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Petar Kufner LA COMUNICAZIONE DEL PROGETTO DI ARCHITETTURA

QUESTIONI DI UTOPIA


LA COMUNICAZIONE DEL PROGETTO DI ARCHITETTURA QUESTIONI DI UTOPIA


Kufner Petar Tesi di laurea specialistica in comunicazioni visive e multimediali Sessione di laurea straordinaria 2008 - 2009 IUAV Titolo La comunicazione del progetto di architettura Questioni di utopia Relatore Ciammaichella Massimiliano Carattere tipografico Linotype Sabon e Linotype Frutiger Stampa Eliografia 4S Venezia, Marzo 2010. Š 2010 Petar Kufner

In copertina Yona Friedman, Ville spatiale


LA COMUNICAZIONE DEL PROGETTO DI ARCHITETTURA QUESTIONI DI UTOPIA


Indice

Abstract

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Introduzione

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Parte 1 Il mondo come immagine La nuova “aura“ Invisibile traduzione del pensiero Estetizazzione stilistica dell’esistente Architettura come immagine Dall’arte al visivo Cambiamento di prospettiva Illuminazione artificiale

Da “hard“ a “soft“

15 19 19 23 23 27 27 31

33

Parte 2 Utopia in Yona Friedman

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Quadro storico 1950 - 1960

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Architettura Pop Megastruttura Architettura sulla carta Città ideale come utopia

57 59 61 67

Progetto Realizzazione dell’utopia Descrizione del progetto Storyboard

69 79 82

Appendice Intervista a Manuel Orazi

86

Note Elenco delle illustrazioni Bibliografia

90 94 96


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Abstract

La tesi analizza il processo comunicativo del progetto architettonico, considerando come elemento chiave l’immagine quale espressione diretta del pensiero, forma prodotta. Nell’architettura è l’edificio stesso la sintesi e il prodotto del pensiero, rappresentato per mezzo di forme simboliche, ovvero di forme che nella maggior parte dei casi evocano immagini, per dare concretezza a ciò che vive solamente nell’immaginario. Spesso le immagini vengono costruite appositamente per mirare all’impatto visivo, attraverso accorgimenti grafici che tendono ad abbellire e rivestire un prodotto assente. Da questa breve introduzione nascono le premesse per una verifica diretta sulla rappresentazione di architetture vissute soltanto nei termini della rappresentazione. Immagini di architettura e architettura dell’immagine: saranno messe a confronto attraverso processi di analisi e rielaborazione, con differenti strumenti di rappresentazione: digitali, tradizionali, ibridi. L’architetto diviene il “regista” di un processo complesso. Il progetto espone le architetture che esistono nel dominio virtuale del pensiero, utopie da abitare che prendono vita (e di solito muoiono), nell’ambito delle idee. Il fondamentale contributo offerto dall’opera di Yona Friedman, trova nella tesi spazio per la riflessione critica e diventa banco di prova della sperimentazione, attraverso la realizzazione di un video che riproduce le relazioni fra un’utopia e lo spazio antropico, quello di Venezia.


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Introduzione

Verso un’architettura può essere considerato uno dei testi più importanti dell’inizio del secolo scorso, nel quale l’autore, Le Corbusier (1923), avvia una nuova epoca orientata all’ottimismo verso la nuova modernità. Possiamo inoltre considerare Rethinking architecture (1997), di Neal Leach, come un’immaginaria chiusura di quest’epoca: attraverso una raccolta di saggi traccia una riflessione sociologica e filosofica sull’architettura. Nell’ultimo capitolo intitolato «Poststructuralism» si prende in considerazione la forma architettonica, dove l’idea di fisicità è vista come in graduale scomparsa, e a causa dell’avvento delle nuove tecnologie avanzate e di nuovi strumenti di rappresentazione, cambia il modo di pensare l’architettura. Secondo Paul Virilio, la nostra società è indirizzata verso la conquista dello spazio, dove “l’architettura è diventata progressivamente introversa divenendo una specie di fiera dei macchinari […]”1. Quindi la tecnologia non è più riferita all’architettura ma piuttosto alla scienza ingegneristica che ci lancia verso lo spazio esterno. Lo stesso concetto che suggeriva Le Corbusier (1923) nei capitoli «Occhi che non vedono»2. Il filo conduttore che attraverserà i capitoli della tesi riprende l’idea di Jacques Derrida, di contaminare l’architettura e quindi di metterla in comunicazione con gli altri media e l’arte in generale. Rimanendo, sempre secondo Derrida, legati al pensiero di “consistenza” dell’architettura, la materialità su cui essa è fondata non può essere ignorata. Partendo dall’affermazione di Georges Baird, “che l’architettura occupa il suo posto nell’esperienza umana grazie ad un certo tipo di comunicazione”3, la tesi analizza la comunicazione all’interno del progetto architettonico, sempre più caratterizzato dall’esibizione delle tecnologie comunicative anziché da strategie rappresentative che rilancino gli aspetti tettonici. E’ compito di questa ricerca quello di rispondere ai seguenti quesiti: - Come mai la società dello spettacolo contamina l’architettura, nel momento in cui i processi di elaborazione e riproducibilità tecnica si sono evoluti e velocizzati? - Perché oggi l’architettura è arte del display? Si analizza il rapporto interfaccia/supporto piano, e la rispondenza alla costruibilità nel progetto di architettura. La rappresentazione sconfina in ambiti altri che sembrano essere fagocitati dall’architettura dell’ibrido: il design, il cinema, la fotografia, l’arte in genere ..., sono fonti d’ispirazione per gli architetti e divengono espedienti utili alla comunicazione. La prima parte tratterà le regole della rappresentazione e della sua crisi.


