Page 1

Anno XXV (nuova serie) - Poste Italiane S.p.A. Spedizione in Abbonamento postale 70% - DCB - Roma

ile-giu 10  apr gno 201 9

CENTRO STUDI CINEMATOGRAFICI


Edito dal Centro Studi Cinematografici 00165 ROMA - Via Gregorio VII, 6 tel. (06) 63.82.605 Sito Internet: www.cscinema.org E-mail: info@cscinema.org Aut. Tribunale di Roma n. 271/93 Abbonamento annuale: euro 26,00 (estero $50) Versamenti sul c.c.p. n. 26862003 intestato a Centro Studi Cinematografici Si collabora solo dietro invito della redazione Direttore Responsabile: Flavio Vergerio Segreteria: Cesare Frioni Redazione: Silvio Grasselli Giancarlo Zappoli Hanno collaborato a questo numero: Giulia Angelucci Veronica Barteri Elena Bartoni Matteo Calzolaio Cristina Giovannini Paola Granato Leonardo Magnante Fabrizio Moresco Marianna Ninni Maria Chiara Riva Giancarlo Zappoli

Opera senza autore 1 2 Il complicato mondo di Nathalie Angel Face 3 La casa dei libri 5 6 L’albero dei frutti selvatici Black Tide 8 9 Girl Quai nemici 11 Guarda in alto 12 14 Saremo giovani e bellissimi Uno di famiglia 15 16 Cosa fai a capodanno? Euforia 18 Conversazione con Tiresia. Di e con Andrea Camilleri 19 21 Un figlio all’improvviso Famiglia allargata 22 24 Friedkin Uncut - Un diavolo di regista Troppa grazia 26 Michelangelo - Infinito 27 30 Mio figlio Ricchi di fantasia 31 33 Un amore così grande Soledad 34 1938 - Quando scoprimmo di non essere italiani 35 Una storia senza nome 37 Un marito a metà 38 La banda Grossi - Una storia vera quasi dimenticata 40 Il vizio della speranza 41 Il bene mio 42 Il codice del babbuino 43 Nessuo come noi 45 Morto tra una settimana... o ti ridiamo i soldi 46 Revenge 47 FILM La fuitina sbagliata 49 della stagione Film e Serial europei L’uomo che uccise Don Chisciotte 50 La rivista, trimestrale, recensisce i film Red Land - Rosso Istria italiani ed europei52 che escono in Italia e le serie televisive, sempre Tutti lo sanno 53italiane ed europee. Per ogni produzione riporta cast e credit. Separati ma non troppo 55 È uno strumento di lavoro utile per chi Sogno di una notte di mezza età 56panorama della voglia avere un produzione cinematografica e televisiva Il primo re 58 nazionale e dell’Europa, una rivista di Summer Leto 59 per cinefili e ricerca e approfondimento studiosi, per animatori Conversazioni atomiche 60 culturali e insegnanti. Un archivio storico prezioso Ti presento Sofia 62 per Scuole, Università e Biblioteche. Copperman 63 Capri revolution 65 RS136-137_ANNUARIO_00-00_copertina_RS58_copertina 16/07/19 19:19 Pagina B

Pubblicazione realizzata con il contributo e il patrocinio della Direzione Generale Cinema Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo

s e ria l

Stampa: Joelle s.r.l. Via Biturgense, n. 104 Città di Castello (PG)

Mentre ero via Il mondo sulle spalle I ragazzi dello Zecchino d’oro Bimestrale di cinema, televisione e linguaggi multimediali nella scuola Anno XXXV, nuova serie, supplemento al n. 136/137 luglio-ottobre 2019 Rivista del Centro Studi Cinematografici 00165 Roma, Via Gregorio VII, 6 Tel. e fax: 06 6382605 info@cscinema.org · www.cscinema.org www.centrostudicinematografici.it © Centro Studi Cinematografici In collaborazione con Centro Studi per l’Educazione all’Immagine di Milano

Il costo dell’abbonamento annuo è di €26,00 Per abbonamenti: Centro Studi Cinematografici Via Gregorio VII, 6 - 00165 Roma - Tel/Fax 06.6382605 - email: info@cscinema.org Disponibile la versione digitale (PDF) gratuita scaricabile da www.cscinema.org www.centrostudicinematografici.it

67 71 73

Direttore responsabile Maria Gamba Redazione Andrea Bettinelli, Massimo Causo, Luisa Ceretto, Davide Di Giorgio, Anna Fellegara, Silvio Grasselli, Alessandro Leone, Flavio Vergerio, Giancarlo Zappoli Collaborazione alle ricerche iconografiche Giuseppe Foroni Segreteria di redazione Cesare Frioni Stampa e confezione Tipostampa per conto di Joelle srl Città di Castello (PG) Finito di stampare: luglio 2019

ISSN 1126-067X In copertina Un numero euro 6,00 Aut. Trib. di Bergamo n. 13 del 30 aprile 1999 In alto Opera senza autore di Florian Henckel von Donnersmarck, Germania, Italia 2018. Alla rivista si collabora solo su invito della redazione. Al centro Mentre ero via (serial) di Michele Soavi, Italia 2019. Testi e immagini vanno inviati a: Pubblicazione realizzata con ragazzoselvaggio@gramma.it il contributo e il patrocinio della In basso Il complicato mondo di Nathalie di Davis Foenkinos, Stéphane Progetto Foenkinos, Francia 2017. Direzione Generale Cinema - Ministero dei grafico e impaginazione jessica benucci - www.gramma.it

Progetto grafico copertina a cura di Jessica Benucci (www.gramma.it)

Beni e delle Attività Culturali e del Turismo

Rivista riconosciuta con il criterio di scientificità dall'ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione Universitaria e della Ricerca) per quanto riguarda la classe 11 (Scienze Storiche, Filosofiche, Pedagogiche e Psicologiche).

Abbonamento annuale intestato al Centro Studi Cinematografici euro 35,00 conto corrente postale numero 26862003

Ricordiamo che, grazie alla Direttiva Ministeriale n. 70 del 17 giugno 2002, è operativa l’azione di rimborso per le spese di autoaggiornamento degli insegnanti. Tra le spese rimborsabili sono previste anche quelle relative ad abbonamenti a riviste specializzate.

Poste italiane SpA. Sped. in a.p. 70% - DCRB-Roma - Anno XXXV - nuova serie - Periodico bimestrale - Supplemento al n. 136/137 della rivista il Ragazzo Selvaggio

Anno XXV n. 10 aprile-giugno 2019 Trimestrale di cultura multimediale

f i l m

SOMMARIO


di Florian Henckel von Donnersmarck

OPERA SENZA AUTORE

d

Dresda, 1937. Kurt Barnert è un ragazzino di sette/otto anni innamorato segretamente della zia Elisabeth che suona il piano, impiega molto tempo con lui a giocare, lo porta con sé ai musei dove, siamo ormai in pieno regime, è brutalizzata l’arte astratta di Mondrian e Kandinski, considerata non adatta a formare il nuovo spirito della Germania nazista. Presto la zia per i suoi comportamenti fuori norma è internata in una clinica per essere sterilizzata e poi avviata un campo di sterminio. Ormai il Dott. Burghart Kroll, capo del progetto di purificazione estrema della popolazione, ha impartito ordini ben precisi da eseguire sui malati, sui vecchi, i bambini con problematiche neuropsichiche, considerati inferiori e quindi inutili. Uno degli esecutori degli ordini di sterminio è il ginecologo Prof. Carl Seeband che provvede nella sua clinica alla “sterilizzazione” della povera zia Elisabeth. La guerra è finalmente finita: Dresda, rasa al suolo dalle bombe alleate, è da ricostruire con la ferrea volontà dei suoi abitanti restati in vita. In città si sviluppa anche un grande interesse per l’arte che, ovviamente, deve corrispondere ai canoni del trionfo popolare del nuovo socialismo. Kurt ha una grande mano per dipingere quanto viene richiesto dal nuovo regime ed entra nell’Accademia d’Arte, dove ha un brillante riconoscimento. Contemporaneamente Kurt conosce Ellie, figlia di Seeband: i due ragazzi s’innamorano e si sposano ben presto mentre Seeband, con la scusa di curare la figlia da un problema ginecologico, la rende sterile per evitare una discendenza

“macchiata” da un proletario inutile come Kurt. La coppia riesce a varcare la frontiera per andare a vivere a ovest, a Dusseldorf, poco prima che sia costruito il muro; lui entra nella scuola del Prof Van Verter per perfezionare le proprie capacità e la sua sensibilità verso l’arte astratta; lei continua a occuparsi di sartoria, come faceva anche all’est. Anche Seeband e la moglie si sono rifugiati all’ovest: il suo passato non può più essere nascosto ed è possibile che prima o poi sia scovato dagli stessi servizi che stanno dando la caccia a Kroll. Kurt intanto ha trovato, in un momento di crisi, la sua nuova strada artistica, cioè dipingere basandosi sulle fotografie, sia della propria famiglia sia quelle tratte dai giornali. Succede che la composizione pittorica che comprende anche la foto con l’arresto di Kroll sia vista casualmente da Seeband, di passaggio all’atelier. Questi ne esce sconvolto e capisce che anche per lui le ore sono contate, anche se Kurt non ha collegato gli avvenimenti, restando solo perplesso. Ellie, al colmo della felicità, rivela a Kurt di essere finalmente incinta. Dopo tanti orrori, anche per merito dell’arte, la vita sembra riprendere un cammino più sereno.

Titolo originale: Werk ohne Autor Origine: Germania, Italia, 2018 Produzione: Quirin Berg, Florian Henckel von Donnersmarck, Jan Mojto, Max Wiedemann per Bayerischer Rundfunk, Pergamon Film, Rai Cinema, W.O.A. Film, Wiedemann & Berg Filmproduktion Regia: Florian Henckel von Donnersmarck Soggetto e Sceneggiatura: Florian Henckel von Donnersmarck Interpreti: Tom Schilling (Kurt Barnert), Sebastian Koch (Prof. Carl Seeband), Paula Beer (Ellie), Saskia Rosendahl (Elisabeth May), Oliver Masucci (Pr. Antonius van Verten), Cai Cohrs (Kurt Barnert a 6 anni), Ina Weisse (Martha Seeband), Evgeniy Sidikhin (NKVD Maggiore Muravyov), Mark Zak (interprete di Murawjow), Ulrike C. Tscharre (Signora Hellthaler), Bastian Trost (medico Dr. Michaelis), Hans-Uwe Bauer (Professor Horst Grimma) Distribuzione: 01 Distribution Durata: 188’ Uscita: 4 ottobre 2018

discendenza “pura”; l’atroce attività del Prof Seeband; la strada dell’arte che risolleva il dolore del piccolo Kurt; la nuova vita con il nuovo socialismo; Seeband aiutato dai russi per nascondere il suo passato; l’incontro del destino tra Kurt ed Ellie; l’ennesima atrocità perpetrata dal ginecologo sulla figlia; il trasferimento/fuga di tutti nella Germania Ovest; la nuova espressione artistica di Kurt basata sulla rivisitazione della fotografia; la consapevolezza sul volto di Seeband che i suoi crimini stanno per essere scoperti. Come vediamo c’è materia per Proviamo a fare un elen- fare non uno ma dieci film diversi co degli argomenti trat- e infatti le sue tre ore e otto di dutati in questo film: la strutturazione del regime nazista del 1936/37; il disprezzo per l’arte moderna incapace a forgiare l’uomo ariano, futuro dominatore del mondo; lo sterminio degli individui affetti da disturbi psichici o malformazioni fisiche; gli interventi di sterilizzazione su donne che non assicuravano una

p

1


rata danno proprio l’impressione di averne visti dieci: Florian Henckel Von Donnersmarck (il meraviglioso Le vite degli altri ma anche il confuso, ambiguo, noioso The Tourist) utilizza la storia vera del pittore Gerhard Richter per mettere mano a trent’anni terribili del suo Paese senza nasconderne le pagine più nere, per indicare l’onestà di volere affrontare un passato così tragico, senza sconti né remore. Troviamo però un’ambiguità di fondo che può lasciare perplessi: l’uso dell’arte, in questo caso sia come celebrazione popolare/socialista sia come astratta e cubista

sembra fare da schermo a eventi terribili che paiono, in alcuni momenti, diventare qualche altra cosa nella ricerca del modo per nascondersi. L’alternanza Est/Ovest della stessa ispirazione artistica segna, di pari passo, l’impossibilità (l’incapacità, la non volontà) di perseguire a fondo i criminali nazisti e non trovarli. Guarda caso essi sono scovati proprio quando Kurt trova la sua giusta ispirazione. E’ ovvio che tutto questo comporti un modo torrenziale di raccontare, a tratti melodrammatico che meglio avrebbe potuto trovare spazio

di David Foenkinos, Stéphane Foenkinos

a puntate sul piccolo schermo di casa. A sostenere l’opera, in questi casi, occorre la presenza di forti attori che qui non ci sono, tranne Sebastian Koch, mostruoso nella sua fissione di crudeltà composta ma senza esitazioni del Prof. Seeband. Troppo debole Tom Schilling come Kurt Barnert, fragile in molte occasioni fino all’evanescenza e impossibilitato quindi a dare corpo e anima non solo agli eventi reali ma anche a quell’unione di certezze e illusioni che ha accompagnato la vita del pittore. Fabrizio Moresco

IL COMPLICATO MONDO DI NATHALIE

Titolo originale: Jalouse Origine: Francia, 2017 Produzione: Eric Altmayer, Nicolas Altmayer in Cooproduzione con Mandarin Films, Studiocanal, France 2 Cinéma Regia: David Foenkinos, Stéphane Foenkinos Soggetto e Sceneggiatura: David Foenkinos, Stéphane Foenkinos Interpreti: Karin Viard (Nathalie Pécheux), Dara Tombroff (Mathilde Pécheux), Anne Dorval (Sophie), Thibault de Montalembert (Jean-Pierre), Bruno Todeschini (Sébastien Corti), Marie-Julie Baup (Isabelle), Corentin Fila (Félix), Anaïs Demoustier (Mélanie Pick) Distribuzione: Officine Ubu Durata: 102’ Uscita: 11 ottobre 2018

Nathalie, insegnante di letteratura, è insoddisfatta della sua vita e gelosa delle persone che le stanno affianco, dalla relazione del suo ex marito Jean-Pierre con la gio-

n

vane Isabelle (tanto da arrivare a sabotare il loro viaggio alle Maldive) al matrimonio “perfetto” della sua miglior amica Sophie, fino alla sua nuova collega Mélanie, giovane supplente con cui instaura un rapporto conflittuale; capro espiatorio delle sue frustrazioni è sua figlia Mathilde, ragazza appassionata di danza classica, in procinto di prepararsi per un’audizione per entrare in una prestigiosa compagnia. Nathalie parla dei suoi sbalzi d’umore al medico di famiglia, il quale crede che si tratti di una fase di transizione verso la menopausa. Una sera, i nuovi vicini di casa si presentano e chiedono a Nathalie del sale, ma la donna si rifiuta di prestarlo. La donna inizia a frequentare Sébastien, un collega di Thierry, marito di Sophie; invitatolo a cena a casa sua, la protagonista si convince che l’uomo sia attratto da Mathilde, per cui lo caccia e rimprovera la ragazza. Turbata da tale scenata, Mathilde contatta Jean-Pierre che, preoccupato che le nevrosi della donna possano influire sulla figlia, la invita a stare da lui; la ragazza continua a rima2

nere dal padre anche in seguito al superamento della prima fase delle selezioni. Nathalie cerca di scusarsi con Sébastien, che si rifiuta di rispondere ai suoi messaggi. Ubriaca, la donna offende Sophie denigrando il viaggio organizzato da Thierry per il loro ventesimo anniversario e confessandole di considerare la loro figlia esteticamente brutta; nei giorni seguenti, Nathalie si scusa con Sophie che la perdona, invitandola a cena. La protagonista le confida di aver visto Thierry in compagnia di una ragazza più giovane, insinuando un tradimento; Sophie afferma di essere stata anche lei tentata da altri uomini e rimprovera Nathalie di intromettersi nelle loro vite, ferendola continuamente con il suo cinismo. Mathilde torna a vivere dalla madre ma, durante una cena, ha una reazione allergica; portata con urgenza in ospedale, il medico comunica loro che la ragazza è fuori pericolo, ma sconsiglia di continuare gli allenamenti. In seguito alla scoperta di numerose bottiglie di alcolici, Jean-Pierre decide di portare Mathilde a casa

s q z a s t n

s s i f s r c p s c d I N c f q i p

c s d t c c d d p

c

l n t e c s


i i a a . g e i i -

o

E

l -

n a o y o a ; i , y ù a e -

a a a a i e e a

sua, accusando Nathalie di averla quasi uccisa, non prestando attenzione alle sue allergie alimentari, a causa dei suoi umori e delle sue sbronze; Mathilde, definitivamente delusa dalla madre, sceglie di non parlarle più. Di fronte al peggioramento dello stato emotivo di Nathalie, in pausa dal lavoro, sostituita da Mélanie, Sophie la perdona; Thierry confessa di essere rimasto offeso dalle sue accuse, dal momento che la ragazza con cui l’ha visto era sua cugina. Nathalie rifiuta il percorso psicoterapeutico, concentrandosi sullo yoga e sul nuoto; in piscina conosce Monique, un’anziana vedova con cui inizia a confidarsi. In seguito alla morte di Monique, Nathalie si dirige da Sébastien, chiedendogli di accompagnarla al funerale; i due ricominciano a frequentarsi, sebbene Sébastien sia in procinto di partire per il Giappone per un anno. Nathalie torna a insegnare e continua la sua relazione a distanza. A causa della bocciatura di Mathilde al provino finale, Nathalie insulta la giuria; Mathilde comunica alla famiglia di aver deciso di abbandonare il balletto per dedicarsi all’insegnamento della danza classica e sceglie di tornare per qualche giorno dalla madre. Nathalie porta del sale al vicino, che le confessa di essere stato la-

