavanzi, fruttato e spese del Sud.o novennio per il Marchese Alessandro Gregorio Capponi”, fra cui figurano le spese sostenute per la nuova Fabrica, per i mobili, per l’ornamento delle lapidi nel cortile del Palazzo, e per il restauro del “palazzino” della Vigna. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. , ottobre, Roma “Lettere del Cardinale Corsini, del Secretario di Stato e in favore del Marchese Alessandro Gregorio Capponi in occasione di portarsi in Firenze, ove dal Gran Duca viene aggraziato dell’onore della sua anticamera in ossequio delle premure di Sua Santità.” AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f.. , Roma Elenco di artisti e avigiani al servizio di Alessandro Gregorio Capponi, fra i quali si menzionano: Bernardino Vaselli doratore, Ferdinando Ursenale pittore, Giuseppe Lazzarini stampatore, Giuseppe Menichini pittore. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. (). ,  settembre, Roma Ricevuta di pagamento per l’acquisto di due quadri: “Io sott.o ho ricevuto dall’Ill. Sig. Marchese Alessandro Gregorio Capponi scudi settanta nota sono per prezzo di due quadri rappresentanti uno S.Anna che fa lezzione alla Madonna, con alcuni cherubini et altro con S.Francesco et Angelo.” AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. K. ,  ottobre, Roma Ricevuta per l’acquisto di un quadro “rappresentante la Vergine SS.ma con Cristo in braccio” presso Alessandro Cellesi da parte di Alessandro Gregorio. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. L. ,  luglio, Roma Perizia e stima di una porzione della casa di Gaspare Mariotti contigua al palazzo Capponi, “incontro il Forno del Vantaggio”, eseguita dall’architetto Francesco Ferruzzi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  marzo, Roma Ricevuta per l’acquisto da parte del marchese Alessandro Gregorio presso Michele Cartoni “di due busti e un medaglione di marmo”. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. M. , post  ottobre, Roma “Lettere di aggregazioni in varie Accademie Illustri connesse al marchese Alessandro Gregorio Capponi” ed elenco delle Accademie: Accademia Reale di Parigi delle Iscrizioni e belle lettere, della Crusca di Firenze, fiorentina, dell’Etrusca di Cortona, del Disegno di Roma, dell’Istituto di Bologna, Quirina, dei Dissonanti di Modena. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f.. ,  gennaio, Roma Richiesta di autorizzazione a poter celebrare, per motivi di salute, più messe quotidiane nella Cappella del Palazzo, fatta dal marchese Alessandro Gregorio Capponi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f.. , Roma “Assegna delle entrate annue a lui spettanti data dal march.e Aless.o

Gregorio Capponi”, relative all’anno . Archivio Cardelli, Div. I, T., f..

AC,

,  settembre, Roma “Testamento del Marchese Alessandro Gregorio Capponi ad istanza dell’Ill.ma S.ra M.a Anna Capponi Cardelli Sua germana Sorella, ed inserzione in d.o Instromento del Testamento Sud.o fatto lì  aprile  nel quale ordina d’esser sepolto nella sua antica Cappella in S. Giovanni de’ Fiorentini. Fà molti legati à fav.e di diverse persone, lascia alla Biblioteca Vaticana il suo Menologio Greco, e la sua Libraria, similmente il suo Museo alla Galleria del Coll.o Romano, altri libri duplicati al S.r Francesco Maria Cardelli suo nipote (...)”. ASR, Trenta Notai Capitolini, notaio Generoso Ginnetti, uff. , vol. , cc.-. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. A. Documento non datato, [post  settembre ], Roma “Pretenzioni dell’archivista Urbano per la Tassa dell’Inventario dell’eredità del q.m Marchese Aless.o Gregorio Capponi, e Risposte per parte del Sig.r Francesco M.a Cardelli suo erede”. All’interno è contenuta una “Nota delle Robe descritte nell’inventario e non apprezzate” che consente un’idea dei beni mobili di proprietà del marchese Alessandro Gregorio Capponi contenuti nel Palazzo. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f.. ,  ottobre, Roma “Inventarium Bonorum interiorum bone memorie Marchionis Alexandri Gregorii Capponi”, il quale contiene la descrizione del palazzo e di quanto in esso si trovava al momento della morte del marchese, incluse le sue raccolte d’arte. ASR, Trenta Notai Capitolini, notaio Generoso Ginnetti, uff. , vol. , cc.- (Doc. n. ) ,  novembre, Roma Biglietto di mons.r Guido Bottari, che assicurava all’Ill.mo S.r Francesco Cardelli del consenso del senatore Ferrante Capponi, affinchè si eseguissero i lavori necessari per il Palazzo e si assegnino le provvigioni mensili al “Procuratore, al Computista ed all’Esattore”. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f.. ,  novembre “Perizia e stima della Pigg.ne da fissarsi al Palazzo in caso di doversi affittare fatta per ordine del Senatore Ferrante Capponi” dall’Architetto Ferdinando Fuga. Il documento offre una descrizione completa dell’interno dell’edificio. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. (Doc. n. ) Documento non datato [post  novembre ], Roma “Nota di capitali trovatisi nell’Eredità della Bo: Me: Alessandro Gregorio Marchese Capponi esistenti in Roma”. Il documento elenca il Palazzo in Roma nel Rione Campo Marzio nella strada dritta che fa cantone al Vicolo delle Scalette vicino alla Piazza del Popolo, una Casa contigua al Palazzo posta al vicolo delle Scalette, quattro Case contigue alla precedente sempre nel vicolo delle Scalette, e la Vigna fuori porta del Popolo. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f.. Documento non datato [], Roma “Nota d’Iscrizioni, Bassorilievi, Busti, et altro, che si contiene nel presente foglio”. Il documento consiste in un’inventario topografico della collezione di iscrizioni, bassorilievi e busti antichi conservati dal




marchese Alesandro Gregorio Capponi nell’ingresso e nel cortile del Palazzo di via di Ripetta. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f.. , Roma “Stato ereditario di Amerigo Capponi fatto l’anno ”. Il documento riporta l’acquisto del Palazzo di via di Ripetta unito ad una Casetta della Compagnia del SS. Crocifisso di S. Marcello “incorporata nella di lui fabbrica”, e di altre quattro casette annesse sul vicolo delle scalette per la somma complessiva di sc. :; attribuisce ad Amerigo spese di “fabbrica, e ristorazione di detto Palazzo, e casa compresa la costruzione del nuovo Giardino, delle Fontane, condotti di piombo, Pitture e Canoni maturati nel tempo di d.a fabbrica per la somma di sc. :”. Riporta l’acquisto della casa in Trastevere “incontro a S. Callisto”, di “due paia” di saline nel territorio di Cervia (altre “quattro paia” furono comprate dal fratello di Amerigo Capponi, monsignor Orazio nel ); e della Vigna fuori Porta del Popolo: “Negli anni , ,  e  Amerigo Capponi per unire insieme questa Vigna fece l’acquisto di  vigne tra di loro contigue, e compresa l’affrancazione de Canoni, la fabrica, e l’abbellimento di n. case, li mobili fatti per le medesime (...)”, per l’ammontare di sc. . AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f. ,  gennaio, Roma Stima di tre quadri, rappresentanti ritratti a mezzo busto di componenti della famiglia Capponi, e un Crocifisso in metallo dorato con statuette simili, eseguita dal pittore Giacomo Zoboli, per conto del conte Ferrante Capponi che li aveva ricevuti in eredità dal marchese Alessandro Gregorio Capponi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f.. ,  gennaio, Roma “Stima della Libraria lasciata dalla bo. me. del marchese Alessandro Gregorio Capponi alla Biblioteca Vaticana”. La stima eseguita da Carlo Barbiellini risulta di essere di  scudi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f.. ,  agosto, Roma Locazione del Palazzo in via di Ripetta per anni tre a partire dal ° ottobre a Odoardo Lopez Rosa, da Francesco Maria Cardelli (figlio di Maria Anna Capponi e Antonio Cardelli), per la somma di sc.  annui da pagarsi in rate semestrali. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T., f.. ,  settembre, Firenze - ,  novembre, Roma Transactio et concordia fra Maria Anna Capponi e il figlio Francesco Cardelli, e il conte Camillo e Ferdinando Carlo Capponi sull’eredità del marchese Alessandro Gregorio Capponi. La transazione fra le parti avvenne per gli atti del notaio Monti in Roma. ASR, Trenta Notai Capitolini, notaio Michelangelo Cesi, Uff. , , III parte,  settembre , cc.- ASR, Notai del Vicario, notaio Bernardino Monti, Uff. , vol. ,  novembre , cc.- (Doc. n. ) ,  gennaio, Roma Atto di vendita del Palazzo di via di Ripetta da parte degli eredi del ramo fiorentino della famiglia Capponi a Tommaso Crespi “con istromento passato ne i rogiti del successore Damiani Notaio capitolino il  gennaio ”. ASR, Trenta Notai Capitolini, notaio Nicola Damiani, Uff. ,  gennaio , c.



,  agosto, Roma Atto di vendita del Palazzo di via di Ripetta da parte della famiglia Crespi a Carlo Koebel, “consigliere antico del governo di Magonza”. ASR , Trenta Notai Capitolini, notaio Giuseppe Venuti, Uff. ,  maggio . ,  marzo, Roma Atto di acquisto da parte di Carlo Koebel di un’ulteriore casetta: “dell’ultimo piano della casa contigua allo indicato palazzo distinta dal civico n. consistente in due stanze, cucina, due soffitte, cantina, mignano con uso di pozzo”. L’atto fu rogato dal notaio Migliorucci. ASR , Trenta Notai Capitolini, notaio Giuseppe Venuti, Uff. ,  maggio  ,  maggio, Roma Atto di vendita del palazzo di via di Ripetta da parte di Carlo Koebel a Giacomo, Luigi e Francesco Mencacci, per scudi . ASR , Trenta Notai Capitolini, Notaio Giuseppe Venuti, Uff. ,  maggio  ,  giugno, Roma Atto contenente la voltura fra Carlo Koebel e la famiglia Mencacci. Nell’atto la proprietà acquistata dai Mencacci risulta così suddivisa: un palazzo in via di Ripetta (con  vani al primo piano,  vani al secondo,  vani +  al terzo,  vani al quarto e  vani al quinto) e uno stabile su via delle Scalette (con  vani al primo piano,  vani al secondo piano e  al terzo piano). ASR, Cancelleria del Censo, Volture, n.  ,  giugno, Roma Registrazione catastale e censuale da cui risulta che il Palazzo con giardino posto a via di Ripetta angolo via delle Scalette è stato venduto da Carlo Koebel, consigliere, a Giacomo, Francesco e Luigi Mencacci. ASR, Cancelleria del Censo, Catastini, reg.  , Roma Dall’analisi della documentazione catastale relativa alla famiglia Mencacci si evince che ad essa appartenevano molti altri beni immobiliari fra cui diverse case a S. Giovanni in Laterano e una casa con giardino ai SS. Quattro Coronati. ASR, Cancelleria del Censo, Catastini, regg. , , , . ,  settembre, Roma Atto di vendita del Palazzo di via di Ripetta da parte della famiglia Mencacci al marchese Francesco Campanari. ASR , Trenta Notai Capitolini, notaio Filippo Malagricci, Uff. ,  settembre . , Roma Dalla mappa catastale la costruzione risulta così suddivisa: via di Ripetta: primo piano  vani; secondo piano  vani; terzo piano  vani; quarto piano  vani; quinto piano  vani. La rendita annua è di scudi , l’estimo di scudi . ASR, Cancelleria del Censo, Mappe, rione IV Campo Marzio ,  giugno, Roma Nel registro dei trasporti temporanei di fabbricati del catasto urbano la proprietà del palazzo risulta intestata a Francesco Campanari. ASR, Cancelleria del Censo, Volture, reg. , n.   c., Roma Atto catastale dal quale risulta che il marchese Francesco Campanari


del fu Vincenzo è proprietario del bene immobiliare di via Ripetta  e vicolo Brunetti -, descritto come “Casa con sotterra e Giardino”, composto di  piani e  vani, corrispondenti alla particella n.. Dalla stessa documentazione si evince che il marchese era proprietario anche di una “ Casa al secondo piano” in via di Ripetta n. (part.n.), e di una “Casa e Giardino” in vicolo Brunetti n.- (part.n. ); quest’ultima fu venduta il  marzo  al sig. Mastai Ferretti per atto del notaio Ciccolini. ASR (sede succ.), Cessato Catasto Urbano, Catasto fabbricati Roma, Rione IV, Registro , partite - ,  maggio, Roma Atto di compravendita rogato dal notaio Antonio Torriani e dal notaio coadiutore Romualdo Cucchi, fra il Marchese Francesco Campanari del fu Vincenzo “domiciliato in via di Ripetta” e il signor Giovanni Maria Cornaldi, procuratore speciale dei Signori Carlo Ludovico Lavigne, Francesco Ehrle, Giuseppe Ampoulange e Luigi Boussac. Il palazzo fu venduto per  lire. L’atto ripercorre la storia dei precedenti proprietari sulla base del vecchio Catasto Urbano a partire dal  gennaio , quando il palazzo era di proprietà di Crespi Stanislao e Achille del fu Tommaso. All’atto è allegata la Procura Speciale fatta al Signor Giovanni Cornaldi, la quale contiene brevi cenni biografici sugli acquirenti. ASR , Trenta Notai Capitolini, notai Antonio Torrioni e Romualdo Cucchi, Uff.,  maggio  (Doc. n. ) ,  maggio, Roma Atto catastale che documenta il passaggio di proprietà del bene immobiliare sito in via di Ripetta n.- e via Brunetti - (part. n.), via di Ripetta n. (part.), dal marchese Francesco Campanari ai signori Lavigne Carlo Ludovico del fu Pietro, Ehrle Francesco del fu Francesco, Ampoulange Giuseppe del fu Giovanni Battista e Boussac Luigi Filippo del fu Stefano con atto del notaio Cucchi del  maggio . ASR (sede succ.), Cessato Catasto Urbano, Catasto fabbricati Roma, Rione IV, Registro , partita  , Roma Atto catastale dal quale risulta la costruzione, nel giardino del Palazzo di via di Ripetta n., di una “casetta formata dal primo piano e portico al piano terreno”, composta di un vano per ogni piano. La nuova costruzione è accatastata con il numero di particella . ASR (sede succ.), Cessato Catasto Urbano, Catasto fabbricati Roma, Rione IV, Registro -, partita 

cesco. La voltura fu eseguita in data  gennaio . ASR (sede succ.), Cessato Catasto Urbano, Catasto fabbricati Roma, Rione IV, Registro , partite  e  ,  gennaio, Roma A seguito della morte di Giuseppe Ampoulange, avvenuta il  marzo , la proprietà immobiliare sita in via Ripetta e vicolo Brunetti (particelle  e ), risulta intestata ai seguenti proprietari: Ehrle Francesco fu Carlo, Ehrle Francesco del fu Francesco, Ehrle Francesco Carlo del fu Francesco e Marinai Ludovico del fu Francesco; ciascuno è proprietario di un quarto. ASR (sede succ.), Cessato Catasto Urbano, Catasto fabbricati Roma, Rione IV, Registro , partita  ,  febbraio, Roma Notifica d’interesse artistico e storico, ai sensi della legge  giugno  n.  – e rinnovata ai sensi della legge ° giugno  n.  –, dell’immobile noto come “Palazzo già Campanari, con tutte le sue decorazioni esterne e interne sito in via di Ripetta n. , via Brunetti n.  bis”. L’interesse storico e artistico dell’edificio, “il quale, pertanto, rimane sottoposto a tutte le disposizioni di tutela contenute nella legge stessa”, fu nuovamente confermato dal Ministero della Pubblica Istruzione in data  agosto . Archivio dell’INAIL, Fondo palazzo Capponi ,  settembre, Roma A seguito della voltura eseguita il  settembre  i beni immobiliari siti in via di Ripetta nn.- e vicolo Brunetti nn.- (particelle  e ), risultano appartenere per 3/4 a Ehrle Francesco del fu Francesco e per 1/4 a “La Civiltà Cattolica” ditta editrice libraria. ASR (sede succ.), Cessato Catasto Urbano, Catasto fabbricati Roma, Rione IV, Registro , partita  , Roma Atto catastale dal quale risulta, per la prima volta, che la proprietà immobiliare di via Ripetta nn.- e vicolo Brunetti nn. - è interamente intestata alla “Ditta Editrice Libraria La Civiltà Cattolica”. Con rogito notarile del  dicembre  (notaio Pierantoni) la medesima Ditta Editrice acquistò altre due proprietà confinanti: “Casa” in via di Ripetta nn.- e “Casa” in via del Vantaggio nn.-; rispettivamente particella n. e n.. ASR (sede succ.), Cessato Catasto Urbano, Catasto fabbricati Roma, Rione IV, Registro , partita 

,  marzo, Roma Atto catastale che documenta che, a seguito della morte di Lavigne Carlo Ludovico avvenuta a Montpellier l’ luglio , la proprietà immobiliare di via di Ripetta nn.- e di via Brunetti nn.- (particelle  e ) risulta intestata a Ehrle Francesco del fu Francesco, Ehrle Francesco del fu Carlo, Ampoulange Giuseppe del fu Giovanni Battista e Boussac Luigi Filippo del fu Stefano. La voltura fu eseguita in data  marzo . ASR (sede succ.), Cessato Catasto Urbano, Catasto fabbricati Roma, Rione IV, Registro , partita 

,  dicembre, Roma A seguito della donazione da parte della Ditta Editrice Libraria “La Civiltà Cattolica” ( dicembre , notaio Pierantoni), la proprietà dell’immobile passa al Collegio degli Scrittori della “Civiltà Cattolica” della Compagnia di Gesù. L’atto catastale attesta che tra il  dicembre  e il  ottobre  venne eseguita la demolizione della casa sita in via di Ripetta nn.- e fra il  ottobre  e il  dicembre  quella della casa di via di Ripetta nn.-. A seguito di tali lavori le particelle  e  vennero soppresse e la nuova costruzione fu accatastata con il n.. ASR (sede succ.), Cessato Catasto Urbano, Catasto fabbricati Roma, Rione IV, Registro , partita 

,  gennaio, Roma Atto catastale dal quale si evince che Boussac Luigi Filippo del fu Stefano muore in Francia il  aprile . Al suo posto, nell’atto successivo, figura fra i proprietari Ehrle Francesco-Carlo del fu Fran-

,  maggio, Roma “Trasferimento d’immobile” degli stabili siti in via di Ripetta n. e -, via Brunetti n. , nonché via di Ripetta n. - e via del Vantaggio nn. -, dall’Editrice Libraria La Civiltà Cattolica, rappre-




sentata dal rev. Padre Orazio Monelli, al Collegio degli Scrittori della Compagnia di Gesù, rappresentata dal rev. Padre Felice Rinaldi. AND, notaio Girolamo Buttaoni, rep. 

nale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro di svolgere i lavori. Archivio dell’INAIL, Fondo palazzo Capponi

,  gennaio, Roma “Deposito di documenti”, relativi al “Trasferimento di immobile” ( maggio , notaio Girolamo Buttaoni), presso il Notaio Agostino Balsi: Riconoscimento della personalità giuridica del Collegio degli Scrittori della Compagnia di Gesù. Autorizzazione al trasferimento di beni, ad accettare donazione e ad acquistare del  dicembre  (Regia Prefettura di Roma, Divisione  bis N. di prot. ) Regio decreto emesso a favore del Collegio degli Scrittori della Civiltà Cattolica della Compagnia di Gesù col quale “è autorizzato il trasferimento, in via di Sanatoria a favore del collegio anzidetto della Casa con giardino in Roma, via di Ripetta n. -, vicolo Brunetti n.  e via Ripetta n. - del valore di L. da esso posseduta in epoca anteriore al Concordato con la S. Sede” del  ottobre . Autorizzazione al Collegio degli Scrittori ad accettare la donazione offerta dalla Ditta Editrice Libraria La Civiltà Cattolica “della metà delle due aree, con soprastanti fabbricati, adiacenti alla Casa anzidetta, del valore di L., di cui al rogito  dicembre  Rep. N. per notar Claudio Pierantoni [...], nonché ad acquistare in via di sanatoria per il prezzo di L. l’altra metà degli immobili stessi”. AND, notaio Agostino Balsi, rep. 

,  luglio, Roma Planimetrie del complesso immobiliare di proprietà dell’INAIL sito in via di Ripetta angolo via Brunetti, eseguite dall’Ufficio tecnico dell’Istituto stesso, con indicazione dei lavori di restauro e parziali modifiche da eseguirsi. Archivio dell’INAIL, Fondo palazzo Capponi

,  dicembre -  gennaio , Roma Piante catastali che documentano alcune trasformazioni fatte eseguire, in quel torno d’anni, all’interno del palazzo di via di Ripetta dal Collegio degli Scrittori della Civiltà Cattolica. Dipartimento del territorio, Catasto Urbano, Conservazione dei Catasti, partita n. , foglio , n.  ,  dicembre, Roma Copia dell’ atto di compravendita, stipulato dal notaio Claudio Pierantoni, fra il Collegio degli Scrittori della Civiltà Cattolica della Compagnia di Gesù, rappresentata dal rev. Padre Giacomo Martegani, e l’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro, rappresentato dal Direttore Generale Luigi Giorgio Martini, relativo al “complesso immobiliare in Roma, via Ripetta angolo via già vicolo Brunetti e via del Vantaggio”, per la somma di L. ... Archivio dell’INAIL, Fondo palazzo Capponi ,  marzo, Roma Nuova voltura relativa al complesso immobiliare oggetto di questo studio a seguito del passaggio di proprietà avvenuto fra il Collegio degli Scrittori della “Civiltà Cattolica” e l’Istituto Nazionale per Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro in data  dicembre  presso il notaio Pierantoni. Nell’atto catastale il bene risulta composto di: Palazzo di via di Ripetta nn. - e vicolo Brunetti -, “Casa e giardino” e “Casetta” (part. nn. , ); “area di fabbricato demolito” relativo a Via di Ripetta nn. - (part. n. , già nn. -); via del Vantaggio nn.-, “fabbricato per abitazione civile con botteghe e cortile” (part.). ASR (sede succ.), Cessato Catasto Urbano, Catasto fabbricati Roma, Rione IV, Registro s.n., partite  ,  giugno, Roma Ricognizione dei lavori di restauro e adattamento necessari al fabbricato di via Ripetta n. a cura della ditta incaricata dall’Istituto Nazio-



, novembre - ,  giugno, Roma Documentazione relativa agli interventi di restauro da svolgersi nel complesso immobiliare di via di Ripetta angolo via Brunetti da parte della ditta incaricata dall’ INAIL , costituita da quattro “Verbali di Concordamento nuovi prezzi” e relativi “Libretti di misure”. Archivio dell’INAIL, Fondo palazzo Capponi ,  febbraio, Roma “Relazione di collaudo” degli interventi di restauro eseguiti contenente la ricostruzione delle diverse fasi dei lavori, dei tempi impiegati e delle spese sostenute; il “Verbale di visita” e il “Certificato di collaudo”. Archivio dell’INAIL, Fondo palazzo Capponi ,  maggio, Roma Atto catastale che descrive la composizione del complesso immobiliare oggetto di questo studio dopo i lavori eseguiti dall’Istituto Nazionale per gli Infortuni sul Lavoro nel corso degli anni Cinquanta. ASR (sede succ.), Cessato Catasto Urbano, Catasto fabbricati Roma, Rione IV, Registro , partita  bis ,  novembre, Roma Documentazione relativa al preventivo e all’esecuzione (a partire dal febbraio ) d’interventi di restauro delle pitture delle pareti poste alla base dello scalone di rappresentanza. Archivio dell’INAIL, Fondo palazzo Capponi ,  marzo, Roma Documentazione relativa al restauro del fregio dipinto con scene di paesaggio nella sala grande del primo piano nobile. Archivio dell’INAIL, Fondo palazzo Capponi , settembre, Roma Relazione dei restauri eseguiti sulle due statue in peperino poste, entro nicchie, sulla facciata del palazzo di via di Ripetta n.  all’altezza del balcone centrale del primo piano nobile. Archivio dell’INAIL, Fondo palazzo Capponi ,  gennaio -  aprile, Roma Relazione dei lavori di restauro eseguiti nell’androne del palazzo di via di Ripetta n.  relativamente alle volte, ai costoloni, ad alcune lunette e alla colonna di granito rosso posta al confine con il primo cortile. Tali lavori hanno fatto riemergere, al di sotto dello scialbo, una precedente decorazione pittorica nelle volte e nelle lunette. Archivio dell’INAIL, Fondo palazzo Capponi


