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Prologo

VENTISETTE ANNI FA

La sua bimba non la smetteva di piangere. Aveva cominciato a fare i capricci all’ultima stazione, quando il bus Greyhound partito da Bangor si era fermato a Portland per far salire altri passeggeri. Ora, poco dopo l’una di notte, erano quasi alla stazione delle autolinee di Boston, e le due ore e passa trascorse a calmare la sua neonata stavano, come avrebbero detto i suoi amici a scuola, per farle saltare i nervi. Anche l’uomo sul sedile accanto a lei probabilmente non era entusiasta. «Sono davvero spiacente» si scusò lei, voltandosi a parlargli per la prima volta da quando era salito. «Di solito non è così lagnosa. È il nostro primo viaggio insieme. Immagino che non sia ancora pronta per affrontarlo.» L’uomo sbatté le palpebre lentamente verso di lei e sorrise senza mostrare i denti. «Dov’è diretta?» «New York City.» «Ah. La Grande Mela» mormorò lui. La sua voce era secca, priva d’aria. «Ha famiglia lì o qualcuno?» Lei scosse il capo. Gli unici familiari che aveva erano in una cittadina sperduta 9


vicino Rangeley, e avevano messo in chiaro che ora doveva cavarsela da sola. «Ci vado per lavoro. Voglio dire, spero di trovare un lavoro. Voglio fare la ballerina. A Broadway, forse, o entrare a far parte delle Rockettes.» «Be’, di certo è piuttosto graziosa.» L’uomo adesso la stava fissando. Era buio nella corriera, ma lei pensò che ci fosse qualcosa di strano in quei suoi occhi. Di nuovo quel sorriso serrato. «Con un corpo come il suo, dovrebbe diventare una stella.» Arrossendo, lei abbassò lo sguardo sulla sua bambina piagnucolante. Anche il suo ragazzo nel Maine era solito dirle cose del genere. Ne diceva parecchie, di quelle cose, per portarla sul sedile posteriore della sua macchina. E non era nemmeno più il suo ragazzo. Non dal primo anno delle superiori, quando lei aveva cominciato a ingrossarsi dopo che l’aveva messa incinta. Se non avesse dovuto lasciare, si sarebbe diplomata quest’estate. «Ha già mangiato qualcosa oggi?» chiese l’uomo mentre il bus rallentava e svoltava nella stazione di Boston. «Non proprio.» Fece saltellare con dolcezza la bimba fra le braccia, ma non servì a nulla. Era rossa in viso, i suoi minuscoli pugni serrati, mentre piangeva ancora come un’ossessa. «Che coincidenza» disse lo sconosciuto. «Non ho mangiato neanch’io. Mi andrebbe proprio uno spuntino: che ne dice di unirsi a me?» «Sono a posto. Ho alcuni salatini nella borsa. E comunque, credo che questa sia l’ultima corriera per New York stanotte, perciò non avrei tempo per fare altro tranne cambiare la bambina e risalire. Grazie lo stesso.» Lui non disse nulla, ma si limitò a guardarla radunare le sue poche cose una volta che il bus si fermò nella piazzola, poi si alzò dal suo posto per lasciarla passare, diretta ai bagni della stazione. Quando uscì dalla toilette, l’uomo la stava aspettando. Una scossa di disagio la attraversò nel vederlo lì in piedi. Non le era parso così grosso, seduto accanto a lei. E ora che lo 10


stava guardando di nuovo, poteva vedere che c’era davvero qualcosa di bizzarro nei suoi occhi. «Che succede?» Lui ridacchiò sottovoce. «Come ho detto, ho bisogno di nutrirmi.» Un modo strano di metterla, pensò lei. Non poté fare a meno di notare che c’erano solo poche altre persone attorno alla stazione a un’ora così tarda. Aveva iniziato a scendere una pioggerella che bagnava i marciapiedi e aveva costretto la gente ad andarsi a riparare all’interno. La sua corriera era ferma nella piazzola e le persone già cominciavano a risalire. Ma per arrivarci, prima doveva superare lui. Scrollò le spalle, troppo stanca e inquieta per trattare con questo cafone. «Allora, se ha fame, vada a dirlo a McDonald’s. Sono in ritardo per il mio bus e...» «Senti...» Si mosse così in fretta che lei non capì cosa l’aveva colpita. Un secondo prima si trovava a un metro di distanza da lei, quello dopo le teneva la mano attorno alla gola, mozzandole il fiato. La tirò indietro con sé fra le ombre vicino all’edificio della stazione. Dove non c’era nessuno che potesse notare che la stava rapinando. O peggio. La bocca dell’uomo era così vicina alla sua faccia che lei poteva percepire il suo alito pestilenziale. Vide i suoi denti aguzzi mentre le sue labbra si arricciavano all’indietro e lui sibilava una terribile minaccia. «Di’ un’altra parola, muovi un altro muscolo e mi guarderai mangiare il cuoricino succoso della tua bimba.» Ora la piccola stava gemendo fra le sue braccia, ma lei non disse una parola. Non pensò nemmeno di muoversi. Tutto quello che importava era la bambina. Tenerla al sicuro. E così non osò fare nulla, nemmeno quando quei denti acuminati si protesero verso di lei e le si conficcarono nel collo. Rimase completamente paralizzata dal terrore, tenendo la bimba stretta a sé mentre il suo assalitore attingeva con forza allo squarcio sanguinante che le aveva aperto in gola. Le sue 11