sciato dalla moglie per la sua gelosia eccessiva; quando le domanda se sia una persona gelosa, Nathalie risponde di no. La gelosia è il tema dominante del film, come esplicitato dal titolo originale, Jalouse (tradotto con Il complicato mondo di Nathalie, trovata commerciale che strizza l’occhio a Il favoloso mondo di Amélie), evocato nell’emblematico incontro finale tra Nathalie e il vicino. Il mondo di Nathalie non è perfetto ma neanche eccessivamente complicato: adora il suo lavoro, ha una figlia meravigliosa, un’amica che l’aiuta a riappropriarsi della propria vita sentimentale, un ex marito con cui mantiene dei rapporti diplomatici, dei vicini di casa che cercano di creare occasioni per socializzare. Eppure, Nathalie vive un senso di insoddisfazione costante, che raggiunge derive ossessive, radicate nell’assunto secondo cui il mondo è un luogo a lei ostile, come specificato al medico: qualunque soggetto di questo mondo antagonista ha come fine quello di sabotare ogni aspetto della sua vita, compresi gli affetti più cari (Mathilde è una papabile femme fatale che rischia di sedurre Sébastien), trattati come nemici, inclusa la sua miglior amica, la cui colpa

l

è vivere un matrimonio “perfetto”. Nel realizzare le sue profezie autoavveranti, Nathalie attua una serie di atteggiamenti dettati dalle sue credenze negative sugli altri (specchio della sua incapacità di accettare i suoi fallimenti e un’età che avanza), che la conducono a determinare il loro comportamento ostile, avvalorando una tesi di partenza che in realtà è già sostenuta ancor prima di verificarla. Il film è una commedia (in parte) riuscita, in grado di far sorridere lo spettatore nell’identificarsi con la bizzarra protagonista, grazie alla sua ironia pungente, mai banale né volgare; nonostante ciò, la narrazione presenta dei cliché che semplificano alcuni passaggi diegetici, soprattutto nel finale in cui Nathalie aggredisce verbalmente la giuria che ha bocciato Mathilde, trovata eccessiva nella sua retorica che rende la sua redenzione esagerata e forzata, se non banale. La seconda parte, incentrata sulla “rinascita”implicita nel suo nome (come specificato da Monique), è scandita superficialmente, finalizzata a raggiungere il tanto atteso happy ending che scioglie classicamente tutti i nodi narrativi con il riappacificarsi di Nathalie con Mathilde e Sébastien. Leonardo Magnante

di Vanessa Filho

Angel face

Titolo originale: Gueule dange

Dopo l’ennesima serata in discoteca una donna ubriaca si sdraia vicino a una bambina in un letto, la piccola di otto anni le canta una ninna nanna per farla addormentare. Sono Marlène ed Elli, madre e figlia che vivono insieme in una cittadina della Costa Azzurra dal sapore retrò, in una casa fatta di

d

glitter ed eccessi. L’indomani sotto gli occhi attenti di Elli, Chiara, la migliore amica di Marlène, trucca la donna e la prepara per il suo matrimonio. È il turno di Elli che vestita e truccata come una piccola adulta serve del vino a sua madre e, quando non guarda, ne assaggia un po’. Per Marlène il matrimonio rappresenta una seconda chance di 3

Origine: Francia, 2018 Produzione: Carole Lambert, Marc Missonnier per Moana Films, Windy Production Regia: Vanessa Filho Soggetto e Sceneggiatura: Vanessa Filho, Diastème, François Pirot (collaborazione) Interpreti: Marion Cotillard (Marlène), Alban Lenoir (Julio), Amélie Daure (Chiara), Ayline Aksoy-Etaix (Etaix Elli), Stephane Rideau (Jean), Mario Magalhaes, Joël Boudjelta Distribuzione: Sun Film Group Durata: 120’ Uscita: 25 ottobre 2018


felicità, lo ammette lei stessa durante il ricevimento, che conclude cantando una canzone dedicata allo sposo, mentre è fuori di sé a causa dell’alcool. Al momento della torta la donna scompare, il marito con Elli in braccio va a cercarla e la sorprende con un altro uomo. Dopo una passeggiata in riva al mare Elli mette a letto sua madre sconsolata per l’errore che ha commesso. Marlène nell’abisso della disperazione e dell’alcool passa le giornate davanti alla televisione, sua figlia la osserva e sta accanto a lei terrorizzata dal possibile arrivo dei servizi sociali. Nei rari momenti di lucidità la donna cerca di occuparsi come può di sua figlia, ma non ha i soldi neanche per fare la spesa e comprare le cose necessarie per la bambina. All’entrata della scuola la donna e la bambina hanno gli occhi di tutti addosso, sguardi che giudicano e che escludono. Marlène telefona invano all’uomo che ha sposato cercando di recuperare il rapporto e si dimentica di andare a prendere Elli a scuola. La donna è sempre più depressa e decide di seguire il consiglio di Chiara che arriva a casa per portarla a una festa. Porta con sè la bambina, la trucca e la veste, come si fa con una bambola, e le dà da bere del vino, dicendole che aiuta a rendere la vita colorata. Le movenze di Elli alla festa sono quelle di un’adulta e di nascosto beve da tutti i bicchieri che trova. Marlène incontra un uomo e decide di andare via con lui, mette la bambina su un taxi e non torna a casa.

I giorni passano e Elli si deve gestire da sola. Decide di andare alle giostre dove sua madre aveva promesso sarebbero andate insieme, lì incontra Julio, a suo modo un outsider anche lui, ex campione di tuffi che ha dovuto interrompere la sua carriera per un’operazione al cuore e che ha un difficile rapporto con il padre. La vita da sola di Elli continua e si intensifica la sua dipendenza dall’alcool, ha molte difficoltà a scuola e tra i suoi compagni c’è chi la prende in giro; nonostante questo ottiene la parte principale nello spettacolo scolastico. Mentre cammina per strada e viene insultata da un gruppo di bulli Elli incontra di nuovo Julio, si nasconde nella sua macchina, non vuole essere lasciata sola. Marlène torna a casa e non la trova. Il giorno dello spettacolo sono presenti sia Marlène che Julio, Elli ha una crisi, strappa il suo costume da sirena e scappa. La ritrovano sulla scogliera dalla quale la bambina salta in mare e Julio, costretto a tuffarsi dopo tanto tempo, la salva. Angel Face è il primo lungometraggio di Vanessa Filho, che ne firma anche la sceneggiatura, presentato in concorso a Cannes nella sezione Un certain ragard nel 2018. Filho viene dal mondo della videoarte, della fotografia e della musica, e tutti questi ambiti riverberano chiaramente nel suo film. Una parabola discendente che vede protagoniste una madre immatura e una figlia resa troppo adulta, una famiglia disfunzionale di cui Filho segue le vicende lasciando molto spazio alla dimensione psicologica ed emotiva dei personaggi. Marlène, interpretata dal premio Oscar Marion Cotillard, ed Elli, una giovane e precisa Ayline Aksoy-Etaix, vivono in un mondo tutto loro fatto di make up, pail-

A

4

lettes, alcool e illusioni. Un ambiente che la regista caratterizza fortemente e che fa da contraltare al fuori. Di sostanziale importanza sono i colori: le accecanti luci delle giostre, il biondo platino dei capelli di Marlène, le luci stroboscopiche della discoteca. Dal momento in cui Elli viene lasciata sola dalla madre il film assume altri toni e, all’interno della narrazione, si aprono squarci di non linearità, un inconscio alterato dall’alcool e dalla solitudine viene esplorato con sequenze che ricordano l’immaginario da videoclip; si pensi, ad esempio, al sogno di Elli, in cui ritrova sua madre in una casa simile a quella dei reality show di cui la donna era dipendente, alla sua fuga o alla lunga scena finale del salvataggio della bambina sott’acqua. È un film dai tempi dilatati dove i silenzi sono più importanti dei dialoghi perché sono un tempo dedicato a esplorare i dettagli, come le inquadrature di Marlène che beve o che si mette il profumo, gestualità che ripeterà la bambina una volta sola per colmare l’assenza della madre. È una macchina da presa molto ravvicinata quella di Filho, che, come sottolineato, dà molta importanza ai dettagli, ai volti e ad alcune porzioni di realtà, uno sguardo soggettivo e parziale così come soggettiva e parziale è la visione di Elli, in grado di interpretare come può il caos che la circonda. Uno stile registico che è tutt’uno con l’universo dei personaggi che racconta. Angel Face è una favola al contrario, inizia con il classico lieto fine e finisce nell’incubo, è solo la vitalità di Elli, nonostante tutto, che lascia un po’ di respiro a una storia che, come la stessa regista dichiara, vuole raccontare la dipendenza, la mancanza di amore e i sentimenti di insicurezza. Paola Granato

l t i c n n l è v m

p f t b l c u t a g t l s p t

d s d u i d t f n d

n N a c p m d


a e a e -

e m i e e o n a a

i i , e , a -

, e i e

i a l ’ e a -

o

di Isabel Coixet

la CASA dei libri Florence, giovane vedova di guerra, mossa dal suo amore per la lettura, è intenzionata ad acquistare la Old House, edificio abbandonato, per aprire una piccola libreria, in ricordo del suo amato marito, conosciuto in un negozio di libri, e nella speranza di portare cultura nel paesino di Hardborough, in cui l’unico abitante abituato a leggere è il signor Brundish, ricco vedovo ritiratosi in solitudine dopo la morte della moglie. Florence viene invitata a un party da Bruno e Violet Gamart, famiglia abbiente apparentemente interessata al suo progetto; sebbene Violet sembri entusiasta per l’apertura di una libreria in paese, chiede alla protagonista di trovare un’altra collocazione, dal momento che vuole utilizzare l’edificio per aprire un centro delle arti. In seguito al rifiuto di Florence, ormai trasferitasi nella Old House, Violet decide di sfruttare le sue conoscenze per sabotare il progetto, a partire da Milo North, un produttore della BBC nonché suo amico. La protagonista riceve la lettera di Brundish che, complimentandosi dell’apertura, le chiede di spedirgli i nuovi arrivi. Nel frattempo, una bambina di nome Christine inizia a lavorare come assistente di Florence dopo la scuola, per contribuire alle spese della sua umile famiglia; Christine odia la lettura, nonostante la protagonista tenti di avvicinarla alla narrativa. Florence inizia a leggere Lolita, nuovo bestseller consigliatole da North per garantirle delle vendite assicurate, sebbene rimanga sconcertata dalle tematiche trattate, per cui, indecisa se venderlo o meno, lo spedisce a Brundish che, dopo averlo letto, la invita a casa

f

sua, evento straordinario dal momento che nessuno è più entrato in contatto con lui da anni. L’uomo le racconta che circolano false versioni della sua storia: sua moglie non è morta, ma vive a Londra da quarantacinque anni, in seguito alla decisione di separarsi da lui. Nonostante la metta in guardia su Violet, Brundish la incoraggia a vendere Lolita in quanto romanzo di qualità ma soprattutto scomodo e anticonvenzionale. Per sostenere il progetto della zia, il nipote di Violet, membro della Società per l’Accesso Pubblico ai Luoghi di Interesse, fa approvare una nuova legge in Parlamento che permette ai consigli comunali di acquisire gli edifici che ritengono di interesse storico, rimasti abbandonati per più di cinque anni e valutati inabitabili, mediante espropriazione, consentendone un uso pubblico. Dal momento che un ispettore del Ministero dell’Educazione ha scoperto il lavoro di assistente di Christine, la madre comunica a Florence che la bambina non potrà più lavorare da lei, sebbene abbia bisogno delle sue referenze per un lavoro il sabato nella nuova libreria del paese, aperta all’insaputa di Florence per conto della famiglia Gamart, nonostante Christine non voglia abbandonare la protagonista, che la sostituisce con North, propostosi per il lavoro. Brundish cerca di convincere Violet a lasciare in pace Florence; di fronte all’impassibilità della donna, Brundish se ne va ma viene colpito da un infarto. Giorni dopo la sua morte, Bruno si dirige da Florence per comunicarle di essere a conoscenza dell’incontro tra Brundish e Violet, la quale ha mentito dichiarando che l’intenzione dell’uomo era di complimen5

Titolo originale: The Bookshop Origine: Spagna, Gran Bretagna, Germania, 2017 Produzione: Jaume Banacolocha, Joan Bas, Adolfo Blanco, Chris Curling per Diagonal TV, A Contracorrente Films, Zephir Films, in Coproduzione con Green Films, One Two Films Regia: Isabel Coixet Soggetto: dal romanzo omonimo di Penelope Fitzgerald Sceneggiatura: Isabel Coixet Interpreti: Emily Mortimer (Florence Green), Bill Nighy (Edmund Brundish), Patricia Clarkson (Violet Gamart), Lucy Tillett (Signora Gipping), Nick Devlin (Harold), James Murphy (Lionel Fitzhugh), Rachel Gadd (Ispettrice), Barry Barnes (Ispettore Sheppard), Charlotte Vega (Kattie), Karen Ardiff (Signora Deben), Mary O’Driscoll (Signora Keble), Gary Piquer (Signor Gill), Toby Gibson (Peter Gipping), Lana O’Kell (Ivy Welford) Distribuzione: Bim Durata: 113’ Uscita: 27 settembre 2018

tarsi per il progetto del centro delle arti. In seguito al fallimento della libreria ed entrata in vigore la nuova legge, Florence viene sfrattata dalla Old House, valutata inabitabile da un’ispezione di cui la donna non è a conoscenza, svoltasi segretamente grazie a North. Mentre Florence sta lasciando il paese, Christine dà fuoco alla Old House, vendicando la sua amica e distruggendo i progetti di Violet. Christine, ormai adulta, ha aperto una libreria, ispirata dall’esempio di Florence.


Isabel Coixet torna a scrivere e dirigere una storia centrata sul coraggio di una donna in procinto di ricominciare una nuova vita, ispirandosi al romanzo La libreria di Penelope Fitzgerald, una storia di sterminatori e sterminati (come veicolato dalla voce fuoricampo di una Christine ormai adulta), un confronto tra una custode di virtù ormai rare (Brundish vede in Florence quel coraggio che gran parte degli uomini hanno perso) e una rappresentante del culto del bene materiale, mossa solamente da fini egoistici e avidi, in grado di trasformare i propri privilegi in armi in grado di distruggere quell’umiltà e innocenza incapace di farsi strada tra l’ignoranza e l’egoismo di un paese privo di cultura e compassione.

i

La narrazione è focalizzata principalmente sui personaggi femminili e sul loro ruolo preponderante rispetto a un maschile sottomesso (Bruno e North, burattini di Violet) o fragile (Brundish), in cui spicca Emily Mortimer, perfetta nel ruolo dell’ingenua, se non fanciullesca, Florence, dando vita a un’interpretazione mai eccessiva o innaturale, tanto da contenere le emozioni più intense, che emergono silenziosamente dal suo sguardo spaurito, che convive con la tenacia e l’intraprendenza di una donna che tenta di rinascere; alla vitalità di Florence fa da contraltare il cinismo di Patricia Clarkson (con cui la Mortimer ha già collaborato in diversi film, come nella recente commedia inglese The Party di Sally Potter) che, con il suo sguardo statico, privo di compassione, sembra adattarsi al gelo e alla staticità del

di Nuri Bilge Ceylan

grigio paesaggio britannico, nonostante il suo finto atteggiamento bonario. La letteratura diventa un’esperienza catartica, in grado di rendere presente quell’assenza che si fa strada nella vita di Florence da anni e, al contempo, strumento di redenzione per un paese abbandonato a sé, in cui gli unici garanti della cultura la sfruttano per i propri interessi intellettualoidi; l’arte, con la sua carica eversiva, diventa strumento per porsi degli interrogativi e liberarsi e sviluppare un pensiero critico in grado di non lasciarsi sottomettere a chi sfrutta il sapere e la cultura in maniera subdola e coercitiva, stimolando quelle menti che solamente ciò che è anticonformista è in grado di scuotere. Leonardo Magnante

L’ALBERO DEI FRUTTI SELVATICI

Titolo originale: Ahlat Agaci Origine: Turchia, Francia, Germania, Macedonia, Bosnia-Erzegovina, 2018

