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ISSN 2281-0994

Trimestrale culturale a diffusione gratuita - Ott-Dic 2013 ♦ anno III - numero 11

Anemos neuroscienze

trimestrale di neuroscienze, scienze cognitive, psicologia clinica e filosofia della mente

Personaggio

Margherita Hack

La donna dello spazio-tempo: le questioni della scienza, la laicità, la vita quotidiana

il tempo

del cervello La rappresentazione del tempo

tra patologie neurologiche, spazio sociale e riflessione filosofica

Psicologia animale

Ischemia cerebrale

Una rivisitazione della definizione di intelligenza, vista non più come espressione di antropocentrismo, ma come una delle tante funzioni adattative specie-specifiche

Il fattore tempo nella pratica terapeutica dell'ischemia cerebrale: i sintomi e la gestione terapeutica

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01 Potrete contribuire così con le vostre idee


CENTRO DI NEUROSCIENZE ANEMOS Direttore sanitario: Dott. Marco Ruini

AREA DI PSICOLOGIA CLINICA PSICOLOGIA CLINICA Psicodiagnosi (Dott.ssa Laura Torricelli) Psicoterapia di coppia e famigliare (Dott Federico Gasparini) Psicotraumatologia e EMDR (Dott.ssa Federica Maldini) Mindfulness (Dott.ssa Laura Torricelli) NEUROPSICOLOGIA ADULTI (Dott.ssa Caterina Barletta Rodolfi, Dott. Federico Gasparini) NEUROPSICOLOGIA dello SVILUPPO (Dott.ssa Lisa Faietti, Dott.ssa Linda Iotti) AREA DI PSICHIATRIA Dott. Giuseppe Cupello Dott. Raffaele Bertolini

AREA DI OCULISTICA Dott. Valeriano Gilioli

SERVIZIO DI NEUROCHIRURGIA Dr. Marco Ruini: Responsabile del servizio Dr. Marco Ruini: Neurochirurgo, Patologia del rachide e cerebrale Dr. Davide Guasti: Ortopedico, Tecniche mininvasive sul rachide Dr. Andrea Veroni: Neurochirurgo, Patologia del rachide nell’anziano Dr. Andrea Seghedoni: Neurochirurgo, Instabilità del rachide Dott.ssa Alessandra Isidori: Neurochirurgo, Patologia del rachide e cerebrale

Collaborazioni

Dr. Ignazio Borghesi, Neurochirurgo Prof. Vitaliano Nizzoli, Neurochirurgo Prof. Lorenzo Genitori, Neurochirurgia Pediatrica Dr. Bruno Zanotti, Neurochirurgo

SERVIZIO DI TERAPIA ANTALGICA Dr. Roberto Bianco, Anestesista, Terapia infiltrativa, Agopuntura Dr. Ezio Gulli, Anestesista, Terapia infiltrativa Dr. Davide Guasti, Ortopedico, Trattamenti mininvasivi faccette articolari e intradiscali

SERVIZIO DI RIABILITAZIONE E RIEDUCAZIONE FUNZIONALE Dr. Rocco Ferrari, Chiroterapia Dr. Raffaele Zoboli, Fisiatra Dr. Aurelio Giavatto, Manipolazioni viscerali SERVIZIO DI NEUROLOGIA E DI NEUROFISIOLOGIA Dr. Mario Baratti, Neurologo, Elettromiografia e Potenziali evocati Dott. Devetak Massimiliano, Neurologo, doppler tronchi sovraortici e transcranico Dr.ssa Daniela Monaco, Neurologia, Doppler transcranico per Parkinson ANEMOS | Centro Servizi di Neuroscienze Poliambulatorio Medico | Libera Università | Ass. Culturale Via Meuccio Ruini, 6 | 42124 Reggio Emilia tel. 0522 922052 | Fax 0522 517538 | www.anemoscns.it info@anemoscns.it | www.associazioneanemos.org

Centro di riferimento: Centro di Neuroscienze Anemos, Reggio Emilia. Centri Ospedalieri per la Neurochirurgia del rachide e le tecniche mininvasive: Casa di Cura Salus Hospital (Re), Ospedale di Suzzara (Mn), Casa di Cura San Clemente (Mn), Casa di Cura Villa Maria Cecilia di Cotignola (Ra). Ambulatori: Reggio Emilia, Correggio, Guastalla, Reggiolo, Suzzara, Poggio Rusco, Mantova, Carpi, Modena, Fiorenzuola e Olbia.


Anemos neuroscienze

Ott-Dic 2013 | anno III - numero 11

Neuroscienze: visione dell'uomo e complessità

Editoriale

N

on vi è dubbio che la denominazione della testata "Neuroscienze Anemos" possa in qualche modo trarre in inganno coloro che prendono in mano per la prima volta il presente periodico. Tanto più se l'attenzione scivola sull'indicazione posta sotto la testata stessa che ha la funzione di circoscrivere ulteriormente gli argomenti trattati nel nostro trimestrale. Se è possibile ravvisare una peculiarità delle neuroscienze, è proprio quella di riportare l'attenzione della scienza sull'uomo, ma a partire da un approccio diverso rispetto alle humanitas dei secoli passati. Le neuroscienze, in questo senso, sono un'occasione unica per promuovere l'integrazione tra la visione dell'uomo delle scienze sociali e della visione umanistica e una "lettura" biologica del suo funzionamento reale. Non è un caso, infatti, che nelle pagine di questo periodico siano comparsi articoli di carattere strettamente medico, psicologico, relativi alla cognizione in genere, ma anche testi che riguardavano più generalmente l'antropologia culturale e la paleoantropologia, la sociologia e la visione "politica" (nel senso nobile del termine) del mondo. Vi è, in definitiva, un intento preciso dietro questa eterogeneità apparente, che se non ha la pretesa di rispondere ad una visione programmatica, mira a presentare l'uomo e il suo rapporto con il mondo come oggetto di indagine che per forza di cose va indagato a partire da un punto di vista complesso come quello interdisciplinare. E questo vale tanto più se, come avviene qui, l'intento divulgativo è prevalente. A conferma di quanto appena annunciato, la complessa nozione di tempo viene qui toccata da almeno tre punti di vista: sociologico (Marco Ruini), neurologico (E. Ghidoni, G. Malferrari e M. Zedda: patologia nella percezione del tempo e importanza del fattore tempo nella diagnosi dell'ischemia cerebrale) e filosofico (Davide Donadio). Come è facile immaginare, si tratta di spunti di riflessione utili, inizi di discorsi, che il lettore potrà utilizzare per poi approfondire gli argomenti in modo autonomo. Anche in questo numero compaiono contributi dedicati ad un “personaggio” che rappresenta il pensiero al femminile: si tratta di Margherita Hack, nota astrofisica scomparsa di recente. Bruno Zanotti e Angela Verlicchi analizzano il pensiero laico della scienziata e la sua visione essenzialmente agnostica; viene riportata poi l'intervista a Margherita Hack di Paolo Bonacini, direttore dell'emittente locale Telereggio (Reggio Emilia). L'intervista, già comparsa in video, è qui riportata nella sua versione scritta e restituisce in un certo senso la personalità della Hack da una prospettiva inconsueta. La seconda parte dedicata agli approfondimenti presenta, oltre al citato articolo riguardante l'ischemia cerebrale, un contributo di Roberto Marchesini (docente di zooantropologia, di animal welfare e di etologia cognitiva) già collaboratore di "Neuroscienze Anemos". ■

Si possono inviare proposte di articoli, segnalazioni di eventi, commenti o altro all’indirizzo redazione@clessidraeditrice.it In copertina Saturno che divora i suoi figli di Francisco Goya

Ci trovate anche su Facebook https://www.acebook.com/Rivista.Anemos https://www.facebook.com/LaClessidraEditrice

Gli Editori

La Clessidra Editrice Libera Università di Neuroscienze Anemos

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SOMMARIO

il tempo

del cervello

La rappresentazione del tempo tra patologie neurologiche, spazio sociale e riflessione filosofica

Editore: Editrice La Clessidra / Anemos Redazione Via 25 aprile, 33 42046 Reggiolo (RE) redazione@clessidraeditrice.it Tel 0522 210183 Direttore Responsabile Davide Donadio davidedonadio@clessidraeditrice.it Direttore Scientifico Marco Ruini Redazione: Marco Barbieri, Tommy Manfredini, Paola Torelli. Comitato scientifico* Adriano Amati Laura Andrao Mario Baratti Mauro Bertani Raffaele Bertolini Vitaliano Biondi Arcangelo Dell'Anna Sergio Calzari Giuseppe Cupello Pinuccia Fagandini Lorenzo Genitori

Enrico Ghidoni Franco Insalaco Giovanni Malferri Antonio Petrucci Sara Pinelli Ivana Soncini Leonardo Teggi Laura Torricelli Bruno Zanotti Maria Luisa Zedde

Hanno inoltre collaborato:

Rubriche

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Neuronews Deficit neurologici e carenza di ferritina ▪ Il cervello artificiale ▪ Neuroni della retina ▪ Altre notizie

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Beatrice Benedetti, Paolo Bonacini, Alberto Dallari, Roberto Marchesini, Marcello Norina, Angela Verlicchi

L'uomo macchina Decisioni... molecolari di Davide Donadio

Luogo di stampa

E.Lui Tipografia - Reggiolo (RE) Registrazione n. 1244 del 01/02/2011 Tribunale di Reggio Emilia Iconografia: alcune immagini presenti in «Neuroscienze Anemos» sono tratte da siti internet contenenti banche dati di immagini di libero utilizzo. Qualora vi fossero stati errori e omissioni relativi al diritto d’autore l’editore rimane a disposizione per sanare la sua posizione.

04

* Il comitato scientifico è composto da persone che partecipano a vario titolo e con continuità differente alle attività organizzate dalla Libera Università di Neuroscienze Anemos e di La Clessidra Editrice.

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Diario di bordo

Vocazione e confessione di Arcangelo Dell'Anna


Anemos neuroscienze

Ott-Dic 2013 | anno III - numero 11

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Il tema del numero

Psicologia / Sociologia Vivere il tempo

Il vissuto temporale nella frenesia della societĂ  occidentale di Marco Ruini

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Filosofia Filosofia del tempo

La nozione di tempo tra paradossi e senso comune di Davide Donadio

24

Neurologia / Psichiatria Il tempo del neurologo

L'alterazione della concezione del tempo nelle patologie neurologiche

30 34 42

di Enrico Ghidoni

Il personaggio: Margherita Hack Divulgare libertĂ 

Margherita Hack, una donna laica

Margherita Hack

di Bruno Zanotti e Angela Verlicchi

donna dello spazio-tempo

di Paolo Bonacini

Altri Approfondimenti

Neurologia

Il tempo nell'ischemia cerebrale acuta

E la sua gestione terapeutica di Giovanni Malferrari, Alberto Dallari, Maria Luisa Zedde, Beatrice Benedetti, Marcello Norina

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Scienze cognitive / Etologia L'espressione animale secondo l'approccio cognitivo-razionale Rivedere il paradigma esplicativo

di Roberto Marchesini

Spazio dibattito e altre informazioni 62

Concorso Sno-Anemos

www.clessidraeditrice.it

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Neuronews

Ott-Dic 2013 | anno III - numero 11

Rassegna di notizie tra neuroscienza, filosofia e scienze cognitive

Deficit neurologici e carenza di ferritina

Il cervello artificiale Costruito con cellule staminali ha un diametro di 4 millimetri

Una mutazione nel gene della ferritina è la causa della mancanza della proteina coinvolta nella regolazione del ferro nel nostro organismo

È

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apparso recentemente sulla rivista «The Journal of Experimental Medicine» uno studio dei ricercatori dell’IRCCS Ospedale San Raffaele Milano, finanziato da Telethon e coordinato dalla Professoressa Sonia Levi, responsabile dell’Unità Proteomica del metabolismo del ferro e Professore associato in Biologia Applicata presso l’Università Vita-Salute San Raffaele. I risultati della ricerca hanno portato ad identificare per la prima volta nell’uomo una mutazione nel gene della ferritina (di tipo L) che causa la mancanza della proteina coinvolta nella regolazione del ferro nel nostro organismo. Come spiegato dalla Professoressa Levi: “Questo lavoro rappresenta un passo in avanti nella conoscenza dei meccanismi biologici che sono alla base del coinvolgimento del ferro nelle patologie neurologiche, argomento fino ad ora poco definito. Inoltre possiamo pensare in futuro di utilizzare questa metodologia di riprogrammazione cellulare sia per approfondire le conoscenze sui meccanismi molecolari alla base delle alterazioni patologiche sia per l’identificazione di nuovi target terapeutici”. La ferritina è, infatti, una proteina che svolge un ruolo fondamentale nella gestione del ferro e nel mantenimento dell’omeostasi del metallo nelle cellule del nostro organismo. L’accumulo o la carenza di ferro nell’uomo possono avere conseguenze importanti sul nostro organismo. Nel primo caso si può registrare la presenza di diverse patologie, tra cui quelle a carattere neurodegenerativo come le neuro-degenerazioni associate ad accumulo di ferro cerebrale (NBIA). La carenza di ferro è, invece, associata ad alterazioni neurologiche che si manifestano in alcuni pazienti con forme convulsive o con sindromi frequenti come quella delle gambe senza riposo. L’equipe di ricerca, grazie all’utilizzo di una tecnica molto innovativa detta riprogrammazione-cellularediretta che ha permesso di ottenere neuroni umani partendo da una biopsia cutanea, ha dimostrato come la mancanza di ferritina porti nell’uomo a una carenza di ferro, provocando un aumento dello stress ossidativo e del danno cellulare, responsabile di diverse patologie neurodegenerative.

È

stato costruito all’Istituto di Biotecnologia Molecolare di Vienna l’organo più complesso al mondo: il cervello umano. Ottenuto grazie all’uso di cellule staminali servirà per studiare e capire le malattie neurologiche e ha impiegato 2 mesi per crescere in provetta. Come racconta «Nature», il cervello artificiale ha un diametro di circa 4 millimetri, pari a quello di un feto di 9 settimane. Al suo interno sono presenti tutte le strutture tipiche dell’organo naturale (corteccia cerebrale, meningi, plesso coroideo, un abbozzo di retina), manca invece l’ippocampo, ossia la regione della memoria. In laboratorio sono stati creati 35 cervelli in una serie di esperimenti successivi. “Anche aspettando più di 2 mesi, però, non siamo mai riusciti a superare i 4 millimetri di dimensione. - ha spiegato il coordinatore degli scienziati, Juergen Knoblich - Non aven-

do vasi sanguigni, una struttura più grande non saprebbe come recapitare ossigeno e nutrimento alle regioni più interne”. Il cervello artificiale non è tuttavia in grado di comunicare anche se i suoi neuroni risultano perfettamente normali. Per fare ciò è infatti necessario che il cervello riceva degli input da organi sensoriali esterni come un occhio o un orecchio artificiali. Lo scopo dell’esperimento è quello di “imparare come il cervello cresce e si struttura durante lo sviluppo embrionale. E capire quale meccanismo si inceppa in caso di malattie. L’uomo in questo è troppo più evoluto degli altri animali. Non potremmo mai condurre i nostri studi sui topi di laboratorio” ha spiegato Knoblich. Questo studio consentirà di studiare malattie complesse, come microcefalia, autismo e schizofrenia.


Anemos neuroscienze

Ott-Dic 2013 | anno III - numero 11

Allo studio le connessioni dei neuroni della retina Mappato il sistema di connessioni che collega i numerosi tipi di cellule nervose che formano la retina

G

razie a tre importanti studi pubblicati su «Nature» è possibile comprendere i meccanismi alla base della computazione biologica che permette la percezione visiva e del sistema di connessioni dei neuroni della retina. A causa della sua complessità il funzionamento del sistema visivo è da anni oggetto di studi e finora si sapeva solo che la tipica retina di un mammifero contiene più di 60 diversi tipi di neuroni, ognuno caratterizzato da differenti morfologia e funzioni. Nel primo studio, svoltosi al MaxPlanck-Institut di Heidelberg per la ricerca medica, Moritz Helmstaedter e

Perchè siamo avversi alle perdite? Scoperti nell’amigdala i meccanismi cerebrali che ci rendono avversi alle perdite quando prendiamo una decisione

colleghi hanno definito il connettoma, cioè una mappa di tutte le connessioni sinaptiche di uno strato interno della retina di topo. Ciò è stato reso possibile grazie a microsezioni dello strato che sono state fotografate al microscopio elettronico, digitalizzate e ricostruite in 3D. In Canada Shin-ya Takemura e colleghi della Dalhousie University hanno invece definito il connettoma dell’occhio del moscerino della frutta, allo scopo di indagare il segreto della sua elevatissima reattività nello schivare i predatori. Utilizzando tecniche di ricerca simili a quelle di Helmstaedter, hanno realizzato

I

ricercatori dell’Università Vita-Salute San Raffaele, in uno studio pubblicato sulla rivista «The Journal of Neuroscience», hanno dimostrato che è l’amigdala, il centro neurale della paura, a fare da “centralina” per l’esagerata anticipazione del dolore conseguente alle possibili perdite derivanti da una scelta. I ricercatori hanno puntato la loro attenzione sull’origine delle differenze individuali nell’avversione alle perdite e, utilizzando la risonanza magnetica funzionale, le hanno individuate in un complesso insieme di risposte cerebrali. Prendere decisioni implica la capacità di prevedere le conseguenze sia positive che negative di ogni possibile scelta. Questo consente di soppesarle per arrivare a selezionare quella che riteniamo più vantaggiosa. Tuttavia in questo processo di anticipazione mentale, le possibili perdite “pesano” tipicamente più dei guadagni. Nelle nostre scelte, cioè, preferiamo evitare le perdite all’ottenere guadagni, almeno finché il possibile guadagno non è pari a circa il doppio della possibile perdita.

una mappa che traccia 7822 connessioni tra 380 neuroni. Infine, Matthew S. Maisak e colleghi al Max-Planck-Institut per la neurobiologia a Martinsried hanno analizzato i neuroni T4 e T5 del circuito identificato dai loro colleghi canadesi. Finora era stato impossibile studiare questi neuroni a causa delle loro ridotte dimensioni. Ora grazie all’inserimento al suo interno di un marcatore proteico, i ricercatori hanno scoperto come le cellule T4 e T5 si dividano in quattro sottopopolazioni di cui ognuna dedita ad un particolare tipo di movimento: verso l’alto, verso il basso, avanti-dietro e dietro-avanti. Durante l’esperimento ai volontari è stato chiesto di accettare o rifiutare una serie di scommesse che avrebbero consentito di vincere o perdere dei punti con probabilità pari al 50%. La variabilità dei possibili risultati ottenuti ha consentito di identificare le regioni cerebrali che, rispetto allo stato di riposo, aumentano o riducono la loro attività in maniera proporzionale ai possibili guadagni e perdite. Il sistema dopaminergico, ad esempio, si attiva quando anticipiamo i guadagni e si disattiva quando anticipiamo le perdite, mentre un altro sistema emotivo, centrato sull’amigdala, si attiva per le perdite e si disattiva per i guadagni. Ma, a parità di somma in gioco, le risposte associate alle perdite sono generalmente più intense di quelle associate alle vincite e l’entità di questa asimmetria, che varia da persona a persona, riflette la tendenza di ciascun individuo ad essere avverso alle perdite. Non solo: questa tendenza è anche fortemente collegata alle dimensioni dell’amigdala, ovvero è maggiore in chi ha un’amigdala più grande.

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L'uomo macchina

Ott-Dic 2013 | anno III - numero 11

Appunti liberi tra filosofia della mente e divagazioni antropologiche

Decisioni... molecolari

Se le dinamiche biochimiche dei sistemi cellulari “decidono” cosa fare, perché non concepire modalità analoghe nelle funzioni cerebrali complesse? di Davide Donadio

S

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tati intenzionali. Su un piano generale il termine intenzionalità si riferisce a qualsiasi fatto umano rappresentativo o volitivo. Se la filosofia ha in passato largamente sottolineato la “direzionalità” degli stati intenzionali (l'attenzione, la volontà, il desiderio diretti a...), la riflessione filosofica contemporanea ha comportato una più decisa caratterizzazione in senso naturalista. Ora, in quest'ultimo senso, l'intenzionalità è intesa come la capacità di formare e avere rappresentazioni, stati e contenuti mentali. Gli stati intenzionali vengono correntemente indicati come atteggiamenti proposizionali dagli autori di ambito analitico. Uno stato intenzionale può essere inteso come atteggiamento proposizionale perché rappresenta la relazione tra chi esprime l'atteggiamento e la proposizione. E questo vale per atteggiamenti come credere, desiderare, intendere e così via (F crede che A è P). L'esigenza di rileggere gli stati intenzionali come atteggiamenti proposizionali deriva dal desiderio di ricondurre l'intenzionalità al piano dell'analisi logico-linguistica. Non è questa, tuttavia, l'unica via percorribile se si vuole evitare problematici sbocchi verso l'irriducibilità stati intenzionali-realtà fisica. Un altro modo di affrontare la questione è quello di eliminare gli stati intenzionali. Gli eliminativisti (tra i quali P. Churchland e in parte W. O. Quine e il primo D. Dennett) sostengono che gli stati intenzionali siano privi di riferimento preciso e concreto. Credere o desiderare non hanno

realtà autonome, ma sono costrutti di comodo che permettono di parlare di fenomeni che andrebbero in realtà rivisti e sostituiti dai più adeguati criteri delle neuroscienze. Si tratterebbe, dunque, di un vocabolario di comodo strumentalistico-funzionale che non descrive un fenomeno reale, un ente fisico, almeno nella sua realtà ultima. Di diverso avviso sono pensatori come J. Fodor, per il quale gli stati intenzionali sono tanto reali quanto lo sono altre entità fisiche proprio perché dotati, similmente ad altri oggetti o stati del mondo fisico, di un potere causale. E a meno di non ritornare a letture metafisiche della realtà, un effetto materiale presuppone una causa materiale. Le vecchie schermaglie sul dualismo mente/corpo sopravvivono nel dibattito sull'irrudicibilità o meno del mentale al fisico. Intenzionalità “molecolare”. La riflessione filosofica a proposito degli stati mentali, pur se nella stragrande maggioranza dei casi si pone l'obiettivo di ricondurre o muovere il dibattito in un'ontologia che non esca dal tracciato della scienza naturale, rimane comunque astratta e di non immediata utilità alla pratica scientifica. La prassi scientifica produce risultati concreti senza bisogno di precoscienze filosofiche esplicite (ma spesso implicite e persino inconsapevoli), ed anche quando (come forse succede nella maggior parte dei casi) i ricercatori portano avanti studi applicando nel loro concreto agire schemi puramente empiristi/neopositivistici, ciò non toglie che la scienza produca

risultati tangibili. Tornando alle questioni filosofiche, questo livello d'astrazione è senz'altro necessario o almeno utile su un piano operativo, e risulta in un certo senso obbligato dalla complessità dell'oggetto che studia. Una vera (e improbabile oggi), puntuale argomentazione sugli stati intenzionali che si appoggiasse realmente sull'ontologia delle scienze naturali dovrebbe indicare con precisione i correlati neurali e i meccanismi neurofisiologici che stanno alla base di ogni atteggiamento proposizionale. Ogni evento psichico dovrebbe essere spiegato da un evento/stato dell'encefalo. Sappiamo che ancora si è molto lontani da questa conquista. È quello che stanno tentando di fare le Neuroscienze Cognitive, con risultati importanti, ma suscitando nuove domande a cui ad oggi mancano risposte adeguate. Oggi è senz'altro più difficile sostenere la natura “immateriale” del pensiero, dell'anima, della personalità. Studi neuroanatomici e neuropatologici hanno dimostrato che lesioni specifiche in alcune parti del cervello determinano cambiamenti della personalità in un contesto generale che può apparire “normale”. Cosa significa dunque volere, credere, desiderare? Per continuare quell'opera di “riduzione” all'ontologia delle scienze naturali, proviamo a rivolgere l'attenzione ad un momento preciso della formazione dei circuiti nervosi.


Anemos neuroscienze

Figura 1.1 - A fianco immagine

dei coni di crescita ottenuti dall'ippocampo di un feto di ratto in fase di crescita. Foto della Washington University School of Medicine.

Come per ogni altra parte funzionale dell'embrione umano, anche lo sviluppo del sistema nervoso avviene attraverso una complessa interazione di movimenti cellulari e segnali biochimici di induzione. Dopo che i neuroni hanno raggiunto la loro sede, le cellule nervose di regioni differenti cominciano a collegarsi tra loro tramite processi assonali. Il controllo finale adeguato delle funzioni complesse della “mente”, del comportamento e di tutta la vita psichica trovano la loro necessaria premessa nel corretto sviluppo dei circuiti nervosi in questa fase dello sviluppo embrionale. Come ipotesi di lavoro, o almeno come direzione di ricerca, vorrei segnalare l'accrescimento degli assoni in fase di sviluppo del cervello come un'incredibile struttura “intenzionale” 1. Il cono di accrescimento dell'assone coglie segnali molecolari che indicano la giusta via da seguire per la formazione delle sinapsi e decide correttamente dove e come muoversi nello spazio in cui si sviluppa. L'assone

si allunga e si orienta nell'ambiente embrionale fino a raggiungere gli appropriati spazi sinaptici, spostandosi persino di alcuni centimetri! Misure che nel micro-ambiente embrionale sono veramente vaste 2. Il segreto di questa energia e di questa “capacità decisionale” del cono di accrescimento è ovviamente un segreto del tutto biochimico. Senza conoscere i meccanismi molecolari alla base del movimento del cono di accrescimento (ma questo vale per tutti i fenomeni che avvengono nella biochimica dell'organismo vivente) un ipotetico osservatore esterno ha solo la possibilità di constatare la giusta “decisione” di una struttura specializzata di una cellula, di un organello, di una proteina e così via. Quello del cono di accrescimento, infatti, non è altro che un esempio tra gli infiniti possibili che semplicemente suggerisce la possibilità di svuotare di finalismo concetti complessi come “decisione” e “dirigersi verso... per...” che se riletti in una teoria biologica perdono ogni connotato metafisico. Ancora sul riduzionismo. Se è vero che le funzioni cerebrali complesse e i fenomeni psichici, che queste ultime determinano come “fenomeno”, sono originate a monte da meccanismi di dinamismo biochimico alla base delle strutture cellulari e funzionali (come dimostra l'equivalenza parti di cervello danneggiato/mutamento personalità), non dovrebbe parere semplicistico ritornare ad un più onesto riduzionismo nella descrizione e nella comprensione della vita mentale. Tuttavia la contrarietà al riduzionismo (portato avanti più o meno di-

chiaratamente da larga parte delle neuroscienze, ma in altri settori di ricerca ritenuto posizione ingenua e semplicistica) persiste in una reazione che cerca di far compensare la perdita di vecchie visioni spirituali celandole dietro i concetti di emergenza e complessità che pure, quando onestamente usate, sono in larga parte integrabili con presupposti riduzionistici ed anzi utili nella spiegazione della realtà. Fa notare giustamente G. M. Edelman, riferendosi allo studio della coscienza, che alcuni argomenti sono considerati dalla maggior parte degli scienziati come fuori dalla portata della scienza. Espressione cortese per ribadire che la scienza giudica spesso vuoti alcuni eccessi speculativi della filosofia. E ancora a proposito della coscienza, il noto neuroscienziato sostiene che una spiegazione scientifica di questo tipo dovrebbe “proporre modelli neurali espliciti che spieghino come possa sorgere la coscienza”.3 L'onestà del riduzionismo limita gli eccessi della speculazione, ma contemporaneamente invita la scienza a prendere atto che questo approccio è solo uno dei modelli epistemologici possibili. Anche se finora si è rivelato uno dei modelli più proficui nella civiltà umana.♦

Riferimenti bibliografici

D. Dennett, Coscienza. Che cosa è trad. di L. Colasanti, illustrazioni di P. Weiner, Roma-Bari 2009 W. Maxwell Cowan, Lo sviluppo del cervello, Le Scienze n. 135, novembre 1979, in A. Fasolo (a cura di), La Neurobiologia. Dalla cellula nervosa al cervello, Milano 1983. pp 203-214 G. M. Edelman, Il presente ricordato. Una teoria biologica della coscienza, Milano 1991 Willard Van Orman Quine, Parola e oggetto, introduzione e trad. di Fabrizio Mondadori, Milano 1970 M. Buzzoni, Intenzionalità voce in Enciclopedia filosofica, Milano 2006-2010 Direttore Virgilio Melchiorre, vol 8, pp.5735-5741 Purves et al., Neuroscienze, Bologna 2009

Note Qui e altrove ho consultato il capitolo La formazione dei circuiti nervosi in Purves et al., Neuroscienze, Bologna 2009 pp. 521 e ss. 2 Uno dei primi studi in proposito si deve a Ross. G. Harrison: egli nel 1940 osservò in vitro l'allungamento degli assoni di girino e per primo si rese conto della straordinarietà di precisione ed energia dei coni di accrescimento. 3 Cfr G. M. Edelman, Il presente ricordato. op cit., p. 13-15 1

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Diario di bordo dall’atelier di uno psicoanalista

Ott-Dic 2013 | anno III - numero 11

Vocazione e confessione

"Vocazione e confessione" è il quarto e penultimo capitolo della monografia "Gli spostamenti di Eugenia": un saggio inedito costruito sulla base del carteggio ritrovato in un’antica cartella clinica dell’archivio storico dell’ex Ospedale Psichiatrico S. Lazzaro di Reggio Emilia. Eugenia è una giovane nobildonna ricoverata presso il reparto del Prof. Tamburini; caratteristica peculiare del caso è la composizione della cartella clinica che risulta sostanzialmente costituita dalle lettere che separatamente ciascun genitore - il Marchese Rodolfo e donna Filomena P. - scambia con il personale sanitario assegnato alla figlia. I primi tre capitoli sono stati pubblicati sui nº 7, 8 e 9 di «Neuroscienze Anemos» e sono consultabili su www.arcangelodellanna.it

I

n una lettera indirizzata al professor Tamburini, il Marchese Rodolfo rivela la segreta aspirazione della figlia Eugenia: “Ill. mo Sig. Professore, sapendo quanto mia figlia Eugenia fosse gelosa di un segreto che mi ha confidato or sono parecchi anni, quando ancora era in buona salute, non ne scrissi alla S.V. Ill. ma. Ora però credo che sia utile ch’Ella ne sia prevenuta. Sarebbe un gran guaio se Ella sapesse ch’io le ho scritto in proposito, ma alla S.V.I. non mancherà modo di sapere da lei stessa questa sua ferma idea di farsi monaca, idea che da noi non fu mai contraddetta… Le Dame del Sacro Cuore alle quali erasi molto affezionata, essendo stata in un loro collegio a Chambery, vedendo che di quando in quando aveva dei momenti di sovraeccitazione la consigliavano di attendere il 25° anno di età. Eccole le spiegazioni di certe sue esclamazioni e delle dichiarazioni che a 25 anni il suo cuore sarà pienamente felice. Si vede che essa è sempre in stato di eccitazione, ma non potrei dire che la sua mente manchi di quella lucidità, che tanto farebbe dispiacere se mancasse”. Da qui in avanti il tono della lettera si trasforma in un accorato appello di comprensione: “Ella non può immaginare quanto mi sembri lungo il tempo della nostra separazione… Crede Ella che una mia visita in questo momento le potrebbe riuscire dannosa? Mi parli francamente… mandando la lettera chiusa indirizzata al mio Agente…”.

