L’inchiesta
Il fenomeno
di PAOLO CONSOLINI ALLE PAGINE 6 E 7
di PAOLA PALAZZO
Baby gang, quando il disagio sfocia nella violenza collettiva
Il nuovo habitat dei cinghiali In città come nei boschi
ALLE PAGINE 8 E 9
PERIODICO NUMERO XIII 30/03/2022
La guerra in Europa sdogana l’esercito comune Il piano di Bruxelles è rendere operativa il prima possibile un’armata difensiva Gli Stati membri aumentano la loro spesa militare per fronteggiare le minacce
Il dossier
Morti bianche una piaga dilania l’Italia
di FRANCESCA FUNARI
Secondo l’Inail, in Italia, nel 2021, si è registrata una diminuzione dei decessi sul posto di lavoro del 3,9% rispetto al 2020. Nonostante ciò sono state1221 le persone morte, più di tre al giorno e il settore edilizio si è dimostrato quello più rischioso. Tra le regioni più colpite il Veneto e la Puglia mentre in Lombardia e nelle isole il numero dei decessi ha subìto un calo significativo. I sindacati chiedono più sicurezza.
La sindacalista
“Subito un piano di prevenzione e protezione”
“Nel solo mese di gennaio si sono registrate 46 denunce di decesso e 57.583 denunce di infortunio tra le lavoratrici e i lavoratori, un dato, quest’ultimo, che rappresenta il 47% in più rispetto alle denunce registrate nello stesso mese dell'anno scorso e che è dovuto, in larga misura, all’alto numero dei contagi da Covid-19 registrato nello stesso mese. Una Strategia Nazionale di Prevenzione e Protezione è da sempre assente nel nostro Paese. Se ci fosse, potrebbe portare a definire in maniera chiara gli obiettivi, gli interventi e le misure di tutela da porre in essere. Dobbiamo varare il modello di qualificazione delle imprese e della patente a punti”.
ALLE PAGINE 4 E 5
L’esperto
di GABRIELE CRISPO
Il professore
ALLE PAGINE 2 E 3
“Niente nuove truppe “Per le autorità Ue potrebbe coesistere solo una maggiore cooperazione tra Stati ” con le forze Nato”
il caso
PAGINA 2
La foto di gruppo del vertice dei 27 capi di Stato e capi di Governo di Versailles dell’11 e 12 marzo 2022
La “Bussola Strategica” il documento che rima la rovinosa ritirata dell’occidente daldelinea la politica l'Afghanistan ad agosto. Poi, l’invasione della Russia in Ucraina. A Kiev, una capitale euroestera e militare pea, tornano i carri armati, le bombe e gli assedi. Un tuffo nel passato, quello delle grandi guerre del Novecento, sconosciuto alle nuove generazioni e a europea, crea una cui l’Unione europea, distante dai tavoli negoziali tra Kiev e Mosca, ha deciso di rispondere ridando forza militare impulso alla difesa comune, progetto mai davvero decollato. La Bussola strategica – il documento che di 5mila soldati intende delineare politica estera e militare europea verrà approvata entro marzo 2022. L’Ue intende per difendere la pace -creare un nuovo contingente militare di pronto intervento che dovrà difendere la pace e la prosperità Intanto dopo nel vecchio continente. Il piano di Bruxelles - così come emerso dal recente l’invasione russa vertice di Versailles - è rendere operativo il prima possibile l’esercito europeo, un contingente di solin Ucraina gli Stati in "prontezza" già nel 2023 e in piena operatività per la fine del 2024. Sarà costituito da 5 mila membri aumentano la dati uomini e avrà il compito di difendere e salvaguardare i confini dell’Unione europea. Ma le critiche loro spesa militare non mancano. Come spiega a Lumsanews Gianluca Pastori, docente di Storia delle relazioni internaper fronteggiare zionali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano: “Non dobbiamo aspettarci una vera forza le minacce esterne
P
di GABRIELE CRISPO operativa”. Posizione condivisa anche da Alessandro Marrone, responsabile del programma Difesa dell’Istituto Affari Internazionali, secondo il quale si tratterà di una semplice “cooperazione e integrazione delle forze armate statali perché la difesa rimane di competenza nazionale”. Diverso il punto di vista di Susanna Fortunato, professoressa di Diritto dell’Unione europea dell’Università Lumsa di Roma: “Nella Bussola Strategica c’è un riferimento alla Forza di impatto e quindi a un contingente militare sempre pronto all’intervento rapido, senza passare attraverso le forche caudine amministrative previste per i Battlegroup, i gruppi tattici dell’Ue”, ossia i contingenti di 1.500 militari. La nuova formazione sarà composta da forze marittime, terrestri e si ipotizza anche l’utilizzo di quelle aeree, non incluse invece nei Battlegroup. La forza militare battente bandiera europea non sostituirà la Nato, a cui aderiscono venti degli Stati membri Ue, ma si coordinerà con l’Alleanza Atlantica. Secondo Marrone è “improprio ed errato parlare di esercito europeo”: le forze terrestri, aeree e cibernetiche messe a disposizione dagli Stati dell’Ue saranno complementari alla Nato. Dello stesso avviso è Pastori: “La forza di primo
Difesa Ue nasce l’esercito
intervento sarà qualcosa di piccolo e limitato”. Alleanza Atlantica e difesa comune europea quindi “non sono incompatibili o in competizione”. Tuttavia la Nato vede l’esercito Ue come “un doppione che sottrae risorse, già scarse”. Il rapporto tra Ue e Alleanza atlantica nella Difesa divide anche gli stessi Stati europei. Come spiega la professoressa Fortunato “alcuni sono intenzionati a dare all’Unione maggiore autonomia strategica rispetto alla Nato e agli Usa, mentre altri, in particolare i Paesi dell’Est, tendenzialmente guardano alla Nato come l’unico ombrello efficace di protezione e difesa”. Per sviluppare una difesa comune a livello europeo, inoltre, servono fondi e ulteriori investimenti. Una questione che alcuni Stati membri stanno già affrontando. Con la decisione di investire il 2% del pil e 100 miliardi di euro nelle forze armate tedesche, il cancelliere Olaf Scholz ha compiuto una virata storica, mettendo fine a 70 anni di scarsi investimenti. La Polonia porterà la sua spesa militare dal 2% al 3% del pil, mentre Svezia, Paesi Bassi e Belgio sono pronti ad ammodernare i propri arsenali. L’Italia invece intende spendere 13 miliardi di euro in più all’anno per la spesa militare. Con una decisione bipartisan il Parlamento ha infatti approvato un ordine del giorno che impegna l’Italia a incrementare la spesa per la difesa fino al 2% del pil, che attualmente è all’1,41%. Infine, il presidente francese, Emmanuel Macron, presentando il suo programma elettorale in vista delle prossime elezioni presidenziali del 10 aprile ha detto di voler potenziare l’esercito francese per rispondere ad "una guerra di alta intensità che può tornare sul nostro continente". La debolezza della politica estera europea, secondo la professoressa Fortunato, dipende dal fatto che le decisioni vengono prese all’unanimità dagli Stati membri. Altra criticità è l’esclusione del Parlamento e quindi della componente democratica. Un limite, secondo Pastori, è anche la tradizionale rivalità tra Francia e Germania: “Un motore trainato da due teste non funziona mai veramente bene. Va capito chi conta di più e questo è il grosso punto interrogativo”. Le contrapposizioni tra Stati membri bloccano inevitabilmente le scelte. Fortunato sottolinea che per superare i veti, Borrell ha più volte invitato i Paesi a modifiche costituzionali che consentano di decidere a la maggioranza qualificata, piuttosto che all’unanimità. “Ma gli Stati membri - spiega Fortunato - rimangono dell’idea che la PESC, e in particolare la PESD (la Politica estera e di difesa comune), debbano costruirsi sulla base del consenso unanime”. Una posizione che rischia di ridurre notevolmente la portata dell’esercito europeo ancora prima della sua nascita.