Sinan, giovane neolauProduzione: Zeyno Film, Memento Films reato, torna nel villaggio Production, Detailfilm GMBH, RFF Interturco di Can, ritrovando national, Sister and Brother Mitevski, 2006 una famiglia indebitatasi Production D.O.O.Sarajevo, Film i Väst, TH a causa delle scommesse clandeChimney Pot Sverige stine del padre Idris, maestro eleRegia: Nuri Bilge Ceylan mentare; in procinto di diventare Soggetto e Sceneggiatura: Ebru Ceylan, insegnante e allontanarsi dall’otNuri Bilge Ceylan, Akinq Aksu tuso villaggio, il ragazzo tenta di Interpreti: Dogu Demirkol (Sinan), Murat Cemcir (Idris), Bennu Yildirimlar (Asutrovare dei fondi con cui finanziaman), Hazar Ergüçlü (Hatice), Serkan re il suo libro, Il pero selvatico, Keskin (Süleyman), Tamer Levent (Nonno una raccolta di riflessioni sulla Recep), Akinq Aksu (Imam Veysel), Öner Erkan (Imam Nazmi), Ahmet Rifat Sungar vita a Can. Sinan incontra Hatice, una sua (Ali Riza), Kubilay Tuncer (Ilhami), Kadir Cermik (Sindaco Adnan), Özay Fecht vecchia compagna di scuola, co(Nonna Hayriye), Ercüment Balakoglu stretta a sposarsi con un ricco gio(Nonno Ramazan), Asena Keskinci (Yaielliere; prima di salutarsi, i due si semin) baciano. Sinan si imbatte nell’ex Distribuzione: Parthénos ragazzo di Hatice, che lo incolpa Durata: 90’ per aver tentato di manipolare la Uscita: 4 ottobre 2018 ragazza con le sue teorie intellet-

s

6

tualoidi, sebbene non sia mai riuscito a sedurla ma, nel momento in cui Sinan smentisce tale affermazione, viene picchiato. Sinan sostiene l’esame per l’abilitazione all’insegnamento, nonostante sappia di non averlo superato, non avendo studiato a sufficienza. In una libreria, incontra un noto scrittore, Suleyman, a cui propone le sue teorie sulla letteratura, evidenziando la sua crisi nei confronti della scrittura, temendo di non essere in grado di riuscire a cogliere i molteplici soggetti che la vita gli mette davanti costantemente. Di fronte alle provocazioni del ragazzo, che accusa gli scrittori come Suleyman di scrivere le loro biografie sceglien-

d p d d u t t l

s m c n r

S t c g a t g i r r t d l t r s l s r l v t a u c

c m fl i n r s

l e z


o

i a i i , a n n a a o e i

e

I

o -

o a , a a , i i i -

do di raccontare solamente ciò che possa esaltarli, eludendo la verità dei fatti, lo scrittore se ne va, stufo di dover continuare a dibattere su un’esistenza in cui è impossibile trovare una verità assoluta, rifiutando di leggere il manoscritto del libro del ragazzo. Stufo delle scommesse clandestine del padre, Sinan accusa sua madre per averlo sposato, scelta di cui la donna non si è mai pentita, nonostante riconosca tutti gli errori del marito. Come consigliatogli dal sindaco, Sinan si dirige da Ilhami, proprietario di un’azienda di sabbia per costruzioni, finanziatore di progetti di carattere culturale. Ilhami appare interessato al suo libro, interpretando i suoi scritti sul villaggio come un progetto finalizzato a incentivare il turismo, sebbene il ragazzo spieghi che il libro è una raccolta di riflessioni sugli aspetti più nascosti e particolareggiati della vita del posto, tralasciando la pubblicizzazione delle sue attrazioni, ormai note; Ilhami, in realtà finanziatore dei progetti dei suoi clienti più generosi, scambia l’intento del ragazzo come snobismo intellettuale di tutti quei laureati che, mossi da fini intellettuali, non riescono ad adeguarsi alla vita concreta, rimanendo fagocitati dalle loro astrazioni filosofiche, al contrario di chi, come lui, è riuscito a emergere stando al passo con i tempi. Sinan si imbatte in due imam, concentrati a dibattere sulla strumentalizzazione del Corano, riflessione in cui il protagonista si inserisce, considerando la religione uno strumento per codificare la realtà in schemi prefissati, in cui il soggetto perde la propria identità. Sinan riesce a pubblicare il suo libro, mettendo da parte dei soldi e chiedendo dei prestiti per finanziare il suo progetto. Tempo dopo, terminato il servi-

zio di leva, Sinan torna dalla sua famiglia: la madre ha speso ormai tutti i soldi della liquidazione, mentre Idris si è trasferito da suo padre. In libreria, Sinan scopre che il suo libro non ha venduto neanche una copia. Il protagonista si dirige da Idris, intento a scavare nel pozzo del padre alla ricerca d’acqua. Sinan rimane sbalordito nello scoprire che il genitore è stato l’unico ad aver letto il suo libro, ispirato dai suoi racconti su un pero selvatico che per Sinan è l’emblema di un’armonia perduta da suo padre, da suo nonno e da se stesso; Idris lo contraddice, affermando che la forma sgraziata dell’albero è semplicemente la sua natura e, proprio come la natura umana, ha le sue stranezze. Sinan aiuta suo padre a scavare nel pozzo, entrambi consapevoli che non troveranno mai dell’acqua, a causa dell’aridità del posto. Scelto per rappresentare la Turchia agli Oscar 2019, il film segue minuziosamente la crisi esistenziale di Sinan, ragazzo che sembra quasi catapultarsi all’interno di un mondo a lui ignoto e sconosciuto, una realtà nascosta sotto un “velo di Maya”che il protagonista è riuscito a squarciare grazie ai suoi studi, distante dal suo villaggio ottuso e retrogrado, cercando di confrontarsi con l’insensatezza e le contraddizioni dell’esistenza, nonché con i lati più oscuri della sua natura, come il suo odio per gli esseri umani e l’incapacità di apprezzare le bellezze che la vita gli pone davanti, mettendo in discussione il suo talento per la scrittura. La balade di Sinan rievoca un certo cinema moderno (da Antonioni a Bergman) e le crisi identitarie che lo hanno caratterizzato, un viaggio scandito da diverse tap-

s

7

pe, rappresentate dai suoi incontri con figure emblematiche nel villaggio (il sindaco, l’imprenditore, gli imam) e con gente comune (l’ex compagna di scuola, i genitori, le conversazioni al telefono con l’amico poliziotto), con cui mette in discussione tutti quei valori che gli abitanti di Can (ma, più in generale, l’essere umano) sembrano dare per scontati; le sequenze degli incontri di Sinan si caratterizzano per la loro lunghezza, in cui i dialoghi si focalizzano sugli argomenti più disparati (dalla religione alla funzione della letteratura, dal ruolo della donna nella società turca all’uso estremo della violenza nelle squadre d’assalto della polizia), spesso caratterizzati da un linguaggio retorico, che rende complessa la fruizione di un film impegnativo, vista la sua durata di tre ore e il maelström di riflessioni affrontate, che trascendono il classico confronto tra padre e figlio su cui il film si concentra. Nel finale si abbandona il luminoso paesaggio bucolico che circonda Sinan nella sua catarsi, sostituito dal grigiore della nebbia e della neve che accompagnano la sconfitta intellettuale del personaggio, costretto ad accettare la forma adunca e sgraziata di quel “pero selvatico”che altro non è che l’indecifrabile natura umana. Leonardo Magnante


di Erik Zonca

BLACK TIDE

Titolo originale: Tick ne’edar Origine: Francia, 2018 Produzione: Oliver Delbosch, Curiosa Films, Mars Films, France 2 Cinema, Yersus Production Voo, Be TV Playtime Production, 120 Films, Coproduttore Vincent Cassel Regia: Erik Zonca Soggetto: dal libro best seller “Un caso di scomparsa” di Dror Mishani, edito Guanda Sceneggiatura: Erick Zonca (adattamento e dialoghi), Lou de Fanget Signolet (adattamento e dialoghi) Interpreti: Vincent Cassel (François Visconti), Roman Duris (Yann Bellaile), Sandrine Kiberlain (Solange Arnault), Charles Berling (Marc), Hafsia Herzi (Chérifa), Élodie Bouchez (Lola Bellaile), Jérôme Pouly (Raphaël Arnault), Félix Back (Denis Visconti), Lauréna Thellier (Marie Arnalut) Distribuzione: Sun Film Group Durata: 112’ Uscita: 22 novembre 2018

Dany, figlio adolescente della famiglia Arnault, è scomparso all’improvviso tornando da scuola. Il caso viene affidato all’Ispettore François Visconti, un detective rude, semi alcolizzato, che sta passando un brutto momento: la moglie lo ha appena lasciato e il figlio Denis di 16 anni è dedito allo spaccio di droga. I rapporti con quest’ultimo sono conflittuali e Visconti non sa più come fare per evitare che Denis finisca in prigione. Al contempo, prende molto a cuore la scomparsa di Dany e si butta a capofitto, con ostinazione e tenacia, nelle indagini. Da subito il caso si rivela di non facile soluzione. Vengono prese in esame un

d

po’ tutte le piste: droga, affiliazione alla Jihad, ma il ragazzo risulta totalmente estraneo a queste ipotesi. Durante una battuta di caccia nel bosco, che il ragazzo attraversava per andare a scuola, Visconti conosce Yan Bellaile inquilino del piano di sopra degli Arnault e professore di Dany. Bellaile offre da subito il suo supporto al detective; sposato con un bambino piccolo si autoinvita in questa indagine perché ciò gli consente di trovare del ricco materiale per un libro che sta scrivendo. Bellaile però tende a identificarsi fin troppo nella vicenda e nello stesso Dany, che ben conosce, perchè gli ha fatto lezioni private ed il suo comportamento fa nascere nell’ispettore dei sospetti circa una relazione omosessuale tra il professore e l’allievo. Nel frattempo Visconti fa spesso visita a Solange, madre di Dany, che vive gran parte del tempo da sola (il marito lavora sulle navi) insieme a una bambina disabile. Solange è una donna devota verso i suoi figli; di fronte al suo inconsolabile dolore Visconti si fa travolgere dai sentimenti fino al punto di fare l’amore con la donna in un momento di impeto passionale. Intanto le indagini proseguono ma senza alcun successo, tutte le piste si rivelano false anche se l’ispettore pressa sempre più il professore che considera coinvolto nella vicenda. Al ritorno da un viaggio, Visconti interroga anche il padre di Dan; inoltre, due giorni dopo, la polizia ritrova lo zaino del ragazzo; per l’Ispettore non c’è alcun dubbio che il ritorno dell’uomo e il ritrovamento dello zaino siano collegati. I sospetti aumentano poi quando Bellaile, su consiglio della mo8

glie, confessa al detective di essere lui l’autore di una serie di missive anonime indirizzate alla famiglia Arnault a firma Dany. In queste lettere Bellaile/Dany confessa ai suoi genitori la sua omosessualità e di essere scappato perché non si sente accettato in famiglia. La cosa strana però è che il padre di Dany non ha mai fatto menzione alla polizia di tali lettere. Con un’operazione in grande stile, Visconti e il suo team arrestano i genitori di Dany in quanto responsabili della morte, sia pure involontaria, del figlio. Secondo la ricostruzione dei fatti, il padre tornando da una cena ha scoperto Dany che abusava della sorella disabile e in un accesso di ira lo ha colpito e il ragazzo è morto sbattendo la testa. Ora i due sono in carcere. Visconti si reca a trovare Solange per portarla dal giudice; cerca di consolarla ma è qui che la donna confessa come siano realmente andate le cose. È una squallida vicenda di abusi sessuali perpetrati dal marito nei confronti della figlia che Dany aveva scoperto casualmente e per difendere la sorella si era avventato contro il padre morendo nella colluttazione violenta. Solange sapeva tutto ma ha taciuto. Visconti quale ufficiale di polizia non può tacere il fatto ma la donna lo ricatta sostenendo di essere stata oggetto di violenza sotto gli occhi della figlia. E detta le sue condizioni: non dirà nulla purchè allontanino per sempre da lei e la ragazzina quel mostro del marito.

t

Tratto dal romanzo The missing file di Dror Mishani, sceneggiato e diret-

t T p p g

s ( è v t m

v c c n e c c a

d s i p m a s m s

A e m n e g p e f

t f


E

e e a e i à i

. , i -

a o è

e i a -

o y r a

i a i a a a a l

e -

to dal francese Eric Zonca, Black Tide è un thriller psicologico corposo a base di mistero, suspance, poliziotti, indagini secondo la migliore tradizione. Una storia o meglio, parafrasando il titolo, una marea nera (anche se l’originale, Fleuve Noir, è piuttosto un fiume), che monta via via di intensità per affrontare temi molto duri come l’incesto, l’omicidio, la scomparsa di un figlio. La scelta di raccontare questa vicenda dai risvolti inquietanti in chiave noir non è casuale perchè consente al regista di stemperare nella fiction una realtà sgradevole e bestiale e il meritevole risultato che ottiene è di riuscire a tenere incollato lo spettatore alla sedia fino alla fine. Coadiuvato, in questo, dall’andamento del plot narrativo che si snoda come una partita a scacchi in cui il protagonista, l’ispettore di polizia François Visconti, riesce a muovere tutte le pedine, seguendo anche più piani investigativi ma, soprattutto, sentendosi particolarmente coinvolto, da un punto di vista emotivo, in quanto padre di un

adolescente problematico e dedito allo spaccio. Sorretto da una trama intricata quanto basta, costellata da false piste e colpevoli solo apparentemente tali, il film di Zonca si muove attraverso un’umanità dolente e devastata relegando nell’angolo qualsiasi possibilità di speranza e di riscatto tratteggiando caratteri di sicuro impatto. Visconti è un superlativo Vincent Cassel, un poliziotto stanco e disilluso alle prese con una separazione e una vita andata a rotoli; aspetto trasandato, barba incolta, capelli unti, con indosso un impermeabile sdrucito che ricorda tanto l’ispettore Colombo. François Visconti è comunque determinato a scoprire la verità a tutti i costi. A lui si contrappone la figura del professore Yan Bellaile, un altrettanto superlativo Romain Duris, personaggio inquietante, dai tratti psicotici, ambiguo quanto basta per renderlo il sospettato numero uno; Yan fa del suo lavoro una missione e si rifugia nella storia di un futuro ipotetico romanzo

da scrivere per sfuggire alla mediocrità della vita e far fronte alle violenze dell’esistenza. I confronti tra i due, sempre più incalzanti a base di citazioni letterarie, Kafka in primis, sono alcuni dei momenti più memorabili del film. “Voi non conoscete il potere della letteratura – dichiara a un certo punto il professore – è come un’investigazione sul mondo.” Percorrendo sentieri opposti, attraverso vagabondaggi esistenziali disseminati da insidie per arrivare alla chiave del mistero, entrambi i due uomini raggiungeranno conclusioni errate e dovranno porre tutto in discussione comprese le proprie vite e convinzioni. A metterli fuori strada (e con loro anche noi spettatori) l’insospettabile personaggio femminile di Solange, alias la brava Sandrine Kiberlain, madre devota e afflitta, che porta sulle spalle il peso enorme di una verità inconfessabile che verrà rivelata solo nel bel finale a sorpresa. Cristina Giovannini

di Lukas Dhont

Girl Origine: Belgio, 2018

Lara è una ragazza transgender di quindici anni, il cui desiderio è quello di operarsi per diventare definitivamente una donna. Appassionata di danza, desidera entrare in una prestigiosa accademia, sebbene debba perfezionare, nell’arco di otto settimane, il suo en pointe, a causa dei piedi troppo grandi; Lara si allena duramente per migliorarsi, tanto da sforzare eccessivamente i suoi piedi, fino a farli sanguinare. Sostenuta quotidianamente da suo padre Mathias, il suo fratellino Milo e da un’équipe di

l

medici, la ragazza inizia la terapia ormonale, fondamentale per preparare il fisico all’intervento, atteso con grande impazienza; il suo psicoterapeuta e suo padre la invitano a superare il suo blocco emotivo, causato dalla difficoltà di accettare per altri due anni il suo fisico maschile, consigliandole di vivere più serenamente la sua adolescenza. Mathias cerca costantemente di incoraggiare e sostenere la figlia, in preda ai timori che la cura non abbia effetto, ma la rimprovera per le sue continue fasciature ai genitali con del nastro adesivo per nascondere il proprio sesso, per 9

Produzione: Dirk Impens per Menuet Producties, Frakas Productions, Topkapi Films Regia: Lukas Dhont Soggetto e Sceneggiatura: Lukas Dhont, Angelo Tijssens Interpreti: Victor Polster (Lara), Arieh Worthalter (Mathias), Oliver Bodart (Milo), Tijmen Govaerts (Lewis), Katelijne Damen (Dottoressa Naert), Valentijn Dhaenens (Dottor Pascal), Magali Elali (Christine), Alice de Broqueville (Loïs), Alain Honorez (Alain), Chris Thys (Hannah), Angelo Tijssens (Hendricks), Marie-Louise Wilderijckx (Marie-Louise), Virginia Hendricksen (Assistente di Alain), Nele Hardiman (Pianista) Distribuzione: Teodora Film Durata: 105’ Uscita: 27 settembre 2018


paura che possano avere delle ripercussioni fisiche. Lara entra a far parte della compagnia in seguito al miglioramento della sua prestazione. Una sua compagna, le chiede il motivo per cui non si fa la doccia con loro, spingendola a lavarsi insieme alle altre, sebbene Lara mantenga le mutandine e cerchi di coprirsi il petto. Durante un pernottamento fuori città con la compagnia, in albergo le compagne costringono Lara a spogliarsi per mostrare loro il pene, giustificando la loro curiosità con il tentativo di metterla a suo agio, come lo sono loro ogni volta che si spogliano davanti a lei. Umiliata, Lara fugge e torna a casa, fingendo un mal di stomaco per non preoccupare il padre. Le fasciature col nastro adesivo provocano un’infezione ai genitali e, dal momento che il fisico di Lara è eccessivamente sotto stress, il medico si rifiuta di aumentare le dosi della terapia ormonale, come richiesto dalla ragazza, che continua le prove senza la fasciatura, non concentrandosi totalmente per paura che la calzamaglia possa far risaltare i genitali. La ragazza inizia a frequentare il vicino di casa, usando delle scuse per farsi ospitare; una sera, fingendo di aver dimenticato le chiavi, si dirige nel suo appartamento e i due iniziano a baciarsi ma, quando il ragazzo tenta di spogliarla, Lara si allontana. Il rapporto col padre diventa più conflittuale dal momento che Mathias vuole comprendere i turbamenti della figlia, chiusa in