Documenti

 aprile . Concessione in enfiteusi perpetua a Mons. Nicola de Gaddis d’un sito da fabricare di  canne in circa, che doveranno misurarsi dopo finita la strada nuova del Popolo (compresa la Mole del Trullo) fatta dal convento e frati di S. Agostino a un carlino la canna con obligo di fabricarvi in  anni, per la somma di mille ducati di carlini di moneta vecchia e col pagamento di  ducati di oro di Camera alli maestri di strada in conto delli ducati  d’oro di Camera che sono convenuti di pagare a detti convento e frati. Retro: Instrumentum concessionis solii domus Ioannis Calligariis et aliarum adiacentium factae a patribus Sancti Augustini de urbe sub die  aprilis  ad favorem reverendi patris domini Nicolai De Gaddis Camerae Apostolicae Clerici in quantitate carolenorum  Octobre  Die  aprilis  Reverendus pater dominus Thomas de Bachellis florentinus prior monasterii Sancti Augustini de urbe, frater Stephanus Romanus Bacularius, frater Fabianus Iannonis lector, frater Teutonicius et lector et subprior, frater Nicolaus de Maliano sacrista, frater Benignus florentinus, frater Nicolaus de Aquila prior et sindicus, frater Egidius de Coraet frater Franciscus Hungarus et frater Guglielmo de Saxoferrato, et frater Anselmus de Cardis et frater Simplicianus Romanus, frater Antonius florentinus, frater Ioannes Vochg flamingus, frater Anselmus de Tiriano, frater Leonardus Alamandus, frater Petrus Enan Alamandus, frater Ambrosius de Saxoferrato, frater Seraphinus romanus, frater Silvester de Ianua, frater Benedictus Emand de Ianua, frater Nicolaus Una flamingus ac pater Ioannes Antonius de Padua cursor in sacra theologia et frater Doroteus Gallus omnes fratres dicti conventus et monasteri congregati et coadunati ad sonum campanae ut moris est, asserentes se esse in maiorem parte fratruum dicti conventus, sponte per se et suos in dicto monasterio omni meliori modo vendiderunt, locarunt et concesserunt in emphiteusim seu locationem operpetuam reverendo patri domino Nicolao de Gaddis florentino Camerae Apostolicae clerico et suis heredibus et successoribus et ei seu vel quibus, iura sua in totum vel in parte concedere voluerit absenti magnifico viro domino Ioanni Baptiste de Fortiguerris de Pistorio ipsius procuratoris pro ut constat per acta mei notarii publici infrascripto et pro quo ad cauthelam de rato et ratihabitione in forma iuris valida et de iure subsistibili promisit et se facturum et curaturum ita ut taliter cum effectu quod dictus reverendus pater dominus Nicolaus eius personalis infrascriptus locationem et omnia et singula in ea contenta ad beneplacitum Domini prioris et fratruum ratificabit et approbabit ibidem presenti ac stipulanti ac legitime recipienti quadam partem seu petium soli vacui septingentarum cannarum vel circa plus et minus quantum ne reperietur facta mensuratione post finitam stratam quae nunc construitur

sita circa molem Trulli existentis iuxta viam qua itur ad Beatam Mariam de Populo, ita et taliter ut ipse trullus in ipsa locatione seu concessione comprendatur et includatur in dicto solo quod nunc est in insula inter duas stratas publicas cum pariete et aliis omnibus et singulis in dicto solo existentis intra dictos confines seu alios veriores si qui sunt cum potestate illos toties quoties opus fuerit specificantes et consentientes; quod dictum post perfectam dictam stratam mensurari debeat per duos peritos communiter eligendos et totum illud quod et compertum fuerit intelligatur venisse in praesenti locatione solvendum ad rationem infrascriptam pro annuo censo, canone et fictu unius caroleni monetae veteris pro qualibet canna dicti soli ab hodie in locatione et solvendo de sex menses in sex menses more romano, et ex nunc dictus dominus Ioannes Baptista dicto nomine solvit et dedit Domini priori et conventui per anticipatam solutionem dicti census ad bonum computum ducatorum  de carolenis quam Domini prior et conventus habuisse et recepisse, confessi fuerunt et de eis ipsum dominum Nicolaum absentem et prefatum dominum Ioannem Baptistam praesentem quietarunt modis, pactis, capitulis et conventionibus infrascriptis et in primis videlicet quod prefatus reverendus pater dominus Nicolaus in solo huiusmodi exponeret et exponi facere habeatur et ita promisit dictus dominus Ioannes Baptista prior quo supra nomine, intra tres annos proximos futuros ab hodie incoantes et ut sequitur finientes ducatos mille de carolenis monetae veteris. Ita etiam quod prefatus reverendus pater dominus Nicolaus ultra censum supra expressum et specificatum solvat et solvere debeat pro dictu censu et fratribus magistris stratarum de urbe summam et quantitatem ducatorum centum et quinquaginta auri de Camera qui sunt pro parte ducatorum ter centum auri de Camera similum ipsis conventui et fratribus per dictos magistros stratarum pro sternenda et saliganda via publica quae nova facta exstitit in presentiarum seu quod idem reverendus pater dominus Nicolaus ipsos priorem et conventum pro dicta summa ducatorum centum et quinquaginta auri de Camera per dictos magistros stratarum quietari et liberari faciet. Ita etiam quod marmora, statuae, petrucciae, lapides pretiosi metalla et aliae res cuiuscumque valoris et thesauri qui in fundandis vel aliter, et fodiendo dictum solum reperirentur, debeant pro medietate dicti conventui et fratribus per prefatum reverendum patrem dominum Nicolaum dari, tradi, consignari cum hoc tamen quod dictus conventus et fratres teneantur et obligati sint medietatem expensarum quae per eum factae essent pro effodiendis ac extrahendis dictis rebus sic repertis Domino Nicolao refundere et reficere ad habendum, tenendum, vendendum, cedendum, alienandum et locandum et de eo in totum vel in parte disponendum pro ut dicto reverendo patri domino Nicolao et eius heredibus placuerit et visum fuerit etiam sine alia licentia et consensu dictorum prioris et fratruum requirendum et




habendum dummodo sint personae, idonee et sufficientes ad solvendum censum huiusmodi et nunc ex causa venditionis emphiteusim seu perpetuam concessionem prefati prior et conventus cesserunt omnia iura quae habent in, de et super dicto solo et posuerunt ipsum in locum et ius suum universum ita quod admodo ipsis iuribus uti possit constituerunt se tenere et possidere solum huiusmodinomine ipsius reverendi patris domini Nicolai et pro eo donec et quo usque possessionem ipsius corporaliter accepit quoniam accipiendam et deinceps retinendam authoritatem, dederunt Iohanni dari ex nunc promiserunt de evictione dicti soli in forma de iure valida et in urbe consueta et nemini alteri personae fuit, nec est venditum, locatum neque hipotecatum promiserunt que in futurum non moveri litemque movendam inferre aut inferrenti consentire et casuque moveretur illam in se suscipere promiserunt illamque mediare prosequi a principio medio usque ad finem eorumque sumptibus et expensis in quibuscumque instantis. Predictus vero dominu Ioannis Baptista quo supra nomine promisit dicto solo ad usum et more boni conductoris uti, frui, reservato in premissi Sanctissimi Domini Nostri Papae et Sanctae Sedis Apostolicae beneplacito; item etiam quod praefatus dominus Ioannes Baptista dicto nomine teneatur et ita promisit quo supra nomine instrumentum donationis huiusmodi dicto priori et conventui intra unum mensem proximum omnibus ipsius reverendi patris domini Nicolai principalis suis sumptibus et expensis dare et tradere. Quae omnia et singula suprascripta dictae partes omnibus praesentis attendere et observare promiserunt sub poena omnium damnorum; qua poena pro quibus sese dicto modo et nominibus in ampliori forma Reverendae Camerae Apostolicae et bona dicti conventus et monasteri obligarunt et hypotecarunt submiserunt constituerunt procuratores renunciarunt. Actum Romae in dicto monasterio prope sacristiam, presentibus ibidem domini Sebastiano de Ridulphis laico mutinense et Luca de Iannonis civitatis ianuensis testibus rogatis. Nicolaus Nerottus Causarum Curiae Camerae Apostolicae notarius AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. , f.  ASR, Notai dell’Auditor Camerae, notaio uff. , , parte II, cc.  ss.

Niccolò Nerotti,

Testamento di Francesco Serroberti Die decimaseptima Octobris  Messer Francisco Serroberti de Ser Nicola di Perugina, speziale in la piazza di parione di Roma, sano per Dio gratia della mente et del corpo (...) fa et ordina il suo testamento et la sua ultima volunta in questo modo et forma come seguita cioe (...) vole ch’el corpo suo sia



sepelito in la chiesa di S. Agostino di Roma nella sua sepoltura in la quale è sepolta q. madonna Adriana sua prima mogliera alla quale chiesa testatore lascia scudi dieci di moneta per tutto quello che potessero addomandare li frati (...) Et di più lassa a detta Madonna Violante sua mogliera l’usufrutto et la fa usufruttuaria durante la sua natural vita o se mariti o no della mità della casa di esso testatore sita in parione scontra la bottega della sua spetiaria (...) et la mità di una altra casa con la bottega de pizzicaria posta in la piazza di Sancto Lorenzo in Damaso (...) Item vole et lassa esso testatore che tutti l’altri denari di detto testatore da esigerse delli soi crediti tanto della sua bottega come di qualsivoglia altra causa detratte le sopraddette lascite et usufrutto se debbiano depositare appresso qualche persona idonea delli quali se debbia finire la casa di esso testatore posta verso S. Maria del Popolo appresso suoi confini che risponde alli frati de Sancto Augustino Ita che di detti crediti essi eredi ne possino disponere in parte alcuna sino a tanto sara finita detta casa et quella finita lassa la meta de detti crediti restanti alli sopraddetti eredi soi maschi et alle loro femmine loro sorelle et l’altra mità alli sopraddetti Bartoluccio et altri nipoti suoi soprannominati. ASR,

Collegio dei Notai Capitolini, notaio G. Nichilchini, vol. ,  ottobre 

Secondo Testamento di Francesco Serroberti  ottobre  In presentia mea costituito Messer Francesco Serroberti perusino speziale nella piazza di parione di Roma infermo del corpo ma della mente et dell’intelletto sano et ben disposto (...) fa et ordina suo testamento et sua ultima volunta nel modo infra scritto (...) Item lascia al primo figliolo maschio legittimo che nascerà della sopraddetta Flaminia sua nipote et ultima figliola del sopraddetto Hieronimo suo fratello la mità integra del palazzo o vero casa grande di esso testatore quale possiede comunemente con detto Hieronimo suo fratello posta nella strada di Santa Maria del popolo di Roma appresso suoi confini. Et fin tanto che detto figliolo nasca o nascerà detta Flaminia sua madre sia et debbia esser usufruttuaria di detta mità di palazzo o casa grande pagando alli frati di Santo Agostino di Roma la mità del censo che paga detta casa (...) il quale figliolo maschio debba pigliar sempre il nome della casata dei Serroberti (...) quali sopradetti successori non debbano mai vendere ne alienare ne in alcun modo disponere per qualunque causa di detta mia casa”. ASR,

Collegio dei Notai Capitolini, notaio G. Nichilchini, vol. ,  ottobre 


Testamento di Geronimo Serroberti  marzo  In nome sia di Dio et della Gloriosa Vergine Maria Amen, nell’anno della natività del nostro Signore Jesu Cristo . Nel tempo del Pontificato del Santissimo in Cristo Padre et Signore nostro Pio per la divina provvidenza papa quarto adì  di marzo indizione ° in presentia di me notaio infrascritto et delli infrascritti testimoni specialmente a questo atto chiamati et dall’infrascritto testatore rogato; Essendo statuito che l’uomo una volta debbe morire et niuna cosa sia più certa della morte et niuna cosa sia più incerta che l’hora et lo punto della morte per questo convenga a ciascun huomo prudente mentre che gli è buona memoria, mente et intelletto talmente provvedere all’anima sua et alle robbe soi mentre che ello vive che fra gli suoi posteri sopra le Robbe soi non possa nascere alcuna lite overo discordia per la qual cosa Messer Hieronimo Serroberti aromatario Perugino sano di mente et intelletto licet stia male et egrotto di corpo non volendo morir intestato ma volendo far il suo ultimo testamento nuncupativo il qual di ragione si chiama sine scriptis et quello facendo ha dichiarato (...) et vole che in evento che l’anima sua dal corpo si separi esser seppellito in Roma nella chiesa di Sancto Agostino nella sepoltura overo loco dove è seppellito Messer Francesco de Serroberti suo fratello a meza hora di notte (...) Item dice esso testatore havere tre figliole femine legittime et naturale (...) cioè Julia, Portia et Flaminia et una di queste cioè Flaminia sia stata istituita erede della bona memoria di Francesco suo fratello nel suo ultimo testamento et per questo habbia poco bisogno della robba sua et acciò le altre due figliole possano loro ancora maritarse per questo et molte altre cause che moveno l’animo suo istituisce detta Flaminia nella legittima solamente (...) Item detto testatore vole e comanda che detta Julia et Portia morendo senza figli legittimi et naturali all’hora substituisce detta Flaminia per fideicommisso (...) Item esso testatore dice che Francesco suo fratello nel suo ultimo testamento fece un fidecommisso nella parte sua della casa del popolo qual era pro indiviso con dicto testatore nella quale casa al presente abita il Signor Silvio Piccolomini si como del suddetto fidecommesso consta per suo testamento rogato per mano di Giovanni Nichilchini, volendo ancora far nella parte sua di detta casa uno fidecommesso acciò detta casa sempre resti e se dica la casa de Serroberti, per tanto vole et ordina che li suoi eredi non la possino alienare et per qualsivoglia vocabolo d’alienatione et che sopra ciò non sicce possa expedir motu proprio alcuno delli pontifici (...) et morendo l’una et l’altra senza figlioli legittimi e naturali succederanno quelli che sarranno più per primo grado de Serroberti, con questo che s’habbia da chiamar de Serroberti et vole et ordina che detta casa sia subiecta al fedecommesso in

perpetuo (...) et vole et ordina che dicta casa non se possa appisonar per più tempo che per cinque anni. ASR,

Collegio dei Notai Capitolini, notaio Lorenzo de Ricchis, ,  marzo 

Apoca della vendita del palazzo Serroberti ad Amerigo Capponi Anno a nativitate domini Millesimo Seicentesimo decimo quarto Indictione duodecima et die vigesima quarta mensis octobris Pontificatus in Cristo Patris Domini Nostri Domini Pauli divina providentia Papa Quinti anno decimo Al nome di Dio per la presente il Signor Annibale Talebiani tanto in nome suo come delli Signori Francesco et Silberio suoi fratelli carnali di Perugina per li quali promette e vuole essere tenuto del suo proprio essibendo essere chiamati nelli testamenti et fideicommissi delli SS. Geronimo et Francisco Serroberti perugini et detti fedecommessi esser purificati nelle loro persone et conseguentemente l’infrascritto Palazzo spettare ... a loro jure pleni domini residuato primis et ante omnia il beneplacito della Sede Apostolica et il consenso dell’Hospedale del SS. Salvatore in Roma et del Convento di Sancto Agostino di Roma ... opus sit ... ut alio modo Vende cede et concede al Molto Ill.mo Sign. Amerigo Capponi nobile fiorentino per se et suoi heredi et successori Un loro palazzo posto in Roma nella strada passata Ripetta tendente alla porta del popolo appresso li suoi confini cioè dui strade pubblice et altri confini con tutte le sue iurisdictioni compresavi anco la casetta o rimessa et un giardino con tutte loro pertinenze che questa vendita ha fatto et fa il detto Sign. Annibale et in nome et possessione come di sopra a detto sign. Amerigo presente et acceptante per il prezzo et in nome di prezzo tra loro stabilito d’accordo di scudi sei mila di moneta da pagarsi dal detto Sign. Amerigo ogni volta che si sarà ottenuta da Nostro Signore la facoltà di poter vendere detto Palazzo et la debita et sufficiente derogatione alli sopraddetti fidecommessi et anco il consenso del sopraddetto hospitale con patto espresso che nell’atto del sborso di detti denari cioè scudi sei mila di moneta li detti SS. Valeriani siano obbligati reinvestirli o qui in Roma in tanti luoghi di monte non vacabili o censi ovvero in Perugina in tanti beni stabili col consenso del sign. Amerigo ogni volta che si estinguessero detti censi o luoghi di monti o si alienassero o permutassero dette terre ad effetto che detti denari in perpetuo siano suffetti e surrogati per l’evitione di detto Palazzo et surrezia del detto Sign. Amerigo et suoi eredi dedotto però il prezzo della casetta o rimessa non compresa in detto fedecommesso da dichiararsi da doi uomini a eleggersi di comune consenso con patto anco che tanto li laudemi da pagarsi alli Padri di Sancto Agostino come anco l’elemosina che si darà a detto ospe-




. Atto di vendita del palazzo dalla famiglia Serroberti ad Amerigo Capponi,  marzo . Roma, Archivio Capitolino

dale per havere il suo consenso alla detta alienazione et la spesa sarà per haver la gratia et il breve da Nostro Signore per la detta alienazione una metà si paghi da deto Signor Amerigo et l’altra metà da detti SS. Valeriani et di più promette detto Signor Annibale et come di sopra dalli detti SS. Valeriani et di più promette il signor Annibale et come di sopra havuta che si haverà detta licentia da Nostro Signore et il consenso da detto hospitale come anco delle zitelle sperse di Perugina che già si dice esser ottenuto di già detto consenso dal detto monastero farne anco pubblico in strumento con tutte le lettere opportune e necessarie conforme al stile della Corte romana con la promissione d’evittione in forma et in tanto li soprascritti SS. Annibale et Amerigo in nome come di sopra vogliono che la presente polizza habbi forza et virtù quanto un in strumento in forma Camere et che perciò li sopraddetti s’obbligano per l’osservanza di tutte e singole cose nella più amplia forma della reverenda camera Apostolica obbligandose anco il detto S. Annibale far ratificare in forma juris valida et con l’obbligo camerale li sopraddetti suoi fratelli il signor Curzio Doni et altri che avessero interesse in detto fidecommesso et in tento far venire il mandato di procura da loro sufficiente per ratificare et confermare detta vendita dechiarandosi anco che detto Palazzo è sottoposto ad un canone o censo di scudi venti di moneta compresovi il giardino da pagarsi alli detti padri di Sancto Agostino et il censuario di detto giardino del Signor Amerigo da specificarsi anco meglio nell’istrumento reiterando li detti contraenti la loro obbligatione et loro beni nella detta forma camerae et in fede sarà sottoscritta la presente di loro propria mano con la presenza delli infrascritti testimoni che si sottoscriveranno di loro propria mano questo dì  settembre  in Roma in Castello Sancto Angelo Io Amerigo Capponi mi obbligo et prometto quanto di sopra Io Annibale Valeriani mi obbligo et prometto quanto di sopra Io Ludovico Mattheucci da San Lucido fui presente io Ottavio Assalti da Fermo fui presente a quanto di sopra. Notai del Vicario, uff. ,  prima parte, c. 

vice castellano di castel S. Angelo nobile fiorentino per prezzo di sc.  da reinvestirsi per evizzione Vi sono gli instrumenti di tutti gli atti fatti avanti il luogotenente del cardinal Vicario e tutte le scritture prodotte per detto effetto secondo la nota inclusa dentro.

 marzo . Publico Michelangelo Cesi, notaio del Vicario Vendita di un Palazzo con casetta, o sia rimessa con giardino annessi posto nel Rione di Campo Marzo Per la strada, che da Ripetta và alla Piazza del Popolo, e sul cantone del vicolo delle scalette, il quale paga l’annuo canone di sc. , al convento e frati di S. Agostino sotto il di  aprile e  ottobre e di sc. . alla confraternita del SS.mo Crocifisso di S. Marcello fatta con deroga del fidecommesso da Annibale Valeriani Serroberti anche a nome di Francesco e di Silverio suoi fratelli nobili Perugini a Francesco d’Amerigo Capponi

In nomine Domini amen. Praesenti publico instrumento cunctis ubique pateat evident(er) et sit notum quod anno ab eiusdem Domini nostri Iesu Christi millesimo sexcentesimo decimo quinto, indictione decimatertia, die vero lunae trigesima mensis martii pontificatus sanctissimi in Christo Patris et Domini Nostri Domini Pauli Divina Providentia papae quinti, anno eius decimo. Cum sit (pro ut asseritur) quod Illustrissimus Franciscus de Serrobertis quondam Claudii de Valerianis iusto et legitimo titulo habeat, teneat et possideat unum palatium, sive domum magnam cum viridario, domuncula illi contigua et adherente, curtile cum quatuor cantinis aliisque suis membris,

ASR,




iuribus et pertinentiis, posito Romae in Regione Campii Martii et via Ripettae, non multum distante a platea de Beatae Mariae de Populo, iuxta ab uno viam seu viculum nuncupatum delle Scalette, ab alio dictam viam publicam Ripetta et ab allis lateribus domum Archiconfraternitatis Sanctissimi Crucifixi in ecclesia Sancti Marcelli de Urbe; retro, domum et viridarium infrascripti admodum Illustrissimi domini Americi Capponi quod et quam nuperemit a Petro Antonio Patello eugubino seu domina Lucia de Groctis eiusdem domini Petri Antonii uxore dictae domus et viridarii Domina salvis aliis et siquidem de presenti locatam reverendissimo domino Ioanni Baptista Vives Utriusque Signaturae Sanctissimi Domini Nostri Papa referendario pro annua pensione scutorum ducentorum monetae soluta per totum mensem iunii proximi futuri infrascripto domino Anibali. Cumque tam dictus dominus Franciscus quam dicti Silverius et Anibal de Valerianis eius fratres germani pro eorum maiori utilitate et commodo exoptarent dictum palatium seu domum alicui meliorem conditionem offerenti vendere et alienare preciumque investire in bonis stabilibus in civitate vel districtu Perusii aut locis montium non vacabilium hic in Urbe, ex quibus uberiores fructus percipere possent. (...) Admodum domino illustrissimi domino Americo Cappono nobili florentino Arcis Sancti Angeli pro prefecto, mihi notario publico infrascripto cohmito, praesenti, ementi, acceptanti et legitime stipulanti, pro se ipso suisque heredibus et successoribus, etiam extraneis in perpetuum, dictum palatium sive domum cum domuncula ibi contigua existente in dicto vicolo delle Scalette quae continet in se infrascripta membra videlicet: duas stantias, unam supra aliam, lodium et cantinam; omnibusque et singulis palatii et domunculae membris, iuribus et pertinentiis, cum onere dicti annui canonis scutorum decem et octo et solidos  debiti dictis reverendis fratribus Sancti Augustini ratione dictae domus seu palatii et annuum censum scutorum decem, et solidos  debiti Archiconfraternitati Sanctissimi Crucifixi in ecclesia Sancti Marcelli de Urbe super partes viridarii; ad habendum, tenendum, possidendum, utendum, fruendum et fructificandum, vendendum, donandum, pignorandum et alienandum ac de dicto palatio ac iuribus et pertinentiis suis faciendum et disponendum ad ipsius emptoris libitum voluntatis. (...) Hanc autem venditionem et alienationem et omnia et singula in hoc presenti instrumento contenta, dictus dominus Anibal dicto nomine proprio facere declaravit et fecit vigore per insertam litteram apostolicam et omni meliori modo ut supra pro precio scutorum sex millium monetae iulii decem pro scuto expresso in dictis litteris apostolicis; quod quidem precium scutorum sex millium monetae iulii, decem pro scuto, dictus dominus Anibal dicto nomine nunc in mei notarii publici testiumque infrascriptorum praesentia manualiter et in contanti in tot in iuliis argentis habuit et recepit a dicto domino Americo Cappono prae-

sente per melium tamen banci illustrissimorum dominorum Francisci Hieronymi de Ticci mercatorum florentinorum Romanam Curiam sequentes per manus domini Francisci Scappi Capserii presentis, solventis et solvere declarandis de propriis pecuniis dicti domini Americi quae scuta sex milia monetae dictus dominus Anibal dicto nomine prorio ad se traxit tractaque totidem esse dixit (...) illic post dictam manualem receptionem se bene contentum et satisfactum vocavit eumque dominum Americum emptorem presentem quietavit etiam per pactum exceptioni speciali et generali renunciavit (...). Et ego Michelangelus Cesius Curie illustrissimi et reverendissimi domini Almae Urbis Vicarii notarius, de premissis rogatus, presens, instrumentum subscripsi et publicavi. AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. , f.  ASR, Notai del Vicario, notaio Michelangelo

, parte I, pp.  sg.

