Internos Nr.4_dicembre/Dezember 2012_La Strada - Der Weg ONLUS

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Periodico interno trimestrale Interne vierteljährliche Zeitschrift


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Sommario - Inhaltsverzeichnis

Un pensiero per il Natale Imparare la convivenza dai bambini Vor und Nachteile der Sprachentwiclung von zwei oder mehrsprachigen Kindern Il successo dell’apprendimento cooperativo 16sima colletta alimentare Un Blog che funziona Un anno al Polo Die Konstruktion des Stigmas „Zigeuner“ in Enzyklopädien und Lexika Betteln als Arbeit in einer anderen welt Nr.1 Betteln als Arbeit in einer anderen welt Nr.2 Premio “giovani volontari” Si può passare un buon Natale nonostante la crisi? Comunità Pantarhei: vite che scorrono Sancta Clara: angenehmes Klima Visita alle sedi periferiche Don Mimmo Battaglia riconfermato presidente F.I.C.T.

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Un pensiero per il Natale Cari amici, per il Santo Natale desidero condividere con voi questa bellissima preghiera che dedico a tutti voi A Maria Maria, madre di Gesù, madre di ogni donna e di ogni uomo, nella gioia del Natale, voglio rivolgermi a te!

di chi ho vicino. Aiutami a regalare un sorriso, un gesto d’affetto, un pensiero… E così sarà più Natale, più festa per tutti!

Vorrei pregarti, o Maria, per tutti i bambini che in questo momento hanno voglia di piangere perché non hanno affetto, perché nessuno ha offerto loro un regalo. Vorrei pregarti, o Maria, per chi oggi soffre più degli altri giorni, per chi oggi sente più forte il peso della malattia, dell’abbandono, della solitudine. Vorrei pregarti, o Maria, per chi trascorre questo Natale ammalato, per chi è lontano dalle persone che ama, per chi piange nel lutto.

Don Giancarlo Bertagnolli

fondatore e assistente spirituale Associazione “La Strada - Der Weg ONLUS”

Vorrei pregarti, o Maria, di aiutarmi a rendere più bello il Natale 3


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Imparare la convivenza dai bambini La naturale predisposizione dei più piccoli alla socialità, se sapientemente guidata, può portare ad importanti risultati Il mondo d’oggi, si sa, sta andando sempre più frequentemente verso la costituzione di società multietniche. Ma è possibile la convivenza sullo stesso territorio tra individui diversi per razza, etnia o cultura, sotto una legge comune che assicuri a tutti gli stessi diritti di sopravvivere, di conservare e trasmettere il proprio patrimonio culturale, cioè la propria lingua, la propria fede, le proprie usanze? Lavorando da qualche mese in progetti per ragazzi sostenuti dall’Associazione, la chiave di risposta a questo spinoso quesito, su cui da decenni si scrivono tomi di teorie e che arrovella senza tregua la mente dei più eccelsi studiosi, mi è parsa improvvisamente semplice: I BAMBINI. Nulla è più puro ed elastico del pensiero di un bambino, nulla si dimostra così aperto come la curiosità disincantata e libera da qualsiasi pregiudizio o stereotipo di una giovane mente. La sete di sapere e conoscere, spinge il bambino ad un’apertura a 360 gradi verso il mondo, sé stesso e l’altro. L’altro appunto. Un altro che porta con sé, esperienze di vita, storie, bagagli culturali ed etnici diversi dal suo, che vanno compresi, e se non condivisi,

per lo meno rispettati. Osservando i ragazzi al centro, la loro semplicità e capacità di considerarsi tutti alla pari tra di loro pur provenendo da diversi paesi del mondo, di scambiarsi esperienze e conoscenze su di loro e la loro cultura, stupisce giorno per giorno. Pakistan, Perù, Albania, Tunisia e Marocco, si rincorrono, si conoscono ed inventano insieme, dando vita ad un’educazione pienamente multiculturale: frasi che iniziano in italiano, proseguono in peruviano, finiscono in albanese … Ogni bambino, varcando la soglia, si porta dietro i colori e i profumi di casa, li mette a disposizione d’altri, aprendo strade di condivisione e rispetto. La quotidianità di queste scene mi dà la fiducia di credere che, se per gli adulti, a vincere sono, nella maggior parte dei casi, atteggiamenti di paura, sospetto e intolleranza, nei bambini una valorizzazione del principio di diversità sia ancora possibile. È da loro che dobbiamo partire per costruire quei percorsi di convivenza, che ancora oggi faticano a trovare un equilibrio, e per consegnare alle generazioni future un mondo di rispetto e apprezzamento della diversità, a cui ormai dobbiamo abituarci. Il mondo è un unico Paese. I bambini ci insegnano che è possibile abbracciarlo tutto. Certo, anche in essi il rispetto verso l’altro va stimolato, coltivato giorno


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per giorno. Seppur predisposti al seme della solidarietà, anche per loro possono essere possibili dei conflitti culturali. È a questo punto che entra in gioco la valenza dei progetti sui ragazzi dell’Associazione. Con il loro aiuto e la loro competenza, gli operatori danno un contributo rilevante e innovativo alla formazione intellettuale e sociale dei ragazzi: • favorendo un’integrazione della conoscenza della nostra cultura con quella di altre; • favorendo lo sviluppo di atteggiamenti positivi verso l’apertura e l’interazione tra culture; • sottoponendo a riflessione gli atteggiamenti e i comportamenti conflittuali che portano a uno

scontro di civiltà; evitando le rigide categorizzazioni e le discriminazioni degli altri ragazzi in base alla loro provenienza culturale; • e, perciò evitando un’ottusa concezione della propria identità culturale con le conseguenze presunzioni di superiorità. Progetti e iniziative di questo tipo vanno perciò protette e consolidate perché, con il loro contributo, aiutano a promuovere un’ educazione interculturale, in un mondo che ha sempre più bisogno di rispetto e tolleranza. E chi meglio di un bambino può dimostrare che ciò è possibile? •

