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PERIODICO A CURA DELL'ASSOCIAZIONE TURISTICA PRO LOCO CAPOSELE FONDATO NEL 1973

DICEMBRE 2013 -

http://issuu.com/lasorgente

facebook La Sorgente Caposele

Direttore Nicola Conforti

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Reg.Trib. S.Angelo dei L. n.31 del 29.1.74 - Sp. in A.P. art.2 comma 20/c L.662/96 Dir. Comm. Avellino -sem.- Anno XLI -

confortinic@gmail.com

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EDITORIALE

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o sempre sostenuto, dalle colonne di questo giornale, che per dare più forza alle iniziative e più vigore alle idee, fosse importante essere uniti e collaborativi oltre che concordi nel volere raggiungere importanti obiettivi. “Vis unita fortior”; è una locuzione latina di saggezza popolare, che ci invita ad unire le forze per essere più forti. Da sempre la sinergia ha dato i suoi buoni frutti.

Questa è la premessa per fare qualche amara considerazione: nel nostro paese manca l’armonia tra le persone e di collaborazione nemmeno a parlarne. L’entusiasmo ed il fervore che hanno animato le nostre esaltanti iniziative nella prima metà di questo anno, si sono alquanto affievolite. Un’aria di insoddisfazione e di diffuso malumore serpeggia nel nostro ambiente: un’opera pubblica importante che aveva già preso

il via, è stata bloccata sul nascere, creando sgomento e delusione in tutti i cittadini. Purtroppo quando qualcuno rema contro, rallenta, frena o addirittura annulla gli sforzi di quanti lavorano con passione e con impegno per il bene comune. E’ successo così in questo scorcio di anno, che era incominciato sotto i migliori auspici. L’appello all’unità, alla concordia ed alla comprensione reciproca,

non vale, purtroppo, per chi non vede di buon occhio un paese che cresce e progredisce. Ma non è il caso di scoraggiarsi: il tempo è galantuomo e col tempo i buoni principi sono destinati ad affermarsi ad onta di false meschinerie e di ipocriti proclami. Caposele, non lo dimentichiamo mai, è un paese straordinario, ricco di risorse e di gente per bene; Caposele, nonostante tutto, andrà felicemente avanti.


La sorgente n. 87” SOMMARIO

I Giochi dei popoli uniti della Terra

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L’Olimpo apra ai giochi dei popoli, al via, insieme, la gioventù del mondo. Ardi, o fuoco della Fiaccola che illumina l’Olimpo di tutti i tempi! Davanti a Giove è, e agli dei dell’Olimpo, alto è il vessillo, mentre arde d’amore e di gioia, tra i popoli, l’allegria! Tu, Uomo dell’Olimpo, foriere al tuo paese di ciò che han visto i tuoi occhi, e racconterai il tuo soggiorno in compagnia con tanta allegria e piena libertà! Ed io continuerò la mia salita verso la roccia,per scolpire quel viso di donna, sguardo semplice e pieno d’amore, simbolo della grazia illuminante, e madre di questo frivolo umano mondo! Mentre tu vai,giovane uomo, corri verso l’Olimpo,verso l’Amore, verso la tua libertà, che è di ogni uomo di questa terra! Luigi Baratta

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Si era appassionata nel vederlo in tv, ed abbandonava qualsiasi attività stesse svolgendo, per dire ..."mamma ho visto il Papa dei bimbi",perchè lei cosi lo chiama. E non poteva mancare a questo pellegrinaggio; a tre anni mi ha convinto proprio lei, perchè io ero scettica nell' andarci, un pò per il tempo,un pò perchè ero sola. Ma dopo che lei è stata in braccio al Papa,è tornata nelle mie braccia e le sue uniche parole che mi a detto sono state:"Mamma sono felice perchè sono stata in braccio al Papa dei bimbi". Parole che ancora oggi fanno commuovere. Ti amo reginella.... mamma

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Anno XLI - Dicembre 2013 N.87

2. Lettere in redazione 3.Il corso delle cose di Gerardo Ceres 4. Eventi e non solo : 5.Rivoluzionare …di Concetta Mattia 6./7 Piccola Cronaca 9.L’apparenza inguaja – di Nicola Barbatelli 10.Presentazione del n. 86 – di Paola Majorana 11.To’, la bella addormentata si è desta! di Michele Ceres 12.Pino Aprile ... – di Antonio Ruglio 13.E’ Natale, fratello – di Renato Agosto Jazz all’ombra del Campanile – di Concita Meo 14.La campagna elettorale è finita – di Pasquale Farina 15.Noi, la generazione perduta? – di Gelsomina Monteverde Medaglia d’oro ai sindaci Irpini. Da radioLontra 16.Profonda crisi nei partiti politici – di Giuseppe Malanga 17.Strutture sportive – di Roberto Notaro 18. L’ULTIMA Mugnaia di Caposele – di Mario Sista 19. Meno è Meglio – comitato Regionale Anas – attacco all’oro blu – di Vincenzo Ciccone 20.Un giornale ... – di Giuseppe Palmieri Fantamagorie – di Giuseppe Casale 21.Foto e l’odore del passato –di Dora Garofalo 22.Se pensi che i rifiuti non siano … di Gelsomina Corona Una giornata eccezionale di Milena Soriano 23.Caposele: giornata mondiale del libro – di Rosamaria Ruglio Nasce a Caposele una nuova associazione di Concita Meo 24.Poesie: “Disfacimento” di Domenico Patrone “ Lode a San Gerardo” di Renato Agosto Recensioni: Le Dolomiti di Napoli – di Antonio Bassolino La notte del Risorgimento di Michele Ceres 25.La Sorgente ricorda 26. famiglia Manente e la radio Magnadine – La vecchia fontana Zampillante – 27.La Pavoncelli bis C’era una volta “il corriere dei piccoli” – di Ezio Caprio 28.Personaggi: Gennaro Majorana – di Alfonso Merola 29.L’Angolo Verde, ristorante – di Antimo Pirozzi 30.Statti Cittu …Detti di Cettina Casale 31. Forun dei giovani - di Giuseppe Caruso 32.Il Vocabolario Caposelese-Italiano – di Alfonso Sturchio 33.I falò o i Focaroli – di Nino Lanzetta 34.Piccoli passi .... di Gerarda Nisivoccia 35.Uno sguardo al passato di Rodolfo Cozzarelli Descrizione delle Sorgenti di Caposele – di Battista Bruno 36.Finalmente ci siamo – di Armando Sturchio 37.Un bilancio del primo semestre .... – di Vito Malanga 38.Guardiamo alla crisi e pensiamo oltre – di Giuseppe Grasso 39.C’è l’amore verso il proprio paese – di Giuseppe Rosania Linea politico-organizzativa– di Giovanni Curcio 40.Dialoghi INTERNI … silenziosi … ETERNI – di Umberto Malanga 41.Emigranti italiani in Australia cap. VII – di Giuseppe Ceres 42.Il Brigantaggio in Irpinia e nell’Alto Sele – di Michele Ceres 43.Breve memoria del terremoto 1980 – di Don Vincenzo Malgieri 44.Il dialogo … una battaglia difficile – di Raffaele Russomanno 45.Il mio Partito, ...di Gelsomino Grasso 46.Caposelesi illustri: Daniele Petrucci, 47.48./49.La forma dell’acqua – 50.Due Novembre – di Luigi Fungaroli 51.Storia e immagini – 52.Foto di incontri e di ricreazione 53.Giorni lieti 54.Il Ritratto – visi caratteristici 55.Gennaro Majorana – di Luigi Palmieri Ricordo di Daniela Magliano – di Antimo Pirozzi 55.Giorni tristi: L’abbraccio e l’incontro di vecchi amici – di Antimo Pirozzi Ricordo di Elena Manzillo – ricordo di Enrico Corona - di Gerardo Ceres 56.Luoghi di Caposele da visitare.

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La bambina si chiama Reginella ed è figlia di Carmela Della Polla e di Gerardo Bottiglieri

Caro direttore, QUEL CARTELLO MANCATO Come consuetudine, anche quest’anno ho avuto l’occasione di passare quindici giorni di ferie in Agosto a Caposele, il mio paese natìo. Passavo le giornate tra vari giri, feste e sagre che rendono particolarmente viva l’estate caposelese, ma soggiornavo a Materdomini, dove ho potuto notare che l’affluenza al Santuario di San Gerardo è, con mio enorme piacere, sempre elevata. E qui ho voluto fare un piccolo personalissimo sondaggio. Parlando del più e del meno con diverse persone, vecchie e nuove conoscenze che erano venute a visitare il Santuario, alla mia domanda se conoscessero il paese di Caposele la risposta era quasi sempre un secco NO. Nonostante avessero percorso più volte i dintorni del Santuario, le bancarelle, il ristorante, nessuno era stato nel nostro caro paese che dista solo due chilometri! Anzi, per molti di loro non era neanche la prima volta a Materdomini, ma, non essendoci nessuna indicazione per Caposele, come potevano conoscerlo? Ed effettivamente è proprio così… non un’indicazione per Caposele, non per l’Acquedotto pugliese che proprio da noi nasce, e nemmeno per il nuovo ed interessantissimo Museo Da Vinci o la Chiesa Nuova. Mi chiedo, senza polemizzare con nessuno, se non sia invece il caso di pubblicizzare di più il nostro paese per attirare turisti. In fondo basta poco, qualche cartello informativo, qualche indicazione alle principali attrazioni, e sono certo che almeno una gran parte dei visitatori di Materdomini una passeggiata fino a Caposele la farebbero volentieri. Non credete? Sempre con tanta stima, un forte abbraccio a te caro Nicola e a tutti i Caposelesi sia residenti che sparsi nel mondo. Mario Sista da Roma

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La pagina 7 del giornale del Papa “L’Osservatore Romano” di giovedì 24 ottobre 2013, elencando i Gruppi di fedeli all’udienza generale di mercoledì 23 ottobre, in piazza San Pietro, per quanto riguarda l’Italia e i Pellegrinaggi dalle Diocesi scrive che era presente anche la diocesi di Sant’Angelo dei Lombardi-Nusco-Conza-Bisaccia, con l’Arcivescovo Pasquale Cascio; la detta pagina pubblica in alto a destra una foto del Santo Padre Francesco che abbraccia una bambina. La bambina è di Caposele. un caro saluto a tutti.. prof. Eugenio Russomanno

Spett.le Direzione della Rivista "La Sorgente" Caposele Ho ricevuto la rivista di Agosto 2013, nella quale è stato inserito l'articolo a me dedicato, riguardante l'avvenimento dell'arrivo della Fiaccola Olimpica, portata come tedoforo a Caposele il 22 Agosto 1960, per la distanza di un chilometro nel tratto Ponte Sele, e la cui descrizione è stata supportata e compendiata con erudita professionalità dal prof. Michele Ceres, che ringrazio e saluto cordialmente. Non sono riuscito a nascondere la grande commozione di fronte tutta la meraviglia di questo articolo,per me forse anche immeritato e,lo assicuro,questa occasione mi ha dato lo spunto perchè io possa, anche se lontano da tutti voi, esprimere tutto il mio entusiasmo per sentirmi non come sempre, ma più di sempre, legato ad una terra che sento dentro come tutti e,forse,più di tutti voi caposelesi e, a volte, anche se solo nella fantasia (appagata fortunatamente dalla rassegnazione!), verrebbe la voglia di riprendere la mia conquistata "fiaccola" e correre non per uno solo, ma per tutti i milletrecento chilometri che ci saparano, verso Caposele, per dimostrare che il mio cruccio è uno solo: non poter condividere "in loco con la mia Gente” quei sentimenti che da sempre mi hanno tenuto radicato alla mia terra! Un mio amico residente a Pordenone, e nostro conterraneo(Acerra), il quale si diletta a scrivere poesie, ha letto l'articolo in questione,ed ha voluto dedicarmi una poesia,che sottopongo alla vostra attenzione, e che invio in allegato, certo di confermarvi il mio apprezzamento per l'impegno che la vostra Rivista profonde e merita, nel divulgare le conoscenze che valicano la cerchia dei nostri sentimenti, e che riscuotono apprezzamenti per tutto l'operato che voi caposelesi profondete! A tutti,indistintamente, i miei cari compaesani caposelesi, ed alla Direzione in modo particolare, invio i sensi della mia stima ed i miei più cordiali saluti! Rocchino Freda

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Egregio Sig. Direttore de “La Sorgente” Ing. Nicola Conforti, un fatto secondo me eccezionale mi “costringe” questa volta a rispondere positivamente alla bella possibilità di collaborare alla realizzazione del prossimo numero de “La Sorgente”. Così Le inoltro la seguente email. La consideri a disposizione Sua e del giornale di Caposele. Un caro saluto e buon lavoro prof. Eugenio Russomanno

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Lettere in redazione

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Direttore Nicola Conforti


Continuiamo con questa serie di racconti brevi. Storie ed aneddoti su personaggi che hanno arricchito l’immaginario di Caposele nel corso dei decenni passati.

Cultura

IL CORSO DELLE COSE – parte sesta

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Mast’Alfonso ‘r Cola, di origine (credo) nolane, abitava a Caposele nel vicolo che portava dalla via nova a piazzetta S. Lucia. Padre degli indimenticati Romolo e Remo Marsiglia, di Franco e Pasqualina. Per lunghi anni

All’agronomo non restò che farsi accompagnare alla trattoria “La rosa”, dove avrebbe mangiato gli ottimi prodotti della cucina caposelese. Prodotti, senz’altro dire, coltivati con l’uso ‘r la verderama.

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per i fondelli attuata da Mast’Alfonso, decisero di tornare in paese e chiamare i Carabinieri per chiarire le generalità del lavoratore e capire esattamente chi fosse l’impresa ed elevare le contravvenzioni del caso. Prima che risalissero in casa, ecco giungere Arturo, che si scusò e con modi tipici dell’epoca tentò di recuperare il recuperabile invitando i due ispettori a mangiare qualcosa alla trattoria “la Rosa”. I due accettarono e tra un bicchiere vino, una soppressata, un poco di formaggio e un piatto di ziti spezzati conditi col ragú di giornata, pare che si fecero diverse risate per quel mastro che sapeva solo e soltanto ripetere “Anas” ma con l’accento sulla seconda vocale: Anás, detto in dialetto nolano.

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Fu così che ai dirigenti della sezione locale, tra i quali Donato Mazzariello e Nicola Conforti, venne l’idea di costituire una cooperativa di raccolta e di vendita della frutta, di cui Caposele poteva vantare il primato per qualità e quantità. Solo che i contadini erano per lo più sottoposti, singolarmente, alle vessazione degli intermediari, anche detti “sensali”. Si metteva tutto insieme e si trattava un solo prezzo per tutti, di certo uguale per tutti. La cooperativa si costituì e con essa si promossero anche primi momenti di formazione per i contadini soci, sulle nuove tecniche di coltivazione e sull’uso dei primi prodotti chimici utili a combattere i fenomeni biodinamici che colpivano il mondo vegetale; alberi, piante, ortaggi, frutta. Scese per l’occasione da Reggio Emilia, un agronomo della Lega delle cooperative, per una lezione sul superamento del verderame che a Caposele, miscelato con la calce viva, era il prodotto unico col quale si combattevano i batteri. L’innovazione apparve subito eccessiva, al punto che dalla sala della riunione si levò un brusìo di disappunto e che trovò in Mast’Alfonso ‘r Cola l’espressione più sfrontata e, senza timore, espresse la sua contrarietà all’utilizzo della chimica in agricoltura, vantando la tradizionale efficacia del verderame, che a Caposele s’è sempre chiamato ‘a verderama.

Sempre Mast’Alfonso è stato per lunghi anni alle dipendenze dell’Impresa dei Fratelli Sozio, Ciccio ed Arturo. La loro impresa svolgeva prevalentemente lavori stradali per conto dell’Anas e della Provincia. Erano specializzati nei lavori di contenimento delle coste con i muretti a secco e con i muri in pietra a faccia vista. Mast’Alfonso era davvero un mastro (appunto, da qui il suo nome) in questo tipo di lavoro e col passare degli anni era divenuto uomo di fiducia dei fratelli Sozio, al punto che in loro assenza veniva ad egli delegata la funzione di preposto dell’impresa. In edilizia la pratica elusiva della regolarità dei contratti di lavoro è stata da sempre una condizione abituale. Capitava, come purtroppo capita ancora oggi, per esempio, che ogni tanto un lavoratore veniva messo, specie in inverno, in disoccupazione anche se continuava a lavorare, seppure in nero, per risparmiare sui costi contributivi della previdenza e dell’assicurazione sociale. Doveva essere quella la condizione di Mast’Alfonso quel giorno in cui lavorando nei pressi del cimitero di Caposele, Arturo, dovendo allontanarsi, gli disse prima di andare via: mi raccomando chiunque dovesse venire, tu devi dire che lavori per l’Anas, non scordarti di dire sempre Anas.

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Il mettersi insieme, il cooperare per fronteggiare le dinamiche del capitalismo, era una rivoluzione dagli esiti – al Sud – incerti. Ma il Partito dava indicazione che bisognava pur provarci.

Torniamo a quella sera dell’incontro nella sede della cooperativa. Dicevamo che il dissenso assunse, plasticamente, la forma dell’incomunicabilità. L’agronomo se ne accorse e tentò di ricorrere ad un espediente dialettico. Iniziò, a quel punto, un fittissimo dialogo tra l’agronomo emiliano e Mast’Alfonso. Il primo chiese al secondo: “ma, prima di te, nella tua famiglia, chi ha usato il verderame?”. Mast’Alfonso, con tono pacato ma fermo, rispose: “Pat’m” (mio padre). “E prima di tuo padre?”. “ ‘O pat’ ‘e pat’m” “E prima del padre di tuo padre?” “ ‘O pat’ do pat’ ‘e pat’m”, rispose Mast’Alfonso, che cominciò ad interrogarsi, indispettito, su dove volesse arrivare quell’insistente forestiero. “E prima del padre del padre di tuo padre, chi usava il verderame?” Spazientito, Mast’Alfonso, in modo secco e risoluto, rispose: “ ‘O cazz’ ”. La sala iniziò a ridere, prima moderatamente, poi, secondo dopo secondo, la risata collettiva divenne un frastuono. Solo la dirigenza della cooperativa, seduta al tavolo della presidenza, restò muta ed imbarazzata. Moti pensarono che l’emiliano avesse esagerato ad insistere in un gioco che non si capiva dove volesse portare. Sicuramente voleva dimostrare a Mast’Alfonso che ci sarà stato, prima, qualcuno che non usava il verderame e che questa miscela, in un certo momento, diventò un’innovazione giudicata con lo stesso sospetto col quale si guardava ai prodotti chimici che lui voleva promuovere in quella serata di formazione. Ma quel prima sembrava non volesse arrivare mai. Ce lo fece arrivare Mast’Alfonso ‘r Cola, con quel sostantivo gergale che chiuse, quella sera, qualsiasi altro ragionamento. La riunione si sciolse, infatti, senza infamia e senza gloria.

(Come vi chiamate?)

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anche a Caposele giunsero i venti della cooperazione. La consolidata esperienza amministrativa della Stretta di mano, cioè di quell’alleanza tra Partito Comunista ed indipendenti, faceva sì che si guardasse con occhio attento alle novità che venivano dall’Emilia Romagna, terra che coniugava l’osservanza ideologica ad una buona capacità di innovazione sul terreno dell’economia sociale di mercato, in cui la cooperazione, appunto, produceva già buoni frutti.

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In quello scorcio degli anni settanta,

ha lavorato con la ditta edile che fu dei Fratelli Ciccio&Arturo Sozio, specializzata in lavori stradali per conto dell’Anas e della Provincia di Avellino. Mast’Alfonso aveva conservato intatto l’accento dialettale di provenienza che lo rendeva unico nel suo modo di dialogare e parlare.

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( ‘A verderama )

di Gerardo

Anás e non semplicemente Anas, fu il modo per Mast’Alfonso di rispettare le consegne ricevute dal suo datore di lavoro, Arturo Sozio, che a sua volta, per evitare di pagare una multa salata, se la cavò con un semplice pranzo da Gerardo r’ la Rosa.

Mast’Alfonso capì talmente bene che, pur non prevedendolo affatto, dovette fissarselo bene in testa, temendo di dimenticarsene. Ma non ebbe tempo per dimenticarsene perché da lì a poco sarebbero giunti due dell’Ispettorato del lavoro di Avellino. “Voi, con chi lavorate?”, chiesero a Mast’Alfonso. “Con l’Anas”, rispose sicuro di sé. “E come vi chiamate?”. “Anas”, rispose risoluto. “Ma l’impresa come si chiama?”, aggiunse uno dei due ispettori. “Anas”, ripetette Mast’Alfonso.

Via Molino

Il viso dei due funzionari fece trapelare una chiara irritazione. “Ma il proprietario dell’impresa come si chiama?”, ripresero a chiedere con pazienza. “Anas”, continuó a ripetere Mast’Alfonso. Stante l’ostinata ed evidente presa

via Roma

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eventi e... ...non solo

PAGINE FUTURE di Francesco Ceres

Il parcheggio multipiano si è fermato!

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Fermo amministrativo da parte della procura di Avellino per l'opera urbana che avrebbe risolto moltissimi problemi di parcheggio nel centro urbano. Speriamo che tutto si possa risolvere in maniera rapida ed indolore per un servizio che TUTTI aspettano!

Ho iniziato a battere queste poche righe senza sapere di cosa trattare e sono stato coerente, perché alla fine un tema non c’è. Ma forse, è stato più giusto iniziare così: inaugurare questo nuovo spazio senza concentrarsi su un tema specifico, ma parlando di voglia di fare, di coinvolgimento, di partecipazione. A Caposele tutto ciò non manca, anzi, è una nostra caratteristica. Lo dimostrano le tante associazioni, i tanti gruppi, giovanili e non, nati negli ultimi tempi, i tanti eventi che rendono attiva e viva la vita sociale caposelese. Laboriosità, operosità, tutti ottimi ingredienti per rendere dinamico il nostro paese. La voglia c’è, anche le idee, ma ho l’ impressione cha a volte si faccia fatica a “mixarle”. La Sorgente, a mio parere, può servire anche a questo: come punto d’ incontro, di confronto, di scambio di idee, idee che nel nostro paese, più che in ogni altro luogo, possono diventare fatti.

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Daniele Caprio vincitore della corsa campestre 2013

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Quando il Direttore Nicola Conforti mi ha parlato del suo “progetto” sono rimasto contento. Essenzialmente per due motivi. Prima di chiarirveli però, vi riassumo davvero brevemente la sua idea. Mesi fa, incontrandolo, mi disse che era sua intenzione creare, all’ interno de La Sorgente, uno spazio dedicato ai giovani. Ecco i due motivi. In primo luogo, mi ha fatto piacere che l’ Ingegnere sia venuto da me, abbia illustrato a me questo suo progetto. Ho visto questa faccenda come una consegna, come se avesse messo anche nelle mie mani e in quelle di tanti giovani caposelesi il futuro del periodico. Negli ultimi anni, tutti sentiamo parlare di rinnovamento, di ricambio generazionale, ma quando poi c’è la necessità di passare a fatti concreti, c’è qualcosa che blocca. In questo caso no. In secondo , può sembrare anche banale, è che dalle piccole cose che si comincia (anche se poi sfido tutti a dire che La Sorgente è “piccola cosa”!). Sono contento perché credo che è in questo modo che si coinvolgono i giovani, facendoli partecipare, facendoli sentire protagonisti di qualcosa di cui fanno parte: in questo caso la loro comunità.

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È questo l’ invito che rivolgo a tutti i caposelesi, in particolar modo ai ragazzi; un invito alla partecipazione, a mettersi in gioco, senza aver paura di essere criticati. Sono sicuro che molti raccoglieranno il mio messaggio e che troveremo tante belle novità già nel prossimo numero. Concludo ringraziando l’ Ing. Conforti, che ha dimostrato stima nei miei confronti e che sollecita noi giovani ad esporre idee, opinioni, storie, esperienze, arricchendo per il futuro le pagine di questa bella esperienza quarantennale che è La Sorgente.

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Piccoli e grandi che si adoperano per la pulizia del fiume. Il tratto del parco fluviale invaso da volontari che tengono al paese e alle questioni ambientali. Complimenti al gruppo attivo "Luciano Grasso" che oggi e domani valorizza le nostre bellezze ambientali.

LA FONTANA DI SANTA LUCIA restaurata, viene restituita ai cittadini. L'8 agosto scorso si tè enuta la CERIMONIA DI APERTURA e taglio del nastro. Nell'occasione sono state illustrate le linee generali del progetto di sistemazione dei parchi fluviali, con il nuovo collegamento e le nuove aree destinate al miglioramento dell'area "Tredogge"

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La pagina del Presidente

RIVOLUZIONARE… ALMENO I NOSTRI TEMPI E I NOSTRI MODI

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più soggette alla logica della bandierina!) Tutti, ognuno di noi deve essere portatore sano di partecipazione, proposta e voglia di rivoluzione continua e di citando un periodico che ha fatto la storia passata (per alcuni versi sempre attuale) del nostro paese - agitazione culturale permanente! E la vera rivoluzione oggi è fare squadra, essere solidali, partecipare, confrontarsi e da questo, trarre la forza sociale (non solo multimediale) di capire i processi e i soggetti per operare cambiamenti, proporre progetti e realizzare nuove opportunità. Bisogna insistere, provare e anche sbagliare, per poi riprendersi e ricominciare cambiando prospettiva, imparando dagli errori commessi, con responsabilità, etica e franchezza, senza farsi limitare dalle circostanze e, men che meno, dai catastrofisti, dai seminatori funzionali di dubbi o dalle “eminenze grige” (più o meno multimediali) di turno. Ha ragione il poeta Gibran quando afferma che “le persone più felici non sono necessariamente coloro che hanno il meglio di tutto, ma coloro che traggono il meglio da ciò che hanno. La vita non è una questione di come sopravvivere alla tempesta, ma di come danzare nella pioggia!” e non intende certo l’accontentarsi delle cose che si hanno ma sprona piuttosto alla ricerca e alla condivisione delle esperienze che fanno crescere! I nostri tempi e soprattutto i nostri modi, cambieranno, è nelle cose. La sfida dunque è quella di capire e riuscire a gestire i nostri piccoli passi, concreti, partecipati e dunque efficaci, rivoluzionari davvero. E’ questo l’obiettivo da centrare e l’augurio che vorrei si concretizzasse nei prossimi anni per la nostra comunità. Buone e serene feste a tutti!

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di Concetta

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parlar male della Proloco, del gruppo attivo “L.Grasso”, della Pubblica Assistenza, dell’associazione Silaris, piuttosto che di RadioAttiva o RadioLontra, e solo per fare i nomi più gettonati, bè, di sicuro avrei avuto bei soldi da spendere! Ma dico io, non sarebbe meglio che tutta questa energia venisse canalizzata all’interno di queste realtà di fondamentale importanza per un paese che paradossalmente avrebbero bisogno di supporto e comunque di sostegno? Ma perché non la si smette e magari si inaugura una nuova stagione di partecipazione e di cambiamento? O si preferisce solo gridarlo ogni tanto e in maniera più o meno forte a seconda delle occasioni? Se si crede vero quanto si va blaterando (spessissimo in modo subdolo), perché non ci si assume la responsabilità di quanto si denuncia e per cambiare le cose si lavora in prima persona, facendo qualcosa, chiarendo la propria criticità, proponendo francamente soluzioni senza esigerle dagli altri? D’altro canto, se ogni realtà (e a Caposele sono diverse fortunatamente) preferisce tenersi stretta la sua opinione, il suo gruppo di riferimento, la sua nicchia e non coinvolge (non intendo fare una telefonata per invitare ad un’iniziativa qualcuno, ma spingerlo al confronto e alla discussione sulle questioni per prendere insieme una decisione) tutta la Comunità, non si faranno grandi cose. Bisogna insistere, provare e anche sbagliare, per poi riprendersi e ricominciare cambiando prospettiva, imparando dagli errori commessi, con responsabilità, etica e franchezza, senza farsi limitare dalle circostanze e, men che meno, dai catastrofisti, dai seminatori funzionali di dubbi o dalle “eminenze grige” (più o meno multimediali) di turno. Non sto dicendo che sia semplice, che va tutto bene, anzi, proprio per come stanno oggi le cose, è sempre più ostico il coinvolgimento ma non possono caricarselo, quale operazione culturale, solo le associazioni (che poi sono quelle

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offesa per nessuno, a tutti i livelli: il cittadino (giovane, pensionato, donna, uomo, bambino, diversabile ecc.) deve potersi riconoscere, non in qualcuno ma in un progetto che lo comprende, lo considera e per il quale essere corresponsabilmente impegnato, deve perlomeno intravedere un obiettivo comune sia esso il lavoro, lo sviluppo, il territorio, lo svago, e decidere di testimoniare il suo contributo insieme al resto della Comunità. Ma non ci si fida, non ci si applica, sempre di più si crede che non ne valga la pena, che ci siano interessi subdoli, sempre più spesso ci si appoggia a quei pochi che tentano di sviluppare un’idea o un progetto (che poi, per la logica della bandierina, viene sempre avversato da qualcuno, così per partito preso e mai per fare critica costruttiva o migliorarlo/integrarlo, solo e sempre perché non ci piace chi lo ha proposto) e si trova sempre una giustificazione per non mettersi alla prova…spesso non si tenta nemmeno più di cambiare le cose, tanto…no? Sempre più spesso si sentono frasi (che scavano voragini tra l’individuo e la società anche a Caposele) tipo: Sono tutti uguali, o sono sempre gli stessi (con la variante, fanno tutti schifo), tutti raccomandati, non cambierà mai nulla, decide sempre qualcun altro ecc. e non parlo solo di politica ma di scuola, di lavoro, di ambiente, di società. Quante occasioni preziose si sono perse e si perderanno! Passi per gli anziani una punta di rassegnazione e di paranoia, ma non posso tollerarla negli altri, in noi altri. Non si può fare i rivoluzionari, chiedere solidarietà quando poi non si è disposti a darne o a praticarla: Sono francamente un po’ abbattuta dalla pochezza di argomenti dei detrattori di questa o quella associazione o gruppo: Più chiaramente, se mi avessero dato 1 euro per ogni volta che ho letto o sentito

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ambiare, nel senso di evolvere, è sempre un processo complesso, che dipende da una serie numerosa di fattori da gestire e controllare, anche e soprattutto in tema di valorizzazione e sviluppo territoriale, dove molte delle variabili devono essere condivise dall’intera comunità. Si capisce facilmente cosa comporta il fenomeno e quanto incide, volente o nolente, su ognuno di noi. Ad esempio, solo restando al mio articolo per questo giornale, tempo fa, avrei scritto perentoriamente e usando formule che traducessero bene l’esigenza di cambiamento e di rivoluzione (culturale sopratutto) che credo necessaria. Avrei scritto qualcosa di simile a: “è arrivato il momento di decidere, di scegliere e di fare, adesso, e con tutti quelli che condividono le scelte!” Oggi, pur essendo sempre fermamente convinta della necessità di operare, non posso fare a meno di mediare con la mia realtà locale, dopo le esperienze accumulate, le cose viste e quelle perse, gli atteggiamenti assunti e subiti, dopo tante persone più o meno “umane” dopo insomma, tanta disgrazia ma anche tanta meraviglia, opto altrettanto perentoriamente, attivando una forma preventiva di preoccupazione generale, per una locuzione credo più adatta: “alle decisioni e alle azioni utili si arriverà, ci si dovrà arrivare solo insieme, in modo solidale”. Ma non posso parlare più solo di questioni legate allo sviluppo territoriale o turistico…questo modo vale per tutto e dunque facciamola questa riflessione generale: Si dà ancora troppa importanza a chi pianta la bandierina e non alla bandierina stessa, a chi fa la cosa e non a cosa, a come o a per chi la fa…e questo è controproducente e, col tempo è diventato deleterio. A Caposele credo servirebbe una maggiore chiarezza di intenti e, senza

Le donne della sagra 2013

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di Concetta Mattia e Salvatore Conforti Dopo qualche anno si riillumina l'albero nell'area delle sorgenti. Un abete rosso meraviglioso di oltre 30 metri, addobbato in modo spettacolare per il Natale 2013. Gli organizzatori hanno raccolto da commercianti e privati la somma occorrente alla realizzazione del progetto per il quale il resto del ricavato sarà devoluto per la ricerca contro il cancro. Bravi ragazzi! Un gesto molto importante destinato anche all'unità del Paese, che in questo momento è messa in discussione da tanti episodi di cattiva politica. "Una luce per Caposele" è un buon punto di partenza per cercare di incontrarsi ed illuminare di pazienza e buona volontà tutti i Caposelesi!

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“illuminAZIONI”. Il progetto di evidenziare anche di notte alcuni luoghi caratteristici del nostro Paese, continua con altri suggestivi interventi. Il programma, curato dall’Amministrazione Comunale, sta tentando di ripulire ed illuminare varie emergenze architettoniche, spesso anche relativamente poco significanti da un punto di vista storico, ma molto importanti per la loro strategica collocazione. La sperimentazione che utilizza per l’illuminazione la nuova ed economica tecnologia a LED sta mettendo in mostra, infatti, una serie di elementi scelti per tipologie omogenee, ma soprattutto in relazione ai percorsi turistici della fede, dell’ambiente e della cultura. Nella fattispecie, sono stati illuminati il convento su via del Santuario a Materdomini; l’area terminale dei giardinetti dell'area Museale; la Madonnina di piazza F. Tedesco; Gli elementi caratterizzanti di piazza 23 novembre; La fontana di Santa Lucia in località Tredogge; La Chiesa Madre (facciata e copertura);L’interno delle sorgenti con l’evidenziazione delle costruzioni d’ingresso alle sorgenti, della lapide del “Cantico delle creature”; il Campanile della Sanità, anche dalla zona Cantine; l’ originaria fontana interna al recinto A.Q.P.; le due Fontane di Santa Lucia in località Tredogge e altri piccoli luoghi del nostro territorio. La composizione deco-luminosa, naturalmente, continua, ed altre entità architettoniche di Caposele saranno illuminate a breve, previa pulizia e restauro delle stesse, affinchè si possa restituire nuova vita a luoghi ed elementi spesso nascosti e poco valorizzati. Fra pochi giorni, inoltre, sarà possibile, sempre nella stessa ottica, ammirare anche l’illuminazione della Chiesetta della Madonna della Sanità e di Piazza Sanità, attualmente oggetto di un restyling straordinario, il quale trasformerà radicalmente tale area titolata ad avere vocazione turistica.

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Presso I'auditorium del Liceo sono state attribuite le borse di studio relative al bando di idee rivolto ai liceali del Liceo di Caposele. Insieme ad amministratori, studenti e professori, l'avvocato Scoca, che ha voluto devolvere il suo compenso, relativo alla redazione della convenzione del 6 luglio 2012 con la Regione Puglia, a favore di questo nobile scopo, si è intrattenuto con gli studenti salutando l'iniziativa come un grande gesto di civiltà e di premio alla volontà di migliorarsi. Il sindaco Pasquale Farina, ha voluto ringraziare l'avvocato Scoca per il gesto straordinario a favore della comunità caposelese ed ha rimarcato la grande volontà di quest’Amministrazione di stare a fianco dei giovani e degli studenti, al fine di incrementare e migliorare il mondo della scuola in un momento molto critico e di crisi generale. Ha ricordato infine i temi sui quali gli studenti del Liceo hanno concorso per vincere le due borse di studio di 2.500,00 euro ciascuna e cioè: la promozione turistica del territorio di Caposele ed il risparmio della nostra più rilevante risorsa: l’acqua. Due argomenti di approfondimento di grande e strategica importanza, soprattutto in questi momenti in cui il turismo viaggia parallelamente con l'ambiente e con la cultura. I giovani vincitori hanno ben messo in evidenza gli aspetti peculiari e caratteristici della nostra terra a fini turistici e saputo cogliere le formule di promozione moderne ed efficaci per un messaggio rivolto alla tutela del nostro bene più prezioso.I premi sono stati attribuiti a : Mariarosaria Cifrodelli, Giovanni Viscardi e Gerardina Spatola ai quali vanno i complimenti di tutta la cittadinanza.

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“Caposele Acqua e Terra”. Iniziativa promossa dall’amministrazione comunale con il sostegno finanziario dell’Avv. Scoca.

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Un omaggio a chi sfidando i tempi e la crisi, continua ad occuparsi, con amore e dedizione, di un mestiere della nostra tradizione. I Bottai a Caposele, che sulle tracce familiari, producono gli involucri che dovranno contenere il miglior nettare del mondo, sono la famiglia Cione Gerardo con il figlio Antonio e la Famiglia Del Buono/ Cione ai quali è dedicato il nostro servizio fotografico. Le immagini evidenziano la lavorazione di una "tinozza" da 40 quintali.

Mimino "il tedesco" amico degli animali del parco

Faluccio Grasso, leader del gruppo storico dei "Caput Silaris" dopo l'esibizione in piazza Sanità durante l'effervescente estate dedicata alla musica. Nella stessa occasione prima della performance del gruppo locale, si sono esibiti un gruppo di percussionisti della scuola di percussioni di Salerno curata dal M.stro Gerardo Sapere.

Un omaggio a un cittadino modello di Caposele. A Vincenzo Sena che spesso incontriamo a spazzare, in modo volontario e con grande spirito civico, le strade del nostro Paese. Un’immagine che di questi tempi stride con quelle che fanno solo promozione gratuita alle incurie ed incivili tentativi di denigrare il nostro Paese facendo vedere a tutti immondizia sparsa cronometrandone la permanenza!.. Il volontariato è dimostrare di risolvere un problema, non farlo solamente vedere!..... “ I veri amici vedono i tuoi errori e ti avvertono, i falsi amici vedono allo stesso modo i tuoi errori e li fanno notare agli altri.”


Piccola cronaca

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La lapide dedicata al "Cantico delle creature" di San Francesco d'Assisi, che è posizionata all'interno delle Sorgenti, è stata ripulita dall'A.Q.P, e ripassata negli incavi delle lettere col tempo sbiadite. Tale operazione si inserisce in un quadro più completo di sistemazione di tutte le proprietà dell'acquedotto nel territorio di Caposele, in linea con la convenzione stipulata il 6 luglio 2012 e in armonia con l'accordo di "buon vicinato" che contraddistingue gli ultimi anni di Amministrazione Farina

L'operazione della Toponomastica e della collocazione delle insegne stradali, continua anche per le nuove strade del territorio di Caposele. A fine anno del 2014 tutte le strade e località del nostro territorio, dovrebbero avere la giusta indicazione e collocazione.

... L’acqua che tutti i giorni arriva nelle nostre case, e che serve al nostro nutrimento e al nostro benessere, è la risorsa più importante del pianeta e non ne va sprecata nemmeno una goccia. L' iniziativa del Comune, adottando semplici, ma preziosi accorgimenti, ha come obiettivo un suo utilizzo responsabile. Speriamo che alla campagna del "NON SPRECO" possano aderire tutte le associazioni di Caposele.

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ANPAS con il Dipartimento di Protezione Civile, Università della Basilicata e l’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), sta portando avanti da 3 anni una campagna di sensibilizzazione della cittadinanza sulle attività di prevenzione e mitigazione del rischio sismico denominata: Terremoto, Io non rischio. Quest’anno anche Caposele, attraverso i ragazzi della Pubblica Assistenza ha partecipato all’evento, allestendo la nostra piazza XXIII novembre con i presidi proposti dall’iniziativa. L’utilità e l’innovazione del progetto è stata soprattutto quella di usare – da cittadino informato a cittadino- concetti semplici e suggerimenti facili su come comportarsi per essere pronti ad un evento che purtroppo è quasi scontato che possa ripetersi in Irpinia. Mantenere viva e attenta la coscienza civica nel cittadino è un' ottima strada verso l’applicazione utile della Prevenzione. Molto bene ragazzi, continuate così!

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Il nostro amico e concittadino luogotenente Eliseo Damiano da sabato 14 settembre riveste il prestigioso ruolo di responsabile della Polizia Giudiziaria presso la Procura della Repubblica di Avellino. Un altro nostro cittadino che dà lustro a Caposele. Auguri dalla nostra redazione!

Si è svolto a Materdomini, presso l’Hotel San Gerardo, lo scorso 7/8/9 ottobre, il Corso regionale di aggiornamento per Insegnanti di Religione Cattolica in servizio nelle scuole pubbliche. Il tema affrontato è stato: Insegnamento della Religione Cattolica: senso e dinamiche di una proposta educativa. Il Corso è stato organizzato dal MIUR in collaborazione con la Conferenza Episcopale Campana. Nel programma erano state inserite anche alcune visite del territorio, infatti gli insegnanti hanno sperimentato il nostro mini-tour completo. Siamo stati informati dell’evento (che è un’ottima testimonianza di “stima turistica” per il nostro territorio) dall’insegnante Rosaria Mastalia, che ringraziamo, che ci ha anche testimoniato i complimenti suoi e dei colleghi per l’itinerario storico culturale e ambientale proposto dalle guide locali del SIMU.

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"In particolare...Caposele" Abbiamo pubblicato tante immagini del nostro Paese eclissando, involontariamente, alcuni particolari che restituiscono ad ogni luogo una caratteristica e peculiarità uniche ed indissolubili. Spesso i particolari raccontano la nostra storia. Diamo uno sguardo attento alle piccole cose e facciamoci trasportare dalla loro bellezza e da quello che nascondono. ......Cominciamo il viaggio.....

Piazza Sanità e La Chiesetta della Sanità stanno per restituire a Caposele l'immagine di un luogo turistico di tutto rispetto! Proseguono, infatti ininterrottamente, i lavori per la realizzazione della nuova piazza nell'area delle Sorgenti. Un po' di disagio per la chiusura al traffico della piazza, ma pensiamo che valga la pena un piccolo sacrificio, per vedere poi realizzato il luogo d' ingresso al Paese e sicuramente l'area turistica per eccelenza del territorio.

Le visite al territorio di Caposele continuano numerose anche oggi. Turisti che hanno scelto l'irpinia e le nostre bellezze si alternano in una giornata festiva di novembre.

Antonio Bassolino presenta a Caposele il suo libro "Le Dolomiti di Napoli". La sala polifunzionale gremita, saluta, con affetto,l'ex Presidente della Regione Campania. Anno XLI - Dicembre 2013 N. 87

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Attualità

L’APPARENZA INGUAJA

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simpatia di quei due garbatissimi signori irpini, che mi invitava a scendere sulle corde di una familiarità già quasi scontata. Non tentarono di offrirmi i soliti complimenti conditi dalle noiosissime congratulazioni da “fuori programma”, ma di certo si offrirono con grande umiltà per una collaborazione utile alla loro causa. In fondo, ad esser sincero, è proprio a loro che assegnerei la responsabilità di quell’evento. Alla loro caparbietà, e perché no, al valore dei loro sentimenti, io riferirei anche la gioia che da quel momento mi accompagnò nel mio viaggio a Caposele. Tutto era combinato alla perfezione. Spedimmo il dipinto nel giorno e nell’ora stabilita e in quel caldissimo pomeriggio di maggio, inaugurammo la mostra. C’erano tutti. Il Sindaco, gli assessori, gli onorevoli. Il paese era in gran festa. Furono ore di frenetica emozione, tutto appariva carico di grandissima suggestione; la passione appresa dagli sguardi del pubblico, mi invitava a declinare ogni possibilità di arresto dei miei commenti su Leonardo. E improvvisamente divenni tra loro uno di loro. I giorni successivi alla inaugurazione passarono velocemente e tra tutti quelli che pian piano finirono per essere miei amici, si condensavano emozioni cariche di un entusiasmo che il tempo, quasi sempre scettico e poco clemente nei confronti dei ricordi, mi costringeva ormai a non dimenticare. D’altronde, così com’ero, non avrei certo potuto permettere che l’eroico fato potesse cancellare col suo fare stucchevole e sbrigativo quel piacere di festa che solo da fanciullo albergava nel mio spirito. Certo non allora. E forse mai! Ma con quegli audaci e sinceri amici apparve subito collaudata una sintonia per cui io finissi, di lì a

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più presente … Non so come, ma al termine di quell’incontro capii che forse valeva la pena immaginare di creare un ponte con Leonardo, che tutto sommato a Caposele c’era già arrivato, visto il museo delle macchine organizzato nel complesso dell’acquedotto. Ma non bastava. Bisognava interrogarsi su come potesse dialogare il genio vinciano col contesto locale. E perduto tra le tante elucubrazioni mentali, non mi accorgevo che la natura stessa, madre assoluta del creato, stava provvedendo a presentare uno scenario figurativo che avrebbe di li a poco consegnato al sottoscritto un impaginato architettonico per la prima volta prepotentemente leonardesco: sorgenti zampillanti, ruscelli vigorosi, vortici che si avvinghiano agli argini, e ancora, cascate, rocce sveltanti e falesie a strapiombo. La meraviglia di quei luoghi aveva ormai stordito ogni mio pensiero, al punto che i miei stessi occhi ruotavano nel vivacissimo destreggio delle acque che da un piccolo ponte cadevano impetuose nella vecchia gola rocciosa. Avvertii, dunque, una sensazione di serenità divina, quasi celestiale, forse la stessa che dovette impegnare la mente di Leonardo, quando, a un certo punto della sua vita, iniziò a dedicarsi agli studi sulle movimentazioni delle acque ed al dinamismo morfologico dei fluidi. Insomma quel luogo non poteva che evocare al meglio la genialità del maestro di Vinci. Mi convinsi allora che bisognava procedere, ed alla svelta, alla organizzazione di quella che avrebbe dovuto presentarsi, come una “mostra nella mostra”; mi persuasi che non sarebbe capitata occasione migliore di quella per una contestualizzazione del genio vinciano. E la mia indicazione fu immediatamente raccolta dal gruppo locale. Ma il problema, a quel punto, restava mio. Chi avrebbe convinto i miei collaboratori? Chi avrebbe provato a spiegare loro che quella ipotetica mostra a Caposele poteva davvero costituire un prezioso tributo al nostro Leonardo? Nessuno, io per primo. Autorizzai velocemente ogni cosa, senza chieder conto a nessuno. Senza che nessuno, di quegli ostili conservatori, potesse disquisire sul luogo, sui tempi, e soprattutto sul valore di quell’evento. Le operazioni di prestito dell’opera partirono appena dopo qualche giorno dalla mia visita caposelese allorquando, proprio al Museo di Vaglio, ebbi occasione di ospitare per una discussione sul coordinamento generale dell’evento, l’assessore Salvatore Conforti e Niki Russomanno. E in fondo non fu solo la

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rano più o meno le undici di sera di una monotona domenica d’aprile, passata come sempre in casa a sproloquiare su un rigore non concesso da un arbitro cecato e sugli esiti degenerativi di un macchinoso ragù napoletano, quando un amico mi avverte che alcuni media irpini tuonavano la presentazione, a Caposele, della “Tavola Lucana” di Leonardo. Perdindirindina, e che sarà mai sta cosa? Forse uno scherzo, pensai in un primo momento. E altro che scherzo, era vero! Pagine del web segnalavo con tanto di titoloni in nero la mostra della piccola tavoletta custodita al museo che dirigo! E tutto questo senza che io ne avessi la benché minima conoscenza! E giusto per avere una idea di cosa diavolo stesse accadendo in quelle ore, mi precipitai al telefono e chiamai un assessore del Comune di Caposele, un tale Salvatore Conforti. Ero fuori di me, la furia e il desiderio di capire chi si trovasse alla base di quell’assurdo equivoco mi costringevano ad assumere un atteggiamento arrogante, feroce. Nonostante l’assessore - che intanto con la stessa veemenza mi rintuzzava con logica teoria - tentasse di spiegarmi che in realtà l’esposizione del dipinto sembrava garantita dalla autorevole indicazione di una personalità vicina ai miei collaboratori, e di cui io ovviamente non ne sapevo nulla, decisi che forse era il caso di andare direttamente a Caposele, così, giusto per spiegare che l’ipotesi di esporre la piccola tavoletta leonardiana era tuttavia un sogno irrealizzabile. Alcuni giorni dopo, caricato da uno spirito poco incline al dialogo, mi diressi, insieme con un mio fidato collaboratore, alla volta del piccolo comune irpino, a me noto attraverso uno scialbo ricordo di un faticoso pellegrinaggio risalente ai tempi della mia fanciullezza. Era un caldissimo mattino di primavera e l’aria appariva rinfrescata dai profumi dei piccoli fiori appena germogliati lungo i margini della lingua di asfalto che portava al centro di Caposele; una delegazione di giovani locali venne a recuperarci appena giunti ad un grande parcheggio antistante l’austero santuario di San Gerardo. Intanto io continuavo a chiedermi come tentare un approccio verbale utile a dissuadere gli animi da una così bizzarra iniziativa; come si poteva anche solo pensare di organizzare, in così poco tempo, una mostra su Leonardo! Bene. Anzi, male. Ci invitarono, dunque, al Comune, dove avremmo incontrato il Sindaco e il simpatico assessore Conforti. Eravamo tutti lì. Gli amministratori coi collaboratori ed io, sempre più convinto che bisognava allontanare ogni possibilità di discussione sulla esibizione di quel dipinto, che nel frattempo, nelle parole , appariva sempre

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di Nicola Barbatelli

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Ogni cosa bella poi passa e si esaurisce per via di una nevrastenica sintesi simile alla rapidissima fioritura dei gelsi. Ma quella di Caposele, si apprestava ad annoverarsi come una tra le più appassionanti pagine della mia mediocre vita di uomo. Forse figlia di un enigma tutto leonardesco, o forse solo un pretesto per tornarvi di solito, come faccio spesso. E se alla fine non sapessi come completare questo mio resoconto caposelese, allora non mi resterebbe che un ultimo accorato appello al giudizio severo di una critica più che clemente; insomma io mi spiccio dicendo che troppe volte l’apparenza, inguaja.

poco, a diventare uno di loro, e finanche nei racconti che ne facevamo di noi stessi, delle nostre esperienze personali, finivamo per trovarci sempre più vicini. Ogni cosa bella poi passa e si esaurisce per via di una nevrastenica sintesi simile alla rapidissima fioritura dei gelsi. Ma quella di Caposele, si apprestava ad annoverarsi come una tra le più appassionanti pagine della mia mediocre vita di uomo. Forse figlia di un enigma tutto leonardesco, o forse solo un pretesto per tornarvi di solito, come faccio spesso. E se alla fine non sapessi come completare questo mio resoconto caposelese, allora non mi resterebbe che un ultimo accorato appello al giudizio severo di una critica più che clemente; insomma io mi spiccio dicendo che troppe volte l’apparenza, inguaja …

La lunga fila dei visitatori (centinaia di migliaia) che in Cina hanno apprezzato le opere italiane del Rinascimento tra cui anche l'autoritratto di Leonardo esposto in primavera a Caposele


Attualità

Presentazione del n° 86

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l’affettuoso ricordo della dolce Gerardina Malanga  da parte di Tania Russomanno. Eppoi… eppoi La Sorgente è il patrimonio di immagini: un autentico tesoro documentaristico che  raffigura  il ritratto della società caposelese, dei suoi stili di vita e del suo mondo economico e culturale! Questo e tanto altro ancora troverete nella pagine del numero 86 de La Sorgente Buona lettura!

