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Fuori dal coro

Apollonio

Morandini

Tornquist

Dadamaino

Cortina Arte Edizioni


Marina Apollonio - Dadamaino Marcello Morandini - Jorrit Tornquist

Fuori dal coro Associazione Culturale Renzo Cortina Via Mac Mahon 14, interno 7 - Milano www.cortinaarte.it artecortina@artecortina.it

dal 4 giugno al 19 luglio 2013

Cortina Arte - Milano

Catalogo a cura di: Susanne Capolongo e Stefano Cortina

Testi di: Susanne Capolongo, Cristina Celario, Giovanni Cerri, Veronica Riva. Prefazione di Stefano Cortina

Ufficio stampa: A.C.R.C. Veronica Riva

Crediti fotografici: Maria Mulas, Vittorio Pigazzini, G. Ricci, Giovanni e Riccardo Molino, Valeriano Borroni


Marina Apollonio - Dadamaino Marcello Morandini - Jorrit Tornquist

Fuori dal coro A cura di Susanne Capolongo e Stefano Cortina

Cortina Arte Edizioni


Susanne Capolongo, Jorrit Tornquist, Marina Apollonio e Marcello Morandini


Fuori dal coro, dentro l’arte Un omaggio a quattro grandi artisti, protagonisti di un’epoca irripetibile, autori di pagine imprescindibili nella vicenda dell’arte programmata italiana. Dall’Optical alla Cinetica allo studio del colore, arte come espressione, arte come scienza e matematica. Ordine più che disordine. Dadamaino, Marina Apollonio, Marcello Morandini, Jorrit Tornquist. Dagli anni ’60 ad oggi, tranne Dadamaino mancata nel 2004 e che di fatto, causa malattia, terminò il suo lavoro nel 2000, i quattro hanno vissuto intensamente dapprima l’epopea dei gruppi, Azimuth, Gruppo Milano 61, Gruppo T, Gruppo N, Grav, Zero, Nul Groep, Nove Tendencije, più generalmente accolti sotto l’egida dell’Arte Programmata, ed in seguito, autonomamente, la propria ricerca individuale figlia della partenza comune. Sicuramente un periodo felice e fecondo di scambi e contrasti, talvolta accesi, volti ad una grande crescita culturale. I tempi del vivere insieme e dei convivi, mantenendo però autonoma la propria ricerca. È proprio questo frequentare tutti, amici (o nemici) di tutti ma indipendenti da tutti, la caratteristica che accomuna questi grandi autori. Fuori dal coro appunto, legati come, e forse più di altri a concetti d’ordine algebrico e geometrico rispetto alla struttura creativa. Dal cerchio, figura centrale nell’opera di Marina Apollonio alla proporzione matematica di Marcello Morandini, architetto e designer. Dal calcolo scientifico del colore e delle sue valenze cromatiche di Jorrit Tornquist, austriaco di nascita ma italiano d’adozione sin dagli anni ’60, capace di applicare le proprie teorie trasponendole in progetti di architettura industriale. A Dadamaino, la cui vita fu esempio di caos e anticaos, donna multiforme capace di passare dal disordine delle tele forate alla ricostruzione matematica della Ricerca del Colore alla codificazione del segno in movimento della serie Sein und Zeit. Fuori dal coro ma assolutamente dentro l’arte, dalla grande tradizione famigliare dell’Apollonio figlia di Umbro Apollonio, uno dei massimi scrittori ed esperti di arte contemporanea del nostro tempo, alla professionalità riconosciuta a livello internazionale di Morandini degno erede dei fondatori del Bauhaus. Da Tornquist sperimentatore e scienziato al tempo stesso, a Dadamaino e al suo impegno politico dove il segno pittorico era voce e manifesto del suo credo. Insieme negli anni ’60 ma soli nella loro ricerca, nelle scelte di vita e nelle scelte artistiche. In un percorso di amicizia e rispetto reciproco, che tuttora li vede impegnati in una continua evoluzione della loro sperimentazione con grande coerenza logica e una forte disciplina di pensiero. In un ideale abbraccio all’amica Dada compagna di viaggio e di avventure.