se stessa per non pesare ulteriormente sulla sua famiglia. Le prove diventano sempre più dure, tanto che Lara sviene e sbatte la testa; risvegliatasi nel suo appartamento, si accorge che Mathias ha chiuso la porta di casa a chiave per costringerla al riposo forzato. Il medico vieta di continuare le prove per evitare uno stress ulteriore che potrebbe compromettere la terapia, per cui la ragazza abbandona la compagnia. Una mattina, mentre Mathias è fuori con Milo, Lara chiama in anticipo un’ambulanza per poi evirarsi con un paio di forbici. Trasferita urgentemente in ospedale, i medici riescono a salvarla e la ragazza si risveglia accanto a suo padre. Tempo dopo, Lara, divenuta definitivamente una donna, cammina per strada più sicura di sé e della sua identità. L’esordio di Lukas Dhont si basa su un articolo del 2009 inerente alle problematiche legate al fisico biologicamente maschile di una ballerina transgender, con cui il regista entra in contatto per la scrittura del film; nonostante il tema trattato sia cinematograficamente abusato, le modalità con cui Dhont descrive il personaggio di Lara sono notevoli, focalizzandosi principalmente sull’ordinario e sull’antispettacolare, scelta efficace per un’approfondita indagine psicologica, priva di pietismo o di edulcorata retorica. La narrazione alterna sequenze brevi focalizzate sulla quotidianità di Lara durante la sua vita domestica, le terapie e le prove in accademia, in cui la protagonista è seguita da una macchina da presa a mano, soprattutto nelle significative sequenze di ballo, in cui Dhont riesce a restituire il suo turbinio emotivo, rendendo la danza una concretizzazione del suo tormento, scelta poetica

l

10

che si allontana da un’elementare retorica esplicativa come le grossolane inquadrature sul ghiaccio in frantumi per esprimere l’inquietudine della protagonista del recente Zen sul ghiaccio sottile di Margherita Ferri, film a tematica LGBT presentato a Venezia nella sezione Biennale College. Ragguardevole Victor Polster, ballerino dell’Accademia di Anversa, che, con la sua fisionomia aggraziata, si cala perfettamente nei panni di Lara, dando vita a un’interpretazione contenuta anche nelle sequenze più dolorose, in accordo con il blocco emotivo evidenziato dallo psicoterapeuta, basti pensare alle significative sequenze allo specchio, che si configura come veicolo di quella verità dolorosa da cui la ragazza tenta di fuggire. Film rivelazione al Festival di Cannes, Girl è stato scelto per rappresentare il Belgio agli Oscar 2019, nel tentativo di ripetere il successo che la tematica LGBT ha avuto nella scorsa edizione con la vittoria del cileno Una donna fantastica di Sebastián Lelio, sebbene il film di Dhont scelga una direzione visiva e diegetica differente, prediligendo un realismo più spiccato e non concentrandosi sul rapporto che la protagonista instaura con un contesto sociale problematico, preferendo una focalizzazione più intima, tanto che nel film non esistono antagonisti al di fuori di Lara nei confronti di se stessa; Dhont ha volontariamente evitato ricadute in classici episodi di maltrattamento, compresa la sequenza in cui la ragazza è costretta a spogliarsi di fronte alle compagne, non mosse dal fine di bullizzarla, bensì da una curiosità adolescenziale nei confronti di un corpo maschile ancora sconosciuto, nonostante le derive devastanti che l’ignobile gesto avrà su Lara. Leonardo Magnante

s è n z a l m p p

l t n t u u t r U s t d s d p s l g p d

v p I h z u t

P p v i a l


e o l i a a

, a e a , o , à i

l r r l T n a a o i a e e i i i e e i à

e

di Yvan Attal

QUASI NEMICI – L’IMPORTANTE È AVERE RAGIONE Titolo originale: Le brio

Pierre Mazard insegna retorica presso l’Università Panthéon-Assas di Parigi, Neïla Salah è una giovane studentessa di origini algerine che è cresciuta a Créteil nella multietnica banlieu. Il primo giorno di lezione, Pierre umilia Neïla davanti a tutta la classe di studenti perché la ragazza è entrata con qualche minuto di ritardo. Le offese del professore si basano su cliché e pregiudizi razzisti. Il contenzioso tra il professore e la studentessa, ripreso dagli smartphone di molti studenti, finisce nelle mani del rettore. Quest’ultimo convoca Pierre, gli mostra uno dei video e lo riprende: la loro università rischia il declassamento per colpa dei suoi atteggiamenti razzisti e delle sue esternazioni. Una dimostrazione di vera inversione di tendenza sarebbe far partecipare Neïla al concorso annuale di eloquenza (che la loro università non vince da quattro anni) e di dedicarsi con impegno alla preparazione della ragazza. La posta è alta perché Pierre rischia il licenziamento dall’ateneo, ci sono già molte petizioni che richiedono provvedimenti disciplinari contro di lui. Il professore non ha scelta. Intanto, nel suo quartiere, Neïla viene presa in giro dai suoi amici perché si è iscritta all’università. Il suo amico Mounir in particolare ha messo da parte le sue aspirazioni di diventare un calciatore o un rapper per decidere di fare l’autista di taxi. Il giorno dopo, all’università, Pierre parla con Neïla e le dà appuntamento per una lezione privata il giorno successivo. Mazard inizia il suo percorso di educazione all’eloquenza di Neïla. Durante le lezioni seguenti il professore istru-

p

isce la ragazza anche su come vestirsi, sulla corretta postura e sulla giusta dizione. Un giorno Pierre la sfida con un’esercitazione ‘sul campo’: porta Neïla su un affollato vagone della metropolitana e la costringe a leggere in pubblico un brano di Shakespeare. All’università Neïla deve superare una prima gara di eloquenza contro il saccente allievo Proutot. La ragazza si fa sopraffare dall’emotività e Pierre la rimprovera. Subito dopo le dà una dimostrazione di eloquenza sulla metropolitana. Neïla inizia a fare progressi e, grazie ai nuovi insegnamenti, riesce anche a farsi baciare da Mounir. Pochi giorni dopo, Neïla e Pierre si recano a Lille per il secondo turno dei campionati di eloquenza. La ragazza vince, anche il terzo turno a Marsiglia, gli ottavi di finale a Bordeaux, i quarti a Lione. I due sono a Nantes per la semifinale e vanno a cena in un lussuoso ristorante. Neïla vince anche questa gara e fa conquistare la finale alla sua università. Tornati a Parigi, la ragazza e il professore vanno a una festa presso l’ateneo che celebra il risultato di Neïla. Ma durante il party, il collega di studi Benjamin confessa alla ragazza la verità che sta dietro al suo apprendistato: Pierre Mazard la sta usando come scudo per evitare il licenziamento. Neïla va da Pierre e lo insulta. Il giorno della finale Neïla è a casa, il suo umore è a terra. Sopraggiunge Mounir e la sprona ad andare al concorso: in fondo quella è una sua personale vittoria. Il ragazzo la accompagna di corsa all’università ma Neïla arriva troppo tardi e l’aula è ormai vuota. Il giorno in cui la commissione preposta discute se mettere in atto 11

Origine: Belgio, Francia, 2017 Produzione: Dimitri Rassam, Benjamin Ealouf per Chapter 2, Moonshaker, France 2 Cinéma, CN6 Productions, Pathé, Nexus Factory, Umedia Regia: Yvan Attal Soggetto: Victor Saint-Macary (idea) Sceneggiatura: Yaël Langmann (adattamento dialoghi), Bryan Marciano (collaborazione), Yvan Attal (adattamento dialoghi), Victor Saint-Macary (adattamento dialoghi), Noé Debré (adattamento dialoghi) Interpreti: Camélia Jordana (Neïla Salah), Daniel Auteuil (Pierre Mazard), Yasin Houicha (Mounir), Nozha Khouadra (La madre di Neïla), Nicolas Vaude (Grégoire Viviani - Il Presidente dell’Università), Jean-Baptiste Lafarge (Benjamin de Segonzac), Julia Malinbaum (Anissa), Virgil Leclaire (Keufran), Zorah Benali (La nonna di Neïla), Damien Zanoly (Jean Proutot ) Abderahmane Cherif (Il secondo bambino), Fahmi Guerbaa, Guillaume Duhesme (Il conduttore) Distribuzione: Wonder Pictures Durata: 95’ Uscita: 11 ottobre 2018

il procedimento disciplinare contro Mazard, Neïla entra nell’aula e usa l’arte dell’eloquenza appresa dal suo maestro proprio in suo favore. Anni dopo. Neïla è un giovane e brillante avvocato che si reca in prigione per parlare con un suo cliente, un ragazzo della sua stessa banlieu finito in galera per rapina a un supermercato. La giovane lo sprona a comportarsi in tribunale usando le più fini armi dell’eloquenza. Il potere della parola, ancora una volta. Il tema non è nuovo, il cinema ci ha più volte giocato con modalità diverse, ora tocca a una commedia francese declinarlo, attraverso la storia di un rapporto di crescita reciproca fra due persone agli antipodi, fra due Quasi nemici (fuorviante titolo italiano dell’originale Le brio).

i


Saper usare le parole, essere in grado di avere ragione di un avversario usando la fine arte dialettica, sembrano cose fuori moda ma a ben guardare si tratta di un potere senza tempo. Un film “al tempo stesso politico e sociale ma anche leggero e brillante” secondo le parole dello stesso Yvan Attal, attore dalla lunga carriera qui al suo settimo lungometraggio da regista. Tutto il film si basa sull’incontro-scontro dei due protagonisti: una ragazza francese di origini algerine e un aggressivo professore di diritto, cinico, provocatorio, pieno di sé. L’obiettivo è dimostrare che la convivenza e comprensione tra opposti è salutare per la nostra civiltà, come abbandonare i pregiudizi che offuscano la reale comprensione del valore delle persone, prescindendo dai gruppi di appartenenza come razza, religione, classe sociale. La capacità di usare le parole è

un’arma potente e infallibile: per dimostrarlo il film alterna scontri verbali e frecciatine ironiche, usando solo la nobile arte dell’eloquenza e indicando la strada per un mondo, forse, migliore. Assunto fondamentale del film è che spesso non conta ciò che si dice ma come lo si dice, come sia necessario adattare sempre le proprie argomentazioni in relazione al contesto, conoscendone bene i punti di forza o le contraddizioni. Uno degli aspetti più riusciti è la carica satirica utilizzata dal professore incarnato da Daniel Auteuil, uomo intollerante, a volte altezzoso, politicamente scorretto, cinico ma capace di un’onestà intellettuale che lo rende tutto sommato un personaggio non del tutto sgradevole (perché dietro la scorza di arroganza e provocazione si nasconde fondamentalmente un uomo solo). Quasi amici ha il pregio di scorrere via per poco meno di due ore animato da dialoghi briosi (da cui il titolo originale) e battute argute pronunciate da due interpreti perfetti: un Danieul Auteuil capace di infondere la giusta dose di cinismo e sarcasmo al suo professor Mazard e una Camélia

di Fulvio Risuleo

Jordana (che si è fatta conoscere dal grande pubblico nella divertente commedia Due sotto il burqa ma anche grazie alla sua carriera di cantante) che illumina di grazia e determinazione la sua Neïla. Nato a Tel Aviv e poi trasferitosi da bambino a Créteil (la stessa banlieu nella quale colloca la protagonista del film), Yvan Attal lancia un chiaro messaggio in favore di una pacifica integrazione razziale e lo fa percorrendo l’inedito (soprattutto per una commedia) terreno della retorica, arte praticata in Francia già nei licei (dove sovente si chiede di argomentare e non solo di ripetere nozioni) e insegnata con regolarità nelle università. Al di là di qualche punto debole (come il banale finale che ritrae una Neïla realizzata nella sua professione di avvocato intenta a usare i trucchi di un’arte così sapientemente imparata), sotto la patina di commedia Quasi nemici tocca temi importanti come il fallimento, il successo, la centralità dell’istruzione ma soprattutto il valore delle parole e il loro peso in un mondo che spesso sembra averne smarrito la coscienza. Elena Bartoni

Guarda in alto

Origine: Italia, 2017 Produzione: Donatello Della Pepa, Federico Giacinti per Reo, con Rai Cinema

In pausa sul tetto del forno in cui lavora, Teco rimane Regia: Fulvio Risuleo attratto da un misterioSoggetto e Sceneggiatura: Fulvio Risuso gabbiano schiantatosi leo, Andrea Sorini nelle vicinanze; inoltratosi nei terInterpreti: Giacomo Ferrara (Teco), razzi circostanti, egli scopre che Aurélia Poirier (Stella), Ivan Franek (Joe), Lou Castel (Baobab), Alida Baldari Calabria l’animale è un robot, in cui è ripo(Bambina), Emilio Gavira (Muto), Claudio sta una mano mummificata che il Spadaro (Cameriere), Cristian Di Sante ragazzo ruba. Delle suore, con in (Fornaio), Erika Russo (Cassiera), Abdelaat mano il telecomando per guidare Jammata (Collega) il volatile, si mettono alla ricerca Distribuzione: Revok della mano della reliquia. Durata: 90’ Teco incontra una bambina che Uscita: 18 ottobre 2018 lo conduce nel suo gruppo di amici

i

12

mascherati che collaborano con il loro capo, il “muto”, bambino intelligentissimo che comunica solo disegnando, nella costruzione di un razzo per fuggire sulla luna, in cambio del suo aiuto per catturare i robot che le suore si scambiano in continuazione. Teco si avventura in un misterioso cunicolo, ritrovandosi in un giardino, circondato da antiche mura romane. Aggredito da uno stormo d’api, viene salvato da Baobab,

v d a i n d a n d p t

S i i r J z c fi r m fi p g u

c m s t fi i p i c

m “ i l s z p r d p i m t s s a s r


l a a

a l e ) e e -

e a a i a o a

i

alto

l o i n e n

a o ,

vecchio apicoltore, intento a produrre miele magico; mentre sono a pranzo, Baobab si addormenta improvvisamente e, al risveglio, non riconosce Teco e crede si tratti di un sogno, per cui, di fronte alle ansie del vecchio, il protagonista ne asseconda il delirio, affermando di trovarsi nel sogno per aiutarlo a piantare un baobab che l’apicoltore tiene ancora in un vaso. Tornato sui tetti, Teco soccorre Stella, ragazza straniera rimasta impigliata con il suo paracadute; improvvisamente, una mongolfiera atterra sul terrazzo e un uomo, Joe, cerca di raggiungere la ragazza che, in preda al panico, fugge con Teco nei condotti di areazione finendo nel convento delle suore. Nascosti nella dispensa, i due mangiano e bevono le provviste, fino a ubriacarsi, ma vengono scoperti da una suora, che viene aggredita da Teco, timoroso di averla uccisa erroneamente. Joe raggiunge i due e cerca di convincere Stella a tornare sulla mongolfiera, ma la donna lo colpisce e fugge con Teco. Tornati sui tetti, Stella racconta che Joe è il suo fidanzato e che stavano viaggiando in mongolfiera quando, presa dal panico percependosi intrappolata in una relazione non più soddisfacente, ha preferito paracadutarsi. Teco e Stella incontrano due gemelli nudi, che si presentano come “nudisti urbani”, che li conducono in un locale sui tetti; mentre Stella è a ballare, Joe e un gruppo di suore entrano nel bar, ma il ragazzo confessa a Teco di non essere lì per Stella, dal momento che preferisce rimanere in convento, felice di poter ricevere le attenzioni non più di una sola donna, bensì di un intero gruppo, cambiando idea nel momento in cui Stella decide di tornare con lui, definendola una strega che ha in mano i fili del suo cuore. Mentre ballano, i due amanti scatenano la gelosia delle suore, che si scagliano contro la ragazza.

Nel locale, Teco viene raggiunto dal muto, che lo conduce alla base segreta dei bambini; egli rivela di non essere un bambino, bensì un nano, e di poter parlare, comunicandogli che il razzo è pronto, ma a mancare è solo il pilota, compito che affida a Teco in quanto “esploratore di tetti”. Dopo aver assistito alla partenza del razzo e di Teco, i bambini rimangono a guardare la luna.

f

Film inusuale, soprattutto nel panorama italiano contemporaneo (dominato da commedie e realtà di provincia), l’esordio di Fulvio Risuleo si distacca dal realismo, adottando uno sguardo bizzarro e surreale sull’esistenza (tipico dei suoi primi cortometraggi), la cui unica via di fuga rimane inesorabilmente la fantasia, in un finale dalle venature malinconiche che non può non riportare alla memoria il famoso volo che conclude Miracolo a Milano di De Sica. Il film si apre e chiude simbolicamente sullo sguardo della macchina da presa rivolto verso l’alto, inizialmente mostrando, attraverso inquadrature in camera-car e contre-plongée, edifici che si scagliano sul cielo, un’infinita massa azzurra apparentemente vuota che, solamente nel finale, grazie all’assenza dei raggi solari (portatori di microbi, come evidenziato dalla bambina amica di Teco), rivela la figura salvifica della luna. Nell’indagare la crisi esistenziale dell’uomo contemporaneo, Risuleo richiama un certo cinema moderno, in particolare Fellini e il suo amore per l’onirico e l’ambiguo che emerge sin dal volo del misterioso gabbiano robotico (il cui attacco sembra ricordare Gli uccelli di Hitchcock), che, controllato dalle misteriose suore, sorvola Roma come la statua religiosa ne La dolce vita. Anche se nel finale Risuleo sembra tornare agli albori del cinema stesso e del suo linguaggio, nel territorio delle attrazioni tipi13

che del cinema delle origini, utilizzando una scenografia artigianale che non cela la sua natura fittizia (grazie all’escamotage narrativo del razzo costruito dai bambini), immerso in fumi e nebbie che invadono il profilmico prima di diradarsi e rivelare la scomparsa del razzo; senza la pretesa di realizzare moderni effetti speciali in assenza di attrezzature adeguate e un budget sufficiente, il merito di Risuleo è di saper utilizzare i limiti della propria produzione sfruttando l’artigianalità tipica del “trucco”teatrale, recuperando un linguaggio passato che, nel suo effetto anacronistico, risulta perfetto nel richiamare l’intramontabile Viaggio nella luna di Méliès. Teco (dal latino tecum, “con te”) accompagna lo spettatore in un “paese delle meraviglie”nascosto sui tetti romani, configurandosi (anche esteticamente) come alter-ego del regista; entrambi, con il loro atteggiamento nichilista che non risparmia neanche la chiesa (le suore come soggetto e oggetto di attrazione sessuale), rompono con una visione standardizzata del reale, utilizzando l’immaginazione come arma per vivere e osservare la propria realtà da differenti angolazioni, similmente ai sabotaggi dei bambini nei confronti dei robot, finalizzati a rubare i pezzi della reliquia per costruire la propria mummia. Per affrontare il grigiore dell’esistenza è necessario il riaffiorare di quel “fanciullino” pascoliano in grado di trovare meraviglia nell’ordinario, la fantasia nel reale e di costruirsi nuovi punti di vista sull’esistenza. Leonardo Magnante


di Letizia Lamartire

SAREMO GIOVANI E BELLISSIMI

Origine: Italia, 2018 Produzione: CSC- Centro Sperimentale di Cinematografia Production con Rai Cinema Regia: Letizia Lamartire Soggetto: Marco Borromei Sceneggiatura: Marco Borromei, Letizia Lamartire, Anna Zagaglia, Federica Pontremoli (supervisione) Interpreti: Barbora Bobulova (Isabella), Alessandro Piavani (Bruno), Massimiliano Gallo (Umberto), Federica Sabatini (Arianna), Elisabetta de Vito (Amalia), Ciro Scalera (Giorgio), Paola Calliari (Isabella giovane), Victoria Silvestro (Martina), Tiziana Viano (Madre di Martina), Matteo Buzzanca (Manager Torrione), Gianvincenzo Pugliese (Tastierista), Gianluca Pantosti (Batterista) Distribuzione: 01 Distribution Durata: 92’ Uscita: 20 settembre 2018