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pea della Musica  così abilmente descritta nell’articolo di Alfonso Sturchio: evento letteralmente inventato dall’estro, dalla bravura degli animatori di quella  strana stranissima cosa chiamata RadioLontra che ha mobilitato migliaia di giovani, coinvolto decine di complessi musicali di ogni genere nell’atmosfera grandemente suggestiva del parco fluviale Con le pagine de La Sorgente se non vuoi andare in piazza….la piazza viene da te!  Molteplici sono le iniziative poste in campo dalle sempre più numerose associazioni  che pullulano nel  tessuto sociale del nostro paese: mi riferisco all’associazione Silaris,  al Gruppo attivo Luciano Grasso ,al  Forum dei Giovani  che in pochissimo tempo si sono rese promotrici  di validi  progetti. La Sorgente è anche denuncia sociale : Cesarina Alagia lancia un grido di dolore per l’apatia che spesso contraddistingue la nostra comunità e sollecita tutti ad una forte  e decisa presa di coscienza per la salvaguardia del punto Stie che lo scellerato nuovo sistema dell’emergenza vorrebbe sopprimere. La Sorgente è  contributo di ricordi:  Mario Sista da Roma descrive il passato con una tale partecipazione da assumere la pregnanza del presente vissuto. Emozionante è  il racconto di Luigi Fungaroli che  adopera la sua sensibilità e il suo amore per la scrittura avvicinandosi a se stesso, al mondo in cui vive, a quel che lo inquieta e lo esalta, lo impaurisce e lo spinge ,descrivendo i suoi  bellissimi 15anni.  E poi c’è anche il ricordo di chi se ne è andato per sempre, lasciando vuoti non solo nel tessuto famigliare ma nell’intera comunità   :il ricordo di Emilio Alagia e Gerardina Cione  nell’articolo di Raffaele Russomannno ,il ricordo del prof Pietro Spatola nella rievocazione della  prof.ssa Garofalo e del dott Cione  o attraverso i messaggi commoventi pubblicati sul social  facebook dai suoi alunni, ed ancora 

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Salvatore Conforti  danno contezza  nella storica rubrica “Piccola Cronaca” di tutte le iniziative promosse volte all’incentivazione del settore turistico . La sinergia tra Pro loco ed Amministrazione comunale ha consentito per es.  l’istituzione del sistema museale : Concetta e Salvatore hanno lavorato alacremente al progetto esono riusciti in breve tempo  a centrare obiettivi  turistici che pochi mesi orsono sembravano inimmaginabili ,il dipinto originale di Leonardo,l’approvazione del Piano Turistico Comunale , il Project Village con l’arrivo a Caposele di oltre 100 studenti Erasmus, come dimenticare le  nostre stradine  invase da  quei giovani stranieri ….grazie a loro  tutti abbiamo fatto  in quei giorni un “ bagno di gioventù”! Tutto  questo e molto altro è rigorosamente documentato nelle pagine del giornale anche a beneficio dei caposelesi sparsi nel mondo. La Sorgente non è soltanto storia, cultura, informazione, e’anche attualità politica: molte pagine del giornale sono difatti dedicate alla recente competizione elettorale amministrativa. La Sorgente è davvero il luogo dell’unità di  tutti i caposelesi: e’ lo spazio in cui le contrapposizioni politiche trovano il giusto contemperamento e così accanto al comizio elettorale di ringraziamento del Sindaco   dott. Pasquale Farina sfogliando le pagine  troviamo la dichiarazione di intenti del gruppo consiliare di minoranza, le analisi  politiche di Giuseppe Rosania, Rodolfo Cozzarelli, Giuseppe Grasso , insieme ad interventi che non si presentano come sterili resoconti elettorali ma vere e proprie narrazioni che lasciano intravedere il pathos vissuto durante la campagna elettorale da giovani attivisti (così gli articoli di Giuseppe Malanga e Michele Cuozzo) o da chi in prima persona ha affrontato l’arena politica ( mi riferisco all’articolo del superman assessore Vito Malanga) Potremmo allora senza dubbio affermare che l’auspicio di “unità e coesione sociale” che Donato Gervasio si augura nella sua “Lettera Al Sindaco” si sia realizzata proprio attraverso le pagine de La Sorgente. A margine dell’attualità politica La Sorgente registra anche l’autorevole intervento critico dell’avv. Palmieri sulla convenzione stipulata con l’AQP e le proposte per lo sviluppo formulate da Ettore Spatola e Giuseppe Casale, insieme ad articoli propriamente politici come quello di Antonio Ruglio che avverte l’esigenza di  un cambiamento di mentalità all’interno del partito del Pd o quello del Prof. Ceres sulla difficoltà di emancipazione politica delle donne. La Sorgente e’ anche innovazione, agorà, punto di ritrovo  e  di comunicazione per coloro che vogliono tenersi aggiornati sulle tante iniziative messe in campo da giovani speranze ,iniziative di intrattenimento e di semplice convivialità:   tra queste merita sicuramente grande rilievo la Festa Euro-

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’ per me una grande emozione stasera trovarmi qui dall’altra parte del tavolo a commentare e presentare l’uscita del numero 86 de La Sorgente in un anno davvero importante: nel quarantennale della sua nascita! Permettetemi percio’ di ringraziare il direttore, l’ing. Nicola Conforti che mi ha concesso questo grande, grandissimo onore ! Penso di interpretare anche i vostri pensieri se dico che da quaranta anni l’attesa per la pubblicazione de La Sorgente genera le stesse identiche emozioni di quando si  aspetta un avvenimento speciale, di quando si attende per es. il Natale e…. La Sorgente non tradisce mai le aspettative : sempre nuovo, sempre ricco di notizie ,di informazioni, di cultura, di storie. La Sorgente e’ il luogo del cuore di tutti i caposelesi vicini e lontani, lo dice bene Alfonso Merola nell’incipit delle Lettere al Direttore : “La Sorgente ha sempre registrato in tanti lustri gli eventi più significativi, i momenti tristi e quelli felici grazie ad un nocchiero accorto il suo direttore. La Sorgente è Nicola Conforti e senza Nicola non sarebbe esistita! Noi non possiamo che condividere in pieno questo pensiero : e ciò è ampiamente riconosciuto anche da coloro che non essendo caposelesi hanno modo di apprezzare La Sorgente attraverso il suo sito web. Devo dire, però, che la qualità del giornale  e’ sicuramente attribuibile ai suoi storici redattori: -      Gerardo Ceres cui è dedicata la pag. 3 del periodico (quella che per intenderci nei giornali è la pagina dedicata alla cultura) : Gerardo ci ha abituati  ad una prosa chiara, concisa, avvincente piena di cose e fatti con la grande grandissima capacità di sintetizzare in un grande affresco la vita dei caposelesi! -      Il prof Mario Sista che continua ad affascinarci con le brillanti ricerche storiche che assumono  il valore di documenti di ricerca affidabilissimi e ci fanno scoprire che il presente altro non è che il prolungamento del passato. -      Alfonso Merola che stavolta offre ai suoi lettori la cronaca di avvenimenti di stretta attualità : l’analisi del voto elettorale amministrativo e la Festa della Musica! -      il prof Michele Ceres che con la sua rievocazione del passaggio della fiaccola olimpica a Caposele trasmette alle future generazioni  uno spaccato della vita del nostro paese all’ombra del  grande  evento delle Olimpiadi di Roma del 1960. -      Concetta Casale che con la sua rubrica mi ricorda ciò che mio padre sottolineava sempre e cioè che i detti ed i proverbi rappresentano la saggezza dell’umanità! -      Antimo Pirozzi   divenuto ormai un esperto promoter  delle imprese locali La Sorgente non dobbiamo dimenticarlo è anche e soprattuttoil periodico della Pro loco Caposele e Concetta Mattia  che ne è il Presidente  insieme con l’impareggiabile

di Paola

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Cultura

To’, la bella addormentata s’è desta!

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Puglia. Intervennero non poche Autorità, ma tutte, tranne qualcuna, dimostrarono una notevole ignoranza della questione, dovuta al loro lungo disinteresse. È lo stesso disinteresse dimostrato in occasione della trasformazione in società per azioni (SpA) dell’EAAP avvenuta nel 1999 con il Decreto Legislativo n. 141. Ma ancor di più è lo stesso colpevole disinteresse, quando, nel 2002, il capitale azionario fu trasferito dal Ministero del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione Economica per l’87% alla regione Puglia e per il rimanente 13% alla Regione Basilicata. Tutti, allora, finanche il Sindaco e gli Amministratori Comunali di Caposele, rimasero inerti e passivi spettatori dell’ennesimo scippo che veniva consumato a danno non solo di Caposele o di Cassano, ma di tutta l’Irpinia. Il torto fatto all’Irpinia, in quell’occasione, è stato enorme e forse irreparabile. Nulla eccepì la Provincia di Avellino; nulla ebbe da osservare la Regione Campania; nemmeno un articolo di dissenso vi fu da parte della nostra stampa provinciale o regionale. Del resto cosa ci si poteva aspettare da una classe dirigente che aveva sempre considerato la nomina del rappresentante della Provincia di Avellino in seno al Consiglio di Amministrazione dell’EAAP un fatto di pura e semplice divisione di posti tra i partiti? Basti pensare che sin dal 1902, una sola volta è stato designato a tale carica un cittadino di Caposele, Alfonso Merola. Eppure, oggi, nel risveglio generale dell’Irpinia, sembra che tutti siano diventati esperti del problema e difensori oltranzisti delle nostre risorse territoriali, in particolare quelle idriche. La folgorazione è avvenuta sulla strada che ha portato al rinnovo della convenzione tra il Comune di Caposele e l’Acquedotto Pugliese, riguardante il furto compiuto nel 1942 del quantitativo d’acqua (363 litri/ sec) che la Transazione del 1905 aveva riservato al Comune. Tutto è cominciato, quando il problema da locale è divenuto provinciale; quando la Minoranza consiliare ed extraconsiliare del tempo ha condotto una martellante, anche se monotona, campagna di stampa, sul tema del rinnovo della convenzione medesima, contro la Maggioranza che reggeva il Comune. Non starò qui a formulare giudizi in merito alle tesi in campo. Non è il luogo opportuno. Ma una conseguenza quella campagna di stampa l’ha avuta di sicuro: ha scatenato

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problema, sebbene, non da oggi, sia tra i più importanti della nostra Provincia. Una nube di apatia sembra aver avvolto l’Irpinia fino ad oggi. Un assordante silenzio ha accompagnato finora gli sviluppi dei secolari rapporti dell’Irpinia con la Puglia. Tutti hanno fin qui taciuto, come se fosse stato un problema a loro estraneo o non degno di attenzione. Hanno taciuto i politici, nulla hanno eccepito i Comuni, sono restate in silenzio la Provincia e la Regione, hanno avuto la bocca cucita la stampa provinciale e quella regionale. Ma, ora, che si sono intravisti probabili ristori compensativi per i prelievi di acqua, ecco che tutti dimostrano una lodevole (sospetta NDR) sensibilità verso il problema. La realtà è, però, ben diversa. La realtà è la storia della latitanza della classe dirigente irpina (non solo quella politica) e la sua estraneità verso tale problematica. Dov’era, infatti, la classe dirigente irpina nel lontano 1902, quando lo Stato concesse al Consorzio delle province pugliesi lo sfruttamento delle sorgenti del Sele e quando tale consorzio fu trasformato in un ente (EAAP – Ente Autonomo Acquedotto Pugliese -) e divenne, per dettato legislativo, un organismo con personalità giuridica? Stando ai fatti, la provincia di Avellino si ritenne completamente soddisfatta della ben misera concessione di nominare un proprio rappresentante nel Consiglio di Amministrazione dell’EAAP. Dov’erano i nostri parlamentari e i nostri consiglieri provinciali, quando nel 1905 il Comune di Caposele dovette sbrigarsela da solo nella trattativa con lo Stato per la determinazione dei compensi ristorativi e del quantitativo d’acqua da lasciar defluire nel Sele per gli usi del Comune? Dov’era la stampa provinciale, quando il 27 maggio 1939 il popolo di Caposele protestò energicamente per l’ennesima ruberia che veniva perpetrata a suo danno? Qualcuno potrebbe eccepire che sono fatti vecchi, di cui le attuali classi dirigenti non hanno alcuna colpa. È vero, ma è vero anche che fino all’anno scorso per i nostri politici, per i nostri sindacalisti, per i nostri giornalisti e per i nostri sindaci il problema era ignoto o tale da rivestire un’importanza del tutto marginale. Nell’ottobre 2010 il Lions Club Morra De Sanctis Alta Irpinia tenne a Caposele un convegno sul problema dei prelievi idrici e del loro trasferimento in

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embra che l’Irpinia, la bella addormentata, si stia svegliando dalla lunga sonnolenza che le ha intorpidito la coscienza dei propri diritti, di cui è stata defraudata da e per troppo tempo. Stanno spuntando, in tal senso, iniziative a getto continuo di assemblee di sindaci e di comitati civici che, nelle intenzioni degli organizzatori, mirano a coinvolgere la gente in un ampio movimento di difesa del territorio e delle sue risorse. Si tratta, però, prevalentemente, di iniziative di protesta, che per lo più difettano di soluzioni propositive e, spesso, ripiegano su posizioni di netta chiusura verso qualsiasi progetto di nuova e diversa utilizzazione delle nostre risorse. “NIMBY” è un acronimo in lingua inglese che, tradotto in italiano, significa “non nel mio giardino”. È l’atteggiamento, per intenderci, dei “no tav” e di tutti coloro che vogliono godere dei benefici della modernità, ma non vogliono i relativi impianti di produzione, che devono essere localizzati a grande distanza dalla propria casa. “NIMBY” è un modo comportamentale che sembra si stia diffondendo velocemente anche nella nostra Irpinia. Occorre capire, viceversa, che non basta dire “NO”, ossia si può anche dire “NO”, ma l’opposizione, quantunque legittima, deve essere suffragata da motivazioni scevre da pregiudizi e scelte ideologiche. Si può anche dire “NO” alle trivellazioni per la ricerca di sacche petrolifere, ma il diniego deve scaturire da un’attenta analisi dei benefici e dei costi anche in termini di sostenibilità ambientale. Si può anche dire che il petrolio non ci interessa o meglio non ci interessa uno sviluppo incentrato sullo sfruttamento insensato del nostro territorio, ma allo stesso tempo non si può dire “NO” anche all’installazione di impianti per la produzione di energia alternativa eolica, fotovoltaica o da biomasse. Servono soluzioni ragionate e razionali, capaci di limitare al di sotto del minimo consentito gli eventuali effetti nocivi per l’uomo e per l’ambiente. Così, allo stesso modo, non si può opporre un “NO”preconcetto alla costruzione della galleria “Pavoncelli bis”senza proporre valide alternative per il trasferimento della nostra acqua nella confinante Puglia. A meno che non si dica che l’acqua è nostra e ne facciamo l’uso che vogliamo. Ma questo non è possibile, perché l’acqua è un bene di tutti e nessuno la può negare a chi ne ha bisogno. Una giusta e sana politica di sviluppo non può ridursi, quindi, ad un astratto ritorno ad una visione bucolica del nostro territorio, deve saper coniugare, invece, efficienza, produttività e sostenibilità. Ed allora, il risveglio dell’Irpinia dal suo secolare dormiveglia deve innanzitutto significare la presa di coscienza dei propri diritti, reali e non presunti, e l’acquisizione della consapevolezza della loro intangibilità. Non è del petrolio che intendo discutere, mi mancano oltretutto le necessarie competenze per poterlo fare. È, invece, sulle nostre idriche che intendo soffermarmi, sulla secolare indifferenza di tutti verso questo

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di Michele Cer

Nichi Vendola a Caposele per la sottoscrizione della Convenzione gli appetiti di tutti. Ha alimentato in ognuno la impropria e illusoria speranza di potersi sedere al tavolo delle trattative per impinguare le proprie casse con gli eventuali compensi ristorativi derivanti dal trasferimento di capitali dalla Puglia alla Campania. Il problema ha, invece, una ben diversa e maggiore dimensione. Cosa fare? Certo sono importanti i ristori compensativi in materia ambientale; certo è bene che Caposele sottoscriva con la Regione Puglia una convenzione migliorativa dei benefici che le spettano; ma ancor di più è importante che Caposele e Cassano Irpino, unici Comuni interessati da prelievi idrici da pure fonti sorgentizie, entrino anche loro in possesso di una parte del capitale azionario relativo all’Acquedotto Pugliese. Entrambi i Comuni non possono più essere spettatori passivi di una partita tra Campania e Puglia che si gioca sulla loro pelle. Ci conforta, in quanto sosteniamo, lo stesso Articolo Quinto della Costituzione, che colloca il Comune “al primo posto nell’ordine degli enti tra i quali sono distribuiti i poteri”. Se, poi, consideriamo che al 31/12/2012 l’utile di pertinenza dell’AQP assommava a circa 17 milioni di euro e che il capitale sociale, interamente posseduto dalla regione Puglia, ammontava a circa 9 milioni di azioni del valore nominale di € 5,16 cadauna, possiamo consapevolmente e coscientemente concludere che, davvero, vale la pena di avviare una vertenza per il riconoscimento di tale indiscutibile nostro diritto. “Costi quel che costi!”


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Pino Aprile è già stato a Caposele in occasione della presentazione dei suoi due libri. Le immagini lo rappresentano durante i momenti di contatto con Caposele e con i cittadini.

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che sulla carta avrebbero dovuto ospitare attività produttive con decine di lavoratori formati e assunti sul territorio. In realtà tutto si è risolto in un nulla di fatto e gli insediamenti si sono sciolti come neve al sole dopo aver approfittato dei soldi pubblici: Una Vergogna. E’ terribilmente vero che il sud da ormai troppo tempo è uscito non solo dall’agenda del governo ma anche da quella degli investitori internazionali che percepiscono il territorio come un deserto ostile e improduttivo. Del resto, la scarsa attenzione verso questa parte d’Italia (e di conseguenza verso l’Irpinia) è dimostrato dai tagli indiscriminati nella sanità vedi chiusura degli ospedali che mette a dura prova il livello minimo di assistenza verso le persone; dal taglio altrettanto sconsiderato di alcuni tribunali con l’unico dichiarato intento di fare cassa lasciando sguarnito il territorio  di importanti presidi di democrazia e di ordine pubblico; dal taglio di servizi e risorse anche nel campo dell’assistenza agli anziani e ai disabili al di fuori di ogni logica. A questo punto viene da domandarsi: Se tutto questo è vero la politica c’entra o no? E se c’entra, quali sono le sue responsabilità? Di chi è la colpa insomma? Ha ancora un senso distinguere destra e sinistra anche quando si parla di responsabilità, omissioni, colpevoli silenzi? E chi si occupa di politica e ci crede ancora  è un delinquente per definizione o uno stupido che non riesce a capire in che mondo viviamo? Tutte queste domande dobbiamo porcele avendo la mente sgombra dai pregiudizi e con la lucidità positiva di chi è sempre pronto a fare serena autocritica per quella parte che gli compete. L’appuntamento con Pino Aprile credo possa essere una buona occasione per affrontare la questione a viso aperto e dirci le cose come stanno nella prospettiva di una ritrovata voglia di protagonismo, di una nuova consapevolezza di comunità unita e solidale che sa guardare avanti con ottimismo e determinazione. Facciamo in modo che incontri come questo siano vissuti da tutti come una nuova scommessa  e un nuovo punto di partenza.

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“Il Sud Puzza” – è l’ultimo libro di Pino Aprile, edito da Piemme. “Storia di Vergogna e di Orgoglio” ne è il sottotitolo. A ben guardare, è la nostra storia perché è di noi che parla come ha già fatto con “Terroni” e “Giu’ al Sud”. Ma come ne parla e con quale spirito si pone di fronte al fatto di essere lui stesso “terrone” figlio di quell’Italia bistrattata e offesa chiamata Sud di cui male si parla un giorno si e l’altro pure?. Lo conosciamo già e sappiamo bene che non potremo mai aspettarci rassegnazione e autocommiserazione da parte sua  bensi  rabbia, sconcerto, amarezza per tutto quello che è stato e non è stato da decenni. Ricordate? Ribaltando i canoni del cosiddetto pensiero dominante ha provato a riscrivere la Storia e sulla base di fatti, documenti autentici, ricostruzioni attente e meticolose per molti versi inconfutabili è riuscito a convincere anche gli studiosi piu scettici. In “Terroni” tutto questo si è manifestato in maniera poderosa. Il Sud è stato saccheggiato, umiliato, ferito a morte nelle sue convinzioni piu profonde; il Sud, inizialmente culla del progresso e luogo di grande fermento culturale è stato ridotto in uno stato pietoso, dalla Storia certo ma anche dalla prepotenza del piu forte. Ma noi  dico, noi che ruolo abbiamo avuto e abbiamo in tutto questo? Niente vittimismo mi raccomando e niente facili assoluzioni; c’è piuttosto ignoranza, superficialità, chiamatela come vi pare, c’è pressappochismo, convenienza, pigrizia nel comportamento nostro nel corso dei decenni; se guardiamo bene, la Storia è fatta di supina accettazione degli eventi per una sorta di atrofia mentale spesso identificata con l’assoluta mancanza di voglia di fare. Eppure, nel successivo “Giu  al Sud” molte altre cose sono state dette e molti casi sono stati citati di persone che con l’impegno e la determinazione sono riusciti a mettere in piedi importanti realtà produttive, significative esperienze culturali, coraggiosi presidi di solidarietà e di ascolto verso i piu bisognosi e gli emarginati. E  allora?  Dove  sta la verità? Chi ha ragione e chi torto? E’ tutto un artificio della Storia costruito ad arte oppure la sudditanza culturale è nei fatti e nelle cose?. Purtroppo, la vita di ogni giorno ci dice che è tutto vero. E’ vero che per decenni il sud è stato utilizzato come discarica illegale di ogni tipo di rifiuti anche quelli radioattivi e cancerogeni; è terribilmente vero che è stato utilizzato come luogo privilegiato per sperimentare soluzioni improbabili e persino disoneste basti pensare a quello che è successo subito dopo il terremoto del 1980 in Irpinia. Si è voluto a tutti i costi trapiantare un modello produttivo completamente sconosciuto e svincolato dalla vera vocazione del territorio, stiamo parlando dell’industrializzazione forzata voluta solo per favorire le industrie del nord. Il meccanismo era molto semplice, attraverso gli ingenti contributi statali si è consentito a speculatori disonesti di costruire capannoni fantasma

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PINO APRILE PRESTO A CAPOSELE

Le iniziative poste in essere dall'associazione "SORGENTI DI SAPERE" sono state tante e di grande interesse. Le presentazioni dei libri con la presenza degli autori è un'esperienza straordinaria di crescita culturale e di progresso. Caposele ha sempre colto queste opportunità attraverso l'unione, la passione, l'inteliggenza di alcune persone che hanno capito l'importanza di avere la cultura come traino per una comunità che cerca spesso stimoli e novità per andare avanti. La nostra speranza è che le iniziative dell'associazione possano continuare e ripetersi anche negli anni a venire.

Uno stralcio del libro "Giù al sud" di Pino Aprile è presente nella "Seleteca". Il nostro catalogo on line propone tantissime pubblicazioni su Caposele da poter leggere e gustare

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E’ Natale, fratello di Renato Agosto

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presso l’Accademia: Rosita Celenta ed Ilaria Falcone. Il desiderio era quello di dedicare uno spazio, in un ampio carnet estivo, ad un genere di musica forse meno commerciale, ma sempre molto gradito, sia da chi già è appassionato al genere, sia (ed è questa la più grande ambizione!) a chi ancora non vi si è avvicinato. L’arte, la musica, la cultura non possono e non devono essere circoscritti, nonostante i periodi attuali segnati da restrizioni imposte da gravi austerità. Anzi, devono essere riconosciute come slancio necessario per incoraggiare la ripresa e favorire l’aggregazione sociale. La tradizione e la cultura del Jazz a Caposele, risale a diversi anni fa, quando un gruppo di amici, “I Warriors”, riuscirono, per diverse edizioni, ad organizzare delle rassegne Jazz a cui presero parte nomi eccellenti del settore, riuscendo a far amare il genere ad una vasta fetta di giovani. Nel nostro piccolo, vorremo ripercorrere le loro orme, ammirandone da sempre la determinazione ed il coraggio di sfondare a volte, porte non sempre aperte ed accessibili. Questa prima edizione della manifestazione, è stata realizzata ed è stata possibile, grazie al generoso contributo di uno degli organizzatori dell’epoca, che ha creduto veramente in questa iniziativa. A lui il nostro più caloroso ringraziamento. Il sodalizio, nato quest’estate tra la sottoscritta, Lucia Colatrella e Raffaele Carotenuto, si è consolidato fortemente concretizzandosi nella nascita di una nuovissima Associazione legalmente riconosciuta: Associazione Musicale e Culturale “MUSICALMENTE”, che si occuperà oltre che di organizzare eventi musicali e culturali in genere, soprattutto di organizzare corsi di musica rivolti proprio a tutti. Partirà infatti il prossimo gennaio il primo corso per orchestra di fiati, al quale invitiamo sin da ora ad iscriversi. Tecniche all’avanguardia ed insegnanti qualificati per trasmettere anche ai più piccoli la passione per la musica. Altre le idee ed i progetti della neo associazione, ma in testa a tutto resta l’appuntamento per la prossima edizione di Jazz all’ombra del Campanile 2014. A voi la possibilità di percorrere con noi questo viaggio, a noi la soddisfazione di farvi ascoltare musica live di alta qualità e, soprattutto, di donare e condividere la nostra passione ed i nostri sforzi. Concita Meo

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i è svolta a Caposele, il 28 agosto, la prima edizione di “Jazz all’ombra del Campanile”. Nell’incantevole location di Parco Saure, ai piedi dell’antico Campanile da sempre sentinella delle Sorgenti del Sele, tra le storiche cantine costruite su roccia. In un percorso che coniuga passione per la musica con le note del Jazz, in uno scenario ricco di suggestioni e luoghi meravigliosi, il visitatore si è ritrovato a percorrere un viaggio senza tempo, dove la buona musica incontra l’anima di una terra per un connubio tra paesaggio, tradizioni, arte, cultura, gastronomia ed ambiente. In questo splendido contesto, a partire dalle ore 21.30, si è esibito il quartetto di Lucia Colatrella, eccezionale artista locale, pianista e organista, laureata in Jazz presso il Conservatorio di Salerno. Il quartetto ha proposto un repertorio composto da standards e song degli anni ’30, riproponendo alcuni di essi in una chiave più modale e funk. Oltre che da Lucia, la band è formata da Raffaele Carotenuto, ritenuto da molti cultori il più talentuoso trombonista Jazz campano. Suona in diverse orchestre nazionali ed internazionali. Laureato a pieni voti in Jazz, insegna in diverse scuole del salernitano tromba e trombone, ed è docente di trombone presso il Conservatori di Salerno e Potenza. Dario Triestino, diplomato in contrabbasso e laureato in Jazz, salernitano, è leader del gruppo “Il Pozzo di San Patrizio”. Franco Gregorio alla batteria, salernitano, veterano del Jazz campano, è un’icona tra i batteristi del genere. Un ampio spazio è stato dedicato alla danza, con l’esibizione di due affermate ballerine diplomate

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Jazz all’ombra del Campanile

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pena e rimorso, possiamo sempre rinascere davanti a quel fanciullo divino. Non v’è nessuna maggiore saggezza dell’amore e nessuna maggiore ricchezza della carità, della, della comprensione e della solidarietà ma, ahimè, oggi come non mai, sono sentimenti del tutto dimenticati. La solidarietà nel suo alto significato è amore e senza amore tutto svanisce come refoli di vento sulle onde del mare. Mentre noi oggi festeggiamo il Natale fra gli agi e il benessere moltissime persone non hanno nemmeno un tozzo di pane. Penso ai tanti bambini già vecchi appena nati e a tutte quelle persone che invocano invano un aiuto per una briciola di carità, per un sorso di acqua, io piango miseramente piango. Tanti i mali del mondo:fame, miseria del corpo e dell’anima e, soprattutto egoismo verso di chi lotta e si dispera, di chi soffre e poi muore. Penso a loro, donne,uomini e bambini esseri invisibili marchiati per sempre da incomprensioni ed ho quasi orrore di questa mia condizione libera in cui vivo. Penso a voi che soffrite, creature a me simili nell’anima e vorrei rompere tutte quelle barriere che ci dividono, con l’anelito e la speranza che anche voi un giorno non lontano possiate appartenere al popolo dei liberi e solo così sarà più dolce sperare e vivere come spetta ad ogni essere vivente. Mi auguro ed auguro a tutti che nel prossimo futuro non ci sarà più un bimbo che piange per fame, un malato che soffre, un vecchio che muore nella più assoluta indifferenza, una ingiustizia da riparare, un diritto da difendere, una ferita da lenire e, solo allora possiamo attraversare quel ponte luminoso tracciato da quel mistico volto di Gesù Bambino e unirci a tutti i popoli del mondo.

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itorna puntualmente ogni anno il Natale a ripeterci la bella storia che ha cullato la nostra infanzia. Natale ritorna a ripetere l’uguale promessa d’amore e di fratellanza nonché a farci sognare con il coro degli angeli,dei pastori,con la dolce poesia della neve ,delle stelle e delle zampogne. Betlemme è l’aurora attesa dalla notte dei tempi dai veggenti più lontani e dai profeti sempre più vicini e, segna anche il crollo dei Narra Plutarco che quando Epiterse navigava verso Paxos udì una stana voce chiamare il pilota egizio Tamux raccomandandogli,appena la nave fosse giunta all’altezza di Pallados, di annunciare la morte di Pan. Così,quando tra l’emozione di tutti,la nave giunse al punto voluto,il pilota,ubbidiente alla consegna, gridò da prua: < il dio Pan è morto >. Io, invece, attraverso le pagine di questa meravigliosa rivista nata,voluta e curata magistralmente dal caro e stimato amico Nicola Conforti che vive ed opera nella splendida terra d’Irpinia, Caposele,voglio gridare a tutto il mondo: Gesù è nato ancora,innovando ad ognuno di noi l’eterna promessa di rinascere all’amore e nell’amore. Natale offre veramente ad ogni essere vivente il pane della speranza, della carità e della certezza. Sorgente di luce per tutti, solleva, altresì, un’onda di nostalgia per tutti i cuori e tutti in almeno in questi giorni di festa, ritorniamo volentieri bambini lì, davanti al presepio che ricorda la capanna dove su un pò di paglia dimenticata dai cammellieri di Siria, nasceva il Re dei re. Anche se siamo avanti negli anni e le traversie della vita ci hanno segnato duramente, attraverso la festa più bella dell’anno, possiamo ancora gustare la poesia dell’ infanzia perduta; e anche se ci sembra di aver tutto perduto e non proviamo che


LA CAMPAGNA ELETTORALE E’ FINITA (Riflessioni ad alta voce di un sindaco appena ri-

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Il paese è vostro sappiatelo difendere e tutelare insieme a noi, senza dimenticare che noi, al di là degli ostacoli disseminati dai soliti noti, siamo qui a lavorare per voi, perché amiamo questo nostro paese; e il nostro amore, e la vostra vicinanza, ci spingono ad affrontare e superare ogni difficoltà.

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Questo nostro auspicio vale almeno quanto una lettera a Babbo Natale; dire di volere il bene di Caposele non può essere una vuota dichiarazione di intenti in cui le parole, quelle di circostanza, non hanno senso se poi si continua sulla vecchia strada, portando ogni discussione nelle aule della procura invece che nelle aule del consiglio comunale. Un vero Natale, è una vera festa se ai Caposelesi si trasmette, ciascuno per il proprio ruolo, l’impegno di cambiare e di adoperarsi per il bene di questa comunità, attraverso azioni e fatti concreti, come abbiamo fatto noi, e non solo a parole, perché le parole spesso, lasciano il tempo che trovano, ma le aule dei tribunali lasciano dentro, un segno e un rancore indelebile. A questo punto non mi resta che augurare ai cittadini di Caposele, un FELICE NATALE E UN SERENO ANNO NUOVO!!!!!!!!!!!!!!!!!

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Noi che siamo ottimisti ad oltranza ci auguriamo comunque che questo miracolo prima o poi possa accadere .

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il 19 febbraio 2012 in occasione del consiglio comunale per l’approvazione dello schema di convenzione con l’AQP. Questo il cuore della remissione di denuncia-querela per i fatti accaduti nel febbraio 2012: “Il Sindaco e l’Amministrazione Comunale pur consapevoli della manifesta sussistenza dei reati perpretati a proprio danno dai predetti indagati ed agli stessi contestati, evidenzia come sia radicato in ognuno di essi un profondo sentimento di consonanza ai principi della pacificazione sociale che un esponente della pubblica amministrazione, quali sono i sottoscritti, devono sempre ed in ogni momento trasmettere a tutti i cittadini. La presente occasione, inoltre, può certamente rappresentare l’opportunità di diffusione e dimostrazione dell’ispirazione pacificatoria dell’azione amministrativa, soprattutto in un momento storico, dove c’è bisogno di un recupero dei valori sociali, ripartendo dalla pacifica convivenza che trova fondamento nella Giustizia. La presente azione è un invito alla riflessione sui fatti accaduti il 19 febbraio 2012 e con l’auspicio che il diritto di pensiero e/o di critica, non si tramuti in offese alla personalità di quanti hanno come scopo il bene di Caposele, nonché il compito di guidare il paese, che ha un disperato bisogno di risollevarsi e di essere indirizzato verso la ricostruzione sociale e civile. Per tali motivi l’istante e l’amministrazione comunale tutta rimette la querela denuncia sporta per i fatti verificatesi nel febbraio 2012.” Ci sarà mai un riscontro a questo nostro tentativo di pacificazione? Alcuni dicono che abbiamo cinque anni davanti, che la campagna elettorale è finita e chi ha a cuore i Caposelesi e le sorti di Caposele deve cambiare rotta e dare inequivocabilmente segnali concreti come abbiamo fatto noi, e non cercare a tutti i costi e ad oltranza lo scontro. Altri sostengono che mai nella storia del nostro paese si era visto nei confronti degli amministratori un accanimento simile, un tale livore, un tale desiderio di vendetta, che definire animalesco è poco. I malpensanti ci ricordano che la vipera puoi anche crescerla dandogli il latte come nutrimento, ma da adulta resta sempre una vipera e quando ha l’occasione di morderti ti inietta sempre veleno anche se gli hai dato da mangiare solo latte. Noi invece pensiamo che questo nostro segnale non sia stato accolto, e che l’inizio di una graduale distensione e pacificazione deve ancora attendere.

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orrei solo ricordare, e ne ho premura, agli amici di Caposele Futura, ai consiglieri di minoranza, soprattutto a chi ruota loro intorno e a coloro che sono i loro punti di riferimento, che la campagna elettorale è finita. Durante il mio precedente mandato, la minoranza, anche senza giusto motivo, spesso mi accusava di essere ancora in campagna elettorale, ora che io di Campagne Elettorali non devo più farne, vorrei ricordare agli amici di cui sopra, che, come diceva Alfonso Merola nel suo articolo Caposele - analisi del voto: ” la lista Caposele Futura è stata sopraffatta da pessimi sentimenti veicolati da un gusto eccessivo per le offese personali. E’ quasi raro che i comizi, continua Alfonso Merola, smuovano di un centimetro le preferenze degli elettori, ma in questo caso, però, è stato abbattuto questo dogma.” Pertanto visto che la minoranza continua a fare campagna elettorale con i toni e i modi a loro consueti, probabilmente perché mal consigliati dai soliti noti avvocati ai quali interessa solo vedere “case carute”, è mio compito istituzionale ricordare ai consiglieri di minoranza che non vale la pena prolungare la campagna elettorale e si dovrà aspettare cinque anni per vederne un’altra. Oggi è tempo di amministrare e di fare gli interessi del Paese e garantire gli interventi che i cittadini di Caposele reclamano. Non dobbiamo nasconderci dietro un dito e dobbiamo dire con lealtà che a Caposele c’è una vera e propria guerra in atto tra i due schieramenti politici, fatta soprattutto attraverso denunce alla procura della repubblica. Spettava come è giusto a noi amministratori il compito di rompere questa catena di denunce alla procura della repubblica, sperando con tale azione di riportare la politica nelle aule consiliari e non in quelle dei tribunali, sperando di riportare un pò di buon senso e un pò di pace nella nostra piccola comunità, visto che ci si incontra tutti i giorni ed è alquanto poco civile non scambiarsi neanche un saluto, anzi è diventato usuale maledire e sparlare dell’avversario quando lo si incontra. Noi abbiamo assolto il compito, come dicevo, di rompere questa catena di denunce ad oltranza, non solo non costituendoci parte civile, come è stato fatto nei nostri confronti, ma addirittura rimettendo la denuncia da noi amministratori fatta verso tutti coloro che ci avevano oltraggiato, ingiuriato e offeso

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Il gruppo del Cuore" in gita a Pompei e a Sorrento

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cosiddetto “ciclo corto” (ovvero qui produco e qui consumo); e svantaggiare chi detiene patrimonio evitando di metterlo “in rete”, tenendolo quiescente). E tanto altro ci sarebbe da mettere in campo. Invece, spesso la politica è assente, è solo il contenitore per rincorrere ambizioni personali, in contrapposizione agli obiettivi di collettività. Ma noi bisogna osare, reagire, non fermarsi di fronte alle sole promesse. Dobbiamo costruire una comunità che accoglie le nuove intelligenze, che sappia far crescere il seme di una pianta che si chiama futuro. Ma dobbiamo farlo dettando - e non facendoci dettare - l’agenda politica, e soprattutto decidendo noi altri il nuovo codice di struttura di società. Un codice fatto di rispetto, merito, impegno, fiducia. Il rispetto per le nostre idee, e l’innovazione che siamo capaci di portare. Il merito e l’impegno come strumento di selezione e modello di dimensione di vita. E infine la fiducia in noi altri che anche noi stessi dobbiamo recuperare. Noi non dobbiamo starci a essere trattati come il boccale che gli altri possono colmare a piacimento; perché noi siamo la “sorgente” che deve portare alla luce un flusso vitale di acqua, che deve rinascere fresca, chiara, dinamica e rigogliosa, per togliere al nostro paese la sete di progresso!

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Dobbiamo ritrovarci, contarci, aggregarci e non delegare ancora ad altri il compito di scrivere il nostro futuro. Dobbiamo impegnarci a scrivere per noi e per il paese un destino diverso, perché siamo una risorsa per il nostro paese, e non un peso come vogliono farci credere. Ma dobbiamo fare i conti anche con il fatto che il livore della precarietà ha compromesso il sistema di solidarietà. Io credo che recuperare la comunità della solidarietà e del bene comune sia la chiave per dare futuro a generazioni come la nostra, che fa di tutto per “tenersi” legata al proprio paese. Serve però una rivoluzione culturale, serve mixare tradizione e innovazione, serve ridare dignità a luoghi straordinari come i nostri paesi e puntare a nuovi modelli di sviluppo sostenibile, partendo dalla valorizzazione delle risorse locali, e abbandonando l’idea di trapiantare modelli di sviluppo che aggrediscono e consumano il territorio. Penso a un modello di sviluppo locale basato essenzialmente sul “rispetto” di noi e del territorio, a partire da: turismo (nel nostro caso: eco-turismo, turismo enogastronomico e turismo religioso); manutenzione del territorio secondo i principi dell’ingegneria naturalistica (con materiali che possono essere reperiti e lavorati dal e nel territorio); politiche di “vantaggio fiscale” (imposte statali e locali modulate per avvantaggiare i giovani, le nuove coppie, chi decide di intraprendere specie nel campo delle produzioni locali, del turismo, e del

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quella per la quale ha studiato (fonte Bankitalia). La verità è che si è creata una generazione disoccupata, o al più precarizzata e sottopagata, sotto gli occhi compiacenti o indifferenti delle generazioni precedenti. Forse, se non cambiano le cose, quando moriranno i padri, c’è il rischio che questa generazione affonderà perché non sarà in grado di sopravvivere. Chiedere quantomeno d’essere pagati, fosse anche per il più umile mestiere, vuol forse dire esser “choosy”, schizzinosi, come ci ha definiti la Fornero? In questo clima di incertezza di crisi globale, non solo economica, è sempre più difficile vedersi in prospettiva, dare una direzione chiara al proprio futuro. Noi, “la generazione perduta”, siamo invitati velatamente - di fatto e a volte con scherno - ad accettare con rassegnazione un destino senza speranze, senza futuro, salvo addossare a noi ogni responsabilità. Sarebbe colpa nostra il fallimento delle politiche del lavoro, e per venire al nostro territorio, il fallimento delle politiche di industrializzazione post sisma che oltre a consumare risorse e territorio hanno disarcionato definitivamente un modello economico ancorato alle risorse territoriali, nel segno dello sviluppismo? Dobbiamo rigettare questa tesi. Dobbiamo cominciare da qui, dalla nostre comunità prima che sia davvero troppo tardi. Prima che la desertificazione demografica, non ci renda troppo aridi.

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’ex premier Monti riferendosi alla mia generazione, ha detto: «Abbiamo creato una generazione perduta». Sostanzialmente una generazione per la quale non c’è soluzione. Il pensiero corre subito all’importante precedente letterario. Generazione perduta (Lost Generation) è la definizione resa da Ernest Hemingway, nel suo primo romanzo “Fiesta”, per riferirsi alla generazione che, nel superare il ricordo degli orrori della guerra di trincea, oppose alla disciplina e al rigore l'egoismo e la pigrizia mentale, godendosi il benessere e il divertimento, all’insegna di edonismo e materialismo. Parafrasando una canzone, sarebbe come dire: una generazione che fa l’amore ma non lavora! E c’è addirittura chi eccelle per banalità e demagogia, liquidando il problema dei giovani senza lavoro con un “vadano a scaricare le cassette al mercato” (Renato Brunetta). Ma andiamo con ordine: di cosa parliamo? La disoccupazione giovanile è oltre il 38%. Il precariato è la costante: non c’è altro che contratti atipici per il 53% dei giovani (fonte Ocse). Ma di contro i dati parlano pure del fatto che il 71% dei giovani under 35 è disponibile ad accettare qualsiasi lavoro, purché remunerato (fonte Cisl), mente il 25% dei laureati si è adatto benissimo a svolgere un’occupazione con bassa o nessuna qualifica, e oltre il 30% svolge un’occupazione del tutto diversa da

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Noi, la generazione perduta?

di Gelso

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n occasione del venticinquennale, l’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, nei saloni del Quirinale, con una cerimonia sobria ed emotivamente intensa, assegnò ai primi cittadini delle popolazioni colpite dal terremoto del 23 novembre del 1980 la medaglia d’oro al valor civile. L’allora Sindaco di Caposele, il dott. Peppino Melillo, ritirò il significativo riconoscimento. Con la foto che pubblichiamo crediamo che in quel gesto di Carlo Azeglio Ciampi, da un lato, e in quello di Peppino Melillo, dall’altro, si racchiuda il senso di una vicenda storica tragica e dolorosa sopportata dall’insieme dei cittadini di Caposele. Da tutti: da chi perdette la vita; da chi perdette i propri cari sotto le pietre; da chi vide la propria casa distruggersi sotto il peso violento del sisma; da chi vide lacerarsi lo spazio del proprio tessuto sociale; da chi, negli anni a seguire, ha conosciuto la triste esperienza dei villaggi prefabbricati, luoghi di separazione e ghettizzazione; da chi, nascendo, ha conosciuto una casa vera solo in età adulta. Tutti in qualche modo eroi civili. Non potranno chiudersi, se non tra qualche generazione, le ferite di quella vicenda. Tuttavia quel gesto di Carlo Azeglio Ciampi fu un gesto che non può essere archiviato tra gli atti formali della più alta istituzione della Repubblica. Fu a nostro parere un atto sincero, di cui Peppino Melillo non nascose, per il poco tempo che restò ancora in vita, di andarne fiero. Ed oggi possiamo ribadirlo: noi tutti con lui.


Attualità

Profonda Crisi nei Partiti Politici

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entalistica, dovrebbero essere un valido supporto per lo sviluppo del paese, senza chiedere nulla in cambio. Ne sono un valido esempio le associazioni locali che da anni si prodigano per il solo benessere della collettività, senza se e senza ma (Associazione Luciano Grasso, Liberi Commedianti e Anpas in primis); ai loro membri attivi rivolgo i miei complimenti per lo spirito e la tenacia. E’ di queste persone che c’è bisogno anche nei partiti politici (perché le associazioni ripeto, son fatte di persone), non di chi si diverte a fotografare cose che non funzionano senza prodigarsi per la sistemazione delle stesse. C’è da fare tutti qualcosa per migliorare Caposele, non è sempre colpa dell’amministrazione se le cose non funzionano o sempre colpa dei Grillini e degli oppositori se gli amministratori prendono decisioni sbagliate. Da quando mi son trasferito in Germania, ho potuto vivere una concezione diversa della cosa pubblica e del rispetto delle regole, ho potuto capire come le cose possano funzionare senza grosse difficoltà. In questa nazione di “soldatini” (è il mio modo scherzoso di chiamarli), dove comunque non mancano problemi o sbagliati modi di agire, ognuno fa il suo per rendere il proprio paese migliore e vivibile, ognuno rispetta il proprio ruolo nella società e la qualità della vita diventa notevolmente migliore. E’ proprio questo l’augurio che rivolgo a Caposele e a tutti i suoi cittadini… facciamo tutti qualcosa per rendere ancora migliore un già bellissimo paese. Andiamo e guardiamo avanti, facciamo progressi, non continue denunce e passi indietro, cambiamo il nostro modo di fare quotidiano e puntiamo sulle tante persone valide che ci sono.