Stefano Cortina 5


Jorrit Tornquist e Marina Apollonio

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MARINA APOLLONIO: sintesi e complessità Foglio e china, bianco e nero. Sono questi gli elementi che contraddistinguono l’operare di Marina Apollonio fin dagli esordi, in quello studio d’architettura di Venezia nei primi anni Sessanta. Accanto a studi e soluzioni architettoniche per interni, l’Apollonio inizia infatti in questi anni le sue ricerche sulla comunicazione visiva. Rigore e perfezione geometrica caratterizzano i primi lavori dell’artista, come emerge chiaramente da alcuni disegni di questo periodo. In sintonia con Stefano Cortina, Marina Apollonio e Cristina Celario le ricerche degli artisti cinetici, l’artista disegna, all’interno di strutture quadrate, piccoli tasselli neri che variano di dimensione secondo un complesso schema matematico. Si creano così illusionistiche prospettive, che danno contemporaneamente rilievo e profondità alla bidimensionalità del foglio. Tuttavia, oltre alla tridimensionalità, i piccoli tasselli di china che compongono questi lavori generano continue e inquiete vibrazioni, che portano l’occhio dello spettatore verso il centro dell’opera, nel suo fulcro. Probabilmente, non è un caso che da lì a pochi mesi Marina Apollonio inizi la sua riflessione sul cerchio, forma primaria che dista da un punto fisso, il centro appunto. Il cerchio è indagato in tutte le sue possibilità strutturali, col fine di generare un elemento attivo. Partendo dalle precedenti esperienze grafiche, l’artista inizia a sperimentare l’attivazione del cerchio con i mezzi di sempre: lo studio rigoroso della geometria, il nero e il bianco. Per l’Apollonio infatti la tessitura grafica ha in sé gli elementi per creare una percezione spaziale espansiva, fluida ed elastica. Tra il 1964 e il 1968, nascono così le Dinamiche circolari, dove il movimento del cerchio rimane solo a un livello virtuale, creato da illusioni ottiche puntualmente studiate all’interno dell’opera. Cerchi concentrici, cerchi eccentrici, ma anche forme derivate: cerchi che si aprono a pettine, lasciando una sorta di scia in questo movimento illusorio; modulo yin-yang, che ben si accorda all’uso del bianco-nero, generando un continuo e armonico movimento di opposti; spirali in tensione che creano contrazioni ed espansioni illusorie. Ben presto, queste strutture a movimento virtuale, vengono attivate realmente dall’arti7


sta, alla ricerca di un maggiore incremento degli aspetti fenomenici di attivazione del cerchio. Le dinamiche circolari vengono così montate su sostegni mediante un perno centrale; questo permette la rotazione manuale dell’opera da parte dell’artista o del fruitore, dando così vita alle Dinamiche circolari in movimento. Il movimento accresce gli effetti di allontanamento e di avvicinamento delle masse lineari, dando una sensazione di fluidità pulsante. Oltre all’incremento degli aspetti fenomenici, è evidente quanto diventi sempre più fondamentale la presenza dello spettatore per l’attivazione delle opere dell’Apollonio. Dallo sguardo e dalla concentrazione richiesta nelle prime opere, si passa ora ad un intervento fisico, manuale. Il coinvolgimento diventa sempre maggiore quando, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, l’artista continua la sua sperimentazione di attivazione del cerchio su grande scala, a livello ambientale. In questi anni Marina Apollonio ipotizza infatti lo Spazio ad attivazione cinetica: la costruzione di un enorme disco, del diametro di 10 metri, da disporre direttamente a terra sul pavimento. Il cerchio si caratterizzava per la tessitura bianca e nera simile a quelle realizzate dall’artista per le Dinamiche circolari. Il disco, azionato meccanicamente, avrebbe inoltre creato effetti di squilibrio per lo spettatore, il quale non solo poteva osservare la rotazione dell’enorme cerchio nello spazio, ma poteva entrare fisicamente nell’opera, agendo in essa. Per anni l’opera rimane solo in fase progettuale, fino a quando, nel 2006, la Schirn Kunsthalle di Francoforte propone all’artista la realizzazione dell’ambiente, da collocare nella rotonda del museo. A distanza di molti anni dal progetto iniziale, Marina Apollonio porta così a compimento una parte del suo studio e della sua analisi sul cerchio e sulla sua attivazione. Appare chiaro infatti come l’artista, nonostante abbia iniziato la propria carriera a fianco dei più grandi esponenti dell’arte cinetica italiana ed internazionale, abbia portato avanti con coerenza un processo personale, che ha superato gli stessi anni della Tendenza e che resta attuale ancora oggi. Ne sono una conferma le Ellissi, realizzate negli anni più recenti dall’artista, dopo l’importante esperienza di Francoforte. Come lo spettatore, inglobata e trasportata dal movimento ciclico e tendente all’infinito di questo enorme disco, Marina Apollonio sembra sia giunta a concepire la forma circolare da nuove e sempre diverse prospettive. Le Ellissi altro non sono che la rielaborazione del la forma primaria del cerchio: questo ha subito infatti un processo di restrizione ed espansione della forma, spinto da un movimento sempre più vorticoso. Concepite in una sorta di trittico, andrebbero contemplate nella loro interezza, perché ogni parte corrisponde a un diverso piano, a un diverso fotogramma, di questo processo. Sfuggite dall’unità della geometria euclidea, sono una parte, una rappresentazione, di una nuova spazialità relativa.

