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Daniela Ruggeri

TRA MEDITERRANEO E SAHARA André Ravéreau e la valle del M’Zab

«Come tutti, ho subito la seduzione di Ghardaïa ancor prima di studiarla. Si ha l’impressione che qui le cose possiedano un equilibrio che può dirsi estetico […] ho visto nel M’Zab, allo stesso tempo, il rigore che amavo di Perret, di cui sono stato allievo, e le forme esaltanti e meno rigorose che si trovano in Le Corbusier». André Ravéreau, 1981


Indice 06 Premessa In terre astratte Fernanda De Maio 10 Introduzione L’altro Mediterraneo: nuove modernità in Nordafrica UN ARCHITETTO TRA DUE MONDI 21 André Ravéreau

93 André Ravéreau e i piani del M’Zab 107 Piano di espansione di Beni-Isguen 113 La piazza di Ghardaïa 121 Dalla città di Algeri alla valle del M’Zab, metodi a confronto HÔTEL DES POSTES DI GHARDAÏA, PRIMO FRAMMENTO DI UN PROGETTO UNITARIO

25 Disegno

129 Tre edifici, un progetto. Scelta e metodo

35 Viaggio

139 L’articolazione dei volumi in base al contesto

41 Collage

149 La luce e lo sguardo

IL M’ZAB, ELEMENTI COSTITUTIVI DI UN SISTEMA 49 La costruzione di un’Africa immaginaria: storia di un’indagine 57 Ksour, le città fortificate 63 Il sistema idraulico

157 Tra progetto sostenibile e piacere di comporre 169 La casa mozabita si modifica in base al contesto DALLA LEZIONE DEL M’ZAB FINO ALL’OASI DI BISKRA. CONCLUSIONI E APERTURE

69 Palmenti, “le città estive”

187 Stabilimento termale di Hamman Salahine

73 Aree cimiteriali e di preghiera all’aperto

197 Un progetto di suolo e acqua

79 Verso un progetto per il M’Zab: elementi costitutivi e assenza di gerarchia

203 Un palinsesto di riferimenti: l’assemblaggio

IL PIANO DI DIECI CHILOMETRI: CITTÀ FUTURE DEL SAHARA 85 Agence du Plan d’Alger, una premessa al Piano del M’Zab

213 Conclusioni e aperture 222 Bibliografia 231 Appendice


Premessa In terre astratte Fernanda De Maio

Le profezie vengono dal deserto […] inizio questo viaggio di ritorno, gettando tutti i miei pensieri nel deserto, perché mi rimandi una immagine, questo deserto bello e scellerato dal quale provengono i nostri pensieri e i nostri ordinamenti1.

Questo libro riguarda un architetto francese, Andre Ravéreau, quasi del tutto ignoto in Italia, viaggiatore nelle isole e lungo le coste del Mediterraneo, alla ricerca di occasioni per affermarsi in modo autonomo nel proprio mestiere; riguarda un ambiente d’eccezione, la valle del M’Zab, ammirato dagli etnologi come enclave sociale e urbana per il volontario isolamento e la sostanziale impermeabilità dei suoi abitanti alle civiltà proiettate verso l’omologazione dello sviluppo smart tecnocratico/tecnologico; riguarda un sodalizio artistico e sentimentale, quello tra la fotografa Manuelle Roche e lo stesso architetto, i cui sguardi sono essenziali l’uno all’altro nell’esplorazione del “nuovo mondo” che vanno scoprendo intorno e dentro il Mare Nostrum. Questo libro usa un falso pretesto: leggere il Mediterraneo e la sua cultura architettonica ribaltando il punto di vista e quindi avvicinandosi alle sue coste dal sud islamico. Questo libro ha un obiettivo, restituire ad un edificio di piccola scala, l’Hôtel des postes di Ghardaïa, il significato che esso aveva nell’opera di vasto respiro del suo autore, nell’ambito del piano di salvaguardia e ri-fondazione per la valle del M’Zab. Infine questo libro riporta un luogo un po’ mitico, l’oasi di Ghardaïa – la cui scoperta da parte di Le Corbusier aveva fornito lo spunto per l’architettura di Ronchamp e al grande antagonista di Ravéreau, Fernand Pouillon il pre-testo per le sue enclave turistiche – all’interno del più vasto sistema urbano