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vero è riuscire a scovare qualcosa di meno incapace di proporre una valida alternativa marcio del normale. E in questo scenario (e oggi avrebbe anche i numeri per farlo). agghiacciante i protagonisti sono i partiti Infine il partito dovrebbe operare per politici e, di conseguenza, le persone che l’interesse nazionale. Che dire, su questo ne fanno parte. punto… la realtà parla da se. Il Partito Politico “in teoria” è A Caposele, cosi come in molti piccoli un’associazione tra persone accomunate centri, c’è uno scenario per molti aspetti da una medesima finalità politica ovvero da simili a quello nazionale, diverso solo per una comune visione su questioni fondamenvia della presenza di persone più vicine ai tali della gestione dello Stato e della società veri bisogni della collettività. Per quello o anche solo su temi specifici e particolari. che posso percepire io durante le mie L’attività del partito politico è volta ad sporadiche visite e per quello che leggo sui operare per l’interesse nazionale o locale, giornali e sui social network, a Caposele si esplica nello spazio della vita pubblica e, il partito politico è visto come una forma nelle attuali democrazie rappresentative, ha associativa troppo spesso ridotta ad un per “ambito prevalente” quello elettorale. semplice centro di interesse a sostegno di Onestamente faccio fatica a trovare oggi un una certa compagine amministrativa, di riscontro concreto a questa definizione nel maggioranza o minoranza. modo di fare politica in Italia. Cerchiamo Il partito politico si ritrova spesso a di analizzare le varie incongruenze. sostenere a priori la compagine di governo Il partito dovrebbe essere o di opposizione a cui si è legato e a deun’associazione di persone. Ciò vuol dire monizzare a priori la compagine avversaria. che il partito è fatto di persone che ne E’ esattamente questo che vedo nel PD e determinano il modo di agire con i propri nel M5S per esempio. Mi risulta difficile atteggiamenti e le proprie idee. Ma quando trovare delle approvazioni all’operato il valore delle singole persone viene puntudell’amministrazione Farina da parte almente mesdel M5S, o delle so da parte ...reputo assurdo e controproducente l’approccio critiche alla stessa s e m p l i c e - di alcune persone che da decenni ormai si rivolgono amministrazione mente perché continuamente alla procura con innumerevoli ricorsi da parte del PD. r i s u c c h i a t e e denunce, il cui risultato finale è solo il proprio Questo è un tornaconto o il mancato sviluppo del paese; in un sistegrosso limite, perma assurdo ché il PD dovrebbe dell’agire politico, viene meno l’essenza essere un valido centro di supporto per dell’associazione. Le persone dovrebbero gli attuali amministratori, ma allo stesso avere il valore che meritano in quanto tali tempo un’autoritaria fonte di critica e di e non in quanto parte di un gruppo politico eventuale correzione su azioni e scelte più o meno di successo. Diviene quindi nasbagliate. Però ciò dovrebbe accadere nel turale assistere alla caduta di grandi uomini solo interesse del paese. (politici e non) come Prodi, Fini e Monti, Allo stesso tempo il M5S dovrebbe solo perché vittime più o meno colpevoli essere un ragionevole oppositore su temi di un comune agire politico sbagliato. Dinon condivisi ma anche un altrettanto vaventa altrettanto naturale che rimangano lido sostenitore delle scelte attuate quando in auge per molto tempo personaggi come sono a vantaggio della collettività o del Berlusconi, Bossi e Mastella (qui la lista si benessere comune. Attenzione però a non allunga di molto ahime). cadere nel problema opposto, trovandoci Il partito dovrebbe avere una visione di fronte a compagini di maggioranza o ad comune sulla gestione della cosa pubblica. amministratori democraticamente eletti che Le spaccature che ci sono all’interno dei si piegano al volere di un partito, andando nostri partiti e delle coalizioni sono il contro il buon senso e soprattutto mettendo massimo del ridicolo che si possa vedere, in secondo piano il valore degli uomini che si cambiano accordi e alleanze con una le compongono. facilità enorme, ci si sposta da una frangia Il partito è fatto di persone, il governo ad un’altra e poi si rientra nella precedente è fatto di persone, la collettività è fatta di solo per circostanza. persone e queste non possono passare in Nel PD, partito che ho sempre sostenuto secondo piano per una logica di partito. ma da cui son stato profondamente deluso, Ho da poco appreso con enorme piacere ci si ritrova a vivere in funzione dell’anti l’elezione del Dott. Sturchio alla segreteria Berlusconismo (all’orizzonte vedo il nulla del PD locale, e ritengo che si possa ripartire se dovesse venir meno il nemico pubblico), da persone come lui per ritrovare il vero ci si ritrova a fare ostruzione a chi viene a valore di un partito politico, basato sugli portare idee nuove (Renzi) e non si sostiene interessi della collettività e predisposto al chi aveva qualità da vendere a vantaggio dialogo con sostenitori e oppositori. del paese (Prodi). Ad Armando faccio un grosso in bocca Nel PDL ci si è sempre accorpati sotto un al lupo, e consiglio fortemente di iniziare unico ombrello solo per la capacità (molto sin da subito un dialogo costruttivo su tre spesso sponsorizzata con ingenti conguagli fronti paralleli: con l’amministrazione economici) del leader di tenere tutti al proFarina e i suoi sotenitori, con le minoranze prio posto. Nel M5S è convogliata tutta la e i partiti di opposizione, con gli esponenti massa degli scontenti (cosa accaduta anni provinciali e regionali del PD. fa a favore della Lega) che si ispirano ad un Le associazioni in fondo dovrebbero leader molto bravo a dire “no” a tutto ma essere questo, a prescindere dal fatto che siano di natura politica o sociale o ambi-

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er la prima volta quest’anno mi sono trovato in difficoltà quando mi è stato chiesto un contributo a questo numero de “La Sorgente”. Per la prima volta mi son trovato pieno di mille argomenti da voler condividere e trattare, con la mia consueta e a volte eccessiva franchezza. Avrei voluto scrivere qualcosa su questi primi mesi di governo dell’amministrazione Farina per dare un punto di vista esterno a chi vive la quotidianeità del paese, criticandone alcune scelte che non condivido e sostenendone altre che appoggio in pieno. Avrei voluto scrivere qualcosa sulla moria delle trote nel fiume per raccontare la forte speculazione informativa che si è avvertita da chi come me non vive a Caposele, costretto a sentire e leggere tante interpretazioni ma pochi fatti reali e oggettivi (con la naturare difficoltà di crearsi una propria opinione). Avrei voluto scrivere qualcosa sul forte bisogno di pace e coesione sociale, tema a me tanto caro e già trattato più volte su queste pagine, però l’argomento mi avrebbe solo riportato alla mente i vani tentativi già fatti in passato. Avrei voluto infine scrivere i mille motivi per cui reputo assurdo e controproducente l’approccio di alcune persone che da decenni ormai si rivolgono continuamente alla procura con innumerevoli ricorsi e denunce, il cui risultato finale è solo il proprio tornaconto o il mancato sviluppo del paese; visto il recente sequestro dell’area dei lavori al parcheggio multipiano, che reputo una grande sconfitta per tutta la collettività, avrebbe però prevalso in me la delusione e il fastidio su una lucida interpretazione dei fatti. Questa volta allora ho deciso di cambiare approccio e di soffermarmi su un tema molto più generale, provando così a generare una reazione più costruttiva nella comunità caposelese, fatta soprattutto di persone che ogni giorno vivono della cultura del lavoro e del rispetto delle regole, senza perdere continuamente tempo a criticare e demonizzare a priori ogni scelta altrui. Anche per evitare facili interpretazioni errate da certe parole, premetto che qui affronto semplicemente la questione della Crisi di identità Politica nei partiti e nelle persone che ne fanno parte. Tutto nasce ovviamente dagli accadimenti a livello nazionale, e da quello spettacolo osceno a cui tutti noi dobbiamo assistere ogni giorno in parlamento, con un PD sempre più coinvolto in faccende poco decorose ma che continua a sostenere valori sani ed estraneità ai fatti contestati, con un PDL che si spacca per la semplice incapacità di gestirsi le poltrone e spartirsi il grosso bottino di privilegi accumulati negli anni, con un M5S sempre più impegnato a opporsi a tutto e a segnalare carenze del sistema (cosa peraltro vera e condivisibile), ma senza mai rinunciare ai benefici di cui si gode per via di questo modo assurdo di gestire la res publica. Insomma, per un libero cittadino o per un giovane che si dovesse recare al voto oggi in Italia, a livello nazionale, il problema

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di Giusep

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STRUTTURE SPORTIVE A CAPOSELE

di Roberto

Ciò che c’è, cosa si potrebbe fare: un punto di vista personale

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norma. Mi spiego meglio: attualmente mancano almeno 20 metri sia in lunghezza che in larghezza per renderlo regolamentare, senza contare il campo per destinazione (tutto lo spazio che circonda il terreno e che è compreso tra linee laterali e recinzioni), gli spogliatoi ed i vari magazzini. Se si dovessero investire dei soldi per un campo che poi non potrebbe essere utilizzato per le manifestazioni ufficiali perché di dimensioni ridotte, ma solo per i tornei locali, allenamenti o amichevoli credo si tratterebbe di uno spreco. Non voglio essere critico verso nessuno, né tantomeno mi interessa che queste parole siano strumentalizzate: si tratta soltanto di idee personali e, in quanto tali, è chiaro che possano piacere a qualcuno e dispiacere a qualcun altro. Soprattutto alla luce del fatto che noi, le strutture sportive, ce le abbiamo già a Palmenta e basterebbe veramente poco per renderle eccellenti di modo da poter dare ai tanti caposelesi che fanno sport ed ai tanti che hanno il piacere di assistervi, delle strutture all’avanguardia, quegli impianti e quella vetrina che i nostri giovani che tanti trionfi hanno raccolto a livello provinciale e regionale, meriterebbero: si avrebbe una struttura sportiva che sarebbe ambita anche da società professionistiche, opportunamente contattate attraverso un poco di promozione, le quali farebbero a gara per venire in ritiro qui nel nostro bellissimo paese.

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andare a sbattervi e soprattutto impattare contro i paletti in ferro che le sostengono. Purtroppo, attualmente, su questa superficie non si possono organizzare manifestazioni ufficiali del Settore Giovanile, né tornei locali o provinciali di calcetto. Al momento per fare ciò dobbiamo posizionare le porte mobili di nostra proprietà (ma che prestiamo volentieri a tutte la altre associazioni) al centro del campo di calcio e creare una sorta di “calcetto volante” che va montato e smontato quotidianamente. Mi rincresce sottolineare che Caposele, attualmente, è l’unico paese a non essere dotato di un calcetto in erbetta sintetica. LE SOLUZIONI SECONDO ME Ricapitolando, queste sono le cose che, a mio parere, andrebbero fatte per migliorare la situazione: 1) fare il sintetico al calcetto a Palmenta (credo bastino 30-40 mila euro), mettere le protezioni alle reti di recinzione, attivare ed arredare i nuovissimi spogliatoi attigui; 2) valutare e scegliere quale sia il terreno di gioco adatto da impiantare al campo da calcio sempre a Palmenta e completare i vari lavori di manutenzione ordinaria intorno ad esso; 3) dare in gestione attraverso una gara Campo di Calcio, di Calcetto e di Tennis; 4) stabilire delle quote fisse ed accessibili per l’utilizzo delle strutture. Sono certo che così facendo, nell’arco di pochi mesi si rimetterebbe in moto l’economia e la fruibilità delle strutture sportive, valorizzando quelle che sono già presenti e rendendole adeguate per la popolazione e soprattutto per i ragazzi, così da rendere anche a Caposele, quel binomio allenamento-doccia qualcosa di inscindibile, di naturale e di scontato e non più un privilegio del quale usufruire soltanto dopo una gara ufficiale. Tante comitive di giovani vanno settimanalmente fuori paese per giocare a calcetto e tanti altri lo fanno tutt’ora qui: sono sicuro che i soldi che si investirebbero per fare il sintetico al calcetto sarebbero ammortizzati in circa un anno, facendo pagare una tariffa fissa agli utenti che però beneficerebbero di palloni, casacche, luci, di un campo all’altezza e soprattutto sicuro; nonché della tanto agognata doccia! Così come sono altrettanto sicuro che, qualora venissero fatti gli adeguamenti che auspico, le varie associazioni farebbero a spintoni per assicurarsi la gestione degli impianti; le gare per la gestione non andrebbero certamente deserte così come è avvenuto quando si è cercato qualche privato che gestisse il Palmenta (cosa abbastanza scontato visto che il calcetto è pericoloso e che per la manutenzione dell’erbetta dello stadio le uscite supererebbero di certo le entrate visto che ci si può giocare di rado). Tornando al Campo di Caposele e sul progetto che lo riguarda ho un mio pensiero. Sarebbe certamente bello avere una struttura di livello e futuristica nel centro del paese, ma innanzitutto dovrebbe essere a

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che mio padre subì un grave infortunio del quale, purtroppo, ancora oggi porta le conseguenze). Il campo fu poi occupato nell’immediato post-terremoto da strutture prefabbricate dalle quali fu sgomberato quando terminò l’emergenza. A partire dagli inizi degli anni ottanta, la fame di pallone dei caposelesi portò subito alla ricerca di un nuovo posto dove giocare a calcio che fu individuato nella zona dove attualmente proseguono i lavori per la Pavoncelli Bis… Quello fu il campo locale fino all’estate del 1990 e ricordo con chiarezza il gol decisivo segnato su quel terreno nell’ultima gara giocatavi: una cannonata di Armando Grasso (’74) che completò la rimonta della squadra dei Verdi sulla compagine dell’Elettrauto con la vittoria della finalissima dei primi per 4-3 sotto una pioggia battente! Scusate queste digressioni, ma la memoria ed i ricordi belli sanno sopravanzare tutto. Torniamo al Campo “A.Liloia”, quindi, che fu restituito alla cittadinanza nell’estate del 1991 con relativa chiusura dell’impianto precedente; questo campetto ha tanti pregi: si trova al centro del paese, può essere utilizzato sempre ed all’occorrenza può essere adibito anche ad altre manifestazioni. È ed è stato utile, ma la realtà purtroppo è che non vi si può fare vero calcio; Nicola D’Auria in un articolo apparso su questo giornale molti anni fa, sosteneva che le sue dimensioni se proporzionate ad un campo regolamentare avrebbero dovuto imporre di giocare un 7 contro 7 ed aveva ragione. Purtroppo queste sue misure ed i sempre più numerosi avvallamenti lo rendono un luogo poco sicuro per giocarvi. Chi si occupa di giovani, come faccio io con l’Olimpia, ha l’obbligo di mettere a disposizione dei propri tesserati un luogo consono e sicuro sul quale fare sport ed è per questo che è necessario che io dica queste cose. Ed allora, come fare quando non si hanno le strutture adatte? Ci si arrangia o si paga per cercarne altre in paesi limitrofi (il cui spostamento porta ulteriori spese). Ora ho letto del progetto che riguarda questo campo: sintetico, spogliatoio e docce. In conclusione dell’articolo, quando tirerò le somme di questa prosopopea che sto facendo dirò come la penso a riguardo. CALCETTO PALMENTA - Questa struttura, a mio avviso, potrebbe rappresentare il motore dell’economia sportiva caposelese ed anche in questo caso, alla fine, nelle conclusioni spiegherò il perché. Le misure di questo campetto (al cui fianco vi è il Tennis) sono regolamentari; è dotato di illuminazione autonoma e vi è stato costruito un nuovo e moderno spogliatoio proprio al fianco. Purtroppo anche questa struttura presenta dei punti deboli che non la rendono a norma: il terreno, innanzitutto. È in cemento ed è pericoloso per le articolazioni ed, in caso di caduta, per traumi; la recinzione non ha protezioni e si potrebbe

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aposele è probabilmente il paese che in assoluto avrebbe più bisogno di strutture sportive vista la naturale propensione, qualcosa di genetico, che vi è verso lo sport ed il gioco del calcio in particolare. Non che non ve ne siano, ma ciascuna di esse presenta delle problematiche da risolvere, da affrontare soprattutto. Gli impianti di cui voglio parlare sono: Stadio Palmenta, Campo di Calcio “Liloia” e Calcetto/Tennis sempre a Palmenta; non mi occuperò della Palestra Comunale e del Playground in quanto ne ho già parlato in un articolo precedente sulla Sorgente (che ringrazio nuovamente per lo spazio che mi concede costantemente). STADIO PALMENTA - Costruito agli inizi degli anni novanta ed inaugurato nell’estate del 1995 con un’amichevole (finita 0-0 addirittura) e dall’unico torneo locale svoltosi lì sopra (tra l’altro mi vanto di avervi segnato il primo gol assoluto nella partita inaugurale che la mia squadra vinse per 7-0 dove segnai il gol dell’1-0 che fu poi seguito addirittura da 6 reti di Angelo Lardieri!); ciò mise fine all’atavica migrazione casalinga delle società calcistiche locali. Lo stadio Palmenta è la più importante ed imponente tra le strutture citate: rettangolo di gioco regolamentare (105x65), spalti (predisposti per la copertura), spogliatoi capienti, magazzini, impianto illuminazione, addirittura sottopassaggio, palestra sotterranea per il riscaldamento (purtroppo mai utilizzata ed attualmente isolata dal resto della costruzione) ed appartamento per il custode in mansarda! Dal punto di vista estetico e delle potenzialità un vero e proprio gioiellino, caratterizzato da un tappeto in erba naturale che lo hanno fatto scegliere a numerose squadre (tra cui l’Avellino un paio di volte) come sede per i ritiri precampionato. Grandi potenzialità appunto, ma tante, troppe cose da sistemare. COSA CI SAREBBE DA FARE: purtroppo al Palmenta sono tante le cose da sistemare. Preferisco non soffermarmi ad elencarle perché sono state già fatte presenti a chi di dovere in maniera ufficiale da tempo, ma alcune cose vanno dette. A cosa serve avere una struttura del genere quando la si può utilizzare una sola volta alla settimana? L’erbetta è risaputo, si rovina. Meglio toglierla allora, sostituirla con un bel sintetico o, se non vi sono le risorse economiche, sistemarlo con terra battuta. La prima e fondamentale utilità di una struttura sportiva è senz’altro la sua fruibilità. CAMPO DI CAPOSELE - Al campetto di Caposele vogliamo tutti bene, io per primo che forse sono la persona che vi ha trascorso più tempo di tutti. Struttura già presente prima del terremoto, anni in cui Caposele era tra i pochi paesi a beneficiare di un campo di calcio e non a caso era sede per amichevoli di lusso con squadre professionistiche (fu proprio in una di quelle

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I nuovi spogliatoi dei campetti Palmenta

Il progetto per il nuovo campo sportivo "Liloia" nel quale è prevista l'erbetta sintetica, gradinate ed illuminazione


Storia

L’ULTIMA MUGNAIA DI CAPOSELE

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nel 1980, fu completamente disastrato dal sisma. Oggi di esso rimane solo un tratto di volta a lamia ed un pezzo di canale. Quel che resta del canale all’esterno è stato riempito da una colata di cemento e trasformato in viuocciulu. Una delle macine in granito francese di questo mulino antico la si può ammirare dinanzi alla pizzeria “La nuova Fornace” a Materdomini, donata dal signor Ferdinando al signor Lorenzo Bottiglieri proprietario del ristorante. Il ‘nuovo’ mulino Mattia ha funzionato, azionato dalla forza elettrica, ininterrottamente dal 1963 fino al 2011: quasi cinquant’anni di indefessa attività. La gestione del mulino passò alla signora Elvira e al signor Ferdinando nel 1974 i quali, in quell’anno, lo comprarono dai genitori di Ferdinando a prezzo di enormi sacrifici: Ferdinando dovette andare per un periodo a lavorare addirittura in Venezuela per raccogliere la somma necessaria. La signora Elvira iniziò a lavorarci nel 1978. C’era a servizio del mulino un operaio, il signor Malanga Giovanni, il quale il sabato con la sua lambretta girava per il paese raccogliendo il grano dai privati e riconsegnandoglielo, poi, una volta macinato. Il signor Giovanni restò al servizio del mulino fin dopo il terremoto. Molti portavano per proprio conto il grano al mulino, ripassando poi a prendere la farina non appena questa fosse pronta. Anche io ricordo di essere passato molte volte, con mia mamma o mio padre, a caricare i sacchi di farina di grano o di mais diligentemente prodotta nel mulino Mattia. Il mulino apriva alle sette del mattino e chiudeva a seconda del lavoro e delle consegne da effettuare. Una volta liberato dai sacchi, il grano cadeva in una tramoggia, una specie di bocca di legno leggermente rialzata da terra e, tramite un elevatore a tazze azionato con una cinghia, saliva nel pulitore dove veniva setacciato, cirnutu. Questo pulitore era a tre strati; la vezza, ovvero le prime impurità del grano, restava incastrata nei buchi che poi venivano puliti. Un’altra cinghia a tazze portava il grano ripulito nel mulino vero e proprio. La molitura era a tre passaggi, al primo passaggio sotto i quattro rulli di acciaio il chicco veniva schiacciato, poi di seguito ad altri passaggi, il macinato veniva raffinato. Esso passava nel cosiddetto planzister, un setaccio che lo setacciava:

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il fiume. L’ultimo mulino ad acqua funzionante a Caposele è stato quello della famiglia Mattia. Decisamente il più famoso. Ad esso sono ispirati anche due proverbi della tradizione caposelese. I Mattia sono stati una famiglia di mugnai da secoli. La memoria familiare riesce ad andare indietro almeno di quattro generazioni: Antonio, Ferdinando, Antonio e infine Ferdinando, lo sposo di Elvira, l’ultima mugnaia. Il mulino Mattia, che sorgeva sotto via San Gerardo e si affacciava sul fiume Sele, era dotato di un canale largo quasi due metri (lu caminu r l’acqua) che, partendo dalla zona occupata dal Culto evangelico, portava l’acqua che serviva ad azionare le macine; l’acqua, aperto lu purt-llonu, con un grande vortice precipitava ind’a lu nfiernu (nell’inferno), ovvero nell’inghiottitoio che poi la indirizzava alle pale. Lungo questo canale, intere generazioni di donne caposelesi si sono recate a lavare i panni: quanti panni e quanti pezzi di sapone di maiale venivano risucchiati e poi recuperati più a valle! E quanti amori pure saranno nati, chissà… Il fabbricato che ospitava il mulino era ampio più di cento metri quadrati ed era sviluppato in lunghezza: al piano terra c’erano il mulino e l’oleificio, al primo piano un deposito e al terzo piano una pagliera, ovvero una soffitta coperta con embrici anch’essa a mo’ di deposito. All’interno del mulino, precisamente sulle presse dell’oleificio, c’era un piccolo angelo di legno intagliato che, secondo alcuni, ispirò il proverbio “arri arri ciucciu miu ca a l’abbaddi t’aiuta Diu e a l’ammondu Angiulu Mattia”. La versione più accreditata, però, riferisce che il nome “angelo” si riferisse ad un antenato dei Mattia di nome Angelo appunto. Non manca, però, la versione che si riferiva a “l’angiulu r li Mattia”, ovvero alla statua di legno. Ad ogni modo, il mulino cessò definitivamente la sua attività verso gli anni ’50 - ’60 col mugnaio Antonio Mattia. Questo perché in quegli anni tutti i mugnai di Caposele decisero di consorziarsi, per cui dov’era il mulino di Linarduccio e di Gilardieddu fu creato un mulino unico a corrente elettrica (chiamato, per la novità, lu mulinu a currenta) che, però, non ebbe successo. Nel 1963 Antonio Mattia, scioltasi la società, decise di aprire un mulino elettrico per conto suo, l’attuale mulino gestito fino a poco tempo fa dalla signora Elvira. L’antico mulino rimase chiuso ed inattivo e si trasformò in un deposito. Non solo, il tempo gli diede gli ultimi colpi: nel 1971 il fabbricato, già fatiscente, con un solaio già sfunnatu, franò nel suo lato verso il Ponte in seguito ad una forte nevicata e,

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nostra amata mugnaia, oltre che della sua gentilezza e della sua cortesia. Ci sono rimaste le seconde, e non è poco, e non il primo. Ma così va il mondo, così va Caposele. Caposele, terra di acqua, è stata ab immemorabilis anche terra di mulini. E non solo di questi, ma anche di opifici per la lavorazione del ferro, di gualchiere, di tintorie, di oleifici, di tutte quelle attività, insomma, i cui macchinari traevano la propria energia dall’acqua. Le prime testimonianze scritte della presenza dei mulini a Caposele risalgono al 1557. Precisamente, nell’Inventario di tutti i beni del Venerabile Monastero di San Guglielmo al Goleto (Inventarium omnium bonorum Venerabilis Monasterii Sancti Gulielmi de Guglieto) redatto il 6 Gennaio di quell’anno, si legge che “In Capo ad Sele ge sono certe molina, barchere, ferrere che se dice che antichamente erano di Sancto Guglielmo, et lo Conte de Conza selle have pigliate e selle tene che non recognosce l’abatia de cosa nesciuna et have guastate quelle molina antiche e ce le have fatte più a basso”. Il documento lascia intendere che già da secoli addietro a Caposele si praticavano attività legate alla forza impetuosa dell’acqua. Queste attività, lungi dallo scemare, sono andate sempre più fiorendo nei secoli a venire, restando, però, appannaggio dei Signori feudali che nel corso del tempo hanno dominato il nostro paese. Bisognerà attendere l’eversione della feudalità, col decennio napoleonico, per veder sorgere i mulini privati a Caposele, con gran dispetto dell’ultimo principe Carlo di Ligny-Rota. Dall’inizio dell’Ottocento fino agli inizi del Novecento a Caposele il numero dei mulini andò sempre più aumentando. Poi, la captazione dell’acqua del Sele da parte dell’Acquedotto Pugliese segnò la progressiva diminuzione degli stessi. Ad ogni modo, intorno alla metà del secolo scorso, ancora diversi erano i mugnai a Caposele: scendendo dalle sorgenti del Sele, c’era il mulino di Funzicchio Russomanno, che a dire il vero non era un mulino, bensì un’agliara (oleificio); più giù, all’incirca di fronte all’attuale officina dell’elettrauto, il signor Gerardo Vitale, c’era il mulino di Olindo Russomanno, alias Amatuccetta, uno dei più antichi. Qui avevano sede anche alcune gualchiere (i cui resti ancora si vedono). All’altezza della curva r Ginnarinu Casillu c’erano il mulino di Lorenzo Linarduccio e quello di Gerardo Russomanno alias Gilardieddu gestiti in comune da entrambi. Da questa zona fino alla Costa non c’erano più opifici. I mulini ricomparivano più a valle. Di fronte alla Costa, sulla sponda sinistra del Sele sorgeva l’antico mulino r Vardarieddu che negli anni Cinquanta era già diruto e le cui poche vestigia sono oggi totalmente occultate da rovi. Quasi di fronte, sulla sponda destra, sorgeva il mulino dei Mattia e, infine, passato il ponte, sorgeva il mulino r Paternu, ovvero di Raffaele Cleffi, al termine di una stradina che scendeva verso

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l 27 Dicembre 2011 è una data che in modo silenzioso ha lasciato il segno nella piccola storia di Caposele. In quel giorno di due anni fa, infatti, con la chiusura dell’ultimo mulino del paese, la Storia ha messo la parola fine ad una ininterrotta tradizione che aveva reso il nostro paese famoso in tutta la valle del Sele. Una tradizione, quella legata alla molitura del grano, le cui testimonianze risalgono a tanti secoli addietro. Non sappiamo i nomi di chi, anticamente, iniziò presso le rive del Sele la nobile arte della molitura; sappiamo, però, il nome degli ultimi cultori di quest’arte: quello del signor Ferdinando Mattia (01-01-1948 / 29-09-2006), il cui ricordo è ancora vivo nella nostra comunità, e quello di sua moglie, la signora Elvira Cione che, pur non provenendo da una famiglia di mugnai come i Mattia - il papà di Elvira, infatti, era barilaio - ha mandato avanti con dedizione questa attività artigianale, distinguendosi per professionalità, premura e cortesia. La Storia ha voluto che proprio la signora Elvira fosse l’ultima mugnaia di Caposele. Passare per via San Gerardo e non vederla più, magari infarinata dalla testa ai piedi, che ti salutava con un sorriso, o i veicoli che scaricavano sacchi di grano e caricavano sacchi di farina beh, a dire il vero provoca il suo effetto. Percepisci che qualcosa manca al paese, ed è un qualcosa di caro, di antico, di familiare, di evocativo di epoche in cui dire la parola mulino significava dire Caposele. Elvira non voleva chiudere il suo mulino, se fosse stato per lei avrebbe continuato la sua attività che, lungi dall’essere in passivo, assicurava un equilibrato sostentamento alla sua famiglia. La chiusura è stata dettata dalla mancanza di spazio nei suoi locali, divenuti troppo angusti per poter stipare i duecento quintali e più di grano che si macinavano da lei. Questi locali, inoltre, soffrivano di quella umidità che è una seria minaccia per la farina la cui qualità è garantita dall’essere conservata in ambienti secchi e non umidi. Il lavoro di Elvira, come si dirà più avanti, si era trasformato nel tempo, e richiedeva nuovi spazi con nuove esigenze. Non potendo soddisfarle lei ha preferito chiudere l’attività invece che venire meno alla qualità. Ah, se fosse stata realizzata l’area artigianale di Santa Caterina di cui tanto si è parlato in passato! Ancora avremmo potuto usufruire di un’arte che, seppur perfezionata ed automatizzata dalla tecnologia, tuttavia aveva il suo fascino e la sua indiscussa genuinità in termini di prodotti. Non so quali siano stati i problemi, gli interessi e quant’altro che hanno portato alla non realizzazione dell’opera, so solo che questo è stato un altro bersaglio mancato per il nostro paese. Se le cose fossero state fatte come si sarebbero dovute fare avremmo potuto ancora godere del lavoro della

di Mario S

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Storia continua da pag. 17

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1. Avviare processi virtuosi di riduzione della produzione di rifiuti, sensibilizzando le nuove generazioni di cittadini verso comportamenti che puntino alla valorizzazione del “rifiuto” e al rispetto delle ricchezze ambientali del territorio interessato; 2. Ridurre i quantitativi di rifiuti indifferenziati nei Comuni partecipanti al progetto, grazie alla

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L’iniziativa, che vede il Comitato Regionale ANPAS Campania capofila; è stata cofinanziata dalla Pubblica Assistenza Caposele, dal Comune di Caposele e dalla proloco Caposele. Sarà realizzata con altre associazioni di Pubblica Assistenza; Associazioni del Terzo Settore e altri comuni Comuni della Provincia di Avellino.

Il progetto avrà durata di 24 mesi e si occuperà generalmente di realizzare, nelle zone interessate, i seguenti obiettivi:

Il Capitano Daly dal rumore delle esplosioni,capì che l'azione era stata portata a termine,decidendo di non proseguire oltre,ma di tentare la via del ritorno verso Paestum (Salerno). Purtroppo la fortuna non fu dalla parte inglese,perchè nella zona vi fu la presenza di un militare italiano che,inforcata la bicicletta riuscì a scappare e a dare l'allarme,scatenando così la caccia al paracadutista. Il gruppo di Pritchard fu catturato quasi subito in territorio teorese,in località " Cresta del gallo " a circa 900 mt. di altitudine il 12 Febbraio del 1941,dal cacciatore Rocco Renna. Alcuni testimoni,ancora oggi ricordano l'arrivo del Renna dinanzi alla stazione dei carabinieri,con i prigionieri in fila indiana tenuti sotto tiro dalla sua doppietta calibro 16. Arcangela Stefanelli,ricorda che nella confusione volò pure uno schiaffo da parte di un teorese verso uno dei

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"CAPOSELE " ATTACCO ALL'ORO BLU (QUARTA PARTE)

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[ ... ] rispettivamente al comando del Maggiore Pritchard,del Capitano Lea e del Tenente Jowett. Questi tre gruppi, intorno alle ore 01:00 dell' undici Febbraio, una volta preso terra si avviarono tra i monti,nel tentativo di raggiungere la costa di Paestum. In prossimità del luogo del sabotaggio fu lasciato un Caporale,che non era in grado di proseguire la marcia,essendosi ferito nel prendere terra. A lui venne affidato il compito di controllare l'eventuale presenza di civili in zona,impedendo loro di dare l'allarme. Nel frattempo,con circa un'ora e mezzo di ritardo,toccavano il suolo anche il gruppo mancante all'appello.

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diffusione di buone pratiche di differenziazione e di sistemi di premialità; 3. Valorizzare le risorse naturali, con particolare attenzione alle risorse idriche, patrimonio naturale del territorio interessato, facilitando nel contempo buone pratiche di riduzione degli imballaggi. L’Attività principale che verrà concretizzata nello specifico nel nostro comune sarà l’ attivazione del “centro di riuso” dove si farà attività di recupero, riparazione e risistemazione di vari beni e oggetti come vestiti, mobili, elettrodomestici e materiale elettronico,

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pprovato e finanziato il progetto “Meno è Meglio” presentato allo scorso bando di Fondazione Con il Sud, “Ambiente 2012, Verso Rifiuti Zero”

mettersi quasi a piangere per il dispiacere. Aveva chiara la consapevolezza che il territorio si sarebbe impoverito di un’attività lavorativa che aveva dato lustro a Caposele. Le stesse lacrime di dispiacere dovrebbero velare i nostri occhi per la perdita di un’attività così antica e nobile che ha contraddistinto il nostro paese nei secoli passati, identificandolo non solo come il paese dell’acqua, ma anche dei mulini. Alla famiglia Mattia in generale ed alla signora Elvira in particolare, penso che davvero debba andare tutto il nostro grazie per aver fornito alle nostre tavole, col proprio lavoro faticoso, tutte quelle tonnellate di buona farina che è stata trasformata poi, dalle mani magiche delle nostre nonne e delle nostre mamme, in pane, pasta, matasse, muffletti, p-zziddi, cavatieddi, pizz cu la pummarola e tante altre cose ancora. Abbiamo perso, quel 27 Dicembre 2011 non solo secoli di sana tradizione mugnaia ma anche la qualità di tanti nostri cibi. Riflettiamoci su queste cose in un’epoca in cui la qualità e la genuinità diventano sempre più un bene raro.

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MENO E' MEGLIO!!!

a Castelnuovo di Conza. Il bacino di utenza era molto ampio e davvero tanti i clienti. Purtroppo anche le cose belle finiscono, e se proprio devono finire almeno c’è la consolazione per il fatto che finiscono in bellezza, in termini di soddisfazione e di dignità del lavoro: l’ultimo cliente servito dalla signora Elvira è stato un signore che attualmente gestisce un agriturismo a Morra de Sanctis. Questi non era mai venuto al mulino di Caposele e, sentendo parlare dell’esistenza di esso, la mattina del 27 Dicembre 2011 ci portò a macinare due quintali di grano. Rimase talmente soddisfatto per la pulizia, la qualità del lavoro e la professionalità di Elvira che glielo manifestò dicendole soddisfatto: “E’ la prima volta che vengo qui” al che Elvira subito replicò: “Purtroppo è la prima ed ultima” e gli riferì che quello era l’ultimo giorno di attività. Il signore rimase molto male alla notizia, e tuttavia volle ritornare di nuovo a Caposele: nel pomeriggio di quello stesso giorno riapparì al mulino con altri due quintali di grano da macinare. Lo stesso giorno, all’atto di apprendere da parte di Elvira che l’attività sarebbe cessata il giorno dopo, un altro cliente di Teora si era emozionato al punto tale da

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società, sempre meno rurale e contadina e più altro (su cui sorvolo), preferendo comprare direttamente l’ottima farina a prezzi modici: 0,70 euro ogni chilo di farina di grano tenero, 0,80 se di grano duro, 0,80 euro al chilo per la farina di mais non setacciata, 1,40 euro per quella cirnuta. I prezzi ovviamente si riferiscono agli ultimi praticati prima della chiusura. Ogni anno il mulino Mattia vendeva non meno di duecento quintali di farina. Davvero tanti. I giorni della molitura si erano assottigliati a due: il mercoledì ed il sabato. Aumentando la richiesta diretta di farina, questa abbisognava di essere preparata e stipata: la mancanza di locali idonei a tale scopo, come si è detto, è stata la causa della chiusura dell’attività della signora Elvira. Non erano solo i Caposelesi coloro che si servivano del mulino Mattia per approvvigionarsi della farina necessaria alle proprie necessità. Venivano clienti anche da Castelnuovo di Conza, Lioni, qualcuno da Morra de Sanctis, tanti da Conza della Campania, e poi ancora da Santomenna, Valva, Calabritto, Senerchia. Un cliente addirittura veniva da Baronissi: ogni anno si recava a macinare a Caposele il grano comperato

il macchinario era dotato di otto setacci e produceva quattro tipi di macinato: la crusca (caniglia), il fiore di farina, la farina più scura e il cruschetello (far-tiellu). Ogni ora si macinavano dai tre ai quattro quintali di grano; per il grano duro si impiegava più tempo. Per il mais la produzione era di un quintale di farina ad ora. Da un quintale di grano si ricavavano sessanta, settanta chili di farina, tutto dipendeva dalla qualità del grano. Se questo era scarfatu, cioè con più scorza a discapito della parte bianca, la resa in farina era minore. I prezzi della macinazione erano abbastanza contenuti: sette euro a quintale se il grano da macinare era grano tenero, otto se era cappella, ovvero grano duro; nove euro a quintale se era mais. Il mais veniva molito in un mulino apposito dotato di macine di pietra. Ogni sera bisognava compilare il registro dei corrispettivi sul quale bisognava annotare la quantità di grano macinato. Dopo la parentesi disastrosa del terremoto il lavoro per il mulino Mattia aumentò, anche perché era crollato interamente il mulino di Lioni. Molti venivano dalla signora Elvira per comperare direttamente la farina. Anzi, dopo il terremoto sempre meno gente si recava al mulino a macinare il proprio grano, anche a causa della trasformazione in atto nella

prigionieri. Arcangela non vedeva di buon occhio gli inglesi,perchè suo marito Giuseppe era stato prigioniero a Tobruk.Il marito Giuseppe Finelli è ora accanto a lei,sorride affermando con un cenno del capo. Aree entro le quali avvenne la cattura dei paracadutisti. L'accaduto veniva confermato anche da Raffaele De Rogatis detto " SANTARIELLO "( ora non più fra noi ) una delle figure più note di Teora,all'epoca aveva 15 o 16 anni. Ricorda tutto anche il professore Gerardo Racioppi,classe 1929,uno scrittore di costume che su quell'antico episodio ha scritto approfondendo le notizie,un accurato raccondo tradotto anche in dialetto locale.Quella degli inglesi,fu una azione terroristica,dice oggi con voce suadente il professore Racioppi,mi viene alla mente anche un episodio riferito alla zona di Conza,dove aerei inglesi sorvolando quelle zone a

evitando di mandarli a discarica e mettendoli a disposizione delle famiglie più bisognose, delle associazioni e delle comunità del territorio. Sono inoltre previste attività di formazione-informazione, sensibilizzazione, e monitoraggio scientifico dei risultati di progetto. Sarà di sicuro un’attività utile per migliorare la gestione del sistema locale dei rifiuti e per aumentare il livello di consapevolezza della problematica nella nostra comunità.

di Vincenzo Cic

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bassa quota,lanciavano dagli aerei penne e monete.Erano mine vere e proprie.I ragazzi le raccoglievano pensando che fossero oggetti innoqui e quelle esplodevano. Tutti i parà,traditi dalle impronte che avevano lasciato sulla neve fresca ed il fango,furono catturati in varie riprese fra i giorni 12 e 15 Febbraio,entro un raggio di 25-50 Km.dal luogo dell'azione,nelle zone comprese fra i comuni di Teora,Calabritto,Contursi e Laviano. Nei pressi di quest'ultima località,verso le 11:30 della giornata del 12 Febbraio 1941,ebbe luogo uno scontro a fuoco di circa mezz'ora fra alcuni componenti del commando,scoperti nei pressi del torrente Temete, [ ... ]


Politica

UN GIORNALE CHE NON SENTO PIU’ MIO

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costruì una sorgente del Sele e un fiume per portare l’acqua nelle zone periferiche fece costruire una valle detta valle del Sele, e portò l’acqua fino al mare Tirreno. Dopo un po’ di giorni Caput Sylaris stanco di vivere da solo, chiamò il Signore, e gli disse “o mio Signore che faccio in questa terra da solo? ho bisogno di compagnia”. Va bene disse il Signore. Pochi giorni dopo dalla sua costola nacque una donna e la fece chiamare Mater Dominus, e lui ringraziò il Signore per avergli donato questa bella fanciulla, il Signore rispose “allargatevi e moltiplicatevi” va bene rispose Caput Sylaris. E dopo un po’ di mesi di convivenza, Caput Sylaris e Mater Dominus decisero di fare i figli. Partorì 3 bambini che si chiamarono Oppidum, Viarum, Buoniventre. Dopo un po’ di anni, quando i ragazzi erano cresciuti Caput

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servitù volontaria a dominatori e predatori ce l’abbiamo nel sangue dal Medioevo, anche se riscattate dal Risorgimento e Resistenza”. In un simile contesto credo sia difficile per tutti riconoscersi. Lo è certamente per me. Eppure, in passato, il giornale, a volte duramente, a volte in modo più blando, ha svolto un ruolo di pungolo, di stimolo nei confronti della pubblica amministrazione. A prescindere dal colore politico. Oggi, invece, la semplice prospettazione delle soluzioni praticabili è demonizzata. Non dal direttore. Ma da uno pseudo “cerchio magico” di bossiana memoria che si è inserito nei gangli del giornale, delle radio, delle associazioni di “mutuo soccorso” e che presidia quel potere da cui derivano le prebende cui anela con tanta bramosia. Di fronte ad una visione idilliaca del Paese che si ricava dal giornale nella quasi sua interezza, appaiono del tutto fuori luogo e quasi di disturbo, le indicazioni dell’esistenza di problematiche aperte. E’ come ricordare nel bel mezzo di sfarzosi e costosi festeggiamenti che il festeggiato ha contratto debiti per festeggiare. Ed è per questo (per non turbare il clima di perenne festeggiamento) che ho deciso di sospendere la mia collaborazione con La Sorgente. Con la speranza che il giornale possa continuare a vivere per tanto tempo ancora. E con lui il suo direttore. Magari, se possibile, recuperando un po’ di quel senso critico che col tempo è andato perduto.

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FANTASMAGORIE ’era una volta molti anni fa un certo signore di nome Caput Sylaris. Dopo aver abbandonato i Romani, che erano caduti e catturati dai barbari, lasciò Roma e si mise in cammino alla ricerca di una terra per poter vivere e andò verso le montagne del sud della penisola. Dopo un lungo e faticoso viaggio si fermò sulle montagne dell’Alta Irpinia dove c’era molta acqua e disse al signore: “questa terra è mia e ci voglio costruire una cascata e un fiume, e lo chiamerò Sylaris”. Il signore accettò la richiesta. Dopo un po’ di giorni di permanenza su questa terra si mise a costruire partendo, dalla zona del Paflagone presso i monti Picentini, una cascata per poter portare l’acqua in una zona dove fosse più facile andare a bere, senza dover tornare ogni volta sulla montagna e trovò una piazzetta di suo piacimento, ci fece un laghetto e lo chiamò Sanità. Poi

qui l’esclusione di responsabilità del direttore) sembra che come d’incanto sia venuto meno in tutti (o quasi) ogni forma di spirito critico. Anche il più blando, il più bonario, il più affettuoso. Pare di essere piombati all’improvviso negli anni più bui dell’età moderna, quando la cultura o era prona al servizio del regime o era costretta a vivere di clandestinità. Ovvero, per essere più attuali, o si sostiene sempre quello che il capo preferisce sentirsi dire o si viene additati come traditori. A scorrere il giornale, il nostro Paese viene rappresentato come l’Eldorado. Dove tutto va meravigliosamente bene. Tutto funziona. Dove non c’è spazio per margini di miglioramento, tanto va tutto così bene. Ora, non contesto che ci possano essere persone che vedano la realtà in modo così diverso da come la vedo io. Quel che non mi capacita è che la forzosa uniformità di giudizi (positivi) non lascia spazio ad alcuna forma di perplessità o solo di dubbio. E non basta sapere che questi tutori della maggioranza consiliare sono tutti in qualche modo legati al potere costituito. C’è modo e modo di essere e sentirsi vicini ad una compagine politica. L’adesione a quei valori (?) non può giungere al punto di perdere la propria dignità, arrivando a sostenere l’insostenibile. Mai un dubbio, un distinguo, un suggerimento a fare meglio o di più. Diceva bene Sylos Labini: “la

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Che è poi la funzione e nel contempo la forza dei giornali e dei giornalisti, che non dovrebbero mai piegarsi di fronte a niente e a nessuno, dovendo dar conto unicamente alla loro coscienza. Più di recente, però, il giornale sembra avere smarrito questa funzione. Lo spirito critico è andato esaurendosi (non per colpa del direttore) sostituito dalla spasmodica esigenza, per alcuni, di non dispiacere il potere costituito. Beninteso, vista la situazione politica, nessuno si aspettava e si aspetta attacchi concentrici e diretti come quelli conosciuti in un passato abbastanza lontano. I tempi ed i personaggi sono cambiati. Semplicemente ci si aspettava un poco più di misura ed equilibrio. Per una serie di concomitanti circostanze (che allo stato non è il caso di ricordare) il giornale si è trasformato in una “brochure” dell’amministrazione comunale, la vetrina del suo agire politico. Dalla magnificazione delle scelte più ardite, pericolose e sbagliate, come la convenzione del luglio 2012, fatta passare per una conquista di grande rilievo (per l’AQP, di sicuro) a quelle meno importanti (se non di alcuna importanza) quali l’inaugurazione di fontanine (sic!) ed oasi (?) adiacenti depositi di materiale edile. Attendiamo fiduciosi la pubblicazione, da parte di qualche solerte redattore, oggi non solo della carta stampata, delle foto delle fontanine chiuse o rimosse e dei pesci morti lungo il fiume. Insomma (da

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a mia collaborazione con questo giornale è iniziata all’incirca venti anni fa. In tutto questo tempo non ho mai mancato di pubblicare un articolo su tutti i numeri andati in stampa. Articoli per lo più legati alle vicende socio politiche della nostra comunità. Riflessioni critiche, suggerimenti, proposte, anche reprimende, venate di ironia e sarcasmo a volte, ma mai diffamatorie o calunniose. Come è giusto che sia e come è giusto che faccia un giornale. Qualunque giornale, anche se locale e non di inchiesta. Diversamente, saremmo in presenza di un “foglio” a servizio del gruppo di potere di turno. Da un pò di tempo, però, non mi sento in sintonia col giornale. Lo avverto distante, lontano, diverso. Ed io a disagio, fuori luogo, quasi un corpo estraneo. Col suo direttore, invece, la sintonia in questi anni è rimasta immutata. Dicevo dell’esperienza ventennale mai segnata da equivoci o incomprensioni. E men che meno, da censura. In questi anni (soprattutto in quelli iniziali della mia collaborazione) il giornale ha sempre dato una lettura degli avvenimenti il più possibile in linea con i fatti per così e come accadevano (ovviamente, fatto salvo il proprio angolo visuale). E lo ha fatto senza la paura di dispiacere ad alcuno. Anche se amico. Mettendo in evidenza quel che di buono veniva fatto, le cose che non andavano e quelle che andavano corrette.

e Palmieri

di Giusepp

Sylaris pensò di spartire la terra con i suoi figli e un giorno, dopo aver convocato i suoi figli e la moglie intorno a sé, prese una decisione.Alla moglie consegnò il territorio sulla collina del nord est, e ai suoi figli assegnò i territori periferici o confinanti. I figli accettarono la decisione e si trasferirono nel loro territorio di appartenenza appena assegnati dal padre, e li gestirono per conto loro, ma sotto la sua supervisione. E il padre si prese il territorio del sud est. Qualche anno dopo, Caput Sylaris vide arrivare i primi esseri umani che di cognome si chiamarono i Balbano, questi signori quando arrivarono sul nostro territorio, dopo pochi giorni di permanenza decisero di costruire il castello per poi andare ad abitare. Pochi anni dopo, arrivarono i primi flussi migratori di persone che restarono in questo territorio e iniziò ad aumentare il numero delle persone che volevano vivere per sempre in questa terra.

di Giusep pe Casale Quando fu abolita la lingua latina e fu introdotta la lingua italiana, Caput Sylaris cambiò nome e divenne Caposele, e cosi finisce la storia antica di questo paese. Questo racconto è frutto della mia fantasia ho immaginato Caposele che in questo caso si chiama Caput Sylaris, come se fosse una persona in carne e ossa, che partì da un paese lontano per andare ad abitare in un territorio montagnoso nella terra dei lupi dell’Alta Irpinia, come se fosse la prima persona a venire a vivere in questo territorio. Ho mischiato la fantasia con la vera storia di questo paese fino alla fine del medioevo.