10

Nel mese di dicembre il Professor Tamburini accorda ad Eugenia il permesso di ricevere visita da parte del Ministro di Dio. L'incontro è in-

di Arcangelo Dell'Anna sistentemente sollecitato soprattutto da Donna Filomena, la quale in data 9 dicembre, “ringrazia il prof. Tamburini della sua risposta e provvederà pel Sacerdote che probabilmente verrà da Modena, avendo colà persona di conoscenza della famiglia”. Soltanto tre giorni dopo, tuttavia, non avendo più ricevuto informazioni sulla condizione di Eugenia, la madre scrive un altro messaggio di ben altro tono e contenuto. Si tratta infatti di una lettera delatoria: “Temo che nella sua assenza da Reggio il dr. T. ignorando il mio desiderio di avere tutte le lettere di mia figlia, anche le meno ragionevoli, ne abbia trattenuta qualched’una non avendone più ricevute dal 1 dicembre. Nel caso faccia il favore di inoltrarmene…”. Non soddisfatta della risposta ricevuta, dopo un paio di settimane scrive con più determinazione: “Faccia il favore di darmi qualche ragguaglio un po’ dettagliato sul suo primo biglietto intorno alla cura che fa mia figlia in questo momento ed anche riguardo al suo stato di salute. Le sue lettere mi sono sembrate un po’ più confuse e meno chiare. Forse vi è stata assenza di mestruazione nel mese di dicembre?”. Sullo stato di salute della figlia, la Marchesa non si sbagliava; infatti in una lettera inviata al solo Marchese alla metà del mese di dicembre, il prof. Tamburini segnala “una qualche recrudescenza dei suoi fenomeni morbosi: ha infatti dei momenti di forte eccitamento e degli altri è affatto inerte quasi che possa apparire in preda ad allucinazioni di vista e di udito. Questi suoi fenomeni non devono però allarmare: giacchè io ritengo (trattarsi) di una fase transitoria della sua malattia che richiederà

ancora del tempo prima che si abbia un naturale e stabile miglioramento”. *** In questa delicata fase clinica di cui - pur senza averne prove certe - sospetta la gravità, la Marchesa combina l’incontro della figlia con il Sacerdote di Modena il quale si presenta dal Prof. Tamburini con credenziali scritte di pugno da Filomena: “Favorisca accompagnare da mia figlia il latore di questo biglietto, che è quel Sacerdote di cui le parlai in una mia lettera”. Quando effettivamente avvenne il colloquio fra Eugenia ed il Sacerdote non è dato di saperlo con esattezza, ma la data può essere ragionevolmente posta intorno ai primissimi giorni del nuovo anno. È infatti del 4 gennaio la lettera con cui il Prof. Tamburini informa la Marchesa dell’esito dell’incontro: “Egr. Sig. ra Marchesa, come avrà già saputo dal Sacerdote che venne per conversare colla Signora Marchesina… lo ha accolto molto freddamente e con antipatia… per cui non volle aprirsi punto con lui e scambiò solo qualche parola. Dopo la visita è comunque piuttosto depressa, essendo ora la melanconia lo stato prevalente…vi è però sempre un certo disordine come lo dimostrano appunto le sue lettere. Ciò però non è che una fase della sua malattia e non credo che si debba intendere come un peggioramento…”. La Marchesa risponde immediatamente al Professore: “Il silenzio di Eugenia mi fa pena. Temo che il nervoso abbia preso campo. Favorisca dirmi se si è manifestato qualche nuovo sintomo o se sono ritornati gli antichi.” Questa la confortante e un po’


Anemos neuroscienze

miglioramento...”. Per il tramite del padre, il carteggio ha finalmente rivelato il suo segreto: forse sulla base di un’antica vocazione, Eugenia intenderebbe farsi suora. Ma cosa si cela in una vocazione?

sorprendente replica del Professore: “La Sig.na Marchesina che ho riveduto dopo qualche giorno di lontananza va notevolmente migliorando nel suo stato mentale. È sempre un po’ depressa, triste, melanconica, ma le sue idee si vanno pian piano riordinando: e le sue lettere che le accludo lo dimostrano almeno in parte. … (Piuttosto) può ritornare, quando Ella crede, il Sacerdote che venne l’altra volta, e che io le ho promesso di far presto ritornare. Ora che essa ha la mente meno confusa ed è meglio preparata lo riceverà bene e con vantaggio” (16.1.). Otto giorni dopo, il Professore ragguaglia la Marchesa sull’esito del nuovo incontro: “Come avevamo già saputo dal Rev. Padre D., la di lui visita graditissima ha molto confortato l’animo della Sig.na Marchesina. Anch’egli l’ha trovata molto cambiata in meglio dalla visita precedente e ne è stato contento. La Comunione è stata per la Sig.na Marchesina un sollievo grandissimo e nel tempo stesso una prova dimostrativa del conseguito

*** “Tutto un prisma di motivi” è la risposta fornita da un autorevole testo di ispirazione ecclesiale che, oltre a ragioni esclusivamente o prevalentemente religiose, elenca anche "spinte" tipicamente umane: fra queste, in primo luogo, l'interesse e il bisogno di aiutare gli altri. Ma anche la paura della sessualità, o il suo rifiuto, spesso soggiacciono al desiderio di una vita sacerdotale e religiosa; e se “… il desiderio di una vita casta non è reprensibile … ciò che può preoccupare è il perché di tale desiderio”1. Dubbio che dimostra come in questo testo la complessità di ciò che si pone alla base di una vocazione religiosa non venga affatto sottovalutata; l'autore elenca minuziosamente numerosi altri fattori che possono concorrervi: fra questi, ad esempio, la famiglia, che a volte sospinge senza alcuna possibilità d’appello un figlio o una figlia verso la scelta clericale. È la successiva distinzione - quella che individua motivi coscienti e motivi incoscienti - la categorizzazione che forse più ci interessa e che muove l’au-

tore a particolare prudenza e cautela. Ad esempio, laddove i motivi coscienti vengono definiti “autentici” in quanto la persona ne è consapevole; mentre i secondi, cioè i motivi incoscienti -“per il semplice fatto che si presentano e sono talvolta destinati a rimanere inconsapevoli” vengono ritenuti tout court “non autentici”2. Puntualizzazione che potrebbe apparire bizzarra ma che pure conduce l’autore ad una coraggiosa conclusione: “La questione che si pone è di sapere se questa decisione non dipenda da una doppia motivazione, cioè allo stesso tempo da un’aspirazione soprannaturale autentica e da motivi incoscienti, i quali sono propriamente di competenza dello specialista”3. È difficile stabilire, conclude lo Zavalloni, se e in quale misura i disturbi nevrotici favoriscano, seppure in modo oscuro, l'aspirazione alla vita sacerdotale e religiosa: tuttavia essi non interferiscono con la possibilità di accoglierla. Come afferma l'autore: “Questa duplice motivazione [è] ben possibile, ma per sé non inficia l’autenticità della vocazione”4. Diversamente, quando Eugenia consegnò alla deliberazione di altri il destino della sua vocazione adolescenziale, la veemenza del suo annuncio suggerì prudenza alle sagge depositarie della richiesta. Passiamo ora a considerare la circostanza che consente alla "vocazione" di Eugenia di prendere forma e di divenire oggetto di riconoscimento e attento esame: l’occasione è il ricovero in ospedale psichiatrico, ma il contesto è innegabilmente quello della confessione. *** Scrive Breuer nelle “Considerazioni teoriche” che introducono i freudiani “Studi sull'Isteria”: “L’eccitamento che viene prodotto da rappresentazioni molto vivaci e da rappresentazioni inconciliabili ha una reazione normale, adeguata: la comunicazione verbale. Troviamo tale impulso… quale uno dei fondamenti di un’istituzione storica ►

Note: 1 R. Zavalloni, Psicopedagogia delle vocazioni, p. 230. Pubblicazioni dell’Istituto Pedagogico Francescano. La Scuola Editrice, 1967, Brescia. 2 Ibidem, p. 211. Ad esempio, fra le motivazioni incoscienti alla vita consacrata, viene invece segnalata la cosiddetta vocazione-rifugio: essa è tipica degli individui immaturi, intimoriti dalla complessità del mondo e dall’energia necessaria a prendervi parte. 3 Ibidem, p. 213. 4 Ibidem, p. 213.

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►grandiosa, nella confessione verbale cat-

tolica… Se all’eccitamento tale via d’uscita viene preclusa, esso si converte talvolta in un fenomeno somatico e noi possiamo indicare tutto il gruppo di fenomeni isterici che hanno questa origine, con Freud, come fenomeni isterici di ritenzione”5. Anche per Freud la confessione è tutt'altro che estranea al discorso psicoanalitico, se è vero, come afferma, che di volta in volta il terapeuta può assumere il ruolo del chiaritore, dell'insegnante o del confessore6. Ci si imbatte, ancora, nel modello iatromeccanico dell'isteria: la psiche è intasata dal conflitto o da rappresentazioni rimosse che, attraverso la verbalizzazione, possono essere opportunamente “scaricate”. A partire dalla sua funzione di “produzione di verità” attorno alla questione del sesso, è Foucault che più di ogni altro ha sondato la confessione come strumento che, a partire dal XIX secolo, dà avvio al progetto scientifico della psichiatria. In ambito religioso infatti, dalla penitenza cristiana in avanti, l’interdetto del sesso ha sempre costituito materia privilegiata per il rituale discorsivo della confessione, contribuendo in grande misura a dirottare la sessualità dalla sfera della ars erotica al campo della scientia sexualis. È propriamente su questo sfondo che la psichiatria degli ultimi decenni dell'Ottocento inizia a raccogliere un “grande archivio”7 del sesso, organizzandolo, ordinandolo e classificandolo. Il discorso di verità legato al sesso si estende dalla confessione all’anamnesi, e inizia ad articolarsi con il rigore di una procedura scientifica. Al suo esordio, la ricerca freudiana si inserisce in questa cornice storica e per un certo tratto preliminare del suo percorso non se ne discosta. Ben presto, però, si annuncia una prima sorprendente innovazione. Se tradizionalmente il soggetto della confessione coincide con il soggetto parlante, da

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un certo punto in avanti questa coincidenza non funziona più. Se quello che viene detto dal soggetto nella confessione è nel "potere" rivelativo del soggetto, ora, nell’impianto freudiano che va delineandosi il discorso che il soggetto svolge riguarda e contiene invece qualcosa che egli stesso ignora8. *** Torniamo nuovamente ad Eugenia, proseguendo con la lettura della lettera che il Prof. Tamburini andava scrivendo alla Marchesa Filomena e al Marchese Rodolfo: “…La Sig.na accarezza molto l’idea di passare qualche tempo a M. piuttosto che venire direttamente a G. appena fuori di qui”. La Marchesa Filomena, evidentemente compiaciuta dalle buone nuove, nella sua replica riesce ad essere insolitamente affabile: “Quanto le sono grata delle nuove dettagliate che mi va scrivendo della mia Eugenia. Con mia viva soddisfazione vedo che vanno sempre migliorando e spero che, mercè le sue sollecite cure, la guarigione non tarderà poi molto. L’idea di passare i primi tempi del suo ritorno in vicinanza di G. è la più attuabile, mentre per lei il soggiorno nella città sarebbe per i primi tempi sorgente di agitazione. Creda alla mia sincera stima e riconoscenza. Sua dev. ma….”. Questa invece la risposta del Marchese Rodolfo, datata 26 Febbraio 189.: “Ill. mo Sig. Professore, sono felicissimo al pensiero che mia figlia Eugenia sia in caso di ritornare in famiglia. Non so come, essa crede che il giorno fissato sia il 28 corrente. Se Ella giudica che sia giunto il tempo, e che non vi sia pericolo di nuovi disturbi, io sono pronto ad ogni cenno. Forse sarà bene che venga non appena le sarà finito il suo ciclo mensile. Se si dovrà ritardare di qualche giorno alla S.V. non mancherà modo di calmarla, perché non vorrei che il vedersi contrariata le facesse male. A lei scriverò che ho in vista molti casini ma che finora non ho potuto fissarne alcuno.” Nell’ultima lettera al Marchese, il Prof. Tamburini rivela l'impazienza di Eu-

genia di ricongiungersi alla famiglia e, confermando la possibilità di una sua completa guarigione, accenna alla possibilità di dimettere la paziente alla fine di marzo. Sin qui - come si vede - nulla di certo. L’unico punto indiscusso riguarda la determinazione di Eugenia, “ferma nell’idea che essa nell’uscire di qui non debba andare a G. ma bensì in campagna”. La proverbiale macchina organizzativa del Marchese si rimette in moto raggiungendo l’obiettivo di lì a poco. Con malcelata soddisfazione, solo qualche giorno dopo, Rodolfo è in grado di annunciare che: “Il Casino di campagna è fissato a S. Luca d’A… lungo la strada che va al mare… Vi è giardino e gran villa per cui si possono fare passeggiate senza uscire. In casa si gode della massima libertà e così pure nel giardino… La mia buona Eugenia sarà contenta di trovarvi il bigliardo per i giorni di pioggia; non aspetto che un cenno anche telegrafico della S.V. Ill.ma per muovermi. Quando io partirò per Reggio la famiglia tutta andrà nel nuovo locale ad attenderci. Ella disponga come meglio crede…”. È del 9 marzo il telegramma proveniente da G., indirizzato al Prof. Tamburini e prudentemente firmato dal mittente soltanto con il nome proprio: “Giungerò mercoledì mezzanotte. Giovedì mattina verrò visitarla. Spero ripartire mezzodì. Rodolfo”. *** Qui si chiude il carteggio, e negli archivi del Frenocomio di Reggio non vi è traccia di altri successivi rientri di Eugenia. È possibile allora immaginarsela completamente ristabilita, confidando che l'ottimismo della “Guarigione” riportata alla voce Esito non sia stato in seguito smentito dalla preoccupazione con cui la Prognosi: “Fausta per l’attuale, riservata per le possibili recidive” chiude la cartella clinica.♦

Note: 5 J. Breuer e S. Freud, Studi sull’Isteria (1892-1895) pp. 356-357. In OC, vol. I. Boringhieri, Torino. 6 Ibidem, p. 419. 7 M. Foucault, La volontà di sapere, p. 58-62. 1978, Feltrinelli, Milano. 8 Ibidem, p. 61.

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A Il tema del numero

il tempo

del cervello La rappresentazione del tempo tra patologie neurologiche, spazio sociale e riflessione filosofica

Il tempo sociale, sociologia Il tempo del Neurologo. della frenesia. P. 16 P. 24

Il personaggio, Margherita Hack. P. 30

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ÂŤIl TEMPO DEL CERVELLOÂť

La rappresentazione del tempo tra patologie neurologiche, spazio sociale e riflessione filosofica Mappa concettuale: il Tema del numero Percorsi interdisciplinari

2 filosofia

La concezione del tempo tra paradossi e senso comune

1 PSICOLOGIA e SOCIOLOGIA

Il vissuto sociale nella frenesia della vita occidentale

Neuroscienze e discipline scientifiche connesse 14


Anemos neuroscienze

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{

Strumenti di lettura I testi di ÂŤNeuroscienze AnemosÂť sono idealmente suddivisi in In - Interdisciplina App - Approfondimenti R/Np - Ricerca e nuove proposte Agli articoli viene inoltre assegnato un numero che indica la complessitĂ  di comprensione del testo da 1 a 5.

1 2 3 4 5

3 NEUROLOGIA

L'alterazione della concezione del tempo nelle patologie neurologiche

IL PERSONAGGIO

Margherita Hack, donna dello spazio-tempo neurologia

Ischemia cerebrale acuta e gestione terapeutica

approfondimenti

4

L'espressione dell'animale secondo l'approccio cognitivo-razionale

Altri

etologia

5

Scienze umane, sociali e altri punti di vista 15


Psicologia Sociologia

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Vivere Il vissuto temporale nella frenesia della società occidentale di Marco Ruini In 2 parole chiave. Tempo, frenesia, società occidentale. Abstract. In questo articolo introduttivo al tema si discorre dello stile di vita frenetico della società occidentale, dove i ritmi del vivere sono fortemente condizionati dalla velocità e dal desiderio di possedere e realizzare "tutto e subito". I progressi scientifici e sanitari, la capacità di misurare il tempo e l'efficienza dei processi produttivi sono causa indiretta dell'affermazione di questa cultura del tempo veloce.

«Nella modernità liquida il tempo non è né ciclico né lineare, come normalmente era nelle altre società della storia moderna e premoderna, ma invece "puntillistico", ossia frammentato in una moltitudine di particelle separate, ciascuna ridotta ad un punto». Zygmunt Bauman 16

il tempo


A

Anemos neuroscienze

Il tema del numero

I

l tempo e lo spazio sono da sempre temi cari alla filosofia e alla fisica ed è compito di filosofi e fisici stabilire e indagare cosa siano tempo e spazio assoluti, sulla loro reale esistenza. Sulle pagine della nostra rivista di questo numero e del prossimo troveremo quindi anche il loro importante contributo. Al di là di come interpretino le cose gli scienziati, la nostra percezione del tempo e dello spazio, relativa alla finitezza del nostro albergare in questo mondo, è importante, se non fondamentale, per la vita dei singoli e per la struttura della società. Noi, singoli individui, costruttori della nostra storia e dell’ambiente che ci circonda, percepiamo tempo e spazio divisi e questo dualismo è evidente in alcune patologie neurologiche: il

Figura 2.1 - Sopra

immagine di una moderna borsa valori. Il tempo è divenuto fattore fondamentale anche in questo settore: in pochi secondi si spostano enormi quantità di ricchezza

tempo che si dilata e non passa mai nella depressione, che si accorcia e corre via nella nevrosi da stress o le forme di claustrofobia degli spazi chiusi e l’agorafobia o fobia degli spazi aperti (alcuni di questi temi saranno approfonditi

negli articoli che seguono). Noi parleremo quindi di questa percezione particolare del tempo che chiameremo sociale in quanto condiziona i nostri comportamenti, i rapporti interpersonali, le regole di vita che ci diamo singolarmente o come comunità. È il tempo vissuto, percepito, costruito culturalmente in quella parte di mondo chiamata Occidente. Da quando l’orologio meccanico è stato inventato, è diventato possibile misurare lo scorrere della nostra vita fino ad allora molto indistinto, vago, legato ai ritmi della natura, delle stagioni, al tempo atmosferico e alla latitudine. Le clessidre e gli orologi ad acqua utilizzati già dai Sumeri lasciavano il tempo impreciso, indefinito. Poterlo misurare in modo sempre più esatto, dai giorni, alle ore, ai minuti, ai secondi, ai millesimi di secondo ha aumentato enormemente il suo valore. Le transazioni finanziarie si fanno ora con i computer nell’ordine di milionesimi di secondo e muovono valori economici enormi. Il tempo è denaro, come disse Benjamin Franklin, e in una società dominata dal mercato, dall’idea che ogni cosa, anche la vita, abbia un valore quantificabile, perdere tempo è uno spreco non giustificabile. La conseguenza più grave di questa precisione, dal punto di vista psicologico, è che, al di là di fatti acuti imprevedibili, riusciamo a quantificare, misurare, anche il tempo della nostra vita. Dal momento che ci viene diagnosticata una malattia, sappiamo quanto ci resta da vivere. In modo sempre più preciso ci viene detto quando ci restano anni, mesi o settimane di vita. È come vedere la fine di una bella vacanza, contare i giorni e i minuti che restano, a cui tuttavia va aggiunta l’angoscia di sapere che non si potrà mai più tornare. La scienza, in questo senso, demolisce la speranza, già colpita dalla crisi della trascendenza e della ►

Introduzione al tema

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Psicologia Sociologia ◄

religione. Di fatto, il tempo oggettivo, misurabile, dell’orologio, ha influenzato enormemente anche il tempo soggettivo, la nostra percezione del suo scorrere, il nostro modo di stare al mondo. Questo quantificare in modo sempre più preciso la durata e le fasi della nostra vita ci obbliga a valorizzare sempre di più il tempo, ma anche a bruciarlo nella fretta di arrivare chissà dove, per non perdere alcuna occasione, in una bulimia di desideri che debbono essere esauditi al più presto, perchè la fatidica soglia è sempre lì in agguato o, forse, per non avere il tempo di pensarci. Se risaliamo ad una o due generazioni fa, gli individui non sapevano nemmeno di preciso quando fossero nati e quanti anni avessero. Le guerre avevano distrutto gli archivi dei comuni o delle parrocchie e quando gli anni aumentano ci si confonde facilmente sull’età. Questo oblio non è più possibile: ci pensano conoscenti e amici a ricordarti il compleanno, attraverso telefonini e social network. Il tempo quantificabile, materializzato e reso palpabile, è diventato un bene prezioso, usarlo male, in modo non produttivo, è una follia. Il ri-

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schio è di diventare schiavi del tempo e questa è una follia ancora più grande. Ed è questa, purtroppo, la vera malattia di quest’era postmoderna. Nell’arco di un secolo abbiamo raddoppiato le aspettative di vita (ora sopra agli 80 anni), aspettative destinate ad allungarsi fino ai cento anni per i nostri nipoti. Ciò nonostante, abbiamo la percezione che la nostra vita sia brevissima, di non avere tempo per fare quello che vorremmo, di vederla fuggire via e viviamo nell’angoscia, corriamo verso la fine invece di rallentare e goderci tutto questo tempo aggiuntivo, regalato visto che non abbiamo lavorato più o meglio delle altre generazioni per meritarcelo. Allo stesso modo, nel mondo occidentale, il progresso in campo sanitario ha portato a garanzie incredibili sulla nostra salute. Basti pensare che i primi antibiotici sono comparsi sul mercato dopo la seconda guerra mondiale. Durante la guerra, chi poteva andava a prendere la penicillina nella Roma liberata dagli americani. In precedenza si poteva morire di encefalite o meningite come complicanza di quella che oggi è una banale otite. Tanti medici chirurghi nei primi cinquanta anni del secolo scorso

sono morti in giovane età per essersi infettati durante interventi su pazienti con lue (la sifilide era malattia diffusissima e incurabile). Nonostante questi progressi abbiamo la percezione di vivere in modo precario e una paura folle della malattia, e dei malati, che ci condiziona anche quando siamo perfettamente sani. L’ipocondria diviene endemica in un mondo performante come il nostro, dove se non sei al massimo rischi di essere messo da parte. Il tempo, ancora una volta, è fondamentale in questa percezione. Con la malattia finisce in anticipo il tempo a nostra disposizione, ciò che ci rimane deve essere speso per curarsi, perde di significato. La malattia e la vecchiaia

Frenesia del tempo: «Questi bambini iperstimolati a scuola presentano irrequietezza e deficit di attenzione, i disturbi della sindrome ADHD (deficit di attenzione e disordine da iperattività) sono in costante aumento: riescono a rimanere attenti solo pochi minuti, sono irascibili e insofferenti.»


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non possono far parte del nostro vocabolario o ci mettono angoscia. A peggiorare la situazione contribuisce un luogo comune della nostra cultura occidentale: la velocità come sinonimo di progresso. La lotta col tempo è

Il tema del numero

una cosa alla volta”, proprie di un'età del passato assai meno frenetica, sono ora eufemistiche. L’esperienza, lo studio, il lavoro, la conoscenza del passato sono perdite di tempo, freni in una società che si basa sul precariato. La percezione di avere

Figura 2.2 - A fianco una foto del 1955 che ritrae Charles H. Townes (a sinistra) e J.P. Gordon, della Columbia University mentre presentano il primo orologio atomico. Il tempo atomico è stato adottato come standard internazionale nel 1967. I progressi nella misurazione del tempo hanno direttamente influenzato il nostro modo di vivere. da sempre un mito ben rappresentato dalla corsa e dalle olimpiadi dove, tra l’altro, si accompagna alla competizione tanto che correre e competere ci vengono propinati come valori indispensabili fin dalla nostra infanzia. Con queste idee di fondo, col senso di avere poco tempo a disposizione e di dover correre per sfruttarlo al meglio, abbiamo costruito una società frenetica dove la fretta domina ogni nostro comportamento, una società fast dove tutto deve essere rapido: l’apprendimento, le capacità decisionali, la carriera, l’acquisizione di beni e oggetti, i rapporti interpersonali, il mangiare, il dormire. È la società del tutto e subito che non può essere che narcisista, individualista, superficiale, disattenta, in quanto velocità e attenzione o pensiero riflessivo sono incompatibili. Non c’è tempo per preparare le cose, per programmare, tutto si svolge nel presente, tutto deve essere fatto contemporaneamente, tutto è diritto e nulla dovere. Frasi come “ogni cosa a suo tempo” o “fai

poco tempo a disposizione ci porta a cercare un rimedio del quale vedremmo facilmente l’assurdità, se trovassimo il tempo per fermarci un attimo a ragionare: occupiamo a dismisura le nostre ore con impegni e attività a un ritmo frenetico, senza intervalli, senza staccare la spina nemmeno nel tempo libero e quel che è più grave, imponendo lo stesso schema di occupazione di ogni minuto libero anche ai nostri figli, sempre più legati a impegni scolastici ed extrascolastici. Li prepariamo da piccoli alla loro vita di corsa, a questa preponderanza del tempo nel loro futuro. Questi bambini iperstimolati a scuola presentano irrequietezza e deficit di attenzione, i disturbi della sindrome ADHD (deficit di attenzione e disordine da iperattività) sono in costante aumento: riescono a rimanere attenti solo pochi minuti, sono irascibili e insofferenti. Anche i ragazzi senza problemi scolastici hanno troppi impegni aggiuntivi, non hanno tempo, imparano a mettere in atto strategie

Indicazioni bibliografiche Marco Niada, Il tempo breve, Milano Garzanti 2010 Federico Rampini, Voi avete gli orologi, noi il tempo, Mondadori, Milano 2012 Zygmunt Bauman, Vite di corsa, Il mulino, Bologna 2012

Anemos neuroscienze

di memorizzazione a breve termine utili a superare l’interrogazione, ma non a capire. Riempire la giornata di impegni, poi, aumenta la nostra fragilità di fronte ad ogni imprevisto, anche banale, che stravolge programmi indilazionabili, tutti urgenti e importanti; mette i nostri diritti davanti a quelli degli altri; aumenta lo stress e la nevrosi che ormai accompagnano, in modo più o meno evidente, ognuno di noi. Purtroppo, questa tendenza a velocizzare il tempo, occuparlo all’inverosimile, diventarne schiavi è una nostra caratteristica connaturata. Kronos, il Dio della mitologia greca che rappresentava il tempo, mangiava i suoi figli. Il tempo continua a divorarci ed è un Dio destinato a diventare ancora più potente nel futuro prossimo. A volte, anche quando cerchiamo di uscire da questo mondo in corsa, privo di tempo, cercando di sfruttarlo meglio come nell’esperienza delle “Banche del Tempo”, non ci liberiamo dal paradigma del tempo come valore, oggetto di scambio. O quando creiamo modelli alternativi, più slow (slow food, città slow, ecc.), che dovrebbero aiutarci a vivere meglio, a vederci come persone tra altre persone e non come oggetti desideranti in modo ossessivo altri oggetti, non riusciamo ad uscire dalla nicchia, a scalfire la nostra cultura fatta di luoghi comuni inossidabili come il mito della velocità e quello che occupare il tempo sia più importante che viverlo pienamente e in modo adeguato. Sono però esperienze importanti, molto gratificanti soggettivamente e che possono preparare il terreno per una rivoluzione culturale, per un cambio di paradigma, se arrivasse finalmente l’occasione, il tempo giusto. “C’è un tempo per ogni cosa” diceva l’Ecclesiaste molti secoli fa. ♦

Marco Ruini è neurologo e neurochirurgo, responsabile del Centro di Neuroscienze Anemos di Reggio Emilia. È direttore scientifico di «Neuroscienze Anemos», trimestrale di neuroscienze, scienze cognitive, psicologia clinica e filosofia della mente. Autore di articoli di divulgazione scientifica e di opere letterarie.