Cristina Celario 8


Stefano Cortina, Marcello Morandini e Marina Apollonio

Veronica Riva, Susanne Capolongo, Marina Apollonio, Cristina Celario e Stefano Cortina 9


Struttura grafica NBM2, 1964 china su carta, cm 48x66

Struttura grafica NBPR 3-2, 1964 china su carta, cm 48x66 10


Struttura grafica NP+4SP, 1964 china su carta, cm 48x66

Struttura grafica, 1964 china su carta, cm 48x66 11


Struttura grafica, 1964 china su carta, cm 48x66

Struttura grafica NBPR 3-2, 1964 china su carta, cm 48x66 12


Torsione 006

Torsione 003

Torsione 001

Torsione 002

Torsioni 006-003-001-002, 1969/2011 acrilico su tela incollata su legno, 30x30 cm 13


Torsioni 011, 1969/2011 acrilico su tela incollata su legno, 30x30 cm

Torsioni 010, 1969/2011 acrilico su tela incollata su legno, 30x30 cm 14


Dinamica circolare 005, 2008 serigrafie su alluminio, 50x50 cm 15


Dadamaino, 1975. Foto di Maria Mulas

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DADAMAINO:”Le brave ragazze si ribellano sempre”1 È il 2 ottobre 1930 quando nasce a Milano Emilia Maino, figlia unica di Giovanni Maino ed Erina Saporiti ai quali sarà unita da un profondo e speciale legame per tutta la vita. Negli anni Cinquanta inizia a frequentare il quartiere milanese di Brera e contemporaneamente muove i primi passi nel mondo dell’arte. È questo il periodo in cui comincia a farsi chiamare Eduarda, anche se tutti useranno il più semplice diminutivo Dada. Risalgono al 1956 le sue prime partecipazioni a premi artistici esponendo opere astratto-informali. Ma è il 1957 l’anno di svolta: conosce e stringe profonda amicizia con Piero Manzoni, con lui condivide gli stessi ideali ed entrambi sentono l’esigenza di trovare nuove strade per fare arte. Insieme Con Gianni Colombo al Salone Annunciata, frequentano il bar Jamaica, luogo di ritrovo e 1974. Foto di Maria Mulas aggregazione per artisti e intellettuali, dove si andava per divertirsi ma anche per scambiare idee, confrontarsi, discutere. Sono anche gli anni in cui forte, nel campo artistico, si sente l’esigenza di profonde rivisitazioni, di nuove aperture, di ricerche sperimentali per ricominciare partendo letteralmente da zero, utilizzando anche le nuove tecnologie e i materiali industriali. Come dice Dada: ”Si può fare arte con qualsiasi mezzo. […] sempre, trovato un metodo, l’ho sviscerato e scomposto per verificare delle possibilità più aperte che mi hanno portato a nuove ricerche. […]”. È grazie all’amico Manzoni che conosce Lucio Fontana da cui trae ispirazione e coraggio per realizzare i primi Volumi, le tele con grandi squarci ovoidali che saranno i veri precursori di una ricerca ininterrotta che ha caratterizzato la sua carriera. L’anno successivo, nel 1958, tiene la sua prima personale alla Galleria dei Bossi a Milano. Nel 1959 aderisce al gruppo d’avanguardia Azimuth fondato lo stesso anno da Piero Manzoni di cui fanno parte anche Enrico Castellani e Agostino Bonalumi. Azimuth organizza mostre in Europa grazie al legame instaurato con i coevi gruppi Zero (Germania), Nul (Olanda), Motus (Francia) che condividono la stessa poetica. Ed è proprio nel contesto di una mostra in Olanda a cui Dada partecipa nel 1961 che comincia ad adottare il nome d’arte Dadamaino: l’idea ha spunto da un errore di trascrizione da parte degli organizzatori. 1

Testo autografo dell’artista al retro dell’opera: Lettera 13 dell’alfabeto della mente, china su tela sintetica, cm 45x38, 1981

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Gli anni Sessanta sono l’inizio di una ricerca intensa, prolifica e inesausta che l’artista prosegue coerentemente progettando, sperimentando e realizzando opere che approfondiscono vari aspetti dell’arte programmata e cinetica e che l’accompagneranno per tutta la vita. Dai Volumi passa ai Volumi a moduli sfasati, agli Oggetti ottico dinamici, alla Ricerca del colore, alle False prospettive, ai Cromorilievi per approdare negli anni Settanta ad un linguaggio segnico più strettamente legato alla sfera mentale che porterà avanti sino ai sui ultimi lavori degli anni Novanta con una successione di periodi coerentemente approcciati e concatenati per concludersi ed aprirsi a nuove strade, studi. Si susseguono così gli Inconsci razionali, gli Alfabeti della mente, le Costellazioni, i Movimenti delle cose. Le sorprendenti tenacia ed energia che Dada impiega non sono da intendersi come fredda oggettività d’operare, bensì, come lei stessa afferma, non ha mai pensato di fare lavori meramente oggettivi perché ha considerato la manualità, il ragionamento, la passione elementi essenziali per ogni creazione. Ne è prova la svolta che prenderà il suo modus operandi a partire soprattutto dalla fine degli anni Sessanta. Inscindibili sono per lei l’arte, la politica, il pensiero. Libertà di pensiero e azione a volte risultano come difficoltà che la allontano da altrimenti più facili riconoscimenti per il suo lavoro. Ma Dadamaino decide di intraprendere una strada non semplice, guidata dalla propria coscienza e da rigorosi ideali senza mai piegarsi a compromessi. Nella seconda metà degli anni Sessanta, benché continui a proseguire sugli sviluppi di un linguaggio che si focalizza sui concetti della percezione visiva, sulla ricerca del colore, della luce, sull’ideazione di opere che pur essendo statiche diano suggestioni di dinamismo, contemporaneamente si sente molto coinvolta nella situazione politica.