Giulia Marcantonio

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Vor- und Nachteile in der Sprachentwicklung von zwei oder mehrsprachigen Kindern Nur im Kleinkindalter kann man eine Fremdsprachee akzentfrei erlernen Laut Grimm und Weinert, gehört der Erwerb der Sprache, zu den wichtigsten Entwicklungsaufgaben im (frühen) Kindesalter. Die Aufgabe, eine Sprache zu erlernen, ist weitaus komplexer als es auf dem ersten Blick erscheint. Es sind zunächst, sechs, teilweise eigenständige, Wissenssysteme aufzubauen: das Kind muss die prosodischen, phonologischen, morphologischen, syntaktischen, lexikalischsemantischen Regularitäten, sowie die Sprechakte in seiner Muttersprache erwerben. • die prosodischen Strukturierungen im Sinne von Sprachmelodie und Sprachrhythmus, • die phonologischen Komponenten im Sinne der Lautstruktur, • die morphologischen Fähigkeiten im Sinne der Wortbildung, • den Syntax (d.h. Die Fähigkeit der Kombination von Wörtern und Sätze), • das Lexikon und die Semantik, d.h. es lernt die Bedeutungsstruk6

tur des Wortschatzes kennen Die Sprechakte, über die, die sozialinteraktiven Beziehungen zwischen Kommunikationspartnern hergestellt werden können (Entwicklungspsychologie, Oerter, Motanda, Kapitel 15, Sprachentwicklung von Hannelore Grimm und Sabine Weinert). •

Wie sieht es nun bei den Kindern aus die zwei- oder mehrsprachig aufgewachsen sind? •

Fakt ist, sie haben eine weitaus kompliziertere Sprachentwicklung hinter sich als die Kinder, die eine einzige Sprache entwickelt haben. Sie können jedoch meistens die Sprachen problemlos erlernen. Wer ab Eintritt der Pubertät eine Fremd- oder eine Zweitsprache erlernen möchte, kann diese nicht mehr akzentfrei lernen, da man das nur im (Klein)Kindesalter kann. Sprachleistungen in der Kindheit werden nicht in gleicher Weise von den selben Gehirnregionen vermittelt wie im Erwachsenenalter. Laut OSL, haben Kinder mehr synaptische Plastizität als Erwach-


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sene, da sie 50% mehr Synapsen haben. Man kann annehmen, dass sie deswegen eine Zweitsprache akzentfrei entwickeln können. (http://online-sprachen-lernen. com/gehirn-sprachen-lernen-synapsen/ ). Die sprachliche Entwicklung zweioder mehrsprachigen Kinder Nun fragt man sich natürlich, wie es klingt wenn Kinder mehrsprachig aufwachsen und sprechen. Gabriel Peer, zweisprachig aufgewachsen, erinnert sich daran, dass er als Kind Italienisch und Deutsch ständig vermischt hat. Da er die deutsche Grundschule besucht hat, hat er bis zu seinem 10. Lebensjahr mehr deutsch gesprochen. Ab dem 10. Lebensjahr fast nur mehr italienisch und auch heute noch spricht er mehr italienisch als deutsch. So geht es vielen. Als Kleinkinder vermischen sie ständig die Sprachen, später jedoch können sie beide fließend und akzentfrei, wobei es meistens eine gibt die sie noch besser beherrschen. (http://bilingualerziehen.de/zweisprachigkeit/info/vorund-nachteile/ ) Vorteile und Nachteile zwei- oder mehrsprachlicher Entwicklung Zwei- oder mehrsprachige Kinder gewinnen ein hervorragendes Gefühl für die verschiedenen Sprachen. Sie haben einen Vorteil wenn es darum

geht, weitere Sprachen zu einem späteren Zeitpunkt zu erlernen, außerdem können sie Informationen von einer Sprache auf die andere übertragen. In bestimmten Berufen haben sie signifikante Vorteile und können ein bestimmtes Gespür für andere Kulturen entwickeln. Manchmal passiert es, dass diese Kinder und auch die Erwachsenen von einer Sprache in die andere springen, ohne es zu merken. Dieses Phänomen nennt man Code- Switching und tritt besonders in Orten auf, in denen mehrere Sprachen gesprochen werden. (>Da hängen dann die drogati ‘rum (-) äh die Drogierten(-) oder wie sagt man auf Deutsch (--) Drogenabhängige.< [Beispiel aus Südtirol, Sprecherin DeutschItalienisch] http://de.wikipedia.org/ wiki/Code-Switching). Auf der anderen Seite, laufen sie Gefahr, ihre Sprachen nicht richtig zu erlernen und Sprachprobleme fallen häufiger auf und müssen so häufiger korrigiert werden und das in zwei- bzw. mehreren Sprachen. Der Spracherwerb in beiden Sprachen dauert zwar manchmal länger, dafür überwiegen die Vorteile der Zwei- oder Mehrsprachigkeit in unserer globalisierten Gesellschaft. (http://www.pressetext.com/ news/20120210001 ) . Sadbhavana (Sadi) Pfaffstaller Praktikantin


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Il successo dell’apprendimento cooperativo Due valgono più di uno solo, poiché sono ben ricompensati della loro fatica. Poiché se l’uno cade, l’altro rialza il suo compagno.

Ecclesiaste 4, 9

Qui docet discit. Seneca Per apprendimento cooperativo s’intende una modalità di ricezione che si basa sull’interazione del soggetto all’interno di un gruppo, sulla cooperazione e sul raggiungimento di un obiettivo comune. Gli usi pratici del Cooperative Learning hanno radici molto antiche che poi sono state appoggiate senza troppe remore anche da molti studiosi recenti soprattutto dell’area anglo-americana. Lo studio in gruppo, il rispetto dei ruoli, l’impegno comune finalizzato ad un obiettivo comune, quello dello svolgimento del compito, oltre ad avere dei successi maggiori dal punto di vista meramente scolastico, hanno anche frutti sociali come uno spiccato senso di altruismo, di condivisione e di interazione. È stato provato che un o studente che studia da solo per un esame ha risultati molto minori rispetto ad uno studente che spiega ad un suo compagno un concetto perché questo possa passare un esame. È un dato di fatto.

In America e in Inghilterra il metodo del Cooperative Learning è molto diffuso e porta successi per tutti gli alunni, anche per quelli con maggiori difficoltà. L’apprendimento cooperativo, avendo come base la cooperazione, non si ferma davanti alla multi etnicità, anzi offre spunti sempre più sorprendenti. L’operatore e l’insegnante non devono però pretendere dei netti miglioramenti in tempi brevi: al metodo occorre pazienza, collaborazione da parte degli adulti e anche una precedente analisi delle possibili problematiche che potrebbero presentarsi durante il lavoro in gruppo. I fratelli Johnson, famosi teorici americani del metodo, sostengono che lavorare insieme per uno scopo comune sia un modo per valorizzare le singole competenze e per ottenere risultati migliori grazie al sentimento di competizione che viene però così visto in positivo. Loro, i Johnson, hanno imparato già la cooperazione in famiglia essendo figli di una famiglia povera composta da nove persone. I ragazzi di oggi hanno modo di cooperare molto tra i banchi di scuola e all’interno di strutture ludico-educative inserite in ambito sociale: due ambienti in cui il mutuo aiuto è fondamentale.


