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150 ANNI di STORIA ATTRAVERSO LE PAGINE DEL NOSTRO QUOTIDIANO

SUPPLEMENTO AL NUMERO ODIERNO A CURA DI

Massa Carrara


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Così nacque la nostra provincia (mentre a Firenze usciva La Nazione) L’annessione della Lombardia? Ecco quanti fiorini costò ai piemontesi È l’aprile del 1849 Massa e Carrara in lotta per unirsi alla Toscana Giacomo Leopardi: “Là dove crescono gli aranci e il clima è come a Nizza” da La Nazione del 16 gennaio 1894 I cavatori di Carrara fanno la rivoluzione Gli anarchici di Carrara in lotta contro il fascismo Le cave di marmo: anfiteatri costruiti nei secoli dall’uomo Massa Ecco come il nostro giornale si impose negli anni Cinquanta Carrara La prima sede in piazza Farini Fu così che arrivò La Nazione De Anna: così nacquero le redazioni di provincia Era il 28 agosto del 1977 Il tornado si abbattè sulla costa in una tragica sera di fine estate da La Nazione del 18 luglio 1988 Farmoplant: una nube chimica sulle nostre città e la Lunigiana Odore acre misto ad acido Famiglie intere in fuga Era il 23 settembre del 2003 Quando la città di Carrara fu devastata dal Carrione Massa e Carrara: qui il gioco del calcio ha ormai un secolo di vita Supplemento al numero odierno de LA NAZIONE a cura della SPE Direttore responsabile: Giuseppe Mascambruno

MASSA CARRARA

150 anni di storia attraverso le pagine del nostro quotidiano.

Non perdere in edicola il terzo fascicolo regionale che ripercorre, attraverso le pagine de La Nazione, la storia fino ai nostri giorni e i 17 fascicoli locali con le cronache più significative delle città. In copertina: un ritratto marmoreo di Giacomo Leopardi che decantò il clima mite di queste terre e un’immagine del cavatore anarchico Alberto Meschi.

Progetto grafico: Marco Innocenti Luca Parenti Kidstudio Communications (FI)

Vicedirettori: Mauro Avellini Piero Gherardeschi

Stampa: Grafica Editoriale Printing (BO)

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Hanno collaborato: Alberto Sacchetti Guido Baccicalupi Gustavo Masseglia Cristina Lorenzi

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Succursale di Firenze: V.le Giovine Italia, 17 - tel. 055-2499203 I fascicoli sono sfogliabili on line su www.lanazione.it


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Eravamo nel 1859

COSÌ NACQUE LA NOSTRA PROVINCIA (mentre a Firenze usciva La Nazione) L’attività dei risorgimentali nel nostro territorio. Come fu che Ricasoli seppe creare il nuovo giornale alla notizia dell’armistizio di Villafranca.

Nazione e da allora il collegamento fra il quotidiano di Ricasoli e il nostro territorio fu una realtà. E infatti, come fu accettata a Carrara e a Massa La Nazione, nata in una sola notte, il 14 luglio 1859, dopo che i risorgimentali avevano avuto notizia dell’armistizio di Villafranca? I patrioti, ed erano sicuramente la maggioranza – anche se recenti studi e ricerche dimostrano che il partito degli estensi era tutt’altro che sconfitto, e continuò per lungo tempo a contrastare il nuovo Stato, così come ci furono arresti, e nostalgici del passato regime costretti all’esilio – fin dai primi numeri lessero il quotidiano di Firenze. Che accompagnerà le vicende della Toscana liberata dai Lorena e quindi quelle dell’Italia Unita passo dopo passo fino ad oggi. Quando La Nazione festeggia non solo i suoi primi 150 anni, ma anche più il fatto di essere il più antico quotidiano d’Italia che non ha mai cambiato nome, nè ha cessato le pubblicazioni se non per brevi periodi durante la guerra.

Il “Barone di Ferro”, Bettino Ricasoli, si rivolse a Puccioni, Fenzi e Cempini dicendo: “Voglio La Nazione per domani mattina”. Era la sera del 13 luglio del 1859 e l’indomani, alle dieci del mattino, il nostro giornale fu distribuito in tremila copie.

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o chiamano ancor oggi “il Sud della Toscana”, con evidente ironia, con rammarico anche, perché la provincia di Massa e Carrara non è sicuramente la più ricca della regione e perché le sue vicende storiche e geografiche sono le più complesse. Posta a Nord della Toscana, ha dovuto subire per lungo tempo la presenza degli estensi, poi i “saccheggi” a favore della confinante Liguria e della provincia di La Spezia, ma anche ha dovuto cedere territori a Lucca, e più volte ha cambiato nome. Eppure, la toscanità di queste due città che la compongono, Massa e Carrara,

è fuori discussione. E l’apporto dato al Risorgimento italiano fu notevole. A dimostrarlo, nelle pagine che seguono, il documento con il quale nel 1849, il governo toscano protestava perché la nostra provincia – che approfittando dei moti del ‘48 si era unita al Granducato di Toscana – era stata poi riconquistata dagli austriaci che agivano a favore degli estensi. Ma passeranno dieci anni e finalmente la provincia non solo potrà nascere all’interno della Toscana, ma anche potrà seguirne le sorti nel plebiscito per l’annessione al Piemonte. Ebbene, in quello stesso anno nacque a Firenze La

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a storia è nota. L’11 luglio del 1859, nel pieno della seconda guerra di indipendenza, quando le truppe franco piemontesi avevano vinto battaglie di rilevanza enorme, come quella di Solferino, e già si pensava come invadere e liberare il Veneto, all’improvviso francesi ed austriaci firmarono un armistizio ed i Savoia non ebbero la forza per opporsi. Lo fecero perché la Francia cominciava a temere un attacco da parte della Prussia che stava ammassando le sue truppe ai confini. E dunque, ecco che al Piemonte veniva concessa quasi per intero la Lombardia, ma il Veneto, il Trentino e la Dalmazia restavano agli austriaci, mentre in Toscana sarebbero tornati i Lorena, e in ogni caso si ipotizzava una federazione di stati del Centro Sud sotto la guida del

Papa. Alla notizia, Cavour, dopo uno scontro durissimo con Vittorio Emanuele si dimise. E l’unico a sostenere la causa dell’Italia da unire, restò in quelle ore il capo del governo toscano costituitosi dopo la partenza del Granduca, Bettino Ricasoli appunto. La notizia dell’armistizio arrivò a Firenze nel pomeriggio del 13 luglio e i patrioti si riunirono in Palazzo Vecchio dove regnava la rabbia, il caos, la voglia di reagire ma anche un profondo senso di impotenza.

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l’unico che dimostrò di avere le idee chiare, ben al di là della logica, delle possibilità offerte dalla diplomazia, si rivelò Ricasoli che non poteva a nessun costo accettare quanto stava accadendo. Così, dimostrandosi in quelle ore il vero artefice del Risorgimento, ancor più dello stesso Cavour che in qualche modo aveva gettato la spugna, Ricasoli spedì due ambasciatori a Torino e a Parigi per tentare di modificare le cose. Ma nello stesso tempo mandò a chiamare tre patrioti fiorentini, il Puccioni, il Fenzi ed il Cempini, che a suo tempo avevano proposto di stampare un quotidiano in appoggio alle posizioni del governo toscano, e disse loro: “È arrivato il momento, per domattina voglio il giornale.” E dette anche il nome alla testata “La Nazione”, che era tutto un programma, anzi, era il programma. Puccioni, Fenzi e Cempini presero una carrozza e si fecero portare in via Faenza alla tipografia di Gaspero Barbera, un patriota piemontese e qui cominciò un lavoro frenetico a redigere i testi ed a comporli. Alle cinque del mattino Ricasoli si presentò alla tipografia, lesse le bozze e dette il consenso. Alle dieci, tirate pare in tremila copie, due pagine in mezzo foglio, oggi diremmo formato tabloid, erano in vendita nel centro cittadino. Si trattava di


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un’edizione senza gerenza, senza il nome dello stampatore, senza il prezzo, senza pubblicità. Praticamente un numero zero.

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così si andò avanti fino al 19 luglio quando, finalmente, La Nazione uscì nel suo primo numero ufficiale, con formato a tutto foglio, le indicazioni di legge, i prezzi per l’abbonamento e per la pubblicità. Così, dunque, nacque il nostro giornale. Che conobbe i giorni fausti dell’Italia Unita, e poi quelli pieni di problemi, non solo economici, in cui Firenze fu provvisoriamente capitale. Quindi la questione romana, la breccia di Porta Pia, e insomma tutte le fasi che con alterne vicende portarono alla nascita dello Stato italiano. Ma fu proprio con Roma Capitale che La Nazione dovette modificare il proprio tipo di impegno. Che fare? Seguire il governo e il mondo politico fino a Roma, là dove si sarebbero svolte da allora in poi tutte le vicende, e prese le decisioni relative all’Italia? La domanda fu posta ed era più che legittima. Nessun altro quotidiano aveva il diritto di continuare le proprie pubblicazioni nella sede del regno e del governo italiano, più di quello che l’Italia aveva contribuito a farla nascere. Ma fu compiuta una scelta, che di certo non fu di tipo economico: restare. Restare a Firenze, accompagnare la vita della città dove era nata, e dedicare sempre di più le proprie attenzioni anche alla vita quotidiana, a quella che oggi diremmo la cronaca di ogni giorno. Insomma, da grande foglio risorgimentale carico di tensioni ideali, a giornale come oggi lo intendiamo. Con rubriche dedicate alla moda, allo sport, con grandi spazi dedicati alla

vita musicale e teatrale. Con la disponibilità a condurre grandi battaglie nel nome e per conto di Firenze, che già allora viveva con naturalezza la sua doppia natura, ancor oggi visibile: quella di una dimensione provinciale aperta al mondo e città universale; e allo stesso tempo città dove pochi personaggi, e fra loro in costante conflitto, dominavano la scena.