Dadamaino svolge il movimento delle cose, 1990, foto di G. Ricci 18


È femminista e militante nei movimenti di contestazione di sinistra emersi nel ’68, tanto che traccia di questo suo impegno di protesta si troverà in molte delle sue opere dove inizia infatti a scrivere di tergo alcune frasi, pensieri personali che hanno a che fare con il mondo politico che contrasta. È questa la fase in cui l’artista si trova davanti ad una svolta importante del suo pensiero e ad un cambiamento nel modo di proseguire il suo lavoro. Un nuovo capitolo della sua vita si apre in direzione di un cammino più strettamente legato alla sfera personale, alla sua posizione nei confronti del mondo, delle ingiustizie che i popoli devono subire e di fronte ai quali lei non trova altro modo di esprimersi se non con la sua arte che diventa sempre più introspettiva, riflettendo però all’esterno il disagio e Dadamaino al lavoro, 1979. Foto di Vittorio Pigazzini l’impotenza di comunicare diversamente. Le False prospettive e i Cromorilievi sono gli ultimi lavori eseguiti nella prima metà degli anni Settanta ancora legati ad uno studio della luce e del movimento. Le prime sono opere policrome eseguite ad olio progettate sulla base di un identico schema. I secondi sono lavori tridimensionali costituiti da tavole in legno sulle quali l’artista inserisce tasselli modulari aggettanti che creano, a seconda del colore e dell’orientamento, molteplici percezioni visive. Oggetto di questa ricerca è il rapporto che coesiste tra gli elementi concreti di forma, colore, volume. Dopo aver esaurito lo studio dei Cromorilievi Dadamaino intraprende la ricerca sul segno che non abbandonerà più sino alle sue ultime opere. Torna al lavoro su supporti bidimensionali e, come lei stessa scrive: “Ho continuato a lavorare con più accanimento fino a scarnificare la ricerca a sole linee, perché intravedevo che quello che cercavo era anche una specie di profondità che non doveva evidenziarsi con la prospettiva, ma con un risultato piano. […] Concludo osservando che la mia razionalità non è autoimposta, ma fa parte della mia indole. La geometria e il rigore non sono il paravento della mia paura ad avere coraggio, ma la molla per essere sulla pista della ricerca.” Prende vita una sorta di scrittura della mente “fatta di linee ora dense e marcate ora impercettibili e saltellanti, senza alcuna programmazione a priori, ma sensibili alla pressione della mano che libera corre e traccia senza premeditazione. Ma è chiaro che se la mano è guidata dalla mente, in questo caso lo è dall’inconscio”. Questi pensieri si concretizzano negli Inconsci razionali: opere reticolate aventi propri ritmi e armonie, in cui si alternano spazi vuoti a quelli densamente tracciati dalla 19


Dadamaino, 1958

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Con il cane Gregoire, 1965

penna. Nell’estate 1976 il massacro dei profughi palestinesi di Tall el Zaatar scuote terribilmente la sensibilità di Dadamaino che piena dolore vorrebbe urlare la propria rabbia al mondo, ma impotente, inizia d’impulso a tracciare piccoli segni orizzontali e verticali, rigorosamente con china nera, riempiendo fogli interi. Sono gli Alfabeti della mente lettere di un personalissimo e inconscio linguaggio contro la violenza e il crimine, “indirizzate alla sofferenza dell’umanità, di qualsiasi natura e proporzione”. Arriva a completare una serie di 16 lettere e la prima, la Lettera 1 è quella dedicata proprio alle vittime di Tall el Zaatar scritta, ancor prima che sulla carta, con un bastoncino su una spiaggia deserta. Nel 1980 partecipa alla Biennale di Venezia che le dedica una sala personale, esperienza che sarà ripetuta nel 1990. Negli anni Ottanta ricompare il colore in una serie di opere intitolate Costellazioni in cui minuscoli segni si aggregano e si allontanano formando una sorta di piccoli e grandi cosmi in cui ognuno può tentare di ritrovare se stesso e il senso della vita. Dal 1987 inizia il ciclo Il movimento delle cose: su fogli di poliestere, talvolta di enormi dimensioni, traccia piccoli tratti ora più vicini ora più rarefatti che creano una potente percezione di movimento. Saranno i lavori che l’accompagneranno fino al 2000, quando si conclude la sua lunga carriera artistica. Muore quattro anni più tardi, il 13 aprile 2004 dopo lunga inattività dovuta a problemi di salute. Le sue ceneri sono custodite accanto a quelle dell’ amato padre nel piccolo cimitero de La Maddalena, frazione di Somma Lombardo.

