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Trimestrale culturale a diffusione gratuita - GEN-MAR 2018 ♌ anno VIII - numero 28

ISSN 2281-0994

Anemos neuroscienze

Trimestrale INTERDISCIPLINARE PER L'INTEGRAZIONE TRA NEUROSCIENZE E ALTRE DISCIPLINE

Psicologia

Neurologia

Il dolore cronico

Aspetti neurofisiologici e trattamento

fisiologia e clinica del dolore

Origine e percezione

sul dolore

Fisiologia, psicologia e antropologia del dolore letteratura

Il dolore: da Leopardi agli scrittori contemporanei

filosofia

Il dolore come problema morale ed esistenziale

Diritto

Sofferenza e soggettivitĂ in tribunale


CENTRO DI NEUROSCIENZE ANEMOS Direttore sanitario: Dott. Marco Ruini

area di psichiatria e PSICOLOGIA CLINICA

Dott. Giuseppe Cupello, Dott. Raffaele Bertolini, Psichiatri Dr.ssa Barletta Rodolfi Caterina, Dr.ssa Beltrami Daniela, Dr.ssa Faietti Lisa, Dr. Gasparini Federico, Dr.ssa Iotti Linda, Dr.ssa Landini Morena, Dr.ssa Maldini Federica, Dr.ssa Muscatello Laura, Dr.ssa Sangiorgi Annamaria, Psicologi

AREA DI OCULISTICA Dott. Valeriano Gilioli, Oculista SERVIZIO DI NEUROCHIRURGIA Dr. Marco Ruini: Neurochirurgo Dr. Andrea Veroni: Neurochirurgo Dr. Mattia Sedia: Neurochirurgo Collaborazioni

Dr. Andrea Seghedoni: Neurochirurgo Dr. Ignazio Borghesi, Neurochirurgo Prof. Vitaliano Nizzoli, Neurochirurgo Prof. Lorenzo Genitori, Neurochirurgia Pediatrica Dr. Aldo Sinigaglia, Dr. Giovanni Casero, Ortopedici,

patologia degenerativa del rachide e scoliosi Dr. Bruno Zanotti, Neurochirurgo Dr. Villiam Dallolio, Neurochirurgo SERVIZIO DI TERAPIA ANTALGICA

Dr. Ezio Gulli, Anestesista, Terapia infiltrativa

SERVIZIO DI RIEDUCAZIONE FUNZIONALE Dr. Aurelio Giavatto, Manipolazioni viscerali, Dermatologo Dr. Nicolas Negrete, Dr.ssa Ft. Bisay Soledad Maria, Fisioterapisti Dr. Giorgio Reggiani, Fisiatra SERVIZIO DI NEUROLOGIA E DI NEUROFISIOLOGIA Dr. Mario Baratti, Neurologo e Neurofisiologo Dr. Massimiliano Devetak, Neurologo, Patologia vascolare Dr. Enrico Ghidoni, Neurologo, Neuropsicologia clinica Dr.ssa Luisa Motti, Neurologa e Neurofisiologa AREA DI ORTOPEDIA Dr. Antonio Laganà, Ortopedico Dr. Ivo Tartaglia, Ortopedico ALTRE AREE

Dr.ssa Ghinoi Alessandra, Reumatologa Dr. Piazza Rosario, Urologo Dr.ssa Fontanesi Marta, Scienze dell’alimentazione

ANEMOS | Centro Servizi di Neuroscienze Poliambulatorio Medico | Libera Università | Ass. Culturale Via Meuccio Ruini, 6 | 42124 Reggio Emilia tel. 0522 922052 | Fax 0522 517538 | www.anemoscns.it info@anemoscns.it | www.associazioneanemos.org

Centro di riferimento: Centro di Neuroscienze Anemos, Reggio Emilia. Centri Ospedalieri per la Neurochirurgia del rachide e le tecniche mininvasive: Casa di Cura Salus Hospital (Re), Ospedale di Suzzara (Mn), Casa di Cura San Clemente (Mn), Casa di Cura Villa Maria Cecilia di Cotignola (Ra). Ambulatori: Reggio Emilia, Correggio, Suzzara, Poggio Rusco, Mantova, Carpi, Modena, Fiorenzuola, Olbia e Agrigento.


Anemos neuroscienze

Gen-Mar 2018 | anno VIII - numero 28

Editoriale

Un numero doppio Fisiologia, psicologia e antropologia del dolore

I

l primo numero del 2018 di “Neuroscienze Anemos” è l'inizio di un numero che possiamo definire doppio e che ha come linea tematica il dolore. Apparirà inusuale che un periodico decida di dedicare due numeri di seguito ad uno stesso argomento, ma la stessa finalità editoriale che da sempre ci proponiamo (la divulgazione e l'approfondimento di temi tratti dalle neuroscienze che abbiano un ampio sviluppo interdisciplinare), motiva questa necessità di una doppia pubblicazione. Tanto più che le due riviste faranno le veci di “atti” in alcune occasioni, presentazioni e/o convegni, che verranno tenuti dagli autori degli articoli nei prossimi mesi. “Dolore” è una parola dal valore semantico e culturale veramente forte. È, per così dire, una delle tonalità fondamentali dell'esperienza umana, fatta di chiaroscuri e contrapposizioni, come amore e odio, felicità e tristezza, piacere e dolore, appunto. Non a caso, infatti, l'arte e la speculazione filosofica hanno dedicato a queste cosiddette tonalità fondamentali molta attenzione. Ma entriamo in concreto nei contenuti di questo primo numero dedicato al dolore. La parte monografica si apre con un punto di vista neurobiologico

sul dolore, attraverso la spiegazione della Dott.ssa Luisa Motti (neurologa). Anche se è difficile definire il dolore per via di una componente soggettiva molto importante, il suo aspetto neurofisiologico ci risulta comunque chiaro e comprensibile nelle sue strutture e nei suoi meccanismi fondamentali. Le psicologhe Laura Muscatello, Daniela Beltrami e Linda Iotti si concentrano in particolare sul cosiddetto dolore cronico e ne illustrano le componenti fisiologiche e psicologiche, facendoci così comprendere come gli aspetti cognitivi influenzino la percezione del dolore. Andrea Zangrandi (neuroscienziato) ci parla della percezione del dolore altrui attraverso quel tratto comportamentale e biologico che si esplica nell'empatia: cerca di spiegare come sia possibile “comprendere” le emozioni e gli stati interni di un’altra persona e cosa avvenga nel nostro cervello quando proviamo un senso di empatia per il prossimo. Da un punto di vista generalmente “esistenziale” esistono aspetti positivi del dolore psichico? È questa la domanda alla quale cerca di dare una risposta Giorgio Giorgi (psicoterapeuta di scuola junghiana). Aurelio Giavatto (dermatologo) punta l'attenzione nuovamente sul dolore visto in senso fisiologico e, in particolare, sul ruolo della fascia nel dolore cronico, dove per fascia si intendono tutti i tessuti connettivi collageni che permeano il corpo umano e che creano e mantengono nel corpo una connessione di Matrice Extracellulare. Il contributo di Giorgio Chiessi (medico legale) fa luce sulla componente soggettiva del dolore in ambito giudiziario, proprio perché “la giustizia si trova

immancabilmente ad affrontare situazioni e fatti in cui il dolore e la sofferenza fisica e psichica sono al centro di valutazioni da cui derivano conseguenze di tipo giuridico ed economico” e queste valutazioni incidono sulla vita concreta degli individui. Tuttavia il dolore non ha solo implicazioni individuali, generalmente sociali ed economiche, ma abbraccia un'intera cultura. Ogni società può dare una propria definizione di dolore: da qui l'intervento di Martina Esposito (antropologa), che tenta di capire cosa rappresenti il dolore per l'uomo in termini culturali e quindi anche simbolici. Un ulteriore spostamento di prospettiva si ha nell'indagine del dolore dal punto di vista filosofico e religioso (come avviene nel contributo di Antonio Petrucci, filosofo). Come è facile intuire, le implicanze morali del dolore subito e inflitto spalancano davanti al lettore millenni di riflessioni e interrogativi. Non poteva mancare un'incursione nella letteratura (articolo di Adriano Amati, scrittore e giornalista), una delle forme espressive che più contribuisce, insieme alle arti figurative, a restituirci l'immagine che una civiltà si forma intorno ai nodi essenziali della vita. Gli Editori La Clessidra Editrice Libera Università di Neuroscienze Anemos

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CONTATTI. Si possono inviare proposte di articoli, segnalazioni di eventi, commenti o altro all’indirizzo che segue: redazione@clessidraeditrice.it Su Facebook. Neuroscienze Anemos LaClessidraEditrice

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gen-mar 2018 | anno VIiI - numero 28

sul dolore

Fisiologia, psicologia e antropologia del dolore Rubriche

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L'uomo macchina

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Neuronews

▪ Gli effetti negativi del multitasking ▪ Geni e ore di sonno ▪ Il segreto della longevità ▪ Effetto placebo

Editore Editrice La Clessidra / Anemos Redazione Via 25 aprile, 33 42046 Reggiolo (RE) redazione@clessidraeditrice.it Tel 0522 210183 Direttore Responsabile Davide Donadio davidedonadio@clessidraeditrice.it

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Direttore Scientifico Marco Ruini info@anemoscns.it

www.clessidraeditrice.it

Spettri letterari Psicologia della paura nel romanzo gotico inglese di Davide Donadio

12 Incontri ▪ Nuove prospettive delle neuroscienze ▪ LVIII Congresso Nazionale SNO

Redazione:

Marco Barbieri, Tommy Manfredini, Paola Torelli. Comitato scientifico* Adriano Amati Laura Andrao Mario Baratti Mauro Bertani Raffaele Bertolini Vitaliano Biondi Giuseppe Cupello Lorenzo Genitori

Enrico Ghidoni Aurelio Giavatto Giorgio Giorgi Franco Insalaco Francesca Luziatelli Laura Muscatello Danilo Morini Muzzini Simonetta

Antonio Petrucci Giorgio Reggiani Antonio Nesci Ivana Soncini Leonardo Teggi Sara Uboldi Bruno Zanotti

* Il comitato scientifico è composto da persone che partecipano a vario titolo e con continuità differente alle attività organizzate dalla Libera Università di Neuroscienze Anemos e di La Clessidra Editrice.

Hanno inoltre collaborato:

Daniela Beltrami, Giorgio Chiessi, Martina Esposito, Linda Iotti, Luisa Motti, Antonio Nesci, Andrea Zangrandi Luogo di stampa

E.Lui Tipografia - Reggiolo (RE) Registrazione n. 1244 del 01/02/2011 Tribunale di Reggio Emilia Iconografia: alcune immagini presenti in «Neuroscienze Anemos» sono tratte da siti internet contenenti banche dati di immagini di libero utilizzo. Qualora vi fossero stati errori e omissioni relativi al diritto d’autore l’editore rimane a disposizione per sanare la sua posizione.


SOMMARIO

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Anemos neuroscienze

neurologia | neurofisiologia

Neurofisiologia e clinica del dolore Studio sull'origine del dolore, cosa lo provoca e come noi lo percepiamo di Luisa Motti

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psicologia | neurofisiologia

Dolore cronico

Aspetti neurofisiologici e trattamento di Laura Muscatello, Daniela Beltrami, Linda Iotti

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neuroscienze | psicologia

Empatia per il dolore

Come si soffre per il dolore degli altri di Andrea Zangrandi

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psicologia | psicoanalisi

Aspetti positivi del dolore psichico

Il dolore psichico come parte di un processo di guarigione verso la felicità di Giorgio Giorgi

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medicina | biologia

Il ruolo della fascia nel dolore cronico

Nel nostro corpo la fascia è il tessuto più sensibile al dolore di Aurelio Giavatto

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Dolore

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filosofia | religione

Indagine sul dolore Fra religione e filosofia di Antonio Petrucci

Dolore, sofferenza e soggettività in tribunale Il problema del riconoscimento e del risarcimento del danno di Giorgio Chiessi

antropologia | sociologia

L'interpretazione del dolore in antropologia di Martina Esposito

giurisprudenza | medicina

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letteratura

Sofferenza fisica e morale negli scritti di ieri e di oggi Un viaggio nel tempo attraverso il mondo della letteratura per scoprire il significato del dolore di Adriano Amati

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neuronews

RUBRICHE

Rassegna di notizie dal mondo della scienza

Il senso della punizione I bambini e gli scimpanzé percepiscono le giuste punizioni come gli adulti

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a punizione è davvero il giusto modo per far rispettare le norme sociali? Sì, secondo una ricerca condotta dal Max Planck Institut per le scienze cognitive e le neuroscienze di Lipsia, che ha evidenziato come sia gli scimpanzé che i bambini di almeno sei anni provano soddisfazione a vedere inflitta una giusta punizione, anche se questo comporta per loro un costo. È così emerso che entrambi mostrano lo stesso interesse degli adulti a vedere puniti i comportamenti antisociali. Gli studiosi li hanno sottoposti a delle scene in cui un attore condivideva del cibo o un giocattolo con un altro o, all'opposto, mostrava un comportamento antisociale, tenendo per sé quel bene. In un secondo momento compariva sulla scena un terzo personaggio che iniziava a percuotere il primo. Agli spettatori venivano offerte due possibilità: o vedere solo l'inizio della scena o osservarla tutta a patto di sopportare un costo (per i bambini restituire alcuni adesivi ricevuti, per gli scimpanzé compiere uno sforzo fisico). Sia i bambini che gli scimpanzé hanno accettato di vedere l'intera scena quando ad essere percosso era chi aveva avuto un comportamento antisociale, mentre erano meno motivati quando il protagonista era un soggetto che aveva avuto un comportamento prosociale. Secondo i ricercatori questo dimostra non solo che il sesto anno è una tappa significativa nello sviluppo cognitivo dell'essere umano, ma che la punizione ha un importante ruolo in caso di comportamenti antisociali.

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Gli effetti negativi del multitasking Con il tempo influisce negativamente sulla memoria a lungo termine

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on il termine multitasking si indica la capacità di svolgere più compiti in contemporanea, una dote sempre più richiesta oggi, con la quotidianità che vede un numero sempre maggiore di persone impegnate contemporaneamente su molti fronti sia a casa che al lavoro Secondo un recente studio, condotto dai ricercatori dell’università di Los Angeles e pubblicato su Psychological Science, impegnare le risorse mentali su più compiti alla volta rischia con il tempo di ridurre la materia grigia del cervello e di far diminuire la memoria a lungo termine. Tuttavia, non dobbiamo preoccuparci: il nostro cervello sa riconoscere le questioni essenziali e non le mette in secondo piano, anche se si sta facendo altro. La ricerca ha coinvolto duecento volontari, a cui è stato dato il compito di ricordare il maggior numero possibile di parole che venivano loro presentate su uno schermo. Alcuni potevano concentrare la loro attenzione solamente su questo compito, altri venivano “distratti” da altri compiti, come ascoltare musica o premere un tasto del

computer. Inoltre, ogni parola veniva presentata insieme ad un numero e i partecipanti dovevano ricordare le parole con un punteggio più alto. È così emerso che mentre si ricordavano più facilmente le parole associate a punteggi alti, se si dovevano eseguire due compiti insieme, la memoria peggiorava. Come ha spiegato Catherine Middlebrooks, autrice dello studio: “quando la nostra attenzione viene divisa non ricordiamo tutto perfettamente, ma siamo ancora capaci di focalizzarci su ciò che riteniamo rilevante. Una capacità che è forse un adattamento a un mondo in cui le interruzioni della concentrazione sono sempre di più, basti pensare alle continue notifiche di messaggi sullo smartphone. Tuttavia, se dobbiamo studiare qualcosa di nuovo o applicarci a un compito complesso, meglio evitare distrazioni: ricorderemo di più”. Non solo, un'altra ricerca dell’University College di Londra ha notato come la densità di materia grigia in alcune aree cerebrali risulti ridotta in chi è abituato a usare vari dispositivi digitali per far più cose contemporaneamente.


Anemos neuroscienze

Gen-Mar 2018 | anno VIII - numero 28

Geni e ore di sonno A influenzare la variabilità delle ore di sonno necessarie per riposarsi è una rete di geni

I

l bisogno di dormire è innato nell'uomo. Quello che cambia nei diversi individui è il numero di ore di sonno necessarie per sentirsi riposati. Finora il bisogno di sonno ha rappresentato uno dei più grandi misteri della biologia, ma ora una ricerca pubblicata su PLoS Genetics e compiuta da Susan Harbison, del National Heart, Lung and Blood Institute (NHLBI), ha scoperto che alla base di questa differenza c'è un piccolo gruppo di geni. Lo studio ha visto come protagonista il moscerino della frutta, un organismo semplice che però consente di studiare processi fisiologici fondamentali, spesso validi anche per gli animali più complessi. Incrociando tra loro diverse generazioni

di moscerini, i ricercatori hanno distinto due diversi ceppi: uno di lunghi dormitori, per cui il sonno durava anche 18 ore al giorno, e uno di brevi dormitori, per i quali erano sufficienti tre ore di sonno giornaliere. Per prima cosa è stata analizzata la longevità media dei moscerini e si è scoperto che non c'era differenza tra i due ceppi per quanto riguardava la longevità media. In un secondo momento è stato, invece, analizzato il corredo genetico di entrambi i ceppi, identificando così 126 varianti di 80 geni associati alla durata del sonno. Questi geni permettono di codificare le proteine fondamentali per molte funzioni

fisiologiche dell'intero organismo e, in particolare, del sistema nervoso centrale. Ad esserne coinvolti sono l'EGFR, il recettore del fattore di crescita dell'epidermide, la via di segnalazione Wnt, che regola le comunicazioni della cellula, e la via di segnalazione Hippo, che controlla la diffusione delle cellule e l'apoptosi. La ricerca ha inoltre evidenziato un'altra interessante scoperta: se lasciati liberi di riprodursi, i moscerini brevi dormitori davano vita a una progenie in cui la durata del sonno man mano s'allungava.

Alzheimer e processi infiammatori

U

Un nuovo studio chiarisce alcuni processi biomolecolari coinvolti nello sviluppo di questa patologia neurodegenerativa

n gruppo di ricercatori dell'Università di Bonn, guidato da Michael T. Heneka, ha fatto un'importante scoperta per quanto riguarda la comprensione del ruolo dei processi infiammatori nello sviluppo della malattia di Alzheimer. L'articolo, pubblicato su Nature, ha permesso di identificare alcuni processi biomolecolari che collegano il sistema immunitario allo sviluppo di questa patologia neurodegenerativa. Il cervello delle persone affette da Alzheimer è caratterizzato dall'accumulo di aggregati di proteine beta amiloidi che formano placche e che, insieme alla proteina tau, compromettono progressivamente i neuroni. Finora si sapeva che nella formazione di queste

placche giocassero un ruolo importante i processi infiammatori, ma non era stato possibile individuare nello specifico i processi molecolari coinvolti. Questa nuova ricerca ha invece mostrato che il contatto delle cellule della microglia (che formano la difesa immunitaria all’interno del cervello) con sostanze potenzialmente infiammatorie può a volte innescare una risposta non corretta. In questo processo gioca un ruolo importante la proteina NLRP3, una sorta di sensore intracellulare in grado di individuare sostanze biochimiche anomale: da una parte attiva un enzima, la caspasi-, dall'altra permette la sintesi e il rilascio della proteina ASC. Nelle cellule, che non fanno parte del sistema immunitario, il rilascio di

questa proteina porta alla morte della cellula che l’ha sintetizzata, tranne che nelle cellule della microglia, dove svolge un duplice compito: facilita l’aggregazione in placche delle proteine beta amiloidi e stimola una riposta infiammatoria da parte delle altre cellule della microglia. Nel cervello si manifesta così uno stato di infiammazione costante di bassa entità che tuttavia nel lungo periodo provoca seri danni. Infine, i ricercatori hanno trovato un modo per contrastare la formazione di placche amiloidi nei topi predisposti: o privandoli del gene per la produzione della proteina NLRP3 o somministrando loro anticorpi diretti contro la proteina ASC.

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neuronews Rassegna di notizie dal mondo della scienza

RUBRICHE

Il segreto della longevità I legami tra la proteina della longevità e la regolazione del metabolismo

I

l segreto della longevità? È racchiuso nelle proteine Klotho, che hanno un ruolo importante nella regolazione della longevità e del metabolismo. Un recente studio compiuto da Joseph Schlessinger e colleghi a Yale, e pubblicato su Nature, ha permesso di fotografare in 3D la struttura di una di queste proteine, la beta-Klotho, e di studiare il suo complesso meccanismo d'azione oltre al suo potenziale terapeutico. La scoperta, secondo gli studiosi, potrebbe fornire utili implicazioni per le ricerche delle terapie volte a combattere diverse malattie, come diabete, obesità e alcuni tumori.

Al fine di studiare il funzionamento della proteina beta-Klotho, i ricercatori hanno utilizzato la cristallografia a raggi X, una tecnica che fornisce visualizzazioni tridimensionali ad alta risoluzione di queste proteine. Le proteine Klotho si trovano sulla superficie di alcune cellule e si legano ad una famiglia di ormoni, gli Fgf endocrini, deputati a regolare i processi metabolici con fegato, reni e cervello. Dalle analisi è emerso che beta-Klotho è il recettore primario che si lega a Fgf21, un ormone chiave prodotto quando si ha fame. Quando si legano insieme, l'ormone stimola la sensibilità all'insulina e il me-

tabolismo del glucosio, portando alla perdita di peso. La scoperta apre così la strada allo sviluppo di future terapie in pazienti obesi e con diabete di tipo 2. Come spiegato dall'equipe di ricerca, la scoperta “mostra che è possibile aumentare la combustione delle calorie senza modificare l'assunzione di cibo, e noi ora abbiamo capito come migliorare l'attività biologica di questo ormone".

Cromosoma Y È davvero condannato a una lenta sparizione?