LUMSAnews
L’esperto
PAGINA 3
Il professore
“Difesa e sicurezza sono “Per la Nato un contigente di competenza nazionale battente bandiera europea Non ci sarà un esercito Ue” sarebbe solo un doppione” Marrone dell’Istituto affari internazionali “Solo più cooperazione tra Stati membri”
Pastori, storico delle relazioni con la Nato “Francia e Germania da sempre rivali”
Cosa prevede la Bussola strategica? “La prossima settimana il vertice dei capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea approverà la Bussola strategica, che è un documento che dà una serie di linee guida per migliorare la cooperazione e l’integrazione tra le forze armate europee, spiega Alessandro Marrone. E quindi avere un’Unione in grado di proteggere interessi, valori e i propri cittadini”. Nascerà davvero un esercito europeo? “È un dibattito aperto. Tuttavia è improprio ed errato parlare di esercito europeo. Quello che si sta costruendo da vent’anni e si costruirà in futuro è una cooperazione e integrazione delle forze armate nazionali che saranno in grado di operare meglio insieme. La difesa rimane però di competenza nazionale”. Il contingente europeo quindi cos’è? “La capacità di impiego rapido europeo di 5mila unità è un pacchetto di forze che gli Stati membri mettono a disposizione. Viene dispiegato dal Quartier generale europeo ed è pronto a intervenire in caso di crisi. È dal 2007 - raccontata Marrone - che l’Unione europea si è dotata di Battlegrup, un gruppo di oltre mille uomini. Una forza d'intervento rapido di 5mila unità è un passo in avanti. Sono forze terrestri, aeree e cibernetiche messe a disposizioni dagli Stati membri, attingendo alle loro capacità nazionali, complementari e in sinergia con la Nato. Anche Nato Response Force è un pacchetto di 40mila unità fornito dagli Stati membri e tenute in elevata allerta, ma non è un vero esercito Nato”. A livello europeo chi spinge di più? “Le forze trainanti sono la Francia, l’Italia, la Spagna e la Germania. È venuto meno il freno britannico a una maggiore integrazione. Paesi come la Polonia hanno posizioni più nazionaliste. Altro ruolo importante è quello della Commissione Ue di Ursula von der Leyen e quello del Commissario europeo per il Mercato interno e i servizi, Thierry Breton”. Le presidenziali francesi potrebbero cambiare la posizione della Francia sulla difesa comune? “Se vincesse un candidato del Fronte Nazionale ovviamente sì. C’è una sfumatura diversa tra François Hollande, Nicolas Sarkozy ed Emmanuel Macron, però c’è anche una forte continuità. La Francia vuole un’Europa più capace, a guida francese e che sia autonoma dagli Stati Uniti. Germania e Italia che posizioni hanno? “La Germania e l’Italia vogliono un’Europa più capace, alleata degli Stati Uniti e con una guida collegiale degli Stati membri grandi e medi”. Gli investimenti militari della Germania rappresentano una svolta. “Una grandissima svolta per la Germania, che è già il primo paese nell’Ue per spesa militare convenzionale, escluso il nucleare che la Francia ha e la Germania no. Berlino spende circa 50 miliardi di euro all’anno per la difesa. Si è impegnata ad arrivare al 2% del pil entro il 2024 e ha messo sul piatto 100 miliardi di euro quest’anno”. I maggiori investimenti nella spesa militare servono a contrastare Russia e Cina? “Sono investimenti motivati dall’invasione dell’Ucraina. La Russia ha riportato la guerra convenzionale in Europa a 80 anni dalla Seconda Guerra Mondiale. La minaccia è percepita da tutta l’Europa. La Polonia porterà la sua spesa militare dal 2% al 3% del pil. La Danimarca, che era fuori dalla politica europea sulla difesa, farà un referendum per entrarvi. Tutti stanno ricalibrando le proprie politiche e aumentando i propri investimenti per fronteggiare la minaccia russa. Sullo sfondo ricorda l’esperto - c’è la competizione geopolitica con la Cina”. Ucraina, Moldavia e Georgia entreranno nella Nato o nell’Unione Europea? “Ucraina, Moldavia e Georgia vorrebbero entrare sia nella Nato e sia nell’Unione Europea, ma non entreranno mai in nessuna delle due. Bisognerà trovare una soluzione per il loro status di paesi neutrali tra Russia e occidente. L’Ucraina - secondo il
È possibile che si arrivi alla costruzione di un esercito europeo? “Astrattamente è possibile, chiarisce il professore Gianluca Pastori. Col ritiro occidentale dall’Afghanistan e la guerra in Ucraina, la decisione dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, di dar vita all’European First Entry Force (una forza di primo intervento) ha preso più forza. Se ne era parlato concretamente già lo scorso maggio. Non dobbiamo però aspettarci una forza operativa in brevi tempi. Ci vorrà tempo per creare gli equilibri politici necessari e andranno poi trovate risorse a livello economico-finanziario”. L’Unione europea ha già stanziato delle risorse? “L’Europa si sta muovendo molto ultimamente e già prima della pandemia si erano decisi investimenti importanti. Gli stanziamenti sono stati intaccati per recuperare fondi per il Next Generation Europe. Il budget però- secondo Pastori - rimane significativo e ora sembra essersi creata la volontà politica”. In cosa consisterà il Battaglione europeo? “Sicuramente verrà attivata la First Entry Force, cioè la forza di primo intervento. Sarà qualcosa di piccolo e limitato e non sarà da intendere come un esercito vero e proprio. È un segnale importante a livello politico. L’Unione Europea si doterà di una forza attiva, che avrà delle relazioni con la Nato, ancora tutte da definire”. Esercito europeo e Nato possono coesistere? “Non sono incompatibili e per stessa ammissione delle autorità europee la Nato è imprescindibile. Sicuramente Alleanza atlantica ed esercito europeo non sono in competizione tra loro. Formalmente la Nato è aperta alla formazione di un soggetto militare comunitario, tuttavia esiste una freddezza di fondo. La Nato considera l’attuale progetto militare europeo come un doppione che sottrae risorse, già scarse”. E sul piano operativo? “Sul piano operativo, secondo la Nato, un esercito europeo non farebbe nulla di nuovo e presumibilmente farebbe peggio. Molto dipende dall’atteggiamento degli Stati Uniti. Il presidente americano Joe Biden sembra premere molto affinché l’Europa si assuma delle responsabilità. Bisognerà vedere quanto pesano gli Stati Uniti nella Nato”. Chi potrebbe mettere in discussione il ruolo degli Stati Uniti all’interno della Nato? “Tutti gli Stati membri pesano all’interno Nato, perché le decisioni vengono prese sulla base del consenso all’unanimità. Tuttavia, i Paesi dell’Europa centro-orientale vedono negli Stati Uniti e nella Nato una garanzia superiore rispetto a quella che potrebbe fornire un esercito europeo”. Quindi i Paesi dell’Europa centro-orientale preferirebbero entrare nella Nato e non nell’Unione europea? “Sì, sceglierebbero l’ombrello Nato. La guerra in Ucraina ha fatto aumentare la domanda di Nato e sta dimostrando che se un Paese è al suo interno può contare sull’intervento armato degli alleati. Se invece è fuori può contare esclusivamente su aiuti, ma alla fine è costretto a difendersi da solo. La domanda di Nato aumenta - secondo Pastori - i timori russi di accerchiamento, fomentando l’ostilità e il sentimento anti-Nato russo e ovviamente l’insicurezza regionale”. Sulla Difesa comune cosa unisce Francia e Germania? “I due Paesi sono uniti dalla volontà di preservare il loro ruolo in Europa. Il progetto di integrazione europea è attualmente in discussione: lo si vuole rilanciare e arrivare a una difesa comune potrebbe dare slancio alla centralità di Francia e Germania”. Cosa potrebbe intaccare la cooperazione franco-tedesca? “La tradizionale rivalità tra Francia e Germania. Un motore trainato da due teste non funziona mai veramente bene. Va capito chi conta di più e questo è il grosso punto interrogativo. In Germania si è insediato un nuovo governo, guidato da Olaf Sholz, che è alla ricerca di un suo equilibrio in-
responsabile dell’Iai -non entrerà mai nell’Unione Europea, perché è in guerra con la Russia e l’Ue non può accettare al suo interno un paese in guerra con Mosca. La prospettiva di adesione dell’Ucraina è meramente simbolica e a mio avviso è stato anche sbagliato da parte Ue dare questa prospettiva di adesione perché non si realizzerà mai, così come è avvenuto con la Turchia”. (g.c)
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ALESSANDRO MARRONE Responsabile del programma “Difesa” dell’Istituto affari internazionali
I soldati europei potranno intervenire negli scenari di crisi internazionale
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Ucraina e Moldavia non entreranno nell’Unione europea né nella Nato