Cesi, Uff. ,

 e seguenti. Conti Delle Case cioè Prima Compra e Spesa per la Fabbrica di mano d’Amerigo Capponi Addì  di febraro  per li Acti di Pietro Paolo Me(***) et Horatio Balducci Notaro Capitolino rogato dello strumento del canone della casa di Trastevere Addì  ottobre  Attamento dell’ultima casetta Attaccata alla casa della Misericordia Posseduta Dal Fani che compra dalli Frati di S. Agostino sc.  Rogato Michelangelo Cesio notaio Dell’Ill.mo Vicario il suddetto giorno p.  Al nome di Idio Addì  di Gennaio  Per far la copia della supplica per la derogattione e transmutattione del fidei Commisso della Casa al Popolo di Serruberti al copista in Parione pagato conto scudi . Addì  di febbraio Comperato le due casette nella via delle scalette per scudi  di moneta da Madonna Lucia de Grotti moglie del signor Pierantonio Patelli et pagato a un notaro del Cusano notaro dell’Auditor Camerae per il rogito della stima di detta compra como per gli atti di detto Cusano ,  scudi , pagò il venditore Addì  di febbraio Dal convento et Chiesa di S. Agostino ragunati li patri capitolarmente fu prestato il consenso di detta vendita et trasferito il canone che gli pagano dette casette per loro

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. Conti delle Case cioè Prima Compra e Spesa per la Fabbrica di mano d’Amerigo Capponi, -, Legatura in pelle. Roma, Archivio Capitolino

proprietà nella mia persona come per gli atti di detto Cusano notaro dell’Auditor Camerae a ragione di scudi  per cento che per la mia parte pagai a detti padri scudi  per cento et scudi  pagò il venditore al notaro per il rogito scudi . et sotto li  di febbraio scudi  per me da signori Ticci per le dette casette fatte da loro pagare al monte della Pietà in deposito per rinvestirli datone credito a detti Ticci al mio libro a lor conto sc.  scudi . c.  Addì  di febbraio  Ricordo come questo giorno di S. Mattia Appostolo Ho preso il possesso delle due casette compere nella via delle scalette al Popolo et datomi il detto possesso dal signor Pierantonio Patelli et fattemi conoscere per nuovo padrone prima da mastro Prospero d’Andrea di Prospero da Fermo muratore Habita la seconda casetta in verso il Tevere e paga di pigione l’anno scudi  anticipata et me la deve al primo di maggio prossimo  per tre mesi scudi . In quanto al medesimo a  Nella prima casetta abita Massenzio di Giovanni Santi da Rignano barcarolo et riconosciuto padrone dalla sua moglie et non sendo lui in casa et paga di pigione l’anno scudi  anticipata ogni tre mesi scudi  et mi deve cominciare detta pigione al primo di maggio prossimo A dette due casette son le porte et fenestre con loro trature et altre appartenenze e solito in questo medesimo a  c.  Addì  di marzo  Al signor Annibale Valeriani dal quale io compero la casa come proccuratore del signor Francesco suo fratello scudi  di moneta conto disse per dare a buon conto, con altri scudi  di suo per la loro metà allo spedizioniere però a buon conto di quanto pagherà per la spedizione del breve per la transmutazione del fidei commisso della detta casa secondo la grazia che da Nostro Signore m’è stata concessa che detto spedizioniere darà conto di tutta la spesa sc.  Addì  di marzo Per il rogito del possesso preso questo dì delle due casette pagate per la metà portò al notaro del Cusano rogatosene questo giorno come per gli atti di detto Cusano notaro dell’Auditor Camerae scudi . Addì  detto Al signor Valeriani per pagare la (...) a monsignor Trintici luogo tenente di monsignor Illustrissimo Cardinal Millini Vicario di Nostro Signore per la sentenza della

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derogatione overo transmutazione del fideicommisso sopra la casa de Serruberti compera a Ripetta dal signor Francesco Valeriani de Serruberti per mezzo di detto signor Annibale Valeriani suo fratello che deve pagare la metà di ogni spesa et io l’altra metà scudi . Addì  di marzo A signori Ticci scudi  per me da Gavotti e Pozzobonelli pagano per mandato mio fratello sc.  et prima de mio fratello hauto da detti scudi  fatti buoni per me a detti signori Ticci sc.  c.  Addì  di marzo Da Signori Ticci scudi  di moneta pagati per me al signor Francesco Valeriani de Serruberti e per lui al signor Annibale suo fratello et proccuratore per la valuta della sua casa vendutame a Ripetta come per contratto rogato detto dì per gli atti del Cesis notaro dell’Illustrissimo Vicario di Nostro Signore sc.  Addì  di aprile Al signor Lodovico Matteucci procuratore che ha negoziata questa compra di case dal principio fino all’ultimo scudi  conto che per avermi fatto servizio anco nel processo a perpetua memoria con il signor Conestabile metto qui solo scudi  a questo conto di consiglio anche di monsignor Gino mio fratello e di sua parola solo scudi  al notaro Cesis per aver fatto il processo della causa commessa all’Illustrissimo Vicario per il fidei Commisso della casa fino alla sentenza et poi rogato lo strumento della compra di detta casa et datome due copie pubbliche di ogni cosa in tutto pagato scudi  et più scudi  al notaro che ha rogato lo strumento et più scudi  al giovane che ha scritto tutto et più baiocchi  per far legare in due libri le scritture pubbliche per me et per li Valeriani sc.  et più per la carta povera scudi . c.  Addì  ottobre Pagato questo giorno il laudemio alli Reverendi Padri et Convento di Sant’Agostino di Roma della mia casa grande a Ripetta compera da Signori Valeriani sc.  di moneta me da SS. Ticci per la metà che mi toccava e l’altra metà l’hanno pagata li detti signori Valeriani in tutto scudi . et hauto il consenso della vendita da detti padri per la proprietà che hanno in detta casa come per contratto rogato questo dì sopraddetto per gli atti del Cesis notaro dell’Illustrissimo Vicario di Nostro Signore il quale contratto io tengo con gli altri autentico scudi  Datone conto a signori Ticci al conto loro del mio libro a pagina  Nota che a far l’istrumento di detto laudemio essendo li detti signori Valeriani a Perugina feciono loro procuratore il signor Ranuccio Ranucci et io per esser malato feci pur

detto Ranuccio il mio procuratore per gli atti del detto Cesis et così per mano sua si prese detto dì per me il possesso di detta casa come per gli atti del detto Cesis dopo aver rogato il beneplacito et consenso avuto di detti frati et dal detto signor Ranuccio per detti signori Valeriani mi fu restituito scudi . per resto di conti stati fra noi del pagato per le spese della vendita di detta casa c.  Addì  di ottobre Pagato al Cesis notaro dell’Ill.mo Vicario di N. S. questo di sopradetto sc.  per la procura fatta per me nel S. Ranuccio Ranucci da Castiglione Aretino et per esser qui stato a rogare il beneplacito et consenso da frati di S. Agostino et per il rogamento del possesso preso della casa grande sc.  Et più pagato all’offitio di detto Cesis notaro dell’Ill. Vicario per mano di detto signor Ranuccio comparso per mio procuratore a tali atti sc.  et sc.  per li contratti hauti a autenticati del laudemio pagato et beneplacito ottenuto da frati et del possesso della casa preso come sopra et per la procura fatta tutto sc. , Addì  di novembre sc. ventisei et b.  pagati a frati et convento di S. Agostino di Roma portò fra Alberto sindaco et collettore di detto convento come per la ricevuta di sua mano al mio quadernuccio et sono sc. ,  per il canone della casa grande et dal primo d’aprile  fino a tutto settembre sc. , et dal primo d’ottobre per tutto marzo prossimo del  sc. ,  et per le due casette per il canone che gli tocca dal primo di febbraio  per tutto gennaio  sc. ,  Scudi ,  c. Addì  di novembre  Pagato al convento et frati di Santo Agostino di Roma sc.  e b.  contanti portò frate Alberto da recevute et sono sc. ,  per il canone solito della mia casa grande della loro proprietà per uno anno cominciato al primo d’aprile  per tutto il mese di marzo prossimo da venire  E sc.  b.  per il canone delle due casette compere dal Patelli per uno anno dal primo di febbraio  per tutto gennaio prossimo  come per la ricevuta fatta dal detto in suo quaderno sc. , Addì  di luglio  Pagato al Signor Luca de Carolis notaro dell’Auditore della Camera successo nell’uffitio del Signor Celso Cusano porto conto sc. Quattro di moneta per lo strumento hauto da lui pubblico della compera delle due case nella via delle Scalette dalla signora Lucia de Grottis sc.  di moneta et il consenso ottenuto da frati et convento de Santo Agostino di Roma per il fondo et proprietà loro di dette casette et il rogito del possesso preso et il laudemio

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pagato a detti frati con l’obbligo trasferito in persona mia di pagar d’annuo canone Il pagamento fatto delli scudi  per me da SS. Ticci del Banco Et il deposito fattone al Sacro Monte della pietà per doversi reinvestire il rinvestimento fattone in un censo comprero dal Signor Girolamo Giustizi Con il mio consenso prestato ad rinvestimento et il rogito di sc.  di detto censo assegnati a fra Giovanni Battista de Grottis et per lui a sua frati et convento di Santo Adriano che tanti aspettavano a lui pagati detti sc.  Segue li danari che io pagherò per li canoni delle case oltre alle ricevute fattemi nel quaderno di dette ricevute sc. ,  c.  Per la compra ch’io ho fatto della Casa contigua alla mia casa grande dalla Compagnia del SS. Crocifisso in San Marcello di Roma ho pagato questo dì alli frati et convento di Sancto Agostino di Roma sc.  di moneta porto conto il padre Alberto da Tortona sindaco et camerlengo di detto convento ragunati capitolarmene et prestatomi il loro consenso di detta casa loro proprietari a ragione di due parti per sc. [?] che importa la compra di detta casa per la quale mi sono obbligato a pagar a detti padri e convento ogni anno sc.  di moneta per il canone che ne traevano prima da detta Compagnia di Santo Marcello come per lo strumento rogato in detto capitolo per gli atti del Cesis notaro dell’Ill.mo Vicario il quale tengo autentico appresso di me con gl’altri sc.  La nota della compra fatta della detta Casa con ogni particolare segue qui innanzi a carte  E Addì detto Alli frati et convento sc. , porto il detto Camerlengo et sono per il laudemio del loro dominio ovvero proprietà che hanno sopra la casa piccola che io ho compera da Giovanni Maria Sauli romano sartore per sc.  attaccata con la mia nella via delle Scalette della quale capitolarmene hanno prestato il consenso et mi sono obbligato di pagare loro per il solito canone che vi era sc. , l’anno come per lo strumento rogato detto dì per gli atti del detto Celso Spalco notaio capitolino come di contro sc. , E Addì detto Comperato la quarta casetta nella via delle Scalette attaccata alla mia compra dal Sauli dalli sopradetti frati et convento di Santo Agostino con il giardino attaccato al giardino della casa grande compresovi questo con gl’altri dell’altre casette per sc.  di moneta da pagarli loro per rinvestirli et dover star per più per l’evitione della detta compera et intanto che non l rinvestirò devo pagar loro la pigione solita che da detta casa a sc.  l’anno et pagatoli et liberata detta casa restino proprietari con pagar loro per il fondo sc.  l’anno di canone come per lo strumento

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rogato capitolarmene detto giorno per gli atti del detto Cesis senza haver riserbato il beneplacito o consenso della Santa Sede apostolica avendo così la facoltà del vendere et comprare secondo la bolla ostrata di Papa Gregorio XIII la quale sarà notata in deto strumento rogato detto giorno il quale con gl’altri tengo appresso di me sc.  Addì  di novembre presi il possesso di detta casetta e si rogò come per gli atti del detto Cesis detto giorno c.  Comperai et feci lo strumento sino Addì  di luglio  della casa che me vende Giovanni Maria Sauli sarto romano nella via delle Scalette attaccata con l’altra mia comperai da Pierantonio Patelli et sua consorte con il giardino per prezzo di  di moneta quali feci pagare il detto giorno per me da Girolamo e Bartolomeo Tecci di Roma per dover fare lo sborso per detto Giovanni Maria Sauli sarto solo nell’atto che saranno reinvestiti per stare per evittione di detta casa vendutami come per detto strumento rogato sinora detto di  luglio  per gli atti di messer Celso Spalco notaro capitolino in piazza Mattei Nel quale officio era lo strumento d’un obbligo per un censo di scudi  l’anno da quello che Giovanni Maria comprò detta casa che si bene diceva essere estinto non era levato di detto contratto di compra e si obbligò di cassarlo fra tre mesi Et io mi sono carico di pagare sc., l’anno a frati di Santo Agostino per il canone della loro proprietà dovendo pagare il laudemio per havere il loro consenso et detto giorno ne ho preso il possesso come per lo strumento rogato per detto Celso delli detti sc. ne ho dato credito ai SS. Tecci nel mio libro al conto loro a  et devono dirmi dove saranno stati reinvestiti dal detto Sauli come per detto strumento sc.  Et Addì  i novembre  A mastro celso Spalco notaro capitolino a piazza Mattei sc.  per lo conto per lo strumento autentico hauto da lui di detta compera di detta casetta di Giovanni Maria Sauli come sopra et per il rogito del conseso hauto del censo di sc.  estinti che erano sopra detta casa cassato secondo l’obbligo fatto et per il rogito del consenso hauto in la proprietà de frati di Santo Agostino et dell laudemio pagato loro come è qui di contro trasportato il canone in persona mia obligatomi come sopra hauto tutto autentico e pagato detti sc.  et più b.  al notaro che si rogò, b.  c.  Addì  di febbraio giovedì mattina Ricordo come questo dì sopraddetto si è rogato lo strumento nella Compagnia del SS. Crocifisso in S. Marcello di Roma della compera che io ho fatta da detta Compagnia della lor casa attaccata con la mia Casa grande a Ripetta como per gli atti del Cesis da me chiamato in soli-


dum nel proprio loro oratorio Congregati li SS. Guardiani et altri soliti loro officiali che devono intervenire alla Congregatione cioè Mons. Montorio vescovo di Nicastro, Il Signor Gironimo Mignanelli et il Signor Bernardino Nari et il guardino signor Agostino Maffei con (...) et loro avvocati et procuratore che concordi mi venderono detta loro casa per vigor della Bolla di Papa Gregorio S. N. per prezzo di scudi  et b. secondo lo strumento delli due architetti da noi chiamati computato il crescimento di detta bolla et promissi dar loro in ricompensa una casa di simil prezzo et rendita ed interim pagai loro la pigione a ragione di sc.  l’anno cioè sc.  la casa sc.  la bottega et sc.  per la parte del giardino di detta casa cominciando tal pigione dalli (...) che io feci loro il monitorio per fino a che harò dato la ricompensa consegnai al notaro di due monitori originali dell’offitio di Ss. Maestri di strade la stima et laudo sottoscritto da messer Domenico Attivanti et Giovanni Paolo Ferreri Architetti che la stimorno come e detto compreso il crescimento per vigore della bolla di Gregorio XIII S. N. c.  Segue la compera della Casa dalla compagnia di S.Marcello di contro et Addì  di novembre  pagato il rogito della compera di detta casa per la mia parte al Signor Michelangelo Cesis porto il Signor Carlo suo sostituto in maggior somma di sc. moneta sc. , Et per l’instrumento pubblico hauto in Carta pecora per tenerlo con gli altri appresso di me di tutte le compere sc.  Et per rogito dell’instrumento del consenso de frati del convento di S. Agostino per la loro proprietà dato da loro sc. ,  Et per lo strumento hauto pubblico del detto consenso prestato da detti padri e convento di S. Agostino sc.  c.  Segue la compera della quarta casa nella via delle Scalette del Convento et frati di Sant’Agostino di Roma come a dietro In questo a  Che si vede fu compera Addì  ottobre  et Addì  di marzo  Fu fatto il secondo strumento di detta casa con detti frati come per gli atti del Cesis notaro dell’Ill.mo Vicario rogato alla presenza di Mons. Trivultio luogotenento del detto Ill.mo Vicario et da me pagato il prezzo delli scudi  per me da Ticci come dal mio libro al cono loro al c.  li quali il procuratore di detto convento li sborsò e pagò per il prezzo d’una casa compra da detto convento da certi pupilli per vigore della bolla con il consenso del detto Mons. Trivultio per dover stare in perpetuo per l’evittione di detta casa vendutami da detti frati come in detto giorno appare sempre al libro di detto banco al mio

conto avendo li detti Pupilli dato detti danari a censo a Carlo Lombardi et la detta casa che è vicina alla Madonna de Miracoli dalla mia casa resta sempre come detto per l’evittione di detta casa compra da me da detti frati per detto prezzo di sc.  Et Addì detto pagai a Messer Alberto da Tortona procuratore et sindaco e collettore di detti frati et convento di sancto Agostino sc.  e b.  sono conto per la pigione di detta casetta per mesi cinque dalli  d’ottobre che la comperai come in detto a f.  Fino a qui di che hanno hauto il prezzo da me come in questo a f.  et da questo tal giorno mi deve essere pagata dal pigionante che vi sta dentro come qui di contro Et Addì  di novembre al Signor Michelangelo Cesis per rogito dello strumento della compera sc. , Et per l’instrumento pubblico hautone sc.  Et per rogito del consenso è beneplacito del Generale et Capitolo di frati sc. , Et per l’instrumento pubblico di detto hauto sc. . Et per rogito della quietanza di detti frati delli sc.  del pezzo di detta casa sc.  Et per l’istrumento pubblico hauto sc.  c.  Sabatino perugino barcarolo tiene a pigione la Caseta prima nella via delle Scalette attaccata con la casa grande Il detto Sabatino ha pagato sc. Tre et b.  per la pigione per tutto settembre  e gl’ho fatto buono sc.  disse spesi in un saliscendi alla porta resta per sc. l Et Addì  di dicembre ha pagato per tre mesi cioè ottobre novembre e dicembre  sc. , Appigionata di nuovo a Messer Jacomo Imper[...] impastatore al primo di maggio  Hauto a buon conto segue in questo a c.  Addì  d’ottobre  La quarta casa compra questo giorno dal convento e frati di Santo Agostino nella via delle Scalette come in questa a dietro a c.  appigionata a Pietro Barcarolo per sc.  l’anno come qui di contro a c.  Et Addì  di marzo  Hauto a buon conto di detta pigione dalla moglie conto sc.  E Addì  di giugno sc.  per conto hauti dalla sua moglie sc.  Resta a dare per tutto maggio sc.  e b.  Hauto alli  di novembre sc.  Addì primo di giugno  Appigionato la detta casa compera da frati a Valentino d’Ulisse da Orte barcarolo per la solita pigione di sc.  l’anno et per lui promesse il signor Pompilio mercante di legni al cancello di S. Spirito Hauto a buon conto detto giorno sc.  Da Pompilio anconetano sopraddetto Et Addì  d’agosto sc. Dua e b.  hauti per conto a

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buon conto del primo trimestre sc. , Et Addì  di novembre per conto sc. Dua Et Addì detto dalla sua moglie sc.  Et Addì  di Gennaio  sc.  E prima che non gli avevano notati sc.  Resta a dare per tutto gennaio d’accordo sc. , Et Addì  di gennaio hauto sc. Dua Et Addì  di maggio reco il capitano Jacopo sc.  Et Addì  di giugno il detto capitano sc.  Et Addì  di luglio reco Valentino sc.  Et Addì  di agosto contanti sc.  Resta a dare per tutto questo mese sc.  c.  Et Addì  di giugno  Di mastro Prospero muratore di Fermo a conto della pigione della sua per maggio, giugno e luglio sc. Tre a conto Et Addì  di settembre Dal sopraddetto Mastro Prospero d’ Andrea di Prospero da Fermo per resto del trimestre di sopra sc. , Et per tutto ottobre ha pagato il trimestre che sono sc. , computato  giuli essi a conto di mastro Antonio Muratore di suo ordine per sue opere sc. , Et Addì  di gennaio  Dal sopraddetto messer Prospero per la pigione di tre mesi per tutto questo mese compresa la ricevuta fattali sc. , Et più pagatomi b.  a conto delli tre mesi avvenire fattoli ricevuta di sc. , / (...) c.  Addì  di maggio  Da Massentio di Giovanni Santi da Rignano pigionante della prima casetta per la pigione di tre mesi prossimi Maggio, Giugno, et Luglio a ragione di sc.  (...) conto sc. Quattro fattoli la ricevuta al suo libro sc.  Addì  di novembre  Dal sopraddetto Massentio per la pigione di sei mesi dal primo d’agosto per tutto il mese di gennaio  mi porto conto per due trimestri et quale io feci recevute, sc.  Addì  di settembre  Hauto conto per mano di mastro Antonio muratore sc.  Addì  di marzo Hauto conto per mano di Madonna Marta sua moglie sc.  Addì  detto Hauto sc.  conto di Massentio pagatomi per tutto Aprile sc. Dette dare dal primo di maggio  per tutto febbraio  xhe sono mesi dieci a sc.  l’anno che viene a giuli sc.  b  il mese, sc. ,

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Hauto de li libre  di fieno in prestito a b.  il conto moneta sc. , Resta a darmi per ll. febbraio sc.  Addì primo di marzo  Appigionato la detta Casa per la medesima pigione di sc.  a Mastro Tiberio Carracci Romano tessitore (...) c. Addì  di luglio  Da Antonio di Jacopo Notarelli da Celle dello Stato di Siena Barcarolo devo havere per la pigione della (...) casetta nella via delle Scalette sc.  l’anno che paga il / d’ogni tre mesi la quale casetta Io ho compera questo giorno da Messer Giovanni Maria Sauli Romano sartore per sc.  Come per il contratto rogato questo dì sopraddetto per gli atti del Celsi Spalco notaro capitolino Et Havendo pagato a detto mastro Giovanni Maria la pigione per questo mese dove pagar a me dal principio del prossimo mese di agosto  Addì  d’ottobre  Hauto da Antonio Notarelli sopra detto sc.  e b.  conto et sono per il conto della pigione della mia terza casetta che abita per tre mesi agosto, settembre e ottobre come per la recevuta fattali sc. , (...) c.  Da Monsignor Giovanni Battista Vives referendari di N. S. che abita la mia casa grande a Ripetta Addì  di Gennaio  sc.  di moneta et per suo mandato hauti per lui dal Gavotti e Pozzobonelli del Banco quale mi paga per habittatione che egli fa in detta mia casa sino che egli si provvegga d’altra casa essendo stato mesi sei dal primo di luglio  per tutto il mese di dicembre prossimo passato Et per me fatti pagare a SS. Ticci del banco datone lui detto al conto loro nel mio libro a scudi  Addì  di gennaio  Riscosso per pigione di mesi sei della casa cominciati Addì  di questo pagatomi conto sc.  dal Signor Antonio Gomes paga per il Signor Arcidiacono sc.  Addì  di marzo Da Monsignor Giovanni Battista Vives sc.  di moneta Mandatami conto in Castello per il suo procuratore per la pigione che mi doveva di sei mesi et  giorni a ragione di sc.  come per il mandato cavatoli per li atti del Cesis Notaro dell’Ill.mo Vicario et mi ha pagato sc. uno per detto mandato che io havevo pagato sc.  Segue l’appiggionar della Casa in questo sc.  La prima casetta attaccata con la casa grande nella Via


delle Scalette appigionata a messer Jacopo Filippo Sidone Romano impastatore di legno a Ripetta sc.  l’anno (...) c.  Spesa per votare la terra dalle Cantine alli Aquilani per caparra Addì  di giugno E Addì  detto per a buon conto di cavar la terra sc. Otto alli detti aquilani, sc.  Et Addì  detto a buon conto di cavar la terra sc.  alli detti aquilani sc.  Et Addì  di luglio sc. ,  per resto delli scudi  ritenutolo giuli sei solamente per la Cantina che resta a votarsi per li sc.  accordati a votarle tutte pagato conto, sc. , Et Addì  di Gennaio  per cavar la terra del pozzo fino all’acqua il quale è a conto alla stalla da basso et riesce a detta stalla et un una cantina pagato ali Pozzetti conto sc. , Sc. ,  c.  Spese per le pietre da cavarsi del pilastro antico delle forme vicino al ponte della Marrana per la Fabbrica da farsi alla mia casa prima pagata Addì  maggio  a mastro Dionigi Scarpellino contanti per cinque sue giornate per buttare il detto pilastro a b. , sc.  Et per  giornate a messer Antonio muratore a b. , sc.  E Addì  di giugno A mastro Dionigi scarpellino per le opere a gettare il pilastro a b.  sc. , Et per le opere a b.  al garzone sc. , Et per sue opere a mastro Antonio muratore sc.  Et Addì  di giugno Per  opere a ms. Dionigi scarpellino a seguitare il cavar le pietre sc. , Per una opera al suo garzone, b.  Per tre opere a mastro Antonio muratore sc. , Et per due zeppe di ferro vecchie di ll.  a quattrini  la libra hauto mastro Dionigi scarpellino per servire rovinare et cavare le pietre sc.  (...)

scalpellini a bon conto per il lavoro delle pietre conto, sc.  Et per  opere a b. b.  a mastro Antonio muratore per cavar le pietre alle forme conto sc. , Et per bone opere allo scarpellino a b.  per cavar le dette pietre sc. , Et per  opere a b.  al Mancino che aiuta a cavar pietre, sc. , Addì  detto A mastro Giovanni Battista fratello di mastro Dionigi Scarpellino a buon conto sc.  Addì primo di agosto A Mastro Giovanni Battista sc.  a buon conto A mastro Pasquale Carrettiere a buon conto del condor le pietre alla casa et per me da signori Ticci sc.  conto  Addì  detto A mastro Giovanni Battista Scarpellino cont sc.  Addì  detto Al detto mastro Giovanni Battista scarpellino conto sc.  E Addì detto sc.  a due scalpellini per  opere messe a cavare un suolo di pietre peperini a b.  (...) c.  Seguono le spese delle pietre che si cavano dall’Arco delli forme per l’opere a cavarle et disfar detto Arco et per il porto al carrettiere e monta qui di contro sc. , (...) Addì  d’ottobre Per undici opere a Mastro Antonio muratore per cavar le pietre al pilastro delle forma a b.  sc. , (...) Per  opere a mastro Dionigi per cavar le pietre, sc. , Addì  detto (...) c.  Segue la spesa del cavar le pietre al pilastro alli forme se monta li danari pagati come qui sotto a c.  sc.  Et li danari pagati per farle portare a Pasquale montano come qui sotto sc.  Tirati innanzi a un conto di detto carrettiere Pasquale in questo a c. 

