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Prologo

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1972-1976

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dallo spazio 1968-1972

Berlino 1976-1979

Londra 1947-1968

in america

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a casa tua 1979-1994

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nell’etere 1994-2016


y a Pl

t s li

LONDRA 1947-1968:

Aladdin Sane (1913-1938-197?), in Aladdin Sane, 1973 The Laughing Gnome, in David Bowie, 1967 We Are Hungry Men, in David Bowie, 1967 Little Bombardier, in David Bowie, 1967 Love You Till Tuesday, in David Bowie, 1967

DALLO SPAZIO 1968-1972:

Space Oddity, in Space Oddity, 1969 The Man Who Sold the World, in The Man Who Sold the World, 1970 Changes, in Hunky Dory, 1971 Five Years, in The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, 1972 Lady Stardust, in The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, 1972 Starman, in The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, 1972


IN AMERICA 1972-1976:

Diamond Dogs, in Diamond Dogs, 1974 We Are the Dead, in Diamond Dogs, 1974 TVC 15, in Station to Station, 1976 Heroes, in Heroes, 1977

BERLINO 1976-1979:

Sons of the Silent Age, in Heroes, 1977 Life On Mars?, in Hunky Dory, 1972

A CASA TUA 1979-1994:

Ashes to Ashes, in Scary Monsters (and Super Creeps), 1980 The Buddah of Suburbia, in The Buddah of Suburbia, 1993

NELL’ETERE 1994-2016: Blackstar, in Blackstar, 2016


prologo

…pensavo che il mondo era diviso in tre tipi di persone: quelli che sapevano cosa volevano, quelli che non riuscivano mai a trovare la loro strada, ed erano i più infelici, e quelli che la trovavano tardi. Hanif Kureishi, Il Budda delle periferie

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In definitiva credo ci sia anche un quarto tipo: quelli come lui. Stella Stern

ominciavo a non poterne più delle moltitudini di ammiratori estasiati: ce n’erano anche tra persone improbabili, per esempio il mio papà che è un signore pacato o la mia mamma che in genere è ipercritica. Così di quelli che dicevano tutto e il contrario di tutto e lo chiamavano con nomi sempre diversi, Ziggy, Aladdin, Thin White Duke, persino re dei Folletti. E nessuno che rispondesse mai con qualcosa di sensato sul suo conto, anche se erano grossi esperti a sentirli parlare. Non ne potevo più neanche dei commenti o dei video postati in ogni momento sui social da quando lui aveva lasciato il pianeta. Per non parlare delle canzoni rock, glam, elettroniche, punk, new wave, old wave, melodiche, funky, allegre, epiche o angoscianti che il mio amico del cuore voleva farmi ascoltare per forza e ogni volta mi chiedeva incredulo: “ma come, Stella? Life On Mars? non l’hai mai sentita? E Rebel Rebel? Space Oddity? Let’s Dance? Ashes to Ashes? Niente di niente? Come fai a non conoscere questo mito del pop, questo gigante multiforme dell’arte nel Novecento e nel Duemila?”… e ogni volta mi costringeva a rispondergli che no, davvero, un’altra volta, e poi chi piace a tutti e ha avuto troppo successo io lo detesto per principio, cordialmente. Io amo le certezze quotidiane, le cose definite e sempre uguali e le persone riservate, edificanti, un po’ alla maniera vittoriana per usare gli aggettivi di mia nonna. D’accordo, ho vent’anni non ancora finiti e della vita non ho grande esperienza, i miei sono pregiudizi, può anche darsi. Ma quanto più si è vaghi e senza forma – l’ho letto in qualche libro, non lo invento – tanto più diventano importanti i punti fermi.