terno. Il presidente francese Emmanuel Macron, molto attivo a livello internazionale e critico sulla Nato, sta andando al voto e non sappiamo se riuscirà a ricevere un secondo mandato. Non sappiamo, ad oggi, come cambierà la politica francese dopo le elezioni. Molto dipenderà da chi andrà al ballottaggio”. (g.c)
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GIANLUCA PASTORI Docente di Storia delle Relazioni internazionali dell’Università Cattolica di Milano
Le presidenziali del prossimo aprile potrebbero cambiare la politica francese
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L’Italia si accoda alle scelte degli altri Stati membri Ue e spende meno
il dossier
PAGINA 4
PIÙ SI LAVORA PIÙ SI MUORE
Inail: sono 1.221 le persone che hanno perso la vita nei luoghi di lavoro nel 2021. L’edilizia è il settore più rischioso per gli incidenti mortali
Morire di lavoro la strage corre con l’aumento del Pil
Osservatorio Vega Engineering: “Sicurezza sul lavoro non uniforme” Maglia nera per il Veneto e la Puglia, bene la Lombardia e le isole di FRANCESCA FUNARI
D
i lavoro e sul lavoro si continua a morire, anche nel 2022. Nelle fabbriche, nei campi e nelle serre, nei cantieri edili, nei magazzini, in mare, su mezzi di trasporto, nelle strutture ospedaliere, per strada. È il caso di Vasyl Syrotiuk, 51 anni, ucraino, morto precipitando dal solaio di un edificio in ristrutturazione a Bologna il 13 marzo. Oppure di Sara Viva Sorge, infermiera ventiseienne di San Vito dei Normanni, in provincia di Brindisi, vittima, a metà febbraio, di un incidente stradale dopo un turno massacrante a lavoro. Come loro anche Graziano Del Corso, 58 anni, morto a Verona per l’incendio dell’azienda di vernici dove lavorava da una vita, a un passo dalla pensione. L’elenco è lungo, tanto lungo a tal punto che le persone diventano numeri, troppi anche questi, oltre mille nell’anno passato, e dietro ogni morte, una famiglia devastata dalla perdita. Nel 2021 si è registrata una diminuzione di decessi sul lavoro del 3,9% rispetto al 2020 e i numeri riportati dall’Inail siano inferiori a quelli emersi prima della pandemia. “Ma non bisogna trascurare”, osserva Federico Maritan, direttore dell’Osservatorio sicurezza sul lavoro di Vega Engineering,una società nata nel 2009 e impegnata nella raccolta e elaborazione di dati legati a infortuni sul lavori ottenuti da varie fonti tra cui la stessa Inail, “ che negli ultimi due anni, l’economia ha subito un forte rallentamento e molte attività a rischio hanno ridotto il volume di lavoro. Non appena l’economia ha ripreso, anche il numero degli infortuni mortali è tornato a crescere”. “Solo nel mese di gennaio di quest’anno”, spiega Ivana Veronese, segretaria confederale della Uil sicurezza sul lavoro, “si sono registrate 46 denunce di decesso (di cui 13 in itinere, quasi il doppio rispetto a gennaio 2021) e 57.583 denunce di infortunio tra le lavoratrici e i lavoratori; un dato, quest’ultimo, che rappresenta un 47% in più rispetto alle denunce registrate nello stesso mese dell'anno scorso e che è dovuto, in larga misura, all’alto numero dei contagi da Covid-19 registrato nello stesso mese (16mila registrati dall’Inail)”. Secondo i dati dell'Istituto nazionale per l'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, nel 2021 sono state 1.221 le persone morte mentre erano impegnate nell’esercizio della loro professione. Più di tre ogni giorno. L’analisi territoriale evidenzia come si sia verificato un aumento dei decessi nelle regioni a nord-est dell’Italia, è il caso del l Veneto (+19), al centro, soprattutto in Umbria e Lazio, e al sud con Puglia e Campania. Si registra invece una diminuzione significativa di morti sul lavoro soprattutto in Lombardia (92) e nelle isole. “Le cause di queste differenze - spiega Maritan - possono essere molte, inclusa la distribuzione dei settori delle attività produttive presenti nelle varie regioni: è certamente meno frequente infortunarsi nel settore dei servizi, rispetto alle costruzioni, all’agricoltura e ai trasporti”. A conquistare il triste primato di settore lavorativo in cui è più frequente morire è infatti l’edilizia. “Il confronto tra il 2° trimestre del 2021 rispetto al 2020 ha visto una crescita del 48,6%” continua il direttore di Vega Engineering. E proprio sulle costruzioni la segretaria Uil Veronese fa notare come l'introduzione dell’incentivo del Superbonus nel settore edile abbia intensificato il feno-
Regioni con aumento di decessi LAZIO
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BASILICATA
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CAMPANIA
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UMBRIA
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FRIULI
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meno della nascita delle aziende fittizie per nulla curanti di garantire condizioni di sicurezza . “Solo nel mese di gennaio 2022 si sono registrate 1.320 denunce di infortunio nell’edilizia”. I dati tuttavia potrebbero non riflettere la realtà. Questo perché si tratta di statistiche che non prendono in considerazione i casi riguardanti lavoratori non assicurati con Inail, perché in nero o perché per legge non è previsto, per alcune categorie, l’obbligo di assicurazione. “Sono per forza numeri sottostimati”, chiarisce Maritan. L’analisi dei dati fatta dall’Osservatorio Vega engineering aggiunge poi un’altra lettura inevitabile della situazione del nostro Paese preda della pandemia da più di due anni. Sono 811 infatti le persone decedute avendo contratto il Covid-19 in ambito lavorativo. Si tratta del 25% del totale dei decessi denunciati da gennaio 2020 con una incidenza dello 0,6% rispetto al complesso delle morti per coronavirus a livello nazionale. Nel 2021 i decessi sono diminuiti del 57,2% rispetto al 2020 ma il numero delle persone morte essendosi contagiate al lavoro resta alto: 243. Ma se il fenomeno delle morti sul lavoro non è nuovo perché i lavoratori continuano a morire? “Le ragioni sono molteplici - spiega Filippo Ribisi, vicepresidente di Confartigianato - spesso sono gli stessi lavoratori a essere troppo sicuri di quello che fanno perché abituati a comportarsi in un certo modo, da sempre. E in quei casi il problema diventa serio perché esula da quanto fatto da un datore di lavoro in termini di misure e dispositivi messi in campo per la sicurezza sul lavoro”. Esiste quindi una sottovalutazione dell’importanza dell’uso dei dispositivi di protezione dovuta a una scarsa formazione di tutte le figure aziendali rispetto ai rischi che un dipendente può correre durante lo svolgimento del lavoro e alla poca sensibilizzazione sull’importanza della sicurezza. Ma vi è anche la questione dell’eccesso del carico di lavoro, causa di stanchezza e frustrazione che può indurre il lavoratore all’errore e nei casi più gravi alla morte. Ma sopratutto la piaga ancora ben radicata in Italia del lavoro in nero per nulla interessato
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Regioni con diminuzioni significative di decessi
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SICILIA
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a garantire la tutela della salute dei lavoratori. Gli ultimi dati Istat sull’economia sommersa risalgono al 2019”, fa notare Ivana Veronese, “e segnalano che i lavoratori irregolari erano 3,5 milioni circa. Una platea vastissima che immagino non farà che aumentare”. La segretaria della Uil evidenzia anche come tra gli obiettivi che l’Italia deve prefiggersi ci sia la “definizione della Strategia Nazionale di Prevenzione e Protezione che, allineandosi al modello comunitario, potrebbe portare a definire in maniera chiara gli interventi e le misure di tutela da porre in essere”. Nonostante le diverse campagne di sensibilizzazione sul tema come quella del sindacato Uil “Zero morti sul lavoro” avviata nell’aprile dello scorso anno in occasione della Giornata mondiale per la salute e la sicu-
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fonte Inail e Vega engineering, dati aggiornati al 2021
rezza sul lavoro, le denunce di infortuni continuano ad accumularsi. Non sono bastate neanche le novità introdotte nel Decreto Fiscale in materia di vigilanza dello scorso dicembre. Il provvedimento ha stabilito un rafforzamento delle risorse economiche e dei controlli da parte di Asl e Ispettorato nazionale del lavoro. Inoltre è stata resa obbligatoria la formazione e il controllo per i datori di lavoro rispetto alle attività che gestiscono. Ma, dati alla mano, tutto questo sembra non bastare, perché le persone che continuano a perdere la vita sul posto di lavoro sono ancora tante. E allora gli interrogativi inevitabilmente si rincorrono così come le promesse e gli impegni. Solo una cosa resta certa: la morte non ha colore e non c’è nulla di bianco in una vita spezzata.