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ese possibile questa scelta di obiettivi un grande direttore, Celestino Bianchi. Che seppe conquistare il pubblico femminile, interessare anche la media e piccola borghesia mercantile, ma soprattutto richiamare intorno al foglio di Ricasoli le migliori firme italiane del momento. Che, del resto, già erano presenti su La Nazione, fin dai primissimi anni. E allora ecco il D’Azelio e il Tommaseo, ecco il Manzoni e il Settembrini, e poi il Collodi, il De Amicis, Alessandro Dumas, Capuana, il Carducci e in seguito anche il Pascoli, ed infiniti altri. Grandi firme che sarebbero continuate durante il fascismo e nell’Italia repubblicana fino ad oggi. Da Malaparte a Bilenchi, a Pratolini, ad Alberto Moravia, a Saviane, a Luzi. Dopo aver ospitato Papini, Prezzolini, Soffici, e gran parte dei letterati delle Giubbe Rosse nel periodo che precede e che segue la grande Guerra. Queste le scelte che permisero a La Nazione, pur dovendo affrontare momenti di crisi e di difficoltà, di battere ogni volta le testate concorrenti. Se esisteva una difficoltà di vendita o addirittura di immagine, sempre riuscì a trovare gli uomini e le energie per risollevarsi. Liberale infatti, fu sempre il quotidiano fiorentino, ma di un liberalismo illumina-

to che sapeva aprirsi ogni volta ai temi di interesse sociale, e per farlo non esitava ad ospitare anche firme lontane dalle proprie posizioni. Così, quando si trattò di presentare ai fiorentini, e commentare, la nascita delle scuole serali, fu chiesto un articolo a un giovane e rivoluzionario poeta, il Carducci. E fu tra i primi giornali, La Nazione di Firenze, a porre sul tappeto il dramma del lavoro minorile, e a pubblicare le relazioni di Sidney Sonnino sulla condizione dei bambini, quelli del Nord Italia che a sette anni lavoravano anche 13 ore al giorno nell’industria della seta e quelli di Sicilia, costretti a starsene chini, senza luce né acqua, nelle solfatare siciliane. Ancora di più colpisce, per il giornale del Risorgimento, la moderazione con la quale fu seguita la questione romana e fu data notizia della breccia di Porta Pia.

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dunque, è in omaggio ad una visione laica delle differenze fra Stato e Chiesa, una visione totalmente deducibile dai vangeli che si combatté quella battaglia, che non significava affatto compiacersi di un assoluto anticlericalismo ideologico, o ancor di più di una qualsiasi forma di ateismo conclamato. E ancora, quando si trattò di decidere se trasferirsi a Roma capitale, seguendo le sorti del governo e del Re, la spiegazione data ai lettori fu questa. “Noi non vogliamo che Roma attiri a sé tutta la forza intellettuale. Noi vogliamo che Napoli, Firenze, Bologna, Venezia, Milano, Torino, serbino la loro influenza legittima, portino il peso nella bilancia delle sorti politiche nazionali. Ogni regione ha elementi origi-

nali da custodire e nello stesso tempo è sentinella dell’Unità inattaccabile.” Una prosa intelligente, modernissima, attuale ancor oggi, 140 anni dopo.

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n atteggiamento che La Nazione conservò anche in epoche ben diverse. Così, durante il fascismo, pur costretta come tutte le testate a pubblicare le veline del minculpop, non per questo La Nazione si allineò mai totalmente al regime. Tanto da opporsi, allorché il Regime voleva imporre come direttori uomini di assoluta fede a Mussolini. E ospitare firme, come quella di Montale, il personaggio che per il suo antifascismo era pur stato “licenziato” dal Vieusseux. Uno stile, un modo di essere, che la premierà quando, pur con mille problemi tornerà alle pubblicazioni nel 1947. E ancora, quando nel ’68 la realtà italiana dette segni di grande malessere e tutto il nostro modo di essere società fu posto in forse, La Nazione non esitò ad assumere giovani della più varia estrazione politica ed ideologica, anche con provenienze ben diverse da quelle liberali, perché contribuissero ad aiutare la direzione a interpretare quanto stava accadendo. Erano i giorni del direttore Mattei ed ancor più del condirettore Marcello Taddei. La Nazione si poneva una volta di più il problema di come adeguarsi ai tempi. E se ciò le costò dei rischi, e dure minacce per alcuni dei suoi cronisti - quelli più esposti nei giorni del terrorismo - ciò non modificò la sua linea.

Nel tondo: Massimo d’Azeglio fra i primi collaboratori politici de La Nazione.


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L’annessione della Lombardia? Ecco quanti fiorini costò ai piemontesi Il primo supplemento nella storia de La Nazione pubblicò gli accordi di pace tra Francia e Austria

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cco il primo supplemento pubblicato a corredo de La Nazione. Fu diffuso il 22 ottobre 1859, ed andò a ruba fra i lettori. Si tratta di un dispaccio dell’Agenzia Stefani composto a tutta pagina arrivato da Parigi la sera del 21 ottobre, e contiene il trattato di pace tra Francia ed Austria. È dunque la conseguenza dell’armistizio di Villafranca, del quale riprende in gran parte le decisioni, e segna la fine della seconda guerra di Indipendenza.

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olpisce, leggendolo, l’aspetto economico che solitamente viene trascurato nei libri di storia. Eppure, a guardar bene è forse la parte più rilevante della pace. Al Piemonte infatti, per avere la Lombardia, in qualche modo conquistata sul campo di battaglia, occorre versare una cifra considerevole oltre a farsi carico dei tre quinti dei debiti della banca del Lombardo Veneto. Ora, se si pensa che il Veneto restava all’Austria, appare chiaro che la gran parte dei debiti dell’Istituto finanziario finisce

Il 22 ottobre del 1859 i lettori de La Nazione per la prima volta ricevono in omaggio un supplemento di particolare valore storico.

proprio a carico dei Savoia. E allora, il sangue versato a Solferino dalle armate vittoriose dei patrioti?

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’altro aspetto riguarda il timore che l’Italia Unita voglia in qualche modo rifarsi delle spese a scapito degli “stabilimenti religiosi” e in genere della Chiesa. Cosa che poi avvenne in qualche modo, ma che austriaci e francesi volevano evitare ad ogni costo. Così dettano una serie di regole per evitare che in Lombardia, il nuovo governo vada a far cassa confiscando le confraternite religiose. Altro aspetto, in qualche modo collegato, il ruolo che dovrà avere il Papa in una possibile confederazione di stati italiani.

IL TRATTATO DI PACE Parigi 21 ottobre sera – I fogli francesi ed Inglesi riproducono un dispaccio da Zurigo contenente i particolari del trattato Franco – Austriaco. L’Austria conserverà Peschiera e Mantova. Il Piemonte pagherà le pensioni accordate precedentemente dal Governo lombardo. Pagherà all’Austria 40 milioni di fiorini, assumerà tre quinti del debito del Monte Lombardo Veneto: totale del debito assunto dalla Sardegna 250 milioni di franchi. Desiderando la tranquillità della Chiesa e volendo assicurare il potere del Papa, convinte che questo oggetto potrà essere compiutamente ottenuto soltanto da un sistema che risponda ai bisogni delle popolazioni ed alle riforme di

cui il Papa già conobbe la necessità, le due parti contraenti riuniranno i loro sforzi per ottenere che il Papa faccia delle riforme nell’amministrazione dei suoi stati. I limiti dei territori degli stati indipendenti italiani che non parteciparono alla guerra non potranno essere mutati che dietro il consenso delle potenze che concorsero a formarli, garantendo la loro esistenza: i diritti dei sovrani di Toscana, Parma e Modena sono espressamente riservati alle potenze contraenti. I due imperatori daranno tutto il loro appoggio alla formazione di una Confederazione degli Stati Italiani, collo scopo di conservare all’Italia l’indipendenza e l’integrità, assicurare il benessere morale

e materiale del Paese, vegliare alla sua difesa col mezzo di un esercito federale. La Venezia resta sotto lo scettro dell’Imperatore d’Austria, farà parte della Confederazione, parteciperà ai diritti ed agli obblighi del trattato federale, quale sarà stabilito fra gli stati italiani. Un articolo apposito regola l’amnistia. Le ratifiche saranno scambiate entro 15 giorni. L’Austria restituirà i depositi in valore affidati alla Casse pubbliche ai privati. Gli stabilimenti religiosi di Lombardia potranno disporre liberamente dei loro beni di qualsiasi natura, se il possesso di questi beni fosse incompatibile colle le leggi del nuovo governo.


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È l’aprile del 1849

Massa e Carrara in lotta per unirsi alla Toscana Ma l’esercito austriaco ed estense occupa il loro territorio. La protesta del governo di Firenze. Nella commissione governativa è presente fra gli altri Bettino Ricasoli

da “Il Conciliatore” toscano, martedì 24 aprile 1849 Una provincia contesa fra tre regioni e ironicamente definita il “Sud della Toscana”. Massa e Carrara hanno vissuto, per oltre un secolo e mezzo, con una intensità senza pari le vicende politiche dell’Italia.

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l Monitore Toscano pubblica la seguente PROTESTA La Commissione governativa che regge la Toscana a nome di S. A. R. il Granduca Leopoldo Secondo ha ricevuto con profondo dolore la officiale notizia che un corpo di Armata Austro-Estense ha militarmente occupato i territorii di Massa e Carrara, le provincie della Lunigiana, e della Garfagnana, e ne ha preso possesso a nome di S. A. R. il Duca di Modena, e rispettivamente a nome di S. A. R. il Duca di Parma.

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diritti incontestabili del Governo di S. A. R. il Granduca di Toscana alla conservazione delle provincie suddette, da esso possedute fino a questo momento con la piena adesione di tutte le Potenze Europee, gli obblighi assunti dal Governo medesimo verso quelle popolazioni le quali tanta fiducia gli attestarono con la loro spontanea dedizione, e di

tanta fedeltà e di tanto affetto gli dettero prova posteriormente ad essa, impongono alla Commissione governativa toscana il dovere di protestare solennemente contro siffatta occupazione, e di appellarne alla giustizia di tutti i Governi di Europa, affinché il silenzio non diventi argomento di acquiescenza, né in qualunque possibile eventualità venga interpretato come rinunzia di quei diritti che la Commissione governativa toscana intende al contrario di mantenere intatti con la presente protesta.