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André Ravéreau, paesaggio desertico, tratto dal quaderno di viaggio Ghardaïa-massiccio dell’Ahaggar-Djanet, 1950 (da Archivio privato di André Ravéreau), © André Ravéreau /ADAGP. Paris, 2013.

della Pentapoli a sfondo religioso. Al contempo questo libro pone il lettore di fronte all’ambiente estremo del deserto e a ciò che ha rappresentato per alcune generazioni di architetti, critici e storici del Novecento; ma promuove anche un interrogativo attuale: per quanto tempo ancora il deserto sarà un richiamo per nuove visioni? Verrebbe da dire che quel tempo è già passato se non fosse che la desertificazione è anche l’orizzonte verso cui ci indirizza il fenomeno dei cambiamenti climatici e del riscaldamento globale. Così si potrebbe affermare che fino a quando il deserto, in quanto entità fisica scarna e scabra, continuerà a rappresentare una frontiera mobile, una rivelazione o una “terra astratta”, come ebbe a definirla Frank Lloyd Wright, avrà senso indagarne non solo i suoi lati oscuri, ma anche le celate potenzialità per l’architettura del futuro. La lettura dell’esperienza di Andre Ravéreau risulta utile allora non solo per la storia che racconta, ma per la prospettiva che chiede al lettore di adottare. D’altra parte il Novecento della cultura architettonica occidentale annovera diverse personalità che si sono lasciate irretire dalla esperienza del deserto, prima che diventasse una esperienza turistica alla portata di molti; tra gli storici e i critici Cesare Brandi, Reyner Banham; tra gli architetti, oltre il precursore Wright, gli italiani Paolo Soleri e Fabrizio Caròla hanno, a lungo, abitato il deserto e ce ne hanno lasciato testimonianze radicali, scritte e costruite. Andre Ravéreau appartiene di diritto a questo gruppo di uomini liberi – Imazighen, nella lingua dei nomadi africani – per i quali il deserto è stato il dono di nuove possibilità. Il deserto, infatti, per costoro assume significati analoghi con sfumature e accenti tuttavia particolari. È una rivelazione inaspettata che accomuna Deserti Americani di Banham – dove diventa vero e proprio espediente narrativo nel passaggio da un capitolo al successivo – a Le città del deserto di Brandi – in cui la rivelazione di un paesaggio differente da quello immaginato diventa la chiave per una sorta di auto-analisi, al mutare delle condizioni fisiche in cui si viene a trovare l’autore mentre viaggia verso l’oasi di Ghirza. È

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Introduzione L’altro Mediterraneo: nuove modernità in Nordafrica

L’Islam, rispetto all’Occidente, è come il gatto rispetto al cane. Lo si potrebbe definire un Contro-Occidente, con le ambiguità che comporta ogni profonda contrapposizione, che è al contempo rivalità, ostilità e scambio culturale. […] La cristianità fa capo a Roma, l’Islam fa capo da qualsiasi distanza alla Mecca e alla tomba del Profeta, un centro tutt’altro che improprio, poiché l’Islam attraversa i deserti penetrando fin nelle profondità dell’Asia e costituisce da solo l’“altro” Mediterraneo, il Contro-Mediterraneo prolungato dal deserto1.

Con queste parole, Fernand Braudel descrive abilmente il rapporto di dicotomia e allo stesso tempo di ibridazione che intercorre tra la cultura occidentale e quella islamica. L’Africa del Nord è uno dei tanti volti del continente africano, l’unico in cui convergono, per la peculiare posizione geografica, le spinte provenienti da sud e da nord di quelle “civiltà di lunga durata” che sul Mediterraneo «più e meglio che in qualsiasi altro punto della Terra trovano il loro terreno di confronto»2. Il suo territorio è compreso tra il deserto del Sahara e il mar Mediterraneo, i quali costituiscono i confini naturali e allo stesso tempo i canali conduttori delle diverse correnti culturali legate all’eredità greca, all’Islam e alla Cristianità. Il complicato rapporto tra le civiltà che si fronteggiano sul Mediterraneo ha innescato nel corso dei secoli innumerevoli contaminazioni; tra unità e differenze, ha costruito sulle rive a occidente e a settentrione del bacino paesaggi urbani che si rievocano vicendevolmente e che si spingono ben oltre le fasce costiere. Proprio l’architettura rappresenta una delle prospettive privilegiate per raccontare questa lunga storia di continuità e rotture, in cui il Secondo dopoguerra si configura come un significativo