LUMSAnews
L’INTERVISTA/1
“Servono controlli e formazione per tutte le figure aziendali”
L’esperto di sicurezza: “Più morti dopo lo stallo della pandemia ” Come opera il vostro osservatorio? “L’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro Vega raccoglie tutte le informazioni disponibili relative agli infortuni sul lavoro provenienti da diverse fonti, tra cui l’Inail, i mass-media, le comunicazioni di enti istituzionali o di associazioni del settore - spiega il direttore Federico Maritan. Elaboriamo e pubblichiamo statistiche con i dati in nostro possesso. Da quasi un anno, ad esempio, abbiamo elaborato una nuova rappresentazione grafica dell’Italia con la zonizzazione a colori per fotografare il reale rischio di infortunio mortale sul lavoro, regione per regione. L’Osservatorio ha deciso di utilizzare i colori rosso, arancio, giallo e bianco per descrivere le tragedie che si consumano nella quotidianità lavorativa. La nuova mappa dell’Italia viene delineata rispetto alla popolazione lavorativa, parametrata su un’incidenza media nazionale e, quindi, consente di confrontare correttamente il rischio infortunistico tra regioni con popolazione lavorativa diversa” Come devono essere letti i numeri riportati dall’Inail sul 2021? “L’andamento infortunistico nel 2021, come del resto il 2020, ha subito una forte influenza a causa della pandemia da Covid-19. Dobbiamo infatti ricordare che i lavoratori morti per Covid, qualora il contagio sia riconducibile all’attività lavorativa, vengono inseriti nelle statistiche relative agli infortuni mortali nei luoghi di lavoro. Depurando il dato degli infortuni mortali da quelli causati dal Covid, nel 2021 si è registrato un aumento del +39% degli infortuni con esito mortale rispetto al 2020. Questi sono numeri inferiori rispetto a quelli registrati prima della pandemia, ma si deve considerare che sia nel 2021, sia nel 2020, l’economia ha subito un forte rallentamento e molte attività a rischio hanno ridotto il volume di lavoro. E, non appena l’economia ha ripreso, anche il numero degli infortuni mortali è tornato a crescere. Ad aver registrato nel 2021 un forte aumento degli infortuni è stato il settore delle costruzioni: il confronto tra il 2° trimestre del 2021 rispetto al 2020 ha visto una crescita del +48,6%”
PAGINA 5
L’INTERVISTA/2
“L’Italia definisca la strategia nazionale di prevenzione e protezione” FEDERICO MARITAN Direttore dell’Osservatorio sicurezza sul lavoro di Vega Engineering, istituito nel 2009
E le morti per Covid? “Gli operatori sanitari contagiati vengono considerati infortuni sul lavoro e, qualora la malattia comporti il decesso, la morte dell’operatore viene considerata infortunio mortale. Questo criterio viene applicato in tutti i casi in cui la malattia sia correlabile all’attività lavorativa, e questo ha portato a conteggiare complessivamente, tra il 2020 e 2021, 709 infortuni mortali per Covid, la maggior parte dei quali avvenuti nel settore della sanità e, dei quali, circa 2/3 avvenuti nel 2020” Quanta differenza c’è tra le denunce di morti sul lavoro e gli effettivi decessi? “I dati che trattiamo sono quelli ufficiali, resi noti da Inail. In queste statistiche non rientrano i lavoratori non assicurati, tra i quali non vi sono solo i lavoratori “in nero”, ma anche lavoratori per i quali non è previsto, per legge, l’obbligo di assicurazione con Inail. Non è possibile stabilire precisamente quanta differenza vi sia tra il numero di infortuni “ufficiali” e quelli effettivi, quel che è certo è che i numeri che leggiamo sono, inevitabilmente, sottostimati” Come si possono giustificare le differenze regionali rispetto a questo fenomeno? “Le cause di queste differenze possono essere molte, inclusa la distribuzione dei settori delle attività produttive presenti nelle varie regioni: è certamente meno frequente infortunarsi nel settore dei servizi, rispetto alle costruzioni, all’agricoltura e ai trasporti. Il nostro Osservatorio Sicurezza Vega parla spesso di “incidenza degli infortuni”, cioè del rapporto tra gli infortuni e il numero di occupati” Cosa si deve fare per arginare le morti? “Incrementare le azioni di controllo da parte degli enti preposti, in particolare nei settori maggiormente colpiti dal fenomeno infortunistico,sostenere e sollecitare l’azione formativa verso tutte le figure aziendali coinvolte nella prevenzione degli infortuni e infine indurre le aziende a sviluppare al loro interno un sistema organizzativo teso a prevenire gli infortuni” (f.f)
La sindacalista: “ La Uil chiede sicurezza per tutti i lavoratori”
Qual è la lettura che date al 2022 rispetto alle morti sul lavoro? “Una domanda che mi addolora molto perché la risposta è tanto ovvia quanto inaccettabile - ammette Ivana Veronese della Uil. Nel solo mese di gennaio si sono registrate 46 denunce di decesso (di cui 13 in itinere, quasi il doppio rispetto a gennaio 2021) e 57.583 denunce di infortunio tra le lavoratrici e i lavoratori, un dato, quest’ultimo, che rappresenta il 47% in più rispetto alle denunce registrate nello stesso mese dell'anno scorso e che è dovuto, in larga misura, all’alto numero dei contagi da Covid-19 registrato nello stesso mese (16mila registrati dall’Inail). Per non parlare dell’aumento cospicuo ai danni delle donne che, in 29mila, a gennaio 2022, hanno denunciato un infortunio sul lavoro (erano 18 mila circa nel 2021). Molto grave, ancora, lo scandalo delle aziende fittizie nate a seguito dell’introduzione dell’incentivo del superbonus e che, per una becera logica del profitto a ogni costo, non intendono certo garantire condizioni di lavoro adeguate e dignitose, soprattutto nel settore dell’edilizia che è quello maggiormente chiamato in causa nell’ambito dell’incentivo. Nel settore, vorrei ricordarlo, solo nel mese di gennaio 2022 si sono registrate 1.320 denunce di infortunio” Quanto incide sul fenomeno il lavoro in nero? “Gli ultimi dati Istat sull’economia sommersa, che risalgono al 2019, segnalano che i lavoratori irregolari erano 3,5 milioni circa. Una platea vastissima che immagino non farà che aumentare considerato, come le dicevo prima, il numero crescente di aziende fittizie nate al solo con fine di accaparrarsi il Superbonus ma anche per l’accelerazione che abbiamo avuto e che avremo sugli investimenti e sulle opere pubbliche grazie ai soldi del PNRR. Inutile dirle che dove c’è lavoro nero certamente non sono garantite tutele generali, figuriamoci quelle su salute e sicurezza. Siamo per questo molto contenti delle novità introdotte nel Decreto Fiscale in materia di vigilanza, in particolare riguardo all’inasprimento dei provvedimenti degli organi di vigilanza per le
IVANA VERONESE È la segretaria confederale del sindacato della Uil per la Sicurezza sul lavoro
