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GIANCARLO GUZZARDI

L’attimo di quiete tra una folata di vento e un’altra

Storie di vita e di montagna, ricordi, aneddoti, riflessioni


Giancarlo Guzzardi

L’attimo di quiete tra una folata di vento e un’altra Prefazione di Vincenzo Abbate

Storie di vita e di montagna, ricordi, aneddoti, riflessioni


G. Guzzardi - L’Attimo di quiete tra una folata di vento e un’altra

Con il patrocinio e il contributo della Sezione C.A.I. di Sulmona

© 2017 Giancarlo Guzzardi Tutti i diritti di riproduzione, anche parziale del testo e delle immagini sono riservati Tutte le fotografie sono di proprietà dell’autore o appartengono al proprio archivio fotografico. Molte delle immagini dove compare l’autore sono autoscatti. Foto di copertina: G. Guzzardi, Via Antartica, Monte Sirente Quarta di copertina: G. Guzzardi, Monte Sirente, Il Tempio e l’Imbuto

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“Mentre così saliva per la montagna Zarathustra, strada facendo, pensava al suo lungo solitario peregrinare sin dalla giovinezza e su quante montagne e dorsi e vette era già salito. Io sono un viandante e uno scalatore, disse egli al proprio cuore; io non amo le pianure e, a quanto pare, non posso starmene a lungo tranquillo. E qualunque destino o esperienza mi tocchi, in essi sarà sempre un peregrinare e un salire sulle montagne: alla fine non si esperimenta che se stessi.” Friedrich Nietzsche Così parlò Zarathustra

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Sotto un cielo diverso Lassù, sul filo esiguo di cresta avanzavo inebriato, cotto dalla stanchezza e dal sole alto e caldo. Goccia a goccia la neve sospesa si perde nelle rigole della roccia, per riapparire oltre in microscopici ruscelletti. Succhio avidamente l’acqua cristallina e solo adesso mi rendo conto di avere la gola riarsa. Qui, a cavallo della terra e aggrappato al cielo per non cadere, mi sembra di osservare per la prima volta la curva perfetta del pianeta, come se fossi su una grossa palla da biliardo. Le nubi emergono direttamente dall’orizzonte, il cielo blu scuro sale all’infinito. In realtà non c’e più la terra, ma soltanto una piattaforma dalla quale osservare il cielo, che costituisce i quattro quinti del paesaggio. Ma non è la contemplazione del vuoto. Giù, lontani, i valloni bruni sembrano così vicini nell’aria tersa, da toccarli con mano: posso vedere i faggi scossi da una leggera brezza spargere intorno le ultime foglie brune, la pernice delle rocce spiccare un volo rumoroso, i cespugli di ginepro irti e scuri, sbucare dalla neve che si sta sciogliendo. Mi volto indietro e cerco di seguire a ritroso con lo sguardo le tracce della salita. Un ricamo punteggia la neve appena a lato del filo di cresta, si fa fievole nei tratti ghiacciati, poi sembra scomparire lì dove la pendenza cambia bruscamente. Eccola di nuovo, più lontana, sbucare dietro un pinnacolo e a intermittenza apparire e sparire sinuosa, tra le rocce capricciose della cresta. Poi il riverbero intenso della neve sembra nasconderle, ma so che continuano lassù, su un filo sospeso nel blu, al confine tra terra e cielo. Un fringuello si esibisce in un frullìo d’ali, respiro forte. Davanti a questi vuoti abbaglianti lo spirito s’illumina. Sento nascere dentro un desiderio di lasciarmi portare via dal vento. Forse gli uomini delle montagne sono i più vicini alla vertiginosa libertà degli uccelli. Torno a guardare avanti, la cresta continua bianchissima cosparsa qua e là di spuntoni e piccoli gendarmi, come un curioso percorso di regolarità. Non scorgo la vetta …ma ci sarà una vetta?! E nella luce abbacinante, in bilico su un cono di neve, mi torna alla mente una leggenda delle terre del nord, un guerriero reso immortale dagli dei, ma condannato a salire una montagna senza mai raggiungerne la sommità, una scala verso il cielo che s’innalza precipitosa per proiettarti sempre più verso l’immenso, dove lo spazio e il tempo sono dilatati a dismisura e l’essenza dell’universo è solo gas e polvere di stelle. Semplicemente non esisti. Salgo e scendo. Dossi, pinnacoli e crestine nevose si succedono senza un ordine apparente. L’ambiente è fantastico e le mille sfumature di colore, nella spartana bicromia del bruno delle rocce e del bianco della neve, si completano nell’equilibrio dei chiaroscuri di luci e ombre. 5


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L’aria è ferma, rarefatta e il paesaggio intorno sembra scintillare. Il cielo immenso sembra acquisire un peso irreale e mi sorprendo ad afferrare la roccia rugosa per cercare di ristabilire un equilibrio dei sensi, un sotto e un sopra. Tasto con circospezione la neve, perché la sensazione del vuoto sembra accentuarsi e scomparire allo stesso tempo. Difficile a descriversi, ma avverto intorno a me un capovolgimento della realtà, come camminando sul bordo interno di una grande bolla di sapone. Il filo di cresta si fa sempre più minuscolo, quasi un pezzettino di terra che si libra sussultando nello spazio. Lentamente tendo in avanti la piccozza e una vampata di calore sento che si irradia nella testa, un formicolio alla radice dei capelli e un velo sottile, impalpabile, riempie la mia vista nascondendo ciò che resta del paesaggio. Scomparsi sono i precipizi, le balze della parete, gli scivoli nevosi e con essi le colline e le valli lontane. C’è solo il blu, ai lati, sotto, in alto, ovunque. Contemporaneamente avverto una forza estranea spostare piano la mia gamba e lo scarpone protendersi nel vuoto, a cercare maledettamente lento una risposta tardiva allo stupore che mi assale. Intorno resta solo il blu. Imperlato di sudore mi sveglio di soprassalto e le dita artigliano ancora qualcosa, ma è solo un lembo del sacco a pelo. L’alito che condensa nel buio è un velo di nebbiolina appena, il chiarore della luna è dietro la cresta dentellata, oscura. Che incubo questa notte che non passa mai.

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La parabola dell’alpinismo Nel panorama vastissimo della letteratura di montagna a volte si nascondono piccole chicche poco conosciute; spesso si tratta di testi ormai datati, difficili da reperire se non in archivi e biblioteche tematiche, ma a scorrerli ci si accorge di quanto essi siano di grande attualità. Tra questi, un libro edito nel 1914 a firma di Adolfo Hess, alpinista torinese di tutto rispetto nel periodo a cavallo tra la fine dell‘800 e gli inizi del ‘900, periodo di grande fermento nell’evoluzione dell’alpinismo esplorativo. Nel testo interessantissimo dal titolo “Saggi sulla psicologia dell’alpinista” l’autore, sulla scorta di autobiografie di alcuni alpinisti dell’epoca, prova a delineare, forse per la prima volta sotto questo aspetto, i tratti salienti della personalità di figure consacrate all’attività alpinistica. Egli stigmatizza i comportamenti e le motivazioni di carattere scientifico, sportivo o di semplice passione, di chi per lunghi anni frequenta l’ambiente montano, dedicandosi in particolar modo ad attività di carattere alpinistico ed esplorativo. Sostanzialmente Hess suddivide l’evoluzione e l’esperienza dell’attività in montagna in cinque fasi consecutive, come momenti differenziati nel tempo di una parabola il cui inizio coincide con la scoperta della montagna e delle attività a essa legate e termina con l’intima sensazione di pienezza e il benessere di quanto realizzato ed esperito nel tempo. Una parabola che ha un momento ascendente e uno discendente, costituiti dall’impegno e dalle motivazioni che sostengono l’esperienza stessa, non molto dissimile quindi da quella dell’esistenza. Se nella prima fase l’individuo possiede un’idea di montagna e alpinismo allo stato latente e in modo decisamente inconscio, rintracciabile solo attraverso piccoli dettagli su cui è difficile soffermarsi e riconoscere, come il piacere nel riflettere una notizia piuttosto che un’altra, una curiosa simpatia verso un testo o un’immagine legati al mondo della montagna, nella seconda fase si assiste all’iniziazione vera e propria, in grado di generare nella persona forte emozionalità e impressione, insieme ad ansia, pensieri e decisioni apparentemente conflittuali tra loro. Chi non ha, tra quanti oggi si dedicano all’arrampicata o all’alpinismo, provato almeno per una volta tali forti e alterne impressioni, in un momento che in genere coincide con le prime salite, le prime avventure verticali o per altri la prima notte in un bivacco all’aperto o la prima esplorazione solitaria di un monte? Ricordo in modo indelebile la paura tremenda della mia prima arrampicata da secondo, in un camino liscio e aggettante con quindici metri di vuoto sotto, della Via dei Triangoli rossi nella palestra storica della mia città. 7


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Mentre provavo e riprovavo ad agganciare le staffe ai chiodi a pressione lontanissimi, avvinghiandomi alla corda tesa con i muscoli acciaiati, maledicevo il momento in cui avevo partorito quell’idea malsana di provare e mi ero lasciato coinvolgere. Eppure, ricordo allo stesso modo la grande soddisfazione provata una volta al di fuori della via, sbuffando e ansimando come un mantice e svuotato di ogni energia. E’ durata poco tempo l’impressione di sgomento per l’esperienza vissuta, un nulla, perché la mia mente già si perdeva dietro ad affollati pensieri di altre avventure e nuove scalate. Il tarlo dell’arrampicata e il sapore dell’adrenalina si erano fatti strada nel mio animo e non l’avrebbero più lasciato. Per anni continuerò a vivere questa dicotomia, tutte le notti che precederanno un progetto di salita. L’ansia e la preoccupazione non mi facevano dormire e combattuto tra il desiderio e la ripulsa guardavo con terrore la lancetta delle ore correre inesorabilmente verso quella della sveglia. La sera non mi era per nulla confacente, è il momento della giornata in cui maggiormente la mente si affolla di pensieri, dubbi e preoccupazioni, che fortunatamente si dissipano al mattino non appena in piedi e pronto all’azione. Per il resto, avevo tutto il tempo del viaggio in macchina per mettere a tacere ogni timore, ogni volta in cui decidevo un’uscita solitaria. Quelle ore avanti l’alba erano le più belle e una grande felicità mi pervadeva l’animo, sempre: assistere allo spettacolo affascinante della luce e il colore che sconfiggono le tenebre della notte è fantastico e magico. In quei momenti e nel silenzio, il mondo intorno sembra complice di qualsiasi idea di libertà, mentre tutti dormono. Sono sempre stato grato per aver avuto l’opportunità e la fortuna di vivere quei momenti e quei luoghi, qualsiasi essi fossero.

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La terza fase nella teoria di Hess coincide con il picco massimo sia della passione che dell’attività, momento in cui ogni fibra dell’individuo è tesa a un solo fine, una sola meta: la montagna e le ascensioni, purtroppo molte volte a scapito di altri e non meno importanti elementi del quotidiano e della vita. Queste “sviste” negli anni si riveleranno problemi non facili da risolvere, in particolar modo quando a esserne coinvolta è la sfera affettiva. In questa fase nessun sogno è impossibile e la perseveranza e la tenacia alla fine daranno i loro frutti. E’ il momento ottimale questo, nel raggiungimento anche delle prestazioni tecniche e del vertice della curva comportamentale, perché nella fase successiva, la quarta, si entra nel momento di massimo godimento della montagna e dell’esperienza alpinistica, una fase di calma, riflessione e appagamento intellettuale ed estetico. Una fase di compiacimento per l’attività effettuata e l’esperienza vissuta che stempera l’ardore della fase di scoperta e di massimo fervore. E’ tempo di respirare, infine, e guardarsi intorno. Per l’ultima fase di questa parabola, la quinta, Hess stranamente usa l’appellativo “decadenza”, almeno come appellativo, senza darne una particolare spiegazione. Io mi sento di interpretarla come un semplice termine tecnico coniato ormai un secolo fa, che risente pertanto delle concezioni esistenziali dell’epoca, in quanto la teoria si incentra sul concetto di una curva esperienziale che ha un suo moto ascendente e discendente, molto simile al percorso di vita dell’individuo. E’ comunque il momento della cessazione dell’esperienza attiva, sostituita dal sentimento di soddisfazione riflettuta nell’ambito esistenziale, di cui resta forte e indelebile il ricordo, ma anche il desiderio di condividere il vissuto e gli insegnamenti, come fossero preziosa eredità e memorie da non abbandonare all’oblio. E’ una fase che, almeno teoricamente, dovrebbe coincidere con l’età avanzata dell’individuo. Seppure a grandi linee, una qualsiasi persona che si dedica da anni alla frequentazione della montagna e all’attività alpinistica può riconoscersi in questa parabola comportamentale, anche perché c’è da dire che l’autore non fa cenno sulla tempistica delle varie fasi individuate, le quali vanno interpretate con la massima elasticità, in modo che possano calzare per ogni personale e varia esperienza senza la restrizione di età ben definite. Le fasi possono essere brevi o dilatarsi oltre misura, accavallarsi, essere in parte assenti o interrompersi bruscamente, l’importante è che nella giusta misura e facendo i dovuti distinguo tra l’alpinista della domenica e i mostri sacri dell’alpinismo, la teoria possa facilmente essere riconducibile a qualsiasi persona. E’ interessante notare come le ultime due fasi, quelle di più intimo godimento intellettuale dell’esperienza vissuta, siano anche quelle in cui la persona è più propensa alla 9


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condivisione dell’esperienza stessa. Guardando a ritroso, non può non evidenziarsi che l’evoluzione e la storia dell’alpinismo siano andati sin dai primordi di pari passo con la letteratura di montagna. Il sentimento di raccontare e raccontarsi è insito nel normale comportamento di ognuno di noi, anche se si è coscienti che alcuni momenti profondi della nostra attività, difficilmente si prestano a trovare un canale di facile comunicazione: le emozioni più intime e intense sono inesprimibili. Tra gli alpinisti “ante-internet” non era affatto raro trovare figure schive e solitarie, poco propense a lasciare la minima traccia del proprio operato, pur dando per scontato il luogo comune che vuole gli alpinisti figure sui generis per antonomasia. In epoca di globalizzazione mediatica forse occorrerebbe tornare invece a costumi più “puri” e veri, con uno spirito più romantico forse, mettendo da parte quella smania di “apparire” di cui oggi c’è davvero ridondanza e che spesse volte nasconde un vuoto di valori e assenza di sentimento. Per quanto mi riguarda, l’atteggiamento a condividere e a raccontare si è generato in anticipo, direttamente in quella terza fase della teoria di Hess, quella in cui più intensa è stata l’attività in montagna e più irriducibile la passione, avendo iniziato a collaborare e pubblicare articoli e servizi su alcune riviste del settore agli inizi degli anni ’90, proseguendo per circa quindici anni e interrompendomi solo per problemi personali contingenti e mancanza assoluta di tempo e concentrazione necessari. continua…