Nei primi anni ’90 Isabella, diciottenne, sarebbe potuta diventare una star: l’incisione di un disco di gran successo, la sua partecipazione a programmi musicali e la presenza nei locali estivi della costa romagnola le stavano costruendo le premesse per un futuro sfolgorante. L’improvvisa e inaspettata gravidanza, il padre del bambino (il produttore musicale) che presto si dilegua, l’ostilità della madre (spingeva per l’aborto) che comprende subito il facile baratro del fallimento, cambiano di colpo la vita di Isabella. Dopo vent’anni, lei e Bruno, il figlio che ha voluto contro tutto e contro tutti, costituiscono un duo musicale che si esibisce al Big

n

Star, un locale di Comacchio gestito da un vecchio amico, Giorgio: questi li ha sempre aiutati, affittando loro un suo appartamento e tenendo nel locale Bruno come barman nei giorni in cui non fanno musica. Giorgio è però costretto ad assottigliare le serate a loro disposizione perché gli incassi sono sempre più magri: per il week end ha ingaggiato, infatti, un gruppo rock guidato da Arianna, ben preparato musicalmente e che riscuote subito un grande successo presso il giovane pubblico. La novità esplode per Isabella come una bomba a tal punto che, presa dalla furia, volontariamente o no, investe con il motorino Arianna che va a terra, fortunatamente senza particolari conseguenze. Il forte rapporto tra Isabella e il figlio - a tratti morboso - a questo punto s’incrina: Bruno si avvicina al complesso attratto dalla musica e da Arianna, riuscendo a dimostrare la propria abilità con la chitarra. Isabella conosce Umberto, un ingegnere divorziato che sembrerebbe avere per il loro futuro delle intenzioni serie. È il rapporto tra madre e figlio che non riesce, invece, a sbloccarsi, se non a fatica. Bruno rinuncia, inizialmente, alla partenza per Londra con il gruppo e con Arianna con la quale ha passato delle belle ore d’amore; Isabella, molto malinconicamente, si esibisce da sola al Big Star senza riuscire a dare alla storia con Umberto una connotazione definitiva. Alla fine diventa tutto più chiaro, forse: madre e figlio stanno insieme al Big Star un’ultima volta, a dimostrazione di un attaccamento che non finirà mai. Bruno raggiunge Arianna e il 14

gruppo verso Londra. Isabella si reca dalla madre, che non vede da vent’anni, per riprendersi, forse, una vita normale. La storia del cinema è una storia di facce, di primi piani impressi nella memoria collettiva a nutrire un autonomo percorso onirico diverso per ognuno. Tali facce, tali primi piani sono l’espressione della direzione registica e capaci, in un percorso inverso, di determinarne la sua stessa ispirazione, arricchendola di sogni, di durezze, di malinconie e di quelle soluzioni d’immagine che pensava di non possedere. Così il volto in primo piano di Barbora Bobulova che ci regala fascino e seduzione e passione e smarrimento e il timore di dare, addirittura solo pensare di dare al rapporto con il figlio una connotazione che fa paura, spinge la regista a nutrirsi di questo volto per delineare tutta l’impalcatura del suo lungometraggio. È il primo per Letizia Lamartire, formatasi nel triennio di regia presso il CSC di Roma, perfezionatasi in altri studi accademici e di conservatorio comprendenti anche la musica e la recitazione. In seguito i cortometraggi, poi questo primo film nel quale manifestamente la regista non si risparmia e mette sul piatto tutte le sue risorse: mescola una stanchezza nostalgica, una capacità di sogno e di rimpianto, una continua nervatura pronta a esplodere nel possesso più assoluto, chissà nell’incesto. L’ambiguità agisce da padrona, la provocazione si trasforma sempre in possesso di persone, corpi, ambienti, in un appropriarsi continuo delle vite e delle cose di altri

l

c e

r r c v i

U

n R t R d n d n d p U i L p l r f p L r ‘ l a d p m d a a p p s m p l l


I

i a ,

è a , e , , , n

i a e , e r l

a e n o e : a ù

, , i

come se si fosse sempre in credito e sempre incapaci d’indipendenza. Di Bobulova abbiamo detto: il ruolo più forte della sua lunga carriera d’interprete ci dà momenti così intensi tali da accompagnarci verso l’abisso. Alessandro Piavani, il figlio Bruno, e lui non è da meno

- pur nella sua giovinezza - quanto a concentrazione e profondità. Determinante coloritura primaria del telaio narrativo e molto più di un accompagnamento è la colonna sonora del film: il riconoscimento speciale Sound Track Stars Award di Venezia 75 alla

musica di Matteo Buzzanca e alla voce di Barbora Bobulova premia l’armonia che prende anima e corpo nel rapporto madre/figlio per divenire anch’essa protagonista del film. Fabrizio Moresco

di Alessio Maria Federici

UNO DI FAMIGLIA

Origine: Italia, 2018

Luca è un ex attore che tiene lezioni di dizione nello studio presso il bell’appartamento romano che condivide con la compagna Regina, che ha un negozio di antiquariato. L’ambito è quello della Roma bene, dove vive al di sopra delle proprie possibilità, come fanno i facoltosi amici di Regina. Uno dei clienti di Luca è Mario, giovane di origini calabresi, che intende correggere il marcato accento perché vorrebbe diventare attore. Un giorno Mario rischia di essere investito da un’auto sotto casa di Luca; quest’ultimo lo salva proprio davanti agli occhi di Angela, la zia del ragazzo. La famiglia del ragazzo da quel momento non può fare a meno di mostrargli la propria riconoscenza. Quello che però Luca non sa è che si tratta dei Serranò, una potentissima famiglia di ‘ndranghetisti che tiene in mano le sorti della Capitale. Luca viene accolto come uno della famiglia dal boss Peppino e da tutti i componenti del clan, anche perché gli mettono in mano una bella cifra in denaro, promettendogliene ancora affinché si dedichi con particolare attenzione al loro rampollo. Sempre a corto di liquidi e per questo preso in giro dagli amici benestanti di Regina, Luca è un uomo mite, che non riesce a far valere i propri diritti: un disabile occupa la sua casa e non gli paga l’affitto, lui non ha il coraggio di sfrattarlo.

l

Zia Angela arriva quindi come un vero e proprio deus ex machina in grado di aprire ogni porta. Gli affari della famiglia infatti sono gestiti da lei, sorta di dark lady dai modi sbrigativi, che senza troppi preamboli cerca di sedurre il povero Luca. Da questo momento ha inizio una serie di equivoci e fraintendimenti che mettono Luca nella scomoda posizione di doversi barcamenare tra le pressanti richieste di Angela e il suo cercare di restare suo malgrado nell’orbita della famiglia calabrese, senza però compiere atti illegali. Regina vede sempre più il compagno perdersi nella tela seduttiva dell’allegra famigliola. Sembra un sogno per il timido Luca, che riesce a pagare tutti i debiti, sfrattare dal suo appartamento il finto disabile, riavere la patente e dare una bella lezione agli amici di Regina. Tutto questo però non può non avere conseguenze e in casa di Luca arriva la polizia. Regina a quel punto lo butta fuori. Nonostante gli sforzi per allontanarsi dai Serranò, vista la situazione ormai di pericolo, Luca rimane coinvolto in uno scontro e viene arrestato. Dopo qualche mese esce di prigione e con Regina decide di andare a pranzo al mare per festeggiare e lasciarsi tutto alle spalle. Peccato che a gestire il ristorante sia zia Angela.

l

La commedia italiana ha una lunga tradizione nello schernire la crimi15

Produzione: Luigi Musini, Olivia Musini per Warner Bros., Cinemaundici Regia: Alessio Maria Federici Soggetto e Sceneggiatura: Giacomo Ciarrapico, Alessio Maria Federici, Andrea Garello Interpreti: Pietro Sermonti (Luca), Moisè Curia (Mario), Sarah Felberbaum (Regina), Lucia Ocone (Zia Angela), Nino Frassica (Peppino Serranò), Alan Cappelli Goetz, Giampiero Judica (Stefano), Neri Marcorè (Alfredo), Emanuele Cerman (Politico ciociaro), Anna Della Rosa (Fabiana), Massimo De Lorenzo (Carmine), Eleonora Albrecht (Poliziotto Monica) Distribuzione: Warner Bros. Durata: 97’ Uscita: 25 ottobre 2018

nalità organizzata, un archetipo diventato quasi un sottogenere. Decenni addietro si parlava inevitabilmente di mafia, mentre da tempo in tv e sui giornali la criminalità in Italia è per lo più associata a camorra e ‘ndrangheta, non meno tentacolari rispetto alla loro versione siciliana. Alessio Maria Federici, dopo la svolta con Terapia di coppia per amanti, sceglie di portare Pietro Sermonti in territori ancora più ambizio-


si, costruendo intorno all’attore una commedia mafiosa dagli esiti imprevedibili. Scritto con intelligenza da Giacomo Ciarrapico e Andrea Garello, autori rispettivamente di Boris e Smetto quando voglio, Uno di famiglia ride in modo amaro delle contraddizioni di questo Paese, che sembra non essere in grado di far funzionare le cose se non ricorrendo a mezzi illeciti, considerandoli come normali. È questo il grande interrogativo che pone il film: visto che la legge, la civiltà e l’educazione sembrano ormai moneta di nessun valore, la scorciatoia, anche illegale, sembra essere l’unica certezza possibile. Il protagonista è costantemente combattuto tra il denaro, la possibilità di risolvere facilmente ogni problema e il disprezzo per i metodi usati. Il linguaggio utilizzato è quello della televisione italiana, non essendoci nessun azzardo registico nella composizione delle scene, né nel linguaggio visivo e sonoro. In primo piano c’è la narrazione. Vediamo equivoci, piccole

vendette, assalti sessuali a vuoto, tutto in un modo o nell’altro è sottilmente collegato a quel tema. Alla fine non ci saranno risposte o vere risoluzioni, ognuno potrà trarre le proprie conclusioni. Ce n’è per tutti: fiction scadenti (memorabile la scena in cui tutta la famiglia Serranò vede la puntata del poliziesco con protagonista Mario, impegnato in dialoghi imbarazzanti), radical chic ipocriti, truffatori, ma non per questo si abbandona la leggerezza. Si ride e di gusto, lasciando spazio anche a momenti d’azione. L’intelligenza comica del film è proprio quella di saper costruire le disavventure ironiche di un povero innocente finito, suo malgrado, in mezzo a un branco di leoni. Zia Angela e Don Peppino mettono paura. Ogni loro gesto, ogni loro battuta, trasuda una violenza che contrasta con la trasognata mitezza dell’uomo comune. Pur arricchita da dialoghi brillanti e gag riuscite, la forza comica del film di Federici risiede in questo contrasto. Ed è la verosimiglianza delle

di Filippo Bologna

reazioni che nascono da ciò a creare uno humor nero che, pur divertendo il pubblico, riesce a stabilire un ulteriore legame tra spettatore e sfortunato protagonista. Il film non è però privo d’imperfezioni. Infatti è costellato d’incongruenza e sviste, come il fatto che Nino Frassica, capofamiglia di un clan calabrese, parla senza esitazioni il suo solito siciliano. Quello che compensa qualche defaillance è un cast molto ricco. Pietro Sermonti si è ormai specializzato nei ruoli da cialtrone che vive di menzogne ed espedienti, Nino Frassica è una maschera comica perfetta, Sarah Felberbaum diffonde bellezza con il suo sorriso e Lucia Ocone ha un talento esplosivo. L’attrice non solo fa suo un accento credibile, ma incarna perfettamente il ruolo della donna di potere del Sud. La sua determinazione è l’asse portante della storia e la spina dorsale del film, perfettamente contrapposta alla morbidezza di Pietro Sermonti. Veronica Barteri

COSA FAI A CAPODANNO?

Origine: Italia, 2018 Produzione: Isabella Cocuzza, Artturo Paglia per Paco Cinematografica Regia: Filippo Bologna Soggetto e Sceneggiatura: Filippo Bologna Interpreti: Luca Argentero, Massimo De Lorenzo, Carlo De Ruggieri, Isabella Ferrari, Alessandro Haber, Ilenia Pastorelli, Vittoria Puccini, Ludovico Succio, Valentina Lodovini, Riccardo Scamarcio Distribuzione: Vision Distribution Durata: 95’ Uscita: 15 novembre 2018

Valerio e Marina si dirigono verso uno chalet per partecipare a una misteriosa festa di capodanno; bloccati dalla neve, Valerio monta le catene ma Marina, mettendo in

v

moto e accelerando erroneamente, gli amputa un dito. Nello chalet, Mirko e Iole, coppia di ladri in cerca di una cassaforte, in crisi tra loro vista la morbosa gelosia di lei e i tradimenti di lui, si fingono padroni di casa di fronte all’arrivo improvviso di Romano, politico paraplegico, e della sua giovane compagna Nancy, giunti per lo scambio di coppia organizzato dai proprietari, seguiti da Domitilla e suo figlio Jacopo, alla ricerca di un quadro di valore, dipinto dal padre del ragazzo prima della sua nascita. Mentre preparano la cena a causa del ritardo del catering 16

ordinato per la serata (i cui due dipendenti sono dispersi tra i monti), Nancy racconta a Iole che Romano è rimasto paraplegico per essersi gettato da uno scoglio troppo alto durante una gara con amici, ma secondo lei sta fingendo; entrambi hanno scelto di partecipare alla serata per i gusti scopofili di Romano, ormai impotente, che si eccita nel guardare Nancy fare sesso con altre persone. Nel frattempo, gli invitati dibattono di politica: mentre Romano ritiene l’integrazione pericolosa per l’identità italiana, Domitilla e soprattutto Jacopo si

m z N l m v

p r R J t I t s s d m f s a i p s n c

d r d c c m u l o d d n

n m c a n s g d R m i

n i


e e m . o n l

e . e , m o n i a -

i

?