dita si allungarono tra testa e spalla, le punte che la laceravano come gli artigli di un demone. Lui grugnì e succhiò ancor più forte con la bocca e i denti aguzzi. Anche se i suoi occhi erano spalancati dall’orrore, la sua vista si faceva offuscata, i pensieri iniziavano a precipitare, finendo in pezzi. Tutto attorno a lei stava diventando indistinto. La stava uccidendo. Quel mostro la stava uccidendo. E poi avrebbe ucciso anche la sua bambina. «No.» Inghiottì aria, ma sentì solo il sapore del sangue. «Che tu sia dannato... No!» Con un disperato impeto di volontà, scagliò la propria testa contro la sua, sbattendo il lato del suo cranio contro la faccia dell’assalitore. Quando lui ringhiò e indietreggiò dalla sorpresa, lei si divincolò dalla sua stretta. Barcollò, quasi cadendo in ginocchio prima di raddrizzarsi. Con un braccio avvolto attorno alla sua bambina urlante, l’altro che si sollevava per tastare la ferita viscida e bruciante sul collo, arretrò piano, lontano dalla creatura, che sollevò la testa e sogghignò verso di lei con lucenti occhi gialli e labbra macchiate di sangue. «Oddio» gemette lei, disgustata da quella vista. Fece un altro passo indietro. Roteò e si preparò a uno scatto, anche se era inutile. E fu allora che vide l’altro. Feroci occhi color ambra guardarono dritto verso di lei, ma il sibilo che risuonò fra le sue enormi zanne scintillanti prometteva morte. Pensò che l’avrebbe attaccata per terminare quello che il primo aveva iniziato, ma non lo fece. I due si scambiarono qualche parola con voce gutturale, poi il nuovo arrivato la superò a grandi passi, una lunga lama argentea in mano. Prendi la bambina e vattene. Quell’ordine parve provenire dal nulla, penetrando attraverso la foschia che le annebbiava la mente. Giunse di nuovo, ora più netto, spronandola all’azione. Corse. Accecata dal panico, la mente intorpidita dalla paura e dalla confusione, scappò via dalla stazione lungo una strada limitro12


fa. Poi si addentrò nella città sconosciuta, nella notte. Era in preda all’isteria, e ogni rumore – perfino il suono dei suoi stessi piedi che correvano – pareva mostruoso e letale. E la bambina non la smetteva di piangere. Le avrebbero trovate, se non fosse riuscita a farla star zitta. Doveva metterla a letto, serena e al calduccio nella sua culla. Allora la piccola sarebbe stata contenta. Allora sarebbe stata al sicuro. Sì, ecco cosa doveva fare. Mettere la bambina a letto, dove i mostri non avrebbero potuto trovarla. Lei stessa era stanca, ma non poteva riposare. Troppo pericoloso. Doveva tornare a casa prima che sua madre si rendesse conto che aveva violato ancora il coprifuoco. Era intontita, disorientata, ma doveva correre. E così fece. Corse fino a che non crollò esausta, incapace di fare un altro passo. Quando si risvegliò qualche tempo più tardi, si sentì come se la sua mente fosse sconvolta, in pezzi come un guscio d’uovo. La sanità mentale la stava lentamente abbandonando, la realtà si deformava in qualcosa di nero e scivoloso, qualcosa che stava danzando sempre più distante, fuori dalla sua portata. Udì un pianto ovattato da qualche parte in lontananza. Un suono così flebile. Sollevò le mani per coprirsi le orecchie, ma poteva ancora sentire quello smarrito, piccolo piagnucolio. «Ssh» sussurrò a nessuno in particolare, dondolando avanti e indietro. «Silenzio adesso, la bimba dorme. Silenzio silenzio silenzio...» Ma il pianto continuò. Non si fermò... non si fermò. Le lacerò il cuore mentre sedeva nella strada sudicia e fissava, senza vederla, l’alba che si approssimava.

