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IL SUD DAI BORBONE AI SAVOIA

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IL RE È MORTO, VIVA IL RE

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il re è Morto, viva il re

Michele Ceres, nato a Caposele (AV), docente di materie letterarie presso gli Istituti di istruzione secondaria superiore, è attualmente in pensione. È stato più volte amministratore comunale e di altri enti. La sua firma appare spesso su alcuni periodici e quotidiani locali. Ha iniziato l’attività di storico con ricerche sulla storia dei partiti politici, in particolare del movimento cattolico. È coautore del libro “Il Sud, un problema aperto” ed ha pubblicato, di recente, il volume “La donna nella storia (domi mansit, domum servavit, lanam fecit)”. Ha vinto nel 2011 il primo premio ex aequo del XLIII Concorso letterario della rivista“Sìlarus”con il saggio “L’Unità d’Italia e i pregiudizi antimeridionali”.

Michele ceres

Non vi è alcun dubbio che il Sud sia stato oggetto di politiche miopi da parte delle classi dirigenti postunitarie, ma voler far credere che il Meridione, prima dell’Unità, sia stata un’oasi di splendore e di ricchezza, significa mistificare la storia e le mistificazioni finiscono, il più delle volte, per delegittimare la credibilità di studi seri condotti da storici autorevoli, che tendono a far emergere i tanti e veri torti che il Sud ha subito e i numerosi pregiudizi di cui, ancora oggi, è il destinatario.

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A mia moglie Margherita e ai miei figli Filomena, Angelo, Nicoletta e Marialuisa

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gridai o mia patria affamata ti amo e ti amo eccomi, ad arare questa terra con le mie ciglia e trasformarla in campi e giardini dove crescono fiori rossi e splendida poesia per i bambini di un mondo che verrà un mondo di Libertà, Pace, Amore.” (Nazim Hikmet, poeta turco)

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“ Sulle montagne, nelle pianure e nelle valli,

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Premessa


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La storia d’Italia non comincia con Garibaldi, Mazzini, Cavour e Vittorio Emanuele II. Tuttavia, non si può non partire da loro per ricostruire la nostra storia e per non disperdere definitivamente il senso di appartenenza a una terra e al suo passato. Un passato che più si guarda e più risplende rispetto al presente. Eppure non sono pochi coloro che non hanno resistito alla tentazione di rileggere gli anni del Risorgimento in modo settario, riducendo il tutto o alla dura repressione del brigantaggio o al mancato approccio federalista all’unità nazionale. Ciò nonostante, le celebrazioni del 150° anniversario dell’unificazione nazionale, contrariamente alle aspettative dei nostalgici neoborbonici e dei leghisti di presunta ascendenza celtica, non sono state un fallimento, come loro speravano e auspicavano. Anzi! Il Presidente della Repubblica, che ha percorso in lungo e in largo la Penisola per partecipare alle tante manifestazioni celebrative dell’evento, ha trovato ovunque balconi e finestre imbandierate e folle festanti e plaudenti. Prescindo, ai fini della presente trattazione, dalle farneticazioni dei leghisti, perché non è a loro che intendo rivolgermi, ma ai revisionisti della storia del Sud, ai nostalgici del Regno delle Due Sicilie, per i quali il 17 marzo 2011 non è stato un giorno di festa ma di lutto “in memoria del milione di uomini del Sud sterminati dai Mille”. Per i neoborbonici, “il Sud è stato devastato, schiacciato, depredato delle immense ricchezze” .

Per conseguire l’Unità “Cinquanta città sono state rase al suolo” . 5


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Sono stati “centinaia di migliaia gli uomini trucidati e le donne violentate”. La banalità di tale analisi storica, che sottende a queste e ad altre simili affermazioni, formulate in totale libertà, mi ha spinto ad approfondire una mia precedente indagine sulle cause e origini della “questione meridionale”. Ne è venuto fuori un quadro d’insieme che, se per un verso restituisce dignità all’ex Regno borbonico, dall’altro ne evidenzia la fragilità delle strutture istituzionali, l’anacronismo dei rapporti di lavoro e la miseria delle popolazioni, in particolare quelle rurali. Non vi è alcun dubbio che il Sud sia stato oggetto di politiche miopi da parte delle classi dirigenti postunitarie, ma voler far credere che il Meridione, prima dell’Unità, sia stata un’oasi di splendore e di ricchezza, significa mistificare la storia e le mistificazioni finiscono, il più delle volte, per delegittimare la credibilità di studi seri condotti da storici autorevoli, che tendono a far emergere i tanti e veri torti che il Sud ha subito e i numerosi pregiudizi di cui, ancora oggi, è il destinatario. In tal senso, mi è sembrato utile e opportuno riportare in appendice un mio breve saggio sui pregiudizi antimeridionali, che ha conseguito il primo premio ex aequo nella XLIII edizione (2011) del “Premio Letterario Nazionale Sìlarus”. L’Autore

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Introduzione

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Uno sguardo d’insieme della storia del Sud

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I pregiudizi degli Italiani del Nord verso i Meridionali che, sin dall’Unità, hanno condizionato la politica governativa e intristito i rapporti tra le due parti della Penisola e le acritiche revisioni storiche dei Neoborbonici per un regno che, certamente, non era stato il giardino delle Esperidi, hanno fuorviato il sereno e retto giudizio sulla storia del nostro Sud, dando luogo a sue false rappresentazioni. In tal senso, se ancora oggi, per non pochi settentrionali il Mezzogiorno è afflitto da un’inferiorità congenita e perpetua rispetto alle loro regioni, per i nostalgici dei Borbone il Sud è stato, invece, sacrificato dai conquistatori piemontesi sugli altari dello sviluppo economico del Nord, impoverendolo con spoliazioni e trasferimenti di ingenti capitali e di apparati tecnico-industriali, che costituivano il vanto del Regno delle Due Sicilie. Sono esagerazioni in un senso e nell’altro. La storia del Sud va analizzata senza prevenzioni e farneticanti pregiudizi, ma anche senza rimpianti e senza idealizzazioni trasfiguranti la realtà. Il suo passato va letto al di fuori di schemi divenuti convenzionali e nel rispetto della verità fattuale. Il Sud d'Italia ha alternato, nel corso dei secoli, periodi di splendore ad altri di oscura decadenza. Era ricco e divenne povero, era prospero e fertile e divenne malarico e sterile. I Meridionali della Magna Grecia, ossia i discendenti dei coloni greci, che a partire dall’VIII secolo a.C. si insediarono in Sicilia, nelle isole e lungo le coste meridionali della penisola, 9


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con intuito e operosa intraprendenza resero floride le loro città. Una prosperità che traeva linfa vitale, oltre che dalla cosciente partecipazione dei nostri progenitori alla vita spirituale, artistica, scientifica, economica del mondo di allora, anche dalle loro progredite conoscenze tecniche, ossia dalla loro capacità di vincere una natura avversa, mettendo a coltura razionale le terre su cui i loro genitori o loro medesimi si erano stanziati. Le officine da cui uscivano i vasi, che oggi destano tanta ammirazione, i campi irrigui della Calabria, il sistema d'esportazione dei prodotti, l’intensità dei commerci marittimi e la competenza nella costruzione delle navi furono il risultato di uno sforzo collettivo e disciplinato di non comuni capacità produttive. La conquista romana significò, la costruzione di grandi arterie stradali, che diedero nuova vita ai commerci e ai traffici. Ma, nel Basso Impero, il Sud attraversò alcuni secoli di vera e propria crisi, dovuta, essenzialmente, alla trasformazione della proprietà contadina in latifondo. Terre, una volta fertili e densamente abitate, si trasformarono in acquitrini paludosi, in lande disabitate, ove dominava incontrastata la malaria. La popolazione, man mano che questa si diffondeva, arretrava dalla pianura, una volta ubertosa, sulle alture circostanti. Sorprendente fu la ripresa, nel periodo normanno-svevo (secoli XI-XIII), quando l'edificazione di basiliche, di cattedrali, di castelli e di palazzi, lo sviluppo dell’agricoltura e 10


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dell'industria, la rifioritura dei commerci e l’introduzione di nuove leggi misero in risalto le qualità migliori dei Meridionali. Nel 1250 morì l’imperatore Federico II di Svevia e, nel 1266, suo figlio Manfredi fu sconfitto a Benevento da Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia Luigi IX, chiamato in Italia da papa Clemente IV per combattere gli Svevi. Gli Angioini, a loro volta, furono scalzati dagli Aragonesi prima dalla Sicilia e poi anche dal continente, chiamati in loro aiuto dai Siciliani nella cosiddetta“guerra del vespro”, ossia quando i Siciliani si rivoltarono contro la dominazione francese. Con la caduta degli Svevi ebbe inizio la lunga e tormentata decadenza dell’Italia meridionale. Vi furono un vistoso regresso economico e un considerevole calo demografico a causa delle continue guerre e del sistema feudale, introdotto dagli Angioini, che era tra i peggiori d'Europa. La crisi incluse anche il campo culturale e letterario. Il primato di elaborazione e formazione del volgare, cioè della nascente lingua italiana, si spostò, infatti, definitivamente da Palermo a Firenze. Mentre in Italia settentrionale si affermavano prima i liberi Comuni e poi gli Stati regionali e in Europa si consolidavano gli Stati nazionali, nel Mezzogiorno d’Italia, per un tempo fin troppo lungo, s’imponeva l’anarchismo dei baroni, una classe che, traendo forza dalla debolezza del potere regio, angariava le popolazioni, sprizzava da tutti i pori boria e prepotenza ed 11


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era incapace, a dire del Machiavelli, di “creare alcuno vivere politico”. Le condizioni economiche e sociali del Sud continuarono a peggiorare con la dominazione spagnola, che si protrasse per più di due secoli, dal Trattato di Lione del 1504 alla Pace di Utrecht del 1713, che pose fine alla guerra di successione spagnola. I commerci si arenarono, le strade divennero impraticabili, i beni della manomorta aumentarono sino all'incredibile. I nobili ottennero dai viceré ampliamenti dei diritti, delle prebende e dei privilegi feudali, che finirono con il comprimere, anche per mezzo di abusi e illeciti, i già limitati spazi economici e giuridici dei contadini e delle comunità rurali. Gli storici hanno indicato questo fenomeno con il termine “rifeudalizzazione”. Con gli spagnoli i tratti distintivi della nobiltà e della borghesia terriera, che vivevano esclusivamente della rendita dei propri latifondi, divennero il rango, la magnificenza, lo sfarzo, il rifiuto del lavoro manuale, dei commerci e, in certi casi, persino delle professioni libere. Il Mezzogiorno, privato di un’efficiente classe dirigente dedita alle attività economiche, ossia allo sviluppo razionale dell’agricoltura, dell’artigianato e dell’industria, proseguiva lungo un percorso di inarrestabile decadimento economico, sociale e culturale, scivolando sempre più verso l'Africa. Di qui il sorgere di una devastante piaga del Mezzogiorno: il brigantaggio. Molti non abbienti, per liberarsi della 12


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schiacciante miseria cui erano costretti, si davano alla macchia, vivendo di rapine, furti e sequestri di possidenti. Il Settecento, in specie la seconda metà del secolo, fu un periodo d’oro della cultura napoletana. Una decisa politica riformatrice fu perseguita con coerenza e costanza dal ministro Bernardo Tanucci, anticurialista accanito e convinto sostenitore delle prerogative dello Stato nei confronti dei privilegi e delle pretese della Curia romana, che sin dal tempo dei Normanni considerava il Sud un proprio feudo. Il periodo tanucciano coincise con una ricca fioritura di studi economici e giuridici, che fecero di Napoli un centro d’importanza europea dell’Illuminismo riformatore. Gli illuministi napoletani (Antonio Genovesi, Giuseppe Maria Galanti, Melchiorre Delfico, Mario Pagano e altri non meno famosi), pienamente consapevoli dei gravi problemi economici che affliggevano il Mezzogiorno, evidenziarono nei loro studi gli aspetti ancora feudali della realtà sociale meridionale. Puntuali furono le loro osservazioni e precise furono le loro proposte, che così si possono riassumere: modificare i rapporti sociali tra proprietari e contadini; modernizzare l’agricoltura con l’introduzione di nuove tecniche agricole, investendo la rendita in un processo di crescita produttiva; abolire la feudalità, tanto laica quanto ecclesiastica; promuovere l’alfabetizzazione dei contadini; garantire le libertà civili; abolire tutti quegli enti o corpi intermedi di origine feudale, che costituivano una potente remora allo sviluppo civile e al progresso economico. Ma, nonostante il loro impegno e 13


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qualche incerto tentativo riformatore, la situazione non si smosse più di tanto. La spietata repressione successiva al crollo della Repubblica napoletana del 1799, che era stata proclamata a seguito della conquista del Regno di Napoli da parte delle armate rivoluzionarie francesi, rappresentò il distacco definitivo della Dinastia borbonica dalla cultura liberale del paese. Un’intera classe dirigente, che poteva costituire il fulcro di un deciso avanzamento delle condizioni economiche e sociali del Regno, fu decapitata con inusitata ferocia. Le conseguenze furono devastanti. Il periodo napoleonico (1806-1815) fu caratterizzato dall’introduzione di alcune riforme, che interessarono, particolarmente, la diffusione dell’istruzione, la soppressione giuridica della feudalità, la quotizzazione dei demani e l’incameramento dei beni degli enti ecclesiastici. I risultati non furono, però, risolutivi. La restaurazione borbonica oscillò tra pavidi tentativi di riforma e rigurgiti di gretto conservatorismo. I Borbone non seppero confrontarsi con le rivolte liberali se non usando la dissimulazione e la forca. Fu così nel 1799, nel 1820-21 e nel 1848, che segnò, per loro, il primo rintocco funebre della campana della storia. Dopo il 1848, infatti, la storia si spostò definitivamente e irreversibilmente verso Torino. Un regno, che poteva essere grande, perse la sfida con la modernità. 14


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Gli investimenti furono pochi e mal destinati. Nel 1858, per esempio, dei circa trenta milioni di ducati, che costituivano il bilancio dello Stato, i due terzi furono spesi per l’esercito e soltanto due/tre milioni di ducati furono destinati agli investimenti produttivi. In sintesi il Regno delle Due Sicilie, prima che Garibaldi ne decretasse la fine, si presentava come uno Stato necessitante di radicali riforme, capaci di modificarne le antiquate strutture economiche per inserirlo tra i paesi progrediti d’Europa. Centocinquanta anni addietro, al tempo della proclamazione dell'Unità d’Italia, il Sud uscì dal secolare isolamento, in cui l’aveva relegato, in modo particolare, la politica “casalinga” di Ferdinando II. Ferdinando riteneva che il proprio Regno fosse al sicuro da interventi stranieri, protetto, com’era, secondo una sua nota espressione, “da tre parti dall’acqua salata e per la quarta parte dall’acqua santa”. Ma la storia insegna che l’isolazionismo non genera sviluppo. E quello di Ferdinando II sortì l’effetto di determinare il sorpasso economico, sociale e politico di Torino su Napoli. Eppure, il Regno delle Due Sicilie aveva una notevole riserva monetaria. Se vi fossero state politiche di sviluppo, se vi fosse stato spirito d'iniziativa e non una deleteria educazione all'individualismo, di cui si risentono ancor oggi gli effetti, tali risorse potevano essere investite proficuamente nella creazione di attività produttive, capaci di imprimere crescita sociale e sviluppo economico. Così non fu. 15


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E quei capitali, appunto perché statici, “sic et simpliciter”, furono in gran parte assorbiti dal nuovo Stato, lo Stato italiano. A fronte di un totale di 630 milioni di lire dell’erario nazionale, ben 443 milioni furono prelevati nel Mezzogiorno. La delusione dei contadini meridionali fu enorme per le promesse non mantenute. Libertà per loro aveva un solo significato: divenire proprietari della terra che da sempre avevano lavorato come braccianti o come coloni alla stregua di servi della gleba. La protesta non tardò ad arrivare. In un primo tempo fu una protesta violenta, poi divenne pacifica, traducendosi in massiccia emigrazione, quando le condizioni di vita si fecero materialmente impossibili anche per gente abituata da secoli alla più stretta frugalità. Impressionanti furono i numeri dell’emigrazione. Ma anche le sudatissime rimesse degli emigrati presero fatalmente, in gran parte, attraverso le banche e le casse postali di risparmio, la via delle regioni dell’Italia del nord, economicamente più attrezzate e ove la stessa vicinanza con i grandi e progrediti Stati europei garantiva maggiori probabilità di successo nel movimento degli affari. Neanche la riforma agraria e gli investimenti della Cassa per il Mezzogiorno hanno impresso al Sud lo sviluppo sperato. Due sono, ancora oggi i mali che attardano il progresso delle regioni meridionali: la malavita organizzata, che, di fatto, ostacola con la sua presenza gli investimenti anche stranieri e l’assenza di una vera, forte e responsabile classe dirigente. 16


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Capitolo 1째 Il riformismo borbonico del Settecento

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Reale Albergo dei poveri di Napoli

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1.1- La politica di Bernardo Tanucci Con la pace di Vienna, che pose fine alla guerra di successione polacca(1733-1738), il Regno di Napoli e quello di Sicilia furono assegnati a Carlo, figlio del re di Spagna Filippo V e di Elisabetta Farnese, erede del Ducato di Parma e Piacenza. Il nuovo sovrano, che ricongiunse dopo quattro secoli la Sicilia al Continente, trovò uno Stato in condizioni estremamente disastrose. Il feudalesimo dominava ovunque. Le risorse, male utilizzate, erano concentrate nelle mani di pochi. Le uniche forme di investimento erano gli acquisti di proprietà fondiarie ed immobiliari, l’appalto di gabelle e di uffici pubblici. Nelle campagne molto diffusa era la miseria. L’idea di impresa, che altrove, in Europa, originava la “rivoluzione industriale”, era ancora lontana dall’essere concepita. A rendere più grave la situazione contribuiva anche una vera e propria giungla legislativa. Il diritto romano si era intrecciato, in fasi successive, con quello longobardo, franco, ecclesiastico e feudale. Accanto alle Costituzioni Melfitane di Federico II, si era sviluppata una fungaia normativa con leggi angioine, aragonesi e spagnole. Con re Carlo (VII come re di Napoli, VI secondo gli annuari di corte delle Due Sicilie, III come re di Spagna) si aprì una stagione di riforme e di speranze. Il Re affidò l’incarico di primo ministro al giurista toscano Bernardo Tanucci, che era un deciso sostenitore delle prerogative e dell’indipendenza del Regno rispetto alla Curia Romana. 19


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Il Tanucci dominò la scena politica napoletana anche quando re Carlo si trasferì in Spagna, lasciando sul trono di Napoli il figlio minorenne Ferdinando IV. Momento culminante della lotta anticurialista fu il concordato del 1741 tra il Regno di Napoli e la Santa Sede, che ridusse notevolmente le immunità e i privilegi ecclesiastici, il numero dei preti e delle congregazioni. Il Tanucci, seguendo il disegno comune delle altre corti borboniche d’Europa e quella del Portogallo, nel 1767, espulse dal Regno i Gesuiti. Il periodo tanucciano coincise con una ricca fioritura di studi economici e giuridici, che fece di Napoli, insieme a Milano, un centro importantissimo dell’Illuminismo riformatore. Nel 1754, presso l’Università di Napoli, fu istituita la cattedra di economia, la prima in Europa, che fu affidata ad Antonio Genovesi, le cui “Lezioni di commercio o sia di economia civile” precedettero di circa dieci anni la “Ricchezza delle nazioni” di Adamo Smith. Socialmente ed economicamente tra i paesi più arretrati d’Europa, il Regno di Napoli acquistò, in quel periodo, un’importanza europea per l’apporto di grandi ingegni come Antonio Genovesi, Ferdinando Galliani, Gaetano Filangieri, Giuseppe Maria Galanti e tanti altri. Ma né le denunce del Genovesi e del Galanti né le critiche del Galliani, che, contro le tesi fisiocratiche, esaltavano il commercio e l’industria come fonti di ricchezza, né le proposte di rinnovamento amministrativo di Gaetano Filangieri riuscirono ad imprimere al corpo anchilosato del Regno di 20


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Napoli il dinamismo necessario per inserirlo tra i paesi progrediti d’Europa. Nelle campagne il processo di liberazione dalle servitù feudali e di privatizzazione delle terre incontrava seri ostacoli, difficili da superare per la prepotenza e la forza dei baroni, che si rivelarono più forti della volontà dei riformatori, tant’è che una borghesia terriera, di tipo lombardo o toscano, non nacque mai nel Sud. Al suo posto nacque, invece, una nuova e spregiudicata classe sociale, costituita da avvocati, medici, notai, funzionari e ricchi commercianti, che impadronendosi dei beni ecclesiastici e demaniali, assimilava i modi di vita propri della vecchia aristocrazia, manifestando, rispetto ad essa, più gravi chiusure mentali e maggiore protervia. Il 23 febbraio 1792 Ferdinando IV, su proposta del ministro delle finanze Giuseppe Palmieri, emanò la“Prammatica XXIV De administratione Universitatum”, con la quale ordinava la censuazione dei demani per l’assegnazione delle terre demaniali, in primis ai braccianti e poi ai contadini piccoli proprietari. Il Re, con questa legge, sperava di migliorare le condizioni degli "avviliti vassalli", ma l'editto naufragò di fronte al gretto tradizionalismo dei ceti dominanti. Erano troppi e forti gli interessi che osteggiavano l’introduzione di riforme. Ci sarebbe stato bisogno di più decisione e di interventi più dirompenti per scardinarli. Ma Ferdinando IV non aveva né la forza né la volontà di attuarli. L’azione di Berardo Tanucci poteva incontrare anche consensi, ma a condizione che non intaccasse privilegi e prebende. 21


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La tiepida politica riformatrice del Borbone, pur contrastata da poteri arroccati, continuò fino al 1794, quando fu sventato, grazie alla denuncia di uno dei congiurati, un attentato al Re. Ferdinando IV ruppe, allora, una tradizione di tolleranza, sia pure limitata, passando alle maniere forti ed instaurando una politica prettamente conservatrice. La prima fase del Regno della Dinastia borbonica fu anche caratterizzata dalla realizzazione di importanti opere pubbliche, quali: la reggia di Caserta, gli scavi di Ercolano e di Pompei, il teatro San Carlo, l’Albergo dei poveri a Napoli.

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1.2- L’istituzione del catasto onciario Nel 1741 re Carlo di Borbone istituì il “catasto onciario”, così chiamato perché, per la valutazione dei beni da sottoporre a tassazione, come unità di misura fu introdotta l’oncia, che era un’antica moneta in uso nel Regno di Napoli fino all’epoca dei re aragonesi. La nuova oncia, fatta coniare da re Carlo, corrispondeva a sei ducati. La riforma aveva l’obiettivo di introdurre nel Regno di Napoli un più equo e moderno sistema di tassazione, basato sul reddito e non soltanto, come quello prima in vigore, sul valore intrinseco dei beni urbani e fondiari. Il tentativo, per la corruzione e per la forte opposizione dei ceti dominanti, non conseguì l’effetto sperato. Rimasero in vita non pochi privilegi e non poche sperequazioni. I beni feudali continuavano, infatti, a non essere tassati, mentre per quelli ecclesiastici il clero corrispondeva la metà delle imposte 22


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stabilite. Restava esente da tassazione il cosiddetto “patrimonio sacro”. Si perpetuava, inoltre, la sperequazione tra i borghesi che vivevano di rendita, alla maniera dei nobili, e gli artigiani che esercitavano mestieri manuali. I primi venivano tassati per il possesso dei soli beni, mentre i secondi lo erano in base ad un reddito presuntivo assegnato secondo il mestiere. Tra le sacche di privilegio c’era anche l’esenzione per gli abitanti di Napoli e dei suoi casali dal pagamento della tassa catastale e, quindi, dall’obbligo di “formare” il catasto.

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1.3 - Villaggi operai e comunità rurali La genesi dei villaggi operai rimanda allo sviluppo industriale della seconda metà del Settecento e alle teorizzazioni illuministe e socialiste, in particolare inglesi e francesi. L’esperimento di San Leucio trovava i suoi presupposti teorici nelle utopie settecentesche, in particolare nel “Codice della natura di Morelly”, in cui l’autore affermava la bontà dell’uomo primitivo non ancora corrotto dalla lotta per il possesso della proprietà, e gli antecedenti organizzativi nelle “Riduzioni” gesuitiche dell’America del Sud. Le “Riduzioni” erano dei minuscoli staterelli tecnocratici e comunisti, che erano stati organizzati nei secoli XVII e XVIII dai Gesuiti in Sudamerica. Importanti furono quelle del Paraguai. Nelle sole “Riduzioni” paraguaiane, infatti, oltre trenta mila Indiani erano amministrati e governati da missionari inviati dall’Ordine dei Gesuiti, con grande mitezza ed anche con 23


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grande indipendenza da Madrid. Ciascuna famiglia di Indiani coltivava il terreno che le veniva assegnato e prestava, regolarmente, alcune giornate di lavoro nelle terre indivise, il cui prodotto serviva per i bisogni comuni e per le spese del culto. A tal fine erano anche destinati l’oro e l’argento guadagnati nei commerci, la cui pratica i Padri si riservavano. Tutte le preoccupazioni finanziarie e annonarie gravavano sui Padri Gesuiti.