Introduzione al tema

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Filosofia

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Filosofia DEL tempo

La nozione di tempo tra paradossi e senso comune

di Davide Donadio In 3 parole chiave. Tempo, identità, persistenza, durata. Abstract. Il presente articolo illustra in modo conciso alcuni punti di snodo della storia del pensiero occidentale a proposito della riflessione sul tempo. La seconda parte si sofferma in particolare sul contributo dato dalla filosofia analitica a queste problematiche filosofiche, riportando a titolo di esempio le prospettive argomentative di alcuni autori.

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l tempo dei filosofi. Come è facile immaginare, il tempo come oggetto di indagine accompagna l'intero arco della riflessione filosofica. Non sorprende che il tempo sia stato oggetto diretto o indiretto di analisi, tanto più se si pensa che il concetto di tempo, visto da alcune prospettive, è profondamente legato a nozioni come realtà, cambiamento, infinito, essere. Non sarà possibile qui percorrere l'intera storia del concetto di tempo nella filosofia occidentale, neppure come semplice elenco di citazioni; ci limiteremo a focalizzarci su alcuni punti chiave per poi soffermarci sulla nozione di tempo nella filosofia contemporanea. Diverse visioni del tempo fanno da sfondo già alle teorie dei filosofi presocratici che, argomentando intorno all'essere, toccano inevitabilmente il concetto di tempo. Schematizzando, è possibile individuare due posizioni contrapposte: Parmenide negava l'esistenza del divenire e definiva l'essere in termini di immobilità; Eraclito, al contrario, indicava nel divenire il vero principio di ogni cosa. La contraddittorietà del divenire, che implicava un essere che diveniva nonessere e viceversa, portava Parmenide a sostenere l'illusorietà del divenire a vantaggio dell'immutabilità dell'essere. Ma già con Platone il tempo diviene oggetto diretto della filosofia. Nel dialogo Timeo Platone definisce il tempo con la famosa definizione “immagine mobile dell'eternità”, carica di suggestioni poetiche piuttosto vaghe, ma che indicano i termini generali della visione di Plato-


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ne: egli riteneva la temporalità come una manifestazione illusoria del vero eterno incarnato dal mondo delle idee. Ed è ancora il tempo che si manifesta nella presenza e nell'assenza di movimento, lo sfondo metaforico che consente ad Aristotele di definire dio come “motore immobile”, ad intendere la perfezione e l'eternità come distintivi dell'essere perfetto. Anche Aristotele, spesso considerato la controparte empirista del pensiero antico, riteneva l'immobilità e l'immutabilità come perfezione. Questi esempi, che forniranno la base alle riflessioni successive fino all'epoca moderna, possono considerarsi le rappresentanti di una concezione oggettiva del tempo, che intende ricercare nella realtà il fondamento e la natura del tempo. Un altro approccio nei confronti di questo oggetto di indagine così complesso, è quello che vede il tempo come misurazione. Il tempo viene anche considerato misurazione della realtà già da Aristotele: “il tempo è il numero del movimento secondo il prima e il dopo” (Fisica, IV, 11, 219 b1). Secondo questa prospettiva il tempo diventa misurazione del movimento. Una parte della filosofia moderna continuerà a trattare il tempo come misurazione del movimento della realtà. Hobbes nella sua opera De Corpore 1 si rifà ad Aristotele, mentre Cartesio a sua volta definisce il tempo come “numero del movimento”, seppure lo riferisce alla dimensione soggettiva della durata. Non vi sono, dunque, sostanziali innovazioni nella definizione del tempo fino all'inizio della filosofia moderna. La prospettiva soggettivista prende corpo in maniera compiuta in Immanuel Kant. È nota la definizione che di tempo diede Kant: “condizione formale a priori di tutti i fenomeni in generale” (Critica della ragion pura). La rappresentazione degli oggetti fisici si dà solo entro la forma, presente a priori nell'intelletto, del tempo. Kant, così facendo, esclude che il tempo possa essere riferito ad un ordine esterno puramente oggettivo: il tempo rimane essenziale, ma come

Il tema del numero

condizione del conoscere. In epoca più recente, la filosofia fornirà una visione di stampo ancora più psicologico: in Bergson coscienza e realtà coincidono col senso del tempo. La coscienza, il dato più immediato e certo, si costruisce sulla trasformazione temporale dei dati conservati e riutilizzati dalla coscienza stessa. In questo sommario elenco, si dovrà accennare ancora velocemente alla concezione del tempo di Martin Heiddegger. Il filosofo tedesco, avvalendosi di una complessa e originale ridefinizione del lessico filosofico, indicherà nella temporalità, nella sua unione di presente, passato e futuro, la centralità dell'esserci, termine con il quale egli indica l'essere costituito dalla propria temporalità. Il tempo è

«Nel dialogo Timeo Platone definisce il tempo con la famosa definizione “immagine mobile dell'eternità”, carica di suggestioni poetiche piuttosto vaghe, ma che indicano i termini generali della visione del filosofo: egli riteneva la temporalità come una manifestazione illusoria del vero eterno incarnato dal mondo delle idee.»

Anemos neuroscienze

condizione dell'esistenza stessa. L'approccio analitico alle questioni temporali. I precursori della filosofia analitica, che possiamo indicare nei pensatori del Circolo di Vienna, fecero del linguaggio e dei concetti della scienza gli strumenti di indagine per eccellenza della realtà, ritenendo gran parte delle questioni della metafisica come semplici proposizioni non dotate di senso. Avviene così che indirettamente anche nozioni complesse e multiformi come il tempo vengano indagate a partire dalla visione scientifica del mondo. La sorte del tempo, tuttavia, ancorata alla scienza non è risultata in tal modo meno ondeggiante rispetto ad una visione puramente filo-

sofica, poiché anche i concetti scientifici, se storicamente intesi, mutano nel tempo. Nonostante questo, però, il pensiero analitico ha da sempre tentato di riproporre i problemi filosofici seguendo un metodo che tenesse in considerazione la correttezza dell'argomentazione e la chiarezza perseguita non di rado con il ricorso alla logica formale. Inizialmente questo procedere ha fatto sì che le problematiche filosofiche fossero spesso intese in senso linguistico o puramente logico. Queste posizioni da taluni pensatori continentali tacciate come ► rigide, sono in realtà andatesi

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Filosofia ◄ ammorbidendo nel corso del

Novecento, e le questioni metafisiche sono tornate al centro dell'attenzione della filosofia, anche nelle correnti analitiche. Concentreremo la nostra attenzione sui concetti di identità, durata e persistenza, intimamente legati al tempo che rimane come nozione sfondo alla comprensione di questi concetti. È infatti una caratteristica dei grandi problemi metafisici quella di intersecarsi gli uni agli altri. Lasceremo invece da parte riflessioni che, pur trattando direttamente della nozione di tempo, rientrano nel campo della filosofia della scienza o delle teorie fisiche ad essa collegate. Se il tempo è misurazione del movimento, l'identità che muta sarà una delle manifestazioni esteriori del tempo. A sua volta, la nozione di identità è connessa con quella di esistenza: l'esistenza di una certa entità A è equivalente all'affermazione che qualcosa sia identico a A. Quali sono le condizioni che determinano il sussistere dell'identità? Secondo Leibniz 2, ad esempio, l'uguaglianza qualitativa e l'indiscernibilità erano condizioni sufficienti per affermare l'identità A = B, formula che sta ad indicare non l'uguaglianza intesa nel senso comune, ma che A è B sono lo stesso oggetto. Ma come facciamo ad essere sicuri

dell'identità di A e B, ovvero della costanza temporale di A? Già John Locke aggiungeva un elemento indispensabile a questa identificazione 3: la coincidenza spazio temporale, cioè l'occupare A e B il medesimo spazio-tempo (ovviamente, occupare solo il medesimo spazio non sarebbe condizione sufficiente). L'argomentare di Locke viene ripreso in epoca contemporanea da David Wiggins nel saggio Sul trovarsi nello stesso luogo allo stesso tempo. Wiggins, però, mette in luce il carattere problematico della cosiddetta Legge di Leibniz (il principio dell'identità degli indiscernibili). Se T, un certo albero privo di foglie si trova in un certo luogo al tempo t1, e occupa un certo volume v1, questo stesso volume è occupato anche dall'aggregato W di molecole di cellulosa che compongono T. In questo caso T = W. Ma: Si supponga che T venga abbattuto e tagliato a pezzi, ma in modo tale che nessuna molecola di cellulosa risulti danneggiata. Sembra che W sopravviva ad una circostanza di questo tipo, e si può dire che nel mondo ci sia la stessa quantità di legno che c'era in precedenza. Ma T, l'albero, non può sopravvivere ad un trattamento del genere. 4

Come sostenere, dunque, che la condizione per cui qualcosa che si trova nello stesso luogo e nello stesso tem-

Figura 3.1 - Il Circolo di Vienna,

all'inizio del Novecento, fu un circolo informale di filosofi e scienziati che intendevano rilanciare una visione logica e coerente della realtà. Nell'immagine Moritz Schlick (1882-1936) fisico e filosofo tedesco tra i principali animatori del circolo.

po sia sufficiente ad indicare l'identità di un oggetto se la permanenza nel tempo di T e W non coincidono? Wiggins introduce nel prosieguo del breve saggio - attraverso una riformulazione propria - la diversità di tipi logici tra cose come alberi e aggregati. Non seguiremo il discorso di Wiggins; qui ne accenniamo come indicazione della problematicità di una “legge” così intuitiva come il principio dell'identità degli indiscernibili. Come abbiamo detto, la nozione di identità è legata a questioni di carattere ontologico. Una soluzione che potremmo definire genericamente

LA PERSISTENZA NEL TEMPO: il paradosso della Nave di Teseo

Ogni tavola di legno viene sostituita da una tavola di alluminio. Quella che risulta è ancora la Nave di Teseo?

La nave originale

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Se ogni tavola di legno che togliamo dalla Nave di Teseo la impieghiamo per ricostruire un'altra nave, quale sarà la vera Nave di Teseo?

La nave dopo la sostituzione di tutte le tavole

La nave ricostruita con le tavole sottratte all'originale


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materialista, riscontra le condizioni di identità di un oggetto nelle relazioni che legano la parte col tutto. Se queste relazioni rimangono costanti, vi è identità (è la mereologia quella parte dell'ontologia che si occupa della teoria degli interi e delle parti e si pone domande come il rapporto parte-tutto e formula principi come “se x e y hanno le stessi parti proprie, allora x e y sono identici”). Ora, l'identità fin qui considerata è stata solo analizzata da un punto di vista sincronico, cioè riguardante l'identità di un oggetto A in un dato momento, prospettiva dalla quale la temporalità risulta problematica solo secondariamente. Non appena usciamo da questa dimensione e immergiamo per così dire l'oggetto A nel tempo, inciampiamo nella nozione diacronica di identità e quindi nel problema della persistenza dell'identità nel tempo. Se la nostra esperienza del mondo si basa sull'idea che le cose persistano nel tempo, la stessa esperienza crea paradossi a questo postulato di fondo. Rederick M. Chinsom in L'identità attraverso il tempo, riporta il noto paradosso della nave di Teseo: S'immagini una nave - La Nave di Teseo - che alla sua venuta al mondo sia fatta integralmente di legno. Un giorno una delle sue tavole di legno viene rimossa e rimpiazzata da una tavola di alluminio. Data la natura trascurabile di questo cambiamento, non vi sono dubbi sulla sopravvivenza della Nave di Teseo: quello che abbiamo è ancora la nave che avevamo in precedenza; ovvero, la nave che abbiamo ora è identica alla nave che avevamo prima. […] Il cambiamento continua, con identica modalità, fino a quando la Nave di Teseo non è composta interamente d'alluminio.

Ora si pone il problema: la nave di

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Il tema del numero

alluminio è la stessa nave di prima, poiché nel corso dei piccoli cambiamenti è rimasta la stessa oppure si tratta di un'altra nave? “[...] la nave d'alluminio - continua l'autore - si potrebbe sostenere, è la nave di legno dalla quale eravamo partiti, dal momento che la nave iniziale è sopravvissuta a ogni singolo cambiamento e l'identità, dopo tutto, è transitiva.” Si immagini, d'altra parte, che ogni singola tavola di legno sia stata conservata e che la nave sia stata ricostruita con le tavole di legno sottratte progressivamente alla nave originale. Avremo una nave costituita dalle stesse parti e dalle stesse relazioni tra le parti. Qual è, a questo punto, la vera Nave di Teseo, quella ricostruita con le tavole di legno o quella risultante dalla completa sostituzione con le tavole di alluminio? Secondo Chinsom i paradossi che si vengono a creare nel considerare la persistenza dell'identità nel tempo derivano dalla confusione tra due modi di intendere la persistenza nel tempo: un modo “stretto e filosofico” che ravvisa l'impossibilità per un oggetto di cambiare e rimanere se stesso, e un modo “ampio e popolare” che indica nelle cose che cambiano entità secondarie, oggetti diversi in momenti diversi. Re-identificare nel fluire del tempo gli oggetti dell'esperienza è comunemente ritenuta condizione indispensabile per concepire una struttura spazio-temporale unitaria e coerente. Ma questa concezione unitaria e coerente è difficile da raggiungere se si parte dai paradossi temporali sopra esposti. Una delle soluzioni che ha avuto maggior seguito è quella tracciata da W. O. Quine. Secondo il filosofo americano, non occorre distinguere

Note e indicazioni bibliografiche 1 Thomas Hobbes, De Corpore, 7, 3. Un'edizione on-line è consultabile all'indirizzo http://www.archive.org/: Thomas Hobbes, Opera Philosophica, 1839. 1 A. Varzi (a cura di), Metafisica, Lateza, Roma-Bari 2008. 2 Per un primo approccio al pensiero di Leibniz si veda V. Mathieu, Introduzione a Leibniz, Laterza, Roma-Bari 1997. 3 Si veda Locke, Saggio sull'intelletto umano, a cura di V. Cicero e M. G. D'amico, Milano 2007, Ed. speciale per «Il Corriere della Sera», Milano 2009; pp. 385 e ss. Libro II cap XXVII,, 29 Il durare costituisce l'identità.

due nozioni di persistenza temporale, ma va messa in discussione l'intuizione che ravvisa nel tempo una dimensione diversa dallo spazio. È la cosiddetta prospettiva quadridimensionalista. L'estensione nello spazio non comporta differenze sostanziali tra due oggetti nello spazio e nel tempo: un oggetto nello spazio si estende alterato o cambia perché costituito da parti differenti. Allo stesso modo, sostiene Quine, occorre considerare il cambiamento nel tempo. Un oggetto, in altre parole, persiste nel tempo perché è costituito di parti temporali. Conclusioni. In questa sede, ovviamente, non si è voluto esporre un quadro esaustivo del concetto di tempo (e delle nozioni ad esso legate) affrontato dal pensiero analitico, né tanto meno suggerire quali soluzioni siano da favorire ad altre, ma solo indicare a titolo di esempio un modo di affrontare questo tipo di problematiche filosofiche da una parte della filosofia contemporanea. Si capisce come queste riflessioni siano intimamente legate alla concezione scientifica delle nozioni di tempo e di spazio e come questi ambiti possano condizionare in generale la visione della scienza e della psicologia umana. Il rinato interesse per le questioni metafisiche degli ultimi decenni porta quasi a ribaltare quell'ostentato rifiuto per la metafisica della nascente filosofia analitica e ancora una volta sottolinea il sostrato filosofico, implicito od esplicito che sia, dal quale ogni pensare umano prende l'avvio.♦

Davide Donadio, cofondatore della casa editrice La Clessidra, si occupa di editoria periodica locale e di divulgazione scientifica e filosofica. Ha studiato storia e filosofia presso l'Università degli Studi di Bologna. È direttore responsabile del trimestrale di scienze cognitive, psicologia clinica e filosofia della mente «Neuroscienze Anemos» che dirige insieme a Marco Ruini (dir. scientifico). Ha scritto opere letterarie che coniugano letteratura e riflessione filosofica.

4 l saggi citati sono tratti dall'antologia sopra citata: David Wiggins nel saggio Sul trovarsi nello stesso luogo allo stesso tempo, p. 88 e ss; Rederick M. Chinsom in L'identità attraverso il tempo in Metafisica, a cura di A. Varzi, op. cit. pp 34 e ss.

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Neurologia Psichiatria

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IL TEMPO

DEL NEUROLOGO L'alterazione della concezione del tempo nelle patologie neurologiche

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Il tema del numero

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App 3

di Enrico Ghidoni

parole chiave. Tempo, neurologia, soggettività. Abstract. L'articolo presenta alcuni esempi di patologie neurologiche che comportano la distorsione nella percezione del tempo. Alcuni esempi di dialogo tra medico e paziente illustrano come le persone con un deterioramento cognitivo o una lesione cerebrale spesso abbiano difficoltà a riferire esattamente i connotati temporali (la data di oggi: anno, mese, giorno, stagione), mentre ricordano perfettamente la propria data di nascita anche quando il deterioramento cognitivo è di grado notevole.

è

una strana cosa il tempo, questa entità inafferrabile e soggettiva, che scandisce e ordina le nostre giornate e la nostra vita, ma che in sè forse non esiste, dato che la sua realtà concreta è data solo dal momento presente, che sfugge inesorabilmente, mentre le sue dimensioni del futuro e del passato vivono solamente in uno spazio mentale di rappresentazione immaginativa o di rievocazione di quanto è stato. Siamo perciò nell’ambito della pura soggettività, anche se più o meno condivisa da più soggetti, quelli delle nostre quotidiane relazioni. Sulla natura del tempo potrebbe forse aiutarci a raccogliere indizi significativi la vasta e curiosa fenomenologia che il neurologo osserva nella sua attività clinica quotidiana. I modi con cui il tempo si sfalda e assume connotazioni personali nella patologia può essere occasione di raccolta aneddotica di osservazioni su cui una meditazione di secondo livello potrebbe forse ricavare ipotesi per una definizione della natura inafferrabile del nostro tema. Il disorientamento nel tempo è in effetti una delle più comuni ►

«I modi con cui il tempo si sfalda e assume connotazioni personali nella patologia neurologica può essere occasione di raccolta aneddotica di osservazioni su cui una meditazione di secondo livello potrebbe forse ricavare ipotesi per una definizione della natura inafferrabile del tempo.»

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Neurologia Psichiatria

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La linea temporale richiede al nostro cervello l’utilizzo di meccanismi di continuo aggiornamento delle informazioni.

Ma il cervello tende a categorizzare e stabilizzare le informazioni.

◄ evenienze della condizione umana Figura 4.1 - L’aggiornamento della collocazione temporale risponde ad

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allorché la patologia si insinua nel funzionamento del cervello e quindi della mente che è il suo prodotto. Collocarsi nel tempo richiede un continuo aggiornamento di informazioni poiché ogni giorno è definito da più elementi che configurano un unicum, 14 agosto 2013 mercoledì. Ciò richiede al nostro cervello l’utilizzo di meccanismi di continuo aggiornamento delle informazioni, una attività che consuma energie ed entro certi limiti è esauribile. Tra i vari processi che agiscono nella nostra mente sappiamo infatti che questa necessità di continua modifica dei dati contrasta con un’altra esigenza primaria del funzionamento mentale: la tendenza a categorizzare e stabilizzare le informazioni, che si accumulano nella memoria degli eventi, diventano memoria semantica, ormai scevra da

una logica contraria ad un'esigenza del funzionamento mentale: la tendenza a categorizzare e stabilizzare le informazioni, che si accumulano nella memoria degli eventi e diventano memoria semantica.

ogni connotazione temporale specifica, come un sapere distillato e stabile che nel corso della vita sempre più accumuliamo, diventando saggi (e anziani). In questo processo è quasi naturale che l’aggiornamento della collocazione temporale risponda ad una logica contraria e diventa sempre più precario man mano che la macchina cerebrale diventa meno flessibile, e anche un po’ acciaccata con il passare degli anni e degli eventi o delle lesioni che sopravvengono. Un elemento caratteristico di questi due tipi di processi contrastanti è dato dal fatto che le persone con un deterioramento cognitivo o una lesio-

ne cerebrale spesso hanno difficoltà a riferire esattamente i connotati temporali (la data di oggi: anno, mese, giorno, stagione) mentre ricordano perfettamente la propria data di nascita anche quando il deterioramento cognitivo è di grado notevole. Da ciò si potrebbe ricavare una ovvia presa d’atto della presenza di diversi patrimoni di conoscenza che sono sottoposti in maniera selettiva agli effetti del danno, confermando la teoria della modularità della mente. Ma anche la constatazione che la mente aggiornata nel tempo richiede un costante rapporto con il contesto del mondo, i suoi dettagli temporali e spaziali in


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cui si svolge l’esperienza quotidiana, forse confermando così la necessità di una concezione della mente non puramente ridotta al substrato neurobiologico, ma estesa alla materia del corpo e del mondo esterno come parti integranti e costitutive. La perdita dell’orientamento temporale in questo senso esprime una riduzione del vissuto cosciente alla conoscenza cristallizzata interna, una perdita del senso del tempo che evidentemente dipende dall’estensione nel mondo esterno socialmente condiviso. Vediamo allora di allineare alcuni esempi di questi fallimenti del senso del tempo indotti dalla patologia. Iniziamo con un frammento di conversazione abbastanza comune in un ambiente clinico: Medico: Signor X, in che anno siamo? Paziente: Nel …mille …millenovecento… 1913. Medico: Ma è sicuro? Ci pensi un attimo. Paziente: Sì, o forse al massimo siamo nel 1917 o '18. Medico: No guardi siamo un po’ più avanti, nel 2013. Paziente: Ah si? Ma guarda come passa il tempo! Questo è un tipico esempio della soggettività patologica della collocazione personale nel tempo, quando fallisce la capacità di aggiornare l’informazione e allora il sistema si basa sulla conoscenza interna cristallizzata, sostituisce il dato mancante con un dato consolidato che può essere quello di un evento o un periodo significativo della propria storia personale, spesso coincidendo con la data di nascita oppure con gli anni in cui si sono accumulate esperienze significative diventate parte costitutiva dell’autobiografia. Questo è ancora più evidente nell’esempio successivo. Siamo in ospedale e stiamo parlando con un uomo di 50 anni che ha avuto una emorragia cerebrale che gli ha lesionato il sistema dei circuiti necessari per la funzionalità della memoria.

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Il tema del numero

Medico: Allora signor Y dove siamo qua? Che cosa sta facendo qui? Paziente: Eh, qui siamo nell’ospedale militare di Piacenza, sono qui che sto facendo un corso, tenuto da lei, dottore; mi aveva già invitato a farlo quando ci siamo conosciuti, sulla Costa Azzurra, tanti anni fa, dove lei dirigeva una manifattura di notevole importanza. Ma forse ora devo andare, non vorrei che il capitano mi colga in fallo… Inutile dire che il medico e il paziente non si erano mai conosciuti prima, e che ci troviamo nell’ospedale civile di Reggio Emilia, non nell’ospedale militare di Piacenza. Indagando nella storia del paziente fornita dai familiari, scopriamo che intorno ai vent’anni aveva trascorso un periodo all’ospedale militare di Piacenza, e che in un altro periodo felice della propria vita era stato in Costa Azzurra dove aveva anche conosciuto quella che sarebbe diventata sua moglie. Si nota pertanto che il suo discorso (le cui caratteristiche definiscono in termini tecnici una confabulazione) non è una fantasiosa invenzione, ma è basata su dati concreti riferiti ad un passato importante nella sua autobiografia, così rilevante da costituire il tempo privilegiato di riferimento, in cui lui ancora colloca il suo attuale vissuto, che non riesce più ad aggiornare per la disfunzione del sistema di memoria. Pazienti come questo

«Le persone con un deterioramento cognitivo o una lesione cerebrale spesso hanno difficoltà a riferire esattamente i connotati temporali (la data di oggi: anno, mese, giorno, stagione) mentre ricordano perfettamente la propria data di nascita anche quando il deterioramento cognitivo è di grado notevole.»

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Neurologia Psichiatria

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I neuroni del tempo

V

i siete mai chiesti come mai in alcune situazioni riuscite quasi a “prevedere” l'ora e a capire, ad esempio, quando mancano pochi minuti prima di andare a casa dopo una giornata di lavoro? Un nuovo studio, compiuto da Blaine Schneider e Geoffrey Ghose del Center for Magnetic Resonance Research dell’Università del Minnesota e pubblicato su «PloS One», ha fatto luce proprio sul rapporto tra cervello e percezione dello scorrere del tempo. Hanno così scoperto come esista una sorta di orologio nel cervello che tiene il ritmo del tempo e hanno analizzato come si comportano i neuroni impiegati in questo compito. La prima difficoltà che hanno incontrato i ricercatori è stata di tipo metodologico e cioè di eliminare qualsiasi riferimento, anche involontario, che potesse essere usato per percepire lo scorrere del tempo e il ritmo delle azioni che si stavano svolgendo. Lo studio ha visto coinvolti due macachi (Macaca mulatta) che sono stati addestrati dai ricercatori per spostare rapidamente ogni secondo gli occhi tra due punti fissi. Per evitare che potessero in qualche modo scandire gli intervalli temporali, non è stata data loro nessuna ricompensa nell'immediato, cosa che poteva essere interpretata come uno stimolo a definire gli intervalli di tempo trascorsi. Gli studiosi hanno così scoperto come i macachi fossero in grado di mantenere in modo accurato il ritmo dei movimenti compiuti, nonostante non avessero riferimenti esterni su cui basarsi. Esaminando quello che succedeva nell'area intraparietale laterale (LIP), la regione cerebrale che si occupa della esecuzione e della pianificazione dei movimenti degli occhi, i ricercatori hanno scoperto che ciò che accade in

◄ vivono talora in una situazione

di “trasposizione diacronica” che perdura anche a lungo finché non si verifica un recupero della capacità di aggiornare il sistema di collocazione temporale nell’universo socialmente condiviso. I pazienti con sindromi amnesiche,

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questa regione contraddice ciò che si era creduto fino ad ora: infatti l'attività dei neuroni della LIP diminuisce prima di compiere i movimenti oculari e non aumenta come erroneamente si credeva. A dettare il rit-

mo dei movimenti è proprio questa diversa intensità del segnale prodotto dalle cellule nervose e non una sorta di orologio centrale nel cervello deputato a registrare e a mantenere il ritmo di tutte le azioni che si compiono. Anzi, dalla ricerca sembra sempre più plausibile che siano i neuroni di ciascun circuito cerebrale a permettere di percepire lo scandire esatto del tempo. Non si sa ancora se questa percezione sia innata o derivi dall'esperienza, in ogni caso, come ha concluso Ghose: “è come se l’attività dei neuroni fosse una clessidra interna”. (box a cura della redazione)

conseguenti a lesioni in varie sedi cerebrali che compromettano il sistema della memoria a lungo termine, presentano le più clamorose situazioni di alterazione del senso del tempo. Per loro il tempo non ha durata oltre il brevissimo termine. Si può uscire dalla stanza e rientrare dopo un

minuto e il paziente ci saluta come se fosse la prima volta che lo incontriamo. Se chiediamo al paziente da quanto tempo è con noi la risposta è vaga, oscillando fra la sottostima (“sono appena arrivato”) e la sopravalutazione (“saranno dieci giorni che sono qui”). Infatti anche la per-


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cezione del trascorrere del tempo richiede una continuità del flusso di coscienza, che dà origine ad una continuità nel flusso della traccia mnesica che ci permette di stimare quanto tempo è passato da quando abbiamo iniziato una certa attività. Ma quanti errori anche nel soggetto normale in questa percezione del tempo! È infatti comune esperienza una percezione soggettiva del tempo molto variabile a seconda di ciò che accade; le attività routinarie fanno sfumare il tempo in modo molto rapido, mentre un periodo di vacanza, giornate in cui si fanno cose nuove, in cui accadono eventi insoliti o imprevisti, assumono una durata soggettiva molto maggiore del reale. È chiaro che il tempo soggettivo, nella sua ricostruzione dell’autobiografia della persona, sarà qualcosa di proteiforme ed elastico, con periodi morti personalmente percepiti come brevi (oppure lunghi se il vissuto emozionale è negativo) alternati a momenti di grande intensità vitale e di proporzionale durata. Da qui la necessità di scandire il tempo con strumenti oggettivi: orologi, cronometri, calendari, agende che dominano la nostra vita quotidiana inducendoci a condividere con gli altri dei comuni riferimenti temporali, il cui carattere convenzionale ed

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Il tema del numero

Psicologia del tempo

L

'approccio al fenomeno del tempo a partire dalla psicofisica e dalla psicofisiologia (ad es. partendo dalla misurazione temporale della percezione degli stimoli) si è rivelato limitato dal punto di vista interpretativo. Ciò ha indotto gli psicologi a cercare il sostrato neurofisiologico che trasforma lo stimolo fisico in percezione temporale. Esistono anche nel restante mondo animale “orologi biologici” che consentono all'essere vivente di addattarsi ai cambiamenti che avvengono nell'ambiente natu-

utilitaristico è a questo punto evidente. Eppure questa adesione ad una convenzione comune ci mette in relazione con il mondo, una esigenza primaria per la natura umana, e forse l’unico modo per realizzare la propria mente come estensione e completamento del sé neurobiologico. ♦