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Grandi vie d’inverno Nell’ampio panorama di montagne dell’Appennino centrale la scelta di salite che si offre agli amanti della stagione bianca è quanto mai varia e multiforme. Dai Sibillini alla Laga, dal Gran Sasso al Velino, passando per la Maiella e il Sirente, l’Appennino mostra tutta la sua poliedricità di aspetti e la scelta di ascensioni spazia dalle vie storiche alle vie ultramoderne, dalle vie di roccia alle cascate di ghiaccio. Ci sono itinerari per principianti, per l’alpinista medio e per i fuoriclasse, che vanno dalle vie classiche a quelle totalmente sconosciute. Alle salite facili si alternano le vie dure. Ognuno insomma può trovare nella dimensione appenninica una collocazione che tenga conto delle stagioni, del clima, dell’esposizione, dell’avvicinamento, della difficoltà tecnica, dell’estetica e quant’ altro occorre per coniugare esigenze e limiti personali con l’appagamento dello spirito. Pur escludendo l’escursionista più intraprendente, è un vero e proprio esercito quello degli alpinisti che ogni anno cinge d’assedio la parte più agguerrita dell’Appennino, quella centrale. Per spigoli e canali, per creste e per pareti l’attacco viene portato a fondo su vette illustri e celebrate pareti, non disdegnando a volte -ma raramente- anche gli angoli più appartati e meno conosciuti. Quest’attività frenetica all’arrivo del temibile Generale Inverno cessa come per incanto, così alacre sin nelle corte e tiepide giornate ottobrine, questo esercito ripiega nelle retrovie di fondo valle e nelle più abbordabili falesie. Un ripiegamento in bell’ordine davanti ai rigori dell’inverno, ma pur sempre una ritirata. La stasi che segue è lunga, anche per i più combattivi, che alla luce dei quarzi delle palestre artificiali ricompattano le file e curano le tendiniti. Su in montagna la temperatura scende e il paesaggio si ferma nella morsa del gelo. Il vento spazza le creste e la neve gioca in mulinelli tra gli anfratti delle pareti. Tutto è selvaggio e impressionante nel silenzio profondo che riempie l’aria, il clangore della ferraglia è cessato, come pure i richiami e gli echi in parete. Solo i gracchi, fantastici, leggeri, restano a sfidare le turbolenze della tempesta e a offrire una sensazione viva nel castello di rocce imprigionato nel ghiaccio. Eppure, nelle giornate più belle, perle di un inverno avaro, un’avanguardia temeraria di questo esercito, difende le posizioni così faticosamente conquistate palmo a palmo durante l’anno. Un manipolo di alpinisti deciso a impossessarsi delle chicche più preziose che l’Appennino sa elargire a chi è più tenace e irriducibile e continua imperterrito l’attività incurante delle fatiche e dei disagi. Le vie d’inverno presuppongono una 11


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concezione diversa della montagna e dell’alpinismo, l’impegno viaggia su un’altra lunghezza d’onda, ma soprattutto diversi sono i sentimenti che si agitano nell’animo di chi si appresta a un’ascensione invernale. D’inverno ogni finzione e ogni commedia cessa D’inverno in Appennino vi sono problemi, situazioni, ambienti, davanti ai quali anche il più tenace degli alpinisti butta la spugna e gira i tacchi verso altre mete, un po’ inflazionate ma tutto sommato alla moda che, fatto non trascurabile, presentano molti grattacapi in meno. È questa una tendenza a rifuggire quella dimensione alpinistica affascinante sì, ma un po’ demodé, tanto cara ai padri dell’alpinismo appenninico, ai pionieri, ai “fortissimi” degli anni ‘30: le grandi vie, itinerari storici che risalgono le vette nei loro angoli più selvaggi e appartati, che oggi a torto vengono liquidati come sfacchinate poco remunerative, non più in linea con una moderna concezione dell’alpinismo. D’inverno, in grado ancora di incutere timore ai più, contano pochissime ripetizioni, diradate nel tempo. Eppure sulla carta queste salite non presentano difficoltà tecniche considerevoli, anzi, in alcuni casi sono al di sotto delle medie. Allora perché relegate nell’oblio, sconosciute e rispolverate solo nelle sporadiche pagine di storia dell’alpinismo appenninico? Io direi che lì dove l’Appennino diventa in inverno una sorta di Brenva nelle latitudini meridionali, queste grandes course vengono volutamente ignorate come un problema con cui non si ha voglia di misurarsi. Notevoli dislivelli, accessi difficili e complicati, discese a volte ancor più laboriose, queste vie salgono d’inverno in un ambiente assolutamente grandioso e isolato. La lunghezza degli itinerari e le incognite di un percorso su un terreno ostile e severo rendono molto spesso impossibile portare a compimento queste ascensioni in giornata. La ricerca delle condizioni ottimali della montagna, l’orientamento reso difficile su versanti dalla conformazione labirintica e la difficoltà intrinseca di un terreno misto che come sempre in Appennino richiede doti di grande esperienza, fanno il resto e bastano a scoraggiare qualsiasi velleità da parte delle “folle” variopinte e superaccessoriate che più volentieri si accalcano sotto le cascate gelate, ormai in voga anche nel centro Italia. Questo cocktail di elementi, la scarsa conoscenza delle potenzialità delle nostre montagne, le nebulose nozioni di storia alpinistica in Appennino, la mancanza di uno spirito esplorativo che condisca con un pizzico di incognite un alpinismo invernale altrimenti stereotipato e poco brillante, hanno relegato ormai questi stupendi itinerari al ruolo di “vie per pochi”.

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Gran Sasso mon amour Ho sempre sostenuto che in una disciplina come l’alpinismo occorre iniziare dall’A-B-C delle cose, meglio ancora con un paio di anni di gavetta come secondo di cordata; suggerimento questo ancor più valido per le vie in montagna. Passare correttamente nelle varie fasi dell’apprendimento, meglio se con un bagaglio teorico oltre all’esperienza acquisita sul campo, è l’unico modo per portare con se successivamente tutti gli elementi giusti per dedicarsi all’alpinismo e all’arrampicata con sicurezza e cognizione di causa. La frequentazione di un’associazione come il C.A.I. e le sue scuole è un’esperienza positiva, è un metodo senz’altro consigliabile, perché permette di prendere dimestichezza non solo con la tecnica ma di introdursi pian piano anche nell’ambiente alpinistico, nelle sue dinamiche e problematiche. Avere accanto persone più esperte, permette di confrontarsi e di crescere ed è quello di cui spesso nell’ambiente limitato di Sulmona io ho sentito la mancanza. Inutile dire che oggi tale momento di graduale apprendimento viene rifiutato e saltato a pie’ pari, visto che generalmente il neofita muove i suoi primi passi direttamente nelle palestre indoor, nelle quali può sfogare tutta la voglia gestuale di arrampicare, ma certamente nulla può apprendere dei tanti elementi e problematiche presenti nelle ascensioni in montagna. Nonostante arrampicassi in palestra da un paio di anni e avessi già fatto qualche uscita al Gran Sasso, nel 1984 ho partecipato con trepidazione al mio primo corso di introduzione all’arrampicata organizzato dalla Scuola di alpinismo regionale Gran Sasso, quando questa era diretta da “Mimì” Alessandri. Oltre a essere molto interessante dal punto di vista tecnico -nei corsi si imparano tante piccole cose utili che da autodidatta in genere si tralasciano o si mettono da parte a favore della mera attività arrampicatoria-, in quell’occasione mi sono divertito molto, perché in fondo era anche un momento ludico e di socializzazione con altri ragazzi provenienti da ogni parte dell’Abruzzo. Certo non ero proprio a digiuno come preparazione, infatti l’anno successivo mi fu proposto di partecipare come aiuto istruttore a un corso avanzato di arrampicata organizzato dalla medesima scuola. Quando ho potuto, ho fatto uso delle risorse che la delegazione regionale del C.A.I., a cui sono iscritto dal 1983, metteva a disposizione per chi voleva avvicinarsi al mondo dell’arrampicata o perfezionare la propria preparazione. Il fascino che mi ispirava la montagna in inverno mi ha convinto a frequentare nel 1986 un corso di progressione su ghiaccio, tenuto dal Collegio delle Guide Alpine della Val D’Aosta sul Monte Rosa. Un bel ricordo, lontanissimo ma 16


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ancora vivo, è la partenza per una lunga notte in treno che ci avrebbe depositati a Ivrea prima e ad Alagna Valsesia poi. A vigilare sul gruppo di inquieti giovincelli, il compianto Lino D’Angelo, decano delle Guide abruzzesi, che nelle ore serali ci intrattenne con i racconti delle sue rocambolesche salite. Fino a metà degli anni ’90 tutta la mia attenzione e i desideri si sono focalizzati sul Gran Sasso, con la ripetizione di numerose vie classiche e diversi itinerari di stampo invernale. Era inevitabile, è una montagna fantastica, un vero scrigno di tesori nel centro Italia, in particolare per gli amanti dell’alpinismo e dell’arrampicata. Un mito che corrisponde in tutto e per tutto alla sua bellezza estetica e a una straordinaria storia di esplorazioni, scoperte e salite. Sogno di un mattino di mezza estate La piana di Campo Imperatore, sotto lo sguardo arcigno dei dirupi meridionali del Corno Grande, doveva essere ben altra cosa diverse diecine di anni fa, per rimembrare a Fosco Maraini le sterminate e solitarie pianure brune del Tibet. Certo è che alle sparute comitive di pionieri che per primi hanno posato lo sguardo sugli arditi speroni di questo naturale maniero, si sono sostituite lunghe file di escursionisti, sempre più variopinti nell’aspetto ed eterogenei nelle motivazioni e intenti. Folle di cittadini che la pressante pianificazione turistica ha proiettato verso il panorama montano. Dai verdi declivi erbosi ai tracciati più impervi, in una impressionante esplosione di presenze che ha il suo culmine nelle lunghe giornate di luglio e agosto, quando anche la fresca brezza di valle non riesce a mitigare i feroci dardi del sole. Nelle stupende giornate estive il Gran Sasso, in maniera massiccia dal lato teramano, un po’ meno da quello aquilano, viene cinto d’assedio in una profusione di suoni e colori che ha il sapore di una sagra paesana dove, tra ambulanti, turisti, albergatori ed escursionisti, si intrecciano dialetti di paesi e regioni diverse e l’abbigliamento spazia dal marinaro al sahariano, il rigorosamente firmato e il rimediato. In questo calderone, tra il patetico e gli slanci passionali, si muove un campionario di umanità a volte difficilmente etichettabile, tra anacronistici scarponi di cuoio e pantacollant fantasmagorici, high tech e corde multicolori, briosità e atteggiamenti spartani. Caro vecchio Gran Sasso, non c’è recesso roccioso dove il fastidioso brusio non arrivi a rompere la sensazione di grandiosità e distacco che l’ambiente suscita. Sono lontani i tempi in cui l’unico movimento percepibile era quello delle nebbie sul Paretone e i suoni irreali e ovattati provenivano dai gracchi in picchiata o da isolate cordate impegnate chissà dove. I passi lenti degli Aquilotti non risuonano più a notte fonda tra le carrarecce di Pietracamela e 17


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Casale San Nicola. Le carrozze di fine ‘800, cariche di bagagli e stipate di soci di un Club Alpino ancora in fasce, si sono trasformate oggi in rombanti torpedoni che arrancano sbuffando sui tornanti del Passo delle Capannelle e di Campo Imperatore. Le mie rievocazioni del Gran Sasso sono comunque gioiose, lontane dalla tensione del passaggio chiave e dalla fatica consumata in bilico tra aria e calcare. Sono immagini vivide, piene di sole e cielo blu. Identiche nelle sensazioni di libertà e appagamento che esprimono in una marcia sotto la grandine o su una cresta aerea tra folate di nebbia o con cieli abbacinanti di luce, nei passi stanchi del ritorno o durante una lunga doppia consumata al tramonto, con il sole basso e rosso come una palla di fuoco. La polvere del tempo lenisce ora la stanchezza, il sudore e le apprensioni dei momenti angosciosi. Il freddo, il vento pungente, le mani gelide e i lunghi inverni passati ad arrancare nella neve alta, sotto uno zaino mai leggero, sulle punte dei ramponi, aggrappato a rocce che in Appennino a volte sono tali solo per il nome, sono ricordi che portano la mente lontana, a qualcosa di caldo e piacevole, una sensazione nella pelle e nell’animo, che solo il calcare del Gran Sasso sotto un cielo mediterraneo, in un mattino di mezza estate riesce a dare. continua…

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Due facce della stessa montagna Nell’inverno del 2013 un evento triste mi ha causato non poco turbamento, unendosi a ricordi e a riflessioni personali. In febbraio la notizia dei due scialpinisti dispersi sul Gran Sasso e poi la tragica morte di uno di essi, Massimiliano Giusti, ha provocato in tutti, gente di montagna e non, apprensione prima e grande tristezza poi. Immancabili come sempre in questi casi: fiumi di parole, commenti, ipotesi, analisi, ricostruzioni, pareri, in un alternarsi di silenzio da parte di alcuni e di interventi fuori luogo da parte di altri. Perché al di là della vicenda, quello che ha lasciato ancora una volta esterrefatti è stato il dopo, quello in cui la gazzarra di opinioni ha travalicato come sempre i valori più giusti della riflessione, della moderazione, del rispetto. Questo è il circo mediatico di sempre e l’inutile chiasso che corre sul filo del web, dove tra le preghiere spontanee e gli ultimi saluti commossi, ci si è imbattuti in ben altro. Alcune frasi mi sono sembrate emblematiche, in quanto riassumono concetti e atteggiamenti purtroppo molto comuni, a prescindere dall’oggetto della vicenda: “ancora una volta la montagna si è portata via una giovane vita”, o questa di pessimo gusto: “Se la sono cercata (…) alla faccia dell’esperto.”. Non sono frasi di fantasia, ma parole pensate e scritte davvero nel crogiuolo dei social network. Non mi sembra superfluo sottolineare ciò che non può mai essere ignorato quando si riflette sull’argomento montagna e alpinismo, l’Uomo è solo un elemento, un piccolo fragile elemento nel mondo della natura, le cui leggi e la straordinaria tremenda forza non possono mai essere ignorate, comprese fino in fondo, domate. La montagna è quella che è, imparziale nel regalare piacevoli suggestioni, come nel mostrare la sua severità, ma non colpisce, non complotta, non attira nessuno nei suoi recessi. Più semplicemente, la montagna è indifferente alle vicende umane. Chi conosce l’ambiente e le atmosfere della montagna con il trascorrere delle stagioni, riesce a immaginare tutto ciò con la diversità di sentimenti che possono ispirare la luce e i colori festosi o la cupezza di un ambiente monocromo. Entrambe, sono facce della stessa montagna, siamo solo noi elementi spesso fuori luogo, con sentimenti tutt’altro che paragonabili alla millenaria indifferenza della pietra. L’uomo con i suoi limiti, il frutto dell’esperienza e il discernimento può solo imparare a pianificare le azioni opportune, per penetrare in modo accorto in un ambiente e in una dimensione oggettivamente ostili. Sbaglia chi oggi, con la facilità di approccio alle discipline sportive che avvicinano al mondo della montagna, all’alpinismo, allo scialpinismo, 19