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Cominciavo proprio a non poterne più, quel pomeriggio, e per non ascoltare e non vedere ho trovato un passatempo alquanto insensato: staccare dal muro di camera mia una vecchia carta da parati che arrivava a metà tra il pavimento e il soffitto. E mentre pensavo se per il gusto di ritirarmi in me stessa dietro la porta chiusa valesse la pena fare quel lavoro monotono, ecco che è successo un fatto innegabilmente curioso: la carta da parati ha cominciato a sbiadire, a poco a poco, e al posto del suo stupido motivo floreale sono comparsi via via nuovi disegni, di dubbio gusto anche questi, ma se non altro eccentrici. Erano piccoli corpi nudi, se di uomini o donne non so dirlo – il sesso non era così chiaro – e fluttuavano su una fantasia delicata. Però fin qui niente di notevole, in effetti. Per osservarli meglio – non si sa mai che riuscissi finalmente a distrarmi dal resto – ho scostato a uno a uno i mobili dalla parete con tutte le cose che ci avevo appoggiato, ovvero la pila dei libri su di lui e l’intera collezione dei suoi dischi. Li tenevo lì in camera mia da molto tempo, lo ammetto. Il mio amico alla fine me li aveva portati a puntate, con suprema malizia. E io li avevo ascoltati e sfogliati, alla fine, ma sovrappensiero, sia chiaro, giusto per rispondere a puntino ai noiosi ammiratori di cui sopra. Ho messo dischi e libri in un angolo per terra, dietro una poltrona. Tra me e la carta da parati non c’erano ostacoli adesso. Ed è stato così che mi ha colto la vera sorpresa. Isolati ma non singolari, gli ometti o le donnine ora che li guardavo meglio mostravano di avere tutti occhi perfettamente uguali, ma poco identificabili come umani: il destro normale, azzurro come un cielo velato, il sinistro invece fatto di una pupilla molto più larga che navigava in un’iride tra il verde, il blu e il marrone chiaro. Erano occhi freddi come oggetti, distaccati, ma potevano di colpo illuminarsi in un sorriso e allora rivelavano qualcosa di finalmente terrestre, o di meno alieno. Li conoscevo, ho pensato senza provare niente e cercando di levare da lì lo sguardo ipnotizzato. Eppure ne ero attratta, niente da fare. Più cercavo di distogliermi, più mi attaccavo alla parete. Ho capito a poco a poco cosa stava succedendo. Provavo ansia e anche una lieve repulsione, ma queste sensazioni anziché tirarmi indietro mi spingevano in avanti nella scoperta. I corpi no, ve l’ho detto, erano tutti diversi, ma gli occhi inevitabilmente erano i suoi: erano gli occhi di Mister Coltello. E senza parlare, solo con la luce del loro sguardo assurdo, mi sussurravano: “entra, Stella, sprofonda, precipita dentro di noi: basterà che tu ti lasci un po’ andare, e che come per dormire tu chiuda i tuoi”.

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londra 1947-1968

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ho are you, Mister Coltello? Te lo chiedo e scandisco lenta le parole perché prima mi sei entrato nella testa e adesso mi stai di fronte, in carne e ossa. Chi esser tu, Mister Coltello? Qui dentro – o forse fuori, dovrei dire, se però sapessi esattamente dove – mi raggomitolo come un caterpillar-brucaliffo nel paese delle meraviglie e ti ho davanti simile a una luna smunta, concentrato, che non ti scomponi per nessuna ragione e mi fissi così, senza guardarmi. Uomo o donna? Corpo o mente? Cantante? Attore? Ballerino? Un robot? Un gentiluomo? Un vampiro? A Lad Insane – un ragazzo pazzo – o un Aladino sano di mente? Un autore? Uno showman? Un mago? Un artista? Un mercante? Un pubblicitario? Un opinionista? Un intellettuale? Un idolo delle masse in delirio? Who. Are. You. Se mi avventuro, mi rispondi? Per provocarmi, credo, mi sussurri laconico che questa è Londra. Ben arrivata. Grazie, ti dico. Ma crederti restando incredula è tutt’altro che facile. Stai inventando il tuo film? Hai disegnato tu lo storyboard? Devo tenere ancora chiusi gli occhi? Sappi che il muro di camera mia sarebbe stato un ottimo schermo da cinema, se tu per farmi arrivare fin qui non l’avessi spalancato come una porta.