Indicazioni bibliografiche Bara. B.G. Manuale di psicoterapia cognitiva, Bollati Boringhieri, Torino 1996 Beretta S. L’organizzazione cognitiva di tipo psicosomatico in Bara 1996 Ceruti M. Il vincolo e la possibilità, Feltrinelli, Milano 1986 Crittenden P.M. “Nuove prospettive sull’Attaccamento” in Teoria e pratica in famiglie ad alto rischio, Guerini editore, Milano 1994 Faiburn C.G. La terapia cognitivo comportamentale dei disturbi dell’alimentazione, Eclipsi, Firenze 2008 Gardner D.M. La terapia cognitivo comportamentale dei disturbi dell’alimentazione, Eclipsi, Firenze 2008 Guidano V. F. La complessità del sè, Bollati Boringhieri, Torino 1998 Il sé nel suo divenire. Verso una terapia cognitiva post-razionalista, Bollati Boringhieri, Torino 1992 Kelly G.A. La psicologia dei costrutti personali, Cortina, Milano 2004 Lambruschi F. “Attaccamento ed evoluzione della personalità” in Nardi B(Ed) I Processi Maturativi tra Genetica e Ambiente, 2001 Malagoli Togliatti M, e Telfener U. (a cura di) Dall’individuo al sistema. Manuale di psicopatologia relazionale, Bollati Boringhieri, Torino 1998 De Pascale A. I disturbi alimentari psicogeni in Malagoli Telfener 1998 Nardi B e Capecci I. “I processi di organizzazione degli stili di personalità

rale, compresi i cambiamenti di illuminazione che avvengono tra giorno e notte e il cambio della lunghezza della luce diurna nelle diverse stagioni. Secondo alcuni interpreti, la stessa percezione del tempo a livelli cognitivamente più complessi è basata su questi meccanismi basilari di sincronizzazione che determinano l'esperienza del tempo. Il confine tra teoria psicologica e ricerca neuroscientifica è ancora incerto in questo campo di studi. (box a cura della redazione)

Enrico Ghidoni. Laureato in Medicina e Chirurgia e specializzato in Neurologia con lode il 5/12/81 presso l’Università di Modena. Dal 16/8/83 lavora come assistente e poi come aiuto presso la Divisione Neurologica dell’Arcispedale S. Maria Nuova di Reggio Emilia. Ha partecipato come relatore e coautore a diversi congressi e convegni. È socio della sezione di Neuropsicologia della Società Italiana di Neurologia dal 1985 e quindi della Società Italiana di Neuropsicologia. È responsabile del Laboratorio di Neuropsicologia dell’Arcispedale S. Maria Nuova (Reggio E.). È responsabile clinico del Centro Esperto Interaziendale Demenze di Reggio Emilia dal 2000. Ha svolto insegnamento presso la Scuola Infermieri Professionali di Reggio E. negli anni scolastici 1991-92, 1992-93, 1993-94, 1994-95. Svolge attività di consulenza neuropsicologica per il Servizio di Recupero e Riabilitazione Funzionale dell’Azienda USL di Reggio Emilia da luglio 1996. È docente presso il Corso per diploma universitario di fisioterpista, Università di Modena e Reggio Emilia (materie insegnate: Neuropsicologia e Neurolinguistica). È autore di circa 30 pubblicazioni di argomento neurologico e neuropsicologico. Dal maggio 2001 al 2005 è stato presidente nazionale della Associazione Italiana Dislessia. Dal 2007 al 2009 vicepresidente. Responsabile nazionale del progetto di formazione MIUR-AID “azione 7” e del progetto MIURAID- Fondazione Telecom Italia “A Scuola di Dislessia”.

e le basi dell’unicità individuale” Quaderni di psicoterapia cognitiva, 18 (8/1) 48-83 Reda M.A. Sistemi cognitivi complessi e psicoterapia, Carocci, Roma 1986 Sassaroli S. e coll. I disturbi alimentari, Editori Laterza, Bari 2010 Selvini Palazzoli M. L’anoressia mentale, Feltrinelli, Milano 1963, 2° ed riv. (1981) Ugazio V. Storie permesse storie proibite polarità semantiche familiari e psicopatologie, Bollati Boringhieri, Torino 1988

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IL PERSONAGGIO

Divulgare libertĂ  Margherita Hack, una donna laica

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Anemos neuroscienze

Il tema del numero

di Bruno Zanotti e Angela Verlicchi In 1 parole chiave. Margherita Hack, laicismo, religione. Abstract. La serie degli articoli riguardanti "il personaggio" di questo mese si aprono con questo contributo riguardante la visione laica di Margherita Hack, astronoma da poco scomparsa. Gli autori analizzano la concezione del laicismo della Hack, individuando nelle sue stesse parole una posizione affine allo gnosticismo. Secondo la Hack, infatti, l'ateismo porterebbe ad una presa di posizione altrettanto dogmatica rispetto al paradigma dei credenti. Se gli ambiti rimangono nettamente separati, sostiene la scienziata, fede e ricerca scientifica possono anche convivere nella stessa persona.

«

I

.o non credo solo perché trovo insoddisfacente, dal punto di vista scientifico, l’idea di Dio, ma non posso pretendere di dimostrare che Dio non esiste. E non mi interessa convincere gli altri della bontà della mia posizione, che è una posizione personale. Probabilmente un individuo completamente razionale dovrebbe essere agnostico, non ateo, perché è impossibile dimostrare sia l’esistenza sia la non esistenza di Dio. E anche l’ateismo, in un certo senso, è una fede”. Per ricordare la Hack ed il suo rapporto con l’entità Dio e la fede, probabilmente basterebbe questa sua sintesi. Ogni affermazione in più forse risulterebbe superflua. Anche perché ribadisce, in questo contesto, come

in molte altre occasioni, che alla fine è una faccenda privata. Ma essendo la Hack anche personaggio pubblico, è inevitabile non pensare che ogni sua affermazione, almeno in via teorica, può avere non solo un interesse, ma anche una potenziale influenza sul pensiero altrui. Il fatto essenziale è che parlare di queste cose è un po’ una perdita di tempo “in quanto sia il credente sia il non credente non possono dimostrare scientificamente l’esistenza o la non esistenza di Dio, si tratta in ambedue i casi di fede, di risposta a bisogni personali diversi” . La sua posizione “distaccata” rispetto all’argomento si esplicita anche nel fatto che non ritiene la fede in contrapposizione con la scienza in quanto “scienza e fede possono benissimo convivere” (4). Dunque, credenze non in contrapposizione nel campo scientifico, ma che godono di pari dignità e non sono di nocumento per la conoscenza scientifica stessa: “In questo senso scienza e fede possono benissimo convivere. Lo scienziato credente adotterà il metodo scientifico per le sue ricerche e attribuirà la capacità del cervello umano di decifrare l’universo a questa misteriosa entità chiamata Dio, ispiratore della religione e anche causa ultima del mondo. Il non credente, dal canto suo, prenderà atto del fatto che la materia nelle sue forme più elemen-

Figura 3.1 - In alto immagine di un crocifisso in una scuola pubblica.

La presenza di questo oggetto religioso ha suscitato spesso polemiche che vedono contrapposte le visioni dei laici e dei credenti. Sicuramente, rispetto al concetto di laicità dello stato, la presenza del crocefisso rappresenta una contraddizione. Ma la società italiana è matura per abbracciare un laicismo che superi la visione di religione come "propria" tradizione?

tari abbia la capacità di aggregarsi a formare atomi e molecole, stelle e pianeti, ed esseri viventi. L’uno crede nella materia e nelle sue forze intrinseche, senza altri fini, l’altro crede che quelle forze intrinseche della materia obbediscano a una volontà e a un Bene superiore. Le due ipotesi sono perfettamente equivalenti, anche se diametralmente opposte. Ateo e credente possono anche dialogare, a patto che ambedue siano «laici», nel senso che rispettano le credenze o le fedi dell’altro senza imporre le proprie”. Sebbene per alcuni l’essere ateo indentifichi un soggetto privo di etica in quanto senza la guida dei precetti, la Hack sostiene che “l’etica dell’ateo si dimostri spesso superiore a quella di tanti credenti che si comportano bene con la mira di andare in paradiso, che non peccano e si confessano soltanto per paura dell’inferno. L’etica dell’ateo in fondo è tutta racchiusa nelle parole di Cristo, non Dio o figlio di Dio, ma grande personalità, precursore dei suoi tempi: «Ama il prossimo tuo come te stesso», «Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te»” (6). Ma se la fede, di fatto, è una questione privata e non è pregiudizialmente “negativa” nel lavoro dello scienziato, perché la stessa Hack ne ha parlato comunque tanto? La risposta in questo suo timore: “Siamo nel XXI secolo eppure si sente di nuovo in giro odore di Medioevo” (7). Perché la fede è legata a doppio filo con il ruolo della gerarchia ecclesiastica ed il Vaticano con il ►

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IL PERSONAGGIO

◄ mondo politico. La minaccia

vera, forse, non è tanto nella fede, ma in chi se ne fa scudo: “Percepisco la Chiesa cattolica davvero lontana dal concetto primario di religione, è lontana dalla missione originaria, dal messaggio di Gesù, dall’obiettivo di aiutare e stare con i più deboli, con i diseredati, con gli affamati, con i derelitti, con i disperati. Coerenza vorrebbe che le ricchezze della chiesa fossero investite nell’aiuto ai popoli che lottano per sopravvivere, fossero utilizzate per combattere la fame nel mondo, le guerre, le violenze, il sottosviluppo, le discriminazioni, i soprusi, la corsa agli armamenti” . Ecco, dunque, che si percepisce con più forza il rischio oscurantista della

per un malato terminale di ottenere l’eutanasia, per non parlare poi degli ostacoli posti alla stesura di una legge per i diritti delle coppie di fatto, sia etero sia omosessuali. Insomma, la scienza è umiliata dalla politica, che a sua volta è succube del Vaticano” . Ma ha una speranza: “[…] da scienziata e laica lo dico chiaramente: solo la scienza ci salverà”. La Hack, emblema del libero pensiero, ricorda che “se mi porto dentro questa insofferenza, lo devo soprattutto alla grande indipendenza che il babbo e la mamma misero al centro della mia formazione” . I genitori, padre di provenienza protestante e la mamma cattolica, seguivano una corrente di pensiero detta

una dottrina filosofica secondo la quale dio non è né un individuo né il creatore del mondo e dell’universo, ma è un principio, come uno spirito che pervade ogni cosa. La teosofia sostiene che tutti gli esseri umani debbono avere uguali diritti, […]. Tutti gli esseri umani sono fratelli. Se ci pensate bene, questo è quanto dice l’articolo 3 della nostra Costituzione, che recita: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Io credo che questo sia l’articolo più violato di tutta la Costituzione […]” . Ma per pensarla così bisogna essere

Figura 3.1 - Attualità: a fianco

Papa Francesco. Le sue aperture stanno suscitando molte speranze fra i fedeli e interesse presso i laici. Occorrerà vedere se si tratta di una strategia di rilancio dell'immagine della Chiesa Cattolica o un sincero tentativo di rivedere le posizioni intransigenti fino ad oggi sostenute.

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Chiesa ed il potenziale influsso negativo sulla società: “[…] l’ignoranza della Chiesa sulla scienza non è finita. Se si guarda bene da intervenire sulle ricerche di pertinenza delle scienze abiologiche come la fisica e la matematica, ben diverso è il caso che riguarda le scienze biologiche, o le scienze della vita. Esempi recenti sono le pressioni su deputati e senatori che per la loro ignoranza scientifica hanno partorito la vergognosa legge 40 sulla fecondazione assistita, gli ostacoli posti al testamento biologico, cioè la dichiarazione consapevole di non volersi sottoporre all’accanimento terapeutico, l’impossibilità

teosofia. “Si trattava di qualche cosa di molto insolito: non c’erano sacerdoti e funzioni, non c’erano riti o concetti castranti come il peccato originale. La regola fondamentale era il principio della fratellanza: trattare con rispetto il proprio prossimo, indipendentemente dal sesso, dalla sua religione, dal colore della sua pelle o dalla sua condizione sociale. Questo atteggiamento andava applicato ad ogni forma di vita, animali inclusi, cosa che richiedeva un regime alimentare strettamente vegetariano”. Della teosofia la Hack stessa ce ne dà una definizione: “deriva dal greco e significa «sapienza di dio». Indica

intrisi fin da piccoli nell’atmosfera giusta dove tolleranza ed eguaglianza sono elementi naturali, a tutti i livelli, anche a quelli più banali. Infatti, fin da piccola non pensava che “ci potessero essere giochi da maschio e giochi da femmina”. Ed ecco che tutto il percorso ha una sua logica conseguenza. Se l’unica fede è nel rispetto totale dell’altro, l’essere vegetariani diventa una naturale evoluzione: “Oggi, a novant’anni suonati, posso dire di non aver mai assaggiato della carne né di averla mai desiderata. A differenza dei tanti che preferiscono vivere fingendo di ignorare il sistematico orrore dei mattatoi, io so bene cosa si nasconde dietro quelle fettine di carne cellophanate che si ammucchiano ordinate nel banco frigo di un supermercato”. Ogni essere, quindi anche gli animali, va rispettato e non deve essere strumento del nostro cinismo edonistico: “Bisogna vedere con i propri occhi la disumanità che percorre tutta la filiera dell’industria dell’alleva-


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mento: dalla nascita della bestia fino alla sua macellazione” . La sua pervasività nel pensare in modo rivoluzionario ai rapporti interpersonali non basati sulla sopraffazione, la portano a pensare che: “Tra le religioni quella che sento più vicina a me, per quel che ne so […] è il buddismo”. Però, anche in questo caso, a suo modo: “del buddismo mi piace il senso di unità che abbraccia tutti gli essere viventi”. Ed aggiunge: “Ovviamente, non credendo all’aldilà, tantomeno nel discorso della reincarnazione […]”. Ma la sua vita è sempre stata adamantina su questo argomento o, comunque, ha pagato un peccato originale nel fatto che la comunità che la circondava portava all’omologazione? La Hack è stata battezzata anche se, di fatto, i genitori poi l’hanno esonerata dall’ora di religione. Negli anni venti e trenta, quando era alle scuole elementari, una simile risoluzione non era cosa da poco. “Ero l’unica della mia classe, ma per me era normale […]”, ma non forse per il mondo che la circondava e per le convenzioni perbeniste di allora. Ed infatti, in altri passaggi della sua storia ammette che, sebbene sia stata uno spirito libero fino dalla tenera età, durante l’adolescenza tutto questo l’ha fatta sentire “diversa” da tutti gli altri e per tentare di attenuare il disagio ha cercato di “trovare un compromesso sulla religione”. Questo nel tentativo di attenuare la sua “stranezza” che più di tutto la “faceva sentire vulnerabile”. Decide di rivolgersi quindi ad un prete, padre Magri, per imparare un po’ di catechismo, con lo spirito non del credente, ma per una “lezione di galateo improvvisata. Insomma, della religione in sé non me ne fregava un bel nulla, volevo solo sentirmi a

Il tema del numero

mio agio con i miei coetanei”. E per questo arriva anche a fare la prima comunione. Nel febbraio del 1944, la Hack si sposa con Aldo, suo vecchio compagno di gioventù. “Il matrimonio stesso per me non era che una convenzione sociale e mi arresi solo per far contento Aldo e i suoi genitori. Pur di assecondare le loro fissazioni religiose acconsentii addirittura a sposarmi in chiesa, una cosa che stona parecchio nel mio curriculum di atea convinta”. Accomodante, ma non in tutto: “Di tutte le scocciature, l’unica che riuscii a risparmiarmi fu l’abito da sposa: quello sarebbe stato veramente troppo”. Negli anni però anche la contrapposizione con Aldo sembra non solo attenuarsi, ma darle una rivincita: “Non mi risposerei ora, anche Aldo adesso ammette che sarebbe disposto a farne a meno. Ma starei sempre con lui, non cambierebbe nulla, solo non ci sarebbe il matrimonio: una convenzione inutile”. Infatti, più volte ribadirà che: “[…] per me il matrimonio resta sempre un patto tra due persone che si vogliono bene, un patto in cui nessuno deve entrare”. Ma ammette che la chiesa, quella fisica, fatta di pietre in un certo modo la attrae “non come credente, ma come visitatore che “accede a un luogo di riposo e di raccoglimento”. Come da sua stessa ammissione e dal ricordo di uno che l’ha conosciuta bene, Federico Taddia, il non saper dire di no, la porterà a supportare le attività di Democrazia Atea (DA), interagendo con la Presidente Carla Corsetti, e all’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (UAAR), di cui divenne Presidente Onorario fino alla morte, anche se, interpretan-

Indicazioni bibliografiche Le citazioni di M. Hack sono tratte dalle seguenti opere: Hack M., Di Piazza P. (a cura di M. Chirico): Io credo. Dialogo tra un’atea e un prete. Nuovadimensione, Portogruaro, 2013. Hack M., Panciera N.: In piena libertà e consapevolezza. Vivere e morire da laici. Baldini & Castaldi, Milano, 2013. Hack M., Taddia F.: Nove vite come i gatti. I miei primi novant’anni laici e ribelli. BUR Rizzoli, Milano, 2012.

Hack M.: Il mio infinito. Dio, la vita e l’universo nelle riflessioni di una scienziata atea. Dalai editore, Milano, 2011. Hack M.: Il perché non lo so. Autobiografia in parole e immagini. Sperling & Kupfler Editori, Roma, 2013. Hack M.: Libera scienza in libero stato. BUR Rizzoli, Milano, 2010. Tonon N.: Elogio dell’ateismo. Edizioni Dedalo, Bari, 2009.

Anemos neuroscienze

do il suo pensiero, alla fine sono pur sempre prese di posizione che poco o nulla servono se non ad accanirsi a dimostrare, in un senso o nell’altro, l’indimostrabile. La Hack ci porta a ben comprendere il ruolo della scienza ed i distinguo con la fede: “La scienza sviscera la causa piccola e grande di quello che c’è, non il perché c’è. Non spiega, né potrà mai spiegare perché c’è l’universo, perché c’è la vita”. Questo, per una entità raziocinate, è sufficiente anche se limitante. Se si vuole andare oltre, subentra la fede: “Quei perché, per i credenti, trovano una risposta nell’ipotesi che esista un creatore, un’entità superiore non ben definita, Dio, e ogni religione attribuisce a questo Dio proprietà diverse […]”. Vi è però un messaggio forte che dovrebbe unire tutti e che porta la Hack all’essenza del cristianesimo delle origini: “Il mio concetto di partenza è: siamo tutti uguali, tutti hanno diritto di essere accolti e aiutati, come noi ci aspettiamo di essere aiutati. […] La strada per l’accoglienza, secondo me, passa attraverso la comprensione che il diverso non c’è: siamo della stessa pasta, bianchi o neri, omosessuali o no, atei e credenti. Tutti abbiamo diritto al rispetto e dobbiamo rispettare gli altri. […] La paura del diverso è più marcata … in chi è più ignorante. E l’ignoranza spesso è accompagnata dalla violenza”. La Hack ci ha dato una lezione di tolleranza che dovrebbe essere il vero patrimonio di tutti. “Libertà, giustizia e lotta contro la sofferenza di tutti gli esseri viventi, animali compresi. Sono queste le parole che vi lascio in dono”.♦

Bruno Zanotti. Neurologo e Neurochirurgo, attualmente dottorando di ricerca presso l’Università degli Studi di Udine. Segretario Nazionale della SNO (Scienze Neurologiche Ospedaliere). Direttore Scientifico della rivista “Topics in Medicine”. Angela Verlicchi. Neurologa, collabora con la Libera Università di Neuroscienze Anemos di Reggio Emilia. Con Bruno Zanotti ha pubblicato la monografia Il Coma & Co. (400 pagg.) e ha

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IL PERSONAGGIO

Margherita

Hack

donna dello spazio-tempo

di Paolo Bonacini

In 1

parole chiave. Margherita Hack, Bosone di Higgs, modello standard, energia oscura, materia oscura, storia italiana. Abstract. Il testo che segue riporta l'intervista a Margherita Hack, realizzata da Paolo Bonacini (direttore dell'emittente televisiva locale Telereggio) durante una delle serate organizzate dal Circolo Arci Le ciminiere di Reggio Emilia per la rassegna “Metti, una sera a cena alle Ciminiere”. L'intervista si è svolta in occasione della presentazione del libro di Margherita Hack “La mia vita in bicicletta” edito da Ediciclo (2011) e qui ne viene pubblicata una versione testuale.

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argherita avevo già letto un altro tuo libro “Qualcosa di inaspettato” che è una riflessione sulla tua vita. Qui un'altra riflessione, ma da un altro punto di vista, sopra i pedali. Ce ne parli un po'? “La bicicletta è stata sempre la mia passione, quando ero piccola la desideravo ardentemente e l'ho avuta solo quando sono passata in prima liceo. Ma prima correvo dietro a tutti quelli che venivano a trovare il babbo e la mamma e che avevano una bicicletta e chiedevo loro se me la facevano provare. C'era un mura-

Il tema del numero

tore nostro amico che si prestò ad insegnarmi, mi correva dietro tenendomi per il sellino su per il viale dei colli in leggera salita, finchè mi lasciò andare e andavo da sola. Avevo finalmente imparato la difficile arte dell'equilibrio”. Dici una cosa nel tuo libro che mi piace molto: la bicicletta è sufficientemente veloce per apprezzare l'ebbrezza della velocità e del vento in faccia e sufficientemente lenta per guardare il paesaggio intorno. È un'idea di equilibrio che rappresenta la parabola della vita.

Anemos neuroscienze

“La bicicletta è l'esempio dell'equilibrio: se si sta fermi si casca...” Tu che studi ciò che va dall'infinitamente grande all'infinitamente piccolo, sei comunque ancora ancorata alle cose della vita terrena, come la ricerca dell'equilibrio in bicicletta. “Sì, ma allora la desideravo tanto, del resto oggi i ragazzini desiderano il motorino, allora si desiderava la bicicletta. Prima della bicicletta un'amica della mamma, che aveva una figliola molto più grande di me, mi regalò un monopattino ►

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IL PERSONAGGIO

◄ che era un surrogato della bici-

cletta. Un giorno, mentre me ne andavo sul monopattino vicino casa, incontrai un ragazzo piuttosto grassoccio che mi chiese se potevo fargli fare un giro. A malincuore glielo prestai, ma il peso era troppo... si ruppe l'asse di legno e così persi anche il surrogato della bicicletta”. Hai qualche ricordo particolarmente bello legato alla bicicletta? “Con un mio amico di atletica siamo andati il giorno di Ferragosto del '40 da Firenze a Viareggio con ritorno in giornata, sono 200 km. E poi ho fatto una scoperta importante. Un giorno ero agli allenamenti collegiali, perché ci dovevano essere i campionati europei di atletica, che poi non ci furono perché si era alla vigilia della guerra. Ero a Varese in allenamento e sopra alla pista di atletica c'era una pista da ciclismo di quelle a catino e c'era un giovane che si stava allenando. Dopo un po' presi coraggio e gli chiesi se poteva farmi fare un giro. Lui molto gentilmente mi dette subito la sua bicicletta. Con questa

bicicletta cominciai a girare sempre più velocemente, mi divertivo con le curve dove si è molto inclinati, ma non sapevo che le biciclette da corsa su pista non sono a ruota libera. Così a un certo momento smisi di pedalare, ma la bicicletta continuò ad andare, mi sbalzò su e poi giù: caddi sul sellino e pensai che ero stata fortunata a non cadere per terra. Invece non era fortuna, è una legge fisica che ti posso spiegare con quello che dicevano a Galileo. Galileo sosteneva che era la Terra a girare e non la volta celeste. Gli scienziati dell'epoca rispondevano che non era possibile, facendo questo esempio: se fai un salto e la Terra gira, dovresti ricadere in un posto diverso da quello da cui sei partito. Ma come spiegò Galileo, facciamo parte del sistema Terra il che vuol dire che siamo legati a lei dalla forza di gravità, quindi anche se faccio un salto seguito a girare con la Terra. E così in bicicletta ero legata dalla forza centrifuga al sistema bicicletta, anche se ero stata sbalzata in aria dovevo ricadere sulla bicicletta. Questo l'ho capito tardi, scrivendo

questo libro, ma è una legge fisica molto importante” È una legge fisica che andare in bicicletta in discesa si fa meno fatica che in salita. Margherita preferisci la discesa, la salita o la pianura? “Mi piacevano anche le salite una volta, ora preferisco le discese”. Però Margherita è una sportiva... “Facevo atletica a livello agonistico, salto in alto e salto in lungo”. Ti ricordi quali erano i tuoi record? “1,50 metri e 5,20 metri: per allora era tanto, il record italiano era 1,56 metri.” C'è un aspetto sportivo che narri e che mi piace. Noi abbiamo visto la nazionale di calcio italiana vincere il Mondiale due volte. Tu ne hai vissute quattro di vittorie... “Ho vissuto quella degli anni '30, quando a commentare alla radio c'era Carosio. Mi ricordo che ci furono una partita con la Spagna e poi la finale con la Cecoslovacchia che

«[...] un comune mortale che si intenda un po' di fisica capirebbe subito che non facciamo nulla di straordinario. Analizziamo la luce delle stelle che contiene un numero enorme di informazioni sulla temperatura, la densità, lo stato della materia, la composizione chimica: usando la fisica si può quindi capire che cosa sono le stelle e perchè brillano.» 36


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seguivamo alla radio. Andavo dai vicini oppure avevo quelle radioline che si sentono con le cuffie. Ora seguo meno il calcio. Dopo tutti gli imbrogli che ci sono stati mi è passata un po' la voglia...” Margherita in bicicletta hai attraversato non solo tante terre ma anche tante storie: il fascismo, la lotta di liberazione, il '68... Hai voglia di raccontarci qualcosa di questo tuo secolo di vita? “Sono nata nel '22, l'anno della marcia su Roma, ma i miei genitori mi raccontavano che prima di allora si poteva girare tranquillamente l'Europa senza bisogno di passaporto. Dopo la guerra c'era una gran miseria, disordini e scioperi tutti i giorni: questo fece sì che nascesse il fascismo e che fosse accettato volentieri da alcuni all'inizio in quanto in grado di riportare l'ordine. Tutto sommato i primi tempi, a parte l'omicidio di Matteotti, fu molto meno feroce del nazismo. Infatti noi ragazzi eravamo tutti fascisti perché si era tirati su nella sua esaltazione continua. Si faceva il tifo per l'Italia come oggi si tifa per la nazionale di calcio. E poi ci si divertiva marciando in divisa, cantando alle adunate, per noi era un gioco. Io sono diventata antifascista nel '38 quando vennero emanate le leggi razziali. Già l'amicizia con i tedeschi non era vista di buon occhio dalla popolazione, ma le leggi razziali furono qualcosa di diverso, c'erano tanti ebrei in Italia e a Firenze, mio padre, ad esempio, aveva tanti amici ebrei. Io avevo una professoressa di scienze del liceo, Enrica Calabresi, la vidi andar via da scuola da un giorno all'altro e non seppi più che fine aveva fatto. Poi un giorno la incontrai vicino a Palazzo Vecchio e mi parve che camminasse lungo i muri strisciando come un animale braccato. Mi fece una gran pena, allora la salutai, avrei voluto dimostrarle la mia solidarietà, ma non ebbi il coraggio. E da allora non ho più saputo nulla, fino a 5-6 anni fa quando Piero Angela fece una puntata speciale di “Quark” dalla Specola, il museo di storia naturale di Firenze. Lì incontrai due ricerca-

Il tema del numero

trici che avevano fatto una ricerca su questa professoressa e avevano scoperto che aveva una cinquantina di pubblicazioni al suo attivo e aveva la libera docenza, l'equivalente del moderno dottorato di ricerca. Avevano, inoltre, trovato una lettera indirizzata a Enrica Calabresi in cui le si diceva che decadeva dalla libera docenza in quanto di razza ebraica, quindi un titolo acquisito grazie al suo lavoro non valeva più. Da loro seppi che era stata arrestata, portata alle carceri femminili di Santa Verdiana e che lì si era suicidata venti giorni dopo ingerendo veleno”. In quegli anni eri una bambina... “Tanto bambina non ero. Avevo la terza liceo e litigai con i compagni fascisti, perchè l'Italia era alla vigilia dell'entrata in guerra e la si considerava una pazzia. Anche il professore era fascista, mi portò in presidenza e mi avrebbero dovuta espellere da tutte le scuole del regno per disfattismo. Però si vede che nel consiglio dei professori la maggioranza non era fascista e riuscirono a commutare la pena in una sospensione di un mese e in un 7 in condotta. Questo ad inizio maggio, tornai quindi a scuola che l'anno scolastico stava terminando. Avrei dovuto dare l'esame di maturità in ottobre perché avevo 7 in condotta in tutte le materie. Nella disgrazia, per fortuna, l'Italia entrò in guerra il 10 giugno del '40, non ci furono gli esami di maturità e quindi me la cavai così. Poi ho fatto tutta l'università durante la guerra. Alla fine della guerra c'era un gran entusiasmo, la gente si radunava e si facevano capanelli lungo la strada, ci spiegavano il comunismo, il socialismo... Il 2 giugno del '45 ci fu il referendum per la monarchia o la repubblica: si andava nelle sezioni del centro e di periferia per capire quale sarebbe stato il risultato...” In un tuo libro hai scritto: “io non sono mai stata iscritta ad un partito però sono sempre stata di sinistra: il mio cuore è rosso”. È diventato rosso in quegli anni? “Sì. Durante il fascismo non ne sapevo niente. Mio babbo era sociali-

Anemos neuroscienze

sta, ma io sono diventata di sinistra subito dopo le prime votazioni. Ho sempre votato a sinistra e ho sempre oscillato tra i suoi tanti partiti, perché già allora la sinistra aveva il vizio di dividersi. Il mio cuore è sempre rosso, ma dispiace vedere tutto questo rosso a pezzettini”. Negli anni '60 inizi a viaggiare per il mondo: Russia, Francia, Olanda. C'è questa immagine di un professore comunista a Parigi... “A Parigi sono stata nel '52. Lì incontrai un grande scienziato, un comunista sfegatato, poi un altro in Olanda... Erano comunisti entusiasti, che vedevano solo il bello del comunismo e non il male della dittatura russa staliniana”. La politica entrava quindi nel vostro mondo di scienziati? “Certo, gli scienziati sono persone uguali alle altre. Non siamo nulla di speciale, è un mestiere come un altro...” Però, voi scienziati puntate gli occhi su qualcosa a cui ai comuni mortali non è consentito... “Veramente si tratta solo di conoscere un po' di fisica, perchè anche un comune mortale che si intenda un po' di fisica capirebbe subito che non facciamo nulla di straordinario. Analizziamo la luce delle stelle che contiene un numero enorme di informazioni sulla temperatura, la densità, lo stato della materia, la composizione chimica: usando la fisica si può quindi capire che cosa sono le stelle e perchè brillano. Si è così capito che hanno temperature tali per cui il loro unico stato possibile è quello gassoso, una stella è un pallone di gas che sta in equilibrio per lunghissimo tempo tra due forze opposte: da una parte la forza di gravità che tenderebbe a far collassare i gas verso il centro, dall'altra questo collasso riscalda i gas, il che vuol dire velocità di agitazione delle particelle che creano pressione verso l'alto e dispersione dei gas. È così che nasce una stella e quando questo succede, grazie alla conoscenza delle leggi sui gas, si rica- ►

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IL PERSONAGGIO

◄ va la temperatura al centro e si

scopre che al suo interno avvengono reazioni nucleari con trasformazioni di idrogeno in elio, quindi palloni di gas ma anche centrali nucleari da fusione. Questo ci dice che la struttura si modifica e che la stella invecchia e muore e si può ricostruire tutta la sua vita. Non c'è bisogno di sapere nulla di straordinario, solo un po' di fisica”. In questo processo di evoluzione di vita di una stella è vero che dobbiamo preoccuparci perchè entro 5 miliardi di anni il sole diventerà una gigante rossa e ci assorbirà? Su scala cosmica potrebbe sembrare un periodo breve... “5 miliardi di anni tanto pochi non sono, basti pensare che il Big Bang è avvenuto 14 milioni di anni fa. Sappiamo che quando tutto l'idrogeno si sarà trasformato in elio alla temperatura attuale nel centro del sole, che è di 13 milioni di gradi, l'elio non potrà trasformarsi in carbonio e inizierà a raffreddarsi. Se si raffredda scatta un termostato naturale, per cui raffreddandosi la pressione dei gas diminuisce e prevale la forza di gravità: la stella comincia a cadere sopra se stessa e collassando si riscalda. Quando raggiunge 100 milioni di gradi, l'elio si trasforma in carbonio, quindi si può dire che la stella ha una seconda giovinezza e ritrova un'altra fonte di energia nucleare. Però se a 13 milioni di gradi come oggi, produce energia sufficiente per darci calore e luce adatti alla vita, quando ci saranno 100 milioni di gradi la produzione di energia sarà tale che il sole per non esplodere dovrà espandersi di circa 200 volte. Oggi il raggio del sole è 700 mila km, moltiplicato per 200 fa 40 milioni di km e noi siamo a 150 milioni di km dal sole. Quando la superficie del sole arriverà a lambire l'orbita della Terra, la Terra diverrà un pianeta arido, deserto, inoltre Mercurio e Venere verranno inghiottiti. Questo sarà il futuro del sole, però fra 5 miliardi di anni”.