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l cromosoma Y, quello della mascolinità, è destinato a scomparire in futuro? A sollevare il problema è stato un articolo pubblicato su The Conversation. Il cromosoma Y è infatti più piccolo del cromosoma X e contiene un numero minore di paia di basi (65 milioni l'Y, rispetto ai 150 milioni dell'X). Eppure non è sempre stato così: secondo ricerche scientifiche 166 milioni di anni fa, il proto-Y dei primi mammiferi era delle stesse dimensioni dell'X e conteneva lo stesso numero di geni. Tuttavia, nel corso dell'evoluzione una grossa quantità di geni che ne faceva parte è andata

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perduta. Questo sembra dipendere dal fatto che il cromosoma Y ha minore facilità ad essere trasmesso all'embrione: i due cromosomi X della donna fanno si che qualora uno dei due sia anomalo, la presenza di un identico cromosoma può mascherare questa anomalia e in un certo modo compensarla. Al contrario nell'uomo, con due cromosomi differenti, questo effetto di mascheramento non avviene. In questo l'uomo modo non può godere dei benefici della ricombinazione genetica e, in caso di errori nel gene, non riesce ad eliminare eventuali mutazioni

indesiderate. Quindi man mano che i geni dell'Y degenerano, vengono scartati a favore di geni non corrotti. Inoltre, la presenza del solo cromosoma X nelle femmine, fa sì che in caso di un gene malfunzionante, l'altro possa intervenire per sopperire alla parte malata. Per porre fine a questa lenta scomparsa, il cromosoma Y ha sviluppato un'efficace strategia: un meccanismo di amplificazione genica, che gli permette non solo di acquisire molte copie corrette dello stesso gene da usare in caso di mutazione, ma che sta anche creando una pausa nella sua involuzione.


Anemos neuroscienze

Gen-Mar 2018 | anno VIII - numero 28

Una rete neurale che legge Il pensiero Riesce a riprodurre l'immagine a cui si sta pensando

U Effetto placebo Come funziona e che ruolo gioca nella cura?

È

stato dimostrato come un ambiente di cura adeguato e una buona relazione con il medico intervengono a potenziare gli effetti della cura farmacologica. Ma come funziona esattamente l'effetto placebo? Per prima cosa gli studi in questo campo vanno inseriti in quello più ampio degli studi sul dolore, dove si evidenzia che il dolore non è solo dato dalle informazioni provenienti dal nostro sistema nervoso, ma giocano un ruolo importante anche elementi contestuali e relazionali. Ad indagare il funzionamento dell'effetto placebo sono stati due studi. Secondo il primo, pubblicato su Neuroscience, l'effetto placebo funzionerebbe grazie al meccanismo di apprendimento classico: quando impariamo che un determinato farmaco funziona e ci fa stare meglio, assumere il suo placebo

porta al rilascio delle stesse sostanze analgesiche che il cervello avrebbe rilasciato se si fosse assunto il farmaco vero e proprio. È quindi un meccanismo inconscio. Secondo invece Fabrizio Benedetti, professore ordinario di neurofisiologia e fisiologia umana all’Università di Torino, a determinare il ruolo dell'effetto placebo è un meccanismo conscio, che riguarda le aspettative che il paziente fa a proposito di una determinata cura. A giocare un ruolo importante non è solo ciò che assumiamo, ma anche il modo in cui presentiamo a noi stessi il farmaco o la relazione di cura. Allo stesso modo dell'effetto placebo, esisterebbe anche l'effetto nocebo, l'effetto contrario. Per cui un approccio non positivo verso un farmaco andrà a svantaggio della cura stessa.

n gruppo di ricercatori dell'Università di Kyoto ha creato una rete neurale in grado di leggere nel pensiero, decifrando le immagini che vediamo, identificando la nostra attività cerebrale e mostrandola a sua volta. Rispetto ai precedenti sistemi creati, questa è la prima volta che il sistema permette una lettura complessa, non limitata solo ad alcune forme base. La nuova tecnica, chiamata deep image reconstruction, si basa su algoritmi capaci di interpretare e riprodurre immagini complesse basandosi su molteplici livelli di lettura, come forma, colore e contrasti luminosi. Il suo modo di agire è quindi simile a quello del cervello umano, in quanto gestisce lo stimolo in modo gerarchico. La ricerca si è svolta in dieci mesi e ha visto la partecipazione di tre soggetti a cui è stato chiesto di osservare un migliaio di immagini di tre tipologie: entità naturali, forme geometriche artificiali e lettere dell'alfabeto. I soggetti sono stati sottoposti a risonanza magnetica funzionale sia mentre guardavano le immagini, sia mentre le immaginavano soltanto. A quel punto i dati raccolti della corteccia visiva sono poi stati trasmessi alla rete neurale, che li ha decodificati e usati per creare una sua interpretazione delle singole immagini, lavorando per livelli gerarchici e di interpretazione. Anche se il modello è stato istruito solamente sulle immagini naturali, come uomini e animali, si è dimostrato in grado di ricostruire anche lettere e forme geometriche, mostrando così di avere appreso la tecnica e di poterla utilizzarla partendo senza dati di confronto. Per ora deve solo migliorare l'accuratezza delle rappresentazioni, dal momento che sono sì riconoscibili, ma imprecise.

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L'uomo macchina Appunti liberi tra filosofia della mente, linguistica, divagazioni antropologiche e letterarie

RUBRICHE

Spettri letterari

Psicologia della paura nel romanzo gotico inglese

di Davide Donadio

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ntri bui, castelli diroccati, cadaveri vaganti, apparizioni spettrali. Le mille declinazioni di queste inquietanti immagini, che oggi ci sono così familiari, nascono in un'epoca abbastanza precisa della storia europea. Siamo all'inizio del XVIII secolo, imperversa la visione illuministica del mondo, ma lassù, nella Vecchia Inghilterra, si riscopre contemporaneamente il fascino del gotico in architettura. Lo stile classico, con la sua razionalità e il suo nitore, è da sempre il riferimento iconico e stilistico del potere e dei circoli ufficiali: capitelli, colonne e marmi richiamano la razionalità dei greci e il concetto di autorità e potere dell'impero romano e sono perciò funzionali all'immagine del potere. Tuttavia, sta nascendo un gusto popolare indipendente da poteri ufficiali. Grazie ad un'alfabetizzazione abbastanza diffusa, nel Regno Unito esistono sempre più fruitori di prodotti culturali, in particolar modo lettori, che vanno a formare un primo embrionale mercato editoriale. Ma c'è di più. La nascita di quello che vien detto gothic revival ben presto contagia le arti figurative e la letteratura e fonda parte della sua fortuna in Inghilterra e nelle terre tedesche sul desiderio di ritrovare radici reali di una genuina e autoctona cultura anglosassone e generalmente germanica. Un desiderio che diverrà evidente con il movimento romantico e riguarderà anche le altre lingue e culture di origine germanica (come è noto, l'in-

glese è una lingua della famiglia germanica). Se capitelli e colonne classiche vengono percepiti come prodotti di ascendenza mediterranea, guglie e bifore a sesto acuto sono un'elaborazione visiva che i popoli nordici, non sempre a ragione, sentono più propria perché nata in un'epoca, i secoli medievali, che viene percepita come il periodo di nascita e sviluppo delle varie realtà nazionali germaniche. Accanto a queste motivazioni sociologiche e storiche, dobbiamo considerare che al successo del gothic revival contribuirono anche componenti strettamente psicologiche, soprattutto riguardo alla letteratura. Il genere in letteratura viene inaugurato da Horace Walpole, con il suo romanzo breve Il castello di Otranto (1764). Romanzo, in verità, ingenuo e poco strutturato, ma in cui si ritrovano già tutti i cliché della narrazione gotica, dal castello, all'apparizione del fantasma. È curioso, però, che gli autori inglesi collochino spesso le loro visioni orrifiche nel mondo latino e cattolico, più predisposto con la sua forte componente rituale e iconografica alle rappresentazioni e alle suggestioni del genere. Il monaco di Matthew Gregory Lewis (1796) è ambientato nella Spagna medievale e cattolica, mentre molti romanzi di Ann Radcliffe, autrice che ebbe notevole successo, sono di ambientazione italiana o coinvolgono comunque

personaggi di origine italiana. Si pensi al libro I Misteri di Udolpho (1794) e a L'italiano (1797). Gli autori sopra citati, inoltre, costituiscono due differenti visioni del gotico: la presenza di un soprannaturale reale che agisce concretamente sul mondo con Lewis, e una visione in definitiva più razionale con Ann Radcliffe nelle cui trame si trova sempre una spiegazione naturale al mistero. Questo tipo di letteratura veniva visto dagli intellettuali dell'epoca come qualcosa di triviale, popolare e adatto alle sciocche ragazze delle classi benestanti che cercavano clandestinamente evasione nelle emozioni forti date da racconti di paura, di omicidi, intrighi. Si consideri, inoltre, che spesso nel roman-


Anemos neuroscienze

Gen-Mar 2018 | anno VIII - numero 28

Immagini - A sinistra, stampa inglese d'epoca che raffigura una ragazza intenta a leggere un romanzo gotico. Sopra, Bela Lugosi, attore ungherese, tra i primi e più conosciuti interpreti del Conte Dracula, nel film Dracula del 1931 di Tod Browning, pellicola piuttosto fedele al romanzo di Bram Stocker del 1897. zo gotico vi era una componente erotica, più o meno esplicita. Pudori mal celati inducevano così molti autori a presentare le loro pubblicazioni come traduzioni o sotto pseudonimi. Reazione differente, ma pur sempre dettata dalla diffidenza, è la rielaborazione parodiata del gotico da parte di autori che continuavano a guardare al genere come a un prodotto artistico inferiore. La stessa Jane Austen, con L'Abbazia di Northanger (1818), sentì il bisogno di parodiare, certo con garbo, le giovani che si lasciavano catturare da sentimentalismi accesi dalla lettura

dei romanzi gotici, decisamente estranei alla realtà sociale del tempo. Probabilmente la Austen, che tentava di riabilitare l'autonomia morale delle donne della sua epoca, vedeva come una battuta d'arresto il ritorno ad eroine passive. Pregiudizi e timori non impedirono al genere di prosperare. I pochi autori sopra citati sono quelli più universalmente noti e che godono ancora oggi di fortuna editoriale, ma vi fu un proliferare ben più ampio di autori e autrici che sfruttarono abilmente l'onda gotica. Le motivazioni psicologiche, di cui parlavamo in apertura, possono apparire semplicistiche, ma possono spiegare bene il successo, fino ai nostri giorni, dell'horror e del macabro. Il piacere di provar paura ascoltando racconti e vedendo immagini che incutono timore, angoscia o vero e proprio terrore, non è dissimile a quanto Aristotele notoriamente definiva Catarsi (per la quale emozioni irreali "liberano" lo spettatore con le passioni rappresentate dall'angoscia e dalla pau-

ra rappresentate nell'opera d'arte) e da quanto in epoca romantica si definiva sublime, concetto teorizzato già da Edmund Burke nel 1757 e reso celebre da un breve trattato di Kant. Sono “sublimi” fenomeni e immagini di apparenza terrifica e distruttiva, paurosa e anche violenta, che, visti da uno spettatore che non corre nessun pericolo, provocano emozioni forti e quindi, paradossalmente, piacere. Non è un caso che il cinema, fin dagli albori, non rinunciò a tematiche gotiche, riproducendo sulla pellicola opere letterarie come il Frankenstein di Mary Shelley (1818) e il fortunatissimo Dracula di Bram Stocker (1897), oltre ad un'infinità di altre storie ambientate in case lugubri e vecchi castelli, tra mostri e assassini della più varia specie, che presero vita in pellicole ormai dimenticate. In un modo non dissimile, ancora oggi, tentiamo di liberarci dalla paura e dimenticarci della morte.

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INCONTRI

RUBRICHE

Eventi scientifici e culturali

Nuove prospettive delle Neuroscienze Le ricerche dei giovani ricercatori italiani. 23 febbraio, Napoli

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a Società Italiana di Neuroscienze (SINS) organizza per venerdì 23 febbraio il Convegno Nazionale dei Dottorandi di Neuroscienze dal titolo: “Nuove prospettive delle Neuroscienze: le ricerche dei giovani ricercatori italiani”. L'incontro si svolge a Napoli presso l'Aula Magna del Centro Congressi dell’Università Federico II (via Partenope, 36) e l'organizzazione locale è a cura del Dipartimento di Neuroscienze, Scienze Riproduttive e Odontostomatologiche della Scuola di Medicina e Chirurgia dell’Università Federico II. Il convegno è l'occasione per riunire i giovani ricercatori italiani che svolgono la loro attività nel campo delle Neuroscienze, con l'obiettivo di promuovere l’interazione e lo scambio d’idee su problemi di ricerca di grande impatto scientifico e sociale. Il Convegno sarà suddiviso in Comunicazioni orali, presentate dai giovani ricercatori che svolgono le loro ricerche nell’ambito dei Dottorati di ricerca in Neuroscienze, in due Plenary Lectures e nella sessione Poster, allo scopo di promuovere maggiormente l’interazione scientifica per consentire ai giovani ricercatori di ricevere utili suggerimenti per le loro ricerche. La lingua ufficiale del Convegno è l’inglese. Per maggiori informazioni è possibile consultare il sito internet: www.sins.it

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LVIII Congresso Nazionale SNO 2-5 maggio, Riccione

S

i svolgerà dal 2 al 5 maggio, presso il PalaRiccione (via Virgilio 17 - Riccione), il LVIII Congresso Nazionale SNO dal tema “Le neuroscienze di oggi: lo stato dell’arte e il valore dell’interattività multidisciplinare”. Il filo conduttore dell'incontro sarà “l’interattività multidisciplinare” intesa come interscambio comunicativo che consenta ai professionisti di agire l’uno in correlazione con gli altri, sulla base di scelte e decisioni condivise. Il flusso comunicativo costante si propone per il superamento delle eventuali contrapposizioni fra cultori dei diversi campi delle Neuroscienze, consapevoli del fatto che le resistenze umane alla realizzazione di reti efficienti, potrebbero essere, quasi per assurdo, un limite superiore a quello dato dal mancato adeguamento tecnologico e da modelli organizzativi non ancora rodati. Argomenti del congresso: Gliomi update: diagnosi e trattamento - Ictus in acuto - Sclerosi multipla - Disturbi funzionali in neurologia - Dissezioni arteriose e stenosi intracraniche - Cefalee: le urgenze e

le nuove terapie - Ictus, FA e NOAC: up to date - Usi clinici della tossina botulinica - Epilessie - Patologia degenerativa del rachide - Encefaliti autoimmuni ed encefalopatie dismetaboliche - Patologia venosa cranio-encefalica Spazio cochrane. le evidenze, i giovani neurologi e… il direttivo SNO - Organizzazione dipartimentale in neuroscienze: la terra promessa? - Conflitti neurovascolari - Malformazioni durali - Urgenze neurologiche nelle demenze - Ictus in post-acuto - MAV non rotte - CIDP update: diagnosi e terapia - La DBS e le terapie avanzate nella malattia di Parkinson - Idrocefalo normoteso. Approccio multidisciplinare - La farmacologia di genere - Sagittal balance nella chirurgia spinale - Le lesioni traumatiche del sistema nervoso periferico - Telemedicina / telestroke - La riabilitazione nelle neurolesioni dalla fase acuta agli esiti: conferma e proposte per rispondere alle sfide del prossimo futuro Cause rare di ictus giovanile. Per maggiori informazioni e per il programma dettagliato: http://sno2018.snoitalia.org


A Il tema del numero

sul dolore Fisiologia, psicologia e antropologia del dolore

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Gli argomenti trattati nel numero

neurofisiologia, NEUROLOGIA E PSICOLOGIA

Studio sull'origine del dolore, cosa lo provoca e come noi lo percepiamo Dolore cronico: aspetti neurofisiologici e trattamento Articoli p. 17, 22

1 neuroscienze, psicologia e psicoanalisi

2

medicina e biologia

Nel nostro corpo la fascia è il tessuto piÚ sensibile al dolore Articolo p. 36

Come si soffre per il dolore degli altri Il dolore psichico come parte di un processo di guarigione verso la felicitĂ Articoli p. 29, 32

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Mappa concettuale: il Tema del numero

Proposte per percorsi di lettura interdisciplinari 14


Anemos neuroscienze

Approfondimenti interdisciplinari e altri punti di vista

letteratura

Un viaggio nel tempo attraverso il mondo della letteratura per scoprire il significato del dolore

7

Articolo p. 57

giurisprudenza e medicina

Il problema del riconoscimento e del risarcimento del danno Articolo p. 40

filosofia e religione

antropologia e sociologia

Indagine sul dolore fra religione e filosofia

L'interpretazione del dolore in antropologia

Articolo p. 50

Articolo p. 45

5 4 Strumenti di lettura

{

6

I testi di ÂŤNeuroscienze AnemosÂť sono idealmente suddivisi in In - Interdisciplina App - Approfondimenti R/Np - Ricerca e nuove proposte Agli articoli viene inoltre assegnato un numero che indica la complessitĂ di comprensione del testo da 1 a 5.

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Neurologia

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Neurofisiologia

Gen-Mar 2018 | anno VIII - numero 28


Anemos neuroscienze

Gen-Mar 2018 | anno VIII - numero 28

neurofisiologia e clinica del DOLORE Studio sull'origine del dolore, cosa lo provoca e come noi lo percepiamo

In

di Luisa Motti

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parole chiave. Dolore, sistema nervoso centrale, nocicezione, stimolo. Abstract. Il dolore costituisce un problema clinico di non facile soluzione, in quanto è una percezione sensoriale complessa, influenzata dalle emozioni e dalle condizioni ambientali. L'articolo indaga le strutture nervose e le vie che portano alla percezione del dolore, distinguendo tra dolore acuto e dolore cronico.

P

ercezione sensoriale. Il dolore, la vista, l’udito, il tatto, l’olfatto, il gusto e la sensazione di movimento del corpo prendono tutti origine dai sistemi sensoriali. A loro volta queste percezioni costituiscono il fondamento della nostra conoscenza del mondo. Il processo di percezione co-

mincia a livello di cellule recettrici sensibili ad uno specifico tipo di stimolo da cui se ne percepisce una sensazione. Così un raggio di luce di breve lunghezza d’onda che colpisce la retina viene percepito come blu, lo zucchero posto sulla lingua come dolce. Neuroni specifici dei sistemi sensoriali, siano essi recettori periferici o cellule

centrali, codificano attributi specifici delle sensazioni come la sede dello stimolo e le sue proprietà. I sistemi sensoriali sono costituiti da neuroni che mettono in connessione i recettori periferici con il midollo spinale, il tronco dell’encefalo, il talamo e la corteccia cerebrale. Avvertiamo che uno stimolo tattile è stato applicato alla ◄

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Neurologia

Neurofisiologia

Gen-Mar 2018 | anno VIII - numero 28

Strutture nervose e dolore ENCEFALO Corteccia

Talamo ►

NEURONE DI TERZO ORDINE

Vie neuromodulatorie discendenti

stimolo

NEURONE DI SECONDO ORDINE

CUTE O VISCERI

► NEURONE DI PRIMO ORDINE

RECETTORE

MIDOLLO

◄ mano quando una popolazione di recettori tattili provoca, per il tramite di appropriate connessioni, l’attivazione di una popolazione di fibre afferenti che attivano specifiche aree della corteccia cerebrale. La caratteristica più singolare dell’organizzazione dei sistemi sensoriali è costituita dal fatto che ogni popolazione di recettori periferici, della superficie corporea così come dei vari organi, è rappresentata in modo sistematico a livello delle strutture cerebrali. La proiezione somatotopica corticale si sottrae però per la percezione sensoriale del dolore.