Veronica Riva 21


Disegno ottico dinamico, 1960 china su carta, cm 20x20 22


False prospettive, 1972 tempera su carta, 50x 69 23


Alfabeto della mente, lettera 10, 1978 china su tela sintetica, cm 31.9x15.4 24


Alfabeto della mente, lettera 11, 1979 china su cartoncino, cm 50x35 25


Alfabeto della mente, lettera 11, 1979 china su cartoncino, cm 50x35 26


Alfabeto della mente, lettera 12, 1979 china su cartoncino, cm 50x35 27


Marcello Morandini con Susanne Capolongo

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MARCELLO MORANDINI La scultura e l’emozione “La più grande libertà nasce dal più grande rigore” V. Vasarely

Affascinante, colto, elegante e raffinato nei modi e nei verbi così come sono le sue opere; che siano disegni, sculture di piccola o grande dimensione, oggetti di design e strutture architettoniche non mancano mai di stupire e meravigliare per la loro geometria perfetta ed essenziale. Marcello può sembrare un signore un pò altero e scostante, fin troppo austero nel suo fare, un po’ come le sue creazioni che possono risultare rigorose e severe, un prodotto Morandini e Marina Apollonio meramente estetico, ma superando fenomeni ottici si può cogliere l’essenza grandiosa ed eterna racchiusa in esse. Perché qui non si tratta di opere estetiche che appagano il senso della bellezza, parliamo di creazioni che raggiungono un risultato finale dopo un lungo e sapiente studio dello spazio e della forma, una linea filosofico-artistica che porta avanti sin dai primi anni ‘60, elaborando concetti e metodi comuni con amici e colleghi allora suoi coetanei, ma che negli anni a seguire, fino ai giorni nostri, ha costantemente e coerentemente perseguito come unico fine del suo operare. Sin dal lontano 1967 critici di rilievo come Umbro Apollonio e Gillo Dorfles avevano compreso che il suo agire andava ben oltre il puro risultato estetico. Per Marcello Morandini il fine di tutto il suo percorso, che parte dal disegnare quotidianamente per sviluppare passaggi infiniti della forma e approdare alle sculture se non addirittura agli spazi architettonici abitativi, tutto questo percorso è il suo mezzo espressivo per ricercare e condividere l’emozione dell’esistenza. Per le sue opere ha sempre prediletto l’uso del legno laccato per passare negli anni all’utilizzo del plexiglass, le sculture sono solitamente monocrome bianche o nere oppure in bianco/nero, ed è proprio la scelta effettuata da Morandini dei due colori che permette la valorizzazione della forma e del movimento che si viene a creare, e all’analisi visiva si palesa una perpetua e costante mutazione, dando significati straordinari 29


rispetto al modello iniziale. E ancora, è proprio la scelta di questi due specifici colori che permette di soffermarsi sullo studio della struttura valorizzando la metamorfosi delle forme, senza essere traviati dalle “ invadenti” tinte che rischierebbero di rendere il prodotto finale un operato creato per puro appagamento estetico. E riflettendo su questi principi mi sovviene una definizione di El Lissitzky che parlando del costruttivismo così definiva “…questi artisti guardano il mondo attraverso il prisma della tecnica. Non vogliono creare illusioni attraverso i colori sulla tela, lavorano invece direttamente sul ferro, sul legno, sul vetro. I miopi vedono in tutto ciò solo la macchina, mentre il costruttivismo dimostra che non si può stabilire il confine tra la matematica e l’arte, tra l’opera d’arte e un ritrovato della tecnica”.* Lo spettatore, entrando in contatto con le sculture, inizialmente si ritrova fisicamente sedotto, soddisfacendo così il piacere tattile, poi l’appagamento diviene intimo, si ha la sensazione di aver conseguito un’esigenza recondita che porta all’ordine, che non è semplicemente un ordine dettato dalla materia ma è un ordine mentale e l’opera ne è l’artefice. L’inizio e la fine ora hanno un loro “luogo” definito, collocabili in ogni dove perché hanno vita a se, pregne di essenzialità e universalità. Sono ritmi puri su forme primarie e l’evoluzione del mutamento che mette in atto con schemi consequenziali di movimento geometrico ci conduce all’opera finale, il suo agire ha ispirazione costruttivista, basato sullo studio della struttura e della sua dinamica, dove l’elemento primario è la forma e la sua incidenza visiva nello spazio. La nostra percezione resta immediatamente catturata dal risultato scultoreo-architettonico, ma un’attenta analisi ci permette di percepire l’evoluzione dello studio progettuale che viene compiuto, delle torsioni, delle espansioni, della bidimensionalità e della  tridimensionalità che vengono messe in atto  per il raggiungimento finale, grazie anche ai numerosi disegni e progetti che precedono ogni sua opera, così poco conosciuti dal pubblico ma così meravigliosamente perfetti, l’artista ha la padronanza totale, scientifica e tecnologica del suo operare, procede in modo razionale, controllato e il tutto è documentabile in ogni suo processo. Sovente parte semplicemente da una linea per poi sviluppare procedimenti simmetrici e passaggi infinitesimali, semplici spostamenti della retta, del cerchio, di un qualsivoglia elemento, rotazioni frammentate in un vortice di linee che arrivano a completarsi, dando la possibilità all’artefice di creare strutture diverse e quindi stabilire ogni volta una nuova analisi e approdare in fine al completamento dell’elegante forma. Morandini ci vuole svelare quello che la capacità visiva non sempre percepisce perché guidata dalla mente che ci porta la dove “il nostro quotidiano comanda”, nel ripetersi del tempo incessante delle nostre vite perdendo così l’imprevedibile, il fantastico e il nuovo. Sia con le forme megalitiche che con le sculture da tavolo ci permette di entrare in una nuova dimensione, di attraversarla, di viverla e condividerla. Possiamo considerare Morandini un artista nemo profeta in patria, amato e valorizzato 30