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OGGI

«Straordinario. Guarda questo uso di luci e ombre...» «Vedete come questa immagine insinua la tristezza del posto, riuscendo tuttavia a trasmettere una promessa di speranza?» «...Una fra i più giovani fotografi a essere inclusi nella nuova collezione di arte moderna del museo.» Gabrielle Maxwell si ritrasse dal gruppo degli invitati alla mostra, stringendo a sé una flûte di champagne tiepido mentre un’altra folla di VIP indistinti si entusiasmava per le due dozzine di fotografie in bianco e nero esposte sulle pareti della galleria. Lanciò un’occhiata alle immagini dall’altro lato della stanza, per certi versi divertita. Erano buone foto – non molto convenzionali, dato che avevano come soggetto mulini abbandonati e moli desolati fuori Boston – ma lei non riusciva proprio a capire cosa ci vedessero tutti gli altri. D’altra parte, non ci riusciva mai. Gabrielle si limitava a scattare le fotografie: lasciava ad altri l’interpretazione e, in definitiva, la valutazione. Introversa per natura, la metteva a disagio ricevere così tante lodi e attenzioni... Ma così riusciva a pagare le bollette, e pure piuttosto bene. Stasera stava pagando anche quelle del suo amico Jamie, il proprietario dell’eccentrica galleria 14


d’arte su Newbury Street che, a dieci minuti dalla chiusura, era ancora piena zeppa di potenziali acquirenti. Stordita dall’intero procedimento di incontri e presentazioni, di educati sorrisi, mentre chiunque – dalle danarose signore di Back Bay ai dark tatuati e pieni di piercing – cercava di impressionare a vicenda gli altri e lei con analisi del suo lavoro, Gabrielle non vedeva l’ora che la mostra terminasse. Si era nascosta nell’ombra per l’ultima ora, meditando una fuga di soppiatto per ritirarsi fra il sollievo di una doccia calda e un cuscino soffice, nel suo appartamento nella parte orientale della città. Ma aveva promesso ad alcuni suoi amici – Jamie, Kendra e Megan – che si sarebbe unita a loro per cena dopo l’esposizione. Mentre l’ultima coppia di avventori effettuava i suoi acquisti e si allontanava, Gabrielle si ritrovò a essere presa e trascinata in un taxi prima che potesse anche solo pensare di accampare qualche scusa. «Che notte da favola!» I biondi capelli dal taglio androgino di Jamie gli oscillarono davanti alla faccia mentre si sporgeva verso le altre due donne per afferrare la mano di Gabrielle. «Non ho mai avuto così tanto movimento alla galleria in un fine settimana... E le ricevute di vendita di stasera erano strabilianti! Grazie tante per aver lasciato che ospitassi i tuoi lavori.» Gabrielle rise per l’eccitazione del suo amico. «Figurati. Non c’è bisogno di ringraziarmi.» «Non eri mica depressa, vero?» «E come avrebbe potuto, con mezza Boston che si prostrava ai suoi piedi?» proruppe Kendra, prima che Gabrielle potesse rispondere. «Era il governatore quello che ho visto parlare con te davanti alle tartine?» Gabrielle annuì. «Si è offerto di commissionarmi alcune opere originali per il suo cottage al Vineyard.» «Delizioso!» «Già» replicò Gabrielle senza molto entusiasmo. Aveva una pila di biglietti da visita nella sua agendina – almeno un anno di lavoro continuato, se avesse voluto – e allo15