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essuno ignora come dopo la rivoluzione di Lombardia, avvenuta nel mese di marzo dello scorso anno, e la susseguente rottura di ostilità tra il Piemonte e l’Austria, S. A. R. il Duca di Modena e S. A. R. il Duca di Parma abbandonassero i loro Stati lasciando in tal modo quelle popolazioni senza Governo, e quindi nel diritto pieno ed inoppugnabile di provvedere alla propria sicurezza. Sciolti i Governi ducali di Modena e Parma, si costituirono immediatamente molti Governi provvisori i quali furono solleciti d’interrogare i voti delle popolazioni. Da questo appello risultò che i popoli dei territori di Massa e di Carrara e quelli della Lunigiana e della Garfagnana, i quali tutti sia per la loro geografica posi-

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Così nacque la provincia (e come fu cambiata negli anni) La Provincia di Massa Carrara nacque nel 1859 dal distacco della Lunigiana e della Garfagnana dal Ducato di Modena. Nel 1923 furono staccati dalla provincia i comuni di: Bolano, Calice al Cornoviglio, Castelnuovo Magra, Ortonovo, Rocchetta di Vara, Santo Stefano di Magra e Sarzana, che entrarono nella nuova provincia della Spezia. Nello stesso periodo furono ceduti tutti i comuni del Circondario di Castelnuovo di Garfagnana alla provincia di Lucca per compensarla della cessione dei comuni della val di Nievole alla nuova provincia di Pistoia. La provincia di Massa e Carrara restò così mutilata in attesa di una sua riorganizzazione (che mai avvenne per l’intervenuto conflitto). Nel 1938 i comuni di Massa, Carrara e Montignoso, vennero fusi nell’unico comune di Apuania. In quello stesso anno fu istituita la Zona industriale Apuana e la provincia assunse il nome di Provincia di Apuania. Nel 1947 con decreto Luogotenenziale il nuovo comune di Apuania fu sciolto e la provincia riprese il nome originario di Provincia di Massa-Carrara con capoluogo Massa. La Provincia di Massa-Carrara è insignita della Medaglia d’Oro al Valor Militare per i sacrifici delle sue popolazioni e per la sua attività nella lotta partigiana durante la seconda guerra mondiale con la seguente motivazione: «Ardente focolare di vivido fuoco, all’inizio dell’oppressione nazifascista sprigionò la scintilla che infiammò i suoi figli alla resistenza. Vinse la fame con il leggendario sacrificio delle sue donne e dei suoi ragazzi sanguinanti sugli impervi sentieri; subì dovunque stragi, devastazioni e rappresaglie atroci; si abbandonò alle natie montagne facendo del gruppo delle Apuane la cittadella inespugnata della libertà. In epici combattimenti irrise per nove mesi al nemico e lo vinse; sacrificò il suo dolore e il sangue dei suoi caduti, offrendoli come olocausto alla difesa della propria terra ed alla redenzione della Patria.» Settembre 1944 - aprile 1945.

La Provincia di Massa e Carrara nacque nel 1859. Fu riorganizzata nel periodo fascista, quando ebbe il nume di Apuania. Nel dopoguerra ebbe finalmente l’assetto attuale.


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li preservarono. Né certamente l’Austria aveva adesso verun diritto né veruna ragione di più che allora non avesse per violarli.

zione, sia per ragioni d’industria e di commercio, sia finalmente per affetto, erano stati mai sempre avvezzi a considerare sé stessi come congiunti alla prossima Toscana, manifestarono senza indugio e senza esitanza la volontà di entrare a far parte di uno Stato col quale avevano ed hanno tanti e così intimi legami.

Il clima mite, la suggestione di paesaggi chiusi tra i monti e il mare hanno da sempre rivolto l’attenzione di poeti ed artisti verso la nostra provincia.

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i questo universale sentimento delle popolazioni suddette si fecero interpreti i Governi provvisori che in quelle provincie si erano costituiti, ed a S. A. R il Granduca si rivolsero perché fosse accolto il voto unanimemente espresso di aggregarsi alla Toscana. E S. A. R., onde non preoccupare con una accettazione pura e semplice l’ordinamento futuro delle sorti italiane, consentì alla dimandata aggregazione, dichiarando formalmente però, siccome fece con il Motuproprio

del 12 maggio 1848, che in ogni caso doveva intendersi preservata ai popoli, che alla Toscana si univano, quella naturale libertà per cui potessero in qualunque evento provvedere a se medesimi, e di essi non venisse disposto altrimenti senza il loro consentimento.

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uesta aggregazione così conforme ai voti ed agli interessi dei popoli che l’operarono, non solo ricevé la più manifesta adesione, ma ebbe pur anco a suo favore l’opra, e l’opra efficace delle alte Potenze Europee. In fatti allorquando, dopo il disastro che colpì le armi piemontesi a Custoza e a Somma Campagna, i nuovi confini della Toscana sembrarono minacciati, l’Inghilterra e la Francia interposero sull’istante la loro mediazione onde preservarli. E

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a posizione era nell’aprile del 1849 identica a quella dell’agosto del 1848. Nell’ordinamento generale delle cose italiane se un mutato consiglio per parte dei popoli che alla Toscana si unirono li spingerà a manifestare liberamente la volontà di separarsene, la Toscana, fedele alla parola già data, lascerà quei popoli pienamente signori dei loro destini. Ma ora, nelle condizioni presenti, mentre i popoli delle provincie recentemente occupate dalle truppe AustroEstensi tutt’altra volontà hanno fin qui dimostrato fuorché quella di separarsi dalla Toscana, la Commissione governativa   mancherebbe gravemente ai suoi doveri, alla dignità ed agli interessi del paese, agli impegni presi in altro tempo dalla Toscana verso quei popoli che in  lei collocarono tanta fiducia, se non protestasse solennemente contro il fatto che a danno loro si è consumato.

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iassumendo in brevi parole le cose fin qui narrate, è indubitato che nel mese di marzo del 1848 i popoli dei territori di Massa e

di Carrara, della Lunigiana e della Garfagnana si trovarono abbandonati; è indubitato che in conseguenza di questo abbandono essi trovaronsi nel pieno diritto di provvedere alla propria sicurezza; è indubitato che questo diritto legittimamente e spontaneamente esercitarono aggregandosi alla Toscana; è indubitato finalmente che le alte Potenze approvarono e con l’opera loro sanzionarono l’avvenuta aggregazione.

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uindi è che la Commissione governativa che regge la Toscana a nome di S. A. R. il Granduca di Toscana, facendo appello alla giustizia di tutte le Potenze Europee solennemente dichiara, che la occupazione per parte delle Truppe Austro-Estensi degli Stati di Massa e di Carrara, e delle Provincie di Lunigiana e di Garfagnana, altro non è che un fatto lesivo dei più sacri diritti, e solennemente ed a tutti gli effetti protesta contro questo fatto e contro tutte le sue conseguenze. Firenze, 22 aprile 1849. Orazio Cesare Ricasoli, primo Priore ff. di Gonfaloniere - Guglielmo Cambray Digny - Filippo Brocchi - Giuseppe Ulivi - Giuseppe Martelli - Luigi Cantagalli - Carlo Buonajuti - Giuseppe Bonini - Gustavo Galletti - Filippo Rossi - Gino Capponi - Bettino Ricasoli - Carlo Torrigiani - Cesare Capoquadri.

Nel tondo grande: le truppe austroestensi in un’immagine dell’epoca. Nel tondo piccolo: Luigi Guglielmo De Cambray Digny (1820-1906). Fu una delle figure eminenti del moderatismo toscano e autorevole politico per tutta la seconda metà del XIX secolo.

Giacomo Leopardi: “Là dove crescono gli aranci e il clima è come a Nizza” “Quanto all’inverno prossimo, sono ormai deciso di andarlo a passare a Massa di Carrara... Quel clima è ottimo, simile al clima di Nizza, e forse migliore di quel di Roma: non vi nevica mai, e si esce e si passeggia senza ferraiuolo; in mezzo alla piazza pubblica crescono degli aranci, piantati in terra!” Così Giacomo Leopardi descriveva il mite clima di Massa, un clima tale da fare crescere piante di aranci nella piazza pubblica. Piazza Aranci, cuore della città, venne realizzata, così come noi oggi la conosciamo, nel 1807 quando sotto il governo di Felice ed Elisa Baciocchi venne demolita la chiesa di S. Pietro in Bagnara che fino ad allora aveva fronteggiato il palazzo Ducale, ostruendo una compiuta visione prospettica sullo stesso. La sorpresa di Leopardi, e in seguito di molti altri illustri visitatori, era data da quella doppia fila di alberi di arancio che per tre lati circondano ancor oggi la piazza omonima. Progettata come altre imponenti piazze monumentali, quali piazza Elisa a Lucca, per dare respiro monumentale alle principali città dello stato sorto in seguito alla fusione dei territori lucchesi e apuani, essa diveniva il nuovo centro di una città ancora fortemente legata all’originale impianto rinascimentale della sua fondazione.


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da La Nazione del 16 gennaio 1894

I cavatori di Carrara fanno la rivoluzione I tumulti quando si è saputo che in Sicilia è stato proclamato lo stato d’assedio Barricate a attentati ai carabinieri. Blocchi di marmo nelle strade

Per la prima volta (non certamente l’ultima) i cavatori di Carrara si ribellano al potere costituito.

Ecco la cronaca dei primi moti popolari in Toscana ed in particolare nelle provincie di Massa e Carrara. Gruppi di cavatori, in gran parte anarchici, bloccano le strade con blocchi di marmo e sparano ai carabinieri. La rivolta sarà duramente soffocata coi tribunali militari e lo stato d’assedio ben presto di estende a tutta la Regione. L’occasione della protesta sono i moti scoppiati in Sicilia. Gli arresti sono centinaia.

La scintilla per i “disordini in Toscana” fu la notizia dei moti siciliani. Gli incidenti più gravi si ebbero nella nostra provincia e videro come protagonisti i lavoratori del marmo (nel tondo).

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acconto tristi fatti che vedo oggi con i miei occhi in questo lembo di terra incantata fra le Alpi Apuane e la spiaggia tirrena. La barricata è sulla Foce di Carrara, il monte per cui i carraresi “veder Massa non ponno” e che è serpeggiato dalla strada provinciale che unisce le due città rivali. E’ su quei boschi profumati che si sono nascosti questa notte i rivoluzionari... la strada è traversata sempre, anche la notte delle carrette dei marmi, veicoli massicci che trasportano blocchi giganteschi… la prima carretta che passò fu verso le otto di sera. Gli appostati circondano e fan fuggire i toscani conduttori di buoi e con uno sforzo erculeo gettano i blocchi dalle due parti della strada, li uniscono con le catene di ferro, ci gettan sopra tronchi d’albero. Era una barricata, come la potei vedere stamani, pittoresca e superba.