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all’escursionismo, al canyoning, pensa che queste attività possano essere esenti da rischio o che gli strumenti della tecnologia possano sopperire alla mancanza di preparazione, di allenamento, di esperienza che spesso si acquisisce solo con il passare del tempo. E anche in questo modo i pericoli sono sempre presenti e queste attività soggette all’imprevedibile, che è sempre lì dietro l’angolo. Il pensiero dei due sci alpinisti persi nella bufera mi ha riportato alle esperienze personali. Ad una in particolare, quando avevo ancora molto da imparare ed ero bruciato da quell’acerba passione per la montagna, dalla febbre di fare ciò che spesso non lascia spazio né alle riflessioni, né alla prudenza. E quel 21 dicembre del 1986 -che ha lasciato in me un ricordo ben vivo e i cui momenti sono ancora presenti in termini di emozioni e immagini-, io ho vissuto la stessa dura esperienza della tormenta, a seguito di un repentino e tremendo cambiamento della meteo sui monti della Meta. Le stesse condizioni estreme vissute da Massimiliano e Paolo: il vento che ti schiaffeggia e toglie il respiro, la neve che ti acceca ed entra nella bocca e nel naso, il biancore più fitto sotto, sopra, intorno, dappertutto, che toglie ogni visibilità e ogni riferimento materiale. E il freddo implacabile, impossibile da sopportare. In quella occasione io non sono stato bravo, ma soltanto fortunato; perché in tante situazioni limite, nell’alpinismo come in altri sport estremi, c’è sempre quella parte di realtà che sfugge a ogni comprensione umana. In quei momenti, la bravura, la tecnica, l’esperienza, aiutano moltissimo, ma non bastano; di fronte a situazioni estreme si è ai limiti della sopravvivenza. L’imponderabile è sempre una dimensione che corre parallela alla nostra di vita quotidiana e a volte ci sorprende e lascia senza parole e spiegazioni. In fondo cos’è la fortuna, se non una presenza invisibile, una voce interiore che ti guida come se ti prendesse per mano? continua…

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G. Guzzardi - L’Attimo di quiete tra una folata di vento e un’altra

Un senso alterato di percezione Una nebbia sempre più fitta sta scendendo intorno. La montagna ora ha perso la sua nitidezza, speroni e salti rocciosi sono una massa scura celata dietro un velo fluttuante che pregna l’aria di umidità e mistero. I colori, così sobri in un quadro invernale, sono scomparsi del tutto per lasciar posto ai grigi, un’infinità di sfumature intese a riportare la vista e l’animo a sensazioni primordiali di atmosfere rarefatte e prive di vita. Da una manciata di minuti ho lasciato gli amici intimoriti e provati, che già il vento foriero di tempesta sta montando in un concerto dove l’armonia non è di casa. Non è il gioco di flauti che si rincorrono gioiosi tra gli anfratti delle rocce, ma urla strazianti, ululati che tolgono il respiro. I gracchi, solitamente leggeri e spensierati tra le turbolenze dell’aria, sono rintanati tra le pieghe del monte: la tempesta è in arrivo, tremenda come sempre e imprevedibile. Solstizio d’inverno Il 21 dicembre del 1986, dal Passo dei Monaci alla vetta saranno forse un trecento metri di dislivello: un’erta china d’estate, faticosa e assolata. Adesso è inverno, un inverno precoce, quando una testardaggine fuori luogo, una passione acerba e molta inesperienza sono pronte a proiettarmi in un attimo al cospetto di Sua Altezza la Montagna, assisa su un trono di gelo, nella stagione più proibitiva dell’anno. Un’esperienza dura, dai risvolti per certi versi inesplicabili e una lezione severa, indimenticabile negli anni a seguire.

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La neve è durissima, escrescenze di ghiaccio ricoprono le rocce: bellezza fantastica quanto insidiosa. Tre passi avanti e una genuflessione sulla piccozza, il respiro è spezzato da folate cariche di minuti cristalli di neve che danzano impazziti nell’aria. –“La vetta è a due passi”- mi dico, - “un’ascesa veloce e sono giù dagli amici”-. La rinuncia oggi non fa parte del mio bagaglio, in compenso s’accavallano nella mente immagini e parole, tutta una letteratura alpinistica che per anni ha nutrito le attese incalzanti dei miei primi passi verso la montagna, quella vera, degli uomini barbuti al ritorno da “epiche lotte con l’Alpe”: Eiger, piloni del Freney, Chogolisa, Changabang, Cerro Torre, una sarabanda di luoghi e personaggi, tragedie e salvataggi, sofferenze ed emozioni che in un attimo, come in una sequenza accelerata, scorre davanti ai miei occhi. Rivivo le stesse sensazioni, riconosco gli stessi posti, provo le stesse difficoltà, avverto le stesse paure: picchi, campanili, strapiombi, creste e scivoli di ghiaccio fanno da corollario a questa “impresa dell’inutile”. In mezzo a tutto ciò, la calma apparente di chi, incosciente, pensa di passare impunemente attraverso la soglia dell’ignoto, ignaro di essere invece molto, molto vicino alle porte dell’inverno. La salita è interminabile e penosa. A tratti squarci di sereno si aprono tra le nubi violacee, il tempo sembra alimentare un’improvvisa speranza nell’animo, poi tutto torna a chiudersi in una caligine lattiginosa. Grossi fiocchi di neve si materializzano nell’aria e in un momento imprecisato, lontano mille anni luce dal conforto delle cose di tutti i giorni, ha inizio quest’avventura personale, di quelle con l’A maiuscola che lasciano un segno duraturo, accanto alla sensazione forte di aver vissuto un’esperienza psicologica fuori dal comune: uno sdoppiamento della personalità che cesserà solo con il ritorno a valle, quando voltandomi verso la montagna, ancora fosca e invisibile, avvertirò in maniera chiara e inequivocabile una parte dell’io tornare nel suo involucro fisico dopo lo sconfinamento in un’altra dimensione. Nulla si scorge più, le rocce scure sulla neve si materializzano come fantasmi, all’improvviso. Sotto il riparo effimero di un masso aggettante mi fermo accosciato a cercare un riparo precario dagli schiaffi del vento impietoso e ritrovare così un po’ di calma. Non riesco a tenere gli occhi aperti, gli occhiali, ormai inservibili, sono un grumo di ghiaccioli insieme a barba e capelli. Di certo non so dire se quel giorno ho raggiunto la mia Meta; lo sconvolgimento degli elementi era tale da non riuscire a capire a un certo punto se stessi ancora salendo o camminando in piano. Pensieri sempre più foschi si fanno strada nell’animo, insinuandosi pian piano nella maschera di spavalderia 22


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e sufficienza che solo un’ora prima s’imponeva alla situazione. Ora la sensazione di essere solo in mezzo alla tormenta si fa di minuto in minuto più pressante e con essa il problema di come tornare indietro. Un senso di stupore, misto a stanchezza e rassegnazione mi assale, ma il dubbio non sfiora minimamente i pensieri, le stesse tracce della salita –una fievole bava di piccoli fori lasciati dai ramponi sulla neve ghiacciata- serviranno per trarmi d’impaccio da questa situazione a dir poco antipatica. E poi, -“voltandomi e scendendo in linea retta, guadagnerò certamente il pianoro. Anche in mezzo alla nebbia sicuramente mi renderò conto di aver raggiunto la base dello scivolo. Voltare a 90 gradi e dirigermi verso la via normale, sarà roba da ragazzi”- Questo pensavo o forse volevo crederlo di tutto cuore, cercando di tirare fuori dai pensieri una visione ottimistica della situazione. Intanto la neve continuava a scendere copiosa da ridurre ben presto il mondo tangibile a un misero fazzoletto ovattato. Questa situazione così claustrofobica basterebbe di per sé a far perdere la razionalità, a noi che siamo abituati a misurare ogni singolo istante su chiari e sicuri punti di riferimento, e fisiologicamente e mentalmente. Delle tracce non v’è ombra, e mentre chino per resistere al vento nella speranza di scorgere un segno, un sasso, una gobba, mi sforzo di procedere a ritroso, nell’animo si fa spazio la paura. Non il panico, ma il timore rassegnato di chi non ha altra scelta se non quella di vedere come vada a finire. La sensazione che tutto si risolva per il meglio, come nel lieto fine di tutti i romanzi, alberga dentro di me, come un sottile, inspiegabile, preveggente ottimismo, a muovere l’altro piatto della bilancia di quel fenomeno sensoriale che scandisce i ritmi umani in condizioni limite. Voltato le spalle, la situazione non cambia, stesso biancore accecante, medesimo smarrimento. Le tracce della salita non esistono più, grattate dal vento, estirpate. Con somma concentrazione penso di procedere in linea retta lungo la massima pendenza, ma dopo pochi passi ecco innalzarsi nette due quinte di roccia ai lati dello scivolo. Credo di non averle notate in precedenza, ma chi può parlare di certezze in questo frangente. La mancanza di alternative e l’impulso di perdere quota in fretta mi spingono a procedere verso il basso, ma l’inclinazione del pendio sembra aumentare. Il biancore omogeneo rende pericolosa la discesa, nasconde i bruschi cambi di pendenza o, peggio ancora, le buche e le crepe tra le rocce. Sono sicuro di non aver percorso questo canalino e con circospezione cerco di evitare, aggirandoli, alcuni salti rocciosi. Il passare del tempo ha smesso di procedere secondo le lancette dell’orologio, quando la pendenza sembra attenuarsi, quasi annullarsi. Devo essere nei pressi del valico perché la violenza della bufera non accenna a diminuire, anzi le 23


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raffiche di vento si fanno più rabbiose, come in uno spazio aperto tra due versanti. Mi fermo di colpo, conscio che in questo momento l’intuizione dell’orientamento è più che mai essenziale. Nessun segno sulla neve, non una roccia, nemmeno un sasso. In piedi come un pupazzo di neve cerco di riflettere. Se mi spostassi anche di un solo passo so che perderei l’unico elemento certo, quello di avere la montagna alle spalle. Altre cognizioni orografiche non ne posseggo, è la prima volta che calco questi luoghi. D’altronde la carta è inservibile senza la bussola che, ovviamente, in questo momento riposa in un cassetto. Le orecchie e il naso soprattutto, esposti al vento sono quasi insensibili, ma in movimento non sento assolutamente nulla anzi, sotto i vestiti sono in un bagno di sudore. Guardo l’orologio: sono le tredici passate da poco. Ho ancora diverse ore di luce ma non posso rimanere inattivo, perché tornare giù non sarà uno scherzo. Faccio qualche passo concentratissimo in diverse direzioni tornando in breve al punto di partenza. Questi monti hanno versanti complicati e grandi spazi lontani da centri abitati, con lunghe dorsali frastagliate, valloni selvaggi e fitti boschi, perdersi qui significherebbe peregrinare per giorni e in severe condizioni atmosferiche non è da augurarlo a nessuno! Un terreno ritenuto generalmente piatto nella nebbia fitta si rivela tutt’altra cosa, collinette, vallecole, buche, che la mancanza di visibilità sembra ingigantire.

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Mi fermo accanto a una roccia deciso ad attendere una schiarita. Apro lo zaino e passo in rassegna il contenuto: non vi è da essere allegri, chi avrebbe immaginato un cambiamento del tempo così repentino? Indosso la giacca a vento, mando giù qualcosa da mangiare, il contenuto della borraccia è un compatto pezzo di ghiaccio. –”Se devo passare la notte qui pazienza, domani la tempesta sarà placata”-; ma dopo appena dieci minuti con le membra già irrigidite mi scuoto: sarebbe una dura notte da passare. Sento così nascere sommessa una nuova consapevolezza: -”in qualsiasi posto, comunque giù!”-. Non avverto stanchezza e il freddo è stranamente ancora sopportabile, anche se penso che in condizioni normali, in città, starei battendo i denti. Improvvisamente mi torna in mente di non essere solo sulla montagna, Franco e Alfredo dovrebbero essere sulla via normale ad attendermi, questi erano gli accordi. Chissà dove saranno ora? Sistemo lo zaino e mi avvio senza pensare. Tutto resta immutato, finché dopo aver vagato verso quella che ritengo sia la direzione giusta, una macchia colorata sulla neve cattura la mia attenzione: una piccola banda di minio rossa su un sasso che spunta dalla neve. Con visibile emozione mi giro intorno, guardo attentamente nel ristretto campo visivo, nient’altro, la neve è dura come pietra! –“Sono sulla buona strada, da qualche parte deve esserci il bosco, se solo si aprisse un attimo.”- Ma di schiarita non vi è ombra. Continuo a vagare con cautela per non perdere quell’unico segnale, ma niente da fare, il terreno è uguale dappertutto, amorfo, senza caratteristiche; a tratti sembra salire di nuovo, allora torno subito sui miei passi. A momenti mi sorprendo a voltarmi indietro, con l’impressione che qualcuno mi stia osservando; che strana sensazione! Quanto tempo sarà passato? Non so, ricordo soltanto che dentro cresceva sempre più prepotente la smania di far presto, di andare via da lì, un’impazienza di movimento che mi coglie ancora, sempre, anche a distanza di tanti anni, quando sono solo e alle prese con qualcosa di impegnativo, io e la montagna. Quel sentimento di rispetto e timore per questo ambiente, per questi spazi, che travalica il senso del tempo, dove la coscienza dell’essere si misura con un’atmosfera solenne e grandiosa capace di riportare la mente a esperienze di emozioni ancestrali. Non è la fuga, il panico incontrollato, ma una sorta di timore reverenziale, una reazione automatica al pensiero che la montagna non tollera oltre presenze estranee. Solo Dalla nebbia emergono pochi rami scheletriti, poi più distinta e solida è la presenza di alti tronchi di faggio, uno, due, tre, …..è la fascia oscura del bosco che si palesa. - “Sono sulla strada giusta!”- Provo a chiamare ma la voce afona 25