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Recentemente al Cern è stato scoperto il Bosone di Higgs, che è stato definito come “la particella di Dio”.

Ho letto una tua dichiarazione in cui affermi che non è “la particella di Dio”, ma è addirittura Dio stesso... “Tutto quello che noi sappiamo sulle particelle elementari viene spiegato da una teoria chiamata modello standard. Questo modello ipotizzava che dovesse esistere una particella molto più grossa del protone, il protone è il nucleo dall'atomo di idrogeno, che sarebbe la mamma o il babbo di tutte le particelle, dal momento che sarebbe quella che permette la formazione delle altre particelle e che è stata chiamata Bosone di Higgs. Il problema era riuscire a trovare questo Bosone di Higgs per verificare se la teoria era giusta. Ma come trovarlo? Lo si è cercato con gli acceleratori di particelle, infatti se questa particella esiste in natura la si dovrebbe poter creare anche con l'energia di cui si dispone negli acceleratori di particelle, perchè la relazione di Einstein ci dice che c'è equivalenza tra massa e energia che E=mc2 cioè se io distruggo una massa m si libera dell'energia pari a m moltiplicato per c2 cioè il quadrato della velocità della luce, quindi un numero molto grosso equivalente a un'enorme quantità di materia da un'enorme quantità di energia. Cioè quello che succede nelle sorgenti nucleari e nella bomba atomica. Bisognava quindi trovare questo bosone per vedere se la teoria era giusta. Finchè non lo si trovava c'era il dubbio che questa teoria spiegasse solo alcune cose ma non tutto. Ci voleva un acceleratore molto potente, che avesse una grossa quantità di energia e oggi quello più potente al mondo è LHC. C'è un'altissima probabilità che le osservazioni siano giuste e che questo Bosone di Higgs esista davvero, questa sarebbe una riprova di questa teoria e ci permetterebbe di capire meglio com'è fatta la materia. Non è che ci porta dei gran risultati immediati, però da un punto di vista della conoscenza è una scoperta enorme, ecco perchè l'hanno chiamata la particella di Dio. Io invece dico che è proprio Dio perchè Dio ha fatto tutto e siccome il mondo e l'universo sono fatti di particelle, se il bosone è fatto di particelle, allora è Dio”.

Visto che abbiamo parlato di Dio, fede e scienza possono andare d'accordo? “Certo, basta che chi non crede o chi crede rispetti l'idea degli altri. La scienza si basa sull'esperimento e sulle osservazioni interpretate attraverso la ragione, si cercano le leggi generali che regolano il mondo. La fede è fede appunto, io non posso dimostrare né che Dio c'è né che Dio non c'è. Quindi chi crede è più soddisfatto nel credere e chi non crede al contrario pensa che sia un'idea assurda. L'importante è non voler imporre le proprie credenze agli altri, magari con la violenza come la storia delle religioni ci insegna”. Rimanendo su questo tema, cosa ne pensi del rapporto tra stato e laicità in Italia? “In questi ultimi tempi cìè stato un governo più succube del Vaticano rispetto alla Dc di una volta e questo ha avuto delle ricadute gravi per la popolazione. Per esempio la ricerca sulle cellule staminali è proibita, perchè il Vaticano afferma che l'embrione possiede un'anima. A parte il fatto che non si sa nemmeno bene cosa sia l'anima, il proibire una ricerca che può permettere di guarire da malattie tremende e che ha già ottenuto risultati enormi, addirittura con le staminali hanno costruito organi complessi come l'intestino,e che può essere davvero una risorsa per il futuro, è delinquenziale. Inoltre, è impossibile arrivare a fare una legge sul testamento biologico, aver tenuto in vita per 30 anni una come l'Englaro che aveva sempre detto di non voler vivere come un vegetale è una barbarie. Oppure i Pacs: impossibile fare una legge che dia uguali diritti ai membri delle coppie di fatto, che siano omosessuali o eterosessuali. Eppure dovrebbero avere gli stessi diritti delle coppie ufficiali, è la nostra Costituzione che dà uguali diritti a


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Il tema del numero

Anemos neuroscienze

Figura 6.1 - A fianco Margherita Hack. Nata a Firenze nel 1922 è scomparsa nel giugno del 2013. Astrofisica, fu attenta divulgatrice e portatrice delle istanze del laicismo in politica e nella scuola. Ha pubblicato numerosi lavori originali su riviste internazionali e opere a carattere divulgativo o per la didattica universitaria. tutti i cittadini. Ci sono tutti questi fatti che rappresentano la volontà della Chiesa in un governo che le è troppo succube”.

Fede e scienza possono andare d'accordo? “Certo, basta che chi non crede o chi crede rispetti l'idea degli altri. La scienza si basa sull'esperimento e sulle osservazioni interpretate attraverso la ragione, si cercano le leggi generali che regolano il mondo. La fede è fede appunto, io non posso dimostrare ne che Dio c'è ne che Dio non c'è. [..] L'importante è non voler imporre le proprie credenze agli altri, magari con la violenza come la storia delle religioni ci insegna”.

Margherita hai scritto tanti libri, tra cui uno pensato per i ragazzi “Perchè le stelle non ci cadono in testa” in cui vieni intervistata dal giornalista Federico Taddia. C'è un passaggio molto bello in cui Taddia ti domanda perchè non andiamo nello spazio a cercare altre forme di vita intelligenti. E rispondi che è meglio lasciare stare, ce ne sono già così poche sulla Terra. Credi nella loro esistenza? “Certamente ci saranno, perchè ci sono miliardi di pianeti e pensare che solo la Terra sia privilegiata da questo punto di vista è assurdo. Soltanto che il pianeta più simile alla Terra che hanno trovato finora si trova a 20 anni luce, cioè la luce ci impiega 20 anni ad arrivare fino a noi. Anche se un giorno viaggiassimo a un centesimo della velocità della luce, impiegheremmo 2000 anni per raggiungerlo: occorrerebbero quindi astronavi su cui generazioni e generazioni di esseri umani possano vivere e riprodursi oppure ibernarsi per migliaia di anni”. Se è molto difficile per noi andare da loro, ci potrebbe essere qualcuno di più evoluto di noi che potrebbe “venirci a trovare”? O è un'ipotesi fantascientifica? “Incontrerebbe le nostre stesse difficoltà, perchè non si può andare più veloce della luce. In ogni caso, non so se c'è da augurarselo. Pensiamo a come abbiamo trattato noi gli indigeni dell'America del sud o dell'Australia. Se questi sono più civili di noi e vengono qua, chissà cosa ci fanno, forse ci portano in uno zoo extraterrestre...”

Come vedi l'Italia di domani? Un paese che regredisce? All'estero ci sono tanti bravissimi scienziati italiani, eppure qui per la ricerca non ci sono fondi. Di chi è la colpa: della nostra cultura o del governo? “Per ora l'Italia sta regredendo. Si fanno scappare gli scienziati e la colpa è sia della nostra cultura che del governo. Credo che il ventennio berlusconiano sia stato quanto mai diseducativo. In un paese come l'Italia, in cui non c'è mai stato un forte sentimento nazionale o per il rispetto della cosa pubblica, l'esempio di Berlusconi è stato deleterio”. Tu Margherita dici di amare la politica... “La politica in se vuole dire curare la polis, lavorare per il bene della città e del proprio paese, non per riempirsi le tasche”. Si parla tanto nel vostro mondo di super stringhe. Cosa sono: fantasia o realtà? “Per ora non hanno dato gran risultati, sono stati tentativi che non mi hanno persuaso molto. Mi sembra più fantasia”. Il cosiddetto modello standard non ha contraddizioni oggi? C'è ancora da lavorare per cercare qualcosa che metta insieme tutto? “Sì, c'è ancora da lavorare per trovare una forza unica. Noi sappiamo che il mondo è regolato da quattro forze: la forza di gravità, l'elettromagnetismo, l'interazione debole che spiega la radioattività e l'interazione forte che spiega le reazioni nucleari. Trenta anni fa è stato dimostrato che l'interazione debole e l'elettromagnetismo sono due aspetti della stessa forza che è stata chiamata elettrodebole, perchè queste forze cambiano la temperatura e si trovano a temperatura abbastanza alta. Si pensa che anche l'interazione forte potrebbe

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IL PERSONAGGIO

◄ essere unificata a una tempera-

tura ancora più alta, che però non è stata ancora raggiunta. E anche la forza di gravità, solo che questa è enormemente più debole delle altre tre. C'è un enorme divario e quindi

che si avvicina di più alla realtà. Se si pensa che si ha a che fare con regioni ai confini delle galassie, in cui si passa da una regione ricca di materia a una vuota, la legge di gravità potrebbe differire da quella classica

stesso splendore assoluto, mentre lo splendore apparente si misura e da questo si misura la distanza. Per fare un esempio, se avete due lampade a 100 watt e una la mettete a 10 metri e l'altra a 100 metri, lo splendore asso-

Figura 6.2 - Immagine di un noto film dedicato alle invasioni aliene. Le distanze enormi degli spazi del nostro universo renderebbero improbabili viaggi interstellari o addirittura intergalattici. "Il pianeta più simile alla Terra finora trovato si trova a 20 anni luce, cioè la luce ci impiega 20 anni ad arrivare fino a noi. Anche se un giorno viaggiassimo a un centesimo della velocità della luce, impiegheremmo 2000 anni per raggiungerlo"

è difficile pensare di poter unificare tutto”.

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Energia oscura, materia oscura. Cosa c'è là fuori che ancora non conosciamo? “Osservazioni recenti mettono in dubbio la materia oscura. Il suo moto nelle altre galassie dovrebbe seguire una legge kepleriana, quindi quella ai confini della galassia dovrebbe muoversi più lentamente di quella al centro. Alcune misurazioni che sono state rese possibili in astronomia da una quarantina d'anni hanno dimostrato che la materia ai bordi delle galassie non segue la legge kepleriana, ma indicano che c'è una gran quantità di materia distribuita intorno alla galassia. E questa materia che non sappiamo cosa sia è stata chiamata materia oscura. C'è qualcuno che afferma che la materia normale sarebbe appena il 5% mentre la materia oscura il 23% e l'energia oscura l'8%. Si è pensato che sia un falso problema e falso problema potrebbe essere dal momento che la legge di Newton non è esatta ed è la legge di gravità relativistica

newtoniana e l'attrazione invece di dipendere dal quadrato della distanza potrebbe dipendere dalla distanza. Questa modifica combacia con le osservazioni, ma resta comunque il dubbio che la materia oscura sia un falso problema. Anche l'energia oscura è una scoperta recente. Noi sappiamo che l'universo è in espansione e si pensava che l'espansione andasse rallentando per effetto dell'attrazione della forza di gravità sulla materia immersa nell'universo, invece misure recenti hanno dimostrato che questa espansione è accelerata come se ci fosse una forza che si oppone alla forza di gravità. Però anche qui c'è un dubbio, perchè questa accelerazione si basa sulla misura dell'allontanamento da noi di lontanissime galassie per cui bisogna conoscere la distanza, che si misura osservando delle supernove, delle stelle esplodenti, che hanno tutte un'identica curva di luce, cioè il tipo di esplosione segue lo stesso andamento, lo stesso aumento di splendore e lo stesso minimo, per cui si pensa che abbiano caratteristiche talmente simili da avere anche lo

luto è lo stesso (100 watt), ma quella a 10 metri avrà uno splendore apparente maggiore. Allora conoscendo la legge, si determina la distanza della sorgente lontana. Il ragionamento si basa tutto sull'ipotesi che queste supernove abbiano identico splendore assoluto, ma se non è identico? È questo il possibile dubbio che renderebbe l'energia oscura un falso problema”. ♦

Paolo Bonacini. Giornalista professionista dal 1987, è Direttore Responsabile della emittente televisiva “Telereggio” dal 1997. Dal 1998 è, inoltre, Amministratore Delegato della società “Comunicare spa” e dal 2011 Vicepresidente del consorzio radiotelevisivo regionale CONTEL (Emilia Romagna). È regista televisivo di molteplici reportages e documentari, in particolare della produzione “Siberia, un sogno ai confini del mondo” che ha vinto il primo premio al festival mondiale del cinema di esplorazione ad Antibes/Francia (1991). Ha collaborato come giornalista per emittenti e giornali locali e nazionali. Come scrittore ha pubblicato i seguenti romanzi: “Il segreto del Farnese” (Aliberti Editore 2005 - Miraviglia Editore 2010); “Morte allo stadio” (Miraviglia Editore 2008); “Brigata Katiuscia” (Miraviglia Editore 2010).


A

Anemos neuroscienze

Approfondimenti

P. 42 Il tempo nell'ischemia cerebrale acuta

P. 52 L'espressione animale socondo l'approccio

cognitivo-razionale

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Neurologia

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IL TEMPO NELL’ISCHEMIA

CEREBRALE ACUTA E la sua gestione terapeutica

di Malferrari Giovanni, Dallari Alberto, Zedde Maria Luisa, Benedetti Beatrice, Norina Marcello App 4 parole chiave. Ischemia cerebrale, ictus, Rete stroke, malattie rare cerebrali, aritmie cardiache Abstract. L'ischemia cerebrale (detta ictus) è una delle cause più diffuse di mortalità in Italia e nel mondo e nei prossimi anni si prospetta che questa percentuale andrà ad aumentare a causa dell'invecchiamento della popolazione e dell'abitudine al fumo di sigaretta. Nella cura dell'ictus è essenziale il tempo. Il tempo rappresenta, infatti, una variabile di importanza vitale per poter intervenire sul danno e per cercare di interromperlo con il trattamento. Basti pensare che ogni ora in cui il trattamento non può essere praticato, il cervello perde tanti neuroni quanti verrebbero persi in circa 3.6 anni di normale invecchiamento. 1. Sintomi e insorgenza dell'ictus cerebrale

I

ctus cerebrale. I sintomi dell’ictus cerebrale iniziano all’improvviso e spesso peggiorano rapidamente. Nella maggior parte dei casi fanno riferimento ad alterazioni delle funzioni cerebrali con carattere focale, ovvero derivano dal danno in una ben precisa regione del cervello e rendono evidente che la funzione regolata da quell’area (il linguaggio o il movimento, ad esempio) non può più essere svolta. Un elemento importante della definizione è che questa improvvisa perdita di funzione focale deve avere una causa vascolare, cioè deve potersi distinguere da altre malattie neurologiche non vascolari che possono dare delle manifestazioni simili. L’ictus può soggiacere a due distinte cause: la prima di tipo “ischemico”, la seconda di tipo “emorragico”. La prima si verifica nell’80% dei casi ed è dovuta a un calo repentino e brusco della portata sanguigna all’encefalo. Una delle cause più note, ma non la più frequente, è l’occlusione o la stenosi serrata della carotide interna (14-16%), che è il vaso a livello extracranico che rifornisce il nostro cervel-

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lo dell’apporto ematico. Altra situazione, frequente nel 35% dei casi, è l’occlusione dell’arteria cerebrale media, vaso intracranico che deriva dalla carotide interna extracranica, dovuta alla partenza di un embolo di origine cardiaca (per esempio in pazienti con fibrillazione atriale o in altre aritmie cardiache). Nelle classificazioni delle cause dell’ictus ischemico vengono riconosciute alcune categorie generali: la patologia steno-occlusiva delle arterie di grosso calibro; la patologia derivante da un embolismo a partenza cardiaca con successiva occlusione di un vaso intracranico; la patologia delle arterie di piccolo calibro, nota conseguenza della patologia diabetica, ipertensiva sulla struttura delle diramazioni terminali intracraniche; le cause rare; un’ultima categoria è quella dell’ictus ad eziologia indeterminata, ovvero laddove non sia possibile determinare la causa dell’evento ischemico. (fig 7.1) La seconda situazione, che si verifica nel 20% dei casi, è l’esatto opposto della prima, ed è dovuta a uno stravaso ematico dall’arteria, causato ad esempio dalla rottura di un aneurisma congenito o da una crisi ipertensiva. In questa trattazione noi ci occupere-

mo del problema ischemico. L’importanza del tempo. Il tempo rappresenta una variabile di importanza vitale per poter intervenire nel processo di danno determinato nella patogenesi di un ictus ischemico e per cercare di interromperlo con il trattamento. Infatti la frase “time is brain”, ovvero “il tempo è cervello”, enfatizza come il tessuto cerebrale umano venga rapidamente ed irreversibilmente perso con la progressione dell’ictus (e quindi del tempo) e che pertanto l’intervento terapeutico dovrebbe essere effettuato con il percorso dell’emergenza. Ogni minuto in cui un ictus ischemico causato da un'occlusione di una grossa arteria extracranica o intracranica progredisce, il paziente medio perde 1.9 milioni di neuroni, 13.8 bilioni di sinapsi e 12 km (7 miglia) di fibre assonali. Ogni ora in cui il trattamento non può essere praticato, il cervello


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perde tanti neuroni quanti verrebbero persi in circa 3.6 anni di normale invecchiamento. Appare pertanto fondamentale per interrompere questa catena di eventi ridurre il più possibile il tempo: il tempo fra l’esordio dei sintomi e l’attivazione dei soccorsi, il tempo dell’assistenza territoriale e del trasporto alle sedi idonee secondo i protocolli provinciali in essere, il tempo dell’inquadramento e dell’acquisizione delle informazioni diagnostiche, ed infine il tempo delle decisioni e della somministrazione della terapia che permetta di rivascolarizzare le arterie occluse, cioè quella fibrinolitica. Purtroppo questo può essere valido solo per una percentuale dei pazienti con ictus acuto e non per la totalità di essi, perché il trattamento fibrinolitico è gravato da un rischio di tipo emorragico e devono essere rispettate delle indicazioni (e l’assenza di controindicazioni) ben precise e dettagliate per poter selezionare i pazienti da trattare con un rapporto rischio/beneficio favorevole e, in particolare, è necessario agire solo entro un certo tempo dall’esordio dei sintomi, perchè dopo le controindicazioni sarebbero superiori ai possibili benefici. L’estensione del problema nel tempo. Le malattie vascolari cerebrali, conosciute come ictus o “stroke” nella terminologia inglese, rappresentano una condizione purtroppo molto comune, essendo la

Figura 7.1 -

Principali fattori di rischio per ictus ischemico

seconda causa di morte nel mondo e la terza nei paesi industrializzati, oltre ad essere costantemente al primo posto fra le cause di disabilità permanente. L’ictus è definito come il verificarsi improvviso di un deficit di una funzione cerebrale attribuibile ad una causa vascolare e di durata maggiore di 24 ore. In par-

I SINTOMI Quando si verificano all'improvviso e nello stesso episodio due o più di questi sintomi, è possibile che si stia manifestando un ictus: ♦ Difficoltà a parlare o a capire le parole ♦ ♦ Perdita o alterazione di sensibilità ad una metà del corpo ♦ ♦ Perdita di forza al braccio, alla gamba o alla metà del viso da un lato del corpo ♦ ♦ Mal di testa improvviso non spiegabile ♦ ♦ Improvviso deficit visivo ad un occhio o in una parte del campo visivo ♦ ♦ Improvvisa comparsa di perdita dell'equilibrio non spiegabile ♦

ticolare nella pubblicazione del 2009 sulla Prevenzione Cardiovascolare del Ministero della Salute a cura del Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie (CCM) e della Direzione Generale per la Prevenzione si legge: “Le malattie cardiovascolari, che comprendono nella definizione sia le malattie cardiache che quelle cerebrovascolari e delle grandi arterie, costituiscono in Italia la più importante causa di mortalità, morbosità e disabilità. I dati di mortalità disponibili riportano per l’ultimo anno (2002) 236.000 decessi, pari al 42,5% del totale. Di questi, 74.703 sono dovuti a malattie ischemiche del cuore e 65.519 ad accidenti cerebrovascolari (www.iss.it). Inoltre, gli accidenti cerebrovascolari (ictus) rappresentano la principale causa di invalidità sia in Italia che nei Paesi occidentali. In Italia si verificano circa 200.000 nuovi ictus ogni anno. Di questi, circa l’80% è rappresentato da nuovi episodi. La mortalità a 30 giorni dopo ictus ischemico è pari a circa il 20%, mentre quella a 1 anno è pari al 30% circa. La mortalità a 30 giorni dopo ictus emorragico è pari al 50%. Il numero di soggetti che hanno avuto un ictus con esiti di minore o maggiore invalidità è di circa un milione. Per quanto riguarda l’ictus, per l’Italia sono disponibili i dati di prevalenza dello studio ILSA (Italian Longitudinal Study on Aging): nella fascia di età compresa tra 65 e 84 anni i dati indicano una prevalenza del 6,5%, più alta negli uomini (7,4%) rispetto alle donne (5,9%). Il 75% degli ictus colpisce persone oltre i 65 anni di età. Vi è una differenza fra ictus ischemico (83% degli ictus) e ictus emorragico (13,5% degli ictus) sia per età media di insorgenza (l’ictus emorragico colpisce soggetti più giovani) che per mortalità (l’ictus emorragico ha una mortalità molto più

alta rispetto all’ictus ischemico). La mortalità a 28 giorni si attesta sul 27% negli uomini e sul 35% nelle donne (Registro per gli eventi coronarici e cerebrovascolari 2005)”. Entro l’anno 2020 la mortalità per ictus sarà duplicata a causa dell’aumento degli anziani e della persistenza dell’abitudine al fumo di sigaretta. 2. L’organizzazione: utilizzare il tempo dall’evento indice alla terapia Fase Preospedaliera: come non perdere tempo. L’ictus cerebrale acuto è un'emergenza medica che richiede una valutazione immediata e spesso un ricovero, perché solo con gli accertamenti eseguibili in ambiente ospedaliero è possibile attuare una terapia. L’intervallo di tempo fra l’esordio dei sintomi e il trattamento terapeutico è cruciale. L’emergenza inizia sul territorio e passa dal Pronto Soccorso, dove il paziente viene ricoverato in stroke unit. Lo stroke management inizia nella fase preospedaliera con tre punti cardine: 1. riconoscimento di segni e sintomi sospetti per ictus; 2. stabilizzazione delle funzioni vitali; 3. trasporto al Pronto Soccorso. Il riconoscimento dei segni e sintomi inizia già con la chiamata al 118, in cui operatori formati somministrano una serie di domande semplici, fra cui la “Cincinnati Pre-hospital Stroke Scale”, tramite le quali è possibile attivare già dopo un contatto telefonico il percorso appropriato in caso di sospetto ictus. (tab 1) Anche la persona che presenta deficit o sintomi da perdita di funzione lievi o in spontaneo miglioramen- ► to deve essere considerata in pro-

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Neurologia

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Tabella 1 - Cincinnati Prehospital Cincinnati Prehospital Stroke Scale (Valutazione immediata nel sospetto di Ictus) Stroke Scale

◄ gnosi riservata, dato che l’evento

ischemico cerebrale acuto è caratterizzato da una potenziale instabilità e quindi potrebbe aggravarsi in breve tempo. Inoltre in situazioni con sintomi lievi, quali modeste difficoltà nel parlare, deficit parziali della vista o alterazioni della sensibilità localizzate a metà del corpo, all’inizio è la stessa persona colpita a minimizzare e ad attendere, determinando così una perdita di tempo utile per la diagnosi e la terapia. Una volta stabilizzate le funzioni vitali seguendo l’ABC (airway ovvero adeguata protezione delle vie aeree, breathing ovvero adeguati scambi gassosi polmonari, circulation ovvero stabilità emodinamica in termini di pressione arteriosa e frequenza cardiaca) sul posto, il paziente viene trasportato in ospedale. Il trasporto implica già una codifica di “codice stroke”, che viene immediatamente segnalata dalla centrale operativa, che attiva il percorso territoriale idoneo, in maniera da inviare in centri dotati di Stroke Unit i possibili candidati alla terapia fibrinolitica. Fase Ospedaliera: come utilizzare al meglio il tempo residuo. Il paziente, al quale è già stato assegnato il codice stroke, viene valutato dal medico del Pronto Soccorso. Risolte le problematiche quoad vitam e stabilizzato, viene accompagnato ad eseguire una tomografia assiale computerizzata (TAC) cerebrale. Non si può prescindere da tale esame per perfezionare la diagnosi in urgenza e per ottimizzare il trattamento. Bisogna individuare, infatti, se si tratta di una emorragia cerebrale (immediatamente visibile alla TAC) oppure di una verosimile ischemia cerebrale (in questo caso la TAC mostra l’alterazione del segnale corrispondente alla lesione cerebrale acuta solo dopo circa 24 ore dall'esordio). Se il quadro non è emorragico e se l’evento indice è entro le 3 ore, il paziente viene inviato in Stroke Unit ove si procede al trattamento fibrinolitico dopo valutazione dell’assenza di altre controindicazioni all’utilizzo del farmaco trombolitico. È attualmente sotto valutazione in Italia la possibilità del trattamento a 4,5 ore, come in altri paesi europei.