Addì  di luglio A mastro Pasquale Bolini a bon conto per condurre le pietre ala Casa et per me da SS. Ticci conto, sc.  Somma di sopra e segue, sc. , 

Et Addì  di dicembre  A mastro Dionigi scarpellino per lavorato a detto pilastro sc. o,

c.  seguono le spese delle pietre per la casa e monta la faccia questa sotto sc. , 

Addì  di gennaio  Per  opere a Mastro Dionigi scarpellino a cavar le pietre per me da SS. Ticci in somma di scudi ,

Addì  di luglio A mastro Giovanni Battista fratello di mastro Dionigi

Addì  detto Per  giornate a Mastro Dionigi scarpellino a b.  per




cavar le pietre alle forme conto sc. , Addì  di febbraio Per  giornate a mastro Dionigi per cavar le pietre a b.  sc. , Addì  detto Per due opere a cavar l’ultime pietre in fondo sc. , Et più giuli  per cortesia a lavoranti de Mastri, sc. , Addì  di marzo Per un pesso di peperino compero alle forme da Mastro Giovanni carrettiere al vicolo delli Orsini per fare la seconda statua, che va nel canto sopra li balaustri della facciata che è stata carrettate ,/ a giuli  la carrettata pagati a detto mastro Giovanni per mano di Mastro Dionigi Scarpellino conto sc. , Somma di sopra esegue sc. , c.  Segue la spesa del cavar le pietre e monta la faccia di contro a c.  sc. , E Addì  d’aprile  a mastro Dionigi e Messer Antonio dicono per tre opere per cappare li tufi al pilastro sc. , E Addì  detto per una pietra di peperino di palmi ,/ et di carrettate  compera il costo ed il porto pagata sc.  E Addì  di maggio sc. , pagati per un sasso grande di tufo di carrettate ,/ condotto a mia casa dlle forme che ha servito per fare un piastrone alli poggioli et il resto per detto porgendolo a detto carrettiere a giuli  la carretta sc. , Il detto sasso per il muro fu sc. , E Addì  detto b.  a mastro Dionigi scarpellino disse haver pagati per condurre alla casa il lastrone del travertino avanzato al lastrone della Ringhiera compro dal Carabello messo a canto a la casa nella via de le Scalette di  carrettate sc. , E Addì  di luglio sc.  pagati per me da SS. Ticci a Mastro Annibale Artemisi per il costo di  carrettate di tufi come pure a giuli  la carrettata della rovina dal Monte Savello Et fatti portare alla mia casa per farvi il poggiolo nella strada delle Scalette lungo la muraglia sc. c. - (...) c.  La Prima spesa per far la torre et fabbricare et restaurare la facciata alla casa a Ripetta e prima Addì  d’Aprile  A mastro Benedetto Infragliati da Cortona a buon conto



per li legnami della lanterna sopra la torre et per restaurare et il padiglione della coperta di detta torre conto sc.  Per due stuccareccie di  palmi l’una sc.  Per  tavoloncelli d’olmo per segare et farne tavole per le centine di detta lanterna sc.  Addì  detto a Mastro Benedetto Infragliati per mano di Giovanni Battista falegname disse per comperare il resto di tutti li legnami della lanterna et più altro per detto lavoro sc.  Et al dì  di maggio a detto Mastro Benedetto disse per legnami et per l’opere del lavoro sc.  Et per due tavoloni d’olmo b.  Addì  di maggio A mastro Antonio Mazzantini muratore per  opere di mastro a scoprire la loggia tutto il coperto b.  sc. , Et più sc. ,  disse pagati ai tre facchini per portare il trave aggiunto all’armatura del padiglione, b.  E Addì  detto a Mastro Benedetto falegname sc.  conto a conto della lanterna per legnami et opere Et Addì detto per  carrettate di pozzolana per rimurare la muraglia intorno intorno per rimettere il tetto che si rifà tutto di nuovo b.  la carrettata sc. , Et per  carrettate di calcinacci gettate dalla torre in strada fatte portar via a b.  la carrettata b.  Et più a Mastro muratore Antonio per  giornate a b.  la giornata sc. , al suo garzone per  giorni, sc. , c.  Segue le spese per restaurare la casa compera a Ripetta e monta di conto sc. ,  Addì  di maggio sc.  conto a Giuseppe Mattei a bon conto per l’olio di lino et biacca per dare il bianco alla lanterna sopra la torre di detta casa Et Addì  detto scudi , al detto per l’olio di lino e biacca per dare alla detta lanterna sc. , Et Addì  detto a Mastro Benedetto Infragliati falegname a conto della lanterna sc.  Et Addì  di giugno detto a Mastro Benedetto Infragliati falegname a conto della torretta sc.  Addì detto a mastro Giuseppe Mattei a bon conto per l’olio di lino et biacca come appie et sua giornata sc. , (...) Et per un’opera a Mastro Antonio muratore per aiutare li fallegnami alla cupolina, b.  Et più ll.  di biacca a b.  et per ll.  d’olio di lino a b.  tutto sc.  E Addì  di giugno a Giuseppe Mattei per due opere a macinare et dar la seconda mano di biacca sc. , E Addì detto a Mastro Benedetto infragliati fallegname a conto della torretta per fattura e legnami contanti sc.  E Addì  detto a mastro Benedetto fallegname a buon conto sc.  contanti (...)


c.  Segue la spesa per la fabbrica Addì  di giugno  et monta giù di sotto sc. ,  Per due pesi di calcina per il tetto del padiglione della torre sc. , Et Addì detto a mastro Urbano chiavaro a Piazza Madama per la banderuola di lama di ferro per l’asta di ferro et per la croce et per il bottone di rame et fattura et imbrunitura nera pagato sc. , Et per cartoni per fare il modello, b.  Et per portarla dalla bottega a casa b.  Peso tutta la bandiera ll.  Il palo di ferro di banderuola è alto palmi  fino all’ultimo della Croce palmi [?] Sopra il bossolo et palmi  in tutto dentro il bossolo et la cupola Et Addì detto a mastro Giovanni Battista Bertacchini stagnaro in borgo a conto delle libre  di pimbo sopra la cupola e cartelloni della torretta et della fattura et chiodi sc.  porto contanti per il detto Giovanni Battista come per la sua recevuta nel conto datomi, sc.  Et Addì  detto per pozzolana per murare sopra il tetto alla torre b.  Et per ritagli di corami di guanti per fare la colla per imbiancare la torre de fora b.  Et Addì  detto a mastro Benedetto falegname contanti per sc.  Et Addì  detto a Mastro Antonio muratore per  giornate a b.  per fare il tetto della torre, et accalciar tutti li tetti di tutta la casa, sc. , Et più a mastro Curtio muratore compagno di mastro Antonio per  giornate a b.  per aiutarli acconciar detti tetti sc. , Et più a un loro garzone per  garzone per  giornate a b.  per fare il tetto della torre et acconciar tutti li tetti c.  Segue la spesa per la fabbrica alla casa et monta la faccia di contro sc. ,  Et Addì  di giugno per due scope grosse per di sopra et le cantine per tutto b.  Et Addì dett a mastro Antonio muratore sc. , per due pesi di calcina pagati al Carabello carcararo per il primo lavoro della muraglia della torre a spianarla per murara li correnti et tegolo d’obbligar da che escono  dita fuor del muro et senz’altra grande contanti sc.  Et Addì  di luglio al detto Mastro Antonio per sei pesi di calcina per murare li mezzanini di pietra nella facciata et per altro che farà li sono scudi che paghi allo Carabello contanti sc.  b.  Et Addì  detto per due opere a Mastro Antonio muratore che una è per imbiancare la torretta et una per soignere li sei pesi ci calcina b.  Et Addì detto a mastro Benedetto Infragliati sc.  a

buon conto contanti Et Addì primo d’agosto a Mastro Antonio muratore per  opere per scoprire la gronda nel cantone et per piantarvi il mortello più volte et per per disfarci dua camini sopra la faccata, sc. , Et più al detto per tre opere del manovale a b. , b.  Et Addì detto a mastro Benedetto Infragliati sc.  a buon conto contanti Et Addì  detto sc. ,  pagati contanti a mastro Benedetto Infragliati falegname per resto della fattura di tutta la torricella soprastante la torre et per tutti li legnami et chiodi et giornate et per una scaletta et Mastretti alla cateratta et per legname et per fattura del modello per sopra la facciata tutto sc. , Hauto il falegname sc. , contanti sc. , Importa il suo conto saldo e pagamento d’acconto c.  Segue la spesa per la Fabbrica della Casa al Torretta che monta qui dietro sc. , E Addì  di ottobre sc.  a Mastro Giovanni Battista Bertocchino stagnaro in Roma in Borgo per me da SS. Ticci come al mio libro al loro conto a c.  et sono a buon conto del piombo e fattura del canale fatto et messo al tetto della casa a canto al zoccolo sotto la balaustra per ricevere l’acqua di tutto il tetto che prende nella strada maestra con due doccioni uno che esce sopra la strada maestra et l’altro nella strada delle Scalette et si deve saldare il conto sc.  Et Addì detto sc. , a Biagetto pozzolanaro per  carrettate di pozzolana rossa per la casa, sc. , E Addì detto per cartoni per la far li modani della porta a Antonio Cortese sopra il disegno, b.  Et Addì detto per dua pagati a Mastro Antonio muratore perché pagasse con Antonio Cortese li staffi et paletti di ferro messi alle due catene di travi sopra la cantonata della muraglia nella strada maestra con l’altro legno che piglia nella strada delle Scalette confitti insieme, sc.  Et più a amastro Bartolomeo del Caprano muratore pagatoli uno di detti legni contanti, b.  Et Addì  di gennaio  per sette pesi di calcina pagati al Carabello per il suo procuratore contanti sc. ,  pesi del novembre et  del dicembre Seguono le dette spese in questa a c.  Sc. ,  c.  Conto de denari che io pago a Mastro Antonio per la fabbrica a cottimo Addì  d’agosto  A mastro Antonio Mazzantini muratore sc. cinque a buon conto contanti sc. Addì  detto sc. cinque contanti Addì  detto sc.  contanti




E Addì  di settembre hauto sc.  per me da detto domino Lorenzo et più dati per mastro Antonio dal detto domino Lorenzo, disse di suo hordine a mastro Prospero muratore pigionante sc. . (...) c.  Segue il conto de denari che io pago a Mastro Antonio muratore per la mia casa et monta qui sotto sc. , (...) Per  opere et per rincollare li rappezzi per tutti le mura delle scale e del cortile e dei mignani dentro et le sponde di fuori et per ammattonare per le scale su alto et riturar molti busi et per far la gola sottoli mordelli del muro del cortile che prima era un (...) tutto pagato dette giornate per non haver a misurar tali cose sc. , E Addì  detto a Mastro Antonio muratore  opere b. , g.  contanti per haver acconcia la casetta et la loggia et una porta delle camere mezzanine et il tetto della loggia del giardino sc. , Et più al suo manovale per  opere a b.  l’opera per detti fatture sc. , A detto mastro Antonio a conto del cottimo, b.  Sc. ,  c.  Segue il conto de denari che a Mastro Antonio muratore per il lavoro della Fabbrica della casa a cottimo et monta la faccia di contro E Addì  di luglio  al detto mastro Antonio sc. , per  giornate di una settimana messe a far molti rappezzi per le camere et cosi la porta cresciuta finita et incollata che era solo arricciata E Addì  d’agosto al detto per due opere per rappezzare le ferrature rifatti li stipiti et l’altri rappezzi per casa et cominciati a crescere la porta della camera che era troppo piccola b.  Et per un’opera del suo manovale, b.  Et più sc.  contanti conto del suo cottimo lavorato la fine dello scalino sc.  E Addì  detto sc. due per  opere disse per accrescere la porta alla camera grande disopra et riturare molti busi nella cucina terrena et su alto nelle camere et altri rappezzi a b.  per me da SS. Ticci Et più per opere  per il manovale a b.  l’opera per me da detti in somma di scuci . sc. , E Addì  di settembre a conto del cottimo per picconare et arricciare la facciata sc. ,  Et per un’opera per incollar la porta cresciuta et per disfare il pavimento per mettere la porta nuova che va nella strada delle Scalette, b.  Sotto il dì  d’agosto pagatoli per  opere per disfare il muro del giardino a b. , sc. , Et più per quattro opere di garzone a b.  sc. .



Et Addì  di settembre sc. . contanti a conto del cottimo dell’arricciatore della facciata et di far i ponti sc. . Addì  detto a conto del cottimo in somma di sc. . per me da Ticci sc.  E Addì detto per due opere di tetti et l’opera a levar la terra per farvi al scala et per disfar il muro del cortile sc. , c.  Segue il conto de denari che io pago a Mastro Antonio muratore per la mia casa et monta qui sopra a c. , sc. ,  E Addì  di settembre sc.  per da SS. Ticci per il cottimo E Addì  di ottobre sc. , contanti a mastro Antonio per il cottimo E Addì  detto a detto mastro Antonio per me proprio contanti per il cottimo Et per far nettare le tavolozze della cantina della casetta disse al suo manovle sc. , Et più sc. , contanti da me proprio dissero lui e Mastro Bartolomeo per pagare la loro misura sc. , E Addì  detto a mastro Antonio contanti per rappezzamento alle casette et cantine et il tetto alla vigna in una giornata e mezza lui et garzone, sc. , E Addì  al detto Mastro Antonio contanti sc.  al conto del suo cottimo che fa il muro del giardino et la sua colla al pittore et spianato la terra in una giornata del suo garzone, sc.  E Addì  di novembre sc.  contanti per il cottimo del muro del giardino e tetto rifatto alla a casetta sopra la scala di detta ultima casetta lui et il garzone sc.  E Addì  detto sc.  a Mastro Antonio per me da SS. Ticci per il lavoro del muro del giardino, sc.  E Addì  di dicembre sc. , a Mastro Antonio disse per due spese sue et per due del suo manovale, sc. , E Addì  i gennaro  a mastro Antonio per il cottimo per l’opera per lui e due del manovale per lavori in casa Massentio contanti b.  Sc. ,  c.  (...) c.  Conto di denari che io paghero a Mastro Giovanni Maria da Serezzana ferraro di N. S. per li ferramenti che Egli mi serve per la casa E Addì  di febbraio  pagatoli a buon conto della inferrata che va dall’impposta della porta a torno a tutto l’arco di detta porta per mano di Mastro Lorenzo ferraro di castello porto conto sc.  E Addì  detto sc. ,  pagatoli per mano di detto Mastro Lorenzo per resto del pagamento di detta Ferrata


la quale è pesata libre  a b.  la libra Hauta per ferro vecchio sc. , E Addì  detto pr la catena di ferro per il battente della porta pesata libre  a b. la libra pagati contanti sc. , E Addì  di maggio sc.  di moneta porto Mastro giovanni Maria sopraddetto contanti per mano di mastro Lorenzo de Santi ferraro e bombardiere per resto e saldo di ferramenti hauti da lui sino a tuttoquesto di como per la sua recevuta nel conto datomi et sono come apre et per sei gangheri per la porta grande pesano in tutto libre  a b.  la libra sc. , Per sei bandelle per detto portone pesano ll.  a b.  la libra et quattrino la libra montano sc. , Per due maschietti per lo sportello sc. , Et per la fattura in raccomodare et dare la vernice alla ferrata del portone in tutto d’accordo sc.  Sc. ,  c.  Conto di denari che io pagherò a Mastro Dionigi Guidotti scarpellino a conto del suo lavoro delle pietre della fabbrica della mia casa a Ripetta e prima Al detto Mastro Dionigi sc.  dati sc.  a lui e  a mastro Giovanni Battista suo fratello in cinque anni in sei partite come qui a dietro a c.  (...) Segue il conto dei denari che io pago a buon conto a Mastro Dionigi scarpellino e monta la faccia qui sotto sc.  (...) c.  Segue il conto di denari che io pago a Mastro Dionigi Scarpellino per la fabbrica della mia casa e monta la faccia qui di contro sc. , (...) E Addì  di luglio a l detto Mastro Giovanni Battista sc.  del resto del poggiolo alle Scalette et la porta cresciuta finita del tutto et rappezzata del peperino alli camini et a due finestre ferrate sc.  E Addì  di agosto sc.  disse per l’aggiunta messa alla porta et per impiombare e altro per me da SS. Ticci del banco sc.  (...) E Addì  di settembre sc.  a Mastro Dionigi per me da SS. Ticci et cominciata la scala di Tufi a XI sc.  E Addì  detto sc.  per me da SS Ticci a conto di detta scala sc.  E Addì  detto sc.  per me da SS. Ticci disse per vendemmiare, sc.  E Addì  d’ottobre sc.  da me proprio porto Mastro Dionigi contanti et sono per conto de tufi della vigna sc.  E Addì  di dicembre sc.  porto Mastro Dionigi conto

disse per pagarne la Misura al Lombardi, sc.  E Addì  di dicembre sc.  di moneta pagati a Mastro Dionigi porto contanti per resto del conto misurato da Messer Carlo Lombardi, sc.  Sc. ,  c.  Conto di denari che io pago a Mastro Dionigi Guidotti scarpellino a conto de lavori di pietra che mi fa a tutta sua spesa per la casa piccola, et prima hauto Addì  di maggio  sc.  portò lui medesimo conto sc.  Addì  detto dieci per me da SS. Ticci in somma di scudi , che sc. ,  disse per pagar a mastro Francesco de Giudici scarpellino a Marino et a lui per li stipiti et architravi delle due finestre alte della casetta come al conto di detto in questo a c. , sc.  (...) E Addì  detto sc.  per me da detti in somma di sc. , a conto delle lettere per la pietra della fontana, et della nicchia di marmo predetta et delli scaglioni di travertino per la fonte grande sc. ,  (...) c. - (...) c.  Conto de danarj ch’io pagherò à buon conto a Mastro Benedetto infrascritto fallegname da Cortona per li lavori che fa alla mia Casa di finestre e della Porta Grande (...) Addi  di gennaio  sc.  per comprar due tavoloni d’Albuccio per cominciar la Porta della casa, sc. , per me da SS. Ticcj sc.  Addi  di maggio per due tavoloni di castagno per raccontare la porta che s’entra nel giardino sc.  Addi  di luglio a mastro Benedetto a Conto di lavori della Casa sc.  Addi  detto sc. , predetto conto a conto del lavoro che fa alle due porte et finestre et altro sc. . (...) c.  Segue il conto di Mastro Benedetto falegname Hauto a buon conto per li finestre vetrati et altri lavori et per la casetta aggiunta alla casa grande Addi  di febbraio  (...) Addi detto sc.  di moneta per lui di Ms. Felice Ruggia che fa magazzino a S. Giovannino a conto di  tavole di abete et . di castagno per far li solari della mia casetta et per me da SS. Ticci del Banco sc.  (...) Addi Primo di giugno sc.  e b.  et per detto mastro




Benedetto pagati a mastro Flaminio Lucarini che fa magazzino di legnami a S. Rocco et poi da me de’ SS. Ticci fatti conto al mio libro a bon conto dissi per n.  travicelli a d. , sc. ,  tavole di castagno sc. , sc. ,  colonne per la stalla sc. ,   tavole d’olmo per le mang[...] Sc. ,  piane d’Istia per le mang[...] Sc. , In tutto pagati li detti sc. , (...) Addi  di luglio sc.  per me da detti per opere et comprar tavole sc.  c.  Conto de denari ch’io pago a Ms. Francesco Caporali scultore a conto delle statue per la casa Addi  di novembre  Hauto detto ms. Francesco a buon conto sc. quattro conto più sc.  in tutto Hauto il ditto Caporali per me da SS. Ticcj per a bon conto delle statue sc.  Addi  di febbraio Hauto sc.  Conto et disse dover comprar l’Olio di lino per darli il bianco sc.  Addi  di marzo Pagato tre conto al dicto ms. Francesco Caporali scultore sc.  Addi  detto Pagato a otto Facchini per il porto di dette due statue condotti da casa ms. Francesco sino al tetto della mia casa dove sono messe sc. tre e b.  per il vino che targhi fatti portare io con il mio carro sc. . Addi  detto A mastro Francesco sc.  per conto per resto delle due statue con li due targhi delle mia Arme messo sopra la balaustrata ne cantoni della mia casa et per la fattura et per il colore a olio datoli et un pezzo di marmo bianco per il Campo a un Arme d’accordo in tutto datoli ditti sc.  Addi  d’aprile Al detto mastro Francesco a conto delle due statue per sopra la ringhiera sc.  Addi  maggio per resto sc.  Et per il porto a facchini fino sulla ringhiera dove son messe sc.  c.  Conto di danari ch’io pago a Mastro Urbano da Spicheti ferraro a Piazza Madama a conto de’ lavori che mi fa alla mia casa Addi  di gennaio  per me da SS. Ticci sc.  a buon



conto di lavori che i fa più sorte di ferro sc.  Addi  d’aprile sc.  per me da SS. Ticci a conto delle piastre di ferro et chiodi per la porta della mia casa e altri ferramenti dati per detta casa sc.  Addi primo di settembre sc.  per me da SS. Ticci disse per le piastre che mancavano sc.  Addi  detto sc.  per cinque mezzi di olio comperi il detto Mastro Urbano per ungere la porta al pizzicarolo b.  Addi  di maggio  sc.  di moneta per me da SS. Ticci sc.  Addi  di settembre sc.  porto il suo fig. contanti sc.  Addi  di febbraio , sc.  per me da SS. Ticci sc.  Addi  di marzo, sc.  per me da SS. Ticci del Banco sc.  Addi  detto sc.  di moneta porto contanti mastro Urabno sc.  Addi  d’aprile sc. ,  porto conto per ogni resto del conto datoli d’ogni lavoro ferramenti per la casa come per il conto sc. , Addi detto sc.  per altri ferri hauti per detta casa come per un altro conto saldo sc.  Addi primo d’ottobre al chiodarolo per libre  di a b.  la libra per conficionare li piastre alla porta sc. , Sc. , Addi  di dicembre  sc.  contanti porto detto mastro Urbano E sotto li  de ottobre hebbe conto al quando sc.  Addi  di dicembre sc.  conto per resto e saldo del conto del cancello di ferro del giardino et altro in detto conto sc.  Et Addì  di marzo  per servatione per la sterpata per li cantine e altro come per il suo conto sc.  c.  conto dei danari pagati a mastro Pasquale Bolini carrettiere per a buon conto delle pietre condotte dalle forme cavate nell’arco e pilastro vicino a la marrana. Alla mia casa di Ripetta per fino a tutto dì  di dicembre ; in sette partite che noterò qui a piè cavata dal conto della spesa di dette pietre come addietro in qua a foglio  a  a ; se hora ho voluto far fargli il conto suo a detto Pasquale et levato detta somma dall’altro eseguiterò a notar qui li danari che darò al detto Pasquale, et le partite de danaro avute son queste che montano come a piè scudi  (...) Conto de danari che io pago a buon conto a mastro Girolamo Crespi carrettiere per il porto delle pietre dalle forme per la fabbrica della mia casa A dì  di febbraio  pro per medà Ticci scudi  A dì  di marzo pagato al detto mastro Girolamo per medà signori Ticci scudi  di moneta A dì  di aprile scudi  per medà sopraddetti signori Ticci totale scudi 


Conto de danari che io pago a mastro Giovanni Derra carrettiere al vicolo delli Orsini per il porto di tufi che si hanno dal monte Savello Addì  di luglio  per il porto alla casa di carrette  e prima parte conto a buon conto scudi  Addì  di settembre scudi  a Domenico Bologna carrettiere a buon conto di  carretti di tufi portati dal Monte Savello alla mia casa et alla vigna et per me da signori Tecci del banco scudi  Addì  di novembre scudi . a conto di tufi portati alla vigna dal Monte Savello Addì  di aprile  scudi . per il resto del porto di  carrette di detti tufi a Domenico Bologna carrettiere per me da signori Ticci in somma di scudi . pagati per mano di mastro Dionigi scarpellino come in questo a foglio  scudi . totale scudi . c.  Conto de denari che io pago a buon conto a mastro Girolamo Crespi carretiero per il porto delle pietre dalli forni per la fabbrica della mia casa Addì  di febbraio  scudi  per me da SS. Ticci Addì  di marzo Pagato a detto mastro Girolamo per me da SS. Ticci sc.  Et Addì due di aprile sc.  per me da SS. Ticci sc.  Conto de denari che io pago a Mastro Giovanni Derra Carrettiere al vicolo delli Orsini per il porto di tufi che si hanno dal Monte Savello Addì  di luglio  per il porto alla casa di carrettate  e palmi portò conto buon conto sc.  Et Addì  di settembre sc.  a Domenico Bologna carrettiere a buon conto di  carrettate di tufi portate da Monte Savello a la mia casa et alla Vigna per me da SS. Ticci del banco sc.  Addì  di novembre sc.  e b.  a conto di tufi portati alla Vigna dal Monte Savello sc. . Addì  d’Aprile  sc.  b.  per resto di porto di carrette di detti tufi a Menico Bologna carrettiere per me da SS. Ticci in somma di sc. . pagati per mano di Mastro Dionigi Scarpellino come in questa sc. . . c.  Conto dei denari che io pago a Messer Francesco Setti pittore per la mia Casa Addì  di febbraio  sc.  conto a detto mastro Francesco Addì  di maggio sc.  di moneta porto conto detto a messer Francesco a conto della pittura della facciata della casa come per le sue scritture della detta fattura sc.  Addì  di Novembre Pagatoli sc.  conto per mano di Messer Antonio Mazzantini muratore il giorno di San Carlo Benedetto

Addì  di Marzo  Pafato scudi che gleli porto Alessandro mio servitore a Monte Cavallo contanti E Addì  di maggio per olio di lino e biacca per tingere le finestre di peperino li stipiti a buon conto sc. . Sc.  Addì  di giugno Al detto Signor Francesco pittore scudi sei mandatoli per Valentino mio Cocchiero per il quale mel domando denaro con una sua polizza dalla mia casa Per Cartoni in far il modello delle lettere al Figliolo de Messer Orsino sc.  Addì  di luglio Al detto uno scudo per comprar olio di lino et biacca per il bianco a olio alle cartelle et striscie dalle bande di tutte le storie, sc.  Addì  di Agosto Al detto scudi  di moneta per me da SS. Ticci et sono per haver finito le pitture del primo fenestrato alto sotto alla Balaustrata In Cima della della mia Casa fino al dado di ritto primo fenestrato, . c.  Conto de denari che io pagherò a Messer Bastiano Aldigeri Vetraro per far le vetrate della mia casa Addì  di gennaio ° buon conto porto conto sc.  E Addì  di Gennaro  pagatoli conto scudi  come per la sua recevuta a conto delle finestre di vetro fattemi sc.  Conto di quello che io darò a Messer Giuseppe Mattei da Macerata per qualche statua che gli farò fare Carrette di peperini haute in due pezzi E Addì  di Gennaro  porto contanti sc.  Addì  di Febbraio sc.  Addì  detto sc.  Addì  di Marzo Hauto da me per mano del mio Cocchier sc.  (...) Addì detto per polvere di Marmo b.  Addì  di Aprile sc.  Et per olio per l’Arme della porta che va nel Giardino per il nero a olio b.  Et Addì  d’Aprile per spiaggie di ferro per dentro alle teste b.  Addì  per una soma di  scorze di polvere di marmo b.  Et per olio di noce per il nero delli due occhi b.  c.  Segue il conto delli denari che io pago per la spesa di molte cose per la fabbrica et restauramento della mia casa et monta quello che ho pagato come a dietro in detto medesimo quaderno Sc.  b. 