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Cultura

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arofalo

d’estate, ma la fiamma che fa sperare anche quando il buio ci attanaglia. La foto, anche se evoca la paura che incute ancora oggi lo sciame sismico, può insegnare che nella tragedia l’uomo può essere messaggero di fiducia. La memoria corre inevitabilmente alle tante persone che persero la vita in quella calda notte di una domenica che ha seminato morte e distruzione per 90 secondi a Lioni, Sant’Angelo, Caposele, Calabritto, Conza, quando i cadaveri in mezzo alle strade non si contavano, quando grida di aiuto arrivavano da sotto montagne di pietre. Erano grida che, purtroppo, sentiremo per sempre. Ma, grazie a Nicola, ogni qualvolta guardo quella foto di amici e familiari accanto al fuoco, penso che al mondo possono crollare tutte le strutture ma mai i valori. Penso che pur nel fondo tenebroso di una calamità non bisogna mai dimenticare che oltre le nubi fosche le stelle continuano a scintillare. Anche se non ci sono più le gioie di un tempo, abbiamo il dovere, per i figli, per i nipoti, per le nuove generazioni, di non sprofondare nel dolore nel giorno del 33esimo anniversario del sisma, ma dobbiamo continuare ad essere portatori di pace e serenità per impedire che la speranza muoia e per credere sempre in un’alba e in una meta migliori.

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prefabbricati del villaggio Bosco, cosiddetto dal nome del costruttore che ci aveva ospitato, lontani da persone care, da parenti ed amici, molti dei quali non c’erano più. Nonostante lo scintillio del fuoco, un brivido freddo correva nelle nostre ossa. Le cose materiali, l’impegno di chi svolgeva un mestiere, una professione o, comunque, un’esistenza dignitosa, erano cose e gesti che in quel momento non ci appartenevano. Si era rotta la normalità della vita fatta di cose semplici, di lavoro quotidiano, di ritorno a casa, di incontri con amici. Di notte le casette messe a nostra disposizione diventavano un frigorifero per l’umidità che scendeva e veniva dal mare. Eravamo tutti ancora così impauriti, soprattutto i piccoli, che la notte non chiudevamo la porta esterna e dormivamo vestiti perché qualsiasi cosa sarebbe potuta diventare un impedimento ad una eventuale fuga. Tra noi terremotati nacque a Paestum, in quel triste dicembre, un’amicizia bella, leale e rassicurante perché si diffuse subito un sentimento meraviglioso di solidarietà e di speranza. Quella foto è un ricordo di un momento difficile che riporta alla memoria quel fatidico 23 novembre dell’80. Quella foto è un lacerante solco di dolore dal sapore amaro, ma anche un inno alla vita; non ritrae il prato verde del Bosco Difesa, dove piacevolmente ci si può distendere

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assicuravano agli esercenti del posto un reddito di tutto rispetto. Poiché la storia, raccontata con tanta dovizia di particolari, era piaciuta anche ai bambini che avevano smesso di rincorrersi, il fotografo dell’allegra brigata volle immortalarci insieme al gradito ospite. Quel giorno, nel bosco, c’era il sole negli occhi di tutti, quel sole che brillava anche a Paestum quando ho conosciuto Nicola Conforti, persona gentile, disponibile, sensibile, autore di preziosissimi scatti, immagini simbolo di storia paesana e di ritratti dal valore altamente emotivo. Una di queste immagini era la seconda foto che mi ritrovavo fra le mani, sbiadita e rovinata un po’ dal tempo e dall’uso, regalatami di recente proprio da Nicola. Lo scatto fotografico è un ricordo tanto bello quanto amaro, che ha il potere di raccontare una triste pagina del nostro vissuto. E’ il dicembre del 1980 e, con amici di Sant’Angelo e di Caposele, stiamo intorno ad un falò di sera, vestiti con abiti di fortuna forniti da associazioni umanitarie, le donne e i bambini seduti su tavole disposte a mo’ di sedili, io col più piccolo, a me avvinghiato, col braccino ed il busto ingessato. Ci apprestavamo a passare un Natale opaco e scolorito, illuminato solo dalle fiamme del fuoco, nei

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ra le foto scattate alla fine degli anni Settanta e ai primi dell’Ottanta, che più volte rivedo volentieri perché mi sono care e mi ricordano la spensieratezza di una giovinezza vissuta in armonia con i figli ancora piccoli, con amici e parenti vari, mi sono capitate tra le mani due che mi richiamano alla memoria pensieri, visioni ed odori molto stridenti tra loro. La prima riguarda una pasquetta trascorsa nel Bosco Difesa di Caposele, che è un angolo di mondo nascosto tra gli alberi, terra di antica storia, punto d’incontro tra valli, montagne e pianura, dove trovano accoglienza tanti corsi d’acqua che generosamente attraversano il bosco. In quegli anni si era soliti trascorrere il lunedì di pasquetta in quel luogo che distava da Lioni e da Sant’Angelo solo pochi chilometri di strada non sempre asfaltata. La fotografia riporta sul retro la data del 23 aprile 1980. Fu una giornata bella perché condivisa da grandi e piccoli, gioiosa perché ci si poteva immergere nel verde brillante dei prati e dissetarsi presso la fontanella da cui scaturisce, da tempi immemori, un’acqua argentina, prezioso tesoro di quel territorio. Il pasto si consumava all’interno del bosco, appollaiati o distesi su tronchi nodosi caduti ad opera dell’usura del tempo. Il territorio offre emozioni indimenticabili. Il bosco racchiude nel suo grembo qualcosa di magico e di arcano: non si sente che la campana delle mucche, il canto degli uccelli e il fruscìo del vento tra quegli alberi secolari che alzano al cielo le robuste braccia. Poi, camminando, l’orizzonte si apre all’improvviso e si sente solo la musica dell’acqua che gorgoglia cercando il suo letto. Tutto, allora, aveva la cadenza di una danza e si svolgeva in allegria tra chiacchiere, canti e opinioni varie assaggiando biscottini e leccornie olezzanti di buona cucina. Ricordo ancora quel soave profumo del bosco in primavera e il discorso accattivante di un contadino del posto, che si era avvicinato per curiosare, sull’acqua di Caposele quale fattore di ricchezza e di depauperamento. Ricchezza perché la natura aveva voluto beneficiarli di una risorsa di cui in altri luoghi si avvertiva drammaticamente la mancanza, depauperamento perché solo qualche rudere era rimasto degli opifici artigianali ed industriali (frantoi, mulini, gualchiere, tintorie) che, prima della captazione delle sorgenti,

di Dora G

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Foto ricordo e l’odore del passato

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L'immagine struggente della disperazione nell'immediato doposisma...


Attualità

UNA GIORNATA ECCEZIONALE

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sono il perfetto epilogo di una giornata eccezionale. Con dispiacere si lascia un luogo rilassante che mette pace tra uomo e natura. Ci saluta il centro del paese gentile ed accogliente “Agorà” che presto sarà provvisto di nuove zone di parcheggio. Le case tutte linde, seguono il disegno del territorio tra salite, scale in pietra e piazzali. Caposele si distende, sotto un cielo azzurro, tra picchi e colline: paese di fiume, paese di vita! Qui si è scoperta la “pietra filosofale” e, con determinazione e tanta volontà, in questo nostro odierno deludente panorama storico, si attua ciò che l’Italia tutta, a partire dal Meridione, dovrebbe fare: valorizzare il territorio, sfruttare le risorse naturali, amare i propri luoghi rivisitando le antiche tradizioni.

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tipica degli antichi acquedotti romani convogliato dalle vecchie condotte in due nuovi rami, regala quel bene necessario a Caposele e alla terra di Puglia. Ed un filo sottile lega gli artefici della rinascita del paese al personaggio scelto come emblema di genialità e osservazione della natura. Un intero padiglione, il “Museo delle Macchine di Leonardo”, è allestito per esporre riproduzioni di studi del corpo umano ed una ventina di prototipi realizzati dai disegni di Leonardo in scala, in legno e materiali naturali. Ingranaggi, leve e macchinari - tra cui “il mulino”, “la prova d’ala”, “il cuscinetto a sfere”, “il cambio di velocità” - mostrano la poliedricità di un genio vissuto troppo avanti per i suoi tempi. Pittore, ingegnere, anatomista, scienziato ed inventore, ha lasciato ai posteri un patrimonio notevole e diversificato. Qui tutto affascina, ed ho avuto il privilegio di avere come cicerone la Direttrice del Museo Gerarda Nisivoccia, giovane e brillante. Grande cura è stata data al progetto di formazione giovanile per l’incremento del turismo culturale, ambientale e religioso. Le guide sono tutte gentili e preparate. L’idea di istituire un corso per volontari, ha dato i suoi frutti, ed i turisti sono accolti all’ingresso della struttura con sorrisi e competenza. Ma dopo aver appagato mente e cuore, non si può fare a meno di onorare la tradizione culinaria del luogo. “Matasse e ciciri” e una fresca trota alla griglia,

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All’improvviso sovrasta il fragore delle acque e dall’alto sperone di roccia una cascata sgorga spumeggiando e disperdendo l’esubero del fiume. Questo è un paese magico, mentre in altri luoghi fluviali, l’estate porta siccità, e gli alvei nudi mostrano tutte le loro rughe, qui rami diversi dell’acqua piovana, dello scioglimento delle nevi e condensazione di vapori, scivolando silenziosi nelle cavità, si ricongiungono abbondanti per dissetare la terra! Quell’acqua che nei secoli ha dato vita ad un piccolo grande paese industriale, ricco di mulini, frantoi ed opifici, oggi rinnova la sua generosità continuando a scorrere verso paesi lontani e domani produrrà energia elettrica per il benessere del paese. Ci allontaniamo a malincuore da un posto incantato per comprendere meglio come la mano dell’uomo possa piegare la natura rispettandola. Nell’antica costruzione, ristrutturata nel rispetto dell’ambiente, sotto la guida di un vero esperto, che ha dedicato molti anni al suo lavoro presso l’acquedotto, ammiriamo grandi ingranaggi che regolano le chiuse ed il flusso dell’acqua. Spesse lastre di vetro offrono uno spettacolo elettrizzante, e vorrei essere una barchetta di carta, e veleggiare sospinta per tre giorni necessari a ritrovarmi sulle rive pugliesi! Dal pavimento e dalle pareti di vetro, si ammira lo scorrere delle acque. Notevole opera di ingegneria meccanica, dalla sorgente il fiume - alla velocità di 4000 l/s, con una pendenza lieve,

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iungendo alle sorgenti del Sele, la prima cosa a catturare lo sguardo sulla collina è un campanile senza la sua chiesetta: S. Maria della Sanità, che doveva il nome ad un affresco della Vergine dipinta, secondo la tradizione, da un monaco di nome Paolo. Durante l’epidemie di peste del 1743 e di colera del 1839, il popolo di Caposele scampò miracolosamente ai morbi per intercessione della Vergine, e fu tale la venerazione per la Madre di Dio da far accorrere pellegrini da ogni paese dell’Irpinia. La chiesa fu sacrificata durante i primi scavi dell’Acquedotto Pugliese, e nel 1910 fu ricostruita nelle vicinanze, più grande e ricca, dalla stessa Società responsabile dei lavori: ma quel campanile solitario, che ancora svetta nel verde verso il cielo, rimane baluardo della fede e dell’antico amore. Dalla strada, il sentiero si snoda verso destra, lungo il corso dell’acqua, protetto da una staccionata in tronchi di castagno, mentre, dal lato opposto s’inerpica verso la sorgente. A quota più bassa, le limpide acque scorrono con un mormorio rilassante; a tratti, nell’aria, lo stormire del fogliame, smosso da una lieve e piacevole brezza, rompe il rumore del silenzio. Più avanti, dipinti sulla roccia, si indovinano i lineamenti di una Madonnina che saluta augurando ogni bene. Intorno a Lei, un restauro conservativo, costruisce una piccola abside in pietra sotto il cielo terso. Dei gradini scavati nella nuda terra introducono ad una sorpresa.

di Milena Soriano

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” Se pensi che i rifiuti non siano un tuo problema… RIPENSACI!”

ltimamente sempre più sentiamo parlare di “Terra dei Fuochi”. Questa locuzione indica la vasta area situata nell’Italia meridionale. Sempre più vicina alla nostra realtà. La brutta gestione dei rifiuti, dovuta al mal affare, ha fatto si che la nostra regione (non solo la terra dei fuochi), diventasse la discarica per eccellenza, la casa di interrazioni di rifiuti tossici ed urbani, tutto questo dovuto a poco controllo da parte dello stato. Nonostante questa triste vicenda abbia steso un “velo pietoso” sulla nostra regione è giusto citare anche alcuni esempi di cui poter essere fieri;

di Gelsomina Corona

Mi riferisco particolarmente ai tanti comuni virtuosi, detti tali, proprio perché mettono in atto delle eccellenti pratiche di raccolta differenziata. Ad esempio, proprio qua in Campania, abbiamo realtà non troppo distanti , per citarne qualcuna, Castelnuovo di Conza, Valva..che ritroviamo tra i primi posti dei comuni virtuosi con numero di abitanti inferiore a 5000. A me piacerebbe che anche Caposele fosse tra questi comuni, poiché ne ha tutte le potenzialità. E’ triste che nel paese della fede, dell’ambiente e della cultura ci si debba imbattere in cassonetti stracolmi di spazzatura che varia dagli avanzi di cibo, agli elettrodomestici o addirittura alla

cenere del camino. La raccolta differenziata “porta a porta” risolverebbe questo problema.. imponendo ai cittadini incivili una classificazione giusta ed utile dei rifiuti. Caposele diventerebbe più pulito, rispettoso dell’ambiente ed esteticamente migliore, cosa da non sottovalutare dato che come è avvenuto ultimamente , per fortuna, siamo soggetti a turisti orgogliosi di visitare il santuario di San Gerardo Maiella e le nostre Sorgenti. La corretta gestione e differenziazione dei rifiuti porterebbe col tempo dei benefici anche ai cittadini che potrebbero vedersi a mano a mano diminuire le tasse sui rifiuti.

Ci sono persone, come amministratori, ma anche semplici cittadini volenterosi e collaborativi che si sono impegnati per far di Caposele quello che è oggi, ovvero un bel fiore all’occhiello per tutta l’Irpinia e l’intera regione. Proprio tutte queste persone devono fare un piccolo sforzo per poter davvero dare una svolta decisiva sulla tematica dei rifiuti. Tra poco avremo una piazza nuova e bella, nei suoi paraggi abbiamo il museo di Leonardo e il museo delle Acque possono far mai da cornice ad un quadro così perfetto il vicino deposito di cassonetti per la raccolta stradale?! Io non credo e non spero!

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doc, un cittadino di Caposele, a tutti gli effetti figlio di questa terra dalla quale ha dovuto allontanarsi, giovane, per raggiungere quella realizzazione professionale, sfociata poi in una brillante carriera, che ha sempre messo a disposizione della sua gente. Pur vivendo fisicamente lontano dal suo Paese ha saputo conservare con esso un rapporto sincero fatto di affetto e di gratitudine. Avendo ben Cultura CAPOSELE: GIORNATA MONDIALE DEL LIBRO E DEL DIRITTO D’AUTO chiara in mente l’idea dell’importanza della cultura per la crescita individuale e collettiva di ogni essere umano, L’edizione invernale de “La Sorgente” coincide, com’è giusto che sia, con le feste di fine scrive di rivisitare l’anno appena trascorso alla ricerca di qualcosa che abbia colpito del ruolo fondamentale e strategico che la Scuola suscitato il proprio viaggio all’indietro attraverso i ricordi e la rivisitazione tutta person ricopre in tutti Paesi civile ed evoluti (tranne il nostro) insieme. e consapevole dello stato di abbandono anche Con questo spirito, mi piace ricordare la Giornata Mondiale del Libro e del Diritto D’Aut economico in cui viene lasciata ha voluto donare la lo scorso 23 aprile. In verità, si tratta di un avvenimento mondiale che si ripete puntual patrocinio dell’UNESCO e che viene celebrato dovunque con iniziative culturali e socia L’edizione invernale de “L a Sorgente ” coincide, com giusto sia, con somma di mille euro per l’acquisto di’èlibri dache consultare Istituto Comprensivo “F. De Sanctis” di Caposele ha adottato questa giornata facendola le feste di fine anno suggerendo a chi scrive di rivisitare l’anno appena all’interno della scuola come segno di attenzione e di con l’impegno dei ragazzi e dell’intero corpo docente. Lo scorso 23 aprile appunto, alla trascorso alla ricerca di qualcosa che abbia colpito la propria sensibilità o Scolastico prof. Salvatore Antonio Di Napoli, del Sindaco di Caposele dr. Pasquale Farina, buonilauspicio perallil’indietro futuro. suscitato proprio viaggio attraverso i ricordi e la rivisitazione

CAPOSELE: giornata mondiale del libro e del diritto d'autore

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Nel pomeriggio invece, è stato presentato un libro molto bello, “Terra di Caposele” dell’Ing. Gerardo Monteverde, prematuramente scomparso nel 2011, un percorso tutto personale ed emotivamente coinvolgente nella storia di Caposele. Una ricerca attenta e meticolosa che ha saputo ricostruire, attraverso la raccolta di memorie, testimonianze e notizie recuperate dai registri parrocchiali una storia diversa e per molti versi ancora sconosciuta fatta di risvolti umani sorprendenti. Dunque una sincera testimonianza di affetto verso il proprio Paese. La famiglia, attraverso la moglie l’arch. Maria Malanga, ha donato numerose copie del libro alla scuola come strumento di consultazione e formazione delle nuove generazioni. Come si vede si tratta di un evento che non può essere dimenticato o sottaciuto.Non può essere dimenticato per almeno due ragioni. La prima. In un modo molto semplice e genuino si è dimostrato, qualora ve ne fosse ancora bisogno, che la cultura e la scuola hanno bisogno di essere valorizzate e sostenute con forza, che alla carenza di risorse finanziarie si può in parte far fronte con la generosità dei piccoli gesti perché se fatti con il cuore sanno essere più efficaci di qualsiasi altra medicina. La seconda. Quello che i ragazzi sono stati capaci di fare lo scorso 23 aprile è stato a dir poco sorprendente, hanno saputo commuovere, coinvolgere, rendere tutti consapevoli dell’importanza di quel volere donare qualcosa per il bene comune. Al di là degli ospiti, sono stati loro i veri protagonisti dell’evento perché hanno saputo mostrare per intero la loro gratitudine e la riconoscenza attraverso canti, letture, composizioni frutto di tanto lavoro e impegno. Non è vero che i ragazzi non hanno idee e voglia di fare, hanno forza da vendere, si impigriscono, si lasciano

Nella mattinat molto intenso autore di una gli occhi del quale tutti h cos’era il Paes lasciandosi t dimensione pi strumento gra percorso è r emozionante è più profondo chiunque si se terra in m Domenico Pat doc, un cittadi gli effetti figlio quale ha dovuto allontanarsi, giovane, per raggiungere quella realizzazione profession brillante carriera, che ha sempre messo a disposizione della sua gente. Pur vivendo fisica Paese ha saputo conservare con esso un rapporto sincero fatto di affetto e di gratitudine. Avendo ben chiara in mente l’idea dell’importanza della cultura per la crescita individuale e collettiva di ogni essere umano, del ruolo fondamentale e strategico che la Scuola ricopre in tutti Paesi civile ed evoluti (tranne il nostro) e consapevole dello stato di abbandono anche economico in cui viene lasciata ha voluto donare la somma di mille euro per l’acquisto di libri da consultare all’interno della scuola come segno di attenzione e di buon auspicio per il futuro. andare se intorno a loro, nella società diventare anno per anno la benzina e nella famiglia, non vedono nessuno e il motore sempre nuovo per una disposto a credere e scommettere sulle sorprendente imprevista ripartenza. cosiddette nuove generazioni. Speriamo che questa giornata, con Se proviamo a responsabilizzarli il patrocinio del Comune di Caposele, e a motivarli sapranno stupirci tutte possa diventare un evento del Paese e le volte che sapremo coinvolgerli si possa trasformare in un concorso o veramente.La terza edizione della un premio letterario. Giornata del Libro e del Diritto Vale la pena comunque di ricordare D’Autore è vicina, ce la metteremo che la lettura di un libro è capace come tutta perché anche quest’anno i ragazzi nessuno di svelare nuovo orizzonti e possano dare il meglio di sé con la Dio solo sa quanto bisogno ci sia oggi speranza che questo incontro possa di nuovi orizzonti e nuove speranze.

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anche economico in cui viene lasciata ha voluto donare la somma di mille euro per l’acquisto di libri da consultare all’interno della scuola come segno di attenzione e di buon auspicio per il futuro.

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on questo spirito, mi piace ricordare la Giornata Mondiale del Libro e del Diritto D’Autore svoltasi a Caposele lo scorso 23 aprile. In verità, si tratta di un avvenimento mondiale che si ripete puntualmente ogni anno con il patrocinio dell’UNESCO e che viene celebrato dovunque con iniziative culturali e sociali di grande qualità. L’Istituto Comprensivo “F. De Sanctis” di Caposele ha adottato questa giornata facendola propria già da due anni con l’impegno dei ragazzi e dell’intero corpo docente. Lo scorso 23 aprile appunto, alla presenza del Dirigente Scolastico prof. Salvatore Antonio Di Napoli, del Sindaco di Caposele dr. Pasquale Farina, di Calabritto Gelsomino Centanni e Senerchia Beniamino Grillo, si è svolta la seconda edizione. Tema generale della manifestazione è stato Il Viaggio: Tra nostalgia e ricordi, memoria storica e percorsi letterari. Nella mattinata c’è stato l’incontro molto intenso con Domenico Patrone, autore di una raccolta di poesie “Con gli occhi del ricordo” attraverso la quale tutti hanno potuto capire cos’era il Paese qualche decennio fa lasciandosi trasportare in una dimensione più intima e raccolta. Lo strumento grazie al quale l’intero percorso è risultato piacevole ed emozionante è stato il ricordo, quello più profondo ed esclusivo che lega chiunque si senta partecipe di questa terra in maniera indissolubile. Domenico Patrone è un caposelese doc, un cittadino di Caposele, a tutti gli effetti figlio di questa terra dalla quale ha dovuto allontanarsi, giovane, per raggiungere quella realizzazione professionale, sfociata poi in una brillante carriera, che ha sempre messo a disposizione della sua gente. Pur vivendo fisicamente lontano dal suo Paese ha saputo conservare con esso un rapporto sincero fatto di affetto e di gratitudine. Avendo ben chiara in mente l’idea dell’importanza della cultura per la crescita individuale e collettiva di ogni essere umano, del ruolo fondamentale e strategico che la Scuola ricopre in tutti Paesi civile ed evoluti (tranne il nostro) e consapevole dello stato di abbandono

Centanni e Senerchia Beniamino Grillo, si è svolta la seconda edizione. Tema generale stato Il Viaggio: Tra nostalgia e ricordi, memoria storica e percorsi letterari.

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tutta personale dei momenti vissuti insieme.

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Poeti di Casa Nostra/ Recensioni Domenico Patrone

Lode a San Gerardo Maiella

DISFACIMENTO

Parole e musica di Renato Agosto

Nell’Universo del mio cammino ho scalato montagne di ghiaccio, ho attraversato deserti infuocati; mi sono svegliato in aurore gioiose, ho ammirato tramonti dorati.

Nel Disfacimento del mio Universo la luce di Dio mi ha illuminato.

Strofa

Per finire Preghiera di pace e d’amore di dolci speranze sopite O Santo Gerardo nel mondo Sei come le rose fiorite.

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Preghiera di pace e d’amore di dolci speranze sopite O Santo nell’Irpinia e nel mondo sei come le rose fiorite.

Ritornello A poco a poco conobbi Te O Gerardo, lodando il Signore o dolce creatura dì sogno splendente, o mia primavera. Nel cuore, nel corpo, nell’io adesso ho capito cos’eri Tu sei il dolce desio che si tramuta in preghiera.

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Ritornello E cominciai ad amare T e O Santo umile e vero com’erano duri quei giorni quei giorni di lungo patire. Conobbi allora com’era il grande mister della vita ricominciai a gustare di Gerardo la dolce fatica.

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Nell’Universo del mio cammino ho sognato piaceri pagani, ho vissuto amori sublimi; Raramente ho odiato! Molte volte ho perdonato! La gelosia mi ha sfiorato, la ricchezza non mi ha toccato, l’amicizia mi ha consolato.

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Strofa Giungesti a Materdomini da lidi infiniti di cielo O Gerardo,all’umile gente, Tu porti un messaggio d’amore.

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Per la presentazione di questo libro abbiamo scelto, non a caso, e ringraziamo l’autore di aver accettato il nostro invito, la data in cui ricorre il 33simo anniversario del sisma del 1980.  Bassolino dedica un capitolo al Terremoto. Lo fa attraverso il suo personale ricordo. Una testimonianza del profondo rapporto che ha sempre legato Bassolino alla nostra terra: “...La piazza di Caposele è irriconoscibile e faccio perfino fatica a trovarla. Eppure in quella piazza ho fatto tanti comizi, ne conosco ogni angolo, le persone che la frequentavano. La sede del PCI e dei pensionati della CGIL, una sede unica, non esiste più: è crollata e le pietre ricoprono i corpi di numerosi anziani. Sono sconvolto. Vado alla ricerca di Donato, di Nicola, di tanti compagni che conosco da anni. Roma e lo Stato appaiono lontanissimi, come su un altro pianeta...”

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Da un comunicato del PD

Nessuna carta geografica segna le Dolomiti di Napoli. Ma sono un passaggio decisivo nella vicenda umana dell’autore. E’ una metafora del paese di oggi. Sono le montagne che la vita, con le sue discese ardite e le risalite, sparge capricciosamente sul nostro cammino. Creando incontri imprevisti. E cortocircuiti che schiudono nuove primavere. Michele Ceres La notte del risorgimento Molto è stato scritto sul brigantaggio postunitario, ma molto è stato taciuto dalla storia ufficiale. Poco si sa, in tal senso, delle ingerenze delle potenze europee nello scontro tra esercito e briganti. Non poche altre scomode verità ancora non sono del tutto emerse. A distanza di circa 150 anni dai loro accadimenti è bene che le stesse vengano completamente a galla; ma, allo stesso tempo, è doveroso che, da parte di certi storici revisionisti, non siano glorificate, nel loro insieme, azioni che altro non furono se non manifestazioni di pura brutalità

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CAPOSELE In Cartolina

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Attualità

LA TALPA COMINCIA A MUOVERSI

LA PAVONCELLI BIS....TRA GIOIE E DOLORI

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qualche piccolo sacrificio che la comunità potrebbe pagare, per esempio in termini di viabilità non più scorrevole, oppure, come impatto ambientale anche per i mezzi che percorreranno le strade urbane, o ancora per l'enorme aspettativa che tanti lavoratori oggi disoccupati, avranno nel corso di questi lunghi 5 anni di cantiere aperto. E' un momento particolare che stiamo vivendo; per molti sarà un colpo di fortuna, ma per altri solamente una cometa che passerà apparentemente senza benfici. Ecco quindi il ruolo fondamentale di chi guida la comunità di saper chiedere per la propria terra il massimo che si possa ottenere affinchè le delusioni e le aspettative possano essere compensate con un miglioramento complessivo di una terra, che già da anni subisce mortificazioni, senza ottenere troppe concessioni. Caposele, dovrà reagire con intelligenza e sapienza, anteponendo a cattiverie e sterili proteste, la grande capacità di recuperare opere pubbliche , benefici e tutto quello che servirà a migliorare e a migliorarci. La costruzione della Pavoncelli bis, dovrà essere tutto questo; progresso e futuro per le nuove generazioni!

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Tra i comitati ambientalisti e tra chi non vede di buon occhio la costruzione della Pavonceli bis, c'è il movimento 5 stelle che ha diffuso in rete un comunicato spiegando le ragioni per non realizzare la grandiosa opera.

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a "talpa", il meccanismo di nuova tecnologia che sfonderà la montagna per chilometri, al fine di bypassare il tratto della vecchia Pavoncelli danneggiato, si metterà in cammino fra pochi giorni. Tutto è pronto per avviare uno dei più grandi lavori in termini economici, del Sud Italia. Oltre 100 i lavoratori, che a pieno regime, potranno lavorare nel cantiere e porteranno sicuramente un indotto straordinario. Ma bisogna stare sempre con occhi vigili e mai farsi prendere dalla smania di essere passivi per un'operazione che è sicuramente enorme e fuori dalla portata ordinaria di un piccolo Comune come il nostro. I benefici, sono indubbi: lavoro che offrirà alle famiglie l'opportunità di poter restare alcuni anni nella propria terra senza l'assillo di una triste emigrazione; o ancora l'indotto che i lavoratori e tutto quello che gira intorno al cantiere porterà alla cittadinanza e alle attività commerciali (alberghi supermercati, negozi etc...). Ma tutto questo potrebbe anche risultare come uno scotto da pagare per

Un'immagine degli inizi del 1900 relativa alla costruzione della galleria Pavoncelli, ...."l'opera di cui il mondo non conosce leguale"...

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di Salvatore Conforti

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La firma della convenzione tra il Commissario delegato alla Pavoncelli Sabatelli e il Sindaco Farina su un nuovo finanziamento di 750.000 euro che saranno utili per la riparazione delle reti idriche di Caposele. L'accordo prevede che il Comune gestirà in piena autonomia i fondi che sono stati messi a disposizione dalla struttura commissariale. Un primo passo importante verso l'utilizzo delle economie dei lavori della Pavoncelli bis.

C’era una volta “Il Corriere dei Piccoli”

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rrivava ogni settimana, di sabato, con il “Postale” delle 4 di pomeriggio. Ed iniziava subito la lettura collegiale presso il mitico Caffè di Romualdo, con i capitoli a tappe delle “avventure del Signor Bonaventura”. Questi ne combinava davvero di tutti i colori ed immancabilmente il suo severo datore di lavoro lo ammoniva, avvertendo poi bonariamente: “alla prima che mi fai, ti licenzio e te ne vai!” Ma evidentemente il rapporto di lavoro preannunziava già quelli che poi vennero definiti “a tempo indeterminato”.

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Constatato il successo della rivista, decidemmo di sottoscrivere un abbonamento annuale, utilizzando una straordinaria campagna pubblicitaria che prevedeva, per i nuovi abbonati al Corriere dei Piccoli, la partecipazione ad un sorteggio con la posta in palio nientemeno che di un pallone di cuoio “Carlo Parola” di cui in paese esisteva un solo esemplare! Fui baciato dalla fortuna ed il mio nome fu tra quelli sorteggiati. Senonché, la redazione del Corriere pensò bene di spedire un pallone di diverso genere e cioè più adatto ai giochi riservati alle ragazzine

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per la pallavolo, avendo equivocato sul mio doppio nome “Ezio Maria”. Svanì così per sempre la possibilità del sogno di un pallone “vero”, infatti mai più acquistato! …E fu questa la prima delusione, anzi meglio “fregatura” della mia pur felice infanzia! Avv. Ezio Maria Caprio


Personaggi

Caposele e gli anni del segretario Majorana

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realizzare opere pubbliche, ricordandoci che tali comportamenti conducevano a sicure bancarotte scaricate in genere sui cittadini meno benestanti; censurava spesso i sindaci di comunelli che scimmiottavano quelli delle grandi città quando ricorrevano acriticamente alla Cassa Depositi e Prestiti . E sorrideva quando l'opposizione consiliare tuonava contro politiche poco coraggiose in merito agli investimenti .... Nel gennaio 1979 e per circa un anno collaborò col sindaco Ferdinando Cozzarelli, subentrato al defunto sindaco Caprio: un periodo breve ma intenso di collaborazione (ma anche di supplenza) che cemento’ un’amicizia precedentemente appena accennata.  Nel maggio 1980 diventò sindaco l’avvocato Antonio Corona: Caposele voltava pagina, affidandosi al centrosinistra, da sempre perdente fino ad allora. Il “ cambio della guardia “ non scompose più di tanto il segretario che dovette lavorare non poco nel dare spiegazioni ad amministratori nuovi di zecca, orientati innanzitutto a capire e a rendersi conto di quanto ereditato.  Trascorsero pochi mesi, quando un evento straordinario finì per dettare l ‘agenda a tutti i caposelesi , amministratori in primis.  Un terremoto disastroso distrusse Caposele, seminando tanti lutti in un‘area vasta dell’Irpinia e della Lucania.  Majorana fu tra quei funzionari pubblici che nelle ore tragiche della prima emergenza non fuggì e soprattutto non sfuggì alle sue responsabilità di uomo delle istituzioni sempre accanto agli amministratori dell’ epoca impegnati in una dura guerra contro il tempo.  Sembrò scomparire per qualche giorno  in quelle ore difficili, salvo poi a scoprire che alla testa di un drappello di dipendenti presenzio’  il recupero degli atti dell’ anagrafe, dei documenti degli archivi storici e di quelli dell’ archivio corrente: senza quel lavoro prezioso saremmo tutti piombati in una sorta di anonimato collettivo. Furono mesi ed anni duri e il nostro segretario seppe essere all’ altezza del momento, sempre sollecito a risolvere alla meglio tutte le questioni che si ponevano in un comune che doveva coniugare esigenze di trasparenza ordinaria,piani di reisediamento della popolazione terremotata e primi passi della ricostruzione. Nel 1985 la STRETTA DI MANO con a capo il sottoscritto riconquistava il Comune: di lì a poco la ricostruzione urbana sarebbe letteralmente esplosa con  tutti i piccoli e grandi problemi connessi. Egli fu  a mio fianco per un intero quinquennio ovvero nella fase più complessa della ricostruzione urbana. Majorana, e a ragione, da solido funzionario statale, non condivideva l ‘ impianto legislativo complessivo della ricostruzione

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casse comunali con un ‘accorta politica improntata al risparmio fino all ‘ osso pur di non gravare di tasse una popolazione tutt ‘altro che benestante.  In tempi in cui da mattina a sera si parla di debito pubblico e di risanamenti quell ‘esperienza ci dimostra che se le cose si vuole farle per davvero, non ci sono ragioni od ostacoli che tengono,  a patto che si è sufficientemente armati di responsabilità istituzionale. Ma il capitolo più significativo per Gennaro Majorana iniziò nel 1965 e si protrasse ininterrottamente fino al gennaio 1979, ovvero l ‘elezione a sindaco di Francesco Caprio che ricoprì quella carica per ben tre mandati  Due segretari comunali ( Don Ciccio era segretario a Nusco ), ma soprattutto due amici -colleghi si ritrovavano insieme in una sincera e fattiva collaborazione per un periodo non breve che costitui’ certamente uno dei periodi più belli per Caposele: il boom economico ed edilizio, l ‘ emigrazione verso il Nord, la scoperta del turismo religioso, la valorizzazione dell ‘associazionismo, la Convenzione con l ‘ EAAP.  Majorana fu certamente protagonista di quella stagione nel senso che non fece mai mancare l ‘entusiasmo, gli sforzi ed i consigli al suo amico collega Don Ciccio, ora frenandolo nelle sue fibrillanti azioni a sostegno della popolazione, ora incoraggiandolo, quando esse erano ancorate ad una solida  legittimità, in ogni caso sempre rispettoso delle prerogative della minoranza  Fu nel quinquennio 1975/ 80 che io ebbi modo di conoscerlo nelle mie vesti di assessore comunale e ne apprezzai le sue qualità.  Mi colpirono  innanzitutto le relazioni positive tessute col personale, educato all ‘orgoglio di sentirsi pubblici dipendenti legittimati a sentirsi una specie di “ noblesse “ dal solo attaccamento ai doveri . Io credo che siano in tanti a dovergli essere grati per quella sorta di formazione in servizio alla quale egli si vincolava, in un ‘epoca in cui si faceva strada un altro modello gestionale dei comuni che egli non condivideva in quanto foriero di una decadenza della mission burocratica ed istituzionale  Ad esempio, egli era alquanto perplesso, quando, legislazione permettente, molti comuni ricorrevano a facili indebitamenti per

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egli ne seppe uscire bene grazie ad un’altra sua indubbia dote: la pazienza diplomatica  Egli sapeva  smussare  con autorevolezza e convinzione le difficoltà e mediare tra contendenti, sempre geloso ed accorto nell ‘ essere e nell ‘apparire imparziale.  E così i suoi tre mesi si tramutarono in cinque decenni o forse più di permanenza nel comune città di sorgente che per certi aspetti rassomigliava  tanto alla sua Cassano Irpino, fosse pure solo per il fatto che ambedue i centri avevano un comune destino che li legava all’ EAAP.  Erano anni di una durezza economica inusitata che solo chi aveva   vissuto il dopoguerra poteva  comprendere: gli interventi statali per la ricostruzione postbellica andavano ad innestarsi su un tessuto sociale martoriato dalla povertà di lunga data che solo allora emergeva nella sua drammaticità, essendo caduto il Fascismo e tutto il suo apparato propagandistico che creava illusioni e suggestioni.  L’emigrazione  addirittura era  considerata una misura economica per lo sviluppo, per cui numerosi furono i caposelesi a dispiegare vele ed ali verso gli Eldorado degli anni cinquanta .... Disarcionata l ‘amministrazione Farina, egli si ritrovò a fianco di un commissario prefettizio,il dottor  Severino  Freda, anch ‘egli destinato a restare a Caposele per qualche mese, fino all ‘indizione di nuove elezioni municipali; ma come si sa a quell ‘epoca la Politica si muoveva con l ‘ascia e non con filo ed ago e “ i pochi mesi” divennero ben trentotto lune! Vedemmo Majorana, suo malgrado, anche nelle vesti inedite di “sindaco”, dovendo supplire le funzioni di commissario prefettizio, dato che il titolare molto raramente raggiungeva il comune in Alto Sele.  In quei mesi in paese tutti poterono saggiare il suo equilibrio scevro da qualsivoglia partigianeria: erano proverbiali i suoi dissensi col dottor Freda, il quale nelle sue rare visite non disdegnava di tuffarsi in vicende paesane, evidentemente ispirato da altri.  Il nostro segretario invece non gradiva queste incursioni e lo diceva a viso aperto, interpretando al meglio il ruolo e la funzione per cui era stato chiamato in un paese che egli cominciava a sentire come il suo. Le elezioni del 1959 registrarono la vittoria della stessa compagine che era stata disarcionata, nonostante fossero stati dichiarati ineleggibili tutti gli amministratori che si erano succeduti dal 1948 in poi: in effetti il commissario aveva alacremente lavorato in tale senso, forte di un decreto legge del governo Scelba, che inibiva l ‘elettorato  passivo a chiunque fosse stato denunciato alla Prefettura per irregolarità amministrative. Così il segretario Majorana si ritrovò a fianco del neo-eletto sindaco insegnante Donato D’Auria. Quello fu un quinquennio difficile e Caposele saggio’ il realismo di un sindaco ma anche la bravura professionale del segretario comunale: essi risanarono le esauste

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nche se con un ingiustificato ritardo, sentiamo di porre riparo ad una mancanza, sicuri che la famiglia del caro compianto Gennaro Majorana ci vorrà perdonare. Il  22 dicembre  2012  veniva a mancare a tutti noi il segretario comunale Majorana, caposelese di adozione che attraverso la sua preziosa ed unanimemente apprezzata funzione di dirigente pubblico è stato testimone ed ha accompagnato la vita amministrativa della nostra comunità per oltre 5 decenni  Io ero poco più che ragazzo quando per la prima volta  ne sentii parlare con ammirazione e rispetto da parte di mio padre : di lui apprezzava l’ immagine di pubblico funzionario che dava compiutezza al suo ruolo, innanzitutto esaltando il senso dello Stato ed il valore dei servigi doverosi da garantire  La mia ammirazione e il mio rispetto nei suoi riguardi non sono mai venuti meno,né sono stati delusi, soprattutto quando da sindaco ho potuto constatare di persona la sua umanità, la competenza, il rigore morale, lo stile personale e l ‘amore per il lavoro . So di parlare di qualcosa di iperuraneo in quest ‘Italia che si spappola in assenza di ogni pudore e di ogni senso di rigore intellettuale e morale, ma vero é che quell ‘ Italia fece grandi progressi anche grazie ad uomini come Majorana,i quali da instancabili servitori dello Stato sudarono sette camicie per tenere a bada sindaci abbacinati dal “tutto e subito e a prescindere “ e mantenerli nel solco della legalità. Oggi, senza CORECO, consigli e giunte comunali,forti   di una malintesa legittimazione di derivazione   popolare, i segretari non sono più tali ....al massimo li percepiamo come maggiordomi e colfs  sotto ricatto di sindaci ed assessori. Dicevamo che il segretario Majorana ha vissuto almeno  50 anni della sua vita qui a Caposele, radicando la sua presenza in mezzo a noi con una discrezione e una riservatezza che gli erano naturali e che si sono rivelate decisive nel suo inappuntabile ufficio di funzionario pubblico  Era un giovane funzionario pubblico, appunto , quando , per ordinanza del Ministro agli Interni, fu destinato nel 1957 a reggere la segreteria comunale di Caposele per tre mesi, a seguito del trasferimento d ‘ufficio del titolare Francesco Caprio e del quasi contemporaneo arrivo del commissario prefettizio dottor Severino Freda. Da pochi giorni era stata disarcionata l‘amministrazione del giovane e compianto sindaco avvocato Michele Farina, per una perniciosa quanto strumentale decisione di annullare i risultati di voto   in una sezione elettorale, il che portò dritto dritto il paese a dover rinunciare obtorto collo al suo amatissimo sindaco .Fatto sta che Majorana catapultato da mattina a sera a Caposele si ritrovò a fianco di un commissario prefettizio, spedito in missione speciale, in un comune rosso di un una provincia monotonamente   tutta candida, dove il districarsi era alquanto problematico; ma

di Alfonso

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...continua da pagina 28

dotato, sempre con un occhio mai censorio rivolto verso la Casa Comunale e con l ‘ altro attento a tutto ciò che gli accadeva intorno; in ogni caso stretto al suo Nicola, alla sua Paola e alle rispettive famiglie.  Non aveva ragioni che avessero potuto spingerlo oltre la cortina di monti che fanno corona a Caposele perché qui in fondo aveva trascorso gli anni più significativi della sua vita, tra gente che gli avevano dimostrato affetto e rispetto.  In genere un funzionario pubblico, ossequiato in servizio, quando va in pensione, é per lo più dimenticato se non addirittura odiato.  Non é stato questo il destino toccato al nostro caro segretario, ancora ora  presente nella memoria di chi lo ha frequentato in municipio, per non parlare dei cittadini che hanno potuto apprezzare doti e qualità.

Alfonso Merola 

L'immagine del ristorante oggi

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matasse, sopressate, polli ruspanti, formaggi vari, il tutto accompagnato dall’ottimo vino della vigna dello stesso Tiruccio. Non solo la bontà del cibo ma anche 1’ospitalità dei proprietari, in particolare di Marietta, donna capace di far sentire tutti a casa propria, fecero sì che la”trattoria e locanda” si affermasse come realtà ristorativa di Materdomini.

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Tiruccio e Marietta erano orgogliosi della loro grande famiglia composta da otto figli tutti impegnati a portare avanti l’attività dei genitori: 1)-Antonio detto Tonino» Nato nel 1944,entrò a far parte della grande famiglia dei padri Redentoristi.. Eletto più volte Padre Provinciale, è oggi Superiore del collegio Redentorista di Teano (CE); 2)-Concetta,coniugata con Alfonso DI CIONE, risiede in Venezuela; 3)-Gerardo, gemello, coniuga to con Antonietta MALANGA; 4)-Carmine, gemello, coniugato con Teresa LOMBARDI; 5)-Rosetta, vedova del caro geom. Donato CONFORTI; 6 )-Margherita, coniugata con il do tt. Giuseppe CARBONE ; 7)-Antonietta, coniugata con il geom. Vito MALANGA 8}-Silvia, coniugata con il geom. Giuseppe TESTA. La “trattori a e locanda” continuò a lavorare anche dopo il terribile sisma del 23novembre 1980, avendo subito danni compatibili con la riparazione e manutenzione provvisoria. Dopo la chiusura per ristrutturazione fu Gerardo e la sua. famiglia, unito

Tiruccio eMarietta, fondatori della storica struttura alberghiera

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A dare inizio all’avventura ristorativa fu la coppia Salvatore “DI MASI classe 1917, e Maria GONNELLA, classe 1921, chiamati da tutti affettuosamente Tiruccio e Marietta. Salvatore, che partecipò alla seconda guerra mondiale e che fu fatto prigioniero dai tedeschi, svolgeva l’attività di contadino, coltivando l’abbondante terreno di sua proprietà.

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RISTORANTE A SAN GERARDO

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Ma l’immagine più bella che serbo del segretario Majorana é la quotidiana passeggiata per il corso assieme ai suoi nipotini tutti attenti ad ascoltare le storie di una vita operosa, dal sapore di favole e fiabe di un tempo, che come tutti i racconti del passato si concludono con una riflessione morale, quasi a dirci che una vita spesa senza slancio etico, non è una vera vita.

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L’ANGOLO VERDE ontinuando la rassegna sugli esercizi di ristorazione della frazione di Materdomini, ci occupiamo in questo numero de La Sorgente della storia dell’attuale ristorante “L’ANGOLO VERDE”, erede dell’antica “Trattoria e locanda DI MASI”» ubicata al nr.62/A di Corso Sant’Alfonso nella zona detta “fiera” dato che ospitava una grande e rinomata fiera di bestiame.

Io continuo a coltivarne la memoria attraverso le parole di mio padre e me lo immagino ancora tra montagne di carte che egli minuziosamente archiviava col suo fedele scudiero Pietro Pallante; .altro che archivi e protocolli di oggi!

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tendosi sulla sola ricostruzione altrimenti non ci sarebbe stato futuro per un comune  Il terremoto, diceva spesso, non può essere un alibi  per la decadenza e la banalizzazione di ruoli e funzioni.  Il primo ottobre 1990 egli andò meritatamente in pensione, non certamente perché ci volesse abbandonare ma in quanto doveri improcrastinabili lo chiamavano altrove . Da qualche anno era iniziato il calvario della compagna di tutta la sua vita che di lì a poco sarebbe venuta a mancare. Un altro colpo inaspettato lo avrebbe ricevuto con la prematura dipartita del suo adorato primogenito ... Gennaro Majorana, incamminatosi sulla strada della quiescenza e dopo aver superato per quanto possibile il vuoto per la scomparsa dei suoi cari, fu tra tutti noi con la discrezione ed il garbo di cui era

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urbana, in quanto lo ritrovava ridondante, caotico e per certi aspetti anche confliggente col quadro normativo ordinario. Erano numerose le discussioni garbate con me; per cui quando si decise di fatto di separare la gestione ordinaria del bilancio di previsione da quella straordinaria e speciale del processo di ricostruzione privata fu più che contento. Non era quello un modo di defilarsi, quanto piuttosto una strategia per meglio concentrarsi su tutto il resto per evitare che un comune terremotato si adagiasse eccessivamente su un modello semplificato, salvo, poi, a ricostruzione avvenuta, ritrovarsi disarmati ed incompetenti rispetto ad una legislazione che in ogni caso si sarebbe evoluta. Egli sosteneva con convinzione che il personale non doveva irruginirsi appiat-

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Allo stesso tempo svolgeva anche l’attività di muratore tanto da costruirsi, a parti re dagli anni cinquanta, il proprio immobile. Dal1956, nel periodo di maggiogiugno, parte della struttura fu adibita a locanda e trattoria per accogliere i numerosi pellegrini che giungevano al Santuario di San Gerardo. Inizialmente l’attività venne svolta solo nelle domeniche quando la “Casa del Pellegrino”, gestita da Padri Redentoristi, non riusciva ad ospitare la massa di pellegrini che giungevano il sabato dalle zone di Caserta e Bari. Inizialmente la “Trattoria e Locanda” assicurava solo un posto letto ed una sala dove i pellegrini consumavano il cibo che si portavano da casa . Fu in un secondo momento che Marietta iniziò a far gustare i prodotti casarecci quali fusilli, cavatielli,

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all’inseparabile fratello Carmine, ad occuparsi del ristorante che fu riaperto nel 2007 con un nuovo nome : “L’ANGOLO VERDE” . Anche Gerardo, come il padre, ha una famiglia numerosa. Un padre orgoglioso di cinque figli : Maria - Virginia - Debora - Salvatore e Antonio. L'entusiasmo e la caparbietà di Salvatore e Antonio è la stessa del nonno Tiruccio. Con grande simpatia i due fratelli accolgono i clienti nel nuovo ristorante, a due passi dalla vecchia “Trattoria e Locanda”, mentre Virginia, custode degli insegnamenti di Marietta si occupa con grande dedizione della cucina. La meravigliosa posizione in cui il ristorante è collocato, il gusto dell’arredo interno ed estemo , la genuinità del cibo, la passione dei proprietari sono i presupposti per un futuro ricco di soddisfazioni.