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I pro e i contro dell'aspetto soggettivistico del dolore. Il dolore è una percezione sensoriale notevolmente complessa. In misura maggiore di quanto non accada per le altre modalità sensitive, esso è influenzato dalle emozioni e dalle condizioni ambientali. Poiché dipende tanto

dall’esperienza, è quindi diverso da persona a persona. Il dolore costituisce un problema clinico di non facile soluzione. Inoltre le attuali conoscenze sull’anatomia e fisiologia dei circuiti specifici del dolore sono ancora frammentarie. Le sensazioni che noi chiamiamo dolore, punture, bruciature, sofferenze, dolori acuti, dispiaceri, si presentano con le caratteristiche dell’urgenza e della primordialità. Eppure il dolore può essere modulato da molte esperienze comportamentali, esempio la gioia del parto può sopprimere o ridurre il dolore, mentre la paura del dentista può intensificare sensazioni che altrimenti sarebbero innocue. La variabilità del dolore umano suggerisce l’esistenza di meccanismi in grado di modulare la trasmissione del dolore a livello delle vie che trasmettono informazioni dolorifiche e di modificare la reazione al dolore da parte dell’or-

Figura 1.1 - Le vie anatomiche del dolore. ganismo. Il sistema nervoso centrale (SNC) genera entrambi i tipi di attività modulatoria. È necessario fare una distinzione tra dolore e nocicezione. Con il termine nocicezione si definisce la recezione da parte del SNC di segnali evocati dall’attivazione di recettori sensitivi specializzati, i nocicettori, i quali forniscono informazioni concernenti gli eventuali danni che subiscono i tessuti dell’organismo. Che cos'è il dolore? Con il termine dolore si indica la percezione di una sensazione spiacevole, di avversione, che viene avvertita a livello di una regione somatica. Il carattere di spiccata soggettività del dolore costituisce uno dei fattori che rendono difficile anche la definizione. Queste premesse possono risultare


Anemos neuroscienze

Gen-Mar 2018 | anno VIII - numero 28

utili a cogliere la definizione data dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e dalla IASP (International Association for study of Pain, 1986): il dolore è un’esperienza sensoriale ed emozionale spiacevole, associata ad un danno tissutale reale o potenziale, o descritto come tale. Le vie anatomiche del dolore comprendono un sistema afferente di trasduzione che conduce gli impulsi nocicettivi dalla periferia ai centri superiori, un sistema di riconoscimento che decodifica e interpreta l’informazione valutandone la pericolosità e predisponendo la strategia della risposta motoria, neurovegetativa, endocrina e psicoemotiva e un sistema di modulazione e controllo che provvede ad inviare impulsi inibitori al midollo spinale allo scopo di ridurre la potenza degli impulsi nocicettivi afferenti. I protagonisti di questa via complessa sono i recettori e le terminazioni sensitive periferiche, le vie afferenti periferiche, le vie afferenti centrali, i centri di integrazione e le vie di modulazione come riassunte nella fig. 1.1. I nocicettori sono terminazioni nervose libere delle fibre Aδ e C, sono distribuiti a livelli di cute dei muscoli, del periostio, nella capsula esterna dei visceri, nella parete vascolare e degli organi cavi e possono essere eccitati da vari tipi di stimoli, come stimoli fisici-meccanici (termici, pressori), stimoli chimici come va-

Figura 1.2 - Nel processo di integrazione dell’input nocicettivo con i segnali provenienti da altre vie centrali, il talamo svolge un ruolo fondamentale. Se queste sono le vie che portano alla percezione del dolore, un ulteriore progresso in ambito medico è stata l’identificazione delle principali vie di controllo del dolore che dai livelli più craniali del sistema nervoso centrale discendono nel midollo spinale.

riazione di pH, diminuzione di O2, sostanze chimiche algogene. Uno stimolo lesivo induce un danno tissutale che porta alla liberazione di diverse sostanze che attivano i nocicettori. Una volta percepito, lo stimolo dolorifico viene inviato attraverso le fibre A-delta e C (che costituiscono il primo neurone delle vie del dolore) al midollo spinale. Dalle corna posteriori del midollo spinale i segnali dolorosi vengono trasmessi lungo di esso fino al cervello attraverso due vie differenti: - la via neospinotalamica, a conduzione veloce; - la via paleospinotalamica a conduzione più lenta. Tali sistemi non sono nettamente separati e interpretabili ognuno nella sua specificità, data l’esistenza di interconnessioni comuni. Gli stimoli dolorosi sono trasmessi ai centri superiori telencefalici attraverso il secondo neurone. Strutture nervose e dolore. Il talamo rappresenta la principale stazione di smistamento dei segnali

dolorosi provenienti da entrambi i tratti spinotalamici verso la corteccia cerebrale. Questo smistamento avviene per mezzo del terzo neurone, che si connette direttamente con le varie zone sensoriali corticali, dove il dolore viene integrato, reso cosciente, valutato e, dove viene elaborata la risposta. Il talamo svolge quindi un ruolo fondamentale nel processo di integrazione dell’input nocicettivo con i segnali provenienti da altre vie centrali. Se queste sono le vie che portano alla percezione del dolore, un ulteriore progresso è stato conseguito con l’identificazione delle principali vie di controllo del dolore che dai livelli più craniali del sistema nervoso centrale discendono nel midollo spinale. Determinante è stata la scoperta che la stimolazione diretta di alcune regioni del cervello sopprime il dolore, ma ancora più lo studio della organizzazione delle vie anatomiche discendenti che controllano il dolore (dal mesencefalo, dal ◄

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Neurologia

Neurofisiologia lore ha portato a terapie specifiche e alla classificazione dei diversi tipi di dolore. La ricaduta clinica più importante è aver aperto a strategie terapeutiche specifiche: il rapporto tra l’attività delle fibre sottili e quella delle fibre più grandi nella conduzione del dolore ha portato all'utilizzazione della stimolazione elettrica come terapia antalgica. L’osservazione sperimentale che la stimolazione di alcuni siti del troncoencefalo comporta analgesia è una condizione che permette di sfruttare il sistema endogeno per controllare il dolore. Ancora la somministrazione intratecale e intradurale di oppioidi per il trattamento di alcune forme di dolore è seguita alla osservazione che l’applicazione topica di oppioidi a livello del midollo spinale comporta profondi effetti analgesici. Si distinguono 3 tipi di dolore: - il dolore nocicettivo, che può essere somatico o viscerale; - il dolore neuropatico; - il dolore psicogeno. Nel dolore nocicettivo si attivano i nocicettori periferici a livello delle strutture somatiche e viscerali. Una lesione o una infiammazione tessu-

tale libera mediatori chimici (bradichinina, istamina, potassio, sostanza P, ecc.) sostanze che cambiano la soglia dei nocicettori Il dolore neuropatico deriva da un danno a livello del sistema nervoso periferico o centrale che altera tutta la via afferente nocicettiva. Il dolore psicogeno può essere sia quello riferito dal paziente, in assenza di stimoli o danni periferici o neurologici, sia quello anticipatorio, tipico di molti pazienti che sviluppano ansia nei confronti del sopraggiungere del dolore. In fig. 1.3 sono riassunte le caratteristiche dei diversi tipi di dolore. Per le implicazioni fisiologiche e terapeutiche bisogna ancora distinguere tra dolore acuto e dolore cronico. Il dolore acuto, conseguente ad un trauma o a un intervento chirurgico, costituisce il segnale della presenza di uno stimolo nocivo e/o della presenza di un danno a livello tissutale. Tale segnale è di estrema utilità per-

Origine dello stimolo

Tipo di stimolo

Dolore nocicettivo

Esterna al sistema nervoso

Stimolazione dei nocicettori

Dolore neuropatico

Interna al sistema nervoso

Alterazioni anatomiche e/o funzionali del sistema nervoso

Dolore psicogeno

Origine "mentale"

Assenza di stimoli periferici o neurologici

◄ bulbo alle connessioni con il

midollo spinale), la scoperta e caratterizzazione dei recettori per gli oppioidi, la scoperta dei peptidi oppioidi endogeni e l’identificazione dei siti cerebrali sensibili alla morfina. I peptidi oppioidi endogeni e i loro recettori sono situati in punti chiave del sistema di modulazione del dolore. In questi ultimi 10-15 anni sono state conseguite molte conoscenze sui neurotrasmettitori implicati nella modulazione della nocicezione come diversi sottotipi di encefaline, la serotonina e la noradrenalina. Queste conoscenze possono spiegare condizioni di analgesia altrimenti difficili da comprendere, non solo esperimenti di laboratorio ma anche condizioni di analgesia nell’uomo come quella indotta da stress. Soldati feriti in battaglia o atleti, che si sono prodotti lesioni, riferiscono di non aver provato dolore almeno nella fase più acuta. Esperienze meno drammatiche e più quotidiane possono in effetti meravigliare chiunque, ma spiegarsi nel sistema di controllo endogeno del dolore. Lo studio sui recettori del do-

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Gen-Mar 2018 | anno VIII - numero 28

Figura 1.3 - Un riassunto delle principali caratteristiche dei diversi tipi di dolore.


Anemos neuroscienze

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Acuto

Cronico

Durata

< 3 mesi

≥ 3 mesi

Cause

Malattie acute, traumi, ferite, interventi chirurgici, indagini diagnostiche

Malattie croniche (artropatie, cancro, collagenopatie, neuropatie, ecc.)

Ansia, fiducia nel risultato della terapia

Depressione, spossatezza, inattività fisica isolamento sociale

Implicazioni emozionali e comportamentali Figura 1.4 - Una sintesi delle caratteristiche del dolore cronico e acuto. ché rappresenta un allarme, avverte di un pericolo e della necessità di ricorrere a una difesa (dolore = sintomo). Il dolore acuto è direttamente correlato all’entità del danno ed è giustamente considerato un indicatore di un danno tissutale o di malattia. In genere, il dolore acuto ha una durata inferiore ai 15 giorni. Il dolore cronico, al contrario, può essere scatenato da un iniziale evento lesivo e/o traumatico, ma si protrae nel tempo per fattori patogenetici che non sono direttamente correlati alla causa iniziale. È un dolore che si estende oltre il tempo necessario per la guarigione del danno anatomico che lo ha determinato. In questi termini, il dolore cronico corrisponde al dolore malattia. In generale, si può dire che persiste per più di 3 mesi; non è sempre riferibile ad un evento causale; diventa una patologia a sè stante; la sua intensità non è sempre correlabile con

lo stimolo causale; ha perso la sua funzione di avvertimento e protezione e per tutto questo rappresenta una particolare sfida terapeutica. Segue in fig. 1.4 una sintesi delle caratteristiche. L’insufficiente trattamento del dolore acuto può portare all’insorgenza di dolore cronico. Il dolore cronico si associa a modificazioni morfologiche del SNC. Il sistema nervoso è plastico e cambia nel tempo specialmente dopo un danno anatomico o funzionale, pertanto, uno stimolo può rimanere invariato come intensità, ma la risposta del sistema nervoso sia periferico che centrale cambia strutturalmente e spesso in modo irreversibile. La diagnosi di dolore-sintomo e/o di dolore-malattia resta ad oggi una diagnosi complessa, delicata, insidiosa dove, ancora una volta, la narrazione del Paziente resta fondamentale.

Bibliografia Schulte E, Hermann K, Berghöfer A, et al. Eur J Pain. 2009 Jun 29. (E-pub. ahead of print) Treede R.D. et Al., Ne635 Cruccu G.et Al., Eur J Neurol, Vol. 11, Issue:3(mar.2004), PP153-162 Cruccu G. Et Al., Eur J Neurol 2010 Aug 17 (8): 1010-8 E pub 2010 Mar 8. EFNS guidelines on neuropathic pain assessment. E.R Kendel, J.H.Schwartz, T.M. Jessell, Principi di Neuroscienze 2^ed.

Luisa Motti. Medico specialista in Neurologia e Neurofisiologia Clinica. Dirigente medico presso la neurologia di R.E. fino al 2016 con ruolo di Direttore F.F. nell’ultimo anno di servizio. Già responsabile della Unità Operativa Semplice di neurofisiologia e responsabile del centro Sclerosi Multipla. Collabora con la Società Italiana di Neurofisiologia, con l’Associazione Nazionale della Sclerosi Multipla, con il Centro di Neuroscienze Anemos. Direttore Sanitario dell’Hospice Casa Madonna dell’uliveto di RE.

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Psicologia

D 22

Neurofisiologia

efinizione e aspetti neurofisiologici del dolore cronico. L’Associazione internazionale per lo studio del dolore (IASP) definisce il dolore come “un’esperienza spiacevole, sensoriale ed emotiva, associata a un danno tessutale reale o potenziale”. Il dolore è utile se è finalizzato ad allertare l’organismo sulla presenza di stimoli dannosi o

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potenzialmente tali. Non è invece funzionale quando la persistenza dello stesso instaura un circolo vizioso che provoca una sindrome autonoma con impatto sulla vita di relazione, sugli aspetti psicologici, sociali, qualità di vita e da meccanismo di difesa diviene di offesa. Si parla pertanto in questo caso di dolore cronico, ovvero “che si protrae oltre il normale decorso di una malattia acuta o al di là del tempo

di guarigione previsto” (definizione della IASP). La Wisconsin Medical Society lo definisce come: dolore persistente, continuo o ricorrente di durata superiore a 6 settimane o di intensità sufficiente a produrre effetti negativi sul benessere del paziente, sui livelli funzionali e sulla qualità di vita (Wisconsin Medical Society, 2004). I progressi compiuti nelle neuroimmagini hanno consentito di col-


Anemos neuroscienze

Gen-Mar 2018 | anno VIII - numero 28

dolore cronico Aspetti neurofisiologici e trattamento

In

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di Laura Muscatello, Daniela Beltrami e Linda Iotti

parole chiave. Dolore cronico, neurofisiologia, modulazione psicologica. Abstract. Dopo aver individuato le aree cerebrali che concorrono alla percezione del dolore, si indagano i meccanismi cognitivi (ad es. anticipazione, aspettative, paure) come possibili fonti di aumentate percezioni. Il dolore cronico può contribuire allo sviluppo di pensieri e comportamenti disfunzionali che influiscono negativamente sul funzionamento quotidiano e sulla percezione del dolore stesso. la combinazione di diversi trattamenti psicologici integrati con interventi di tipo medico, che agisca sul singolo e sulla famiglia, può costituire un buon punto di partenza nella cura di pazienti con dolore cronico. mare il divario esistente tra le basi neurali (e relative attività cerebrali) e l'esperienza soggettiva del dolore, fornendoci una panoramica di quello che accade all’interno del nostro cervello. Nessuna singola area cerebrale è stata individuata come unica responsabile dell'elaborazione del dolore. Non esisterebbe pertanto un unico centro del dolore ma una complessa rete di regioni cerebrali conosciuta

come “matrice del dolore” (Melzack e Wall, 1965; Melzack, 1999). Questa matrice è composta da più regioni che coinvolgono anche altre funzioni sensoriali, motorie e cognitive, in cui l'informazione viene spesso elaborata in parallelo. Secondo Summers (2000), partendo dalla teoria del cancello di Melzack, l’esperienza del dolore coinvolge tre dimensioni, distinte ma interconnesse: una componente fisiologica

Tutti gli uomini sanno dare consigli e conforto al dolore che non provano (William Shakespeare) legata allo stimolo doloroso  che segue il segnale dai nervi periferici al centro; due dimensioni psicologiche, di cui una riguardante la va- ◄

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Psicologia

Neurofisiologia

Gen-Mar 2018 | anno VIII - numero 28

◄ lutazione cognitiva, ovvero il pro-

cesso di costruzione di significato dell’esperienza dolorifica, e l’altra concernente un processo affettivomotivazionale, legato ai valori, alle credenze, ai tratti e alle esperienze del singolo individuo (Molinari e Castelnuovo, 2010). Sarebbero specifiche attività del cervello ad aprire o chiudere il meccanismo spinale del cancello, accrescendo o diminuendo la sensazione di dolore, e i fattori psicologici avrebbero pertanto un impatto sull’esperienza del dolore stesso.  A livello neurale i sistemi costituenti la matrice del dolore sono: - la via mediale che sporge dal talamo mediale verso la corteccia cingolata anteriore e la corteccia dell’insula (l'ACC e l'IC) e processa la componente affettivo-motivazionale del dolore (es. spiacevolezza) (Tolle et al., 1999; Brown et al., 2015); - la via laterale che proietta dal talamo laterale alle cortecce somatosensoriali primarie e secondarie (SI e SII) e IC e processa l'aspetto sensoriale-discriminatorio del dolore (cioè posizione e intensità) (Apkarian et al. 2005; Kulkarni et al. 2005; Porro et al. 1998). Di particolare rilievo sono i processi coinvolti nel dolore cronico e nello specifico gli studi condotti sui pazienti affetti da fibromialgia. Le basi neurali della modulazione psicologica del dolore permetterebbero di comprendere meglio i cambiamenti cerebrali associati al dolore acuto e a quello cronico. Numerosi studi hanno evidenziato come lo stato emotivo nel paziente affetto da fibromialgia rappresenti un fattore importante, con un’incidenza sulla modulazione del dolore percepito. Le emozioni negative aumenterebbero l'attività evocata dal dolore nell'ACC e nell'IC e l'attesa o l'anticipazione del dolore senza uno stimolo fisico reale è sufficiente per attivare aree del cervello correlate al dolore come il SI, ACC e IC

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Figura 2.1 - Il dolore è un'esperienza sensoriale ed emotiva complessa. L’attività all'interno della matrice del dolore, infatti, risulta essere influenzata dal contesto emotivo e cognitivo degli stimoli dolorifici sperimentati. Il dolore quindi comprende un'esperienza multidimensionale che coinvolge la psicobiologia, i processi attenzionali e le aspettative del dolore. e il grigio periacqueduttale (PAG), corteccia prefrontale (PFC) e striato ventrale (Brown et al., 2014; Porro et al., 2002; Sawamoto et al., 2000). In un esperimento (Brown, 2008), l'incertezza sull'intensità del calore atteso attivava una rete corticale anticipatoria normalmente associata all'attenzione. I meccanismi cognitivi quali attenzione, anticipazione e paura hanno un ruolo importante. Le aspettative di dolore e l'ansia causata da queste aspettative sono suggerite come possibile fonte dell'aumentata percezione del dolore osservata nei pazienti affetti da dolore cronico (Porro, 2002; Koyama et al., 2005; Ploghaus et al., 2001). In uno studio EEG (Elettroencefalogramma:

tecnica di indagine neurofisiologica funzionale che si fonda su una registrazione grafica, continua nel tempo, secondo una precisa distribuzione spaziale, dell’attività elettrica del cervello) che ha confrontato pazienti con fibromialgia (FM) e soggetti di controllo sani, Brown et al. (2014) hanno dimostrato un aumento dell'attivazione dell'insula correlata con l'entità del dolore e una diminuita attivazione della corteccia prefrontale dorso laterale (DLPFC) a cui fa seguito uno scarso coping (le strategie di coping fanno riferimento alle modalità di adattamento con le quali si fronteggiano situazioni stressanti) durante l'anticipazione del dolore. È stato suggerito che questo potrebbe essere un


Anemos neuroscienze

Gen-Mar 2018 | anno VIII - numero 28

re cronico, ha consentito di aprire nuove prospettive e obiettivi terapeutici che ormai non possono prescindere dal tenere in considerazione gli aspetti psicofisiologici, e quindi promuovere un approccio multidisciplinare.

meccanismo cerebrale comune che contribuirebbe alla cronicità del dolore stesso in pazienti affetti da FM, suggerendo problemi con la regolazione top-down, in particolare coinvolgendo le interazioni tra la DLPFC e le componenti limbiche del sistema di dolore mediale (Morton et al., 2016). L’attività all'interno della matrice del dolore appare quindi essere influenzata in modo cruciale dal contesto emotivo e cognitivo degli stimoli dolorifici sperimentati. Il dolore non può dunque essere definito come una semplice espressione di nocicezione, ma comprende un'esperienza multidimensionale che prende in considerazione la psicobiologia, i processi attenzionali e le aspettative del dolore, derivanti dalle esperienze passate e apprese: il dolore è un'esperienza sensoriale ed emotiva complessa. L'imaging cerebrale funzionale, permettendo l'identificazione di nuovi meccanismi cerebrali legati al dolo-

L’intervento psicologico per il dolore cronico e la presa in carico dei caregivers. Nonostante il riferimento alla soggettività compaia già nella definizione di dolore (in quanto “esperienza sensoriale” è legato strettamente ad emozioni, pensieri e modalità individuali di interpretare gli stimoli), solo recentemente l’influenza dei fattori psicologici sulla sua percezione è stata premiata con adeguata attenzione. Fino agli anni ’60, il dolore cronico era considerato una problematica prettamente medica. Grazie ad alcune ricerche che hanno mostrato come gli interventi proposti dall’approccio biomedico fossero spesso inadeguati o addirittura peggiorativi (Chan & Peng, 2011; Deyo & Mirza, 2009), esso è poi stato sostituito dal modello biopsicosociale (Flor & Turk, 2011; Gatchel et al., 2007) che vede il dolore come il risultato di una patologia fisica correlata a un determinato stato psicologico, socio-culturale e ambientale. Il dolore, infatti, può contribuire allo sviluppo di pensieri e comportamenti disfunzionali che influiscono negativamente sul funzionamento quotidiano e sulla percezione del dolore stesso (come ad es. pensare “la mia vita è rovinata per sempre”, “non sarò più quello di una volta” o ancora ridurre le attività piacevoli per paura di peggiorare la situazione, ecc.). In particolare, è stata posta crescente attenzione sul ruolo delle emozioni negative (ad es. ansia, tristezza e rabbia, Fernandez & Kerns, 2008), della catastrofizzazione (Turner & Aaron, 2001), dell’evitamento della paura (Vlaeyen & Linton, 2000), della percezione di scarsa

auto-efficacia e controllo (Arnstein et al., 1999) e di uno stile di coping passivo (McCracken & Eccleston, 2003). È bene rassicurare il paziente che allarmato domanda: “mi sta dicendo che il dolore è nella mia testa? Che sono pazzo?”. I fattori psicologici si diramano accanto a quelli biomedici. Verso la fine degli anni ’80 la IASP ha raccomandato (Task Force on Guidelines for Desirable Characteristics for Pain Treatment Facilities, 1990) la presenza di uno psicologo clinico all’interno dell’équipe per la gestione del dolore (oltre a medici e/o uno psichiatra, un fisioterapista e, ove necessario, altri professionisti) sottolineando l’importanza di valutazioni e trattamenti psicosociali e di periodici meeting interdisciplinari. L’assessment psicologico ha assunto un’importanza sempre più rilevante al fine di accogliere in modo complessivo l’esperienza del singolo paziente, comprendere il significato attribuito individualmente alla condizione medica e proporre un trattamento adeguato. All’interno del team interdisciplinare, lo psicologo ha il compito di comprendere pensieri, emozioni e comportamenti che accompagnano la condizione medica spesso invalidante, rilevare eventuali comorbilità, aiutare la persona a gestire in modo più adeguato il dolore e ridurne l’intensità, incrementando la qualità della vita percepita. Di fondamentale importanza è anche il lavoro con i familiari e, più in generale, con i caregivers che assistono e sostengono la persona sofferente. Frequentemente questi soggetti tendono a mettere da parte loro stessi e le loro esigenze di svago e di riposo per alleviare e assistere i propri cari, venendo meno a un principio tanto fondamentale quanto spesso trascurato: se stiamo bene riusciamo ad aiutare gli altri, in alternativa ci troviamo in maggior difficoltà e ◄

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Psicologia

Neurofisiologia

◄ a rischio di ammalarci.