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u contro di essa che urtarono un paio d’ore dopo tre poveri carabinieri che perlustravano tranquillamente la strada… un carabiniere colpito orribilmente da dozzine di piccoli proiettili al viso cadde per terra, mentre un compagno, ferito in una gamba, era trascinato dal cavallo impazzito per il dolore dell’impallinata giù per il declivio del monte. Il terzo tornava in Carrara a tutto galoppo. Contemporaneamente, notatelo, duecento uomini armati di fucili, rivoltelle,

di vanghe, compievano all’Avenza altre prodezze… compiuta la prima parte dell’impresa uno si arrampicò sul palo del telegrafo e tagliò con un’accetta tutti i fili, eccetto uno solo che nella fretta gli sfuggì. Quindi si appostarono sul ponte del Frigido, il fiumicello che muove tante segherie e forma la ricchezza di Massa.

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assavan di lì verso le dieci due dei cinque carabinieri distaccati all’Avenza… erano il brigadiere Mugnaini e il carabiniere Bortolini, un giovane volontario di 19 anni entrato nella benemerita… dopo i dissesti di famiglia che lo avevano obbligato a troncare gli studi universitari... I rivoltosi ordinarono loro di tornare indietro. Il brigadiere naturalmente rifiutò e impose agli

assembrati di far largo. Nello stesso momento una fucilata a bruciapelo gli freddava al fianco e il compagno e feriva lui stesso che però si dibattè accanitamente consumando i sei colpi di rivoltella. Crivellato di ferite cadeva anch’egli.

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ho visitato stasera nella piccola caserma dell’Avenza. Straziante spettacolo. È in delirio, non riconosce nessuno e il medico condotto di qui, che lo cura, dispera di salvarlo… Nessuno del paese sa, né si ricorda, né distinse chi fu che ieri invase l’uffiziolo delle guardie di finanza. Rubando le poche rivoltelle che c’erano... Questi montanari delle Alpi Apuane – è forse uno dei distintivi della razza – sono feroci nel loro individualismo…

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are che la banda di circa duecento, che aggredì i carabinieri al Ponte del Frigido, fosse uscita da Carrara dove una folla di operai delle cave, cantando inni rivoltosi, era venuta a conflitto colla truppa e coi carabinieri, nel quale conflitto restò ferito uno dei carabinieri e uno dei rivoltosi.

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a banda in questione spiegava vessillo rosso ed era armata da armi da fuoco e da taglio. L’altra che eresse la barricata alla Foce si calcola di circa 70 banditi... Quanto più presto verranno e più numerose altre truppe, oltre quelle già venute da Pisa, da Livorno, da Firenze...


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Gli anarchici di Carrara in lotta contro il fascismo Le battaglie sindacali di Alberto Meschi, e l’organizzazione delle squadre partigiane dopo l’ 8 settembre. I cavatori e l’appoggio della popolazione civile

punto chiesero e ottennero come scambio la liberazione dei partigiani.

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l movimento anarchico si sviluppo sia in città sia nei piccoli centri, prendendo contatti con gli altri raggruppamenti antifascisti. La formazione anarchica Gino Lucetti si trovò ad operare nella stessa zona di altre formazioni. Fu in questa fase che fu costituito un comando unificato della Brigata Apuana pur lasciando autonomia alle singole componenti politiche, anarchica o comunista che fosse.

Nella foto a sinistra: Alberto Meschi. La sua vita avventurosa, la sua opera di sindacalistane hanno fatto il personaggio simbolo del sindacalismo apuano. Fu lui a organizzare e guidare i lavoratori del marmo.

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n nessun’altra parte d’Italia, l’ideale anarchico ha avuto così profonde radici, e si è trasformato in concreti atti sociali e politici come a Carrara. Ciò fu particolarmente vero nel periodo delle lotte contro il fascismo.

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infatti, fin dal suo sorgere, il movimento operaio locale, rappresentato in gran parte dai cavatori organizzati dall’anarchico Alberto Meschi, aderì al socialismo libertario. In nome del quale condusse dure battaglie sindacali, che lo portarono a ottenere le sei ore e mezza di lavoro.

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altra parte, la provincia carrarina come quelle vicine di La Spezia, Pisa e Livorno, fu uno degli epicentri del terrorismo squadrista. Basti ricordare la sparatoria contro un gruppo di anarchici da parte dei fascisti nel giugno del 1921 a Carrara. E ancora, lo sciopero generale nella stessa città in risposta all’aggressione fascista contro Alberto Meschi, allora

segretario della Camera del Lavoro il 18 ottobre del 1921.

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così possibile organizzare militarmente squadre di partigiani. La partecipazione degli anarchici alla Resistenza fu determinante più che altrove proprio nel carrarino. Non si trattò infatti della presenza di singoli individui né di sporadiche adesioni di anarchici ad altre formazioni partigiane. Fu piuttosto un fenomeno di massa, che coinvolse la grande maggioranza della popolazione e che vide in prima fila sempre formazioni anarchiche.

ali episodi dimostrano la concreta opposizione al fascismo dei lavoratori della zona, che portarono il loro aiuto anche agli altri centri vicini assaliti dai fascisti. Ciò accadde, ad esempio, durante i fatti di Sarzana, in seguito ai quali una cinquantina di anarchici furono processati sotto l’imputazione di “associazione a delinquere” nel gennaio del 1922. Durante il ventennio l’opposizione al fascismo si mantenne viva, come al settembre 1943 gli rivela il fallito attentato al duce anarchici seppero infatti degli anarchici carraresi Lucetti organizzare una rete e Vatteroni. di contatti che comprendeva anche Sarzana ed altri centri. a fu soprattutto nelCi fu ovviamente un’azione la Resistenza che gli repressiva, numerosi arreanarchici furono in sti fra gli anarchici, ma che prima linea. E infatti, quando ebbe scarsi risultati poiché il all’indomani dell’8 settembre movimento di resistenza era saldamente radicato fra la 1943 seppero che i tedeschi popolazione. Fra l’altro, per otstavano disarmando i soldati tenere la liberazione dei comitaliani nella caserma Dogali di pagni arrestati, gli anarchici Carrara, molti di loro si recarono sul posto e riuscirono ad rapirono il figlio del direttore impossessarsi delle armi. Fu delle carceri di Massa, e a quel

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ltre alla Lucetti, operarono nel carrarino la formazione anarchica Michele Schirru, parallela alla Lucetti, la divisione Garibaldi Lunense, formata soprattutto da anarchici e la formazione Elio Wockievic, il cui vicecomandante, l’anarchico Giovanni Mariga, fu talmente valoroso da vedersi concessa la medaglia d’oro al valor militare, che naturalmente rifiutò per restare coerente alle idee anarchiche.

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ia sulle Apuane sia nella pianura costiera operarono costantemente numerosi raggruppamenti anarchici, che ovunque si trovarono ad affrontare la criminale repressione nazifascista. Il carrarino fu infatti teatro di alcune delle stragi più efferate commesse dai tedeschi e dai repubblichini: basti pensare ai massacri delle popolazioni di Sant’Anna di Stazzena (560 morti, 12 agosto 1944), di Vinca (173 morti, 24 agosto 1944) e di San Terenzo Monti (163 morti, 19 agosto 1944).

Nella foto a destra: l’anarchico Gino Lucetti. Originario di Carrara, emigrò in Francia da cui rientrò con il proposito di attentare alla vita di Mussolini. L’11 settembre 1926, sul piazzale di Porta Pia a Roma, lanciò una bomba contro l’auto del dittatore. A Lucetti fu intitolata una Brigata partigiana anarchica.


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Le cave di marmo: anfiteatri costruiti nei secoli dall’uomo Come si è evoluta nel tempo la tecnica di escavazione Il trasporto dei blocchi fino alla pianura e al mare

gradualmente abbassata lungo il pendio da una squadra di uomini che allentava le funi e controllava il percorso. Ovviamente, se il carico si liberava dalle corde e prendeva velocità, poteva travolgere uno o più uomini della squadra. Il lavoro della lizzatura finiva nel momento in cui il carico arrivava al “poggio”, che era il luogo dove i blocchi di marmo venivano liberati dalle corde e caricati sui carri trainati dai buoi che avevano il compito di trasportare il marmo ai laboratori, alle segherie o al vicino Porto di Marina di Carrara.

Nella foto: il lavoro all’interno di una cava di marmo. Le tecniche di escavazione, rimaste immutate per secoli, si sono più volte modificate nell’ultimo dopoguerra.

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e cave sono i luoghi dove, ormai da secoli – per qualcuno già esistevano nell’età del rame - avviene l’escavazione e la lavorazione del marmo. A vederle, per la tecnica con la quale si lavora e si estrae il materiale, le diresti delle gradinate di anfiteatri.

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estrazione del marmo in cava, attraverso i secoli, ha conosciuto tecniche diversissime. Si è passati dai cunei di legno, al sistema della tagliata dei romani. E ancora, al filo elicoidale che rappresentò una vera e propria rivoluzione, fino all’attuale filo diamantato, veloce ma estremamente pericoloso. Per tutto questo, oltre alla ricchezza dei loro marmi, le cave testimoniano anche gli eroismi e le fatiche dei cavatori che ancora oggi continuano a demolire smontare pezzo a pezzo intere montagne.

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l trasporto a valle dei grandi blocchi ha sempre rappresentato una della fasi più complesse e anche pericolose della industria e del commercio del marmo. E infatti, una volta riquadrati, i blocchi dovevano scendere a valle fra colate di detriti marmorei chiamati “ravaneti”. Il primo rudimentale metodo di trasporto si chiamava “abbrivio” e consisteva nel fare rotolare il masso giù dalle pendici, senza alcun controllo, fino a farlo fermare su un letto di detriti più fini. Il procedimento, ampiamente praticato nei tempi antichi, era tanto pericoloso che fu vietato per legge quando si affermò il metodo della “lizzatura”.

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a lizzatura è una sorta di trasporto su slitta, ancora praticato nei primi decenni del XX secolo. Il blocco di marmo veniva saldamente fissato ad una slitta di legno trattenuta a monte da un sistema di funi scorrevoli. La slitta veniva

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partire dagli ultimi decenni dell’Ottocento si affermò il trasporto del marmo su rotaia, grazie alla costruzione di un apposito tracciato ferroviario poco dopo l’Unità d’Italia. La Ferrovia Marmifera fu adibita per quasi un secolo al trasporto del marmo in concorrenza con la tradizionale lizzatura, i convogli di carri trainati da buoi e i primi tentativi di trasporto su strada con trattrici e su gomma. Costruita fra il 1876 e il 1890 la ferrovia collegava i principali centri di stoccaggio dei blocchi dei tre bacini marmiferi carraresi - Torano, Miseglia e Colonnata - con le segherie in pianura, il porto di Marina di Carrara e la rete ferroviaria nazionale. La costruzione del tracciato rappresentò una impresa ingegneristica considerevole dati i mezzi dell’epoca: si dovevano superare 450m di dislivello per una lunghezza totale di 22km con una pendenza massima del 6 per cento, attraversando un gran numero di ponti e ferrovie. Il trasporto dei marmi su strada iniziò ad affermarsi approssimativamente a partire dal 1920, con l’ampliamento e l’ammodernamento delle strade dirette verso i bacini

di estrazione. I primi mezzi di traporto meccanizzati furono “trattrici” a combustione interna, tradizionalmente chiamati “ciabattone”.