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16esima Colletta Alimentare: Andare a donare la spesa Sabato novembre, in molti supermercati della città, ha avuto luogo la sedicesima Colletta alimentare, organizzata dalla Fondazione Banco Alimentare. All’ingresso di 3 supermercati della provincia sono stati allestiti dei banchi di raccolta alimentare: sono

stati distribuiti ai clienti dei sacchetti in cui chiunque volesse ha potuto inserire prodotti da dare in beneficienza. “Fai la spesa per chi è povero” era lo slogan della giornata e molte sono state le persone che hanno voluto aderire all’iniziativa facendo una spesa per gli altri. Gli alimenti più donati sono stati tonno, carne in scatola, latte a lunga conservazione, prodotti per l’infanzia, olio, pasta, riso e legumi. Laura, Claudio e Carla hanno sostenuto l’iniziativa come volontari in un su-

permercato di Corso Italia: “Noi siamo dell’Associazione San Vincenzo e abbiamo aderito perché sappiamo quanto siano significative iniziative simili. La nostra associazione ha un forte legame con la Fondazione Banco Alimentare per quanto riguarda la distribuzione dei prodotti alimentari. Dare una mano è importante”. Un altro punto focale è stato lo stand fuori dal nuovo supermercato in via Museo. “Il supermercato è di recente apertura ed è alla sua prima esperienza con la colletta alimentare, ma con l’andirivieni che c’è qui al sabato, non mancheranno le donazioni” hanno commentato i volontari addetti allo stand all’inizio del loro lavoro. Gaetano e Rita, clienti di due supermercati aderenti all’iniziativa, hanno donato volentieri spesa alla Fondazione credendo nel valore del gesto. “Le persone hanno sempre più bisogno” hanno detto entrambi. Luca Merlino, vicepresidente, delegato del Banco Alimentare per l’Alto Adige: “Questa giornata si inserisce nelle attività del Banco Alimentare, un’associazione che ha come unico 9


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scopo la beneficienza. Noi ci occupiamo della raccolta delle eccedenze alimentare, tema caldo in questi giorni, e le ridistribuiamo alle strutture che si occupano di aiutare i bisognosi. L’impegno è molto e anche la soddisfazione. Un grazie va a tutti i volontari che con motivazione hanno donato la loro disponibilità per l’iniziativa”. Molte sono le Associazioni che durante l’anno collaborano con la fondazione: l’associazione La Strada-Der Weg è una di queste ed ha partecipato alla giornata della colletta alimentare con un sostegno sia nella fase organizzativa e propagandistica sia nella fase esecuti-

va con dei volontari motivati. I DATI 5 milioni di persone che hanno fatto la spesa per gli altri 00 volontari che hanno contribuito alla riuscita della giornata 3 tonnellate di alimenti 3 punti vendita aderenti all’iniziativa 30 associazioni provinciali legate al Banco Alimentare 00 persone aiutate all’anno in provincia di Bolzano. Roberta Catania

Un blog che funziona Da metà settembre l’equipe del Polo Ovest ha deciso di aprirsi al mondo del web. Per ovviare ai costi per l’apertura di un sito internet, l’equipe ha optato per la creazione di un coloratissimo e aggiornatissimo blog. Su questo blog il Polo racconta le attività passate e dà notizia dei progetti futuri. A curare l’aggiornamento del blog è il coordinatore della struttura, Manuel Mattion che spesso coinvolge in questa attività tec10

nologica anche i ragazzi che frequentano la struttura. La riuscita del blog è stata confermata già dopo pochi mesi dal suo avvio: una famiglia fiorentina che si è trattenuta a Bolzano in occasione delle feste natalizie, avendo visionato il blog del Polo, il cui link è stato inserito anche nel sito ufficiale del Comune di Bolzano, è rimasta “affascinata” e si è dimostrata interessata ad una visita della struttura durante il loro soggiorno. Altro che Mercatino di Natale!


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Anche un esperto dello sviluppo di comunità, navigando online s’è imbattuto nel blog ed è già stato in visita al Polo Ovest, pieno di interesse e di proposte. Visitate il Polo su: http://poloovest.blogspot.it Roberta Catania

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Un anno al Polo Sembra ieri, invece è già passato un anno dall‘inaugurazione del servizio Mercoledì 1 novembre il Polo Ovest ha compiuto un anno di attività. Dopo un periodo di assestamento e di studio del territorio e dell’esigenze dei suoi abitanti, gli operatori del Polo Ovest si possono ritenere soddisfatti del proprio lavoro nel quartiere e sono pronti a continuare al massimo della motivazione.

Festeggiare il primo anno con i più costanti frequentatori del Polo, i bambini, era quindi dovuto. La festa è iniziata alle 15 e si sono aperte subito le danze con un’avvincente sfida di limbo. Il pomeriggio è proseguito poi con una lauta merenda, balli di gruppo, un gioco dell’oca umano appositamente pensato dagli operatori e con una bella tombolata. Col dispiacere degli invitati, la festa si è conclusa alle 1 . Cento di questi giorni al Polo! Roberta Catania

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Die Konstruktion des Stigmas „Zigeuner“ in Enzyklopädien und Lexika. Wenn Lexika zur Bildung von Stereotypen beitragen... Als Sinti und Roma werden weltweit verbreitete, überwiegend aber in Europa (v. a. in Frankreich, Ungarn, Rumänien, Spanien, Deutschland und Italien) beheimatete Minderheitengruppen genannt. Bei den mitteleuropäischen Gruppen handelt es sich überwiegend um Sinti; als Roma werden Gruppen mit südosteuropäischer Herkunft bezeichnet. Statistiken über Gesundheit, Bildung oder andere soziale Schlüsselfaktoren belegen, dass beide heute noch vielerorts von Stigmatisierung und Ausgrenzung betroffen sind. Dazu trägt unter anderem auch das klischeehafte Bild des „Zigeuners“ bei, welches als Begriff noch heute in diskriminierender Absicht verwendet wird. Diese Konstruktion resultiert aus einer weit zurückreichenden Tradition, welche in Enzyklopädien und Lexika versachlicht wurde. Es bildete sich bereits 1 9 im sogenannten „Universal-Lexikon“ ein