Le più recenti considerazioni in tal campo pongono l’accento sullo stress percepito dai caregivers e sulla conseguente difficoltà nel far fronte, nel lungo periodo, a situazioni di patologia mantenendosi in buona salute psicofisica. Proprio per questo le nuove progettualità di intervento sulle persone che soffrono di patologie croniche non possono prescindere dalla presa in carico di coloro che in prima persona si prendono cura del malato, offrendo accompagnamento e sostegno oltre ad informazioni utili alla cura di sé e dei propri familiari. Tra gli interventi psicologici maggiormente utilizzati nel trattamento dei soggetti con dolore cronico (Hoffman et al., 2007; Jensen & Turk, 2014; Sturgeon, 2014) sono annoverati l’approccio cognitivo e comportamentale, l’ACT (Acceptance and Commitment Therapy, Hayes et al. 1999), la mindfulness (in particolare la MBSR - Mindfulness-Based Stress Reduction; Kabat-Zinn, 1990) e altre tecniche di auto-regolazione. La Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT), che agisce incrementando la conoscenza sul dolore, modificando i pensieri e i comportamenti disfunzionali, promuovendo le abilità personali e le attività

Figura 2.2 - A fianco, lo

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psicologo canadese Ronald Melzack, professore emerito alla McGill University. Nel 1965, insieme a Patrick David Wall, ha rivoluzionato le teorie nell'ambito degli studi della neurofisiologia del dolore, introducendo la "teoria del cancello" (o Gate Control Theory, GCT). La teoria rappresenta uno dei più significativi passi avanti nella comprensione dei meccanismi molecolari alla base della nocicezione. Inoltre, fornisce un modello esplicativo relativo alle modalità di attivazione molecolare dei recettori cellulari, con particolare riferimento ai processi nocicettivi.

Gen-Mar 2018 | anno VIII - numero 28

sociali e fisiche, mostra un’efficacia da lieve a moderata sulla disabilità associata al dolore, sull’umore e sul pensiero catastrofico, più che sulla percezione del dolore (Williams, 2012). La MBSR e l’ACT si basano sull’accettazione del dolore e sul riconoscimento non giudicante degli eventi mentali e possono essere una buona alternativa alla CBT standard (Veehof et al., 2016). In un recente lavoro di Akerblom e colleghi (2015), nel quale le tecniche di accettazione del dolore sono state inserite in un trattamento multidisciplinare di approccio CBT, è emerso che l’accettazione del dolore agisce fortemente

sull’interferenza del dolore e sui sintomi depressivi. Per concludere, una proposta che preveda la combinazione di diversi trattamenti psicologici integrati con interventi di tipo medico, che agisca sul singolo e sulla famiglia, può costituire un buon punto di partenza nella cura di pazienti con dolore cronico. Il trattamento ipnotico del dolore cronico: prospettive. Tra le possibili tecniche utilizzate in psicoterapia può annoverarsi l’ipnosi, che contempla il trattamento del dolore acuto, ma ancor di più


Anemos neuroscienze neuroscienze

Gen-Mar 2018 | anno VIII - numero 28

Figura 2.3 - A sinistra, Milton Hyland Erickson

(1901 – 1980) uno dei più importanti psicoterapeuti e ipnoterapeuti del Novecento. Tra le possibili tecniche utilizzate in psicoterapia c'è anche l’ipnosi, che contempla il trattamento del dolore acuto e cronico.

quello cronico, sia non-oncologico che oncologico. L’ipnosi rappresenta una condizione di potenziata e mirata attenzione associata ad una maggiore flessibilità di pensiero e, come la definisce Erickson, può essere intesa come “uno stato speciale di funzionamento della nostra coscienza, altamente motivato e diretto a sviluppare risorse potenziali dell’individuo attraverso un attivo apprendimento inconscio, in ciò facilitato da un restringimento selettivo del campo di coscienza” (Erickson et al.,1978). Questa tecnica, applicata da un professionista esperto, non ha controindicazioni e rappresenta una metodica dotata di elevata sicurezza e sostanzialmente priva di effetti collaterali; la sua efficacia clinica nel controllo del dolo-

re è nota da decenni, ma fino a non molto tempo fa essa era basata solo sull’empiria e sull’aneddotica, e non sulla effettiva evidenza clinica. Ad oggi invece vi sono numerose pubblicazioni di studi controllati che hanno messo in luce una crescente efficacia dell’analgesia ipnotica (l’esperienza del dolore, difatti, si altera e reinterpreta inducendo una sensazione di analgesia), rendendone possibili sempre maggiori approfondimenti e utilizzi. Vediamo, ad esempio, che con strumentazioni di neuroimaging si evidenziano le aree che più frequentemente sono coinvolte nell’ipnosi: la corteccia occipitale che è coinvolta nei processi di visualizzazione, il talamo che è deputato all’elaborazione sensoriale, la corteccia interparietale che rappresenta una sorta di “GPS” che ci colloca nel mondo, la corteccia prefrontale che coinvolge l’attività cognitiva e la corteccia cingolata anteriore implicata nei meccanismi di modulazione cognitiva, emotiva e fisica (Bantick et al., 2002). In questo modo è possibile approfondire e studiare in modo

scientificamente significativo le evidenze cliniche di questa tecnica, associando le variazioni riferite dai soggetti ipnotizzati a quelle delle attivazioni neurologiche visualizzate e molto altro. Le progressive conoscenze e i risultati di questa peculiare forma di analgesia permettono, dunque, di affermare con crescente convinzione che quello dell’azione ipnotica non è un meccanismo semplice e diretto ma si sviluppa piuttosto come una rete complessa, gerarchicamente organizzata, che attiva differenti livelli del sistema nervoso periferico e del sistema nervoso centrale, adatto al trattamento del dolore cronico.

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Laura Muscatello. Psicologa - Psicologa Forense. Iscritta all’albo degli psicologi dell’Emilia Romagna. Formazione in: psicologia clinica, psicopatologia e neuropsicologia forense. Laureata in Psicologia Clinica presso l’Università degli Studi di Padova, successivamente consegue, presso la stessa Università, un Master Post Lauream di secondo livello in Psicopatologia e Neuropsicologia Forense. È attualmente dottoranda in Neuroscienze Cognitive e Computazionali presso l’IMT Alti Studi di Lucca e lavora presso la Clinica Villa Salus, con sede in Reggio Emilia, nell’equipe del Dott. Marco Ruini. Unisce alla pratica clinica, l’attività di consulente tecnico in ambito civile e penale ed è membro dell’American Academy of Forensic Sciences (AAFS). Collabora con il Centro di Neuroscienze Anemos di Reggio Emilia. Daniela Beltrami. Psicologa, Psicoterapeuta. Iscritta all’albo degli psicologi e psicoterapeuti dell’Emilia Romagna. Formazione in: neuropsicologia clinica, psicopatologia e neuropsicologia forense. Specializzata in Psicoterapia Cognitiva e Cognitivo-Comportamentale. Lavora come libero professionista e collabora con l’APS IONOI Famiglia, attiva nell’ambito della crisi familiare e della sensibilizzazione e prevenzione dei fenomeni di bullismo e cyber-bullismo. Svolge attività di ricerca nell’ambito della valutazione neuropsicologia del deterioramento cognitivo in collaborazione con la Struttura Semplice di Neuropsicologia Clinica, Disturbi Cognitivi e Dislessia dell’Adulto - UOC Neurologia dell’Arcispedale S. Maria Nuova e l’Alma Mater Studiorum - Università degli Studi di Bologna. Collabora con il Centro di Neuroscienze Anemos di Reggio Emilia. Linda Iotti. Psicologa, Psicoterapeuta. Iscritta all’albo degli psicologi e psicoterapeuti dell’Emilia Romagna. Formazione in: neuropsicologia, mediazione familiare e di coppia, ipnosi neo-ericksoniana. Specializzata con lode in Psicoterapia Sistemica e Relazionale. Da anni lavora nel campo della disabilità come coordinatore in progetti educativi, domiciliari e ricreativi. Ha svolto attività di ricerca presso la Struttura Semplice di Neuropsicologia Clinica, Disturbi Cognitivi e Dislessia dell’Adulto – UOC Neurologia dell’Arcispedale S. Maria Nuova. Dal 2012 collabora con l’associazione AIMA (Associazione Italiana Malattia di Alzheimer) in progetti di sostegno ai famigliari e stimolazione cognitiva nei pazienti affetti da demenza. Collabora con il Centro di Neuroscienze Anemos di Reggio Emilia.


Anemos neuroscienze

Gen-Mar 2018 | anno VIII - numero 28

EMPATIA PER IL DOLORE

come si soffre per il dolore degli altri

In

1

di Andrea Zangrandi

parole chiave. Empatia, emozioni, dolore, neuroni specchio, aree cerebrali. Abstract. Il presente articolo tratta i meccanismi neurali alla base della nostra capacità di empatizzare con le azioni, le emozioni e le sensazioni altrui.

E

mpatia. Per empatia si intende la “capacità di porsi nella situazione di un’altra persona e di comprendere immediatamente i processi psichici dell’altro”. Questo fenomeno ha un ruolo sociale fondamentale, in quanto permette la condivisione di esperienze, credenze, scopi e stati interni con altri individui. Tra tutti i processi sensoriali ed emo-

tivi, la capacità di comprendere e di esperire indirettamente il dolore altrui è fondamentale per i legami sociali. Ad esempio, si ritiene che l'esperienza di una risposta affettiva al disagio degli altri possa generare un comportamento prosociale. Quando vediamo un bambino che cade in bicicletta o una persona che si taglia con un coltello, ci poniamo in maniera immedia◄ ta nello stato d'animo o nella

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Neuroscienze

Psicologia

◄ situazione di un'altra persona. Ma come facciamo a “comprendere” le emozioni e gli stati interni di un’altra persona? Cosa avviene nel nostro cervello quando proviamo empatia per il dolore altrui? Il dolore è un’esperienza complessa e multidimensionale, che accoppia ai processi sensoriali di percezione fisica del dolore anche aspetti emozionali e cognitivi. A livello sensoriale percepiamo l’intensità del dolore e da quale parte del corpo proviene. A livello affettivo proviamo emozioni negative associate al dolore. Tuttavia, sebbene nel corso dell’ultimo secolo sia stata studiata in modo approfondito la fisiologia del dolore in prima persona, solo recentemente lo sviluppo delle neuroscienze sociali ha reso possibile lo studio dei processi interpersonali. Tramite tecniche non invasive di analisi dell’attività cerebrale, è stato possibile identificare una rete di strutture cerebrali (detta

Gen-Mar 2018 | anno VIII - numero 28

matrice del dolore), la cui attivazione segnala precisi aspetti della percezione del dolore. Questa rete comprende appunto aree “sensoriali”, come la corteccia somatosensoriale primaria e secondaria, e aree “affettive”, come la corteccia insulare e la corteccia cingolata anteriore. La scoperta dei neuroni specchio nella scimmia e la successiva conferma nell’uomo hanno suggerito, per la prima volta, un meccanismo neurofisiologico per spiegare la nostra capacità di relazionarci con gli altri. In breve, per mezzo di questi neuroni, l’osservazione di un’azione induce l’attivazione delle stesse aree che servono per eseguire la stessa azione in prima persona. Questo meccanismo automatico di simulazione interna permette una forma implicita di comprensione delle azioni degli altri (Buccino, 2005). Un meccanismo simile a quello dei neuroni specchio per la comprensione delle azioni è stato proposto per la comprensione delle

emozioni. Secondo la teoria della simulazione, noi possiamo comprendere e dare un senso alle intenzioni degli altri attivando, almeno in parte, i processi mentali che sarebbero coinvolti quando mettiamo in atto comportamenti simili in prima persona. Secondo questa teoria, noi ci facciamo un’idea di cosa pensa o prova un’altra persona, non attraverso deduzioni logiche, ma piuttosto in modo più automatico e diretto, “simulando” internamente quello che l’altra persona prova, e lo facciamo attivando sia processi “sensoriali” che processi “affettivi”. Teoria della simulazione. In uno studio classico, Dimberg e collaboratori (2000) hanno mostrato che quando le persone sono esposte a espressioni facciali emotive, reagiscono spontaneamente generando delle contrazioni dei muscoli facciali che in parte mimano l’espressione emotiva osservata, e che questo avviene anche in assenza di una percezione consape-

Figura 3.1 - Alla base della nostra capacità di relazionarci con gli altri si trovano i neuroni specchio: grazie a questi neuroni, infatti, l’osservazione di un’azione induce l’attivazione delle stesse aree che servono per eseguire la stessa azione in prima persona. Un meccanismo simile a quello dei neuroni specchio per la comprensione delle azioni è stato proposto anche per la comprensione delle emozioni.

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Anemos neuroscienze

Gen-Mar 2018 | anno VIII - numero 28

vole, quando l’espressione facciale è presentata per un tempo molto breve (30ms). Similmente, Wicker e collaboratori (2003) hanno presentato ai partecipanti degli odori sgradevoli per misurare l’attività cerebrale in risposta all’esperienza soggettiva di disgusto. Quando gli stessi partecipanti osservavano espressioni facciali di disgusto in altre persone, si attivavano le stesse aree cerebrali che erano attive durante l’esperienza del disgusto in prima persona. In un altro studio, Cheng e collaboratori (2008) hanno presentato ai partecipanti stimoli dolorosi oppure stimoli neutri e hanno osservato le modificazioni delle oscillazioni neurali nella corteccia somatosensoriale primaria, un’area del cervello normalmente attiva durante la percezione di stimoli tattili in prima persona. La visione di stimoli dolorosi, ma non di stimoli neutri, provocava una soppressione dell’attività oscillatoria. Inoltre tale diminuzione dell’attività era tanto più ampia quanto maggiore la reazione soggettiva allo stimolo doloroso osservato. Gli aspetti affettivo-motivazionali dell’empatia sono stati ampiamente descritti in un importante studio di Singer e collaboratori (2004), i quali hanno usato una tecnica per osservare le aree del cervello che sono attive durante un determinato compito, la fMRI, risonanza magnetica funzionale, per misurare l'attività cerebrale dei partecipanti mentre percepivano uno stimolo doloroso, e l’hanno confrontata con l’attività cerebrale misurata quando i soggetti osservavano un segnale che indicava che una persona cara, presente nella stessa stanza, riceveva gli stessi stimoli dolorosi. I risultati hanno mostrato che alcune aree, in particolare il cingolo anteriore e l’insula, si attivano in entrambe le condizioni. Queste aree sono state associate all’integrazione tra rappresentazione corporea ed esperienza emozionale. La teoria della simulazione è supportata anche da interessanti studi su pa-

zienti. Ad esempio, è stato descritto il caso di un paziente allodinico (una condizione patologica in cui stimoli tattili innocui vengono percepiti come dolorosi) che era sensibile non solo ad una qualsiasi stimolazione sulle mani, che veniva percepita come dolorosa, ma anche all’osservazione di una stimolazione simile sulle mani di altre persone. La visione di tali azioni sembrava provocargli una sensazione dolorosa localizzata (sinestesia). Tale esperienza dolorosa era immediata, intensa e apparentemente simile a quella prodotta da una stimolazione realmente dolorosa (Bradshaw, 2001). In un altro studio, Seara-Cardoso e collaboratori (2015) hanno studiato le attivazioni cerebrali dei partecipanti in risposta a immagini di altre persone in situazioni dolorose. I soggetti che avevano alti livelli di tratti psicopatici (e quindi una peggiore capacità di provare empatia) mostravano una ridotta attivazione in alcune aree cerebrali (insula, giro frontale inferiore, corteccia cingolata) tipicamente attive durante la risposta empatica dei soggetti di controllo. Componente sensoriale e affettiva del dolore. Infine, è interessante notare che la componente sensoriale e quella affettiva del dolore possono essere selettivamente compromesse in seguito a lesioni in specifiche aree cerebrali o a malattie congenite. Nell’asimbolia per il dolore, il paziente è in grado di descrivere i sintomi dolorosi che prova, senza tuttavia soffrire di alcuna conseguente reazione fisica o emotiva. La sensazione di dolore è quindi riconosciuta, ma non sofferta affettivamente. Al contrario, esiste una patologia denominata insensibilità congenita al dolore con anidrosi, causata da una mutazione genetica che impedisce la formazione di alcune cellule nervose, che è caratterizzata dall’impossibilità di avvertire il dolore, il calore e il freddo. In questi pazienti, la componente sensoriale del dolore è selettivamente mancante. In conclusione, l’empatia è il modo

attraverso cui comprendiamo quello che l’altro sta provando, “mettendoci nei suoi panni”. Le neuroscienze cognitive mostrano come questo modo di dire non sia affatto una metafora, e come al contrario la dimensione sociale del dolore si estenda ai livelli neurobiologici del cervello.

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Psicologia

Psicoanalisi

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ASPETTI POSITIVI DEL DOLORE PSICHICO il dolore psichico come parte di un processo di guarigione verso la felicitĂ

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App 1

Anemos neuroscienze

di Giorgio Giorgi

parole chiave. Sofferenza psichica, felicità, inquietudine, insoddisfazione. Abstract. La sofferenza psichica può avere risvolti positivi, se si pensa che i “sintomi” possono fungere da incentivo per trovare una soluzione ai problemi. Su un piano sociale, la sofferenza psichica provoca compassione empatica nell'osservatore esterno e ciò può determinare reazioni positive nei confronti del sofferente. Su un piano generalmente esistenziale, inquietudine e insoddisfazione possono portare alla crescita individuale, se canalizzate in senso positivo.

L

a sofferenza come periodo di transizione per la felicità. Personalmente non amo il dolore e credo che una persona normale giustamente desideri stare bene e essere felice. A volte, però, la sofferenza può essere una strettoia necessaria attraverso cui passare per migliorare la propria vita, per aprirsi a nuove possibilità esistenziali, per arricchire di senso il nostro percorso. Qualcosa di simile a ciò che ci accade quando andiamo dal medico per superare una patologia che ci affligge ed egli ci prescrive qualche terapia che è un

po’ dolorosa, ma che poi ci guarisce. Epicuro, filosofo greco noto perché teorizzava la ricerca del piacere, sosteneva che bisogna evitare ciò che ci fa provare piacere se successivamente ci farà stare male. Allo stesso modo credo che si possa dire che sia bene affrontare quel dolore che poi ci permetterà di godere di un piacere importante. Mi è capitato spesso che pazienti che hanno fatto con me un buon lavoro psicologico abbiano ringraziato di cuore i sintomi che li indussero ad iniziare il loro percorso psicoterapeutico. Quando erano venuti da me la prima volta, quei sintomi sembravano ◄

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Psicologia

Psicoanalisi

Gen-Mar 2018 | anno VIII - numero 28

Figura 4.1 - La sofferenza psichica provoca da sempre compassione in chi la osserva dall'esterno. Un esempio sono quelle persone che si lamentano abitualmente dei loro tanti mali fisici e psichici, mai gravissimi e sempre diversi. In questo modo sono al centro dell’attenzione di tutti e obbligano chi sta loro intorno a commiserarli e a prendersi cura di loro. Il lamentarsi continuamente dei propri mali è una forma di esercizio di potere soprattutto sui familiari più stretti, che si sentono in colpa se non dedicano tempo e attenzione a questi eterni malati.

◄ avere un valore esclusivamente

negativo, come qualcosa che faceva semplicemente stare male, ma a posteriori essi li hanno valutati anche in modo positivo, come la molla che ha permesso loro di trovare la strada per risolvere i problemi che li attanagliavano; in effetti accade per la psiche ciò che accade per il corpo: l’ansia, gli attacchi di panico, la depressione, ecc. possono avere la stessa funzione della febbre o dei dolori di ogni tipo che spingono a consultare il medico per iniziare un percorso di guarigione dalle patologie che li generano. E così, come accade per il corpo, anche per la psiche è bene non trascurare troppo a lungo i sintomi, soprattutto se tendono a peggiorare, perché poi può essere molto più difficile riuscire a risolvere i problemi che li creano.

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La sofferenza psichica provoca da sempre compassione in chi la osserva dall'esterno. Anche nella storia della nostra evoluzione i sintomi psichici hanno avuto effetti positivi. Nelle tribù primitive, ad esempio, molte volte accadeva che chi perdeva il confronto con altri membri della tribù venisse cacciato e, lasciato solo, andasse incontro ad una morte certa. In quei casi, la presenza di certi sintomi, soprattutto di quelli di tipo depressivo, concorreva invece a creare nei confronti del per-

dente, un atteggiamento meno duro da parte degli altri, cosicché veniva risparmiato. Se ci pensiamo un attimo, ci ricorderemo che prima o poi nella nostra vita ci sarà capitato di incontrare qualche persona che abitualmente tende a lamentarsi dei suoi tanti mali fisici e psichici, mai gravissimi e sempre diversi; così facendo, essi sono costantemente al centro dell’attenzione di tutti e obbligano di fatto chi sta loro intorno a commiserarli e a prendersi cura di loro. Il lamentarsi continuamente dei propri mali è, di fatto, una forma di esercizio, a volte spietato, di potere soprattutto sui familiari più stretti, che si sentono in colpa se non dedicano tempo e attenzione a questi eterni malati, che fanno mille visite mediche e assumono tantissimi farmaci, ma che poi spesso sopravvivono tranquilla-

mente fino a novant’anni e più in condizioni generali sufficientemente buone, serviti e riveriti da tutti! Il dolore inteso come comfortzone. Altre persone, invece, fanno del dolore psichico la propria dimensione ottimale di vita, nella quale si rifugiano e si crogiolano, col vantaggio di non dover fare la fatica di cercare di cambiare le cose e di affrontare le difficoltà che ogni cambiamento esige. Vivere nel dolore diventa per loro una modalità di vita perfettamente conosciuta, alla quale si abituano, cosicché le loro sofferenze vengono attutite da questa consuetudine. In questi casi si genera una sorta di paura di stare bene, perché ciò significherebbe dover modificare le proprie abitudini, doversi porre dei problemi reali di cambiamento ai quali queste perso-


Anemos neuroscienze

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ne non sono assolutamente preparate e che rappresentano una sorta di salto nel buio che non hanno né la capacità né la voglia di affrontare. Anche in questo caso succede qualcosa di simile a ciò che accade per il corpo: così come se i muscoli non si utilizzano, lentamente si atrofizzano e la capacità di movimento fisico si blocca, così le capacità di movimento e trasformazione psichiche (immaginazione, desiderio, spinta al cambiamento), se non esercitate, lentamente diventano inutilizzabili. L'inquietudine e l'insoddisfazione portano all'evoluzione e alla crescita dell'uomo che non accontentandosi cerca sempre qualcosa in più. Tutto ciò che è stato detto finora trova un suo riscontro a livello sociale. Dal dopoguerra in poi, il progresso tecnolo-

gico ci ha abituati a poter usufruire di macchine (lavatrici, frigoriferi, lavastoviglie, ecc.) che hanno ridotto le fatiche della nostra vita quotidiana e questo è stato sicuramente un bene. La stessa cosa è avvenuta in campo medico, con l’introduzione di nuove tecnologie che hanno salvato tantissime vite umane e ci permettono una maggiore e migliore aspettativa di vita. Tutta la nostra società, insomma, si è orientata ad una sempre maggiore ricerca del benessere. Da qualche tempo, però, in molti si stanno interrogando se non stiamo diventando troppo radicali in questa ricerca del benessere: le problematiche ecologiche e di salvaguardia dell’ambiente ne sono un esempio. Allo stesso modo, a livello psicologico, credo che dovremmo interrogarci se questa ricerca assoluta del benessere non rischi di farci perdere di vista che, per noi esseri umani, crescere significa sempre misurarci con qualcosa di nuovo, affrontare situazioni sconosciute che a volte possono richiedere anche dolore, fatica e sofferenza, a partire dal preciso momento in cui siamo nati. Se la vita è, per definizione, una continua trasformazione, credo che nessuno potrà mai essere garantito completamente dalla possibilità di sbagliare, di avere dei dubbi o di fare fatica quando affronta il nuovo. La propria autostima dovrebbe situarsi a un livello mediano, né troppo in alto (altrimenti si rischiano delle cadute improvvise e dolorose), né troppo in basso (altrimenti si incrementa troppo la paura di vivere e di agire). Insomma, bisognerebbe forse considerare che una vita senza un po’ di malessere è una vita ferma, una specie di fotografia che tutti i giorni si ripete tale e quale. Sto parlando ovviamente non di un malessere fine a se stesso, che fa star male e basta, ma di quell’insoddisfazione trasformatrice che, accompagnata da un minimo di fiducia, può dare la spinta per esplorare nuove possi-

bilità di miglioramento del proprio modo di vivere. Credo che ciò sia indispensabile anche per la nostra società, che altrimenti rischia di essere sempre più statica, destinata a non modificarsi in positivo e quindi a non avere futuro. Ciascuno di noi è una parte di questa società e solo se ciascuno di noi nel suo piccolo riuscirà a tenere accesa la speranza di un cambiamento positivo e cercherà di realizzarla concretamente, avremo tutti la possibilità di un futuro migliore.