Addì  di Gennaio  Sc.  pagati al Signor Cesare Carabelli et per me da SS. Ticci per il prezzo di una grossa pietra di Travertino compra da Lui per farne il lastrone della ringhiera sopra la porta della mia Casa quale fu sei carrettate e palmi  a giuli  la carrettata condotto al suo porto et ne avanzerà per un lastrone simile monta sc.  b.  et solo agato detti sc.  Addì sei di febbraio per resto di palete e staffoni di ferro messi per la catena sopra la muraglia della cantonata della Casa a Messer Giovanni Maria Ferraro di N. S. conto b.  Addì  di Marzo  per Carrettate di pozzolana rossa hauta da Biagetto a Travertini et prestata il mio carretto per fabbricare alla Casa, sc . Addì  di Marzo per porto d’un pezzo i peperino a Mastro Francesco scultore da Casa per la Targa d’una a statua et per porto di due pezzi di travertino da messer Dionigi a Casa per sotto le base dei Pilastri b.  c.  Segue le spese varie per il restauramento et ornamento della mia casa et monta la faccia qui sotto sc.  b.  Et Add’  di Aprile  per piombo a Mastro Dionigi Scarpellino disse per mettere alle sprangature et impernature n più luoghi, b.  Addì  detto a messerr Dionigi scarpellino per piombo conto b.  Addì  detto sc.  b.  pagati al Signor Fabbritio che desegna le lettere (...) del mio nome fatte alla porta et al Camino della mia Casa sc. , Et Addì  di maggio sc.  pagati cont a Jacopo Lauro intagliatore in rame del libro delle antichità di Roma e delle cose moderne più celebre nel libro che stamperà per il disegno della mia casa della Vigna et per che mi dia uno di detti libri quando gli sarà stampati con gl’inscrittione sc.  Et Addì detto per nove opere a b.  pagati a Vangelista Vignaiolo per cavar la pozzolana della grotta per servitio della casa sc.  Et olio per il lume in grotta b.  Et Addì  di Giugno a Messer Dionigi per piombo per le quattro statue per spagarli et per le spranghe della cimasa della ringhiera b.  Et più per far rimettere la pozzolana a mastro Benedetto falegname b.  Et più per rimettere un’altra carrettata b.  Addì  di luglio a mastro Antonio muratore per chiodi per far li modelli di calcina sotto all’orticino della Muraglia del c ortile della Casa conto b.  Addì detto a Messer biagio pozzolanaro sc. ,  per carrettate di pozzolana rossa caricata a travertini et portata alla mia casa con il mio carretto in otto viaggi d’accordo di tutto quanto di porto sc. , 



c.  Segue li denari che io pago per più varie spese (...) fabbrica della casa (...) E Addì  di luglio (...) a Luca Vanini calderaio per due canali di rame messi al mattonato della torre per scolar l’acqua sc.  Et Addì detto al cocchiere per fare aiutare a caricare il carretto della breccia portata alla vigna b.  Et Addì  detto all’imbiancatore per giornate  e mezzo (...) per aver imbiancato nella casa in due settimane con la mia calcina sc. . Et Addì  di settembre per tavole d’albuccio doppie scorniciate (...) con le bande delle catene (...) ussate per (...) alla casa (...) et per due bandelli a una finestra che (...) Addì  detto a mastro Giovanni imbiancatore per opere a imbiancare la casa a b.  il giorno et più per aver imbiancato una torre prima et due stanze alla vigna in tutto (...) sc. . (...) a mastro Antonio per bandello e cancani per porte e finestre rifatte alle casette nel levarle dalli giardini b.  Addì  detto per tre carrettate di pozzolana rossa pagate a m. Biagio pozzolonaro ai Travertini per la casa contanti b.  E Addì  di novembre sc.  e b.  per il costo di cinque pesi di calcina comperi per l’orto della casa per quel muro del signor duca Conti a  giuli il peso portò contanti il segretario di monsignor mio fratello (...) sc. . E Addì  novembre all’imbiancatore per aver dato un’altra mano di bianco al palco della torre alta et ad altri rappezzi contanti b. c.  (...) c.  (...) per uno spago rinforzato per farne il filo col suo aspo per disegnar li viali e tirare i fili per il giardino b. e per due opere a un manovale per fare votare et aprire la chiavica del cortile grande della casa b. (...) et per fare acconciare la (...) da carreggiare la terra nel giardino (...) per un’opera nel giardino a portarvi la terra baiocchi  (...) c.  (...) a un garzone di mastro Antonio per cavar mattoni e terra al giardino b.  (...) addi detto a mastro Benedetto falegname per due quinterni di carta e per bulletti spago et farina per li telari dell’impannati b.  (...) E Addì detto sc. . pagati a mastro Dionigi scalpellino per il costo del travertino messo di suo per gli zoccoli della porta e per giunta al lastrone della ringhiera palmi  e due terzi sc.. e più per panni  di marmo nero in due pezzi messi per l’armi nelle due targhe delle statue


sopra la ringhiera in cima alla facciata sc.  et più per palmi cinque di marmo bianco gentile per l’arme d’una targa di palmi  di detto in tre pezzi per la Roma in tutto palmi  a b.  il palmo contanti sc.  c.  Segue il conto di mastro Giuseppe Mattei come qui a diettro per lavori che fa alla mia casa sc. . E Addì  di maggio per cinque scorzi di polvere di marmo pagati per lui al mio cocchiere b. Addì  d’agosto sc.  contanti a conto de lavori e più baiocchi  per stucco della testa (...)

con il peduccio scrittovi Roma messa nel cortile sopra la porta del Giardino della mia casa tutta fatta di marmo et l’adornamento dell’occhio con lo stucco, sc.  Conto dei tufi che io pagherò per la mia casa compra a Monte Savello a  giuli la carrettata Addì  di luglio  masttro Annibale Artimisi sc.  per  carrettate per lo scalino nella via delle Scalette (...) c. Conto dei denari che io pago a mastro Pierantonio Saetta milanese per li stipiti di porte e finestre di peperini usati et fusti di dette porte et finestre compre da lui (...) tre porte di pietra di peperini intavolate palmi  lunghe et  larghe una porta di peperino piana lunga  palmi et larga  (...) una porta et finestra per ringhiera piana ovvero liscia (...) una porta di fusto di legname con lo sportello bandello et catenaccio tutto usato (...) sc. .

c.  Spesa ch’io farò per l’acqua da condursi alla mia casa per la fontana per il breve dell’oncia d’acqua vergine di Trevi donatami dal Signore Papa Paolo V con sigillo del Signor cardinal Camerlengo Pagato all’officio di SS. Maestri di Strade a sc. , Et per la fistola di metallo et la chiave per aprirla et serrarla che tutte pesano libre  a b.  la libra per mettere il condotto grande che viene a Roma con l’Acqua Vergine del Trevi sc.  Et per il modello di piombo della mia arme da gettarlo di metallo sopra la chiave di detta fistola al sigillaro a b. Addì  di gennaio  sc.  pagati a buon conto a Melchiorre Valerio per la fontana compra sc. Et Addì  detto sc.  di moneta pagate a Melchiorre Valerio per resto del prezzo della fontana comprata da lui per sc.  come per la sua ricevuta che stava ritta nel cortile della casa della sua vigna sopra il Tevere b.  rincontro a Tor di Nona passata la vignola cioè la fontana antica Una tazza grande palmi  e mezzo di diametro di marmo granito durissimo il piede della detta tazza di marmo duro bigio mischio a balaustro il tazzino di marmo gentile bianco per sopradetta tazza sbusato et il balaustrino di detto tazzino sc.  E addi  detto sc.. pagati a mastro Pasquale Carrettiere per aver levata tutta la detta fontana alla sopradetta vigna et portata alla mia casa un due viaggi con due cavalli sc.. (...)

c.  Conto di spese per la casa da comprarsi dalla Compagnia o vero oratorio di S. Marcello del SS. Crocifisso per unirla con la mia casa grande a mastro Giovanni Paolo Ferreri architetto per haver fatta la stima et la misura di tutta la casa et levatone la pianta pagatone conto sc.  (...) E Addì  di dicembre pagato conto a Mastro Giovanni Paolo Ferreri Architetto e misuratore per riconoscimento et intero pagamento della misura et stima fatta di detta casa come mio chiamato in compagnia di Domenico Attivanti Architetto e misuratore chiamato della compagnia del SS. Crocifisso di S. Marcello di Roma patrone di detta casa da me domandata et fatto monitorio in vigore della bolla (...) et contenti ancora della misura et stima et del laudo fatto dalli detti due chiamati che hanno stimato tutto sc.  b.  et resta a farsene del contratto nel qual atto io ho detto di far buono di più la pigione dal giorno del monitorio fatto sc.  Addì  di gennaio  a mastro Dionigi scalpellino per la porta per  opere a b.  per rifare le bozze che erano della porta di casa grande che se ne fa la porta in detta casa per la rimessa sc. . et per quattro opere di manovale a portare la terra della casa nel giardino sc. (...)

c. Segue il conto de denari delle statue et di quello che io pago a mastro Francesco Caporali scultore come in questa dietro a c.  la quale faccia monta a sc. . Et Addì  di maggio porto un pezzo di marmo da mastro Dionigi a casa di Mastro Francesco compro da mastro Dionigi per la testa della Roma, b.  Addì  detto al detto messer Francesco a conto del busto sc.  Et Addì  di giugno sc.  contanti E Addì  di luglio al detto messer Francesco Caporali scultore sc.  per resto della fattura della testa et busto

c.  Segue conto di spese per la casa da comprarsi dalla Compagnia o vero oratorio di S. Marcello del SS. Crocifisso E Addì  di gennaio  sc.  pagati a Giovanni Derra per sei carrettate di peperino a giuli  la carrettata condotte a casa per la fabbrica della casetta sc.  Addì  detto a mastro Dionigi per  opere a b.  per le bozze della porta della rimessa (...) Et addi detto a messer Bernardini per giornate sue et un garzone a disfare la soffitta et altro in detta casa sc. . Et per gesso e chiodi per la scala lumaca b. et più per




. Conti delle Case cioè Prima Compra e Spesa per la Fabbrica di mano d’Amerigo Capponi, -, cc.  e  in cui sono annotate le spese per l’acquisto della fontana grande posta in asse con il portone d’ingresso e quelle per il restauro di una scultura raffigurante Roma affidata a Francesco Caporale.

porto di un vaso con un melangolo per il giardino (...) c.  Segue la spesa della casetta et monta come qui da contro E Addì  di marzo sc.  a mastro Dionigi scarpellino per cinque opere per la pietra di marmo gentile per far l’epitaffio et per lustrare il balaustro della terrazza della fontana et per altro contanti sc.  Et Addì  detto sc. quatordeci pagati a mastro Giovanni Fagioli muratore et per suo hordine a mastro Bendetto falegname disse per il costo di quattro travi per li solari della casetta sc. sono stati detti sc.  et non  Et Addì  detto a mastro Biagio pozzolanaro per  carrettate di pozzolana b.  la carrettata condotta in sul porto vicino alla mia casa per nove b.  portò contanti sc. . Et Addì  detto sc.  b.  al Cesare Carapelli per il prezzi di  pesi di calcina a b.  il peso Et Addì  detto sc. .  pagati a mastro Dionigi scarpellino per opere sette a b.  alla pietra della casetta sc. , c.  Segue la spesa della casetta et monta la faccia qui sotto sc. ,  (...) Hauto da mastro Giovanni Fagioli muratore disse sono per servire il solaro et tetto della stalla et fienile della casetta, b.  (...) c.  Segue la spesa della casetta et monta come qui da contro Et Addì  di maggio a mastro Dionigi scarpellino per  opere di scarpellino per fare pietre per la finestra ferrata sotto alla porticina che entra in casa b.  E Addì detto b.  pagati all’offizio dei SS. Maestri delle strade per la licenza sottoscritta dal sostituto del Boccamazza et del Signor Lorenzo Altieri maestro di strada per poter mettere di nuovo due piastroni dinanzi alla piccola casetta come per gli altri della Casa grande come si vede in detta licenza fatta sotto il dì  di marzo passato (...), b.  c.  Segue la spesa per il condotto dell’acqua et per la fontana e fontanelle della mia casa in tutto a c. , sc. ,  E Addì  di febbraio  a mastro Giuliano Carabelli et mastro Antonio Petraglia muratori compagni a far il condotto sc.  di moneta per me da SS. Ticci fatti creditori al conto di moneta sc. 




Et Addì  di marzo sc.  di moneta pagati da me a SS. Ticci (...) Addì  di maggio sc. , per  opere e / d’un lustratore a b.  il giorno pagati a Mastro Dionigi scarpellino per nettatura della tazza di granito grande et del tazzino di marmo gentile et del balaustro piccolo della fontana del giardino sc. , Et Addì  di giugno dati al giardiniere dove è la botte dell’acqua b.  Ricordo come Addì  di maggio si comincio a nettar le canne di piombo per il condotto della mia acqua nel giardino di Capo di ferro E Addì primo di giugno in giovedì la mattina venne l’acqua nel giardino della mia casa Addì  di giugo sc.  pagati a mastro Dionigi scarpellino per un’opera per la fattura delle lettere del mio nome intagliate nella lastra di marmo et la mia Arme di rilievo messa per memoria sopra la fistola del condotto nella botte del giardino di capo di ferro dove si piglia la mia acqua condotta di lì alla mia casa, sc.  Et Addì detto sc.  pagati a SS. Calvi che sanno a piazza Sciarra per mano di Mastro Antonio Petraglia per il prezzo di una tazza grande di marmo bianco con il tazzone et piedi a balaustra per la seconda fontana del mio giardino sc.  c.  Conto di mastro Giovanni Fagioli muratore per far la scala lumaca alla casa grande et per rifar la casa compera dalla Compagnia del SS. Crocifisso di San Marcello (...) c.  Segue il conto di Mastro Giovanni Fagioli muratore et monta la faccia qui sotto sc. ,  (...) Et nota che tutti li danari che detto Mastro Giovanni ha pagato per pozzolana pietre et altre cose occorse in tutto ogni settimana quanto mi ha sempre detto et mi assicura che non resta niente a pagare e dette spese sono giornalmente scritte in queste medesime al conto delle spese diverse di detta casa fabbrica sc. ,  (...) c.  Segue il conto della spesa del condotto dell’acqua et fontane et altro come a dietro, sc. , E Addì  di giugno per un’opera a mastro Dionigi scarpellino per slargare et sfondare il buso del balaustro di marmo mistio della tazza grande sc. , (...) Et Addì  detto b.  a mastro Dionigi scarpellino per opere et per havere arrotate et nettata la tazza e balaustra

di marmo per la fontana del viale del giardino et la tazzina della fonte grande et ristuccato il tutto b.  (...) Et più per opere al detto mastro Battista lavorato alla tazza grande di granito perché getti fuora l’acqua al suo giro (...) et per rifare il tazzino di marmo della fontana grande assottigliato tutto perché non tiri l’acqua sotto et fattovi due arme et due maschere et per haver acconcio il balaustrino suo et acconcio la tazza grande di granito et acconcio il tazzino della fontana del viale c.  Conto de denari che io pago a Mastro Battista de Giudici scarpellino a Marino per le finestre grande et per li mezzanini di pietra di peperino per la casetta nella facciata Addì  di febbraio  sc.  (...) c.  Conto delli denari che io pago a Mastro Battista de Giudici scarpellino a Marino per le finestre grande et per le mezzanini di pietra di peperino per la casetta (...) c.  Conto de denari che io pago per scassare il giardino della casa e prima Addì  di marzo  (...)  opere et scassare et scassare et piantare il giardino sc. , Addì  detto  opere per spianare lo scasso et piantar li fossi per piantar li  merangoli, b.  Cera gialla per coprir le tagliature degli melangoli tagliati, sc. , Et per due giornate pagate al giardiniere per piantar li detti melangoli a b.  il giorno, b.  (...) Et per la gabella delli  melangoli alla Dogana di Ripa chiamata la palizzata b.  Et Salci per legare le canne a detti melangoli b.  (...) sc.  di moneta per il costo e conduttura da Gaeta de le trenta anzi  piante di Melangoli piantati nel giardino della mia casa (...) c. v Conto de denari che io pagherò a mastro Gio Battista Bertocchini stagnaro in borgo per le canne de piombo che mi darà per il condotto dell’acqua della fontana della mia casa. Addì  di aprile scudi  per me da Signori Ticci. E addì  di giugno scudi cinquanta di moneta al sopra-




detto mastro Gio Battista Bertocchini dal banco de signori Ticci fatti creditori nel mio libro al (...) a buon conto delle canne di piombo per il condotto dell’acqua della fontana della mia casa. E Addì  di settembre scudi cinquanta di moneta portò mastro Gio Battista contanti scudi . E Addì  d’ottobre scudi cinquanta portò mastro Gio Battista medesimo contanti scudi . E Addì  di gennaio  scudi venti di moneta portò contanti lui medesimo. E Addì  di febbraio scudi dodici di moneta portò contanto il detto mastro Gio Battista. E Addì  di luglio  scudi undici di moneta portò mastro Gio Battista sopradetto contanti per resto et saldo de quanto ha dato de piombo et lavori de canne e per mettitura in opera come per sua conti saldi et pagato per resto d’accordo in tutto scudi . E Addì  di dicembre a mastro Francesco stagnaro fratello di mastro Gio Battista conto de lavori che fa per le fontane del giardino scudi dodici contanti. E Addì  di gennaio  scudi sette baiocchi trenta pagati a mastra Francesco stagnaro sopradetto per [lacuna] canne di piombo et altre opere fatte da lui alli condotti e fontane del giardino come per il conto saldo e pagato con le chiave messe e legature e saldature. c.  Segue la spessa della mia fabbrica della mia casa et monta adietro in (...) scudi , E Addì  di giugno  scudi diciotto pagati a mastro Gio Fagiuoli muratore in somma di scudi  per me da signori Ticci et sono disse per  carrettate di pietra e pozzolana haute da (‘) persone a baiocchi  la carrettata. E Addì  detto pagato a mastro Gio muratore per  carrettate di pozzolana a baiocchi  portata scudi tre, carrettate di selci per la stalla scudi ,. E Addì detto per opere una et altro a mastro Dionigi scarpellino per la fenestra della porticella et impiombatura ad essa scudi . Et per libre  di piombo al detto per detta ferrata et per li spranghi della ringhiera scudi  E addi detto scudi  e baiocchi  pagati a mastro Gio Bertoni fornaciaro per me dalli signori Ticci et per  tegole a scudi  il cento , scudi  E  mattoni et pianelle a scudi ,, scudi ,. E Addì  a mastro Gio. Fagiuoli per  carrettate di selci a baiocchi , scudi ,.  carrettate di pozzolana a baiocchi  , scudi ,. Et per il porto di  carrettate di pozzolana dalla riva del fiume a baiocchi  a casa, scudi  E Addì detto per scarpellinare li pilastrelli della ringhiera a mastro Dionigi per opere due a baiocchi  da Ticci in somma di scudi ,  pagato scudi  E Addì detto scudi  baiocchi  pagati a mastro



Bernardino di Bastiano di Stefano pozzolonaro lucchese per me da Ticci per  carrettate di pozzolana a baiocchi  dalla riva del fiume monta e per il porto di  carrettate a casa portate da lui baiocchi  il resto pagato a mastro Gio scudi  E Addì  detto scudi  e baiocchi  a mastro Dionigi scarpellino per opere  un terzo a baiocchi  messe a slargare il buso della tazza di granito et balaustro da capo a piè per potervi entrar le canne, scudi ,. E Addì  detto a mastro Gio Fagiuoli per  carrettate di pozzolana a baiocchi , scudi , E Addì  di luglio a mastro Gio Fagiuoli per  carrettate di pozzolana a baiocchi , scudi ,  carrettate di selici a baiocchi  scudi , E Addì  detto a detto mastro Gio Fagiuoli per  carrettate di pozzolana a baiocchi  scudi ,  carrettate di selici scudi  scudi , c.  Segue la spesa in più cose per la fabbrica della casa piccola giunta alla grande e monta la faccia qui sotto E Addì  di luglio a mastro Dionigi scarpellino per un’opera alli stipiti della porta delle camere nobili scudi  E Addì  detto a mastro Gio muratore per  carrettate di pozzolana a baiocchi  scudi , E Addì detto a mastro Dionigi scarpellino per due e mezzo opere per accomodare una fenestra a le camere di sopra nella casetta nuova la quale guarda verso Roma et altre fatture a baioccho  l’opera scudi  E Addì  detto scudi quattordici et baiocchi  pagati a mastro Ambrogio fornaciaro per me da signori Ticci et sono per il prezzo delle  migliara et  mattoni e piani a  giuli il migliaro sono scudi ,  tegole a giuli  il cento scudi  E Addì detto scudi undici e baiocchi  pagati a mastro Gio Bertoni fornaciaro per me da signori Ticci e sono per la valuta di  migliara di mattoni a giuli  il migliaro e portò pianelle, scudi , E Addì  di luglio scudi t baiocchi  a mastro Gio muratore in somma di scudi  per me da signori Ticci et sono per condotti messi alla prima casina per acconciare il condotto, scudi  Per polvere di marmo per far acconciare le bugne della porta del giardino scudi  Per (?) et colori per dar il colore di porfido alla fontana grande scudi  Et nove carrette di pozzolana a baiocchi  scudi , E Addì  di agosto scudi dua baiocchi  a mastro Gio Fagioli in somma di scudi  per me da Ticci per  carrettate di pozzolana a baiocchi  scudi , E Addì detto a mastro Dionigi scarpellino per  opere a torraccino per far chiusoni e (?) per le chiave de condotti


dell’acqua baiocchi  et per me da signori Ticci scudi  E Addì  detto scudi  e baiocchi  pagati contanti a mastro Dionigi scarpellino per sei opere a mastro Torracino a baiocchi  per ritoccar tutto il camino di travertino della camera principale nuova et per li chiusini dell’acqua scudi , E Addì detto a mastro Gio muratore in somma di scudi , per me da signori Ticci per  carrettate di pozzolana a baiocchi , scudi , E Addì detto scudi  baiocchi  pagati contanti a mastro Dionigi scarpellino per quattro opere di mastro Torracino a baiocchi  per far le pietre della porta e serrature della gelosia che va a mezzanini et per me da Ticci in somma di scudi , a mastro Benedetto falegname scudi , Segue di conto a scudi , c.  Segue la spesa per la fabbrica della casa e mostra la faccia di contro sc. . Et Addì  di agosto  ,  a mastro Giovanni muratore per le carrette di pozzolana, sc. . Et per  mattoni che disse haver pagati lui rossi per li mattonati sc. ,  Et per colore et mova per far la Peschiera et dado della facciata per me da SS. Ticci insomma di sc.  a detto mastro Grovini, sc. ,  Addi detto sc.  a Mastro Dionigi scarpellino per gesso per il cammino della camera principale sc. , Addi  detto a mastro Giovanni Bertoni fornaciari sc. ,  per me da SS. Ticci et per valuta di mattoni per amattonare  migliara et a  giuli il migliaro, sc. ,  Addì detto sc. ,  a Mons. Vescovo mio fratello per me da SS. Ticci et sono per  pesi di calcina a giuli  il pezzo pagati per me al Sig. Duca Conti hauta dalla sua fornace per la mia casa sc. , Et Addì  di settembre sc.  per piombo per la ferrata del poggio sotto la porticina in strada a Mastro Giovanni muratore, sc, Et Addì detto sc.  pagati Torraconi scarpellino per  opere sc.  Addì detto sc. Sc.  pagati per segatura della colonna di marmo bianco a faccie messa alli stipiti della porta della rimessa dalle bande a terra per guardia delle Ruote sc.  Addì  detto sc. , a Mercurio soldato pittore per restaurare e rifare le pitture di prospettiva Alla casa nella loggia del giardino contro la fonte, sc. , Addì  detto sc.  , pagati a mastro Giovanni Bertone fornatore per  migliara di mattaoni in due volte per la casa sc. ,  tevoli et canali a sc.  il conto, sc.   pianelle a  giulii il migliaro, sc. , et Addì detto a mastro Giovanni Fagnoli muratore per

carrettate di pozzolana a b. , sc. , Et per condotti di terra cotta et chiodi sc. , Et addi  di settembre sc.  pagati a mastro Giovanni e mastro Antonio compagni imbianchini a S. Agostino a buon conto pe rimbiancature fatte alla casa come per il lor conto sc.  Et per due fattioni di mastro Francesco soldato che l’ho pagato perché stesse a detta casa sc , Addì  di novembre a mastro Giovanni Battista scarpellino per piombo per impernare la finestra serrata innanzi la porta grande di casa E Addì  detto a mastro Giovanni Fagiuoli per una carrettata di pozzolana sc. , c.  Addi  di novembre  a mastro Giovanni Fagiuoli dopo il conto fatto seco Per  opere per far la scaletta sopra le vasche et per altre fatture a sc. , l’opera sc. , Per  opere di manovale a b. , sc. ,  Per  opera a b. , di più fatta il mano sc. ,  Et per un canale per il tetto s c. ,  Et Addì  detto per un peso di calcina per imbiancar in casa et per la cavatura della fornace et farla portare tutto sc.  Et Addì detto a mastro Giovanni Battista scarpellino per due opere a sc. , per aver fatto uno stipito di travertino alla fenestra ferrata in terra innanzi alla porta et messo la ferrata pagato sc.  Et Addì detto sc.  pagati a Gaspare de Vecchi architetto per haver misurato tutte le mie casette nella via delle scalette et cavatone la pianta et scandagliatone quanto grano harebbe intrato in dette casette a ridurle a granari, sc.  Et Addì  detto a Mercurio soldato per comperare colore per dipingere la prospettiva sopra la fontana nel giardino rincontro alla porta sc. , Et Addì  detto per far portare due piante de melangoli alla mia casa per il giardino haute da Monsignor sc. ,  Et Addì detto a mastro Benedetto falegname per olio per la porta, sc. , Et Addì detto per il porto delle piante de melangoli nelli vasi sc.  Venute da Gaeta per il mio giardino di casa portate da Ripa et per li  cipressi per la vigna sc. ,  Addì  di dicembre per opere , pagate a mastro Giovanni Battista scarpellino a b.  per disfare le lettere nel marmo della fontana della mia casa nella strada et rispianare il marmo per poter rifarli, sc. , Et Addì detto sc. ,  pagati al signor Cesare Carabelli sc. ,  per me da SS. Ticci fatti del conto loro et sc. ,  et sono per il prezzo di  pesi di calcina che ho hauto per lui per tutto questo giorno sc. ,  Et Addì  detto sc. , uno a Mastro Giovanni