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Mimica facciale (invita il paziente a mostrare i denti o a sorridere) Spostamento delle braccia (il paziente chiude gli occhi e distende le braccia) Linguaggio (fai dire al paziente la frase: "Non si può insegnare trucchi nuovi ad un vecchio cane")

Normale

I due lati del volto si muovono bene, allo stesso modo

Anormale

I due lati del volto non si muovono allo stesso modo

Normale

Le due braccia si muovono allo stesso modo

Anormale

Un braccio non si muove o cade giù

Normale

La frase viene ripetuta correttamente

Anormale

Il paziente inceppa sulle parole, usa parole inappropriate o non è in grado di parlare

3. La Stroke Unit: “backbone of integrated services” (Helsinborg Declaration on European Stroke Strategies, 2006) Nascita delle Stroke Unit. L’ictus cerebrale rappresenta una sfida e un problema sul versante assistenziale, riabilitativo e sociale di grandi dimensioni, a causa della sua elevata incidenza e dell’esito in disabilità. Le problematiche circolatorie acute dell’encefalo, infatti, causano più morti dell’infarto del miocardio (7,28 vs 4,95 × 10.000 abitanti) ed anche la domanda assistenziale è difficilmente quantificabile nella sua interezza, potendone apprezzare e misurare pressoché soltanto l’assorbimento di risorse e, con maggiore difficoltà, i costi umani. I dati del Ministero della Salute circa l’assorbimento delle risorse assistenziali nella fase acuta, prendendo come esempio l’anno 2005, sono i seguenti: 129.203 pazienti sono stati dimessi con diagnosi di ictus, il numero di giornate di degenza è stato di 1.576.411; a cui vanno aggiunti 61.991 pazienti dimessi con diagnosi di Attacco Ischemico Transitorio (TIA), con 438.896 giornate di degenza. Per rispondere a questa domanda assistenziale sono stati proposti e messi alla prova dei fatti alcuni modelli organizzativi assistenziali, con particolare rilevanza data alla creazione di aree di degenza dedicate alla patologia cerebrovascolare, dette Stroke Unit. Le prime Stroke Unit sono state avviate

in Inghilterra, Stati Uniti e Canada negli anni Sessanta, seguendo l’esempio delle Unità Coronariche per l’assistenza ai pazienti con infarto miocardico acuto. Rispetto al modello cardiologico sono ben presto emerse altre necessità: una volta superata la fase acuta (con le sue particolari esigenze), era indispensabile, infatti, un'organizzazione assistenziale dotata di maggiore integrazione multidisciplinare e multiprofessionale per poter ottenere una riduzione del danno funzionale con l’avvio precoce di un percorso riabilitativo. Questo aspetto divenne così preponderante, anche in ragione dell’assenza di trattamenti specifici per l’ictus ischemico, che negli anni Settanta e Ottanta si svilupparono Stroke Unit dedicate pressoché unicamente all’aspetto riabilitativo. Evoluzione e caratteristiche delle Stroke Unit. Fu negli anni Novanta con lo sviluppo della terapia fibrinolitica, che ha dato una possibilità di trattamento eziologico dell’ictus ischemico, che l’interesse si spostò globalmente sui modelli assistenziali della fase acuta con una evoluzione verso la gestione intensiva o semi-intensiva dei pazienti cerebrovascolari acuti, che permetteva il monitoraggio continuo dei parametri vitali e la gestione del trattamento, ancora sperimentale, e delle sue possibili complicanze. La descrizione dell’impatto di questi nuovi modelli organizzativi è stata effettuata attraverso dei confronti metodologicamente rigorosi in studi randomizzati e controllati. La prima


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metanalisi di studi clinici controllati sui risultati dell’assistenza all’ictus in Stroke Unit, rispetto a reparti di degenza convenzionali, venne pubblicata nel 1993 e dimostrò per la prima volta che il ricovero in strutture organizzate riduce la mortalità dei pazienti con ictus cerebrale. Una conferma ulteriore si ottenne da una seconda metanalisi pubblicata nel 1997. Questi dati costituirono il punto di partenza per la moltiplicazione delle Stroke Unit con orientamento per la fase acuta nei paesi europei. È la modalità assistenziale di per sé, ovvero la degenza in un’area con personale dedicato, che conferisce il beneficio a prescindere dall’introduzione di terapie speciali (che comunque sono somministrabili solo ad una minoranza dei pazienti con ictus acuto). Questo è dovuto alla competenza del personale sanitario, alla profilassi delle complicanze, alle misure di prevenzione delle recidive e alla programmazione precoce della riabilitazione. Infatti le Stroke Unit, con una prevalenza di competenza neurovascolare dedicata e organizzata, hanno dimostrato di ridurre del 18% il rischio relativo di mortalità, del 29% il tasso combinato morte/dipendenza e del 25% il tasso combinato morte/istitu-

zionalizzazione. In termini pratici con l’assistenza in Stroke Unit si previene in termini assoluti una morte ogni 32 casi trattati, un paziente in più torna a vivere a casa ogni 16 trattati e un caso in più ogni 18 recupera l’indipendenza. Questo vale per tutti i pazienti, ovvero indipendentemente da sesso, età, sottotipo e gravità dell’ictus. Gli aspetti qualificanti delle Stroke Unit, indicati dalla Stroke Unit Trialists’ Collaboration, sono la multiprofessionalità dell’equipe, l’approccio integrato e sequenziale medico e riabilitativo, la formazione continua del personale, l’istruzione del paziente e dei familiari. In Italia lo studio PROSIT (Progetto di Ricerca sui Servizi di Ricovero per Pazienti con Ictus Cerebrale in Italia), valutando il numero dei DRG 14 (Diagnosis-Related Groups o l'equivalente in italiano dei Raggruppamenti Omogenei di Diagnosi), ha confermato il vantaggio dell’assistenza in aree dedicate rispetto a reparti convenzionali con una riduzione della mortalità e della disabilità, senza condizionamenti da parte dell’età e delle caratteristiche cliniche dei pazienti, tranne che per il deterioramento dello stato di coscienza, che rappresenta comun-

que un elemento di gravità in termini assoluti. Le linee guida europee e italiane, sulla base di queste evidenze, raccomandano il ricovero in Stroke Unit per tutti i pazienti colpiti da ictus; questa raccomandazione viene coniugata in maniera differente nelle singole realtà attraverso una organizzazione territoriale spesso di tipo Hub and Spoke, con un centro di riferimento provinciale e delle aree di degenza dislocate in periferia con criteri univoci e condivisi di centralizzazione. La definizione di Stroke Unit è la seguente: “un’area di un ospedale, dedicata e geograficamente definita, che tratta i pazienti con ictus; dotata di personale specializzato in grado di garantire un approccio multidisciplinare coordinato ed esperto al trattamento e all’assistenza; comprendente alcune discipline fondamentali: il medico, l’infermiere, il fisioterapista, il terapista occupazionale, il terapista del linguaggio, l’assistente sociale”. 4. Il tempo non si è fermato a Reggio Emilia Il caso dell'Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio ► Emilia. La struttura complessa di

Tabella 2 - Requisiti essenziali e addizionali Requisiti essenziali:

- Disponibilità nelle 24 ore di esecuzione e refertazione (anche per via telematica) della TC cerebrale. Sono auspicabili adeguati meccanismi rapidi di tele-consulenza diagnostica da parte di esperti con connessioni telematiche interospedaliere - Procedure e protocolli diagnostico-terapuetici condivisi (secondo linee guida, validate e concordate con il centro di riferimento, anche disponibili su rete telematica) - Team multidisciplinare (medici, infermieri, fisioterapisti) con expertise nella gestione dell'ictus, che operano in un'area di ricovero prevalentemente dedicata in stretta collaborazione fra neurologi, internisti e fisiatri (multidisciplinarietà e integrazione professionale) - La dotazione di personale medico, infermieristico e di fisioterapisti deve essere rapportata alla tipologia delle attività - Valutazione fisiatrica e presa in carico entro 48 ore dal ricovero - Mobilizzazione e riabilitazione precoce, con progetti di riabilitazione personalizzati - Protocolli e procedure scritte per i principali aspetti dell'assistenza al paziente - Organizzazione in "rete stroke" per eventuale invio al centro di riferimento per ulteriori terapie (fibrinolisi, endoarteriectomia, ecc.) - Diagnostica di Laboratorio disponibile per l'intero arco delle 24 ore - Ecodoppler TSA entro le 24 ore - EEG, ECG, Ecocardiografia, ECG-Holter, Rx torace - Controllo dello stato neurologico (mediante scale neurologiche e di disabilità) e delle funzioni vitali

- Consulenze spacialistiche entro 24 ore dalla richiesta - Programmi di formazione continua in collaborazione con il centro di riferimento - Definizione del "Percorso Paziente" e relativo "accompagnamento" in base ai suoi bisogni - Programmi per il controllo ambulatoriale post-dimissione - Riunioni periodiche del team - Programmi di informazione per pazienti e familiari - Programmi di Audit

Requisiti addizionali:

I centri di riferimento con concentrazione di risorse di alta tecnologia potranno offrire prestazioni più sofisticate per pazienti selezionati che richiedono ulteriori provvedimenti diagnosticoterapeutici. Tali centri di riferimento dovranno rispondere ai seguenti requisiti organizzativo-funzionali: - Tutti i requisiti essenziali - Protocollo medico-infermieristico per la trombolisi in sintonia con l'organizzazione territoriale in rete per la trombolisi, condivisa con il 118, P.S., radiologia, ospedali territoriali - RMN cerebrale, angio-RM, angio-TC, angiografia (auspicabile il software perfusion/diffusion) - Ecodoppler TSA/TC o angio TC/RM in emergenza nei pazienti candidati alla trombolisi - Ecocardiogramma TE - Disponibilità di Consulenze Specialistiche (chirurgia vascolare, neurochirurgia, neurologia intervenistica, endoscopia digestiva) - Dotazione informatica per trasmissione in rete di immagini e tracciati analogici (ECG, TC)

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Neurologia ◄ Neurologia dell’Arcispedale San-

ta Maria Nuova ha iniziato la sua importante e precoce esperienza sull'utilizzo dei farmaci fibrinolitici con la Dr.ssa Guidetti sotto la guida del compianto Dr. Solimè, partecipando a due studi randomizzati controllati internazionali, il MAST I e l’ECASS I, sul trattamento fibrinolitico dell’ictus ischemico acuto. Inoltre la Commissione Interaziendale Farmaceutica di Reggio Emilia nella seduta del 19/06/2000 diede la possibilità dell’utilizzo di tali farmaci nella pratica clinica quotidiana con il seguente parere: “l’impiego del farmaco, tenuto conto dei dati di letteratura ad oggi disponibili, rientra nella casistica di un trattamento proposto al di fuori delle indicazioni registrate al quale il medico può ricorrere qualora ritenga che, in mancanza di alternative terapeutiche valide, esso rappresenti di fatto l’opzione terapeutica migliore in quel momento per il paziente”. Nelle Istruzioni Operative sulla Gestione dell’Ictus Ischemico per il Pronto Soccorso di Reggio Emilia, stilate dall’Unità Dipartimentale per l’Efficacia Clinica nel 2003, si evidenzia già l’uso routinario della terapia con attivatore tissutale del fibrinogeno ricombinante (rtPA) alla dose di 0.9 mg/kg, nei casi in cui vengano rispettati i criteri di eligibilità sulla base dello studio NINDS, che aveva portato all’approvazione del trattamento negli Stati Uniti e indotto l’EMEA (European Medicine Agency) ad approvarne l’uso nel contesto di un registro clinico post-marketing, che ancora è attivo, il SITS-MOST. Già da allora era stata identificata un’area dedicata, la Stroke Unit, all’interno della Struttura Complessa di Neurologia, diretta dalla Dr.ssa Guidetti, voluta dalla Dr.ssa Marcello, che è l’attuale Direttore della Struttura Complessa di Neurologia dell’Arcispedale Santa Maria Nuova, ora Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS). Il tutto portò a porre la struttura come punto di riferimento indiscusso a livello regionale e fra i primissimi a livello nazionale.

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Programma stroke care. Nel 2005 venne avviato il percorso di redazione di un documento, conclusosi nel 2007, che ha portato all’approvazione da parte del Con-

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siglio Regionale dell'Emilia Romagna del “Documento di indirizzo per l’organizzazione dell’assistenza integrata al paziente con ictus Programma stroke care”. Il documento introduce modalità di assistenza “organizzata” collocate in aree di degenza “dedicate” ai pazienti con ictus, ciascuna con caratteristiche differenti, globalmente definite “stroke care”. Tale ipotesi di lavoro nasce dalla premessa che, nonostante l’elevata incidenza e la prognosi spesso sfavorevole dell’ictus cerebrale, l’atteggiamento nichilista e rinunciatario che ha storicamente improntato l’assistenza al paziente con ictus non era più accettabile per due ordini di motivi: 1. l’introduzione di una terapia specifica ed eziologica per l’ictus ischemico, ovvero la fibrinolisi; 2. le evidenze disponibili, derivanti da una revisione sistematica di 23 studi randomizzati controllati (per un totale di 4911 pazienti), che hanno mostrato come i pazienti trattati in centri ove era presente una modalità assistenziale organizzata e dedicata tipo “stroke care” avevano una prognosi migliore, sia in termini di sopravvivenza che di disabilità, rispetto a quelli ricoverati in reparti di degenza sprovvisti di modalità assistenziali finalizzate. Gli elementi salienti delle “Stroke Care” sono: 1. multidisciplinarietà di approccio da parte di un team esperto in malattie cerebrovascolari;

2. precocità di avvio dell’intervento riabilitativo; 3. applicazione di protocolli espliciti per la prevenzione delle complicanze maggiori; 4. organizzazioni di riunioni periodiche per la condivisione e la gestione dei singoli casi; 5. messa in atto di interventi mirati alla formazione e aggiornamento continuo del personale; 6. coinvolgimento dei caregivers nel processo di riabilitazione. Da cui le indicazioni proposte dall’Agenzia Sanitaria Regionale: “pur tenendo conto delle differenti caratteristiche di ogni singola realtà locale, si ritiene comunque opportuno porre come riferimento lo standard organizzativo della comprehensive stroke care (area di degenza per il trattamento in fase acuta e per la riabilitazione precoce) quale modello più idoneo anche a garanzia della continuità e integrazione assistenziale”. Nascita della Rete Stroke. L’Arcispedale Santa Maria Nuova raccoglie queste indicazioni nell’incontro del 07/12/2005 e viene identificato il Dr. Malferrari, responsabile della Stroke Unit della Struttura Complessa di Neurologia, come coordinatore di un istituendo gruppo di lavoro per attivare una “rete stroke” nella fase pre-ospedaliera e ospedaliera. Tale gruppo di lavoro coinvolgeva la Struttura Complessa di Neurologia,


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la Struttura Complessa di Geriatria, la Struttura Complessa di Medicina I, la struttura Complessa di Medicina Fisica e Riabilitazione e il Dipartimento di Emergenza e Accettazione con la Struttura Complessa del Pronto Soccorso e Medicina Urgenza. Viene definito che all’interno dell’Arcispedale Santa Maria siano destinati all’area Stroke Care 24 posti letto. Tale progetto inoltre non coinvolgeva solo l’Arcispedale Santa Maria Nuova, ma anche l’Azienda Unità Sanitaria Locale di Reggio Emilia e l’intera provincia, soprattutto per i pazienti eligibili per il trattamento fibrinolitico. Questa indicazione veniva meglio definita in una riunione del 10/5/2006 nell’incontro del Gruppo Interaziendale per la Trombolisi nell’Ictus Acuto Cerebrale, coordinata dalla Stroke Unit della Struttura Complessa di Neurologia, dove le due aziende, l’ASMN e l’AUSL, definirono l’interconnessione fra la rete interna ospedaliera e la rete provinciale per tale patologia. Nel contempo le indicazioni recepite da ogni Azienda Sanitaria dettano linee di indirizzo riguardanti gli ospedali che ricoverano i pazienti con ictus che devono essere dotati di requisiti essenziali o addizionali. (tab 2) In tale modo si attua la Rete Stroke territoriale anche in provincia, con un percorso in cui strutture non dotate di requisiti essenziali dialogano con strutture con requisiti essenziali e con strutture con requisiti addizionali. La cooperazione tra i centri con requisiti essenziali e i centri con requisiti addizionali (che garantiscono la concentrazione di risorse ad alta tecnologia) si svolgerà in base alla complessità di ogni singolo caso e in base all’attuazione di procedure diagnostiche e terapeutiche. La strategia applicata nella nostra provincia ha visto così la Stroke Unit della Struttura Complessa di Neurologia essere il punto di riferimento per quanto riguarda la terapia fibrinolitica. Si tratta di una struttura costituita da 12 letti, dotati di tutti i monitoraggi per i parametri vitali, ove lavorano 4 medici, inseriti nella Neurologia come carichi di lavoro di guardie, ma con una reperibilità aggiuntiva 24 ore su 24 appunto per l’attuazione della terapia fibrinolitica sia per i malati della città di Reggio Emilia che per tutta la popolazione della provincia.

Il tempo ha permesso di sviluppare ulteriormente il percorso e il 16 gennaio 2008 è stato organizzato un incontro con la Dr.ssa Ferrari (attuale Direttore del Dipartimento Emergenza Urgenza Azienda Ospedaliera e DEU Provinciali), i rispettivi responsabili del Pronto Soccorso dei presidi ospedalieri della provincia e i responsabili medici delle strutture coinvolte nello Stroke Care interdipartimentale per la verifica del protocollo operativo che ha prodotto un documento di intenti per condividere i risultati al fine di favorire rinforzi positivi e di informare adeguatamente il personale di recente inserimento. Tutte questo lavoro, sommerso ma quotidiano, ci ha permesso di ottenere nel 2010 il ruolo di Stroke Unit con i migliori indicatori prognostici in Italia, in relazione a dati AGENAS, ovvero dati ufficiali del Ministero della Salute, quale migliore struttura in Italia (pubblicato anche sulla rivista «Focus», Guida Salute n.237). La nostra attività quotidiana si svolge per i pazienti che giungono alla nostra osservazione dal Pronto Soccorso dell’ASMN IRCCS di Reggio Emilia oppure inviati dai Medici di Medicina Generale, dagli specialisti neurologi sul territorio, dal Pronto Soccorso degli altri ospedali della provincia e da tutti i reparti dei presidi ospedalieri della provincia e dell’ASMN. Ci siamo strutturati con una reperibilità per la terapia fibrinolitica con copertura delle 24 ore e nel tempo si è visto che tale grandissimo sforzo da parte degli operatori è stato vincente perché è andata via via ad aumentare l’expertise specifica nel trattamento dell’ictus in fase acuta. Tempo = Terapia. La fibrinolisi endovena mediante rt-PA (attivatore tissutale del plasminogeno) è l’unica terapia approvata, dal 1995, per il trattamento dell’ictus ischemico acuto. È stato ampiamente dimostrato che l’efficacia della terapia è strettamente legata alla tempestività dell’intervento. Uno dei principali vantaggi della terapia riperfusiva endovena consiste nella sua semplicità di somministrazione, che consente di iniziare il trattamento rapidamente a seguito della valutazione clinica del paziente e l’esecuzione di una TAC cerebrale. Tuttavia solo una piccola percentuale (<10%) dei pazienti affetti da ictus ischemico acuto può essere candida-

ta al trattamento per le problematiche inerenti al tempo intercorso fra l’evento indice e l’arrivo del paziente in strutture che possono attuare la terapia di ricanalizzazione oltre che per la presenza di potenziali controindicazioni. Il limite principale consiste nella stretta finestra terapeutica temporale (entro 3 ore dall’esordio della sintomatologia) attualmente in uso. Altre limitazioni al trattamento sono costituite dalla elevata percentuale di resistenza dei trombi alla fibrinolisi con conseguente mancata ricanalizzazione del vaso occluso e dal rischio di emorragie sistemiche e cerebrali. La terapia comunque non è unicamente la fibrinolisi, ma anche tecniche di disostruzione del trombo e o della placca da parte dei colleghi della Struttura Complessa di Chirurgia Vascolare, diretta dal Dr. Enrico Vecchiati, con la cui collaborazione vengono effettuati interventi di trombectomia ed endoarteriectomia carotidea in urgenza in pazienti con minor stroke o attacco ischemico transitorio causati da stenosi carotidea emodinamica. Una volta attivati in reperibilità, per un ictus acuto insorto entro le tre ore, il Sottoscritto e i colleghi neurologi attualmente abilitati all’esecuzione di indagini sonologiche (Dr. Dallari A. e Dr.ssa Zedde M.L. che fanno parte della Struttura Semplice di Patologia Cerebrovascolare - Stroke Unit, all’interno della Struttura Complessa di Neurologia), dopo aver eseguito l’eco color Doppler TSA e Transcranico e aver valutato la presenza di stenosi serrata del vaso carotideo e la clinica del paziente, decidono collegialmente con il chirurgo vascolare l’eventuale riperfusione per via chirurgica, anche in relazione al quadro neuroradiologico, tac cerebrale ed eventualmente angio tac dei vasi intracranici, eseguita dai nostri neuroradiologi, Dr. Maggi M. e Dr. Pascarella R., diretti dal Dr. Pattaccini PP. La Neurosonologia domina il tempo. Il paziente con malattia vascolare cerebrale acuta è un paziente estremamente dinamico, perché l’equilibrio fra occlusione arteriosa e perdita di tessuto è tempo-dipendente nel volgere di minuti o ore ed è in parte “personale”, cioè l’evoluzione dell’occlusione arteriosa in un dato paziente può migliorare o peggiorare in relazione a terapie, eventi locali ► o eventi emodinamici generali.

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Neurologia

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Figura 7.2 - Foto della Stroke Unit della S.C. Neurologia ASMN

◄ Per seguire questa dinamicità

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nel tempo è necessario uno strumento che possa effettuare la diagnosi della sede dell’occlusione arteriosa in fase acuta, in breve tempo, al letto del paziente, in maniera affidabile e non invasiva, e inoltre il monitoraggio dell’andamento dell’occlusione stessa in maniera anche continua, se necessario, in un setting di terapia semiintensiva. In particolare la diagnosi iniziale della sede di occlusione può essere effettuata anche con altre metodiche neuroradiologiche, laddove disponibili 24 ore, come ad esempio l’angio tac, nessuno strumento ha le caratteristiche adeguate ad un monitoraggio continuo a parte l’uso degli ultrasuoni. Noi con le nostre conoscenze “dominiamo clinicamente il paziente” ma non dominiamo l’evoluzione di una patologia che è tempo-dipendente; con le tecniche neurosonologiche, che monitorizzano l’evoluzione del quadro vascolare istante per istante, possiamo dominare il tempo cioè l’evoluzione della malattia. Dal punto di vista dello studio del circolo cerebrale le possibilità riguardano sia i vasi cerebroafferenti nel collo, con un Eco Color Doppler dei Tronchi SovraAortici (TSA), sia i vasi intracranici, o con un Eco Color Doppler Transcranico (o TCCD), che consente di visualizzare il tessuto cerebrale e i vasi e di scegliere pertanto quale vaso campionare. La definizione della sede di occlusione vascolare in fase acuta è importante perché è in grado di dare informazioni prognostiche; in particolare ci sono alcune sedi di occlusione caratterizzate da una buona risposta al trat-

tamento e da una prognosi migliore e altre caratterizzate da una scarsa risposta al trattamento e da una prognosi peggiore. Avere queste informazioni consente di quantificare la gravità del paziente e di selezionare le opzioni di trattamento sulla base di un rapporto rischio/beneficio che può essere stimato individualmente. Il monitoraggio della ricanalizzazione, durante il trattamento o anche spontanea, fornisce ulteriori informazioni, sia per sfruttare in alcune particolari condizioni la possibilità di accelerare la fibrinolisi con gli ultrasuoni sia perché il tempo della ricanalizzazione è di per sé associato con la prognosi e con la possibilità di recupero a distanza e pertanto può aiutare a definire meglio le aspettative. Inoltre possiamo rilevare anche fenomeni di tipo embolico, che caratterizzano spesso l’instabilità del quadro clinico e che si possono facilmente rilevare nella dissoluzione trombotica. (fig 7.4) L’attacco ischemico transitorio (AIT): il fattore tempo ha cambiato la nosografia. La necessità di elaborare e condividere un percorso gestionale per il paziente che ha manifestato dei sintomi neurologici transitori di origine vascolare o TIA (Transient Ischemic Attack) nasce dalla letteratura scientifica degli ultimi anni, che ha confermato l’elevato valore di tale sintomatologia come predittore di un futuro evento ischemico cerebrale di maggiore portata. Per tale ragione, è necessaria una gestione in tempi brevi e un'organizzazione basata sul livello individuale di rischio per tale patologia che possa essere fruibile dalla popolazione e determinarne un

abbattimento del rischio di ulteriori eventi. Il percorso è pertanto anche in questo caso quello dell’urgenza, il fatto che il sintomo sia regredito spontaneamente non deve essere motivo di attesa o di sottostima dell’evento stesso, dal momento che ci fornisce una importante occasione per impostare un percorso diagnostico ed una prevenzione secondaria che possa ridurre considerevolmente il rischio di eventi successivi non transitori. La World Health Organisation (WHO) nel 1978 ha definito il TIA come l’improvvisa comparsa di segni o sintomi riferibili a deficit focale cerebrale o visivo per insufficiente apporto ematico di durata inferiore alle 24 ore. Recentemente la nosografia del TIA è mutata, con la proposta di una ridefinizione limitando la durata dapprima a 1 ora e successivamente (2009) non indicando alcuna soglia temporale di durata, ma ponendo l’attenzione sulla condizione del tessuto cerebrale e delle arterie extra ed intracraniche. La prima definizione rappresenta il riflesso di un’epoca in cui non erano disponibili né strumenti diagnostici di danno tissutale adeguati né un'efficace terapia specifica. La ridefinizione nasce da un approccio basato sullo sviluppo tecnologico delle metodiche di immagine cerebrale e tiene in considerazione pertanto la documentazione o l’esclusione di un danno tissutale definitivo. Infatti non tutti i TIA sono equivalenti, associandosi ad alcuni la presenza di danno tissutale, spesso con proporzionalità diretta con la durata dei sintomi. Appare evidente che la categoria diagnostica in cui rientra il paziente dipende strettamente dall’accuratezza degli esami effettuati. Alcuni TIA, caratterizzati da età avanzata del soggetto, presenza di ipertensione arteriosa, sintomi motori e durata prolungata, sono ad alto rischio per l’insorgenza di un ictus a breve termine È comunque importante sottolineare che il minor stroke (ictus con esiti di minima o nessuna compromissione dell’autonomia nelle attività della vita quotidiana) e il TIA identificano un’unica sottopopolazione di pazienti, apparentemente in buone condizioni di salute, ma ad elevato rischio di eventi cerebro e


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cardiovascolari, prevalentemente aterotrombotici. Pertanto il loro corretto e precoce inquadramento diagnostico e successiva gestione terapeutica sono fondamentali per la prevenzione di ulteriori eventi. Il rischio assoluto di ictus nei soggetti con TIA o minor stroke varia da 7% a 12% il primo anno e da 4% a 7% per anno nei 5 anni successivi l’evento iniziale. Inoltre i pazienti con stenosi carotidea sintomatica sono maggiormente a rischio rispetto a quelli con stenosi carotidea asintomatica; lo studio NASCET identifica per stenosi fra il 7099% un’incidenza annuale di ictus del 13% entro il primo anno e del 35% a cinque anni e quindi per tale motivo tutti i soggetti con recenti TIAs vanno sottoposti precocemente a studio con eco color doppler TSA, dato che il beneficio del trattamento di rivascolarizzazione si riduce progressivamente con l’aumento della distanza temporale dall’evento indice, oltre le due settimane. Anche la mortalità generale è significativamente aumentata nei soggetti con TIA ed è attribuibile principalmente a cardiopatia ischemica e non ad ictus, ad ulteriore conferma dell’enorme importanza del TIA come evento indice vascolare per avviare un efficace programma di prevenzione secondaria dell’aterotrombosi. Un’altra più urgente ragione per la ridefinizione del TIA è la maggiore di-

Figura 7.3 - Personale medico e paramedico della S.C. Neurologia ASMN

sponibilità temporale del trattamento fibrinolitico per lo stroke ischemico. Con un evento ischemico in atto non c’era modo di determinare immediatamente se l’evento era un TIA o uno stroke, con l’applicazione del vecchio criterio delle 24 ore tutti i candidati per la fibrinolisi erano potenzialmente pazienti con TIA, il che potrebbe aver determinato ritardi dannosi, se non l’esclusione dal trattamento. Lo sviluppo di un percorso diagnostico specifico per il TIA favorirebbe la nascita di una coscienza sociale pari a quella di una possibilità di infarto del miocardio dopo un episodio anginoso; deve essere considerato a tutti gli effetti una emergenza vascolare. L’utilizzo di un percorso dedicato al TIA permetterebbe inoltre di focalizzare l’attenzione sulla causa dell’ischemia piuttosto che sulla durata dei sintomi. Infatti, analogamente a quanto è noto per il miocardio, la causa dell’ischemia cerebrale ne determina la prognosi e il trattamento. Un altro elemento che condiziona in maniera importante il rischio di recidiva è il sottotipo eziologico di TIA al momento dell’evento indice, che costituisce un ulteriore motivo per la programmazione con un timing ben preciso delle metodiche di indagine vascolare, in primo luogo neurosonologiche, infatti il sottogruppo determinato da malattia aterosclerotica delle grandi arterie, sia extracraniche che intracraniche, presenta il maggior rischio di recidiva precoce e questo dato sostiene la necessità di un imaging neurosonologico integrato dei

vasi extra ed intracranici per identificare i pazienti a maggiore rischio. Diventa pertanto fondamentale il ruolo del percorso integrato e della valutazione neurologica in urgenza, che presso il nostro ospedale è svolto, in collaborazione con i colleghi del Pronto Soccorso, dalla Dr.ssa Lattuada I. e dal suo direttore Dr.ssa Ferrari AM. attraverso il progetto DAY TIA. La collaborazione integrata fra PSOBI (Osservazione Breve Intensiva e Stroke Unit) è stata considerata come proposta innovativa a livello nazionale nel progetto organizzativo di audit clinico-Stroke Care. Come abbattere il tempo: il Telestroke. Il Telestroke è una delle proposte più innovative attuata in paesi dove le distanze fra centri diagnostici-terapeutici sono enormi o in situazioni logistiche in cui è difficile il trasporto del paziente in tempi celeri e si usa la telemedicina. L’applicazione della telemedicina nell’ambito della patologia cerebrovascolare consiste nella valutazione video del paziente e nella visualizzazione delle relative neuroimmagini per valutare le possibilità terapeutiche del paziente in acuto. Nelle aree dove non siano disponibili reparti di Stroke Unit la telemedicina può infatti collegare il medico di pronto soccorso con lo specialista di una Stroke Unit e quindi abbattere il tempo del trasporto e in tale modo infondere il fibrinolitico entro i tempi richiesti. Il tempo nel cuore, non solo nel cervello... Il cuore può battere veloce per diversi motivi. A volte, in particolare con l'avanzare dell'età, il cuore batte forte per una aritmia cardiaca. Le aritmie cardiache sono di diverso tipo, ma la più importante nel contesto dell'ictus è la fibrillazione atriale (FA). La FA è l'aritmia cardiaca più frequente nella popolazione. Durante la FA, il segnale elettrico che controlla il battito cardiaco diventa anormale e, come risultato, il cuore smette di pompare il sangue efficacemente ed il sangue stesso resta nelle cavità cardiache formando i cosiddetti trombi, che possono migrare nelle arterie sino al cervello e quindi provocare un ictus ischemico. Le persone che soffrono di FA possono presentarla costantemente (FA ► cronica o FAC) o saltuariamente