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1.4 - La Real Colonia di San Leucio San Leucio è un borgo situato a circa 3,5 Km da Caserta a 145 m/sm in posizione pittoresca. Intorno ad un casino di caccia, acquistato nel 1750 da Carlo III di Borbone, Ferdinando IV volle fondare, su un’estensione di circa ottantadue ettari, una Reale Colonia, ossia una città ideale costruita attorno a una reggia-filanda, città pensata sulla scia della diffusione delle teorie illuministe e riformiste, allora in voga. A tal fine, il giovane re decise di convertire il piccolo borgo in un esperimento industriale e sociale legato alla trattura della seta e alla manifattura dei veli. Nel 1789 la Comunità fu dotata di un codice di leggi, che sanciva l’uguaglianza dei membri e introduceva un sistema mutualistico d’assistenza. Nella Comunità si praticava l’agricoltura, la zootecnia e la lavorazione della seta. Agli addetti alle varie fasi della produzione veniva corrisposto un”bonus”in danaro, stabilito in base al livello di perizia raggiunto. 24


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La manifattura era a ciclo completo in locali dedicati all'allevamento dei bachi da seta, alla torcitura tramite strumenti azionati da ruote idrauliche e alla tessitura realizzata su telai di ciliegio. Ai lavoratori era assegnata una casa all'interno della colonia. L’istruzione era gratuita ed obbligatoria e comprendeva gli insegnamenti di matematica, italiano, catechismo, geografia, economia domestica per le donne ed educazione fisica per i maschi. All’età di 15 anni i ragazzi erano ammessi al lavoro in turni regolari ma con orario ridotto. Il Codice non si limitava solo a codificare forme avanzatissime, per i tempi, di assistenza e previdenza, perché portava alle estreme e parossistiche conseguenze l'enunciato iniziale “La legge che io vi impongo è una perfetta uguaglianza […]”. Anche “il vestire sia uguale in tutti”. Nel 1776 la popolazione della Comunità assommava a 134 abitanti che divennero poi 214. Il periodo di maggiore sviluppo si ebbe dal 1790 al 1799, quando gli operai gestirono direttamente la produzione. Ma già nel 1798-99 vi furono introdotti i primi cottimi. Nel 1802 finiva la gestione diretta e parte del ciclo produttivo fu data in concessione ad una società composta dal Re e dagli imprenditori Wallin e Miranda. Quella di San Leucio fu, senza dubbio, un’iniziativa interessante e fascinosa, ma incoerente ed anacronistica rispetto alle conquiste politiche, sociali ed economiche che 25


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andavano maturando tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento. L’esperimento di San Leucio già in sé portava i germi della disfatta del paternalismo borbonico. In un mondo scosso da aneliti di libertà non aveva, infatti, alcuna possibilità di successo una piccola realtà in cui, secondo il Codice comunitario, i lavoratori andavano "tutti vestiti all'ugual modo", in cui"tutti insieme andavano in Chiesa" a recitare una preghiera composta dal Re, che così si sentiva "intermediario tra Dio e il suo popolo".

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In pratica, tutte le manifestazioni della vita, come lo svolgimento di matrimoni e funerali, erano regolate da norme precise. Tutto era dato dal Re, il quale scriveva finanche le preghiere da recitare mattina e sera. Tutto si doveva ai Sovrani, ai quali, secondo il Codice, spettava “la riverenza, la

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fedeltà l’ossequio. Le funzioni sublimi, ch’essi esercitano, (prescriveva il Codice) gli fan dividere colla Divinità questa venerazione. La lor persona dee rispettarsi, come sacra, e tutti gli ordini, che vengon da loro, debbon ciecamente eseguirsi, e prontamente osservarsi”.

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Oggi, Il sito reale di San Leucio, insieme alla Reggia di Caserta, è stato riconosciuto come Patrimonio Mondiale dell'Umanità dall'UNESCO. Dal 1992 è sede della facoltà di Scienze politiche della Seconda Università degli Studi di Napoli.

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1.5 - L’Albergo dei poveri di Napoli Nella prima metà del Settecento il problema dell’assistenza ai poveri ancora non usciva dall’ambito religioso. Con la diffusione delle idee illuministe si avviò un processo d’intervento degli stati nel campo dell’assistenza a discapito del tradizionale ruolo degli enti ecclesiastici e delle forme di carità individuali. Di qui la fondazione di nuovi “ospizi”, detti anche “conservatori dei poveri” o “alberghi dei poveri”. Erano istituti nei quali potevano trovare ospitalità tutti quelli che erano privi di un sostentamento economico. Ai ricoverati, oltre alla somministrazione dei pasti e alla disponibilità di un alloggio, veniva data la possibilità di imparare un mestiere. Diffusa era, infatti, la convinzione che, per arginare o recuperare la mendicità, occorresse togliere il povero dall’abituale condizione di ozio e insegnargli il lavoro e la fatica. È chiara, in tutto questo, la volontà da parte degli stati di esercitare un controllo sociale capillare sulla povertà, per eliminare o quantomeno per ridurre il vagabondaggio e la mendicità, che costituivano fattori non secondari di disordini sociali. È questo il modello cui si conformarono gli stati italiani ed europei, tranne la Spagna, ove rimase in piedi la tradizione dell’assistenza caritativa laica ed ecclesiastica. Strutture di tal genere sorsero un po’ dappertutto. 27


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Nel Regno di Napoli, a partire dalla metà del Settecento, molti riformatori, nel ricercare le soluzioni atte a ridestare un regno imbrigliato in un groviglio di vincoli e limiti al suo sviluppo, richiamarono l’attenzione del Governo sulla grave condizione della popolazione povera della capitale del Regno. Il risultato fu l’istituzionalizzazione e la centralizzazione del concetto di aiuto e soccorso. Carlo III di Borbone affidò nel 1749 all’architetto Ferdinando Fuga l'incarico di progettare il gigantesco “Albergo dei Poveri”, la struttura del genere più grande d’Europa, ove accogliere tutti i poveri della capitale del Regno. Ai poveri per cause naturali, cioè ai malati fisici e mentali, ai vecchi, alle vedove e ai ragazzi abbandonati, incapaci di badare a se stessi, toccava l'assistenza secondo lo spirito cristiano, mentre ai poveri, tali per inettitudine o pigrizia, spettavano il lavoro e la rieducazione. Raggiunta la maggiore età, ai giovani che avevano terminato il percorso di apprendimento, l'istituzione forniva un lavoro esterno e una somma di denaro per iniziare una vita onesta e civile. Se invece non erano ritenuti meritevoli di essere ammessi alla vita pubblica, poiché poco inclini al lavoro e insofferenti alle leggi, erano trattenuti qualche anno in più e, se con esito ancora negativo, venivano trattati come delinquenti ed inviati ai remi. Agli adulti la possibilità di redenzione era offerta una sola volta.

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L'Albergo dei Poveri fu utilizzato anche per altri scopi. Fu destinato, infatti, a scuola di musica, a scuola per sordomuti e persino a reclusorio. Per fronteggiare le spese dei lavori di continua manutenzione e di gestione si pensò di affittare a privati i migliori locali della struttura. Questo progetto fu appoggiato dal re Ferdinando IV, che concesse riduzioni fiscali alle imprese che spostavano nell'Albergo le loro attività. Ciò si risolse in una clamorosa truffa, poiché molti affittuari impegnarono solo sulla carta gli ambienti loro destinati. Nonostante il diverso impiego della struttura, la sua funzione d’assistenza non venne, comunque, mai meno. La giornalista inglese, fervente garibaldina, Jessie White Mario, nel saggio “La miseria di Napoli”, pubblicato nel 1876, manifestava tutto il suo entusiasmo per l’esercizio borbonico dell’istituzione ed esprimeva tutto il suo disappunto per la pessima gestione della medesima negli anni successivi all’annessione del Regno delle Due Sicilie al Regno d’Italia. Così scriveva: “Nel 1835 l'Albergo e gli Stabilimenti riuniti raccoglievano 6310 poveri, ben nutriti con 16 once di pane, due buone pietanze e vino ogni giorno, e con carne due volte la settimana. La rendita di allora sommava a

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1.062.139. C'erano scuole di leggere e scrivere, scuole di lingua italiana, scuola normale, frequentate da 100 giovani; scuola degli elementi di matematica, con

sessanta allievi; scuola di musica, di figura e di ornato e la famosa scuola dei Sordomuti. Epoca splendidissima dell'istituto. Ogni povero capace di lavorare apprendeva un'arte o mestiere; chi non poteva lavorare era mantenuto con decoro. D'allora in poi troviamo un fatto singolare. Le rendite crescono, i poveri mantenuti scemano, il trattamento peggiora sempre. Le scuole a poco a poco vengono sopprimendosi.

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SPESA 994.927 1.452.407 1.719.912 1.438.912

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POVERI 4518 3024 2700 2700

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ANNO 1862 1870 1871 1872

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[……]. Vediamo ora il trattamento. Il vino prescritto dall'antica tariffa è abolito. Due volte la settimana un chilogrammo di carne vaccina divisa tra nove persone, cioè 107 grammi ciascuna; nella domenica a desinare si danno 121 grammi di maccheroni e 74 grammi di semola la sera, con una porzione di frutta. S'immagini l'appetito nei giorni senza carne e sono cinque su sette. Il pane, del tutto insufficiente, diviso in tre parti: la mattina 1/3 con sola acqua; e la sera colla semola o una meschina porzione di frutta; un boccone ogni volta. Queste porzioni basterebbero appena per i ragazzi di tenera età..... In quanto alla pulizia lo Stabilimento lascia molto a desiderare; i dormitori, segnatamente dei ragazzi, sono sporchi sotto i letti e malsani. È molto se ogni ragazzo ha un lenzuolo; né vogliamo domandare quante volte all'anno le lenzuola si mutano. E i letti quasi si toccano; le latrine sono schifose ed a piano terra sale un tal puzzo da indurre alla supposizione che il sottosuolo sia una vasta cloaca.

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Capitolo 2° Economia e società

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Plastico delle Ferriere di Mongiana

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Opificio di Pietrarsa

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2.1 – Industrie e ferrovie alla vigilia dell’Unità Raggiunto il traguardo dell’unificazione nazionale, sembrava che si dovessero tramutare in realtà le speranze e le attese che la gente del Sud aveva riposto nello Stato unitario. Si sperava che il nuovo governo estirpasse gli antichi mali mai sanati: miseria, disoccupazione e analfabetismo, con una politica capace di creare le condizioni per inserire il Mezzogiorno nel contesto dei paesi più avanzati d’Europa, potenziando, a tal fine, il sistema industriale avviato dai Borbone e correggendone le storture. La profonda delusione che ne seguì pose una serie di interrogativi, cui numerosi studiosi hanno cercato di dare una risposta sin dagli anni Settanta dell’Ottocento, allorquando il persistente divario delle condizioni di vita tra Nord e Sud del Paese indusse a parlare, per la prima volta, di una questione meridionale. Ancora oggi, a 150 anni dall’Unità, quel dibattito, lungi dall’esser giunto a conclusioni finali, è in grado di offrire spunti sempre nuovi per la ricerca storica e per la riflessione sulle politiche di intervento nel Mezzogiorno. L’esistenza o il livello dell’industria nel Sud alla vigilia dell’Unità è, infatti, un argomento largamente dibattuto, che mira a stabilire se, prima dell’Unità, sia esistito nel Mezzogiorno un sistema industriale adeguatamente produttivo o se la sua reale consistenza sia stata, invece, così scarsa da non consentire di parlare di industria vera e propria o, ancora, se quell’apparato industriale sia stato o meno 33


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sacrificato dalle politiche liberiste dello Stato unitario a vantaggio delle regioni settentrionali. È fuor di dubbio che prima dell’Unità sia esistito nel Regno delle Due Sicilie un apparato industriale di un discreto livello produttivo che, però, per le condizioni stesse in cui era nato e si era sviluppato, non aveva molte possibilità di successiva crescita. Infatti, le industrie del Regno delle Due Sicilie, condizionate dal protezionismo statale, non sostenute da un diffuso sistema creditizio e non favorite dalla presenza di un’efficiente rete viaria e ferroviaria, difficilmente avrebbero potuto reggere la concorrenza di quelle lombarde o piemontesi. Tra il 1823 e il 1824 il governo borbonico aveva varato una serie di provvedimenti protettivi dell’industria nazionale, che ebbe, così, la possibilità di crescere al riparo dalla concorrenza straniera. Fiorì, specialmente in Calabria, la lavorazione della seta; si sviluppò l’industria laniera esercitata prevalentemente a domicilio e fece grandi progressi l’industria tessile cotoniera. Si svilupparono anche le industrie meccaniche e quelle delle costruzioni navali. Notevoli impulsi ebbero, pure, le industrie della carta, dei cuoiami, dei guanti e dei cappelli. Le industrie più progredite e di maggior rilievo nell’economia del paese erano, comunque, quelle del ferro, quelle delle costruzioni navali e quelle cotoniere. Queste ultime erano, però, prevalentemente nelle mani di un gruppo di industriali svizzeri: Wenner, Vonwiller, Zueblin, Egg e Meyer. 34


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Gli utili di queste aziende rimanevano, ovviamente, all’interno del capitale straniero e non avevano, quindi, alcun riflesso nell’economia circostante. Al momento dell’Unificazione nazionale, l’industria meridionale era, comunque, caratterizzata da una serie di debolezze che Pasquale Villani, in “Mezzogiorno tra riforme e rivoluzione”, così sintetizza: “1°) la grande industria era quasi

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soltanto sostenuta dallo Stato; 2°) la media industria viveva al riparo di una fortissima protezione doganale; 3°) le altre imprese avevano soprattutto carattere domestico e familiare e sopravvivevano grazie alle difficoltà delle comunicazioni”.

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La forte presenza di capitali stranieri all’interno del sistema produttivo e le politiche di protezionismo economico del Governo sopperivano all’assenza, pressoché totale, di una moderna borghesia imprenditoriale, che se fosse stata presente non avrebbe mancato di proteggere i propri interessi e indirettamente quelli del Sud, come non mancò di fare la borghesia del Nord a vantaggio proprio e delle regioni settentrionali. Secondo stime attendibili, all'atto dell'unificazione, il reddito pro capite del Mezzogiorno era inferiore del 15-20% rispetto a quello del Nord, ove veniva prodotto oltre l’85% della seta filata e tessuta. Non molto diversi erano i numeri relativi all’industria cotoniera, di cui i 70 mila fusi delle Due Sicilie rappresentavano soltanto il 15% del totale della Penisola. Percentuali analoghe si riscontravano nelle industrie della lana, della carta e del cuoio. 35


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Sono numeri che da soli indicavano l’arretratezza dell’Italia, nel suo complesso, in campo industriale. Nel periodo di tempo considerato, in Inghilterra, per esempio, l’industria tessile contava ben 30 milioni di fusi, al cui confronto impallidiva non solo l’industria cotoniera del Regno delle Due Sicilie, ma quella complessiva dell’intera Penisola. L’economia meridionale era, per di più, penalizzata dalla carenza di adeguati istituti di credito, che determinava una situazione poco suscettibile di sviluppo. Soltanto nel 1857 fu istituita una prima succursale a Bari del Banco di Napoli. Queste debolezze denunciavano l’esistenza di seri sintomi di crisi dell’industria nel Regno delle Due Sicilie ancor prima che l’introduzione della legislazione piemontese sconvolgesse l’antico sistema. Inoltre, l’iniziativa della monarchia borbonica, diretta a favorire l’industria nazionale, si era poco prima dell’Unità già esaurita. Re e Governo erano timorosi del fatto che si potesse formare un ceto imprenditoriale che avrebbe finito col pretendere di partecipare alla gestione dello Stato, sconvolgendo dalle basi il sistema politico e sociale dei Borbone. Nel 1856 re Ferdinando II aveva avviato un programma di sviluppo economico che, se opportunamente applicato, avrebbe potuto salvare la monarchia borbonica dal tracollo. Invece, non fruttò che l’apertura della filiale del Banco di Napoli a Bari, un allargamento della telegrafia elettrica, settore privilegiato dal Governo, poche bonifiche in Terra di 36


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Lavoro, altrettante nella provincia di Salerno e in Puglia, qualche strada e pochi ponti. Tra il 1830 e il 1859, gli anni del regno di Ferdinando II, la spesa pubblica fu molto contenuta. Nel 1858, ultimi dati contabili attendibili, a fronte di un bilancio complessivo di circa trentasei milioni di ducati, ne furono assegnati poco più di tre ai lavori pubblici. E non si spesero nemmeno tutti. Anche le concessioni ferroviarie restarono al palo. Motivo di propaganda dei nostalgici della dinastia borbonica è l’esistenza all’atto dell’Unificazione, come essi sostengono, di molti progetti di ampliamento della rete ferroviaria, pronti per l’esecuzione. La verità è molto diversa. Il 3 agosto 1839 Ferdinando II inaugurò la linea ferroviaria Napoli – Portici della lunghezza di circa otto chilometri. Era, in assoluto, la prima ferrovia costruita in Italia. Essa, però, fu voluta da un re più per la sua personale ambizione che per un vero desiderio di progresso, più per curiosità e vanità regale che per favorire lo sviluppo delle industrie e dei commerci, come non mancarono di rilevare già i contemporanei (Gazzetta Privilegiata di Milano del 9 agosto 1840). Che ciò sia vero è dimostrato anche dal fatto che, al momento del suo crollo, il Regno delle Due Sicilie, pur essendo lo Stato più esteso d’Italia, aveva una rete ferroviaria di appena 99 km, quando il Piemonte ne vantava 850, il Lombardo – Veneto 607, il Granducato di Toscana 323, lo Stato Pontificio 136, il Ducato di Parma 99 e quello di Modena 50. 37


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È vero, però, che con Decreto Reale del 16 aprile 1855 Ferdinando II aveva concesso all’ing. Emanuele Melisburgo la costruzione e l’esercizio della ferrovia delle Puglie, da Napoli a Brindisi, con stazioni principali ad Avellino, Foggia, Bari, Barletta. Melisburgo era sicuro di raccogliere il capitale, preventivato in ventidue milioni di ducati, fra i proprietari delle cinque province, che la linea avrebbe attraversato o lambito. Egli supponeva che su tre milioni di abitanti, cinquantacinquemila avrebbero potuto investire cento ducati all’anno, per quattro anni, per di più da versare in piccole rate, a cui sarebbe stato corrisposto un interesse annuo variabile tra un minimo del 5% ed un massimo del 12,4%. La delusione fu enorme. Dei cinquantacinquemila cittadini, che avrebbero dovuto costituire il capitale, se ne trovarono meno di mille. La borghesia preferì, ancora una volta, non abbandonare la rendita per avventurarsi in investimenti che riteneva poco sicuri. Miglior sorte non ebbe la concessione di costruzione e gestione della linea ferroviaria dell’Abruzzo, che si doveva raccordare con quella degli altri Stati italiani, rilasciata al barone Panfilo De Riseis. Anche in questo caso non si trovarono i capitali necessari e re Ferdinando fece decadere la concessione. Non buona era anche la situazione della rete stradale, perché di limitata estensione e di non agevole percorribilità. Le strade meridionali avevano, infatti, un’estensione di 38


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appena 13.800 km contro i 37.400 Km del Piemonte, della Liguria e del Lombardo-Veneto. In Lombardia, nel 1861, vi erano 6 km di strade per mille abitanti, in Campania, che era la regione meridionale più dotata di infrastrutture, ve n’erano, invece, appena 0,8 km. Ancora più ridotta era l’estensione delle strade in Sicilia, ove il rapporto era soltanto di 0,2 km per mille abitanti. Nel complesso, su 1828 comuni del Regno delle Due Sicilie, ben 1431 erano privi di collegamenti stradali. Con una rete viaria di così ridotte dimensioni e con un’industria prevalentemente in mano a capitale straniero e per di più protetta da politiche di stampo mercantilistico, il Regno delle Due Sicilie non aveva molte possibilità di sviluppare un’economia moderna e di porsi in competitività concorrenziale con gli altri Stati italiani e con quelli europei progrediti. Le cose non migliorarono con l’Unità d’Italia, perché ai vecchi mali se ne aggiunsero altri causati da pregiudizi e incomprensioni.

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2.2 – sistema monetario e costo della vita Il 20 aprile 1818 Ferdinando I emanò una direttiva che uniformava il sistema monetario del Regno delle Due Sicilie. L'unità di riferimento teorico della moneta meridionale divenne il ducato, presente in circolazione come conio di 10 carlini. Un carlino equivaleva a sua volta a 10 grana, per cui il grano era un centesimo del ducato. Gli "spiccioli"erano rappresentati dal tornese (2 tornesi equivalevano a un grano) e infine dal cavallo (6 cavalli equivalevano ad un tornese). Usando apposite tabelle di conversione possiamo stabilire che iI valore del ducato, rapportato ai giorni nostri, sarebbe stato di circa 16 euro, per cui quello di un grano (che ne era il centesimo) sarebbe stato di € 0.16. Tutto il sistema, nel suo complesso, era garantito in oro nel rapporto uno ad uno. Le banche ("i banchi") nel 1700 erano sette (S. Giacomo, del Salvatore, S. Eligio, del Popolo, dello Spirito Santo, della Pietà e dei Poveri). Nel 1803 ci fu il primo accorpamento che fu completato il 12 dicembre del 1816 con la creazione del "Banco delle Due Sicilie" che successivamente si chiamò "Banco di Napoli" nella parte continentale del regno e"Banco di Sicilia" nell'isola. 40


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In questi istituti si aprivano conti correnti (la quantità di denaro depositato era enorme) e si concedevano prestiti a mutuo o su pegni, come negli antichi banchi, ma a tasso troppo elevato. Per questi motivi, l’economista Giovanni Carano Donvito bolla il Banco di Napoli come "una meschina istituzione di deposito". Il prelievo fiscale per le attività d’impresa era molto inferiore rispetto a quello praticato per la fondiaria. Le imprese si trovavano, però, a sostenere tassi d’interessi bancari decisamente alti. Il costo del denaro era difatti insostenibile, perché oscillava dal 20 al 30%. A Parigi, nello stesso tempo, il denaro costava soltanto il 6%, per cui, mentre un francese per avere un prestito equivalente di un milione di ducati pagava 60 mila ducati di interessi, un cittadino delle Due Sicilie arrivava a pagare una somma variabile da 200 mila a 300 mila ducati. Tassi d’interesse così elevati non potevano favorire, come non favorirono, lo sviluppo imprenditoriale e la crescita economica del Regno, già alle prese con una borghesia restia a cimentarsi nel rischio d’impresa, ma propensa a rifugiarsi nella comoda rendita. La stessa politica finanziaria del Governo delle Due Sicilie, secondo Giovanni Carano Donvito, nel testo "L'economia meridionale prima e dopo il Risorgimento", era stata strutturata, per scelta, sul contenimento della spesa pubblica, "pur di contenere al massimo le pubbliche entrate", 41


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addossando, peraltro, “il carico tributario alla classi meno querule”. La giornata di lavoro di un contadino, quando lavorava e nel migliore dei casi, era pagata il corrispondente odierno di 3 euro (15-20 grana). Quella degli operai generici valeva in media 5 euro, che saliva fino a 6,50 per gli operai specializzati (20-40 grana); 13 euro spettavano, infine, ai maestri d’opera (80 grana). A tali retribuzioni veniva aggiunto un soprassoldo giornaliero di 10-15 grana per il vitto. Un impiegato percepiva 15 ducati al mese. La paga di un colonnello di fanteria era di 105 ducati (1680 euro). Un rotolo di pane (890 grammi) costava 6 grana (1 euro), uno di maccheroni 8 grana (1,28 euro) e un equivalente di carne bovina 16 grana (2,56 euro). Un litro di vino 3 grana (0,48 euro), tre pizze 2 grana (0,32 euro). Basta fare un po’ di calcoli e vien fuori che contadini, operai ed artigiani, nell’ipotesi migliore, ovvero nel caso in cui lavorassero ogni giorno per tutto l’anno, cosa che in pratica difficilmente avveniva, con il ricavato del lavoro riuscivano appena a soddisfare le esigenze primarie della famiglia. È fuorviante, tuttavia, indicare cifre precise relative a retribuzioni di lavoro in tempi in cui il sindacalismo faceva appena i suoi primi incerti passi, limitati, in prevalenza, alla sola progredita Inghilterra. È, altresì, un grave errore di valutazione ritenere che ovunque, nel Regno delle Due Sicilie come negli altri Stati preunitari, a Napoli come nella più lontana provincia, si 42


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praticassero le stesse retribuzioni, come se contadini, operai e artigiani godessero di un contratto nazionale di lavoro, cosa inconcepibile per i tempi.