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partire dal dopoguerra il trasporto su gomma divenne predominate, soprattutto con l’introduzione dei camion di fabbricazione tedesca.

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ran parte del marmo estratto viene mantenuto allo stato di blocco non lavorato e inviato direttamente al porto di Marina di Carrara che gestisce tutt’oggi la maggior parte delle spedizioni. Il resto del marmo estratto viene invece ridotto in lastre di diverso spessore e poi lucidato a fornire materia prima per pannelli, ornamenti, scale, e altri accessori in marmo. Per effettuare le operazioni di segagione e lucidatura sono in attività nella Provincia di Massa Carrara oltre un centinaio di segherie.

Nella foto in basso: la lizzatura. Utilizzata fino agli inizi del Novecento consentiva il trasporto a valle dei blocchi di marmo con un sorta si slitta di legno.


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Massa

Ecco come il nostro giornale si impose negli anni Cinquanta Quando le notizie partivano col “fuorisacco” e i contatti con Firenze si scandivano con la “fissa”. Da Valleroni a Pighini

Nela foto da sinistra: Luigi Dori, Mauro Pighini e il capo pagina Aldo Valleroni nella redazione di Massa.

di Alberto Sacchetti

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a Nazione, nei suoi primi novant’anni di vita nella provincia di Massa Carrara, seguì principalmente fatti che avevano riflessi nazionali. Sotto i riflettori la terra apuana finì per i moti anarchici dei cavatori del 1894, per avvenimenti legati soprattutto alla capacità estrattiva e produttiva del settore lapideo, e per i primi assalti non solo dei vip alle spiagge di Marina di Massa.

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o sviluppo del giornale in città avvenne all’inizio degli anni Cinquanta. I dirigenti del quotidiano fiorentino avvicinarono Mimmo Bertoni, cronista massese e titolare della locale agenzia di distribuzione della stampa, un vero e proprio “cacciatore di notizie”, e lo convinsero con un buon stipendio mensile ad aprire la prima redazione de La Nazione nella centralissima piazza degli Aran-

ci, al piano terra in un locale a fianco dell’agenzia del Monte dei Paschi di Siena. Erano tempi pioneristici, quelli della “fissa” telefonica e del fuorisacco, la busta con gli articoli scritti con la mitica macchina da scrivere, la Olivetti 22 o 32, e inviati a Firenze, alla sede centrale del giornale, via treno nei primi anni e poi con gli autobus che partivano da piazza Betti a Marina di Massa.

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immo Bertoni, primo caposervizio della redazione di Massa, era molto conosciuto e stimato. Grazie alle notizie che raccoglieva anche attraverso una rete di ottimi collaboratori, La Nazione prima con una e poi con due pagine di cronaca nel giro di un anno come vendite in città passò a più di mille copie superando il giornale concorrente, Il Telegrafo, e imponendosi come quotidiano leader del comprensorio apuano.

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li Anni Cinquanta e Sessanta, prima della contestazione studentesca, furono quelli in cui la zona industriale funzionava a pieno ritmo e le vacanze a Marina di Massa, a due passi dalla Versilia, erano uno dei sogni italiani. Erano gli anni in cui era “in” sposarsi nella chiesetta di San Domenichino, a Poveromo, scelta da Nicoletta Orsomando per convolare a nozze e da altri vip. Le foto le scattavano Ilario Bessi, Andrea e Carlo Leone. I collaboratori negli anni Cinquanta e Sessanta furono Lino Marchi, Bernardo Stefanini e Giovanni Jannello.

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egli Anni Settanta la redazione si spostò di pochi metri nei locali al primo piano del Palazzo Angelini sempre in piazza degli Aranci. A dirigere la redazione arrivò Aldo Valleroni, viareggino, giornalista, scrittore e musicista. Al suo fianco Mauro Pighini. In redazione, per ricordare i giornalisti

ancora oggi in servizio a La Nazione o in pensione, c’erano, oltre a me, Riccardo Jannello, Paolo Pighini e Gustavo Masseglia. Le foto le scattavano Michele Milano, all’inizio, Luigi Bennati e Raffaele Nizza.

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egli anni Ottanta, con l’introduzione dei computer, si succedettero tre capiservizio: Gino Ragnetti, Riccardo Fontanini e Mauro Pighini. Tra i collaboratori: Anna Pucci e Pier Paolo Ciuffi. La redazione traslocò negli attuali locali al secondo piano di una palazzina in via Bastione 13. Negli Anni Novanta hanno guidato la redazione: Fausto Cruschelli, per un breve periodo, ed Enrico Salvadori. Fotografi: Raffaele Nizza e Maurizio Papucci. Attualmente la redazione è diretta da Gianfranco Poma e composta da me, vicecaposervizio, Anna Pucci e Massimo Pighini. Fotografi: Raffaele e Paola Nizza.

Nel tondo: Mauro Pighini con Mimmo Bertoni in redazione in un’immagine del 1967.


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Carrara

La prima sede in piazza Farini Fu così che arrivò La Nazione Ma già negli anni Venti esistevano corrispondenti locali Il lungo impegno di Romano Bavastro e Maurizio Becherucci di Guido Baccicalupi

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a storia della Nazione a Carrara inizia nel Ventennio. Nel periodo fascista le notizie della città venivano trasmesse a Firenze dai corrispondenti, in genere maestri di scuola. Fino al dopoguerra i corrispondenti per Carrara furono Gino Permalosi, Giuseppe Serponi e Giuseppe Serralunga.

Il primo corrispondente da Carrara risale al periodo fascista, la prima redazione risale all’immediato dopoguerra.

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a prima redazione aprì nel dopoguerra, in piazza Farini, dove ora c’è il Bar Europa, con il corrispondente Leonardo Mazzoni che ha svolto l’attività di responsabile della cronaca fino al 1970. Tra i collaboratori il Cavalier Nino Menchelli, poi dirigente di spicco della Vela Italiana. Nel 1967 arrivò un altro corrispondente, Maurizio Becherucci che nel 1970 divenne praticante, poi professionista e andò in pensione nel 1999 con la qualifica di vice capo servizio.

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echerucci, voce storica della squadra di calcio della Carrarese e del pugilato azzurro raccontò la clamorosa vittoria del pugile carrarese Piero Cerù allo stadio dei Marmi di

fronte a 20 mila persone, record di tutti i tempi di spettatori. Fu autore di una apprezzata biografia di Enrico Bertola campione d’Europa dei pesi massimi e morto in America nel 1949 dopo un terribile combattimento con Lee Oma.

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el 1966 venne nominato il primo capo servizio della cronaca locale: il pisano Bruno Brunori che rimase responsabile fino al 1969 quando approdò alla guida della cronaca di Perugia. In quell’anno venne sostituito da Romano Bavastro, di radici elbane, proveniente da Pisa, che guidò la redazione fino al 2001.

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nata vice capo servizio nel 2003. Nel 2001, anno in cui Bavastro andò in pensione, fu nominata reponsabile Natalia Encolpio che qui rimase fino al 2004 quando assunse la guida della redazione di Ascoli del Resto del Carlino.

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u sostituita dal cecinese Fausto Cruschelli, già responsabile delle redazioni di Massa, Pisa, Pontedera e che iniziò la

carriera alla Nazione a Sarzana. Adesso la redazione è composta dal caposervizio Fausto Cruschelli, dalla vice Cristina Lorenzi e dal redattore Guido Baccicalupi. Le sedi: la prima fu aperta nel dopoguerra in piazza Farini, cuore della città del marmo; nei primi anni ‘60 fu traferita in via Cavour e da qui, nel 1965 in galleria d’Azeglio, nel palazzo degli Uffici, dove si trova tuttora.

el 1980 le forze locali vennero integrate dal part time Gianfranco Baccicalupi, già in redazione come collaboratore e fotografo fin dal 1966, il quale venne sostituito poi dal figlio Guido nel 1986. Dopo cinque anni di part time Guido Baccicalupi (collaboratore e fotografo fin dal 1974) venne assunto come praticante nel luglio 1991. Prese il suo posto Cristina Lorenzi che dopo 9 anni di part-time diventò praticante nel 2000 e fu nomi-

Quando Alfio Russo venne in redazione

di Bernardo Stefanini Alfio Russo, direttore de La Nazione dal 1953 al 1961, fu a Massa per l’inaugurazione della nuova sede del giornale, in piazza Aranci, al piano terreno del palazzo del Monte dei Paschi di Siena. Il responsabile della redazione Ultimio Bertoni, per tutti Mimmo, lo presentò ai collaboratori fra i quali Bernardo Stefanini, allora giovane studente universitario, futuro direttore di banca, che curava la cronaca sportiva. “In quella sede – ricordo – c’era la redazione locale del giornale ed anche gli uffici di distribuzione di tutta la stampa ai quali sovrintendeva la moglie

di Mimmo, la mitica signora Diva. Bertoni era un personaggio eccezionale. Aveva ottimi rapporti con le autorità, conosceva tutti e sapeva motivare i suoi collaboratori. Sempre indaffarato, riusciva a calcolare con precisione cronometrica i tempi utili per far arrivare la busta fuorisacco, con le notizie del pomeriggio, alla Lazzi a Marina di Massa, che l’avrebbe portata alla sede centrale di Firenze. Mimmo Bertoni aveva un buon carattere, pronto a dare consigli ed accettare pareri, ma anche capace di sfuriate, comunque sempre motivate, che lasciavano il segno. In redazione scriveva di ciclismo e pugilato Lino Marchi, altro personaggio

noto per la sua disponibilità e passione. Io mi occupavo di calcio e ogni giorno ero in contatto con il presidente della Massese professor Gaido e con il segretario Augusto Ricci. Era un’ottima Massese, alla quale il nostro giornale dedicava quotidianamente ampio spazio. Ricordo in quel periodo un altro episodio che nulla ha a che vedere con lo sport. Era in corso a Massa il Congresso eucaristico diocesano e per la cerimonia di chiusura in una domenica assolata intervenne il cardinale Agagianian, un armeno dalla lunga barba bianca, che iniziò a parlare in piazza Aranci su un palco con alle spalle la facciata del Palazzo Ducale. Andando

la cosa un po’ per le lunghe, mi distrassi ed osservai le particolarità della facciata accorgendomi per la prima volta che le finestre del primo piano erano venti vere e una finta, soltanto disegnata, l’ultima a destra. Il giorno dopo mi misi a scrivere di quelle finestre. Ne venne fuori un pezzo di una cartella e mezzo che portai al signor Mimmo, il quale commentò: curioso, ma non so se a Firenze interesserà. Comunque lo mandò e il giorno dopo uscì, in prima colonna. Un amico che aveva comprato La Nazione prima di me, in piazza Aranci, mi fermò per chiedermi: ma allora sono solo venti le finestre vere del Palazzo Rosso?”