Salvatore e Antonio


I proverbi costituiscono un bene culturale legato alla storia

delle tradizioni popolari.

Nei proverbi tutti possono identificarsi,

scoprendo qualcosa di sé e rivisitare così, i

di Cettin

propri pensieri e la propria

a Casale

esperienza di vita

IL CAPOSELESE IN POESIA

continuiamo insieme ad arricchire il nostro catalogo

di Mario Sista romano NU POCU R’ PARAVISU NUN C’è B’SUOGNU CA VAI LUNDANU

DETTI

PAR’ CA STAI A LA COSTA AMALFITANA, A LU POSTU R’ LU MARU ‘NGE’ RU VERD’, SI PO’ NGI STAI P’ ‘NA SITTIMANA, NGE’ TANDA R’ARIA BBONA CA SI PERD’.

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Quannu lu piru è maturu Car’ senza lu turcituru

Ammu mangiatu e ammu vipp’tu E ‘ngè rumastu puru lu riestu

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Propriu ‘na manu Santa p’ la terra, arracqua l’uorti e puru rat’ chiant’, li pisci ca ioc’n a fa la uerra, r’ cos’ ca fa ben’ n’ so’ tant’.

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I’ mi ricord’ quann’ ca uagliuni ci iemmu a fa lu bagnu inta l’onna, ci rinfriscammu puru li muluni li tuffi addu l’acqua era cchiù nfonna. Ma quacch’ vota è pur’ traditor’, quacc’run’ c’è muort’ int’ a l’acqua, t’ po’ fa ben’ o mal’ a tutt’ l’or’, si t’afferra t’ “corca,” nun t’ sciacqua.

Però finchè s’ ver’n r’ trot’ ca fui’n ‘nda l’acqua ch’è pulita, mi piaci r’ v’rell’ tanta vot’, ‘st’acqua nun porta mort’, ma la vita!

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E’ gghiutu ru casu ra sotta E li maccaruni ra coppa *****

Fa’ carn’ r’ puorcu ***** Tort’nu e e senza ‘nzogna ***** Surcu cummoglia surcu ***** M’rcante fallitu miez’arr’ccutu ***** Lu sp’talu p’ li cannaruti ***** Chi ten’ sandi Vai ‘mparavisu

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Lu iumu s’ n’ scenn’ chianu chianu, ma quannu ch’è in discesa corr’ assai m’ par’ ca sta fermu ‘nda ru nghianu e cumm’ a nu s’rpendu s’ n’ vai.

L’amicizia stretta Si spezza cu la mazza

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TURISTA CA TU VAI TANTU LUNDANU, MA P’ V’RE’ ST’ COS’ RA VICINU, ‘STU’ PARAVISU E’ QUA A PURTATA R’ MANU, CA SI LU VIRI,TU LI FAI L’INCHINU!

Il fiume Sele Lu iumu r’ Capussela

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Fatti la nnumm’nata E và a arrubbà

Và addu lu patutu E nu gghi addu lu saputu

Ogni p’ccatoru Ten’ la soja divozion’

S’è arr’ccutu Cristu Cu nu pat’rnostru

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LU PATRATERNNU HA FATTU ‘NU REGALU, ‘NU PIEZZU R’ PARAVISU SU LA TERRA, CA L’HA LASSATU A NUI, E MENU MALU, P’ FA GURE’ LA VISTA... E NO’ P’ GUERRA.

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A li zuoppi Cauci ind’a li stinghi

CH’ VAI TRUVANN’ CHIU’ R’ ‘NA VACANZA, QUA TRUOVI TUTTU E PURU A POCU PREZZU, R’ FEMMN’ CU TAND’ R’ CRIANZA, T’ACCOGLN’ CU AMOR’ E NO R’SPRIEZZU.

Ddiu ni libera Ra li p’zziendi arr’ccuti

La Gatta quannu send’ l’addor’ r’ pesce Maccaruni nun’ vol’ cchiiù *****

La vacca ind’ a r’ fav’ E lu puorcu ind’ a r’ ‘mmel’

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Riss’ lu surdu: ”sentu voci” R’spunnìu lu cicatu: ”R’ vvi ‘dda” E quiru senza v’razz’ riss’: “pigliam’r a pret” Arr’vau lu zuoppu e diss’: “m’nàmuci a càuci”

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QUANNU CH’ARRIVI ‘NGOPPA A SAN GIRARDU, T’AFFACCI E VIRI SOTTA LU PAIESU, TI GIRI A L’ATU LATU E RAI NU SGUARDU E RIMANISSI A GUARDA’ P’ ‘N ‘ATU MESU.

Chi ti vol’ ben’ cchiù d’ na’ mamma t’inganna *****

Acqua santa e terra santa Puru lota fann’ ***** A vvocca chiusa nu ‘ntras’n mosch’ *****

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La gatta si mangia nu chilu E pesa tre quarti *****

Puru li ciucci ten’n li pariendi Puru li pulici ten’n la toss’ Puru lu ciucciu è omn’ ***** Lu miezzu culiddu Vol’ fa la guerra a lu rrè ***** Si pigl’n’ cchiù mosch Cu na goccia r mmelu Ca cu na vott’ r’acitu ***** A carocchie a carocchie Acciriu la migliera

Casa accunzata Mort’ pr’ parata ***** Megliu nu quintalu ‘ncapu Cà na goccia n’gulu ***** Nu ‘ngè muortu senza risa Nu ‘ngè sposa senza chiantu

Paparuoli s'ccati

***** Ogni impedimento è giuvamento ***** Si fa nott’ e muglier’ma Nun’ si ‘nfossa (s’atterra) ***** Si mi mettu a fa’ cappieddi Nasc’n’ criaturi senza capu

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La preparazione r l' patan' sfruculat'

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Giovani

DIECI ANNI DELLA NOSTRA STORIA: FORUM DEI GIOVANI DI CAPOSELE

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Forum di un numero sempre maggiore di ragazzi. Visto le prossimità del Natale e l’avvento del anno nuovo concludo questo articolo , per una vera esigenza interiore, con i miei più sinceri auguri. Auguri che, ricordando i gravi problemi del disagio giovanile, della disoccupazione, delle vecchie e nuove emergenze, dei migranti, della incomunicabilità tra le generazioni, invitano a stringersi gli uni agli altri, convinti che la strada da percorrere, spesso piena

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pe Caruso

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Il titolo fa da solo notizia !

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Detto questo, in fase di programmazione delle attività per festeggiare al meglio il nostro decennale, vi ricordo le attività estive che abbiamo fatto in questo 2013: - Torneo di Ping Pong in collaborazione con il gruppo giovanile della Pubblica Assistenza. - La ormai consolidata, ma sempre ricca di divertimento, CACCIA AL TESORO. - Abbiamo partecipato alle linee Guida 2013 I.G.T. della provincia di Avellino aggiudicandoci il finanziamento di un progetto, così strutturato: “Summer Games”: giornata dedicata allo sport. I giovani partecipanti (40), divisi in squadre, si sono cimentati in attività sportive quali: basket, pallavolo,

corsa, tennis, etc; In questa occasione è stata favorita l’ aggregazione, la socializzazione e la collaborazione dei membri della squadre; -“Spassi e Ripassi”, giornata all’insegna del gioco. Un momento aggregante e di promozione dell’attività sportiva come stile di vita salutare. Le squadre (in totale 10 squadre da 5 ragazzi l’una) si sono affrontati in ingegnosi step pratici quali: la staffetta, i giochi con l’acqua, il bowling, la mosca-cieca, etc. Utilizzando materiale povero di recupero mettendo alla prova anche la loro creatività; - “Young people and music” , l’evento conclusivo del progetto. È stata realizzata una serata musicale (con il gruppo MOLOTOV D’IRPINIA) per promuovere, attraverso un evento artistico –culturale, l’aggregazione tra i giovani e l’unione sociale, filo conduttore di tutte le attività del Forum, dove ha visto una vasta partecipazione anche dai paesi limitrofi; - Partecipazione al triangolare di calcio per raccogliere fondi da devolvere all’associazione Pupi; - Promotori del progetto “Youth Action for Peace Italia” che ha portato a Caposele, nella giornata del 28 agosto, cinque ragazze e tre ragazzi, provenienti da Gran Bratagna, Russia, Turchia, Giappone, Francia, Stati Uniti. - Partecipazione ai tre giorni di formazione, “Giorana della Gioventù a Venticano”; Vi preannuncio che nei mesi prossimi stiamo organizzando la presentazione del libro di Sami Modiano, sopravvissuto alla Shoah, “PER QUESTO HO VISSUTO”. In questi mesi abbiamo lavorato anche alla modifica del nostro regolamento di funzionamento, abbassando l’età di partecipazione al Forum a 14 anni ed apportando altre modifiche sia per adeguarci a nuovi parametri europei che per facilitare l’incremento nel

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l prossimo 22 aprile il Forum dei Giovani di Caposele spegnerà le sue dieci candeline, una per ogni anno di attività e di crescita di questa istituzione che rende,da sempre, noi giovani protagonisti . In questi anni tantissimo è stato fatto ; sono i ricordi, i riconoscimenti regionali, le feste e tanto altro ancora a ribadire quanto sia importante al giorno d’oggi essere gruppo e quanto sia difficile per i componenti del Forum toccare le corde giuste dei giovani e così spingerli sempre più a partecipare, ad essere attivi nella propria comunità, a dare un piccolo, grande contributo per la nostra Caposele . È doveroso da parte mia, in questo articolo ringraziare ed elencare tutti i vari Coordinatori che si sono susseguiti nel tempo , scusandomi anticipatamente per aver omesso, solo per motivi di spazio, tutti gli altri componenti che con il loro contributo costante e l’amore per il nostro Paese hanno fatto si che il Forum arrivasse a livelli prestigiosi: Cetrulo Vitale (2004-2006), Cirillo Donatello (2006-2008), Donatiello Ernesto (2008-2010),Nesta Elena (2010-2012), Caruso Giuseppe (2012- ad oggi).

di Giusep

di stazioni da Via Crucis, è quella della Solidarietà, della Tolleranza, dell’ Altruismo, del Rispetto, dell’ Onestà,della Verità e dell’ Impegno. Questo è il messaggio che voglio lanciare all’intera Comunità di Caposele. Sperando che questo Natale possa riempire le nostre case della gioia dello stare insieme e del condividere, VI AUGURO BUONE FESTE!


Politica

Attualità

Il Vocabolario Caposelese - Italiano In origine, al tempo nella neonata Italia, la progressiva affermazione della lingua comune di base toscana ha riguardato pressoché esclusivamente l’uso scritto di una ristretta fascia di persone colte, mentre l’endemica piaga dell’analfabetismo ha impedito a larghi strati della popolazione di apprendere l’italiano. Il dialetto era del resto il mezzo espressivo di cui si avvalevano anche cittadini eminenti: lo stesso re Vittorio Emanuele II ricorreva al piemontese in ogni occasione. Al momento dell’Unità la percentuale della popolazione in grado di affrancarsi dall’uso del dialetto era pari solo al 2,5%, quota comprensiva di coloro che avevano frequentato la scuola postelementare (meno dell’1%). Parallelamente vi era una minoranza

esclusivamente le parole proprie di Caposele, e non quelle in uso anche altrove, ma su questo punto decideremo nel dettaglio nel corso dei lavori. Non è superfluo dire che la partecipazione al comitato è aperta a tutti e che sarà particolarmente gradita l’adesione di giovani o anziani “esperti” della nostra civiltà contadina, dalla quale derivano la maggior parte dei vocaboli caposelesi. Da queste pagine rilancio pertanto l’appello ad aderire al progetto Vocabolario Caposelese: potete farlo contattandomi personalmente o inviando un messaggio a RadioLontra Caposele. Con un po’ di buona volontà, entro un anno potremmo avere l’orgoglio di presentare il primo Vocabolario Caposelese – Italiano.

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più facile dirlo in italiano. Questo per quanto riguarda la lingua parlata. Se si tratta di scrivere qualcosa, senza alcun dubbio, tutti ricorriamo esclusivamente all’italiano, a meno che non si voglia scrivere “iocandi causa”. Ed attualmente la comunicazione E questo è solo l’inizio. Centinaia per iscritto, grazie ai social network, di altre parole fanno parte del nostro rappresenta una componente assai dialetto, il Caposelese, ed entreranno a importante nei rapporti umani. buon diritto nel Vocabolario Caposelese, E’ finanche lecito chiedersi, un’opera titanica che sta per prendere attualmente, quale sia la nostra lingua il via. madre. Di noi caposelesi, intendo. Se non ora, quando? Se qualche decennio fa si pensava in Il dialetto è l’idioma proprio di una dialetto ed all’occorrenza si traduceva, determinata comunità, caratterizzato con qualche fatica, in italiano, la stessa dall’ambito geografico relativamente cosa non si può affermare oggi. Ci sono ristretto e dall’uso perlopiù orale. generazioni di bambini (ma soprattutto Nel nostro caso stiamo già bambine) che hanno meno difficoltà assistendo ad una trasformazione ad esprimersi in italiano che in della comunicazione orale tra l comitato è composto da caposelesi amanti del nostro caposelese. i caposelesi ed all’abbandono dialetto e delle nostre tradizioni che, con laboriosità Tutto questo per dire che se il definitivo di diversi vocaboli. certosina, analizzeranno e classificheranno tutti i nostro dialetto non si perderà del Occorre affrettarsi, quindi. tutto, certamente si trasformerà, nostri termini dialettali. La comunicazione in si è già trasformato. Sono già lingua italiana, anche nelle centinaia i vocaboli arcaici e conversazioni tra noi compaesani, è un non scolarizzata, ma in grado di desueti che, come nei dizionari ufficiali, fatto meno raro rispetto a qualche anno esprimersi con le “autorità” in uno dei andrebbero riportati con una piccola fa ed è destinata a guadagnare spazi registri intermedi fra l’idioma locale e croce a fianco. sempre maggiori in un prossimo futuro. la lingua italiana: una competenza della E’ quindi giunto il momento A differenza che in passato – penso lingua italiana di tipo incerto e lacunoso, di studiare quella componente alla mia generazione ad esempio tale comunque da metterla in grado, fondamentale della cultura caposelese – sono molti i genitori caposelesi all’occorrenza, di capire e farsi capire. che è il nostro dialetto, e dare alle Col tempo diversi fattori hanno stampe un vero e proprio dizionario. che oggi si rivolgono ai propri figli prevalentemente in italiano e la lingua contribuito ad estendere la comprensione L’opera, come dicevo all’inizio, e l’uso della lingua italiana anche nazionale è usata in maniera naturale è immane, ma la rapidità e la facilità nelle conversazioni tra i bambini in età in piccoli paesi dell’entroterra come di comunicazione fornita dai social prescolastica. I più frequenti rapporti Caposele: la leva militare obbligatoria network potrà rendere l'impresa meno con i bambini dei paesi circostanti (ai su base nazionale, l’azione sempre gravosa. corsi di nuoto in piscina, a scuola calcio, più estesa e incisiva dei mezzi di Attraverso la pagina facebook più in vacanza o anche semplicemente nei comunicazione di massa (prima fra diffusa nella nostra comunità, ovvero nidi dei centri commerciali) impongono tutte la televisione) e l’obbligo della RadioLontra Caposele, ho promosso la l’uso parlato dell’italiano in occasioni frequenza scolastica, naturalmente. costituzione di un “comitato scientifico” Questo, per fortuna, non ha eliminato c h e c u r e r à l a sempre più numerose. Anche gli adolescenti, che hanno i dialetti, che tuttavia hanno subito una r e a l i z z a z i o n e sempre più rapporti con i coetanei di trasformazione, essendo sempre più del Vocabolario contaminati dai vocaboli della lingua Caposelese. altri paesi o regioni, hanno sempre più occasioni di nazionale. Oggi difficilmente troveresti Il comitato un caposelese che dice “cat’catasc’” esprimersi in italiano, non per vanità, è composto da riferendosi alle lucciole, o “p’scrai” per caposelesi amanti ma per reali finalità comunicative. L’abitudine all’italiano, quindi, fa sì dire dopodomani. del nostro dialetto D’altra parte, anche tra paesani, che anche nei rapporti tra caposelesi si e delle nostre usi sempre di più la lingua di Dante ed il non è agevole affrontare discussioni tradizioni che, nostro dialetto tenda a ridimensionarsi. tecniche su svariati temi – sui nuovi con laboriosità E’ questo il risultato di un’evoluzione dispositivi elettronici, sulla politica c e r t o s i n a , che è cominciata con l’unità d’Italia, ma o anche sullo sport, ad esempio – analizzeranno e che nei piccoli paesi ha subito una forte utilizzando esclusivamente il proprio classificheranno accelerazione proprio negli ultimi anni. dialetto che è privo di vocaboli specifici. t u t t i i n o s t r i Senza addentrarci in lunghe Provate a tradurre in caposelese “resetta termini dialettali. ricostruzioni storiche, è utile ricordare il computer”, o “si vota sulla decadenza La mia idea è che per molto tempo l’italiano è stato in Parlamento” o “l’attaccante rientra quella di inserire dal fuorigioco”. Vi renderete conto che nel vocabolario una lingua assai poco parlata. è impossibile, oppure è semplicemente

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Abbalutu: sfinito A’ppzzà: mettere a fuoco (riferito alla vista) Arrurcà: livellare il terreno seminato Ascià: cercare Assaucaturu: uccellino diventato autonomo (in grado di lasciare il nido) Ass’llanà: ansimare

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di Alfon

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Sport Attualità

I FALO’ O I FOCAROLI

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no che emanava un odore acre e forte. La fumata generale era il segnale che la festa si avviava a finire e tutti cominciavano a prendere la via di casa. Prima i ragazzi che già russavano al caldo dei loro lettucci quando arrivavano i grandi. Poi le mamme che l’indomani si sarebbero dovute alzare presto, un po’ per abitudine, un po’ per preparare la colazione ai bambini. Da ultimo i nonni che, pur dormendo poco, di solito si alzavano prima di tutti per accendere il camino, cercando di non dare fastidio alla donna di casa intenta a fare le pulizie, e, quindi, ad appendere la solita pentola per l’acqua calda o a mettere i ceci nel piccolo pignato accanto alla brace del camino, rito abituale di tutte le mattine. Un altro giorno era cominciato. La pioggia, che in quei lunghi inverni non mancava mai, o la neve avrebbe coperto la cenere dei falò e cancellato le tracce di quel sano e fugace divertimento. L’argomento dei giorni a venire sarebbe stato il Carnevale, l’uccisione del maiale e una mangiata di carne fresca cotta sotto la cenere del camino, avvolta nella carta oleata e nelle pagine di giornale. Si era in tema. “Sant’Antuono, maschere e suoni”. Non a caso Sant’Antuono è sempre raffigurato con un maiale accanto!

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la prima fumata. Intanto le più anziane, sollecitate da coloro che le sedevano accanto, soprattutto i più piccoli, cominciavano a raccontare. Erano, in genere, racconti di ricordi lontani, della loro infanzia, a volte piccanti e pieni di sottintesi, come potevano essere in quei tempi nei quali la religione e la poca confidenza tra i sessi imponevano un certo pudore e una naturale timidezza, che si attenuava nelle donne più anziane e più “sboccate”. Racconti che attiravano l’attenzione degli ascoltatori, specie dei più piccoli che stavano accovacciati davanti, a stretto contatto con il fuoco, giravano il collo per non perdersi una virgola e guardare in faccia la narratrice o il narratore, quasi a volerne succhiare ancor più il velato significato, che spesso non comprendevano e perciò facevano insistenti domande e spesso prendendosi in testa delle dolorose carocchie date, con le nocche delle mani nodose e dure come l’acciaio, da quelli più anziani. Spesso ci scappavano delle bestemmie e le carocchie aumentavano. Quando la brace diventava più compatta e si cominciava a depositare la cenere, di colpo venivano fuori, come materializzandosi dal buio, castagne e patate che si mettevano sotto la cenere e sopra ci si appoggiava la brace. Le patate venivano scelte con cura, quelle oblunghe e di piccole dimensioni, perché il calore e la cottura penetrava al loro interno e non si cuoceva solo la parte esterna. Le castagne, poi, si mettevano allineate con cura dopo aver fatto spazio nella brace, con la parte piatta sotto e dopo averne intaccato, con la punta del coltello, la corteccia per non farle scoppiare quando con il calore si sarebbe formata l’aria al di sotto della corteccia. L’intaccatura avrebbe permesso l’uscita dell’aria senza scoppio e senza pericolo. Prenderle dalla cenere e dalla brace al tempo giusto era compito riservato ai più esperti, sempre sotto il consiglio e gli avvertimenti di chi credeva di saperne di più. Appena si cominciava a mangiare compariva un boccione di vino che faceva il giro di bocca in bocca. Si beveva tutti, direttamente al collo della bottiglia, dopo essersi nettata la bocca con il dorso della mano. Dopo si poteva fumare in pace un’altra sigaretta che si arrotolava con mani esperte, mettendo in una cartina del trinciato che si prendeva da una piccola sacca di pelle o direttamente dall’originario involucro di carta. C’era anche chi cacciava la pipa con il fornello di terracotta e la cannuccia ricurva di bambù, che accendeva con la piccola brace prelevata dal falò che si andava man mano a consumarsi. Qualcuno cacciava un sigaro dal panciotto, mica quelli profumati, che in paese non si vendevano, ma un grossolano mezzo tosca-

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Faceboox. Per dichiararti ad una ragazza dovevi parlarle, possibilmente da solo a sola e la sera della vampalenzia era una buona occasione per strappare qualche appuntamento o allontanarsi per un po’ in un vicolo adiacente, approfittando della distrazione degli arcigni genitori intenti a godersi il tepore del falò. Quella dei falò è uno squarcio di vita paesana di una volta, tipica anche di comunità più numerose, che in quegli anni, nei quali la civiltà contadina connotava ancora gli aspetti ed i comportamenti della vita e delle relazioni, dava luogo ad un sano divertimento collettivo. Chi non ricorda le bellissime scene di Amarcord, del grande Fellini, film che con una maggiore patina di onirica nostalgia richiama i Vitelloni dello stesso regista. La preparazione del falò durava poco. La legna veniva accatastata, con un certo ordine in verticale, attorno ad un palo che si faceva reggere tra alcuni tronchi pesanti poggiati al suolo o era mantenuto da cassette da frutta rese inservibili dal molto uso e non più utilizzabili, o da sporte fatte di scorze di alberi, sottili, secche e facilmente infiammabili. All’interno delle cassette si metteva un po’ di paglia secca e un foglio di giornale per permettere una rapida accensione. Tutt’intorno si mettevano delle fascine in verticale, rami e tronchi di varie dimensioni e tipi di legno: aceri, querce castagni, ulivi – che sviluppavano un calore forte e rosso – legati con salici o legacci di fibre naturali. Mai da fili di ferro che non si consumavano con la fiamma e ti scottavano terribilmente quando cadevano per il vuoto che si veniva a creare per la consumazione dei “taccheri” che mantenevano. Quando tutto era pronto e già calavano le prime ombre della sera il più anziano, sollecitato dagli inviti di chi aveva già preso posto intorno al falò e cominciava ad intirizzirsi (inviti che si facevano sempre più pressanti e insistenti e avevano avuto ragione delle richieste di chi, invece, voleva ritardarne l’accensione, perché il loro falò doveva durare più a lungo degli altri), strofinava un fiammifero con la mano infreddolita e l’avvicinava al pezzo di giornale che fuoriusciva dalla pila e finalmente dava fuoco. La fiamma si propagava in un baleno e le persone che stavano sedute intorno al falò tiravano indietro i loro “scannitielli, per l’improvviso calore, costringendo quelli che stavano in piedi dietro di loro ad arretrare, salvo poi riavvicinarsi di nuovo quando la fiamma si faceva sempre più piccola e lasciava il posto al formarsi della brace. La festa incominciava. Le donne, che erano sedute su quegli appositi “scannetti” o su basse seggiole alle quali erano stati segati i piedi, levavano le mani da sotto i mantesini e, allargando le palme e alzandole, le avvicinavano alla fiamma per scaldarsi meglio. Gli uomini cacciavano la pipa da sotto i loro tabarri, molti dei quali avevano portato via quando erano tornati dalla leva militare o dalla guerra, l’accendevano con piccoli carboni ardenti e si facevano, beatamente,

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falò o i “focaroni”, come oggi vengono più comunemente denominati, richiamano una tradizione consolidata nei secoli, non solo in Irpinia ma in tutto il territorio nazionale, e si fanno in occasione di diverse festività non solo d’inverno ma anche nei mesi estivi. Di solito, però, si fanno nel periodo di maggior freddo (metà gennaio) e si fanno risalire al culto per Sant’Antonio Abate, quello che nella tradizione popolare si rappresenta accompagnato con il maiale. Sant’Antonio Abate è considerato il protettore del fuoco, forse – come dice la tradizione- per essersi recato perfino nelle fiamme dell’inferno per contendere le anime dei cristiani al diavolo. Dappertutto Sant’Antonio Abate, forse per distinguerlo dall’omonimo Santo di Padova, ma anche per un’antica consuetudine di confidenzialità, ritenendolo un Santo popolare e della povera gente, viene chiamato Sant’Antuono. E’ festeggiato il 17 di gennaio; ed è appunto in tale giorno (ma anche nel giorno della vigilia) che si accendono i focaroni. Con la festività di Sant’Antuono si dà inizio al carnevale. “Sant’Antuono, maschere e suoni” dice il detto popolare per ricordare l’evento. Dalla domenica successiva, infatti, escono le maschere e si intrecciano canti e balli che durano fino al martedì grasso, ultima giornata di Carnevale e clou delle feste. Il mercoledì successivo comincia la Quaresima e addio maschere e suoni! E’ tempo di penitenza per la preparazione alla Pasqua. I falò non a caso si fanno nel periodo di maggior freddo, quello durante il quale una volta si ammazzavano i maiali e, non essendoci ancora i frigoriferi, era considerato il tempo migliore per lavorarne la carne, salarla e conservarla in locali lontani dal caldo dei focolari. Nei “vasci”, come si chiamavano a Castelvetere i locali a pianterreno spesso non pavimentati che, specie d’inverno, erano freddi e asciutti, perciò idonei a conservare frutta ed alimenti ed anche il vino per chi non aveva una cantina attrezzata. Gennaio è il mese più freddo dell’anno e, quando non cade la neve, il vento ghiacciato ti taglia la faccia e le mani, che si riempiono di geloni. I falò che a Castelvetere, ma anche in altri paesi irpini, chiamano vampalenzie, forse perché fanno una fiamma alta e che dura poco, se al centro non si mettono grossi tronchi dei quali ci si libera più difficilmente, si facevano in molti vicoli, negli spiazzi davanti alle case e nelle piazze. In quelle grandi il fuoco si sperdeva e le fiamme sembravano più piccole. Nei piccoli spazi, invece, acquistava maggiore risalto, arrivava quasi ai tetti e dava più intimità. Era come se il focolare domestico si fosse allargato e la famiglia si fosse estesa alla parentela meno prossima ed ai vicini. Si realizzava, per così dire, il condominio del fuoco del vicolo. Era un momento di partecipazione collettiva e di socializzazione, in tempi nei quali non poteva esserci relazione alcuna senza la vicinanza e la conversazione faccia a faccia. Non c’erano i telefonini per gli sms e, per la verità, neanche i telefoni, non internet né

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di Nino Lanzetta


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Turismo

Piccoli passi verso la crescita

turismo locale

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plicato. Interessante perché il turismo suscita sempre delle belle sensazioni, come il desiderio di scoperta, la voglia di conoscenza, il piacere di sapori nuovi. Allo stesso tempo complicato, sia per chi lo fa, sia che per chi lo riceve. Chi fa turismo programma il viaggio in base alle sue esigenze, ai suoi sogni, alle sue aspettative. E sono proprio le aspettative quelle che contano di più in questo settore. Il motivo viene subito spiegato dal fatto che quando l’esperienza risulta essere pari o addirittura superiore alle proprie aspettative si ha un livello di soddisfazione che porta con sé tutti i suoi benefici, non solo per il turista ma anche per il luogo che lo ha accolto, e viceversa sotto il punto di vista negativo, poiché un turista non soddisfatto non spenderà di certo belle parole. Chi riceve turismo, quindi, si trova a dover soddisfare nella maniera più completa possibile tali esigenze e tali aspettative. Per Caposele, così come per Materdomini, il nodo della questione è anche questo. Non è facile portare un piccolo centro ad alti livelli di fruibilità, in quanto le barriere che si incontrano sono sempre troppe e molto spesso difficili da superare. C’è da dire però che negli ultimi anni sono cambiate tante cose, sia in maniera positiva che in maniera negativa, e chi vive a Caposele conosce bene certi cambiamenti, che vanno sicuramente letti sotto un punto di vista oggettivo e mai soggettivo. Io preferisco guardare il bicchiere mezzo pieno anziché mezzo vuoto, ed è per questo che penso che ogni passo, anche se spesso compiuto in maniera impercettibile, possa servire in qualche modo, non a riempire quel bicchiere cosa decisamente poco realistica e molto utopica - ma a far crescere di valore il liquido al suo interno e a rendere le aspettative di chi visita il nostro paese sempre più soddisfacenti. Itinerari, manifestazioni ed eventi A questo punto mi sembra doveroso fare riferimento ad uno di quei passi di cui poc’anzi accennavo: il sistema

museale, che integrando l’offerta turistica presente al momento, riesce a proporre cultura, natura e tradizione, tutti elementi ricercatissimi dal turista attuale. Si è lavorato tanto intorno a questi elementi per ottenere risultati concreti e c’è da dire che in soli 18 mesi il riscontro è stato positivo, soprattutto se pensiamo che per i primi 12 l’ingresso alle strutture era libero e solo da maggio scorso si è passati al sistema con un contributo d’ingresso: c’è stato un incremento delle visite dall’anno scorso ad oggi che fa ben sperare. Nel citato periodo Maggio-Novembre sono stati contati poco più di 2000 ingressi di diversa natura (studenti di vario ordine, gruppi organizzati, singoli cittadini, scolaresche, associazioni, enti) Sicuramente c’è ancora tanto da fare, i progetti in corso sono molteplici, ma le soddisfazioni e un indotto concreto cominciano a venir fuori a piccole dosi. Tutto ciò è stato possibile grazie al contributo di tanti ragazzi, che con passione e in maniera del tutto volontaria, hanno reso possibile la crescita di questa piccola realtà. Le aspettative di coloro che scoprono per la prima volta il nostro paese sono sicuramente ben ripagate dallo spettacolo che gli viene offerto dalla natura e dalla cordialità di chi li accompagna. Motivo per cui chi saluta questo paesino lo fa con soddisfazione e gratitudine, per aver potuto ammirare ed apprezzare cose che per molti sono ancora sconosciute. Ed è proprio questo ciò che intendo quando dico che il bicchiere va osservato con ottimismo, poiché alla base dei successi ci sono sempre certe piccole soddisfazioni. E poi anche perché, se chi ha creduto di poter creare un piccolo turismo a Caposeleci è riuscito, vuol dire che è possibile fare tanto altro. E con tanto altro intendo un sistema più ampio, che possa far crescere ed abbracciare non solo le attrattive di Caposele e il turismo religioso di Materdomini, ma anche le bellezze dei paesi a noi vicini.

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hi conosce il termine turismo sa bene che ci troviamo di fronte ad un concetto tanto interessante quanto com-

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di Gerard

Chi decidesse di fermarsi a Caposele e nei suoi dintorni, ha buone ragioni per farlo: questo paese, infatti, ha sempre affascinato i suoi visitatori. I due centri abitati, uno a guardia delle Sorgenti, l’altro aggrappato al Santo della Collina, ricostruiti a seguito del sisma del 1980, conservano la loro memoria storica nell’impianto urbano proprio di un’economia contadina, le cui tracce si ritrovano anche in una gastronomia tipica. Chi ama i borghi sicuramente qui trova piazze, vie, vicoli e quartieri storici interessanti.

Chi predilige percorsi fluviali, lungo il Sele e le sue aste secondarie può scoprire un habitat incontaminato con la presenza di una flora e di una fauna, altrove scomparse. Chi preferisce itinerari montani, può inerpicarsi per antichi tratturi su cime con panorami mozzafiato, per poi ridiscendere sui declivi collinari dove sono insediate piccole aziende agricole. "Chi ama la cultura puo' visitare il MUSEO dell'ACQUA e il MUSEO delle MACCHINE di LEONARDO. -

Ma è il senso di accoglienza dei Caposelesi la peculiarità da esplorare; una comunità che riempie di significato un intero anno con manifesta zioni folkloristiche, eventi culturali e ricreativo-sportivi. Insomma Caposele è Città di Sorgente da visitare, per essere “Divorata con gli occhi e penetrata con il cuore.”

Comune di Caposele

Proloco Caposele

Associazione

Pro Turismo San Gerardo

Irpiniaturismo.it

CHIEDI INFORMAZIONI SUL MINI TOUR TURISTICO

Intorno a noi

Punti di Ristoro e Attività

VALVA: IL CASTELLO

Strutture Ricettive

La Villa dei Marchesi d’Ayala di Valva e l’annesso parco, sorgono nel Comune di Valva, in provincia di Salerno, su un terreno ad andamento degradante, alle pendici del Monte Marzano. Un complesso artistico degno di una visita.

SANT’ANGELO DEI LOMBARDI: IL GOLETO: Nel piccolo borgo irpino di Sant’Angelo dei Lombardi, emerge elegante e maestosa l’Abbazia di Goleto, edificata da San Guglielmo nel XII sec.

CONZA DELLA CAMPANIA: IL PARCO ARCHEOLOGICO DELL'ANTICA COMPSA Antichissime sono le origini di Conza della Campania, cittadina abbandonata quasi completamente a seguito del sisma del 1980. Gli scavi condotti a partire dalla seconda metà degli anni '80 hanno portato alla luce reperti e strutture di grossa importanza, tanto che si è progettato di farne un grosso parco archeologico.

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Storia

delle sorgenti di

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materiali trascinati in basso per erosione, forse anche al crollamento di qualche caverna che doveva rappresentare l’ultimo tratto di quel corso d’acqua sotterraneo, come attesterebbe la ripida scarpa delle pareti della depressione. L’uscita dell’acqua avviene mercè numerose polle sgorganti per la maggior parte entro edifizi adibiti ad uso di cantine, ed alcune all’aperto, fra cui notevoli quelle uscenti a Est del piazzale della Sanità, presso la eappella omonma, le quali zampillano in un tratto pianeggiante. La quota delle sorgenti della Sanità supera in media di poco i m. 420 : più particolarmente, si osserva un graduale innalzamento dalla estremità meridionale del citato arco fino a quella settentrionale, col procedere da Sud a Nord, dalla quota di m. 420 a 420,60 nel bacino di raccolta a quella di m. 423 dietro la chiesa detta pure della Sanità. La crosta detritica, ora più ora meno potente, con depressioni colmate da argille, da sabbia e da frammenti di roccia, sì estende sui calcari sino al fondo della valle. Non è escluso che da essa non sgorghino altre piccole

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on occorre qui prendere in considerazione le già citate sorgenti a Sud di quelle di Caposele, le quali, benché di essenziale importanza per il regime di magra del Sele, sia per la loro distanza dalla principale, sia per la quota « a cui scaturiscono, non si trovano in condizioni tali da essere utilizzate in alcun modo per il nostro scopo. Le sorgenti che ci interessano particolarmente, e di cui ci occuperemo, sono quelle dette della Sanità, le quali sgorgano nei pressi dell’abitato di Caposele, alle falde del monte Paflagone, contrafforte del monte Cervialto. Mg. 1. — Le sorgenti della Sanità allo stato vergine Il gruppo principale di queste sorgenti erompe sul fianco orientale del già descritto gruppo montuoso, in un tratto depresso dell’orlo dei terreni impermeabili che ricinge la montagna, lungo una linea semicircolare colla concavità rivolta verso Est, da una grande parete rocciosa, calcarea, qua e là coperta da detrito cementato fortemente dall’azione incrostante delle acque. L’origine della copertura detritica può attribuirsi, oltre che all’accumularsi dei

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di Rodolfo Co zzarelli

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miglioravano la loro condizione rispetto a quella dei loro padri. In questa situazione la speranza di difesa dei cittadini è riposta in un sistema giudiziario libero e giusto, nei sindacati che perseguono gli interessi legittimi dei lavoratori, negli imprenditori onesti e lungimiranti, nella informazione e nella scuola che diano voce e forza ai mutamenti necessari e alla trasformazione della società in cui viviamo. Si impone una vera rivoluzione culturale che insegni a tutti il rispetto di regole democratiche certe e i valori della solidarietà e dell’uguaglianza che sono fondamentali ai fini di una giusta convivenza civile. Mi auguro, vista la gravità dei problemi, che ciò avvenga al più presto e che lo spirito di buona volontà che anima il Natale ormai vicino aiuti anche i politici a trovare una soluzione non più rinviabile alla crisi che attanaglia l’Italia.

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Lo sviluppo economico e sociale non si è così realizzato un po’ dovunque ma in particolare in Italia dove i partiti e la classe politica a cui era stato affidato questo compito, si sono dimostrati non solo incapaci di assolverli ma hanno “sviluppato”un rete di privilegi e sperperi che credevamo finiti con la caduta di baroni, conti, principi, re e dittatori e l’avvento della democrazia parlamentare. Niente fatti né lotta decisa alla crisi, ma risse e contrasti continui tra le forze politiche anche ora che i cittadini vivono un disagio economico e morale sempre crescente. I giovani, in special modo, perennemente precari o senza lavoro, fanno affidamento solo sul sostegno fornito dai genitori e dai nonni invertendo la tendenza secondo la quale i figli diventavano autonomi e

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Caposele

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Descrizione

accadere in una istituzione democratica basata sull’eguaglianza, sulla centralità della persona umana e sul principio del voto maggioritario. La speranza di un avvenire diverso dipende dalla capacità di coloro che stanno al governo di sentirsi “rappresentanti” della società che li ha eletti anziché di pretendere di esserne i capi ed i padroni. Nessun ministro può onestamente propugnare un ideale di uguaglianza nella società quando si ritiene che quello stesso ministro possieda qualche forma di predominio sugli altri. La storia ha dimostrato più volte che il dominio assoluto di re e dittatori apre la via all’ingiustizia ed alla disuguaglianza sociale. Tuttavia l’alternativa di un governo eletto dal popolo si è spesso dimostrata ingiusta perché persino i parlamentari eletti possono diventare egoisti e dittatoriali in un mondo in cui coloro che hanno il compito di “servire” possono invece considerarsi padroni . L’unione europea che sembrava una comunità economica e politica ben concepita, ha aperto l’animo di tanti alla speranza di pace e benessere. Purtroppo anche essa è degenerata sotto la pressione delle esigenze egoistiche delle varie sovranità nazionali che hanno disgregato lo spirito di solidarietà e di fiducia costruiti con tenacia da uomini illuminati.

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onoscere i fatti avvenuti nel passato è sempre utile ma diventa prezioso quando consente di evitare di commettere errori tragici alle generazioni successive e di vivere una vita migliore. Le crudeltà e le grandi sofferenze inflitte alle popolazioni dal nazi-fascismo, dal comunismo e dalle due guerre del secolo scorso dovrebbero indurre le nazioni alla pace, alla moderazione ed a perseguire forme di governo più giuste. Purtroppo le controversie civili ed internazionali non sono finite ed i governi non brillano certo per equità sociale. L’affare, la politica, la religione e qualunque altra bandiera è stata sventolata per giustificare l’incessante lotta per il potere e per il dominio territoriale ed economico. Le terribili esperienze imposte dal nazismo e dal fascismo hanno fallito; l’impero britannico è crollato, il comunismo è stato screditato e s i è sbriciolato mentre il capitalismo rischia di non essere più accettabile. In buona sostanza sia che le nazioni siano governate da regimi militari o da parlamentari eletti, da autocrati o democratici, sia che vengano definite monarchiche socialiste o repubblicane, il risultato finale è sempre lo stesso: i pochi controllano il destino dei molti. Quando c’è una dittatura, questo è naturale ma non dovrebbe

passato

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Uno sguardo al

sorgenti, le quali si unirebbero alle acque che sovra vi si precipitano in pittoresche cascate dalle polle superiori. Si deve però dichiarare che nessuna prova si ha dell’esistenza di tali sorgive. La temperatura delle sorgenti di Caposele fu oggetto in differenti stagioni di una serie di misurazioni, dalle quali risultò che quelle sgorganti verso Nord hanno una temperatura costante alquanto minore di quelle che zampillano a Sud. Nell’agosto 1897 si era misurata la temperatura dell’acqua ad una delle bocche presso l’Idrometro e si era trovata di circa 9°; ciò dimostra la debolissima influenza delle variaz i o n i della temperatura ambiente su quella delle acque. Tenendo poi conto delle varie temperature delle sorgenti secondo la direzione in cui sboccano, essendo constatato che quelle rivolte a Est e a Nord sono più fredde di 1° di quelle rivolte a Sud, si può ritenere che le acque di queste polle, convenientemente raccolte, potranno avere all’origine una temperatura non superiore a 9°.

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Delle acque di queste sorgenti venne fatto dall’Ufficio speciale, seguendo fedelmente le norme e prescrizioni a stampa della Direzione di Sanità pubblica, il prelevamento di due campioni, il primo all’origine di una delle sorgenti, il secondo nella vasca di riunione, per ricercare la natura dell’acqua di tutte le sorgenti riunite, cioè nelle vere condizioni in cui si farà la derivazione.


Politica

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dei rifiuti, della raccolta differenziata e dell’utilità del porta a porta. Un partito che sappia valorizzare l’ambiente ed abbia nel suo DNA la sua salvaguardia chiedendo al Sindaco, per esempio, un chiarimento più puntuale su ciò è accaduto nei giorni scorsi alle sorgenti del Sele; suggerendo una maggiore attenzione all’argomento ed una maggiore comunicazione ed informazione ai cittadini che sono perplessi ed attendono risposte. Contestualmente dobbiamo essere un partito che abbia anche il coraggio di iniziare a discutere di qualcosa di impopolare e nominare la parola “contatori”. Una parola sacrilega per i caposelesi. Dobbiamo iniziare a porci questo problema per poter continuare a garantire gratuitamente a tutti sia il servizio che l’uso più che necessario dell’acqua, ma dobbiamo anche avere il coraggio di dire che l’uso improprio, l’abuso si deve far pagare. Questo sia perché l’acqua è un bene prezioso e non infinito che deve arrivare a tutti in tutte le stagioni dell’anno ma anche perché, nei prossimi anni, l’uso smodato e spropositato di pochi determinerà una minore risorsa economica e quindi minori servizi per tutti noi. … Un partito propositivo e inclusivo è un partito aperto… proponiamo l’istituzione di Forum tematici da affiancare agli organismi dirigenti del nostro circolo... Confermiamo quindi l’importanza sul partito che ascolti, e che mobiliti tanti su iniziative varie ma forti. Sperando che i migliori si facciano avanti, ma non semplicemente con un post su Facebook o con un Tweet ma facendo politica nelle sedi opportune, deputate al dialogo ed al confronto civile. Un partito…che quindi non vuole appiattirsi alle sole tematiche locali. Un partito che deve studiare prima di parlare, che abbia le competenze specifiche e dia dei dati precisi quando si parla di “convenzione” o di convenienza economica quando si sceglie sull’Unione dei comuni. Un partito che parla al plurale e non ammette le inconsistenti velleità di un singolo. Per fare questo avremo bisogno di coraggio, a partire da stasera. Avremo bisogno di studiare tanto, avremo bisogno di libertà e soprattutto di entusiasmo. Fare politica oggi è un rischio. Sarebbe più comodo ritirarsi da parte, aspettando che passi lo scontento, la rabbia, la stanchezza. Ma pensiamo che tocchi a noi cambiare, senza lamentarsi di chi non vuol farlo mettendosi in gioco. Perché questo accada, non basta avere buone idee, bisogna avere la voglia e la forza di concretizzarle coinvolgendo tutti, suscitandone speranze, alimentandone i sogni. Ecco perché abbiamo bisogno di entusiasmo, di speranza, di fiducia; di chi non si arrende, di chi non si rassegna, di chi ha voglia ancora di alzarsi e di provarci....”