aziende. Oggi, il provvedimento di sospensione per le imprese verrà disposto nel caso in cui risultasse irregolare almeno il 10% dei lavoratori e delle lavoratrici - e non più il 20 % come era previsto prima– o, come risultava già in precedenza, in caso di gravi violazioni in materia di tutela della salute e della sicurezza del lavoro, violazione che adesso, fortunatamente, non sarà più necessario siano reiterate” Quando e perché nasce la campagna Zero morti sul lavoro? “Il Progetto Zero morti sul lavoro nasce nell’aprile dell’anno scorso, mese in cui, il giorno 28, si celebra la Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro. Il nostro obiettivo – come si legge nel comunicato della campagna –non è diminuire, non è ridurre, ma azzerare le morti sul lavoro. Certo potrebbe apparire impensabile, utopistico raggiungere tale obiettivo, ma quando abbiamo lanciato la campagna abbiamo creduto che fosse arrivato il momento di lottare insieme con un messaggio simbolico che sensibilizzasse a un impegno quotidiano in tutti i luoghi di lavoro a tutti i livelli” Ci sono obiettivi che devono essere ancora raggiunti? “Sì, mancano all’appello alcuni obiettivi importanti, che chiediamo da tempo. Mi riferisco in particolar modo alla definizione della Strategia Nazionale di Prevenzione e Protezione, assente nel nostro Paese da sempre, e che invece, allineandosi al modello comunitario, potrebbe portare a definire in maniera chiara gli obiettivi, gli interventi, le misure di tutela da porre in essere. Dobbiamo poi varare, una volta per tutte, il modello di qualificazione delle imprese e della patente a punti per determinare l’accesso alle gare di appalto, che premi le aziende virtuose e punisca quelle che non rispettano condizioni di sicurezza e legalità” (f.f)
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Risse e arresti l’inchiesta
delle baby gang l’escalation
Da Milano a Roma una situazione di violenza fuori controllo L’allarme degli esperti: “Giovani incapaci di relazionarsi”
“S
di PAOLO CONSOLINI
cusami posso chiederti una sigaretta?”. E poi via con calci, pugni, lanci di bottiglie e violenze di gruppo. Il modus operandi è quasi sempre lo stesso, gli obiettivi cambiano di volta in volta. È questo il comune denominatore delle baby gang, vera e propria piaga adolescenziale che negli ultimi anni ha messo a repentaglio la sicurezza di molte città italiane. Si tratta di un fenomeno in continua evoluzione e in molti si chiedono le ragioni di questa escalation violenta senza però giungere a una conclusione. Il tratto distintivo, in primis, è la giovane età dei componenti delle gang, quasi sempre minorenni. “L’età media va dai 15 ai 18 anni”, conferma a Lumsanews il Comandante di Compagnia dei Carabinieri di Monza, Emanuele D’Onofri. E gli ultimi dati registrati dall’Osservatorio nazionale sull'adolescenza, sembrano certificare che il fenomeno riguarda principalmente i più piccoli. Il 6,5% dei minorenni italiani, infatti, fa parte di una banda e il 16% ha commesso atti vandalici. Solo nel 2021 le denunce a carico di minori sono state ventimila. Un quadro preciso e allo stesso tempo preoccupante. “In alcuni casi accade che i più grandi sfruttano i minori perché sono meno perseguibili dalla legge italiana”, spiega la psicologa e docente al Master in Psicologia dello Sport di Milano Samantha Vitali. Un altro fattore sorprendente è che questi gruppi si aggregano indipendentemente dal loro quartiere di appartenenza. Il fenomeno delle baby gang non ha niente a che fare con la classe sociale d’appartenenza e sembra resistere a ogni tipo di disuguaglianza. A confermarlo è anche la Questura di Roma che sottolinea come si tratti di bande eterogenee, in cui c’è una totale integrazione tra italiani e stranieri (per lo più nordafricani e sudamericani). Un’assoluta novità è poi il ruolo attivo delle ragazze, che partecipano ai pestaggi o fungono da esca per innescare le risse. Da Milano a Roma, da Parma a Firenze la situazione appare fuori controllo. Proprio per questo in alcune città sono stati presi dei provvedimenti speciali per cercare di frenare questa escalation violenta. A Roma, dopo i pestaggi e le aggressioni delle scorse settimane, è stato convocato il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. Nella Capitale la situazione sembra essere fuori controllo. A confermarlo è l’ultimo episo-dio andato in scena nel quartiere di Casal Monastero nella notte tra il 21 e il 22 marzo, quando madre e figlio sono stati stuprati da due tunisini di 16 e 17 anni. Si cerca poi di evitare che le baby gang possano trasformarsi in un qualcosa di più grande. “Fortunatamente dietro non c’è una struttura criminale che li indirizza”, sostiene D’Onofri, ma la paura che vengano sfruttate da associazioni a delinquere di stampo mafioso è un rischio reale che non si può sottovalutare. Il fattore più preoccupante è quello di non riuscire a capire la ragione da cui scaturiscono questi comportamenti. Dietro ai pestaggi e alle violenze di questi gruppi di ragazzini si nascondono profonde difficoltà relazionali, questo è chiaro. Ma allora perché queste manifestazioni violente sono emerse solo negli ultimi anni? Perché far parte di una banda di microcriminalità è considerato un vanto? “Sicuramente esiste una mancanza di supporto alla crescita da parte della famiglia, un contesto familiare di trascuratezza emotiva”, osserva Samantha Vitali. Tale idea è sostenuta anche da Massimo Camilli, responsabile della Comunità per minori "Giovanni Paolo I” di Roma, che aggiunge: “La causa principalmente è l’incapacità di costruire relazioni in modo sano. Quindi, data questa incapacità, si formano unioni di gruppo basate sulla violenza e non su sentimenti sani”. Secondo entrambi, però, c’è un elemento che ha cambiato radicalmente la violenza e la conti-
nuità con cui agiscono le baby gang: il Covid. Il lockdown ha generato una serie di difficoltà relazionali che si sono poi riflesse sui gio-vani più fragili. “L’esplosione di questo fenomeno – sottolinea Vitali – si è avuta subito dopo la pandemia. La frustrazione legata all’isolamento obbligatorio di questi due anni e la mancata possibilità di poter trasgredire, che costituisce un elemento fondamentale in quel momento della vita, ha provocato una reazione scaturita in questi comportamenti. Non è stato così per tutti: c’è chi ha riversato questa frustrazione dentro di sé incappando in depressione, ansia o disturbi alimentari e chi appunto l’ha riversata verso l’esterno, come forma di odio verso la società”. La stessa psichiatra aggiunge che “i minori che avevano genitori più attenti e vicini alle problematiche degli stessi sono riusciti a gestire meglio le insofferenze legate all’età”. Questa teoria trova supporto anche nei dati provenienti dalla polizia di Roma, secondo cui questo fenomeno è sempre esistito ma è profondamente mutato dopo il primo lockdown. Una frustrazione che, riferisce Camilli, “ha determi-
nato un livello di rabbia e di scontro fisico fuori controllo”. Rabbia, violenza, inconsapevolezza. Dai racconti degli agenti della squadra mobile della capitale emergono ragazzi dallo sguardo fiero, uno sguardo che descrive tutto il loro disagio sociale. Sì perché essere arrestati per loro costituisce un vanto, un attestato che certifica l’ingresso nel mondo criminale. “Molto spesso hanno un atteggiamento fiero nei confronti della violenza commessa ed è molto difficile aprire un dialogo e confrontarsi con loro. È come se loro avessero bisogno di imparare a sentire le emozioni, perché non sono in grado di provare pentimento e vergogna per ciò che hanno fatto”, puntualizza il responsabile della Comunità “Giovanni Paolo I”. In questo processo, la frustrazione generata dai mesi passati rinchiusi in casa, per via del lockdown, fa il paio con altri due elementi: internet e l’emulazione dei modelli negativi. E se i social sono ormai considerati come degli strumenti attraverso cui darsi appuntamento, l’emulazione passa attraverso rapper e serie tv.