e i e o a a o i i e e e , i

mostrano favorevoli all’accoglienza. Scambiando i “funghetti” di Nancy come commestibili, Iole li mette in tavola e Domitilla ne mangia uno, perdendo progressivamente il contatto con la realtà. Domitilla e Nancy si spogliano per fare un bagno nella piscina riscaldata in giardino, eccitando Romano e tentando di includere Jacopo, schifato dal comportamento della madre, nel gioco seduttivo. Intanto il padrone di casa, Badara, tenuto immobilizzato in cantina, si libera e aggredisce Mirko, ma sceglie di non ucciderlo, in cambio di Iole che, per vendicare i tradimenti del compagno, accetta di fare sesso con lui. Mirko e Iole presentano Badara agli altri ospiti, affermando di aver finto di essere i padroni per rendere la situazione più piccante; Romano, mosso dalle sue idee razziste, si mostra restio nell’accettare Badara, in quanto di colore. Jacopo trova Laura, la moglie di Badara, immobilizzata in camera da letto ma, credendo si tratti di una pratica bondage, fa sesso con lei, per poi liberarla. Stufo del comportamento sgradevole di Romano, Jacopo, che rivela di essere un suo ex studente universitario, lo accusa di essere una persona orribile, un pessimo insegnante, disinteressato al bene dei suoi studenti, e un politico mosso da tornaconti personali. Mirko esce dallo chalet per urinare, accompagnato da Romano, ma Domitilla, in preda alle allucinazioni, crede che sia Romano a stare in piedi, per cui lo comunica a Nancy che, credendo che i suoi sospetti siano avvalorati, aggredisce il compagno; gettandosi dell’acqua bollente sulle gambe, Romano le dimostra di non aver mai mentito e, umiliato, si suicida in piscina. Scoperto il cadavere di Romano, Mirko vuole fuggire ma Iole si infuria per il suo menefreghismo,

per poi confessargli di essere incinta ma di voler crescere il bambino da sola e di rimanere da Badara, con cui non ha fatto sesso ma solo preso accordi di lavoro. A mezzanotte, Iole lascia Mirko e rimane con Nancy, Jacopo torna a casa con Domitilla dopo aver ritrovato il quadro, raffigurante una scena di sesso tra i genitori, e i due del catering assistono all’apparizione di luci aliene, come profetizzato da Radio Italia. Collaboratore alla sceneggiatura di Perfetti sconosciuti, Filippo Bologna utilizza alcune delle caratteristiche narrative e registiche del film di Genovese per strutturare il suo esordio alla regia, una black comedy ambientata in unità di tempo, spazio e azione, sebbene ci siano dei brevi flashback e sequenze nei boschi in cui i due dipendenti della ditta di catering si perdono. Il regista ha dichiarato che il film vuole raccontare il nostro presente attraverso il pretesto del sesso, rendendo il capodanno la metafora dell’insoddisfazione e dell’alienazione dell’individuo contemporaneo, costantemente inappagato dalla propria vita e geloso di quella altrui, ossia di tutte quelle “feste di capodanno” a cui non ha potuto partecipare (come specificato nel dialogo finale tra Domitilla e Jacopo); emerge una sottotraccia politica incarnata da Romano, sostenitore di una destra radicale come unico mezzo per annientare il fenomeno dell’immigrazione e difendere un’italianità minacciata, sebbene Bologna specifichi di aver scritto il film un anno prima dell’esplosione dei populismi, anticipatore di tutte quelle contraddizioni e tensioni che al giorno d’oggi animano il nostro Paese. Per il suo kammerspiel, Bologna omaggia le caratteristiche

c

17

della commedia all’italiana, nella sua mescolanza di dramma e risata, inserendo degli intermezzi grotteschi, se non macabri (l’amputazione del dito di Scamarcio da parte della Lodovini, nel loro cameo totalmente estraneo allo sviluppo diegetico) e surreali (l’allucinazione della Ferrari, in cui si rappresenta come una Madonna nell’atto di allattare suo figlio, sebbene adulto, oppure le luci aliene); nel finale, in seguito ai tradizionali scontri che conducono alla disgregazione del nucleo costruitosi durante la serata, la macchina da presa vaga all’interno delle stanze dello chalet, ormai vuoto, rievocando le voci spettrali degli invitati, ricordi ormai andati che restano solamente come delle tracce invisibili, similmente al finale del recente A casa tutti bene di Muccino. Sebbene abbia le potenzialità intrinseche, sia a livello simbolico che politico, il film sembra non trovare una propria identità a causa dell’eterogeneità degli argomenti, che non si amalgamano coerentemente, rimanendo piuttosto superficiali, come l’evoluzione dei personaggi che, a causa di una sceneggiatura abbastanza incerta, non riescono a strappare delle risate autentiche e, al contempo, malinconiche come nelle più riuscite commedie all’italiana. Leonardo Magnante


di Valeria Golino

EUFORIA

n d

Origine: Italia, 2018 Produzione: Viola Prestieri, Nicola Giuliano, Francsca Cima, Carlotta Calori per HT Film, Indigo Film con Rai Cinema Regia: Valeria Golino Soggetto: Francesca Marciano, Valia Santella, Valeria Golino Sceneggiatura: Francesca Marciano, Valia Santella, Valeria Golino, Walter Siti (collaborazione) Interpreti: Riccardo Scamarcio (Matteo), Valerio Mastandrea (Ettore), Isabella Ferrari (Michela), Valentina Cervi (Tatiana), Jasmine Trinca (Elena), Andrea Germani (Luca), Marzia Ubaldi (Madre Ettore e Matteo), Iaia Forte Distribuzione: 01 Distribution Durata: 115’ Uscita: 25 ottobre 2018

Matteo è un imprenditore di successo, affascinante omosessuale, dinamico. La sua è una vita piena, tra viaggi e serate mondane nel suo attico romano. Accanto a lui c’è sempre il suo amico fraterno Luca. Un giorno riceve la notizia che al fratello Ettore è stato diagnosticato un tumore al cervello non operabile. Per il momento dovrà sottoporsi a pesanti cure. Matteo decide di tenere all’oscuro il fratello dicendogli che si tratta solo di una cisti. Dopo essere andato a prendere Ettore a Nepi, il paese vicino a Roma in cui vive, Matteo decide di ospitarlo per qualche tempo nella sua casa, soprattutto durante il ciclo di cure. Nell’attico di Matteo arriva anche Michela, ex moglie di Ettore che l’uomo ha lasciato perché innamorato di una donna più giovane. La donna, disperata, non sa più cosa pensare dell’ex marito. Ettore inizia le sue cure in ospedale, il fratello gli offre il suo autista per spostarsi e gli dà la sua carta di credito. Nel frattempo

m

s a

Matteo si fa operare per un vezzo estetico facendosi impiantare delle protesi ai polpacci. Ettore deve continuare le sue cure a casa con delle flebo. Matteo porta delle capsule al fratello ma toglie le scatole e il bugiardino per non farglielo leggere. Durante una conversazione confidenziale, Ettore parla al fratello di Elena, la donna di cui si è innamorato. Poi parla della ex moglie definendola vacua e superficiale. I due fratelli salgono su un traghetto e sbarcano a Medjugorje, si recano in un istituto religioso ma non vanno in pellegrinaggio per l’apparizione della Madonna perché il giorno utile è passato. I due fratelli fanno un cammino su un monte. Tornati a Roma, Ettore si sottopone a una risonanza magnetica, un professore gli dice che per ora non dovrà essere operato perché deve sottoporsi a un ciclo di radioterapia. Poco dopo, informato che c’è stato un movimento sospetto sulla sua carta di credito, Matteo va da Ettore che confessa di essersi comprato un orologio Cartier da 9.000 Euro. I due fratelli discutono, Ettore chiede a Matteo perché lo fa stare lì, poi si sente male e perde i sensi. In ospedale, il fratello gli sta accanto. Quella sera Matteo dà una festa a casa sua e tenta un approccio con uno sconosciuto che lo respinge brutalmente. Subito dopo si imbottisce di tranquillanti, si siede su un cornicione e si sente male. Si sveglia accanto all’amico Luca che gli dice che è un tossico e si deve far curare. Luca confessa di essere innamorato di lui. Poco dopo, in ospedale da Ettore c’è tutta la famiglia. Rimasti da soli, i due fratelli scherzano 18

imitando un balletto di Stanlio e Ollio. Il giorno dopo Matteo va a Nepi e incontra Elena raccontandole come stanno le cose. La donna va a trovare Ettore a casa di Matteo. Quest’ultimo porta Elena e il fratello al mare. Quella sera, la ragazza torna al suo paese. Ettore piange, dice che Elena non doveva venire, pensa di averle fatto pena, poi confessa di avere paura. Il giorno dopo Matteo non riesce a rintracciare Ettore, a casa non risponde nessuno e neanche l’autista l’ha visto. Dopo diverse ore, Ettore risponde al cellulare, sta facendo una passeggiata, dice che non vuole più andare in ospedale. Matteo gli chiede scusa, il fratello dice di essere stanco e di essere consapevole che sta morendo. Matteo lo vede in lontananza. Ettore è incantato da uno stormo in cielo. Matteo scende dall’auto e gli corre incontro. I due fratelli si abbracciano sotto un cielo pieno di uccelli. Cos’è l’euforia? “Euforia è quella sensazione bella e pericolosa che coglie i subacquei a grandi profondità: sentirsi pienamente felici e totalmente liberi. E’ la sensazione a cui deve seguire l’immediata decisione della risalita prima che sia troppo tardi, prima di perdersi per sempre in profondità”, con queste parole Valeria Golino spiega il senso del titolo della sua seconda opera da regista. La storia che ha deciso di portare sullo schermo, scritta insieme a Francesca Marciano e Valia Santella con la collaborazione di Walter Siti, parla di due fratelli diver-

c

c r c c d m m s

d l

n l t s d s z u t s c f

c d m s d e p t l


A

e a i a , n e e

a e e , e l i . o e i i

a a e e o o a

a -

sissimi e nasce dai racconti di un amico della regista. Matteo ed Ettore sono due uomini che, come due subacquei, hanno deciso in qualche modo di perdersi. Il primo, narcisista di successo con il culto del corpo, passa le serate ‘sballandosi’ tra feste e uscite con gli amici, il secondo, professore compassato e insoddisfatto, fresco di separazione, nasconde la sua mancanza di coraggio dietro una maschera di disillusione e sarcasmo. La collisione avviene a causa dell’irrompere della malattia nelle loro vite. In questo senso la storia narrata nel film coglie con grande sensibilità il nostro presente. Un presente che sembra in effetti, come ha sottolineato la Golino nelle note di regia, “negare e rimuovere costantemente la transitorietà e irrazionalità proprie della condizione umana, spingendoci illusoriamente a credere di avere il controllo assoluto sulle nostre vite, sui nostri corpi, di poter vincere il tempo, fuggire il dolore”. La malattia di Ettore è invece proprio il luogo della fragilità, della caducità, è qualcosa che ci mette di fronte ai limiti della nostra esperienza umana. Il tempo della malattia è anche il tempo per entrare in contatto con la nostra parte più profonda e preziosa. Un tempo utile anche a fare i conti con le proprie ipocrisie e a riconoscersi. Ed è proprio questo il percor-

so compiuto dai due protagonisti, Ettore e Matteo, che si ritrovano, riconoscendo loro stessi e i loro limiti, scegliendo di non rimandare più il momento della consapevolezza e di tornare in superficie, come due subacquei. Dopo Miele del 2013, Valeria Golino sceglie per la seconda volta di raccontare la morte. I due film sono definiti dalla regista “speculari e opposti”: mentre nel primo la protagonista “portava” dolcemente la morte, questa volta uno dei due protagonisti cerca di rimuoverla e combatterla. Evitando abilmente, per questa volta, qualsiasi forma di pietismo e qualunque ricerca di facile commozione, la Golino riempie Euforia di quell’atmosfera ‘leggera e disperata’ da lei stessa evocata. I due protagonisti sono fortemente caratterizzati: un giovane uomo, bello e vincente, creativo (si occupa di arte e di ‘installazioni’ per gli ambienti vaticani), famelico di vita, frivolo ed estremo (vive in cerca di sensazioni forti date dal sesso e dalla cocaina) e un uomo più ‘lento’, imprigionato nell’esistenza grigia e monotona di un piccolo paese, quasi spento in un anonimato di facciata e forse già stanco della vita. Su questo incontro-scontro ruota tutto il film, in cui Matteo ed Ettore man mano si scoprono e ri-scoprono per ritrovarsi alla fine quasi bambini (come nel balletto di Stanlio e Ollio improvvisato in ospedale). Gran

CONVERSAZIONE CON TIRESIA. DI E CON ANDREA CAMILLERI 11 Giugno 2018, Teatro Greco di Siracusa. Andrea Camilleri propone un suo particolare pensiero su Tiresia, l’indovino che ha suggestionato e se-

1

dotto autori, attori e personaggi in un enigma che continua ancora oggi e che, molto probabilmente, continuerà. Tutto questo è stato composto con i tratti di un docufilm con la regia di Roberto Andò e Stefano

19

parte della riuscita della pellicola ruota attorno alle prove dei due attori, uno - Scamarcio - convincente come non mai e un Mastandrea in stato di grazia che offre un meraviglioso ritratto del fratello malato (forte anche della sua esperienza con un tema così difficile avuta con la serie televisiva La linea verticale” di Mattia Torre). Solo una mano delicata e sensibile come quella della talentuosa Golino poteva firmare un’opera così intensa e drammatica, allo stesso tempo ironica e dolorosa. Euforia è davvero un film leggero e disperato, come solo la vita sa essere. E quello sguardo rivolto all’insù nel cielo, quasi a cercare una risposta o forse una strada verso la salvezza, è indicativo di un continuo gioco tra alto e basso, cielo e terra, morte e vita, trascendenza e immanenza. E così, in tale sospensione, è colto quell’abbraccio finale dei due fratelli, sotto un cielo popolato da stormi di uccelli. Elena Bartoni

di Roberto Andò, Stefano Vicario Origine: Italia, 2018 Produzione: Carlo Degli Esposti per Palomar Regia: Roberto Andò, Stefano Vicario Soggetto e Sceneggiatura: Andrea Camilleri Interpreti: Andrea Camilleri (Narratore) Distribuzione: Nexo Digital Durata: 85’ Uscita: 5 novembre 2018


Vicario in uno spettacolo composto da un solo monologo, un solo autore, un solo attore, un solo personaggio in scena. Anche se, in verità i personaggi sono una folla, una miniera di dei, uomini e donne raccontati da Camilleri in una narrazione che parte dai miti greci e poi Omero, Sofocle naturalmente, Seneca e Dante fino a Pasolini e il suo personalissimo Edipo Re. La cecità di Tiresia sembra iniziare lontano, da quando fece imbestialire Era, la moglie di Zeus facile a imbestialirsi per un giudizio non gradito sull’orgasmo femminile. Zeus, per riparare la vendetta della moglie, regalò a Tiresia la preveggenza per compensare la cecità, cosa di cui ancora oggi Tiresia/Camilleri si domanda se sia stata davvero un regalo. Oppure la misteriosa cecità deriva da un affronto commesso verso una dea, Atena, di cui lui ragazzo si permise di ammirare il corpo nudo. Aggiungiamo anche la leggenda della doppia sessualità di Tiresia, prima uomo, poi donna, poi di nuovo uomo, secondo il capriccio degli dei che lo colpevolizzavano e lo assolvevano di fatti e peccati veri o presunti. Comunque, ormai cieco e indovino, prosegue per fermarsi subito a superare quel gradino in cui uomo e personaggio si uniscono in maniera misteriosa e densa di dolore

nella figura dell’indovino di Edipo. Sofocle fu il primo che spogliò il personaggio del suo mito per calarlo nella quotidianità sofferente di un’intera città, Tebe e del suo re disperato. Ecco, qui comincia il vero percorso di Camilleri che, attraverso il suo personaggio considera gli autori che si sono occupati di lui per analizzare verità e manipolazioni, riflessioni e invenzioni di cui la storia non ha potuto fare a meno. Due incontri su tutti: Dante Alighieri mette Tiresia nella bolgia infernale degli indovini, condannato ad avere il petto al posto delle spalle “…perché volse vedere troppo davante, di retro guarda e fa retroso calle”. Naturalmente Freud, che Camilleri non presenta come una gran figura ma come uno che si è “inventato” un meccanismo che poi ha permesso agli psicoanalisti del secondo novecento di fare un sacco di soldi con le loro terapie. Al culmine dell’emozione, un grande rammarico, un grande dolore che Camilleri confessa riferendosi a Primo Levi e alla sua opera letteraria e poetica: “Io Tiresia non riuscii a prevedere quell’orrore…. i nazisti volevano che gli uomini diventassero bestie, un numero tatuato sul braccio… un orrore simile non è prevedibile, non è pensabile da un uomo!” Sono le parole stesse del grande vecchio a racchiudere e a regalarci il suo spettacolo: “Da quando Zeus, o chi ne fa le veci, ha deciso di togliermi di nuovo la vista, questa volta a novant’anni, ho sentito l’urgenza di riuscire a capire cosa sia l’eternità e solo venendo qua posso intuire, solo su queste pietre eterne”. Perché un cieco di novantatré anni recita da cieco e parla di un cieco? Per sfidare gli dei, per andare fino in fondo all’eternità

p

20

dell’uomo, per dimostrare di essere superbo davvero e di potere fronteggiare il destino calcando quelle pietre che furono calpestate un tempo dal “vero” Tiresia? Ognuno può pensarla in tanti modi e interpretare lo spettacolo come crede ma capisce di avere trovato la chiave che accomuna tutte le interpretazioni nel momento stesso in cui Camilleri entra in scena. Una figura scultorea, un monumento di se stesso ma pronto a mettersi in gioco per osare l’inosabile; vestito di scuro, camicia bianca e berretto siciliano (o della Magna Grecia o Fenicio o Egizio…) entra nello spazio bianco, antico e modernissimo, pronto ad accoglierlo. E’ accompagnato da una ragazza vestita di bianco e trova accanto alla poltrona in cui siede per la sua narrazione un tavolino con una macchina da scrivere e una caraffa d’acqua. Nient’altro. Accovacciato per terra un ragazzino (forse un suo vero pronipote, a chiudere il sogno di gioventù suggerito dalla ragazza), pronto a porgergli l’acqua o a sostenerlo in qualcosa ma non ce ne sarà bisogno. “Chiamatemi Tiresia” esordisce il grande vecchio e suscita il primo applauso nel comune ricordo di un altro grande incipit, quel “Chiamatemi Ismaele” del Moby Dick di Melville. Perché è stato scelto lo stesso inizio? Perché entrambi i personaggi hanno preferito farsi in qualche modo chiamare anziché dire semplicemente il proprio nome? Perché entrambi vogliono lasciare a disposizione di chi li legge o li ascolta il mezzo per toccare la grandezza e l’impossibile: Ismaele affronta il dramma e l’emozione della vendetta, dell’azione eroica contro il male; Tiresia, il mistero stesso dell’esistenza umana. Entrambi sono attratti dal fascino dell’ignoto. Non hanno bisogno né

v g n s

u d c p m r

n d s f g fi s l t e v q P m A p g m g p F A m s M l l s d a p p q


e n

i e a n

; e a a -

a n a

, ù a n -

e o n i

-

e ? o a e e a o o é

voglia di presentarsi: che sia la gente, utilizzando il nome che viene offerto a provare con loro le loro stesse passioni. Tutto lo spettacolo di Camilleri è uno scambio continuo tra la storia di Tiresia e la propria: il mito pare confondersi con la realtà e contemporaneamente nutrirsi dei commenti, delle storie e delle considerazioni che l’attore sul palcoscenico

millenario ricorda, fa affiorare tra i suoi sentimenti, le soddisfazioni, il rammarico, il piacere e il dolore di un’intera esistenza. In alcuni momenti, soprattutto alla fine, si ha davvero la percezione che Tiresia, non più Camilleri, sia arrivato lì a Siracusa con i fondatori di Corinto e da lì non si sia mosso per raccontare e dirci cosa significhi essere uomini e dei

e come da entrambi i lati si possa gioire e soffrire, vivere e morire. Chiamiamolo Tiresia, se lui vuole essere chiamato così ma possiamo chiamarlo con il nome di tutti noi perché a tutti noi Tiresia parla, racconta, svelando le passioni, i misteri e gli orrori della stirpe degli uomini. Fabrizio Moresco