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si fa lo stesso. Non è un buon esempio e la classe dirigente deve essere principalmente di esempio corretto. Il PD è degnamente rappresentato in consiglio comunale con uomini e cariche importanti come il vicesindaco ed il capogruppo di maggioranza. Noi, però, dobbiamo continuare a separare le funzioni del Partito da quelle dell’amministrazione comunale. Il Pd è stato ed è leale sostenitore dell’amministrazione Farina, verso i quali nutriamo stima e fiducia, ma per assolvere fino in fondo al suo compito di forza propositiva e inclusiva delle istanze che vengono dai cittadini deve mantenere una separazione dei ruoli i prossimi cinque anni, coincideranno con una naturale e fisiologica fase di cambiamento perché il sindaco Farina non potrà più ricandidarsi. Avviare quindi una fase costituente della nuova stagione è un compito che dobbiamo assolvere nell’interesse di tutti, in primo luogo dell’amministrazione comunale. Dobbiamo essere liberi di poter dire con forza che grazie alla determinazione, il lavoro continuo e per niente facile in questi tempi di questa amministrazione, sono iniziati i lavori per il parcheggio multipiano di via San Gerardo che, così come l’ultimazione di piazza Sanità, daranno un volto ed una vitalità nuova al centro del paese; migliorando anche la qualità della vita delle persone che ci vivono e dando un’immagine più confortevole ai turisti che verranno o ai nostri compaesani che ritornano…. Allo stesso modo, però, dobbiamo poter stimolare una maggiore attenzione su Materdomini. Sulle sue problematiche e le sue potenzialità….le esigenze della nostra frazione turistica sono ben più importanti. Bisogna mettere mano e risolvere la questione dei parcheggi iniziando quando prima con il progetto di San Michele. Ancora più importante è programmare ed iniziare a credere veramente ed investire sulla parola Promozione di Materdomini e del territorio, se realmente riteniamo che sia il Turismo ed il commercio la base economica del nostro paese. Quella cioè, che in questo momento di crisi generalizzata, quantomeno frena l’emigrazione giovanile che è ripartita con flussi drammatici da tutta l’Irpinia; e Materdomini rimane comunque l’unica cosa concreta su cui investire, il sogno o la speranza di uno sviluppo possibile. …dobbiamo ricordare quella spinta propulsiva e propositiva che ha avuto il suo massimo nella scorsa primavera con numerose iniziative come il Museo di Leonardo, il WiFi libero per le strade i ragazzi dell’Erasmus, il minitour, i siti web. Quella spinta che ha fatto credere in tanti, anche a quelli che ci osservano da fuori il nostro comune, che Caposele fosse il paese che trainava, che viveva, al contrario degli altri vicini dove i problemi aumentavano... Ora questa spinta sembra un po’ smorzata... Segnaliamo ad esempio il wifi che non funziona da qualche mese ed è stato il wifi un motivo di orgoglio per il nostro paese essendo noi stati tra i primi nell’intera Regione Campania e nel sud Italia ad avere questo servizio. Così non deve essere, ed un buon partito, così come farebbe un buon amico, deve poterle dire queste cose. Poiché, se così non fosse, si inizia perdendo i sogni e si finisce perdendo la dignità. Un partito che sappia affrontare il tema

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’ questo un momento di fondamentale importanza democratica per chi fa parte di un partito. Il congresso è il momento della chiarezza, della verità; è il momento in cui si stabilisce una linea ed una leadership. Perché di questo che parliamo stasera. Un congresso che è partito già diverse settimana fa e che anche qui ha una particolare importanza poiché il voto di stasera influirà sia sulla formazione della nuova classe dirigente della nostra provincia, sia per il nostro circolo. La nostra sezione è cresciuta tanto. I motivi, per cui è cresciuta, sono numerosi e nel corso del ragionamento cercheremo di svilupparli. La sezione PD di Caposele è l’associazione più numerosa presente nel territorio. Non c’è circolo politico, pro-loco, associazione o club calcistico che abbia un numero così alto di persone che si iscrive perché ha voglia di essere informata e di partecipare alla vita politica del proprio paese. Una tra le principali differenze di sensibilità che esistono nella dirigenza del nostro partito ad ogni livello sta … nella logica del “meno siamo e meglio stiamo” che ancora appartiene ad una parte dei dirigenti. Ad essere timidi nel pubblicizzare il tesseramento ed invogliare i simpatizzanti alla partecipazione. Si tende invece, comodamente e metodicamente, a limitarsi alla conosciuta platea degli iscritti degli anni precedenti. Sembra quasi che aumentando la platea, la base di ascolto, il confronto, si perda la visibilità, la considerazione della propria opinione che è apprezzata nel chiuso del partito ma del tutto ininfluente fuori, tra la gente, tra gli elettori veri. …Tale contrapposizione fra militanti e simpatizzanti non è di per sé innaturale ma è patologica… La fidelizzazione dei simpatizzanti dovrebbe rappresentare la prova più difficile ma anche la più entusiasmante per una persona impegnata in politica. Oggi invece c’è diffidenza. Un eventuale afflusso di voti provenienti da un elettorato allargato rispetto al solito, viene addirittura vissuto come un problema, anziché come un auspicio. Allo stesso modo non si avvicineranno mai alla politica se ci aspettiamo che la curiosità e l’attrazione potrà venire guardando e prendendo come esempio quello che è stata la Federazione di Avellino degli ultimi anni io per questo e per tanto altro spero solo in una forte discontinuità con il passato... …Se ho accettato l’invito ricevuto da alcuni amici è per mettere a disposizione di un gruppo il mio tempo, le capacità di ascolto e di condivisione con le persone. Per tentare di parlare con tutti di politica e cercare di riportare il discorso sul come risolvere i problemi della collettività e non del singolo individuo. Per cercare di far tornare le parole metodo, merito e trasparenza come postulato assoluto all'interno della nostra

comunità. Per informare meglio ogni iscritto che deve sentirsi protagonista perché viene messo nella condizione di esserlo, protagonista… Nel recente passato, invece, dagli inizi degli anni ’90, con la fine della prima repubblica e dei partiti tradizionali ma anche con il cambio della legge elettorale, abbiamo assistito ad una forma eccessiva di “civismo” senza più la mediazione ed il confronto con i partiti. Le liste civiche che si sono affrontate nelle competizioni comunali degli ultimi lustri (a parte qualche rara eccezione) non sono nate nei circoli o nelle sezioni che con la discussione, il confronto, l’esperienza, la conoscenza dei fatti e delle persone, avevano maturato al loro interno e negli anni una classe dirigente. Le liste sono nate invece intorno ad un caminetto oppure, al massimo, (utilizziamo i termini giusti) in quelli che giustamente si chiamano comitati elettorali, i quali terminavano la loro funzione la sera stessa delle elezioni… Sono stati gli anni dell’assenza della politica.Il PD ha il dovere di guidare il ritorno alla politica partecipata dicendo ai cittadini la verità: che ci sono cose che solo loro possono risolvere, chiamando con entusiasmo alla responsabilità… Il PD ha il dovere di farlo con tutte le persone di buon senso che abbiano davvero voglia di far crescere e migliorare le condizioni del nostro paese evitando sterili polemiche pretestuose e personalismi. Dobbiamo ricordare a molti che la campagna elettorale e le elezioni amministrative sono finite a maggio e quindi i toni dello scontro vanno abbassati. …Allo stesso modo dobbiamo ricordare agli amministratori che noi abbiamo scelto di essere militanti e non dei semplici elettori che vanno al seggio ogni 5 anni; I partiti devono tornare ad essere il primo luogo in cui le persone e le idee si formano e si confrontano. Attraverso il confronto interno ed esterno possano rifondarsi per proporre una classe dirigente che sia in sintonia con il paese e sopratutto per essere credibili e solidi nelle proposte. La sezione deve tornare ad essere una palestra per il ragionamento. Un luogo dove portare le proprie opinioni, dove verranno ascoltate con interesse soprattutto se sei pronto a cambiarle o modificarle una volta che avrai ascoltato anche l’opinione di un altro. Un luogo dove si discuta di metodo e mai di una singola persona. La politica torni ad essere confronto acceso tra le idee e ricerca di soluzioni per la propria comunità e non si cerchino – attraverso la Procura della Repubblica – scorciatoie per prevalere sui propri avversari. Restiamo fermamente convinti sulla censura di ogni comportamento irrispettoso che si è avuto nei confronti delle persone e delle loro professionalità, che trascende la pur legittima contestazione politica avvenuta in occasione del consiglio comunale del febbraio dell’anno scorso, quando fu approvata la convenzione con l’Acquedotto Pugliese, ma noi crediamo che una nuova fase politica possa cominciare a Caposele; ed un segnale concreto di distensione potrebbe essere la rinuncia a perseguire penalmente quei comportamenti denunciati dagli allora amministratori. Questo perché in politica torni anche la coerenza. Non si può contrastare la concezione esclusivamente giudiziaria della politica e poi, alla prima occasione,

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Pubblichiamo alcuni stralci dell’intervento del dott. Armando Sturchio riguardanti la situazione politico-amministrativa locale, tenuto nel corso dell’Assemblea congressuale del PD del 27 ottobre 2013, conclusasi con la sua elezione a segretario del circolo di Caposele.

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Finalmente ci siamo

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Politica

Un bilancio del primo semestre di amministrazione di Vito Malanga – Assessore ai LL.PP

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pur essendo sostanzialmente come il precedente ma con un piano in meno e senza le volumetrie delle eventuali abitazioni sulla piazza. Beh, a me francamente risulta tutto molto strano, ma intanto il problema dei parcheggi a Caposele rimane non risolto (non per volere di questa amministrazione purtroppo) e c’è chi continua a riservarsi il posto auto ponendo illegalmente sedie sulla carregiata stradale di fronte al proprio studio. Lascio a voi cari concittadini ogni valutazione e ogni commento. Queste sono in sintesi le iniziative messe in campo nel settore dei lavori pubblici nei primi mesi di amministrazione, ma tante sono le idee e tantissime sono le possibili soluzioni da mettere in campo nei mesi e anni futuri. Ho piena intenzione, e con me il Sindaco e tutta l’Amministrazione comunale, di concordare con voi tutti nei prossimi mesi molte delle iniziative da poter intraprendere per il bene supremo di tutti noi caposelesi, e vi garantisco che continueremo a contrapporci con forza a chi continuerà a dire no a priori, a fare continuamente ricorsi in procura, a contribuire attivamente alla spaccatura nella collettività. Hanno fermato il parcheggio ( speriamo per poco !), vuol dire che ci impegneremo su altre opere e cercheremo di garantire ugualmente occupazione per i nostri cittadini. Colgo solo l’occasione, anche se in un momento di gravi difficoltà economiche per l’intera collettività, di augurare buone feste a tutti voi, augurandovi di pensare comunque in modo positivo perché questa amministrazione ha le carte in regola per garantire una crescita generale del nostro paese e perché …. come abbiamo spesso concluso negli slogan elettorali... “il meglio deve ancora venire“.

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Gelsomino, comproprietario del suolo in questione, aveva notificato al Comune di Caposele l’ennesimo ricorso al Tar. Non era tutto perché, è notizia abbondantemente nota all’intera collettività, da pochi giorni sul cantiere è stato emesso un provvedimento di sequestro cautelativo. Non entro e non voglio entrare in dettagli tecnici e/o commentare con valutazioni personali quello che significa perché non basterebbe l’intero numero di questo giornale a contenere tutte le motivazioni che smontano le tesi degli accusatori, sia in termini tecnici, che legali, ma soprattutto in termini di INTERESSE COMUNE, COERENZA E BUON SENSO. Una considerazione provocatoria però voglio concedermela, visto che sono decenni che in questo paese assistiamo ad atteggiamenti simili, sempre dalle stesse persone e sempre a danno della collettività. Ricordo molto chiaramente le parole del candidato Antonio Cione quando sventolava in piazza queste testuali parole: “l’area sono pronto a cederla anche gratis per realizzare il parcheggio”. Poi però allo stesso tempo i suoi famigliari denunciavano alla Procura della Repubblica l’operato dell’Ufficio Tecnico e del sottoscritto col solo fine di bloccare i lavori e impedire la realizzazione del parcheggio. Mi chiedo e chiedo a voi tutti, come mai il progetto del parcheggio nato sotto precedenti amministrazioni (ricordo, sempre per dovere di cronaca , che noi stiamo semplicemente portando avanti l’opera), che inizialmente il progetto prevedeva un piano in più nonché le abitazioni sulla piazza ed era stato già dichiarato urbanisticamente ammissibile, ora dovrebbe avere numerosi problemi (supera le volumetrie consentite, non ha le giuste distanze….) tali da impedirne la realizzazione,

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aprirci completamente ad un dialogo costruttivo con la collettività. Le progettazioni delle reti idriche sono in gran parte state predisposte ed a breve saranno appaltati i lavori delle zone dove la rete è più fatiscente raggiungendo l’obiettivo primario di garantire maggiori entrate dai trasferimenti di AQP, mediante la riduzione degli enormi sprechi derivanti da perdite e rotture. I finanziamenti necessari, oltre agli importi provenienti dai trasferimenti di cui alla convenzione con AQP, saranno erogati dal Commissario di Governo per la “Pavoncelli” che , in sostituzione della realizzazione della bretella in loc.tà Piani, di dubbia e difficile realizzazione, ha emesso in favore del Comune di Caposele un decreto di finanziamento per il rifacimento delle reti idriche per € 750.000,00. E’ in corso la gara relativa ai lavori di allargamento della strada Petazze (altezza officina Ford) per consentire una maggiore fruizione dell’accesso al PIP e soprattutto per ridurre al minimo il costante pericolo legato al restringimento della careggiata stradale nella parte iniziale della strada. L’avanzamento dei lavori in Piazza Sanità è sotto gli occhi di tutti, l’idea portata avanti è stata quella di rispettare il luogo, riqualificarlo con elementi semplici come la pietra locale e l’acqua senza far mancare i giochi di colore e di luci. Quelli che erano solo auspici ottimistici all’inizio dell’opera, sono diventati realtà in quanto siamo riusciti a mettere insieme questi elementi con sapienza e rispetto dell’ambiente, senza esagerazioni sfarzose e particolarmente onerose, ma mantenendo un grande rispetto e dignità per questo luogo importante e storico per il paese; i numerosi apprezzamenti che ho potuto constatare all’interno della collettività per quello che oggi si vede già realizzato sono una grossa fonte di orgoglio per il sottoscritto e per l’amministrazione tutta, perché si percepisce già quello che sarà ad intervento ultimato. La Chiesa, il monumento ai caduti delle guerre, la strada che porta al centro urbano divisa dalla fontana oltre all’affaccio belvedere sul canalone sono elementi che abbelliscono il paese e sono sfruttabili anche nella quotidianità da tutti. I lavori sono ormai alla fine e se il tempo sarà clemente, nel giro di pochi giorni potremmo ammirare gli effetti che le luci e i giochi dell’acqua ci faranno vivere. In conclusione non posso non parlare del parcheggio multipiano. Vi avevo annunciato nel precedente numero solo per dovere di cronaca, che il giorno prima delle elezioni (e cioè il 25 maggio u.s.) il sig. Cione

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opo soli sei mesi dall’insediamento di questa amministrazione comunale, con le elezioni ormai alle spalle, possiamo fare un primo bilancio dell’attività svolta con alcune considerazioni sui prossimi mesi. Nel precedente numero vi avevo parlato delle iniziative soprattutto nel settore dei Lavori Pubblici che avremmo messo in campo sin da subito e di altre con un orizzonte di medio/ lungo periodo. Il mercato settimanale è stato trasferito lungo via Roma e questa si è rilevata una ottima scelta, con una condivisione generale da parte di quasi tutti i commercianti di Caposele; questo apprezzamento da parte della collettività mi fa pensare che la scelta potrà ritenersi non più solo temporanea, e per ora non andremo a cercare altre ubicazioni. Abbiamo presentato al Ministero per le infrastrutture il progetto di rifacimento in erba sintetica del campo “Liloia” con un impegno economico, per il co-finanziamento, di € 38.000 a carico del Comune che, pur non essendo rientrato tra quelli ammissibili in una prima fase, oggi può essere reinserito in nuovi finanziamenti. Il finanziamento delle urbanizzazioni del PIP Petazze è ormai in dirittura d’arrivo e, a meno di drastici sviluppi o intoppi dell’ultimo minuto a livello centrale, ad inizio del 2014 dovrebbe esserci il decreto definitivo di assegnazione dei fondi. Nel campo dei rifiuti, nonostante i consistenti aumenti determinati da Irpinia Ambiente che avrebbero comportato una maggiorazione del 25% a carico dei cittadini, siamo riusciti, con una puntuale rivisitazione dei quantitativi di rifiuti che vengono trasferiti a Flumeri nonché con la allocazione delle spese del personale adibito a raccolta interamente a carico dell’Ente, a contenere l’aumento della tariffa per i cittadini a solo il 10% rispetto al 2012. Nei prossimi mesi, nel rivedere la problematica dei rifiuti, potremmo incontrarci per trovare eventuali soluzioni atte ad aumentare la raccolta differenziata, magari ricorrendo al porta a porta. Ovviamente su questo tema è essenziale la collaborazione piena di tutti i cittadini. Relativamente al settore commercio sono state adottate misure che regolamentano, a mio avviso, al meglio l’intero settore nella nostra comunità. In questo periodo invernale saranno organizzati diversi incontri con le varie categorie per trovare insieme quegli accorgimenti che possano salvaguardare le risorse e le attività locali, ancor più in questo momento difficile per la sopravvivenza. Anche in questo campo, come per il precedente, vogliamo

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I lavori di piazza Sanità sono in fase di ultimazione. Un grande progetto di accoglienza turistica per Caposele e per chi dovrà utilizzare l'area dei musei e delle Sorgenti. Chi arriverà a Caposele, sarà stupìto dalla "potenza dell'acqua".


Politica

GUARDIAMO ALLA CRISI E PENSIAMO OLTRE Di Giusep

pe Grasso

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del PD che si sarebbe celebrato nell'autunno di quest'anno. Il congresso è stato celebrato ed oggi abbiamo una nuova classe dirigente del Partito. Il gruppo dirigente si è parzialmente rinnovato, con ottimi innesti giovanili ed il nuovo segretario è il dott. Armando Sturchio. Il segretario uscente, Gelsomino Grasso, a cui è andato il ringraziamento di tutto il gruppo dirigente, dopo aver ricostruito e rilanciato il partito negli ultimi anni, ha deciso di gettare la spugna per favorire il tanto agognato rinnovamento. A questo punto, la nuova guida del partito saprà rispondere in maniera adeguata a quelle aspettative che lo stesso Ruglio prospettava nel suo articolo? Io ritengo che questo lo potrà fare senz'altro se avrà il coraggio di lavorare con la massima autonomia rispetto all'Amministrazione comunale. Il ruolo del PD, che rappresenta l'unica forza politica strutturalmente organizzata a Caposele, è quello di stimolare

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Non vi sono, purtroppo, speranze che ci facciano vedere la fine del tunnel. Questa è una situazione che rattrista tutti perchè non vediamo un futuro felice per i nostri figli. Detto questo, però, non dobbiamo disperarci ma dobbiamo fare qualcosa per pensare ad una via di uscita da questo annoso e difficile problema. Un ruolo fondamentale spetta all'Amministrazione Comunale, che rappresenta l'organismo istituzionale all'uopo deputato. Dall'Amministrazione comunale ci attendiamo iniziative dirette a mettere in moto i giusti meccanismi per azionare la leva dell'economia locale. Un altro punto che mi preme sottolineare è il ruolo che deve assumere la politica in questo contesto. Mi interessa, in particolare, sottolineare il ruolo del Partito Democratico di Caposele. Dalle colonne di questo giornale, nel numero di agosto 2013, l'amico Antonio Ruglio metteva in evidenza il ruolo del PD nella politica locale e molto si attendeva dal congresso

l'Amministrazione comunale sulle scelte più importanti. Il ruolo del PD è quello di indicare, attraverso i suoi amministratori, le linee guida per un'amministrazione fondata sulla correttezza amministrativa, sull'equità sociale, ovviamente sulla legalità e, aspetto non meno importante, sulle linee dello sviluppo socioeconomico. Il Sindaco, mi sento sommessamente di consigliare, deve dare più spazio alla politica aprendo un vero confronto con le forze politiche, specialmente quelle che lo sostengono, in modo da imboccare insieme un cammino di ripresa sociale ed economica. Un'amministrazione che si chiude a riccio in se stessa rischia col tempo di perdere consenso, necessario per una vita sociale democratica e partecipativa. La vittoria strepitosa delle ultime amministrative non deve far cullare sugli allori gli amministratori perchè, come oramai ci insegna l'esperienza di questi anni, il consenso è fluttuante, essendo venuti a mancare i partiti tradizionali, mediatori del consenso sociale. Lo stesso PD che conserva la sua struttura tradizionale, come stiamo vedendo, è attraversato da movimenti interni che ne danno una nuova lettura.

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l Santo Natale è vicino e siamo alla fine di un altro anno. Tempo di bilanci. Siamo tutti di un anno più vecchi. Ma cosa ci consegna il 2013? Non certo grandi soddisfazioni. Una cosa è certa, sono venuti a mancare amici e amiche e questo ci rattrista molto. La situazione generale, politica ed economica, si è aggravata e non ci fa guardare al futuro con grande fiducia e speranza. Il debito pubblico italiano è divenuto enorme e, cosa ancora più grave, non accenna a diminuire, anzi aumenta di giorno in giorno. La classe politica non ispira fiducia. I nostri governanti litigano su questioni molto marginali che servono solo per fare populismo (vedi IMU) mentre la barca affonda. In questo difficile contesto Caposele nè piange nè ride. Una cosa è certa: non possiamo sicuramente dire che Caposele sia un'isola felice. I problemi che attanagliano il nostro paese sono tanti e non di facile soluzione. Al primo posto c'è il problema dell'occupazione giovanile. In questi giorni è circolata la notizia sui maggiori quotidiani italiani che la disoccupazione giovanile è giunta oramai ad oltre il 41%. E questo è stato motivo di scandalo. Noi non ne parliamo non perchè il tasso di disoccupazione a Caposele sia più contenuto ma perchè la drammaticità della situazione da noi esiste da sempre e ci siamo, con rassegnazione, abituati.

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NASCE A CAPOSELE UNA NUOVA ASSOCIAZIONE, LA PRIMA A CARATTERE MUSICALE nell’organizzare corsi di musica rivolti a giovani di tutte le età. Partirà infatti il prossimo gennaio il primo corso per orchestra di fiati, al quale invitiamo sin da ora tutti ad iscriversi. Tecniche all’avanguardia ed insegnanti qualificati per trasmettere anche ai più piccoli la passione per la musica. Altre le idee ed i progetti della neo associazione, ma in testa a tutto resta l’appuntamento per la seconda edizione di Jazz all’ombra del Campanile nell’estate 2014.

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Associazione Musicale e Culturale “MUSICALMENTE”. Si è ufficialmente e legalmente costituita in data 21/11/2013, a Caposele la prima associazione a carattere prevalentemente musicale, a carattere volontario e senza scopo di lucro. Ne sono soci fondatori Lucia Colatrella, musicista-insegnante e Presidente, Raffaele Carotenuto, musicistainsegnante e Concita Meo. Intento primario di questa Associazione, è quello di diffondere, lo studio, la pratica di attività musicali. Promuovere ed organizzare corsi, manifestazioni musicali, Promuovere e favorire gruppi strumentali ed organizzare corsi per le scuole ed enti Pubblici e privati. Questa associazione si occuperà oltre che di programmare eventi musicali e culturali in genere, soprattutto

Gianluca Delia, con uno dei suoi premi vinti per la sua bravura e dedizione allo strumento tradizionale dell'organetto. Anno XLI - Dicembre 2013 N. 87

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Attualità

autori di queste malefatte. Nella vita si rende sempre conto di tutto. La Politica deve guardare al bene comune, agli interessi e allo sviluppo della collettività, ai bisogni della gente, quella più bisognosa, nel rispetto della dignità umana, per superare questi tempi difficili che il vivere di oggi ci offre. Bisogna costruire un futuro dove l’individuo non si senta escluso, ma sia parte integrante di un Sistema che sviluppi crescita sia per il territorio che per tutti i cittadini, in modo che abbiano pari opportunità. Prima o poi le questioni termineranno, con il ritorno del buon senso verso la ricerca del viver comune che sappia però elevare la qualità della vita o con il fatto che la magistratura emetterà un giudizio, speriamo non in tempi biblici, sulle numerose controversie in atto. Soprattutto bisogna augurarsi che torni

l’amicizia tra la gente comune, pensando a chi eravamo e a come vivevamo. Essa si dovrà trasformare in Amore verso il proprio Paese, nella conoscenza delle sue caratteristiche antiche da valorizzare, nello sviluppo delle sue potenzialità, nel rispetto di una sana Convivenza civile tra tutti gli individui della nostra Comunità. Tutti responsabilmente, sia singolarmente che come Enti, devono concorrere a questa realizzazione. Con l’auspicio che tutto ciò possa avverarsi, auguro un “Buon Natale a Tutti”.

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elettorali, dove si perde il senso della misura, si oltrepassa il comune senso dell’educazione e si affonda in esclamazioni e atteggiamenti offensivi molto pesanti, che non hanno nulla a che fare con il benessere della nostra comunità e con lo sviluppo del nostro Paese. Le ostilità e i rancori continuano anche dopo e si manifestano in forma subdola quando ci sono ricorsi alla magistratura o alla prefettura. Qui non si pensa più al bene del Paese, non si considera più che cosa è giusto o meno per la nostra Comunità, si studia la salvaguardia dei propri interessi personali e si procede ad oltranza. Un giudizio su queste cose ce lo darà la STORIA; essai saprà far chiarezza su questi aspetti, anche con le conseguenze che hanno apportato; e poi col tempo si assisterà alla emarginazione di quelli che sono stati gli

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…Credo che questo sentimento debba esistere in ognuno di noi, anche solo per il fatto di essere cittadini di una comunità con radici storiche che si perdono nel tempo, ma purtroppo ciò non sembra che si manifesti. Vorrei riuscire a spiegare alcuni aspetti problematici del nostro vivere quotidiano a Caposele, per far sì che si possa realizzare un cambiamento di tendenze. In una comunità piccola, come la nostra, le relazioni tra le persone devono essere improntate reciprocamente al rispetto di se stessi e degli altri, intesi come individui, esseri umani anche con idee differenti dalle proprie, ma è da troppo tempo che si assiste a delle guerre di posizione, di scontri interpersonali, a volte generazionali e anche interfamiliari; tutti questi aspetti si acuiscono lacerando profonde fratture nei rapporti, soprattutto durante le manifestazioni

di Giuseppe Rosania.

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C’è l’amore verso il proprio Paese

Abbiamo forte stima e fiducia nel rieletto Sindaco dr Pasquale Farina e nell’amministrazione di Caposele nel Cuore, nella quale il Partito Democratico riconosce idee ed uomini di propria espressione e vuole essere luogo di sostegno e di contributo costante, e non episodico, nella sua azione. Per meglio svolgere questo compito è, però, necessario dar vita ad una maggiore interazione e ad un rispettoso confronto di merito sulle scelte strategiche -cosa evidentemente diversa dalla gestione amministrativa- con il Sindaco e gli amministratori.

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l percorso congressuale nazionale assume un grande rilievo anche a Caposele, dove se ne colgono tutti gli aspetti di rinnovamento indispensabile al rafforzamento del Partito Democratico quale forza riformista e moderna, capace di dare risposte in una dura fase di crisi economica e morale dell’intero Paese. Il bisogno di cambiamento, senza alcun dubbio, è necessario anche per meglio radicare il Partito Democratico in tutte le realtà locali e deve sostanziarsi in una capacità di ascolto e di dialogo con tutte quelle istanze che invocano luoghi e spazi di partecipazione. Occorre, concretamente, dar vita ad un partito degli iscritti e degli elettori, sottraendolo al governo degli eletti e dell’apparato auto-referenziale. Il tema quindi della partecipazione, anche a Caposele, deve essere alla base dell’azione politica del locale circolo del Partito Democratico, capace di intercettare i fermenti associativi, confrontarsi non episodicamente con essi, costruire una rete virtuosa per far avanzare proposte ed iniziative utili alla comunità. Avere un’idea sulle prospettive e le vocazioni di Caposele. Rilanciare la politica del confronto, della mediazione e della partecipazione e contrastare la concezione esclusivamente giudiziaria della politica. Per il resto, occorre essere aperti a tutte quelle istanze che guardano ed agiscono, anche con altri punti di vista, nell’interesse autentico di Caposele e della sua comunità.

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Linea politico-organizzativa a sostegno della candidatura a Segretario di Circolo del Partito Democratico di Caposele

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Ma il Partito Democratico deve aggiornare anche il proprio lessico e gli strumenti della comunicazione, mostrandosi adeguato a fronteggiare la complessità del rapporto coi bisogni della contemporaneità: i giovani, gli anziani, i disoccupati, la microimpresa, l’ambiente, le politiche sociali, il turismo, gli eventi e così via. Per fare questo occorre aprire il Partito a soggetti nuovi o che intendono impegnarsi nuovamente a fare politica nella propria comunità. Un Partito inclusivo che si apre e si confronta. Un Partito non esclusivo, quindi, che si racchiude in sè stesso e nelle pochissime certezze date dal tempo presente. Un Partito aperto che sappia meglio condividere le idee, i programmi, le problematiche, in maniera incessante con gli iscritti ed i simpatizzanti.

Anno XLI - Dicembre 2013 N.87

Un Partito non chiuso nel proprio direttivo mai sufficientemente rappresentativo. Un Partito che analizza, che discuta ma che abbia la capacità di dare una conclusione e soprattutto una soluzione alle tematiche sollevate. Anche a Caposele bisogna realizzare il sogno di costruire un Partito Democratico che non sia solo il frutto della sommatoria delle pregresse esperienze e culture del novecento. È possibile guardare a tutto un mondo che oggi si ritrova, a Caposele, in una rinnovata idea di uguaglianza delle opportunità e di giustizia sociale; che vuole tutelare la bellezza del territorio; che esprime quotidianamente, con il volontariato, tante forme di solidarietà umana; che vuole intraprendere iniziative economiche per potenziare l’offerta a servizio della nostra peculiare economia. Insomma, un Partito che sappia intercettare i fermenti che pure ci sono e che hanno dato prova di sapere valorizzare Caposele in molteplici, recenti occasioni. Il Congresso, dunque, è l’occasione per affermare questa volontà e questa prospettiva. Il nuovo gruppo dirigente deve essere la fotografia di questa dichiarata attitudine, ed espressione di questi larghi

di Giovann

i Curcio

segmenti presenti nella nostra comunità. Per questa ragione, crediamo che occorre esprimere anche una guida del circolo di Caposele che sia coerente con questa impostazione. Una figura capace di ascoltare ma anche di rappresentare al meglio questa idea di Partito Democratico. Nella stagione in cui il Partito Democratico è chiamato, a tutti i livelli, a costruire un’idea di società più aderente ai bisogni che essa esprime e a dotarsi di un gruppo dirigente che sappia rappresentare al meglio questa volontà di rinnovamento, crediamo che la figura che possa essere la sintesi più sicura per questo progetto brevemente accennato sia quella del dr Armando Sturchio, sul quale nulla abbiamo da aggiungere, essendo egli largamente noto ed apprezzato dagli iscritti e dai cittadini del nostro Comune.


Racconti

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La facilità che l’internet ci proporziona, nel ricevere notizie ed altri sevizi, è fantastico. Solamente che la sua missione è fulminea e il suo contenuto non ha totali credenziali. Si calcola che un terzo sia falso. Preferisco il Giornale, è più idoneo, serio.

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“Candida vision di San Gerardo” a Materdomini.

Con entusiasmo, condivido tutto col Cartaceo, dialogando con lui: la vibrante crescita del turismo, eventi, la grande gioia di vivere di tanta gente giovane, genuinamente allegre, pur non essendo facile, oggidì, ottenere tanta allegria; valorizzare gli abitanti della terza età; coloro che si inseriscono nella comunità di Caposele, e questi, mostrando la loro idoneità. Con quelli che sanno essere semplici e insegnano con la loro sobrietà. Quelli che notificano idee, ma senza rigettare chi pensa. Quelli che rispettano e convivono con le differenze, perchè sono codeste che ci mantengono vivi. Con i privilegiati che sanno dire ed ascoltare “no”. Con Te, Paese mio, continuerò a dialogare sempre... ed in silenzio.

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Sfogliando, delicatamente, le sue numerose pagine, è come “una poesia che cade dalle nuvole in fiocchi bianchi e leggeri.” Lo rileggo. Chiudo gli occhi... immagino sentire il fruscìo del fiume Sele, la splendida visione del mio Colle, irradiando energia che mi cura. Rimango così per minuti. I dotti articoli, storie, la terra dei miei ricordi, che non è solo un luogo: quel luogo è un pò di me e, senza saperlo, me lo porto dentro. Quei pensieri espressi nel balsamico e memore dialetto dantescosselese! Il Giornale “La Sorgente”, mi mantiene vivo nella mente, quel ch’è ancor mio! Sono cosciente dell’importanza di comunicazione che eserce l’internet, con i suoi aggiuntivi, la rapidità di collegarsi, ma la sento squallida di emozione e a volte esageratamente liberale. Concordo che la vita moderna ci obbliga, ma diamoci una pausa, selezioniamo il meglio, dialoghiamo serio... e più a lungo!

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così ripugnanti, come: “Quando la società condanna una persona, quasi sempre è per vendetta!” Ecco che, una visione così equivocata, fomenta argomenti assurdi in individui di prestigio internazionale: nientemeno a proporrere la fine delle prigioni! Quindi, secondo costoro,“punire è crimine!” Non è gradevole osservare come la impunità domina, trionfa. Ma non diamo importanza a quel che è transitorio, valorizziamo l’essenziale! Se ognuno di noi si dedicasse alla sua propria modificazione, la felicità sarà una consequenza naturale e le nostre relazioni saranno più salutari.

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“Amor che ne la mente mi ragiona...” Son oltre cinquant’anni che dialogo, in silenzio, con il mio caro Paese. L’essere umano nei suoi gesti, ogni movimento, consiste nella rappresentazione di un dialogo interno. Cosciente dei miei dialoghi silenziosi, emotivi, ho condizioni di attuare con la ragione, con la logica, il che non significa una pura e semplice razionalità. Posso dire che semplicemente stò usando la mia intelligenza, in sinergia con il mio emozionale. Molte volte posso cadere in collera con qualcuno, ma conoscendo il processamento di questa emozione in me, riesco ad amministrarla e perfino espressarla, ad altri, senza che questa venga obbligatoriamente a creare dei problemi. In questo caso, però, devo tenere in conto le condizioni psicologiche altrui, perchè poche persone al mondo sono preparate ad ascoltare cose differenti, seppur espresse docilmente. La mancanza di autocontrollo, autodifesa ancora è molto frequente nella nostra società, il che conduce le persone ad avere difficoltà di ascoltare verità avverse alle loro aspettative. Appena quelle più sicure o che hanno nozione dei loro dialoghi interni, che si sentono amate e accettabili, convivono meglio con divergenze, antagonismi... Quanti dei concittadini, essendo persone di bene, che battagliano duro per il sostegno della loro famiglia, guardandosi intorno e vedono uno scenario così selvaggio, come reggerà il loro emozionale? Politici che abusano della menzogna, sommamente corrotti, indistintamente dal credo politico, un cancro devastante, che permette a molti di costoro, acquistare ville, macchine di lusso, vacanze in locali paradisiaci, godersi una vita che giammai, noi, possiamo sognare. E per peggiorare, questi mai saranno puniti, perchè, secondo massime eccellenze, punire è crimine! Ma, Dio Santo, se punir è l’unica condizione essenziale per poter rendere la vita un pò più vivibile in società! Osservando tante ingiustizie, sicuramente saremo contaminati e, chi soffre di debolezze morali, facilmente potrà imitarli. In una democrazia così fragile, dove abbondano volgari onorevoli e anche “togati”, che sparlacchiano, si esprimono, pubblicamente, in modi

ugmmaterdomini@bol.com.br

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mi torna “S empre al cuore il mio PAESE!”

di UmbertoGerardoMalanga

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Dialoghi interni, Silenziosi...Eterni!

--------------------L’ OROLOGIO

dei miei SOGNI!

Sogno, ancora, con le sue poche luci e i rintocchi, là, in via Santuario, d’un orologio antico, sul tetto centrale del convento che, costante, porta le ore avanti. Ha invertito la sua ronda, sembra camminar con le lancette all’indietro! Vibra, il mite orologio, in coro tic-tac e tac-tic, poi torna al movimento del tempo. Le sue grandi sfere, pazienti, passo a passo come gocciolando, distillano incensi nei ricordi, ipnotizzano, accennano per il regresso di un’uomo dagli occhi d’un bambino. Orologio fantasma, con i tuoi vibranti tocchi, vuoi ch’io ritorni? Mille ricordi lontani m’affiorano: mattinate risuonate in allegri sentieri, quelle notti calde d’estate con gli amici... quei primi palpiti d’amore! Vecchio amico mio, dove ancora vuoi trascinarmi, col tuo contrattempo? Il profumo dell’agreste, mi coinvolge inconscientemente. A tarde sera ascolto un ulular di cani, ammiro una luna in un cielo cosparso di stelle, sento un mormorio d’acqua corrente... La mia memoria, irrefrenabile, ha spiccato il volo a Materdomini, procurando l’ora d’un tempo: ahimè, non la trova! Quel orologio affettivo d’allora non più esiste... ma un anziano adolescente ancora esiste! Redivivo! Tu festoso, misuravi il mio tempo. Obrigado, nobile strumento!

Auguro, a tutti, un

NATALE

profuso di luce e di amore! Anno XLI - Dicembre 2013 N. 87

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Storie di emigrazione

Emigranti Italiani in Australia Dieci Anni e Più Dopo. Cap. VII

La comunitá italiana, senza cercarsela, venne a trovarsi in una situazione sociale reale con grosse difficoltá, soprattutto linguistica. Per cui, eccetto il lavoro, finí per lamentarsi, sia contro il Governo australiano. sia contro il Governo Italiano. Quest’ultimo si era mostrato e continuava a mostrarsi, ancora più assente e indifferente, senza nessuna forma o quasi di assistenza sociale per i suoi cittadini emigrati in Australia e nel mondo. Peró non trascurava di invogliarli in vario modo affinché, gli emigranti: ” Carn’e’ maciello “e “ Cornuti fottuti “, continuassero a far giungere valuta pregiata ai propri famigliari in Italia; tutti sempre tanto bisognosi. Eccetto TALUNI che grazie a questa valuta pregiata ricevuta, “Andavano a messa con sette sottane.” (Vedi anche, per esempio, la condotta mantentenuta dalla Politica dei Governi italiani a incominciare da quello Giolitti e finire con l’ultimo Governo Berlusconi; compresi Berlusconi medesimo e i comunisti. I quali non vedevano di buon occhio l’approvazione della Legge per la concessione del voto agli Italiani all’Estero. Infine la Legge venne appprovata grazie alla caparbia insistenza e la bontá d’animo di un Ministro GENTILUOMO Mirco Tremaglia, guarda un pò, dell’Ala destra del Governo Berlusconi nel 2006.

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A causa dei severi tagli lineari di fondi pubblici operati dal Ministro Tremonti agli’Istituti di cultura, le Ambasciate e i Consolati Italiani nel Mondo, mangavano e mangano sempre 19 soldi per formare una lira.

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Dei propri genitori italiani in Australia ridevano sparlavanoi senza rendersi conto che prendevano manate di fango e lo buttavano sul viso del proprio Io. Ridevano della incompresibile, redicola costumanza di papá; ma non, peró, della propria Mamma e fratelli e sorelle.

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Cosicché la maggioranza degli australiani non istruiti a riguardo e per poca volontá e capacitá di compiere sforzi per uscire dal guscio della loro comoda pigrizia e apatia quasi patologica, si accontentarono di alterare come meglio loro piacque il significato della sigla W.O.G. o WOGS al plurale (Western Orientated Gentelman, cioé: Gentiluomo di Orientamento dell’Occidentale NordOvest. Con significato per nulla denigrante ) Al significato della sigla per renderla denigratoria avrebbero dovuto aggiungere Lavoratori Ladri, cioe: LLWOG. Ma mancó loro , ancora una volta la volontà a fare sforzi mentali troppo pesanti . Ma la sigla WOG per loro é rimasta comuncque soddisfacentemente denigrante. L’adozione della sigla WOG più che l’intenzione d’offendere, aveva lo scopo di esorcizzare l’antico ereditario grado d’inferioritá e la paura degli stranieri; i quali, quando il significato della sigla WOG fu adottata , riguardava, guarda un po’, gli inglesi, i quali prima del 1950 erano gli unici stranieri in Australia. Perció gli australiani, diciamo, del 1960 in poi, erano gl’inglesi venuti in Australia fino al 1920. In tal modo gli australiani si davano la zappa sui propri piedi quando davano del WOGS agl’italiani e a tutti gli altri stranieri non inglesi e, strano, non sapevano perché Peró ai nuovi immigrati di origine e cultura diversa da quella inglese e venuti in Australia per espressa

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Il Governo Federale Australiano con la decisione di aumentare la popolazione del Continente Australiano anche con l’immigrazione di individui di cultura non anglosassone (gli Anglosassoni antichi popoli germanici di angli e sassoni si stanziarono in Britannia nei secoli V e VI d.C.) aveva completamente trascurato di informare i propri cittadini della diversitá degli usi e costumi degli emigranti non di origine inglese.

Senza dubbio quel genere di atteggiamento costituiva fenomeno che sapeva di sarcasmo ed oltraggioso verso la propria dignitá di cui non si aveva ancora coscienza. Approvare, per impotenza, coloro che si prendevano gioco te e dei tuoi propri genitori che, poverini, un po’ per abitudine, non certo per cattiveria e per comprensibili motivi di assolvere al doveroso compito verso la propria famiglia, lavorano tante, ma tante ore di seguito , chiamate TRIPLE: 3x8=24 ore continue, eccetto le interruzioni per gli spuntini.

L' Italia incameró tanti, ma tanti soldi dall’emigranti italiani nel mondo e ne restituí loro cosí pochi, lasciandoli soli, senza per nulla scandalizzarsi. La sigla del motto era: S.S.S.S.S.S.S, cioé: Siamo Sempre Senza Soldi Spediteceli Subito Subito).

Questi padri di famiglia certamenete trascuravano i propri doveri di venire meno alla doverosa comunicazione con i propri figli, spesso ció accadeva per troppa stanchezza, anche quando erano in casa. Ma si sentivano anche obbligati a far il più possbile per migliorare, per quanto potevano, il benessere economico e morale della famiglia stessa.

Questi nostri ragazzini si trovarono, per i motivi, avanti precisati, tra l’incudine e il martello di due opposte culture; a subire gli abusi verbali e spesso non soltanto verbali, quando non riuscivano ad evitarli, standosene in pace e in disparte, lontani dai loro coetanei condiscepoli australiani, in numero molto superiore al loro e con i quali era pur necessario

Ma anche, quasi certamente, molti non avevano l' abitutine di farlo anche quando erano ancora in Italia. Molti di loro appartenevano o erano appartenuti alla categoria dei lavoratori della terra dichiarati ‘ Schiavi della Zolla’ fin dal 527 d.C. da Giustiniano Flavio ( 483 – 565 d.C.) e Caio Valerio Aurelio, detto Diocleziano da Dioclea cittá d’origine e che

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di Giuseppe Ceres

continuó con la Riforma Agraria lungo periodo storico della Caduta dell’Impero Romano e parte del primo Medio Evo. Ecco questi erano i WOGS per gli Australiani, digiuni di STORIA.

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Gli scolari loro condiscepoli australiani essendo stati erroneamente informati dai loro genitori, e con gli insegnanti, a loro volta privi o scarsa conoscenza del prezioso bagaglio culturale che ogni emigrante aveva inevitalbilmente portato con sé in terra australiana, non allevió il disagio degli scolari stranieri, non anglosassoni.

Questa concezione sbagliata degli Australiani, causó situazioni troppo umanamente umilianti ed insopportabili, per poter essere ignorato dagli scolari italiani, i quali non trovanrono un valido aiuto psicologico nell’Assistenza Sociale Australiana di Buon Vicinato.

e vantaggioso comunicare possibimente ogni giorno, per ben sei ore e più cinque giorni per settimana, eccetto il sababato e la domenica, per poter apprendere più rapidamente possibile la seconda lingua: l’inglese australiano. Erano giorni terribili. Ad alleviare l’enorme frustazione e disagio durante gli anni della frequenza delle Scuole Elementari e Medie Scondarie Australiane, venne in loro aiuto in maniera inconscia e umanamente comprensibile, la vigliaccheria. Un detto inglese dice: “ Se il tuo nemico é troppo forte é consigliabile, anche vigliaccamente che te lo faccia amico.” Per cui essi gradualmente impararrono a sparlare del loro babbo e della sua nazione d’origine o approvare e fare contenti coloro, i quali, dovuto alla loro grande dilagante ignoranza e mancanza di adeguata istruzione circa gli usi e costumi dei popoli di questo mondo, parlavano male non soltanto dell’Italia, ma di tutti gli emigranti lavoratori stranieri in Australia. La stessa cosa del resto facevano gli stessi emigranti, pur se per motivi diversi, quando socializzavano con propri, compaesani contro le Autorita delle rispettive nazioni.

Con tal’ INCONSCIA VIGLIACCA MANIERA i giovani scolari immigrati riucirono ad attenuare di molto il loro disagio e relazionarsi più agiatamente con i loro cotanei condiscepoli australiani.

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richiesta e con la propria Fedina Penale pulita e certamente non meno istruiti della media australiana, erano WOGS, peró non ladri. Ci sono occorsi minimo una decina d’anni per venire a capo di tutto ció. Ma questa é la vita.

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figli degli Italiani Emigrati o nati in Australia, durante la frequenza della Scuola Elementare, Media e Media Secondaria pubblica o privata australiana dal 1960 al 1980, si trovarono in grosso disagio e vittimizzati, sia per la mancanza della conoscenza della Lingua inglese, sia per la diverstá della loro cultura da quella australiana, che era caratteristicamente opposta a quella della propria, cioé, quella dei propri genitori; il comunicare con i coetanei scolari australiani era molto difficoltoso e deprimente.

La maggioranza degl’italiani con particolare riferimeto ai padri di famiglia, affidavano, lo fanno meno oggigiorno, interamente o quasi, prima in italia e poi, per maggior ragione, in Australia all’intero Corpo Insegnanti l’educazione, nel senso di ISTRUZIONE, dei propri figli. In Australia tale affidamento si profilava ancor più necessariamente completo, dovuto sia alla barriera linguistica da superare con enorme difficoltá, che alla necessitá di lavorare le ore ordinarie e quelle straordinarie. L’effetto indesiderato di tutto ció si evidenzió, come ho anzi precisato, dopo una decina d’anni di frequenza scolastica. Faccio un esempio. Il Signor Caio dopo circa sei o sette anni in cui aveva potuto accompagnare tutti i giorni suo figlio a scuola, caso speciale il suo, incominció a notare che quando giunti a poca distanza dalla scuola, suo figlio sfilava la sua mano da quella di suo padre, correva via e si univa agli altri scolari prima che quest’ultimi potessero vedere la persona che lo aveva accompagnato. Quando il Signor Caio, capí il vero significato dell’usuale gesto compiuto da suo figlio, rimase sorpreso e scoccato. Provó una profonda oltraggiosa umiliazione. Istintivamente molló un sonoro schiaffone al suo caro figliolo e poi, pentito, pianse. Il suo ragazzo si vergognava di mostrare suo padre ai suoi compagni, perché suo padre era un WOG italiano. Dopo dieci anni di permanenza in Australia un gran numero di padri si resero conto che gradualmente, senza avvedersene, si erano ridotti a degli estranei nel vero senso della della parola per i loro figli ed ininfluenti come capi e guida di famiglia, pur essendo rimasti ancora tutori responsabili, a tutti gli Effetti di Legge: parenti di primo grado ascendente. Il resoconto di dieci anni di permanenza in Australia, benché compensato da un consistente gruzzolo di dollari australiani, depositato in banca e che permetteva a molti di loro di accendere, magari, un mutuo per comprarsi una casa e un tenore di vita abbastaza agiato e sereno, non li faceva scoppiar di gioia. Continua sul prossimo numero


Storia

Il brigantaggio in Irpinia e nell’Alto Sele

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di Pagliuchella”. I Monti Picentini furono il teatro di operazioni anche della banda di Alfonso Carbone di Montella, ove era nato nel 1848. Carbone divenne brigante proprio quando il brigantaggio postunitario era ormai agli sgoccioli. Un suo fratello era stato condannato ai lavori forzati in un processo dubbio e indiziario, a seguito della sola testimonianza di tale Salvatore Gambone. Alfonso sapeva di essere sospettato di connivenza coi briganti e per non essere arrestato si diede alla macchia. Entrò a far parte, nell’aprile del 1868, della banda di Ferdinando Pico, lasciandosi trasportare ad atti di violenza selvaggia verso i suoi persecutori, che culminarono nell’uccisione di Salvatore Gambone. Stanco e consapevole dell’invitabile triste fine a cui sarebbe andato incontro, Carbone decise di costituirsi, convincendo a tanto anche gli altri componenti della banda. Ma, venuto a diverbio con Ferdinando Pico, lo freddò con un colpo di fucile al petto. Dopo di che, Il 5 settembre 1869, Alfonso Carbone e tutta la sua banda si costituirono alle autorità montellesi. Fu condannato a morte, ma, per grazia sovrana, la pena fu commutata in lavori forzati a vita. Fu nuovamente graziato nel 1891 e rimesso in libertà. La dimensione del brigantaggio in provincia di Avellino andò ben oltre i casi che abbiamo illustrato. Basti pensare che solo negli anni dal 1863 al 1865 i fascicoli del Tribunale Straordinario di Avellino comprendono ben 669 a carico di intere bande.