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Muhammad al-Idrisi, planisfero, disegnato dal geografo marocchino per Re Ruggero di Sicilia nel 1153. La mappa è orientata in maniera opposta rispetto alla convenzione attuale nord-sud. Versione del 1553, in Il Libro di Ruggero.

momento di flesso: mentre l’Europa è attraversata da una profonda crisi economica, il Nordafrica si trova invece in un periodo di fermento culturale, preludio alla stagione delle indipendenze, durante il quale si incrociano le voci e i progetti di architetti e urbanisti del Movimento Moderno e delle sue diverse declinazioni. Le seguenti pagine riguardano proprio una di queste voci, quella di André Ravéreau (1919-2017), architetto francese che, dopo aver peregrinato nel Mediterraneo – fermandosi per un breve tempo in Grecia –, approda a metà degli anni Cinquanta alle rive di Algeri, spingendosi poi fino alle porte del deserto del Sahara, nella valle del M’Zab. André Ravéreau è una figura a tutt’oggi poco studiata poiché a lungo considerata fuori dal coro del Movimento Moderno. Per la maggior parte dei protagonisti dell’architettura francese d’outre-mer del Secondo dopoguerra l’esperienza africana si è concretizzata nella ricerca di un equilibrio tra tradizione e modernità, «attraverso il prisma della visione lecorbusieriana […] che ha collegato una volta per tutte l’architettura vernacolare mediterranea

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André Ravéreau

Ritratto di André Ravéreau, anni Sessanta, © Manuelle Roche/ADAGP. Paris, 2013.

Nato a Limoges nel 1919, Andrè Ravéreau riceve un’educazione non convenzionale: cacciato dalla scuola cattolica perché sorpreso a cantare l’Internazionale, viene iscritto all’età di quindici anni all’École des beaux-arts di Rouen, dove passa i primi due anni a preparare l’esame di ammissione che supera brillantemente. La sua formazione subisce un’interruzione di quattro anni allo scoppio della Seconda guerra mondiale: nel 1940 viene deportato dai tedeschi in un campo di prigionia. Fuggito dalle carceri, attende la fine del conflitto per proseguire gli studi all’École des beaux-arts di Parigi, dove diventa allievo di Auguste Perret – al cui insegnamento rimarrà legato per tutta la vita – e, in seguito, di Marcel Lods1. Nel corso degli anni di formazione Ravéreau inizia a scoprire il Mediterraneo, compiendo una serie di viaggi: il più importante – che apre a una nuova stagione della sua vita – è quello che lo porta a conoscere nel 1949 l’Algeria e la valle del M’Zab, luogo a cui dedicherà gran parte della propria ricerca e dei propri progetti. Tornato in Francia per conseguire il diploma, lavora per breve tempo a Parigi per poi spostarsi in Grecia, dove segue la ricostruzione dei villaggi nell’isola di Cefalonia dopo il terremoto del 1953, e da lì in Algeria, luogo in cui rimarrà per circa vent’anni. Ad Algeri entra nell’équipe dell’Agence du Plan d’Alger2 con l’incarico di elaborare il Piano per la valle del M’Zab (Plan Directeur). Proprio nel M’Zab, Ravéreau aprirà il suo studio professionale e assumerà il ruolo di “Architecte en chef des monuments historiques d’Algérie” (Architetto a capo della soprintendenza per i beni architettonici e storici d’Algeria), carica pubblica che svolgerà continuativamente dal 1965 al 1973. Nel 1970 fonda l’Atelier d’Études et de Restauration de la vallée du M’Zab (Laboratorio di studi e restauro della valle del M’Zab). Sotto sua iniziativa la valle del M’Zab verrà inserita nell’elenco dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO nel 1982.

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Collage

André Ravéreau, schizzi di progetto per il liceo di Ghardaïa, anni Sessanta (da Archivio privato di André Ravéreau), © André Ravéreau/ADAGP. Paris, 2013.