Zigeunerbegriff heraus, welcher bis heute, einerseits von unangepassten sozialem Verhalten, andererseits durch Fremdheit geprägt ist. Der sich im 1 . Jahrhundert entwickelnde moderne Staat brauchte sesshafte und somit regierbare Bürger und Bürgerinnen. Aufgrund dieser Herausbildung wurde die Tradition der herumziehenden Lebensweise als Verweigerung sozialer Anpassung

betrachtet. Verallgemeinernd wurde Roma und Sinti schließlich ein asozialer Charakterzug zugeschrieben. Somit als Widerspruch zur Mehrheitsbevölkerung gesehen, bekamen sie auch als „Vagabunden“ und „Gesindel“ bezeichnet Eingang in den allgemeinen Wortschatz. Im darauffolgenden Jahrhundert wird im Brockhaus wie in Meyers Lexikon „der Zigeuner“ als eigene Rasse beschrieben. Das Verhalten, ihre Sitten und Bräuche wurden als ein natürliches Schicksal betrachtet: 13


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Aufgrund dessen sei es beispielsweise unmöglich deren Kinder zu erziehen oder zu bilden. Sie werden als Nomadenvolk eingeordnet, welches einer rückständigen und primitiven menschlichen Entwicklungsstufe entspricht. Hinsichtlich der teils auftretenden mutterrechtlichen Zügen welche im Gegensatz zu den patriarchalen Struktur der Mehrheitsbevölkerung stehen, wurde die „Zigeunermutter“ als weiteres Indiz für unterentwickelte Menschen gesehen. Diese Schaffung des Zigeunerstereotyps sowie die rassistischen Sichtweisen wurden in den Lexika und Enzyklopädien bis in das späte 20. Jahrhundert weiter ausgebaut. So schreiben verschiedene Lexika in der Mitte des 20. Jahrhunderts immer noch anhand des Begriffes Rasse von einem asozialen und parasitenhaften Wesen. Auch in der 1994 erschienenen Volksausgabe des Brockhaus wird von einer Unfähigkeit zur Integration geschrieben. So-

mit wird weitläufig bis heute versucht die gesellschaftliche Ausgrenzung auf eine rassistische Unterschiedlichkeit zurückzuführen. Diese erfundenen Annahmen klammern bewusst die historische Anpassung von Roma und Sinti aus: Viele Gruppen pflegen beispielsweise bereits seit langem eine sesshafte Lebensweise oder sind seit Jahrhunderten katholischer Konfession. Das Verständnis des Wortes „Zigeuner“ hatte für diese Tatsachen keinen Platz. Deshalb liegt es an jeder einzelnen Person die falschen Annahmen nicht weiter zu transportieren, somit Bevölkerungsgruppen rassistisch abzustempeln und zu diskriminieren. Iris Wigger: Ein eigenartiges Volk. Die Ethnisierung des Zigeunerstereotyps im Spiegel von Enzyklopädien und Lexika. In: Hund, Zigeuner, 1996, S. 3766. Julian Kaser

Betteln als Arbeit in einer anderen Welt Nr.1 Im Rahmen der Vorlesungsreihe „Anthropologie des öffentlichen Raumes“ kam es im aktuellen Semester an der Universität in Brixen zu einem Gastvortrag von Catalina Tesar: „Betteln zwischen Wohltätigkeit und Arbeit Überlegungen zum Betteln der Rumänischen Roma in Italien“ thematisierte 14

eine von ihr durchgeführte Forschung. Die am University College in London angestellte Anthropologin partizipierte insgesamt 18 Monate in den Lebensverhältnissen der Roma-Gruppe „Cortorari“ in Rumänien. Einige Wochen begab sie sich dabei mit ihnen in verschiedene norditalienische Städte zum


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Betteln, um ein ganzheitliches Bild der Cortorari beschreiben zu können. Wie andere Roma sind auch die Cortorari eigens zu betrachten: Sie haben eigene Traditionen, Sitten, Gesetze und differenzieren sich auch durch die bunte Kleidung von anderen Roma-Gemeinschaften. Die Vielfältigkeit gehört genauso wie die einheitliche Sprache („Romanes“) zu den herausragenden Merkmalen der Roma. Um die Lebensverhältnisse der Cortorari verstehen zu können ist es teilweise nötig vertraute Annahmen beiseite zu schieben. So gibt es beispielsweise in der internen Rechtsprechung der Cortorari kein Gesetz welches wahr oder falsch besagt, wodurch der Verhältnismäßigkeit mehr Gewicht gegeben wird. Des Weiteren gibt es in der Art und Weise des Wohnens keine herkömmliche Trennung von öffentlich und privat. Vielmehr wird das gesamte Dorf der Cortorari als gemeinschaftlicher Raum betrachtet. Diese gemeinschaftliche Ausrichtung resultiert aus einem sozialen Beziehungsnetz welches durch

Heirat beschlossen wird und ein vielschichtiges Verwandtschaftssystem entstehen lässt. Bei der Heirat spielt dabei der Tausch von Gaben eine wichtige Rolle: damit eine Cortorari-Frau heiraten darf, kann es nötig sein der Familie des Bräutigams fünf bis zehntausend Euro als sogenannte „Mitgift“ zu überreichen. Diese Mitgift kann dann mitunter der Grund für eine mehrwöchige Bettelreise in eine fremde Welt sein. Zur Stärkung der sozialen Bindung im Dorf wird ein Teil des erbettelten Geldes auch häufig in ein gemeinsames Essen investiert. Während des Bettelns hingegen steht das Sparen für die einzelnen Cortorari im Vordergrund. Aufgeteilt in verschiedenen Städten sind die einzelnen Familien zusätzlich auf sich alleine gestellt, wenn bei schwierigen Verhältnissen unter freiem Himmel geschlafen wird. Nicht nur dabei gilt es Gefahren aus dem Weg zu gehen, sich auf die vorherrschenden kulturellen Umstände einzulassen und situationsgerecht zu handeln. Dies sind genau15