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guito dello scioglimento dell’esercito borbonico, in cui militava con il grado di caporale. Si rese responsabile di grassazioni, di assalti a scopo di rapina alle masserie della zona e di omicidi. Dietro segnalazione della brigantessa Filomena Pennacchio, fu catturato, insieme alla sua banda, nelle cantine del palazzo della famiglia Rago di Lacedonia. I Rago, per sviare i sospetti di manutengolismo, che gravavano su di loro, pensarono di dare nel loro palazzo una festa in onore degli ufficiali delle truppe presenti in loco. Ma, mentre nei piani superiori facevano svolgere la festa, nei seminterrati davano ospitalità ai briganti. Verso le ventitré i bersaglieri, opportunamente informati, fecero irruzione nel palazzo. I Rago furono arrestati e condannati a pene varianti da dieci a vent’anni di carcere duro. Ebbero salva la vita solo perché erano cessati gli effetti della Legge Pica. Sacchitiello e i suoi furono catturati e tradotti ad Avellino. Processati, furono condannati ai lavori forzati a vita. Nell’Arianese operò anche la banda di Domenico Manzella, costituita prevalentemente da arianesi. La banda di Marciano Lapia, alias Sacchetto, composta all’incirca da quindici briganti: renitenti, disertori e contadini ansiosi di bottino, imperversò, invece, nei territori di Vallata, Anzano di Puglia, allora degli Irpini, Trevico, Flumeri e Rocchetta Sant’Antonio, ove commise rapine e uccisioni. In seguito Sacchetto e i suoi si unirono alla banda di Giuseppe Schiavone. Il 23 aprile 1864 Schiavone e Sacchetto furono sorpresi in un casolare nei pressi di Rocchetta. Ci fu uno scontro a fuoco. Gran parte dei briganti, anche se molti erano feriti, disperatamente, si aprirono un varco, ma tre rimasero nel casolare, a cui i soldati diedero fuoco, per farne uscire gli occupanti. Nello scoramento del momento, i tre briganti si uccisero l’un l’altro. Tra loro vi era Sacchetto. Il territorio del Vallo di Lauro fu la zona di operazioni della banda, tristemente nota, dei fratelli Giona e Cipriano La Gala. Nel 1860 entrambi evasero dal carcere di Castellammare di Stabia, ove stavano scontando una pena a vent’anni per una lunga serie di reati. Tornati in libertà, costituirono una numerosa banda, composta da circa cinquecento componenti. Le imprese criminali dei due fratelli furono molte e sanguinose; raccontarle significherebbe soltanto sgranare un continuo rosario di omicidi, di grassazioni e di ricatti. Nel dicembre del 1861, dopo uno scontro con i bersaglieri e con la guardia nazionale, i La Gala compresero che non avrebbero potuto resistere molto a lungo. Decisero, allora, di rifugiarsi a Roma con pochi compagni. Il viaggio verso lo Stato Pontificio fu lungo e avventuroso. Stavano per essere acciuffati, ma riuscirono a salvarsi, imbarcandosi sul postale francese “Aunis”con falsi passaporti. Scoperti a Livorno, i La Gala furono tratti in arresto a Genova su concessione del console francese. Ne nacque un incidente diplomatico. La Francia, sconfessando il suo console, ne pretese la restituzione, perché arrestati su nave francese, e ne rifiutava l’estradizione in Italia. Trasferiti a Marsiglia, furono riconsegnati alla Magistratura militare italiana, solo dopo energiche proteste del Governo italiano. La protezione francese, accordata ai due fratelli, appare manifestamente eccessiva e incomprensibile, trattandosi di malfattori. Ma il tutto diventa più chiaro, se consideriamo le mire di Napoleone III sull’ex Regno delle Due Sicilie, con i probabili contatti stabiliti da suoi emissari con alcuni capibanda. Il 13 marzo 1862 Giona e Cipriano La Gala furono condannati a morte dalla Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere. Francesco Cianci, detto Cicco Cianci, un massaro di Montella, formò una banda con briganti di Volturara Irpina e Montella. Con lui militarono anche tredici ex soldati borbonici. I suoi luogotenenti erano il famoso Pagliuchella e Alessandro Picone. Quest’ultimo aveva recitato un ruolo importante nella rivolta antiunitaria di Volturara Irpina del 7 aprile 1861. La banda Cianci, che, per molti anni, ebbe il controllo di un ampio territorio dell’Alta Irpinia, commise furti, ricatti e sequestri di persona. Fu sterminata il 21 novembre del 1866 in un conflitto a fuoco con Carabinieri e Guardie Nazionali alle falde del monte Calvello in territorio di Caposele. Cianci fu ucciso dal maresciallo D’Angelo. Il suo luogotenente Pagliuchella fu sorpreso ed ucciso dalla guardia nazionale di Volturara in una radura che, oggi, porta ancora il suo nome: “sierro

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Di altri fu la terra di elezione delle loro attività. Tutti, comunque, diedero del filo da torcere alle truppe regie. Anche in Irpinia il brigantaggio preesisteva all’unificazione nazionale. Negli anni di re Gioacchino Murat, intorno al 1810, imperversava nell’Alto Sele una banda composta da quattro buccinesi, quattro campagnesi e due senerchiesi. Negli stessi anni infestava le campagne di Senerchia, Calabritto e Caposele un’altra banda guidata dal famigerato capobrigante Gerardo Vota detto Scarola, nativo di Vietri di Potenza, ucciso, a colpi di accetta, da due pastori di Senerchia, tali Francesco Gasparro e Angelo Cuozzo. Su Scarola gravava una taglia di 500 ducati. Ai due senerchiesi furono dati 200 ducati e gli altri 300 furono distribuiti tra altre persone che avevano contribuito alla distruzione della banda. Negli anni immediatamente successivi all’unità d’Italia, l’Alto Sele fu tormentato dalle imprese della banda del brigante Antonio Maratea di Campagna, detto Ciardullo, descritto da Giuseppe Olivieri come “ un omiciattolo dagli occhi felini, barbettina biondiccia e le dita inanellate e luccicanti a guisa di donna da contado”. Ciardullo aveva esercitato, da giovane, il mestiere di capraio. Poi era partito per il servizio militare. A Milazzo aveva combattuto contro i garibaldini, da cui era stato fatto prigioniero. Rientrato a Campagna, trovandosi in ristrettezze economiche, accettò l’invito del sindaco e di altri notabili, fedeli ai Borbone, di darsi alla macchia dietro compenso di cinquemila ducati. Entrò nella banda di Ninnillo Meola di Senerchia, dal quale, dopo qualche anno, si distaccò per formarne una sua di 31 componenti, con la quale terrorizzò le contrade della Valle del Sele e dell’Alta Irpinia. Catturato, fu condannato a morte. L’esecuzione avvenne a Campagna il 1° dicembre 1865. Il suo bottino, al momento dell’arresto, era di ben 553 mila lire. L’Alto Sele conobbe anche le imprese di Gaetano Manzo, brigante di Acerno, ove era nato nel 1837. Manzo rispose alla chiamata di leva del 1862 e fu dichiarato abile al servizio militare, ma disertò. Piemontesi e Borbonici per lui pari erano. Entrò a far parte della banda Ciardullo, dopo aver ucciso con cinque colpi di fucile il farmacista di Acerno, Francesco Criscuolo. La strada tra l’Alta Irpinia e Salerno fu teatro di numerosi sequestri a scopo estorsivo. A capo di una masnada di trenta banditi, Manzo sequestrò, persino, due turisti inglesi. Il riscatto di 30 mila ducati d’oro fu pagato dal console inglese. Nel 1865, stanco, si consegnò al Prefetto di Salerno. Processato, fu condannato ai lavori forzati a vita e rinchiuso nel penitenziario di Pescara e poi in quello di Chieti, da cui evase e di nuovo si diede a delinquere. Riuscì a sequestrare finanche un deputato al Parlamento nazionale, il barone Grella. Il 20 settembre 1873, al passo di Mirabella, fu sorpreso dai carabinieri in una casina. Nello scontro a fuoco Gaetano Manzo perse la vita. Sette bande, medio-piccole, protette da “galantuomini” e da contadini del luogo, operarono nel territorio di Senerchia nell’ambiente aspro e selvaggio del Monte Polveracchio. La più nota fu quella di Michele Di Gè, un pecoraio nativo di Rionero in Vulture, che compì numerosi sequestri di persone. Si ricorda quello di un tale Di Marco a cui fu praticato il classico taglio dell’ orecchio. Nel processo, tenuto a Salerno nel 1866, Di Gè fu condannato ai lavori forzati a vita. Giuseppe Schiavone era un contadino di S. Agata di Puglia, che si diede alla macchia per sfuggire al servizio di leva. Costituì una propria banda, che operò nella Baronia e nell’Arianese e si rese responsabile di grassazioni, sequestri di persona e omicidi. Schiavone con tutta la sua comitiva entrò in contatto con Crocco, divenendo uno dei quarantatré capibanda del brigante di Rionero. Dopo molte avventure, stanco e desideroso di pace si ritirò a Bisaccia, dove aveva non pochi amici e poteva godere di larghe protezioni da parte di notabili del posto. Tradito dalla sua favorita, Rosa Giuliani, per gelosia e per precedenti rancori, fu arrestato insieme ad altri cinque componenti della sua banda. Tradotto a Melfi fu processato e condannato a morte. Analoga condanna fu inflitta agli altri cinque briganti. La sentenza fu eseguita il mattino del 28 novembre 1864. La zona di operazioni della banda Sacchitiello fu l’Arianese e quella che oggi viene chiamata l’Irpinia d’oriente. Agostino Sacchitiello era un pecoraio di Bisaccia, che si trovò sbandato a se-

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l brigantaggio è stato una tara cronica del Mezzogiorno d’Italia. Esisteva ed era molto diffuso già ai tempi dei Normanni e degli Angioini. Molti furono i provvedimenti che i viceré spagnoli adottarono per combattere tale piaga. Tutti: re, nobili e borghesi hanno avuto a che fare con i briganti. Spesso per combatterli, altre volte per utililizzarli a proprio vantaggio, specie in particolari circostanze in cui veniva pericolosamente messo in forse il loro potere. Non è questa la sede per una trattazione dello sviluppo storico del brigantaggio. Il nostro interesse è limitato alla sua violenta manifestazione in Irpinia nel periodo immediatamente successivo all’unificazione nazionale. Vari furono i motivi della protesta. Al primo posto vi fu la reazione dei contadini non proprietari per la delusione delle speranze che avevano riposto in Garibaldi e nel nuovo Stato, relative alla legittimazione della loro secolare aspirazione ad entrare in possesso delle terre che da sempre lavoravano alla stregua di servi della gleba. Francesco II di Borbone, da Roma, ove, dopo la resa di Gaeta, si era ritirato, alimentava i fermenti sociali nel suo ex regno, cavalcando, in modo spregiudicato, la tigre della guerra sociale incubante da secoli, bisognosa solo di piccole e adeguate spinte per esplodere ferocemente. Egli sperava, così, di arrivare alla convocazione di un congresso internazionale da tenersi a Varsavia, analogo a quello tenutosi a Vienna nel 1815 all’indomani del crollo di Napoleone, ove i governi europei avrebbero sentenziato la restituzione del Regno delle Due Sicilie alla legittima dinastia. I ritardi del riconoscimento delle potenze europee del nuovo Stato italiano alimentavano le sue speranze e l’attività cospirativa dei comitati borbonici, che, a tal fine, portarono su posizioni legittimiste e filoborboniche le bande di briganti, che già infestavano le contrade meridionali. I documenti non lo dicono, ma a ingarbugliare maggiormente la situazione, come emerge da non poche vicende diversamente incomprensibili, contribuirono i maneggi di Napoleone III, che miravano a renderla insostenibile, per far sì che le potenze europee, più che ridare il trono delle Due Sicilie a Francesco II, di carattere debole e indeciso, potessero assegnarlo a Luciano, discendente di Gioacchino Murat, ex re di Napoli. L’imperatore dei francesi pensava, così, di stabilire la propria egemonia in ambito mediterraneo, in vista dell’apertura del canale di Suez. Ovviamente l’Inghilterra, che nel Mediterraneo già possedeva Malta e Gibilterra, non poteva stare alla finestra. E, quindi, anche gli Inglesi intrigarono per il proprio tornaconto. Non si spiega, diversamente, il consenso dato ai legittimisti borbonici di utilizzare Malta come base operativa delle loro spedizioni. Non secondario fu, inoltre, il sostegno che il Clero e non pochi possidenti diedero al brigantaggio, preoccupati di perdere privilegi e patrimoni. A fare ingrossare le bande dei briganti intervenne, per di più, l’introduzione del servizio di leva obbligatorio, che allontanava, per tre lunghi anni, braccia di giovani indispensabili e non sostituibili nei lavori dei campi. Infine, l’incomprensione dei Piemontesi, che sottoposero il Mezzogiorno a una traumatica “deborbonizzazione”, persino con l’estromissione dei meridionali dai principali centri di direzione dello Stato, contribuì non poco a diffondere tra la gente un sentimento di palese avversità verso i vincitori. L’Irpinia fu interessata dal fenomeno del brigantaggio postunitario in maniera diffusa e cruenta. Crocco, al secolo Carmine Donatelli di Rionero, in provincia di Potenza, fece non poche scorribande nei paesi irpini rivieraschi dell’Ofanto, limitrofi alla Basilicata. Nell’aprile del 1861, quando ancora non si erano spente le speranze dei legittimisti borbonici di un ritorno di Francesco II sul trono che già era stato suo e dei suoi avi per centoventisette anni, Crocco, dopo l’occupazione di Melfi e di altri centri lucani, si spinse in Irpinia, occupando Monteverde e Carbonara. Poi, al sopraggiungere dell’esercito, ripiegò su Calitri, ove una gran folla gli andò incontro dietro la bandiera bianca dei Borbone, gridando “viva Francesco II”. L’arcivescovo di Conza lo accolse al suono della campane e benedisse la “sacra falange” dei briganti. L’Irpinia non fu solo interessata dalle scorrerie di Crocco. Fu la patria, anche, di numerosi briganti, alcuni famosi altri meno noti.

di Michele Ceres

Un brigante sui generis – Angelo Del Duca Nel brigantaggio irpino del Settecento emerge la figura di Angelo Del Duca, detto Angiolillo, nativo di San Gregorio Magno nel Principato Citra. Angiolino Del Duca, non solo nell’immaginario della gente, fu un brigante da leggenda e da romanzo, un novello Robin Hood, che rubava con gentilezza ai ricchi per donare ai poveri. Era di buona famiglia, lavoratore e rispettoso. Una banale lite per sconfinamento del suo gregge nelle terre del duca di Martina fu all’origine della sua avventura. La lite tra il pastore di Angelo e il guardiano del duca degnerò. Si sparò qualche colpo. Fu colpita una giumenta. Perseguitato dal duca, Angiolillo si diede alla macchia. Compì furti e rapine, ma con uno stile che potremmo definire di bandito gentiluomo, tant’è che Benedetto Croce scrisse di lui che era“leale, mite, giusto, caritatevole, degno di indulgenza”. Si accodò, dapprima, alla banda di Tommaso Freda di Andretta che operava nel Principato Ultra, poi si mise in proprio. Della sua banda faceva parte tale Ciccio Zuccarino di Caposele. A Calitri Angiolillo pose la sua base operativa. Sfuggiva sempre abilmente alla caccia dei gendarmi. Le sue rapine erano singolari. Affrontava il malcapitato, gli chiedeva quanto denaro avesse, gliene portava via un parte, dicendogli che la somma serviva ad una ragazza per dotarla in vista del matrimonio o a un contadino per le sue necessità. Faceva giustizia a modo suo, senza codici e processi, ma con buon senso e umanità. La stella di Angiolillo non tardò, comunque, a tramontare. Ferito ad un braccio in un combattimento, si ritirò nel convento di Muro Lucano, ove fu catturato, per il tradimento di Zuccarino, indispettito per un precedente rimprovero del capo. Condotto ad Avellino, Angiolillo fu poi trasferito a Salerno, ove fu impiccato il 6 aprile 1804. Aveva soltanto 24 anni. Non tutti i briganti furono dello stampo di Angiolino Del Duca. Dopo di lui vi furono mostri assetati di sangue e delinquenti comuni, all’occorrenza arruolati e aureolati dalla politica.

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Breve memoria del terremoto del 23 Novembre 1980

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di Don Vincenzo Malgieri Caposele, 28 Agosto 1989

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comunità, ai fedeli, ai sacerdoti, a tutti e poi specialmente a quelli che sono andati per essere là con i sofferenti, con i terremotati per aiutare, per servire; tanti gruppi, tante persone come qui la Comunità S.Egidio di Roma. E grazie a quel grande disastro, il terremoto si è cambiato in una testimonianza della solidarietà cristiana , e questo è buono e con questo io vi benedico di cuore. Vi auguro di non perdere la speranza e direi anche la gioia, e anche la gioia nella tristezza che dovete sopportare ogni giorno la gioia, la gioia per tutto il bene che si manifesta anche tramite il male. Sia lodato Gesù Cristo.” (Da registrazione) Molto dobbiamo alla presenza operosa e generosa di tutti questi giovani se siamo riusciti a superare il senso d’angoscia, di smarrimento, di paura e ci siamo ritrovati insieme per riprendere, se pur lentamente, la vita sociale e religiosa. Il primo momento forte d’aggregazione è stato la S. Messa di Mezzanotte a Natale in piazza della Sanità presieduta dal Vescovo d’Oria Mons. Salvatore De Giorgi e concelebrata da me Parroco e dai sacerdoti volontari. Il Direttore della Caritas diocesana di Roma Mons.Luigi Di Liegro si è impegnato a realizzare un importante opera sociale e dopo tante difficoltà riesce a realizzare una struttura prefabbricata destinata a sede del Liceo Scientifico. E’ il segno concreto della condivisione della Chiesa di Roma con la nostra comunità ecclesiale di San Lorenzo Martire in Caposele. Questo dono ci sarà consegnato personalmente dal Cardinale Vicario Ugo Poletti il giorno 17 settembre 1983 con una solenne concelebrazione eucaristica nell’atrio del medesimo edificio. La Caritas diocesana di Pinerolo testimonia la propria solidarietà con la presenza stabile per circa un anno di due religiose e la donazione di un prefabbricato ad uso scolastico al Comune e una casa mobile alla Parrocchia. La Caritas Americana, Catholic Reif Services, interviene finanziando

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alla celebrazione della Santa Messa del Santo Padre Giovanni Paolo II nella sua cappella privata in Vaticano. La Comunità di S. Egidio è molto conosciuta e stimata in Vaticano e il Papa, le mostra benevolenza ed è a conoscenza dell’assistenza che presta a noi terremotati dell’Irpinia. Nella gara di solidarietà internazionale è presente anche il Popolo Polacco che tramite il coraggioso Sindacato Solìdarnosc, fa pervenire a Sua Santità Giovanni Paolo II la congrua somma di L. 50 milioni, eccezionale per le condizioni economiche della Polonia. La generosità dei poveri è sempre grande! II Papa desidera consegnare questa somma offerta dai suoi connazionali alla nostra Cooperativa Edile e così dal suo segretario particolare Don Stanislao ci perviene l’impensabile invito che il Santo Padre ben volentieri accoglierà gli operai della Cooperativa nella mattinata del 19 novembre 1981, alle ore 7 nella sua cappella privata per la celebrazione della Santa Messa. Dai giovani di S. Egidio e da me gli operai sono preparati a questo straordinario incontro con la partecipazione dell’ Arcivescovo Mons. Antonio Nuzzi, il giorno precedente partiamo per Roma per essere accolti ed ospitati dalla Parrocchia Santa Maria in Trastevere, centro della Comunità di S.Egidio. Il mattino seguente, memorabile 19 novembre 1981,alle ore 6,30 siamo in Piazza S. Pietro davanti al famoso Portone di bronzo e subito veniamo introdotti nella cappella dove troviamo il Papa inginocchiato in profondo raccoglimento. Inizia la Santa Messa, con il Papa concelebrano l’Arcivescovo, il sottoscritto Parroco e l’Assistente della Comunità don Vincenzo Paglia. Dopo la Messa nella sala delle udienze private S.S. Giovanni Paolo s’intrattiene paternamente con noi informandosi sulla nostra particolare situazione di terremotati, chiedendo ad ogni operaio notizie delle rispettive famiglie e donando a tutti una Corona del Rosario. Prima di impartire la Benedizione Apostolica ci affida questo breve messaggio per l’intera Comunità Diocesana: “ Sono molto grato della vostra visita che mi riporta a quel l’avvenimento così triste di cui io sono stato colpito, sono rimasto commosso profondamente specialmente dopo la mia visita. Mi ha colpito e soprattutto unito, unito spiritualmente a tutti quelli che soffrono, alle

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Domenica solennità di Gesù Cristo Re dell’Universo, alle ore 19,34, un violentissimo terremoto sconvolge la tranquilla esistenza delle nostre popolazioni. E’ una serata meravigliosa, il cielo è sereno e mostra tutto il suo manto dì stelle con una luna piena che illumina tutta la verde valle del Sele. La gente è appena uscita dalla Chiesa dove ha partecipato alla Santa Messa vespertina e s’intrattiene passeggiando per via Roma e corso Europa, quando improvvisamente si avverte una folata di vento caldo, poi un forte boato e immediatamente la terra non è più stabile sotto i nostri piedi, ma si scuote con una violenza incredibile, prima con un moto sussultorio e poi ondulatorio per una infinita durata di 90 secondi. Incominciano subito i crolli, la Chiesa Parrocchiale diventa un cumulo di macerie, crollano l’intero soffitto le cui tavole lignee raffigurano, con un discreto valore artistico la gloria di S. Antonio di Padova, essendo la Chiesa di origine conventuale, tutta la facciata e la navata sinistra cade il Castello poco distante dalla Chiesa cadono le case, si alza un gran polverone. Il panico è indicibile, ovunque si odono grida, lamenti, tutti abbiamo la sensazione di un evento apocalìttico. Finalmente quegli interminabili 90 secondi passano, la terra momentaneamente si ferma, le persone atterrite fuggono in ogni direzione invocando e cercando i propri familiari, sono genitori che cercano i figli,sono figli che invocano il nome di papà e mamma. Molti familiari s’incontrano, si abbracciano e corrono verso le zone meno pericolose, campo sportivo.piazza della Sanità, Santa Caterina, S. Giovanni Fornaci.... Si formano gruppi di persone tutte spaventate, ma tante altre, familiari, amici, anziani, giovani e bambini, mancano. Inizia immediatamente l’opera di ricerca e dì soccorso, si scava con le mani tra le macerie, si estraggono i feriti e le prime vittime del terrificante terremoto. Circondati da una natura diventata improvvisamente ostile, solo il clima è rimasto amico. La notte è serena e mite e non fa sentire gli ulteriori disagi dell’addiaccio e agevola enormemente l’opera dei soccorritori. Trascorre così la tragica notte del 23 novembre soccorrendo i feriti, incoraggiandosi l’uno con l’altro, elevando preghiere chiedendo notizie. Intanto la terra continua a tremare fino a raggiungere nuovamente un’intensità molto elevata verso l’1,30 tanto da procurare altri crolli di case. Quando spunta il nuovo giorno lunedì 24 novembre, si presenta davanti agli occhi smarriti lo spettacolo desolante di un paese completamente distrutto, dappertutto macerie, case sventrate, strade ostruite da sassi,le persone sì aggirano tra le macerie sembrano come ombre in un deserto. Giungono notizie dai paesi viciniori . Lioni,

Teora, Sant’Angelo dei Lombardi, ovunque è la medesima tragedia. Desolazione e morte, e l’angoscia aumenta soprattutto per coloro che hanno familiari e parenti in quei paesi. Siamo isolati, nessuno viene in aiuto, bisogna provvedere ai bambini e agli anziani, con grave rischio molti uomini sì inoltrano nelle case pericolanti e nei negozi per prelevare quanto trovano, pane, latte, carne che vengono distribuiti alle persone più deboli, molti di noi non toccano cibo. A mattinata inoltrata giungono i familiari domiciliati fuori Caposele alla ricerca dei propri congiunti, ma il soccorso pubblico non arriva, solo nel tardo pomeriggio si vede un camion con un gruppo di soldati. Ci apprestiamo a passare la notte all’addiaccio con l’animo maggiormente triste e il volto più spaventato per la piena consapevolezza dell’immane tragedia, per la conoscenza delle cinquantaquattro vittime nel territorio di Caposele, altre in Lioni . Carmela, Enzo e Alfonsina Cuozzo, l ‘intera famiglia Del Gaudio, la moglie e i tre figli in tenera età dell’Ing. Federico Corona. Il padre di Carmela , Enzo e Alfonsina Cozzo, Leone,non regge alla durissima prova della morte di tutti e tre i suoi figli e si suicida la sera del 29 novembre. Martedì 25 novembre si raccolgono i cadaveri, si preparano le bare con semplici tavole e si trasportano al Cimitero, la Santa Messa di suffragio sarà celebrata una settimana dopo con la partecipazione dell’intera popolazione. Filialmente incominciano ad arrivare i primi soccorsi: sono volontari che portano pane, latte indumenti, coperte. Inizia una catena di solidarietà straordinaria, arrivano persone da ogni regione d’Italia e anche dell’Europa e con il passare dei giorni questo mare di bontà aumenta sempre di più, sono i giorni in cui l’amore e la fratellanza prevalgono sopra l’egoismo e l’individualismo. Una testimonianza meravigliosa è data dalla CHIESA che è in Italia: i primi volontari sono gruppi ecclesiali: Centro Giovanile Don Guanella di Roma guidato dal dinamico sac. Cosimo Pedagna, i giovani della Comunità di S. Egidio, la Caritas di Pinerolo, la Caritas di Ori a, la Caritas di Roma con la fattiva presenza del Direttore Mons. Luigi Di Liegro. I giovani del Centro Don Guanella impiantano la prima baracca denominata.”Centro di Accoglienza”che diventa l’unico luogo di incontro di tutta la popolazione per le manifestazioni religiose, civili e ricreative; inoltre questi giovani prestano per ben due anni un encomiabile servizio di animazione catechistica, liturgica e ricreativa per tutti i ragazzi. giovani della Comunità di S. I Egidio dedicano la loro attenzione e cura particolarmente agli anziani interessandosi a tutti i loro problemi. Riescono a costruire in loco una Cooperativa Edile.la quale darà poi l’occasione di vivere un’esperienza unica: la partecipazione

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ell’anno del Signore 1980, il giorno 2 3 novembre,


Storia

Parroco è stata ristruttura dalle fondamenta e ora si presenta molto armonica nelle linee e nei colori. Tempi lunghissimi per la Chiesa Parrocchiale S. Lorenzo Martire. Il progetto elaborato dall’Ing. Vittorio Gigliotti è stato virulentemente ostacolato dal Soprintendente ai Beni Culturali Arch. Mario De Cunzo e dopo anni passati inutilmente nel cercare qualche intesa, solo l’autorizzazione richiesta e ottenuta direttamente dal medesimo Ministero in data 13 marzo 1989, ha consentito il proseguimento dell’iter burocratico sempre lento e difficile. Con la fiduciosa speranza di iniziare più presto la ricostruzione della chiesa parrocchiale, termina questa breve memoria di un periodo straordinario della nostra storia locale. Sac. Don Vincenzo Malgieri

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invece soffre la ricostruzione delle chiese nell’Arcidiocesi. L’ A r c i v e s c o v o e i l C l e r o responsabilmente si sono adoperati nel periodo dell’emergenza perché venisse data priorità assoluta alla ricostruzione delle case come segno di condivisione, ma dopo nove anni reclamano giustamente, accogli endo anche le richieste provenienti dalle comunità ecclesiali, maggiore attenzione e sollecitudine dagli organismi competenti verso la ricostruzione delle chiese. Qui a Caposele la comunità per otto anni si è riunita per le celebrazioni liturgiche in box di lamiera di 80 mq. e solo in giorno 8 dicembre 1988 l’Arcivescovo Mons. Antonio Nuzzi ha benedetto e riconsegnato alla devozione della popolazione la cara Chiesetta di Maria S.S. della Sanità. La chiesa gravemente danneggiata dal terremoto e sfuggita all’ abbattimento grazie all’energica opposizione di me

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Protezione Civile. Intanto il Parlamento nel mese d’Aprile 1981 emana la legge 219 che contiene le norme per lacompleta ricostruzione della vasta zona terremotata della Campania e della Basilicata e cosi ingenti finanziamenti vengono erogali alle due Regioni. Ma la ricostruzione sia pubblica che privata incontra enormi difficoltà di ordine geologico, tecnico, burocratico e sociale che ritardano di alcuni anni l’inizio della ricostruzione e consentono soltanto lentamente il suo proseguimento, attualmente la ricostruzione è in fase molto avanzata anche se restano molte riserve sulla scelta fatta dall’Amministrazione Comunale. Infatti si tratta di una ricostruzione in loco quasi identica alla preesistente senza tenere sufficientemente conto dei nuovi tempi e delle prospettive future che richiedono spazi più ampi, strade più larghe, parcheggi. Eccessivo ritardo dovuto a difficoltà burocratiche spesso incomprensibili,

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per un importo di L. 120.000.000 il completamento dalla costruzione della Casa Parrocchiale. I1 terremoto segna l’inizio di una nuova epoca: con l’evento sismico tutta la realtà è stata stravolta, il tessuto sociale è profondamente cambiato, i costumi modificati, la mentalità completamente rinnovata. Il maggior disagio è detcrminato dalla disgregazione della popolazione divisa nei vari raggruppamenti di prefabbricati: S. Caterina, S. Giovanni, Piani, Fornaci.... distanti l’uno dall’altro. L’intervento dello stato, eccetto il ritardo del primo giorno, è sollecito ed efficace. La prima emergenza di dare un rifugio provvisorio alla popolazione è risolta nel breve tempo di alcune settimane con la consegna di una roulotte ad ogni nucleo familiare. Subito dopo si inzia a provvedere ad una sistemazione stabile, più idonea e decorosa con l’istallazione di prefabbricati dotati di tutti i servizi essenziali. Di questo intervento efficiente molto è dovuto all’impegno e alle capacità organizzative del Commissario Governativo On. Giuseppe Zamberletti. Ministro della

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Il dialogo

locale quanto descritto sopra. Oggi la maggioranza che ha vinto le elezioni comunali ha il dovere di aprirsi al dialogo e al tempo stesso l’opposizione quello di essere dialogante. Ce lo chiedono le condizioni attuali, questi non sono certo tempi in cui l’unica e sola risposta possa essere sempre e solo un NO. Ce lo chiedono le regole della democrazia richiamandoci al dialogo e al confronto costruttivo, affinché possa sempre e solo prevalere l’interesse della collettività. Per questo provo a lanciare, dal nostro giornale, una provocazione, un’idea che spero possa portare al dialogo almeno su di un punto: l’istituzione di un tavolo di confronto in cui decidere tutti insieme che tipo di raccolta dei rifiuti effettuare e quali vantaggi ottenere. Premetto che, nel momento in cui scrivo, la legge di stabilità non è stata ancora approvata, quindi non so dire quali risorse i comuni potranno utilizzare per questo servizio. Oggi però fortunatamente disponiamo dell’esperienza di comuni che hanno già percorso efficacemente la strada di un impegno qualificato sui rifiuti, e qui penso a quei comuni, come Ponte nelle Alpi, che hanno diversificato la raccolta arrivando a vendere carta e cartone,

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n una fredda giornata di Venerdì Santo di quindici anni fa, a Belfast, le due fazioni irlandesi, quella cattolica e quella protestante, che si erano combattute per trent’anni siglarono la pace. A farlo furono quegli uomini che avevano guidato milizie armate e avevano ordinato uccisioni e stragi. La pace era il risultato del loro dialogo.Qualcosa di simile è avvenuto anche in Italia dopo le elezioni del giugno del 1976 che videro la Democrazia cristiana ferma al 38 per cento dei voti e il Partito comunista sconfitto con il 34. Quei partiti, che sino ad allora si erano fronteggiati, in una situazione di difficoltà economica paragonabile a quella attuale, dialogando trovarono un accordo che consentì nei due anni successivi un discreto aggiustamento dei nostri conti e l’abbassamento dell’inflazione. Erano gli anni di piombo, gli anni dell’offensiva del partito armato delle Brigate Rosse che videro il loro apice nel rapimento e nell’assassinio di Aldo Moro. Entrambi i partiti ne pagarono elettoralmente le conseguenze. Ma il Paese venne prima. Questo a dimostrazione che ci sono battaglie difficili da combattere, il cui risultato non è per nulla scontato, ma che abbiamo il dovere di combattere. Proviamo ora a portare su scala

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...una battaglia difficile

di Raffaele Russomanno

lattine di alluminio, vetro e contenitori in plastica per liquidi riducendo la tassazione sulla spazzatura, perché i proventi derivanti dalla vendita dei rifiuti vanno a coprire parte dei costi dello smaltimento, arrivando finanche a creare nuovi posti di lavoro. Processo facile? Assolutamente no. Perché richiede per prima cosa un aumento del livello di responsabilità in noi cittadini, rispetto delle regole e perché no, sanzioni certe per chi le viola. Per questo regole e comportamenti dovrebbero scaturire da decisioni condivise, sospendendo almeno per una volta l’eterna campagna elettorale. Ci sono scelte che non hanno colore politico e che non appartengono a questo o a quel movimento, perché toccano il nostro modo di vivere, con ricadute sui nostri figli. Processo necessario? Assolutamente sì. Oggi il ciclo dei rifiuti è racchiuso all’interno del ciclo “della vita”, maggiore è il nostro grado di civiltà maggiori sono le scorie prodotte. Pensiamo per un attimo all’olio contenuto nelle padelle, nei fondi dei vasetti e delle scatolette sottolio che quotidianamente viene scaricato direttamente nelle tubature di casa causando danni e rallentamenti ai filtri dei depuratori comunali con

relativo aumento dei loro costi di gestione e conseguente aumento della tassazione, mentre se smaltito correttamente può portare perfino degli utili alla collettività. Senza dimenticarci che lo stesso olio se disperso nel sottosuolo andrà a depositare un film sottilissimo nel terreno, impedendo l’assunzione delle sostanze nutritive da parte delle piante mentre se raggiunge le falde acquifere ne compromette la potabilità. Processo possibile? Assolutamente sì. Perché dove c’è stata lungimiranza di vedute e dialogo sono state intraprese soluzioni vantaggiose per la collettività. Come tutti non ho soluzioni miracolose da proporre, ho solo la consapevolezza che senza confronto, senza una discussione serena, scevra da personalismi e interessi, impiegheremo il doppio, se non il triplo del tempo, per avviare e portare a compimento problematiche che vedono coinvolta un’intera comunità, per questo sarebbe il caso di provare a dialogare per la soluzione di un problema, con la speranza che questo possa essere l’inizio di un percorso nuovo.

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Politica

Il mio PARTITO, quello che avrei voluto che fosse

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Caposele; abbiamo partecipato a Novembre 2012 con una forte partecipazione, oltre 220 elettori, alle primarie 2013 sia per il futuro Capo del Governo che per i parlamentari, con l’impegno di tutta la direzione locale a partire dal Presidente Nicola Conforti al Vicesegretario Donato Curcio, al tesoriere Giuseppe Malanga e tutti gli altri amici. Abbiamo organizzato la festa di Partito nel mese di Agosto 2013 con grande successo sia nella partecipazione di cittadini che nella partecipazione delle rappresentanze politiche locali e Nazionali. Nonostante ciò non ho raggiunto gli obiettivi che mi ero prefissato, sognavo un partito più incisivo e determinante nel programma delle cose da fare a Caposele. Un partito che doveva incidere con più forza e determinazione verso l’Amministrazione Comunale per la risoluzione di alcune linee politiche ( Ambiente, Rifiuti con raccolta differenziata, Convenzione con l’AQP, Forestazione, Polo fieristico, P.U.C., P.I.P., Pavoncelli bis, rete idrica, strade rurali, Commissioni di lavoro a supporto del politico ecc.). Abbiamo dato il nostro impegno, il nostro voto determinante per la vittoria raggiunta della lista “Caposele nel Cuore”; abbiamo fatto tutto ciò per un senso di responsabilità verso i cittadini e verso i nostri elettori. Era nostro dovere, anche perché la lista era caratterizzata da una coalizione di centro-sinistra con la presenza dell’UDC SEL e PD, ma alla fine abbiamo riscoperto che è una lista dalle grande intese, con la presenza anche della destra, basta guardare il convegno sull’agricoltura che ha visto la partecipazione di soli rappresentanti istituzionali della Regione Campania, quale Governo di centro-destra. Questo è un mio grande rammarico ma mi rimane anche una grande soddisfazione, che è quella di essere rimasto ciò che sono, ho sempre dato tutto alla politica senza avere nulla in cambio perché credo che fare politica sia sinonimo di altruismo. A Settembre con il Congresso cittadino ho chiuso questa bella esperienza di

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creato disorientamento e acquisto delle tessere, tesserando l’amico o il parente pur di raggiungere personali traguardi e annullando la linea e la dignità di partito, mortificando coloro che nel partito hanno militato dalla sua nascita. Fortunatamente qualche candidato alla Segreteria (Gianni Cuperlo) ha proposto il fermo del tesseramento per bloccare il declino del Partito. Il fatto più grave è la giornata dell’otto dicembre dove i cittadini, elettori del Partito e non, con un contributo di 2 euro, e senza aver minimamente preso visione della linea politica e dello statuto, organo indispensabile per la militanza nel partito, possono decidere il Segretario di una forza politica che sta governando il Paese. Un partito di sinistra o di centrosinistra deve porre delle regole serie. Le regole che costituiscono il DNA della sinistra italiana sono state stravolte e sono divenute troppo liberali. Vedi il “caso Salerno”, da premettere caro direttore che questo articolo viene sviluppato oggi, in data 23 novembre, per cui il caso è ancora all’inizio del suo percorso politico o forse anche giudiziario, certo non di buono auspicio. Io non sono stato un militante del PCI pur condividendo la struttura piramidale, ora però si è giunto all’opposto, il sistema per eleggere gli organismi è incomprensibile, mancano regole basilari per dirigere un partito quale il PD. Mi domando: dove sono i dirigenti della vecchia guardia? Perché non è prevalsa una forma mista (tra il vecchio ed il nuovo) nel sistema della scelta dei dirigenti? E’ questo il partito che vorrei che fosse: un partito di regole chiare, di responsabilità precise, un partito che rimarca la storia della sinistra, della partecipazione di massa, un partito che guarda e risolva il problema delle pensioni, della questione sociale, un partito che guarda e intervenga sull’ambiente, che guarda al ripristino del ruolo imprescindibile e determinante dell’uomo (idraulico forestale), che salvaguarda la montagna, la risorsa acqua, la questione rifiuti, un partito che guarda ai settori produttivi (artigianato, Commercio e Agricoltura) come volano dell’economia nazionale. Le aziende agricole non devono essere suddite della comunità europea sui fondi comunitari, ma devono anche agire in base a una legge nazionale che dovrebbe valorizzarle come mezzo di sviluppo economico e dovrebbe salvaguardare la cultura della genuinità del prodotto alimentare, indispensabile per la sopravvivenza dell’uomo. Anche a Caposele avrei voluto che il partito fosse diverso. Qualcuno potrà chiedersi il perché della mia affermazione, visto che sono stato il segretario e ho raggiunto grandi successi. E’ vero, ho guidato la sede locale fino al mese di settembre. Abbiamo raggiunto grandi successi, la vittoria alle politiche con 674 voti, primo partito a

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el 2008 mi sono iscritto al neo partito PD (Partito Democratico) dopo una lunga militanza nel PSI (dal 1978 al 2006) seguendo il pensiero e la linea politica lombardiana. Lombardi affermava: ”E’ Socialista quella società che riesce a dare a ciascun individuo la massima possibilità di decidere la propria esistenza e di costruire la propria vita”; era un politico che credeva nei valori dell’individuo, era un socialista puro. Purtroppo dopo la disfatta del PSI nel 1994 gli ideali del socialismo finirono e rimase un gruppo di dirigenti alla mercé e alla sottomissione di individui che della storia del PSI non avevano nulla a che fare. Ricordo ancora il Congresso di Fiuggi, in cui l’allora Segretario Nazionale stravolse storia e simbolo del glorioso Partito Socialista in una Rosa nel Pugno e rimase un pugno di rose. Il danno maggiore è stata la presenza in quel “pugno di rose” di massimi dirigenti radicali (Pannella e Bonino) che completarono la cancellazione degli ideali del Socialismo. Io in quel Congresso ero presente, il 2° giorno dopo gli interventi dei cosiddetti Radicali abbandonai il dibattito poiché mi sentivo tradito. Sono rimasto per due anni senza bandiera, in quanto non era presente nella scena politica Nazionale un Partito che si ispirava al Socialismo. Guardavo con interesse la presenza del Partito dell’Ulivo di Romano Prodi, ma non vedevo dentro a tale forza politica i miei ideali. Poi è nato il Partito Democratico e ho percepito da subito che alcuni spezzoni del socialismo erano presenti: partecipazione alla politica nazionale e territoriale, uguaglianza, parità di diritto, presenza di genere (presenza indispensabile della donna quale protagonista della politica in generale), laicità e riforme, un Partito di tutti e non di proprietà di alcuni. Lo dimostrano il simbolo senza nomi e il fatto che i dirigenti si rinnovano, il partito è senza padroni e non ad personam. In ultimo la politica delle primarie che ha visto il coinvolgimento di una grande fetta della popolazione, vedi Novembre 2012 dove le primarie hanno premiato con la scelta del Parlamento anche la forza giovanile e femminile (con la presenza del 40% di donne), per cui un rinnovamento della classe dirigente. Oggi vediamo nello schermo televisivo programmi come Ballarò, Agorà, Porta e Porta, Quinta colonna, ed altri dove si sviluppa la politica Italiana e vediamo la presenza autorevole della nuova classe dirigente del Partito. La questione che non mi ha convinto e soddisfatto è il percorso del Congresso, compreso le primarie dell’otto Dicembre. Perché non mi ha convinto? Perché il sistema del Congresso in base al Tesseramento 2013, dove tutti potevano iscriversi fino all’ultimo minuto prima del voto, ha

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di Mimin

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La sofferenza di un uomo che crede ancora nei valori politici e morali

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Gelsomino Grasso insieme al decano del partito Antonio Cifrodelli, sempre presente ad ogni manifestazione

Segretario del Circolo lasciando la guida ad una nuova generazione, che comunque si è formata nella mia gestione. Ho preparato il campo all’attuale squadra che coordina il partito locale con l’augurio che il gruppo dirigente attuale riesca ad incidere molto di più sulle questioni programmatiche amministrative locali.


Caposelesi illustri

DANIELE PETRUCCI

CAPOSELESI ILLUSTRI Della serie i “grandi personaggi”

riportiamo

importanti testimonianze apparse sulla stampa nazionale alcuni anni fa a seguito della morte di un altro “genius loci” originario del nostro

biologo di

Daniele Petrucci: UN “MERIDIONALE” di Luciano Garibaldi

Un uomo eclettico di Maurizio Polverini

… Un uomo eclettico: si occupava di biologia, di chirurgia, di medicina generale, di anestesiologia, di elettronica, di fotografia e di cinematografia scientifica. Tutti questi interessi gli consentirono comunque di giungere dove altri non erano arrivati: anche la fotografia e la cinematografia gli servirono per seguire lo sviluppo dei “feti in provetta”. Nelle sue ricerche lo aiutarono la dottoressa in chimica Laura De Pauli Santandrea e l’anestesista Raffaele Bernabeo. Gli esperimento, come spesso capita nel mondo scientifico, erano nati da una osservazione casuale. Petrucci ne intuì subito l'importanza. A chi lo accusava di voler "creare " la vita sostituendosi a Dio, rispondeva:"la vita nasce da un atto di amore: e questo atto si è già compiuto, quando intervengo io. Il mistero della creazione, di quella scintilla da cui ha origine la vita, resta e resterà sempre nelle mani di dio". L'accusa di voler creare dei "mostri " fu quella che lo ferì maggiormente e lo spinse ad abbandonare tutto. Le sue ultime parole sono state: ”Spero che Dio mi perdoni per non aver avuto il coraggio di fare tutto il bene che avrei voluto”.

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E’ MORTO Daniele Petrucci, docente all’Università di Bologna: era il medico dei “figli in provetta”. Aveva 51 anni ed è stato stroncato da un infarto. Gli infarti è risaputo, possono essere conseguenza di preoccupazione e di dubbi che logorano il fisico, di polemiche che distruggono la sicurezza in se stessi. E preoccupazioni, dubbi e polemiche non mancarono al professor Petrucci. Nel 1965 aveva iniziato una serie di impressionanti esperimenti: aveva disposto su vetrini da microscopio ovuli femminili e li aveva fecondati con sperma maschile. Ottenne embrioni che sarebbero diventati neonati se lui stesso non avesse interrotto tutti gli esperimenti. Questi avrebbero creato uomini schiavi, con cervelli programmati in modo da agire secondo i loro desideri. Allo sgomento subentrarono le polemiche, che si scatenarono feroci. Petrucci, scienziato serio e responsabile, e uomo profondamente religioso, capì il pericolo dei suoi esperimenti e li interruppe.( … ) “Soltanto Dio lo sa se ho ragione” Furono 28 i “figli della provetta” (anche se le loro generalità rimasero sconosciute: Petrucci rispettava il segreto professionale ). (…) All’uomo Petrucci fecero male soprattutto le accuse dei cattolici, che lo accusavano di sopraffare la natura, profanando un compito che spettava solo alla natura.

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HA DATO LA VITA A 28 “FIGLI IMPOSSIBILI”

A loro rispondeva:”Dio sa che sono nel giusto”. Questo era il grande medico, il luminare sicuro delle sue opinioni. (…)

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Da Annabella n. 117 del 1973

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Che ricordo hanno Angiola e Giovanni del loro papà? "Un ricordo bellissimo", dicono i due fratelli. "Era convinto di fare del bene e perciò era pronto a rischiare le reazioni negative, pur di soddisfare il desiderio di tante coppie. Inoltre siamo certi che egli non avrebbe certamente continuato ad operare se non fosse stato sicuro al cento per cento del risultato positivo del suo metodo: la nascita, cioè, di bambini perfettamente sani. Studiava continuamente, ogni giorno fino alle ore piccole, fino a cadere letteralmente dal sonno sui libri e sulle riviste scientifiche. Come padre, era certamente un padre all’antica, a volte perfino severo con noi ragazzi. Ma glie volevamo bene e soprattutto soffrivamo quando ci rendevamo conto che era amareggiato per qualche articolo scandalistico scritto su di lui. Quanto a sensibilità, nostro padre era rimasto "meridionale", come il nonno: si emozionava, stava male quando si vedeva fatto oggetto di accuse che riteneva ingiuste. Aveva superato bene il primo infarto. Ma il secondo, il 15 ottobre 1973, gli fu fatale. Morì nel suo studio reclinando il capo su un libro di medicina.

Da “Il Tempo” del 16 ottobre 1973 (L’articolo in sintesi) Morto il prof. Petrucci – IL PADRE DELLA PROVETTA Il prof. Petrucci, il biologo che guadagnò notorietà internazionale nel 1961 quando annunciò di aver ottenuto numerosi casi di fecondazione artificiale in vitro (e ne presentò le prove con un film in bianco e nero di 45 minuti sugli esperimenti) è morto a Bologna d'infarto a 50 anni. Petrucci può essere considerato "il padre dei figli della provetta" perché è stato il primo a realizzare in laboratorio la fecondazione di un ovulo femminile al di fuori dell'alveo materno. A tre anni di distanza dalla clamorosa notizia e dalle conseguenti polemiche che vide la Chiesa schierarsi contro questi esperimenti considerati immorali in quanto innaturali, Petrucci dichiarò a Glasgow che 27 embrioni erano stati concepiti in vitro “allevati”in un utero artificiale e infine “trapiantati negli alvei femminili fino alla nascita dei bambini. Poi Petrucci che era cattolico osservante quindi sensibile alla condanna pronunciata dalla Chiesa, cessò di eseguire gli esperimenti e praticamente rientrò nell'ombra. Le sue esperienze vennero raccolte da altri scienziati, specialmente dal biologo inglese Edwards che nel 69 a Cambridge rese noto di avere ottenuto diciotto embrioni in avanzata maturazione al di fuori del corpo umano.

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Daniele Petrucci, fama mondiale . paese: il prof.

Da Gente del 16 ottobre 1973 Anno XLI - Dicembre 2013 N. 87

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Recensioni

Dalla rivista internazionale “National geographic” Editoriale del Direttore

Che ha fatto della Puglia la più importante regione agricola e una delle più apprezzate mete turistiche del paese. Anche per questo vi raccontiamo l’avventura di una “grande opera” di cui tutti dovremmo andare fieri.

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Mentre per Cicerone, vent’anni prima, il Tavoliere è un desolante deserto:  inanissima pars Italiae, sterilissima parte d’Italia. Da allora, per due millenni, la storia della Puglia è stata una vicenda di alti e bassi, tra la fioritura di epoca araba e le pestilenze dei secoli bui, fino alle spaventose siccità ottocentesche, che portarono di nuovo fame e miseria. 

Fino a un secolo fa, anno più anno meno, quando l’acqua cominciò come per magia a sgorgare dai rubinetti di Bari, convogliando laggiù le acque del Sele. Oggi l’Acquedotto pugliese è una ragnatela di tubi e canali lunghi complessivamente 21.000 chilometri: la più imponente opera di ingegneria idraulica d’Europa e, forse, la via d’acqua artificiale più lunga al mondo. 

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LA FORMA DELL'ACQUA

La sete della Puglia è una storia che si perde nella notte dei tempi. Già Orazio, nel I secolo a.C., si stupisce - arrivando da Roma costellata di terme e fontane - che l’acqua sia un bene tanto prezioso, in quella terra, da venderlo a caro prezzo. 