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2.3 – Le categorie sociali 2.3a – La Borghesia La crisi economica che, a partire dalla seconda metà del Cinquecento, aveva investito l’Italia rese difficile, diversamente dall’Inghilterra, dall’Olanda e dalla Francia, la nascita di una moderna borghesia e, di conseguenza, lo sviluppo capitalistico. La molla dell’attività era rappresentata dalla rendita e gli investimenti interessavano, in prevalenza, l’acquisto di terre che potevano assicurare un reddito sicuro, anche se non elevato. Tuttavia, nei primi decenni del Settecento, elementi economici borghesi, di incipiente capitalismo, iniziarono ad interessare la Lombardia per il commercio, la manifattura e, soprattutto, l’agricoltura, ove furono investiti notevoli capitali. Incominciò a spirare un vento nuovo. Nuovi atteggiamenti mentali sostituivano gradatamente i vecchi. Il profitto riprendeva il suo posto a danno della rendita. Gli investimenti passavano da attività in qualche modo protette ad iniziative in cui si affrontavano più coraggiosamente i rischi del mercato. Ma la borghesia ancora non avanzava pretese di direzione politica. Alessandro Verri, in un articolo del 1790, sosteneva, in tal senso, il diritto naturale alla proprietà, ma non riteneva utile 43


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che la borghesia partecipasse alla gestione del governo, poiché, per affermarsi, necessitava soltanto di avere la sicurezza della proprietà. Fu il napoletano Mario Pagano a far progredire l’ideologia del ceto medio nel campo politico: la politica non poteva essere disgiunta dall’economia. La sicurezza della proprietà, in sé, non doveva e non poteva costituire, per l’illuminista napoletano, l’unico obiettivo della borghesia. La proprietà andava garantita dalla libertà, il cui valore risiedeva nella “facoltà di valersi di tutte le forze, morali e fisiche, colla sola limitazione di non impedire agli altri di fare lo stesso”. Mario Pagano svolgeva queste affermazioni nel

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“progetto di Costituzione” redatto per la Repubblica Napoletana, più nota come partenopea, proclamata nel gennaio 1799 a seguito della conquista del Regno di Napoli da parte delle armate rivoluzionarie francesi. La restaurazione borbonica che fece seguito, con la condanna a morte di Pagano e degli altri giacobini napoletani, fu tra le cause che impedirono di fatto e per un tempo molto lungo la formazione nel Mezzogiorno di una moderna borghesia. È stato l’ottocento, il secolo del trionfo delle borghesie europee. In Italia lo sviluppo delle classi medie fu, in primo luogo, anche se non esclusivamente, un fatto cittadino, cioè un fenomeno legato alla civiltà urbana.

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L’Italia era da secoli una terra di città con un reticolo urbano che, dal Medioevo, si era sviluppato prevalentemente nelle aree del Centro e del Nord. Nel Mezzogiorno, invece, ove era stata poco avvertita la formazione politica, economica e sociale del Comune, lo sviluppo borghese fu impedito dalla persistenza di rapporti di lavoro ancora legati al feudalesimo, che solo giuridicamente era stato abolito dalla legge eversiva della feudalità del 1806. Il processo di irrobustimento della borghesia non fu, perciò, uniforme e omogeneo tra Nord e Sud della penisola. La diversa velocità delle dinamiche di formazione di un ceto produttivo borghese, chiaramente percepibile prima dell’Unità, oltre che dal diverso grado di sviluppo della cultura cittadina e dalla persistenza di retaggi feudali, traeva origini anche dal fatto che le regioni settentrionali erano, rispetto a quelle meridionali, più ricche di infrastrutture e, allo stesso tempo, registravano un’accumulazione di capitali più largamente sostenuta. La stessa borghesia agraria assunse una fisionomia diversa tra Nord e Sud. Accanto ad uno strato di contadini che in Piemonte erano riusciti a rendere vitali le loro aziende con la coltura della vite, prese corpo, specie in Lombardia, un ceto di affittuari medi e grandi, che gestirono in proprio, con manodopera salariata e bracciantile, terre prese in fitto dai grandi proprietari, nobili e ricchi borghesi, o da enti assistenziali, investendo capitali e capacità imprenditoriali. 45


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I fittavoli padani, verso la metà dell’Ottocento, apparivano a Carlo Cattaneo, acuto osservatore delle realtà agrarie, un aggregato di individui i quali, più che agricoltori, erano

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“intraprendenti di industria agraria che, sciolti d’ogni manuale fatica e d’ogni cura servile, dirigono sopra vasti spazi il lavoro dei mercenari, anticipando grandi valori riproduttivi al terreno, e vivendo in mezzo ai rustici come cittadini”.

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Nel Mezzogiorno, invece, accanto alla proprietà nobiliare si venne a rafforzare una frangia di proprietari terrieri borghesi, i quali, similmente ai nobili, vivevano nelle città o nei centri maggiori, ove spendevano le rendite ricavate dal lavoro dei contadini, che erano costretti ad accettare patti agrari molto penalizzanti. La creazione della proprietà borghese, che costituisce una delle tante facce della poliedrica questione meridionale, non portò, quindi, nell’agricoltura meridionale, la modernizzazione capitalistica. Continuò, infatti, ad essere largamente praticata la coltura granaria estensiva, la quale non richiedeva investimenti di grandi capitali. Ancora nel 1851, il famoso economista inglese, Nassau Senior, notava come in Sicilia la produzione per ettaro fosse rimasta invariata fin dai tempi di Cicerone. È naturale che, in queste condizioni, con l’unificazione politica del Paese, diversa sarebbe stata la reazione dell’economia settentrionale rispetto a quella del Mezzogiorno.

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Sono dati questi che testimoniano la debolezza economica del Regno delle Due Sicilie, debolezza ancor più grave se si considera che il Regno meridionale, sia per estensione sia per numero di abitanti, costituiva quasi i due quinti della Penisola. Nata e cresciuta all’ombra del feudo, la borghesia meridionale non fu in grado, quindi, di maturare le qualità proprie della borghesia settentrionale, qualità che potevano farla assurgere a classe dirigente capace di proporre prospettive di crescita e soluzioni di rapido e sicuro sviluppo economico e sociale.

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capitale 755.776 425.047 225.052 117.846 59.435

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n° società 157 75 52 39 56

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Antiche province Regno di Sardegna Toscana Regno delle Due Sicilie Emilia Lombardia

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La presenza nel Regno delle Due Sicilie di una borghesia poco numerosa e poco imprenditoriale è attestata, tra l’altro, dal basso numero di società commerciali e industriali, presenti al momento della conclusione del processo di unificazione nazionale, rispetto agli altri stati preunitari, come riportato dall’Annuario Statistico Italiano del 1864.

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2.3b - I nobili L’esistenza di un ceto nobiliare, ossia di un gruppo sociale dominante, i cui privilegi erano riconosciuti e sanciti dalle leggi e dalle usanze, è stata caratteristica comune a molte società sia antiche sia moderne, sia europee sia extraeuropee. La nobiltà è stata un fenomeno tipico delle società dotate di scarsa mobilità sociale, cioè delle società premoderne, nelle quali l’agricoltura era la base ordinaria dell’economia e il potere politico e amministrativo non era ancora, come negli Stati moderni, distribuito in un numero limitato di organi di emanazione del Sovrano o dello Stato, ma era diffuso in una moltitudine di centri di potere semisovrani. Secondo l’ideologia nobiliare, comune a tutti i paesi europei, il nobile, che era tale per nascita, era tenuto all’osservanza di una precisa condotta di vita improntata al concetto di “onore”: a lui era vietata ogni attività “vile”, doveva essere devoto, vivere nel rispetto dei precetti religiosi, eccellere nelle virtù cavalleresche e militari, saper vivere in società, conoscere l’arte venatoria. Tuttavia, già tra il XVII e il XVIII secolo, in Europa e in Italia settentrionale, non pochi nobili vennero meno a questa precettistica ed investirono notevoli capitali nei commerci e nell’agricoltura, svolgendo un ruolo importante nelle trasformazioni economiche in senso capitalistico. Tali trasformazioni, come già osservato, non riguardarono la nobiltà siciliana e quella napoletana, che continuarono a vivere di rendita, a godere di prebende e di non pochi privilegi. 48


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In Toscana, al contrario, non solo i ricchi borghesi, ma anche i nobili investirono nella conduzione delle aziende agricole molti capitali, diffondendo e rafforzando il sistema della mezzadria. Nell’Italia del Sud, ove mai era venuta meno la protervia e la boria del ceto baronale, nacquero, invece, i grandi latifondi. Questo fenomeno fu già sensibilmente avvertito ai tempi della lotta tra Angioini e Aragonesi, quando la rarefazione dei piccoli vassalli portò con sé il rafforzamento delle famiglie baronali più grandi e importanti. Si aggravò, poi, in maniera considerevole con la dominazione spagnola. I grandi proprietari terrieri, nobili e borghesi, acquistavano dallo Stato, cronicamente indebitato e bisognoso di denaro, feudi e titoli nobiliari, ottenendo in cambio il diritto di percepire le tasse dai contadini e di esercitare la giustizia su tutti gli abitanti del feudo. Napoli e la Sicilia divennero, così, un dominio di baroni che, poco soggetto al controllo del potere centrale, perpetuò le misere condizioni di servaggio delle popolazioni residenti nelle terre baronali. I contadini conobbero le durezze della servitù della gleba e dovettero pagare forti tributi in “corvées” e in prodotti ai loro signori. Il potere dei baroni rimase sostanzialmente immutato anche dopo la politica riformatrice del Tanucci e, almeno giuridicamente, fino all’emanazione della legge eversiva della feudalità del 2 agosto 1806.

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2.3c – I contadini L’agricoltura del Regno delle Due Sicilie registrava, prima dell’Unità, un consistente ritardo rispetto a quella degli Stati preunitari del Centro-Nord, a causa del basso livello di modernizzazione delle tecniche produttive e degli arretrati rapporti di lavoro, che legavano il contadino al proprietario del latifondo. Significativo, in tal senso, è un passo della relazione sull’inchiesta privata che, nel 1876, Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino condussero sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia. “Nelle relazioni tra il contadino ed il

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proprietario, o in genere tra il contadino e il cosiddetto galantuomo ossia la persona civile, molto è rimasto ancora dei costumi feudali ; e non è da sorprendersene ove si pensi che il feudalesimo in Sicilia fioriva ancora in tutta la sua pienezza al principio di questo secolo e che la sua abolizione legale nel 1812, completata colle due leggi del 2 e del 3 agosto 1818, non fu né provocata né accompagnata né seguita da alcuna rivoluzione, da alcun movimento generale che mutasse d'un tratto le condizioni di fatto della società siciliana. Quella che era stata fino ad allora potenza legale, rimase come potenza o prepotenza di fatto, e il contadino, dichiarato cittadino dalla legge, rimase servo ed oppresso. Il latifondista rimase sempre barone, e non soltanto di nome: e nel sentimento generale la posizione del proprietario di fronte al contadino restò quella di feudatario di fronte a vassallo”.

In generale, il valore della produzione agricola meridionale, secondo gli annuari del Correnti e del Maestri, era di otto lire ad ettaro contro le 238 lire della Lombardia, le 169 del 50


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Piemonte e della Liguria, le 128 del Veneto e le 174 dei Ducati di Parma e di Modena. Secondo altre valutazioni, la produttività dell’agricoltura delle Due Sicilie si attestava intorno al 68% della misura complessiva degli Stati preunitari del Centro-Nord, mentre il patrimonio bovino costituiva poco più del 19% del totale. In compenso, però, quello equino raggiungeva il 61%, l’ovino e il caprino il 63% e quello suino il 60%. La disoccupazione era molto diffusa e, secondo osservatori coevi, un contadino del Sud guadagnava la metà di un suo equivalente del Nord. La vita dei braccianti, secondo lo storico inglese Mack Smith, era ben misera: la malaria, i briganti e la mancanza d'acqua costringevano le popolazioni ad ammassarsi in villaggi che distavano anche una ventina di chilometri dal luogo di lavoro. Un problema vecchio di secoli, quello della terra, appena scalfito dalla legge di soppressione giuridica della feudalità del 2 agosto 1806, poiché il latifondo, ben presto, si ricostituì nelle mani dei pochi possessori di capitali. La grande legge eversiva della feudalità aveva spartito più di un terzo del demanio feudale e comunale tra oltre 230 mila contadini. Ma poco era servito dividere quelle grandi estensioni terriere in lotti ceduti a prezzi moderati ai contadini, perché questi, sprovvisti dei mezzi necessari per avviare culture remunerative, si videro costretti, loro malgrado, a venderli ai borghesi detentori di capitali. 51


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Ci riprovò anche il nuovo Stato unitario nel 1867 con la vendita dei beni fondiari (circa 1 milione di ettari) confiscati agli enti religiosi e alle istituzioni di beneficenza ecclesiastiche, ma i risultati non furono sostanzialmente diversi e sempre per gli stessi motivi. L’indicibile miseria dei contadini e dei braccianti meridionali, che rimase tale, anche dopo l’unificazione nazionale, è testimoniata da un brano de “Le lettere meridionali” di Pasquale Villari, in cui un economista pugliese così illustrava al Villari le condizioni dei lavoratori dei latifondi: “I contadini

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addetti alla coltivazione di questi lontani latifondi vi stanno quasi tutto l’anno, venendo chi ogni quindici, chi ogni ventidue giorni a rivedere in città la moglie, i figli e la propria casa. In campagna vivono in un camerone a terreno, dormendo in nicchie scavate nel muro intorno. Hanno, senz’altro, un sacco di paglia, su cui dormono vestiti, anzi non si spogliano mai. Li comanda un massaro, che somministra ogni giorno a ciascuno, per conto del padrone, un pane nerastro e schiacciato, del peso di un chilogrammo, che si chiama panrozzo. Questo contadino lavora dall’alba fino al tramonto; alle dieci del mattino riposa mezz’ora, e mangia un po’ del suo pane. Alla sera, cessato il lavoro, il massaro mette sopra un gran fuoco, che è in fondo al camerone, una gran caldaia, in cui fa bollire dell’acqua con pochissimo sale. In questo mezzo i contadini si dispongono in fila, affettano il pane che mettono in scodelle di legno, in cui il massaro versa un po’ dell’acqua salata, con qualche goccia di olio. Questa è la zuppa di tutto l’anno, che chiamano acqua – sale. Né altro cibo hanno mai, salvo nel tempo della mietitura, quando s’aggiungono da uno a due litri e mezzo di vinello, per metterli in grado di sostenere le più dure fatiche. E questi contadini serbano 52


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ogni giorno un pezzo del loro chilogrammo di panrozzo, che vendono o portano a casa per mantenere la famiglia, insieme con lo stipendio di circa centotrentadue lire all’anno”.

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Si tratta di una descrizione raccapricciante di quelle che erano le condizioni delle plebi meridionali alla vigilia dell’unificazione e che tali rimasero ancora per molto tempo. Incaricata dal Governo di indagare sulle cause del brigantaggio, la Commissione d’inchiesta parlamentare, nella relazione apprestata da Giuseppe Massari, le individuava nell’infelice condizione dei contadini meridionali: “Le prime

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cause dunque del brigantaggio sono le cause predisponenti. E prima fra tutte la condizione sociale, lo stato economico del campagnolo che in quelle province [….] è assai infelice. Quella piaga della moderna società che è il proletariato ivi vi appare più ampia che altrove. Il contadino non ha nessun vincolo che lo stringa alla terra. La sua condizione è quella del vero nullatenente e quand’anche la mercede del suo lavoro non fosse tenue, il suo stato economico non ne sperimenterebbe miglioramento [….]. Tanta miseria e tanto squallore sono naturale apparecchio al brigantaggio. La sola miseria forse non sortirebbe effetti cotanto perniciosi se non fosse congiunta ad altri mali che l’infausta signoria dei Borbone creò ed ha lasciato nelle province napoletane. Questi mali sono l’ignoranza, gelosamente conservata ed ampliata, la superstizione diffusa ed accreditata e segnatamente la mancanza assoluta di fede nelle leggi e nella giustizia”.

Migliore era, certamente, la condizione dei contadini proprietari, condizione che era aggravata, però, dal fatto che la contribuzione fiscale diretta era, prevalentemente, basata 53


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sull'imposta fondiaria, che assommava a 6.150.000 ducati su un totale impositivo di 7.355.400 ducati, vale a dire l’83,6% del prelievo fiscale totale

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2.3d – Gli operai Gli operai meridionali rappresentavano, prima dell’Unità, un numero di persone relativamente ristretto, se confrontato con quello degli Stati preunitari dell’Italia settentrionale. Infatti, gli occupati nell’industria siderurgica e meccanica nel Regno delle Due Sicilie, fiore all’occhiello della Dinastia borbonica, rappresentavano soltanto il 21% degli occupati complessivi di tutta l’Italia. Ciò non significa che le industrie del Nord vivessero condizioni felici in termini di produzione e di occupati, perché l’arretratezza industriale, non solo del Regno meridionale, ma dell’Italia nel suo complesso, appare in tutta evidenza, se si confrontano i dati della produzione generale dell’industria del tempo in Italia con quella dei paesi europei più progrediti. Il divario era, infatti, abissale. Solo qualche esempio. Nel 1861 la Gran Bretagna produceva 3.772.000 tonnellate di ghisa, la Francia 967.000, la Germania, considerata nella totalità dei suoi staterelli, 592.000, il Belgio 312.000. Nello stesso anno gli Stati preunitari dell’Italia del Nord ne producevano soltanto 17.500 tonnellate e il Regno delle Due Sicilie appena 8000 tonnellate. 54


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2.3e – Gli artigiani Rispetto ai contadini, le cose andavano leggermente meglio per gli artigiani. Il salario giornaliero dell’artigiano era, infatti, più alto di quello del contadino, ma, per il fatto stesso di vivere in un agglomerato urbano, il mestierante presentava bisogni diversi, che, spesso, lo portavano a consumare tutto il ricavato del lavoro e, talvolta, a indebitarsi. A tanto contribuiva anche la moglie dell’artigiano che, diversamente da quella del contadino, non lavorava ed era indotta ad assumere stili di vita diversi e più costosi. Cosicché, nella generalità dei casi, anche per gli artigiani grande era la miseria.

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2.3f – I lazzari La parola “lazzaro”etimologicamente è di origine incerta. Alcuni la fanno derivare dal Lazzaro evangelico, uomo coperto di cenci e di ulcere. Altri, tra cui lo storico Pietro Colletta, la fanno risalire al termine spagnolo “lacero,” che in lingua spagnola suona lazero. Secondo il Colletta, al tempo dei viceré spagnoli, con il venir meno delle guerre, cessarono nelle campagne gli arruolamenti dei popolani nell’esercito. Moltissime persone, che mai erano state occupate nell’agricoltura e che non conoscevano alcun mestiere, si trasferirono a Napoli, capitale del vicereame. Esse non avevano casa ma, grazie al clima mite della città, vivevano all’aperto come meglio potevano. All’aperto soddisfacevano i propri appetiti e i propri bisogni. 55


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Il loro numero crebbe di continuo fino a raggiungere, al tempo di Ferdinando IV, la ragguardevole cifra di circa trentacinquemila individui su un totale che ancora non raggiungeva i quattrocentomila abitanti. Si trattava di una massa enorme, che viveva di raggiri, di piccoli furti e di mendicità. Una massa che all’occorrenza, si sarebbe potuta trasformare in una potente forza d’urto rivoluzionaria. Le autorità governative pensarono bene di non inimicarsela, anzi cercarono di utilizzarla per consolidare la stabilità politica e sociale dello Stato. Permisero, infatti, che i lazzari si riunissero liberamente in corporazione ed eleggessero persino un capo a cui spesso davano udienza per ascoltare le istanze relative alle esigenze della corporazione, con l’intento nascosto, però, di poter disporre della forza dei lazzari nel caso di eventuali sommosse popolari. Ma non sempre i viceré raggiunsero lo scopo, come testimonia il caso di Masaniello, che era il capo dei lazzari, quando nel 1647 esplose la rivolta di Napoli. Alexandre Dumas nella sua “Storia dei Borbone di Napoli” scriveva che il capo dei lazzari era un privilegiato. Aveva, infatti, il “diritto di rimostranza”, diritto che esercitava “arditamente con i ministri ed anche con il re”. Era, continuava Dumas “un vero tribuno del popolo senza laticlavio e senza i fasci. Ad alcune cerimonie della corte avea di dritto il suo posto, quando la regina partoriva, in nome della corporazione, egli verificava il sesso

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del neonato che venivagli messo in braccia. Egli lo abbracciava, lo mostrava al popolo”.

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In genere i lazzari furono alleati fedeli della Dinastia borbonica. Nel 1799 si opposero strenuamente e con coraggio per tre giorni, dal 21 al 23 gennaio 1799, ai francesi del generale Chmpionnet e nel giugno dello stesso anno spianarono la strada per l’occupazione di Napoli alle truppe sanfediste del cardinale Ruffo. Alcuni capi, tuttavia, quali Antonio D'Avella (detto Pagliucchella) e Michele Marino (detto o pazzo), per opportunità economica o per ideali, aderirono alla causa repubblicana e furono impiccati in piazza del Mercato il 29 agosto 1799. Nella giornata del 15 maggio 1848, ancora una volta, i lazzari si schierarono con la monarchia borbonica, dimostrando, così, di essere fino all’ultimo un suo valido e fedele sostegno.

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Capitolo 3째 Un tugurio come casa

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3.1 - I Bassi I Borbone lasciarono in eredità al Regno d’Italia i forzieri pieni, che andarono a costituire i due terzi circa del bilancio dello nuovo Stato italiano, ma lasciarono anche orride isole di miseria e degrado abitativo, al cui confronto non sfiguravano persino i famigerati bassifondi londinesi. Nel 1861 Napoli, con oltre quattrocentomila abitanti, era la città più grande d’Italia. La popolazione si concentrava, però, in una striscia di terra di appena sette chilometri quadrati, ove in alcuni quartieri si addensava nei cosiddetti “bassi” un’umanità di poveri e derelitti in condizioni abitative proibitive. Queste dimore erano costituite da un’unica stanza per tutta la famiglia, senza luce, ammuffita ed umida. Eppure, se confrontate, ai “fondaci”, che erano vere e proprie “bolge infernali”, come li definì Giustino Fortunato, i “bassi”erano abitazioni di lusso.

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3.2 - I fondaci Sui “fondaci” scrisse una serie di articoli la grande giornalista Matilde Serao, nata nel 1856 e morta nel 1927, che furono poi raccolti nel libro “Il Ventre di Napoli”. I fondaci si estendevano nella parte bassa della città, da piazza Municipio (allora largo del Castello), dov’è ora via Marina, sino ad oltre piazza Mercato e a monte andavano poco oltre Piazza Nicola Amore e verso Piazza Garibaldi. 60


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Ogni fondaco era costituito da un agglomerato di decadenti costruzioni umide e fetide nel cui cortile si affacciavano terrazzini e balconi. Gli ingressi erano bui e senza finestre; la ritirata, che era una sola ed in comune, scaricava i liquami nel cortile, dove ristagnavano e i bambini vi guazzavano per gioco. Questi ambienti, pieni di ogni genere di insetti ed animali, erano focolai di infezioni. La morte vi era di casa. Le famiglie si ammucchiavano in camere successive una dopo all’altra o una sopra l’altra. Nei fondaci si poteva vedere di tutto. Pasquale Villari, l’autore de “Le lettere meridionali”, che visitò questi miseri e squallidi tuguri, così raccontava la sua esperienza in una lettera a Jessie White Mario, giornalista inglese, fervente mazziniana ed ex garibaldina: “Ella sa come questi fondaci siano

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generalmente formati d'una corte, da cui per una scala si sale a diversi terrazzini o balconi, che girano intorno alle quattro mura, e dànno adito a molte camere, che sono per lo più senza finestre, e ricevono luce dall'unica porta che si apre sul terrazzino. Nella prima di queste corti io vidi in un angolo una specie di stalla, in cui si lessavano teste, piedi, budella d'animali; poi si spellavano le teste e i piedi, e l'acqua e il sangue si versavano nella corte, dove restavano in gran parte fermi, per la poca inclinazione del suolo. Entrai in un secondo fondaco, e là trovai che da circa due settimane la cloaca aveva dato di fuori, ingombrando tutta la corte, in modo che si passava, in punta di piedi, rasente le mura. Salito al primo piano, vidi le donne appoggiate alle mura del terrazzino, ridere guardando dei grossissimi topi che traversavano e quasi nuotavano in ciò che la cloaca aveva versato nella corte”. E mi dicevano: “signorino, 61


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guardate i passeggeri! Mi tirarono su dal pozzo una secchia, per farmi vedere che non era piena d’acqua, ma pareva invece tirata su dalla cloaca stessa, che infatti s’era messa in comunicazione col pozzo. Ho una memoria assai confusa di ciò che vidi nel terzo fondaco. Era di state, il puzzo incredibile, la stanchezza di ciò che avevo veduto, ed il sentirmi ripetere dai compagni: – In questa strada vedrà dal principio al fine la medesima scena, – fecero sì che andai via per quel giorno a cercar l'aria libera”

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3.3 - Le grotte

Non molto diverse erano le condizioni di chi abitava nelle grotte del Monte Echia, minuziosamente descritte da Jessie White Mario nel saggio “La miseria di Napoli” : “……giunti alle

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falde del Monte Echia, abbiamo trovate per la più parte queste grotte occupate da greggi di pecore e di vacche, che con campanelle al collo girano mattina e sera per le belle vie di Napoli, i loro proprietarii urlando: latte da vendere, latte da vendere, per chi vuole e per chi non vuole prestarvi orecchio. […..] Le grotte, che somigliano precisamente alle catacombe di Roma, sono scavate nel monte; epperò chi possiede l'appartamento all'entrata può stimarsi inquilino del piano nobile a cagione dell'aria e della luce abbondanti. Ma penetrandovi e spartendo questa lunga grotta in trenta quartieri, appena può idearsi la condizione di coloro che vivono in fondo, ove l'atmosfera è di carbonio puro, ove nulla difende questi infelici dall'umidità, onde son sature la vôlta e la nuda terra, ove una semplice marca convenzionale divide l'una dall'altra famiglia, come segno di proprietà, e ove codesti infelici ospiti spagari, lavorando ciascheduno 18 ore al giorno, pervengono a

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torcere 50 matasse di spago per guadagnare 15 grani; dai quali deducendone sette di spesa, restano otto grani per vivere. 3.4 - Le locande

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“Chiunque, continuava Jessie White, dopo aver esplorato i fondachi, dopo essere calato nei bassi, dopo essersi arrampicato sulle grotte, creda esaurito il novero delle miserie dei poveri di Napoli, s'inganna. Deve invece girare di notte, visitare le cosiddette locande da grana due a grana sei per letto. Visitando le locande della sezione di Porto vidi sette, otto, fino a nove letti nella stessa stanza. In un letto vidi tre persone e nella locanda, dove contai 95 letti, il cesso per tutti consisteva in una buca coperta in mezzo alla cucina. [….]. In un'altra locanda mi si è indicato il ricovero prediletto dei fanciulli da sette a dodici anni, orfani o abbandonati dalle loro famiglie che non possono campare se non con mezzi illeciti. Queste locande dei fanciulli sono la culla del delitto, la prima scuola e l'asilo infantile. Quando non riescono a guadagnarsi il grano per pagare l'alloggio notturno, dormono in strada; nell'estate sul lastricato, nell'inverno ammucchiati sotto i panconi, sotto le fornaci dei friggitori, sotto i portoni aperti o nel portico vicino alla chiesa di Monserrato”.