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so ausschlaggebende Punkte, wie das Erlernen von Fremdsprachen oder die ökonomische Kenntnis hinsichtlich der Orte, weshalb Cortorari das Betteln als Arbeit betrachten. Hinsichtlich der Tätigkeit wird manchmal auch versucht durch gekrümmtes Gehen dem typischen Bild des bettelnden Menschen zu entsprechen. Aufgrund dessen tragen sie beim Betteln außerdem immer dunkle oder

schwarze Kleidung. Umgewandelt in eine andere Persönlichkeit, fernab der gemeinschaftlichen Lebensumstände, wollen sie jedoch nicht von anderen Cortorari-Familien gesehen werden. Um sich wiederzusehen, benötigt es die Heimreise und die traditionell bunten Gewänder. Julian Kaser

Betteln als Arbeit in einer anderen Welt Nr. 2 Auch Lena Prossliner berichtet über das Thema „Betteln“ Zwei Artikel über ein Thema, einen Vortrag, hoffentlich inhaltlich so verschieden, dass sie für sich stehen können und sich doch beide ergänzen. Der Ansatz der beiden Artikel wird ziemlich ähnlich sein, denn Julian und ich haben beide Kultur- und Sozialanthropologie studiert und legen daher Wert auf das Hervorheben von Details (die sich in Konzepten bzw. Anschauungsweisen widerspiegeln), durch welche eine Gesellschaft in einem komplexen Hintergrund beleuchtet wird. Diese Anschauungsweisen wurde uns während unseres Studiums wie Mantras wiederholt bzw. eingeflößt. Begging – between Charity and Profession. Reflections on Romanian Roma´s. Begging Activities in Italy, so der Vortrag an der Freien Universität Bozen in Brixen am Mitt16

woch, den 07/11/2012. Dieser Artikel hält sich strikt an den Vortrag von Catalina Tesar, der durch Ergänzungen von Universitätsprofessorin Elisabeth Tauber zu drei interaktiven, sehr interessanten Stunden wurde. Thema waren die Cortorari-Roma aus Rumänien, über die Catalina Tesar ihr Doktorarbeit verfasst und somit mit ihnen über Monate in deren Dorf gelebt hat. Der Zugang der Forscherin zu den Menschen in diesem Dorf war ziemlich langwierig, da Gadje, nicht-Romas, generell nicht Einlass in die Gemeinschaft der Romas finden. Zehn Jahre hat Catalina dieses Roma Dorf der Cortorari gekannt, bevor sie ihre Feldforschung, also ihren Lebensabschnitt mit der Dorfgemeinschaft, geteilt hat. Diese spezielle Gemeinschaft von Romas werden „Cortorari“ genannt, was sich vom Wort Zelt herleitet. Interes-


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sant dabei ist, dass sie sich selbst nicht so benennen, sondern der Begriff von den Gadje (nicht-Roma) stammt. Sie selbst bezeichnen sich als „Roma“ und Roma bedeutet auf Romanesch Mensch, d.h. die Definition von Mensch geht von der eigenen Gemeinschaft aus (ethnozentrisches Weltbild). Ein Konzept das weltweit verbreitet ist: das eigene Weltbild und somit Mensch-Sein zu definieren in dem von sich selbst ausgegangen wird um sich gleichzeitig von den Anderen abzugrenzen. Wobei in der Praxis die Grenze zwischen den unterschiedlichen Roma- Gruppen und den so genannten Gadje verschwommen ist: die Ähnlichkeit das Alltagsleben zu strukturieren kann zwischen einer Roma Gemeinschaft und den nicht-Roma Nachbarn (Gadje) größer sein, als bei weit entfernt lebenden Roma Gruppen. Geographisch entfernt lebende Roma-Gruppen haben untereinander oft wenig Ähnlichkeiten. Eine weitere Anmerkung die das Klischee Roma aufbricht ist die Tatsache, dass nicht alle Roma- Gruppen nomadisch sind (so auch die Cortorari). Einige Gemeinschaften sind seit jeher sesshaft, andere halb-nomadisch und wieder andere lebten nomadisch. Anzumerken ist dabei das Handeln der kommunistischen Regierung Rumäniens, die in den 1950er und 1960er Jahren unter anderem durch Deportation zwanghaft die Sesshaftigkeit eingeführte. Um das Betteln der Cortorari

Familien in Italien – das das eigentliche Argument der Diplomarbeit und des Vortrags war – zu verstehen, würde uns eine äußerst umfangreiche Einführung in deren gesellschaftliches Leben aufgezeigt, die ich hier kurz wiedergeben möchte. Denn die Summe an Details ist der Zugang zum Verstehen von uns so fremden Lebenspraktiken. Der Zusammenhalt der Cortorari-Gemeinschaft wird durch den Akt der Hochzeit symbolisiert, weswegen es auch keine Lebenspraxis außerhalb der Ehe gibt. Die Cortorarifamilien heiraten untereinander, d.h. es wird kein Ehepartner von außerhalb der Cortorari-Gemeinschaft geehelicht. Als Konsequenz davon wird die Ehe von der Familie arrangiert. Die Hochzeit ist gekennzeichnet durch den Austausch von Geschenken zwischen den Familien, denn die Familie der Frau übergibt mit ihrer Tochter auch noch eine Mitgift. Anhand der Tatsache, dass für die Hochzeit der Töchter Geld aufgebracht werden muss, erklärt sich warum die Geburt von Mädchen weniger erwünscht ist als die von Buben. Da das Heiratsalter zwischen 12 bis 14 Jahren liegt, teilt sich das Leben der Cortorari in Kindheit und Erwachsenenalter. Der Lebensabschnitt der Pubertät, der in unserer post-industriellen Gesellschaft als äußerst wichtig erachtete wird, findet in dieser Gesellschaft keinen Platz. Die bürokratischen Hochzeitspraktiken müssen nicht dem 17