Fagiuoli muratore sc.  carrettate di pozzolana per il muro nel giardino sc. , Et Addì  detto per  carrettate di detta per fare detta muraglia compere a Ripetta portate con il mio carretto a ragione di sc.  di moneta, sc. ,  c.  Segue il conto de danari ch’io pago a mastro Benedetto Falegname e monta la faccia a sc. ,  E Addì  di luglio  sc.  per me da SS. Ticci del Banco, sc.  (...) Addi  detto ssc. ,  per lui a mastro Bernardo fallegname a Casa Pia et per me da SS. Ticci et sono per comprare  tavoloni d’albuccio per farli porte et le fenestre alla casa nuova sc. , Addì  detto sc.  per me da SS. Ticci disse per l’opera di questa settimana et per far segare le sopraddette tavole sc.  (...) Addì  detto per  sc. Di moneta per me da SS. Girolamo e Bartolomeo Ticci sopradetto sc.  Addì  detto sc.  per me da Ticci insomma sc. , e  giuli sono per mastro Dionigi in detto mani di Mastro Benedetto sc.  (...) c.  Segue il conto di quello che io pago a mastro Battista de Giudici scarpellino a Marino come al suo conto Addì  d’agosto  sc.  porto lui stesso conto per il prezzo delle pietre della porta fatta nel cortile per entrare nel tinello della casa cioè li stipiti architrave fregio cornici et la soglia che in tutto fanno palmi  a sc. , ? il palmo condotto da marino forniti sc.  c.  Segue li denari ch’io pago per la spesa pel condotto dell’acqua et delle fontane della mia casa e monta in questo a sc. . Addi  d’agosto  sc.  pagati a mastro scultore altezza magna granito per haver cavato sotto il giro dell’ labbro della tazza di granito della fonte principale di casa la quale tazza a noi serviva perché tirava l’acqua sotto in su il piede et questo l’ha assottigliata che è più bella intorno et fa bellissima pioggia haverlo levato del corpo et slargato l’orlo bene incavato che la fa piovere sc.  Addì  di settembre sc.  a conto a mastro Giovanni Fagiuoli disse pagati a mastro Cicco muratore per li fontane sc.  Addi  detto sc.  pagati conto a mastro Francesco Beltrami ottonaro in borgo per  chiave d’ottone per le fontane qui appie saldo d’accordo come per il suo conto cioè  chiave grossa per dare l’acqua e levarla alle fontane



(...) che stanno nel chiusino accanto alla fontana grande nel giardino sc.   chiave che serve a dar l’acqua a zampilli ll.  nel chiusino del giardino incontro alla scala a lumaca sc. ,  chiave pur di metallo per dar l’acqua alla fonte della strada che è l’andito della casa di S. Marcello a canto la rimessa ll. , e b.  la ll.  chiavette di metallo ll. che è una per la cucina et l’altra per il tinello et una per la casina sc. , Nota che ci è l’altra chiave grossa nel chiusino che sta presso alla fonte grande per dare et levare l’acqua alla fonte nel mezzo del viale del mezzo del giardino (...) Addì  di luglio sc.  pagati a Mastro Domenico ferraro in Borgo Vecchio per il paletto di ferro da voltar chiave per dar l’acqua alla fonte et a zampilli sc. , Addi  d’agosto a un giardiniere per far mettere li cedri in spalliera sc. , E addi  d’agosto a mastro Giuliano et a mastro Antonio Petraglia per haver fatto acconciare il ritorno della fontana della strada et la nicchia di marmo sc. ,  c.  Segue la spesa per il condotto et per le fontane della casa e monta la faccia di contro et per tre chiusini nel giardino fatti di peperino et il coperchio di travertino fondi che servono E per tre chiusini nel giardino fatti di peperino et il coperchio di travertino tondi che servono con le chiave uno a sfogare il ritorno dell’acqua per la fontana in mezzo al Giardino et uno per sfogar l’acqua della fonte in capo al Giardino ed il viale ch’el mezzo et uno dentro alla loggia del giardino per dare e tor l’acqua della fonte della prima casetta nella via delle Scalette a mastro Dionigi scarpellino sc. , Et per gli anelli di ferro sc. , Et per rinettature delle tazze di marmo e sua balaustri e pomice pagati sc. ,  E piu per nove pesi e mezzo di calcina di Tivoli compra da Pietro Chino per fare la chiavica nel giardino per il ritorno di tutte le mie fontane e dell’altre acque del giardino e del cortile sc. , Et più per carrettate sc. , di pozzolana portata con il mio carretto per detta chiavica in  viaggi a b.  la carrettata pagata a mastro Numa Pompilio cognato di messer Mario Marcucci pozzolanari sopra Tor di Nona porto conto il detto Mastro Numa per resto e saldo sc. , Et per mezzo peso di calcina pagati a mastro Francesco Soldato al Carabello et b.  a contanti E addi  di novembre  a mastro Giuliano Carabelli et mastro Antonio Petraglia muratore sc.  di moneta portorno conto il maggior sc. ,  et sono come per il conto per saldo d’accordo per la chiavica grande che


passa della casa grande per tutto il giardino et sotto la quarta mia casetta nella via delle scalette et fino alla chivica del Signor Cardinal del Monte che va a fiume et oltre alla acque di mio cortile e di tutto il giardino e de ritorno di tutte le fontane anco vi entra l’acqua de cortile di due mie casette fatta tutta con massiccio et lavoro di mattoni sopra e dalle bande Et per manifattura della nuova fonte nel muro in capo al giardino et suo ritorno et sfogatoio et per la condotta fatta e zampilliera della fontana in mezzo al Giardino et per la chiavica della sua peschiera et per lo sfogatoio di detta fontana di mezzo che non vi si era et per il condotto della peschiera bassa della fonte grande che va nella chiavica et per il chiusino che da l’acqua alla prima casetta fatta nella loggia sc.  c.  Segue la spesa de condotti dell’Acqua et delle fontane di casa e montala faccia qui sotto E Addì  di novembre  sc. ,  pagati conto a mastro Giuliano a mastro Antonio muratori insomma di sc. , per pietra e tavolozza et per condotti di terra pagati per me per la chiavica e tavolozza et per condotti di terra pagati per me per la chiavica e nella fontana nella carta qui sotto e come per il conto saldo a detto muratore sc. , E addi  di dicembre , pagati a mastro Francesco Beltramelli ottonaro in borgo porto conto per tre chiave Una chiave di metallo grande ll.  per lo sfogatoio del condotto della fontana in capo del giardino, sc. , Una chiave di metallo ll. per dar l’acqua a zampilli della fontana del mezzo del giardino a torno a torno sc. , Una chiave piccola nella loggia per dare o levare l’acqua alla casetta In tutto come per il suo conto saldo sc. , Et Addì  di dicembre  a mastro Antonio Petraglia muratore sc. , conto per il chiusino di travertino con il coperchio per mattoni le chiave per dar l’acqua alli zampilli della fontana del mezzo del Giardino disse pagarli allo scarpellino sc. , E addi  di luglio  a mastro Antonio Petraglia muratore sc.  porto conto et sono per la mia terza parte di tutta la spesa fatta nel bottino nella strada di S. Jacopo degli incurabili rincontro la porta dell loco orto il quale bottino serve per sfiatatori di detti  condotti cioe per il telaro et per il coperchio grossi di trevertino et per la canna di piombo et per stagno et safilatura della detta canna et per cavatura di detto bottino et calcina et per murarlo et per l’opera del muratore pagato ciascuno per sua parte sc. , Nota che il Vantaggi non ha parte in detto bottino non sfiatatori per lui non sendo concorso a nulla di detta spesa et solo il Carabello l’occhialaro et io

c.  E addi  di dicembre  sc. ,  pagati Segue le spese diverse per la fabbrica della mia casa e montano come a dicta in questo medesimo quaderno sc. ,  E Addì  dicembre  per sc.  e b.  pagati contanti a mastro cesare Dominichi alias battilauro romano in  piastre fiorentine per havere disegnato et intagliato nel marmo della fontanina della mia casa nella strada dove getta l’acqua nella nicchia in tutto il distico et il mio nome et il millesimo letterine sc. , Addi detto all’imbiancatore a bon conto delle stanze ultime alte et cantina sc. , Addi  di gennaio  a mastro Giovanni Fagiuoli sc. ,  porto conto disse haver pagati per  carrettate di pozzolana per la muraglia del giardino, sc. , E addi  detto sc. ,  pagati contanti a mastro Giovanni Fagioli sopraddetto et sono per le opere messe neli muri del giardino della casa dalle bande et in capo et rituccato la camera della seconda casetta fatto un camerino et il mignano et dati lume al cortiletto di detta casa come per il conto saldo con detto mastro Giovanni et pagati per resto sc. ,  E addi  detto sc.  et  porto conti il detto mastro Giovanni Fagiuoli per fornire detti muri del giardino et portar via la robba nelle cantine et metter su la tavola di travertino nel cantone del giardino et finire di accomodare la casetta et mettere un chiusino nella loggia del giardino per l’acqua cioè scudi . Cinque opere di mastro Prospero a baiocchi  Cinque opere a mastro Giovanno b.  Cinque opere del suo ragazzo a b.  Sei opere del garzone a b.  Per gesso per li calcani messi scudi . Et Addì  detto a mastro Giovanni Fagiuoli per l’ultimo lavoro fatto nel giardino porto conto scudi . Tre opere del detto Giovanni a baiocchi  Tre opere del suo manovale a baiocchi  Tre opere del suo ragazzo a baiocchi  Et Addì questo a mastro Dionigi scarpellino per scarpellatura per riquadrar la tavola di travertino nel giardino e per far due soglie et il chiusino nella loggia per il pozzo per quattro opere a baiocchi  Et per gesso per ingessare le campanelle nel cortile della stalla et rimessa scudi  et per cinque viaggi del mio carretto di pozzolana pagati scudi  e mezzo a carretto e baiocchi  al pozzolonaro scudi  e b.  c.  Segue la spesa della fabbrica et altro per la mia casa grande et monta la faccia qui sotto Addì  di gennaio  per far lavorare nel giardino a uno scudi  et più scudi , tanti sono per il prezzi di sei arcarecce compre e già per servirmene alla vigna del ma-




gazzino di legnami a piazza Nicosia a b.  l’una et poi hanno servito per li solari et altro per la mia casa grande scudi . Addì  di febbraio scudi tre contanti al signor Iacopo Lauro per a buon conto dei disegni della casa per la stampa in rame scudi  et più giuli  a suo figli Et Addì  di marzo a mastro Roscio Picchetti stuccatore per far l’imbrecciata a cordini intorno alla peschiera della fontana nel mezzo del giardino di casa fatta di brecciuoli di porfido et di marmo giallo et marmo bianco per quattro opere sue a b.  Quattro opere del garzone a b.  Et Addì detto a Francesco di Bernardi carrettiere per il porto di un pezzi di travertino di quattro carrettate compere dal Carabello per fornire gli scaglioni intorno alla fontana grande nel giardino et lo scaglione alto alla fontanina della strada pagato contanti b.  Et Addì detto per due carrettate di scaglie di travertino per fare l’imbrecciata intorno alla fontana del mezzo del giardino et per portar fuora li serci dalla stanza per spezzarli la detta imbrecciata. Addì  detto a mastro Rocco muratore per  e mezzo opere di mastro scudi . Quattro e mezzo del garzone a b.  per fornire l’imbrecciata di scaglie di trevertino et di serci et di mattoni in coltello intorno a tutto l’ottangole et così alle sue guide fino alla cordonata fatta di brecce di porfido in marmi di più colori intorno a detta fontana b.  et per calcina compera che mancava per fornire detta imbrecciata b.  et più al figlio di Iacopo Lauro che stampa b.  c.  Segue la spesa della casa e casetta che gli sono attaccate nella via delle scalette et monta la faccia di contro scudi , Et Addì  di marzo  scudi e  pagati al padre mastro Alberto da Tortona conto loro sindaco e collettore per la pigione di  mesi della casetta compra da detti frati e convento sotto li  di ottobre fino ad oggi che io gli ho pagato il prezzo e l’hanno rinvestiti in una casa che sempre stia per l’evizione di detta casetta vendutami come per gli atti del Cesis rogato questo giorno scudi . Et Addì detto b.  al figliuolo di Iacopo Lauro per la stampa che fa detto Iacopo della casa et della vigna b.  Et Addì  detto b.  per  bandelle per una porta et due fenestre nelle stanze nuove di sopra al tetto nella casa di S. Marcello consegnati a mastro Benedetto falegname b.  Et Addì  di aprile a ragazzo figliolo di Iacopo Lauro per due stampe le prime della casa fornite con tutte le lettere b.  Totale scudi , Addì  di maggio al detto messer Iacopo Lauro scudi  contanti a lui proprio per il disegno della villa per le lettere dell’iscrizione



Addì  detto per tre disegno ovvero stampe al figliolo del detto Lauro Addì  detto per un secchio di legno per una pala per adacquar il giardino Addì detto a mastro Urbano ferraro per fare una seconda chiave alla francese per la porta segreta che entra in casa b. et più a suo garzone per mancia b. Et Addì  di giugno per mezzo peso di calcina per imbiancare la sala e camera terena et altri rappezzi b. , per il porto Et per far accomodare il pozzo nero della casetta quarta del Notarelli barcarolo b.  Et Addì detto scudi , pagati a mastro Antonio imbiancatore porto conto per ogni resto di imbiancature fatte alla casa come per il suo conto compresa l’ultima imbiancatura della prima camera terrena della porticina secreta et il salotto accanto che entra nel giardino et per aver dato il coloro giallo al palco della camera mezzanina sopra la rimessa et altri rappezzi imbiancati in tutto pagati scudi , Addì  d’agosto a mastro Urbano ferraro per  bacchette di ferro per quattro finestre vetrate scudi . Due chiavi allo sportello della porta di ferro grande nella strada b.  Tre spranghe per la cimasa alta b.  c.  Segue la spessa della fabbrica della casa Et Addì  d’agosto per una carretta di pozzolana condotta il mio carretto b.  Et Addì  detto a mastro Ludovico chiavaro per aver accomodato  serrature levato et rimesso alle porte per casa b.  Et Addì  detto per un peso di calcina per murare li quattro sedini nel giardino b.  Et per una carretta di brecciuoli di saponari messa per far lastrico nel giardino b.  Et Addì  di setembre scudi  pagati a mastro Dionigi scarpellino per la fattura di due sedini di peperino et per dua simili messo la pietra del suo per far quattro muriccioli murati nelli quattro angoli murati inorno alla fontana del mezzo del giardino scudi  Et Addì  detto scudi  pagati a mastro Domenico ferraro in borgo vecchio portò contanti et sono per tanti lavori fatti alla casa  catenacci piani con suoi anelli per porte et fenestre nuove Cinque serrature nuove con le chiave due maniglie di ottone alle porte quattro saliscendi  codette per le fenestre impannate sedici manigliette et rampini sedici per dette fenestre vetriate in tutto scudi  Et addì  di settembre per due pesi di calcina condotti a casa per murare li seditoi intorno alla fontana al giardino et altrove scudi , Et addì  detto per  condotte per far li sciacquatoi


alla quinta et ultima casetta nella via delle scalette b.  Et Addì detto giuli  per due carrettae di pozzolana per li sedili del giardino et per alzare il muro del cortiletto e per condotti nelle casette portatali li mia cavalli b.  Et Addì  di settembre scudi . pagati a mastro Giovanni Fagiuli muratore per me da signori Ticci del banco per fattura dello stanzino nel cortiletto della stanza et per apertura del muro di detto cortile et per rimurare li vani nella muraglia sopradetta necessaria et murare li quattro sedili intorno alla fontana nel mezzo del giardino et per riempire et spianare le cantine cioè per  giornate di mastro a b.  otto giornate di un garzone a b.  Sette giornate di un garzone a b.  Et Addì detto a mastro Benedetto falegname per li gangheri di un’impannata fatte nelle stanze di sopra nella facciata b. p.  Segue le spese della fabbrica e legnami e ferramenti della casa et monta la faccia di conto E addi  di ottobre  al magazzino di mastro Flaminio Luccarini a Ripetta per  tavole di castagno pe rifare il tavolato sopra la scala della torre et per una porticella allo stanzino del cortile della stalla a b. , l’una Et per  regoli per detto tavolato et per una tavola simile e   regoli et una piana per acconciare le mangiatre sc.  E più per corda per le stanghe di detta attaccate alle colonne de legno sc.  Et per semenze per il giardino et per le portioni pugnate da mastro Francesco datoli b.  Et per due opere a lavorare et nettare il giardino b. et per un’altra opera del detto giardino b. Et per  piane d’istria per far  traverse ovvero stanghe per le poste dei cavalli dalla mangiatora alle colonne a b.  la piana et il prezzo b.  Addì  d’ottobre  calcanetti per otto sportelli di due telari di fenestra fatti alle due camere al piani primo che riescono alla prima galleria b.  e mezzo l’uno Et Addì  detto per un catenaccio per la porta che esce dalle camere al giardinetto al piano della sala et per tre palettini per appiè delle porte per tenerle ferme et per li loro occhi che li tengono attaccati b.  et per fatture di due catenacci per le fenestre del ferro di casa et di due spranghe vecchie fatte due mastietti per la caditora fatta alla loggia alta per cuopirci la scala di legno dalla pioggia b.  Et Addì detto a mastro Giovanni Battista scarpellino per il costo di una colonnetta di marmo bianco fattone due parte per mettere innanzi alla porta grande di casa per difenderla dalle carrozze scudi  Et più per  ferri grandi tondi di uncini e rampini ingessati nel muro per quattro porte delle camere nobili al

piano della sala per reggere le portiere alzate a dette porte b.  Et per un catenaccio stiacciato con gli anelli et la serratura et la chiave per dentro alla porta delle scalette che si usa per detta porta alle cantine b.  Et per due catenaccetti et  maniglie di ferro per porte et fenestre pagati b.  Et per  cancanetti per  portelli dei tre impannati a mastro Benedetto b.  p.  Seguono le spese per la casa per legnami et ferramenti et altro monta quanto sotto Addì  di novembre  a mastro Benedetto falegname per  cancanetti per  sportelli di due fenestre impannate fatte nuove Et per  anelli per le colonne delle poste dei cavalli nella stalla per tenerli voltati con la groppa indietro b.  Et più a mastro Benedetto falegname per cancanetti per due fenestre inpannate per la cucina b.  Et per due colonne di marmo granito messe dalle due bande di casa nella strada perché la defendono dalle carrozze per starvi sopra a sedere scudi . Et più per due catenacci e per due maniglie di casa b.  e per chiodi per conficcare alle mura del giardino le spalliere di cedri mele granate et cotogne b.  Et per aver ingessato nel muro i ferri delle portiere at un cancano nella stalla a mastro Dionigi b.  Et per aver raccomodato il marmo della targa di una statua su alto et fatto un tassello alla porta della rimessa delle carozze a mastro Dionigi b.  Et più a mastro Giovanni Battista scarpellino per aver riquadrato et ripecchiate le due colonne di granito et segato la colonna bianca per la rimessa et spianate b.  Et per due chiavichette di travertino busate messe a cortile delle due casette per portar l’acqua alla chiavica b.  Et più a Giovanni Battista scarpellino per due grandi pietre di sprone messe al muro del camino della cucina di casa da basso per resistere al fuoco palmi  a b.  il palmo et per la mettitura delle spranghe al detto b. , Et per il gesso per il detto ingessatore b.  Et per la mettitura et muratura delle sopradette  colonette di marmo alle due porte a Giuliano muratore del conto b.  et per il muro del casellino fatto nel camino incontro alla torricella da detto camino al detto mastro Giuliano come per il conto b.  Et per la fattura della colla b.  Et per il tettarolo che lo copre fatte a padiglione b.  Et per un canale di terra cotta palmi  b.  et per la sua mettitura b.  In tutto al detti scudi , Et per la muratura et mettitura di tre titoli di marmo nella proprietà di S. Agostino nella via delle scalette alla mia casa fatti raccomodare io per mio b.




c. 

Et per fare acconciare tre chiusini che erano tutte due di travertino nella loggia et uno et uno di marmo nella camera a canto la loggia et per sei spranghe di ferro per detti tasselli pagati a mastro Dionigi scarpellino b  E addi  detto per una carrettata di pozzolana per fare le cappe a tre cammini a canto alla ringhiera sopra la facciata et per fare il maschione al camino sopra il tetto della torre che risponde nella cucina grande da basso b  E addi  di maggio al mastro per votare li pozzi per accomodarne uno pozzo b.  E addi  detto scudi  e baiocchi  pagati a mastro Cesare Dominici intagliatore et sono per intagliature delle lettere delle tre pietre di marmo messe nelle facciate della casa grande et a una casetta nella via delle Scalette con l’iscrittione della proprietà di frati et convento S. Agostino et con i loro segni pagati io per detti frati che le volevano maggiori pietre la metà et con troppa lunga iscrittione scudi . Et più al calderaro Vannino per cinque piastre di rame busati per  busi che portano l’acqua nella chiavica che va nella peschiera bassa della fontana grande e sotto allo scaglione che sale nel giardino da detta fontana et dalla oggia et va nella tazza di detta fontana b.  Et Addì detto per tre carichi di pozzolana portati dal mio carretto a b.  la carretta per fornici per li tre camini alzati sopra tetti et per il maschione scudi , E addi  d’agosto per sturare nettare et rimurare il detto nella prima casetta a mastro Mauritio contanto b.  E addi  detto al detto mastro Maurittio per far aprire e sturare nella casa grande li luoghi stati turati contanti b. 

Seguono le spese per la casa per murare et per legnami et farramenti et altro e monta la facciata qui di contro Et Addì  di novembre  per fattura di un pezzo d’ammattonato nel prima camera terrena a man dritta che era rovinato a mastro Giuliano e Antonio Petra nel avuto da loro di più lavori b.  Et più per la fattura di due chiavichette che portano l’acqua dalli cortili di due mie casette nella chiavica grande che li porta a fiume a detti mastri b.  Et Addì  di dicembre scudi , pagati a mastro Giovanni Battista Soria bombardiere e falegname di Nostro Signore portò conto in maggiori somme sono scudi  per  tavoloni d’albuccio lunghi palmi  e mezzo larghi palmi  per il fusto della porta grande della mia casa e quattro tavole di castagno per acconciare il solaro sotto la loggia a b.  in tutto E addi  detto per legnami per far la passonata al giardino pagati a mastro Benedetto  Cimasolle di castagno a b.  e mezzo l’una scudi   filagne grandi et per il cancello a b.  l’una scudi . Addì  detto scudi  a mastro Antonio Petraglia muratore per mettere il cancello di ferro alla porta del giardino et li cancani al cancello delle cantine et per gesso et altro in tutto pagatoli scudi  Et Addì  di gennaio  scudi , per cinque pesi e mezzi di calcina di Tivoli con sei cavali pagati a Pietrino Chino carcararo porto pietre da Tagliacozzo cavalarro per rifarmi i camini et altro alla casa del giardino scudi , E addi  detto per far spazzare il camino della cucina terrena fino alla torretta sopra la torre grande pagato b.  Et Addì  di febbraio per fare vuotare il pozzo dell’ultima casetta che tiene Valentino da Orte scudi , E addi  di marzo all’imbiancature per aver imbancato la casa dove li francesi avevano imbrattato b.  E addi  detto a mastro Giuseppe stuccatore per  opere messe a far la maschera di calcina sopra il camino della torretta sopra la loggia della torre e sopra quel tetto scudi  Et più giuli  pagati al detto per ferri per l’armature sopra il camino detto et per chiodi per filo di rame Vezzello di ferro et mezzo di marmo e altro per fare il detto maschione e sopra il tetto della loggia incluso dentro il camino e riparato la torricella di legno dal fumo e dal fuoco se s’attaccasse scudi .. c.  Segue le spese per fabbricare alla mia casa et in legnami ferramenti et altro monta la faccia qui di sotto E addi  di marzo  per dua sedini di travertino messi alla porta che va dal cortile nel giardino per riparo di detta porta dalle carrozze scudi , b.  a mastro Dionigi scarpellino et per le spranghe et perni di ferro b.  Et per gesso per detti sedini b. 



c.  Segue l’appigionar delle mie case et quanto se ne cassa giornalmente come in questo q. a f.  Addì  di ottobre  in giovedì mattina Allogai la mia casa grande all’Ill.mo et Ecc. mo signor conte de Rosci Fort figlio del signor duca di Mont Basori pari di Francia per prezzo si scudi  di moneta a giuli  per l’anno et ne riceve scudi a buon conto anticipati per la rata di tre mesi prossimi a venire scudi  di moneta contante come per lo istromento rogato detto giorno per gli atti del Cesi notaro dell’Ill.mo signor Vicario di Nostro Signore scudi  (...) AC,

Archivio Cardelli, Div. I, T. , f.