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Sono arrivata in una Londra con le case povere e rotte e i palazzi squarciati dalle bombe; le vie sporche e spoglie, non ci sono né monumenti né castelli né torri. Contea del Surrey, puntualizzi, borgo di Lambeth. Il quartiere si chiama Brixton e ultimamente, ci tieni a ricordarlo, se n’è sentito parlare per qualche brutta notizia. Nascere qui due anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale e una trentina di anni prima che arrivino i centri commerciali. Negli appartamenti accanto al tuo i bambini hanno spesso un’altra pelle perché sono figli di indiani o pakistani emigrati. Tu sei bianchissimo però, biondo con gli occhi celesti, inglese da generazioni, e già per questo ti va meglio, tanto più che ti chiami David Jones e non ancora Coltello. I nazisti non sono riusciti a colpire St Paul e Westminster, ma le periferie come la tua le hanno devastate. Sono i posti che hai visto per primi e che per più di due decenni non hai lasciato, spostandoti solo di poche strade. Sono le crepe di un passato spaventoso, ancora prossimo, ma ora che la guerra è finita si aprono come porte sul futuro misterioso della Terra. Assumono le sembianze di soglie desolate, annusate da cani randagi e ragazzini inquieti, o forse di basi spaziali verso gli altri pianeti che da queste parti la gente osserva proprio volentieri, specie se alzando gli occhi verso il cielo, per quanto grigio e fumoso, può sperare di scorgere qualche ufo benevolo e salvatore che la allontani dalla minaccia di una guerra atomica. È questo il panorama dalla finestra della tua camera a Londra, Stansfield Road. In tv e alla radio parlano di scenari che ai bambini e ai ragazzi fanno paura. Così la maggior parte del tempo te ne stai lì dietro la porta chiusa in compagnia dei tuoi libri e dei dischi di Terry, il tuo coinquilino e mezzo fratello. Dentro la testa cerchi il silenzio, lo spazio per qualche fuga fantasiosa mentre dalla cucina di tua madre che stira o prepara l’arrosto salgono il rock di Elvis Presley oppure White Christmas di Bing Crosby, e quando invece lei dorme, di notte, restano solo i rumori pesanti del pub al piano di sotto. Che cosa pensi di fare, Mister Jones? Vuoi mostrarmi che paura, timidezza e pudore li hai provati anche tu almeno una volta? Cerchi una scusa per dirmi “non sono tanto diverso da te, miss Stella Stern”, e in questo

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modo sedurmi? È più facile non crederti, a questo punto: non crederti ma con molta fiducia, naturalmente. Per fortuna succedono anche cose puerili in questa Londra malcerta: cose leggere, sciocche e strampalate, almeno in apparenza. Se esci dal tuo nuovo appartamento di Bromley, Canon Road, tanto per dirne una, e cammini per il corso su e giù, può capitarti di sentire dei passi alle tue spalle. Sarà uno gnomo vestito di grigio e di verde, te ne accorgerai presto: trotterellerà dietro di te fino al salotto, confesserà di lavorare per l’autorevole Ministero degli Gnomi e poi si siederà davanti al televisore con le manine sulla pancia e ridacchierà e sghignazzerà per tutto il tempo senza ragione. Meno male che ti ho chiesto di mandarlo via, piccolo Mister Jones: mandare via the Laughing Gnome e l’assurda filastrocca che non so con chi si è messo a cantare. Adesso in tv ci sono i Flower Pot Men, me l’hai detto tu che li adori, quindi un po’ di attenzione bisogna dedicarla a loro, senza gnomi e senza distrazioni. Li danno sulla BBC. Si chiamano uno Bill e uno Ben, però io non li distinguo. Sono due omini che stanno ciascuno nel proprio vaso, vicini, in un angolo del bel giardino di una bella casa, tra cianfrusaglie, utensili e fiori nati spontanei dalla terra. Parlano al suono di carillon e campanellini, giocando con le loro vocine o vocione, a versi o a parole. Portano un cappello bianco a falda stretta e si muovono come buffe marionette. Tu ti stai sbellicando, a sentirli e guardarli. Invece io li prendo molto sul serio. – Forgive me for… mi perdoni – provo a dire spaesata a un uomo vaso, che sia Bill o sia Ben non è importante. – Prego, signorina? – Sono confusa. – Lo credo. – Lei conosce David fin da bambino, vero? – David è un nostro grande ammiratore. – Allora saprà dirmi del suo occhio. – Occhio che non vede, cuore che non duole!