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Ogni anno all’inizio di primavera una piccola cerimonia si svolge a Caposele, una cittadina 50 chilometri a sud di Napoli. Intorno a mezzanotte un gruppo di uomini apre i portelloni di una costruzione rettangolare in mezzo a un prato. Il campanile di una chiesa che ora non c’è più (l’hanno spostata a valle) tempestato di maioliche colorate riflette la poca luce e impone un tocco di spensieratezza. Il silenzio di questa piccola arcadia viene rotto all’improvviso dallo sciabordìo di una cascata: acqua allegra e trasparente, che scende dalla montagna e corre alla velocità di 4.500 litri al secondo; è uno sparo di ghiaccio fuso, filtrato da sei mesi di deposito nel bacino naturale acquattato nelle vene della montagna. «È il cuore battente dell’Acquedotto pugliese», dice Luciano Venditti, l’ingegnere al comando della squadra. «Tra un paio di giorni la bevono sull’Adriatico. Non c’è niente di così puro in circolazione…» Siamo a picco sul Tirreno, sotto di noi ci sono Paestum, Napoli e l’autostrada Salerno-Reggio Calabria. Su queste colline Spartaco il gladiatore sfidò Roma, e perse la libertà e la testa. Nel 1861 il generale Enrico Cialdini attraversò questi boschi per dare fuoco al mondo dei contadini che non volevano il re sabaudo. Brindisi, dall’altra parte della penisola, è solo il nome di un porto intasato da Tir turchi e greci. L’ingegner Venditti detta gli ordini alla squadra scandendo i tempi secondo una tabella, con un certo ritmo trenta giri a destra, un minuto di riposo, poi altri venti, in serie, come Mark Twain sui barconi del Mississippi. Gli operai in tele arancioni - uomini alla ruota, gesti lenti e antichi chiudono alcune saracinesche e deviano il corso dell’acqua: tutto ha l’aria solenne. «Per controllare le gallerie le mettiamo a secco», dice Venditti, che è il responsabile degli approvvigionamenti primari. L’acqua è spinta verso il suo antico letto che attraversa Caposele; per tutto l’anno è un rivolo che attraversa la piazza del mercato coi vecchi che succhiano la pipa. Improvvisamente torna dove in millenni si è scavata un passaggio tra rocce affilate.

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Riacquista colore - il blu del cielo, i riflessi verdi delle foglie - si arriccia sui sassi. I contadini e i pastori si sentivano privilegiati dalla Fortuna: acqua uguale benessere; la loro chiesa è dedicata alla Madonna della Salute. Ma in latino salus significa anche salvezza, scampato pericolo; dalla povertà. Cinquanta chilometri più a est, dopo molte colline, iniziavano le Puglie dove la zappa incontrava subito la roccia, l’erba era tisica come gli umani, e per dissetarsi e lavarsi c’era da pescare il liquido in pozze avare tra le crepe della superficie carsica del terreno che non trattiene la pioggia; fame, tifo e colera. Insomma, la “siticulosa Apulia” nebbiosa di miasmi che ammorbarono il respiro del poeta Orazio, di Mecenate e degli dei su in cielo. Sul prato, due volte l’anno, decine di abitanti di Caposele festeggiano dunque una divinità che li ha nutriti e salvati sin dalla notte dei tempi, e ora riappare. Pile, candele, accendini: è uno stupore silenzioso che si rinnova davanti al miracolo. Un rito pagano dedicato a Diana benefattrice di acque e boschi evocata coi lumi. “L’acqua che tocchi dei fiumi/ è l’ultima di quella che andò/ e la prima di quella che viene/. Così è il tempo presente”. E questo è Leonardo da Vinci, il terzo santo protettore di Caposele e dell’Acquedotto della Puglia. Le parole del Genio sono impresse in una gigantografia come un vangelo e un viatico che protegge il cammino dell’acqua fino alla sua meta finale, Santa Maria di Leuca, dove il Salento finisce in una enorme “piazza d’Italia”, un capolavoro di metafisica à la De Chirico, meta di pellegrinaggi, e una scogliera a picco. L’acquedotto pugliese è «la più grande opera d’ingegneria idraulica in Europa e forse la via d’acqua artificiale più lunga al mondo», ci dice Fabiano Amati, avvocato e co-autore di un originale fior da fiore di letterature sull’acqua, dalla Genesi fino a Eugenio Montale. Lo dicono i numeri: il canale storico, quello che arriva a Brindisi, misura 246 chilometri, come si legge sul portone di una garitta in località Villa Castelli.


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realizzazione di un’esperienza formale variandone le tipologie. Ancora uno sforzo di fantasia e siamo di fronte a una gigantesca opera di land art, concepita quando la land art non esisteva. Da questo punto di vista ha raggiunto il suo scopo. Spesso in modo eccentrico. Davanti a Castel del Monte, la “corona” dello Stupor mundi, l’imperatore Federico II, dopo 105 chilometri di strada, l’acquedotto si acquatta, avvolge la collina senza farsi notare, scompare. C’è la volontà di non alterare questo capolavoro di architettura, memorie storiche e arte esoterica: otto torrioni su una collina e un rincorrersi di richiami a geometrie e proporzioni che lo rendono un enigma avvolto in un mistero, come Stonehenge o la piramide di Cheope. È il simbolo di tutto ciò che è italiano, insieme al Colosseo e alla Torre di Pisa. Tanta discrezione ripaga: l’acqua - i tubi appaiono qualche chilometro più a valle - ha permesso un’esplosione di bed and breakfast e agriturismi, cavalli e cavalieri che scorrazzano per la campagna, mezzo milione di visitatori l’anno, con punte di 900 mila. Da lontano, ma non troppo, si intuisce il mare e il capitalismo veloce della Via Adriatica che si è sviluppato e consolidato nelle Murge, eppoi, arrivato a Bari, vira verso l’interno lungo la statale 96 che porta a Matera. In altri casi la presenza dell’acquedotto si impone al paesaggio con una metamorfosi di forme. Il serbatoio pensile di Lecce è costruito con un’unica vasca centrale sorretta da 12 colonne in calcestruzzo. Una sua curiosa forma circolare lo fa somigliare a un cappellino da donna dimenticato su un trespolo. Il torrino del Locone che potabilizza le acque di un lago artificiale e disseta la città di Barletta, invece, è in cemento armato di 30 metri d’altezza in cui è installata una centralina idroelettrica a turbina che produce energia pulita. Sul suo tetto pannelli fotovoltaici permettono l’illuminazione della struttura con effetti di luce che mettono in rapporto cielo e terra,

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La fontana terminale dell’Acquedotto a Santa Maria di Leuca (LE), al centro della discesa verso il mare, fu costruita nel ventennio fascista. Oggi per accenderla in occasioni speciali si usa l’acqua di mare.

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dell’Acquedotto, nella piazza di Caposele, non c’è il suo nome. Seguendo le indicazioni di Rosalba, mezzo secolo dopo (e un iter burocratico tra i più verbosi della storia d’Italia) si cominciò con la galleria Pavoncelli, quella che convoglia da subito le acque della montagna in un unico flusso e dà il “là” a tutta l’opera. Fu scavata a mano. È la madre di tutte le gallerie, è all’origine della Cosa: oggi aiuta a dissetare un milione e mezzo di persone tra Lucania e Basilicata. La Pavoncelli viene coccolata e onorata come una diva. Il suo ingresso è ornato da ciuffi di robinie, alberi generosi che crescono sulle scarpate e stabilizzano il pendio. Gli operai e i tecnici ci entrano come in chiesa, e una volta dentro si intravvedono nervature della balena di Pinocchio. «La senti respirare. La terra non è un elemento stabile», dice Domenico Miscioscia, il dottore che soprassiede a tutti i problemi sanitari dei 1.500 tecnici e operai. Il buon “Mimmo” Miscioscia ne parla sottovoce e la cura come il corpo di un atleta che deve esser massaggiato. «È soggetta a forze che possono modificarne la compressione: le strutture che la reggono si dilatano,si contraggono, subiscono i capricci del variare delle temperature. La galleria scricchiola e ti parla. Ti indica dove intervenire. È viva». «Se c’è una pianura si corre, anche in trincea, una montagna si buca e dove ci sono fiumi ci passiamo sopra». Sic et simpliciter. «Modifichiamo il paesaggio cercando di rispettare il genius loci, le caratteristiche naturali e ambientali», aggiunge Girolamo Vitucci responsabile dell’area manutenzioni. Dunque tutto l’acquedotto è organizzato sul visto e il non visto, quello che salta agli occhi e ciò che corre nella pancia della terra con una relazione stretta tra territorio esterno e “spazio espositivo”: 140 impianti di depurazione, sei di potabilizzazione, 321 serbatoi con capacità di stoccaggio per tre milioni di metri cubi. L’acqua salta sui monti come un capretto e sulle colline come gli agnelli di un gregge, come è giusto per un’opera di concezioni e proporzioni bibliche. Entra in gallerie per 97 chilometri, in trincee per 103, si risolleva sui ponti per otto chilometri e mezzo, scende e risale nei sifoni per più di sette. Con una pendenza media di 44 millimetri al chilometro. Insomma, si è puntato al risultato pratico (portare l’acqua dove non c’era) e contemporaneamente alla

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Con le deviazioni principali che coinvolgono sei province (Potenza, Foggia, Bari, Brindisi, Lecce e Taranto) arriva a 3.617. Per dare un’idea: la Senna, orgoglio di Parigi, è lunga 761, l’Ebro che attraversa la Spagna da nord a sud misura 928 chilometri. È una volta e mezzo il Reno e un po’ più lungo del Danubio. Se si sommano anche le deviazioni secondarie (pascoli finalmente verdi, cittadelle arroccate sui colli, belle come presepi colorati) questo fiume artificiale supera i 10 mila chilometri. Con la rete idrica (fognature, eccetera) si toccano i 21 mila. È un record. Vista la sua funzione e le realtà che tocca e smuove (arte, agricoltura turismo e industria per sei milioni di persone), è il nostro Mississippi. Dovrebbe finire sul Guinness dei primati, dicono gli studenti delle superiori di Caposele. Fu concepito a metà Ottocento con un balzo di fantasia di un ingegnere, Camillo Rosalba, che lavorava per il Corpo Reale del Genio Civile di Foggia, un servitore dello Stato ombroso e puntiglioso. Aveva individuato nel fiume Sele che dall’Irpinia si getta nel Tirreno la soluzione per dar vita alle Puglie, affacciate sull’Adriatico. La soluzione, scrisse, era rovesciare la logica delle apparenze dove tutto sulla carta sembra impossibile: creare un bacino idrico lungo come un serpente dove madre natura si era dimenticata di farlo. Correggerla. Crearne uno artificiale. «Dov’è il Sele», gli chiesero sotto i loro occhi. Nasceva dagli stessi monti (50 chilometri più a sud) da cui l’Ingegnere idraulico della Roma imperiale incanalava l’acqua per rifornire la piscina mirabilis che dissetava la flotta alla fonda a Capo Miseno, a nord di Napoli. Solo che l’Aquarius la spingeva verso ovest. Sfruttando lo stesso principio, Rosalba pensò di incanalare altre sorgenti, altrettanto ricche (è il bacino acquifero più ricco d’Europa), a est. “E come porterebbe l’acqua irpina nel Tavoliere, nelle Murge, a Bari, al mare?”. Con la legge di gravità, scrisse Rosalba. Come i romani: l’acqua che arrivava dal monte Serino a Nola, Pompei e Baia viaggiava a quattro chilometri l’ora sfruttando una pendenza di alcuni centimetri il chilometro. Gratis. Noi oggi possiamo leggere la genialità di questa intuizione in Pompei, bestseller dello scrittore inglese Robert Harris. Rosalba morì solo, deriso e ignorato. Sulla lapide che commemora la nascita

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L’arrivo dell’acqua ha consentito l’apertura di insediamenti industriali che la impiegano nel cicloproduttivo. Qui, una fase di costruzione delle sezioni di fusoliera 46 di un Boeing 787 dreamliner, l’aereo civile più moderno del mondo, nello Stabilimento Alenia Aermacchi di Monteiasi-Grottaglie (TA).

come se tutto fosse opera della natura e non dell’uomo: il tutto incartato da una forma insolita stretta in fondo che si sfasa via via che si sale come un enorme boccale da birra, e per qualcuno finisce per somigliare alla copia pantografata della coppa della Champion’s League. Il ponte di Atella ai piedi del monte Vulture, invece, è un capolavoro di architettura imitativa, sguardo rivolto a Roma; coglie il momento in cui l’Appennino scende verso il mare. È una montagna ombrosa e permalosa. Di qua c’è il buio dei boschi e laggiù si intravedono luce e Murge, un tappeto di tinte verdi e gialle. Ventinove arcate, quasi in discesa, velocizzano questo panorama antico e vi aggiungono un senso: diventa un quadro del Grand Tour, di quelli che non esistono ma che sappiamo tutti come dovrebbero essere. Rapone, due tetti e una piazza, coccolata da boschi ad alto fusto che all’alba filtrano luce metallica, col verde riesploso acquista una sua eleganza fredda da nobile di provincia ancora altèra. Venosa è una specie di pennellata all’orizzonte; c’è nato Orazio, e con l’acqua, la cui mancanza faceva infuriare il poeta, sono arrivati gli ingegneri di Melfi, la città della Fiat-sud. Dormono negli agriturismi in località Maddalena, tra pometi e vigneti, stufi di pannelli solari sorti su campi di ulivi sradicati e pale eoliche che falciano il cielo. Alla torre di Ginosa, in provincia di Taranto, si arriva invece attraversando paesi in bilico su fiumi fossili, le gravine, che conferiscono al panorama l’aspetto di una faccia butterata. Da questa torre dipendono la fame, la sete e tutto il sistema agro-industriale della provincia. In alto il paese nuovo (non ha più di 200 anni); sole, curve e assenza di marciapiedi, finestre sbarrate, e un costante senso di chiuso, fatica e mancanza di orizzonti; una fabbrica di claustrofobie. Poi all’improvviso ci si trova in un prato sterminato ai piedi di una costruzione alta e stretta che non finisce mai: 130 metri, quanto il cupolone di San Pietro. Tecnicamente è una torre piezometrica

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rappresentato da un palazzo bianco e quadrato a cento metri dal lungomare di Bari. Più che un palazzo è un monumento. Lo disegnò Cesare Vittorio Brunetti, un ingegnere “avventizio” nato a Ravenna, coraggioso ufficiale in guerra, uno dei tanti gnomi (insieme a 20 mila operai) che hanno spianato la via all’Acquedotto. Duilio Cambellotti, artista romano di enorme fantasia, fu incaricato di addobbarlo. Cambellotti era un illustratore di favole per bambini, un cartellonista, un direttore artistico del teatro di Ostia e Siracusa, amico di D’Annunzio e di Boccioni, guardava alla Vienna fin de siècle e all’art nouveau. Gli venne fuori una cosa regale, da favola per bambini o per adulti che amano il bricolage. Sulla struttura di stile romanico pugliese, dunque quadrata, solida, forte, voluta da Brunetti, Cambellotti incollò “archi, canali e onde agli esterni, per dare la sensazione del moto continuo dell’acqua”, come si legge nelle guide. La ingentilì. All’interno, un delirio di forme e di rimandi. Il cortile è una cassa acustica, e la fontana al centro si presenta avvolta di capelvenere e coperta da muschio in modo da sembrare un vero tronco d’albero. Il mobilio è un maelström di intarsi ricchi di madreperla, di scrivanie realizzate con un unico ciocco di noce, strutture dei letti per le camere degli ospiti che ricordano le parti alte dei frontali delle chiese romaniche, tappeti armeni; tutto in un equilibrio ben calcolato tra aristocrazia del pensiero e semplicità delle forme. È un palazzo “prodigo di meraviglie” che non ha uguali al mondo: ci sono uffici più grandi per gli acquedotti di New York o Parigi, Berlino e Madrid, ma nessuno ha l’allegria ricca colorata e formale di quello di Bari. Che si vede nel mezzo della città, unico, e punto di riferimento tanto quanto il Teatro Petruzzelli o la Basilica di San Nicola. D’altra parte, se l’acqua era stata accolta alla stregua di una regina, di una residenza regale aveva bisogno…

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ai nonni, ma anche a quei rimasugli del passato che ancora persistono: il caporalato, «l’immobilità e l’ignoranza», come la chiama lui. «L’acqua ci ha permesso di smettere di lavorare sotto padrone», e fa il nome di alcuni celebri (e cari) negozi di Roma Firenze e Siena, suoi clienti. Sta sondando i mercati inglesi, francesi e tedeschi. L’acqua arrivò a bari il 24 aprile del 1915 dopo nove anni dalla prima picconata a Caposele, sgorgando fino a un’altezza di 25 metri dalla fontana di fronte al palazzo Ateneo in Piazza Umberto: fu festeggiata come si festeggiò, tre anni dopo, la vittoria della Prima guerra mondiale. Dopo Bari, e fu la marcia trionfale di una regina, “caddero” altri caposaldi della sete: Brindisi, Nardò, Ostuni, Alberobello, Lecce, Gallipoli, Matera... Ogni città conquistata una targa, una fontana monumentale, un segno a futura memoria. Crollarono vecchie usanze e credenze secolari. A Fasano, oggi nell’omonima foresta c’è un festival del jazz in un oceano di frutteti, vigneti e minigonne; un parroco di paese, don Bonifacio, affidò a “versi salaci” i suoi timori per le nuove abitudini introdotte dalle fontanelle a becco unico, le famose “teste di ferro”; per bere, come si sa, bisogna allungare collo e labbra, “esporsi”. Allora, scrisse il prete terrorizzato, “si baceranno i fidanzati bocca a bocca/ ci saranno appuntamenti a due ore di notte/ le donne innamorate vanno subito/ e i maschi avranno corna...” . Invocò l’intervento di Domeniddio. La poesia fu letta nelle parrocchie limitrofe: la dimenticarono, mancava la rima. Oggi nessuno crede che sia andata così. Tutto è dato per scontato, acqua, acquedotto, docce e gelati, e il nome di Achille Cusani, uno dei geni che idearono il “grande sifone leccese”, capolavoro di ingegnosità, calcolo e osservazione dell’acciaio e del cemento armato per pompare acqua dove non poteva arrivare, non dice niente. Per Google quasi non esiste. Ogni guerra di liberazione ha il suo simbolo, e il trionfo dell’acqua è

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Potrebbero aprire i parchi all’iniziativa privata, essere meno rigorosi», dice Divella. Gli facciamo notare che nei dintorni di Brindisi c’è una centrale elettrica che va a carbone i cui fumi si vedono da decine di chilometri, e intorno a Taranto il cielo è color biscotto. «Noi immettiamo nell’aria non fumo ma vapore acqueo, e dipende dalla coscienza individuale», ribatte quasi irritato. Lungo tutti i 150 chilometri dell’Adriatica fino ai confini di Lecce, bellissimi uliveti sono stati sostituiti da pannelli voltaici, depositi di rifiuti, insediamenti abitativi lasciati a metà, cave dove non si estrae niente. E lui fa notare che nel logo della sua azienda ci sono i trulli e il verde della campagna, come una dichiarazione d’intenti. Ora la Divella fa parte di quelle realtà di eccellenza della piattaforma agro-industriale che hanno modificato l’economia della Puglia, insieme al turismo (circa il 10 per cento del Pil regionale), e ad altre realtà meno visibili; il lapideo o le calzature in provincia di Bari (per cui l’acqua è essenziale), l’avionica che tra Foggia e Grottaglie pur nella crisi (a leggere Il Sole 24 ore) sembra tenere, la filiera aereonautico-spaziale fatta da una cinquantina tra imprese, università, centri di ricerca, che occupa circa 5.000 persone e fattura 800 milioni l’anno, la green economy che è in ascesa. Una impresa su quattro ora investe in prodotti e tecnologie verdi. «È cambiata la mentalità rispetto a quella dei nostri padri. Noi pensiamo in grande. Guardiamo fuori». Per Giuliano Noci, il grande esperto di marketing del Politecnico di Milano, il nostro Meridione può essere una testa di ponte logistica verso il Sud del Mediterraneo e verso i paesi africani che, a detta della banca mondiale, saranno i paesi a maggior tasso di crescita nel mondo nei prossimi 40 anni. Divella da un bel po’ ha allargato la sua attività ai mercati mediorientali e ai Balcani: molti dei suoi tecnici si esprimono in un discreto inglese commerciale. Nel suo ufficio abbiamo incrociato una rappresentanza diplomatica della Turchia. Antonio Manese invece è dall’altra parte della filiera alimentare, il capitalismo molecolare esploso intorno alla città di Foggia, Puglia nord, grazie alla presenza dell’Acquedotto. Sei persone per una piccola ditta, gli “Antichi sapori del Gargano”, che produce conserve, carciofi, melanzane, insomma tutto quello che può essere messo sott’olio. L’acqua arriva dalla diga di Occhito, al confine col Molise, la seconda diga artificiale in Europa. «È servita a bonificare la zona, una volta depressa e monoculturale. Ha come elettrizzato popolazione e territorio. Intorno a Foggia è sorto un quartiere artigianale dove si può trovare di tutto: ebanisti, lavoratori del pellame, alimentaristi. Per noi è essenziale in tutti i passaggi della produzione: lavaggio dei prodotti, sterilizzazione dei contenitori che facciamo a mano…». Sebbene non giovanissimo (ha una cinquantina d’anni) tende a sottolineare il cambiamento di mentalità rispetto non solo ai padri e

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- cioè un polmone di cemento che regola il flusso d’acqua aspirando se ce n’è poca, e rimettendola in circolazione quando raggiunge un certo livello. Senza pompe, senza aggeggi meccanici. Tutto sfruttando alcune leggi della fisica, naturali come quelle del corpo umano. Vista da fuori, è un enorme giocattolo con il fusto snello, la base larga come una gonna sotto cui potrebbero guizzare le fiamme dell’accensione. La testata colorata in alto serve a mettere sull’avviso gli aerei ma di fatto le conferisce una certa aria di ribalderia carnevalesca. Un monumento pop, forse il più originale e fantasioso (certamente il più grande) che esista in Italia, e non si sa se è appena atterrato o è pronto alla partenza. Il vettore di una religione futura di cui i comuni mortali ignorano tutto, ma che c’è. Dalla scalinata d’accesso con la porticina stretta di chi viaggia tra le stelle, potrebbero affacciarsi Flash Gordon con la sua fidanzata Dale Arden, oppure E.T. Se nei progettisti c’era l’idea di dare valore simbolico alla somma delle loro intenzioni, acqua uguale sviluppo uguale futuro, ci sono riusciti. Il chiodo, colorato, essenziale per dissetare la provincia di Taranto (inclusa l’Ilva che ne beve un bel po’) si vede da chilometri di distanza: è a metà tra Castellaneta e Bernalda. Nella prima c’è nato Rodolfo Valentino, la più popolare icona maschile della storia del cinema; la seconda è la patria di elezione di Francis Ford Coppola. Sua figlia Sofia si è sposata qui, dov’era nato suo nonno. Francesco Divella è proprietario e manager di una storica fabbrica di prodotti alimentari, a Rutigliano, periferia di Bari: la fondò suo nonno nel 1905. Ha una sessantina d’anni, è stato parlamentare e ha fatto parte dell’Ice, l’Istituto nazionale per il commercio estero. Da come parla si capisce che coniuga la coscienza del luogo con l’impatto dei flussi economici in cui vive questa parte del mezzogiorno d’Europa; 400 operai e 350 milioni l’anno di fatturato. «Negli anni Trenta non si poteva fare impresa, non a questi livelli. Siamo circondati da regioni ricche d’acqua, la Basilicata, il Molise e la Campania, ma il buon Dio ci ha lasciati all’asciutto, senza i laghi, i monti o i fiumi della Lombardia o dell’Emilia. L’Acquedotto è stato una benedizione: senza avremmo fatto la fine della Grecia o del Portogallo che si basano solamente sull’agricoltura e il turismo, ma cui manca il terzo elemento che fa la ricchezza di una nazione nel Sud dell’Europa: l’industria». E continua: «Usiamo 15 litri d’acqua al quintale per 10 mila quintali di pasta al giorno. In un anno maciniamo grano per due milioni e mezzo di quintali. Senza l’acquedotto potremmo chiudere». Gli edifici della Divella sembrano ultramoderni e l’impatto visivo non disturba. I parchi di cui abbonda il Salento sonoassediati dall’industria edilizia intenzionata a consumare il territorio per approfittare del boom turistico: un aumento costante di turisti russi e indiani, e da un anno anche brasiliani. La Puglia non è ancora la California d’Italia ma la strada è quella. «I conservazionisti esagerano, chi va a fare il bagno in un parco ha diritto all’acqua della doccia.


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tua presenza viva, gli ultimi battiti del tuo cuore... Entrai in camera. Quante cose avrei voluto dirti. Tante. Ma non ho avuto il coraggio. Forse, le sapevi già. Presi la tua testa tra le mie mani e dissi :" NONNO" . È l'unica cosa che riuscii a dirti. Tu mi sorridesti piangendo. In quello sguardo riconoscevo la forza della vita e il suo ciclo matto e spietato, mentre una bombola ad ossigeno si affondava nelle tue narici. Tutto quello che avresti voluto dirmi me lo hai trasmesso in quello sguardo. L'esterno non era considerato, il tempo non lo ricordavo più. Quello sguardo cinto tra le mie mani era il mio spazio e il mio tempo. Ti accarezzai le guance corrose dal nemico. Il tumore ti aveva reso una larva. Chiusi gli occhi piangendo e uscii da casa tua. Quanto hai sofferto, nonno. Troppo. Gli ultimi attimi sono stati agghiaccianti, disperati. Una porta aperta, l'ansia della famiglia e mio zio Gualfardo, un bambino che fà di tutto per recuperare il palloncino che sta già volando via. "Non ce l'abbiamo fatta..." disse lui dopo una serie di operazioni disperate.

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l giorno in cui si commemorano tutte quelle parti del tuo cuore volate in cielo, giorno in cui tutti noi abbiamo incorporato un aspro groviglio di emozioni... Oggi, però, non è un "2 Novembre" qualsiasi. È soprattutto un mese esatto dal momento in cui ho capito la vita vera com'è, un mese esatto di assenza materiale, di mani non strette, di sorrisi e di lotte contro il tempo perse... Era il 2 Ottobre. Salivo via Ernesto Caprio con uno strano senso di vertigini e mal di pancia. In quel momento ho visto mia madre,un automa vagante. Mi disse soltanto:"Vuoi salutarlo?" Capii, capii tutto. Entravo nella casa semi buia. Nonna nelle fasi buie è sempre stata un uragano pur di farti stare con noi ma quel giorno stava capendo tutto. Era muta con i suoi occhi di ghiaccio, gli stessi occhi che si commuovevano per i 50 anni di matrimonio compiuti da poco, gli stessi occhi che ti avevano fatto innamorare... Sapevo che quella sarebbe stata l'ultima volta in cui sarei entrato e avrei sentito la

Ricordo del NONNO Pasquale

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Le foto del '900

Avevamo fatto di tutto. Eri morto. Hai scelto di lasciarci il 2 Ottobre, giorno della festa dei nonni. Giorno che congiunge in modo indissolubile il tuo rapporto con me, quasi a coronare quello che amavi fare di più: il NONNO. Che cosa significa morire? Significa non vedersi mai più. Potrei cercarti persino nella più sperduta casa di uno sperduto stato del mondo ma lo farei invano. Dove ti cercherò quando vorrò passare i pomeriggi davanti alla TV ? Quando vorrò sapere quanto più possibile sul famoso "Acquedotto Pugliese"? Quando vorrò semplicemente sentirmi dire " Dai! Impegnati un po' e ce la farai!" ? Ti cerco disperatamente. Non ti trovo. Voglio vederti sorridere, voglio vederti ancora passeggiare al cantiere, voglio sentir dire ancora una volta " Quant' si bella a nonno" come lo sapevi fare solo tu quando vedevi Chiara, voglio sentirti rispondere alle domande della settimana enigmistica che Zio Agostino ti poneva durante l'ultimo periodo, vorrei ritornare indietro nel

di Luigi Fu

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tempo a quando mi prendevi in braccio da bambino, fiero di essere NONNO. Voglio che tu mi possa ancora stringere la mano mentre mi guardavi a letto come per dire "Farò sempre parte di te,ovunque tu sarai. Sarò ancora questa stretta mano forte..." . TI VOGLIO QUI...

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Salerno-Caposele 8/11/2013 Ezio Maria Caprio

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L’amore, anzi la “passione” per Caposele di Nicola è cosa arcinota. Anche quando egli chiede la collaborazione per la sua creatura “ la Sorgente” è solito precisare: purchè si parli di Caposele. Ebbene, sarà pure una sua fissazione, ma bisogna riconoscere che i fatti gli danno ragione: a Caposele si vive bene! Le sue nozze d’oro con Italia, caposelese doc, danno agli sposi il più bel riconoscimento. Presentata così, la notizia di per sé risulta molto riduttiva. Essa, infatti, sembra quasi un inno alla vita, per così dire contemplativa di Caposele. Ma ciò è soltanto in parte vero! Ed infatti la coppia – che ha avuto il collaudo

di oltre il mezzo secolo – ha intensamente vissuto un percorso operativo: Nicola, professionalmente impegnato anche oltre il confine territoriale delle propria Provincia nonché sul fronte dei successi elettorali in politica amministrativa; Italia, tradizionale figura di autentica Regina della casa, quotidianamente impegnata nella mirabile e silenziosa direzione del proprio regno casalingo. Soltanto così, infatti, la Famiglia cresce e si proietta nel futuro. Sia questo un messaggio rivolto ai giovani Caposelesi di entrambi i sessi: “Omne punctum tulit qui utile miscuit dulci”(Raggiunge ogni fine chi unisce l’utile al dolce!)

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Una bella “prova del nove” Le nozze d’oro di Italia e Nicola

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Una straordinaria cena dalla famiglia Guarino a Pasano. Tra primi, grigliate e prodotti casarecci, la grande voglia di stare insieme e condividere un grande risultato....

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I "madonnari", si ritrovano, spesso, in posti di grande pellegrinaggio e a San Gerardo, qualcuno di loro ci delizia con bellissime composizioni. In questo caso specifico ai gessetti sono stati sostituiti granelli di sale colorato magistralmente composti ed ordinati cromaticamente dalla famiglia Pallante che all'esterno della propria abitazione ha regalato ai passanti un effige dedicata a San Gerardo. Complimenti!

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Una foto ricordo che fa sorridere tutti, in un giorno di sole e di festa. Il matrimonio di Emilia e Sabatino, per un ricordo sulla scalinata della Chiesa Madre a Caposele. Piazza Di Masi, in queste occasioni si veste a festa e partecipa, con allegria ed eleganza alle cerimonie nuziali, dando quel tocco di classe ai matrimoni e alle festività che si svolgono al centro del nostro paese.

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L'ANPAS di Priverno, paese gemellato con Caposele, accompagnato a Caposele, nell'anniversario del terremoto, da Salvatore Capirci . Nell'occasione si sono tracciate una serie di possibilità di incontro bilaterale attraverso le organizzazioni non solo istituzionali, ma anche giovanili.

Particolari della Chiesa della Sanità restaurata

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La lapide del monumeto ai caduti di Piazza Sanità

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Il tabellone delle festività dell'estate che, come al solito, si distribuiscono per tutto il mese di agosto per allietare e distrarre turisti e visitatori

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IN RICORDO DEL MAESTRO MARIO TOFFETTI «Era estremo, senza compromessi, come il marmo che amava lavorare». Così i figli Michelangelo, 37 anni, e Fidia 35, ricordano Mario Toffetti, lo «scultore dei Papi» di Mozzanica morto nel mese di novembre a 65 anni, a Fornovo, dove abitava e lavorava.

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Poche parole, ma cariche di significato che danno l’idea della natura, dell’originalità e della forza espressiva dell’opera di Toffetti chiamato dalla critica lo «scultore dei Papi» per le numerose sculture di natura religiosa che gli sono state commissionate. Anche da Roma: su tutte il fonte battesimale alla Cappella Sistina realizzato per i 50 anni di ordinazione sacerdotale di Papa Giovanni Paolo II; e la monumentale porta del Rosario della basilica di Santa Maria Maggiore. Anche numerose chiese sparse in tutta la Bergamasca ospitano sue opere e la nostra Chiesa Madre dedicata a San Lorenzo Martire che accoglie opere bellissime, come il "Cristo", Il Pulpito, L'ambone, La fonte battesimale. Lo ricordiamo con grande affetto, per aver regalato alla nostra Chiesa, già bella di per sè, un plus valore di grande qualità nell'arredo. La Chiesa di San Lorenzo, con le Opere del Maestro Toffetti, è molto visitata dai turisti che percorrono il "Mini tour" Fede Ambiente e Cultura.

I fiori a Caposele accompagnano e corredano ogni angolo urbano. E' bello passeggiare e godere dei colori e dei profumi che rendono il Paese più bello.

La seleteca on line che comprende decine di pubblicazioni dedicate a Caposele Anno XLI - Dicembre 2013 N. 87

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Giorni Lieti

di Antimo Pirozzi

Amina Montanari di Gualfardo e di Barbara Betti 6/5/2013

Pasquale Rosania di Rocco e Francesca nato il 23.07.2013

Stefano Di Masi In data 17 luglio 2013 presso l'Universita La Sapienza di Roma si è laureato in "Economia del Turismo e delle Risorse" discutendo la tesi:LO SVILUPPO DI UNA STRUTTURA ALBERGHIERA NEL RISPETTO DEI CRITERI DELLA SOSTENIBILITA: "L'olio dei Di Masi". Relatore Prof. Laura Gobbi

Antonella Malanga

Claudia Gonnella

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I gemellini Carlo e Marco Russomanno di Angelo e Rosetta

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Antony D'Elia dà il benvenuto al fratellino Manuel

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Armando e Erika Grasso sono al settimo cielo nell'annunciare l'arrivo della loro piccola Desire'

Alfonso Galdi di Simone e di Valentiva Guarino

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Maria Rosania il giorno 16.07.13 presso l'Università La Sapienza di Roma ha conseguito la laurea in SCIENZE ARCHEOLOGICHE

Vita Gerarda Aurora nata il 5 Novembre scorso con papà Gerardo e mamma Maria

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Lodovica, Ginevra, Anna e Sara

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Laurea di Antonella Perna

Agnese Viscido ha conseguito la Laurea triennale in Scienze Biologiche presso l’Università degli Studi di Napoli “Parthenope”, il 20-11-13, discutendo la tesi sperimentale in Microbiologia, dal titolo “Caratterizzazione molecolare e profilo di antibiotico-resistenza in ceppi di Clostridium difficile, isolati da molluschi eduli lamellibranchi”, relatore Ch.mo prof. Vincenzo Pasquale, con votazione 110/110 e lode con menzione alla carriera.

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Giuseppe e Marialorenza Malanga

Silvia Caprio di Francesco e di Lilli D'Aniello

Enrico Caprio, Laurea Magistrale in Giurisprudenza Facoltà di Giurisprudenza UniRoma Tre Tesi in Diritto Penale, Il Delitto di Attentato Roma, 21/10/2013

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Salvatore Corona e Antony Delia

Italo e Martina Rosania compiono 18 anni


Giorni Lieti Raffaella Gonnella e Felice Ditrolio Antonio e Raffaella

Giovanni Storti e Piera Spatola Sposi

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Maria Freda e Salvatore Russomanno

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Donato e Arianna sposi

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Annamaria e Donato

Carmine Feniello e Simona Ceres

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Chiara Monteverde e Massimo Malanga

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Massimo e Raffaella

Fiorella Merino e Ludovico Albano

Armando e Rosa 50 anni di matrimonio

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Emidio e Nunzia Sposi

Clelia Caprio e Luigi Forciniti sposi 27.06.2013

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Antonietta Testa e Graziamaria Cetrulo

Giovanni Castagno

Pietro Galgano

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Alfonso Ceres

Ethan e Filena Daniele Salvatore Rosania e Pietro

Gerardo e Alfonso

Nicola e Filippo Majorana

Alfonso e Tania

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Ricordi

IN RICORDO DI GENNARO MAJORANA

Daniela MAGLIANO

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Un doveroso pensiero da inserire nel giornale "LA SORGENTE" Al crepuscolo di sabato 7 settembre 2013, ricorrente la Vigilia della festa della Madonna, l'anima di Daniela si è distaccata da questa terra. Quando sì è divulgata la triste notizia è caduta su Materdomini una fitta nuvola di tristezza che ha invaso tutte le persone in special modo chi ha avuto modo di conoscerla. Il prolungamento del suono delle campane confermavano la notizia e quindi, iniziava un movimento concitato di persone per recarsi a dare conforto alla famiglia, specialmente al caro affettuoso e premuroso marito, nonché al piccolo e caro figlio Francesco.

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di Luigi Palmieri

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mozione che questa sera mi trovo a conferire al Segretario Gennaro Majorana il Premio Caposelese dell’Anno, premio istituito dalla Pro Loco per attestare la gratitudine dei Caposelesi a quanti con il loro operato hanno reso grande il nome di Caposele. Noi Caposelesi tutti dovremo non disperdere il patrimonio che Gennaro Majorana ha costruito in tutti questi anni e a Paola e Nicola mi sento di dire di conservare gelosamente gli Insegnamenti del loro Papà, che tanto ha dato alla nostra Comunità” Termina qui questa mesta Commemorazione diventata, forse più ampia del consueto, per lasciare spazio al Ricordo ed al rimpianto di una stimata figura di Uomo e di funzionario Comunale. Non omnisi moriar "Non morirò del tutto" come dicevano i Latini e come la Fede cristiana ci conforta , quando il Ricordo rimane vivo e luminoso nella mente e nell’animo dei superstiti.

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Daniela, originaria della vicina Bisaccia, sin dal fidanzamento con Luciano è entrata nella simpatia di tutti, dovuta senz'altro alla sua bella persona ed al suo carattere molto riservato e signorile, ma allo stesso tempo modesta e gentile. Dopo il matrimonio era solita fare una breve passeggiata con il marito, ma con una meta fissa,quella di partecipare alla messa parrocchiale, occupando sempre gli ultimi posti» Al termine si intratteneva sempre davanti all'altare della Madonnina per poi raccogliersi davanti alla statua di S.Gerardo, chissà quante cose chiedeva e quante promesse faceva. Con la nascita di Francesco, si evidenziava una mamma premurosa che colmava il figlio con un grande mantello d'amore. L'inesorabile male che si è annidato nel suo corpo è stato combattuto con una grande speranza

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21.05.1972 – 07.09.2013, (moglie di Luciano MALANGA "Settebello")

Ordinanza del Ministero degli Interni , nel lontano 1957 arrivai da Nusco per sostituire per soli tre mesi , così mi fu riferito dal Prefetto dell’epoca, il mio Collega e Segretario comunale Don Ciccio Caprio. Tre mesi sono diventati 51 anni. Posso allora ben dire di essere il testimone oculare dell’enorme sviluppo economico, sociale e culturale che ha interessato Caposele da allora fino ad oggi. Ricordo gli anni dell’Amministrazione Comunale del caro compianto sindaco Don Ciccio Caprio al quale sono stato legato da sentimenti di stima , amicizia ed affetto. Egli è stato Sindaco per ben 15 anni, di ampie vedute, capace di misurarsi con i problemi della gente cercando sempre la soluzione possibile. Con grande umiltà ed altrettanto spirito di servizio ho sempre cercato di mettere le mie – sicuramente limitate- capacità ed esperienza a disposizione del popolo Caposelese”. In precedenza ed all’apertura dell’Assemblea dei soci, l’egregio Presidente della Pro Loco aveva pronunciato commosse e sentite parole illustrative che , sempre da “La sorgente” dell’epoca, riporto integralmente : “E’ con immenso piacere e con com-

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rievocati nelle pagine di un longevo e benemerito Periodico locale come è “La Sorgente” diventata con il passare degli anni , quasi un Sacrario delle Memorie Patrie Caposelesi. Non a caso, lo Scomparso, che non era nato in Caposele, ma si considerò sempre caposelese di adozione, fu un assiduo lettore e sostenitore di questo Periodico fin dai primordi della sua pubblicazione. Nella primavera del 2008, su iniziativa dell’antico e benemerito Sodalizio caposelese “La Pro Loco” e del suo egregio Presidente, Dott. Raffaele Russomanno, venne attribuito a Gennaro Majorana il Premio di “Caposelese dell’anno” inteso come riconoscimento di una Cittadinanza Onoraria segno di vera appartenenza, e dell’evento ebbe ad occuparsi, plaudendo, anche questo Giornale.In quell’occasione, Gennaro Majorana ebbe a pronunciare commosse parole che riportiamo integralmente (“La Sorgente” numero dicembre 2008) perché completano e lumeggiano un aspetto della vita trascorsa in Caposele. “E’ con comprensibile orgoglio – disse- che ricevo questo Premio , per me , che non sono nativo di Caposele, ma considero Caposele il mio vero Paese, la mia vera Terra nella quale sono nati i miei figli e la mia adorata consorte ,la maestra Majorana, prematuramente scomparsa, ha svolto il suo ruolo di insegnante per 31 anni, educando molte e molte generazioni. Sono qui, a Caposele, da ben dieci lustri, da quando, giovane Funzionario, per

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l 22 dicembre del 2012 si spegneva in Caposele la nobile esistenza di Gennaro Majorana, che, per oltre un trentennio, fu il Segretario del comune, seguendone le vicende con straordinaria partecipazione del Suo animo e della Sua mente, con assoluta e limpida onestà, con trasparente rettitudine e grande competenza amministrativa, riconosciute anche al di là del confini del suo stesso Comune, da una ininterrotta sequenza di encomi solenni da parte dei Prefetti succedutisi alla guida della Provincia e dai Cittadini amministrati, fino al conferimento dell’Onorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica al termine di una onorata carriera. Tutto ciò non è di poco conto in tempi convulsi e caotici come gli attuali nei quali i Segretari comunali, così come altri Funzionari della Pubblica Amministrazione, si succedono senza lasciare tracce di sé, quasi anonimi, indifferenti o addirittura estranei ai problemi, alle vicende ed alle ansie delle popolazioni amministrate. Da tal punto di vista, il Segretario Majorana può a ragione essere considerato e ricordato come Segretario comunale di altri tempi e di altra sensibilità, quale veniva raffigurato nelle oleografie di una volta e nelle descrizioni letterarie della burocrazia semplice, limpida ed onesta di un tempo. Non è senza significato ideale, inoltre, che la figura ed il ricordo del compianto Segretario vengano

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Mirabella Elano 16 luglio 2013

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SEGRETARIO COMUNALE DI CAPOSELE

del miracolo, che purtroppo, nonostante la sua giovane età (anni 41), questo miracolo non è avvenuto. Oggi non ci resta che il solo ricordo di aver conosciuto una ragazza meravigliosa, professionalmente molto preparata, quale dottoressa commerciale, amica discreta di tutti. Sicuramente, nell'immenso cielo gli è stato riservato un angolo particolare e può far cadere il suo sguardo sul proprio caro figlio ed il suo amato Luciano. Oggi, i suoi resti riposano nel cimitero di Bisaccia nel rispetto della sua, ultima volontà. Ti ricorderemo sempre. Buon riposo. Antimo Pirozzi


Almanacco Giorni Tristi

(Gerardo Ceres notte del 21 novembre

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All'età di 88 anni il 27 Novembre 2013 è morto il Geom. Gerardo Sturchio M i c h e l e Russomanno

Caterina Caruso 25.04.0935 - 09.12.2013

Enrico Corona è stato medico per

Ma presumo che la caccia fosse solo un alibi per andare per luoghi bucolici e per possedere quei bellissimi cani che hanno condiviso ogni ora delle sue giornate. Ma egli amava anche altri animali, specie quelli da cortile che regnavano il suo giardino e di cui Enrico aveva particolare cura, al punto che la sua figura l’ho sempre associata – non so perché – a quella dello zoologo ed etologo austriaco Konrad Lorenz. C’erano anche altre passioni che hanno sempre destato in me una particolare curiosità. Credo di avere visto in vita mia il primo personal computer proprio dentro lo studiolo al piano terra della sua casa e di aver invidiato la sua ricchissima discoteca di musica còlta che ascoltava con un impianto hi-fi tecnologicamente avanzato. E’ arrivata negli ultimi anni una malattia subdola che ne ha minato, progressivamente, il corpo. Oramai lo vedevo e ci salutavamo solo in occasione delle sue partenze o dei suoi arrivi, con l’auto della Misericordia che lo portava e lo riaccompagnava da S. Angelo dei Lombardi per le dialisi che doveva fare a giorni alterni. Fino a ieri mattina.  Quando poco dopo le sei del mattino, con l’arrivo dell’ambulanza, ho capito che la situazione stava precipitando.

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lunghi anni. Ma è stato anche alcune altre cose che, essendo le nostre due abitazioni da sempre contigue, ho potuto negli anni osservare e conoscere. Del medico sento di ricordare solo un paio di cose semplicissime. Egli non ha mai fatto la corsa ai libretti dei pazienti. Riteneva che curare oltre cinquecento pazienti fosse troppo. Al punto che quando morì suo cognato, Amerigo Del Tufo, non fece assolutamente nulla per accaparrarsi i suoi pazienti. Della medicina aveva una visione essenziale e forse, non me ne vorranno i suoi cari, non l’amava granché. Era parco nel prescrivere farmaci e per le piccole contusioni o i dolori reumatici o slogature, invitava i pazienti a passare alla porta a fianco, facendoli ricorrere più prosaicamente alle cure di mia madre, conosciuta in paese per alcune doti di manipolazione delle ossa, dei muscoli e dei nervi umani. Una volta, poi, raggiunta l’età della pensione non ha voluto neppure lontanamente saperne della sua professione. In realtà Enrico Corona aveva altre passioni. Prima fra tutte, la caccia.

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di Gerardo Ceres

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RICORDO DI ENRICO CORONA

Pasquale Ciccone 19.04.1933 - 22.09.2013

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Vito Antonio Robertazzi 05.06.1934 - 04.09.2013

L'ABBRACCIO E L'INCONTRO DI VECCHI AMICI di Antimo Pirozzi

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Pasquale Montanari

A Elena Mi libro in volo con te, tenera e forte amica. Seguo la tua scia in questa notte sciagurata, per sospingerti in volo lontano, in quel luogo di libertà - lontano dal dolore e disegnare nel cielo il tuo volto bello e forte - lontano dal dolore serbando così il ricordo tuo, per tutto il tempo che verrà.

Ripresosi dalla crisi cerebrale, ancora sveglio e vigile, l’ho visto, dal mio balcone, per l’ultima volta, sdraiato sulla barella, mentre veniva caricato sull’ambulanza del 118. Lo saluto, ricordandone a caldo alcune sfaccettature della sua vita, ma lo faccio (senza presunzione) anche a nome di tanti che non potranno che sottolineare la mitezza dell’uomo, che è stato di certo medico ma, appunto, tante altre cose ancora.

A breve distanza due cari amici di gioventù sono passati a nuova vita : il dott. Enrico CORONA e Arturo SOZIO. In vita erano legati da una grande amicizia sin dalla giovanissima età come si rileva da molte foto inserite nei vari numeri del giornale "LA SORGENTE". Il dott. Enrico CORONA, persona molto umile e disponibile, non incuteva alcuna soggezione ai propri assistiti. Era assiduo frequen= tatore del circolo della "Pro Loco", come del resto, Arturo, immancabile frequentatore, si soff ermava volentieri , nella tarda mattinata, dedicandosi alla lettura del giornale, per poi ritornarvi nel tardo pomeriggio. Il dott. CORONA, grande appassionato di caccia era sempre accompagnato dal suo inseparabile cane. Amante di musica lirica, era solito ascoltarla in sottofondo anche nello studio medico. Purtroppo, dopo il suo pensionamento si era ritirato a vita privata tralasciando anche le sue tante belle abitudini. La sua. lunga e penosa malattia lo aveva rese privo della propria autonomia. La stessa sorte è capitata al suo caro amico Arturo. A breve distanza anche Pasquale MONTANARI, con la sua morte, ha contribuito a rendere sempre più povero il numero dei vecchi soci del circolo. Nello sfogliare i cinque volumi della "SORGENTE" si osservano immagini giovanili e gioiose dei tempi che furono, di amici comuni, nonché di soci sostenitori della "Pro Loco" che ci mancano tanto: -Ferdinando MATTIA; -Emidio ALAGIA -Vincenzo CETRUL0; -Emidio BALDI ; -Pasquale MONTANARI. Per ognuno di questi amici si potrebbe scrivere tanto. Mi fermo qui limitandomi ad un affettuoso ricordo. Tanti di essi sono inseriti nelle migliaia di pagine dei cinque volumi de La Sorgente. Sono pagine che possono configurarsi come una vera enciclopedia di Caposele. Materdomini,li 26 novembre 2013

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San Gerardo ritorna nel santuario dopo la processione del 16 ottobre

foto di Salvatore Mannola

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La cascata del "Parco della Madonnina"

Il campanile delle sorgenti di notte

Il parco fluviale

Il Bosco "Difesa"

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La nuova Basilica di San Gerardo Anno XLI -- Dicembre Dicembre 2013 2013 N.87 N.87


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