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Consiglio di Stato 2019: “il

Capo della Polizia ha disposto la destituzione dal servizio dell’appellante, assistente della Polizia di Stato.” Pubblicato il 25/02/2019

N. 01302/2019REG.PROV.COLL. N. 07859/2018 REG.RIC.

R E P U B B L I C A

I T A L I A N A

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)

ha pronunciato la presente SENTENZA

Sull’appello n. 7859 del 2018, proposto dal signor -OMISSIS-, rappresentato e difeso dall'avvocato xx contro Il Ministero dell'Interno, in persona del Ministro pro tempore, non costituito in giudizio;  per la riforma della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio, Sede di Roma, Sezione Prima, n. 1542/2018; Visti il ricorso in appello e i relativi allegati; Visti tutti gli atti della causa; Relatore nell'udienza pubblica del giorno 21 febbraio 2019 il pres. Luigi Maruotti e udito l’avvocato xx


Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue. FATTO e DIRITTO 1. Col provvedimento di data 6 novembre 2007, il Capo della Polizia ha disposto la destituzione dal servizio dell’appellante, assistente della Polizia di Stato. La destituzione è stata disposta all’esito di un procedimento disciplinare, avviato a seguito di una sentenza del Giudice di pace di Roma, di data 24 febbraio 2007, che ha riconosciuto colpevole l’appellante dei reati previsti dagli articoli 81, 612, primo comma, 582, secondo comma, e 594, per fatti avvenuti tra il 22 ottobre 2002 e il 7 gennaio 2003. 2. Col ricorso n. 742 del 2008 (proposto al TAR per il Lazio, Sede di Roma), l’interessato ha impugnato l’atto di destituzione, proponendo tre motivi di legittimità. Il TAR, con la sentenza n. 1542 del 2018, ha respinto il ricorso. 3. Con l’appello indicato in epigrafe, l’interessato ha impugnato la sentenza del TAR ed ha chiesto che, in sua riforma, il ricorso di primo grado sia accolto. Egli ha riproposto le censure dedotte in primo grado, di violazione dell’art. 7 del d.P.R. n. 737 del 1981 e di eccesso di potere per violazione del principio di proporzionalità e difetto di motivazione, sottolineando che: - i fatti che hanno condotto alla sentenza del giudice penale andrebbero inseriti in un contesto di ‘ordinari episodi di tensioni tra coniugi in procinto di separarsi, come poi in effetti si sono legalmente separati; - nel corso del procedimento, aveva chiesto che fosse disposta l’audizione del coniuge, che in sede penale aveva ‘amplificato’ gli episodi accaduti, ‘al fine di precostituirsi elementi utili nel giudizio di separazione’, per cui la sua mancata audizione ha comportato un difetto di istruttoria e la lesione del diritto alla difesa (anche perché non si è potuta verificare nel corso del procedimento


l’attendibilità di quanto è stato dichiarato in sede penale), con violazione anche dell’art. 41 della Carta dei diritti fondamentali della U.E. e dei principi europei; - il TAR non avrebbe valutato che all’epoca dei fatti (avvenuti tra il 22 ottobre 2002 ed il 7 gennaio 2003) egli non apparteneva ai ruoli dell’Amministrazione (poiché risultava destituito con decorrenza dal 22 gennaio 2002, con un provvedimento che è stato annullato dal TAR del Lazio solo successivamente, con la sentenza n. 747 del 6 marzo 2003), sicché non potrebbe ritenersi sussistente ‘alcun rapporto’ tra l’appellante e l’Amministrazione appellante e comunque non si potrebbe negare che con riferimento a quel periodo ‘non poteva incombere alcun dovere d’ufficio e quindi neanche potenzialmente la sua condotta avrebbe potuto arrecare i pregiudizi si cui al riferito art. 7, comma 4’ del d.P.R. n. 737 del 1981. 4. Così sintetizzate le censure dell’appellante (da esaminare congiuntamente per la loro connessione), ritiene la Sezione che esse siano infondate e vadano respinte. Come ha evidenziato la sentenza impugnata (con una motivazione articolata e condivisibile), non risulta illegittima la determinazione dell’Amministrazione di non disporre l’audizione del coniuge nel corso del procedimento disciplinare. L’Amministrazione ha ben potuto desumere dall’esito del procedimento penale gli elementi posti a base della motivazione dell’atto impugnato, sulla commissione e sulla gravità dei fatti commessi, consistenti nell’aver ‘posto in essere abituali azioni, protrattesi nel tempo, consistenti in continue molestie e violenze psicologiche rafforzate da minacce, ingiurie e percosse ai danni dell’ex moglie, anche alla presenza dei due figli minori’. Una volta accertati i fatti in sede penale, il consiglio di disciplina ha ben potuto evitare di disporre una superflua audizione, di chi risultava vittima delle condotte già accertate.


Inoltre, la Sezione condivide la statuizione del TAR – contestata dall’appellante – sulla ragionevolezza della valutazione dell’Amministrazione, sul nocumento arrecato, per come preso in considerazione dall’art. 7, comma 4, del d.P.R. n. 737 del 1981. E’ ben vero che con la sentenza n. 747 del 6 marzo 2003 il TAR per il Lazio ha disposto l’annullamento di un primo atto di destituzione di data 22 gennaio 2002 e che, dunque, sotto il profilo temporale i fatti accertati in sede penale hanno riguardato il periodo durante il quale era pendente il giudizio amministrativo, avente per oggetto il provvedimento di destituzione a suo tempo efficace. Tuttavia, da un lato, si deve ritenere che – a seguito della retroattività della sentenza n. 747 del 2003 – si è ricostituito nella sua integrità e retroattivamente il rapporto di lavoro tra l’Amministrazione e l’appellante e, dall’altro, rileva il principio per il quale l’Amministrazione ben può valutare ai fini disciplinari anche le condotte commesse in un periodo durante il quale non vi è stato lo svolgimento dell’attività lavorativa (perché vi è stato un atto di sospensione cautelare dal servizio, ovvero di natura espulsiva poi annullato). Con riferimento al periodo durante il quale risulta sussistente il rapporto di lavoro, in altri termini, possono essere valutate ai fini disciplinari le condotte poste in essere nel corso del medesimo periodo. 4. Per le ragioni che precedono, l’appello va respinto. Nulla per le spese del secondo grado del giudizio. P.Q.M. Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta) respinge l’appello n. 7859 del 2018 Nulla per le spese del secondo grado del giudizio. Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.


Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all'art. 52, comma 1, D. Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, a tutela dei diritti o della dignità della parte interessata, manda

alla

Segreteria

di

procedere

all'oscuramento

delle

generalità

dell’appellante e del paragrafo 1 della motivazione. Così deciso in Roma, presso la sede del Consiglio di Stato, Palazzo Spada, nella camera di consiglio del giorno 21 febbraio 2019, con l'intervento dei magistrati: Luigi Maruotti, Presidente, Estensore Oberdan Forlenza, Consigliere Daniela Di Carlo, Consigliere Roberto Caponigro, Consigliere Giuseppa Carluccio, Consigliere   IL PRESIDENTE, ESTENSORE Luigi Maruotti          

IL SEGRETARIO

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