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3.5 – L’avvio dei lavori di bonifica

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In condizioni del genere le epidemie di tifo e di colera erano ricorrenti. Ma nemmeno il Governo unitario, succeduto a quello borbonico, si preoccupò di avviare subito un’operazione di bonifica di bassi, fondaci e grotte. Fu soltanto dopo la violenta epidemia di colera scoppiata nel 1884 che Agostino Depretis, presidente del Consiglio dei 63


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Ministri, propose di “sventrare Napoli”, coniando il neologismo “sventramento”ispirato dalla lettura della prima edizione de "Il Ventre di Napoli" di Matilde Serao. Il 15 gennaio 1885 fu, così, emanata la "Legge per il Risanamento della città di Napoli". Il 15 Giugno 1889 (quattro anni dopo la promulgazione della legge), nella Piazza del Porto, alla presenza dei Sovrani, si inaugurarono i lavori di risanamento.

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Capitolo 4째 Il sistema scolastico

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4.1 – L’analfabetismo in Italia nel 1861 Nel 1861, nell’anno dell’unificazione nazionale, la scuola italiana si trovava in una drammatica situazione. Su 22 milioni di Italiani ben 17 milioni erano analfabeti. Su 100 cittadini 78 non sapevano né leggere né scrivere. Certo il quadro era diverso da regione a regione e il divario tra Nord e Sud, anche nel caso della scuola, era enorme. Nel Piemonte sabaudo gli analfabeti erano 57 persone su 100, in Lombardia 59, in Toscana 77. Il record negativo spettava alla Sardegna e alla Basilicata con il 91% di analfabeti. In totale i bambini italiani che frequentavano le scuole elementari (escluso quelli del Veneto che resterà sotto l’Austria fino al 1866) erano 1 milione e 8 mila, di cui 579.000 maschi e 429.000 donne, che scomparivano quasi del tutto nelle scuole superiori. Solo 6 Italiani su 10.000 frequentavano le scuole secondarie e solo 3 su 10.000 andavano all’università. Ben diversa era la situazione nel resto d’Europa e in America del Nord. In Germania, Svizzera e Stati Uniti gli analfabeti costituivano il 20% circa della popolazione, il 31% in Inghilterra e il 47% in Francia. La scuola italiana era, in sostanza, appannaggio delle classi sociali più agiate e due terzi degli insegnanti erano preti e frati. Gran parte delle scuole era, infatti, in mano alla Chiesa, che da secoli, in molte regioni, gestiva, pressoché totalmente, l’istruzione. Oltre al tasso di analfabetismo più basso, il Piemonte vantava anche il primato del numero degli asili infantili. Ne 67


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contava, difatti, poco più di cento. Agli asili piemontesi guardavano con ammirazione i liberali e i patrioti delle altre parti d’Italia, come esempio di democrazia e di progresso. Desolante si presentava il quadro dell’istruzione nell’ex Regno delle Due Sicilie, ove pur non erano mancate iniziative di riforme tendenti a favorire la frequenza scolastica. L'esordio borbonico era stato, infatti, promettente. Nel 1767, con l’espulsione dei Gesuiti, fu ridotta notevolmente la presenza clericale nella scuola. Governando Bernardo Tanucci, furono proposti alcuni progetti, che miravano alla diffusione dell’istruzione. Tra i più significativi quelli del Filangieri, del Genovesi e la bozza di riforma universitaria di Beccadelli Gravina marchese di Sambuca. Ma si trattò, per lo più, di iniziative che non conobbero mai una pratica attuazione.

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4.2 - Il periodo francese Il 16 febbraio 1806 le armate napoleoniche invasero il Regno di Napoli, che fu assegnato da Napoleone Bonaparte al fratello Giuseppe. Ferdinando IV riparò in Sicilia sotto la protezione della flotta inglese. Due anni dopo, allorché a Giuseppe fu data la corona di Spagna, il titolo di re di Napoli passò a Gioacchino Murat, cognato di Napoleone, che resse le sorti del Regno fino al 1815. In questo periodo la scuola fu, come non mai, destinataria di particolare attenzione. Uno dei primi provvedimenti di 68


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Giuseppe Bonaparte fu il Decreto del 15 agosto 1806, che rendeva obbligatoria l’istruzione elementare, attribuendo ai comuni l’onere di nominare un maestro e una maestra. Ma la legge non ebbe facile applicazione, principalmente per difficoltà finanziarie e per mancanza di personale idoneo, tant’è che, alla fine del 1808, le due Calabrie e la Basilicata ancora erano prive di scuole primarie. Tuttavia, la validità della norma, per i tempi in cui fu emanata e per il contesto in cui doveva operare, apparve innegabile, tanto da restare sostanzialmente immutata anche con la restaurazione borbonica. Nel 1807 fu emanata la Legge n. 140 che disciplinava l’istruzione secondaria e istituiva, in ogni provincia, i Reali Collegi, guidati da rettori e dotati di una rendita annua di 6000 ducati. Nei centri più importanti, che non erano capoluogo di provincia, furono istituite al posto dei collegi le cosiddette “Scuole secondarie” con programmi d’insegnamento meno estesi rispetto ai collegi. La vera organizzazione dell’istruzione superiore avvenne, però, nel 1811 con l’emanazione del Decreto n. 1146, che istituiva i Reali Licei, quattro per ogni regione del Regno. Presso ogni liceo, accanto all’insegnamento delle discipline di base, operava un “ramo d’istruzione”, che costituiva, in pratica, una scuola di primo grado universitario, corrispondente a una delle quattro facoltà universitarie: Lettere, Scienze matematiche e fisiche, Medicina, 69


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Giurisprudenza. Le discipline di studio erano specifiche per ogni ramo d’istruzione. Ogni liceo conferiva la “licenza” in conformità al proprio specifico “ramo d’istruzione“. La laurea veniva, invece, conferita dalle università. La “licenza” in teologia era conferita dai seminari. La riforma scolastica varata da Gioacchino Murat portava la firma del ministro Giuseppe Zurlo, il cui progetto fu preferito a quello elaborato da Vincenzo Cuoco, perché considerato, quest’ultimo, troppo dispendioso. Tuttavia, non poche proposte del progetto Cuoco, che ancora oggi ci sorprendono per l’attualità delle tesi avanzate, entrarono a far parte della riforma. 4.3 - La restaurazione

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4.3a – La scuola primaria e quella secondaria Dopo la sconfitta di Gioacchino Murat a Tolentino il 20 maggio 1815 ad opera degli Austriaci, Ferdinando IV, divenuto Ferdinando I re del Regno delle Due Sicilie, riottenne il trono che aveva perduto nel 1806. Nei primi anni della Restaurazione, il Borbone non abolì completamente la legislazione napoleonica, perché innegabilmente si adattava alle mutate trasformazioni sociali ed economiche maturate a cavallo tra Settecento ed Ottocento. Nel settore scolastico, in particolare, la politica oscillò tra aperture e chiusure. Da una parte si voleva mantenere 70


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l'efficienza del sistema scolastico messo su da Murat e dall'altra si aveva paura di turbare l'ordine costituito con una scuola troppo avanzata. Da un lato si volevano cittadini dotati di un minimo di istruzione, dall'altro si promoveva una scuola diretta più ad indottrinare che a istruire, una scuola che doveva essere di sostegno al sistema sociale e politico esistente. I comuni furono delegati ad istituire una scuola primaria

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«assistita da uno, o più maestri secondo i bisogni della popolazione per istruire i fanciulli ne' primi elementi di leggere e scrivere correttamente, nell'aritmetica elementare, e nelle istruzioni morali del Catechismo, e de' doveri sociali adottati dal Governo» .

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Relativamente all’istruzione superiore, con Decreto del 14 gennaio 1817, sulla base delle riforme del decennio francese, furono istituiti cinque “Reali Licei” con sede: a Napoli, a Salerno per il Principato Citeriore, a Bari per la Terra di Bari, a Catanzaro per la 2a Calabria, all’Aquila per il 2° Abruzzo. In ciascuna delle altre province “di qua del Faro”, cioè nella parte continentale del Regno, furono, complessivamente, istituiti dodici Collegi Reali: a Maddaloni per Terra di Lavoro; ad Arpino; a Potenza per la Basilicata; ad Avellino per il Principato Ultra; a Lucera per la Capitanata; a Lecce per la Terra d’Otranto; a Cosenza per la Calabria Citeriore; a Monteleone per la 2a Calabria Ulteriore; a Reggio per la 1a Calabria Ulteriore; a Campobasso per il Molise; a Chieti per l’Abruzzo Citeriore; a Teramo per l’Abruzzo Ulteriore.

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Difficoltà di vario genere ne ritardarono, tuttavia, le realizzazioni, tant’è che solo il 1°dicembre 1831 fu inaugurato il Collegio di Avellino. La vera svolta reazionaria si ebbe, successivamente, dopo i moti del 1820-21, quando le classi al potere scatenarono una sorda avversione verso la scuola e verso ogni forma di cultura. Con decreto del 2 giugno 1821 fu istituito l'indice dei libri proibiti e con i successivi decreti del 13 novembre e del 15 dicembre 1821 la scuola fu ancor di più imbrigliata in un clima di chiuso confessionalismo. Gli insegnanti furono sottoposti a un esasperato controllo poliziesco e le scuole in cui erano praticati i nuovi e più liberi metodi di insegnamento furono soppresse. Ferdinando II, salito al trono nel 1830, completò l’opera di conservazione, firmando il 10 ottobre 1843 un decreto col quale lo Stato rinunciava completamente all'istruzione, per affidarla ai vescovi, che avevano persino l’autorità di “destituire i maestri e le maestre delle scuole primarie, a sospenderli

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e a rimuoverli…"

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Una ventata di libertà sembrò investire la scuola con i moti rivoluzionari del 1848, che diedero, per una breve stagione, il potere alla borghesia liberale. Fu costituito il Ministero della Pubblica Istruzione, che tentò la riorganizzazione in senso democratico della scuola pubblica, in particolare di quella primaria. Notevole, per i contenuti democratici, fu il progetto redatto da Francesco De Sanctis, Segretario del Consiglio

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Superiore della Pubblica Istruzione, i cui elementi fondanti possono essere così riassunti:

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a) l'istruzione, almeno quella primaria è un diritto di ogni cittadino; b) l'insegnamento non può essere una funzione dello stato, ad esso compete invece vigilare tramite gli ispettori per garantirne il buon funzionamento e per garantire la sicurezza sociale; c) poiché è un diritto dei genitori educare i propri figli, ai genitori deve essere assicurato il diritto di entrare nelle scuole, ove viene educato il figlio, di prendere informazioni sul loro andamento, e richiamarsi ancora presso le autorità superiori; d) dell'istruzione primaria devono farsi carico i comuni essendo questi le naturali aggregazioni delle famiglie; e) l'istruzione primaria è «un gravissimo interesse sociale per cui è dovere dello stato rimuovere ogni impedimento, che nascer possa alla sua diffusione e progresso; perciò essa è impartita a tutti gratuitamente nelle scuole pubbliche; [...] f) essendo l'istruzione un bene non ancora compreso dalle masse popolari lo stato la impone a tutti come un obbligo, lasciando però libertà di adire le scuole pubbliche o le private .

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Ma una nuova restaurazione ancora più radicale di quella del 1821 fece precipitare l’ipotesi di riforma in brevissimo tempo. Fu ancora la Chiesa a gestire il tutto, una Chiesa onnivora e onnipresente, che fu la migliore alleata dei Borbone, una Chiesa pletorica che, all'inizio dell'Ottocento, su un totale di circa 4 milioni di abitanti del regno, annoverava ben 120 mila addetti al culto.

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Ma una nuova restaurazione ancora più radicale di quella del 1821 fece precipitare l’ipotesi di riforma in brevissimo tempo.

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[….]. Le donne che assumono la qualità di maestre per insegnare sia le arti donnesche, sia il leggere e scrivere, saranno tenute ad insegnare eziandio il Catechismo suddetto".

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Furono le scuole private laiche a sopperire ai disastri di quella pubblica. Da queste scuole vennero e in queste scuole insegnarono personaggi eminenti della cultura, non solo del Meridione, ma dell'Italia intera, come Basilio Puoti, Silvio e Bertrando Spaventa, Francesco De Sanctis, Pasquale Villari e tanti altri. Tuttavia, è doveroso precisare che, in molte realtà, spesso la Chiesa, con tutti i suoi vistosi limiti, costituiva l’unica possibilità per chi avesse voluto ricevere una sia pur elementare istruzione e, in certi casi, anche una più completa erudizione. I vescovi, inoltre, si impegnarono anche ad aprire scuole serali e festive per i figli di contadini e artigiani impossibilitati a frequentare quelle diurne, mobilitando i parroci per tale servizio.

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4. 3b - L’università Le università del Regno inizialmente erano tre: Napoli, Palermo e Catania. Nel 1838 anche Messina ebbe il suo ateneo, giacché la locale Accademia Carolina con decreto del 29 luglio fu elevata ad università. Ogni università era diretta da un rettore e comprendeva le facoltà di: teologia, giurisprudenza, medicina, fisica, matematica, filosofia e letteratura. Le cattedre venivano spesso conferite a docenti non all’altezza del compito, se non addirittura improvvisati, che, essendo mal retribuiti, ricorrevano spesso al doppio lavoro, con ovvie conseguenze negative sui livelli di preparazione degli studenti. Le università non erano molto frequentate, non tanto a causa delle pastoie burocratiche, quanto per i disagi dovuti alle pessime condizioni delle strade e, ancor di più, alla politica dell’amministrazione borbonica, che prevedeva, da un lato un opprimente controllo clericale sull'amministrazione e sui contenuti delle materie d’insegnamento e, dall’altro, una soffocante sorveglianza poliziesca. Il Governo vedeva di malocchio l’agglomerarsi nella capitale degli studenti. Tollerava soltanto quelli già muniti di licenza professionale rilasciata dai licei di provincia. La vigilanza della polizia era particolarmente dura. Gli studenti erano obbligati a munirsi di permesso di soggiorno, alla cui scadenza dovevano far ritorno nei luoghi di provenienza, onde non incorrere nell'accusa di vagabondaggio. 75


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Il Real Rescritto del 5 marzo 1856 prescriveva che ogni studente, nei quindici giorni successivi al suo arrivo a Napoli, doveva presentarsi innanzi a una speciale commissione di vigilanza per dichiarare il suo nome, la località d’origine, l'età, gli studi, l'abilità, la congregazione di spirito cui egli era ascritto e così via. Gli studenti delle province venivano divisi per quartiere e sorvegliati dai parroci, dai commissari di polizia e dagli ispettori di pubblica istruzione, che dovevano “informare se lo studente coabitasse con altri suoi compagni, quali case fosse solito frequentare, e prender nota dei libri che leggeva e dell'ora in cui rincasava".

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La “carta di soggiorno” si rinnovava ogni mese, a discrezione della polizia, il più delle volte a seguito di regali e mance. Obbligatoria era l’iscrizione alla congregazione di spirito dell’Università o a quella di San Domenico Soriano, iscrizione che comportava la costrizione della frequenza domenicale per ascoltare la messa, la predica, per cantare l’ufficio e per confessarsi. Senza il certificato del prefetto di spirito, che attestava la partecipazione alle suddette funzioni, gli studenti non erano ammessi a sostenere gli esami. La polizia, inoltre, teneva d’occhio le case e i caffè frequentati dagli studenti più in vista. Le perquisizioni erano frequenti. Guai se trovava qualche libro messo all’indice. I nomi di certi autori portavano diritto all’arresto: Machiavelli, Botta, Giannone, Colletta, Leopardi, Gioberti, Massari, Berchet, Giusti. 76


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Prima del 1848, diversamente dalle università pubbliche, erano molto accorsati gli studi privati, tenuti da uomini di grande valore. Primeggiavano quelli: di Roberto Savarese, che insegnava diritto romano, diritto e procedura civile; di Luigi Palmieri, che insegnava chimica sperimentale, filosofia e diritto di natura; di Giuseppe Pisanelli docente di diritto penale; di don Carlo Cucca, ritenuto somma autorità in diritto canonico. Erano, altresì, molto frequentati gli studi di Paolo Tucci e Salvatore De Angelis, che insegnavano matematiche elementari e sublimi, e quelli di Francesco De Sanctis e Leopoldo Rodinò succeduti, nell’insegnamento delle lettere italiane, al marchese Basilio Puoti.

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4.4 – Alcune considerazioni

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Il sistema scolastico, che il Regno borbonico lasciava in eredità al Regno d'Italia, presentava, nelle linee generali, un quadro caratterizzato da inefficienza, da scarsa frequenza e da un pervasivo clericalismo. Eppure il Regno delle Due Sicilie era stato tra i primi ad avviare importanti riforme sulla strada dell'educazione popolare e pubblica, riforme vanificate dall’involuzione delle ripetute restaurazioni successive ai moti liberali e costituzionali. Gli ostacoli maggiori alla diffusione dell’istruzione e, più in generale, della cultura erano per lo più dovuti alle poco sviluppate condizioni economiche e civili del Regno, ma anche al conservatorismo del governo e all’ignoranza del clero, entrambi assillati dal timore che un aumento dell’istruzione avrebbe determinato una grave crisi dello status quo sociale e politico. In un contesto siffatto, ove l'istruzione era vista, sostanzialmente, in una prospettiva funzionale alla conservazione dell’esistente, anche i tentativi più illuminati di sporadiche iniziative riformistiche, che pur vi furono, si fermarono di fronte ai timori delle possibili conseguenze sul piano delle tensioni sociali. È doveroso, tuttavia, precisare che anche i liberali più progressisti assunsero, nel campo dell’istruzione, atteggiamenti più che altro paternalistici nei confronti dei ceti popolari. Avvertirono, è vero, la necessità della diffusione 78


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dell'istruzione, ma le loro proposte non andarono molto di là della generale alfabetizzazione della popolazione. Francesco De Sanctis, dando corpo al suo progetto di riforma, comprese che doveva procedere secondo un approccio graduale e per tappe per non creare situazioni dirompenti sul piano sociale e politico difficili da controllare. Così, in tal senso, si esprimeva nel suo libro “Scritti e discorsi sull’educazione”: "Dare a tutti gli ordini sociali la medesima

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istruzione è non solo vanità ma danno; che un'istruzione superiore al bisogno ed al proprio stato alimenta disordinati desideri, desta passioni che non si possono soddisfare, rendeci inquieti e scontenti, e nutre di ambizione, di vanità e di superbia i nostri animi. Ma vi è un’istruzione necessaria a tutte le classi, ordinata a darci una chiara coscienza della nostra dignità e de’ nostri doveri, ed a formare la ragione pubblica, che tempri e regga i moti inconsulti dell’anima, e dia all’opinione un indirizzo costante e sereno”.

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Capitolo 5째 Preti, soldati e marinai

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Fregata Ettore Fieramosca

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Certosa San Lorenzo di Padula (SA)

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5.1 – Il clero Il dramma della chiesa nel Mezzogiorno fu nel 1923 lucidamente sintetizzato dal vescovo pugliese Nicola Monterisi, che ne indicò la causa nella natura dell’ordinamento ecclesiastico. Così egli scriveva: “Nel regno

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napoletano vigeva il sistema delle chiese ricettizie con alcune notevoli caratteristiche, le quali ci hanno nociuto moltissimo. […..]. La legge eversiva non tenne conto della diversa organizzazione e della diversa distribuzione della ricchezza nelle due parti d'Italia. A priori conservò le parrocchie e represse capitoli e conventi. Nel Nord, essendo gran parte della ricchezza ecclesiastica di indole parrocchiale, restò intatta. Viceversa nel Sud, essendo in gran parte capitolare o conventuale, fu soppressa. Il fondo culto si impinguò a preferenza delle nostre spoglie. Il clero meridionale fu rovinato” .

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La diversa organizzazione ecclesiastica fu, infatti, tra i tanti fattori che concorsero a determinare il divario Nord–Sud. Nelle campagne del Nord le abbazie e le pievi rappresentarono non solo il principale punto di agglomerazione sociale per le popolazioni, ma anche uno dei grandi motori dello sviluppo agricolo. Si deve ai benedettini di Morimondo, in Lombardia, l'introduzione del sistema delle marcite. Una tecnica di coltivazione che dei terreni sfruttava la pendenza, l'insolazione e l'irrigazione per dare i primi prodotti già nel mese di marzo. Di contro, il monachesimo meridionale fu un fatto quasi a sé stante, ripiegato su se stesso e poco aperto al mondo esterno. Lo stesso ordinamento del clero secolare differenziava il Sud dal Nord. Mentre al Nord l’organizzazione ecclesiastica si 82


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basava prevalentemente sulle parrocchie, che erano molto ramificate nei vari ambiti territoriali, al Sud la stessa rivestiva perlopiù un carattere privato. Molto diffuse erano, infatti, le “chiese ricettizie”. Una corporazione religiosa, un’opera pia, un laico facoltoso o anche un’università (comune) potevano erigere un beneficio presso una chiesa, riservandosi il diritto di indicare al vescovo il nome dei preti titolari legando. Così facendo, legavano la chiesa a tali preti. È sbagliato, tuttavia, identificare la parrocchia meridionale esclusivamente con questa particolare forma di chiesa. Infatti, il numero di “chiese ricettizie” non superava il 40% circa del totale di tutte le chiese territoriali. Le ricerche storiche, riferite al Mezzogiorno continentale, ne hanno censite, in età moderna, 1118 unità su un totale di 3697 tra chiese parrocchiali, collegiate e cattedrali. Le “ricettizie” si concentravano, prevalentemente, nelle zone rurali e diminuivano man mano che dalle campagne si passava alle città, fino a scomparire del tutto a Napoli e a Salerno. La chiesa “ricettizia” nelle città era, invero, un nonsenso, in quanto la sua caratteristica fondamentale era la gestione della massa comune dei beni dei campi, ossia dei prodotti dell’agricoltura e dei fitti dei terreni. Il suo aspetto patrimoniale e la sua organizzazione attestano, chiaramente, la sua incontestabile origine contadina. A Napoli, infatti, le “ricettizie” costituivano soltanto il 3,65% del totale delle chiese presenti sul territorio. In Terra 83


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d’Otranto e in Basilicata il loro numero si attestava, invece, intorno al 90% del totale delle chiese. La “ricettizia” era, in sostanza, una chiesa di patrimonio laico, i cui beni, di natura privata, erano gestiti in “massa comune” dai preti della chiesa medesima, detti “partecipanti” o “porzionari”, che, direttamente o con l’aiuto della famiglia, coltivavano la terra della “massa comune”. La nomina dei preti spettava ai comuni, se si trattava di “ricettizie” dette “comunìe”, cioè erette dalle Università (Comuni), oppure era di pertinenza di famiglie locali nel caso di “ricettizie familiari”. Esse si distinguevano in “curate” o “semplici”, a seconda che si prendessero cura delle anime o meno, e ancora in “numerate”, cioè a numero chiuso, oppure “innumerate”, quando il numero dei preti era aperto ed illimitato. Il più delle volte, gli aspiranti preti “partecipanti” erano esponenti di famiglie importanti, che spesso imponevano il celibato ai propri figli, affinché intraprendessero la carriera ecclesiastica, considerata alla pari di un buon investimento per tutta la famiglia. Entrare in una chiesa “ricettizia” e conseguire lo status di “partecipante” permetteva alla famiglia di tutelare e perpetuare il proprio potere politico ed economico. Far parte di una “ricettizia” non era, quindi, nella maggior parte dei casi, il frutto di una sincera vocazione, ma, di solito, una concreta scelta professionale e politica. È evidente, allora, come l’obiettivo prevalente dei preti di una “chiesa ricettizia” non fosse la cura della anime, ma 84


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l’incremento delle proprie quote di partecipazione, con l’espansione patrimoniale della chiesa medesima. Questi eleggevano, nel proprio ambito, un “preposito” o “vicario curato” o “arciprete”, che aveva la responsabilità diretta della cura delle anime. La nomina era subordinata al giudizio del vescovo, anche se non costituiva un’istituzione canonica. A questa figura, equiparabile al parroco, spettava una “quota” maggiorata a carico della “massa comune” I beni della “ricettizia” erano costituiti, non solo dalla massa comune destinata ai preti “partecipanti”, ma anche da altri beni propri della chiesa, dette “quarte”, che potevano essere dati in affitto a terzi. Ogni massa, sia quella comune sia quella della chiesa, era gestita da un procuratore. Il potere decisionale apparteneva, tuttavia, all’assemblea del clero. I procuratori non potevano, infatti, decidere alcunché in merito ai fitti, ai censi e ai frutti senza aver prima interpellato l’assemblea. Ad ogni sacerdote “partecipante” veniva assegnato, a rotazione, uno terreno per un determinato periodo. La proprietà restava, comunque, sempre della chiesa. La figura del “porzionario” era, nel concreto, quella di un usufruttuario, che percepiva i frutti della terra a lui affidata, ma allo stesso tempo doveva averne cura. In genere, gli assegnatari disponevano di tali beni affittandoli o dandoli in enfiteusi a persone di loro gradimento, ma non era raro il caso che loro stessi, con l’aiuto dei familiari, lavorassero i campi avuti in assegnazione. 85


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In caso di malattia o di inabilità, le assemblee dei preti partecipanti stabilivano, solitamente, che il prete malato o inabile continuasse a godere dei benefici dei beni che aveva avuto in assegnazione. Tutto ciò spiega, sia pure in parte, l’origine nel Mezzogiorno di un clero pletorico, corrotto ed ignorante, un clero intento soprattutto a concentrare nelle proprie mani chiese e beni e ad ostacolare, finanche, l'intervento del vescovo nei criteri di spartizione, perché vi scorgeva - come dice Gabriele De Rosa «una pericolosa ingerenza della curia romana, pronta ad avanzare pretese sulle rendite di questi benefizi patrimoniali». La Chiesa meridionale, già povera e male amministrata, fu letteralmente sconvolta dalla Legge del 1867 relativa alla “liquidazione dell’asse ecclesiastico”, legge che non colpiva i beni delle parrocchie, bensì quelli degli enti ecclesiastici, come le “chiese ricettizie”.