Morandini insieme a Stefano Cortina e Tommaso Trini

fuori confini, riconosciuto dai piÚ autorevoli critici, raggiungendo un notevole successo sin dal lontano 1967, ricordiamo le personali tenutasi a Dortmund e a Basel, la partecipazione alla IX Biennale di Sao Paulo in Brasile presentato da Gillo Dorfles, un susseguirsi di esposizioni alternando la presenza in Italia come per la Biennale di Venezia del 1968 con una sala personale e mostre nelle gallerie storiche come il Naviglio di Milano e la galleria Method di Bergamo, a numerose mostre dall’allora fino ai giorni nostri a Zurigo, Oldenburg, Graz, Vienna, Bruxelles, Bochum, Basilea ma anche Tokyo, Kassel, Helsinki, Caracas, Beijing, Venezia, a Mantova Casa del Mantegna con la retrospettiva, ma molto altro ancora, opere architettoniche ammirate in molti paesi come Kuala Lumpur e oggetti di design che entrano nel nostro quotidiano con eleganza e funzionalità . Il pubblico internazionale ci invidia e ammira con venerazione le opere di questo grande artista, le sue sculture tridimensionali sono presenti in collezioni private e pubbliche.

Susanne Capolongo *(The isms of art Erlenbach Zurich-Muchen Leipzig a cura di Hans Arp 1925) 31


Disegno 148B, 1971 disegno originale su cartoncino, Ă˜ cm 48 32


Disegno 527, 2008 disegno originale su cartoncino, Ă˜ cm 35 33


Scultura 547, 2009 plexiglass bianco e nero, cm 43x36x18,5

Scultura 376B, 1995 plexiglass bianco e nero, cm 72x36x18 34


Struttura 370, 1994 plexiglass bianco e nero, cm 40x40x6

Pannello 442, 2004 disegno su legno laccato, cm 100x100x4 35


Struttura 570째, 2010 legno laccato nero, cm 70x70x9

Marienza, 2012 plexiglass bianco e nero, cm 25x25 36


Progetto 474, 2005 plexiglass bianco e nero, cm 25x25

Progetto 476, 2005 plexiglass bianco e nero, cm 25x25 37


Progetto 463, 2005 plexiglass bianco e nero, cm 25x25

Progetto 480, 2005 plexiglass bianco e nero, cm 25x25 38


Pianale del tavolo, 2013 legno serigrafato, cm Ă˜ 90.

Struttura 427, 2002 plexiglass bianco e nero, cm 40x40x6,6 39


Jorrit Tornquist e Bruno Munari

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JORRIT TORNQUIST Biologia del colore e dello spazio Se percorrete l’autostrada Milano - Venezia, all’altezza di Brescia non potrete fare a meno di notare il grande termoutilizzatore per il trattamento dei rifiuti, realizzato nel 1996. Vedrete innanzitutto svettare nel cielo una torre di 120 metri di colore grigio chiaro azzurro e poi gli altri “moduli” dell’edificio industriale, tutto intonato su variazioni di celeste e verde naturale. La noterete perché è bella, oltre che utile, e se vi chiederete chi è l’autore del prezioso intervento cromatico sull’architettura, ecco il suo nome: Jorrit Tornquist. Parto da questa considerazione, nello scrivere questa introduzione al suo lavoro, perché non è così consueto per una struttura industriale - con le sue forme squadrate, severe e rigide, con le ciminiere, insomma la tipica costruzione che “serve” essere anche gradevole all’occhio. Anzi, di scempi architettonico - ambientali ne abbiamo, ahimè, a bizzeffe. Tornquist, biologo, è artista e “coloritore” al servizio di industria e edilizia civile; un artista che lavora su commissione, in parte, come si usava nei tempi antichi. Funzione creativa che qui rivive con un taglio geometrico, razionale, scientifico nel legare il colore all’ uso e consumo di un determinato edificio. Rapporto e rela-