ra perché era tentata di aprire il finestrino del taxi e sparpagliarli al vento? Lasciò vagare lo sguardo nella notte fuori dalla vettura, osservando con singolare distacco luci e vite che le guizzavano accanto. Le strade brulicavano di persone: coppiette passeggiavano mano nella mano, gruppi di amici ridevano e parlavano, e tutti quanti si stavano divertendo un mondo. Cenavano ai tavolini fuori da bistrò di tendenza e si soffermavano a esaminare le vetrine dei negozi. Ovunque guardasse, la città pulsava di vita e colore. Gabrielle assorbiva tutto quanto con il suo occhio da artista, tuttavia non provava nulla. Questo andirivieni di vita – compresa la sua – pareva accelerare senza di lei. Di recente si era sentita sempre più come bloccata su una ruota che non smetteva di farla girare, intrappolandola in un ciclo senza fine di passatempi e futili propositi. «Qualcosa non va, Gab?» chiese Megan sul sedile accanto a lei. «Sembri silenziosa.» «Qualcuno porti da bere a questa donna... ora!» scherzò Kendra, l’infermiera dai capelli scuri. «Naah» obiettò Jamie, scaltro e felino. «Quello che serve davvero alla nostra Gab è un uomo. Sei troppo seria, dolcezza. Non fa bene lasciare che il lavoro ti consumi come fai tu. Spassatela! Quand’è stata l’ultima volta che hai scopato, comunque?» Troppo tempo fa, ma Gabrielle non stava esattamente tenendo il conto. Non era mai stata a corto di appuntamenti quando li desiderava, e il sesso – nelle rare occasioni in cui l’aveva fatto – non era qualcosa da cui era ossessionata come alcuni dei suoi amici. Per quanto ora fosse fuori esercizio, non pensava che un orgasmo avrebbe curato la causa del suo attuale stato di inquietudine, qualunque fosse. «Jamie ha ragione, sai» stava dicendo Kendra. «Hai bisogno di scioglierti un poco, lasciare da parte i tuoi freni.» «Non c’è momento migliore di adesso» aggiunse Jamie. «Oh, non penso proprio» disse Gabrielle scuotendo il capo. «Non sono davvero dell’umore per fare le ore piccole, ragazzi. Le esposizioni in galleria mi lasciano sempre spossata e...» 16


«Autista?» Ignorandola, Jamie scivolò sul bordo del sedile e bussò sul plexiglas che separava il tassista dai passeggeri. «Cambio di programma. Abbiamo deciso di festeggiare, perciò lasciamo perdere il ristorante. Vogliamo andare dove c’è la gente giusta.» «Se vi piacciono le discoteche, ce n’è una nuova che ha appena aperto nella zona nord» disse l’autista, la gomma da masticare alla menta che schioccava mentre parlava. «È tutta la settimana che ci faccio delle corse. In effetti, ci sono stato già due volte stasera... un elegante afterhours chiamato The Night.» «Oh, The Night» si rallegrò Jamie, lanciando un’occhiata giocosa e inarcando un sopracciglio. «Perfetto: suona davvero eccitante, vero, ragazze? Andiamo!» Il The Night era ospitato in un edificio gotico tardovittoriano che per lungo tempo era stato conosciuto come la parrocchia episcopale di San Giovanni, finché alcuni recenti esborsi dell’arcidiocesi di Boston per alcuni scandali sessuali riguardanti dei sacerdoti avevano costretto alla chiusura dozzine di posti del genere in tutta la città. Ora, mentre Gabrielle e i suoi amici si facevano strada all’interno del locale affollato, musica techno e trance riecheggiava fra le travi, prorompendo da enormi altoparlanti che racchiudevano la postazione del DJ nella balconata sopra l’altare. Luci stroboscopiche lampeggiavano contro un trittico di vetrate colorate ad arco. I raggi pulsanti tagliavano la rarefatta nube di fumo che aleggiava nell’aria, al ritmo frenetico di un pezzo apparentemente senza fine. Sulla pista da ballo – e in quasi ogni metro quadrato del piano principale e della galleria superiore del locale – le persone si muovevano le une contro le altre in una fremente, incurante sensualità. «Porca vacca» urlò Kendra sopra la musica, sollevando le braccia e facendosi strada ballando attraverso la fitta calca. «Che posto, eh? È da pazzi!» Non avevano nemmeno superato il primo capannello di avventori che un ragazzo alto e snello si lanciò sull’audace bru17


netta e si piegò per dirle qualcosa all’orecchio. Kendra emise un risolino gutturale e annuì verso di lui con entusiasmo. «Il ragazzo vuole ballare» ridacchiò, passando la sua borsetta a Gabrielle. «Chi sono io per rifiutare!» «Da questa parte» disse Jamie, indicando un tavolino vuoto vicino al bancone mentre la loro amica trotterellava via col suo compagno. I tre si sedettero e Jamie ordinò il primo giro. Gabrielle scrutò la pista da ballo in cerca di Kendra, ma era stata fagocitata nel mezzo dello spazio affollato. Malgrado la ressa di persone tutt’attorno, non riusciva a scacciare l’improvvisa sensazione che lei e i suoi amici fossero seduti sotto un riflettore. Come se in qualche modo si trovassero sotto esame per il solo fatto di essere lì. Era un’idea pazzesca. Forse aveva lavorato troppo, aveva passato troppo tempo sola a casa, se stare in pubblico la metteva così in imbarazzo. «Questo è per Gab!» esclamò Jamie sopra il boato della musica, sollevando il suo bicchiere di Martini per un brindisi. Anche Megan alzò il suo e lo fece tintinnare contro quello di Gabrielle. «Congratulazioni per la mostra superlativa di stasera!» disse. «Grazie, ragazzi.» Mentre Gabrielle sorseggiava il suo intruglio giallo fosforescente, quella sensazione di essere osservata ritornò. Anzi, crebbe. Percepì uno sguardo diretto su di lei dall’altra parte del locale avvolta nell’ombra. Sopra il bordo del suo bicchiere di Martini, alzò gli occhi e colse lo scintillio di una luce stroboscopica che si rifletteva su un paio di occhiali da sole scuri. Occhiali che nascondevano uno sguardo inequivocabilmente fisso su di lei attraverso la folla. I veloci lampi delle luci proiettavano ombre nette sulle sue fattezze austere, ma gli occhi di Gabrielle riuscirono a inquadrarlo subito. Capelli neri e dritti ricadevano mollemente attorno a una fronte ampia e intelligente, guance scarne e angolose. Una mascella 18