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Neurologia

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essere sintomatiche o anche non avvertire alcun disturbo. I sintomi più frequenti sono sensazione di cardiopalmo (cuore che batte forte e/o irregolare), sensazione di costrizione toracica, sensazione di testa leggera o di svenimento, difficoltà a respirare. Lo strumento necessario per poter porre una diagnosi di FA è l'elettrocardiogramma (ECG). Questo può, tuttavia, essere negativo nel caso in cui una persona con FAC non presenti l'aritmia al momento della registrazione dell'esame. In tal caso, un esame ECG che registri l'attività cardiaca per 24 ore (ECG secondo Holter) fornirà maggiori possibilità di individuare un evento aritmico. La Stroke Unit del reparto di Neurologia di Reggio Emilia è inoltre attrezzata con uno strumento d'avanguardia, da poco arrivato in Italia, detto “Holter doppler” che consente automaticamente di individuare segnali embolici cerebrali (derivanti da trombi che si spostano nei vasi) seguendo il paziente nelle sue attività quotidiane, mediante un caschetto applicato al capo del paziente stesso. Esistono diversi tipi di trattamento della FA che vengono scelti dal medico esperto nel settore a seconda di vari fattori che includono l'età, l'autonomia del paziente e le sue eventuali condizioni cliniche. Si può tentare di eliminare la FA oppure mantenerla, riducendo però in tal caso il rischio di formazione dei trombi. Una delle procedure di maggiore aiuto nell'identificazione di aritmie cardiache è il monitoraggio dell'elettrocardiogramma e delle funzioni vitali durante la permanenza in ospedale, che è possibile presso la nostra Stroke Unit, dotata di letti completamente monitorati per le funzioni vitali, an-

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che grazie alla vicinanza e all'aiuto della popolazione e dei pazienti. Si coglie infatti l'occasione per ringraziare l'associazione A.L.I.CE nella sua sede di Reggio Emilia, che ha donato alcuni dei monitor di cui la Stroke Unit è dotata. Farmaci per prevenire i trombi. Nell'ambito del nostro discorso sull'ictus, è importante concentrarsi anche sui farmaci che riducono il rischio di formazione dei trombi. Il Warfarin è il farmaco antitrombotico più antico ed utilizzato per prevenire la formazione dei trombi nei pazienti con FA a rischio di ictus. Vari studi clinici ne hanno provato l'efficacia rispetto al placebo e all'utilizzo di antiaggreganti usati singolarmente o associati. Esso ha senz'altro salvato molte vite, ma presenta anche alcune complessità gestionali. Per esempio richiede un monitoraggio frequente di un valore ematico (INR) che indica quanto il sangue è scoagulato. L'INR deve mantenersi entro precisi valori, altrimenti il paziente rischia, se il valore è troppo basso, di andare incontro a un ictus ischemico oppure, se il valore è troppo alto, di avere un ictus emorragico, ovvero una emorragia cerebrale. Proprio per questo, i pazienti in terapia anticoagulante devono essere costantemente “sorvegliati” da medici esperti che consegnino uno schema variabile di giorno in giorno della posologia di assunzione del farmaco, essendo maggiormente a rischio di sviluppare emorragie cerebrali (ed in altri organi corporei) sia spontaneamente sia a seguito di un trauma. Inoltre sono possibili molteplici interazioni con altri farmaci ed anche con vari alimenti che ne possono amplificare o ridurre l'efficacia. Per questi motivi negli ultimi anni la

Figura 7.4 - Esempio di reperti neurosonologici in pazienti con ictus acuto; a sinistra stenosi carotidea emodinamica, a destra occlusione dell’a. cerebrale media. ricerca farmacologica si è concentrata sullo studio di farmaci anticoagulanti alternativi, che non necessitano del monitoraggio, con un rischio minore di emorragie cerebrale, la cui indicazione riguarda però dei sottogruppi molto selezionati di pazienti. L’evoluzione nel tempo delle malattie rare cerebrali. Le malattie rare sono un ampio gruppo di patologie (5-6 mila), definite dalla bassa prevalenza nella popolazione. Esiste una Rete nazionale dedicata alle malattie rare, costituita da presidi accreditati, appositamente individuati dalle regioni quali centri abilitati ad erogare prestazioni finalizzate alla diagnosi ed al trattamento, secondo protocolli clinici concordati. Per quanto riguarda le malattie rare neurovascolari presso la nostra struttura, come articolazione dell’attività della Stroke Unit, è presente un Ambulatorio dedicato alle Malattie Rare NeuroVascolari, che ha costruito dei percorsi interdisciplinari con referenti di altre specialità per una più adeguata gestione dei pazienti sia in fase diagnostica che di follow-up e trattamento. Tale percorso è seguito dalla Dott.ssa Marialuisa Zedde e il paziente viene segnalato per una valutazione di secondo livello dopo una visita specialistica. Molti dei pazienti sono seguiti attraverso il Day Service della Neurologia, con la collaborazione delle infermiere professionali Manuela Rinaldi e Lara Cigarini. Una condizione ben rappresentata in


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età giovanile fra le cause di ictus ischemico è la dissecazione dei vasi cerebroafferenti. La dissecazione è una condizione in cui vi sarebbe lo slaminamento degli strati della parete delle arterie con conseguenteformazione di un ematoma della parete stessa, la cui crescita può portare fino all’occlusione del vaso mentre se il danno avviene sullo strato più interno della parete, l’endotelio, è presente anche un rischio di sovrapposizione trombotica nel lume dell’arteria stessa. Questa condizione può essere determinata da traumi diretti sull’arteria, cioè sulla regione del collo, come ad esempio nel corso di incidenti stradali, oppure può essere “spontanea. In questa seconda eventualità le ipotesi circa la causa sono molte e si dividono in due categorie: una condizione infiammatoria, che si estrinseca a livello di diverse arterie contemporaneamente, perché riguarda il tessuto connettivo di sostegno delle arterie stesse, oppure una predisposizione geneticamente determinata, come dimostrato dalla presenza di dissecazioni arteriose come manifestazioni di alcune malattie congenite del connettivo come la Sindrome di Marfan o la Malattia di Ehlers Danlos o la cosiddetta displasia fibromuscolare. In questo ambito l’Ambulatorio Malattie Rare NeuroVascolari ha avviato un percorso di valutazione integrata e condivisa insieme con i colleghi della S.S.D. di Genetica Clinica, diretta dalla Dott.ssa Livia Garavelli e coadiuvata dalla Dott.ssa Anita Wischmeijer. Nell’ambito delle malattie genetiche che si possono associare a manifestazioni cerebrovascolari, sono molte le condizioni che meritano attenzione, come le malattie mitocondriali, il CADASIL, malattia a trasmissione autosomica dominante che colpisce prevalentemente le piccole arterie cerebrali, la Malattia di Anderson Fabry e molte altre ancora. Di particolare interesse risultano le malattie mitocondriali, che possono manifestarsi, oltre che con ictus, con interessamento del tessuto muscolare, dei movimenti oculari e dell’udito. La malattia di Anderson Fabry ha recentemente suscitato notevole interesse sia perché gli strumenti diagno-

Indicazioni bibliografiche

stici si sono affinati con il tempo sia perché è disponibile una cura specifica, ovvero la somministrazione per via endovenosa periodica dell’enzima deficitario, prodotto con tecniche di ingegneria genetica. La malattia di Fabry appartiene alla famiglia dei disordini genetici causati da un difetto enzimatico lisosomiale (i lisosomi sono degli organelli presenti dentro le cellule che servono per i processi di rimaneggiamento delle attività e dei costituenti delle cellule stesse). I difetti enzimatici lisosomiali portano all’accumulo di sostanze che normalmente vengono degradate nei lisosomi. In questa malattia il deficit di alfagalattosidasi porta un progressivo ed abnorme accumulo di glicosfingolipidi neutri nei lisosomi delle cellule bersaglio, che si trovano nel reni (progressiva insufficienza renale), nel cuore (ipertrofia cardiaca), nei neuroni e sulla parete delle arterie (ictus, tortuosità e dilatazione delle arterie). Il percorso gestionale del paziente con malattia di Fabry presso l’Ospedale di Reggio Emilia, coordinato dall’Ambulatorio Malattie Rare NeuroVascolari, si avvale di un circuito di collaborazione fra più discipline, in cui vedono un ruolo di primo piano la S.C. Nefrologia e Dialisi, diretta dalla Dott. sa Sonia Pasquali, l’Ambulatorio di Ecocardiografia della S.C. di Cardiologia, diretta dal Dott. S. Savonitto, grazie alla disponibilità della Dott. sa T. Grimaldi, la S.C. Oculistica, diretta dal Dott. L. Fontana, grazie alla disponibilità del Dott. L. Cimino, la S.C. Dermatologia, diretta dal Dott. L.Albertini,ma sarebbe un elenco troppo lungo per poter citare tutte le persone coinvolte. L’ambulatorio Malattie Rare NeuroVascolari partecipa infatti attivamente a progetti epidemiologici sulla malattia, con una stretta integrazione medico-infermieristica per l’esecuzione dei prelievi ematici e l’invio degli stessi per il test genetico, cui collabora il personale infermieristico della Stroke Unit, con particolare riferimento alla infermiera professionale Laura Cirelli. Infatti è stata recentemente avanzata l’ipotesi dell’esistenza di una forma

cerebrovascolare della malattia, con manifestazioni prevalenti di tipo neurologico vascolare. Negli studi di popolazione effettuati sui pazienti con ictus cerebrale ischemico acuto in età giovanile è stato riscontrato che una percentuale variabile fra 0.5 e 1% ha la malattia di Anderson Fabry. Il trascorrere del tempo è un evento negativo per il paziente con patologia cerebrovascolare qualora non venga trattata: il rapido riconoscimento e la diagnosi del sintomo sono decisivi per ottimizzare i livelli di assistenza successivi. L'organizzazione del tempo residuo, dall'insorgenza dell'evento e l'ottimizzazione del managment sono la migliore risposta per risolvere o almeno migliorare la situazione clinica e quindi . Il Pronto Soccorso, la Stroke Unit, e il Doppler giocano un ruolo determinante nel dominare il "tempo fuggevole" ♦

Per info è possibile scrivere al Dott. G. Malferrari: Malferrari.giovanni@asmn.re.it.

Malferrari Giovanni, Responsabile Stroke Unit, Dallari Alberto, Zedde Maria Luisa, Benedetti Beatrice, Marcello Norina, Direttore Struttura Complessa di Neurologia ASMN-IRCCS, RE Responsabile Infermieristico: Sabrina Paglia.

G. Malferrari. Eco Color Doppler Transcranico Testo atlante per la formazione in neurosonologia, Mattioli Editore G. Malferrari , F. Accorsi, S. Sanguigni, De Simplicibus Rebus. Studio neurosonologico nell’ictus acuto, Grandi e Grandi editore, 2010. G. Malferrari, M .Zedde: Guida Pratica allo studio sonologico del distretto venoso extra ed intracranico Edizioni La Dotta, 2012.

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Scienze cognitive Etologia

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L'espressione animale secondo l'approccio cognitivo-relazionale

Rivedere il paradigma esplicativo

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di Roberto Marchesini

App

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parole chiave. Mente e soggettività, identità, apprendimento, percezione del mondo/campo, intenzionalità, intelligenza. Abstract. Il saggio propone un superamento dei tre paradigmi esplicativi tradizionali tutt’oggi vigenti nell’interpretazione del comportamento animale, quello behaviorista, quello etologico classico e quello cognitivista, in favore di un modello mentalistico unitario cognitivo-relazionale. Tale impostazione, che permette di spiegare il comportamento dal più semplice al più complesso senza chiamare in causa elementi ancora fortemente permeati di antropocentrismo, quali quello di “coscienza”, considera la soggettività dell’individuo come emergenziale da un campo/mondo in cui il suo “qui” e il suo “ora” divengono elementi imprescindibili in un continuo processo di acquisizione/rinegoziazione di conoscenze nel costruire nuovi significati condivisi. L’apprendimento così, lungi dall’essere ricondotto alla semplicistica catena S-R, diviene un continuo processo di dialogo tra le interfacce coinvolte nella relazione (l’individuo e il campo) in cui ogni informazione accumulata viene messa in relazione con il contesto nella formazione di nuove conoscenze secondo un processo di matrice piagettiana di assimilazione e accomodamento. Per concludere, si suggerisce all’interno di tale cornice interpretativa, una rivisitazione della definizione di intelligenza, vista non più come espressione di un antropocentrismo epistemologico (l’intelligenza umana al vertice di una pseudo gerarchia di intelligenze animali) ma come una delle tante funzioni adattative specie-specifiche che caratterizzano i viventi.

L

a vita di ogni essere vivente è in una costante condizione di scacco, ove con tale termine si debba intendere sia la necessità/opportunità di raggiungere un target non disponibile sia evitare un rischio immediato o uscire da una situazione di criticità. La parola ‘scacco’ implica cioè una condizione di problematicità, vale a dire l'essere inserito nel qui e ora come dimensionato in un problema. Lo stato di problematicità è perciò la condizione stessa dell'essere animale, che attraverso

uno stimolo - quale si evince nella spiegazione dell'etologia classica o del behaviorismo - bensì come espressione di un tentativo solutivo, ossia di intervento sul contesto per ridurre un'incongruenza. L'approccio cognitivo-relazionale si basa: a) su una concezione mentalistica dell'identità comportamentale, vale a dire su un presupposto sistemico delle risorse che posizionano il soggetto nel suo qui e ora problematico; b) su una visione dialogica del qui e ora del soggetto, vale a dire su un'interazione dinamica tra le istanze di cui il sogget-

«Il comportamento non va pertanto interpretato come consumazione di una pulsione o come reazione a uno stimolo, bensì come espressione di un tentativo solutivo, ossia di intervento sul contesto per ridurre un'incongruenza.» il suo comportamento, ossia il suo agire nel/sul mondo, esprime inevitabilmente una capacità solutiva. Il comportamento non va pertanto interpretato come consumazione di una pulsione o come reazione a

to è portatore e il contesto in cui opera, quest'ultimo letto come un campo di possibilità a disposizione dell'animale; c) su un modello elaborativo del vissuto del soggetto, capace di trasformare la datità della

situazione in un campo semantico o di significato-per-sé del contesto e quindi in problema, ove il comportamento non diviene altro che la manifestazione del lavoro sulle informazioni ricavate. L'approccio cognitivo-relazionale supera pertanto sia la visione solipsistica o di causalità interna della spiegazione pulsionale, sia la lettura stimolativa o di causalità esterna dell'esplicazione behaviorista, in un'ottica dialogico-emergenziale e soprattutto imprevedibile e attiva dell'espressione animale. L'approccio cognitivo-relazionale considera l'espressione animale come un essere-nel-mondo, contribuendo cioè in modo attivo all'emergenza del proprio qui e ora, rigettando la lettura: a) dell'essere esposti al mondo, propria della cornice behaviorista, che mettendo al primo posto l'elemento stimolativo esterno, al più corretto da variabili interne intervenienti, trasforma l'animale in un'entità passiva; b) dell'essere pulsionali sul mondo, propria dell'etologia classica, che di fatto trasforma l'animale in un consumatore enucleato da ►

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un mondo che funge per lui solo in qualità di target verso cui sfogare le proprie energie istintive. L'approccio cognitivo è dialogico in quanto considera il soggetto - nel suo esprimersi attraverso il comportamento e nel suo evolvere attraverso l'apprendimento - un'entità che esiste in quanto in dialogo, in quanto cioè capace di coniugare l'informazione accumulata (in filogenesi e in ontogenesi) con il contesto presente per far emergere un significato. Il qui e ora del soggetto si fa, nel senso di sopravvenire in modo singolare nell'istante stesso in cui l'animale incontra il suo presente, e non può essere spiegato facendo riferimento a complessi causali interni o esterni - intesi come oppositivi ed esaustivi - pena il ricadere all'interno di un paradigma esplicativo meccanicistico, negazione stessa del concetto di soggettività. La soggettività sta in quel poter essere in un qui e ora, nel possedere un tempo che non è semplice dissipazione termodinamica, nel poter accumulare informazione da rinegoziare per costruire nuovi significati: quel ‘essere-creatore-di-mondo’ che per Heidegger caratterizza l'umano è in realtà lo stato che specifica l'animale e lo differenzia da altre strutture dissipative. Se il qui e ora è proprio dell'animale in quanto ‘dialogante’, è conseguente lo slittamento concettuale che l'approccio cognitivo-relazionale fa della percezione, rigettando l'oggettività del mondo quale entità stimolativa, propria dell'esplicazione behaviorista, e la schematizzazione del mondo quale entità fruibile, propria dell'esplicazione psicoenergetica. Secondo l'approccio cognitivo-relazionale per confrontarsi in modo dialogico con la realtà esterna non basta l'accesso sensoriale, ma si rende indispensabile: 1) la costruzione di una specifica interfaccia organizzativa dell'accessibile, al fine di rendere l'informazione ac-

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cumulata un complesso di istanze che si propongono e si dispongono nel dialogo; 2) avere la proprietà di modificare la propria soglia di interfaccia sulla base delle risultanze che si rendono disponibili o emergenti nel dialogo stesso, come una pianta si dà alla luce. Per quanto concerne il punto 1, l'approccio cognitivo-relazionale trasforma la percezione in un processo carico di soggettività, ben lontano dalla lettura espositiva del behaviorismo o elicitativa della psicoenergetica. Per costruire un qui e ora: occorre individuare i fenomeni importanti rispetto al rumore-difondo, essere in grado di attivarsi ed essere coinvolti nella situazione a seconda della rilevanza, sapersi

soggetto costruisce il suo ‘qui e ora’ non solo dà una declinazione specifica alle proprie istanze, facendo emergere nuovi significati all'informazione accumulata, ma trasforma, seppur parzialmente, la propria identità: ogni output espressivo è in sé un input identitario. L'informazione posseduta dal soggetto in un particolare momento - retaggio dei diversi processi di accumulazione genetici, epigenetici e ontogenetici - va pertanto considerata quale organizzazione evolutiva che si dà al mondo attraverso l'espressione e grazie a questa costruisce nuove forme dell'identità. L'identità è pertanto un frutto ibrido (relazionale) inspiegabile se seguiamo le due metafore con-

«L'approccio cognitivo-relazionale è mentalistico nel senso di ritenere il comportamento una manifestazione dello stato mentale del soggetto, ove per mente si intende un ‘sistema evolutivo’ capace di costruire più livelli di dialogo» orientare su precise referenze, connettere gli eventi attraverso schemi spaziali e temporali. L'interfaccia si avvale dell'accesso sensoriale ma ricorda più un ‘porre domande al mondo’ rispetto al semplice ‘essere esposti agli stimoli del mondo’. Nella lettura cognitiva-relazionale l'orizzonte fenomenico della realtà esterna è perciò già il frutto di una cornice elaborativo-dialogica che ne fa un panorama soggettivo dell'essere-nel-mondo e non già un'oggettiva costellazione di stimoli accessibili agli organi sensoriali. Per quanto concerne il punto 2, secondo l'approccio cognitivorelazionale è indispensabile uscire dalla dicotomia ‘comportamento vs apprendimento’ per rimarcare il significato evolutivo dell'evento dialogico. Nel momento in cui il

trapposte del foglio bianco su cui scrivere o della pergamena da svolgere. L'approccio cognitivo-relazionale è mentalistico nel senso di ritenere il comportamento una manifestazione dello stato mentale del soggetto, ove per mente si intende un ‘sistema evolutivo’ capace di costruire più livelli di dialogo: a) tra le diverse risorse del sistema, b) tra il vissuto del soggetto e il contesto esterno, c) tra le esperienze di retaggio e la proiezione nel futuro, d) tra il qui e ora del soggetto e la sua identità complessiva. L'approccio sistemico rigetta la pretesa di un'esplicazione analitica del comportamento, per esempio l'autonomia di un'associazione ‘stimolorisposta’ propria del behaviorismo o di un meccanismo pulsionale


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propria della psicoenergetica. Lo stato mentale nel qui e ora come l'identità complessiva sono sempre e solo valutabili attraverso un'interpretazione sistemica: 1) ogni espressione del soggetto determina un ‘differenziale evolutivo’ ovvero rende meno probabile un'altra espressione; 2) i comportamenti manifestano un ‘canone morale’, si presentano come dei complessi con un certo ordine interno e strutturazione gerarchica dei piani (strategie e tattiche) e non una sommatoria di atti molecolari; 3) le trasformazioni

sono sempre ‘glocal’ ovvero ogni modificazione locale dell'identità determina una ridefinizione dell'assetto globale del sistema; 4) le diverse risorse identitarie del sistema presentano dei ‘livelli gerarchici di organizzazione’, per cui ogni modificazione del sistema avviene attraverso pacchetti di cambiamento ed effetti quantici di manifestazione della metamorfosi identitaria. Parlare di mente significa considerare le risorse del sistema - nelle sue diverse componenti disposizionali (emozioni e rappresentazioni) e rappresentazionali (appraisal e

coping) - non esaustive per l'esplicazione del sistema. Un sistema si caratterizza non solo per le componenti che possiede, ma altresì per l'informazione organizzativa che introietta: come una torta non è fatta solo degli ingredienti ma anche della ricetta. Inoltre in un sistema le componenti assumono un certo valore nel ‘modo di connessione’, attraverso effetti di sinergia/ vincolo e di emergenza, pertanto non è possibile esplicare il sistema enucleando la componente dalle sue connessioni. Le spiegazioni tradizionali, ossia non sistemiche, trasformano l'animale in un burattino mosso da dei fili - condizionamenti per il behaviorismo, istinti per la psicoenergetica - ove si pretende di spiegare il fenomeno descrivendo il filo. Nell'approccio cognitivorelazionale ci si riferisce al termine ‘mente’ non limitandosi alla funzione esplicitativa - nei diversi gradi d'intenzionalità - ma sottolineando lo stato complessivo di ‘soggettività’, che non abdica dal suo stato di ‘non riducibile a oggetto’ quando implicita il suo essere-nelmondo. Se le componenti in sé non possono sussumere l'espressione comportamentale, è conseguente il loro ruolo di risorse del sistema a disposizione di una soggettività sempre presente e agente nel soggetto, anche quando vive il suo qui e ora in modo inconscio. D'altro canto è proprio da questo immerso dell'iceberg cognitivo che possono emergere e parimenti si rendono inevitabili emergenze le funzioni intenzionali. Il focus dell'approccio cognitivo-relazionale non è perciò la coscienza, bensì il carattere di soggettività dell'animale, soprattutto nel suo essere costantemente un costruttore di un qui e ora implicito. E tuttavia proprio questo focus

rende la coscienza, ovvero la facoltà di esplicitare lo stato mentale, una funzione imprescindibile. Se ammettiamo una consapevolezza dello stato mutevole che il soggetto vive nel qui e ora - quale esplicitazione sia delle funzioni sensitive (senzienza) che di quelle riflessive - è inevitabile ricorrere a una consapevolezza del sé persistente ossia all'autocoscienza. Non è possibile infatti essere coscienti di qualcosa che muta se parallelamente non si ha coscienza di ciò che persiste. Per tale motivo, dal mio punto di vista, il problema della coscienza del sé non si pone - non è materia del contendere e la cui dimostrazione porta a curiosi paradossi antropocentrici, come la prova del riconoscimento allo specchio. Se assumiamo uno stato di soggettività nel costruire un qui e ora, che implica un lavoro complesso di posizionalità nel momento e di elaborazione delle informazioni - raggiungibile solo in modo implicito - è giocoforza che il soggetto focalizzi su alcune dimensioni di stato mutevoli e persistenti. L'approccio cognitivo-relazionale interpreta in senso informativo ed elaborativo la funzione della mente, considerando il comportamento come espressione dello stato dialogico del soggetto nel qui e ora. Per comprendere tale aspetto occorre distinguere il mero dato, acquisito dal soggetto durante la percezione, dall'informazione vera e propria, ossia dal contenuto di significato di cui necessita l'animale. Secondo la lettura elaborativa il solo possedere un organo di senso, ossia una finestra sul mondo capace di acquisire dati, implica il bisogno di un ‘processore interno’, vale a dire di una funzione capace di lavorare sui dati per estrarne il contenuto di informazione. Quando parliamo di processazione intendiamo una serie di attività di riorganizzazione del dato, per esempio la comparazione o la correlazione, in grado di ►

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dire qualcosa di nuovo - in questo senso di essere informativo - per il soggetto. Se è vero che il fenomeno non è del mondo ma dell'interfaccia soggetto-mondo, a maggior ragione il fenomeno non è in sé latore di una semantica ma per essere trasformato in informazione richiede di essere valutato secondo la metrica emozionale e rappresentazionale: è indispensabile interpretare gli eventi sulla base dei contenuti di rischio e opportunità e sulle diverse tipologie di tali contenuti, essere capaci di anticipare gli eventi rilevanti per poter rispondere con maggiore prontezza, trovare la risposta giusta rispetto ai contenuti di problematicità della situazione. Il soggetto ha bisogno di informazioni e non di dati per poter connettersi al mondo, per questo diciamo che l'interfaccia offre nel suo complesso significati, disegnando un campo espressivo a disposizione delle istanze di cui il soggetto è portatore nella semplificazione del dualismo

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rischio-opportunità. L'impostazione elaborativa conduce a consistenti slittamenti esplicativi rispetto alla cornice tradizionale o non-mentalistica. Partiamo dall'etimologia del termine ‘cognitivo’ che indica l'attività del conoscere e ha come struttura di base il concetto di ‘conoscenza’, visualizzato come ‘schema di elaborazione dei dati’ o ‘struttura di rappresentazione del fenomeno’. Il concetto di conoscenza si discosta notevolmente da quello di: a) ‘condizionamento’ o associazione appresa e b) ‘istinto’ o associazione innata, della tradizione non-mentalistica; lo fa nel rigettare il meccanicismo o di causalità lineare e imperativa che in ‘a’ trascina la risposta allorché produco lo stimolo e in ‘b’ determina la consumazione nel chiasmo tra pulsione e segnale-chiave. Nell'impostazione non-mentalistica esiste cioè un rapporto di 1:1 tra la struttura (il ciò che è dell'associazione) e la funzione (il ciò che fa dell'associazione), questo porta la funzione a

Figura 8.1 - In alto cani robot.