Tornquist con un’opera

Tornquist con Emilio Tadini 41


Edith Wahland e Jorrit Tornquist alla Galerie Edith Wahland di Schwaebisch Gmuend (Germania) nel 1976 durante una mostra dell’artista

zione che si sviluppa ulteriormente in ambito psicologico, nell’uso di un colore piuttosto che un altro in un determinato edificio. Edificio che ha una sua funzione, una sua identità correlata all’attività umana e ad essa imprescindibile. Tornquist ha alle spalle un percorso artistico che abbraccia più di mezzo secolo di storia ed è un artista che pensa e rielabora forme e movimenti spaziali per interni ed esterni. Dallo spazio ristretto e ben delimitato della superficie-quadro alla realizzazione, nel 1966, della Jakominiplatz di Graz, città natale dell’artista. Dal termoutilizzatore di Brescia al complesso delle case popolari di Rivalta, nelle vicinanze di Torino, dove la gradazione di intensità cromatica di colore, che scala dal basso verso l’alto - dalla terra al cielo - riscatta in vivacità la mono-tonia del quartiere residenziale periferico. Insomma, sia un’interpretazione dell’impianto di illuminazione urbana, sia una campitura sulle pareti di un fabbrica o di un municipio, la “pennellata” di Tornquist si appoggia sui solidi muri dell’architettura o dell’arredamento civico, si mostra nell’ habitat dove la vita dell’uomo - nelle sue varie componenti, da quella famigliare a quella professionale - si svolge. Così, in questo caso, noi viviamo nelle forme colorate, ci muoviamo e percorriamo linee e campi cromatici, 42


Tornquist, Gianfranco Cajelli, Dadamaino, Grete, Helga Tornquist e Gianni Colombo, Monza 1973

Il Professor Richard Winkler e Tornquist nel laboratorio di scultura dell’Universitat Karl Franzen di Graz (Austria), 1958 43


Tornquist con una Colonna

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siamo parte dell’opera, inseriti in essa e non semplici osservatori. Concetto che lo stesso Tornquist ha ben spiegato con queste parole: “Il fulcro del mio lavoro è ritrovare la capacità di sentire la fiducia nella propria intelligenza emotiva, e a questo insieme di problemi appartengono le mie investigazioni sul formarsi dei sentimenti. Gli elementi base da me scelti per registrare i

Tornquist, Susanne Capolongo e Maria Mulas

sentimenti, per renderli comunicabili, sono: il colore, lo spazio. Il colore comunica i sentimenti tramite la strada diretta della percezione sensitiva senza la necessità di dover ricorrere alla coscienza. Il colore agisce sui sentimenti e così influenza il nostro stato biologico. Lo spazio l’intendo non come orientamento razionale nello spazio cartesiano, come nelle mie opere del 19591965, ma un trovarsi nello spazio vitale, pienamente fiducioso della propria intelligenza emotiva”. Una ricerca che ha il suo nutrimento storico nel Bauhaus e poi si sviluppa con una sua autonomia ideativa, e direi che in qualche modo è avvicinabile anche alla sperimentazione che avviene nella musica moderna e contemporanea. Osservando certe composizioni di Tornquist, dove il ritmo geometrico - cromatico sembra inseguire uno spazio dinamico, mi vengono in mente alcuni brani di G. Ligeti ad esempio. Dico questo perché il colore, come il suono, è spazio di per se stesso. In particolare ricordo il “poème symphonique for 100 metronomes” (1962), associandolo al lavoro di Tornquist per questa serialità di suoni - colori che delineano una velocità, uno sviluppo di ritmo consequenziale e dinamico di successioni di varia intensità - quantità. Oppure, sempre di Ligeti, sarebbe da citare l’opera “atmosphères” (1961), per la profondità spaziale, che ci conduce analogamente molto lontano “fuori” o molto “vicino” dentro la nostra coscienza. E questo movimento di “abitazione” nell’arte e per l’arte è il motivo legante le ricerche e le sperimentazioni di questo poliedrico artista, che giustamente ha detto: “quello che è utile può essere bello”.