di Vincent Lobelle, Sébastien Thiéry

UN FIGLIO ALL’IMPROVVISO

Titolo originale: Momo

I coniugi Prioux, André e Laurence, stanno facendo la spesa al supermercato. All’improvviso, uno strano ragazzo si avvicina al carrello di André e gli butta dentro una scatola di cereali al cioccolato. Infastidito, l’uomo si allontana ma il giovane lo insegue e lo perseguita fino a rubargli il carrello. I Prioux sono costretti a fare di nuovo tutta la spesa. Tornati a casa, i due ritrovano il giovane che fa la doccia e mette a posto la spesa che aveva sottratto. I due restano di sasso quando quel ragazzo, che si chiama Patrick ed è sordo, li chiama mamma e papà. Mentre la reazione di André è rabbiosa, Laurent sembra provare tenerezza verso quel ragazzo che la abbraccia e la chiama mamma tanto che finisce per dargli le chiavi dell’auto del marito per andare a prendere la fidanzata. Frugando tra le cose del giovane, André trova una foto di lui e sua moglie da giovani in Marocco con scritto sul retro ‘mamma e papà’. Mentre André si arrabbia perché la moglie gli ha dato le chiavi della sua costosa auto, Laurent va al supermercato a restituire la spesa doppia. André affitta una bici e va al lavoro nel mobilificio di cui è proprietario, Laurence lo raggiunge per chiedergli se lo ha mai tradito, quel ragazzo potrebbe essere frut-

i

to di una sua scappatella. L’uomo confessa di aver avuto una storia da ventenne con una donna di quarant’anni, una greca di nome Jacqueline. Laurence cerca l’indirizzo della donna e si precipita da lei con il marito. Jacqueline, ormai anziana, confessa di aver avuto due figli, uno è morto e l’altro è in prigione. Dopo aver visto la foto di quest’ultimo, Laurence si accorge che non è il ragazzo che hanno trovato in casa. Per strada Laurence piange, vuole che Patrick sia il figlio che ha sempre desiderato, poi incolpa il marito se il ragazzo se ne è andato e forse non tornerà e lo minaccia con un cacciavite. Sempre più alterata, gli dice di non portarle via il figlio. Preoccupato per la salute della moglie, André chiama l’amico dottore Jean-François. André mostra delle foto all’amico e gli racconta che avevano aperto una pratica per un’adozione. Quel pomeriggio Patrick torna a casa insieme alla fidanzata cieca Sarah e al suo feroce cane. La ragazza è incinta. Al settimo cielo, Laurence accoglie affettuosamente la coppia in casa. Sopraggiunge anche Jean-François che si unisce al gruppo. Mentre cenano in un ristorante, Patrick e Sarah raccontano di essersi conosciuti su un sito porno e che hanno in programma di sposarsi tra un anno vicino Basilea. Patrick chiede a André se vuole essere suo papà, 21

Origine: Francia, 2017 Produzione: Olivier Delbosc per Curiosa Films, in Coproduzione con TF1 Droits Audiovisuels, TF1 Films Production, Versus Production, in associazione con À L’Origine Productions, Gabriel Inc. Regia: Vincent Lobelle, Sébastien Thiéry Soggetto: Sébastien Thiéry (opera teatrale) Sceneggiatura: Sébastien Thiéry, Pascale Arbillot (collaborazione) Interpreti: Christian Clavier (André), Catherine Frot (Laurence), Sébastien Thiéry (Patrick), Pascale Arbillot (Sarah), Hervé Pierre (Jean-François) Distribuzione: Cinema di Valerio De Paolis Durata: 85’ Uscita: 20 settembre 2018

l’uomo acconsente. Fuori casa, André confessa a Jean-François di sospettare che siano dei finti handicappati. Quella notte l’uomo ha un incubo. Il mattino dopo André si sfoga mentre la moglie va con Sarah dal veterinario per far visitare il suo cane e capire perché è così aggressivo. Il veterinario si accorge che il cane capisce solo il te-


desco. Poco dopo Sarah confessa a Laurent che nel pomeriggio torneranno in Svizzera. Nel frattempo, André fa esplodere un petardo in casa per mettere alla prova la sordità di Patrick. Le donne rientrano a casa e finalmente André può vedere la carta d’identità di Patrick. Dal documento l’uomo si accorge che il ragazzo di cognome si chiama ‘Priout’ e non ‘Prioux’ ed è figlio dei loro fastidiosi vicini di casa che lo maltrattavano. André dice la verità a Patrick: la sua famiglia abita nella casa accanto. Laurence è disperata, non vuole lasciar andare via Patrick. La donna corre in giardino e indica al marito un albero: cosa importa delle sue radici che sono nella casa dei vicini se poi l’albero cresce nella loro casa? Mentre la donna corre dietro a Patrick, a Sarah si rompono le acque. Tutti corrono in ospedale dove nasce il piccolo Bernard. Laurent dice a Patrick che vuole essere sua mamma, il ragazzo la abbraccia. Qualche mese dopo, la nuova famiglia in vacanza in Marocco scatta una foto uguale a quella dei coniugi Prioux di tanti anni prima. Figli all’improvviso, strane famiglie allargate, mariti a metà, parafrasando alcuni titoli di pellicole francesi uscite in Italia una dietro l’altra: si potrebbe pensare che il filone delle cosiddette ‘commedie familiari’ sia

f

diventato praticamente una fissazione dei cugini d’Oltralpe. Il film nasce dall’adattamento di una pièce teatrale dal successo inaspettato. L’autore Sébastien Thiéry pensò a un testo teatrale, Momo, basandosi sugli interrogativi di una donna che non ha figli ma che all’improvviso si trova davanti alla possibilità di adottarne uno come suo. Nona opera teatrale di Thiéry, Momo (che è anche il titolo originale del film) è stata la sua prima pièce a diventare film, grazie al produttore Olivier Delbosc che è rimasto toccato dall’impatto del lavoro sul pubblico dei teatri. Nel portare la commedia sul grande schermo, Thiéry si è servito in fase di mise en scène della collaborazione di Vincent Lobelle, regista al suo secondo lungometraggio. Il lavoro di Thiéry, che si è anche ritagliato il difficile ruolo di Patrick, il ‘figlio all’improvviso’ del titolo, ragazzo sordo e problematico, si è concentrato oltre che sul suo personaggio, sulla direzione degli attori. Nell’adattare la pièce per il cinema, l’autore si è avvalso, in fase di sceneggiatura, dell’aiuto di Pascale Arbillot, che nel film interpreta Sarah, la fidanzata cieca di Patrick. Pur spingendo sul pedale della comicità, il film riesce a mantenere un suo equilibrio trattando un tema delicato come quello dell’handicap, senza scadere in eccesso di “politically correct” da un lato o di

di Emmanuel Gillibert

aperta provocazione dall’altro. Aggiungendo ritmo alla pièce da cui è tratto, il regista-autore-attore Thièry dona respiro e dinamicità a un film che usa i meccanismi della commedia per scardinare più di qualche pregiudizio difficile a morire in particolare tra asfittici ambienti borghesi dove spesso regnano finte armonie di facciata. L’aspetto più grottesco del film è dato proprio dalla strana coppia di fidanzati portatori di handicap: i due sembrano davvero usciti da un film surrealista, una coppia alla Pierre Etaix o alla Jérôme Deschamps, come ha sottolineato l’attrice Catherine Frot. E sono proprio la classe e il talento di due istrioni come Christian Clavier - ormai una sicurezza quando si parla di ruoli da assoluto mattatore - e Catherine Frot - che sa unire compostezza borghese e slanci di affettività materna - il valore aggiunto di un film che si regge quasi interamente sulle loro spalle. La loro capacità di riempire lo schermo fa passare in secondo piano il twist sdolcinato di un finale piuttosto scontato. E così il film si lascia tutto sommato gustare, giocando bene con l’assurdità di certe situazioni e sciogliendosi in un caldo abbraccio che vede un’inconsueta famiglia allargata tra le sabbie del deserto marocchino. Elena Bartoni

FAMIGLIA ALLARGATA

Titolo originale: Les dents, pipi et au lit Origine: Francia, 2018

Thomas sta festeggiando la sua imminente trasferRegia: Emmanuel Gillibert ta a New York per lavoSoggetto e Sceneggiatura: Emmanuel ro con il suo coinquilino Gillibert, Marion Thiéry Antoine. Quest’ultimo Interpreti: Arnaud Ducret (Antoine), Louise è su di giri al pensiero che sarà Bourgoin (Jeanne), Roby Schinasi (Vincent) circondato da bellissime ragazze, Distribuzione: Notorius Pictures perché il suo nuovo coinquilino Durata: 105’ sarà il direttore di un’agenzia di Uscita: 17 maggio 2018 modelle. Produzione: Charlrs Gillibert per CG Cinéma

t

22

Il giorno dopo però, Antoine viene a sapere che il nuovo coinquilino non è più disponibile. Subito Thomas gli manda un messaggio dicendogli che ha trovato qualcun altro: una donna di nome Jeanne. Tornato a casa, Antoine si trova davanti una vera bellezza: alta, magra e con grandi occhi blu.

E r u b c t b a g R T s n n

a v d T t i p t d t c m c a p

l S p J c g c s T v l c a i q n

u z t d a p


a e a ù a i -

m a : a a e o e r i e i i

o e m , i n e

i

A

o o n

: .

Elettrizzato dall’idea di condividere l’appartamento con lei, prende una bottiglia di champagne per brindare. Ma viene interrotto dal campanello: aprendo la porta si trova davanti due rumorosi bambini, i figli di Jeanne, Theo di otto anni e Lou di cinque, accompagnati dall’ex marito della donna. Rimasto di sasso, Antoine chiama Thomas e se la prende con lui. Poi si ubriaca e si addormenta ma viene svegliato dalle urla dei bambini. In ufficio riceve messaggi degli amici che gli chiedono se la nuova coinquilina è bella, Antoine dice di sì e finge di essere felice. Tornato a casa, Antoine trova la tv occupata dai bambini che gli impediscono di vedere la partita, per avere il telecomando deve lottare a lungo. Ben presto, esausto di una quotidianità scombussolata, Antoine va da un avvocato per chiedere uno sgombero di abusivi ma il legale dice che non è il suo caso: quei bambini hanno diritto a stare in casa sua perché il proprietario gli ha dato le chiavi. Per Antoine continua la difficile convivenza. Un giorno gli amici Stan e Rick si presentano a sorpresa a casa sua per conoscere Jeanne. Antoine riesce a evitare che gli amici vedano i bambini. Il giorno dopo Antoine dice a Jeanne che lei i suoi figli devono andarsene, la donna si arrabbia perché Thomas le aveva detto che potevano stare per sei mesi. Esausto, l’uomo si sfoga con gli amici raccontando la verità. Intanto Jeanne parla male di Antoine con i suoi amici ma vuole restare in quella casa finché non avrà ottenuto il divorzio. Una notte Antoine e gli amici si ubriacano e portano delle ragazze in casa. Jeanne viene svegliata e chiama la polizia. Il giorno dopo Antoine teme che i bambini abbiano ingerito delle pasticche pericolose che Stan ha lasciato

in casa, in realtà la droga è nelle mani dell’amico. Scambiato dalla mamma di Jeanne per il nuovo compagno della figlia, Antoine viene invitato a passare la vigilia di Natale con lei e i bambini dai suoi genitori. L’uomo accetta a patto che se ne vadano entro un mese. La cena della vigilia a casa dei genitori di Jeanne è movimentata: Antoine viene costretto a vestirsi da Babbo Natale e vive momenti di paura sul cornicione. Il giorno dopo Antoine avverte Jeanne che organizzerà in casa una festa per Capodanno. I bambini partono con il papà. Alla festa di fine anno Jeanne si ubriaca e finisce a letto con Antoine. Il mattino dopo l’uomo è in imbarazzo. Theo e Lou tornano a casa, per Antoine è difficile trovare momenti di intimità con Jeanne. L’uomo cerca di corrompere i bambini rimpinzandoli di smarties. Un giorno Antoine si ritrova ad accompagnare insieme a Jeanne i bambini a una festa per poi finire in rissa con il padrone di casa vestito da clown. Al ritorno Jeanne si arrabbia e lo accusa di essere un uomo irresponsabile e infantile. Jeanne va via di casa e si fa ospitare da un’amica. Antoine si confida con gli amici che lo consolano dicendogli che ha scampato un bel pericolo. Poi brindano insieme alla libertà ritrovata. Tornato a casa, Antoine è assalito dalla malinconia. Sotto casa, l’ex marito di Jeanne gli restituisce il mazzo di chiavi dell’appartamento informandolo che la donna sta per trasferirsi a Marsiglia. Antoine si precipita all’aeroporto, la donna lo saluta e si avvia verso l’imbarco con i figli. Determinato a fermarla, l’uomo compra un biglietto e sale sull’aereo dove, dal microfono di bordo, implora Jeanne di non partire perché gli manca la sua famiglia. La donna gli corre incontro e lo bacia. 23

La commedia francese sembra aver trovato nelle ‘difficili convivenze’ un vero e proprio cavallo di battaglia degli ultimi anni. Tra ospiti indesiderati appartenenti ad altre etnie (Benvenuti in casa mia e Benvenuti ma non troppo) e difficili convivenze tra ex costretti a restare sotto lo stesso tetto per difficoltà economiche (Separati ma non troppo), il cinema francese ha cavalcato l’onda delle baruffe domestiche generate da coabitazioni impossibili. Anche il tema dei ‘figli all’improvviso’ è argomento sfruttato in lungo e in largo dal cinema d’Oltralpe a fini comici. Più o meno contemporanea nelle sale cinematografiche è stata infatti l’uscita di Un figlio all’improvviso, in cui una coppia di coniugi si trovava a dover gestire un ragazzone piombato in casa loro dicendo di essere il loro figlio e di questo Famiglia allargata dove uno scapolone impenitente e donnaiolo deve affrontare la quasi impossibile convivenza con una bella donna che ha l’unico ‘difetto’ di essere mamma di due pargoli. Se si somma una coabitazione forzata con, non uno ma due ingombranti figli all’improvviso, il risultato questa volta è una rumorosa ‘famiglia allargata’. Opera prima di Emmanuel Gillibert (che ha preso ispirazione da una sua personale esperienza) il film, pur prevedendo nello spunto iniziale un cenno a un fenomeno sociale in costante crescita negli

l


ultimi anni (e non solo in Francia) ovvero l’abitudine alla condivisione di un appartamento non più tra studenti universitari ma tra gli ‘over 40’, finisce per essere niente di più che una commediola di puro intrattenimento destinata a palati facili. Il guaio è che la storiella si rivela infarcita di luoghi comuni e stanche battute rivelando una struttura esile in cui è facile capire già dopo i primi minuti quale sarà l’inevitabile finale. Famiglia allargata rivela uno stile molto vicino alle fiction televisive inanellando una serie di gag animate da personaggi che rappresentano vecchi cliché. E se l’ordine imperioso che risuona sempre dopo cena, “denti, pipì e a letto” (che è anche il titolo originale del film) è volto all’indirizzo dei bambini, si rivela valido anche per il maturo scapolone padrone di casa. Il protagonista Antoine è

di Francesco Zippel

un quarantenne egocentrico, maschilista e bambinone, perennemente a caccia di “belle figliole” da conquistare e da portare nel suo bell’appartamento con vista Torre Eiffel, un irresponsabile impegnato a vivere come se non ci fosse un domani. Se non fosse che sulla sua strada (anzi, direttamente nella sua casa) troverà una donna matura, responsabile, madre di due pargoli, fresca di separazione che tenterà di instillare un po’ di ordine nella sua vita e un po’ di sale nella sua zucca. Un dualismo uomo-donna vecchia maniera insomma, per nulla aggiornato ai nostri tempi e alle battaglie per l’annullamento delle differenze di genere: uomo immaturo e donnaiolo contro donna-mamma un po’ rompiscatole. La storia è sempre la stessa: un eterno Peter Pan viziato ed egoista (un Arnaud Ducret che si limita a

una ristretta gamma di espressioni e faccette stupite), corruttore di bambini a colpi di smarties e capace di fare a botte con un clown, che viene responsabilizzato dalla donna intelligente, matura e ovviamente bellissima e in cerca di un uomo che si accorga di lei (una Louise Buorgoin ormai avvezza a convivenze difficili, dopo aver sopportato un ex marito altrettanto immaturo nella commedia Separati ma non troppo). Nel calderone non manca nulla, dalle urla innaffiate di champagne del protagonista durante il party di apertura, alle tirate moralizzatrici della bella coinquilina, alle disavventure di un improbabile Babbo Natale in bilico su un cornicione, fino all’immancabile corsa in aeroporto prima del bacio sommerso dagli applausi. Elena Bartoni

FRIEDKIN UNCUT – UN DIAVOLO DI REGISTA

Origine: Italia, 2018 Produzione: Federica Paniccia, Francesco Zippel per Quoiat Films Regia: Francesco Zippel Soggetto e Sceneggiatura: Francesco Zippel Interpreti: Quentin Tarantino, Matthew McConaughey, Wes Anderson, Juno Temple, Gina Gershon, Michael Shannon, Edgar Wright, Francis Ford Coppola, Ellen Burstyn, Damien Chazelle, William Petersen,William Friedkin, Dario Argento, Caleb Deschanel, Randy Jurgensen, Zubin Mehta, Antonio Monda, Gianandrea Noseda, Samuel Blumenfeld Distribuzione: Wanted Durata: 107’ Uscita: 5 novembre 2018