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rumänischen Rechtssystem entsprechen. Im Gegenteil, generell wird Wert darauf gelegt Angelegenheiten, Konflikte usw. intern in der Gemeinschaft zu regeln, durch einen Ältestenrat. Sobald Frauen verheiratet sind, tragen sie ein Kopftuch. Für eine Cortorari Frau ist Ehe und die Geburt von Kindern ausschlaggebend, hinzu kommt die moralische Voraussetzung der Jungfräulichkeit vor der Hochzeit, denn diese demonstriert die Ehre der Familie. Priorität in einer Ehe hat es Nachwuchs zu zeugen, erst durch ein Kind wird ein Mann/eine Frau zu einem vollwertigen Mitglied der Cortorari-Gemeinschaft. Der Mann trägt ab der Geburt seines Kindes einen Hut, dieser symbolisiert Respekt und Zugehörigkeit. Zwischen Männern und Frauen im zeugungsfähigen Alter gilt eine strikte Segregation. Ein Merkmal für die Geschlechtertrennung lässt sich an der Nutzung des öffentlichen Raumes erkennen. Diese Trennung würde in unserer Gesellschaft wahrscheinlich als Benachteiligung der Frau gedeutet werden. Hingegen würden die Cortorari-Frauen das anders sehen, da sind sich die beiden Anthropologinnen, Catalina Tesar und Elisabeth Tauber, einig. Dafür spricht, dass Frauen im Alter dem Mann gleichgestellt sind. Durch das enge Verwandtschaftsverhältnis, die das Dorf und somit die Gemeinschaft charakterisiert, gibt es keine Privatsphäre wie wir sie kennen, 18

es gibt keine Trennung zwischen privatem und öffentlichen Leben. Damit einhergehend erklärt sich eine Moralvorstellung in der das Teilen ein Strukturelement der Gemeinschaft wird: nichts gehört ausschließlich einer Person, einer Kernfamilie, genauso wie eine Angelegenheit nicht ausschließlich zwei Personen oder nur die Kernfamilie betrifft. Dieses Teilen, das die Gemeinschaft kennzeichnet, und die durchlässige Nutzung von öffentlichem und privatem Raum sind zwei wichtige Pilaster um die Cortoraris zu verstehen. Die Männer arbeiten als Kupferschmiede, früher wurden die hergestellten Fässer benutzt um den in Rumänien sehr geliebten Pflaumenschnaps zu konservieren, heute finden die Kupferbehälter ihren Absatzmarkt eher unter der urbanen Bevölkerung. Jede Kernfamilie im Dorf begibt sich zudem immer wieder nach Italien um durch Betteln Geld zu erwerben. Es hat Monate gedauert bis sich eine Kernfamilie bereit erklärte Catalina Tesar zum Betteln mit auf die Reise zu nehmen. Keiner wollte die Verantwortung über das Leben der jungen Forscherin übernehmen, denn der zeitlich kurze Abschnitt (maximal 3 Monate) in Italien ist äußerst gefährlich, so wird z.B. im Freien übernachtet. Als sich dann endlich eine Kernfamilie bereit erklärte, gab es für die Forscherin wenig Zeit sich auf diese Reise vorzubereiten, denn die Cortorari planen diese


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Fahrt nicht groß im Voraus. Als einzige Vorbereitung kauft man sich schwarze Kleidung, welche im Dorf selbst niemand trägt, bei den Frauen dominieren leuchtende vor allem rote Farbtöne die Alltagskleidung. Dieser Wechsel die traditionellen Kleider mit dem Bettler- Outfit auszutauschen, kann als rituelle Transformation gelesen werden. Noch interessanter wird es, wenn man erfährt, dass niemand im Dorf diesen Wechsel mitbekommen soll. Das geht so weit, dass der Bus die Familie vor der Wohnungstür abholt, denn das Betteln ist mit einem Schamgefühl behaftet. Es wäre peinlich von einer anderen Cortorari-Kernfamilie in schwarzer Kleidung erkannt zu werden, daraus erklärt sich auch die strenge Trennung der Bettel-Gebiete in Italien. Diese physische Entfernung von der Gemeinschaft demonstriert sich nicht nur in der schwarzen Kleidung, sondern auch in der Aufhebung des wichtigsten moralischen Prinzips, nämlich das des Teilens. Das Teilen als Handlung definiert die Gemeinschaft, sobald sich ein Cortorari jedoch geographisch davon entfernt, wird diese Moral hinfällig. „Sharing is what you make a moral person“ so Catalina Tesar und durch die Reise nach Italien verändert sich das bzw. fällt dies weg. Jeder und jede Cortorari muss auf sich selbst schauen, das erbettelte Geld wird nicht geteilt und Aussagen wie groß der Tagesertrag war, werden vermieden.

Cortorari bezeichnen Betteln als Arbeit im Unterschied zu den meisten von uns, die es in einem karitativen, hierarchischen Kontext lesen. So muss die Kunst des Betteln erlernt werden und ist, wie Catalina Tesar sehr anschaulich schilderte, eine Schwerarbeit: Betteln ist eine physische- (Frauen knien oft über mehrere Stunden vor Kirchen) und eine psychische Arbeit. Es braucht große Erfahrung zum Betteln, der Körper muss einen gewissen Ausdruck vermitteln z.B. der Gang, der stetig der selbe bleiben muss und es ist eine psychische Anstrengung, da Unterwürfigkeit verkörpert werden muss. Wie in vielen Lebensbereichen der Cortorari gilt auch hier das Prinzip „learning by doing“: die Neuanfänger lernen durch Zuschauen und Nachahmen. Für die Forscherin selbst war das eine harte Lernaufgabe. Und wer im Spätsommer des Jahres 2011 in Brixen einer kleinen, blonden „Roma-Frau“ begegnete, könnte Catalina Tesar gesehen haben. Wie Frau Tauber während des Vortrags vermerkte: Achtung, jetzt kommt das worüber wir bis jetzt gesprochen haben, das weit weg war, ganz nahe an uns heran. Lena Prossliner

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Premio Giovani Volontari 2012 Mohamed, il nostro volontario vincitore dello scorso anno ha premiato i vincitori dell‘edizione 2012 Mercoledì 5 dicembre, in occasione della Giornata internazionale del Vo-

lontariato sociale, si è svolta presso la sala consiliare del Comune di Bolzano la premiazione dei giovani volontari dell’anno 01 . L’iniziativa, bandita dall’assessorato alle politiche sociali e ai giovani, consisteva in una prima fase di candidatura dei ragazzi che svolgono volontariato, in una seconda fase di valutazione della giuria dell’attività di ogni singolo volontario e da un’ultima tappa, svolta proprio mercoledì stesso in cui i ragazzi 0

hanno avuto modo di spiegare davanti ai loro “colleghi” e alla giuria le loro motivazioni, oltre al loro impegno. Tutti hanno ricevuto un piccolo riconoscimento e sono stati assegnati due premi, che consistevano in un buono spesa del valore di 300 euro, ai giovani che più rappresentavano l’idea dell’attivismo sociale tra le nuove generazioni. Molti erano i giovani volontari dell’associazione „La Strada-Der Weg ONLUS“ che hanno voluto condividere la loro esperienza: Simone, Fatima, Chiara, Veronica, Johanna e Roberta. A premiare i volontari, membri integranti della giuria, c’erano anche i giovani premiati l’anno scorso, tra cui Mohamed, volontario presso il Centro giovanile Villa delle Rose. La giornata di mercoledì è stato un modo per rendere merito all’impegno di questi giovani, una buona occasione per conoscersi e un incentivo alla cooperazione sociale. Roberta Catania