Giorgio Giorgi. Psicologo-psicoterapeuta, psicoanalista junghiano. Info: dott.giorgiogiorgi@libero.it

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Medicina

Biologia

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Il ruolo della fascia

nel dolore cronico nel nostro CORPO LA FASCIA è IL TESSUTO Più SENSIBILE AL DOLORE

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Anemos neuroscienze

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App 1

di Aurelio Giavatto

parole chiave. Fascia, dolore cronico, riduzionismo, sensibilità. Abstract. Il dolore è qui studiato dal punto di vista fisiologico, in particolare relativamente alla fascia nel dolore cronico, dove per fascia si intendono tutti i tessuti connettivi collageni che permeano il corpo umano e che creano e mantengono nel corpo una connessione di Matrice Extracellulare.

A

pproccio olistico. "L’ Integrazione Strutturale di base non si occupa della Patologia. La maggior parte di quello che viene definito come Patologia, non è Patologia: è una perversione della fisiologia. Bisogna organizzare la struttura in modo che la fisiologia possa lavorare senza perversione, ed inizierà a lavorare in questa maniera. Se vi trovate di fronte ad una vera Patologia, le cose richiederanno un tempo maggiore per arrivare al cambiamento. Ma se avete davanti un uso distorto della funzione fisiologica, lo potrete cambiare velocemente cambiando la struttura. Almeno questo è il mio punto di vista, la mia esperienza"1 Niel Bohr sosteneva che molto spesso l’opposto di una grande verità è una grande falsità, ma che a volte anche l’opposto di una grande verità è un'altra grande verità. Una delle più grandi verità del pensiero occidentale è stato abbracciare il credo riduzionista. Se si vuole comprendere qualcosa di complesso vale la pena ridurlo nelle parti che lo costituiscono. La comprensione di questi mattoni, l’aggiustare quelli che sono rotti, rimetterli insieme, è una grande strategia, che serve per riparare ad esempio un problema meccanico del nostro computer e che è tuttora una grande verità della medicina. Se vuoi trattare una malattia, devi com-

prenderla nelle sue componenti che ti fanno stare male: batteri, virus, parassiti, una minuscola parte del DNA che contiene una mutazione. Questo approccio è grandioso. Ci ha portato ai vaccini, a farmaci che agiscono su tappe precise della replicazione cellulare, ci ha portato alla spiegazione genetica di malattie quali la Corea di Huntington o l’Anemia Falciforme e alla decodificazione del genoma umano, ad una chirurgia sempre più elaborata, precisa, mininvasiva: tantissimi splendidi successi della medicina moderna. Questa è la medicina di organo, che si studia all’Università, che porta alle super specializzazioni. Certo che dividere il corpo in parti sempre più piccole ci può portare a perdere la visione d’insieme. Ma forse è tempo che la medicina svolga lo sguardo anche altrove rispetto all’approccio riduzionista verso un’altra grande verità: vale a dire che non si può comprendere una malattia al di fuori del contesto della persona con quella malattia. È un qualcosa che è stato definito approccio olistico, un termine che suscita spesso un viscerale, istintivo disprezzo da parete della medicina riduzionista (un collega mi definì “tuttologo”). È un tentativo di lavorare con la potenza intrinseca alla relazione e all'integrazione. In pratica si tratta di mettere in relazione tutte le strutture corporee con un asse centrale: organizzare e integrare la ◄

Ida Rolf : Rolfing and physical reality 1978, pag 136. (Fascia: The Tensional Network of the Human Body: The Science and Clinical Applications) 1

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Medicina

Biologia

◄ struttura umana attorno a questo spazio centrale permette il movimento fluido e bilanciato, ritrovando così la salute della persona. La stessa filosofia viene applicata ad esempio se prendiamo in considerazione il sistema muscolo scheletrico. Ci siamo formati come medici studiando su libri che ci mostrano centinaia di immagini di singoli muscoli, senza mai prendere in considerazione e spiegare le fasce che li avvolgono e li connettono. La fascia spesso viene rimossa dai libri di anatomia per mostrare le importanti strutture sottostanti. Quando qualcosa viene rimossa, viene in pratica ignorato. Infatti i testi di medicina ben difficilmente si sono occupati di spiegare come la fascia lavori. Henry Van Dyke Carter rappresentò un'eccezione. Ma cos’è la fascia? Sono tutti i tessuti connettivi collageni che permeano il corpo umano e che creano e mantengono nel corpo una connessione di Matrice Extracellulare. Non solo le fasce tradizionalmente intese come la fascia sottocutanea superficiale e profonda, quella toraco-lombare, le fasce cervicali, la dura madre o il mediastino, le pleure, il pericardio, il peritoeneo, ma anche le aponeurosi, i tendini, i legamenti, le borse, tutti i tessuti che stanno attorno ai muscoli (endomisio permisio ed epimisio), o ai nervi (endonervio, mesonervio, perinervio). Quindi forma tutto attorno al corpo una specie di intreccio, supporto tridimensionale, circondando i muscoli, i nervi, i visceri, i vasi sanguigni. Nonostante la sua diffusione, la fascia fino a pochi anni fa ha avuto scarsa considerazione da parte della comunità scientifica (il primo congresso mondiale sulla fascia risale al

Figura 5.1 - La fascia sono

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tutti i tessuti connettivi collageni che permeano il corpo umano e che creano nel corpo una connessione di Matrice Extracellulare. Non sono quindi solo le fasce tradizionalmente intese, ma anche le aponeurosi, i tendini, i legamenti, le borse, tutti i tessuti che stanno attorno ai muscoli o ai nervi.

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2007). Forse anche perché con le più moderne tecniche di Imaging, come la risonanza magnetica, la fascia non viene evidenziata, mancano le sue immagini. Ciononostante la fascia gioca un ruolo fondamentale nella stabilità \ instabilità articolare, nella propriocezione, come pure nelle sindromi dolorose di tutti i tipi. Può anche essere coinvolta in un enorme numero di processi patologici. A dire il vero più che della fascia in quanto tale, ci si dovrebbe occupare della Matrice Extracelluale, delle sue proprietà, in fisiologia e fisiopatologia; ma questo argomento richiede come minimo un articolo a parte. La ricerca più recente dimostra come la fascia sia intensamente innervata. Ad esempio quella toraco-lombare ha una densità elevatissima di meccanocettori che sono responsabili per l’informazione propriocettiva, vale a dire l’informazione precisa riguardo la posizione nello spazio di una parte corporea o/e del suo movimento. Nei pazienti affetti da dolore cronico, la propriocezione è inibita e gli studi dimostrano come i tessuti connettivi, nelle parti corporee dolenti, siano sot-

toposti a cambiamenti patologici. La fascia dovrebbe essere pertanto considerata come una causa di dolore e di cambiamenti propriocettivi. La protezione nei confronti di un trauma spinale richiede una propria anticipazione degli eventi, una corretta sensazione della posizione del corpo nello spazio e un'adeguata risposta muscolare. Nella sindrome di affaticamento lombare si nota un ritardo nella risposta lombare a carichi eccessivi. I pazienti con dolore lombare cronico hanno una minore percezione del senso di cambiamento di una posizione lombare rispetto ai soggetti sani. Nei pazienti con sindrome della fatica cronica e nella fibromialgia, si nota un'aumentata sensibilità dolorosa anche per uno stress ortostatico come un cambiamento di posizione da alterata capacità dei muscoli, delle fasce e di altri tessuti adiacenti ai nervi di allungarsi durante queste attività o dipendenti da adesioni ed edemi all’interno dei nervi stessi, e ne risulta così un'aumentata tensione meccanica nel nervo (Brieg, Sunderland et al.). Mi sovviene di un mio maestro di medicina manuale che, parafrasando Ida


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Rolf, che sosteneva come bisognasse dare al muscolo spazio per potersi contrarre e rilasicare, sosteneva che con il nostro approccio manuale dobbiamo dare spazio ai nervi di modo che possano allungarsi quando sottoposti a stiramenti. Si ritiene che questa aumentata tensione meccanica, definita anche Disfunzione Neurodinamica, contribuisca al dolore e ad altri sintomi disfunzionali attraverso tutta una serie di meccanismi: alterato segnale nociocettivo, alterata propriocezione, alterazione dei flussi vascolari, rilascio di neuropeptidi infiammatori. Le adesioni fasciali. Se qualcosa perturba la fascia, portandola all'estremo delle sue capacità funzionali, si possono avere delle micro lacerazioni delle fibre collagene individuali che possono portare a cicatrici o ad adesioni e a restrizioni fasciali. In questi casi le fibre collagene non decorrono più in maniera parallela tra di loro in modo organizzato e orientato con il loro normale grado di elasticità/flessibilità, ma decorrono in tutte le direzioni possibili lungo lo spazio tridimensionale. Allora non sono più piatte come un foglio di carta ma diventano increspate, storte, bitorzolute, irregolari. Si formano delle adesioni fasciali, ne risulta una struttura ingarbugliata, anelastica, dura e dolente. La fascia: il tessuto più sensibile al dolore di tutto il corpo. Quando si perde l’organizzazione parallela delle fibre, ne consegue innanzitutto una restrizione del movimento articolare (anche delle cosiddette articolazioni viscerali). In tutti i casi di restrizione tessutale si avrà automaticamente qualche grado di perdita del normale movimento articolare nelle corrispondenti aree corporee e ben presto si avrà dolore, anche se la persona non lo sta provando spontaneamente: basterà palpare la struttura fasciale in restrizione perché la persona provi dolore. Il dolore non dovrebbe essere presente quando si palpano i tessuti. Ciò ci segnala la presenza, a profondità variabile, di una restrizione o ade-

sione fasciale. Ma il dolore non è la sola cosa che accompagna una restrizione fasciale. Un corollario importante è la degenerazione: la perdita del normale movimento articolare è una causa nota di degenerazione articolare localizzata, come ad esempio, aumento della pressione intra articolare, depositi di calcio, calcificazioni fasciali (ad es. speroni calcaneari), formazione di osteofiti, disidratazione dei dischi articolari con perdita della loro altezza. La degenerazione è un grande esempio di un circolo vizioso: la perdita di movimento causa la degenerazione articolare che è causa di ulteriore perdita di movimento. Con il peggiorare delle cose si ha il dolore anche spontaneo. Bisogna considerare pertanto che il dolore spesso non è altro che un co-prodotto di questo circolo vizioso. Ecco il perché della critica alla medicina tradizionale che spesso non comprende questa genesi del dolore e si arrende cercando solo di trattare il dolore con farmaci antinfiammatori, cortisonici, oppioidi, analgesici, antiepilettici o altre misure che nascondono la polvere sotto il tappeto e mascherano i sintomi del dolore cronico, senza cercare di trattarne le cause sottostanti. Senza considerare poi che ad esempio i farmaci corticosteroidi, così spesso utilizzati, possono aumentare la degenerazione tissutale. La causa alla base di molti casi di dolore cronico sono la restrizione fasciale, la ridotta mobilità articolare (anche viscerale, s’intende) e la presenza di tessuto cicatriziale microscopico. In uno scenario simile, il ruolo della medicina manuale, che sia chiropratica, osteopatia, rolfing, massaggio miofasciale profondo, anche dell’agopuntura (qui entra in gioco il suo ruolo nell’accesso alla Matrice Extracellualare, attraverso i punti di agopuntura), è fondamentale e spiega il successo di queste pratiche di medicina non convenzionale non di rado volute dalla gente che, spesso, se trattata in questo modo sta meglio e addirittura risolve i suoi problemi, senza farmaci o altri trattamenti invasivi.

Allora questo è lo scenario: la Fascia rappresenta il principale organo dove si origina il dolore, ma la medicina per immagini non riesce a mostrarcela sotto questo aspetto, anche con le tecniche più sofisticate. Questo vuol dire che quando andate a consulto da vari medici (ortopedici, specialisti del dolore, neurologi) questi possono farvi fare tutta una serie di test per poi non trovare la soluzione (“nulla di organico…”) e suggerire che forse si tratta di un problema psicologico. Oppure fanno diagnosi di dolore cronico diffuso o di fibromialgia, tanto per attaccare una diagnosi. Alla fine comunque il risultato è sempre lo stesso: prescrizione di prodotti analgesici, sedativi antinfiammatori, o cortisonici. È giusto che sia così: bisogna escludere le patologie organiche importanti, poi pensare ad altro. Ecco allora che la soluzione spesso può essere rappresentata da un terapista manuale, che individua l’area corporea dove le fasce sono ristrette e le tratta manualmente, rimodellando così i tessuti.

Bibliografia Ph. D. Robert Schleip, Manual and Movement Therapy, published on (April, 2012) (Inglese) - 11 apr 2012 Front physiol. 2013 May 16;4:115. doi: 10.3389/fphys.2013.00115. eCollection 2013. Neuromuscular strain as a contributor to cognitive and other symptoms in chronic fatigue syndrome: hypothesis and conceptual model. Rowe PC, Fontaine KR, Violand RL.

Aurelio Giavatto. Medico Chirurgo, Dermatologo Venereologo, Osteopata DO UOI, Medicina Manuale Diploma AIRAS, Consulente Centro di Neuroscienze Anemos di Reggio Emilia. E-mail: aurelio.giavatto@gmail.com

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Giurisprudenza

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Medicina

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DOLORE,, sofferenza e soggettività IN TRIBUNALE Il problema del riconoscimento e del risarcimento del danno

In

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di Giorgio Chiessi

parole chiave. Dolore, diritto, giurisprudenza, danno biologico. Abstract. L'articolo indaga il risarcimento del danno alla persona nell'ambito del diritto. La giustizia, infatti, si trova spesso ad affrontare situazioni in cui la sofferenza fisica e psichica sono al centro di valutazioni da cui derivano conseguenze di tipo giuridico ed economico. Tuttavia, questo rappresenta un tema complesso, in quanto non esiste una misura affidabile e obiettiva del dolore.

pito di “misurare” o valutare la congruità di tali disturbi, mantenendosi sempre in capo all’organo giudicante la decisione finale. Tema, quello del dolore e della sofferenza, quantomeno complesso perché non esiste in sé una misura obiettiva e affidabile del dolore, uno strumento che possa esprimere tale disturbo in numeri come il peso o l’altezza, che possa riprodurre visivamente la condizione di sofferenza e la renda dispo-

nibile all’analisi di una terza persona (come può essere un esame radiologico). A complicare le cose è il fatto che la reazione agli avvenimenti in termini di dolore e sofferenza è molto legata alla soggettività individuale. Oltre ad avere soglie diverse di percezione del dolore, ognuno di noi reagisce ai fatti che gli accadono con un livello diverso di consapevolezza e di capacità di elaborazione, che deriva

D

iritto e dolore. La giustizia si trova immancabilmente ad affrontare situazioni e fatti in cui il dolore e la sofferenza fisica e psichica sono al centro di valutazioni da cui derivano conseguenze di tipo giuridico ed economico. Tali valutazioni vengono in genere affidate dal giudice ad ausiliari tecnici e specialisti che hanno il difficile com-

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Giurisprudenza

Medicina

◄ anche dalla sua storia e dalle esperienze vissute, dalla struttura della sua personalità e del significato che il sintomo dolore ha nella propria vita. Confrontare questo variegato e articolato argomento con le esigenze della giustizia è arduo: sono due mondi che si confrontano con esigenze e obiettivi diversi, che spesse volte non riescono a dialogare o in cui le risposte della scienza non sono sempre risolutive rispetto alle richieste del diritto.

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Il danno alla persona. Sembra incredibile, ma in ambito civilistico che riguarda il risarcimento del danno della persona - solo da pochi anni è stato riconosciuto il danno cosiddetto “non patrimoniale”. In precedenza il “valore uomo” era solo parametrato sulla capacità di produrre e sugli aspetti economici del danneggiato. In seguito alla sentenza della Corte di Cassazione 12 dicembre 2003, ora è risarcibile ai sensi dell'art. 2059 del codice civile il danno di na-

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tura “non patrimoniale”, il cosiddetto “danno biologico” che consiste nella lesione all'integrità fisica della persona, costituzionalmente garantito. Da tali lesioni fisiche o psichiche, siano esse permanenti o reversibili, deriva una compromissione delle attività del soggetto, considerate nel senso più ampio. È previsto il risarcimento del danno in caso di menomazione, condizione più restrittiva della lesione. La lesione è la modificazione peggiorativa dello stato fisico o psichico, la menomazione è la compromissione, dovuta alla lesione, dell'efficienza psicofisica utilizzabile per le esigenze della vita vegetativa o di relazione. Il medico-legale è il professionista deputato alla valutazione di questo danno e nel suo lavoro fa riferimento a tabelle percentuali del danno (dallo zero al 100%) che sono state elaborate da decenni di dottrina specialistica e proposte dell’autorevole letteratura scientifica o contenute in disposizioni

di legge. Con le tabelle allegate al Decreto 3.07.2013 (G. Ufficiale n° 211 del 11.09.2003), e in seguito il D. Lgs. n. 209/2005 (artt. 138 e 139), si è arrivati a distinguere il danno biologico di grave e di lieve entità (quest’ultimo convenzionalmente fissato fino a un'invalidità del 9%). Questo spartiacque ha un’importanza fondamentale in quanto il valore economico del singolo punto percentuale cambia radicalmente al passaggio del 9% restando comunque uniche la definizione di danno biologico, la modalità di accertamento e valutazione della menomazione. La medicina legale ha ormai acquisito da anni di teoria e pratica, con i suoi criteri legati al nesso di causalità, la capacità di adempiere pienamente al compito richiesto dalla legge, nella valutazione del danno Ma negli ultimi tempi è intervenuto nuovamente il Parlamento per modificare lo stato di cose. Autorevoli fonti di informazione affermano che questi


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Figura 6.1 e 6.2 - Il tema del dolore in ambito giuridico è particolarmente complesso, dal momento che non esiste una misura obiettiva e affidabile del dolore, in grado di riprodurre visivamente la condizione di sofferenza. A complicare le cose è, inoltre, il fatto che la reazione agli avvenimenti in termini di dolore e sofferenza è molto legata alla soggettività individuale. ultimi interventi sono stati forzati dalle “lobby” delle assicurazioni per imporre i propri interessi economici. Sta di fatto che la Legge n. 27/2012 art. 32 comma 3-ter e 3-quater ha escluso il risarcimento per danni biologici permanenti di lieve entità (quelli fino al 9%), se non sono suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo. Si è risarciti solo se risulta visivamente o strumentalmente accertata l'esistenza della lesione. Con la recente “legge Concorrenza” è stato modificato l’articolo 139 del codice delle assicurazioni (quello sulle micro-permanenti) ed è stato formalizzato che solo le cicatrici (perché visibili) potranno essere liquidate senza il ricorso ad esami strumentali. Oltre a questo, anche per i danni maggiori “macropermanenti” è stato imposto un tetto all’aumento personalizzato del valore ottenuto per ogni tipo di invalidità in ragione dell’impatto che la lesione stessa ha avuto sulla vita della vittima (in passato era stato chiamato danno di natura “esistenziale”).