È evidente che si debba cercare il modo per arginare il fenomeno. Per Vitali “bisogna creare situazioni dove dare ascolto e sfogo a queste necessità che sono collegate ai comportamenti violenti. Questo lo si può fare con progetti di volontariato o di educazione civica negli istituti scolastici”. Per Camilli, invece, tutto questo non è sufficiente. “Non basta ascoltare e comunicare con loro. Servono strutture con programmi mirati per permettere a questi ragazzi di imparare a relazionarsi e aiutarsi a vicenda”. Al netto di tutte le considerazioni fatte, però, il fenomeno delle baby gang sembra potersi risolvere solamente con una decisa presa di coscienza dei genitori. Come spesso si dice il problema è alla radice ed è principalmente relazionale. La pandemia, i social e gli idoli negativi sono solamente benzina che alimenta un incendio che viene da lontano e che scoppia nell’animo e nella mente di questi giovani ragazzi.
LUMSAnews
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L’INTERVISTA
“L’esplosione del fenomeno subito dopo la pandemia La disattenzione familiare ha contribuito alla crescita”
La psicologa Vitali a Lumsanews “Serve ascoltare i ragazzi di ogni ceto”
Per loro essere arrestati costituisce un vanto Lo si intuisce dagli sguardi fieri che sfoggiano ogni volta
IL CASO
L’EPISODIO DI CASAL MONASTERO Le vittime della vicenda avvenuta nella notte tra il 21 e il 22 marzo sono un ragazzo romano di 17 anni e sua madre, una 50enne. Gli agenti hanno fermato due giovani di origini tunisine, di 17 e 18 anni, entrambi indagati per rapina aggravata e violenza sessuale. ll ragazzo stava salendo sulla sua minicar per tornare a casa quando è stato accerchiato e rapinato. Poi i due tunisini l’hanno costretto ad avare un rapporto sessuale, senza consenso. Una volta nell’appartamento i due avrebbero rubato dei soldi, alcuni oggetti, poi, stando al racconto della vittima, avrebbero costretto anche la madre ad avere un ulteriore rapporto sessuale. Ad allertare il 113 è stata proprio la donna, insieme a suo figlio.
Quali sono le caratteristiche principali che accomunano i ragazzi delle baby gang? “Sicuramente esiste una mancanza di supporto alla crescita da parte della famiglia - osserva la psicologa Samantha Vitali un contesto familiare di trascuratezza emotiva. Questa situazione la si può trovare in tutte le classi sociali. In più l’esplosione di questo fenomeno si è avuta subito dopo la pandemia. La frustrazione legata a questo isolamento necessario in questi due anni, questa non possibilità di poter più trasgredire che costituisce un elemento fondamentale di quella tappa della vita, ha generato questo tipo di comportamenti. Non è stato così per tutti: c’è chi ha riversato questa frustrazione dentro di sé incappando in depressione, ansia o disturbi alimentari e chi appunto l’ha riversata verso l’esterno, verso la società”. Si tratta solamente di emarginazione sociale o difficoltà economiche dei soggetti oppure si parla solamente di criminalità giovanile? “Il disagio ha impattato su tutti i ragazzi. Chiaramente chi aveva situazioni familiari più rassicuranti in qualche modo ha potuto far conto su questo appoggio, mentre chi non ha avuto questo supporto familiare lo ha riversato in modo più feroce in questi episodi di microcriminalità”. Qual è il meccanismo mentale che scatta in coloro che agiscono così violentemente e dove trovano il “coraggio” di agire in questo modo? “Questa è la forza della disperazione. Dobbiamo anche ricordarci che in quella fascia d’età, sotto i 20/21 anni, le strutture neurologiche deputate al controllo degli impulsi non sono ancora perfettamente mature. Quindi se da un lato c’è una forte frustrazione emotiva, dall’altro non c’è ancora abbastanza controllo: questa è una miscela esplosiva che poi porta a questo tipo di fenomeni”. Secondo lei i ragazzi minorenni agiscono anche perché essendo minorenni non temono ripercussioni penali? “Questo sicuramente è vero, così come è vero che i più grandi sfruttano i più piccoli proprio per questi motivi. In diversi casi questi ragazzi poi vanno ad affiliarsi a clan già esistenti di microcriminalità organizzata”. Quali sono le contromisure da adottare per cercare di arginare il fenomeno? “Per quello che riguarda la famiglia assolutamente affiancare i ragazzi il più possibile, sentire il loro disagio e mandarli dagli specialisti se hanno bisogno di un confronto con qualcuno di esterno. Per ciò che riguarda la società, invece, serve creare situazioni dove dare ascolto e sfogo a queste necessità che sono collegate ai comportamenti violenti. Questo lo si può fare con progetti di volontariato, con progetti a scuola per permettere ai giovani di elaborare tutto il loro vissuto in maniera produttiva. Criticare solamente non limita il fenomeno, anzi tende ad ampliarlo ancora di più. Se io non vengo compreso a casa e non vengo capito nemmeno dalla società cosa altro devo fare?” (p.c.)