Nel tondo in alto: Romano Bavastro, livornese, radici elbane, proveniente dalla redazione di Pisa che guidò il giornale fino al 2001. Anni molto importanti per Carrara. Nasce e si afferma la fiera Internazionale Marmi e Macchine, decolla il porto commerciale, il Cantiere Navale diventa fra i primi d’Italia.


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Le edizioni locali

De Anna: così nacquero le redazioni di provincia Il “fuori sacco” e i megafoni che annunciavano il ritorno in edicola del nostro giornale I “pionieri” di una grande avventura nel racconto di colui che seppe trovarli e organizzarli

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egli anni Quaranta la redazione delle province era formata da quattro redattori sotto la guida di Giuseppe Cartoni il cui figlio, Mario, sarebbe poi diventato un noto cronista giudiziario. Fra questi era Nicola Della Santa, almeno finché non fu richiamato sotto le armi. Fu allora che entrò in scena un personaggio destinato a organizzare le redazioni provinciali così come sono ancor oggi, sia pure con ben altra consistenza di pagine e di giornalisti. Si trattava di Gastone De Anna, figura mitica del giornale, al quale si deve – assieme a Giordano Goggioli, ad Alberto Marcolin, e ai grandi direttori Russo e Mattei – il rilancio del dopoguerra che permise a La Nazione di raggiungere negli anni Cinquanta le centomila copie.

Gastone de Anna (al centro della foto, in ginocchio) tra i colleghi Rosario Poma e Paolo Marchi. Alle loro spalle circondano Wanda Lattes redattori e cronisti de La Nazione alla fine degli anni Sessanta.

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e Anna ha oggi novant’anni, non uno di meno. Ma anche una memoria di ferro e una lucidità invidiabile. È capace, perfino, di divertirsi a raccontare quegli anni. Ha conservato l’ironia, la capacità di narrare e fare sintesi, che ne fece un grande giornalista. Com’era il clima in redazione? “Scansonato, ironico, divertente. Ma lavoravamo tutta la notte senza pause. L’editore era Favi, l’amministratore Gazzo, era tutto un gioco di parole.” Come organizzò il lavoro? “Dove era possibile contattavo i vecchi corrispondenti e riaprivo i vecchi locali. Altrimenti cercavo edifici e uomini nuovi. Nel ’48, quando Favi morì, tutte le redazioni dei capoluoghi di provincia erano riorganizzate.” Qualche nome di allora, qualche collega? “Passaponti a Pisa, Chiantini a Siena, Coppini ad Arezzo e poi Dragoni e Piero Magi. A Spezia Reggio che poi passò il testimo-

ne al figlio, il conte Vitelleschi e poi Bassi a Perugia. E ancora Ciullini a Pistoia, Del Beccaro a Lucca, Valleroni e Pighini a Massa, Rossi a Grosseto. Mauro Mancini diresse la prima redazione di Prato. Poi divenne inviato speciale assieme a Piero Magi, e più tardi a Piero Paoli e Raffaele Giberti che ricordo con immenso affetto, veniva da Spezia. Intanto cresceva anche la redazione province a Firenze. Era tornato Della Santa, poi arrivarono Gianfranco Cicci, Nereo Liverani, Romolo De Martino, Enrico Mazzuoli, Aldo Satta, Giancarlo Domenichini, Tiberio Ottini, Giuseppe Mannelli, Luigi Scortegagna, Rossi, l’indimenticabile Piero Chirichigno, Franco Ignesti e una splendida segretaria, la signorina Giorni, che divenne un po’ l’anima di quell’ufficio. Si andò avanti così sino alla fine degli anni Sessanta quando arrivarono giovani come Enrico Maria Pini, Riccardo Berti e Maurizio Naldini. Spero di non aver dimenticato nessuno.”

Come lavoravate? “Al contrario di oggi. Tutto il materiale viaggiava col fuori sacco, e in base alle ore in cui arrivava era controllato e titolato in redazione. Fu solo con il computer che le redazioni presero a organizzare le loro pagine direttamente. L’impaginazione poi partiva dalle nove di sera con la prima edizione che veniva chiamata “Nazionale”. Poi si passava alle province più lontane come Spezia, Perugia, Grosseto, e un po’ alla volta si arrivava a impaginare Prato. Quindi, alle tre di notte veniva preparata l’ultima edizione, quella che i fiorentini trovavano in edicola al mattino. Intanto i primi corrispondenti erano diventati giornalisti professionisti, accanto a loro erano vari collaboratori, poi assunti come giornalisti anche loro, mentre la rete si infittiva fino a raggiungere anche i paesi più piccoli e sperduti.” Quando fu concluso il lavoro di organizzazione? “Praticamente mai, continua-

va giorno dopo giorno. Però, alla fine degli anni sessanta La Nazione dominava totalmente il suo territorio di diffusione, e cominciavano anche le edizioni di Sarzana con Ovidio Ruggeri e di Pontedera con Orazio Pettinelli. Era poi arrivato dal Nuovo Corriere un ottimo amministratore, Ivo Formigli, che già aveva collaborato con Favi”.

Rimpianti? Lo rifarebbe quel lungo lavoro? “Subito. Credo di essere nato per svolgere quell’attività. Eravamo una grande squadra, un gruppo di amici che riuscivano a lavorar bene divertendosi. La redazione era sempre affollata di personaggi famosi che venivano a trovarci. Per segnalare notizie, per commentarle, semplicemente per scambiare due idee. Potevano essere attori o personaggi della televisione, atleti, uomini politici. Ci sentivamo forti, i lettori del resto, ci davano ragione.”


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Era il 28 agosto del 1977

Il tornado si abbattè sulla costa in una tragica sera di fine estate Colpiti stabilimenti balneari, la pineta, abitazioni ed alberghi. Saltano luce, acqua, gas e telefoni Per fortuna, nessuna vittima di Gustavo Masseglia

Domenica 28 agosto 1977 una tromba d’aria devasta la costa massese ma il maltempo fa danni anche nell’entroterra abbattendo un milione di alberi.

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omenica 28 agosto 1977, una piovosa giornata di fine estate. Gli operatori turistici scuotono la testa: ormai la stagione è finita. C’è poca gente in giro.

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ulle prime pagine dei giornali è sempre viva la polemica per la fuga di Herbert Kappler dall’ospedale militare del Celio, avvenuta il giorno di ferragosto. Kappler, classe 1907, tedesco di Stoccarda, ufficiale delle SS, fu comandante della Gestapo a Roma nel 1943-44. Fece eseguire nell’ottobre del ‘43 il rastrellamento di oltre 1200 ebrei nel ghetto della capitale: dai campi di sterminio ne tornarono soltanto 16. Lo stesso Kappler organizzò la rappresaglia per l’attacco dei partigiani in via Rasella del marzo ’44: 335 civili e militari italiani furono uccisi a sangue freddo nelle Fosse Ardeatine. La clamorosa evasione costrinse alle dimissioni l’allora ministro della difesa Vito Lattanzio. In quella piovosa domenica di fine estate è in programma allo stadio

degli Oliveti, a sera, la partita di calcio fra Massese e Livorno per la Coppa Italia di serie C. Ma la partita dura pochi minuti. Il tempo peggiora. Un compatto fronte di nuvoloni scuri si avvicina alla costa scaricando fulmini e saette. Sono da poco passate le 21. Si interrompe l’erogazione dell’energia elettrica: il buio, oltre alle condizioni del terreno fradicio di pioggia, costringe l’arbitro a rimandare le due squadre negli spogliatoi. Ancora pochi attimi e sulla fascia costiera fra Marina di Massa e il Cinquale di Montignoso si abbatte una tromba d’aria di inaudita violenza. È il finimondo.

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n pochi minuti entrano in funzione i mezzi di soccorso, in particolare quelli dei vigili del fuoco agli ordini del comandante Giuseppe Bertolucci. E si muovono con incredibile tempestività i mezzi di informazione. “La Nazione” invia sul posto Piero Paoli e il responsabile della redazione massese Aldo Valleroni. Altri servizi sono assicurati da Pier Francesco Listri, Mauro Pighini, Ugo Dotti. Paoli ha vissuto quasi in diretta l’evento in quanto si trovava a poche centinaia di

metri, a Forte dei Marmi. Valleroni, allo stadio per la partita della Massese, riesce a raggiungere la zona con l’auto del presidente dell’Azienda di soggiorno, Fosco Giorgieri.

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l sindaco Silvio Tongiani abbandona immediatamente la Festa dell’Unità a Villa Massoni e corre ai Ronchi, dove un improvvisato centro di primo intervento è allestito in una nota pizzeria del lido. Il prefetto Antonino Giuffrida, in ferie a Roma, rientra precipitosamente a Massa e costituisce un comitato di coordinamento dei soccorsi. Lo spettacolo è impressionante. Il tratto più bello del litorale massese è irriconoscibile. La furia degli elementi ha raso al suolo stabilimenti balneari, ha fatto volare a centinaia di metri di distanza imbarcazioni, auto, strutture in legno, alberi. La splendida pineta fra Ronchi e Poveromo è sparita. Un primo, provvisorio bilancio parla di un milione di piante schiantate non solo sulla fascia costiera ma anche nell’interno, soprattutto nel territorio comunale di Montignoso; decine di abitazioni semidistrutte, centinaia più o meno seriamente dan-

neggiate compresi una trentina fra alberghi e pensioni; spazzate via tutte le colture nell’entroterra. Sono interrotti i principali servizi pubblici: luce, acqua, gas, telefono, fognature. n questo sconvolgente scenario si può rilevare subito un particolare che ha quasi dell’incredibile: nessuna vittima. Nelle ore immediatamente successive al disastro solo una ventina di persone hanno dovuto farsi medicare lesioni per fortuna non gravi. C’era pochissima gente in giro a quell’ora, date le pessime condizioni del tempo. Se invece che a Ronchi, Poveromo e Cinquale il tornado avesse colpito il lido massese di ponente, alla Partaccia, si sarebbero potute contare vittime a centinaia. In quella che era considerata la più grande tendopoli d’Europa la presenza media di ospiti si aggirava sulle 12mila unità, con punte di 50mila nel periodo di ferragosto. Moltissimi campeggiatori erano rimasti nonostante il maltempo e sono stati solo sfiorati da un disastro che ha lasciato profondi segni, in alcuni punti tuttora visibili.