Giovanni Cerri 45


Progetto 76, 2010 acrilico su tela, cm 30x30 46


Labirinto, 2006 glicĂŠe su tela, cm 40x40 47


Fall, 1973-75 acrilico su tavola, cm 40x40 48


Green and yellow, 1999 cartapesta, cm 50x50 49


Opus 439, 1973 acrilico su carta, cm 20x20 50


Opera 475, 1974 olio su tela, cm 80x80 51


Progetto 65, 2007 acrilico su tela, cm 50x50 52


Opus 474, 1973 acrilico su carta, cm 30x30 53


Marina Apollonio Nata a Trieste nel 1940, frequenta l’Accademia di Belle Arti a Venezia, dove segue le lezioni di Giuseppe Santomaso. Successivamente si dedica all’architettura d’interno. Dal 1962 inizia la sua ricerca visiva, realizzando i primi rilievi metallici a sequenze cromatiche alternate e prendendo spunto anche dalle sperimentazioni di Gibson, Purdy e Lawrence. Nel 1965 partecipa a una collettiva con gli esponenti del movimento internazionale Tendencija 3 a Zagabria. Si susseguono poi diverse esposizioni in Italia e all’estero, nelle quali l’artista prosegue il suo lavoro sulle possibilità fenomeniche di forme e strutture elementari. Dal 1975 realizza opere basate sul rapporto ortogonale di linee parallele colorate verticali e orizzontali su fondo nero. Vive e lavora a Padova.

Dadamaino Emilia “Eduarda” Maino (in arte Dadamaino) nasce nel 1930 a Milano. Si avvicina all’arte negli anni ’50 e la sua ricerca ha un suo primo periodo con la serie dei “Volumi”. Sono gli anni in cui frequenta Brera e il Giamaica, noto locale dell’ambiente artistico milanese, e conosce artisti come Lucio Fontana e Piero Manzoni. Nel 1959 aderisce ad Azimuth, il gruppo d’avanguardia che comprende anche Piero Manzoni e Enrico Castellani. Nascono contatti con il Gruppo Zero in Germania e Motus in Francia. Negli anni ’60 lavora con i materiali sintetici, che accompagneranno le sue opere fino alle ultime ricerche. Citiamo altri cicli importanti come i Volumi a moduli sfasati, gli Oggetti ottico-dinamici, i Cromorilievi, l’Alfabeto della mente, le Costellazioni, il Movimento delle cose. Espone alla Biennale di Venezia nel 1980 e nel 1990. Dopo un’attività intensa di ricerca e sperimentazioni, con mostre importanti in Musei, spazi pubblici e gallerie private in Italia e all’estero, scompare nel 2004. Dal 2008 la Galleria Cortina ne segue l’opera con mostre monografiche e libri di approfondimento scientifico dedicati ai singoli cicli della sua ricerca. 54


Marcello Morandini Nato a Mantova nel 1940, si trasferisce presto a Varese e frequenta poi l’Accademia di Brera a Milano.. Successivamente collabora come aiuto designer e grafico in studi professionali. Dal 1965 inizia la sua attività espositiva, con mostre a Genova, Milano, Francoforte e San Paolo in Brasile, invitato dal critico Gillo Dorfles. Nel 1968 espone alla Biennale di Venezia con una mostra personale. Nel frattempo lavora anche come architetto, progettando la sua stessa casa di Varese, edifici e spazi pubblici. Intensa anche la ricerca nell’ambito del design, con l’ideazione e realizzazione di molti oggetti. Prosegue la sua attività di mostre in Germania, Austria, Svizzera e nel 2004 è nominato membro onorario del Royal Designer for Industry a Londra. Marcello Morandini è architetto, scultore e designer conosciuto a livello internazionale.

Jorrit Tornquist Nato a Graz nel 1938, studio biologia all’Università e Architettura al Politecnico. Nel 1959 inizia la sua attività artistica, nell’area informale, successivamente si orienta verso la sperimentazione del colore, sugli effetti cromatici risultanti dai vari tipi di accostamenti, organizzati secondo schemi logici in composizioni geometriche. Nel 1964 si stabilisce in Italia, mantenendo comunque rapporti di lavoro con l’Austria. Nel 1972 fonda il gruppo Team Color. Negli anni successivi, oltre allo studio sulla luce e la rifrazione, sperimenta anche diversi materiali, come gesso, carte, stoffe piegate. Oltre all’attività artistica, sarà anche docente universitario a Milano, Bergamo e Graz. Lavora anche come progettista del colore per edifici pubblici e privati, inserendosi così nel settore creativo del design. I suoi lavori sono stati esposti a livello internazionale in numerose mostre e rassegne, ed è presente i collezioni importanti in Europa, Giappone, Sud e Nord America. 55


Finito di stampare nel mese di maggio 2013 in 600 copie presso la litografia Li.Ze.A. di Acqui Terme (AL) PRINTED IN ITALY 2013 Li.Ze.A. - Acqui Terme


Fuori dal coro  

Un omaggio a quattro grandi artisti, protagonisti di un'irripetibile, autori di pagine imprescindibili nella vicenda dell'arte programmata i...

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