forte e severa. E la sua bocca... la sua bocca era generosa e sensuale, perfino increspata in una linea cinica, quasi crudele. Gabrielle distolse lo sguardo, innervosita; un’ondata di calore le fremeva lungo la schiena. Quel volto si soffermò nella sua testa, vi bruciò per un istante, come un’immagine che si impressiona su una pellicola. Lei poggiò il suo drink e azzardò un altro fugace sguardo nella sua direzione. Ma l’uomo non c’era più. Uno schianto fragoroso risuonò all’altro capo del bancone, richiamando con un sobbalzo l’attenzione di Gabrielle. Auno dei tavoli affollati, del liquore colava sul pavimento da diversi bicchieri rotti disseminati sulla superficie laccata di nero. Cinque ragazzi vestiti in pelle nera e occhiali scuri erano impegnati in una discussione con un altro, che indossava una maglietta senza maniche dei Dead Kennedys e dei jeans strappati e scoloriti. Uno dei ceffi vestiti di pelle teneva un braccio attorno a una bionda platinata dall’aria alticcia, che sembrava conoscere il punk. Il suo ragazzo, pareva. Quello fece per afferrare il braccio della ragazza, ma lei lo allontanò con uno schiaffo e piegò la testa per lasciare che uno dei tipi le mettesse la bocca sul collo. Fissò con aria di sfida il suo ragazzo furioso, giocherellando nel frattempo con i lunghi capelli castani del tizio attaccato alla sua gola. «Lì stanno combinando un casino» disse Megan, tornando a voltarsi mentre la situazione degenerava. «Proprio così» aggiunse Jamie finendo il suo drink e facendo cenno a una cameriera di portare un altro giro. «Evidentemente la mamma di quella pupa si è dimenticata di dirle che non sta bene non andarsene col ragazzo con cui si è venute.» Gabrielle osservò per un momento ancora, abbastanza per vedere un altro col look da motociclista accostarsi alla ragazza e calare sulla sua bocca semiaperta. Lei li accettò entrambi, le sue mani che si alzavano per accarezzare la testa scura contro il suo collo e quella bionda che le stava succhiando la faccia come se volesse mangiarla viva. Il suo ragazzo punk le urlò una sequela di oscenità, poi si voltò e si fece strada a spintoni tra la folla di spettatori. 19


«Questo posto mi sta dando i brividi» confidò Gabrielle, che solo ora notava alcuni avventori che stavano sniffando apertamente strisce di cocaina all’estremità opposta del lungo bancone di marmo. I suoi amici non parvero udirla sopra il ritmo soverchiante della musica. Sembravano anche non condividere il suo disagio. C’era qualcosa di sbagliato lì, e Gabrielle non riusciva a scrollarsi di dosso la sensazione che la serata sarebbe andata a finire male. Jamie e Megan cominciarono a parlare fra loro di band locali, lasciandola a sorseggiare quello che rimaneva del suo drink e attendere che le si presentasse un’opportunità per interromperli e accampare qualche scusa per andarsene. Il suo sguardo vagò per il mare di teste ondeggianti e corpi che si agitavano, mentre cercava furtivamente gli occhi celati dagli occhiali da sole che l’avevano fissata prima. Faceva forse parte di quei ceffi, una di quelle bande di motociclisti che creavano sempre guai? Era vestito come loro e di certo attorno a lui aleggiava la stessa cupa aria di pericolo. Chiunque fosse, Gabrielle non ne vedeva più traccia. Si appoggiò all’indietro sulla sedia, poi per poco non balzò a un metro da terra quando un paio di mani si posarono sulle sue spalle da dietro. «Eccovi qui! Vi ho cercato dappertutto, ragazzi!» disse Kendra, senza fiato e vivace, mentre si sporgeva sopra il tavolino. «Andiamo. Ho preso un tavolo per noi dall’altro lato del locale. Brent e alcuni suoi amici vogliono festeggiare con noi!» «Fico!» Jamie era già in piedi, pronto ad andare. Megan prese il suo nuovo Martini in una mano, la sua borsetta e quella di Kendra nell’altra. Quando Gabrielle non si precipitò a unirsi a loro, Megan si fermò. «Vieni?» «No.» Gabrielle si alzò in piedi e si mise la borsa a tracolla. «Voi andate e divertitevi. Io sono esausta. Penso che prenderò un taxi e filerò dritta a casa.» 20