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non ha la minima eco nell’aria rarefatta. Non un rumore, solo il fruscio della neve che viene giù dal nulla, a grandi fiocchi. Il bosco è silenzioso, irreale e tra gli alberi curvi sotto un pesante manto bianco l’atmosfera si fa inquietante. “Sono solo.”- e mille pensieri si accalcano nella mente. Il cuore batte forte e il respiro sembra materializzarsi in volute dense come quelle di una macchina a vapore. Cammino sul far del bosco, indeciso. Nulla che possa indicarmi una direzione e i boschi delle nostre montagne sono veri labirinti, grandi e fitte estensioni di faggeta che ricoprono i fianchi dei rilievi e le profonde valli, fin negli angoli più reconditi e impervi. D’improvviso, come un raggio di luce che raggiunge il fondo di un abisso, una fessura si apre nella cappa compatta della nebbia, lì in fondo tra i tronchi degli alberi, si allarga, diventa una crepa, un buco, uno squarcio, dove pennellate di azzurro lottano tra turbolenze e masse d’aria bianche, grigie, oscure. La luce sembra sopraffatta, poi con un guizzo veloce riappare tra nuvole sfilacciate che corrono come treni. -“Che sia una schiarita?”- Anche parziale sarebbe risolutiva, sono ore che vago in questo tunnel avvolto da vapori e isolato al mondo esterno. continua…

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Alpinismo solitario, per necessità e convinzione L’alpinismo solitario è un’esperienza davvero intensa, dove non occorre coraggio, quello lo si acquisisce con il tempo, l’esperienza e gli immancabili errori di percorso, ma un dialogo incessante con se stessi e un buon equilibrio interiore. Si è sempre dibattuto sul concetto e le motivazioni che spingono l’individuo ad affrontare un’attività rischiosa in solitaria, in particolar modo negli sport estremi. Da una parte si liquida la cosa condannandola come pura incoscienza, dall’altra la si eleva a concetto più puro delle discipline di montagna. A prescindere da come la si guardi è certo che non si avrà mai una risposta univoca, nonostante il rischio tantissime persone continuano ad arrampicare su ardue pareti e spesso lo fanno in solitaria. In alpinismo le motivazioni di base sono tante, a iniziare dal fatto che spesse volte si tratta di scelte dettate dalla necessità di non avere l’opportunità, per le cause più disparate, di condividere il progetto di salita con un compagno di cordata. Ma chi prova anche per una sola volta l’esperienza solitaria non potrà non esaltarne il grande senso di libertà e il contatto intenso con l’ambiente naturale che si provano. Questo non è appannaggio esclusivo dell’attività alpinistica, ma dell’andare in montagna in generale. Da soli in montagna si è in comunione con essa e si possono avvertire in maniera più profonda il senso del proprio io interiore e una visione universale delle cose. Questa esperienza può essere più o meno esaltante proporzionalmente all’attività che si sta compiendo, fino ad avvertire nettamente un profondo estraniarsi dalla vita quotidiana e penetrare la mente e i pensieri in una dimensione di percezione superiore. Io credo che l’affanno nella vita sia quello di cercare eternamente e inutilmente il significato che dia un senso alla vita stessa. Spesso lo cerchiamo nel posto e nel modo sbagliato, quando la verità è semplicemente intorno a noi. Basterebbe restare in silenzio e ascoltare la propria anima in un attimo di quiete tra una folata di vento e un’altra. Avete mai sentito questo “vuoto” esaltante? Una voce che viene da lontano, in sordina, dall’altra parte del mondo, carica di silenzi e suoni incomprensibili, passare impalpabile un attimo in cui tutto sembra restar fermo e andar via chissà dove, lasciando nell’aria un segno come una pennellata nel cielo blu. Avete mai sentito il silenzio irreale, l’attesa, la tensione insita tra una folata di vento e un’altra? Ci sono attimi in cui la vita sembra fermarsi, attimi in cui puoi afferrare il senso del tutto. La montagna è un luogo magico per questo e in inverno lo è ancora di più. Essere soli in montagna è una condizione privilegiata in grado di regalare momenti irripetibili, impalpabili, eterei. Imparando ad ascoltare questi attimi di vuoto, 27


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questi silenzi carichi di presagi, si percepisce la montagna in tutta la sua grande austerità, come cosa amica ma imparziale, un’essenza viva da rispettare. Pochi e frammentari studi a livello scientifico hanno cercato da tempo di dare una risposta all’esperienza estrema di un’attività solitaria, analizzandone nei dettagli le sensazioni e i comportamenti. Ogni alpinista solitario racconta l’estrema concentrazione della mente a cui seguono i movimenti del corpo in modo automatico. Si è proiettati verso lo spazio immediatamente intorno e concentrati sui dettagli necessari alla progressione, appigli, appoggi, conformazione della parete. La percezione del passare del tempo è un’altra delle caratteristiche di questa esperienza, che tende a escludere ogni riferimento che non sia strettamente relativo al solo trascorrere lento dei minuti essenziali al compimento di pochi e precisi gesti. Al di fuori di questo il mondo esterno non esiste più, sembra scomparire dalla mente e dai pensieri. Non esiste null’altro oltre l’azione che si sta compiendo, ciò che occupa la coscienza è soltanto l’atto di arrampicarsi, l’azione meccanica del corpo, i movimenti degli arti sono precisi, essenziali, quelli giusti. Nei miei vagabondaggi solitari le caratteristiche di tale esperienza mi hanno colpito e fatto riflettere molto. Alcuni studi tra cui quelli di Mihály Csikszentmihalyi, psicologo ungherese dal nome impronunciabile, autore della teoria del Flusso, riassumono in questo modo i tratti salienti osservati nell’esperienza dell’alpinismo solitario: a) L’esigenza dell’azione e il suo esplicarsi si sviluppano in modo molto chiaro, ogni individuo ha in ogni momento e senza apparente riflessione la cognizione di cosa sia giusto fare; b) L’individuo, nonostante le difficoltà, ha l’assoluta sicurezza di tenere sotto controllo la situazione; c) L’individuo avverte che l’azione si svolge in modo fluido e senza ostacoli, come se l’evento scorresse automaticamente e al di fuori della sua personale programmazione (per questo l’esperienza prende il termine inglese flow); d) L’individuo non ha bisogno di fare alcuno sforzo di volontà per concentrarsi, al contrario sente che essa sgorga da sé, come un processo fisiologico naturale; e) La percezione del tempo è del tutto distorta, fino al punto di non essere più coscienti da quanto tempo si sia immersi nell’azione; f) L’individuo non avverte separazione dalla sua attività, sente di far parte di essa come in una fusione e nell’agire si ha così una perdita della consapevolezza del proprio io. Sono queste le caratteristiche che in molte testimonianze di alpinismo solitario si accompagnano al termine Zen, uno stato in cui la coscienza di sé e 28


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l’azione coincidono. Difficoltà e rischio in genere vengono vissuti dalle persone a volte in modo diametralmente opposto, in alcune genera panico in altre eccitazione, quindi repulsione o stimolo, con tutte le implicazioni che le reazioni possono avere a livello bio-chimico nell’organismo umano. A ogni modo, affrontare in solitaria la montagna è un’esperienza che insegna a conoscere i propri limiti, le proprie paure e ad avere un dialogo più profondo con se stessi. Anche nelle cose più semplici, l’esperienza solitaria in montagna aumenta la percezione dell’ambiente, aiuta a riscoprire l’intuito nel riconoscere il percorso migliore o il passaggio più sicuro, a non contare su aiuti esterni nella propria attività. Nella volontà di salire in montagna, sperimentando anche le immancabili condizioni meteo avverse, si impara a riconoscere i propri limiti e a capire quando è il momento di rinunciare. In questo senso l’andare per monti e fare alpinismo o attività similari è un momento di arricchimento interiore. Soprattutto dovrebbe insegnare a non prendersi troppo sul serio. A me la montagna ha aiutato a superare la timidezza, in una sorta di percorso di autostima, attraverso la valorizzazione di risorse e capacità personali, la pianificazione di progetti, il raggiungimento di obiettivi prefissati, non ultimo il dialogare con me stesso attraverso lo scrivere. Ad essere obiettivi, la montagna, la fotografia e la letteratura costituiscono un trittico imprescindibile nella mia vita, difficilmente sostituibile. In fondo sono sempre stato un solitario, piuttosto timido, introverso e discreto nel rapporto con gli altri, e oggi più che ieri non ho alcun problema a starmene da solo anche per lunghi periodi; solo in questo modo riesco a godere appieno del mio tempo e dello spazio. A volte sono così concentrato nelle cose, nelle mie attività e interessi che devo fare uno sforzo per tornare alla realtà e impormi di dedicare un po’ di tempo alle “relazioni sociali”. Questa condizione, che per altri magari sarà fonte di disagio da rifuggire, per me è normale e piacevole. La vita quotidiana ha bisogno dei suoi momenti contemplativi e per astrarti e riflettere devi essere da solo. Io non sono religioso, non lo sono mai stato, la mia preparazione culturale e le esperienze mi hanno portato sempre più lontano da forme di culto che si esprimono in dogmi e regole liturgiche che da sempre tentano di imbrigliare la sfera dello spirito e il rapporto con il trascendentale. Il mio è sempre stato piuttosto un cammino continuo alla ricerca di luoghi e situazioni in cui il trascendentale può palesarsi a volte in forme imprevedibili. La montagna è un luogo speciale per sentire la presenza di qualcosa che la nostra realtà troppo tangibile non riesce a comprendere né a spiegarsi. continua… 29


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L’ultima via d’inverno Con la vista annebbiata dalle lacrime posso vedere d’infilata sulla parete speroni e pilastrini ergersi in tutta la loro verticalità. La montagna, bianchissima, impiastricciata di neve ghiacciata spruzzata dal vento, si protende come la prua di una nave in un mare ribollente di nebbie e nuvole basse. E’ una freddissima e tersa giornata di febbraio e il Monte Sirente torna a rievocarmi l’immagine di uno scoglio di ghiaccio nella piatta solitudine dell’artico. Il dolore lancinante alle dita è atroce, sembra voglia tirarmi fuori fin’anche l’anima dall’estremità delle mani. Ogni volta va sempre peggio, ai limiti della sopportazione. Un misto di rabbia e impotenza quella che provo, la bocca si apre per gridare forte, ma resta solo un flebile lamento quello che fuoriesce dalle labbra. Nel silenzio disturbato solo dal pulsare forte del cuore e dal respiro affannoso, l’aria gelida sembra bruciarmi i polmoni. Piegato in due appeso a un cordino passato in un chiodo precario, aspetto che la crisi passi come sempre e mi lasci finalmente godere di questo momento. Ho nella testa mille pensieri veloci come treni. Chiudo gli occhi un attimo spinto da un desiderio ancestrale di richiudermi a guscio per non vedere, non sentire, per ritrovare dentro di me nuove e più forti energie. Il mondo tangibile in questo momento è qualcosa di indefinito, forse solo un fazzoletto di neve impigliato miracolosamente in una realtà verticale. La solitudine, quella profonda dell’essere, mi appare in tutta la sua grandiosità. Ricordo uno a uno i momenti e le situazioni in passato in cui la “bollita” alle dita delle mani sembrava volersi trasformare in una punizione, un prezzo scontato da pagare in inverno, quello per aver osato infilare le mani tra le pieghe della montagna. Nulla però che valesse la pena della rinuncia, ma lunghi inverni e ripetuti micro congelamenti hanno alla fine trasformato le mie dita in 31


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appendici sensibilissime alla più piccola escursione termica. Il medico è stato fin troppo chiaro a proposito: il sistema dei vasi capillari è ormai compromesso. Nessuna cura, l’unico rimedio, difendere il più possibile le mani dai morsi del gelo! continua…

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Il mio Himalaya Per chi percorre d’inverno la strada provinciale dell’Altopiano delle Rocche, risalendo dalla Valle Subequana nell’ora che precede l’alba, il paesaggio è qualcosa di indistinto, le ombre non sono tali e la luce è ancora da venire. A un’ennesima curva della strada, tra le quinte della faggeta, una visione inaspettata si offre allo sguardo: la parete Nord del monte Sirente, scenario imponente che troneggia al di sopra di ampi dossi boscosi. Una bastionata cupa e severa che in un paesaggio circostante di pianori sgombri di vegetazione e dolci declivi disorienta e impone il naso all’insù. Questa è l’immagine intensa e fantastica, che per dieci lunghi anni ha accompagnato i miei vagabondaggi e generato la smania di salire questa montagna: una febbre misteriosa che ancora brucia dentro e si rinnova immutabile dopo ogni ascensione. Tentativi e progetti, sconfitte o vittorie, sono semplicemente momenti vissuti di grande emozione che, inverno dopo inverno, hanno alimentato quella sensazione forte di liberazione assaporata per la prima volta un mattino ormai lontano. Frenesia nordica All’inizio fu subito inverno, l’inverno del 1984. Un blitz solitario sulla vetta massima della montagna segna l’inizio di questa lunga storia, un amore smisurato per questo angolo d’Appennino nel quale l’attività svolta nel corso degli anni costituirà una parte non trascurabile del mio umile bagaglio alpinistico e darà luogo a una ricerca, apparentemente senza fine, dedicata all’esplorazione e allo studio degli aspetti peculiari di una parete, che è allo stesso tempo simbolo ed essenza di questa montagna. Con una voglia matta di azione e la mente persa a rimuginare i resoconti a tinte forti dei classici della letteratura di montagna, mi apprestavo a vivere nel mio piccolo, quella “lotta con 33