Minuta, memoriale d’Amerigo Capponi, vice castell. A Papa Paolo V che voglia donargli due oncie d’acqua di Trevi per il suo palazzo Beatissimo Padre Amerigo Capponi fedelissimo servitore della Santità


. Patente del Cardinale Camerlengo a favore degli eredi di Amerigo Capponi per la concessione di un’oncia dell’Acqua Vergine per il loro palazzo, . Roma, Archivio Capitolino

Vostra et dalla cui Grazia riconosce la buona compra di quella casa a Ripetta benchè fusse anco con tant’utile di venditori e desiderandovi, oltre a qualche altra bellezza infino che farà con ogni vantaggio che vi sia ancora ogni commodità e particolarmente per un giardinetto di dietro che ha accresciuto del doppio e mancandovi solo acqua ardisce confidato nella sua si lunga e fedel servitù e nella tanta benignità della S.S. VS. anco verso di lui, supplicarla come fa humilmente a fargliene gratia d’un par d’once di quelle di Trevi onde anche i suoi Posteri in goder di detta perpetua gratia tanto più si habbino a riconoscere obbl. dalla S. V. Ma anche quel vicinato e tant’altra gente che maggiormente frequentando adesso quella strada tanto nobilitata da V. Beatitudine e passando davanti a detta casa potrà gustar di dett’acqua beneficio della S. V. la quale il s. Iddio per bene ci conservi (...) AC,

Archivio Cardelli, Divisione I, T., fasc. , [ante ]

Inventario antico del Palazzo Capponi, sportelli, statue, chiavi ed altro in tempo d’Amerigo quando l’affittò all’arcidiacono di Toledo Di mano dello stesso Amerigo c.  Inventario di alcune cose del Palazzo e della casa (...) Nel cortile nella nicchia sopra la porta del Giardino, la Roma di marmo, a mezza scala sopra la porta che va al corridore, una testa antica (...) al piano nobile in capo alla scala due arpie grandi di pietra, nel finestrone che risponde sopra il cortile in capo a detta scala et a detto piano vi è l’Arcone con una vetriata divisa in terzo et di sotto per serrare detto finestrone sono cinque sportelli di castagno (...) Alla porta della ringhiera della sala che risponde nella




strada vi sono due sportelli invetriati et altri due sportelli invetriati che accompagnano di sopra l’altra finestra invetriata in tutto numero quattro a ringhiera In detta sala alla finestra a canto del camino sono quattro sportelli invetriati Nella prima camera in capo a detta sala sono due finestre grande con sportelli invetriati e sopradetti due grande sono due mezzanini con quattro sportelli invetriati Nella seconda camera che seguita è la finestra grande con sportelli invetriati et sopradetti due grandi sono due mezzanini con quattro sportelli invetriati Nella terza camera nuova che seguita detto piano sono due finestre grandi con  sportelli invetriati e di sopra se sono sue mezzanini con  sportelli invetriati Nella camera a canto alla detta che riesce sopra il cortiletto della stalla sono due finestre grande con otto sportelli invetriati (...) Alla porta della ringhiera della galleria che riesce sopra il giardino una finestra grande (...) in detta galleria sopra la porta che per essa si cala nelle due camere basse che riescono sopra il cortiletto vi è una finestra con due sportelli invetriati e nelle camere a canto a detta galleria vi è il finestrone grande che riesce sopra il cortile al qual finestrone sono sei sportelli invetriati et l’arcone di sopra sportelli invetriati et di sotto  sportelli di legname. Alli mezzanini nobili al quarto piano sono tre camere et in ciascuna sono due fenestre... sopra la scala che si sale nella torre perché non vi piova sopra vi è un intavolato che si ripiega da levare e porre fermato nelli arpioni del muro et appoggia sul parapetto in detta torre vi è la scala lunga a piroli che sale nella torricella più alta e nella torricella detta vi è scaletta a piroli et due tavole per starvi a sedere, alla ringhiera di mezzanini nobili che è all’ultima camera che guarda verso il Tevere sopra il parapetto di ferri ci sono due palle di metallo una per banda Sopra il tetto a piè della balaustrata grande di pietra sopra la casa da un capo all’altro et alle risvolti della facciata dinanzi vi è un canal grande di piombo che riceve l’acqua c. v Inventario per conto del giardino Sopra la Porta per entrare in detto Giardino vi è la statua di Marmo della Roma et dentro nel giardino la tazza grande di marmo granito antica alla prima fontana et il balaustro che la regge di marmo mistio et sopra la tazza grande e su alto il tazzino di marmo bianco gentile con le due mie Arme et il balustro sotto a detto tazzino che lo regge di marmo a vista per tutti passa l’acqua che getta in alto sopra a detto tazzino con le canne de rittorni di piombo che esce fuora et di essa canna esce il bollore et in



detto tazzone et la piastra di rame sbusata al buso del ritorno et nella vasca grande sotto il tazzone del quale vi cade l’acqua vi è la boccia di rame busata per il retorno Nella Peschieretta bassa atorno a detta vasca grande con li scaglioni di travertino vi è la boccia di rame busata per il ritorno dell’acqua che vi cade dentro Tre piastre quadre busate di rame son confitte nelli scaglioni che sale nel giardino et ricevono tutta l’acqua che piove intorno a detta fonte et alla loggia Nel mezzo del giardino la fontana vi è la tazza grande intavolata sotto di marmo bianco gentile et il tazzino sopra detta tazza et sotto alla tazza grande il balaustro di marmo mistio, et dentro la canna di piombo che porta l’acqua alle dette tazze e getta sopra il bollore Nella peschiera sotto a detta fontana vi è la boccia di rame busata la quale receve l’acqua del ritorno di detta peschiera et la porta alla chiavica (...) AC, Archivio Cardelli, Divisione I, T., fasc.  [ante ]



Testamento di Amerigo Capponi c.  Io Amerigo Capponi nobile fiorentino figlio della bona memoria di Gino della bona memoria di Lodovico Capponi vice castellano del Castel S. Angelo di Roma per Nostro Signore da me notaio infrascritto ben conosciuto ritrovandose ammalato in letto sano bene della mente et intelletto per gratia di Dio ricordandosi della conditione humana sotto la quale tutti nasciamo per dover morire per passare poi a miglior vita eterna si come per misericordia di Dio speriamo volendosi per tanto spogliare delli effetti umani accio da quelli liberatosi possa con maggior attenzione prepararsi alla Gloria eterna ha ordinato il presente suo testamento che de iure civile si chiama nuncupativo et sine scriptis et quello fa nel modo et forma che segue [...] Prima cominciando dall’anima preferendola a ogn’altra cosa la raccomanda al’Onnipotente Dio et alla Gloriosissima sua Madre Maria et a S. Michele Arcangelo et a tutti li Santi del Paradiso et al suo corpo elegge la sepoltura nella Chiesa parrocchiale dell’antica casa loro di S. Felicita nella città di Fiorenza sua patria et nella cappella fabbricata dalla bona memoria di Lodovico suo c. v avo dove anco sono seppelliti la bona memoria de suoi genitori moglie et figlio volendo et ordinando all’infrascritto suo erede che lo faccia portare quanto prima et in questo mentre vole si depositi nella Chiesa di S. Maria della Traspontina dove la bona memoria di sua moglie et vuole si accompagni alla detta Chiesa dove si farà il depo-


sito con funerali condecenti secondo giudicherà Monsignor vescovo suo fratello Item per ragione di legato et in ogni altro meglior modo lascia al Sign. Tommaso Pistallo da Conegliano Alfiere di Castel S. Angelo scudi venti per una sola volta Item similmente lascia al Signor Orsino Mentucci caporale del Maschio di Castel S. Angelo scudi venti per una sola volta Item similmente lascia al Signor Giovanni Giacomo Palmicerio da Como scudi dieci per una sola volta Item similmente lascia al Signor Giovan Francesco Morati da Novara scudi dieci per una sola volta Item similmente lascia al Signor Pier Nicolò Dragho da Recanati sergente di Castel S. Angelo scudi dodici per una sola volta Item similmente lascia al Signor Paolo Peroli soldato di Ca-stel S. Angelo scudi dieci per una sola volta Item similmente lascia a Giovanni Andrea figlio di Evangelista vignaiolo di detto Sign. Testatore cioè a quello che è nato nella vigna di detto Signor c.  testatore fuor di porta Flaminia scudi dieci per una sola volta Item similmente lascia a Donna Innocentia madre di Pasquale Paggio di detto Signor testatore scudi dieci per una sola volta Item lascia per ragioni di legato et in ogni altro meglior modo al Sign. Antonio Petrucci scudi venticinque di moneta una volta sola delli quali vole che sia tenuto et retenuto et soddisfatto così di qualsivoglia pretensione che detto Sign. Antonio potesse revalersi su detto Sign. Testatore Item lascia alli SS. Padri Priore et fratri di S. Honofrio di Roma sc. Dieci di moneta delli quali ne devono celebrare in detta lor chiesa quanto prima tante messe per l’anima di detto Sign. Testatore Item detto Sign. Testatore vole et ordina che la signora Maddalena sua figlia legittima e naturale in età di nove anni sin tanto che si mariterà segua di stare per educatione nel medesimo monastero dove se ritrova appresso le sorelle di esso detto Sign. Testatore Alla quale signora Maddalena per ragione di istruzione et in ogni meglio modo lascia la dote che al tempo che si mariterà et secondo l’occasione et partiti che sarà giudicata competente dall’infrascritto Signor Gino Angelo suo fratello con partecipazione di Mons. Vescovo Horatio Capponi et Sign. Cavalier Luigi Capponi suoi zii et dell’altri quattro suoi Signori zii materni et di dicte sue zie suor Hortensia; Suor Maria Benedetta; Suor Clementia c. v et signora Argentina desidera bene che sia maritata con

un giovane nobile et onorato nella qual dote istituisse erede detta Signora Maddalena sua figlia in ogni meglio modo Item li suoi beni stabili, mobili, luoghi di monte, crediti, ragioni, ationi, presenti et futuri esistenti in Roma et fori et in Fiorenza et fuori et altrove dovunque siano et saranno fa, instituisce et nomina con la sua propria (...) erede universale il Sign. Gino Agnolo Capponi suo unico figliolo maschio legittimo et naturale al quale per ragione di institutione et in ogni altro miglior modo lascia tutta la sua eredità et di detto Sign. Gino Angelo suo figlio et erede prohibisce che non possa vendere il Palazzo con le sue cinque casette contigue nella via di Ripetta nemmeno la vigna di Roma fuor di Porta Flaminia per andare a Ponte Mollo nelle porte de quali palazzo et vigna se trova il nome et l’arme in marmo di detto Signor testatore ne imporvi censi né altro ma debbano in perpetuum mantenersi et conservarsi nelli discendenti legittimi et naturali maschi solamente escluse sempre le femmine di detto Sign. Testatore e di detto Sign. Gino Angelo suo figlio et in caso che mancasse detta linea sua mascolina vole che detti stabili, palazzo, casette et vigna vadano sempre in uno dei più prossimi della famiglia de Capponi et in caso che detto Sign. Gino Angelo mancasse senza figli maschi vadano et succeda in essi c.  come più prossimo detto Mons. Vescovo Horatio Capponi suo fratello et dopo la sua vita et anco in caso che detto Mons. mancasse di vita prima del Sign. Gino Angelo vole che detta vigna et cose vadano, restino et siano del Sign. Camillo Capponi figliolo del detto Sign. Cavaliere Luigi Capponi suo fratello al quale Sign. Camillo sostituisce le dette due pezze di beni un solo de figli maschi o primo o secondo o altro che giudicherà più a proposito per venire a seguitare la Corte di Roma a poter presentialmente godere detti beni et la servitù et amorevolezza di tanti padroni acquistati in questa corte et città di Roma et così debbano detti discendenti del Sign. Camillo et prima detti del Sign. Gino Angelo suo figlio et erede in caso che habbino pure figli maschi eleggerne uno di essi quale parerà a loro più a proposito per venire ad abitare a Roma per godere similmente de detti due pezzi di stabili et dopo la linea mascolina del Sign. Camillo vadino in quella del Sign. Bernardino Capponi per uno dei suoi discendenti che sia per seguitare la Corte di Roma et dopo del Signor Ottavio Capponi nipote cugino di esso signor testatore et dopoi costituisce la linea mascolina della bona memoria del Signor Francesco Capponi all’amorevolezza de’ quali detto Sign. Testatore si riconosce obbligato et finita la linea mascolina di detto Signor Francesco succedevoli più prossimi maschi all’ultimo di detta linea di casa Capponi et così in perpetuum sin tanto che vi sia alcuno di detta casa Capponi, il quale Sign. Camillo in ogni caso




cerchi di dare per detto tempo un eccellente maestro in varie scienze et di bontà principalmente et che dentro a detto tempo possa haverne continua et bona cura Et quanto all’habitatione di detto suo figlio sino a detto tempo et famiglia che deve tenere et vivere suo ha scoperto la mente et voluntà sua a detto Monsignore Horatio suo fratello et secondo che debba governarsi La persona del detto Signor Gino la raccomanda alla protetione che spera per la sua si lunga et fidele servitù di Nostro Signore et alla sede apostolica et dell’Ill. et Rev. Signor Cardinal Borghese et dell’Ill. et Rev. Sign. Principe di Sulmona Et nelli beni di Fiorenza la serà per tutore et curatore pro tempore fino che detto Signor Ginoangelo haverà diciotto anni compiuti don Antonio Campogialli il quale già governa et maneggia tutti quelli beni con partecipazione delle dette sue sorelle et il prezzo delli frutti che si anderanno cavando di quelli beni debba metterlo in mano del Signor Angelo Buon Matthei tanto confidente ancora a detto Campogialli caso che mancasse avanti alla sopraddetta età debba detto Buon Matthei succedere nella tutela et administratione a detto Campogialli et in tanto debba andare investendo quelle entrate in altri stabili che giudicheranno più proposito per beneficio di detto Signor Gino Angelo

che godesse debba spendere dieci scudi di moneta in vestire il Sign. Agostino suo fratello et per altre sue necessità a bene doverà havere da esso acciò se la potrà con più decoro di detta casa et chiunque l’haverà nel sopraddetto modo a godere debba pigliare il nome di Amerigo Et nelli beni di Fiorenza in detto caso di mancanza di detto Signor Gino Angelo senza figli legittimi et naturali avanti a diciotto anni compiuti sostituisce il Sign. Camillo suo nipote figlio di detto signor cavaliere suo fratello poiché detto Signor cavaliere è già di età ma e di bisogno et lascerebbe verisimilmente governare al detto suo figlio per attendere a opere pie et con tutto ciò in tal caso li lascia una sottocoppa d’argento et in tal caso si accresca la dote di detta Signora Maddalena sua figlia Et perché detto Sign. Testatore ha sempre avuto in odio li debiti et eccessi et pertanto non in fraude del fisco vuole che quello che ha disposto della morte naturale il medesimo sia disposto della morte civile talmente che se detto suo figlio et erede o altri a lui sostituiti et chiamati commettessero alcun delitto o eccesso per il quale incorressero nella disgrazia del principe et fossero privati delli loro beni et quelli si potessero confiscare allora vuole che tali delinquenti ipso iure et ipso facto et per otto c.  giorni avanti che pensassero tal delitto et eccesso seguendo poi tal delitto et eccesso cadino così intendino cascati delli beni et eredità sua et delle ragioni della legittima et nella parte delli beni di tal delinquente vole succedino et devino succedere l’altri chiamati come se tal delinquenti naturalmente fossero morti et questo vuole si osservi una et più tante volte quante volte verrà detto caso ma se per benignità del Principe o di qualsivoglia altro modo ritornassero in gratia in tal caso tornino ancora et prestino stato al possesso rimanendo però alli sostituti li frutti sino all’hora da essi esatti. Al quale sign. Gino Angelo suo figlio per li beni che possiede in Roma lascia et deputa per tutore et per tempo curatore l’Ill.mo et Rev.o Mons. Horatio Capponi vescovo di Carpentras suo fratello quale debba deputare per l’administratione di questi suoi beni di Roma li Signori Girolamo Tecci e Francesco Sebacchi fiorentini mercanti in Roma i quali seguitino di esigere li frutti delli suoi monti come hanno fatto per il passato et deputino diligente et fidel fattore per l’esatione delle pigioni et governo della vigna il qual fattore debba mettere et depositare li frutti di detti suoi beni nel suo banco perché se ne possa andare comprando simili luoghi di monti non vacabili mentre che non trovino migliore occasione da investirglisi et detto fattore debba stare appresso et trova detto c.  v Sign. Gino Angelo al quale detto sign. Monsignore



c.  Et questo vole detto signor Amerigo testatore che sia il suo ultimo testamento et sua volontà quale vole che voglia per ragioni di testatore nuncupativo et sine scriptis così per ragione di tal testamento non valesse vole che vaglia per ragione di codicilli de nature cause mortis et in ogni altro miglior modo [...] Actum Romae in Regione Burgi et in Arcie Sancti Angeli et in cubiculo solite habitationis d. D. Americi testatoris” ASR, Notai del Vicario, Notaio Michelangelo Cesi, uff. , .., ° parte



,  settembre. Inventario delli Beni e mobili lasciati dalla bona Memoria d’Amerigo Capponi vice castellano di Castel S. Angelo di Roma morto in detto Castello nel dì et anno suddetto Pitture c.  Un San Miche Arcangelo di Castello grande in tela con i suoi telari Un altro piccolo con la cornice di pero nera


Un Crocifisso di bosso con la Croce d’ebano Una Maddalena con la cornice nera Una Madonna con l’ornamento dorato Una Santa Barbara di circa  palmi d’altezza Un quadro con il Bambino nudo e S. Giovanni cola Madonna e S. Giuseppe Un’altra Maddalena piccola circa due palmi e mezzo alta Un S. Francesco medesima grandezza Un S. Carlo simile Un Giudicio alto circa sei palmi con la cornice nera Un Giudicio di stampa con il vetro di sopra e cornice nera Un Salvatore in taffeta con simil cornice Un Salvatore di marmo bassorilievo in Campo rosso Un Disegno dell’Angelo di Castello con la (...) Cornice nera Un quadretto antico menato di Polonia dorato Una Madonna piccola di Loreto con la cornice nera Un Agnus Dei con la cornice nera Un quadretto in legno con la Madonna e Bambino Il Ritratto della Santa Lucrezia con la cornice dorata d’oro Un ala della Santa Maddalena con cornice Due di un figlio del b. Amerigo Ritratto della Virginia Ritratto del card. L. d’Este Ritratto di Clemente VIII Ritratto di Pietro Strozzi Ritratto di Leone XI Ritratto di Paolo V Ritratto di Aldobrandini Una Roma stampata del Greuten Una Roma di gesso con lo sgabello alto bianco e nero Ritratto dell’Arciduca di Firenze con la cornice di pero e taffeta verde” AC, Archivio Cardelli, Div. I, T. , f. 



Convencione e ricevuta a conto di Astolfo Petrazzi senese pittore per il quadro della Maddalena in aria che gli fu accordato da Monsignor Orazio Capponi per sc.  per la sua capella Addì  gennaio  in Roma Io sottoscritto prometto a Mons. Horatio Capponi vescovo de Carpentras di farli una tavola di pittura con una S. Maria Maddalena sospesa in aria con Angeli e gloria conforme al disegno sottoscritto che ha da servire per la Cappella di detto Monsignore Capponi per la sua Cappella in S. Giovanni de’ Fiorentini, la qual pittura io prometto di fare quanto prima potrò senza pigliare a fare altr’opera finché sia finita questa, ed impiegarci tutta la mia industria, diligentia, e sapere e farci tutti li studi che possino giovare e che sieno necessari conforme all’arte e vedere quanto sarà necessario dal Naturale per dar maggior soti-

sfatione a detto Monsignore non ostante detto disegno voglio anco andar mutando quelle parti o membra che si giudicheranno poter migliorare detta opera, la quale voglio fare tutta di mia mano e tutta per prezzo di scudi dugentoventicinque di moneta delli quali ne ho ricevuti adesso contanti scudi settanta simili per le mani del S. Lodovico Sinibaldi suo segretario et in fede sara la presente sottoscritta da Stefano Lucchi mio allievo per non sapere scrivere alla presentia di due testimoni e da me sarà segnata con una croce obbligandomi come di sopra a far detta opera in forma Camere Apostolice questo di sopradetto Io Stefano Lucchi ho sottoscritta la presente per il Sig. Astolfo Petrazzi Sanese mio Mastro per non sapere egli scrivere (...) Io Alessandro Frigoni Bazicaluna fui presente a quanto di sopra in fede mano propria Io Pellegrino Bargellini fui presente a quanto sopra si contiene a di (...) d’Aprile ha avuto scudi trenta per il banco de dicti Ticci cum ordine di Mons. Ill.mo Bardi, vescovo Carpentras (...)” AC,



Archivio Cardelli, Divisione I, T.  n.  B

Inventario delle robbe che si mandano nelle tre stanze riservate nella casa del S. Gino Angelo Capponi affittata al detto ambasciatore e posta a Ripetta cioè letti, strigli, biancaria et altro in casse e forzieri  maggio  (...) c.  Una visitatione della Madonna con bella cornice di noce un pastorello che dorme ritratti del sign. Amerigo e sign. Lucrezia con sue cornice Un S. Francesco che riceve le stimmate con sue cornice nere e d’oro una bozza d’un giudizio con sue cornici nere  paesi delle stagioni copia del Bassano con sue cornice Una Madonna grande con il Bambino a piacere su un letto con sue cornice nere ed oro Una Madonna in carta fatto con la penna con suo vetro e cornice nere Una Santa Cecilia con sue cornice Una testa in tavola antica bella con sua cornice Un San Bastiano con cornice d’oro Un Gravicembalo vecchio (...)” AC, Archivio Cardelli, Divisione I, T., fasc. 






Capitoli e patti da osservarsi da Mastro Tullio Solari capo mastro scarpellino nel fare la Cappella delli heredi di Mons. Capponi nella Chiesa di S. Giovanni de’ fiorentini nella croce magiore al’altare vicino al Crocifisso da farsi de ordine del sign. Gianangelo Capponi herede di detto Monsignor con la sopraintendenza del Rev.mo Mons. de Bardi essecutore testamentario di detto Mons. Capponi Prima. li marmorari bianchi che andaranno a fare detta Cappella et opera siano tutti marmori novi delle cave di Carrara del Polvacio bianchi senza difetto alcuno eccettuato li scalini che si possono fare di marmoro saligno come anco le base e cimase de piedistalli che vanno sopra e sotto all’arme che si doveranno fare in detti piedistalli L’arme che si faranno in detti piedistalli si faranno di Telietto di marmoro novo di Carrara come sopra con il scudo concesso di Paragone e li fondi sotto l’arme di giallo con un listello attorno nero La Balaustrata che andarà per  facce si faranno li balaustri di portasanta conforme al reordine che darà l’architetto Carlo Maderni e che siano ben lavorati e ben lustrati li basamenti e cimase e pilastrelli di detta balaustrata trovandosi marmoro saligno bello a piacimento dell’Architetto e che siano alla longhezza che bisogna si debbiano fare di quello e non trovandosi si faccia di marmoro bianco come sopra a le spranghe che se gli mettereanno si recoprano sopra simile a quelle della confessione di S. Pietro Li pilastrelli di detta Balaustrata siano commessi di Alabastri belli orientali con suoi listelli de marmoro nero e nelli doi pilastrelli della porta se gli cometta l’arme di casa Capponi semplice Il primo zoccolo che andarà sotto al basamento delli membretti e sotto al basamento de piedistalli si farà de affricano bello L’Altare che andarà coperto sia tutto foderato di marmoro per  facce e in mezzo dennanzo se gli farà la croce de marmoro giallo con li raggi de rosso e la lapide di sopra sia tutta de un pezzo in lunghezza e larghezza come serà ordinata e grossa almeno oncie cinque La pretella che va sopra l’altare con suoi basamenti e cimasa sia di marmoro novo di Carrara come sopra e il fregio sia commesso con alabastro del Vescovo di Viterbo overo cotognino con ogni esquisitezza a piacimento delli SS. Padroni e li fianchi di detta pretella siano di brocatello c.  Li doi base sotto alle colonne siano de marmoro del pari bello lustrate e ben fatte con ogni diligenza Le doi colonne che andaranno a detta opera il mastro sopraddetto si obbliga di farle venire a sua spesa dalle cave di Verona delle medeme cave dove sonno state cavate le colonne del Rev.mo Cardinal Barbarino che sonno nella



sua cappella a S. Andrea della Valle e tutte deva pezzo de longhezza di palmi  la grossezza a proporzione quale doveranno essere ben lavorate e scanalate e ben lustrate Li contropilastri si faranno di giallo e nero ben lustri Li doi membretti che vanno alli lati delle colonne si faranno di verde antico ben fatte e lustrati attaccati alle sue fodere di peperino Il telaro che andarà attorno al quadro di pittura sia di portasanta bella e ben machiata, lustrata a tutto paragone tutto massiccio senza fodera con suoi orecchie conforme al desegno e modeni che darà l’architetto Nel vano tra un orecchio e l’altro sotto il quadro si commetterà di bianco e nero con suoi listelli attorno de giallo senza festone Li dui capitelli sopra le colonne si faranno de ordine composite a foglia de oliva ben lavorati e ben tagliati conforme all’ordine che gli darà l’Architetto L’architrave e cornice e frontespizio si faranno di marmori bianco di Carrara come si è detto di sopra con i modeni e intagli conformi a quello gli darà l’architetto Il fregio sarà fatto tutto di bianco e nero bello orientale comesso sopra il marmoro overo travertino Il requadramento in mezzo del frontespizio si farà conforme sta sul disegno de marmori bianchi con il fregio comesso di marmoro giallo e li panni di marmoro e il timpano comesso di verde e li membretti di qua e di la de marmoro de porta santa bella Sopra il frontespizio si fara quella parte dove è desegnato la cartella e il vaso con comessi dentro la cartella e le fiamme del vaso de marmoro rosso Il fondo che va attorno alla cartella vaso frontespizio che è sotto l’arco si doverà fare de’ Affricano overo portasanta e altro mischio conforme al’ordine che gli darà l’architetto Li membretti che sostentano l’arco si faranno di marmoro bianco comesso con suoi sfondati e nella faccia si commetteranno di alabastro chiaro con suoi listelli neri e nella testa si cometterà di alabastro un poco più scuri e con suoi listelli neri e che le vene vadino per piano conforme sta nel disegno Il basamento è cimasa di detto membretto si farà di marmoro bianco e il fregio della cimasa sia amesso del medemo alabastro p.  l’arco sopradetto per non indebolire la fabrica si potria fare di stucco tanto la faccia come la cesta sotto con istorie e scompartimenti stucati doro secondo meglio parerà Le doi figure ne triangoli sopra gli archi si faranno di pittura e di stucco conforme meglio sarà giudicato da Sig. Padroni Li doi repieni che andaranno tra li membretti suddetti e membretti delle colonne seranno di marmoro comessi di


brocatello bello e ben lustrati Il pavimento che andarà tra la balaustra e li scalini sia fatto conforme al’ordine che gli darà Li superiori e Architetto Sia tenuto detto Mastro a fare detti lavori con ogni diligenza e ben alustrati senza taselli o mistura e attaccati con stucco a foco e dove bisogna con perni e spranghe di ferro con piombo e mettere in opera ogni cosa a sue spese e assistere quando si mette in opera e dare finita detta opera fra doi anni Item che giudicando e volendo li Sign. Padroni e Architetto mutare li colori delle pietre sopraddette detto mastro sia tenuto darli satisfatione e mutarli E di più detto Mastro Tulio dichiara che nascendo qualche difficoltà sopra li sopraddeti capitoli e detta opera si rimetta al S. Bastiano Guidi e Signor Carlo Maderni Architetto quali si contenta che difiniscano ogni dificoltà che potesse nascere sopra ciò e a quello starsene E di più detto MastroTullio dichiara e promette di metter tutto nel prezzo che dovrà haver di detta Cappella scudi cento settanta quali ha havuto in più e diverse partite della bona memoria di Mons. Capponi a conto di Colonne et altre pietre che dovea servir per la Cappella e detto Mastro Tullio essendosi mutato disegno si repiglia detta Colonna et pietre e dovrà scontar detti scudi  in fine dell’opera suddetta Di più si dichiara che le pietre di Verona condotte a Venetia sono degli heredi di detto muratore essendosi menati tutti a detto Mastro Tullio li scudi dodeci che havea mandati a Venetia per dette pietre, le quali quando saranno in Roma detto Mastro Tullio si contenta di pigliarla e pagarle quello che vagliono Item dichiarano che volendo detti Signori Padroni metter in detta opera lapis lazzuri o altre pietre dure che siano delli stessi padroni detto Mastro Tullio sia obbligato incassarle e metterle in opera senza pagamento della fattura che non sia stimato Item che detto Mastro Tullio sia tenuto a fare tutto il lavoro per ornamento di detta Cappella di pavimento come di sepultura secondo che gli sarà ordinato dalli Signori Padroni, o Architetto al prezzo dell’altre cose Item promette detto Mastro Tullio di stare e contentarsi di quanto sarà giudicato da due periti eletti uno per parte et in caso di discordia si contenta che per tutto sia rimesso a ogni differenza nelli suddetti Carlo Maderno e Bastiano Guidi quali habbino a diffinire e giudicare e a quello che da loro sarà giudicato, si contenta di stare e quietarsi Item detto Mastro Tullio si obbliga e promette far detta opera a stima come di sopra e doppo che sarà stimata e valutata si contenta e vuol che si dificalchi la quarta parte della stima di tutta l’opera, tanto di fattura come di roba eccetto però solamente la spesa di stuccatore e muratore che farà la sepultura e se ci andrà oro nel quale caso di

stuccatore, muratore et oro non si habbi da fare detto difalco del quarto ma che detto mastro Tullio in detto caso sia rimborsato di tutto quello che spenderà per detto stuccatore, muratore et oro e stante le sopradette cose Mons. Ill.mo Bardi Vescovo di Carpentras come Curatore del detto Ginangelo Capponi herede di detto Mons. Capponi bona memoria et esecutore testamentario di detto Mons. Capponi promette et s’obbliga di pagare a detto Mastro Tullio scudi ducento anticipati adesso di presente quali gli riceve attualmente in un ordine diretto alli SS. Giovanni Battista e Girolamo Ticci de quali detto Mastro Tullio ne fa quietanza in forma et in avvenire detto M. promette dargli scudi  il mese e più e manco secondo che parrà a detto M. che vedrà che il lavoro vada innanzi et in fine dell’opera e stimata sopra pagar il tutto che detto mastro Tullio avanzerà con menar buoni li detti scudi  come sopra Item che detto Mastro Tullio sia obbligato far detta opera conforme al Disegno del quale dovrà darne copia in mano al Notaro o muratore come parrà a Mons. di Carpentras o all’Architetto AC,