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5.2 – L’esercito Giacinto De Sivo [Maddaloni 1814 – Roma 1867], autore di una voluminosa “Storia del Regno delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, definiva l’esercito borbonico “uno di nome, doppio di fatto”. Una definizione, questa, che, lapidariamente, individuava l’essenza e il dramma dell’esercito meridionale. Un esercito che, dividendosi, prese sempre parte alle dispute ideologiche e ai tentativi insurrezionali che contraddistinsero i 127 anni di vita del dominio dei Borbone in Italia Meridionale. 86


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La mancanza di unità e di comunanza di obiettivi costituì, quindi, il“tallone d’Achille” dell’esercito delle Due Sicilie. Nel 1799 si divise tra ufficiali e soldati devoti ai Borbone e ufficiali e soldati giacobini. Nel corso della riconquista sanfedista, si divise, ancora, tra i cosiddetti regolari che avevano seguito il Re in Sicilia e coloro che tenevano dietro ai capi sanfedisti, come il brigante Michele Pezza,detto Fra Diavolo, ex soldato semplice borbonico nominato colonnello. I moti carbonari del 1820 generarono un’altra divisone tra fedeli ai Borbone e insurrezionalisti carbonari. Una nuova spaccatura vi fu nel 1848 durante la 1a Guerra d’indipendenza, quando Ferdinando II decise di ritirarsi dalla guerra. L’esercito si divise tra soldati leali al Re e soldati, in verità pochi, che non vollero rimpatriare, ma ritennero giusto continuare a combattere gli Austriaci. Prima del 1848, l’esercito del Regno delle Due Sicilie era composto, in teoria, da sessantamila uomini, ma nel concreto non superava le quarantamila unità. Ferdinando II portò la consistenza dell’armata a centomila effettivi, destinando ad essa più della metà delle entrate del Regno. Nel 1858, su un attivo di bilancio di circa 33 milioni di ducati, ben 18 milioni furono spesi per il mantenimento dell’esercito, che divenne, così, per il numero e per la spesa, del tutto sproporzionato rispetto ai bisogni reali del Regno. Quello borbonico, fu un esercito essenzialmente dinastico, cioè legato alla persona del re e non alla propria patria. Per questo motivo non fu animato da un diffuso spirito di corpo. 87


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Per popolani e contadini, che, per sorteggio, vi entravano dalla leva, l’etica e il senso di appartenenza non avevano grande valore. Chiunque, inoltre, poteva sottrarsi al servizio militare facendosi sostituire da altra persona o pagando duecento ducati. La leva interessava giovani dai diciotto ai venticinque anni ed aveva la durata di cinque anni di servizio attivo e di altri cinque nella riserva, ossia a casa, ma con l’obbligo di ripresentarsi alle armi in caso di bisogno. L’arruolamento riguardava solo i giovani della parte continentale del Regno, perché la Sicilia era esentata dalla chiamata alle armi. Era anche prevista la ferma volontaria, che aveva la durata di otto anni. Dell’esercito borbonico facevano parte anche quattro reggimenti di soldati svizzeri, arruolati, prevalentemente, nei Cantoni cattolici della Confederazione Elvetica, soldati che godevano dell’assoluta fiducia di Ferdinando II. Gli Svizzeri entrarono a far parte dell’esercito delle Due Sicilie nel 1827, quando gli Austriaci, che dal 1821 presidiavano il Regno, furono rimpatriati. Soldato o ufficiale, lo Svizzero percepiva una paga superiore, di oltre due terzi, a quella del soldato o ufficiale napoletano. Gli Svizzeri avevano il letto, i napoletani il pagliericcio; gli Svizzeri, ricevendo un vestito nuovo, potevano ritenere il vecchio, il napoletano era, invece, obbligato a restituirlo; per di più gli Svizzeri, oltre alla grande tenuta, avevano in dotazione, per l’uso di ogni giorno, un’uniforme di tela grigia. 88


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Nel 1835 un colonnello napoletano di fanteria percepiva uno stipendio mensile di 106 ducati, mentre un parigrado svizzero ne percepiva uno di 178. Allo stesso modo un capitano indigeno aveva uno stipendio di 37 ducati, mentre quello di uno svizzero era di 65 ducati. Erano insomma, quelli svizzeri, reggimenti privilegiati, che costavano più di seicentomila ducati all’anno. Un soldato svizzero costava, in pratica, quanto sette Napoletani. Gli Svizzeri, in realtà, rappresentavano la vera forza della dinastia, che, infatti, cadde quando questi ormai non c’erano più. Il 7 luglio 1859, uno dei reggimenti svizzeri di stanza a Napoli, il terzo per la precisione, diede luogo a una rivolta sanguinosa, che provocò una reazione altrettanto violenta. Era successo che, dopo la dura repressione dei moti del 1848 a Napoli, Catania, Perugia e nello Stato Pontificio, la Confederazione Svizzera, pressata dalle proteste dei circoli liberali europei, aveva deciso di non autorizzare più l’arruolamento di propri cittadini negli eserciti stranieri. Ferdinando II aggirò il divieto della Confederazione, accordandosi personalmente con i comandanti dei singoli reggimenti. Nel 1859, il Governo svizzero inasprì il divieto, disponendo la perdita temporanea della cittadinanza elvetica per i connazionali arruolati negli eserciti stranieri, i quali non potevano nemmeno far uso degli emblemi cantonali sulle bandiere dei reggimenti. 89


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Il 7 luglio gli Svizzeri del 3° Reggimento, lamentando la perdita dei loro privilegi, si ribellarono ai loro superiori, dando vita ad una spirale di brutalità, alla quale si rispose con una sanguinosa repressione ad opera del generale Nunziante, che si servì anche degli altri reggimenti svizzeri. A Francesco II, succeduto al padre Ferdinando II, non rimase altro da fare che sciogliere i reggimenti svizzeri, ordinando il loro rimpatrio. Fu, questa, una decisione fatale per la Dinastia borbonica. Svizzeri a parte, l’esercito napoletano, privo, come si è visto, di sentimento nazionale, aveva, in compenso, un esasperato spirito religioso. I battaglioni avevano un cappellano, il quale, quotidianamente, celebrava la messa, dirigeva la recita del rosario, provvedeva all’insegnamento del catechismo. Gli ufficiali provenivano in gran parte dalla media e piccola borghesia, avanzavano lentamente nella carriera ed erano sensibili alla propaganda liberale. Le promozioni, più che sul merito, avvenivano per anzianità e su un ruolo unico, estensibile alle diverse armi. Buoni ufficiali uscivano dal Collegio militare della Nunziatella, ma erano pochi e per di più aperti alle idee liberali. Più che a fronteggiare improbabili invasioni, l’esercito borbonico era destinato, in prevalenza, a reprimere rivolte interne. Fu, in tal senso, utilizzato nel 1820 nella sanguinosa rioccupazione della Sicilia, nel 1822 per soffocare la rivolta scoppiata nel Cilento, nel 1828 ancora nel Cilento, nel 1837 in Sicilia e negli Abruzzi, nel 1841 all’Aquila, nel 1848 a Messina, a Napoli, in Puglia e, di nuovo, nel Cilento. 90


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La disciplina era mantenuta con pene severissime, che comprendevano finanche l’orrore della flagellazione. Il colpevole, nudo sino ai fianchi, doveva passare tra due file di soldati, i quali, a suon di tamburo, lo percotevano sulle spalle con sottili verghe di salice. Nel febbraio 1860, il generale Pianel, una testa pensante che dimostrerà le sue capacità nel 1866 a Custoza, così scriveva: “Che non venga mai il momento di dover agire perché sarebbe il momento del disastro”. A sua volta l’ambasciatore del Regno di Sardegna Di Groppello così si esprimeva: “eccettuati i corpi svizzeri……l’esercito napoletano si trova in tristi condizioni, senza spirito militare che lo informi, senza intelligente direzione che lo guidi”.

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In verità, la debolezza dell’esercito napoletano, più che da addebitare allo scarso spirito combattente del soldato semplice, era dovuta alla comprovata mediocrità dei suoi comandanti, perché, quando fu guidato da ufficiali di valore, dimostrò un’encomiabile efficienza. Così fu nel 1812 quando Murat condusse diecimila soldati nella campagna di Russia, che fecero prodigi durante la disastrosa ritirata della “Grande armée”. Riconoscente, Napoleone non volle altra scorta che quella dei cavalieri napoletani. Ma, a quei tempi, i comandanti napoletani erano ufficiali di valore in possesso di non comuni risorse strategiche e tattiche, che si chiamavano Florestano Pepe, Giuseppe Maria Rossaroll, Angelo D’Ambrosio, Lucio Caracciolo duca di Roccaromana. 91


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Così non fu, però, in Sicilia, al tempo della Spedizione Garibaldina, ove una forza costituita da ben 24 mila soldati con 64 pezzi di artiglieria non seppe far fronte ad un’armata raccogliticcia di 1089 volontari venuti dal Nord a cui, dopo Calatafimi, si aggiunsero picciotti e cafoni analfabeti. Il giornale satirico francese “Le Charivari” seppe cogliere in una vignetta, titolata”Voilà l’armèe du roi de Naples in Sicile”, la vera essenza dell’esercito napoletano: “soldati con la testa di

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leone, ufficiali con una d’asino e generali senza testa”.

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Le parole di un oscuro soldato dell’8° Battaglione Cacciatori pronunciate dopo la battaglia di Calatafimi - “Comandantè, ppe saperè, avimm vintò o avimm perdùt?”- rappresentarono il segno più veritiero della confusione che regnava nell’esercito del Sud e costituirono l’epitaffio del Regno delle Due Sicilie. Eppure, a Calatafimi, notevoli furono i riconoscimenti del valore dei napoletani da parte dei Mille. Cesare Abba, autore delle “Noterelle di uno dei Mille”, che vide manovrare i napoletani, così scrisse: “Che calma! Che sicurezza nei loro movimenti” e

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Garibaldi stesso, a sua volta, così esclamò: “Per Dio come manovrano bene! Sono belle truppe davvero” e in seguito: “I Napoletani si batterono come leoni, e certamente non ho avuto in Italia un combattimento così accanito, né avversari così prodi!

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Ed ancora, quando il 6 giugno 1860 Palermo fu inopinatamente e vergognosamente abbandonata ai Garibaldini, un soldato semplice dell’8° Reggimento di linea così si rivolse all’inetto comandante in capo, generale Lanza: “Eccellènz, vir’ quanti simme! E ce ne jamme accussì?”. Sono parole 92


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che esprimono appieno lo sbigottimento, lo stupore e la rabbia di soldati confusi e disorientati da ordini diversi e contraddittori, soldati sconfitti senza combattere da un nemico inferiore per numero e armamenti. Quando i Garibaldini sbarcarono in Calabria, due navi borboniche che pattugliavano lo Stretto, l’Aquila e il Fulminante, presero, scioccamente, per buona la bandiera americana issata da Garibaldi sulla sua nave. Gli equipaggi si ammutinarono e rinchiusero nella stiva gli ufficiali che, praticamente avevano dato via libera agli invasori. La vicenda finì davanti al tribunale militare per insubordinazione. Gli ufficiali furono assolti. Il colonnello Dusmet, per difendere Reggio Calabria, dovette disobbedire al suo comandante, il generale Gallotti, che aveva dato l’ordine di non sparare. Gallotti, poi, si arrese senza neppure tentare di difendere le sue posizioni. Il generale Briganti, a sua volta, non intervenne e, per questo, venne linciato dai suoi soldati, ai quali un atteggiamento del genere apparve incomprensibile. Francesco II aveva fatto concentrare tra Salerno, Cava e Nocera circa dodicimila soldati per impedire a Garibaldi la conquista della capitale. Ma, ancora una volta, si scontrò con l’arrendevole comportamento dei suoi generali, che erano decisi a non impegnarsi in combattimenti. “Questi signori, così si sfogava il Re con l’ambasciatore austriaco Szekeny, sono sempre contrari ad ogni combattimento offensivo, e sono sempre per la ritirata. Non si sono mai visti dei militari di una tale tempra” . 93


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Sul Volturno, però, i soldati di Francesco II, ben guidati e adeguatamente motivati, dimostrarono coraggio e valore. Sul Volturno, mancò poco ai Borbonici di avere la meglio sui Garibaldini. Valorosa fu la difesa delle fortezze di Civitella del Tronto, di Messina e di Gaeta, ove le ultime truppe fedeli a Francesco II opposero una strenua ed eroica difesa ai cannoneggiamenti di Cialdini. Ma, fu soltanto l’inettitudine e il doppiogiochismo di non pochi ufficiali a determinare il crollo repentino e totale dell’esercito delle Due Sicilie? Inettitudine e doppiogiochismo non bastano, da soli, a spiegare la fragilità di un esercito, che pure era tra i più potenti d’Italia. La causa principale della sua debolezza va individuata, invece, come già visto, nella sua caratteristica di essere un esercito legato non ad una Patria, ma alla persona del Re. Del resto, non poteva essere diversamente, perché in Italia meridionale, da secoli, lo Stato era il risultato di una conquista e non un’espressione di volontà popolare. Con la fine dello Stato normanno-svevo ebbe termine la capacità dei Meridionali di costituire un’unica e condivisa formazione statale. L’alternanza di dominazioni straniere, le cui dinastie regnanti esercitarono il potere più per diritto di conquista che per condivisione popolare, finì col generare un accentuato individualismo, che impedì per secoli la formazione di una coscienza nazionale. 94


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5. 3 - La marina Ferdinando II, sebbene il suo regno si sviluppasse largamente nel mare, che lo bagnava da tre parti, dedicò alla marina meno cure che all'esercito. Perseguendo una politica di non intervento negli affari degli altri stati, re Ferdinando pensava di porre il suo Regno al riparo da invasioni straniere, tenendolo in uno splendido isolamento. Non temeva, invasioni dalla parte di terra, ove il suo dominio stava al sicuro perché confinava con lo Stato Pontificio, e nemmeno dalla parte del mare. Fu per questo che lasciò le coste sostanzialmente indifese. I pochi forti della Calabria e della Sicilia non erano in grado di opporre un’efficace resistenza di fronte ad un serio tentativo di invasione. Sebbene fosse nato in Sicilia, Ferdinando II non aveva la passione del mare; dopo il 1848, una sola volta passò lo stretto di Messina. Dovendo recarsi nelle Puglie per il matrimonio di suo figlio, il duca di Calabria, preferì affrontare il viaggio via terra, nel cuore dell'inverno. Le precarie condizioni di salute peggiorarono per i travagli del viaggio. Il morbo di cui da tempo soffriva (probabilmente setticemia) l'uccise tre mesi dopo. L’organizzazione dell'armata navale duo-siciliana era, comunque, superiore a quella degli altri Stati italiani. Il conte di Cavour, che aveva assunto anche il ministero della marina sarda, ne adottò le ordinanze, i segnali di bandiera e le divise per gli ufficiali. 95


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La marina napoletana, all’atto dell’annessione al Regno d’Italia, si componeva: di due vascelli da 80 cannoni, di tre fregate a vela, di due ad elica, di sei fregate a vapore a ruote, di quattro corvette a vapore e di due a vela, di quattro brigantini a vela, ed, infine, di cinquanta tra bombarde e barche cannoniere. Nel 1833 fu stipulata una convenzione con il Regno di Sardegna per azioni congiunte contro i barbareschi di Tunisi. Le operazioni, intraprese dal 28 marzo al 10 maggio 1833, si conclusero con esito positivo. Nel 1848, nelle fasi iniziali della prima guerra di indipendenza, Ferdinando II inviò una flotta composta di 5 fregate a vapore, 2 a vela, 1 brigantino e vari trasporti con 4.000 soldati, agli ordini di Guglielmo Pepe, in appoggio ai Piemontesi, per liberare Venezia dagli austriaci. Ma ben presto fu richiamata in patria, perché Ferdinando si ritirò dalla guerra. Dopo le vicende del 1848, la Marina napoletana visse un periodo di calma. Minata, tuttavia, dal forte dissenso politico degli ufficiali di alto grado verso il governo borbonico mancò totalmente al momento dello sbarco garibaldino e nelle fasi successive, dando una pessima prova di sé. Non fornì buona prova di sé all’atto dell’indisturbato sbarco di Garibaldi a Marsala, quando tre navi borboniche (Stromboli, Partenope e Capri), armate di tutto punto, si fecero intimorire dalla sola presenza di due navi inglesi; non diede buona prova di sé, come si è visto, neanche quando Garibaldi attraversò lo Stretto di Messina e sbarcò in Calabria. 96


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Capitolo 6째 Briganti e malavitosi

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Michele Pezza detto fra Diavolo

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6.1 – Il brigantaggio preunitario Quando si parla di brigantaggio, ci si riferisce, di solito, al cosiddetto “grande brigantaggio”, cioè alla protesta violenta che insanguinò le contrade meridionali, per oltre un quinquennio, dopo l’annessione del Regno delle Due Sicilie al Regno d’Italia. In realtà, il brigantaggio è stato un fenomeno endemico, una tara cronica del Regno del Sud. Dai Normanni in poi, le continue guerre, le lotte fratricide tra monarchia e baroni, cioè tra potere centrale e potere periferico, ridussero le città e le contrade meridionali in balia di organizzazioni criminali e di bande di predoni. Il fenomeno subì un notevole peggioramento con gli ultimi angioini, gli aragonesi e gli spagnoli. La struttura sociale alimentava il disagio delle popolazioni e favoriva la proliferazione di forme malavitose nelle città e nelle campagne. Da una parte vi era una nobiltà terriera, che traeva la propria ricchezza dalla rendita fondiaria, intorno alla quale gravitavano professionisti (soprattutto avvocati), artisti, artigiani, preti e i pochi alfabetizzati. Dall’altra, vi era un mondo rurale costituito da contadini, che servivano il padrone alla stregua di servi della gleba e che difficilmente si sarebbero potuti allontanare dalla terra nella quale erano nati e nella quale erano destinati a vivere, lavorando per il benessere dei signori. 99


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Il tenore di vita, in specie nelle campagne, non andava oltre la soddisfazione, non sempre facile da raggiungere, dei bisogni più elementari dell’esistenza. Le cose non andavano per nulla meglio per le popolazioni urbane occupate in attività lavorative da fame o di semplice sussistenza. Un clero numeroso, di gran lunga eccedente le esigenze spirituali della popolazione, ignorante, intento nelle zone rurali solo ad incrementare le rendite della chiesa ricettizia di cui era “porzionario” e nelle città a vivere all’ombra del nobilato locale, suggellava un quadro economico e sociale ingessato e poco suscettibile di sviluppo. In una simile situazione, il confine tra l’indigenza delle plebi e la protesta violenta era, di conseguenza, molto labile. Chi era il brigante? Non risponde alla realtà la figura stereotipata del brigante con fucile a trombone e cappello conico a pan di zucchero. Il brigante poteva essere un delinquente e criminale comune; un bandito, terrore di viandanti e di possidenti; un contadino, che viveva alla macchia perché costretto a rubare da un’insopportabile vita di miseria e di stenti; un ribelle, infine, che combatteva per un ideale e un obiettivo politico. Non pochi briganti, di qualsiasi condizione, furono usati dai reazionari conservatori, quando eventi interni ed esterni al Regno stavano per sconvolgere “lo status quo” politico, sociale ed economico esistente. 100


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Il “brigantaggio politico” assunse dimensioni notevoli al tempo della Repubblica Napoletana del 1799 e durante il decennio di dominazione francese. Testimonianza del secolare fenomeno del brigantaggio in Italia meridionale è la legge che il Viceré spagnolo Duca di Alcalà emanò nel 1595, che così recitava:

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“Coloro che ardissero taglieggiare qualsivoglia persona con lettere, imbasciate, o pure bruciando i seminati, e uccidendo gli animali di coloro ai quali ha mandato a chiedere danari, si dovranno punire con la pena di morte naturale”. Gli interventi legislativi si

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susseguirono nel tempo: così la prammatica del Duca d’Alba nel 1622; le tre di don Ferrante Afan de Rivera Duca di Alcalà e le altre quattro del Duca di Medina. Neanche Carlo III, re illuminato e propugnatore di riforme ed opere pubbliche, riuscì a debellarlo. Il brigantaggio era così forte e preoccupante che lo stesso Bernardo Tanucci, accorto uomo di governo, confessò la sua impotenza facendo affiggere un avviso, che così diceva: “Non si vedono che briganti sulle strade e nelle campagne; non si vedono che persone obbligate a difendersi dalle violenze degli assassini . Non si vede che

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brigantaggio, scellerataggine, incendi commessi da ogni parte. Il commercio ha perduto ogni sicurezza […]. Si comanda quindi ai magistrati di arrestare ed uccidere i disturbatori della pubblica pace. Ma potendo ciò non essere sufficiente, si consiglia ai commercianti ed ai viaggiatori di viaggiare a carovane e bene armati”.

Talvolta, ma era raro il caso, il brigante assumeva una connotazione che suscitava simpatia. È il caso di Angiolino Del Duca, brigante da leggenda e da romanzo, un novello Robin 101


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Hood, che rubava con gentilezza ai ricchi per donare ai poveri, facendosi consegnare dai malcapitati viandanti solo una parte di ciò che possedevano. Non tutti i briganti furono dello stampo di Angiolino Del Duca. Dopo di lui vi furono mostri assetati di sangue e delinquenti comuni, all’occorrenza arruolati e aureolati dalla politica. È il caso di Michele Pezza, il mitico fra Diavolo. Narra una leggenda che egli si diede alla macchia perché compì due delitti per motivi d’amore. Un’altra narrazione popolare racconta, invece, che fra Diavolo, novizio nel convento dei cappuccini di S. Giovanni in Fiore, per evitare severi provvedimenti nei suoi confronti da parte degli altri monaci e del feudatario del luogo, diede fuoco al monastero. Oltre trenta persone perirono tra le fiamme. Quando le armate francesi di Championnet, invasero il Regno, colse subito l’occasione per reinserirsi nella società, arruolando se stesso e la sua banda nell’esercito dei controrivoluzionari sanfedisti, ove diede, comunque, prova di valore e di non comuni abilità tattiche e strategiche. È il caso, ancora, di Gaetano Colletta, detto Mammone, che, secondo Vincenzo Cuoco e Benedetto Croce, era finanche dedito ad abitudini antropofaghe. È il caso, inoltre, di tanti altri briganti, famosi e meno noti, che continuarono la loro attività criminale anche dopo il ritorno dei Borbone, come: Paolo Mancuso detto Parafante, Nicola Gualtieri detto Pane di grano, Giuseppe Rotella, che si 102


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divertiva a far sbranare dai suoi cani “corsi” le vittime cadute nelle sue mani, Giosafatte Talarico e Laurenziello. Tutti questi rappresentarono soltanto la punta dell’iceberg del brigantaggio preunitario.