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Si può passare un buon Natale nonostante la crisi? Intervista a cittadini del nostro quartiere La semplicità sotto l’albero Filomena Gigliotti: Non è un periodo facile, ma per me il senso del Natale non deve sfumare, soprattutto se per questioni economiche. Il Natale vuol dire tradizione e quindi non mancheranno sulla mia tavola piatti semplici ma tipici, da condividere con la famiglia e gli amici più cari. Sotto l’albero metterò solo cose utili. Il massimo sarebbe addirittura avere le idee chiare sui regali già in periodo di saldi così da approfittarne, ma non sempre è facile. Mara Lazzarini: Non sono una fan del Natale come festa commerciale quindi il problema della crisi rimane uguale a quello di tutto il resto dell’anno. Magari compreremo qualche regalo in meno ma non lo vedo come un dramma. I drammi della crisi sono altri secondo me. Paola Corcelli: Il problema del Natale in questi ultimi anni è che ha perso la sua essenza spirituale: regali, abbondanza, apparenza. Il mio Natale sarà all’insegna della semplicità: un

ambiente familiare in cui lo stare assieme è già un dono, vivere momenti veri e spontanei con persone care. La crisi dovrebbe farci riscoprire i valori che il Natale racchiude in sé, condivisione e semplicità. Carolina Sanfratello: come passare un bel Natale in questo periodo di crisi? In questo periodaccio è difficilissimo pensare a cosa regalare per Natale ad amici e parenti senza spendere un patrimonio. Io punterò su regali intelligenti e che possono trovare un utilizzo immediato, soprattutto per i miei amici, giovani universitari che magari vivono fuori sede e sono sprovvisti di qualsiasi, e ripeto qualsiasi, cosa! Farò regali legati alla cucina, dove gli utensili non sono mai troppi! Roberta Catania

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Comunità Pantarhei: vite che scorrono diario di una visita con il team del centro studi La visita alla struttura Pantarhei, ha lasciato, credo a tutti noi che vi abbiamo partecipato, la sensazione di trovarsi all’interno di una grande famiglia; stra-

na sensazione, dal momento che ospita proprio ragazzi che, per vari motivi, non hanno una famiglia in grado di

occuparsi di loro. Tuttavia l’atmosfera che vi si respira è quella di un luogo rassicurante. Il merito indubbiamente è anche degli operatori della struttura, persone straordinarie, veri e propri angeli che si mettono a disposizione di questi ragazzi, non sempre facili da gestire. La comunità Pantarhei è una struttura residenziale socio-pedagogica che segue i ragazzi inseriti, in tutte le attività e le fasi di crescita: scuola, lavoro, tempo libero. Per ognuno dei ragazzi, tutti maschi e di età compresa tra gli e i 16 anni, viene elaborato un progetto educativo, in collaborazione con i servizi territoriali e le figure coinvolte per il singolo caso. All’interno della struttura vengono date regole precise e ritmi di vita adeguati alle esigenze dell’età dei ragazzi. Ognuno collabora alla vita di comunità: ci sono turni per pulire, turni per cucinare, turni per guardare la televisione. C’è pos-


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to per tutti. Tutti hanno la loro storia, il loro volto, la loro sofferenza. Momenti di tensione e di crisi sono sempre in agguato. Proprio per questo il confronto con operatori, ma anche tra i ragazzi, è indispensabile in un percorso di comunità. La presenza di una sorta di “ring virtuale”, all’interno della struttura, un rettangolo realizzato con un semplice nastro adesivo sul pavimento, aiuta i ragazzi a comunicare le loro emozioni, a sfogarsi. L’obiettivo è quello di dare ai ragazzi tutti gli strumenti necessari, per lavorare su sé stessi, imparare il senso del rispetto di sé e degli altri, aiutarli a trovare un equilibrio, ma soprattutto cercare di dare loro un’esistenza il più possibile normale. Gli operatori non possono e non devono, tuttavia, sostituirsi ai genitori. Dove presente, si cerca, infatti, di collaborare con la famiglia d’origine per un reinserimento in famiglia il più presto possibile. Se il ragazzo è solo, lo si accompagna verso l’autonomia personale. Pantarhei, “tutto scorre come un fiume”. Questo il messaggio che la comunità di via Rovereto a Bolzano intende dare con la sua presenza e il suo lavoro ai ragazzi ospiti della struttura: la speranza che, nonostante le difficoltà, sia possibile rompere gli argini del dolore e della sofferenza, e riprendere in mano la propria vita. Perché la vita, come il fiume, è un flusso che scor-

re, a volte violento, imprevedibile, ma comunque possibile da domare e da attraversare. Lo sono dimostrazione le impronte di due mani lasciate su una parete bianca della comunità: le mani di due ragazzi, come tanti, che, usciti dalla comunità, grazie anche a questa struttura, sono riusciti a placare la corrente, ritrovando sé stessi, un equilibrio e soprattutto un nuovo significato di famiglia. Ciò che la visita alla struttura mi ha lasciato è la testimonianza forte di operatori che tutti i giorni aiutano ragazzi qualsiasi ad alzarsi, andare a scuola, rispettarsi ma soprattutto a non perdere fiducia nella famiglia, a non lasciarsi trasportare dalla corrente, a reagire. Tutto può essere affrontato, tutto scorre… Panta Rhei. Giulia Marcantonio

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“Sancta Clara”: angenehmes Klima Eindrücke eines Besuchs des Teams „Studienzentrum“ Im Haus „Sancta Clara“ herrscht ein angenehmes soziales Klima aufgrund einer aktiven Kommunikation zwischen den Jugendlichen und den Erzieherinnen. Mit sieben Jugendlichen im Haus gibt es für diese einerseits genügend Möglichkeiten sich untereinander auszutauschen. Andererseits bietet die