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– Capisco, ma… il suo occhio sinistro, voglio dire. – All’età di quattordici anni un compagno di scuola lo colpisce con un pugno di forza notevole. – Perché mai? – David ha fatto di tutto per uscire con la ragazza che il suo compagno ha notato per primo. E ci è riuscito, purtroppo. – Lo sapevo: un infìdo! – Se qualcosa o qualcuno lo attrae con forza, mira diritto alla sua conquista. – Si chiama “avidità”. – Direi “ambizione”, piuttosto: un’ambizione che, più che all’amore, presto s’indirizza verso l’arte. – La musica? – Non solo: il disegno, il cinema, la letteratura. Con disciplina, sa, anche se in modo disordinato. – Sono leggende o cose vere, signor uomo vaso? – Cose vere, suppongo. – Suppone! – Noi inglesi sappiamo il fatto nostro, modestamente. – Come i Beatles, vuole dire? – Oh, loro sì che hanno cambiato la musica! David non esattamente, o meglio, l’ha cambiata in un altro senso. Da ragazzino si è innamorato del sax di Little Richard, un americano. Gli piaceva così tanto che ha voluto imparare a suonarlo. – Ha imparato bene? – Lui ritiene di sì. E non si sbaglia in effetti. – Lo sapevo: un presuntuoso! – Direi piuttosto: “sicuro di sé”. – Le sembra una bella cosa? – Anche lei è sicura di sé, nel detestarlo. – Ma, pensavo: crede che quegli occhi singolari gli abbiano facilitato la conquista del mondo? – Con il senno di poi risponderei di sì. Eppure non è proprio così.

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O non esattamente. Ricostruire è estremamente arbitrario, in certi frangenti. È d’accordo? L’uomo vaso non ha torto, suppongo. Solo che io dopo la nostra conversazione sono anche più confusa di prima. All’improvviso ho troppe strade davanti, alcune chiare, larghe e d’asfalto, altre strette e più accidentate. Così fermarmi a riflettere al bivio mi appare la decisione più saggia. Lo faccio parlando con te, Mister Jones, visto che non smetti di starmi davanti. Ti dico quello che vedo, prima di tutto, a parte il tuo occhio blu e quello marrone o verde. Vedo che, conoscendoti come una stella del pop, tutti cercano nel tuo passato lontano i segni premonitori di questo successo. Provano a unire forzatamente i puntini sostenendo che questo ha portato a quello, e poi quello a quest’altro, e così via, da causa a conseguenza. Lo hai fatto tu stesso, qualche volta, non mentire; o magari lo sto facendo io adesso, per non perdermi. E se prendessi una strada che non parte neanche da questo bivio? Che ne pensi? Mettiamo per esempio che invece della fama da rockstar tu avessi avuto l’ambizione di un lavoro sicuro e di una famiglia in stile vittoriano: avresti raggiunto l’eccellenza anche in quel campo solo perché eri deciso e determinato? Tutte le conquiste richiedono ambizione, voglio dire? O ce ne sono alcune a cui l’ambizione fa male? Lo so, non preoccuparti: intorno al ’68, e ancora di più negli anni Settanta del Novecento, la vostra gioventù vuole rompere con certi schemi, non certo rinnovarli a oltranza. Però mettiamo che io cambi strada ancora e ancora, fino a smettere di guardarti… Mi lasceresti scappare dal tuo paese, Mister Jones? O sei a tal punto affamato di sguardi? Ecco le notizie, ti metti a cantare per risposta. Quali notizie, di grazia? Secondo l’ultimo censimento della popolazione le cifre hanno raggiunto il livello di guardia (“Mio Dio”) Londra 15 milioni e 75 mila, New York 80 milioni Parigi 50 milioni e 30 mila, Cina un miliardo. Incredibile. Ho trovato.

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Hai trovato qualche idea strampalata delle tue, in buona sostanza, ma poi te la prendi se né a me né a nessun altro importa un bel niente di certe cose. Pazienza. Se non mi lasci andare, mi guarderò intorno. Londra l’hanno già presa i Beatles, loro sì che hanno cambiato il mondo. Tu invece sei solo uno dei troppi che salgono sul palco con la loro band e una sigaretta tra le labbra sperando di sfondare in qualche modo, insomma di arrivare prima di tutti gli altri. Ma non attiri l’attenzione più di tanto, mi tocca dirtelo, a parte lo sguardo asimmetrico, la faccia ben disegnata, i denti dolcemente storti e la figura elegante. Scrivi, suoni, canti, a volte provi con le canzoni degli altri e comunque non ti applaude nessuno, per la maggior parte delle volte. La tua voce non è niente di speciale: è intonata in un modo comune, molto inglese. Ti ispiri un po’ al rock, un po’ ai cantautori, un po’ al country. E i testi tendi a scandirli precisi sulle note, come si fa nel teatro o nei musical a Broadway. Vedendoti girare in questa Londra rimessa a nuovo, piena di vita, tra i locali, gli studi o qualche volta la tv per un’audizione, si nota soltanto che sei tracotante e immodesto. Deciso e sicuro, mi correggerebbero i Flower Pot Men. Difatti continui, testardo. Chiedi, inventi, vai avanti, e provi a bussare alle porte giuste mentre scrivi le tue strofe sui fogli di carta di un quaderno, sui biglietti del bus o sui pacchetti delle sigarette. – Smiling girls and rosy boys / here come buy my little toys. – recita l’uomo vaso, uno dei due, che sia Bill o sia Ben non è importante. – Cosa farfuglia? – Sono versi tra i migliori del giovane David: noi Flower Pot Men ricambiamo la sua ammirazione. – Non ne dubito. – A volte s’ispira ai grandi poeti inglesi: William Blake, Wystan Hugh Auden. Ma anche certe semplici strofe infantili possono entusiasmarlo. – Si millanta gran lettore fin da bambino! – Senz’altro: lettore che annusa, incamera e usa le cose che lo hanno nutrito. – Lo sapevo: non è originale! – Perbacco, signorina. Crede davvero che l’originalità esista? Non le pare un po’ sciocco? Prenda noi uomini vaso: viviamo dell’acqua che ci