Parallelamente alle peregrinazioni nel Mediterraneo, Ravéreau compie altri viaggi immaginari attraverso le raffigurazioni dei libri, delle riviste ma soprattutto attraverso le cartoline, che si faceva inviare da parenti e amici da ogni parte del globo. La sua collezione di cartoline costituisce una vera e propria finestra sulle architetture del mondo; dopo l’incontro con Manuelle Roche, anche gli scatti della fotografa diventano per Ravéreau un mezzo atto ad ampliare ulteriormente il suo spettro di indagine. A seguito di una giovinezza movimentata, l’architetto preferisce limitare gli spostamenti, dedicandosi completamente al lavoro in studio. Sebbene Manuelle Roche riuscisse a coinvolgerlo in alcuni viaggi, Ravéreau le commissionava dei servizi fotografici su architetture ben precise in giro per il mondo che gli servivano per alimentare i suoi studi. In questo modo Ravéreau riesce a collezionare durante la sua vita immagini di ogni sorta, foto, cartoline, libri e riviste, non limitate al solo settore dell’architettura, che in maniera meticolosa osserva, ritaglia e rimonta insieme ai suoi disegni tramite la tecnica del collage. I collage sono per Ravéreau il mezzo per indagare le relazioni che intercorrono tra le architetture del mondo realizzate in epoche diverse; raccolti in numerosissimi dossier che l’architetto continua a produrre per tutta la vita, costituiscono talvolta le bozze delle sue pubblicazioni. Il pensiero di Ravéreau emerge in maniera frammentaria attraverso le prime opere edite a partire dagli anni Ottanta. Nei suoi libri lo studio dell’architettura legata a un contesto specifico si sviluppa a partire dai relativi elementi costitutivi che la compongono; attraverso un processo induttivo restituisce le sue letture personali del M’Zab, della casbah di Algeri, del Cairo1. In età avanzata, dopo aver a lungo ripensato agli insegnamenti ricevuti all’École des beaux-arts, torna a trattare l’architettura del

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Il sistema idraulico

Manuelle Roche, diga a Beni Isguen, © Manuelle Roche/ ADAGP. Paris, 2013.

Secondo André Ravéreau, con le opere idrauliche presenti nella valle del M’Zab gli Ibaditi ci offrono un esempio di architettura spontanea in cui si combinano semplicità e sapienza, funzionalità e bellezza: «tutto il carattere architettonico del M’Zab è stato condizionato dalla necessità di uno sforzo idraulico considerevole e prioritario, dighe, pozzi e canalizzazioni per l’irrigazione non hanno equivalenti in tutto il deserto»1. Nella valle del M’Zab gli Ibaditi hanno compiuto nel corso dei secoli un lavoro di infrastrutturazione del territorio strettamente legato alla presenza dello uadi e al suo controllo. Lo uadi è un fiume stagionale che alterna lunghi periodi di secca a brevi di piena. Le piene si verificano in maniera violenta in concomitanza con le alluvioni a cadenza media biennale o triennale. Succede che le piene saltino il ciclo medio stimato e si facciano attendere anche fino a dieci anni2; il sistema idraulico ha quindi lo scopo non solo di conservare e distribuire le preziose risorse idriche, ma anche di difendere le città dall’irruenza delle acque. Il sistema di infrastrutture, organizzato e ramificato, è composto da grandi opere come dighe e ponti che scavalcano lo uadi, da vasche per la raccolta delle acque piovane, e ancora da una rete di condotte sotterranee, e da un sistema più minuto di canali per l’irrigazione sapientemente realizzati sfruttando le pendenze naturali del terreno o modellando il suolo all’occorrenza. «Dei ponti», racconta Roche, «attraversano sentieri dove sembra che non debba scorrere nessun ruscello. La presenza dell’alluvione rivela l’utilità di tutto questo sistema e che nulla è stato dimenticato»3. Le dighe sono la prima barriera difensiva dalle esondazioni improvvise dello uadi, e trattengono l’acqua delle piene in bacini di raccolta. Gli sbarramenti sono per André Ravéreau un esempio eccezionale di ingegneria idraulica e architettura spontanea. Manuelle Roche le documenta puntualmente con i

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Manuelle Roche, ponte sullo uadi M’Zab che conduce a un gruppo di abitazioni nel palmeto, Š Manuelle Roche/ADAGP. Paris, 2013.