Kendra le mise il broncio come una bambina piccola. «Gab, non puoi andar via!» «Vuoi un po’ di compagnia mentre torni a casa?» si offrì Megan, anche se Gabrielle non riusciva a capire se volesse rimanere con gli altri oppure no. «Starò bene. Divertitevi ma state attenti, d’accordo?» «Sei sicura di non voler rimanere? Solo un altro drink...» «No. Ho davvero bisogno di andar via e prendere una boccata d’aria.» «Come ti pare, allora» la rimbrottò Kendra con finto astio. Si accostò a Gabrielle e le diede un bacio sulla guancia. Mentre si allontanava, Gabrielle colse una zaffata di vodka e, sotto di essa, qualcosa di meno evidente. Un aroma muschiato, stranamente metallico. «Sei una guastafeste, Gab, ma ti voglio bene lo stesso.» Facendole l’occhiolino, Kendra intrecciò le braccia con quelle di Jamie e di Megan, poi con fare giocoso li strattonò verso la massa brulicante di persone. «Chiamami domani» le mimò Jamie sopra la spalla mentre il terzetto veniva lentamente avviluppato dalla folla. Gabrielle iniziò immediatamente il suo tragitto verso la porta, impaziente di arrivare fuori dal discoteca. Più rimaneva lì dentro, più il volume della musica sembrava aumentare, le martellava in testa rendendole difficile pensare e impossibile concentrarsi su ciò che le stava attorno. Le persone la premevano da tutti i lati mentre cercava di passare, insinuandosi fra la morsa di corpi che danzavano, si contorcevano e turbinavano. Venne spintonata e sgomitata, tastata e palpeggiata da mani invisibili nel buio, finché, finalmente, arrancò nell’atrio vicino all’ingresso del locale e poi fuori dalle pesanti doppie porte. La notte era fredda e scura. Fece un profondo respiro, cercando di riprendersi dal rumore, dal fumo e dall’inquietante atmosfera del locale. La musica pulsava ancora lì fuori, le luci stroboscopiche brillavano come piccole esplosioni dietro le alte vetrate colorate, ma ora che era libera Gabrielle si rilassò un poco. Nessuno le prestò alcuna attenzione mentre si precipitava in 21


strada per chiamare un taxi e farsi portare a casa. Lì fuori c’erano solo poche persone, alcune che la superavano sul marciapiede sottostante, altre che procedevano su per i gradini di cemento per entrare nel locale. Notò una vettura gialla che veniva nella sua direzione e allungò una mano per chiamarla. «Taxi!» Mentre l’auto vuota si faceva strada attraverso le corsie del traffico notturno e con un rombo si accostava a lei, le porte della discoteca si spalancarono di colpo con la forza di un uragano. «Ehi, amico! Che cazzo!» Sui gradini dietro Gabrielle, una voce maschile si alzò di un’ottava come in preda alla paura. «Toccami di nuovo e vedi cosa cazzo...» «Cosa cazzo fai tu?» lo canzonò un’altra voce, bassa e letale, fiancheggiata da diverse altre che ridacchiavano divertite. «Sì, diccelo, coglioncello pezzo di merda di un punk. Cosa ci fai?» Con le dita strette sulla maniglia del taxi, Gabrielle ruotò la testa, in parte allarmata, in parte consapevolmente terrorizzata da quanto avrebbe visto. Era la banda che stava vicino al bancone, i motociclisti o qualunque cosa fossero, in pelle nera e occhiali scuri. I sei circondarono il giovane punk come un branco di lupi, facendo a turno per colpirlo, giocando con lui come se fosse una preda. Il ragazzo vibrò una sventola verso uno di loro, lo mancò, e la situazione passò da brutta a pessima in un batter d’occhio. Tutt’a un tratto, la zuffa si mosse verso Gabrielle. La banda gettò il punk contro il cofano del taxi, prendendolo ripetutamente a pugni in faccia. Il sangue schizzò dal suo naso e dalla sua bocca, e parte di esso colpì Gabrielle. Lei fece un passo indietro, stordita e terrorizzata. Il ragazzo cercò a tentoni di allontanarsi, ma i suoi assalitori lo marcarono stretto, picchiandolo con una furia che Gabrielle riusciva a malapena a concepire. «Via dalla mia dannata macchina!» urlò l’autista fuori dal finestrino aperto. «Gesù Cristo! Andate a picchiarvi da qualche altra parte, mi avete sentito?» Uno degli assalitori voltò la testa verso il tassista, gli rivolse un 22