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Tuttavia, non solo i Borbone strumentalizzarono i briganti per fini politici. Anche i liberali ricorsero al loro aiuto in più di una circostanza.

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Un esempio è rappresentato dalla rivolta del Cilento del 1828, quando il canonico Antonio De Luca, che era tra i capi della società segreta dei “Filadelfi”, convinse i fratelli Capozzoli, nativi di Monteforte Cilento nel Principato Citra, briganti sin dal 1821, di partecipare all’insurrezione. (v. capitolo 7.2)

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È difficile individuare le ragioni della loro adesione alla nobile ma suicida iniziativa rivoluzionaria. Probabilmente essi speravano nella vittoria dei rivoltosi per veder condonata la loro pena. Dopo varie peripezie, successive al fallimento della rivolta, Donato, Domenico e Patrizio Capozzoli furono catturati, processati e condannati a morte.

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I loro teschi furono messi in gabbie di ferro e mostrati nelle piazze, quale esempio di “giustizia”

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6.2 – Le organizzazioni criminali

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6.2a - La leggenda delle origini È un fatto accertato che camorra, ‘ndrangheta e mafia preesistessero al processo di unificazione nazionale, ma è indubitabile che esse trassero un forte e deciso impulso dalla situazione di crisi che si venne a determinare nella transizione dal Regno borbonico a quello italiano. In origine, le organizzazioni malavitose, per nascondere i loro fini criminali, vollero ammantare le loro azioni di motivazioni nobili. Diffusero, così, la favola degli “uomini d’onore”, che offrivano protezione, assistenza e rispetto. E per abbellire il proprio albero genealogico, scomodarono leggende e tradizioni antiche. La leggenda più famosa è quella di “Osso, Mastrosso e Carcagnosso”. I tre erano cavalieri appartenenti alla confraternita spagnola della Guarduna (cioè della rapina), una società segreta criminale nata a Toledo nel 1417. Si narra che i tre furono incarcerati sull’isola di Favignana (al largo di Trapani). Vi trascorsero ventinove anni, al termine dei quali ripartirono per dar vita a tre nuove associazioni, con regole ispirate a quelle spagnole. Uno fondò la mafia in Sicilia, l’altro la Camorra a Napoli e il terzo la ‘ndrangheta in Calabria. Non tratteremo della “sacra corona unita”, organizzazione criminale pugliese, essendone relativamente recente la nascita e l’espansione. 104


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6.2b – La camorra Giuseppe Galasso, storico tra i più autorevoli, nella celebre “Intervista sulla storia di Napoli” fa risalire la fase di gestazione del fenomeno camorrista al XVIII secolo, quando il rafforzamento, a livello dell’amministrazione comunale, dei ceti professionistici e dell’alta borghesia, a discapito di artigiani e commercianti, segnò un distacco crescente tra il potere cittadino e la massa di popolazione che viveva in non felici condizioni. Il venir meno della disciplina produsse, di conseguenza, abusi, prepotenze e illeciti. Isaia Sales, scrittore e uomo politico, sostiene, invece nel libro “La camorra le camorre”, che la camorra ebbe origine dai cambiamenti politici ed economici che investirono la città di Napoli al tempo della Repubblica Napoletana del 1799 che, se per un verso produssero un incremento del peso politico della plebe, dall’altro determinarono un peggioramento delle condizioni di vita della plebe stessa per il crollo dell’economia, che si fondava, principalmente, proprio sul servizio che i ceti bassi prestavano al ceto nobiliare e a quello alto borghese. Sono due ipotesi che non collidono fra loro. Rappresentano, infatti, due fasi successive di un fenomeno che trova i suoi antecedenti di germinazione embrionale nei primi tempi della dominazione spagnola, quando il disagio delle popolazioni, che produsse nelle zone rurali il diffuso fenomeno del brigantaggio, diede origine a Napoli a particolari forme di associazioni malavitose. 105


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Al di là dalle teorie sulle origini, è indubitabile che la diffusione della camorra sia stata agevolata dalla strategia politica adottata dai Borbone negli anni della Restaurazione, strategia che era diretta a fomentare il conflitto tra popolino e ceto liberale responsabile dei moti del 1799, anche mediante la tolleranza poliziesca verso attività illecite del popolino stesso. I Borbone non furono, comunque, i soli a utilizzare per fini politici la camorra, perché anche i liberali, all’indomani del fallimento dell’insurrezione del 1848, stabilirono non pochi collegamenti con la stessa in chiave antiborbonica. Significativa è la vicenda verificatasi nel 1860, quando il prefetto Liborio Romano, in attesa dell’arrivo di Garibaldi, ritenne inevitabile arruolare nella Guardia Nazionale esponenti della camorra, con lo scopo di reprimere i saccheggi e prevenire la mobilitazione sanfedista. Cosicché quando Garibaldi entrò a Napoli il 7 settembre 1860 ad accoglierlo fu la guardia civica composta, in gran parte, da camorristi. Questo fatto ha indotto Luciano Violante ad affermare che: “rispetto a Cosa Nostra, per la camorra il rapporto storico con il potere politico nasce ufficialmente”.

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6.2c – La mafia Secondo un’ipotesi avvalorata dagli stessi ambienti mafiosi, la mafia siciliana prese le mosse dalla leggenda dei Beati Paoli, una setta segreta operativa a Palermo sin dal XII secolo come 106


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reazione ai soprusi dei nobili compiuti a danno della povera gente. Il messaggio era molto chiaro: “la mafia fa del bene”, aiuta i deboli ed è un’associazione di “uomini d’onore” La storiografia fa, però, risalire la comparsa ufficiale della mafia nel tessuto culturale siciliano alla prima metà dell'Ottocento. Il procuratore generale di Trapani Pietro Ulloa, in un rapporto inviato al Ministero di Giustizia di Napoli nel 1838, segnalava la presenza “in molti paesi della fratellanze, specie di sette che diconsi partiti, senza colore o scopo politico, senza riunione, senza altro legame che quello della dipendenza da un capo”.

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In Sicilia la struttura dello Stato, sin dalla dominazione dei Normanni, è stata sempre un’impalcatura poco più che formale di poteri stranieri, che erano interessati, principalmente, a difendere i loro titoli di sovranità. I nobili siciliani, in cambio della loro obbedienza, pretesero il controllo economico dell’isola, controllo che si trasformò, man mano, in un complesso di privilegi, perpetuatosi nei secoli, di cui sopportavano il carico i ceti popolari. In una siffatta realtà, nella quale i privilegi e le immunità stavano in alto ed equivalevano, in pratica, alla legge, non è sorprendente che sorgessero dal basso forze decise a fruire degli stessi benefici, esercitando, a tal fine, un capillare controllo del territorio. Nella prima metà dell’Ottocento, a seguito dell’emanazione della legge eversiva della feudalità, l’antica organizzazione 107


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feudale iniziò a sgretolarsi. La società rurale, formata da contadini poveri e analfabeti vessati dai potentissimi proprietari terrieri e dai loro gabellieri, entrò in una crisi profonda e irreversibile. Da questa crisi nacque un nuovo ceto di arrampicatori sociali, di cui sono tipiche espressioni alcuni personaggi letterari, come il Calogero Sedara del “Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Questi “parvenu”, conseguito l’obiettivo dell’ascesa verso lo stato di potere dei signori, si dimostrarono fermamente decisi a conservarlo ad oltranza da ogni possibile attentato interno o esterno, ma sempre a discapito di quanti restavano indietro a subire gli effetti della miseria e dell’oppressione. Ebbe, così, inizio quel cosiddetto processo di “democratizzazione della violenza” con cui il diritto all’uso della forza, prima nelle mani dell’aristocrazia, si trasferì in quelle di nuovi gruppi sociali. Si formarono, su questo humus, delle vere organizzazioni locali, spesso legate alle famiglie più importanti, che somigliavano a una rete di sette semisegrete. Il loro obiettivo era di regolare, nel bene e nel male, i rapporti sociali, attuando una garanzia immediata in assenza dello Stato o contro di esso. Tale compito fu assunto dai cosiddetti “uomini di rispetto” o “uomini d’onore”, personaggi che per carisma e, soprattutto, per spavalderia e violenza, erano in grado di garantire il rispetto delle “regole”da loro stessi create. Il loro era un codice d'onore basato sull'omertà. I conflitti, le contese, i reati 108


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andavano regolati all'interno della comunità, facendo ricorso in un primo tempo alla mediazione, poi all'intimidazione e, infine, alla violenza. I rapporti con le autorità dello Stato venivano condannati e veniva punito con la morte il passaggio d’informazioni alla giustizia. Quando si rievoca l’impresa di Garibaldi, si fa spesso riferimento alle bande di irregolari siciliani, detti “picciotti”, che si schierarono con i garibaldini. Non vi è alcun dubbio che tra di loro vi fossero volontari veri e consapevoli. La gran parte era, però, costituita da elementi arruolati dalla classe borghese mafiosa, pronta ad approfittare del cambiamento in atto. Lo stesso fecero i baroni con i contadini dei feudi, preoccupati, come sempre, di tutelare i loro antichi privilegi. I “Mille”, mercé questi aiuti, furono mille solo alla battaglia di Calatafini.

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6.2d – La ‘ndrangheta Intorno al 1850 si diffuse in Calabria la ‘ndrangheta. Derivato dal geco andragathìa (uomo valoroso e coraggioso), il termine è, però, entrato nell’uso solo negli ultimi decenni. Secondo alcuni la ‘ndrangheta era la longa manus della mafia siciliana. Per altri era, invece, un’emanazione della camorra. Per altri, ancora, ha avuto un’origine autoctona. Apparentemente sembrerebbe, quindi, che la ‘ndrangheta delle origini vivesse una sorta di crisi d’identità, che produsse una sottovalutazione del suo pericolo da parte dei contemporanei. 109


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Questi, nella loro limitata conoscenza di questa nuova forma criminale, trovarono più semplice assimilarla alle già note fenomenologie malavitose campane e siciliane, invece che studiarne, in maniera approfondita, a cominciare dalla definizione, i tratti caratteristici. La ‘ndrangheta, contrariamente alla mafia, non nacque nelle zone di miseria ma, in quei territori ove l’economia non era latifondista: la piana attorno a Nicastro, ricca di oliveti e vigneti; la zona di Monteleone (odierna Vibo Valentia); il territorio intorno a Reggio, in cui fiorente era la produzione di olio.

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Capitolo 7째 Un attentato e due insurrezioni

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Agesilao Milano

Carlo Pisacane assalito dai contadini

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7.1 - L’attentato di Agesilao Milano L’8 dicembre 1856, giorno dell’Immacolata Concenzione, ottomila soldati, allineati e schierati a formare un immenso quadrato sul campo di Capodichino, dovevano essere passati in rivista da Re Ferdinando II. Nel battaglione “cacciatori” il soldato Agesilao Milano era riuscito a porsi in prima fila. Dal fondo del campo avanzava al piccolo trotto il Re con un drappello di cavalieri. Il battaglione presentò le armi. Il soldato Milano guardava il Re che si avvicinava. Ormai era davanti a lui, vicinissimo. D’un balzo uscì fuori dalla fila brandendo il fucile con la baionetta inastata verso il Re. Mirò al cuore e colpì. Il cavallo del Re fece uno scarto e la punta della baionetta non penetrò nel petto di Ferdinando. Il soldato stava per ripetere il colpo, ma gli fu sopra il cavallo del colonnello La Tour. L’arma gli sfuggì di mano. Si rialzò, ma fu afferrato alle braccia e trascinato via. Il Re si comportò coraggiosamente. Non sembrò sgomento. Agli ufficiali che lo circondavano disse di essere illeso. Fece segno di continuare. Solo più tardi si accorse di un piccolo strappo sul petto e di un’insignificante ferita sotto la mammella. Il giorno seguente Il “Giornale del Regno delle Due Sicilie” riportava la scioccante notizia: “Un individuo, da pochi mesi entrato con male arti al real servizio militare, osò ieri uscir di riga mentre sfilavano le truppe al Campo, e spingersi avverso la Sacra Persona del re nostro Augusto signore, il quale, la Dio mercé, non solo rimase sano ed illeso, ma conservò la calma, la serenità e la 113


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imperturbabilità consueta, continuando ad assistere allo sfilar della truppe, come se nulla fosse accaduto, sicché non se ne avvidero se non ben pochi dei presenti”.

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Si gridò al miracolo. Ovunque, nel regno, ci furono luminarie, tridui di grazia alla Vergine e celebrazioni di Te Deum. Il comune di San Benedetto Ullano, patria di Agesilao Milano, con una missiva, ribadiva la sua fedeltà al Re: “Sire, […….]. L’empio sacrilego che

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osa attentare ai preziosi giorni di un Sovrano così pietoso, delizia dei suoi sudditi, non ha patria, ed in ogni angolo della terra sarà aborrito; l’umanità intera abbomina di averlo nel suo numero. L’intera popolazione umilmente prostrata ai piedi di Sacra S.M. osa implorare la Sovrana clemenza a pro di essa, assicurando la lodata M.S. dell’attaccamento e divozione verso la Sacra Real Corona

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Agesilao Milano era nato il 12 luglio 1830 a San Benedetto Ullano, una comunità di origine albanese, nell’attuale provincia di Cosenza. Di famiglia modesta, ma non nullatenente e per tradizione non chiusa alla cultura. A diciotto anni già aveva letto moltissimo ed aveva composto un’ode in onore del patriota greco Marco Botzaris. Tramite gente venuta di fuori venne a conoscenza dell’esistenza di un’organizzazione rivoluzionaria, che si proponeva di dare l’indipendenza e la libertà a tutta l’Italia e che faceva capo all’esule genovese Giuseppe Mazzini. Condivise subito quell’idea e per quell’idea capì di essere pronto al sacrificio estremo. A rafforzare le sue convinzioni contribuirono anche le voci che provenivano dalla non lontana Sicilia, sempre avversa e ora 114


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assolutamente ribelle a Re Ferdinando. Anche il collegio dove venne educato contribuì a far maturare in lui il regicidio. Il collegio, dice Raffaele De Cesare, era un “vivaio di giovani

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esaltati da sentimenti di libertà, da reminescenze classiche e da un senso di idolatria per la rivoluzione francese”.

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Quando nel 1848 insorse la provincia di Cosenza, il direttore dell’istituto coi giovani più atti alle armi corse a dare man forte agli insorti. Cocente fu per Agesilao Milano la delusione conseguente alla sconfitta delle armi piemontesi nella Prima guerra d’indipendenza e alla revoca della costituzione da parte di Ferdinando II. Probabilmente fu allora che maturò in lui il proposito di compiere un atto eclatante per smuovere l’ambiente pigro e sonnolento delle campagne meridionali. Non nascose ai più intimi la sua avversione alla monarchia, ma delle sue precise intenzioni non fece parola con nessuno. Di qui le caratteristiche del suo attentato, che non fu il gesto di un folle, ma che, come l’inatteso gesto di un folle, non fu preceduto da alcuna cospirazione. Per perseguire l’obiettivo, Agesilao avrebbe dovuto trasferirsi a Napoli L’occasione gli si presentò nel 1856 quando suo fratello Ambrogio fu sorteggiato alla leva e chiamato alle armi. Agesilao chiese ed ottenne di poterlo sostituire. Fu arruolato nei Cacciatori di linea con sede a Napoli. Il 13 dicembre 1856 sul citato “Giornale del Regno delle Due Sicilie” si leggeva che:“Il Consiglio di guerra del corpo del 3° 115


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battaglione cacciatori, procedendo in conformità delle leggi a carico del soldato Agesilao Milano, reo dell’esecrando reato da lui commesso contro la persona del Re, nostro Augusto Signore, lo condannò ieri alla pena di morte col quarto grado di pubblico esempio. La qual sentenza è stata eseguita questa mattina alle dieci e mezzo, dopo la degradazione militare, nel largo del Cavalcatoio, fuori Porta Capuana”.

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Tutti i governi europei si felicitarono con Ferdinando II per lo scampato pericolo. Pisacane e Garibaldi erano ancora oltre l’orizzonte.

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7.2 - L’insurrezione del Cilento del 1828 Dopo i moti costituzionali del luglio 1820, il 23 marzo 1821 le truppe austriache entravano a Napoli e ripristinavano il vecchio regime. La Costituzione, che re Ferdinando I era stato costretto a concedere, fu abrogata. L’occupazione austriaca durò circa sei anni e costituì un pesante aggravio al bilancio dello stato. Nel 1827, finalmente, gli Austriaci rientrarono in patria. Ne approfittarono le società segrete per riprendere più efficacemente la loro azione rivoluzionaria. La setta dei “filadelfi” fu tra le più intraprendenti. Di concerto con varie vendite della Carboneria, i “filadelfi” decisero di promuovere, tra il 27 e il 28 giugno, un’insurrezione nel Cilento, che tra le regioni del Regno era quella che presentava una situazione sociale ed economica prossima ad esplodere. All’interno della società segreta il canonico Antonio De Luca, nativo di Celle di Bulgheri, un piccolo paese del Cilento nel 116


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Principato Citra, svolgeva un ruolo importante, essendone uno dei capi. Egli riuscì ad arruolare circa 700 uomini, tra i quali i tre fratelli Capozzoli, briganti sin dal 1821, tutti convinti dall’idea, poi dimostratasi totalmente falsa, che l’esercito francese sarebbe intervenuto a sostegno della sollevazione. De Luca impartì l’ordine di procedere all’insurrezione, nonostante che la polizia fosse già a conoscenza dei preparativi insurrezionali. Gli insorti puntarono su Centola, ove disarmarono le milizie. Si diressero, quindi, insieme ad esse, verso il forte di Palinuro, pensando di trovarvi, secondo una falsa informazione, millecinquecento fucili e dodici cannoni. Quando il forte cadde nelle loro mani, non trovarono che qualche fucile arrugginito e polvere inutilizzabile. Lo stesso giorno occuparono il paese di Foria, dove trovarono vari simpatizzanti. Insieme ad essi si diressero verso il villaggio di Camerata, ove, sopraffatte le guardie, s’impadronirono della località al grido di: "Viva la Costituzione, Viva la Libertà". Il re Francesco I inviò, per soffocare la rivolta, il maresciallo Francesco Saverio Del Carretto, un ex ufficiale murattiano nonché ex carbonaro, che aveva preso parte ai moti del ’21 e che era riuscito a non farsi epurare, poiché fece credere che, in realtà, aveva condotto un doppiogioco, sabotando dall’interno le azioni dei congiurati. Al comando di ottomila soldati Del Carretto investì il Cilento. Gli insorti, non avendo armi a disposizione, decisero di sbandarsi e di rifugiarsi nei boschi, ma sia per la caccia 117


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infaticabile cui erano soggetti sia per le delazioni di spie, i congiurati furono catturati. La repressione di Del Carretto fu violenta e spietata. Il paese di Bosco, colpevole di aver alloggiato e rifornito gli insorti, fu raso al suolo e il suo nome cancellato dall’albo dei comuni del Regno. Gli abitanti furono tutti deportati. Il canonico De Luca e suo nipote, anche lui sacerdote, furono tra i primi a essere catturati. Spogliati degli abiti sacerdotali dal vescovo di Salerno, dopo una farsa di processo, furono fucilati e le loro teste insieme a quelle di altri compagni di lotta furono esposte nei paesi della regione. Antonio Gallotti e i fratelli Capozzoli che, reclutati dal canonico De Luca perché esperti dei luoghi, avevano partecipato all’insurrezione, riuscirono a far perdere le loro tracce e a rifugiarsi nei domini pontifici e di qui in Corsica. Ma dalla Corsica dovettero fuggire, perché il governo francese minacciava di consegnarli al Borbone. Fu così che ritornarono dopo circa un anno nel Cilento, ove, traditi, furono catturati dopo una strenua resistenza e giustiziati. Antonio Gallotti, che non era un bandito, rimase in Corsica, ma fu catturato dai francesi e consegnato al governo napoletano. Il fatto fu, però, denunciato da un deputato francese al parlamento di Parigi. Scoppiò uno scandalo, che costrinse il governo di quel paese a far pressioni su Napoli, affinché al Gallotti fosse risparmiata la vita. Di fronte a tali autorevoli pressioni, il Governo 118


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borbonico consegnò al Gallotti un foglio di via per uscire dal Regno. Fu così che il congiurato scampò la morte. L’insurrezione del Cilento del 1828 si chiuse con la condanna a morte eseguita di dieci congiurati, oltre ad ergastoli o lunghe pene detentive ai ferri comminati ad altri diciassette insorti. La sventura di Bosco così fu descritta da Matteo Mazziotti ne “La Rivolta del Cilento del 1828” : “Una turba di soldati e di gendarmi, eccitati da un feroce impeto di

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distruzione, ad un segnale convenuto si scaglia violentemente su il povero villaggio, penetrando a viva forza nelle case per espellerne gli abitanti. Molti fortunati avevano già lasciato il paese e trovato scampo in quelli vicini. I miseri cittadini che vi erano rimasti, all’orrenda minaccia della distruzione delle loro case, supplicano atterriti e piangenti che venga loro risparmiata tanta rovina; a scongiurarla vecchi, donne, bambini si addossano alle mura, si stringono a le suppellettili, quasi per perire anch’essi con le pareti domestiche. Invano gli sbirri a colpi di frusta li sospingono fuori, incalzandoli a le reni lontano dal paese. Le poche masserizie vengono gettate a la rinfusa dalle finestre precipitando rumorosamente in mezzo alla strada. Portato il fieno e le frasche i gendarmi appiccano il fuoco. Le fiamme a poco a poco si elevano crepitando, investendo le mura, cadono le travi con orribile frastuono, mentre i cittadini pallidi, esterrefatti assistono a breve distanza, alla loro estrema rovina. Il fuoco prosegue la sua opera di distruzione durante la notte, ed ai primi albori, appare un mucchio di rovine fumanti, mura arse, annerite, cadenti. Restò intatta solo la chiesa, risparmiata da quei vandali per ipocrisia e bigottismo”.

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7.3 – La spedizione di Sapri Tra i protagonisti del Risorgimento, Carlo Pisacane è certamente tra i meno noti. La sua fama e la sua triste vicenda restano, ancora oggi, prevalentemente immortalata nei delicati e semplici versi de “La spigolatrice di Sapri” del poeta patriottico Luigi Mercantini. Eppure furono i suoi stessi contemporanei a rilevarne la grandezza. Victor Hugo arrivò a considerarlo “più grande di Garibaldi” e lo stesso “Eroe dei due Mondi”, che pure durante la difesa della Repubblica Romana nel 1849 aveva avuto con lui dei contrasti derivanti da una diversa concezione della tattica e della strategia di guerra, all’apice della sua gloria ammise che: “Fu Pisacane che aprì la via”. Ed, invero, la figura di Pisacane si identifica con l’eroe greco, l’intrepido condottiero sensibile alle sofferenze dei poveri, gentile, solitario, generoso fino all’estremo sacrificio, sprezzante di onori e di denaro. Carlo Pisacane [Napoli 22 agosto 1818 – Sanza (SA) 2 luglio 1857], era figlio cadetto di Gennaro Pisacane, duca di San Giovanni, un possidente “sciampagnone” che prima di morire aveva consumato il suo intero patrimonio. Carlo all’età di quattordici anni venne inviato al collegio militare della Nunziatella. Diventato ufficiale del Genio svolse il suo primo servizio a Capua, poi a Nocera e infine a Civitella del Tronto, dove scrisse una “Memoria” sulla frontiera nord-orientale del Regno di Napoli. 120


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A Civitella del Tronto fu coinvolto in una vicenda boccaccesca con la moglie di un bettoliere. Nel 1843 fu richiamato a Napoli e promosso tenente. A Napoli gli accadde una seconda avventura. Una notte, davanti alla sua casa, fu raccolto immerso nel sangue di varie ferite. La polizia, alla quale disse di essere stato aggredito da un rapinatore, indagò per dovere d’ufficio, ma già sapeva che si trattava di un ennesimo marito tradito, il quale, per vendicarsi, aveva prezzolato dei sicari. Questa volta, però, l’avventura non nasceva da una tresca con una donna piacente e compiacente, ma piuttosto da un amore profondo e purissimo che lo accompagnerà sino alla morte. L’oggetto di tanto amore, ricambiato con meravigliosa intensità, era una donna fuori del comune: Enrichetta Di Lorenzo, madre di tre figli e moglie di un rozzo, ma ricchissimo commerciante e agricoltore, tale Dionisio Lazzari, cugino del Pisacane. Fu un amore sentito con ardente passione, tanto da indurre i due amanti a fuggire prima in Toscana, poi in Inghilterra ed infine a Parigi, sempre perseguitati dalla polizia su segnalazione dello stesso re Ferdinando II. A Parigi furono arrestati dalla polizia con l'accusa di adulterio e possesso di passaporto falso, ma dopo pochi giorni, furono liberati per l’intervento di Guglielmo Pepe ed autorizzati a rimanere in città. Qui nacque Carolina, la loro prima figlia, che visse solo tre mesi. 121


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Il 21 ottobre 1847 Carlo si arruolò nella Legione Straniera e fu mandato in Algeria. Fu un’esperienza deludente, perché comprese di essere soldato di un esercito che reprimeva proprio quei moti di libertà e di indipendenza nazionale che gli stavano tanto a cuore. Il 28 marzo 1848 sbarcò a Marsiglia con l'intenzione di partecipare alla mobilitazione anti austriaca. Il 14 aprile 1848 giunse a Milano. Si arruolò a Desenzano sul Garda nella 2 a legione lombarda. Prima dell'arruolamento aveva scritto una memoria Sul momentaneo ordinamento dell'esercito lombardo. Dopo l'armistizio di Salasco (9 agosto) si rifugiò a Lugano. Corse a Roma, dove il 9 febbraio 1849 era stata proclamata la repubblica. Si mise immediatamente in contatto con Giuseppe Mazzini ed entrò a far parte della Commissione, composta di soli cinque membri, che era incaricata della difesa e della riorganizzazione militare della città. Il 27 aprile successe a Luciano Manara come componente dello Stato Maggiore. Il 30 aprile, quando i francesi iniziarono le ostilità, Carlo fu tra i difensori di prima fila, mentre Enrichetta si prodigava nel curare i feriti. Il 3 luglio le truppe Francesi entrarono in città. Pisacane fu arrestato e poi liberato grazie all'intervento di Enrichetta. Prese di nuovo la via dell'esilio. Nel giugno 1850 Carlo ed Enrichetta, che era ammalata, tornarono in Italia, a Genova, ove Carlo si dedicò alla stesura del libro “Saggi storici, politici, 122


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militari sull'Italia”, in cui teorizzò il suo socialismo libertario e utopistico, permeato dagli ideali proudhoniani. La società, che Pisacane idealizzava, prevedeva sia l’abolizione della proprietà, che era la causa dello sfruttamento e della miseria delle plebi rurali, sia la libera associazione di individui in comuni che, a loro volta, liberamente, si dovevano associare in una nazione fondata sulla sovranità popolare. “…La libertà, egli affermava, senza

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l’uguaglianza non esiste, e questa e quella sono condizioni indispensabili alla nazionalità, che a sua volta le contiene, come il sole la luce e il calorico”.