SAMANTHA VITALI Psicologa e psicoterapeuta, collaboratrice della Lega Italiana d’Attacchi di Panico e docente al Master in Psicologia dello Sport di Milano
Quindicinale del Master in giornalismo della LUMSA Direttore responsabile Carlo Chianura Direttore scientifico Fabio Zavattaro
Redazione Michela Pagano, Gabriele Crispo, Francesca Funari, Paolo Consolini, Paola Palazzo
Testata registrata al Tribunale di Roma n. 468 dell’11 novembre 2003
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Una ricerca dell'Ispra e dell’università La Sapienza rileva che in Italia oltre 90 centri urbani sono frequentati più o meno regolarmente dai suini selvatici
il fenomeno
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di PAOLA PALAZZO oma, 19 marzo 2022, via Basilio Puoti, periferia nord a ridosso della Riserva naturale dell’Insugherata: due femmine di cinghiale, distese placidamente sull’asfalto, allattano i propri cuccioli. La scena viene filmata da alcuni testimoni e in poco tempo fa il giro dei social, riaccendendo il dibattito sulla presenza ingombrante dei cinghiali a Roma. Si ripropone in forme quasi grottesche una polemica che ha coinvolto la precedente amministrazione comunale, infiammando l’ultima campagna elettorale, e che coinvolge ora anche la giunta Gualtieri. Perché ci sono troppi cinghiali in Italia Gli ultimi dati dell’Istituto superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale segnalano un raddoppio del numero degli esemplari in 10 anni: dai 500 mila nel 2010 a 1 milione nel 2020. La grande diffusione del cinghiale sul territorio italiano è dovuta alle massicce azioni di ripopolamento a scopo venatorio avvenute in passato. Il cinghiale italico è di piccola dimensione e si riproduce con la media di due cuccioli una volta l’anno. Gli esemplari introdotti dai cacciatori, invece, provengono per lo più dall’Europa dell’Est, hanno dimensioni più grandi e soprattutto possono partorire dalle due alle tre volte l’anno con una media di 10 capi a cucciolata. “È evidente - sottolinea Maurizio Gubbiotti, alla guida dell’Ente regionale Roma Natura - che in una situazione come questa la riproduzione del cinghiale è andata velocemente fuori controllo”. Per questo motivo dal 2015 è vietata l'immissione di cinghiali su tutto il territorio nazionale, ad eccezione delle aziende faunistico-venatorie e delle aziende agri-turistico-venatorie adeguatamente recintate. Che ci fanno i cinghiali a Roma Come spiega Bruno Cignini, zoologo, docente presso il dipartimento di biologia di Tor Vergata ed ex membro del Dipartimento Tutela ambientale del Campidoglio, è impossibile sapere con esattezza quanti cinghiali popolano la Capitale. “Ci sarà qualche migliaio di esemplari sparso nelle riserve. Roma ha ben 22 parchi, alcuni molto grandi che si infilano dentro la città. Un esempio è il Parco Regionale di Veio che confluisce nella Riserva naturale dell’Insugherata, proprio vicino al punto in cui c’è stato l’ultimo avvistamento”. Inoltre, sono animali in costante movimento e tendono a spostarsi da una regione all’altra proprio grazie ai tanti corridoi ecologici che circondano Roma. Tuttavia, questo non basta per spiegare la presenza del cinghiale nelle zone urbane. “L’unico motivo per cui un animale selvatico esce dal proprio habitat è per la ricerca del cibo”, dice Gubbiotti. E Roma è ricca di cibo per i cinghiali: sono i rifiuti ad attirare la loro attenzione. D’altronde è molto più semplice mangiare dai cassonetti della spazzatura strabordanti, piuttosto che procacciarsi il cibo nel sottobosco con il rischio di incorrere in qualche lupo affamato. È un problema che non riguarda solo la Capitale, ma interessa anche altre città, come Genova, Trieste, Firenze, Isernia e Bari.Da una ricerca dell'Ispra e dell’università La Sapienza di Roma, emerge come in Italia oltre 90 centri urbani siano frequentati dai cinghiali più o meno regolarmente. E la situazione sembra essere peggiorata con la pandemia. Mesi di lockdown hanno lasciato città e campagne libere dalla presenza dell’uomo, incoraggiando la circolazione dei cinghiali sul territorio. Nel 2021 Coldiretti ha registrato un aumento del 15% , con una stima di circa 2,3 milioni di esemplari in Italia. I tentativi di risolvere l’emergenza Nel 2019 il Comune di Roma, la Regione Lazio e la Città metropolitana hanno sottoscritto un protocollo d’intesa per la gestione del cinghiale. Ma qualcosa non ha funzionato. In sostanza, secondo quanto previsto dall’accordo, il Comune avrebbe dovuto ripu-
Uomini e cinghiali in città la convivenza fuori controllo
Le due femmine di cinghiale che allattano i propri cuccioli in strada, su via Basilio Puoti a Roma, a ridosso della Riserva naturale dell’Insugherata A destra l’ingresso della Riserva naturale dell’Insugherata
Si riaccende la polemica sull’invasione degli ungulati Gli zoologi: “Qualche migliaio sparso nei parchi di Roma”
lire la città dai rifiuti e la Regione, attraverso Roma Natura, si sarebbe dovuta occupare della cattura dei cinghiali in esubero e il loro conferimento alle industrie di trasformazione delle carni. “Il progetto spiega Cignini - non è mai realmente decollato, sia perché Roma Natura si è scontrata con le associazioni animaliste, sia perché il Comune non ha mai fatto quanto promesso. Tutto si è trasformato in un rimpallo di responsabilità”. A complicare la situazione, il recente decreto-legge per il contenimento della peste suina che obbliga la macellazione dell’animale entro i 5 giorni dalla cattura. Tempistiche che, secondo Roma Natura, non è possibile rispettare per motivi logistici legati al trasporto delle bestie. Le recinzioni dei parchi Un dialogo complicato quello tra Comune e Regione, che trova ostacoli su un altro tema: le recinzioni intorno ai parchi. “Manca la manutenzione, per questo i cinghiali riescono ad oltrepassare i confini dei parchi e a entrare in città” accusa Massimo Vitturi, re-
sponsabile dell’area animali selvatici dell’associazione ambientalista Lav. “Rifiuti e recinzioni sono compiti del Comune - sottolinea il presidente di Roma Natura - mentre tutto quello che succede nei parchi è di nostra responsabilità”. Il Campidoglio ribatte di star lavorando per mappare tutti i varchi e i corridoi che i cinghiali utilizzano per accedere alla città. “Ci attiveremo per le recinzioni assicura l’assessore all’Ambiente, Sabrina Alfonsi la stessa cosa dovrebbe fare e siamo certi farà Roma Natura per le recinzioni di competenza, in fin dei conti i cinghiali escono dai parchi regionali”. Ma secondo l’esperto di zoologia Cignini, riparare le recinzioni non risolverà il problema: “Alcuni parchi occupano migliaia di ettari, non è possibile recintarli tutti”. La via della sterilizzazione Per contenere l’invasione nella città, le associazioni ambientaliste chiedono lo stop degli abbattimenti in favore di piani meno cruenti. “Abbiamo istituito un fondo di 500mila euro per l'introduzione in Italia del
vaccino immuno contraccettivo GonaCon - dichiara la deputata Michela Brambilla, fondatrice di Lega italiana difesa animali e ambiente - si tratta di un vaccino americano, oggetto di numerosi progetti per il controllo della fertilità della fauna selvatica. È già stato sperimentato con successo sui cinghiali”. Tuttavia un’intesa con gli enti territoriali non è mai stata raggiunta, da una parte per i costi elevati, dall’altra perché, come spiega Gubbiotti, “l’associazione non è riuscita a garantire una serie di procedure obbligatorie legate al fatto che il cinghiale è patrimonio indisponibile dello Stato, quindi posto sotto tutela”. Nel frattempo gli ungulati continuano a circolare liberamente in città. Nei primi giorni di aprile dovrebbe essere convocato un tavolo tecnico per modificare il vecchio Protocollo e renderlo funzionale, anche alla luce della situazione sanitaria relativa alla peste suina. “Stiamo cercando di essere più operativi - assicura l’assessore Alfonsi - attualmente il Comune sta mettendo in campo azioni importanti per la pulizia della città, a prescindere dalla presenza dei cinghiali”.