Tornando alla valutazione del dolore e della sofferenza patite dalla vittima per un incidente stradale, questo di fatto, in assenza di dati strumentali che consentano di dimostrarlo, resterebbe non risarcibile se di lieve entità e soggetto ad abbattimento economico se di grave entità. Non sono teoricamente risarcibili alcuni frequenti disturbi legati a traumi come le cefalee, il mal di collo o il danno biologico permanente di natura psichica (fra l'1 e il 9%), per i quali allo stato dell'arte non esistono nella pratica medica metodiche strumentali in grado di obiettivarli. Ne deriva lo stravolgimento del concetto di danno biologico, così come formulato, che afferisce alla compromissione dell’integrità psico-fisica e quindi alla globalità dell’essere umano Queste nuove disposizioni legislative riguardano per ora solo il risarcimento per danni derivati da incidenti stradali ma vi è da temere che queste imposizioni e limiti riguarderanno in futuro

anche i danni civilistici di altra natura. Al di la degli interessi economici che condizionano pesantemente il settore e che poco hanno a che fare con la scienza medico-legale, la tendenza attuale è quella della standardizzazione della casistica, la proposizione di un “pensiero unico” escludendo quella che è la personalizzazione delle singole situazioni. Questo è chiaramente in conflitto con quello che decenni di psicologia e scienza medica ci ha insegnato e quello che il concetto di danno biologico aveva recepito. L’uomo è sempre più assimilabile all’auto che conduce e il risarcimento riguarda solo il danno meccanicamente rilevabile, così come può essere la riparazione di un radiatore. È auspicabile che l'interpretazione giurisprudenziale della norma consenta di allargare le strette maglie di questa imposizione restrittiva riaffidando a pieno titolo ai medici-legali il loro ruolo. La loro professionalità specifica è l’unica in grado di rispondere alle esigenze del diritto in questo ambito.

Bibliografia Decreto 3.07.2003 (G. Ufficiale n° 211 del 11.09.2003) D. Lgs. n. 209/2005 Legge n. 27/2012 art. 32 comma 3-ter e 3-quater Danno alla persona di lieve entità di Daniele Spera in Danno e responsabilità 2/2013 Legge, 04/08/2017 n°124, G.U. 14/08/2017 Legge annuale per il mercato e la concorrenza Marco Rossetti, Il danno alla salute, CEDAM, 2017

Giorgio Chiessi. Medico Legale - Neurologo. Mstr in Psichiatria e Psicologia Giuridica - Neuropsicologia - Criminologia. Dirigente Medicina Legale ASL di Reggio Emilia - Perito e CTU in ambito penale e civile. E-mail: giorgio.chiessi@virgilio.it

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Antropologia

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Sociologia

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dolore

l'interpretazione del dolore in antropologia

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di Martina Esposito

parole chiave. Dolore, sofferenza, società, cultura. Abstract. A cosa pensiamo se diciamo "dolore"? A una ferita, una caduta, una malattia? Oppure a un lutto, allo strazio della guerra o alla violenza, alla tortura? Sappiamo bene quanti significati il termine dolore contempli e quale sia la sua capacità di evocare sensazioni; quello che cercheremo di fare qui è esplorare il dolore nella sua accezione antropologica, ossia di rispondere alla domanda "che cosa rappresenta il dolore per gli uomini?".

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os'è il dolore? Il dolore è quell’esperienza che tutte le persone fanno nel corso della loro vita e che - forse più di ogni altra - le porta fuori di sé. Fin da piccolissimi sperimentiamo col dolore i limiti del nostro corpo, delle nostre possibilità, insomma la nostra finitezza. Se immaginiamo la nostra esistenza come un procedere costantemente in avanti (nel tempo, nelle vicende più o meno quotidiane che si susseguono), il dolore si presenta come una brusca frenata. "Quando stiamo bene sentiamo il mondo, quando stiamo male sentiamo il corpo", ci ricorda Salvato- ◄

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Antropologia ◄

Sociologia

re Natoli1 e in effetti il dolore è quell'arrestarsi della nostra esperienza del mondo e nel mondo, per richiuderci in noi stessi sulle sensazioni dolorose. È il punto in cui viene meno il patto di alleanza del nostro corpo col mondo e con la vita; il luogo in cui si sospende la parola, il lògos, come se si ritornasse allo stadio precedente alla sua esistenza (il dolore non articola discorsi, esso è sempre in prima istanza muto o del rantolo o del grido). Sembra quasi incredibile come una sensazione tanto radicata nella persona - e nella carne - sia in grado di disintegrare la persona stessa dal suo interno, disarticolandola, allontanandola da sé stessa e da quelli che fino al suo sopraggiungere erano i riferimenti certi dello stare al mondo, nel proprio corpo, nella propria vita. Ma procediamo con ordine. Innanzitutto occorre una definizione (e vediamo subito come questa stessa si sottragga alla riduzione ad un’unica dimensione). “Dal punto di vista fisiologico, i dolori sorgono dalla stimolazione elettrica e chimica di determinate fibre nervose che trasmettono questi stimoli al cervello. Ma cosa è che sorge in tal modo? I dolori sembrano essere composti da percezione e affezione; non esiste un dolore puro”2. Non esiste un dolore puro perché il dolore non è un fatto meramente fisiologico, ma legato alla dimensione più vasta dell’esistere: quando si soffre, non soffre solo il corpo ma l’individuo, e più che riguardare il corpo possiamo dire che il dolore riguardi la vita. Antropologicamente l’ambivalenza del dolore si origina proprio da questa doppia natura del corpo, che è sì fisica ma anche simbolica. Nello stesso momento noi  siamo  il nostro corpo e abbiamo il nostro corpo. Per questo motivo il dolore sfugge ad una misurazione certa. Quando si tratta di stabilirne l’intensità, ad esempio, è impossibile istituire una scala che 1

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«Tutti i dolori sono sopportabili se li si fa entrare in una storia o se si può raccontare una storia su di essi» Karen Blixen valga per tutti gli individui e ne oggettivi l'impatto, ognuno ha una diversa sopportazione al dolore e quindi ne percepisce soggettivamente gli stimoli. Perché il dolore non è “semplicemente” riducibile a un corpo, chiama piuttosto in causa quella complessa relazione simbolica che c’è tra il soggetto e il mondo. Quella relazione che esso stesso arriva a tranciare e quindi a ridefinire. Antropologicamente parlando... Se è vero che l’esperienza del dolore ci lascia tragicamente soli, è altrettanto vero che nel nostro modo di approcciare, significare e vivere il dolore, siamo sempre “in compagnia” della nostra cultura d’appartenenza. Le modalità che abbiamo appreso - più o meno esplicitamente consapevolmente - rispetto alla percezione e manifestazione del dolore hanno sempre una profonda impronta culturale. I valori fondanti della cultura di appartenenza di ogni individuo gli forniscono una serie di possibilità di reazione al dolore. Ma prima ancora, il compito che le culture assolvono è quello di dare un senso alla sofferenza, iscrivendola in un orizzonte che le attribuisca un significato. La prima reazione che il dolore suscita è una domanda di senso (perché io? Perché proprio a me?). Nella Bibbia, ad esempio, risuona lo sgomento di Giobbe in queste domande e il suo atteggiamento è estremamente umano quando insiste nel chiedere a Dio il motivo di tanta sofferenza. Comprendere il proprio dolore è un altro modo di comprendere la propria vita. Attribuire un senso al dolore sofferto ne fa qualcosa di comprensibile, è come un'operazione di addomestica-

mento: riduzione di qualcosa di spoglio e violento, a un codice umano, intellegibile. Per questo tutte le culture (e le religioni) hanno sviluppato delle loro teorie del/sul dolore alle quali gli individui possono rifarsi per non naufragare di fronte al volto più brutale della vita. Per comprendere meglio questo aspetto culturale del dolore, possiamo immaginare il rap-

porto che con la sofferenza (in senso lato) si aveva nelle nostre campagne fino a una sessantina di anni fa. Non c'era tempo per sentire il dolore, non ci si poteva permettere di prestargli grande attenzione, almeno fino a

S. Natoli, L'attimo fuggente e la stabilità del bene, EDUP, 2007, p.23. H. Dreitzel, Sofferenza, in AA.VV., Le idee dell’antropologia, Bruno Mondadori editore, 2002, p.874.


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Figura 7.1 e 7.2 - A fianco, Giobbe, raffigurato nel dipinto del pittore e frate domenicano Fra' Bartolomeo (1473 - 1517). Giobbe rappresenta l'immagine del giusto, la cui fede è messa a dura prova da parte di Dio: egli sopporta, infatti, con rassegnazione la perdita dei suoi beni, dei suoi sette figli e tre figlie, le sofferenze dovute alla malattia e i rimproveri dei suoi amici. Sopra, immagine rappresentante le Crociate. è proprio durante le Crociate che prende piede in Europa un’esaltazione della sofferenza che raggiunge il suo apice nell’interpretazione della sofferenza di Cristo come un sacrificio da emulare e un debito da estinguere. quando non impediva il lavoro quotidiano nei campi o con le bestie. E quando qualche accidente o malattia sopraggiungeva a rompere il consueto scorrere della vita, si ricorreva spesso a pratiche che poco o nulla hanno a che fare con la medicina organicista che conosciamo nella nostra società (spesso si “segnavano” i mali cronici, 3 4

ad esempio, procedendo con formule segrete e un’incrollabile fede nell’opera del guaritore). Ecco che la cultura e il contesto giocano un ruolo determinante: crediamo forse che quei contadini, che i nostri antenati, avessero nei loro corpi qualcosa di incommensurabile rispetto ai nostri corpi attuali? No, semplicemente il dolore viene sentito,

sopportato e manifestato a seconda di quello che succede intorno a noi, del paradigma che ci hanno offerto e nel quale siamo immersi. Il dolore sentito non è proporzionale alla gravità di una lesione e quello manifestato non è proporzionale a quello sentito in termini sensoriali; sia la soglia del dolore che la reazione che abbiamo ad esso sono dettati dall'educazione e dagli esempi ricevuti. L'aspetto culturale del dolore è quella trama attraverso la quale l'uomo mette in relazione un dato fisiologico con un sistema di senso e valori che è proprio della sua cultura. Le Breton lo dice più chiaramente: "come la fame il dolore possiede un radicamento biologico, ma proprio come gli uomini non avvertono la fame nello stesso momento, non sentono gli stessi gusti, non mangiano gli stessi cibi e non rispondono ai medesimi rituali nell'attribuire a ciò che mangiano gli stessi significati, così pure non soffrono allo stesso modo, né secondo la stessa intensità del male; attribuiscono al dolore un senso e un valore differente secondo gli orientamenti collettivi che caratterizzano l'ambiente in cui vivono”3. Un altro esempio piuttosto lampante di come la cultura forgi l’immaginario del dolore lo possiamo attingere dalla religione. Abbiamo fatto riferimento a Giobbe, che nell’Antico Testamento (e per l’Ebraismo) rappresenta la figura emblematica del “giusto che soffre”; ma con l’avvento del Cristianesimo il rapporto dell’uomo col dolore si fa meno cerebrale ed etico e senz’altro più viscerale4. Nel Medioevo e in particolare con le prime Crociate, prende piede in Europa un’esaltazione della sofferenza che raggiunge il suo apice nelle figure di alcuni santi e mistici da un lato (si pensi solo alle esperienze visionarie e passionarie di Ignazio di Loyola e Teresa d’Avila, ad esempio) e dall’altro in quell’interpretazione della sofferenza di Cristo come un sacri- ◄

D. Le Breton, Antropologia del dolore, Meltemi, 2016, p.109. Per il Cristianesimo, e soprattutto per il Cattolicesimo, si parla addirittura di “dolorismo”.

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Antropologia

Sociologia

◄ ficio da emulare e un debito da estinguere: attraverso la propria sofferenza si ha l’opportunità di partecipare alla passione di Cristo, accedere ad una via privilegiata di accesso a Dio (via che prevedeva tutte quelle pratiche di mortificazione della carne poi mano a mano abbandonate). La Riforma spazzerà via queste posizioni, formulando un’interpretazione della vita che non può contemplare il dolore che, come un’inutile inciampo da evitare, non redime. Solo col Concilio Vaticano II verranno riviste le posizioni ufficiali della Chiesa Cattolica, che si aprirà all’uso di anestetici - ad esempio - e rifiuterà l’esaltazione della croce e della sofferenza tout-court. Eppure nella nostra società si avvertono chiaramente le tracce di questi lunghi secoli di esaltazione del dolore; in campo medico, ad esempio, sono stati i paesi protestanti anglo-americani (e più in generale del nord Europa) a studiare ed investire per primi con decenni di anticipo nelle pain clinics e in generale nella terapia del dolore. Come le credenze e i rimedi popolari leniscano effettivamente il dolore. Rifacendoci ora ad un repertorio più schiettamente etnografico, riporterò una storia particolarmente rappresentativa di quello che è un sistema simbolico d’efficacia, ossia in che modo la visione del mondo che una cultura e i suoi riti offrono agli attori sociali sia un vero e proprio strumento nelle mani di questi per rendere la propria vita non solo sopportabile ma armoniosamente in equilibrio tra desiderio e necessità. Si tratta di una pratica sciamanica della popolazione

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Figura 7.3 - Afianco, l'antropologo, psicologo e filosofo francese Claude Lévi-Strauss (1908 - 2009). Secondo lo studioso, la visione del mondo che una cultura e i suoi riti offrono agli attori sociali rappresenta un vero e proprio strumento nelle mani di questi per rendere la propria vita non solo sopportabile, ma armoniosamente in equilibrio tra desiderio e necessità.

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Cuna di Panama che Lévi-Strauss riporta come emblematica. In caso di parto difficile viene chiamato lo sciamano, che, per superare la crisi, intona accanto alla donna sofferente un canto che racconta letteralmente la battaglia interna al corpo della donna causata da Muu (potenza responsabile della formazione del feto) che ha abusato del suo potere impadronendosi dell’anima della donna (purba). Il canto consiste nella ricerca del purba, che lo sciamano intraprende con al suo fianco i nuchu, spiriti protettori che rende suoi assistenti: si ingaggia una battaglia che prevede la narrazione di ogni peripezia, ogni scontro, ogni progresso lungo il cammino del feto verso il canale vaginale e quindi verso la salvezza. Se il canto parte con una dettagliata descrizione dello sciamano stesso che si reca nella capanna della partoriente, vengono poi descritti accuratamente tutti i passaggi della dolorosa lotta all’interno del corpo della donna, che altro non sono che una narrazione simbolica del travaglio: l’oscura “via di Muu” è la vagina e la “residenza di Muu” rappresenta

l’utero, procedendo in un’oscillazione sempre più rapida fra i temi mitici e quelli fisiologici. Lo stesso LéviStrauss ci spiega perfettamente cosa succede attraverso la creazione di “una vera e propria anatomia mitica, corrispondente non tanto alla struttura reale degli organi genitali, quanto a una specie di geografia affettiva, che identifica ogni punto di resistenza e ogni spinta”5. Continua l’autore: “la cura consisterebbe nel rendere pensabile una situazione che inizialmente si presenta in termini affettivi: e nel rendere accettabile alla mente dolori che il corpo si rifiuta di tollerare. Che la mitologia dello sciamano non corrisponda ad una realtà oggettiva è un fatto privo di importanza: l’ammalata ci crede, ed è membro di una società che ci crede”6. Un altro classico esempio dell’interpretazione del dolore che l’antropologia ci ha offerto attraverso l’osservazione e lo studio delle popolazioni tradizionali, è senz’altro la vasta gamma dei riti di iniziazione. Nel corso di questi ultimi infatti, giovani uomini e donne - spesso poco più che bam-


Anemos neuroscienze

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bini - sono chiamati a superare prove spesso molto dolorose che sanciranno ufficialmente il loro ingresso nell’età adulta. Queste prove presentano, a dispetto della latitudine, alcuni caratteri in comune: si svolgono alla vista dell’intera comunità; si sviluppano secondo una sorta di canovaccio preciso che quasi mai può prevedere “lo strappo alla regola”, è un disciplinare molto rigido (un rito, appunto); uniscono al dolore fisico l’elemento della paura. Partendo proprio da questo ultimo punto, la prova da superare rappresenta per l’iniziato una sorta di precedente positivo, un evento al quale tornare nella memoria quando la vita adulta gli presenterà le sue prove, stavolta non rituali. Perciò, poiché il dolore rappresenta lo sradicamento dell’uomo dalla certezza della sua esistenza, l’isolamento, la paura e il dolore fisico, prodotti attraverso il rito, riproducono - per la prima volta e in maniera insieme simbolica e oggettiva - esattamente quello sradicamento. Lo sguardo della comunità che vigila e segue con attenta apprensione le prove iniziatiche ha lo scopo di fare da pungolo rispetto all’orgoglio dell’appartenenza (a volte la sola emissione di un grido può squalificare un’intera reputazione personale e familiare). Questo aspetto non è da intendersi solo in termini di controllo, quanto piuttosto della coesione sociale: il desiderio (bisogno) di riconoscimento e appartenenza sviluppa capacità fisiche e psichiche insospettabili, forgia il carattere e induce una resistenza estrema. In questi casi il dolore crea comunità di destino, è un potentissimo collante (ad esempio all’interno degli appartenenti alla stessa classe di età quindi insieme iniziandi). Le pratiche ritualizzate lasciano segni sui corpi dei ragazzi, tatuaggi, bruciature, cicatrici: quelle ferite sono segni tangibili

dell’avvenuto passaggio, “il dolore è un’incisione del sacro”7, uno squarcio che si apre nel corpo per spingerlo oltre le sue possibilità. Riflessione sulla visione del dolore odierno. Oggi viviamo nella società occidentale quella che si può forse definire una fase di algofobia. Grazie alla medicina, analgesici e anestesia fanno parte della nostra vita (quasi) quotidiana e quando il dolore fa irruzione nelle nostre vite (con traumi o gravi malattie) spesso rimaniamo completamente inermi, schiacciati, orfani di una visione del mondo che lo contempli, lo sappia nominare. Ha perduto qualsiasi riferimento culturale o morale. È solo violenza. La preoccupazione che abbiamo di rifuggire la sofferenza presenta aspetti di pericolo perché proprio come vita e morte, allo stesso modo piacere e dolore non possono essere scissi ed è impossibile percepire il primo se si ingaggia costantemente una guerra nella soppressione del secondo. Tuttavia l’esperienza del dolore arriva a toccarci e, se glielo permettiamo, spesso trasforma le nostre vite. Certo la nostra è una cultura estremamente individualista e anche molto più permeata dalla moltitudine di sottoculture e tendenze personali che mai come oggi sono state libere di svilupparsi e manifestarsi. Siamo più poveri di una griglia di riferimento per i significati da attribuire alle cose della vita, quella trama di significati che si condivide con gli altri, ma forse siamo anche più liberi di mettere in campo le nostre personali risorse per fare fronte al dolore. Dice ancora Le Breton: “la relazione intima con il dolore non mette a confronto una cultura e una lesione, ma immerge in una situazione dolorosa particolare un uomo la cui storia è unica, anche se la conoscenza della

C. Lévi-Strauss, Antropologia strutturale, 1964, trad.it. Il Saggiatore, 1990, p.219. C. Lévi-Strauss, ivi, p.121. 7 D.Le Breton, ivi, p.215. 8 D.Le Breton, ivi, p.135.

sua origine di classe, della sua appartenenza culturale e della sua confessione danno indicazioni preziose sullo stile del suo sentire e delle sue reazioni”8. Finora abbiamo affermato che nel dolore vacilla l’identità stessa dell’uomo, si permane più o meno tragicamente sul limite tra il potere sul mondo (e la vita) e l’impotenza sul proprio corpo. Ecco allora che la remissione del dolore è generazione di metamorfosi e lascia in dono il più delle volte una nuova identità, più autenticamente attaccata alla vita e aperta al mondo. Come se dopo la chiusura in sé stessi, alla ricerca delle risorse più nascoste per fare fronte alla crisi, ci si possa riaprire all’esterno che a questo punto apparirà completamente rigenerato perché lo osserviamo con occhi diversi. Mi viene in mente che quando avevo otto anni, cadendo dalla bicicletta mi sono rotta il polso sinistro. Oggi, a trent’anni di distanza da quell’episodio, quel polso mi duole al cambiar del tempo. E mi sorprendo sempre nel pensare che una piccola parte di tessuto connettivo mineralizzato abbia sviluppato questa capacità di previsione meteorologica: si accorge “prima di me” che qualcosa di importante nell’ambiente sta cambiando. Se c’è un lascito che il dolore ci fa al suo ritrarsi, mi piace pensare, metaforicamente, che siano queste antenne speciali che possono spuntarci sulle vecchie ferite.

Martina Esposito. Laureata in antropologia culturale e formatasi nella mediazione familiare, si è occupata di prevenzione del disagio psichico, educazione di minori a rischio e sostegno alla genitorialità. È mediatrice dei conflitti. Vive e lavora a Modena.

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Filosofia

Religione

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indagine sul dolore fra religione e filosofia

In

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di Antonio Petrucci

parole chiave. Bibbia, peccato, Giobbe, tortura, male, morte. Abstract. La visione biblica veterotestamentaria è legata al concetto di peccato e di fatica. La storia di Giobbe, poi, fornisce spiegazione teologico-filosofica alla presenza del male nel mondo. Altre spiegazioni relative al dolore in chiave laica sono trattate nell'articolo, in particolare quella di Nietzsche e Schopenhauer. Si indaga, infine, a proposito della tortura e ci si interroga del male in senso morale. Tra gli autori analizzati, Franco Rella e Hans Jonas.

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Anemos neuroscienze

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B

isognerà distinguere, prima di tutto, il dolore fisiologico (quello del parto ad esempio), da quello patologico (dovuto alla malattia); poi il dolore che proviene dalla malattia da quello inflitto all’uomo dai suoi simili. Al centro del discorso c’è sempre il corpo umano, con la sua incomparabile bellezza e con la sua ineludibile precarietà: è la sua materialità, in ultima analisi, la ragione della sofferenza. I. Il parto, la fatica, la malattia. “Disse alla donna: renderò assai numerose le tue sofferenze e le tue gravidanze; con doglie dovrai partorire figli”. (...) Disse all’uomo: (…) maledetta sia la terra per causa tua! Con

sofferenza ne trarrai il nutrimento per tutti i giorni della tua vita”. (Genesi, 3, 16-19) Le espressioni più “classiche” della sofferenza fisiologica - secondo la tradizione ebraico-cristiana - sono il dolore del parto e la fatica del lavoro, cioè due delle conseguenze dell’atto di disubbidienza e di arroganza compiuto dall’Uomo e dalla Donna nell’Eden. La terza conseguenza è la volontà di dominio dell’uomo sulla donna. La quarta conseguenza, ma certo la prima in ordine d’importanza, è la morte, ma di questo parleremo più avanti. Si potrebbe certo immaginare un parto senza dolore e un lavoro senza fatica e la nostra epoca ha cercato di “contenere” sia il dolore che la fatica, tuttavia non ha potuto cancellarli.