Struktur aber auch reichlich Platz um nicht überlastet zu wirken. Dazu trägt unter anderem der große Hof vor der Einrichtung bei. In diesem treffen sich die Jugendlichen gegebenenfalls auch mit denen der Einrichtung „Focolare“. Im Spiele-Raum bietet sich für die Heranwachsenden neben der Möglichkeit sich spielerisch zu beschäftigen auch die Gelegenheit kreativ tätig zu sein. Ein weiterer sozialer Treffpunkt ist das

große Wohnzimmer, im welchen überwiegend am Abend zusammen ferngeschaut wird. Von großer sozialer Bedeutung ist außerdem das gemeinsame Mittag- und Abendessen. Dort sitzen alle anwesenden Erzieherinnen und Jugendliche an einem Tisch, wodurch es dort durchaus gelegentlich zu Reibereien und Spannungen kommt. Diese werden teils bei Tisch in der Gruppe ausdiskutiert oder aber danach in Einzelgesprächen geklärt. Die Jugendlichen sehnen es meist herbei, die Struktur sobald als möglich verlassen zu können, da es für sie selbstverständlich nicht das Zuhause im herkömmlichen Sinne ist. Trotzdem wissen sie wiederum die Grenzen zu schätzen welche ihnen aufgezeigt werden und sehen, dass es in ihrem Interesse ist einen eigenen Weg in der Gesellschaft zu finden. Julian Kaser


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Visita alle sedi periferiche Il neopresidente Saurer in visita ai servizi fuori bolzano coglie l‘occasione per avere importanti incontri con i referenti politici comunali e comprensoriali Come da tempo progettato, ad inizio autunno il neopresidente Otto Saurer si è recato assieme all’assistente spirituale don Giancarlo a far visita alle varie strutture periferiche. Si è cominciato il 9 ottobre con vari incontri in quel di Brunico: alle 9 con l’equipe della comunità diurna Grisù ed a seguire l’incontro con il sindaco Christian Tschurtschenthaler e con il presidente della Comunità comprensoriale Roland Griessmair. Sotto la guida (automobilistica) del direttore Paolo Marcato e l’aggiunta del vic e-presidente Spolaore il 15 novembre è stato il turno di Merano. All’incontro con l’equipe della comunità “J. Lanz” è seguito quello con il presidente del Burgraviato Alois Peter Kröll

e quindi un cordialissimo lungo colloquio con il sindaco Januth. La stessa delegazione si è recata il 1 novembre nell’Oltradige-Bassa Atesina. All’incontro con l’equipe di Kalimera è seguito quello con il sindaco di

Appiano Wilfried Trettl per concludersi presso la Comunità comprensoriale di Egna con un lungo colloquio con il presidente Oswald Schiefer. Queste giornate hanno permesso al presidente una migliore conoscenza del personale e delle problematiche locali, oltre alle cure dei rapporti con le Autorità locali.

Paolo Spolaore

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Don Mimmo Battaglia riconfermato presidente F.I.C.T. La guida della Federazione Italiana Comunità Terapeutiche per il prossimo triennio è stata riconfermata all’unanimità a Don Mimmo Battaglia, presidente del Centro Calabrese di Solidarietà di Catanzaro. I Presidenti dei 44 Centri federati alla FICT si sono incontrati in una Assemblea ordinaria, svoltasi a Roma, presso l’Ospizio Salesiano Sacro Cuore di Via Marsala, per eleggere il nuovo Presidente della FICT e il Consiglio di Presidenza. Insieme allo nomina del presidente, con lo stesso procedimento elettorale è stato eletto anche il Consiglio di Presidenza, composto da: Riconfermati consiglieri: • Dott. Daniele Corbetta (Ceis – Società Cooperativa Sociale di Treviso) • Avv.to Luciano Squillaci (Centro Reggino di Solidarietà – Reggio Calabria) Nuovi Eletti: • Avv.to Marco Cafiero (Centro di Solidarietà di Genova) • Dott. Ivan Mario Cipressi (Centro di Solidarietà di Reggio Emilia) A conclusione dell’Assemblea, Don Battaglia ha dichiarato: “Ringrazio tutti i presenti e coloro che hanno collaborato in questo triennio e do il benvenuto a coloro che oggi sono stati eletti a 26

comporre il nuovo consiglio”. E aggiunge: “Il primato della persona umana e della sua dignità inalienabile, la centralità delle relazioni interpersonali, la dimensione comunitaria, la solidarietà come collante della società, la cura per i beni comuni, la responsabilità verso le generazioni future, rappresentano altrettanti valori che, nell’esperienza dei nostri Centri e della nostra Federazione, sono diventate pratiche sociali e sulle quali è possibile ripensare il fondamento stesso del modello di welfare. Nei prossimi anni non dobbiamo limitarci a difendere posizioni acquisite, ammesso che sia possibile. Abbiamo l’obbligo di rilanciare, di assumerci la responsabilità della speranza di un futuro diverso. Ora ci troviamo alla vigilia della nuova consultazione elettorale, che dovrà, nel bene o nel male, segnare l’inizio di una nuova era. Qualsiasi parte vincerà il dibattito sul modello di welfare del futuro dovrà necessariamente costituire una parte centrale nel programma governativo”. “Per tale compito – spiega Don Mimmo - è necessario mantenere forte la nostra identità. Mi sono chiesto più volte in questi anni quali siano i tratti distintivi della Federazione: un corredo valoriale unitario della filosofia di Progetto Uomo che la rende unica e che rappresenta la sua risorsa più grande e forse


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anche la sua principale debolezza. Da innamorati, quali siamo, della nostra filosofia, a volte lasciamo che le aspettative superino le nostre possibilità reali. Eppure è proprio questa tensione verso il massimo che ci rende forti della nostra identità. La FICT con il suo bagaglio di competenze e conoscenze, acquisite in oltre 30 anni di attività, intende continuare a dare il suo apporto a livello nazionale e locale grazie alla presenza di Centri che coprono l’intera Penisola, rappresentando un riferimento certo per giovani e genitori, ma anche per le istituzioni e i servizi pubblici e del privato-sociale”.

Don Mimmo conclude affermando: “Desidero così che si aprano tempi di lavoro e di vita comune, di gioia al servizio,di impegno e determinazione, di coraggio e profezia, pur nella certezza che non mancheranno le difficoltà del quotidiano per i tempi a venire. Possa così riprendere il via ad un nuovo tratto di percorso il “treno” della nostra federazione, perché non vada a perdere neanche uno dei suoi viaggiatori, non perda persone né storie.” Ufficio comunicazioni FICT


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