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Nella foto: Ecco un’eloquente immagine scattata sulla spiaggia massese subito dopo il passaggio del tornado. In spiaggia sono volati pattini, gommoni, ombrelloni e parti di cabine.


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da La Nazione del 18 luglio 1988

Farmoplant: una nube chimica sulle nostre città e la Lunigiana Esplode la fabbrica nell’entroterra apuano. Centocinquanta persone all’ospedale “Sembrava una nube atomica, diteci cosa rischiamo”. Fuga per mare e verso l’autostrada per Parma

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A seminare il panico fu il fatto che per lunghe ore non si conobbe la vera natura della nube. Decine di migliaia di persone avevano respirato un “fumo acre” senza sapere quali potevano essere le conseguenze.

assa - Come una nube atomica, all’alba, dopo due scoppi tremendi. Una colonna di fumo nero si è alzata dalla fabbrica dello scandalo, la Farmoplant, quella che la gente ha chiesto di chiudere con un referendum e che è ancora a Massa, in mezzo ai campeggi, a due passi da una costa dove in questi giorni vivono oltre un milione id villeggianti.

usciti dalla tende i campeggiatori, la gente di Massa ha guardato subito dalla parte della Farmoplant. Neppure cinque minuti poi il nuovo colpo: “Ho creduto di morire” diranno in molti per descriverlo. Era scoppiato il serbatoio intero. In mezzo a un anello di fiamme si era alzata verso il cielo, per un centinaio di metri, una densa colonna di fumo nero.

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er un’ora il terrore. Gente che correva verso la campagna, i caselli d’entrata dell’autostrada invasi dalle auto in fuga, il municipio di Massa assalito da una folla che chiedeva “diteci cosa rischiamo”. Solo nel pomeriggio si è saputo con certezza che, nonostante tutto, è andata bene anche questa volta. Un’altra nube tossica era già uscita dalla Farmoplant nel 1980. Da allora 23 incidenti. Duecento persone si sono fatte medicare negli ospedali della zona. Venti sono state ricoverate. Innumerevoli altri hanno provato sintomi di diarrea, vomito, irritazione alla gola e sulla pelle. Se ancora fosse stato in produzione il rogor, il pesticida contro il quale da otto anni protesta la gente di Massa, sarebbe stata davvero una tragedia.

na squadra del servizio di sicurezza ha cominciato il suo giro alle 6. Pochi minuti dopo ha scoperto che l’impianto di raffreddamento di un serbatoio contenente 40 mila litri di miscela, composta al 60 per cento da cicloesanone e al 40 per cento dal rogor non funzionava. La valvola perdeva azoto. La miscela aveva raggiunto temperature insopportabili. Dopo un tentativo di intervento gli uomini sono scappati. Alle 6,15 il primo scoppio. Un colpo tremendo che è stato sentito nell’arco di due chilometri. Sono

intanto la gente che non aveva più dubbi su quanto stava accadendo fuggiva verso le Apuane e verso La Spezia. Una fuga di migliaia di persone mentre la nube, spinta da una brezza di mare li inseguiva proprio nella direzione della montagna.

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on tutti i massesi sono fuggiti. A centinaia si sono ritrovati nella piazza del Municipio. Urlavano “diteci cosa abbiamo respirato”. Hanno incontrato il prosindaco, il comunista Oliviero Bigini e qualcuno lo ha ferito con un colpo di bastone. Poi sono entrati nel municipio, e rotta una porta a vetri, non per questo sono riusciti ad avere una risposta.

ntanto arrivavano i vigili del fuoco anche dalle province vicine. Le fiamme, che nel frattempo si erano estese agli impianti di fabbricazione del “rogor” sono state spente in pochi minuti. Ma occorreva raffreddare gli altri serbatoi, evitare altri incendi per irradiazione. Non è stato possibile. Fra le 8 e le 8,30 altri tre scoppi hanno accresciuto la paura. È stata allertata la protezione civile. Il sottosegretario agli interni Valdo Spini ha fatto intervenire da Genova un elicottero per le analisi dell’aria. Alle 11,30 un comunicato: “Non ci sono problemi la situazione è sotto controllo”. La gente non

ci ha creduto. Nel pomeriggio si è scoperto che l’acqua usata per spegnere le fiamme, dopo essersi miscelata con le sostanze tossiche, era finita in un torrente provocando una moria di pesci. Il divieto di balneazione per un chilometro intorno alla foce è l’unico provvedimento preso per ora. Intanto, passata la paura, era

subentrata la rabbia. Un corteo di migliaia di persone ha marciato nel pomeriggio verso i cancelli della Farmoplant. Nella tarda serata la magistratura ha posto sotto sequestro gli impianti della Farmoplant dove si produce il “rogor”… Maurizio Naldini


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da La Nazione del 18 luglio 1988

Odore acre misto ad acido Famiglie intere in fuga

Una lunga colonna di auto e decine di migliaia di persone cercarono scampo verso la Lunigiana. Purtroppo il vento spingeva la nube proprio in quella direzione.

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ontremoli – Una fuga verso la salvezza, mentre quell’odore acre, misto di acido e uova marce prendeva alla gola e impediva il respiro. A scappare ieri mattina dalle spiagge e dalle città intorno alla Farmoplant sono state centinaia di persone. Famiglie intere, appena hanno visto l’enorme fungo alzarsi sopra le loro teste sono salite in macchina con nonni e bambini e sono andati via “per non morire”. In un attimo. Senza pensare. Di corsa. E le strade del litorale sono impazzite.

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a gente urlava, suonava i clacson, si chiamava interrogandosi senza capire. Più cresceva il panico e la paura più la carovana si ingrossava, la fila diventava interminabile. Senza una meta. Sono fuggiti dalla Versilia da Massa, Carrrara, La Spezia, Bocca di Magra, Marinella, Lerici, Tellaro con la rabbia e l’angoscia addosso, sotto quella nube che li minacciava. Hanno imboccato l’autostrada e sono saliti in Lunigiana, in cerca della salvezza verso le colline, lontano da quell’inferno. È stato il panico, l’impotenza di fronte a un evento di cui nessuno cono-

sceva la portata a costringere la gente alla fuga. Anche per mare. Chi aveva una barca ancorata a Bocca di Magra ha scaldato il motore e ha preso il largo. “Uno spettacolo – diranno poi alcuni abitanti di Tellaro – è stato come vedere uno sciame che si dirigeva in maniera scomposta verso l’orizzonte.”

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l fuoco, la colonna di fumo e poi la nube a forma di fungo “come se fosse scoppiata la bomba atomica” hanno fatto subito paura. E l’angoscia è andata aumentando più tardi quando ha cominciato a farsi sentire prepotentemente l’odore acre di cicloesanone.

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alla spiaggia, presa d’assalto da bagnanti stagionali e saltuari, è stato un esodo improvviso. Un fuggi fuggi generale. “Hanno ordinato di evacuare il litorale” e la frase è rimbalzata come una parola d’ordine da ombrellone a ombrellone. Con i bambini in braccio, intere famiglie hanno cominciato a correre. Uno sguardo al cielo, quel fungo maledetto che si spostava sempre più verso La Spezia.

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la decisione è stata immediata. Sono saliti in macchina e sono scappati… Gli occhi hanno cominciato a bruciare, la gola a seccarsi.

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a mano a mano che cresceva la nausea cresceva la paura e la sensazione di impotenza… “Potevano quanto meno avvisarci. Fare opera di informazione capillare prima di costringerci alla fuga – ha detto Alessandra che ha trascorso la giornata sotto l’ombra dei castagni di Selva di Filetto – perché nessuno si è preoccupato di tranquillizzare la popolazione”… “Ora siamo qui, ma stasera dob-

biamo tornare a casa, che succederà?”… Lo hanno chiesto a tutti. All’uscita dei caselli autostradali dove i vigili dei comuni di Aulla e di Pontremoli si sono portati per dirigere il traffico chilometrico. Ai vigili del fuoco… ai medici del pronto soccorso dei vari nosocomi lunigianesi. Laura Cinelli


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Era il 23 settembre del 2003

Quando la città di Carrara fu devastata dal Carrione In due ore caddero 160 millimetri di pioggia. Due morti e danni gravissimi all’economia

in piedi un servizio degno di Paesi del nord, decine di volontari che hanno evitato il peggio ripristinando in poco tempo una parvenza di normalità.

Nella foto: prima di travolgere il centro cittadino l’ondata di piena colpì le numerose aziende della lavorazione del marmo.

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di Cristina Lorenzi

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l 23 settembre del 2003 il cielo sopra Carrara si oscurò e la pioggerellina che durava da ore intorno alle 19,15 si trasformò e rovesciò tutta la sua furia ai piedi delle Apuane. La città fu devastata da un nubifragio che provocò l’esondazione del torrente Carrione, il sonnacchioso fiumiciattolo servito anticamente alla città per il trasporto del marmo che improvvisamente diventò un ciclone capace di portarsi dietro morte e distruzione. Dopo 50 anni il torrente che attraversa come un’anima la città e che in tempi più floridi ne ha determinato la storia, per una pioggia dalla portata eccezionale straripò. Due i morti che l’alluvione portò con se: uno in un cantiere e un’anziana signora trascinata dalla corrente del fango fuori della sua abitazione e ritrovata fra i rovi il giorno successivo. Infiniti i danni alla città,

alle sue strutture, all’economia che venne messa in ginocchio nel giro di poche ore. Il giorno successivo c’era aria da day after nella città dei marmi: fango al posto delle strade, carcasse di auto portate via dalla corrente e accantonate nelle anse della tortuosa Carriona, l’antica strada un tempo percorsa dai buoi carichi di marmo, che costeggia il torrente.