Il dolore è la conseguenza del parto - anzi il dolore del parto è il parto vissuto soggettivamente - ma per ciò stesso il dolore del parto trova la sua ragion d’essere, la sua giustificazione, nella causa finale cioè nella nascita del figlio. Si può aggiungere che questa sofferenza è il prezzo della gioia - che questa sofferenza porta alla gioia. Egualmente la fatica è una forma di sofferenza accettabile perché giustificata dal prodotto finale del lavoro (che coincide con la soddisfazione di vari bisogni: da quello elementare di nutrimento a quello più complesso dell’affermazione di sé). Naturalmente ciò non ci esenta dal combattere per ridurre la fatica sui luoghi di lavoro. Siamo però in un ambito in cui la sofferenza si presenta come ◄

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Filosofia

Religione

◄ motivata, legata a un fine da raggiungere, giustificata dal risultato. Aggiungerei che è più facile accettare una sofferenza che viene dalla natura, anzi che viene necessariamente dalla natura, piuttosto che una sofferenza che viene dall’uomo, da una volontà ostile o da una sopraffazione dovuta alla forza. Diverso è il caso della sofferenza patologica. Il caso del dolore che proviene dalla malattia è più difficile da accettare e più complesso da esaminare. In genere la malattia colpisce “a tradimento” qualcuno che non se l’aspettava. A volte viene vissuta come punizione di un male commesso. Si aggiunge così, al male proprio della malattia, il male del senso di colpa. Ma chi non trova, nella sua condotta, niente di male sente allora la malattia come

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profonda ingiustizia nei suoi confronti. A volte il malato oscilla tra senso di colpa e senso d’ingiustizia. Ciò lo rende aggressivo verso chi lo circonda e lo cura o lo fa regredire verso un passato senza nuvole. Chi crede - e spesso anche chi non crede - interroga Dio o lo invoca o lo maledice. Infatti, se Dio è giusto, perché il giusto soffre? La storia di Giobbe e quella di Tobia. Anche se non è citata fra le “maledizioni” di Dio, la malattia dovrebbe essere - come il parto e la fatica - la conseguenza della materialità e della finitezza del corpo. Ma un testo del Vecchio Testamento, il Giobbe - un testo che risale al termine dell’esilio babilonese (538 a. C.) - apre una prospettiva più inquietante: e cioè che la

malattia (e il dolore) serva a “metterci alla prova”. Straordinaria storia quella di Giobbe: straordinaria perché rivela fin dalle prime righe che Satana - cioè il diavolo - è al servizio di Dio e non contro di Lui. Straordinaria perché Dio, che dovrebbe essere sommamente giusto, e garante della giustizia, accetta la proposta di Satana di mettere alla prova - attraverso la malattia e il dolore - la fede di Giobbe. Satana si scatena colpendo Giobbe a più riprese (l’unico limite posto da Dio a Satana è la vita del suo servo), ma lui rimane ostinatamente attaccato alla sua fede. Intervengono gli amici di Giobbe, i quali vogliono sostanzialmente convincerlo che, evidentemente, egli è colpevole di qualche oscuro peccato o delitto. Giobbe però insiste sulla sua innocenza. Egli vorrebbe spiegare a Dio che non ha commesso alcuna colpa e che quindi non merita ciò che gli sta succedendo. Senonché, quando alla fine si trova veramente di fronte a Lui, non ha la possibilità di aprire bocca giacché un Dio assolutamente incapace di ascolto lo travolge con la sua terribile retorica. Chi è Giobbe per porre a Dio, il Signore del mondo, domande o proteste? Dov’era lui, Giobbe, quando Dio creò il mondo? E Giobbe finisce per piegare il capo. “Adesso ho compreso”, dice. La conclusione del testo è confortante: narra delle ricompense che Dio riserva a Giobbe per avere conservato la fede malgrado le molte sofferenze. Il male, dunque, è voluto da Dio, rientra nel suo progetto, e in ogni caso

Figura 8.1 - Adamo ed Eva, dipinto di Tiziano (1550 circa, olio su tela). Secondo la tradizione ebraicocristiana, le espressioni classiche della sofferenza fisiologica sono il dolore del parto e la fatica del lavoro, cioè due delle conseguenze dell’atto di disubbidienza compiuto da Adamo ed Eva.


Anemos neuroscienze

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rimane imperscrutabile perché è “oltre” cioè è, come Dio, superiore alla capacità umana di comprenderlo. Una prospettiva diversa sembrerebbe emergere dal Tobia, un testo che risale al 200 a.C., classificato fra i Deuterocanonici. Qui la giovane Sara è perseguitata da un demonio che fa morire i suoi mariti durante la prima notte di nozze e Tobi, diventato cieco, viene schernito - per la sua inutile fede - da tutti, compresa la sua stessa moglie. La preghiera di Sara e quella di Tobi giungono insieme all’Altissimo che manda l’angelo Raffaele ad aggiustare le cose… L’angelo Raffaele è un angelo a servizio dei credenti perché Dio non abbandona chi, pur soffrendo, conserva la fede. Il nome Raffaele significa “medicina di Dio”. In ogni modo, i due testi, il Giobbe e il Tobia, condividono, per chi conserva la fede, una felice conclusione. Infine il Cristianesimo ha risposto alle domande di Giobbe col Cristo, il Dio che si è fatto uomo, l’Innocente che si fa carico di tutta l’umana sofferenza, il Giusto che accetta una morte atroce al fine di liberarne gli uomini o almeno di offrire loro una via e una speranza. Ma c’è un momento, sia pure un solo momento, in cui il Cristo stesso sembra riproporre l’enigma del dolore e lo sgomento di chi soffre: è il momento che precede il grido finale: “Signore, Signore, perché mi hai abbandonato?” (Vangelo di Matteo, 27, 46; Marco, 15, 34). La filosofia e il dolore. E la filosofia? Serve davvero? Come risponde al problema del dolore? Naturalmente, la filosofia, fin dalle origini - da Platone a Zenone, da Plotino a Sant’Agostino, da Cartesio a Spinoza e via continuando - non ha ignorato il tema che qui ci interessa. Ha cercato, anzi, di darne una spiegazione, ma soprattutto ha cercato il farmaco, il rimedio del male. Per evidenti ragioni, ci limiteremo a pochi appunti su tre pensatori che si sono presentati, quasi spontanea-

mente, alla nostra mente. Una posizione simile a quella di Giobbe, ad esempio, si ritrova in Simone Weil - filosofa del Novecento - espressa in modo particolare nel libro L’attesa di Dio. La Weil vede la bellezza e la logica del mondo. Ella vede anche l’errore e l’orrore della natura. Ma accetta l’errore e l’orrore come ha accettato la bellezza e la logica. Ella accetta tutto perché vede tutto come necessariamente derivato da Dio. Partendo da premesse completamente diverse, Nietzsche era giunto alle stesse conclusioni. Nietzsche è un filosofo che propone una svolta radicale. Nel discorso che Zarathustra fa al mercato, la strada del così detto “superuomo” viene segnata: passa attraverso la morte di Dio e la fedeltà alla terra. La fedeltà alla terra implica l’accettazione della vita così com’è: e quindi anche l’accettazione del dolore. L’accettazione del dolore non è, in Nietzsche, rassegnazione ma esaltazione: “siate come leoni che ridono”, esorta Zarathustra, e più volte reagisce al dolore col canto e con la danza. Nietzsche contrappone la sua “concezione tragica dell’esistenza” al nichilismo religioso e al pessimismo filosofico. Quest’ultimo ha il suo più noto rappresentante in Arthur Schopenhauer. Per Schopenhauer la vita, espressione di un principio metafisico irrazionale, non è che “un pendolo che oscilla fra il dolore e la noia”. Il desiderio, infatti, essendo mancanza, è dolore, e la soddisfazione del desiderio, essendo sazietà, porta fatalmente alla noia. Ciò è particolarmente evidente nella sessualità: infatti omne animal post coitum triste est, come recitavano i vecchi manuali di medicina sessuale. Malgrado tali premesse, Schopenhauer indica una via d’uscita dalla morsa del dolore: prima di tutto l’estetica, cioè la contemplazione del bello di natura e del bello d’arte, apre squarci di libertà nel mondo delle cose; se-

condariamente, la giustizia e la compassione, avvicinando ogni uomo ai suoi simili, facendolo partecipe della universale sofferenza, esorcizzano il “suo” dolore. La com-passione, infatti, è una forma d’amore che libera e perciò si contrappone alla schiavitù dell’impulso erotico. Non è finita qui giacché la via etica porta, per chi sa percorrerla fino in fondo, all’ascetica cioè a una definitiva liberazione dal dolore e dalla noia: l’asceta, colui che ha tacitato la volontà di vivere, che ha trasformato la volontà in nonvolontà, che ha spento il desiderio, incominciando da quello sessuale, appare a chi è incapace di ascesi un rinunciatario; ma egli vede aprirsi davanti ai suoi occhi “una nuova terra e un nuovo cielo”.

II. La tortura. Malgrado ciò che si è scritto sulla malattia e su quanto essa possa devastare l’essere umano, c’è una sofferenza che non viene dalla natura, ma dai nostri simili, e perciò ci colpisce e ci sgomenta più della malattia: la tortura è sistematicamente praticata dai regimi totalitari e non solo da essi (come è ripetutamente documentato da Amnesty International). La tortura serve per ottenere informazioni dalla vittima, ma anche per umiliarla, per spaventarla, per distruggerla “pezzo per pezzo”, per indurla a tradire i propri compagni e le proprie convinzioni. Serve inoltre, all’aguzzino, per celebrare il proprio trionfo e il proprio potere e per soddisfare in libertà il proprio odio e il proprio sadismo. Fame e sete, privazione del sonno, percosse, violenze sessuali, fratture degli arti e mutilazioni: questo è un elenco approssimativo dei metodi classici, sempre apprezzati ed efficaci. Chi sopravvive dopo essere stato torturato, in genere, ne porta i segni per il resto della vita. Il simbolo più universale della sofferenza e della morte dovuta alla ◄

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Filosofia

Religione

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◄ tortura è da sempre il Cristo sulla croce. Il Crocefisso continua a ricordarci non solo che Dio è morto per gli uomini, ma anche che la sua morte non è servita a cancellare l’antica usanza di torturare i propri simili. L’enigma del male. Il discorso sulla tortura implica il problema del male in senso morale ed è quindi oggetto dell’etica. Nel libro di Franco Rella, Figure del male, un romanzo/saggio filosofico, tre personaggi, Alex, Barnaba e Carl, si interrogano sulla natura del male - e sul suo trionfo ad Auschwitz. Come è stato possibile, si domandano, che la malvagità umana abbia superato ogni limite ad Auschwitz? Come è possibile che la coscienza degli aguzzini non si sia risvegliata di fronte al dolore delle vittime? Sicuramente la prima risposta viene dalla psicologia: il contagio, tipico delle azioni compiute in gruppo, la deresponsabilizzazione, tipica delle azioni autorizzate dal leader, e la colpevolizzazione della vittima danno infatti la necessaria “copertura ideologica” a chi ricopre il ruolo del carnefice. Ma la filosofia si è spinta più avanti: nei sistemi totalitari, secondo l’analisi di Hannah Arendt, deresponsabilizzazione e colpevolizzazione diventano la norma. Infatti, fra il Capo e la massa, c’è sempre una minoranza da colpevolizzare e sulla quale riversare, inizialmente, il malcontento e la violenza (gli ebrei o gli omosessuali o i malati di mente o gli avversari politici). In un secondo momento tutti possono diventare colpevoli e su tutti si può abbattere la violenza “riparatrice”. L’essenza del regime totalitario è il terrore e il terrore mira al dominio assoluto dell’uomo, cioè alla sua riduzione a una specie animale o a una categoria di oggetti (reificazione). L’operazione culmina nei campi

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di concentramento, dove viene cancellato ogni senso del diritto e della morale, ma anche il concetto stesso dell’identità individuale. Il male assoluto è dunque il dominio assoluto dell’uomo sull’uomo - ma il male assoluto è anche la morte della pietà e l’indifferenza al dolore.

III. Esperienze della morte. Pur rendendoci conto dei molti limiti (peraltro inevitabili) del presente saggio, termineremo con qualche riflessione sulla morte. Ciò ci sembra necessario per dare un fondamento a quanto si è detto fino a ora. Se il dolore si deve al corpo, alla sua materialità e finitezza, il dolore e la morte hanno le stesse radici. Anche in questo caso, è opportuna una distinzione. La prima esperienza della morte che io ho - e con la quale debbo fare i conti - è esperienza della morte altrui. Mentre la conoscenza della mia morte è una conoscenza concettuale e perfino piuttosto astratta (si basa infatti su un ragionamento deduttivo: tutti

gli uomini sono mortali, quindi la mortalità è una condizione ineludibile), l’esperienza della morte dell’altro è sensoriale e concreta e perciò lacerante. Essa è perdita, mancanza, assenza, abbandono (che sono in effetti quasi tutte le forme della sofferenza spirituale). La morte dell’altro ci chiede sempre un congruo periodo di tempo per riprenderci. C’è chi non riesce a piangere e chi non riesce a smettere, chi si chiude nel silenzio e chi grida il suo dolore, chi continua a interrogarsi. Inutile sperare di affrettare la guarigione: l’unica cosa da fare è attendere che la sofferenza venga lenita dal tempo. Rimane fondamentale la accettazione della perdita. Il secondo aspetto della morte, e la seconda esperienza che io ne faccio, è la paura della mia morte. Qui la filosofia ha molto da dirci, ma l’essenziale lo ha detto Socrate nella Apologia: non si sa se la morte sia un male; sotto molti aspetti, essa rimane misteriosa, e perciò è assurdo averne paura; noi non dovremmo temere la morte, ma l’ingiustizia, ciò che è certamente un


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Figure 8.2 e 8.3 - Da

sinistra, la filosofa e scrittrice francese Simone Weil (1909 -1943) e il filosofo, poeta e saggista tedesco Friedrich Nietzsche (1844 - 1900). Nei loro scritti, partendo da premesse completamente differenti, arrivano alle stesse conclusioni per quanto riguarda l'accettazione del dolore.

generazioni.

male. Noi non dovremmo, infine, preoccuparci della morte, ma della coerenza della vita. La filosofia dopo Socrate ha indicato le due fondamentali risposte alla paura della morte: la prima è quella di Platone, che risolve il problema in chiave spiritualista, proponendo una teoria dell’anima come sostanza spirituale che non solo sopravvive al corpo, ma addirittura lo precede. Ripulita dalla metapsicosi, cioè dalla teoria della trasmigrazione dell’anima in altri corpi, la teoria platonica sopravvive nel Cristianesimo. L’altra visione è quella stoica che vede la vita e la morte inserite in un tempo circolare e indica nell’apatia, nel dominio di sé, la strada maestra per attraversare la sofferenza - i mali della vita e quelli della storia. La visione stoica viene ripresa in maniera evidente da Nietzsche. Ma anche Heidegger, in qualche modo, è da ricondurre allo stoicismo: “l’essere per la morte” consente all’uomo libero il passaggio dalla vita inautentica a quella autentica. Ma la parola passa ora alla scienza.

Il grande sogno della scienza medica è di vincere la morte, cancellandola, o almeno prolungando la vita a tempo indeterminato o riproducendola sotto la stessa forma (clonazione). “Ma se aboliamo la morte - dice Hans Jonas - dobbiamo abolire anche la procreazione” e cioè dobbiamo rinunciare alle nuove nascite, all’esperienza della paternità e della maternità, allo spettacolo tenero e goffo dell’infanzia. Dovremmo rinunciare certamente anche alla filosofia e alla religione, che cercano significati all’esistenza, lasciare l’uomo nelle mani della scienza, della tecnica e dell’economia. Invece, è sempre Jonas che parla o comunque è lui a suggerirci queste riflessioni, la pienezza della vita, la vita vissuta, realizzata, goduta stagione per stagione - poiché ogni stagione ha la sua bellezza - è una risposta sufficiente alla morte. E se noi sentiamo, oggi, così acutamente la paura della morte è perché le nostre aspettative sulla vita, le nostre ambizioni sono aumentate, esattamente quanto si è abbassato l’investimento sulle future

Bibliografia G. Colombero, La malattia una stagione per il coraggio, ediz. Paoline, 1981 S. Weil, L’attesa di Dio, Adelphi, 2008 F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Adelphi 1976 A. Camus, Il mito di Sisifo, Bompiani 1971 B. Schopenhauer, Metafisica dell’amore sessuale, a cura di A. Verrecchia, Rizzoli 1992 F. Rella, Figure del male, Feltrinelli, 2003 A. Bandura, La violenza nella vita quotidiana, Psicologia contemporanea n. 48, nov-dic 1981 H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Einaudi 2009 Platone, L’apologia di Socrate e Fedone in Opere complete, vol. I, Laterza 1971 J. Choron, La morte nel pensiero occidentale, De Donato 1971 M. Heidegger, Essere e tempo, Mondadori 2011 H. Jonas, Dalla fede antica all’uomo tecnologico, Il Mulino 1991 Antonio Petrucci. Si occupa di filosofia e letteratura. Durante l’anno in corso, ha pubblicato il “Taccuino filosofico” su La Voce di Reggio Emilia e sta ora pubblicando sullo stesso giornale alcuni racconti come omaggio a importanti narratori. Collabora al progetto di Laboratorio filosofico organizzato dalla Biblioteca dei Cappuccini.

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Letteratura

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Anemos neuroscienze

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Sofferenza fisica e morale

negli scritti di ieri e di oggi Un viaggio nel tempo attraverso il mondo della letteratura per scoprire il significato del dolore

di Adriano Amati

App 1

parole chiave. Dolore, natura, infelicità, Leopardi, Shalev, Ungaretti. Abstract. Il dolore coniugato al maschile da un grande della letteratura dell'Ottocento, Leopardi, e quello odierno raccontato da un'autrice israeliana, Zeruya Shalev. Il primo è cosmico e metafisico, il secondo personale e quotidiano. Poi c'è il dolore di Ungaretti, collegato alle vicende del primo Novecento.

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rologo. Nelle riunioni preparatorie di questa monografia sul dolore si è ravvisata la necessità di stabilire l'ambito entro cui circoscrivere le tematiche da trattare, poiché l'argomento si è rivelato talmente vasto da imporre dei limiti ai molti approcci possibili. Nella fattispecie quello letterario presenta la stessa problematica, abbracciando la letteratura l'intera vicenda umana, storica, sociale, cul-

turale e scientifica. Ragioni di spazio limitano dunque questa prospettiva d'analisi a tre autori che in momenti diversi, e partendo da motivazioni assai differenti tra loro, hanno dedicato al tema di cui si tratta molte pagine autorevoli, degne dunque di attenta riflessione. Gli scrittori scelti, due di ieri e uno di oggi, la cui opera esprime l'approccio assolutamente singolare con cui hanno affrontato l'argomento, sono Giacomo Leopardi,

Giuseppe Ungaretti e la scrittrice israeliana Zeruya Shalev. Il dolore secondo Leopardi. Il riassunto della concezione leopardiana del dolore, vista la quantità del materiale prodotto dal grande pensatore, è qui forzatamente limitata. Centrale è l'idea che la vita sia stata spietata con lui, e se anche l'Autore non esclude che altri possano essere felici (pessimismo singolare o soggettivo), ben presto esten- ◄

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Letteratura

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Figura 9.1 - A fianco, il poeta Giacomo Leopardi (1798 - 1837). Centrale nel suo pensiero è l'idea che la vita sia stata spietata con lui e, se anche in un primo momento non esclude che altri possano essere felici, arriva a estendere questa convinzione all'intera esperienza umana. Tra le cause del suo pessimismo individuale si è soliti individuare l'ambiente familiare angusto e opprimente, la delicata sensibilità d'animo e le patologie fisiche sofferte. ◄ derà tale convinzione all'intera

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esperienza umana; tra le cause del pessimismo individuale si è soliti individuare l'ambiente familiare angusto e opprimente, la delicata sensibilità d'animo e le patologie fisiche sofferte (tubercolosi ossea). Con gli anni, come detto, questa sua riflessione si estende: tutti gli uomini sono condannati all'infelicità estrema, perché finiti i tempi della vita primitiva, quando vivevano nello stato di natura, cioè senza i condizionamenti della ragione, con l'acquisita civiltà essi scoprono la vanità delle illusioni, il male, il dolore e l'angoscia (pessimismo storico). In questa fase di accusa alla modernità la natura è considerata ancora benigna, incontaminata, di conseguenza l'uomo che vive in simbiosi con essa non è afflitto da alcun disagio psicologico. Con l'avvento della modernità, e della relativa compromissione culturale e psicologica dell'individuo, l'unico rimedio che può far cessare il dolore è la contemplazione distaccata (e rassegnata) della realtà, in una sorta di astensione permanente da qualsiasi coinvolgimento. Il passaggio successivo della concezione leopardiana è il pessimismo cosmico: contrariamente alla posizione precedente, egli afferma che l'infelicità è legata alla vita stessa dell'uomo, destinato così a soffrire lungo tutto l'arco della sua esistenza. E la natura, che ha generato l'uomo, ora viene considerata maligna (matrigna), perché induce l'uomo a sviluppare pensieri e desideri di felicità

che non potranno mai trovare un riscontro concreto. Nello Zibaldone (nel maggio del 1829) paragona il bisogno di felicità al bisogno di cibo, e afferma che quella fame non può essere saziata in alcun modo: crudele e indifferente ai dolori umani, la natura è così diventata una forza oscura e misteriosa governata da leggi meccaniche e inesorabili. Il pessimismo è cosmico perché il dolore colpisce ogni essere vivente, comprese piante a animali. “Là quella rosa è offesa dal sole,

che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un'ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali... quell'albero è infestato da un formicaio, quell'altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare...”. Ecco, la natura fa nascere l'uomo, gli animali, le piante, per destinarli alla sofferenza; da un lato ha fatto sì che nascesse in loro il desiderio di un piacere infinito, ma non ha fornito agli esseri viventi i mezzi per raggiungerlo.