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Teorico della rivoluzione nazionale, sociale e popolare, Pisacane sosteneva che le masse dovevano essere educate tramite l’azione. Nel 1856 fondò, insieme a Rosolino Pilo, il periodico “La libera parola”. Cominciò, così, a maturare l'idea di un’insurrezione patriottica, che avrebbe preso le mosse dal Sud dell’Italia. Gli sembrarono indicativi di una volontà di riscossa alcuni episodi antiborbonici, quali: i moti scoppiati nel Cilento, le rivolte contro l’assolutismo borbonico in Sicilia e il fallito attentato a Ferdinando II compiuto da un soldato calabrese, Agesilao Milano. In seguito alle forti sollecitazioni del Pisacane, Mazzini iniziò a progettare una spedizione armata a sud di Napoli, che si sarebbe dovuta collegare coi gruppi clandestini democratici presenti nella Città partenopea, nel Salernitano e nel Cilento.

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Il piano prevedeva che, contemporaneamente alla rivolta al Sud, dovessero insorgere Genova e Livorno. Pisacane, sicuro che, come amava ripetere, “il contadino cambierà spontaneamente la marra con il fucile” confidava nelle possibilità di successo della spedizione. Si dedicò, quindi, anima e corpo alla preparazione del moto insurrezionale, allacciando i dovuti contatti con altri patrioti meridionali: Nicola Fabrizi, Giuseppe Fanelli, Giovanni Nicotera e Giovan Battista Falcone. Alla vigilia della partenza, Carlo consegnò a Jessie White il proprio Testamento politico, in cui ribadì i principi politici professati nel corso di tutta la sua esistenza: “…Io credo al

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socialismo, ma ad un socialismo diverso dai sistemi francesi, tutti più o meno fondati sull’idea monarchica e dispotica, che prevale nella nazione. (…) Il socialismo di cui parlo può definirsi in queste due parole “libertà e associazione”.

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Dichiarava, inoltre, esplicitamente, il suo disdegno per il moderatismo e il programma minimo della Monarchia sabauda, reclamando la necessità di procedere all’azione: “…Io

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sono convinto che l’Italia sarà grande per la libertà o sarà schiava. (…) Per quanto mi riguarda, io non farei il più piccolo sacrificio per cambiare un ministero e per ottenere una costituzione, neppure per scacciare gli austriaci dalla Lombardia e riunire questa provincia al Regno di Sardegna. Per mio avviso la dominazione della casa di Savoia e la dominazione della casa d’Austria sono precisamente la stessa cosa. (…). Le idee nascono dai fatti e non questi da quelle, ed il popolo non sarà libero perché istrutto, ma sarà ben tosto istrutto quando sarà libero. La sola cosa che può fare un cittadino per essere 124


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utile al suo paese, è di attendere pazientemente il giorno in cui potrà cooperare ad una rivoluzione materiale”.

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La questione non era, per Pisacane, soltanto quella di liberare l’Italia dal giogo austriaco e di renderla indipendente da ingerenze straniere, ma anche di eliminare dalle radici le forme di sopraffazione che i ricchi esercitavano sui poveri, i proprietari sui nullatenenti, la borghesia imprenditoriale e terriera ai danni degli operai e dei contadini. Egli non attribuiva alcuna importanza alla rivoluzione borghese. Riconosceva soltanto la contrapposizione frontale fra detentori delle ricchezze e della proprietà della terra e chi, viceversa, ne era privo. Una volta eliminata la proprietà sarebbero cadute tutte le strutture e le ingiustizie che su di essa si erano edificate. I tempi stringevano. L’unificazione italiana, attraverso forme di annessione al Piemonte era alle porte. Pisacane aveva coscienza della necessità di passare rapidamente all’azione, prima che la politica liberal-moderata di Cavour, nell’intreccio sempre più fitto tra Torino e Parigi, apparisse come la sola capace di mettere fine al plurisecolare dominio austriaco. L’impresa era temeraria. Con parole tristemente profetiche, Pisacane motivò la sua scelta d’azione nel Sud: “…Io sono convinto che nel mezzogiorno dell’Italia la rivoluzione morale esiste; che un impulso energico può spingere la popolazione a tentare un movimento decisivo, ed è perciò che i miei sforzi si sono diretti al compimento di una cospirazione che deve dare quell’impulso…. . Io 125


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non ho che la mia vita da sacrificare per quello scopo ed in questo sacrificio non esito punto”.

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Una volontà inflessibile e un grande coraggio animarono questo affascinante personaggio sorretto dalla forza degli ideali. Un ingenuo, un testardo, un perdente? Forse, ma anche uno dannatamente coerente: “Io sono persuaso, egli diceva, che

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se l’impresa riesce, otterrò gli applausi generali; se soccombo, il pubblico mi trascinerà. Sarò detto pazzo, ambizioso, turbolento, e…….. Tutta la mia ricompensa la troverò nel fondo della mia coscienza, e nell’animo dei cari e generosi amici, che mi hanno prestato il loro concorso, e che hanno diviso i miei palpiti e le mie speranze. Che se il nostro sacrificio non porterà nulla di buono all’Italia, sarà per essa almeno una gloria l’aver generato figli, che volenterosi s’immolarono pel suo avvenire”.

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Le premesse per un esito positivo del moto insurrezionale non erano molte. Il movimento democratico viveva una situazione di grande difficoltà e gli oppositori politici o erano esuli o languivano nelle tristemente famose carceri di Santo Stefano e della Favignana, ma Pisacane non desistette dai suoi propositi. Come meta della spedizione scelse l’estremo lembo del Cilento, il più arretrato dal punto di vista economico e politico, nella speranza che le masse contadine si sarebbero destate al grido di rivolta. La realtà fu, invece, ben diversa. Il 25 giugno 1857 Pisacane s’imbarcò a Genova sul piroscafo “Cagliari” diretto a Tunisi; ad accompagnarlo c’erano 24 patrioti. Si impadronì della nave e di un carico di fucili e 126


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munizioni, che erano a bordo. Dopo aver mancato l’incrocio con altre barche alla guida di Rosolino Pilo che trasportavano altre armi, i patrioti fecero rotta verso l’isola di Ponza allo scopo di liberare i detenuti politici presenti nel carcere borbonico. L’azione fu condotta velocemente, la guarnigione si arrese senza reagire. Pisacane e i suoi requisirono le armi e liberarono 323 detenuti, gran parte dei quali delinquenti comuni poco interessati alla spedizione. Solo una trentina erano infatti i prigionieri politici. Il piroscafo dei “Trecento” giunse a Sapri solo la sera del 28 giugno, quando le autorità di Gaeta erano già state avvertite dei fatti di Ponza. Lo sbarco causò grande confusione fra le autorità locali, fino a quando prese in mano la situazione il giudice regio di Sanza, Vincenzo Leoncavallo. Pisacane e i suoi, contrariamente alle previsioni, non si trovarono di fronte masse esultanti pronte a seguire la rivolta, ma una popolazione ignara, che credette alle prime versioni dei fatti astutamente fornite dalle autorità borboniche, che riferivano della presenza di una banda di ergastolani senza scrupoli, briganti nemici di Dio, pronti a rubare, violentare le donne e distruggere ogni bene. La situazione volse al peggio. La subdola propaganda borbonica, i mancati collegamenti coi democratici meridionali e l’assenza nella zona di molti braccianti, che, in passato, erano stati molto attivi nella lotta contro le usurpazioni di terre demaniali, ma in quel periodo emigrati per il raccolto, 127


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furono fattori che permisero all’esercito borbonico di sopraffare, in breve tempo, la rivolta. Il grido “Viva l’Italia, Viva la Repubblica” lanciato dai patrioti non riuscì a fare proseliti. Pisacane decise di puntare su Padula, dove il 1° luglio vi fu un primo scontro con le guardie e i soldati di stanza nel luogo. Più di cinquanta patrioti rimasero uccisi. Gli altri decisero di ripiegare su Sanza, ove furono accerchiati da masse inferocite di contadini armate di forconi e ogni genere di arma, che aiutarono i soldati borbonici nella repressione. Molti patrioti furono massacrati senza reagire. Pisacane, inorridito dalla paradossale situazione, compì il gesto estremo, rivoltando la pistola su se stesso. Il suo sogno di una trascinante insurrezione contadina che sarebbe giunta fino alla liberazione di Napoli, svanì miseramente nel sangue versato dai Trecento. Secondo un’altra versione, Pisacane, Nicotera e Falcone con alcuni compagni fuggirono da Padula verso Sanza. Affamati, senza munizioni e privi di acqua, alle ore 9 di venerdì 2 luglio giunsero in vista di Sanza, dove nove uomini della guardia urbana e una quarantina di persone aprirono il fuoco su di loro. Tutti i cadaveri furono spogliati di ogni loro avere. I caduti di Padula furono sepolti in una fossa comune nella Chiesa della SS Annunziata, i morti di Sanza furono, invece, cremati. La storia ha un truce seguito. Il 4 settembre 1860, mentre Garibaldi passava poco lontano da Sanza, un gruppo di liberali calabresi catturò il capo della guardia urbana Sabino Laveglia, 128


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che si era vantato di aver ucciso personalmente Pisacane, suo fratello Domenico, il farmacista Filippo Greco Quintana e la guardia carceraria Giuseppe Citera. Tutti, in un modo o nell’altro, erano coinvolti nella vicenda di Pisacane. I prigionieri furono seviziati per tre giorni, finchÊ il 7 settembre furono giustiziati, mentre Garibaldi entrava vittorioso a Napoli.

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Appendice

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a) Unità e pregiudizi antimeridionali Conseguita l’Unità d’Italia il problema più immediato, che si pose all’attenzione della classe dirigente, fu come far convivere, nell’ambito della stessa Comunità nazionale, cittadini che fino ad allora erano stati estranei gli uni agli altri. Invero, si trattava di un obiettivo non facile da raggiungere per la reciproca ignoranza tra gli Italiani del Nord e quelli del Sud, ignoranza che, oltre a determinare dannosi pregiudizi, costituiva un serio ostacolo all’unificazione non soltanto politica della Nazione italiana. I primi pregiudizi antimeridionalisti si possono individuare, infatti, già all’indomani dell’Unità nazionale nei provvedimenti legislativi e amministrativi assunti dalla classe dirigente al governo e nelle poco lusinghiere opinioni con cui uomini politici, militari e addetti agli uffici amministrativi formularono verso i Meridionali. Varia era la natura di questi pregiudizi che, sia pure in parte, resistono tuttora. Vi erano pregiudizi di ordine storico e politico, altri di natura psicologica ed altri, infine, derivavano da assurde pretese di diversità antropologica. Nel loro insieme, costituivano un complesso di luoghi comuni che, nell’ipotesi più benevola, stava alla base del senso di semplice appartenenza ad una precisa realtà storico-geografica; ma il più delle volte esprimeva un complesso di superiorità verso i Meridionali. La verità è che troppe volte la diversità rispetto al Sud ha offerto alle regioni progredite del Nord l’alibi per perpetuare a proprio vantaggio la frattura fra le “due Italie”. 131


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Prima di addentrarci nell’analisi dei pregiudizi più significativi, che sono stati espressi verso il Mezzogiorno, è opportuno, ai fini di una loro maggiore comprensione, delineare brevemente il contesto in cui maturarono. Alla vigilia del Risorgimento era ben chiara e radicata la convinzione che il Mezzogiorno si sarebbe potuto inserire nel circuito del progresso europeo solo se precise riforme fossero intervenute a mutarne la struttura sociale complessiva. Con la proclamazione del Regno d’Italia, due società molto diverse, che si erano fino ad allora ignorate a vicenda, vennero a contatto. Agli inizi, quando Nord e Sud si resero conto delle reciproche diversità, lo sconcerto fu grande. Ben presto, su questa diversità venne fondato il convincimento, oggi ancora diffuso, della concreta impossibilità di giungere ad una completa fusione tra meridionali e settentrionali. Cavour era cosciente dei gravi problemi che il Governo italiano avrebbe dovuto affrontare con l’annessione dei territori del Regno delle Due Sicilie. Egli, perciò, era restio a compromettere per tale annessione il piano abilmente portato avanti dalla spedizione di Crimea fino ai plebisciti dell’Italia centrosettentrionale successivi alla 2a Guerra d’indipendenza. Ma Garibaldi ne scompigliò i disegni. La campagna militare del Mezzogiorno fu, infatti, più un atto di forza dei garibaldini che una scelta ragionata del partito moderato al governo. Ben presto i “Mille” rimasero delusi e scandalizzati per le sconcertanti reazioni delle masse popolari meridionali, così 132


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poco sensibili agli ideali del riscatto nazionale. Da qui al pregiudizio la distanza era minima. Apodittici e ingenerosi, per esempio, furono le opinioni sui Meridionali di Carlo Luigi Farini e del generale Giuseppe Govone. Carlo Luigi Farini, inviato a Napoli come luogotenente del Regno nell’ottobre 1860, scrivendo a Cavour affermava:

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“Ma amico mio, che paesi son mai questi (…)! Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Affrica: i beduini, a riscontro di questi caffoni, sono fior di virtù civile”; mentre Giuseppe Govone, generale

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impegnato nella repressione del brigantaggio, così si esprimeva: “quelli sono barbari e incivili e devono essere trattati con durezza”. Fatto è che per la quasi totalità delle popolazioni meridionali, termini quali “Italia unita” e “patria libera e indipendente” non erano che semplici espressioni verbali. Va ricordato, in tal senso, che la percentuale di analfabeti nel Sud superava l’80%. Unica forma di libertà, intellegibile da una massa contadina abbrutita dal sottosviluppo economico e da un asservimento sociale ancora feudale, era quella dell’emancipazione dalla miseria e dalle angherie dei potenti. Confortati sulle prime dai proclami rivoluzionari di Garibaldi, i contadini del Sud ritennero di poter identificare il loro concetto di libertà con quello dichiarato da garibaldini e piemontesi, ma l’alleanza, rapidamente instaurata degli aristocratici e dei borghesi terrieri meridionali con la borghesia conservatrice settentrionale, frustrò le loro speranze.

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Mentre nelle intenzioni di Garibaldi e dei democratici il Sud avrebbe dovuto avere un assetto amministrativo attento alle particolari fisionomie regionali, per Cavour e i moderati era irrinunciabile l’immediata ed incondizionata annessione, che fu subito sancita con appositi plebisciti. La battaglia fu così vinta dai moderati, preoccupati di improntare la loro politica a principi di rigido centralismo. Tale atteggiamento divenne sempre più pressante man mano che nel Sud progrediva il fenomeno del brigantaggio che, per la vastità delle forze messe in campo, costituì un serio e grave pericolo per l’Unità nazionale da poco realizzata. Di qui gli sforzi del Governo di unificare al più presto l’amministrazione nazionale con l’estensione del sistema giuridico ed amministrativo piemontese al resto d’Italia. Le regioni meridionali lamentarono la loro subordinazione a Torino. Iniziava così aspra ed aperta la polemica del Sud contro il Governo, accusato di colonialismo e trascuratezza; critiche ribadite anche da osservatori politici non meridionali. Ben lungi dall’aver goduto libertà e floridezza, il Regno delle Due Sicilie si era retto fino all’Unità su un suo precario equilibrio, dove il paternalismo dei Borbone era riuscito ad evitare l’aperto scontento delle popolazioni. L’annessione sconvolse questo equilibrio e tutte le contraddizioni del precedente sistema vennero a galla tumultuosamente, mentre la politica finanziaria unitaria contribuiva al tracollo dell’economia meridionale. 134


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Il sistema tributario borbonico, tra i più miti d’Europa, era stato calibrato sulle esigenze dell’economia agricola locale. Gli statisti piemontesi, noncuranti del principio che ogni paese tollera solo il regime tributario più adatto alla sua struttura economica, trasferirono nelle regioni meridionali, senza alcuna modifica, il loro intricato e gravoso sistema fiscale, colpendo pesantemente la proprietà fondiaria e l’agricoltura. Si aggiunga, poi, che prima dell’unificazione italiana il deficit statale del Regno di Sardegna doppiava quello del Regno delle Due Sicilie, ma una legge dell’agosto 1861, unificando i debiti pubblici, scaricò sul Meridione un onere che non gli competeva, proprio nel momento in cui l’economia del Sud era messa a dura prova dalla caduta dei prezzi in agricoltura e industria. Il carattere di conquista che ebbe l’annessione del Sud al Regno d’Italia è testimoniata anche dall’entità del contributo che gli stati preunitari diedero alla formazione dell’erario nazionale. Su un totale di 670 milioni di lire, il Regno delle Due Sicilie contribuì con ben 443 milioni, il Regno di Sardegna con 27 milioni, il Lombardo – Veneto con 20,8 milioni, il Ducato di Modena con 0,4 milioni, il Ducato di Parma e Piacenza con 1,2 milioni, lo Stato Pontificio con 90,6 milioni, il Granducato di Toscana con 84,2 milioni. Causa concorrente all’impoverimento del Meridione fu anche la crisi del settore industriale, successiva all’annessione al Regno d’Italia. L’apparato industriale, creato dai Borbone, 135


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ancorché protetto e in buona parte nella disponibilità di imprenditori stranieri, aveva, infatti, una sua relativa efficienza, grazie ad un’idonea politica fiscale. Ma, quando la tariffa doganale piemontese, estesa nell’ottobre 1860 alle regioni meridionali, abbassò dell’80% i dazi protettivi senza che fossero preventivamente apprestati i provvedimenti necessari a permettere una transizione indolore da un sistema tributario all’altro, l’industria meridionale, già asfittica, entrò in una crisi irreversibile e fu definitivamente travolta. Quando poi a tutto questo si aggiunsero la diffidenza e la superiorità ostentate, dai “conquistatori”nei confronti delle popolazioni del Sud, escluse a priori da appalti, uffici e decisioni operative, spazi monopolizzati tutti dai centri direzionali settentrionali, il malcontento si trasformò ben presto in protesta, che divampò violenta e senza controllo, dando una motivazione politica al brigantaggio, già presente in forma endemica nel Meridione. Duro e sprezzante verso i Meridionali fu il giudizio espresso dal presidente della Camera dei deputati Giovanni Lanza già nel dicembre 1860: “Assuefatti da secoli a subire un governo

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scettico, immorale e corrotto…….sono privi di spirito pubblico e pare che abbiano persino smarrito il senso del giusto e dell’onesto”. […] Un governo onesto e nazionale dovrà scegliere i probi e fermi funzionari nell’Italia superiore. Agl’Italiani del Nord spetta l’ardua missione di rigenerare civilmente e politicamente gl’Italiani del Sud” .

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Le condizioni di arretratezza delle plebi meridionali non erano certo imputabili né a Garibaldi né al governo piemontese, giacché preesistevano alla proclamazione dello Stato unitario ed erano il frutto di secoli di malgoverno, della povertà del suolo e della lontananza dai grandi centri industriali europei. Ma, con l’arrivo dei piemontesi, il rancore dei meridionali per l’oppressione e per lo sfruttamento fu reso ancora più aspro dalle delusioni per il fallimento di una grande speranza e per le promesse non mantenute. Il problema era aggravato dalla reciproca ignoranza; ci sarebbero voluti decenni per superarla sia pure parzialmente. Rinchiusi nel limbo dell’isolamento borbonico i meridionali avevano ignorato pressoché tutto della comune Patria; non diversamente dalle popolazioni del Nord ancora incapaci, per disinformazione, di soddisfacenti analisi e corrette interpretazioni della realtà meridionale. Il Mezzogiorno, per la maggior parte di questi “altri” italiani, era sempre l’antico”giardino delle Esperidi” della retorica classicista, intristito da un secolare malgoverno ma pronto a rifiorire, materialmente e spiritualmente, al soffio rigeneratore delle libere istituzioni civili. Un sogno, questo, destinato alla più triste disillusione. Ma finché durava, e durò a lungo, avrebbe impedito che i problemi del Mezzogiorno fossero pregiudizialmente considerati con ottica realistica. 137


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Significative, in tal senso, sono le parole che padre Carmelo rivolge a Cesare Abba riportate nel libro “Da Quarto al Volturno”, parole che esprimevano la speranza di riscatto delle plebi meridionali raccoltesi intorno a Garibaldi. Invitato da Abba a seguire Garibaldi per conquistare la libertà, padre Carmelo rispondeva che non poteva, perché “la libertà non è

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pane. Ci vorrebbe una guerra non contro i Borbone, ma degli oppressi contro gli oppressori grandi e piccoli, che non sono soltanto a corte, ma in ogni città, in ogni villa”. E all’osservazione di Abba “allora anche contro di voi frati, che avete conventi e terre dovunque sono campagne e case”, così replicava: “Anche contro di noi; anzi prima che contro d’ogni altro. Ma col Vangelo in mano e colla croce”.

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Dopo la presa di Palermo (30 maggio 1860), sembrava che Garibaldi volesse realizzare le promesse di giustizia. Il decreto del 2 giugno, con cui si disponeva la quotizzazione dei demani comunali, mostrava, però, in maniera evidente, tutta l’incertezza di Garibaldi medesimo in merito alla questione sociale. Se per un verso egli manifestava l’intenzione di assegnare ai contadini combattenti ed ai capifamiglia poveri quote di terreni dei demani comunali, dall’altro trascurava completamente l’esigenza di espropriare i latifondi per non allarmare eccessivamente i nobili e la borghesia. Era un chiaro segno che il governo provvisorio non intendeva perdere l’appoggio della nobiltà e della borghesia terriera. Ma i contadini, che di politica capivano ben poco, esasperati da secoli di sfruttamento e di oppressione, senza 138


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aspettare le lungaggini della burocrazia, iniziarono una guerra di classe, occupando le terre demaniali e i latifondi dei nobili, del clero e della borghesia. A Bronte, dove i contadini si erano impadroniti del feudo della famiglia Nelson scagliandosi con furia sanguinaria contro i padroni, Garibaldi inviò Nino Bixio, che represse la rivolta con metodi sommari. Anche Randazzo, Castiglione, Regalbuto, Centorbi ed altri villaggi, pur in dimensioni minori rispetto a Bronte, sentirono la mano pesante della repressione di Bixio. In più di un’occasione, alcuni suoi ufficiali si comportarono più da truci militari di occupazione che da liberatori. I contadini meridionali videro, così, svanire le loro speranze di riscatto. La liberazione del Sud dal dominio borbonico non significò la loro emancipazione sociale. Eppure, tutto questo non valse a far cambiare opinione ai tanti severi denigratori dell’indole degli Italiani del Sud. Diomede Pantaleoni era un medico maceratese, deputato ed intimo amico di Cavour. Fu inviato dal ministro dell’Interno Marco Minghetti nelle province meridionali per una relazione sulla situazione locale. Ribellioni contadine, reazione borbonica e brigantaggio gli apparvero soltanto come questioni di ordine pubblico da risolvere con criteri repressivi. “Truppa, truppa” fu il suo consiglio, accolto prontamente dalla classe politica al governo e trasmesso alla gerarchia militare con il compito di riportare l’ordine nel Meridione. Così egli si esprimeva nella relazione al ministro: “La popolazione è nella sua gran maggioranza fiacca, indifferente, corrotta, piena di sua 139


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importanza, si crede mal trattata quando ci deve tutto e se non fosse per noi e pel nostro esercito si troverebbe nello stato il più orrendo di anarchia. Se le nostre truppe si ritirassero, il paese si troverebbe in mezzo alla più sfrenata, alla più feroce, alla più selvaggia guerra civile. Queste popolazioni, se abbandonate da noi, avrebbero la sorte del Messico, delle repubbliche meridionali d’America, della Grecia e della Turchia. Questo è un paese che non si tiene che con la forza o col terrore della forza. […]. Truppa, truppa, truppa. Ci vogliono almeno 40 o 50 mila uomini effettivi e 3000 gendarmi. Se noi esitiamo […..] questo popolo di codardi si rivolgerà al Borbone ed ai Briganti che mostrano più risolutezza ed ai quali stimeranno perciò che appartenga la forza ora, la vittoria poi”.