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danno, della terra che un vaso raccoglie intorno alle nostre radici, del vaso stesso che ci contiene con le nostre possibilità e i nostri limiti. Se dovessimo essere noi medesimi l’origine della nostra vita, noi con le nostre gambette e le nostre facce buffe, cosa vuole che le dica, ci estingueremmo presto. Invece, grazie al vaso e al resto, prendiamo il nostro nutrimento dall’esterno, quello che non ci serve lo trascuriamo mentre quello che rimane lo trasformiamo, lo rimettiamo in circolo respirando e via andare: senza che nulla si crei e nulla si distrugga. Così, a proposito di creazione e distruzione, l’uomo vaso continua il suo monologo e si mette a raccontarmi un po’ di storie scritte da Jones in forma di canzone. Sono fatti quotidiani e pezzi di filastrocche, situazioni malinconiche e presagi di apocalissi. Hanno il sapore dell’aria che passa da una finestra affacciata sul rudere di un bombardamento. Niente di eccezionale, beninteso. Tu, Mister, non montarti la testa. Però te la cavi, devo ammetterlo. Con la storia del piccolo pilota di bombardiere mi hai fatto piangere: La guerra ha fatto di lui un soldato – il piccolo Frankie La pace ha fatto di lui un perdente – il piccolo bombardiere Rughe di preoccupazione sono apparse con l’età mani inesperte che non sanno fare nessun mestiere… Passava il suo tempo in un cinema il piccolo bombardiere… Giorni solitari senza amici, non raccontava a nessuno i suoi dispiaceri… La storia finisce con il piccolo Frankie che va via per sempre, su un treno. Doveva essere disperato, davvero. Io per un po’ resto lì a salutarlo. Sventolo un fazzoletto bianco come da copione. Poi mi rimetto in cammino per Londra e visto che un po’ te lo meriti vengo a cercarti, Mister Jones, questa volta. Più colorata e affollata, la città assomiglia sempre meno a quella postbellica degli ordigni e dei cani randagi. Diventa moderna, direbbe mia nonna. Tu invece moderno non sei più per niente. Possibile, mi domando? Ti sei divertito come un bambino, hai esplorato atmosfere quasi adulte sospese tra Bob Dylan e Charles Dickens, e sei finito a vestirti e a truccarti come un saltimbanco.

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La tua casa adesso bisogna cercarla nel teatro di un mimo londinese. Ha la forma di un palcoscenico su cui si muovono con noncuranza letti sfatti in ferro battuto, toilette, merletti, scale a pioli sistemate qua e là senza motivo, maniche a sbuffo, parrucche, fondali neri e brillantini. E là in mezzo compari tu, vestito di bianco vaporoso, calzoni e camicia, la faccia pallida di cerone, gli occhi bistrati e i capelli più lunghi del solito. Sono qui con Lindsay Kemp, mi spieghi con un certo orgoglio. Il maestro t’insegna il mimo, il teatro, gli artifici, la moda – in una parola, il glam. E anche un po’ d’amore, aggiungi ammiccando: solo quanto ti basta, non oltre. Sei un egoista, lo sapevo. E fai davvero impressione così conciato. Un braccio ti si piega in un senso e in un altro, poi si distende di colpo e sfiora l’aria che trova davanti a sé come se si trattasse di una parete solida. Il collo ti si allunga e torce alla maniera di una giraffa e il bacino magro e largo sembra staccarsi dal resto del corpo ma a un certo punto si sposta in avanti e così facendo si tira dietro anche le tue gambe asciutte ma muscolose. Sono Pierrot, ti presenti. Sei sceso da un palco rock per diventare una maschera tra le mani di un mimo talentuoso. Voce e chitarra, di tanto in tanto canti un pezzo buffo. Sogghigni, ma subito dopo piangi a singhiozzi. Hermione, sussurri. Ohibò. E chi sarebbe Hermione, di grazia? Una ragazza che hai amato, rispondi, e che ti ha lasciato sul più bello. Ogni tanto le scrivi una lettera e due note qua e là. Cose semplici. E mentre cerchi di spiegarmi tutto questo dall’occhio ti scende una lacrime grande come un uovo che non so se sia fatta di acqua o di trucco. Almeno ti mostri umano, mi dico: così umano che mentre sei il più triste della terra, puoi strimpellare una canzone molto allegra; così umano che puoi amare uomini e donne senza differenze. Amarli fino a martedì però, mi raccomando, ti affretti a correggermi pizzicando le corde. Oh, bambina, ero molto solo, poi ti ho incontrato una domenica… la mia passione è senza fine, sì… e io ti amo fino a martedì…