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Questa concezione emerge con assoluta chiarezza, per la prima volta, nel Dialogo della Natura e di un Islandese, un'Operetta morale scritta nel 1824. Qui il Poeta ha una visione meccanicistica e materialistica della natura, la quale procede incessantemente nel ciclo universale di produzionedistruzione, non avendo alcun interesse per la sofferenza degli umani, che sia maggiore di quella che ha per le formiche. Tale posizione è ribadita nei versi conclusivi del Canto notturno di un pastore errante nell'Asia, dai quali risulta la completa sfiducia di Leopardi per la condizione umana nel mondo, una condizione fatta di sofferenza e di diuturna infelicità. “O natura, o natura perché non rendi poi quel che prometti allor? Perché di tanto inganni i figli tuoi?” Naturalmente il Poeta di Recanati non è l'unico autore ottocentesco, e dunque d'epoca romantica, a sviluppare questa concezione nuova della natura, intesa come fattore indifferente, lo stesso concetto è ripreso dal Foscolo, che anticipa la teoria evoluzionistica di Darwin, del neodarwinista Russel, degli inglesi Tennyson (che svolse i suoi componimenti poetici per descrivere le meraviglie del giardino ordinato e curato, in contrapposizione alla selva infida) e Housman. Tutti costoro però attribuiscono alla natura un ruolo neutrale, e dunque non la caricano di alcuna responsabilità negativa; è solo Leopardi che vi si accanisce contro, forse a causa della sua particolare condizione di salute. Difficile dire se il nichilismo e l'agnosticismo del Poeta siano il frutto delle sue considerazioni filosofiche sulla natura e sul dolore da essa perpetrato, perché è pur vero che Leopardi inaugura l'era romantica ma nel contempo egli eredita gli strumenti culturali elaborati dell'Illuminismo, che intendeva superare

l'oscurantismo religioso per affidare alla scienza il compito di trovare le risposte ai misteri che turbavano gli uomini; nello Zibaldone però le sue posizioni si fanno più sfumate e insieme più complesse, e talune sue affermazioni (di vitalismo romantico) sembrano contraddirne altre: panteismo e nullismo, anelito alla vita e disillusione, e spesso anche la poesia non concorda in pieno con certe tesi espresse in prosa (sentimento nella prima, razionalità nella seconda). L'elaborazione leopardiana si conclude con il pessimismo eroico: anche nella più dura sofferenza l'uomo deve mantenere intatta la propria dignità, così la scelta di uccidersi dev'essere rifiutata perché susciterebbe altro dolore agli amici e ai conoscenti del suicida. Nel Dialogo di Plotino e Porfino l'operetta si conclude così: “andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente, per compiere nel modo migliore questa fatica della vita”. E anche per difenderci tutti insieme contro la potenza cieca della natura; così egli rifiuta la misantropia e invita gli uomini (tutti ugualmente innocenti) a unirsi per condividere lo sforzo di vivere. Ciò nonostante egli disprezza profondamente tanto chi sostiene a spada tratta il progresso positivista, tanto chi indulge alle piccolezze quotidiane dell'uomo comune. Ora resta da chiedersi: ma è dolore tutto questo? O invece è solo frustrazione per il desiderio (di godere della vita) inappagato? I pareri qui divergono, ciò che è ampiamente condiviso invece è il concetto della vanità di tutto, che rimane una delle principali intuizioni filosofiche di questo grande pensatore. Il dolore secondo Zeruya Shalev. Cambiamo epoca ed atmosfere. Prendiamo ora in esame il romanzo di Zeruya Shalev, che con Amos Oz e David Grossman è uno degli autori israeliani più letti nel mondo. S'in-

titola Dolore e narra la storia di una quarantacinquenne, sposata, con due figli, che ha vissuto due forti traumi, l'abbandono del suo primo amore e un attentato di cui è stata vittima; gravemente lesa nel fisico, è costretta ad assumere molti antidolorifici per lenire gli spasmi provocati dalle piaghe con cui deve convivere. La voce narrante chiama Dolore l'amante della donna (e non a caso, visto che è un medico specializzato in terapia del dolore neurologico), perduto giovane e ritrovato adulto, e questo specifica la sofferenza che lei ha patito nel corso della vita trascorsa senza di lui, un sentimento fatto di rabbia e rimpianto che si propaga intorno alla sua esistenza e coinvolge famiglia, colleghi, amicizie, fino a sconvolgere le sue giornate: prima nella ricerca dell'amante e poi nella sua parossistica frequentazione di questo vecchio amore. È questa una concezione moderna e femminile della lettura del dolore. Moderna, perché la sofferenza si mescola alla frenetica quotidianità dei protagonisti, con le circostanze odierne di una città che dettano il ritmo alle giornate, e femminile per la complessità delle implicazioni che il dolore procura alla protagonista, impegnata a svolgere ruoli diversi su fronti diversi: ora il difficile rapporto col marito, poi l'incomunicabilità con la figlia maggiore, infine le tensioni che il suo lavoro di preside le procura. Il ritrovamento del vecchio amore interviene a complicare un quadro già abbastanza compromesso e a mettere in discussione l'intera sua esistenza. Qui il dolore è totalizzante, appare al lettore come la causa prima degli avvenimenti che si susseguono nelle esistenze dei protagonisti; la fonte principale, scaturigine della più profonda sofferenza esistenziale, è senz'altro l'amore, che vincola ciascuno ad un rapporto con l'altro fondato sulla reciproca dipendenza, sul vincolo affettivo-umorale de- ◄

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Letteratura ◄ stinato a trascinare la relazione in una comune angoscia, poiché ogni coppia si attrae e si respinge con uguale virulenza. Così lei col marito, con la figlia, con l'amante e con le colleghe, mentre il figlio più giovane resta nel suo limbo ineffabile, come fosse estraneo a tutti gli avvenimenti che tormentano la famiglia. In questa ambigua alternanza di vicinanza e lontananza affettiva, sollecitata dalla fragilità con cui i singoli protagonisti della vicenda affrontano i nodi dell'esistenza, la mente della protagonista vive continue ossessioni e paure, tali da gettarla nello sconforto della solitudine; perché i molti segreti, le omissioni e le menzogne cui la costringe l'adulterio, la condannano al silenzio, a non poter comunicare i propri stati d'animo. Tale ritenzione finisce per sconvolgere la sua personalità, così che lei

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diventa irriconoscibile agli occhi di chi la frequenta da anni, e l'unica giustificazione che può addurre gliela fornisce il dolore procuratole dalle ferite e dalle piaghe del corpo, di cui tutti conoscono la gravità. Che tipo di dolore ci propone la Shalev? Innanzi tutto quello procurato da ogni irrisolto affettivo, sia esso voluto o casuale, cioè un dolore insito nella sfera dei sentimenti; distrazioni o scelte sbagliate, incomprensioni o silenzi, tutti figli della debolezza e della poca lucidità, gettano l'animo in un travaglio da cui risulta assai difficile districarsi. È materia da sviluppare in una esperienza clinica, che in quanto esperienza intellettuale è in grado di restituire quel grado di consapevolezza delle proprie responsabilità affettive che il nodo delle passioni ha finito per stravolgere o soffocare del tutto. In

questo ingorgo emotivo anche la propria posizione nel mondo, cioè i rapporti sociali e le responsabilità che ne conseguono, e così i compiti lavorativi, i ritmi e le funzioni della vita domestica, tutto quanto perde il suo baricentro e viene a mancare il punto di equilibrio che in condizioni normali fornisce all'esistenza l'opportuna stabilità. In tale situazione la protagonista della storia si sente sull'orlo della pazzia, tanto che il lettore si chiede: la sua paura della pazzia è già pazzia? Poi naturalmente c'è il dolore fisico, che nella trama della narrazione risulta secondario, in qualche modo redimibile, comunque di una portata non sufficiente a impedire alla donna di svolgere gli impegni ordinari con una certa continuità; qui l'unico rimedio sono i farmaci, quegli antidolorifici che lei assume

Figura 9.2 - Sotto, la scrittrice Zeruya Shalev, una tra gli autori israeliani più letti nel mondo. Il suo libro Dolore

presenta una concezione moderna e femminile della lettura del dolore, dove la sofferenza si mescola alla quotidianità dei protagonisti, con le circostanze odierne di una città che dettano il ritmo alle giornate, e femminile per le complessità delle implicazioni che il dolore procura alla protagonista, impegnata a svolgere ruoli diversi su fronti differenti.

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in abbondanza, ben oltre il quantitativo prescritto dal medico. Si può dire che spesso la sofferenza per le ferite riportate nell'attentato è una comoda opportunità per dissimulare il tormento esistenziale e nascondere, dietro la maschera di una malattia certificata, la malattia dell'anima, ben più dolorosa e crudele di quella provocata dall'attentato terroristico subito. Anzi, si può dire che nel momento in cui la sofferenza sentimentale accelera e il nodo emotivo si stringe, il dolore fisico scompare dalla narrazione, assorbito dal turbamento spirituale procurato dalle traversie d'amore, adultero e familiare. A gravare sulla coscienza della donna sono inoltre i sensi di colpa che prova a causa del tradimento inflitto al marito e delle mancanze nei confronti della figlia (che allontanatasi dalla famiglia si lega ad una setta), che si traducono in un senso di ina-

deguatezza generale, ovvero incapacità di reggere i numerosi ruoli che è chiamata a svolgere in famiglia e nella società. Tutta questa magmatica situazione esistenziale si amplifica quando da Gerusalemme la protagonista si sposta a Tel Aviv per stare vicino alla figlia: qui la città, con i suoi ritmi metropolitani, è ulteriore causa di sbigottimento, tanto da accrescere quel senso di spaesamento e straniamento già presente in lei lungo tutto l'arco della narrazione. Intitolare il romanzo Dolore forse non è sbagliato, perché l'Autrice costruisce l'intera vicenda sulla sofferenza fisica e morale dei protagonisti, o meglio, delle protagoniste, poiché gli uomini (il marito, il figlio minore e l'amante) ne vengono appena sfiorati, e solo perché condividono con la donna e la figlia una stretta vicinanza, destinata a trasmettere alle loro pacifiche esistenze momenti di

Figura 9.3 - Sopra, lo scrittore e poeta Giuseppe Ungaretti (1888 1970). Ungaretti intreccia il dramma personale a quello collettivo degli uomini, la cui unica consolazione è la fede cristiana. Il suo è un dolore inesauribile, la sofferenza per la mancanza che il poeta avverte lungo tutto il corso della sua vita, in particolare per la perdita del figlio, non smette mai di tormentarlo. tensione. Il romanzo dunque affronta un dolore personale e quotidiano che, pure se non ha l'ampio respiro del dolore cosmico e metafisico di Leopardi, autorevolissima fonte di riflessione, risulta più vicino alla realtà quotidiana dell'uomo della strada, che spesso inciampa in nodi emotivi che la passione finisce per ingarbugliare in modo pernicioso. Il dolore secondo Ungaretti. Infine, sul versante squisitamente poetico del Novecento, un nome per ◄

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◄ POESIA

voglio restare nelle mani della luna … voglio restare nelle mani della luna, negli occhi dei sospiri, voglio vivere di tempo e di sguardi. Lasciati toccare antico mio respiro, fatti vedere, non ho dimenticato il dolore, la mente liquida, né l’acqua che di neve ha lavato ogni pensiero, vedo una ferita che non si chiude e un’altra che ha tutto il dolore delle storie, sembra infettarsi d’anima il corpo e non mi riconosco e guardo ancora ciò che io ero. …molto prima, quando respiro e anima cantavano la medesima voce, quando lo sguardo attraversava la vita… quando ero carne e tempo, essenza di me stesso. Oggi, ogni ricordo ha il respiro dell’oblio e tutto tace, le lacrime d’oro e la cenere e la rosa di maggio tutto tace, eppure nell’istante della pioggia ero nuvola; ero ogni cosa e vibravo nell’attesa dell’alba… ero a domandare il prossimo infinito senza dolore. Antonio Nesci

Antonio Nesci. Nato nel 1948 in Calabria, vive da anni a Modena. Poeta e autore di numerose pubblicazioni, tra le più recenti Disimpegno di un burattino in una scena di volo (2016) e Migrazioni - Vie di speranze (2016). Ha ideato, nel 1985, la Biennale di Poesia delle Scuole Primarie di Modena. Collabora come “esperto di poesia” in diverse scuole primarie, secondarie, istituti tecnici e licei di Cosenza, Modena, Parma, Reggio nell’Emilia e Verona. Ha collaborato a percorsi di poesia nella Casa di lavoro di Saliceta S. Giuliano e nelle Carceri di Sant’Anna, sempre a Modena. Ha curato un progetto di poesia presso la comunità “Torre Muza” di Modena.

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tutti: Giuseppe Ungaretti. Qui la tematica del dolore investe il poeta in prima persona, che la coniuga nella raccolta intitolata appunto Il dolore, pubblicata nel 1947 e suddivisa nelle sezioni: Tutto ho perduto, Giorno per giorno, Il tempo è muto, Incontro a un pino, Roma occupata e i ricordi. Essa inaugurò una nuova stagione poetica all’insegna della meditazione distaccata sui temi più profondi dell’uomo e caratterizzata dal ridimensionamento della spinta innovatrice, sulla quale si collocano le ultime poesie di La terra promessa (1950), Un grido e paesaggi (1952), Il taccuino del vecchio (1960) e Dialogo (1968). L’intera produzione poetica, comprensiva delle traduzioni, fu raccolta dallo stesso poeta sotto il titolo di Vita di un uomo (1969), a sottolinearne il valore di testimonianza biografica. Infatti Ungaretti intreccia il dramma personale - per la morte del fratello Costantino e del figlio Antonietto - a quello collettivo degli uomini, la cui unica consolazione è la fede cristiana. È un dolore inesauribile, la sofferenza per la mancanza che il Poeta avverte quotidianamente lungo tutto il corso della sua vita, in particolare per la perdita del figlio, non smette di tormentarlo; ma anche gli orrori della guerra hanno inciso profondamente sul suo animo tanto che “quel dolore non finirà più di straziarmi”, scrive nelle Note a Vita d'un uomo. La sua poetica registra nello stile il suo stato d'animo ferito irrimediabilmente: la struttura sintattica è rigorosa, ricerca un'espressione più viva e immediata (capace cioè di esprimere le emozioni provate), la parola è gridata e il verso

lungo è spezzato da puntini di sospensione che esprimono la disperazione del poeta. Sono passati quasi 200 anni tra Leopardi e la Shalev, e una vastissima produzione letteraria, terribili vicende storiche, un ricco patrimonio scientifico e artistico, una nuova modernità si è imposta alla nostra conoscenza della vita e del mondo; ed è trascorso un secolo dalle terribili vicende vissute da Ungaretti e riversate nella sua poesia. Eppure il dolore, con le sue mille facce, è ancora protagonista dell'odierna esperienza umana, con la medesima intensità di sempre. Il dolore insomma è sempre attuale, perché parte integrante dell'esperienza umana; anzi, è uno degli elementi fondativi della personalità, accompagna tutte le fasi della vita ed è il principale fattore di turbamento del nostro equilibrio esistenziale. Si nasce e si muore nel dolore, con pianto e con spavento, la sua costante presenza è indice della nostra fragile esistenza, della nostra mortalità, e la battaglia per comprenderlo e accettarlo, nonché tutti gli sforzi per limitarlo, rappresentano la sfida più impegnativa che tocca in sorte all'uomo.

Adriano Amati. Scrittore. Oltre a libri di turismo ed arte ha pubblicato: Turista a Tebaide (1991) e Bertrand il matematico (1994) per Paolini Editore; Dialoghi del namoro (1997) per Severgnini Editore; Domicilio Mantova (2003) per l'Editoriale La Cronaca; Detto tra noi (2005) per Prospecta Editore; I miei (2006) per il Cartiglio Mantovano; Una voglia di Sur (2008) e L'iride azzurra (2010) per Lui Editore; Ballate (2013) per Clessidra Editrice; Nebbia a teatro (2014) per Paolini Editore. Partecipa attivamente alle iniziative editoriali di Clessidra Editrice.


o con Sotto vista.

Pietro Menozzi, Cristian Iotti

PIETRO MENOZZI CRISTIAN IOTTI

VO C I D I D E N T R O UN REPORTAGE SUL CARCERE

VOCI DI DENTRO UN REPORTAGE SUL CARCERE

I PIETRO MENOZZI

CRISTIAN IOTTI

VOCI DI DENTRO

zo di e alle ezzon’ora, ndi e per la e tu e altre

LIBRI

2002 della mente ultimi zione no. Il

ab r e ca a l e m a l l e d o

«Ho immaginato di essere dentro. Scendere per l’aria alle nove di mattina, fino a quando quel pozzo di cemento armato che è l’aria non ti fa vomitare. Tornare in sezione alle dieci. Il secondo giorno provi con la scuola. Torni in sezione a mezzogiorno e mangi il meno possibile dal carrello del vitto. Dormi un’ora, guardi la televisione e sono le due. Se c’è un corso o palestra scendi e ti bruci un altro paio d’ore. Torni in cella e ci stai quaranta minuti per la conta. Fai la doccia, pensi alla cena e alle otto è finito tutto. Ci siete tu e il tuo compagno nei vostri dieci metri quadrati. Senti le voci dalle altre celle, qualcuno urla, chiamano l’assistente. Poi ti addormenti.«

l carcere è una realtà che cerchiamo di ignorare. Molte persone percepiscono un senso di sicurezza nel pensare che ci sia, ma i piu rifiutano di vedere le condizioni carcerarie inumane, la mancanza di prospettive future per i detenuti e quindi il mancato reinserimento sociale, oltre alle disuguaglianze di trattamento. L'associazione culturale Anemos, dopo aver pubblicato Anche questo è un uomo. Voce dal carcere a microfoni spenti di Milan Mazik, ha sostenuto questa nuova pubblicazione nella quale, alle storie di alcuni detenuti raccolte da Pietro Menozzi, si associano le foto di Cristian Iotti scattate all'interno della casa circondariale di Reggio Emilia. La convizione della nostra associazione culturale è che si debbano accendere il riflettori sul carcere affinchè le condizioni migliorino.

PIETRO MENOZZI. È nato a Correggio nel 1981. Ha collaborato con le riviste culturali: Minima&Moralia (www.minimaetmoralia.it), Sotto il vulcano (www.edizionisur.it/sott o-il-vulcano/), Inutile (htt p://rivista. inuti le.eu/). Vive e lavora a Reggio Emilia. CRISTIAN IOTTI. Nasce a Reggio Emilia il 20 sett embre 1976. Dal 2002 collabora con uno studio di fotografi dedito soprattutto al settore della moda. Lavora nel settore della pubblicità, della moda e parallelamente realizza una serie di reportage sulla società contemporanea. Gli ultimi progetti riguardano: la vita delle famiglie circensi, la nuova migrazione italiana in Australia, il fenomeno dei Rifugiati sul territorio Italiano. Il suo sito internet è www.cristi aniotti .com.

Prezzo di copertina 15,00 € Potete acquistarlo presso il Centro Anemos via M. Ruini, 6, Reggio Emilia. 0522 922052.


Gli Editori

L'Associazione Anemos

Presidente: dr. Marco Ruini

L

’Associazione culturale e di volontariato Anemos, fondata nel marzo 2009, nasce per coordinare e ampliare le attività di volontariato sociale di un gruppo di amici di Novellara (RE), nonchè le attività culturali del Centro di Neuroscienze Anemos, l’attività editoriale scientifica in collaborazione con la casa editrice New Magazine Edizioni e con la casa editrice La Clessidra. Tra i vari campi d’attività accennati: Libera Università di Neuroscienze Anemos: organizza convegni, seminari e corsi multidisciplinari sul tema delle neuroscienze in collaborazione con La Clessidra Editrice (vedi testo sotto). Pubblicazione della rivista «Neuroscienze Anemos» ♦ “Libri Anemos”. Attività editoriale con la Casa Editrice New Magazine con una collana di Neuroscienze e una collana di Narrativa e Poesia ♦ Biblioteca di Neuroscienze Anemos ♦ Promozione e valorizzazione di giovani artisti ♦ Programmi di volontariato sociale nei paesi in via di sviluppo e in Italia

www.associazioneanemos.org

La Clessidra Editrice Direzione editoriale: Davide Donadio, Tommy Manfredini

N

ell’autunno del 2010 è nato il progetto «Neuroscienze Anemos», trimestrale interdisciplinare per l'integrazione tra le neuroscienze e le altre discipline. Il periodico di divulgazione scientifica, distribuito gratuitamente nelle biblioteche pubbliche della provincia di Reggio Emilia e Mantova e in altri circuiti distributivi, si sviluppa dalla collaborazione con La Clessidra Editrice, giovane casa editrice Reggiana (con sede a Reggiolo, RE) nata in un contesto di associazionismo culturale nel 2004 e costituitasi come casa editrice nel 2006. Editrice La Clessidra è specializzata in editoria periodica locale e settoriale, ma tra le sue attività si annovera anche l'editoria libraria; è inoltre attiva nel settore della comunicazione e del web marketing. Tra i nuovi progetti in corso si ricora "IISF. Istituto interdisciplinare di studi e formazione". Il centro è un luogo di ricerca, promozione della cultura, di scambio interdisciplinare, di formazione culturale e professionale. L'offerta formativa prevede corsi in vari ambiti disciplinari tenuti da esperti dei vari settori, seminari, gruppi di studio. Per approfondimenti si veda la pagina precedente.

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La Clessidra Editrice. Redazione editrice e della rivista: via XXV aprile, 33 - 42046 Reggiolo (RE) tel. 0522 210183

Neuroscienze anemos n 28  
Neuroscienze anemos n 28  
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