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Ben presto si diffuse al Nord, anche in ambienti colti, la convinzione che la colpa dell’arretratezza del Mezzogiorno non era del sistema capitalistico o di cause storiche, ma della natura che aveva fatto i meridionali poltroni, incapaci, criminali e barbari. Le eccezioni che dimostravano la regola erano rappresentate “dalla esplosione puramente individuale di grandi geni, che erano come le solitarie palme in un arido e sterile deserto”. Queste tesi deliranti erano dovute a sociologi della “scuola antropologica”, quali: il caposcuola Cesare Lombroso e i suoi epigoni Alfredo Niceforo, Giuseppe Sergi, Enrico Ferri ed altri, che fornirono sulla base dei concetti del positivismo, allora in auge, spiegazioni farneticanti che avevano la pretesa di assurgere a verità scientifiche. Di qui la leggenda, che tuttora è dura a morire, sulla pretesa superiorità razziale del Nord 140


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rispetto al Sud. Teorie da poltroni, le definiva Gaetano Salvemini, perché eludevano la realtà vera del problema. Significativo è il testo “L’Italia barbara contemporanea” di Alfredo Niceforo, criminalista a cui purtroppo la Sicilia diede i natali. Questo libro costituisce un esempio illuminante di teorie di matrice razzistica: “Se entrate in una foresta, egli diceva,

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notate accanto alle grandi e forti querce che tendono le cime al cielo, tenui arbusti che, per mancanza di luce o di baci di rugiada, sono rimasti piccoli, coi loro rami ancora tenerelli. La nostra Italia non è dissimile da quella foresta. Non tutte le parti che compongono il suo molteplice e differenziato organismo progredirono di pari passo nel cammino della civiltà e del progresso [……..]. Il Mezzogiorno e le isole si trovano nelle tristi condizioni di essere ancora coi sentimenti e gli usi, e con la sostanza, se non con la forma, dei secoli passati; sono quindi, relativamente alla civiltà più avanzata che noi troviamo nel settentrione d’Italia, paesi meno evoluti, meno civili. […..]. Qui l’Italia ha un’alta missione da compiere ed una grande colonia da civilizzare [……]. L’Italia è una, ma politicamente soltanto; essa ha una variegata colorazione morale nello stesso modo con cui ha variegata colorazione antropologica: queste variazioni………formano, nell’unico seno dell’Italia politica, due società ben diverse per grado di civiltà, per vita sociale, per colore morale: l’Italia del Nord da una parte e l’Italia del Sud dall’altra”.

Per fortuna non tutte le tesi nordiste vaneggiavano come quelle della “scuola antropologica”, ma anche le opinioni più moderate riecheggiavano, comunque, gravi pregiudizi verso le

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popolazioni del Sud ed ignoranza dei torti che queste avevano subito all’atto dell’unificazione nazionale. Ne sono un esempio le argomentazioni di Gaetano Negri (uomo politico, storico, geologo, sindaco di Milano dal 1884 al 1889, poi deputato nel 1890) contenute in un articolo titolato “La questione meridionale guardata dal Nord” pubblicato sul “Il giornale d’Italia” il 20 dicembre 1901: “Alcuni degli odierni

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sostenitori degli interessi meridionali dipingono l’antico Regno di Napoli come una specie di Eldorado, poi manomesso e saccheggiato dai fraterni invasori: per cui non vi sarebbe che da restituire la maltolta moneta per rimettere ogni cosa a suo posto. Chi scrive qui non ha competenza per discutere con gli statistici; ma ……si ricorda d’aver vissuto, quarant’anni orsono, lunghi e lunghi mesi nel cuore delle regioni appenniniche del Mezzogiorno, di averne percorso le campagne, di aver dimorato nei borghi e nei villaggi, di essere entrato nell’intimità degli abitanti. Ebbene, egli conserva l’impressione di aver visto non già l’Eldorado, ma un ben povero paese, dove mancavano gli strumenti più essenziali del vivere civile, senza strade, senz’ombra di commercio; dove la miseria di una plebe immensa veniva in contatto in ogni borgata con le ricchezze di un paio di famiglie feudali cozzanti tra loro. Noi non sappiamo se la nuova Italia abbia mitigato la miseria di quelle plebi, ma certo non può averla accresciuta”.

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Negri continuava sostenendo che, mentre il Nord aveva saputo creare le risorse per adeguarsi alle esigenze della vita moderna, il Sud si era fatto trovare impreparato e, per questo, non aveva fatto sostanziali progressi. Tale, per Negri, era la genesi dell’arretratezza del Mezzogiorno. Il cambiamento 142


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sarebbe potuto avvenire solo lentamente e non tramite provvedimenti legislativi. Ma, condizione essenziale per raggiungere tale risultato era la fiducia del paese in se stesso e nel Governo. Negri rilevava con la sua analisi, pur caratterizzata da preconcetti, alcuni motivi di fondo dei mali del Sud, ma la soluzione che egli avanzava non era sufficiente a determinare una terapia d’urto per migliorare la situazione del Mezzogiorno, così come suggerivano Fortunato, Salvemini, Nitti ed altri analisti della realtà del Sud. Inoltre, Negri non considerava il fatto che un diverso modo di realizzare l’Unità, cioè un maggior rispetto della storia del Sud ed una più grande considerazione delle sue tradizioni e delle sue esigenze, avrebbe evitato il tracollo dell’economia meridionale ed avrebbe, altresì, agevolato l’inserimento di una terra soggetta a secolari condizioni di miseria nel contesto dei paesi progrediti. Anche nel periodo di massimo sviluppo dell’industria e dell’economia italiana, ossia nell’età cosiddetta giolittiana, il Sud fu sistematicamente ignorato e trascurato. La stessa alleanza di Giolitti con i socialisti assunse i caratteri di una politica, nei fatti, antimeridionalista, perché ispirata, prevalentemente, a sostenere gli “imperi settentrionali”, ovvero le industrie e le esigenze degli operai del Nord. I socialisti, in pratica, appoggiando Giolitti, fecero una scelta di campo a favore della borghesia industriale del Nord a discapito delle esigenze di ammodernamento delle strutture 143


del Mezzogiorno, che fu ridotto, secondo Gramsci, ad un

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“mercato di vendita semicoloniale, ad una fonte di risparmio e di imposte”.

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Vibrante di sdegno verso Giolitti fu la reazione di Gaetano Salvemini che, nella sua opera dal titolo significativo “Il ministro della malavita”, così si espresse: “L’onorevole Giolitti

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non è certo il primo uomo di governo dell’Italia una, che abbia considerato il Mezzogiorno come terra di conquista aperta ad ogni attentato malvagio. Ma nessuno è stato mai così brutale, così cinico, così spregiudicato come lui nel fondare la propria potenza politica sull’asservimento, sul pervertimento, sul disprezzo del Mezzogiorno d’Italia; nessuno ha mai fatto un uso più sistematico e più sfacciato, nelle elezioni del Mezzogiorno, di ogni sorta di violenze e di reati”.

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Si trattava di un giudizio pesante e severo. Sfuggiva, però, allo studioso pugliese, nel suo intransigente rifiuto di ogni compromesso, il fatto che Giolitti rappresentasse, comunque e nonostante la scarsa considerazione che aveva della realtà meridionale, l’ala più progressista e liberale dello schieramento conservatore italiano. Solo più tardi Salvemini si rese conto che combattendo Giolitti non rafforzava le istituzioni democratiche né contribuiva ad avviare a soluzione la questione meridionale, poiché rompeva con i socialisti e con i liberali giolittiani che, assieme ai cattolici popolari, erano le forze politiche che potevano modificare le anacronistiche strutture economiche e sociali del Mezzogiorno. A partire dalla seconda metà degli anni Ottanta del secolo scorso, un fenomeno ampliatosi man mano che ha progredito 144


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con la crisi dei partiti tradizionali, ha interessato le regioni del Nord. È il successo della “Lega Nord”, infarcito di luoghi comuni contro i Meridionali, fenomeno che, ondeggiando tra ipotesi di riforma federalista dello Sato e secessione da Roma delle regioni settentrionali, costituisce tuttora un pericolo per la stessa sopravvivenza dell’Italia unita. La Lega è stata per alcuni anni un partito al governo ed è, tuttora, un partito di governo regionale e periferico, che sembra abbia accantonato l’ipotesi secessionistica, ma non definitivamente, come amano ripetere i leghisti più duri e più integralisti. Non è questa la sede per un discorso politico di stretta attualità. È doveroso, però, ricordare che la proposta secessionista ha affascinato, per qualche tempo, non solo i cittadini comuni del Nord, ma anche gente di cultura. Il caso più clamoroso è stato quello di Gianfranco Miglio (preside della facoltà di scienze politiche dal 1959 al 1989 dell’Università del Sacro Cuore di Milano) considerato, prima che rompesse con Bossi, l’ideologo della Lega Nord. Sono note le considerazioni di Miglio sull’uomo del Sud, ovvero sull’uomo mediterraneo, il cui prototipo egli individuava in Ulisse. Chi era Ulisse? Per l’ideologo della Lega, Ulisse era un ladro, un uomo astuto che viveva ingannando gli altri, un uomo i cui tratti salienti erano lontani anni luce dai modi di vita semplici e genuini delle popolazioni nordiche. Un pregiudizio persistente, che si è ulteriormente ingigantito, è la credenza, diffusa nelle regioni settentrionali, 145


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di un Mezzogiorno d’Italia dominato completamente dalla mafia e dalle altre organizzazioni criminali, con la generale connivenza delle popolazioni. Studiosi della scuola lombrosiana hanno preteso di attribuire la causa della nascita e della diffusione nel Meridione di questa cattiva pianta ad una caratteristica antropologica propria dei meridionali. I fatti hanno smentito queste teorie da confusi mentali ed hanno dimostrato una verità di per sé lapalissiana: se la criminalità organizzata ha preso piede al Sud e non in altre parti d’Italia è perché al Sud e non al Nord esistevano le condizioni necessarie affinché tale fenomeno potesse maturare, condizioni ingigantite dai modi in cui venne attuandosi l’unità nazionale. È un fatto, ormai accertato, che camorra, ‘ndrangheta e mafia preesistessero al processo di unificazione nazionale, ma è indubitabile che esse ricevettero un forte impulso dalla situazione di crisi che si venne a determinare nella transizione dal Regno borbonico a quello italiano. I Borbone non avevano mai esercitato un controllo effettivo e totale del territorio. Questa lacuna favorì la proliferazione di organizzazioni criminali, quali la “bella società riformata” a Napoli, in seguito detta camorra, la mafia in Sicilia e la ‘ndrangheta in Calabria, che fecero accreditare al Nord un’immagine del meridionale diversa da quella reale. Pensare che tutti i meridionali possano guardare con occhio benevolo mafia, ‘ndrangheta e camorra è stato ed è tuttora un 146


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grave e dannoso pregiudizio, che non rende giustizia ai tanti uomini politici, magistrati, sindacalisti, agenti delle forze dell’ordine e cittadini comuni che la criminalità organizzata l’hanno combattuta e la combattono rischiando la propria vita e quella dei loro familiari. Oggi mafia, ‘ndrangheta e camorra si sono evolute. I loro interessi spaziano in tutti i settori dell’economia; l’area geografica in cui operano va ben al di là dei confini del vecchio Regno delle Due Sicilie. La loro storia ci porta a ritenere che, allo stato attuale, la questione meridionale coincide, per lo più, con la questione mafiosa e che questa, a sua volta, chiama in causa un’ ineludibile questione settentrionale. Ormai non vi è parte del territorio nazionale che non sia variamente interessato dalla criminalità organizzata, che non accenna a sparire malgrado i colpi che abbastanza spesso le vengono inferti dalle forze di polizia. Le indagini di magistratura e forze dell’ordine hanno, infatti, dimostrato che al Nord, come al Sud, le organizzazioni criminali investono i loro illeciti guadagni soprattutto in società finanziarie ed in attività economiche, quali: ristoranti e pizzerie, bar, negozi, imprese edili e immobiliari, concessionarie d’auto e in imprese che partecipano ad appalti pubblici. Il Nord dei grandi poteri economici spesso ha ritenuto utile avvantaggiarsi del flusso di denaro di dubbia provenienza, non lesinando il suo appoggio ad un complesso sistema di potere connivente e colluso con i poteri delle organizzazioni criminali. Imprenditori con pochi scrupoli del Nord, spesso si sono serviti della camorra e di altri 147


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sodalizi criminali per lo smaltimento in Campania e in altre parti del Sud di ingenti quantità di rifiuti inquinanti e per di più tossici. Tutto ciò e mafia. È mafia della peggior specie il comportamento di chi compromette la salute di intere comunità per meri motivi economici. Tanto è sufficiente per farci cogliere correttamente i caratteri nazionali della “questione mafiosa” di cui il Nord, con il tempo, è divenuto responsabile non meno del Sud. Ma ciononostante è pervicace il pregiudizio dell’Italiano del Nord, che ha visto, sin dai tempi dell’Unità, nei comportamenti dell’Italiano del Sud nient’altro che mafia. È l’identico pregiudizio verso gli Italiani dei tempi eroici dell’emigrazione , in particolare verso Napoletani, Calabresi e Siciliani, da parte di Americani ed Australiani. Sono “briganti, lazzaroni, fannulloni, corrotti nell’anima e nel corpo”, sentenziava l’Australian Workman nel 1890. E, a sua volta, così scriveva il New York Times nel 1909: “…. di regola i criminali italiani non sono ladri o rapinatori: sono accoltellatori e assassini”. Ma più eclatante è l’opinione nei riguardi dei meridionali espressa da Richard Lynn, docente emerito di psicologia all'università di Coleraine nell'Ulster. Lynn ritiene che vi siano differenze nell'intelligenza degli individui in base alla razza e al genere, tanto da fargli finanche affermare che le donne sono meno intelligenti, perché hanno il cranio più piccolo dei maschi, e che la pelle bianca è indice di una maggiore capacità mentale. Una sua ricerca pubblicata di recente sulla rivista Intelligence è rivolta direttamente al nostro Paese. Il titolo è: 148


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“In Italy, north-south differences in QI predict differences in income, education, infant mortality, stature and literacy” (In Italia le differenze nel quoziente intellettivo tra Nord e Sud preannunciano differenze nel reddito, nell’educazione, nella mortalità infantile, nella statura e nell’alfabetizzazione). Per Lynn il Sud d’Italia è meno sviluppato del Nord perché i Meridionali sono meno intelligenti dei Settentrionali. Infatti, sempre secondo il professore irlandese, mentre nel Nord il quoziente intellettivo è pari a quello di altri Paesi dell'Europa centrale e settentrionale, più si va verso Sud più il coefficiente si abbassa. La causa, spiega Lynn, è “con ogni probabilità da attribuire alla mescolanza genetica con popolazioni del Medio Oriente e del nord Africa”. E così il pregiudizio si è trasformato in una vera e propria provocazione razzista. Opportunamente Roberto Cubelli, presidente dell'Associazione italiana di psicologia, ha criticato severamente lo studio di Lynn sia per i «gravi limiti teorici, metodologici e psicometrici (inadeguatezza degli strumenti di misura, arbitrarietà della procedura di analisi, mancata definizione di intelligenza), attualmente in discussione presso la comunità scientifica», sia “per l'uso di «modelli teorici che si sono già rivelati falsi e ingiustificati e che possono legittimare comportamenti individuali e scelte politiche di impronta razzista e di discriminazione sociale». Da parte nostra consigliamo al prof. Lynn di dedicarsi all’analisi della situazione del suo paese, l’Ulster, dilaniato ed insanguinato, per molti anni ed anche di recente, da 149


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un’anacronistica ed allucinante guerra di religione. Suggeriamo, altresì, al prof. Lynn di non sbizzarrirsi in gratuite considerazioni sulle peculiarità della gente del Mezzogiorno d’Italia perché la stessa, per intelligenza, fantasia e creatività, ha nulla da invidiare ai connazionali di Lynn e a Lynn medesimo. È tempo ormai di porre una pietra tombale sui tanti luoghi comuni che riguardano la gente del Sud. Ma è tempo anche che i Meridionali acquisiscano un nuovo abito mentale facendo proprio il possente ed ancora attuale monito di Guido Dorso: “No, il Mezzogiorno non ha bisogno di carità, ma di giustizia; non chiede aiuto, ma libertà. Se il Mezzogiorno non distruggerà le cause della sua inferiorità da se stesso, con la sua libera iniziativa e seguendo l'esempio dei suoi figli migliori, tutto sarà inutile”.

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b) Il progetto di riforma scolastica di Vincenzo Cuoco La fede nel progresso, sorretta da una concezione provvidenziale della storia e finalizzata al progresso dell’umanità, induceva il Cuoco a progettare una scuola universale, pubblica e uniforme, in cui l’istruzione del cittadino era vista come il solo mezzo di crescita etica della società. Ancora oggi i suoi assetti fondamentali risultano originali, validi e di grande attualità. L’istruzione, per Vincenzo Cuoco, doveva essere universale, pubblica e uniforme. Essa, in quanto universale, doveva comprendere tutte le scienze e tutte le arti; in quanto pubblica, doveva essere rivolta a tutto il popolo; in quanto uniforme, andava veicolata, tramite ordinamenti e programmi comuni, a tutte le scuole. Ciò non significava, però, che si doveva dare un’istruzione uguale per tutti: “È necessario – scriveva Cuoco - che vi sia un’istruzione per tutti, una per molti, una per pochi”. Nel primo grado tutti dovevano esser messi in condizione di ricevere un’istruzione minimale; nel secondo si doveva creare un “ponte” tra l’istruzione di base, uguale per tutti, e quella superiore; nel terzo grado, invece, si doveva mirare alla conoscenza e allo sviluppo delle scienze, le quali, “siccome abbiamo detto, non si perfezionano se non da persone addette solamente ad esse”. A tale tripartizione avrebbe dovuto corrispondere la strutturazione del sistema scolastico in un’istruzione superiore, una media ed una elementare. 151


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Interessante, sempre nella prospettiva della scuola pubblica, la proposta, avanzata dal Cuoco, dell’educazione delle donne. Le donne, in quanto madri potenziali, erano le prime educatrici e necessitavano, quindi, di un’ampia ed articolata istruzione. Inoltre, essendo l’istruzione necessaria e universale, il Cuoco, con sorprendente modernità, sosteneva che lo Stato doveva rimuovere ogni ostacolo alla fruizione del servizio e garantire la gratuità dell’istruzione elementare. Agli alunni bisognosi e particolarmente meritevoli, lo Stato doveva assicurare anche la gratuità dell’istruzione media. Infine, cosa anche questa di enorme rilevanza, i docenti andavano reclutati mediante pubblici concorsi. Anticipando di un secolo e mezzo l’istituzione degli Organi Collegiali della scuola e le conquiste sindacali del Novecento, il Cuoco prevedeva, altresì, che la Direzione Generale della Pubblica Istruzione dovesse servirsi dei consigli e dei pareri del personale docente

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c) Le istituzioni culturali del Regno delle Due Sicilie

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Le accademie Importanti cenacoli di cultura erano le sette accademie: a) la Società Reale Borbonica con sede a Napoli, che si componeva di tre distinti Istituti, l'Accademia Ercolanea di archeologia, con venti soci ordinari, l'Accademia delle Scienze, con 30 soci e l'Accademia di Belle Arti con 10 soci; b) l’Accademia Pontaniana con sede a Napoli, che era suddivisa in 5 classi (matematiche pure ed applicate, scienze naturali, morali ed economiche, storia e letteratura antica, storia e letteratura italiana e belle arti); c) l’Accademia medico-chirurgica con sede a Napoli, con sessanta soci ordinari ripartiti in cinque classi (fisiologiapatologia e nosologia medica; terapia e storia naturale medica; patologia e nosologia chirurgica; medicina legale, igiene pubblica e polizia medica); d) la Real Accademia medica con sede a Palermo, istituita da Carlo III nel 1742; e) la Real Accademia di Scienze e Belle Lettere con sede a Palermo; f) la Real Accademia Peloritana con sede a Messina; g) l’ Accademia Gioenia di Scienze naturali con sede Catania.

I Reali Istituti di Incoraggiamento Erano due, con sede a Napoli e Palermo, ed avevano lo scopo di promuovere l'economia pubblica e privata, 153


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Le Biblioteche Erano quattro: a) la Reale Borbonica di Napoli; b) la Real Biblioteca Brancacciana di Napoli; c) la comunale di Palermo; d) la pubblica dei Padri Gesuiti a Palermo.

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l'agricoltura e le arti, che coordinavano l’attività delle Società economiche presenti nelle Province.

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I Reali Educandati Erano destinati all’educazione di fanciulle nobili e del personale benemerito, sia militare che civile: a) Educandato Regina Isabella di Borbone a Napoli; b) Collegio Real Ferdinando a Palermo; c) Educandato Carolino a Palermo; d) Collegio Carolino Colasanzio a Palermo.

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I Conservatori di musica Erano due: a) Real Collegio di Musica a S. Pietro a Majella a Napoli;

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b) Conservatorio di Musica detto del Buon Pastore a Palermo.

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RASSEGNA BIBLIOGRAFICA

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INDICE

Capitolo 1° - Il riformismo borbonico del 700 1.2 - L’istituzione del catasto onciario

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1.3 - Villaggi operai e comunità rurali

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1.5 - L’Albergo dei poveri di Napoli

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Capitolo 2° - Economia e Società

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2. 1 - Industrie e ferrovie alla vigilia dell’Unità

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1.4 - La Real Colonia di San Leucio

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2.3 – Le categorie sociali

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2. 3a - La borghesia

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2.3b – I nobili

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2. 2- Il sistema monetario

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2.3d- Gli operai

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2.3c - I contadini

2.3e - Gli artigiani

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2.3f - I lazzari

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Capitolo 3° - Un tugurio come casa

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3.1 – I bassi

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3.2 - I fondaci

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1.1 - La politica di Bernardo Tanucci

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Introduzione - Uno sguardo d’insieme della storia del Sud

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Premessa

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3.4 – Le locande

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3.3 – Le grotte 3.5 – L’avvio dei lavori di bonifica

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Capitolo 4° - Il sistema scolastico 4.1 - L’ analfabetismo in Italia nel 1861

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4.2 - Il periodo francese 4.3 – La Restaurazione

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4. 3b - L’università

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4. 3a – La scuola primaria e quella secondaria 4.4 – Alcune considerazioni

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5.1 – Il clero

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Capitolo 6°- Briganti e malavitosi

97

6. 1 - Il brigantaggio preunitario

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6.2 - Le organizzazioni criminali

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6.2a - La leggenda delle origini

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6.2b - La camorra

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5.3 – La marina

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Capitolo 5° - Preti, soldati e marinai 5.2 - L’ esercito

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6.2c – La mafia

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6.2d – La ‘ndrangheta

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Capitolo 7° - Un attentato e due insurrezioni

111

7.1 - L’attentato di Agesilao Milano

113

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7.3 – La Spedizione di Sapri

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7.2 – L’insurrezione del Cilento del 1828 Appendice

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a) Unità e pregiudizi antimeridionali

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d) Le istituzioni culturali del Regno delle Due Sicilie

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b) Il progetto di riforma scolastica di Vincenzo Cuoco

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Rassegna bibliografica

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il sud dai borbone ai savoia

Michele ceres

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Michele Ceres, nato a Caposele (AV), docente di materie letterarie presso gli Istituti di istruzione secondaria superiore, è attualmente in pensione. È stato più volte amministratore comunale e di altri enti. La sua firma appare spesso su alcuni periodici e quotidiani locali. Ha iniziato l’attività di storico con ricerche sulla storia dei partiti politici, in particolare del movimento cattolico. È coautore del libro “Il Sud, un problema aperto” ed ha pubblicato, di recente, il volume “La donna nella storia (domi mansit, domum servavit, lanam fecit)”. Ha vinto nel 2011 il primo premio ex aequo del XLIII Concorso letterario della rivista“Sìlarus”con il saggio “L’Unità d’Italia e i pregiudizi antimeridionali”.

il re è Morto, viva il re

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Non vi è alcun dubbio che il Sud sia stato oggetto di politiche miopi da parte delle classi dirigenti postunitarie, ma voler far credere che il Meridione, prima dell’Unità, sia stata un’oasi di splendore e di ricchezza, significa mistificare la storia e le mistificazioni finiscono, il più delle volte, per delegittimare la credibilità di studi seri condotti da storici autorevoli, che tendono a far emergere i tanti e veri torti che il Sud ha subito e i numerosi pregiudizi di cui, ancora oggi, è il destinatario.

Michele ceres

IL RE È MORTO, VIVA IL RE IL SUD DAI BORBONE AI SAVOIA

Il re è morto, viva il re  

Il sud dai Borbone ai Savoia - di Michele Ceres

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