sorriso terribile, poi calò il suo grosso pugno sul parabrezza, frantumando il vetro in un reticolo di crepe. Gabrielle vide l’autista farsi il segno della croce, la sua bocca si muoveva senza suono all’interno della macchina. Ci fu un rumore di ingranaggi, poi un stridio alto e penetrante di copertoni mentre il taxi ingranava la retro, smuovendo il carico dal suo cofano. «Aspetti!» gridò Gabrielle, ma era troppo tardi. Il suo passaggio verso casa – la sua fuga da questa scena brutale – era lontano. Con un freddo groppo di paura piantato in gola, osservò il taxi accelerare, allontanandosi a tutta velocità lungo la strada con le sue luci posteriori che svanivano nell’oscurità. E sul marciapiede, i sei motociclisti non stavano mostrando alcuna pietà per la loro vittima, troppo occupati a picchiare il punk fino a fargli perdere i sensi per rivolgere a Gabrielle più di un pensiero fugace. Lei si voltò e schizzò su per i gradini d’ingresso del The Night, rovistando nel frattempo all’interno della borsetta in cerca del cellulare. Trovò il sottile aggeggio e lo aprì. Digitò il 911 per le emergenze mentre apriva le porte e scivolava nell’atrio, il panico che le montava nel petto. Sopra il trambusto di musica e voci, per non parlare del pulsare martellante del suo stesso cuore, Gabrielle udì solo un rumore di fondo dall’altro capo del cellulare. Allontanò il telefono dall’orecchio... SEGNALE PERSO. «Merda!» Provò di nuovo a comporre il numero. Niente. Gabrielle corse verso la zona principale della discoteca, urlando in mezzo al frastuono per la disperazione. «Qualcuno mi aiuti, per favore! Ho bisogno d’aiuto!» Nessuno parve sentirla. Picchiettò sulla spalla di alcune persone, strattonò maniche, arrivò perfino a scuotere il braccio di un tizio tatuato che aveva l’aria di un militare, ma nessuno le prestò la minima attenzione. Non la guardarono neanche, si limitarono a continuare a ballare e a parlare come se lei non ci fosse. Era forse un sogno? Un qualche incubo perverso in cui 23


solo lei si rendeva conto della violenza che stava avendo luogo lì fuori? Gabrielle smise di provare con gli sconosciuti e decise di cercare i suoi amici. Mentre procedeva per il locale buio, continuò a premere RICOMPONI sperando in un segnale decente. Non riusciva a ottenerlo, e presto comprese che non avrebbe mai trovato Jamie e gli altri in quella fitta folla. Frustrata e confusa, corse di nuovo verso l’uscita del locale. Forse poteva far cenno a un automobilista di fermarsi, trovare un poliziotto, qualunque cosa! L’aria gelida la colpì in viso mentre apriva le pesanti porte e usciva fuori. Si precipitò giù per la prima rampa di gradini di cemento, ora ansante, incerta su quello a cui stava andando incontro, una donna sola contro sei membri di una banda, probabilmente strafatti. Ma non li vide. Se n’erano andati. Un gruppo di giovani avventori salì i gradini, uno di loro faceva finta di suonare una chitarra mentre i suoi amici proponevano di fare un salto a un rave più tardi, quella stessa notte. «Ehi» disse Gabrielle, quasi aspettandosi che semplicemente la superassero. Quelli si fermarono, sorridendole, anche se a ventott’anni lei sapeva di essere dieci anni più vecchia di ciascuno di loro. Il primo di loro fece un cenno col capo e domandò: «Che c’è?» «Qualcuno di voi...» Esitò, incerta se sentirsi sollevata dal fatto che quello, evidentemente, non era un sogno. «Qualcuno di voi ha visto la rissa qui fuori qualche minuto fa?» «C’è stata una rissa? Grandioso!» esclamò il metallaro del gruppo. «No,» rispose un altro «siamo appena arrivati. Non abbiamo visto nulla.» La superarono salendo il resto dei gradini, mentre Gabrielle non poté far altro che rimanere a guardare, domandandosi se stesse impazzendo. Si diresse verso il marciapiede. Per terra c’era del sangue, ma il punk e i suoi assalitori erano scomparsi. Si fermò sotto un lampione e si strofinò le braccia per scacciare 24