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L’ESPERTO
L’ASSESSORA
“Il surplus di questa specie danneggia la biodiversità”
Gubbiotti di Roma Natura “Bisogna ridurre gli esemplari”
Perché c’è questa grande diffusione del cinghiale nel nostro Paese? “In Italia c’è l’emergenza cinghiale, non si può negarlo - osserva Maurizio Gubbiotti, presidente dell’Ente regionale Roma Natura - c’è un surplus di questa specie selvatica che dal punto di vista della biodiversità è un problema perché numericamente predomina su altre specie animali e vegetali. Questo surplus è dovuto alle politiche di ripopolamento degli ultimi decenni avviate dagli ambiti territoriali di caccia. Da una parte si è cacciato troppo il cinghiale italico che è di piccola dimensione, arrivano massimo a 70 chili un paio di cuccioli una volta l’anno quindi del tutto compatibili. Di conseguenza le azioni di ripopolamento hanno portato dentro il nostro territorio specie provenienti dai paesi dell’est, di dimensioni molto più grandi (il maschio adulto pesa 150 kg) che hanno perso la stagionalità dei calori a causa dei mutamenti climatici e quindi partoriscono anche due e tre volte l’anno con una media di 10 capi a cucciolata. È evidente che in una situazione come questa la riproduzione del cinghiale è andata velocemente fuori controllo”. Parliamo dell’emergenza cinghiale a Roma… “Roma è circondata da tanti corridoi ecologici, come il Parco regionale di Veio che entra in contatto con la Toscana e che inevitabilmente rappresenta un passaggio naturale per molti cinghiali. La Capitale si trascina da anni un grande problema: il quantitativo di rifiuti lasciati per strada. L’unico motivo per cui un animale selvatico esce dal proprio habitat è per la ricerca del cibo. E alimentarsi da una città sommersa dai rifiuti è molto più semplice rispetto alla caccia nei boschi. L’eccedenza di questo animale oltre a minare la biodiversità, danneggia l'agricoltura, spaventa le persone, e può essere un rischio sul fronte sanitario con tutte le patologie che possono passare dall’animale all’uomo”. Cosa si può fare per arginare il problema? “A questa emergenza si risponde diminuendo i capi. Al momento l’unica strada percorribile è quella della macellazione. Nel frattempo lavorare a politiche che evitino il ripetersi del fenomeno. Da una parte sono i parchi a dover occuparsi dei piani di contenimento, che passano attraverso catture, abbattimenti selettivi ecc. Su Roma l’ente più importante è Roma Natura. Io sono contrario all’abbattimento selettivo nei parchi perché siamo in città e non si può sparare in zone
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MAURIZIO GUBBIOTTI Presidente dell’Ente regionale Roma Natura
urbane. L’altra possibilità è quella di conferire i cinghiali in zone faunistiche venatorie. Ma anche questa strada ritengo sia troppo stressante per l’animale. Al momento stiamo procedendo con la cattura in gabbie dell'animale e il suo conferimento all’industria di trasformazione della carne. Negli ultimi anni abbiamo preso un migliaio di capi ma non è semplice perché avviene tutto nella città, dove le gabbie devono essere posizionate in luoghi molto ampi per evitare che risultino un rischio sia per le persone che per gli animali domestici. In ogni caso, tutto questo non può avvenire senza prima rimuovere i rifiuti dalle strade e sistemare le recinzioni intorno ai parchi. Sono cose in capo al Comune. Tutto quello che succede ai parchi è nostra responsabilità. Inoltre, non aiutano i focolai di peste suina che hanno investito l’Italia negli ultimi mesi. Anche se il Lazio non è una regione a rischio, l'Asl ha messo in atto uno strumento preventivo che ci obbliga a mandare al macello i cinghiali entro 5 giorni dalla cattura. Tempistiche che per motivi logistici sono difficili da rispettare”. Regione Lazio e il Comune di Roma come si sono attivati per contenere la diffusione di questo animale? “Dal 2019 è attivo un protocollo d’Intesa tra Regione Lazio e Roma Capitale per la gestione del cinghiale. Ma si tratta di uno strumento che non ha mai funzionato, costruito in maniera sbagliata perché segnato da un impianto animalista voluto dalla vecchia amministrazione, che non è negativo di per sé ma si allontana del tutto dalla soluzione. Secondo questo protocollo, ad esempio, la cattura prevede l’utilizzo della telenarcosi con farmaci che poi comprometterebbero la trasformazione della carne. È giusto avere un approccio animalista al problema, ma in alcuni casi l’uccisione dell’animale è obbligatoria”. Quali altri interventi potrebbero essere efficaci? “Lavorare sulla sperimentazione rispetto alla sterilizzazione. Associazioni ambientaliste ci hanno proposto di sottoscrivere un protocollo con il quale si sarebbero fatti carico della sterilizzazione dei cinghiali catturati. Ma un’intesa non è ancora stata raggiunta”. (p.p)
“Roma pulita e parchi recintati Comune e Lazio stanno lavorando”
L’allarme di Sabrina Alfonsi “La peste suina complica tutto”
Da decenni nella Capitale si parla di emergenza cinghiali. La nuova amministrazione comunale come si sta muovendo per risolverlo? "Una ricerca ancora in corso tra l’Istituto superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale e Università ‘La Sapienza’ di Roma, mette in evidenza come in Italia oltre 90 centri urbani sono frequentati dai cinghiali più o meno regolarmente - spiega l’assessora all’Ambiente del Campidoglio, Sabrina Alfonsi - ciò accade soprattutto perché attratti dalla disponibilità di rifiuti e cibo. Il problema non è solo romano. Con l'emergenza Covid si è registrato un aumento del 15% di cinghiali, con una stima di 2,3 milioni di unità in Italia. Le altre città interessate sono ad esempio Genova, Trieste, Firenze, Isernia, Bari. Ovviamente ci stiamo attivando per risolverlo cercando di operare in maniera più concreta di quanto fatto in precedenza". Nel 2019 fu avviato un protocollo d’intesa tra la vecchia Giunta e la Regione. Tuttavia, questo strumento sembra non aver funzionato. "Esatto, il Comune di Roma la Regione Lazio e la Città Metropolitana hanno sottoscritto, sotto l’egida della Prefettura, un protocollo d’intesa ( Del.ne G.C. 190/2019) per la gestione del cinghiale nel territorio di Roma Capitale che individua tipologie di intervento e tecniche di attuazione. Ad oggi però gli interventi effettuati non sono stati sufficienti ad arginare il problema in quanto le procedure operative presentano delle criticità dovute perlopiù al coordinamento delle diverse competenze in campo. Lo scorso 23 marzo è stato convocato il tavolo tecnico proprio per discutere della modifica ed integrazione del Protocollo d’Intesa tra Regione Lazio, Città Metropolitana di Roma Capitale e Roma Capitale per la gestione del Cinghiale (Sus scrofa L.) del territorio di Roma Capitale approvato con Deliberazione della Giunta Capitolina n. 190. Erano presenti i direttori dei dipartimenti regionali, enti parco, polizia locale, polizia città metropolitana. Attualmente il Comune di Roma sta mettendo in campo azioni importanti per la pulizia della città, a prescindere dalla presenza dei cinghiali. Stiamo mappando tutti i cassonetti presenti nelle aree critiche e siamo disponibili anche ad effettuare spostamenti dai luoghi di maggior passaggio dei cinghiali. E’ stata realizzata, per il momento per il Municipio XIV, a cura del Municipio stesso, la mappatura dei varchi e dei corridoi
SABRINA ALFONSI Assessora all’Ambiente del Comune di Roma
che i cinghiali utilizzano per accedere dai parchi alla città. Stiamo cercando di essere più operativi. Sottolineo che le nuove leggi per il contenimento della peste suina africana che interessano tutto il territorio nazionale, creano vincoli alle possibili azioni. Anche alla luce del cambiamento normativo e della situazione sanitaria (peste suina) il Protocollo d’Intesa dovrà essere modificato. Per l’emergenza della peste suina infatti gli animali catturati dovrebbero essere macellati e/o inceneriti perché non possono più essere trasportati e messi a disposizione delle aziende faunistiche venatorie per motivi di sicurezza. Tutto ciò complica ulteriormente la situazione e noi non vorremmo arrivare a queste drastiche soluzioni. La prossima riunione del tavolo sarà convocata per i primi giorni del mese di aprile, il Comune di Roma sta comunque continuando con le mappature e gli interventi per la pulizia”. Il Comune di Roma ha in mente nuove proposte o delle iniziative sono già avviate per la gestione del problema? “Attualmente siamo in attesa che la Regione Lazio predisponga il Piano regionale per la sorveglianza per la peste suina africana e per la peste suina classica per l’anno 2022 previsto dal Decreto Legge n.9 del 17/02/2022 e che dovrebbe essere pubblicato a breve per capire quali potrebbero essere altre iniziative e quali azioni possono essere intraprese”. Secondo l’Ente regionale Roma Natura, il Comune dovrebbe agire sotto due punti di vista per arginare la problematica: pulire le strade dai rifiuti e risistemare le recinzioni dei parchi…. "Dei rifiuti, come detto in precedenza, ci stiamo già occupando. Ci attiveremo per le recinzioni. La stessa cosa dovrebbe fare e siamo certi farà Roma Natura per le recinzioni di competenza (individuate con il monitoraggio effettuato) in quanto, come affermato dalla Direzione Regionale Ambiente, i finanziamenti per tali opere sono stati stanziati, in fin dei conti i cinghiali escono dai parchi regionali. Procederemo anche ad attuare una campagna di sensibilizzazione dei cittadini sia per il conferimento dei rifiuti che per informare, attraverso la realizzazione di materiale divulgativo, che chiarisca anche l’importanza dei comportamenti corretti da tenere e della necessità di collaborazione per ottenere risultati". (p.p)