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ase distrutte, fondi allagati, negozi devastati, centinaia di senza tetto, di sfollati, famiglie con case a rischio. Centinaia, però, anche i volontari che nella notte dell’assurdo si tirarono su le maniche e dimostrarono il cuore d’oro di una città che, pur dura, salta puntuale fuori nei momenti del bisogno in una disperata solidarietà. E in mezzo ai detriti, alle macerie e al fango, colonne della Protezione civile, allestita dall’allora amministrazione Conti che in poche ore mise

a città c’era tutta a scavare e spalare il fango, a liberare fondi e abitazioni dai detriti, a distribuire pasti caldi, ad allestire mense e centri di accoglienza, punti di distribuzione di acqua e generi di prima necessità. Ma la normalità nella città ai piedi delle Apuane è arrivata dopo molto tempo: al rosario di politici e istituzioni che da Roma fecero sentire il proprio appoggio (fu dichiarato lo stato di calamità naturale e piovvero sulla popolazione devastata fior di finanziamenti per ditte e ripristino di attività commerciali e industriali) si accodò quello delle polemiche. Finito il ciclo della solidarietà, partì quello delle responsabilità e della caccia al colpevole. Attacchi agli industriali del marmo, per le opere abusive che ostruirono il torrente, colpe

all’amministrazione per i ritardi nelle opere previste dal vincolo idrogeologico, per la scarsa manutenzione del torrente che con i suoi rovi ostruì il normale defluire delle acque, rimpalli di responsabilità su licenze concesse e opere lungo l’argine senza autorizzazione.

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ecnici e geologi che puntarono l’indice contro le cave, accusate di escavazione selvaggia e senza controlli, di sversamenti, di assenza di opere idriche, di piazzali che offrirono all’acqua monsonica detriti e rocce da portare in centro, di frane che potevano essere evitate. E il Carrione dimostrò di avere ragione: alla fine si ribellò e in un colpo solo si riprese tutto quello che nel tempo gli fu sottratto. Alle ordinanze di evacuazioni delle abitazioni del sindaco Giulio Conti seguirono quelle di chiusura delle aziende al monte, in attesa di un assetto che consentisse margini per una maggiore sicurezza nell’accesso alle cave.

Nei tondi: i danni provocati dal torrente Carrione. Nonostante numerosi episodi di eroismo l’improvvisa alluvione provocò due vittime.


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Massa: qui il gioco del calcio ha ormai un secolo di vita Il Massa football club nacque nel 1914. Le partite in Piazza d’Armi L’indimenticabile promozione in serie B, e una lunga lista di campioni di Gustavo Masseglia

S La prima partita giocata dalla Massese il 15 febbraio 1914 fu un pareggio fra la locale S. S. Forza e Coraggio F.B.C. e lo Sporting Club Querceta. Il 15 Marzo 1915 la S.S. Forza e Coraggio F.B.C. si trasforma in “Massa Football Club”.

e l’Italia è terra di santi, poeti e navigatori, Massa può essere considerata terra di calciatori. Poche città possono vantare, in rapporto al numero di residenti, così tanti atleti e di così elevato valore che si sono distinti nel mondo del pallone. Da queste parti, come nel resto del paese, le prime società calcistiche nacquero verso la fine dell’800. Erano in prevalenza associazioni polisportive, che curavano soprattutto ciclismo, pugilato, nuoto e atletica leggera, ma ben presto il calcio cominciò ad imporsi, pur trattandosi di uno sport d’élite, praticato principalmente da studenti e da rampolli della società “bene”.

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Massa nel 1912 la Forza e Coraggio organizzava varie manifestazioni sportive di una certa importanza per l’epoca, come il Giro della provincia apuana. Nel 1914 nacque il Massa Football Club che, a sua volta, si divise in Us Massese e Ss Pro Massa. Le partite, allora soltanto amichevoli, si giocavano in Piazza d’Armi, nella zona della Cervara, un fondo brullo e in sensibile pendenza. La prima gara della quale si ha notizia fu disputata il 15 febbraio 1914 tra la Forza e

Coraggio e lo Sporting Querceta, finita 1 a 1. In marzo la Forza e Coraggio cambiò denominazione in Massa Fbc, poi divisa in Ss Pro Massa e Us Massese.

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a nascita della prima società calcistica massese iscritta a tornei ufficiali avvenne nel 1919 con la Ss Juventus Massa, attiva dalla stagione 1920-21 al 1929, quando scomparve e fu rimpiazzata da un nuovo sodalizio intitolato ad Angelo Belloni, che partecipò ad alcuni campionati di non eccelso livello fino al 1935, quando a sua volta cessò l’attività. Massa rimase così senza calcio, a parte quello giovanile, fino al 1942, quando in piena guerra nacque l’Us Massese. Come già la Juventus Massa e la Belloni, la squadra della neonata società giocava sul terreno di Camponelli intitolato a Dina Delle Piane, un impianto sportivo piccolo e un po’ malandato, che solo nel 1960 sarà sostituito dal nuovo ma poco funzionale stadio degli Oliveti, mai amato dai tifosi. Dopo la seconda guerra mondiale la squadra, che intanto aveva adottato i colori bianconeri della Juventus, quella di Torino, entrò subito nel cuore dei suoi fedeli sostenitori grazie alle imprese di quella che è considerata la più

forte Massese di tutti i tempi. La guidava dalla panchina il primo grande calciatore locale, Orlando Ricci; in campo un altro beniamino della tifoseria, Tristano Bacchilega.

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alla metà degli anni 60 la Massese tornò a risalire la china a partire dallo spareggio per la promozione in C vinto sul neutro di Livorno con il Pontedera. In pochissimi anni la squadra seppe portarsi ai vertici della categoria fino a conquistare nel 1969 la storica promozione in B sotto la guida del presidente Vieri Rosati e del tecnico Cesare Meucci. Fu un’avventura esaltante ma di durata troppo breve. Il progressivo disimpegno dei dirigenti produsse inevitabilmente un nuovo periodo di “vacche magre” caratterizzato da retrocessioni e travagli finanziari fino ai primi anni 80, quando l’intervento di Domenico Bertoneri evitò la scomparsa della squadra. Dopo l’uscita di scena dell’industriale del marmo e l’arrivo ai vertici societari di Fausto Manfredi e Giancarlo Alioto, la Massese ha conosciuto un periodo positivo, risalendo fino alla C1, per poi sprofondare nuovamente con l’arrivo di dirigenti esterni, fino alla comparsa

nel 2001 di un altro “uomo della provvidenza”: Giorgio Turba. Sotto la sua guida la Massese, in sole quattro stagioni, ha ottenuto ben tre promozioni, dall’Eccellenza alla C1, conquistando inoltre il titolo italiano di serie D, la finale della Coppa Italia di C e una lunga serie di primati.

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l resto della storia bianconera è recente. Finita nelle mani di altri dirigenti estranei alla città, la squadra dalla C1 è rotolata nei dilettanti fino al recentissimo fallimento. L’unico motivo di soddisfazione per i tifosi è costituito dal sempre rigoglioso vivaio locale. Moltissimi giocatori nati e cresciuti non solo calcisticamente a Massa sono stati protagonisti assoluti del calcio nazionale. Basti ricordare il gruppo della storica classe 1963: Sergio Battistini, Dante Bertoneri, Alberigo “Chicco” Evani, Giovanni Francini e Roberto Mussi. Molti di loro hanno indossato la maglia azzurra della Nazionale, altri hanno militato in serie A e B. Ancora oggi la città è rappresentata nella massima serie dal giovane Andrea Coda dell’Udinese e da due “veterani”, massesi anche se non di nascita: Cristiano Zanetti della Juventus e Marco Rossi del Genoa.

Carrarese: Cento anni di Serie C fra successi e delusioni

L’Unione Sportiva Carrarese Calcio nacque nel 1908 e l’anno dopo partecipò al campionato di serie C. La squadra giocava nel campo “Augusto Mungai” che in seguito fu chiamato “Campo Viale XX Settembre”. In città, però, era chia-

mato la “Fossa dei Leoni” per il clima incandescente che si respirava quando giocavano i calciatori giallo-azzurri. Nel 1946-47 la Carrarese ottenne unaa storica promozione alla Serie B. L’attuale stadio “dei Marmi”, fu inaugurato con la partita Carrarese-Piombino nel 1955.La società ha sempre vissuto, con alti e bassi, nel campionato di Serie C, tranne qualche breve parentesi in Serie C2. Nel 1983, la Carrarese vinse la Coppa Italia per

la Serie C. All’inizio della stagione 2006/07 la squadra fu di nuovo affidata a Corrado Orrico, l’allenatore che aveva fatto vincere alla Carrarese la Coppa Italia Serie C e che l’aveva guidata nella stagione più bella degli ultimi trent’anni, la stagione 1982/83, in cui la Carrarese arrivò a sfiorare la B. Dopo un girone d’andata sotto le attese, però, Orrico si dimise. Al suo posto fu chiamato Ferruccio Mariani (Ex-giocatore) e la squadra ottenne la salvezza ai play-out. Nel 2007-08 ha raggiunto la salvezza all’ultima giornata con un 2-0 sul campo del Rovigo. Dall’estate 2008 è cominciata una nuova era societaria: dopo cinque anni Maurizio

Fontanili ha lasciato la presidenza, al suo posto una cordata composta da Fabio Oppicelli (presidente), Giuseppe Giarnera e Luigi Morra (vice-presidenti), Andrea Borghini (amministratore delegato). A Rino Lavezzini è affidato il ruolo di direttore sportivo, l’ex difensore i Fiorentina e Cagliari Aldo Firicano è il nuovo allenatore. Dopo una salvezza conquistata con due giornate di anticipo, nonostante diverse difficoltà, la Carrarese nel maggio del 2009 ha presentato l’ allenatore per la stagione 2009/10, Salvatore Mango, reduce dalla vittoria del girone B di Serie D alla guida della Pro Belvedere Vercelli.

Il 10 ottobre 1920 l’U.S. Carrarese veste per la prima volta la maglia azzurra in una partita amichevole contro lo Sport Club Virtus di Spezia. La partita fu vinta per 6 a 3.


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La Nazione 150 anni Massa e Carrara  

l'anniversario del giornale La Nazione che compie 150 anni.

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