il freddo. Ruotò per guardare da entrambi i lati della strada, in cerca di qualunque segno della violenza a cui aveva assistito qualche minuto prima. Nulla. Ma poi... lo udì. Il rumore proveniva da un vicoletto alla sua destra. Fiancheggiato da un muretto che agiva come un amplificatore, il passaggio quasi senza luce tradì i suoi occupanti, i cui flebili grugniti animaleschi si diffondevano fino alla strada. Gabrielle non riusciva a decifrare i suoni sommessi e innaturali che le fecero gelare il sangue nelle vene e scattare un allarme istintivo in tutti i nervi del corpo. I suoi piedi si stavano muovendo. Non lontano dalla fonte di quei rumori inquietanti, ma verso di essa. Il cellulare era come un mattone nella sua mano. Stava trattenendo il respiro. Non se ne rese conto fin quando non ebbe percorso due passi nel vicolo e il suo sguardo non si posò su un gruppo di figure lì davanti. I ceffi in pelle e occhiali scuri. Erano accucciati su mani e ginocchia, tastando qualche cosa, lacerandola. Nella fioca luce che filtrava dalla strada, Gabrielle intravide un frammento di stoffa sbrindellata per terra, vicino al massacro. Era la maglietta senza maniche del punk, fatta a pezzi e macchiata. Il dito di Gabrielle, poggiato sul pulsante RICOMPONI del cellulare, premette silenziosamente sul minuscolo tasto. Ci fu un sommesso trillo dall’altro capo, poi la voce del centralinista della polizia mandò in frantumi la notte come una cannonata. «911. Qual è la sua emergenza?» Uno dei motociclisti voltò la testa a quell’improvvisa interferenza. Occhi bestiali e carichi d’odio trafissero come pugnali Gabrielle, inchiodandola dove si trovava. Quel volto era rosso e lucido di sangue. E i suoi denti! Erano acuminati come quelli di un animale... Non denti, ma zanne che snudò verso di lei aprendo la bocca e sibilando una parola sconosciuta dal suono terribile. «911» disse di nuovo il centralinista. «Per favore, dichiari la sua emergenza.» 25


Gabrielle non riusciva a parlare. Era così scossa che poteva a malapena respirare. Portò il cellulare alla bocca, ma non riuscì ad articolare le parole. La sua richiesta di soccorso era andata sprecata. Consapevole di ciò, con un terrore inevitabile che le penetrava fino alle ossa, Gabrielle fece l’unica cosa logica che le venne in mente. Con dita tremanti, girò l’apparecchio verso la banda di motociclisti e schiacciò il pulsante per catturare l’immagine. Un piccolo flash illuminò il vicolo. Allora tutti si voltarono verso di lei, sollevando le mani per schermarsi gli occhi già coperti dagli occhiali da sole. Oddio. Forse aveva ancora una possibilità di fuggire da quella notte infernale. Gabrielle schiacciò lo stesso pulsante ancora e ancora, indietreggiando nel frattempo dal vicolo verso la strada. Udì voci che mormoravano, imprecazioni ringhiate, il movimento di piedi sul cemento, ma non osò guardarsi indietro. Nemmeno quando un nitido sibilo d’acciaio riecheggiò dietro di lei, seguito da urla disumane di agonia e rabbia. Gabrielle corse nella notte in preda alla paura e all’adrenalina, senza fermarsi, finché non raggiunse un taxi su Commercial Street. Balzò dentro e sbatté la portiera. Aveva il respiro affannato ed era fuori di sé per il terrore. «Mi porti alla stazione di polizia più vicina!» L’autista mise il braccio oltre lo schienale del sedile e si voltò per fissarla con espressione accigliata. «Sta bene, signora?» «Sì» replicò lei in modo automatico. Poi aggiunse: «No. Devo denunciare...» Gesù. Cosa aveva intenzione di denunciare? Un’orgia cannibale da parte di un branco di motociclisti idrofobi? O l’unica altra spiegazione, che non era certo più credibile? Gabrielle incontrò gli occhi preoccupati del tassista. «Per favore, si sbrighi. Ho appena assistito a un omicidio.»

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Estratto Il bacio di mezzanotte