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l’Alpe” che tanto mi affascinava e che in poco tempo avrebbe assorbito tutta la mia attenzione, nella realtà e nei vagheggiamenti interiori, tanto da escluderne qualsiasi forma di interferenza. Il mio Himalaya era qui, a due passi, in Appennino. Quella prima solitaria d’inverno -una corsa affannosa sorretta più da un’incrollabile volontà di “riuscire” che da un bagaglio tecnico adeguato-, ha segnato nel tempo l’inizio di una lunga serie di esperienze solitarie che, lungi dall’essere performance alpinistiche di rilievo, hanno comunque dischiuso una dimensione personale di dialogo con la montagna. Ma nulla avrebbe lasciato supporre una dedizione smisurata a venire, per questo angolo fantastico che in inverno si trasforma in un ambiente severo e in uno scenario di rara bellezza. Eppure in quel mattino ancora vivido nei ricordi, il quadro era perfetto: il cielo blu intenso, la neve scintillava in ricami preziosi sugli speroni rocciosi, il silenzio assoluto sottolineava in maniera ossessiva il senso di solitudine della montagna deserta. Solo un pulsare incessante nella testa sembrava riempire uno spazio interiore, altrimenti svuotato da qualsiasi pensiero, una quiete travolgente e un senso di euforia, assolutamente indifferenti allo scorrere del tempo. Solo a tratti un palpitare affannoso lasciava trasparire lo sforzo dell’azione, un procedere impaziente, teso a raggiungere una cresta luminosa, meta e premio allo stesso tempo di un inspiegabile e intenso desiderio di salire. I momenti di quella salita sono quelli indelebili di ogni primo amore. Una marcia affannosa nella neve alta del bosco, la perdita del tracciato normale di salita e la decisione a tirare comunque su, dritti, verso quelle nervature rocciose parzialmente assolate che si intravedono a tratti tra le chiome fitte del bosco; ma soprattutto, quell’emozione, quella sensazione di libertà assoluta, nel calcare quelle bianche distese vergini forse mai percorse d’inverno. Come la tela bianca di un pittore, la montagna è in attesa, pronta ad accogliere il parto delle mie visioni. Un arabesco minuscolo ma netto disegna una traccia sulla neve che, chissà, presto svanirà, cancellata da una soffice nevicata o spazzata via con violenza da un vento urlante, o comunque, sperduta e silenziosa, scomparirà in primavera per far posto ai colori. continua…

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Miti e ispirazione La mia prima lettura in tema di alpinismo è stata “Everest, 33 giorni di scalata sulla parete sud ovest” di Chris Bonington, lo ricordo bene, un bel libro robusto corredato da splendide fotografie a colori con riprese mozzafiato. All’epoca non sapevo chi fosse Bonington, né gli altri membri di quella spedizione, crema dell’alpinismo inglese: Peter Boardman, Martin Boysen, Mick Burke, Hamish Mac Innes, Dougal Haston, Nick Estcourt, Doug Scott e altri. Alcuni di questi nomi, come Peter Boardman, poeta e grande alpinista scomparso nel 1982 sulla parete nord dell’Everest, rimarranno indelebili a segnare quei momenti di avide letture, in cui dalle foto e dai volti dei protagonisti cercavo di carpire i segreti di quel mondo, di quegli uomini e di quelle vicende di cui avrei voluto seguirne le tracce. Mi turbavano e rapivano insieme i pensieri. Di Peter Boardman ho trovato splendidi i suoi due libri “ La montagna di luce” e “Montagne sacre”, imperdibili per comprendere che dietro quella patina di uomini duri, capaci di sforzi e imprese sovrumane, spesso si nasconde un’altra realtà, quella di uomini fragili e sensibili in grado di spingere i loro sogni all’inverosimile e fare delle proprie emozioni e della poesia il corollario indispensabile a ogni azione in montagna e nella vita. Queste virtù e questi valori li ho poi ritrovati in molti altri personaggi che si sono avvicendati nelle mie letture ma anche in incontri reali, fino a scoprire che, al di là delle vicende e delle grandi imprese, era questo ciò che mi restava nell’animo e mi intrigava, la semplicità e la profonda umiltà di persone che nelle altezze erano state capaci di librare anche il proprio spirito. Sono tante le opere di letteratura di montagna che ho letto e apprezzato, un po’ meno quelle che limitano la narrazione a una mera esposizione delle difficoltà e dei dettagli tecnici della salita. Non so se oggi i neofiti trascurano questo passaggio dell’apprendimento, la rilettura storica, ma io trovo che al di là della materia stessa alcune opere siano di grande pregio narrativo, così come di grande levatura morale sono gli scrittori. Credo che per persone della mia età alcuni titoli sullo scaffale siano immancabili: “E’ buio sul ghiacciaio” di H. Buhl, “342 ore sulle Grandes Jorasses” di R. Desmaison, “I conquistatori dell’inutile” di L. Terray, “Verso l’alto” di D. Haston, per citarne solo alcuni tra i lavori più classici, i cui titoli lanciano già di per sé messaggi premonitori. Non tutti gli eroi di cui si è alimentata la mia fantasia sono risultati distanti e irraggiungibili. Nella mia frequentazione della montagna, in Appennino o sulle Alpi, ho avuto l’opportunità di incontrare seppur fortuitamente alcuni 35


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personaggi del grande alpinismo italiano. Giancarlo Grassi, durante una pausa per il maltempo al rifugio Torino al Monte Bianco. Uomo straordinario e sognatore oltre misura, la cui grande modestia mi ha colpito in modo particolare e che nel corso degli anni ho cercato di conservare come giusto parametro di valutazione negli incontri con le persone nell’ambiente di montagna. Eh sì, perché non è che nell’ambiente alpinistico sia tutto rose e fiori, non allo stesso modo la montagna riesce a plasmare le coscienze e il carattere degli individui. All’opposto, con mio grande rammarico, ho potuto constatare che la modestia e la disponibilità non sono appannaggio di tutti, ma solo di quelle grandi menti che hanno saputo spingere oltre la loro esperienza, anche a livello interiore e ribaltarla nel rapporto con le cose e con gli uomini. Anche nell’ambiente della montagna non è assolutamente raro incappare in personaggi altezzosi e pieni di sé, che non mancano occasione alcuna per rimarcare la distanza tra loro e voi, che mai e poi mai siederebbero a un tavolo per bere un bicchiere in compagnia, sempre pieni di incomprensibile risentimento e spocchia, in lotta con il mondo e con tutti o mossi da indecifrabili quanto irrazionali e immotivate gelosie. Faccio fatica a comprendere la competizione sportiva, ancor meno se questa è capace di avvelenare l’esistenza e i rapporti interpersonali. Al di là del valore alpinistico, in molte persone si accompagna un grande livello intellettuale per ciò che parallelamente hanno saputo creare nella vita. Ho avuto modo di conoscere Giuliano De Marchi, persona squisitissima, medico e himalaista, anch’egli scomparso in montagna. Tullio Vidoni, altro forte alpinista italiano negli anni ’80 e prima della sua morte salitore di vette in Himalaya, incontrato al Monte Rosa durante un corso delle guide alpine. Kurt Diembergher, leggenda vivente, ultimo tra i primi salitori degli 8000, grande scrittore, cineasta ed esploratore, più volte incontrato in conferenze e serate a tema; una persona fantastica, una grande erudizione e una forza d’animo non comuni. A volte mi capita di soffermarmi a riflettere quanti grandi personaggi, uomini e alpinisti, siano purtroppo scomparsi in montagna, tanti, troppi, da sentire erompere dentro un naturale sentimento di ripulsa per tutto questo. Ciò che accomuna queste persone ai miei occhi è la grande umiltà che ho avvertito in loro, incontrandole da perfetto sconosciuto anche solo per un momento e mai più riviste. Persone queste, con cui puoi sentirti a proprio agio in qualsiasi frangente, da pari a pari, ognuno con qualcosa da raccontare e da offrire agli altri. 36


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Ecco, molte di queste persone hanno rappresentato per me un mito, anche se in quell’esatto momento non ne ero conscio, ma il loro modo di operare, il modo di riflettere e concepire le cose, ciò che sapevano esprimere al di là della loro fama e bravura tecnica, erano elementi che mi affascinavano e che sentivo come miei, lo stesso modo di provare emozioni, lo stesso modo di sognare. Non è facile spiegare perché una cosa piace più di un’altra, perché si va in montagna e si arrampica coscienti del rischio a cui ci si sottopone. Non è spiegabile nemmeno perché magari la montagna d’inverno ci strega di più che nelle altre stagioni o perché le fatiche e i sacrifici di salite invernali ci piacciono da rasentare quasi una pulsione autodistruttiva. Ma quei momenti così effimeri in cui la montagna si mostra in tutta la sua bellezza abbagliante, si possono vivere solo in questo modo, con il sacrificio e il sacrificio insegna a essere umili, di fronte a una natura che ti accoglie nel suo grembo ma non perdona se non sei in grado di avvicinarla in modo corretto. Dando fondo ai ricordi che risalgono alla mente come flash, non è facile catturarli, trattenerli, sono troppi e ognuno reclama la propria attenzione. Sembra una lotta contro i mulini a vento al punto da pensare all’impossibilità di porre fine a un testo che ha la pretesa di raccontare qualcosa di me: quando fermarsi, come concludere? Non lo so ancora. Da cultore delle arti visive e appassionato di fotografia, molti degli stimoli, delle ispirazioni, dei miti, per me sono nati semplicemente guardando un’immagine. A volte le immagini si imprimono nella mente meglio delle parole o di uno scritto. Trovo assolutamente autentico ciò che riassumeva Reinhard Karl: “Le fotografie sono l’inizio della maggior parte dei sogni”. Io ne ricordo molte di immagini che mi hanno affascinato e fatto sognare. continua…

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La fotografia La mia passione per la montagna e quella per la fotografia hanno camminato insieme, un binomio inscindibile. Non vi è stata ascensione, anche la più impegnativa, in cui non abbia avuto al seguito una fotocamera e questa non abbia mai riposato nello zaino. Usavo portarla a tracolla, mi impacciava nei movimenti quando arrampicavo, ma solo così riuscivo a portare a casa belle immagini delle ascensioni. La mia vecchia Nikon FE, rigorosamente analogica, oggi ha certamente un aspetto vissuto con i suoi graffi e ammaccature, ma è con onore che fa bella mostra di se’ sulla libreria di casa. L’avvento del digitale e la sua grande praticità hanno ormai relegato la fotografia analogica in una raffinata esperienza vissuta di un recente passato. Non era solo un modo per documentare l’attività il mio, ma il desiderio di coglierne gli aspetti da un punto di vista puramente visuale insieme all’ambiente oggetto delle ascensioni. Per anni, nel caso del Sirente soprattutto, è stato per me anche un ottimo strumento per esplorare la montagna e raccogliere informazioni sulle pareti, ove altrimenti non era possibile in altro modo e attraverso le immagini cercare di ricostruire la conformazione della montagna e valutare la possibilità di aprirvi itinerari. Prima di acquisire una buona conoscenza della montagna in vista di salite in inverno, molte uscite solitarie sono state dedicate proprio a questo tipo di esplorazione. Salendo in solitaria non ho trovato problemi od ostacoli nel continuare a fotografare, mi sono semplicemente adeguato, stando da solo il tempo che potevo dedicare a qualche scatto non pesava sulla pazienza di nessuno. Ancora oggi in inverno utilizzo una piccozza sulla cui becca ho procurato un foro filettato nel quale inserire la relativa vite di supporto per la fotocamera. Può sembrare laborioso, specialmente quando si è in una posizione delicata, ma con un po’ di accortezza e abitudine si può fare. Per 38


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me è la normalità, mi sono sempre sentito nel duplice ruolo di fotografo e alpinista. Un utile accorgimento è quello di usare un grandangolo (28 mm) che permette di mettere a fuoco a poco più di un metro di distanza. E’ così che sono nati tanti autoscatti, involontariamente una sorta di selfie antelitteram. A inizi degli anni ’90 poi, sono state prodotte alcune fotocamere compatte molto versatili; io acquistai una Olympus Mju1, veramente pratica, piccola come un pacchetto di sigarette e molto leggera, legata a un cordino si poteva avere sempre a portata di mano, affrancando un po’ di peso nello zaino. In questo modo sono riuscito a mettere insieme una bella collezione di immagini di gran parte delle mie uscite alpinistiche, risultate poi utili nella preparazione di audiovisivi per serate a tema. Con l’avvento del digitale sono tornato alla ingombrante e pesante reflex, per abitudine più che altro, visto che oggi il mercato offre una gamma di fotocamere compatte così ampio, i cui risultati non sono dissimili dalla qualità delle reflex. Fotografare non è rimasto limitato all’attività alpinistica, successivamente riscoprendo gli aspetti ambientali e culturali della montagna è divenuto uno strumento di lavoro e documentazione oltre che diletto. continua…

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L’universo montagna globalizzato Quando nel gennaio 2012 Alberto Osti della redazione di Appennino.tv (oggi Appenninico.it) mi invia una mail a proposito della Via Avatar aperta sul Monte Sirente invitandomi a raccontarne l’avvenimento; la cosa da un lato mi crea piacere dall’altro mi stupisce, in quanto la richiesta prende avvio dalla pubblicazione della notizia dell’ascensione sulla Rivista del CAI. Per la redazione di Appennino questa è “una bella impresa”, partendo dal luogo comune che il Sirente sia una montagna “minore” e l’Appennino un terreno poco considerato dal punto di vista alpinistico, in cui raramente si aprono vie nuove. Per me è ovvio da tempo che, escludendo il Gran Sasso, da sempre polo che ha calamitato tutte le attenzioni degli addetti ai lavori, spesso poco si conosce di ciò che nel resto dell’Appennino è stato fatto a livello alpinistico nelle ultime decadi. Solo lo sforzo di pochissime persone, in questo lasso di tempo, è riuscito a far emergere queste montagne e tante belle ascensioni dall’oblio e a portarle alla ribalta sulle pagine delle riviste del settore. Le vicende dell’alpinismo sul Sirente ne sono la riprova. Nel riflettere tali motivazioni e onorare così l’invito a scrivere qualcosa sulla salita, butto giù di getto alcune pagine che per la redazione si riveleranno “una profonda riflessione sulle montagne dell’Appennino, sul suo rapporto con esse, sulla sua ricerca dell’essenzialità perduta e del significato ultimo delle cose in un’epoca troppo globalizzata, mediatizzata, omologata”. Certamente quelle impressioni raccolte in breve tempo erano cose che già da qualche anno andavo ponderando, semplicemente osservando ciò che succede intorno nell’universo montagna, non solo a livello internazionale ma anche nel nostro in fondo piccolo Appennino. Ringrazio ancora una volta la redazione per aver dato pubblicazione a queste mie riflessioni. La magia termina a valle. No, non è un’impresa. Salire una via alpinistica in Appennino non può essere un avvenimento eclatante né raro. Per cercare e trovare imprese e alpinisti degni di nota occorre cercare avvenimenti in altri luoghi, ad altre latitudini. Semmai la bellezza da celebrare restano gli angoli di montagna d’Appennino, che fanno da scorcio a volte a un alpinismo silenzioso, appannaggio di poche cordate controtendenza. Un alpinismo di ricerca che trova i suoi giorni grandi solo nell’intimo di chi, in contrasto con la globalizzazione, accarezza i suoi momenti fatti sicuramente di sacrificio, di fatica, di estenuanti tentativi, di rinunce e a volte di “successi”. L’appagamento è solo interiore, con o senza una