Le spiegazioni tradizionali, ossia non sistemiche, trasformano l'animale in un burattino mosso da dei fili - condizionamenti per il behaviorismo, istinti per la psicoenergetica - ove si pretende di spiegare il fenomeno descrivendo il filo. Nell'approcciocognitivo-relazionale ci si riferisce al termine ‘mente’ senza limitarsi solo alla funzione esplicitativa, ma sottolineando lo stato complessivo di ‘soggettività’ ‘non riducibile a oggetto’ quando implicita il suo esserenel-mondo.

collassare nella struttura, nel senso che la struttura implica la funzione e in ciò manifesta una sua autonomia esplicativa, rendendo superflua la funzione di soggettività. La conoscenza, al contrario, ricorda la mappa di una città, ove il rapporto tra la struttura rappresentazionale (la mappa in sé) e la funzione rappresentazionale (l'itinerario realizzato attraverso la mappa) presenta un rapporto di 1:∞ rendendo indispensabile la soggettività. L'approccio elaborativo considera


l'animale un'entità solutiva, prendendo le distanze dal modello di macchina reattiva, proprio del behaviorismo, e di macchina psicoenergetica, proprio dell'etologia classica. La mente diventa così la funzione deputata a confrontarsi con gli scacchi che il qui e ora del soggetto fa emergere nel suo essere presente. La mente è cioè una funzione adattativa che apporta una fitness all'individuo nel renderlo capace di affrontare le situazioni problema che inevitabilmente il suo essere presente attraverso un qui e ora soggettivo gli pone. Volendo schematizzare molto, potremmo dire che il comportamento dell'individuo viene valutato, nei suoi parametri di efficacia ed efficienza, nel rapporto tra: 1) l'essere in una condizione di scacco, che pone al soggetto un quesito e l'urgenza di un intervento al fine di risolvere il contenuto problema; 2) la conseguenza dell'intervento ovvero come si è modificato lo stato del soggetto, il suo qui e ora, a seguito dell'operazione messa in atto di detto comportamento. Rispetto al carattere di problematicità possiamo formulare due ipotesi di fondo: 1) che sia il contesto in sé a definirsi oggettivamente problematico e quindi a sollecitare delle risposte da parte dell'individuo e che quest'ultimo metta a punto delle reazioni casuali le cui conseguenze retroagiscono sull'individuo correggendo la sua rotta (modello cibernetico basato sui feedback); 2) che siano gli obietti-

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vi dell'individuo a definire il qui e ora come problematico sulla base di una valutazione dello scacco e che l'individuo a sua volta lo affronti attraverso ricette solutive riferite allo spazio del problema fino a giungere alla soluzione specifica che consente di raggiungere l'obiettivo (modello informatico basato sugli schemi elaborativi). Il modello cibernetico caratterizza l'approccio non-mentalistico che, volendo evitare qualunque riferimento a ‘costrutti mentali’, non può fare appello a concetti come obiettivo e aspettativa - se non nei termini di target visibile e quindi sussumibile nella categoria degli stimoli - né tanto meno a funzioni cognitive quali la valutazione dei requisiti del problema e la consultazione di ricette solutive. Secondo questo modello, che considera a) il contesto come oggettivamente problematico, ovvero come entità di per sé stimolativa, e b) la risposta come formulata in modo altrettanto oggettivo-casuale, l'espressione viene indirizzata da continui riposizionamenti consequenziali o di approssimazione, mercè l'azione rinforzante delle conseguenze edoniche. Il modello informatico caratterizza l'approccio cognitivo che, viceversa, ritiene il comportamento non una risposta a una sollecitazione stimolativa ma una proposta solutiva che si struttura secondo precise coordinate: a) il soggetto è mosso da obiettivi che rispondono a precise disposizioni (motivazioni) e

«Il focus dell'approccio cognitivo-relazionale non è perciò la coscienza, bensì il carattere di soggettività dell'animale, soprattutto nel suo essere costantemente un costruttore di un qui e ora implicito. E tuttavia proprio questo focus rende la coscienza, ovvero la facoltà di esplicitare lo stato mentale, una funzione imprescindibile.»

a rappresentazioni di target; b) lo spazio del problema e il suo livello di difficoltà non è mai oggettivo ma è sempre riferibile alle condizioni vissute dal soggetto nel suo qui e ora (emozioni e arousal) e al patrimonio di ricette solutive possedute; c) per scegliere le possibili soluzioni più appropriate il soggetto deve fare una valutazione dei requisiti strutturali dello scacco, deve cioè capire il problema; d) le proposte solutive non sono mai casuali ma riferite al problema e frutto di ricette già sperimentate (euristiche) o di assemblaggi emergenziali di risorse solutive (insight) che il soggetto recupera dall'archivio. In questo caso apprendere significa sempre prefigurare, valutare, comprendere, ricordare e nello stesso tempo l'apprendimento porta alla costruzione non di automatismi ma di conoscenze. Considerare il comportamento sotto la lente solutiva significa ritenere il qui e ora del soggetto come un essere-nel-problema, ove il carattere stesso di problematicità viene slittato dal contesto, che non è più oggettivamente problematico, all'interfaccia che si viene a creare tra le istanze del soggetto e il campo di possibilità che gli vengono offerte. Lo stato di problematicità in quanto qui e ora dell'individuo è sempre soggettivo, è cioè esso stesso il risultato del protagonismo dell'animale, della sua capacità di far emergere dal fluire diacronico un tempo presente ossia una presenza. Il focus pertanto non è primariamente nell'atto solutivo quanto nell'essere-nel-problema di cui il momento solutivo rappresenta solo una fase. Al posto della triade behaviorista ‘stimolo-risposta-rinforzo’, l'esplicazione cognitiva-relazionale propone le tre fasi della costruzione del problema ossia ‘obiettivo-comprensione-soluzione’ ove: 1) per obiettivo s'intende l'emergenza nel qui e ora di un preciso orientamento o proiezione del soggetto ►

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verso uno stato futuro; 2) per comprensione s'intende il posizionamento del soggetto nel problema, attraverso le sue proprietà disposizionali e di valutazione dei requisiti strutturali del problema; 3) per soluzione s'intende la capacità dell'animale di uscire dalla condizione di scacco raggiungendo un buon livello di coerenza tra lo stato raggiunto e lo stato obiettivo. 1) L'emergenza dell'obiettivo apre e chiude l'operatività del sistema solutivo e in tal senso la proposta cognitiva - a partire dalle considerazioni di Edward Tolman (1948) e di Wolfgang Kohler (1925; 1847) per arrivare al modello TOTE di Miller, Galanter e Pribram (1983) considera l'orientamento come una discrasia tra lo stato vissuto (posizione del soggetto nel qui e ora) e l'emergenza di uno stato possibile. L'obiettivo non appartiene interamente al soggetto, ovvero non è desumibile enucleando il soggetto dal campo di possibilità, ma dall'accoppiamento delle istanze del soggetto con il campo di possibilità che il contesto/presente offre. Si tratta di un'emergenza complessa ove riconosciamo almeno tre fattori di concorrenza: a) la struttura biografica ossia le specifiche dotazioni identitarie del soggetto, che definiscono quali istanze siano effettivamente presenti in quel particolare individuo; b) lo stato funzionale del sistema ossia i livelli di evocabilità delle diverse dotazioni in un particolare momento, dipendenti da vari fattori tra cui variabili cognitive e fisiologiche come il bioritmo, la stagionalità, il metabolismo, lo stato del corpo; c) il campo di possibilità che si offre al soggetto ossia i fattori evocativi presenti nel contesto, quali elementi capaci di richiamare in maniera differenziale alcune istanze rispetto ad altre, suscitandole o rendendole possibili. 2) La seconda fase - che abbiamo chiamato ‘l'essere-nel-problema’ riguarda la comprensione, che non

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significa per il soggetto il solo perimetrare la situazione del problema e i relativi requisiti strutturali, ma un vero e proprio ‘posizionamento complessivo nel problema’ che richiama un insieme di variabili della soggettività che fanno vivere lo scacco in modo differente da individuo a individuo e dallo stesso individuo in momenti differenti. In altre parole ci riferiamo al modale specifico in cui il soggetto s'interfaccia con il problema, dipendente da: 1) la condizione biografica (riferita cioè al complesso identitario), 2) la condizione momentanea (riferita allo stato funzionale del sistema), 3) la condizione situazionale (riferita alla riconoscibilità e alla particolare intersezione col sé dello scacco). Questo modale a sua volta è definito da: a) fattori emozionali = se nello specifico si stanno vivendo emozioni di apertura o di chiusura; b) fattori motivazionali = se c'è un forte coinvolgimento e languore oppure distacco rispetto alla situazione; c) fattori di arousal = se ci si trova in uno stato di calma oppure di eccitazione; d) fattori di autoefficacia = se si ha già sperimentato il proprio successo in situazioni simile o no; e) fattori di appraisal = se si possiedono conoscenze che ci aiutano nella comprensione o meno; f) risorse di coping = se si è dotati di risorse operative rispetto alla complessità della situazione. Lo scacco è un elemento di ostacolo (ente frustrativo) rispetto a un'opportunità oppure è un elemento di fastidio (ente vessatorio) rispetto a un rischio, entrambi presentati come possibili. L'essere-nelproblema riguarda di certo anche l'esplicitazione dello scacco ossia di quella lacuna che ovviamente si deve considerare solo come metafora della discrasia. Uno scimpanzé che deve raggiungere le banane a tre metri da lui perché appese al soffitto ha un problema completamente diverso da uno scimpanzé che desidera afferrare delle banane

a tre metri da uno sbarramento che non può attraversare: nel primo caso il problema è ‘come avvicinarsi alle banane’, nel secondo caso è ‘come avvicinare le banane’. La lacuna non è pertanto una condizione spaziale e il soggetto deve poter lavorare mentalmente sul problema attraverso simulazioni, per cui non è possibile raggiungere un obiettivo o apprendere senza prima essere entrati nel problema. L'essere-nelproblema è perciò una fase valutativa che richiede di attivare alcune e non tutte le risorse che il sistema possiede perché per essere solutivi è necessario limitare il campo delle proposte solutive. 3) La terza fase della costruzione del problema è quella solutiva e anche in questo caso le differenze tra un modello informatico e uno cibernetico sono rilevanti. Un modello cibernetico si approssima alla soluzione attraverso l'arte del timoniere di correggere la rotta sulla base dei feedback ricevuti dal suo agire. Nell'impostazione behaviorista il consolidamento della rotta - che significa orientare un comportamento su un modello e renderlo sempre più probabile - è dato dal rinforzo, che può essere definito R+ se si basa sulla somministrazione di una conseguenza piacevole e R- se si basa sulla sottrazione di una conseguenza spiacevole. Proprio come un termostato, che non possiede un sistema elaborativo - cioè che non lavora sulla base di dotazioni generali di sistema (hardware) e dotazioni specifiche di processazione (software) - l'animale cibernetico del behaviorismo emette risposte casuali che vengono poi corrette dal meccanismo retroattivo. è evidente l'anacronismo di questo modello esplicativo che, di fatto, considera più primitivo e semplice il sistema neurobiologico di un mammifero rispetto a un comune smartphone. Secondo l'approccio cognitivo-relazionale, che pur non ritenendo isomorfi il


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computer e il sistema neurobiologico (a differenza del cognitivismo) ritiene il modello informatico un buon piano esplicativo per spiegare il comportamento animale, è assurdo pensare che l'animale affronti i problemi emettendo risposte casuali che vengono corrette retroattivamente. Non si mette in discussione l'affermazione tautologica che "per raggiungere il piacere l'animale si orienti verso il piacere", ma il modello teorico con cui si pretende di spiegare la capacità dell'animale di rimuovere gli ostacoli e colmare le lacune che frustrano i suoi orientamenti e parallelamente evitare ciò che produce vessazione. In altre parole che: a) sia l'ambiente a orientare il soggetto attraverso gli stimoli come nella meccanica newtoniana; b) che non occorra alcun tipo di valutazione del problema o di introiezione dello stesso da parte del sog-

getto; c) che si possa risolvere un problema attraverso tentativi casuali e correzioni di rotta. In particolare l'approccio cognitivo-relazionale emenda il punto "c" - i precedenti punti erano già stati emendati con i concetti di obiettivo e comprensione - sottolineando che anche allorché si è voluto costruire una macchina informatica solutiva (per esempio il software Deep Blue) si è dovuto escogitare un sistema di limitazione dell'esplosione combinatoria propria della casualità. I sistemi solutivi non funzionano per tentativi casuali ma attraverso ‘ricette solutive’, definite anche col termine di ‘euristiche’. Le euristiche sono attribuibili a specifiche ‘categorie di problemi’, da cui l'importanza della fase precedente di valutazione del problema proprio per aprire la cartella di euristiche più appropriate alla specificità del-

lo scacco. Le euristiche sono ricette solutive già sperimentate, frutto del processo piagettiano di assimilazione-accomodamento di risorse innate, che consentono di perimetrare il range di ricerca solutiva. Il soggetto non deve far altro che applicarle (assimilazione) e riadattarle (accomodamento) nella progressione solutiva TOTE-simile, al fine di costruire un nuovo schema solutivo. Processo che si realizza attraverso approssimazioni successive, in un modo che ricorda lo shaping della tradizione behaviorista ma con i correttivi sopraesposti. L'alternativa esplicativa offerta dall'approccio cognitivo consente tuttavia di spiegare un altro fenomeno, definito come insight, ossia l'espressione solutiva che si manifesta non attraverso sequenze di approssimazioni. In questo caso parliamo di una simulazione applicati- ►

Figura 8.2 - L'approccio cogni-

tivo-relazionale interpreta in senso informativo ed elaborativo la funzione della mente, considerando il comportamento come espressione dello stato dialogico del soggetto nel qui e ora. Per comprendere tale aspetto occorre distinguere il mero dato, acquisito dal soggetto durante la percezione, dall'informazione vera e propria, ossia dal contenuto di significato di cui necessita l'animale.

Mero dato acquisito con la percezione Informazione vera e propria: contenuto di significato di cui necessita l'animale

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va - il soggetto prova le euristiche mentalmente - e non solo le riadatta ma può dar luogo a un lavoro di bricolage delle euristiche, costruendo ricette solutive emergenziali. Come si vede l'approccio cognitivorelazionale non intende decrittare i pensieri dell'animale o affidare all'intenzionalità tutte le espressioni della soggettività, bensì vuole offrire un modello alternativo di ordine sistemico-elaborativo per spiegare il comportamento dell'animale: l'unica realtà fenomenica obiettivamente constatabile. Il modello sistemico-elaborativo consente di risolvere alcune delle incongruenze dei modelli cibernetici e di sussumere sia il comportamento innato che quello appreso - oggi trattati da due paradigmi esplicativi differenti e tra loro incoerenti - nonché quelle categorie di espressioni dell'animale che non possono in alcun modo essere spiegate né attraverso l'associazionismo del behaviorismo né attraverso la psicoenergetica dell'etologia classica. Il problema della sussunzione è da un punto di vista epistemologico di primaria importanza perché è un insulto sia al rasoio di Occam che al canone di parsimonia di Morgan il mantenere tre paradigmi esplicativi - quali

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ancor oggi si possono constatare in qualunque manuale sul comportamento animale - per spiegare lo stesso fenomeno: l'espressività dell'essere animale. Secondo l'approccio cognitivo-relazionale apprendere non significa ‘costruire da zero’ delle espressioni attraverso la grammatica associativa - teoria della tabula rasa - ma lavorare sulle risorse pregresse, ossia già presenti nel sistema, attraverso riadattamenti e riassemblaggi; questo consente di dare una connotazione evolutiva a qualunque processo di apprendimento e di costruire un'unica dimensione tra risorse filogenetiche e risorse ontogenetiche ove: a) un innato complesso ‘consente’ un apprendimento altrettanto articolato, perché ne rappresenta la base evolutiva; b) un innato complesso ‘richiede’ un apprendimento altrettanto complesso perché bisognoso di una specificazione organizzativa esterna. Questo ci porta a leggere il rapporto innato-appreso non più in termini di complementazione giustappositiva, ossia di proporzionalità inversa, ma di dimensionamento evolutivo, ossia di proporzionalità diretta. E in effetti sono proprio gli animali dall'etogramma più complesso quelli che hanno più apertura alla flessibilità esperienziale (il

consentire l'apprendimento) e parimenti sono proprio questi che per costruire pienamente la loro identità specie-specifica hanno bisogno di un apprendistato parentale e sociale (il richiedere l'apprendimento). L'ultimo aspetto da prendere in considerazione è il concetto di ‘intelligenza’, troppo spesso analizzato come funzione generalista, da valutare non secondo il modello darwiniano della specializzazione ma secondo la visione anacronistica della scala naturae: con il risultato di costruire una falsa gerarchia dell'intelligenza delle diverse specie con l'essere umano all'apice di questa piramide. è chiaramente un antropocentrismo epistemologico che ci porta a ritenere gli animali più intelligenti quelli che più assomigliano o sono vicini filogeneticamente all'essere umano. Come ho già avuto modo di sottolineare in altri saggi (2008; 2011; 2013), l'intelligenza non è altro che una delle varie funzioni adattative a disposizione della specie e dell'individuo per affrontare gli scacchi che un contesto e uno stile di vita pone alla soggettività. Se non ci chiediamo quale sia l'animale più sensoriale o più

Il concetto di intelligenza "tradizionale"

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'intelligenza è un concetto decisamente complesso e non sempre univoco. Su un piano puramente lessicale è definibile come quel “complesso di facoltà psichiche e mentali che consentono di pensare, comprendere o spiegare i fatti o le azioni, elaborare modelli astratti della realtà, intendere e farsi intendere dagli altri, giudicare, e adattarsi all’ambiente.” (voce Enc. Treccani). La psicologia, d'altra parte, ha insistito anche sul fatto che comportamenti intelligenti siano in particolare

quelli che riguardano in particolare l'adattamento. A sottolineare come l'I. non sia concetto univoco, lo psicologo americano Howard Gardner ha individuato “tipi” di intelligenza differenti che possono riscontrarsi, insieme o separatamente, nella personalità di un individuo e che riguardano particolari ambiti della vita intellettiva. Tra le varie tipologie di intelligenza, Gardner ad esempio ipotizza una I. linguisticoverbale, una I. visuo-spaziale e così via.

Va inoltre precisato che i rapporti esistenti tra I. ed espressioni emotive-affettive non è più concepito come antitetico, ma come essenziale e funzionale in tutti i processi della vita psichica. (box a cura della redazione)


endocrino, quello più locomotorio o gastroenterico, allo stesso modo non ha senso domandarsi quale sia l'animale più intelligente. L'intelligenza è specie specifica perché differenti sono gli scacchi che deve affrontare un animale che vive in un branco rispetto a uno solitario, un predatore rispetto a un raccoglitore, un animale arboricolo rispetto a uno che vive in una savana o nel fondo di un oceano, un nidifugo da un nidicolo e via dicendo. Esiste perciò una pluralità cognitiva e l'uomo non può fungere né da unità di misura delle altre intelligenze né quale vertice con cui le altre intelligenze si devono confrontare per avere l'ammissibilità al club dei cognitivi. Purtroppo spesso sono proprio gli autori che cercano di smontare l'idea non-mentalistica dei paradigmi esplicativi tradizionali a cadere nella trappola antropocentrica, cercando di dimostrare che anche gli animali sono capaci di certe performatività tipiche dell'essere umano (Corbey 2005; De Wall 2001; 2005). Ogni specie è misura adattativa della propria cognitività poiché la funzione intellettiva di cui è portatrice è stata forgiata dalla selezione naturale sulla base della capacità di affrontare scacchi specie specifici. D'altro canto è necessario fare un’ulteriore specifica: l'intelligenza specie specifica non è assimilabile al vecchio concetto dell'istinto quantunque ne possa essere consi-

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derata l'evoluzione cognitiva. Mentre l'istinto viene spiegato dall'approccio dell'etologia classica come un vero e proprio meccanismo, da cui il modello psico-idraulico lorenziano - ossia un automatismo innato che: a) si presenta già configurato in un coreogramma; b) è mosso in modo solipsistico da una base pulsionale; c) considera il contesto nel suo fungere in modo gestaltico da chiave elicitativa - l'intelligenza specie specifica prevede, seppur nelle peculiarità di ‘modo cognitivo di affrontare i problemi’, quelle fasi sistemico-elaborative previste nel processo di interfaccia, di espressione e di apprendimento considerate. Per concludere è evidente che l'approccio cognitivo-relazionale propone uno slittamento interpretativo che si propone di spiegare le basi del comportamento, superando le cornici esplicative tradizionali e partendo dalle espressioni più semplici, come la percezione del mondo e l'apprendimento, e non pretendendo di giustapporre l'approccio mentalistico ai paradigmi vigenti, chiamandolo in causa solo per quei comportamenti ‘apparentemente o antropocentricamente complessi’. La mente non abdica mai e l'incongruenza esplicativa dei paradigmi tradizionali manifesta un'insufficienza teorica che si estende a tutte le espressioni comportamentali: l'inspiegato è cioè una messa in mora e in certi casi

Indicazioni bibliografiche CORBEY, R. (2005), The Metaphysics of Apes. Negotiating the Animal-Human Boundary, Cambridge University Press, New York. DE WALL, F. (2001), The Ape and the Sushi Master, Basic Books, New York. - (2005), Our Inner Ape, Penguin Books, London. KÖHLER, W. (1925), The Mentality of Apes, Routledge & Kegan Paul, London. - (1947), Gestalt Psychology, Liveright Publishing Corporations, New York. MARCHESINI, R. (2008), Intelligenze plurime. Manuale di scienze cognitive animali, Perdisa, Bologna. - (2011), Modelli cognitivi e comportamento animale. Coordinate di interpretazione e protocolli applicativi, Eva, Isernia. - (2013), ‘A Re-examination of Epistemological Paradigms Describing Animal Behaviour in 8 Points,’ in Relations. Beyond Anthropocentrism, LED,

una vera e propria falsificazione della teoria. La persistenza di questi paradigmi è giustificabile solo sotto il profilo antropocentrico, ovvero per via della loro utilità a mantenere un limes invalicabile tra l'essere umano e le altre specie.♦

Roberto Marchesini (Bologna, 1959). Dopo aver conseguito la Laurea in Medicina Veterinaria presso l'Alma Mater Studiorum, ha svolto importanti incarichi come consulente in progetti di tutela dei diritti animali e di Animal Welfare presso numerosi enti pubblici e privati italiani. Docente universitario dai primi anni Duemila, ha tenuto corsi di zooantropologia, di animal welfare e di etologia cognitiva in numerosi atenei italiani. Ha inoltre tenuto interventi e conferenze in varie università straniere e presso istituti di ricerca (Cile, Brasile, Spagna, Olanda, Francia, etc.) esportando fuori dai confini nazionali il proprio approccio disciplinare. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche, tra i suoi scritti in campo etologico ricordiamo: Intelligenze plurime (Perdisa, 2008) e Modelli cognitivi e comportamento animale (2011 Eva edizioni). E' inoltre direttore della Scuola di Interazione UomoAnimale (SIUA – www,siua.it).

Milan, (in corso di pubblicazione). MILLER, P.H. (1983), Theories of Developmental Psychology, W.H. Freeman & Co, New York. TOLMAN, E.C. (1948), ‘Cognitive maps in Rats and Men,’ in Psychological Review, 55, pp. 189-208.

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concorso sno-anemos

Regolamento concorso per tesi di laurea, specializzazione e dottorato in neuroscienze

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a Società di Neuroscienze Ospedaliere (SNO) e la Libera Università di Neuroscienze Anemos (Anemos) bandiscono un concorso per la selezione di tesi inerenti le neuroscienze e le discipline affini. 1. Gli elaborati possono essere tesi di laurea, di specializzazione, di dottorato o di master specialistici. 2. Gli estensori possono essere di nazionalità italiana o straniera ed i testi possono essere redatti in lingua italiana o inglese. 3. Non vi sono limiti di estensione di testo, di tabelle, di immagini, di schemi o di disegni. 4. La bibliografia deve essere inserita e redatta secondo quanto stabilito dalle norme editoriali di “Progress in Neuroscience” (www. progressneuroscience.com), pena l’esclusione dal concorso. 5. Gli elaborati devono essere inviati in formato PDF a: - redazione@bollettinosno.it e - ruini@anemoscns.it Inoltre, una copia cartacea deve essere inviata alla “Biblioteca del Centro di Neuroscienze Anemos” (via M. Ruini 6, 42100 Reggio Emilia). Tutte le tesi inviate saranno liberamente disponibili per essere consultate dagli studiosi presso la Biblioteca stessa. 6. L’invio della tesi deve essere accompagnato da una liberatoria

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da parte del tutor e della direzione dell’Istituto di appartenenza. Inoltre, vanno inviati i dati personali dell’estensore (nominativo, data di nascita, indirizzo per la corrispondenza, e-mail, cellulare, Istituto di riferimento, nome del tutor) e la dichiarazione che l’elaborato è originale e non è ancora stato integralmente pubblicato né a stampa né in formato elettronico. 7. Le tesi devono essere state presentate e discusse nell’arco degli anni 2011-2012. 8. Le tesi saranno valutate da una Commissione selezionatrice composta da 3 membri delegati da SNO (più il Presidente di SNO) e 3 membri delegati da Anemos (più il Direttore di Anemos). 9. La Commissione può premiare al massimo 3 tesi ed il premio consiste nella pubblicazione a stampa delle tesi stesse in una collana dedicata dotata di codice internazionale ISBN. All’autore sarà fornito anche un congruo numero di volumi stampati per uso personale. 10. Se nessuno degli elaborati presentati sarà ritenuto degno di pubblicazione il Concorso si chiuderà senza la selezione di un vincitore. Dell’esito della competizione verrà data comunicazione sugli organi d’informazione di SNO e di Anemos. 11. I vincitori vengono premiati con la pubblicazione dell’elaborato, ma non acquisiscono eventuali diritti

d’autore inerenti la pubblicazione stessa. 11. I vincitori si impegnano a fornire direttamente all’Editore il testo ed il materiale iconografico allegato secondo le modalità stabilite dalle norme editoriali di “Progress in Neuroscience” (www. progressneuroscience.com). Se il materiale presentato non rientra in queste modalità, decadrà l’impegno di pubblicazione da parte di SNO ed Anemos. 12. È data facoltà all’estensore della tesi, nel momento dell’eventuale selezione per la stampa, di segnalare e richiedere l’inserimento di coautori del suo gruppo di ricerca. Quanto riferito in merito ad obblighi e restrizioni al primo autore si estende anche sugli eventuali coautori. 13. I volumi saranno presentati ufficialmente in occasione del prossimo Congresso Nazionale SNO, che si terrà a Firenze nel maggio del 2013. I vincitori saranno ospiti del Congresso, ma dovranno predisporre una comunicazione, inerente il loro elaborato, di circa 30 minuti, da esporre ai convenuti. 14. Per ogni dubbio o controversia è competente, in modo insindacabile, il Consiglio Direttivo SNO. ■


Poesie, nuove proposte Dell’istituzione Se trascendi allora esci fuori e rischi rimanere senza potere l’orso che pesca le tasse non paga intanto che sbava e dà al salmone la caccia remando possente contro corrente e se multa arriverà insieme alla carne cruda forse l’ingoierà e anche io seppure la scaldo a fuoco lento ho bruciate le inevitabili pene che un solerte im-piegato ha spedite a piagare di noi le misere vite.

O la borsa o la vita Perché qui dimora il tarlo Si va avanti ad abbatter barriere senza vedere i letti dei fiumi e l’acque melmose si prendono vite tacite, a decine, a migliaia Si libera il mondo con le bombe che sarà tutto futuro da costruire per chi potrà portare il costo dello sfacelo in filigrana posto. [...]

Proiettarsi all’indietro Proiettarsi all’indietro vedere alle spalle, ruzzolare a valle e vedere ciò che non è o meglio, non può essere senza l’alito del pensiero o un improbabile intervento divino, senza la voglia di capire o la necessità di creare. [...]

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(Golfo di , accademico Karl Enrst von Baer ritrovato ed esploratore che ha nato il labirinto e ne ha diseg vediamo la come così a form la riportata, nell’illustrazione sopra La ne birin incli scrive : “L’uomo è così ndeg to forma ia dellatosua a lasciare una tracc sulldo’i gianti, sc to da pie quan e colar sola parti tre in oper esistenza, (G può non olfo d disabita to nel 1 se si ritrova da solo, che 83 ta i almenoKarl En Finland di Wier 8 scrivere sulle roccie ia r st ). ed -es stato qui plora von Baer traccia il suo - Sono to il , r a a, la e rocci cc di birin che h adem con frammenti ico ssore succela form to e ne h a ritrov senza curarsi se il suo ato a così ad nell’ sia stato com isegna illu potrà indovinare chi scriv strazio e la ved to e”. ne e ia il costruttor a lasc : “L’uom sopra r mo ip o ia esiste re una è così in ortata, ed stone cl tr n “On labyrinth-shap h”rit za, in p accia d ine si Nort ian Russ the in ella arti ro layouts , 1842sc. riv va da so colare q sua Karl Ernst von Baer er lo uand tracc e sulle r , che se o no occ ia con fr il suo - ie almen n può S a o senza mmenti ono stato d q cu Euro i u r r i occia arsi - OS potrà ANEM 8,00 se , il cost indovina il suo su cc re ch rutto i sia essore re”. Euro 8,00 stato ANEM “On OS la layou byrinth -s ts Karl in the R haped st one Ernst ussia n von Baer North” , 184 Euro 2. 8,00

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Gli Editori

L'Associazione Anemos

Presidente: dr. Marco Ruini

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’Associazione culturale e di volontariato Anemos, fondata nel marzo 2009, nasce per coordinare e ampliare le attività di volontariato sociale di un gruppo di amici di Novellara (RE), nonchè le attività culturali del Centro di Neuroscienze Anemos, l’attività editoriale scientifica in collaborazione con la casa editrice New Magazine Edizioni e con la casa editrice La Clessidra. Tra i vari campi d’attività accennati: ♦ Libera Università di Neuroscienze Anemos: organizza convegni, seminari e corsi multidisciplinari sul tema delle neuroscienze in collaborazione con La Clessidra Editrice (vedi testo sotto). Pubblicazione della rivista «Neuroscienze Anemos» ♦ “Libri Anemos”. Attività editoriale con la Casa Editrice New Magazine con una collana di Neuroscienze e una collana di Narrativa e Poesia ♦ Biblioteca di Neuroscienze Anemos ♦ Promozione e valorizzazione di giovani artisti ♦ Programmi di volontariato sociale nei paesi in via di sviluppo e in Italia

www.associazioneanemos.org

La Clessidra Editrice Direzione editoriale: Davide Donadio Tommy Manfredini

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ell’autunno del 2010 è nato il progetto «Neuroscienze Anemos», trimestrale di neuroscienze, scienze cognitive, psicologia clinica e filosofia della mente. Il periodico di divulgazione scientifica, distribuito gratuitamente nelle biblioteche pubbliche della provincia di Reggio Emilia e Mantova e in altri circuiti distributivi, si sviluppa in stretta correlazione con La Clessidra Editrice, giovane casa editrice Reggiana (con sede a Reggiolo, RE) nata in un contesto di associazionismo culturale nel 2004 e costituitasi come casa editrice nel 2006. ditrice La Clessidra è specializzata in editoria periodica locale e settoriale. La giovane casa editrice raduna intorno a sé un attivo gruppo di intellettuali, collaboratori abituali e occasionali, che agiscono oltre la sfera dell'editoria. otto questo aspetto, le attività promosse dall'editore contribuiscono ad alimentare il dibattito sulla contemporaneità, non solo presentando e divulgando la propria attività e quella di altri operatori culturali, ma anche promuovendo convegni e seminari (riguardanti l'ambito scientifico e le scienze umane) , divulgando l'attività di artisti, scrittori, studiosi di varie discipline.

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Le Clessidra Editrice. Redazione editrice e della rivista: via XXV aprile, 33 - 42046 Reggiolo (RE) tel. 0522 210183


"Neuroscienze Anemos" ott dic 2013 Anno III n. 11