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Poi dadadadum, e dadadadum, e dadadadum, continui divertito. E se la tua canzone allegra non finisce io mi annoierò a tal punto da preferire la compagnia dei tuoi presunti libri. Oh, bambina, ero molto solo, poi ti ho incontrato una domenica… la mia passione è senza fine, sì… e io ti amo fino a martedì. Non sono io quella bambina, meno male. Basterà allontanarmi per non sentire più la tua voce. Sentirò invece altre trame. Più intelligenti, spero. Ascolterò i personaggi delle storie che hai letto con il tuo mezzo fratello in questi anni. Look Back In Anger, Ricorda con rabbia, è un dramma che descrive gli interni delle case e le vite grigie di gente inglese piuttosto normale come sono anche i tuoi genitori. Poi ci sono gli Absolute Beginners, i principianti assoluti che nella Londra dei primi anni Sessanta pensano alla pubblicità, alle mode e agli status symbol. A un certo punto mi ritrovo On The Road, Sulla strada di Jack Kerouac, nell’America Beat, e questo con Terry devi averlo letto molte volte perché la carta è consumata e sporca più di quella del 1984 di George Orwell. Infine vengo scagliata in un futuro più lontano ancora, nel Mondo che Jones creò di Philip K. Dick: un pianeta Terra postatomico in cui il fantomatico protagonista quasi tuo omonimo riesce a diventare un grande leader perché ha il potere di prevedere il futuro. Sei tu quel Jones, mi chiedo mentre i tuoi dadadadum continuano ad assediarmi imperterriti? Sei così sicuro di te perché nel caos informe e ancora buio riesci ugualmente a vedere quel futuro anteriore in cui ti andrà tutto alla grande? La tua hybris aumenta, non c’è dubbio. Hai mai sentito questa parola, tu che ti mostri sempre così curioso? Si trova spesso nelle tragedie greche, l’ho imparata a scuola, ed è l’orgoglio smisurato che porta l’uomo a pre-

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sumersi possente e fortunato più della natura o degli dèi e a comportarsi di conseguenza, senza rispetto per nessuno e per niente, attirandosi poi punizioni e vendette. Tu sei così. O così mi pare. Ormai cambi le band in base alle tue personali esigenze: se per esempio per una canzone preferisci quel chitarrista a quell’altro, o se di colpo riesci a procurarti il più bravo del momento alle tastiere. Procedi da solista, non da cantante di un gruppo. I nomi prima erano collettivi: The Kon Rads, The Hooker Brothers, Dave’s Reds and Blues, The Manish Boys, The King Bees, The Manish Boys, The Lower Third, David Bowie and the Buzz, The Riot Squad, Turquoise, Feathers. Adesso invece si tratta del tuo nome – un uomo solo – e di cambiare quel banale “Jones” per non confonderti più con nessuno. È il momento di chiamarti Bowie, di nome proprio. Bowie come quel coltello americano non proprio esile, anzi, pesante e robusto, utile in tanti modi e assai diffuso, che ha preso nome da un vecchio avventuriero degli Stati Uniti. È il momento di diventare Mister Coltello, una buona volta.

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Nel paese di Mister Coltello  

Primo titolo della collana “Vidas”, Nel paese di Mister Coltello – scritto da Federica Iacobelli e illustrato da Leonard – racconta la vita...

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