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salita portata a termine. La magia resta quella di mettere la propria persona di fronte alla bellezza rude e alla severità imparziale della montagna, sondare quegli attimi in cui ogni cosa tende verso un limite estremo e la personalità esplora altre dimensioni di essere e una differente scansione del tempo. Un mondo di una bellezza straordinaria, fatta di forme mutevoli, tagli di luce che danno e tolgono vita a rocce, a ghiacci, a neve. Ogni passo in questo ambiente è una piccola emozione in un ambiente magico capace di stregare, con le sue rugosità, i suoi merletti, i suoi cristalli, tra pinnacoli, immacolati pendii, stretti budelli che sono le viscere della montagna. Varcare questi confini, vuol dire conoscere un piccolo angolo inesplorato, dove il lato selvaggio della natura può essere solo attraversato con il fiato sospeso e in silenzio. Nessun clamore né luci della ribalta. La magia termina a valle quando facciamo ritorno nei nostri spazi urbani e la montagna torna a chiudersi nei suoi contorni nebbiosi, sfumati, come un regno difficile da penetrare, conoscere, comprendere. Salire una via alpinistica in Appennino, può essere anche questo. Certamente, è un interagire di grande passione e brucianti pulsioni, a volte inspiegabili ad altri. La “conoscenza”, nella sua più ampia accezione del termine, non è mai discinta dal “sacrificio”, dall’accettazione dell’ignoto, dall’umiltà d’animo. L’Alpinismo, non fa eccezione in questo, attività scaturita direttamente dallo spirito inquieto dei primi pionieri, secoli fa. Sicuramente una dimensione molto lontana dalla globalizzazione di oggi. Ho smesso da qualche anno di raccontare sulla carta stampata i miei momenti di alpinismo e di un Appennino così come io l’ho vissuto, avvicinato, scoperto pian piano, accarezzato, fino a farne uno dei tesori più grandi da conservare dentro, mai raccontabile fino in fondo. La globalizzazione da poco più di un decennio dell’universo montagna mi ha sorpreso, sconcertato, forse amareggiato, con le sue cronache sempre più infarcite di alpinismo telematico, 41


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in cui la fretta di “arrivare” e l’apparire a ogni costo, giocano oggi le loro carte su social network, nei forum, nella rete intera. Parallelamente, una tendenza a fare di quest’attività un’aspirazione per tutti e a portata di mano, ha fatto sì che l’alpinismo, e non solo, perdesse per strada ogni spirito di iniziativa, di ricerca, di lenta conoscenza, delegando a telefonini, a webcam, ai satelliti, al computer, alla tecnologia a ogni costo, ogni decisione, ogni progetto, ogni volontà. Fin nei minimi particolari, oggi siamo in grado di conoscere virtualmente ogni sfaccettatura della montagna, l’umore e i capricci di chi sale, in una babele di testi e immagini ridondanti in cui si perde ogni senso del “chi, cosa, perché”. Blog e portali raccontano in tempo reale i momenti quotidiani e gli aneddoti di chi si appresta a salire sulle grandi montagne della Terra. Nel piccolo, anche l’Appennino mostra le sue cronache stucchevoli, dove su un pendio a 40 gradi spesso si confondono alpinisti navigati, escursionisti evoluti e gitanti della domenica. Al grande pubblico si cede il lato morboso: gli incidenti, le vittime, i soccorsi, la montagna ancora una volta “assassina”. La webcam restituisce un cielo azzurro e un manto di neve candida, l’esperto di meteorologia sciorina il suo ultimo bollettino con temperatura della neve in superficie, il grado di coesione del manto nevoso, l’ora puntuale in cui le nuvole copriranno il sole e la velocità del vento. Nello zaino un paio di ramponi al titanio e picche di ultima generazione fanno bella mostra di sé. Non ha importanza se in progetto ci sia solo un canalone al Terminillo o la Direttissima di Monte Amaro. Una montagna a colpo sicuro e senza inconvenienti. continua…

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…Poco distante, nella luce accecante del giorno, un ombra acquista dimensione e spessore. Agita le braccia, poi si allontana lentamente: un chiaro invito a seguirne i passi che sul ghiacciaio non lasciano traccia. Il suono liquido degli scarponi mi guida come una nenia ipnotizzante in un percorso azzardato tra le fauci spalancate dei crepacci, dove il ghiaccio antico emette lampi di luce verde e blu nell'oscurità degli abissi. Poi, alla base di uno scivolo, qualcuno ancora torna a tendermi una mano invisibile, i ramponi prendono a stridere e il ghiaccio frantumato a cantare note acute come il tintinnio di calici di cristallo. Gesti ritmici e ripetitivi: uno, due... tre, quattro; come il pulsare del sangue nelle vene e le punte affondano precise nella superficie ghiacciata che ha la consistenza del caucciù, morbida e resistente allo stesso tempo. Quando appoggio la mano libera sul pendio, è con dolcezza che lo faccio, come una carezza, per sentire attraverso il palmo tutta la natura cristallina piatta e incredibilmente liscia, correre via vertiginosamente verso il basso. La becca della piccozza e le punte dei ramponi sono terminazioni nervose che all'estremità degli arti mi tengono ancorato su questa superficie paurosamente inclinata.

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Eppure, mi sento leggero, come in assenza di gravità! Uno, due... tre, quattro: è un piacere voluttuoso quello che avverto nel sentire gli attrezzi penetrare sicuri, senza resistenza, nella neve dura. Posso voltarmi a sinistra e a destra, posso alzare la testa o guardare in basso tra le gambe, per scorgere la stessa algida superficie fuggire verso il basso, dove un oceano bianco come il latte si dispiega a perdita d'occhio fino all'orizzonte e il sole fare capolino dietro lontani speroni bruni, maestosi come le linee di una cattedrale nel deserto. Uno, due... tre, quattro: risalire la parete palmo a palmo, metro dopo metro, alimenta in me un desiderio spasmodico di conquista, centimetro dopo centimetro, ma non è un atteggiamento aggressivo, sento la montagna come una cosa viva e affine, in una dimensione dove la salita si identifica con l'esperienza di un viaggio interiore. Momenti zen in cui la mente vuota di ogni pensiero è libera da catene e il movimento si fa meccanico e ripetitivo, sottofondo per una sensazione di beatitudine e di simbiosi con la natura intorno. Nell'aria rarefatta e cristallina mi fermo, tiro un grosso respiro. Devo pizzicarmi la pelle per sincerarmi di essere sveglio, quanto tempo sarà passato? Alzo la testa e tolgo gli occhiali, guardo il cielo profondamente blu, intorno tutto è come fermo. La lunga scia di un jet a propulsione disegna una linea bianca, come una pennellata vigorosa di un pittore insoddisfatto. L'aria è calda ed è un piacere essere qui, esposto ai raggi del sole. Appeso a una sosta su chiodi da ghiaccio sento la corda schiaffeggiarmi con un movimento brusco; guardo in alto per vedere in una frazione di secondo Francesco sparire tra aureole di luce oltre la cresta sommitale, orlata di sbuffi di neve, gonfi come meringhe di zucchero. Se non fosse per la posizione scomoda direi che ho dormito! Guardo in basso, seguo a ritroso la linea dello scivolo, fino a mettere a 44


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fuoco altre goffe figure abbarbicate alla parete in modo innaturale. Scendo ancora con lo sguardo lungo il pendio ripidissimo fino a incontrare la bocca della crepaccia terminale e poi il ghiacciaio, orizzontale in maniera assurda. Risalgo di nuovo con lo sguardo la parete, mentre nella mia testa i tasselli della realtà cominciano a tornare al loro posto, piano piano. E’ con fatica che esco dal torpore per affrontare l'ultima tesa di corda; ma quando infine, superato l'ultimo gradino verticale della cresta calco la neve ancora dura per il gelo della notte, la vetta è uno scoglio verticale e isolato, proiettato nel blu puro del cielo. Una piccola schiera di alpinisti di tutte le nazionalità si accalca intorno alla croce di metallo, che in questo luogo è per molti simulacro di una spiritualità che non ha confini. continua…

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Murolungo in inverno, un’avventura particolare L’apparizione sulle cronache nazionali delle Montagne della Duchessa, fortuitamente riemerse dalla polvere del tempo, è legata a una tragica e oscura vicenda della storia italiana contemporanea: fine anni ’70, il rapimento di Aldo Moro. Per breve tempo tutti i notiziari e le pagine dei giornali si occuparono di questa “sperduta landa degli Abruzzi”, dove tra giogaie selvagge e pianori desolati, a oltre 1700 metri di quota è adagiato uno specchio d’acqua: il Lago della Duchessa. La notizia che voleva il corpo senza vita dello statista inabissato dai suoi carcerieri nelle acque del lago, si rivelò ben presto falsa. Insieme alla tragica notizia, anche il nome di queste montagne, fascinoso e remoto, fece letteralmente il giro del mondo. In seguito, in un certo qual modo, questa località rimase legata al drammatico avvenimento o perlomeno mantenne inalterata l’aura di silenzio e di mistero, così come la descrissero i maggiori quotidiani dell’epoca, così come non conoscendola, io ne intesi parlare per la prima volta e il nome, Montagne della Duchessa, già di per se accendeva la mia fantasia. Un nome dal sapore antico, in grado da solo di evocare vecchie storie e leggende. Una contrada lontana che non riuscivo bene a collocare nelle mie cognizioni geografiche della regione, una zona tra monti aspri a cavallo tra Abruzzo e Lazio. Questa l’idea che considerai un po’ di anni, prima che la verve esplorativa venisse fuori e mi decidessi a calpestare l’erba sulle rive del lago, in primavera, allo sciogliersi delle nevi. Più volte sono tornato, in tutte le stagioni e devo dire che la vecchia immagine non si è mai sbiadita anzi, grazie ad alcune belle ascensioni in zona si è rafforzata e questa località continua per me ad avere qualcosa di magico, che si può cogliere in particolare in alcuni periodi dell’anno, lontano dai pur rari affollamenti estivi. Magia che traspare salendo il faticoso Vallone di Fua e nei colori caldi del bosco nel Vallone del Cieco; a primavera avanzata, quando i prati sono macchie di colore per le intense fioriture e le acque del lago sono scure, profonde. I pianori chiusi da contrafforti rocciosi sono silenziosi, solo il rumore delle ghiaie e il fremito dei gracchi tra gli anfratti rupestri rompono l’atmosfera sospesa, che in inverno sui pianori imbiancati e vergini sotto nubi grigie diventa irreale. Allora l’isolamento è completo, le valli lontane, non un suono, non un rumore, solo il fruscio della neve che cade. La montagna è in attesa, austera, nel suo abito migliore, palcoscenico impeccabile per emozioni forti e riflessioni intense. 46


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Anche in questo caso c’è una immagine all’inizio della storia, una fotografia uscita su un numero della rivista D’Abruzzo del 1989, dove un articolo dal titolo La parete dimenticata riporta la montagna alle luci della ribalta e racconta la salita invernale della parete nord lungo la Via del Canale Diretto o Via Panei, ad opera della cordata Capassi/Scognamiglio/Catalani. Anzi, più di una immagine, ma quella che ricordo è una bella foto a colori che ritrae la cordata in traversata sullo zoccolo sotto l’imbocco del budello roccioso. Nel 1990 avevamo già effettuato un tentativo di ripetizione, frustrato dal maltempo e dalle cattive condizioni della montagna. Avevamo saggiato l’ambiente repulsivo del colatoio e la qualità della roccia, non certamente buona. Una salita invernale con buone condizioni sarebbe stata l’ideale. Quella foto e la parete nord mi avevano stregato, insieme all’ambiente e all’atmosfera del luogo appartato e solitario, ancor più difficile da raggiungere in inverno. Per queste ragioni alpinisticamente la montagna era poco conosciuta e non costituiva sicuramente un obiettivo per molti anzi, ancora oggi è oggetto di rare salite, dopo quelle storiche ammantate di nebbia e incertezze di cui è difficile reperire notizie certe. Le storie gravitanti intorno al Murolungo e alle montagne della Duchessa per diecine d’anni sono rimaste avvolte nel silenzio, anche grazie all’abitudine degli alpinisti in Appennino, fino a tempi recenti, di non lasciare traccia scritta dell’attività svolta. Infatti, notizie fumose parlano anche di una salita invernale della via effettuata nel 1959 dai componenti della spedizione romana al Saraghrar Peak in Hindukush, da cui Fosco Maraini trarrà il libro Paropàmiso che, pur essendo un diario di spedizione, ho molto apprezzato per le sue continue incursioni di carattere culturale su temi di geografia, storia, etnologia relative all’area medio-orientale di cui Fosco era un pozzo di conoscenze. Sembra che anche il nome di Walter Bonatti sia associato agli spalti della parete sud del Murolungo, introdottovi in zona dall’amico Gigi Panei guida alpina originario di S. Anatolia. Ancora più indietro nel tempo viene ricordata nel 1933 la prima salita del canale da parte di Panei in compagnia di Eusebio di Carlo (Sepio) e Mario Placidi. Sepio diverrà una sorta di custode eletto del luogo e chi ha frequentato la montagna certamente ricorderà la sua figura ancora vivace nonostante l’età avanzata, aggirarsi sui sentieri che portano verso il Lago della Duchessa. Negli incontri casuali non mancava mai di apostrofare i visitatori con le sue battute sagaci e più spesso ironiche. Quel giorno di fine inverno 1994, sotto un piacevole sole e ingannevole cielo sereno, alla vista dei nostri zaini enormi contenenti il necessario per un bivacco e l’arrampicata, proferì un lapidario “non serve.”, che la dice lunga sui suoi 47


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pensieri, forgiati da una vita di scorribande a caccia di faine. Non si potevano cacciare, era proibito, ma durante e dopo la seconda guerra mondiale la fame era nera e le pellicce dell’animale venivano pagate bene in città. La via lungo il canale che incide al centro la parete nord, altrimenti una sequela di placche verticali stratificate a franapoggio, è un itinerario logico di media difficoltà. Dopo la prima salita effettuata nel 1933 occorrerà attendere il 1956 per la prima ripetizione e quando la forte cordata romana composta da Andrea Gulli, Stefano e Bruno Tribioli ne effettueranno ancora una salita nel 1976, lo faranno ignari di essere stati preceduti. Nel tentativo precedente erano con me Antonio Menegoni ed Enzo Paolini, nel nuovo tentativo sarà ancora Paolini ad accompagnarmi, entusiasta del progetto e appassionato estimatore di salite invernali su terreno misto. Erano queste le situazioni più apprezzate da noi e inconsciamente le ricercavamo. Le previsioni non erano per nulla buone, ma noi non vi badavamo più di tanto in quegli anni, non c’era verso di approfondirle e con la carenza di occasioni a nostra disposizione per arrampicare, non andavamo troppo per il sottile. Rinunciare a priori avrebbe significato sicuramente precluderci la possibilità di una salita fortunata, in caso contrario sarebbe stata comunque un’avventura da vivere. E poi non avevamo nulla da perdere nel provare, nell’impossibilità si sarebbe tornati indietro, a venti minuti della parete alcune capanne di pastori costituivano un sicuro se non confortevole riparo. continua…