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Le Corbusier, “Occhi che non vedono�, 1923. pp. 106 - 107.


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L’esame delle procedure progettuali, nelle quali l’artefatto comunicativo (inteso come immagine), e la forma definitiva prodotta, vengono influenzati dalla tecnologia, tende a dimostrare che spesso ci si dimentica che il progetto è soprattutto un procedimento mentale. Ma quanto è determinante la tecnoscienza4, e quanto imita l’ideazione e la progettazione? Vivendo in una civiltà delle immagini5 ci si chiede quale alfabeto possiamo usare per leggerle, per non cadere nella trappola della loro immediatezza e soprattutto, per non associare troppo potere a ciò che non ci lascia il tempo di riflettere. Spesso le immagini vengono costruite appositamente per mirare all’impatto visivo, attraverso stilemi che tendono a far svanire una tettonica assente. Sembra che oggi il design si sposti sempre più verso estetiche narcisistiche, quelle che terminano nell’immagine6. La Seconda parte tratta il discorso sulla realtà odierna - quella digitale, che facilita il virtuale – un estensione di tutto ciò che è la realtà7, come sostiene Gilles Deleuze. “È difficile pensare a un’architettura virtuale nei termini del costruito”8. L’architetto usa il virtuale come un mezzo per creare un progetto, e in questo caso la virtualità diventa una sorta di protesi attraverso la quale guarda la realtà antropica. Da quando si è smesso di disegnare per costruire, l’architetto ha lavorato nel mondo virtuale producendo rappresentazioni astratte dello spazio. A tale scopo si analizzano differenti strumenti di rappresentazione (visualizzazione e modellazione), software 3D per la gestione e progettazione dello spazio: virtuale, cyberspace, cyberworld. La ricerca si conclude presentando uno scenario sperimentale, dove l’immagine dell’architettura e l’architettura dell’immagine stessa, saranno messe a confronto attraverso processi di analisi e rielaborazione, con differenti strumenti di rappresentazione: digitali, tradizionali, ibridi, a dimostrare che chi si occupa di comunicazione del progetto di architettura è il “regista” di un complesso processo. Il progetto espone le architetture che esistono nel dominio virtuale del pensiero, in altre parole le architetture che prendono vita (e di solito muoiono) nell’ambito delle idee, producendo un luogo dove il desiderio può riconoscere se stesso, e li può vivere.


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“Se l’architettura quale strumento di rappresentazione gode attualmente di un nuovo consenso nella sua veste sovrastrutturale di immagine, il diagramma illude la cultura architettonica circa la capacità di questa sovrastruttura di divenire struttura. Ma come consigliava Nicolò Machiavelli, all’immaginazione delle cose è da preferire la loro effetualità.”

Le Corbusier, Sistema Maisson Dom-ino, 1915.

Pier Vittorio Aureli, Architecture after the Diagram


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Le Corbusier, Ville Savoye, 1929 / 1931.

Paul Virilio, After architecture

“Cosa succede con lo spazio architettonico definito dalle tecnologie della comunicazione anziché dalle tecnologie della costruzione? Esistono ancora le vecchie forme? In quale senso uno potrebbe ancora “costruire” qualcosa - una cosa qualsiasi, quando l’interfaccia, ha sostituito la superficie e il feedback riduce il pianeta a niente?”

La comunicazione del progetto di architettura - Questioni di Utopia  

research about communication within architectural project

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