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André Ravéreau, pozzo a trazione animale (da Ravéreau A., Le M’Zab, une leçon d’architecture, 2003), © André Ravéreau/ADAGP. Paris, 2013.

Manuelle Roche, pozzo e canali per l’irrigazione, © Manuelle Roche/ADAGP. Paris, 2013.

Manuelle Roche, pozzo del M’Zab, © Manuelle Roche/ ADAGP. Paris, 2013.

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La casa mozabita si modifica in base al contesto

André Ravéreau, Villa M., 1967-68, © Manuelle Roche/ ADAGP. Paris, 2013.

Le opere di Ravéreau realizzate nella valle del M’Zab, sono accomunate non solo dall’impiego dei materiali da costruzione tradizionali abbinato al cemento armato, ma anche da principi compositivi analoghi. Edifici semi-introversi – villa M. più degli altri per ragioni legate strettamente alla religiosità della famiglia – ripropongono, con variazioni, il tema della casa tradizionale mozabita, che si modifica in base alle relazioni con un contesto inteso in modo ampio, spaziando dal paesaggio fino alle esigenze funzionali e alle contingenze storiche. Per Ravéreau le abitazioni ibadite nella loro semplicità costituiscono un modello di architettura, in cui nulla viene realizzato se non strettamente motivato da un’esigenza del vivere, e per questo rappresentano un esempio di coerenza ed equilibrio. Seguendo un’intuizione personale, Ravéreau compie degli studi comparativi tra le abitazioni che si affacciano sulla sponda sud Mediterraneo e quelle più interne della regione del M’Zab, che lo conduce a riscontrare delle affinità. L’architetto ritiene che essendo gli Ibaditi una comunità nomade, con molta probabilità contribuirono a diffondere principi architettonici e tecniche costruttive provenienti dai luoghi in cui man mano si insediavano. In questo modo la casa-corte del Mediterraneo si sarebbe spinta fino alle porte del Sahara. In base alla teoria comunemente diffusa e condivisa da Ravéreau, la comunità ibadita una volta scacciata dai Berberi fatimidi dalla propria capitale, Tahert, intorno al 909 d.c., si insediò prima a Sedrata vicino a Ouargla e poi nel M’Zab. Secondo l’architetto, se a Sedrata gli Ibaditi riproducevano sostanzialmente la distribuzione delle case dell’Atlante Telliano del Maghreb – ossia con corte centrale a cielo aperto, contornata o meno da portici – nel M’Zab questo schema subisce una modifica generata dalla

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Tavola comparativa, sezioni dei tre edifici realizzati nel M’Zab da André Ravéreau, disegni © André Ravéreau/ ADAGP. Paris, 2013.

1966-67 Hôtel des postes

1967-68 Villa M.

1976 Alloggi a Sidi-Abbaz.

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Pagina a fianco: Tavola comparativa, esempi di trasposizione del supporto territoriale nei progetti di André Ravéreau, foto © Manuelle Roche/ADAGP. Paris, 2013. Dall’alto in basso e da sinistra verso destra: 1. porta di una moschea; 2. Hôtel des postes di Ghardaïa, dettaglio del prospetto sud-ovest. 3. casa nel palmeto; 4. Centro amministrativo dei lavori pubblici, plastico di Daniel Baudet. 5. Villa M., coperture e soluzioni per lo scolo delle acque piovane; 6. seguia, canale di irrigazione tradizionale.


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André Ravéreau, Hammam Salahine, 1965, sezione sulla vasca centrale (tratto da A. Ravéreau in "Techniques & Architecture", n. 2, 1968) © André Ravéreau/ADAGP. Paris, 2013.

André Ravéreau, Hammam Salahine, 1965, studio strutturale delle cupole, inedito (da Archivio privato di André Ravéreau), © André Ravéreau /ADAGP. Paris, 2013.

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André Ravéreau, Hammam Salahine, 1965-66, plastico di Daniel Baudet, © Manuelle Roche/ADAGP. Paris, 2013.

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Tra Mediterraneo e Sahara. André Ravéreau e la valle del M’Zab  

Le civiltà che si fronteggiano sul Mediterraneo, hanno innescato nei secoli contaminazioni culturali e al contempo rapporti di opposizione,...

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