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Luoghi della mente Ci sono luoghi della mente sospesi tra realtà e desiderio. Posti visitati, forse mai più rivisti o cercati e ritrovati, che in un modo o nell’altro trovano spazio nella mente e restano lì, in attesa, a volte per anni. Posti in cui si torna o si spera di tornare, comunque desiderati e che nel tempo diventano un simbolo in cui si catalizza tutto il resto dei nostri pensieri e sensazioni. Luoghi ed emozioni interiori originati da un viaggio, un’esperienza, un evento, un incontro, più spesso semplicemente un ricordo, un ricordo di qualcosa che ci ha catturati ed è rimasto dentro di noi. Un’immagine interiore come una visione impalpabile che ritorna nel tempo, alimentata da un odore, un taglio di luce, un suono, un particolare insignificante, altre volte un volto, una voce o comunque la nostalgia struggente di qualcosa che si è impadronita di noi ma è svanita nelle pieghe della vita. Dimensioni in cui ogni particolare racchiude un solo unico desiderio forse inspiegabile e indescrivibile, che a volte ci si porta dietro da sempre o più semplicemente scaturito da brevi attimi così importanti e intensi da costituire un evento incancellabile. Se in quel luogo si chiedesse alle pietre, ai fili d’erba, all’acqua o agli uccelli, essi sarebbero ignari di ogni cosa, quell’odore, quel contatto, quelle mille sensazioni sono solo dentro di noi, sospese tra sogno e realtà. Un luogo non luogo, in cui la mèta del viaggio non ha importanza e in cui il tragitto è tutto, un percorso costellato di ostacoli, dubbi e ripensamenti, desiderio e rifiuto, sensazioni piacevoli e malessere. Quella manciata di testardi attimi insinuati nell’anima a cui non si riesce a voltare le spalle, come fossero gli unici importanti della nostra vita, i più intensi. Ogni momento è buono per tornare in un luogo della mente, mese dopo mese, in estate e in inverno, anno dopo anno, anche quando la realtà e il tempo hanno trasformato e plasmato ogni cosa, come fa il vento dei secoli sul duro granito, anche quando ormai ci sfugge il senso del perché. Quei silenzi, quell’odore, quella pietra, il colore del cielo, dentro di noi restano indelebili, una sintonia che è armonia. Avatar, una partita ancora da chiudere Tornando periodicamente a riflettere pareti e itinerari saliti sul Sirente e a conservarne traccia in un personale archivio, immancabilmente mi tornano alla mente progetti sospesi e idee accantonate, alcune delle quali prese di mira e risolte in seguito da Iurisci e compagni. Nel settore dell’Imbuto un itinerario logico è ancora lì, evidente e invitante. Sale sulla cresta della montagna per 49


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goulotte e ripidi scivoli nevosi, aggirando la tozza mole del Tempio. Resta per me una partita ancora da chiudere. L’auto arranca con difficoltà sui tornanti, la strada è viscida e gelata. Alla luce dei fari tutto brilla di cristalli di neve, ma intorno le ombre si rincorrono come fantasmi. D’improvviso, a una svolta della strada, la montagna. Se ne intravedono i contorni, si indovina la mole ancora avvolta dalle tenebre, si distingue appena il biancheggiare della neve, la bava fine dei canalini che serpeggiano verso l’alto tra speroni di roccia, cenge e terrazzini come bianchi fazzoletti e in alto la sagoma minacciosa delle cornici. E’ un altro mondo lassù, in un labirinto minerale dove la natura gioca indisturbata, nel silenzio. Ancora una volta è la nostra méta. Fa un freddo cane, a -10° indossare gli scarponi, le ghette, stringere le cinghie dei ramponi è un sacrificio che costa subito la perdita di sensibilità nelle mani, mentre l’alito si condensa in perle di vetro sulla barba. Fare i primi passi è una liberazione. Un’ascensione invernale comporta un grosso impegno complessivo, alle difficoltà tecniche si uniscono altri rilevanti fattori quali un lungo avvicinamento nella neve, il peso per il volume maggiore di equipaggiamento, l’orientamento spesso difficile, la meteo mai sicura e infine la discesa, a volte lunga e complessa. Quando l’ascensione si svolge in zone isolate, tali condizioni rivestono un carattere proibitivo e rendono la montagna inavvicinabile e pericolosa. Una marcia estenuante nella neve alta e crostosa ci porta fuori dal bosco, sui pendii sottostanti la parete. L’itinerario è là, disegnato in una serie di goulotte che attraversano salti rocciosi a destra del Tempio, sale su esili terrazzini nevosi, per perdersi poi in un filo ghiacciato nascosto. continua…

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Natura e cultura Le regioni del centro Italia sono letteralmente costellate di vestigia storiche e archeologiche, castelli, borghi medievali, eremi, conventi; insieme alle valenze naturalistiche e paesaggistiche impreziosiscono un territorio dal grande valore peculiare. Ho iniziato a riscoprire, visitare e documentare queste emergenze con un corollario di fotografie e, attraverso quest’attività, a colmare una lacuna nelle mie conoscenze della regione. Una ricerca particolare e piacevole è stata quella intorno agli eremi della Majella e del Morrone. L’ambito culturale del mondo della montagna non è meno affascinante che percorrerne sentieri e pareti, se il secondo eleva lo spirito, il primo è il carburante essenziale dell’intelletto. L'eremo di San Bartolomeo a Majella Un’alba senza età torna instancabile a illuminare le contrade a nord della Majella che, nonostante l’urbanizzazione alle soglie del terzo millennio, restano aspre e selvagge. Qui il senso della natura è forte e queste lande alle pendici di più impervi territori, non tollerano oltre l’interferenza dell’uomo. Il cocuzzolo di Monte Amaro, le ampie valli pedemontane, i boscosi pendii, i pianori brulli in quota, sono i primi a ricevere la calda luce del sole quando questi esce dal bagno notturno nell’Adriatico. In questa ora in cui i riferimenti temporali della nostra epoca sono ancora sbiaditi e indistinti la giornata radiosa inizia quassù. A valle le brume leggere trattengono ancora le tenebre. Foglie morte in uno spesso tappeto umido sprofondano soffici ai miei piedi, unico fruscio ovattato nel silenzio pesante del bosco. La luce poca, nebulosa, crea intorno agli alti tronchi un’atmosfera impalpabile. Cammino piano pensando a elfi e fate, al drago di Sigfrido e ai Nibelunghi. A tratti robuste ali scure fendono l’aria tra i rami spogli, interrompendo il corso dei miei pensieri. Uscendo dal bosco un brullo crinale lascia spaziare lo sguardo intorno. L’erba è bagnata di brina e l’aria è fredda. Respiro, come in attesa che l’incantesimo si spezzi. Alle mie spalle, in basso, i cumuli di pietre antiche della Valle Giumentina appaiono come piccoli scogli che emergono da sfilacciate volute di nebbiolina, come in un acquerello di Hokusai. Al di sopra di un fosso, nell’ombra, su di una fascia rocciosa in disgregazione le tracce inconfondibili di una costruzione in pietra grezza. Nel chiarore incerto dell’alba pian piano distinguo altri particolari, altri manufatti che si confondono e si completano con la parete rocciosa. Una sensazione forte, qualcosa di già visto, mi tuffa oltre oceano alle abitazioni degli indiani Anasazi. 51


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Ma la similitudine finisce qui, nel colore e nelle linee, ciò che ho davanti è uno dei luoghi santi della Majella: l’eremo di San Bartolomeo. Non la grandiosità di Santo Spirito, né la sensazione selvaggia di San Giovanni all’Orfento, semplicemente l’armonia e l’equilibrio delle forme, il fascino un po' melanconico di un angolo appartato, celato a occhi indiscreti. Questa testimonianza dell’opera e della fede dell’uomo, così come è giunta fino a noi, resta a tutt’oggi il gioiello più suggestivo, tra quelli incastonati sulle balze della Majella, che più di ogni altro monte fu elevato a tempio dello spirito fin dai primi secoli dell’era cristiana. L’eremo di San Bartolomeo è situato nel vallone omonimo, nel tratto più basso della lunga e boscosa valle di Santo Spirito, nella parte nord orientale della Maiella, ricca di vestigia di quel fermento spirituale e religioso che affonda le radici lontane, nella storia di popolazioni antiche da sempre legate a una vita di stenti, ai margini di territori aridi e selvaggi. La quota bassa, la presenza nelle vicinanze di una piccola sorgente e la dislocazione nei pressi di territori abitati, hanno fatto del sito un luogo di culto molto frequentato sin dal passato. Probabilmente il facile accesso all’eremo fu proprio il motivo che spinse successivamente Pietro da Morrone (Papa Celestino V) a cercare un luogo più impervio ove vivere in completa solitudine. Al di sopra dell’eremo, oltre i pendii brulli, si rientra nella macchia fitta che ricopre i fianchi scoscesi del Vallone di Santo Spirito. E’ primavera avanzata e il gorgoglio delle acque dal fondo del fosso risale la scarpata fino alla carrozzabile che sale da Roccamorice. Più in là, alte e verticali pareti rocciose emergono dal bosco che pulsa di nuova vita. Ovunque ciuffi di viole punteggiano di colore le zone aperte e i ciclamini spuntano numerosi nelle zone più umide. E’ solo l’inizio di una fioritura fantastica che all’inizio dell’estate porterà una splendida varietà di orchidee. continua…

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Montagne e Briganti Non saprei dire quando e in che modo è nato in me l’interesse per quella tragedia storica tutta italiana passata ai posteri col nome di Brigantaggio post unitario. Una cosa è certa, la miriade di vicende che hanno insanguinato buona parte del sud della penisola negli anni a ridosso e subito dopo l’unità d’Italia, è legata a doppio filo con la montagna e di conseguenza con l’Appennino centromeridionale. A fine anni ’90 ho sentito l’esigenza di documentarmi su questo periodo storico e la ricerca si è tramutata in breve in uno studio approfondito, attraverso testi fondamentali sull’argomento usciti negli anni ’60 e tutta la messe pubblicata successivamente dopo gli anni ’80, quando c’è stata una riscoperta di questo capitolo storico ignominiosamente taciuto a livello istituzionale e rimosso da ogni libro di storia. Non che mi aspettassi vicende diverse da quelle che pian piano hanno preso vita fuori dalle pagine di libri e documenti d’archivio, ma più andavo avanti nella ricerca, più avevo un quadro chiaro delle varie sfaccettature degli eventi. Ma una tragedia così, una guerra civile che davvero ha insanguinato gran parte dei paesi e delle provincie del vecchio Regno delle due Sicilie, non potevo immaginarla, semplicemente perché solo in queste ultime due decadi si è alzato il sipario che per 150 anni ha nascosto storia e fatti di cronaca, per i quali l’Italia porterà per sempre la vergogna e i segni di ciò che è accaduto e ciò che è stato perpetrato da una parte delle regioni italiane, per meglio dire dallo Stato Sabaudo, che ha preteso a senso unico l’annessione ai danni delle rimanenti. Con i nudi fatti di cronaca, ormai ricostruiti nei dettagli, c’è da rimanere sconvolti, anche perché per chi vive nel sud dello stivale quella sequela di nomi e cognomi negli atti di archivio, di processi, arresti ed esecuzioni, massacri e assassinii, suonano troppo simili e troppo vicini a quelli dei nostri diretti avi. Non ha importanza se questi fossero i notabili del tempo, medici, farmacisti, notai, possidenti o piuttosto pastori, carbonai, manovali, boscaioli, una guerra civile coinvolge tutti, un intero popolo. Una guerra civile, in questo caso, che i perdenti non hanno avuto modo di poter raccontare. E’ con animo diverso che oggi attraverso i boschi delle nostre montagne, le radure, i camminamenti sui crinali e le mulattiere. Un pensiero vola immancabilmente a quelle vicende. Sui nostri monti, se non i ricordi brucianti, restano ovunque le tracce della tragedia: -”(...) non c’è capanna laggiù senza una lugubre leggenda; non c’è macchia né roccia senza tracce di sangue; non c’è un antro, un viottolo che non sia servito ad una imboscata; non una eco che

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non abbia risuonato per i colpi della fucileria, per le grida di morte e di disperazione.”- (Memorie, Pietro Masi, 1867). Le vie della miseria Penso al “Mammone” quando alle prime luci dell’alba ci immergiamo nel silenzio del bosco diretti alle Fosse Pasqualetti, luogo solitario e misterioso ancora oggi, sul versante che il Monte Sirente affaccia sull’abitato di Gagliano Aterno. Al pari di Gasparoni, Fra Diavolo, Marco Sciarra e tante altre figure di briganti vissute a cavallo tra il XVI e il XIX secolo, il suo nome è passato alla leggenda al punto da divenire messaggio subliminale di terrore e deterrente per più generazioni di bambini capricciosi: -”Mo vién’ Mammone!”-, come a voler dire “adesso viene l’orco che ti mangia!” o “viene il lupo cattivo!”. Più verosimilmente Gaetano Mammone, macellaio di Sora, fu uno dei tanti capimassa che guidarono l’insurrezione contro i francesi della Repubblica Partenopea. Eroe per la tradizione popolare, vile bandito per la storia patria. Qui, sulla montagna del Sirente, come su tutto l’Appennino centromeridionale, sono transitati molti altri briganti; personaggi oscuri, di cui si conoscono solo le efferatezze commesse, perché raccontate con dovizia di particolari solo da chi dava loro una caccia feroce, che inevitabilmente si concludeva con la morte del brigante. Qualcuno è sopravvissuto abbastanza per far parlare di sé, emergendo così dall’orda anonima; autentiche primule rosse per l’esercito sabaudo, spine nel fianco di un’altrettanta vendicativa e spietata Guardia Nazionale. A nessuno di loro è stato dato il tempo o l’opportunità di spiegare le proprie ragioni, tantomeno di scrivere memorie! Le storie dei briganti sono tutt’uno con quelle di fame e miseria che le popolazioni di un territorio esteso quanto metà della penisola, hanno sopportato per secoli e il cui retaggio di arretratezza è ancora sotto i nostri occhi. Le cronache del brigantaggio si intrecciano con le vicende dei ceti più umili: pastori, carbonai, contadini. Sono le storie dolorose di queste montagne, di questi paesi, di tante genti vissute fino a ieri e la cui eco risuona ancora tra i solitari valloni e le creste boscose che chiudono l’orizzonte di queste terre aspre. continua…