Archivio Cardelli, Divisione I, T., fasc. c

. Ricevute di Domenico de Rossi scultore o sia stuccatore da Gino Angelo per lavori fatti alla cappella di S. Giovanni de Fiorentini A dì  di maggio  Io Domenico de Rossi ho ricevuti scudi cinque del Sig. Paolo Paoli a conto delli angioli che io li lavorai a S. Giovanni de fiorentini questo di sopra detto Il suddetto Domenico auti sc. tre a bon conto sc.  A dì  di giugno  A saldo e ordine al Monte della Pietà scudi dodici li quali gli li pagai io et lui mi fece l’ordine a detto et hanno per saldo sc.  A dì  di aprile  Io dichiaro per la presente come messer Domenico de Rossi scultore da Fiorenzano stato di Toscana si obliga al Sig. Gino Angelo Capponi di sui due Angioli di rilevo alla cappella di S. Giovanni de’ fiorentini dove per esso Sig. Gino io fabbricai nelli triangoli dell’Archo di fare della grandezza che comporti il sito a tutte sue spese qualsivoglia et farle con tutto il suo studio e diligentia et saper che rata et parte del pagamento se li paga al presente sc.  prezzo di scudi trenta di moneta et feniti per tutto maggio prossimo et finire per osservatione de la detta conventione si obliga la più ampia forma de la Reverenda Camera Apostolica et in fede li sottoscrivo alla presente li sottoscritti testimoni




Io Domenico de Rossi scultore attesto quanto di sopra Sopra detto manu propria Io Gio. Battista Lingatti come testimonio feci presente a quanto detto sopra si dice et in fede o scritto a mia mano questo sudetto” AC, Archivio Cardelli, Divisione I, T. , fasc. 

con due Collone (...) assai Un ritratto a sedere della sig. Anna Maria Mellini Capponi Quattro stanze dove abita il sign. Comendatore Parate di Corami con li infrascritti mobili Dieci sedie di velluto cremisi usate sei di punto francese Otto di vachetta



,  maggio Inventario delli mobili, argenti, ed altro che si è trovato alla morte del marchese Gino Angelo Capponi nel suo Palazzo al Popolo che segui li 30 gennaro 1688 Adì  maggio  Inventario delli mobili argenti et altro che si è trovato alla morte dello Ill.mo Sign. Marchese Gino Angelo Capponi nel suo Palazzo al Popolo In sala abbitata dalla Sig. Lucretia Un Albero della famiglia Capponi Un quadro Grande assai che rappresenta Orfeo La Pianta dell’Isola di Malta Una statua di marmo Colcha che rappresenta un Ercoletto con suo scabelone sotto Prima stanza Quattro Ovati con cornice di oro che rapresentano le quatro stagioni di bona mano Un quadro Grande con la Madonna in piedi con più puttini attorno Altro quadro con la Adoratione di Maggi di bona mano Altro quadro con un Apostolo di bona mano Altro quadro con Santa Cecilia che rifiuta sagrifichare avanti il tiranno di bona mano Un altro Albero della famiglia miniato con francia e fiochi torchini e argento Seconda stanza Due quadri grandi assai rapresentante uno Adamo et Eva e l’altro la Pietà cristiana di bona mano Altro quadro più piccolo Santa Maria Madalena Un Crocifisso di Ottone indorato, tutto ornato di bassi rilievi simili con suo tavolino de ebano di perfetto disegno Terza stanza Tre quadri uno di San Francesco altro di S. Cecilia e l’altro la Strage delli Innocenti di bona mano In Camera della Sig. Lucretia dove dorme essendo queste le stanze abbitate da lei Un ritratto del Cardinale Mellini vechio Una S. Barbara con cornice di oro di bona mano Una Madonna con il Bambino con cornice dorata



Du studioli grandi di ebano intarsiati di tartarucha con tavolini di ebano di stima Due studioli ordinari con tavolini intarsiati di madre perla Tredici quadri da testa la maggiore parte retratti Un Albero picolo della famiglia Una trabacha di damascho cremise franciata di oro con coperta e tornaletto Due cimbali uno grande l’altro picolo Uno Organo con sua Cassa di legno dipinta di valore In Guarda Robba (...) Altra cassa con i parati Una stanza di damaschi cremisi trinati di oro con francia simile Molti pezzi di trina d’oro Altra stanza di parato di damascho giallo et rosso Quattro cuscini di damascho trinati d’oro Due cuscini di raso cremisi recamati di oro Molte Altre Cose da culla con instrappatori E mantelline recamate di oro sciugatori pure Ricamati con foderette rechamate et altro Per Battesimo e parto necessario ab antica Altra cassa Trabacha di damasco cremisi trinata di oro Con fregio tornaletto di velluto simile Altra trabacha di damasco cremisi con Alamari ricamati di oro con fregio coperta e tornaletto recamati di oro guarniti con trina di oro e frangia simile Tre pomi di velluto trinati di oro Sopra una tavola Pezze di Arazzo numero venti di Boscaglia antichi con tappeti n. quattro Due casse di diverse biancherie sottili di padroni e grosse da famiglia tanto da tavola grande da letto Sopra altra tavola li infrascritti quadri Santa Barbara con cornice d’oro Due ritratti del Cardinale Mazzarino e Re di Francia con cornice di oro all’antica assai bona


Undici quadri de fiori con cornici ordinaria Una Visitatione della Madonna con cornice di noce toccata di oro con due collonne simili di grande stima Due quadri da testa la SS.ma Madonna col’Angello con cornice di oro Altre diversi n. sette Dui fochoni grandi di ottone con sue Pallette atorno Due Caldare Grande et tutta la robba (...) Due grandii scansie di libri di storie sacre e profane (...) In altra stanza accanto Due scanzine grandi piene di libri d’historie sagre e profane e altro eruditione politiche Di questi libri può attestare A. Capponi non haver trovati in casa se non che il più  o  pezzi di libri ordinari da esso contrassegnati a distinzione di quelli compresi da esso con altre aggiunte (...)” AC,



Archivio Cardelli, Divisione I, T., fasc. 

 marzo ���. Inventario dei mobili del Palazzo Capponi consegnato a Monsignor Rinaldo degli Albizi inquilino del medesimo in tempo che il Marchese Francesco Ferdinando Capponi si tratteneva nello Stato fiorentino e fa l’obligo di renderne conto. Inventario dei mobili dell’Illustrissimo Marchese Francesco Ferdinando Capponi esistenti nel suo palazzo a Ripetta ed avutisi in consegna da Monsignor Illustrissimo e Reverendissimo Rinaldo degli Albizi Primo appartamento nobile Nella sala dei servitori Cinque cassabanchi ed un torciere di legno vecchio con le armi della Casa Capponi Nella seconda anticamera grande che riguarda la strada maestra ove è la ringhiera sul portone Otto busti di pietra marmo con panneggiature di marmo diversi con suoi piedistalli parimente di pietre diverse Sedie di velluto verde vecchie quindici Una tavola di pero negro con sua cornice ed intagli dorati con quattro putti ed un mascherone parimenti dorati Sopra detta tavola due putti di terra cotta, con altro gruppo in mezo d’altri due con sua campana di cristallo ricoperti Nella prima facciata della porta per entrare nella terza camera Un quadro boscareccio di palmi  e  rappresentanti 

figure otto cani et un giumento con cornice in negro intagliata et indorata Altro quadro di testo boscareccio con capre un uomo et un cane con cornice negra filettata d’oro [di] Monsù Rosa Altro quadro di palmi  ed altezza  rappresentante la Cena di Canna Gallelea con figure  con cornice indorata liscia Altro quadro da testa boscareccio con tre capre un uomo et un cane con cornice indorata e nera [di] Monsù Rosa Altro quadro di palmi  rappresentanti un filosofo con una testa di morte in mano e con cornice indorata e intagliata [di] Salvator Rosa Altro quadro di meza testa con figure et animali con cornice negra indorata Del Fiamengo Altro quadro di meza testa Paese con tre pecore un uomo et un cane con cornice negra indorata [di] Monsù Rosa Altri due quadri di testa con frutti e cornici dorate di Michele da Campidoglio Altro quadro di fiori alto palmi due e mezo con cornice negra filettata d’oro [di] Mario Altro quadro di palmi  di larghezza e di altri palmi  con cornice indorata con  figure rappresentante la Primavera del Buccarelli Altro quadro simile di palmi  e  con cornice negra indorata boscareccio con figure  umane due cavalli ed un cane di Joannino Altro quadro simile boscareccio di palmi  e  con figure umane due cavalli due vaccini et un cane con cornice negra intagliata di Joan Altro quadro di palmi  e  rappresentante S. Stefano lapidato con  figure con cornice indorata [di] Gimignani Altro quadro simile di palmi  e  rappresentante la conversione di S. Paolo con figure dieci con due cavalli con cornice indorata [di] Gimignani Due altri quadri di testa compagni rappresentanti un uomo a cavallo per ciaschedun con un cane con cornice indorata[di] Fiammingo [?] Due altri quadri di meza testa con vasi di fiori con cornice negra indorata Di Mario Altro quadro di fiori alto palmi  con vaso di fiori con cornice negra indorata Ordinario Altro quadro di testa con figure armene con cornice nera indorata Ordinario Altro quadro di palmi , e mezo con due figure rappresentante l’estate con cornice indorata [di] Buccarelli Altro quadro rappresentante un ritratto di dama con cornice intagliata e dorata Del Paduanino Altro quadro grande grande di palmi  e  rappresentante la Cena del Salvatore con gli Apostoli a tavola con figure  con prospettive et altro con cornice grande indorata [di] Lanfranco




Altro quadro del camino [di] Pietro da Cortona Altro quadro di palmi  e  rappresentante il sacrificio d’Abram con cornice indorata [di] Pietro da Cortona Altro quadro rappresentante un ritratto di uomo vestito di scuro con cornice indorata e tagliata Ordinario Altro quadro boscareccio con prospettive e con figure cinque con cornice indorata [di] Giovannino Altro quadro boscareccio di palmi  e / con cornice indorata Gasparo Quattro quadri da testa rappresentanti Paesi, Marine, Prospettive, Barche figure umane, animali con cornice negre intagliate et indorate [di] Monsù Jacomo Uno specchio grande ovato in mezo con cornice grande indorata e negra con rabeschi grandi parimenti dorati nelle cantonate con dodici specchietti all’intorno adornati con altre cornicette dentro il medesimo spechio et con altri  spechi piccoli fatti ad uso di diamante e con  pezzi di rabeschi meschiati in mezo alle cornici indorate Altro quadro di tela d’imperatore rappresentante un Sacrificio con sei figure et un idolo con cornice intagliata et indorata Di Richard [?] Altro quadro di tela d’imperatore rappresentante S. Caterina della Rota con cornice indorata [di] Guercino Altro quadro lungo palmi , rappresentante l’Autunno con  figure con cornice indorata Altro quadro di palmi  e  rappresentante un Istoria con Prospettiva con figure  con cornice indorata [di] Giorgione Altro quadro simile rappresentante un Istoria con prospettive con figure  con cornice indorata [di] Giorgione Altro quadro in tela d’imperatore con figura rappresentante S. Agnese con cornice indorata Altro quadro di palmi , rappresentante l’Inverno con otto figure con cornice indorata [di] Buccarelli Altro quadro in tela d’imperatore rappresentante l’Assuntione di Maria Vergine con  figure con cornice intagliata e indorata [di] Pomarancio Altro quadro di palmi  e  rappresentante S. Gennaro con  figure con cornice indorata et intagliata [di] Vannandichi [?] Altro quadro di tela di imperatore rappresentante S. Paolo scrivendo le epistole con figure numero otto con cornice intagliata e dorata [di] Pomarancio Altro quadro di palmi  rappresentante S. Andrea al martirio con numero  figure con cornice indorata Altro quadro di testa rappresentante S. Pietro piangente con il gallo con cornice indorata [di] Sementa Altro quadro in tondo di palmi  rappresentante la piazza Navona con la sua gran fontana con cornice intagliata e indorata Altro quadro di testa rappresentante la Santissima Vergine con cornice indorata [di] Ludovico Baldi



Una altro quadro di palmi  rappresentante una marina con un vascello con cornice indorata [di] Giovannino d’ [?] Nella terza camera interiore sono le seguenti robbe Due tavolini di pietra con sue cornici di pietra diversa fina con suoi piedi rabescati indorati con intagli in grande ed un mascarone in mezo agli intagli Nove sedie di mezo damasco verde e bianco vecchie Due capofochi d’ottone d’altezza tre palmi in circa con due teste esistenti nel camino Nella quarta camera Due tavolini d’ebano lunghi palmi  larghi palmi  con due studioli sopra di tartaruga fina alti palmi  e lunghi palmi  con due tiratori scorniciati di pero negro con sue serrature et altri ornamenti di metallo dorato con due colonne di tartaruga et una statuetta rappresentante un Nettuno con il tridente et un cavallo marino e nell’altro una Venere con un amorino e due putti Quattordici sedie di punto francese asai vecchie quattro delle quali si ritrovano dentro la libraria Nella quinta camera Un quadro rappresentante la Pietà romana alto palmi  e  con cornice grande meza filettata d’oro [di] Caravaggio Un organo grande con sua cassa pitturata con le armi della casa Capponi Mignanelli Bardi (...) Le quali robbe descritte nel suddetto inventario son state ricevute in consegna da Monsignor Illustrissimo e Reverendissimo degli Albizzi per renderne il dovuto conto et in fede di che sarà sottoscritto il presente inventario tanto da Sua Signoria che dal Signor Giovanni Battista agente del Signor Marchese Capponi questo dì  marzo  AC,



Archivio Cardelli, Div. I, T. , f. 

Licenza del Card. Camerlengo a Filippo Corinaldi di cavare nel giardinetto, e cantina del Marchese Alessandro Gregorio Capponi Giovan Battista Prete Cardinale Spinola del titolo di San Cesareo e della Santa Romana Chiesa Camerlengo. Per tenore delle presenti, per l’Autorità del nostro officio di Camerlengato et in esecutione della visita e fede del signor Francesco Bernoli Commissario delle cave et antichità di Roma e suo distretto, data negl’atti dell’infrascritto nostro notaro, sotto questo giorno concediamo licenza a Filippo Corinaldi e suoi uomini cavatori (...) che possino


. Licenza del Card. Camerlengo a Filippo Corinaldi per scavare nel giardino e cantine del marchese Alessandro Gregorio Capponi, . Roma, Archivio Capitolino

liberamente et senza incorso di pena alcuna cavare et far cavare nel giardinetto e cantine del signor marchese Capponi posto nella strada di Ripetta verso il Popolo, salvi pietra (...), marmi, statue, colonne, peperini, travertini, oro, argento et ogni altra sorte d’antichità, purchè nel levare si stia lontano da cimiteri, luoghi sacri, condotto di fontane, muraglie, edificii, antichità di Roma, strade pubbliche ed a vicini, in conformità de’ bandi sopra ciò publicati, sotto le pene in essi contenute; e trovandosi in detta cava marmi, statue, colonne, stucchi, pitture et ogni altra sorte d’antichità, debba subito, di mano in mano si trovaranno, dar notizia nelli detti atti, sotto le suddette pene ed altre a nostro arbitrio; e prima di cominciare a cavare e servirsi delle presenti, debba detto Filippo Corinaldi obligarsi per detti atti d’osservare et adempire quanto in queste e bandi suddetti si contiene, e di non fare

tutti li danni che per causa di detta cava potessero venire tanto al publico come al privato, sotto le medesime pene ed altre a noi arbitra[rie]; e pertanto ordiniamo a chi spetta che non siano molestati né in conto veruno impediti e per causa di detta cava non possino esser convenuti in altro tribunale che nel nostro per li detti atti dell’infrascritto notaro, sotto le pene pecuniarie e corporali a nostro arbitrio; e le presenti vaglino per un anno [prosequente]. Date li  febraro  Littere patenti di cavar pietra Per il signor Francesco Nicola Orsini S in reg. n.  Olimpia Bartolini AC,

Archivio Cardelli, Div. I, T. , f. 






Conti del pittore, falegname e ferraro e pagamenti fattine al suo Mastro di casa del Marchese Gregorio Alessandro Capponi per il nuovo appartamento in cima del suo Palazzo

giorno, sc. , Pagati al sig. Pietro mastro svenatore in luogo del sign. Gio. Maria n.  giornate a b.  il giorno, sc. 

Conti di spese diverse fate in colori diversi e retagli di guanti, gesso oglio et altro a giornate di pittori per dipingere li novi solari e spalete di porte e finestre e fasti telari et altro dell’appartamento di Cima del nostro palazzo come segue

Adi  detto (...) Pagati al sign. Carlo pitore per n.  giornate sc. , Pagati al sign. Ferdinando pitore per n.  giornate sc. ,

Adi  agosto 

Adi  detto

E prima haver compro libre  retagli de quarti per fare la cola a sc.  la l.a sc. , Per libre  di gesso di Gaeta a sc.  la l.a sc. , Per due mastelli per scagliare e tenere il suddetto gesso e cola, sc. , Per pennelli diversi fra grossi e piccoli in ll. sc. , Per pile diverse fra grande e piccole per li colori, sc. , E più per altre libre  del sudetto gesso di Gaeta, sc. , Per libre  di gesso di presa a d.  sc. , Per una libra di terra nera sc. ,

Pagati al sign. Gaetano altro pitore per n.  giornate sc. , (...) Pagati al sign. Carlo pitore per n.  giornate e (?) sc. , Pagati al sign. Ferdinando o sia Sign. Giovanni altro pitore per n.  giornate sc. , Adi  detto Pagati al sign. Ferdinando pitore per n.  giornate sc. , Adi  settembre

Adi  detto

Pagati al sign. Carlo pitore a b.  il giorno come adietro per n.  giornate sc. , Pagati al sign. Ferdinando altro pitore per n.  giornate sc. , Pagati al sign. Ferdinando altro pitore per n.  giornate sc. , Pagati al sign. Carlo Daveroli altro pitore (...) sc. ,

Per altre libre  di retagli di guanti sc. , Per altre libre  di gesso di Gaeta, sc. , c.  Per altre libre  di gesso di Gaeta, sc. , Più per libre  di terra nera sc. , Per altri pennelli piccoli per tirare le linee e dare la biacca a oglio alli telari delle finestre in tutto sc. , Pagati al sig. Giovanni pitore per  giornate a sc.  il giorno, sc. , Pagati al sig. Gaetano per altro pitore per altre  giornate a b.  il giorno, sc. , Pagati al sig. Giovanni mastro svenatore per  giornate a b.  il giorno, sc. , Adi  detto Per libre  di gesso di Gaeta, con porto sc. , Per libre  di gesso da presa con porto, sc. , Per colori diversi sc. , Per una libra di smalto a b.  la libra sc. , Per biaccha una libra e mezzo sc. , Adi  agosto  Pagati al sig. Giovanni altro pitore per n.  giornate di b.  il giorno, sc. , Pagati al sig. Giovanni altro pitore per n.  giornate di b.  il giorno, sc. , Pagati al sig. Gaetano per altri n.  giornate a b.  il



AC, Archivio Cardelli, Divisone I, T. , f. 



Conto delli lavori fatti di pittura, nel palazzo dell’Ill.mo Signor Marchese Capponi fatti da Annibale Rotati nell’anno  c. Per haver dato di gesso a due bussole che stanno nell’arcovia alte palmi  a ragione di due pavoli luna importa pavoli  Per haver dipinto le dette busole con fogliame si chiaro scuro giallo et i campo di verdetto e attorno alle dette busole una cornice a ragione di due scudi luna importa sc.  Per haver lumeggiato d’oro le dette bussole tanto li fogliami con le cornici a ragione di pavoli  luna importa pavoli sedici, sc. , Lavoro fatto nella stantia de Groteschi Per haver dato di gesso a due busole tanto davanti


come per dietro alte palmi  a ragione di  pavoli luna importa pavoli  Per haver dipinto le dette bussole di fogliame giallo con il campo paonazzo da una parte e dall’altra di verdetto a ragione di pavoli  luna importa sc. 

Per havere dato di giallo a olio alle dette cornicette di dette finestre a ragione di sei pavoli luna importa pavoli , c. v

Per havere fatto due archetti di finestra con sui spanci scorniciati di gialli con il fondo pavonazzo all’archetto un fogliame a ragione di  pavoli luna importa pavoli , Per havere fatto alla porta li sguinci scorciati di giallo con il suo fondo pavonazzo e all’archetto il suo fogliame a ragione di  pavoli luna importa pavoli , Per havere fatto tre vani che sono stati fatti tre volte di maiolica che stanno sopra le finestre con il suo ornato a ragione di  pavoli luna importa pavoli  Per havere dato una mano di giallo sino a tutte le cornicette di dette finestre a ragione di pavoli  importa pavoli  Per havere scorniciato dietro alle dette finestre di chiaro scuro giallo e il campo paonazzo a ragione di due scudi per finestra importa sc.  Per haver dato di gesso a n.  pilastri alti palmi  e poi fatti li sui groteschi coloriti con li capitelli a base di chiaro scuro giallo e biancho a ragione di  sc. luno importa sc.  Per havere dipinto il zocolo di detta stantia con ornati gialli e bianchi riquadrato venato di pavonazzetto con il suo affricano a piedi importa sc. 

Lavoro fatto nelle stantie dove è il camino Per havere tirata la tela e imbollettata ingessata lunga palmi  in circa in tutto importa sc.  Per haver dipinto il soffitto di detta stantia con ornati di chiaro scuro giallo in tutto importa sc.  Per havere lumeggiato d’oro tutti l’ornati e cornici al detto soffitto e poi messo l’oro in tutto importa sc.  Per havere dipinto il fregio di detta stantia con ornati di chiaro scuro giallo e intagliato in tutto importa sc.  Per havere dato di gesso al piedistallo di detta stantia importa pavoli  Per havere dipinto il zoccolo di detta stantia con ornati di chiaro scuro e biancho risaltato con ornati in tutto importa sc.  Per havere dato di giesso alli fusti di una finestra tanto davanti come dietro importa pavoli ,  Per havere scorniciato dietro alla detta finestra li medesimi fusti importa pavoli , , Per havere fatti l’ornati alli vani di detta finestra tutti di chiaro scuro giallo sono in tutto  vani piccoli e grandi a ragione di due pavoli per vano importa sc. ,  Per havere lumeggiato d’oro li vanetti di detta finestra pavoli , ,

c. 

c. 

Per havere tirata la tela alla detta stantia e poi dato di gesso importa pavoli  Per havere fatto numero  vani di finestra de grotteschi coloriti a olio a ragione di  pavoli luna importa sc.  e b.  Per havere dipinto il soffitto con la balaustrata di