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Acque diacce La montagna ha allargato i miei orizzonti interiori e culturali e sentiero dopo sentiero sono arrivato al mare, …quasi, si fa per dire. L’acqua non è il mio elemento semplicemente perché, come il Mare, è sempre stata lontana dal mio quotidiano, se non sotto forma di acquazzoni o nevicate in montagna. Eppure mi affascina in modo particolare. Mi attrae la sua atmosfera, la sua concretezza di elemento sfuggente. Amo i posti dove c’è connubio tra l’elemento minerale e quello liquido, i torrenti, le cascate, i canyons, le scogliere. Mi piace accarezzare la roccia, voltarmi e vedere il blu intenso del mare che si perde all’orizzonte o uno spumeggiante torrente di montagna che con il suo fragore copre ogni altro rumore tra le pareti di una gola. Mi piacciono ugualmente i piccoli paesi di pescatori, con le casette imbiancate a calce sotto il sole ardente del mediterraneo (la scenografia e la musica di Mediterraneo di Salvatores mi hanno fatto tremare l’anima!), mi piacciono i sentieri erbosi sulle scogliere spazzate dal vento, il rumore assordante della risacca tra gli scogli, la macchia mediterranea piena di colori, le piccole trattorie con il pergolato che fa ombra sul cortile assolato, la sensazione del vino piacevolmente freddo che ti ristora, le calette deserte, la vegetazione che cresce selvaggia intorno ai ruderi di una torre d’avvistamento sulla costa, i castelli dei Crociati a picco sul mare, le gole inaccessibili dove la roccia si stringe fino a diventare le pareti di una stanza, l’acqua che stilla goccia a goccia su pareti muschiose. Chiara, fresca, l’Acqua finalmente Acqua che si fa strada in minuscoli rivoli, tra muschi rigogliosi e fioriture di parnassia. Le fessure nelle rocce essudano un umore fertile che distendendosi ricopre la pietra di un fine velluto, del colore cangiante dal verde marcio al nero. Acqua che stilla goccia a goccia, lì dove la pietra si dispone in pieghe orizzontali, piccole cornici, accenni di soffitti. Altre pieghe, fessurine insignificanti, la portano via per disegnare una ragnatela di sottili fili argentei che, quando il sole fa capolino tra le fronde ombrose, si fanno brillanti mentre avanzano, esitano, si affaticano nel procedere, apparentemente vagano senza una meta. Acqua che sgorga dalla dura pietra e nello zampillare scava con tenacia un percorso tortuoso imprevedibile, trascinando con sé sabbie e limo, granelli e pietruzze: acqua che muove le montagne. A tratti la roccia lascia il posto alla terra, scura, grassa che si imbeve a sazietà e nutre questa vegetazione copiosa, dove la ricerca della luce è regola 55


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primaria di sopravvivenza, a ogni latitudine. La presenza del prezioso liquido rende il bosco un’orgia di forme che in infinitesime sfumature di verde, cresce, sale, si arrampica, si aggroviglia e contorcendosi ricopre ogni spazio a disposizione, lottando e fagocitando, riproducendosi e decomponendosi, creando a sua volta humus e nuovo nutrimento per la terra. Gli ampi rami dell’abete bianco, alto, solenne, sono costellati di festoni madidi di acqua che la nebbia densa scesa lentamente sulle pendici dei monti, posa ovunque creando uno stillicidio che a ogni ricomparsa del sole si scioglie in sostanza eterea pronta per tornare nel cielo sotto forma di nuvole. Altre specie arboree quali il tasso contrastano la caratteristica monospecifica del faggio, arricchendo l’ambiente e rompendo la monotonia delle forme, come le arcate di una grande cattedrale che si innalzano poderose dal suolo per affinarsi e perdersi in alto, in un punto imprecisato della volta arborea. L’acqua gocciola tra i rami fitti e scivola lungo un garbuglio di liane ed edera che ricopre con ricami e passamanerie i tronchi degli alberi. A terra uno spesso tappeto di felce e asplenio maggiore, tra i massi e gli anfratti la capelvenere cresce fitta insieme all’aconito giallo. Il terreno a intervalli si fa fangoso e il sentierino, appena una traccia finora, si perde nella vegetazione lussureggiante. Nel bosco alto e rado l’atmosfera è austera ma non silenziosa, il gocciolio e il ruscellamento lieve dell’acqua si moltiplica e amplifica sotto la volta naturale, a creare un concerto musicale dove ogni singola goccia è una piccola nota partecipe del tutto. E questo canto sommesso, tra il fruscio dei nostri passi nello spesso tappeto di foglie e il cinguettio degli uccelli, sembra aumentare di momento in momento, in modo impercettibile ma costante. Ai lati del vallone alcuni fossi incidono i pendii ripidi del monte, aprendosi la strada nella tenera arenaria che si sfalda in belle forme geometriche di lastroni a spigoli taglienti. Ruzzolando giù per i gradoni l’acqua gioca a rimpiattino, scoprendosi e scomparendo tra i sassi, nei tratti in piano si fa incerta, girando su se stessa e scavando parate e piccole marmitte dove il liquido limpido ha il colore del cielo. Intorno si avverte il lavorio incessante di mille e mille rivoli che scorrono cercandosi, e trovandosi si uniscono acquistando nuovo vigore, ma non riescono a sottrarsi alla forza di gravità che li spinge verso il basso, inesorabilmente. Sbuffi di nuvole grigiastre tornano a intervalli a nascondere il sole, mentre il bosco si apre in piccole radure dove l’acqua ha portato via anche il più piccolo granello di terra, lasciando a nudo la roccia pulita e chiara come un osso scarnificato. Sfogliate in lastre sovrapposte larghe bancate di roccia pavimentano ora il fondo del vallone, accogliendo sulla superficie dolcemente 56


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inclinata una colata fluida di liquido cristallino che scivola silenzioso, aderendo perfettamente alla pietra calda e granulosa. Non una goccia sembra perdersi nella discesa, la costituzione del suolo non lascia spazio a fenomeni di carsismo e l’acqua, pressoché totalmente, scorre alla luce del giorno. Entriamo a piedi nudi nell’acqua, risalendo facilmente ai lati dello scivolo poco inclinato, l’acqua spumeggiando s’infrange gradevolmente sui piedi accaldati e il senso di refrigerio è grande. A tratti i raggi del sole illuminano esaltandolo il velo d’acqua che senza ostacoli scorre dolcemente e mai come in questo momento avverto forte la sensazione di piacere estetico e sensuale che ricevo, ammirando il connubio tra questi due elementi: l’acqua e la roccia, in natura sorprendentemente così diversi. continua…

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Montagne libere Molti anni fa visitai con mia moglie una mostra di pittura di cui non ricordo il nome dell'artista, il cui soggetto delle opere mi colpì, perché si trattava non di paesaggi qualsiasi ma di paesaggi di montagna il cui stile, a metà strada tra il figurativo e l'astratto, per le sensazioni che comunicava era da annoverare nella categoria del concettuale. Un’opera in particolare ci colpì, l’immagine di un monte tra nuvole e nebbie come in una visione d’alta quota, che rappresentava la quintessenza della montagna austera e distaccata. Una via di mezzo tra i dipinti di Segantini e le riprese cinematografiche visionarie di Herzog. Il titolo era: “Montagne libere”. La pittrice ci vide molto concentrati nell'osservazione e chiese se il dipinto ci piacesse e se eravamo interessati ad acquistarlo. Rispondemmo a mezza voce che non avevamo le risorse per poterci permettere acquisti d’arte ma lei, una signora di mezza età particolare come i suoi quadri, capì che ciò che ci aveva colpito di quel lavoro non era come di consueto il lato tecnico-estetico, ma qualcosa di più profondo e si offrì di vendercelo a un prezzo accessibile che, se non ricordo male, dovevano essere cinquantamila delle vecchie lire. Non era un acquisto esoso ma neanche previsto, ma ero contento lo stesso di averlo fatto e ce lo portammo via. Quel dipinto mi piaceva molto, ma in seguito non ho più avuto modo di rivederlo, essendo rimasto a casa, insieme alla mia ex moglie. Quel titolo, Montagne libere, così semplice e potente allo stesso tempo, mi è tornato alla mente in più di una occasione, lo trovo bellissimo: è come il paesaggio che raffigura: ha il sapore della quintessenza della libertà che l'individuo può trovare nell’esperienza in montagna. Molte volte, riflettendo sulle tante discussioni che in questi ultimi decenni hanno caratterizzato valutazioni e analisi sull’ambiente naturale, non ultimo quello montano, queste due parole magiche, montagne libere, mi sono apparse quanto mai rivelatrici. Non è mai caduto in disuso in Italia l’atteggiamento di attentare all’ambiente naturale. In Appennino proprio nei momenti in cui sembrava si potesse tirare un respiro di sollievo, dopo le battaglie ambientaliste degli anni ’80 per esempio, la montagna è tornata a essere oggetto di attacchi continui da più fronti che vorrebbero, da un lato continuare a lottizzarlo al solito modo, spianando tutto a forza di ruspe e asfalto, dall’altro con posizioni più oltranziste e radicali, a vietarlo tout court, in particolar modo a escursionisti e alpinisti, con motivazioni e obiettivi alquanto dubbi.

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Dell’argomento mi sono interessato anche in passato, pubblicandone un’analisi su un numero dell’Appennino del 1999, quando più pressante s’è fatta sentire l’intenzione di imporre vincoli e divieti indiscriminati sulle nostre montagne, al punto da chiedersi se la nostra libertà e il diritto di continuare a frequentarla fossero ormai compromessi e messi pericolosamente in discussione. Quell’analisi, a rileggerla, è di un’attualità sconcertante, il che vuol dire che non molte cose sono cambiate in questi anni. Anche di recente se ne sono sentite di belle in proposito, in alcuni casi davvero cervellotiche, alcune sbandierate come soluzione risolutiva alle “sciagure in montagna” e ai costi proibitivi del soccorso, dando eco a soluzioni drastiche paventate a livello nazionale. La recente legge regionale in Abruzzo, intesa a istituire il pagamento di un non meglio identificato ticket o un’assicurazione obbligatoria ai frequentatori della montagna, di cui tra l’altro ad oggi non ha fatto seguito alcun provvedimento esplicativo ed esecutivo, è l’ultima mina vagante partorita non si sa bene con quali oscure intenzioni, se non quella di irreggimentare e ingabbiare la montagna in un ingranaggio commerciale sfacciatamente all’insegna del profitto economico, quello che d'altronde fagocita e incancrenisce ogni cosa della nostra cultura occidentale. Ben venga, un dovuto riconoscimento morale ed economico ai soccorritori, che spendono il proprio tempo e rischiano la vita nelle attività di soccorso, spesse volte non solo limitato all’ambiente montano, ma si ha sentore che una legge del genere sia solo il primo passo per una “montagna a pagamento”, a beneficio di una lobby di operatori economici del settore. Nel nostro paese, non sono mai chiare le vere ragioni e i propositi che portano a legiferare. Mai spendere un soldo per la prevenzione, piuttosto preferire inibizione e costrizioni, così stanno le cose e l’atteggiamento non è mai cambiato da trent’anni a questa parte. Per questo oggi mi sembrano quanto mai attuali alcune considerazioni fatte due decadi fa, che qui in parte ripropongo, dalle quali emergeva una situazione in cui dalle tendenze delle amministrazioni pubbliche del territorio e dei neonati enti parco poco o nulla veniva predisposto per rintuzzare il degrado derivante all’ambiente da una pianificazione turistica ed economica intesa solo come sfruttamento delle risorse naturali; viceversa le uniche azioni messe in campo sembravano colpire proprio quella fascia di fruitori dell’ambiente (escursionisti, alpinisti, sci alpinisti) la cui presenza non sembrava apportare grandi danni al territorio. La mia sarà anche una visione idilliaca del mondo della montagna, un territorio dove la natura e la vita dell’uomo camminano di pari passo come ai tempi dei nostri bisnonni, dove ognuno si teneva le proprie convinzioni, se sfidare 59


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l’ignoto a caccia di cristalli e di camosci o segnarsi con la croce guardando alla montagna con sopportazione e timore arcano, ma a me piace pensare ai monti come un luogo dove camminare, continuare a respirare e sentirmi immerso nel silenzio, dove guardare il panorama ogni volta diverso oltre la propria valle, dove sentirsi liberi da ogni affanno, come in un ultimo Shangri La. Perché è frustrante semplicemente pensare che non si è più liberi di percorrere il territorio, chiudersi la porta di casa alle spalle e prendere la via dei monti. Soprattutto una montagna libera dalla confusione, dai mezzi meccanici e dal rumore, una montagna libera da moto e quod, elicotteri e motoslitte, croci di ferro e altre brutture “in memoria di”, che gratificano soltanto la vanagloria di chi le ha pensate. Una montagna libera dallo scempio di un utilizzo irrispettoso e ai soli fini dello sfruttamento delle risorse naturali. Una montagna libera dallo squallore stile costa adriatica e dal concetto imperante di speculazione. Una montagna libera come immagine ancestrale, affinché possa esistere ancora un lembo di territorio intatto a cui poter guardare, nelle aspirazioni dell’uomo verso la scoperta e l’ignoto che non tramonteranno mai. continua…

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Indice Prefazione di Vincenzo Abbate Cap. 1 - Sotto un cielo diverso Cap. 2 - La risposta a un perché Cap. 3 - La parabola dell’alpinismo Cap. 4 - Grandi vie d’inverno Cap. 5 - Il risveglio dell’orco Cap. 6 - Senza orari, senza bandiere Cap. 7 - La mia Pasqua in montagna Cap. 8 - La scoperta della montagna Cap. 9 - Eremiti e cavalieri erranti Cap. 10 - Gran Sasso, mon amour Cap. 11 - Due facce della stessa montagna Cap. 12 - Un senso alterato di percezione Cap. 13 - Alpinismo solitario, per necessità e convinzione Cap. 14 - L’ultima via d’inverno Cap. 15 - Il mio Himalaya Cap. 16 - Miti e ispirazione Cap. 17 - La fotografia Cap. 18 - L’universo montagna globalizzato Cap. 19 - Quel profumo di erbe odorose Cap. 20 - Calzettoni di lana gialli Cap. 21 - Invernale al Murolungo, un’avventura particolare Cap. 22 - Il mestiere di guidare in sicurezza Cap. 23 - Luoghi della mente Cap. 24 - Natura e cultura Cap. 25 - Montagne e Briganti Cap. 26 - Acque diacce Cap. 27 - Montagne libere Cap. 28 - Appennino a 360° Cap. 29 - Una risposta possibile Ringraziamenti Indice dei capitoli Indice delle fotografie

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L'attimo di quiete tra una folata di vento e un'altra  

Bufere accecanti, discese rocambolesche, mani congelate, rocce impossibili, ma anche cieli immensamente blu e albe luminose. Soprattutto, l’...