Il documentario ricostruisce la carriera di William Friedkin attraverso interviste all’autore e a personaggi significativi, da registi ad attori, da critici cinematografici a

i

collaboratori, che raccontano diversi aneddoti sul regista e sul suo approccio alla regia, il tutto intervallato da immagini di repertorio e sequenze tratte dai suoi film. Il documentario è inaugurato da un excursus su L’esorcista, capolavoro che ha saputo, secondo Walter Hill e Francis Ford Coppola, reinventare il genere horror grazie a un impianto realistico che sostiene la prima parte della pellicola, carica di una componente psicologica che non sminuisce la sottotraccia cattolica e soprannaturale, preparando lo spettatore all’immersione nell’inconoscibile che, per Ellen Burstyn, è la scelta che permette la riuscita del film, in grado di rappresentare il male esplicitamente, senza filosofeggiare eccessivamente. 24

Nonostante la povertà della sua famiglia, Friedkin ricorda in maniera gioiosa la sua infanzia e adolescenza, descritto da Philip Kaufman, all’epoca compagno di liceo, come un burlone. Entrato a lavorare per un’emittente televisiva, Friedkin è disinteressato alla regia prima di vedere Quarto potere. Egli esordisce alla regia con un documentario dal titolo The people vs Paul Crump, inerente a un afroamericano ingiustamente condannato alla sedia elettrica; il film conduce alla riapertura del caso, fino all’assoluzione della pena, evento che spinge Coppola a conoscere Friedkin e a fondare, insieme a lui e a Peter Bogdanovich, la società di produzione The Directors Company.

l r d t a p r c r r s p m e n p t n i m u a c e c o d

e r a t a z p S r C n n a f fi a c f

a c N m A i


i , a i a a o -

, e y e e a -

i

A

a n e p i a a n e e a a a , e

Con Il braccio violento della legge, con cui vince l’Oscar per la regia, rielabora il poliziesco dando un ritratto veritiero delle realtà suburbane di New York grazie alle sue conoscenze in polizia e per un impianto realistico, reiterato dal documentario, che affianca alla finzione, adottando scelte registiche alquanto bizzarre e pericolose, come la decisione di non sgomberare le strade di Brooklyn per la sequenza di un inseguimento. Amante della spontaneità e dell’imprevedibilità, Friedkin non ama provare con gli interpreti prima delle riprese e accetta per buono anche il primo ciak, non preoccupandosi di eventuali imprevisti come il riflesso della macchina da presa sul vetro di un’auto; egli non si considera un artista, dato che il suo è un lavoro come un altro e solo pochi possono essere innalzati a questo rango, come Fritz Lang, intervistato in occasione di un documentario su di lui. Con Il salario della paura Friedkin realizza il film per cui spera di essere ricordato, capolavoro ammirato da registi come Tarantino e Argento, ma fallimentare al botteghino a causa dell’assenza di star del momento, in un periodo dominato dal successo di Star Wars. Negli anni Ottanta realizza pellicole controverse, da Cruising, accusato dalle comunità gay di costruire un’immagine perversa dell’omosessualità, a Vivere e morire a L.A, dove si focalizza sui meccanismi di falsificazione di banconote, utilizzati anche dalla troupe in segreto, come testimoniato da Willem Defoe. In seguito a diverse regie teatrali per direttori d’orchestra come Zubin Mehta e Gianandrea Noseda, Friedkin dirige il documentario The Devil and Father Amorth, presentato a Venezia 74, in cui si confronta con la materia

trattata nel 1973. Egli dichiara la sua ammirazione per i festival, che permettono un clima condiviso di fruizione filmica, al contrario delle competizioni finalizzate a decretare il prodotto migliore, mosse da scelte soggettive, prive di fondamento e deleterie per il cinema stesso. Presentato a Venezia 75 nella sezione Venezia classici, il documentario di Francesco Zippel (co-produttore di The Devil and Father Amorth) si caratterizza per uno stile consueto che non sperimenta linguisticamente, ricorrendo a un montaggio di materiali tradizionali, incluse interviste frontali al regista, ripreso nel suo ambiente domestico (che mostra con cura, evidenziando oggetti a cui è particolarmente affezionato, come i disegni di Ėjzenštejn donatigli in occasione del Premio alla Carriera al Festival di Mosca) e a figure rilevanti, che avvalorano l’immagine di autore anticonvenzionale e disinteressato a un’idea di perfezione registica. Rispetto ad altri documentari presentati al Festival, Zippel non estetizza eccessivamente se stesso e il suo intento (a differenza dell’escatologico Hermann Vaske di Why are we creative? The centipede’s dilemma o del guevariano Emir Kusturica di El Pepe, una vida suprema), né la materia che intende ricostruire (evitando le spettacolarizzazioni artificiose di Errol Morris in American Dharma), tanto da rimanere in ombra, non permettendo di far percepire la sua presenza, né commentando in voice-over, ma preferendo affidarsi alle varie testimonianze, nel tentativo di dare un ritratto coeso di Friedkin, non immune da varie contraddizioni, inerenti soprattutto alla sua poetica: se da un lato il suo desiderio è di fonde-

p

25

re un impianto realistico nel film di finzione, tanto da non curarsi di un eventuale esplicitazione dell’apparato filmico (lo spettatore è consapevole che il film è una costruzione fittizia), dall’altro emerge una forte ammirazione nei confronti di quel cinema che ha saputo trascendere le logiche del realismo, costruendo mondi nuovi, citando Antonioni, Fellini e Argento. Il montaggio dei materiali, che apre e chiude il documentario rispettivamente sul tema del male trattato ne L’esorcista e in The Devil and Father Amorth, sposa significativamente un tragitto di ritorno di Friedkin alle origini della sua carriera, riaffacciandosi al documentario e confrontandosi attivamente con una materia che, rispetto a quella dei suoi polizieschi (con le cui realtà ha potuto confrontarsi attivamente), è rimasta ambigua per quarantaquattro anni, un bisogno di utilizzare il cinema come medium conoscitivo, in grado di valutare e valutarsi all’interno di un tragitto travagliato, bizzarro e anticonvenzionale che il documentario restituisce notevolmente. Leonardo Magnante


di Gianni Zanasi

troppa grazia

Origine: Italia, Grecia, Spagna, 2018 Produzione: Beppe Caschetto, Rita Rognoni per IBC Movie, Pupkin Production con Rai Cinema, in Coproduzione cin Oplon Film, Strada Productions, Smallfish Spain Regia: Gianni Zanasi Soggetto: Gianni Zanasi Sceneggiatura: Gianni Zanasi, Giacomo Ciarrapico, Michele Pellegrini, Federica Pontremoli Interpreti: Alba Rohrwacher (Lucia), Elio Germano (Arturo), Giuseppe Battiston (Paolo), Hadas Yaron (La Madonna), Carlotta Natoli (Claudia), Thomas Trabacchi (Guido), Daniele De Angelis (Fabio), Rosa Vannucci (Rosa), Teco Celio (Giulio Ravi) Distribuzione: Bim Durata: 110’ Uscita: 22 novembre 2018

Lucia è una geometra che vive sola con sua figlia Rosa in un paese del Veneto dopo la rottura della relazione con il compagno Arturo. Mentre si arrangia tra difficoltà economiche e sentimentali, Paolo, imprenditore della zona legato all’amministrazione comunale, le affida l’incarico di controllare un terreno scelto per edificare l’Onda, grande opera edilizia destinata a snaturare il panorama collinare in cui Lucia è cresciuta. Dal primo sopralluogo, Lucia nota che nelle mappe catastali del comune c’è qualcosa che non va, delle manipolazioni volte a coprire probabili rischi geologici, ma per paura di perdere l’incarico decide

l

di non dire nulla. Il giorno dopo, mentre è sul posto a fare rilevazioni insieme al collega Fabio, si vede apparire davanti agli occhi una giovane donna che scambia per una profuga. Lucia le offre cinque euro e riprende a lavorare. Ma la sera la donna riappare e le dice di essere la madre di Dio, poi, nella cucina di casa sua, torna da lei e le dice: “Vai dagli uomini e dì loro di costruire una chiesa là dove ti sono apparsa”. Per Lucia inizia un difficile percorso che mette in crisi tutta la sua vita. Spaventata da quella presenza in casa, Lucia prende la figlia va dall’amica Claudia con cui si confida. L’amica la tranquillizza, magari quella strana visione è frutto del suo stato di stress. Ma Lucia continua a farsi delle domande, convinta che ormai ci sia ben poco tempo per la fede. Tornata a casa, la Madonna le appare di nuovo e continua a chiederle di costruire la chiesa, Lucia le risponde che non si può fare. Durante la conferenza stampa e il party di presentazione dell’Onda, la Madonna le appare ancora. Lucia discute con lei, mentre tutti gli ospiti, che non vedono quello che solo a lei si manifesta, guardano stupiti la donna che sembra litigare da sola. La Madonna arriva a picchiare Lucia per farsi ascoltare. Claudia dice a Paolo che Lucia vede la Madonna ma l’uomo conferma l’incarico. La geometra ha bisogno di quel lavoro ed è l’unica che può sistemare le grane che sono dietro a quel terreno. Lucia va a raccontare tutto al padre e gli parla di un campo tra le colline dove la mamma la portava da piccola e le diceva che era caduta una stella, forse un asteroide. Poi Lucia incontra Arturo che è a conoscenza dell’accaduto. Subi26

to dopo, Paolo le chiede di firmare un rilevamento fatto da Fabio copiando un modello del 2011. Lucia studia le vecchie mappe. Il giorno dopo si reca sul terreno, con lei c’è la Madonna che le dice di fermare i lavori ormai in corso. Lucia comunica a tutti che c’è qualcosa di anomalo in quel luogo, la Madonna gli suggerisce di dire “Acqua!”. Poi confessa a tutti che la madre di Dio è lì in quel momento. Quella sera Lucia cena insieme ad Arturo e gli dice di avere la sensazione che ci sia qualcosa che non va. Il mattino dopo il paese è invaso dall’acqua che scorre copiosa per strade e per i vicoli. Al cantiere l’ingegnere responsabile dei lavori dà una spiegazione scientifica alla fuoriuscita di tutta quell’acqua. La Madonna invita Lucia a guardarsi intorno e a pensare che quella è la ‘sua’ Chiesa. Quella sera Lucia torna a casa sua accompagnata da Arturo ma salta la luce e i due restano al buio: si chiedono allora come siano arrivati ad allontanarsi visto che stavano così bene insieme. La Madonna appare di nuovo a Lucia e la esorta a far vedere a sua figlia che c’è ancora qualcosa di bello, poi la spinge a far esplodere tutto. Quella notte stessa Arturo e Fabio vanno al cantiere e fanno saltare tutto in aria. Lucia conduce Rosa nello stesso luogo dove la mamma la portava quando era bambina. Un’apparizione straordinaria, l’irrompere del mistero, il sacro che all’improvviso entra nel quotidiano delle nostre vite. Parlando della protagonista di Troppa Grazia, suo terzo lungometraggio da regista (dopo Non

u

p c 2 R L m G “ t t d

c l r d q d r p c a g d t u s f

d n m

s z z M g s p s i l i


razia

e a o è e i . e

e n a e i a a i a

a a l o e

a a i e o o e a

e e l

i n

pensarci e La felicità è un sistema complesso) presentato a Cannes 2018 nella sezione Quinzaine des Realisateurs e vincitore del premio Label di Europa Cinémas come miglior film europeo, il modenese Gianni Zanasi ha sottolineato la “fatica di ridare cittadinanza dentro di noi alla complessità dei sentimenti, al mistero imprevedibile del sentire quello che non c’è”. Il film non parla di religione e di culto mariano. L’apparizione della Madonna è un mezzo usato dal regista per parlare dell’irruzione di qualcosa più grande di noi nel quotidiano. Qualcosa in grado di darci una forza grandissima, il coraggio per affrontare le difficoltà, per ribellarci a giochi sempre più coercitivi e a vecchie logiche. Per arrivare a ritrovare la bellezza, per guardare con occhi nuovi il mondo che ci circonda cogliendone tutta la magia. Per vedere di nuovo una luce nel cielo, come nella bella scena d’apertura che richiama l’infanzia della protagonista. Ecco la luce, elemento alla base dello svelamento della grazia divina, della sottrazione del mistero, ma anche l’elemento costitutivo del

cinema. Luce, Lumière, cinema, visione: il loro collegamento è carico di significati e per questo che sia un film a parlare di una visione straordinaria acquista un peso ancora maggiore. La protagonista di Troppa grazia si chiama, non a caso, Lucia, nome derivato dal latino ‘lux’ ossia luce, una donna luminosa, lucente, la santa protettrice, com’è noto, della vista. Al primo sguardo una commedia surreale, Troppa grazia è in realtà un film complesso che mostra l’irruzione del soprannaturale come un bisogno sempre più forte per gli uomini e le donne del nostro tempo. Questa volta il soprannaturale è incarnato da una Madonna molto umana, una donna che sa essere concreta e perfino severa. Il significato di questa apparizione è frutto di una profonda frustrazione verso un presente che non fa altro che ribadire se stesso. La geometra spaesata e dalla vita difficile resisterà con ostinazione perché questa Madonna è portatrice di “assoluti etici difficili da gestire nella vita quotidiana: il suo richiamo alla verità è in fondo un invito a non cercare sempre sotterfugi e a perseguire

la via di un confronto più diretto con se stessi e con gli altri”. Questa Madonna non è quella dei testi sacri ma “la Madonna di Lucia”, come ha sottolineato lo stesso regista, “una parte di Lucia che proviene dalla sua infanzia ed è arrabbiatissima con lei perché ha smesso di credere, di immaginare, di innamorarsi. Ed è stata sopraffatta dalla sfiducia e dalla fatica di vivere”. Questa particolare ed umanissima Madonna richiama quella “capacità di credere” propria dell’infanzia e che Lucia ha soffocato per tanto tempo. Una Alba Rohrwacher inedita, luminosa e capace di suscitare perfino qualche risata, regala una prova convincente nei panni della protagonista di un film pieno di simboli in cui si ride, ci si arrabbia, ci si commuove, lasciando libera espressione a una complessità di sentimenti rara. Accanto a lei, un gruppo di bravi attori: da un convincente Giuseppe Battiston, a un misurato Elio Germano, fino all’enigmatica Hadas Yaron nei panni della Madonna. Elena Bartoni

di Emanuele Imbucci

MICHELANGELO - INFINITO

Origine: Italia, 2018

L’artista Michelangelo è quasi alla fine dei suoi giorni ma il suo racconto, visivamente parlando, si svolge in un tempo e in uno spazio metafisico, quello della narrazione della sua vita. I racconti di Michelangelo infatti anche se seguono un ordine cronologico, presi singolarmente, risultano atemporali e privi di contesto; anche se la pellicola si autodefinisce un ibrido tra documentario e fiction, la sua identità “sperimentale” e il suo tono sono quelli tra il docu-

l

mentario, il teatro e la tv: a livello di immagine si intervallano dei momenti di racconto dove però Michelangelo/Loverso molto di rado è inserito come personaggio. Un sistema di narrazione misto che segue comunque l’ordine temporale dell’esistenza di Michelangelo e delle sue opere che parte dalla scultura fino alla pittura per poi ritornare alla scultura. Le opere descritte andando in ordine di citazione sono la Madonna della Scala, la Centauromachia, il Bacco, la Pietà, il David, il Tondo Doni, il Tondo Pitti, la Batta27

Produzione: Sky, Magnitudo Film Regia: Emanuele Imbucci Soggetto: Cosetta Lagani Sceneggiatura: Emanuele Imbucci, Sara Mosetti, Tommaso Strinati Interpreti: Enrico Lo Verso (Michelangelo Buonarroti), Ivano Marescotti (Giorgio Vasari) Distribuzione: Lucky Red Durata: 93’ Uscita: 4 ottobre 2018

glia di Cascina, le statue per la sepoltura di Giulio II, il Mosè, il Giudizio Universale, la tomba di Lorenzo de Medici, la Cappella Sistina, la cupola della Basilica


di San Pietro, la pietà Rondanini. Quello che emerge con forza è la perenne lotta dell’artista con la propria umana imperfezione, una natura che resta sfuggente e misteriosa e affascinante come il suo rapporto con la pietra; non emerge molto della sua vita interiore. Per quel che concerne invece quel che è oggettivo e storico, non ci sono date o documenti, piuttosto aneddoti o citazione delle parole di qualche personaggio dell’epoca. Il prodotto si muove lungo tre livelli di narrazione: il primo del narratore esterno che descrive le opere di Michelangelo, il secondo quello che riguarda Ivano Marescotti nei panni di Giorgio Vasari autore de Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori. L’opera di Vasari includeva una serie di biografie che raccontano le vite dei maestri fra il Trecento e il Cinquecento. Il libro fu pubblicato nel 1550 ma 18 anni dopo l’autore volle aggiornarlo e lo spettatore vede aggirarsi il personaggio all’interno di una biblioteca a pianta semicircolare che ricalca il modello dei teatri anatomici del XVI secolo in uso presso alcune università, che contestualizza storicamente e culturalmente la fase specifica della vita dell’artista. Il terzo livello è quello di Michelangelo stesso che racconta da testimone i fatti o condivide i propri pensieri.

i

Il film - opera degli stessi produttori di Caravaggio - L’anima e il sangue) , si aggiunge alla lunga serie

di eventi che intendono raccontare al pubblico contemporaneo i grandi artisti del passato. La produzione ha collaborato con i Musei Vaticani e Vatican Media ottenendo il Riconoscimento del MIBACT – Direzione Generale Cinema. Girato all’interno delle Cave di Marmo di Carrara (e nel Teatro 8 di Cinecittà) la pellicola vede il lavoro di una squadra tecnica che unisce varie generazioni e competenze: il regista Emanuele Imbucci, già second unit per Raffaello: Il principe delle arti, i coautori Sara Mosetti e Tommaso Strinati e la montatrice Sara Zavarise appartengono infatti alla generazione under 40. Insieme a loro però chi ha almeno vent’anni di esperienza alle spalle: il direttore della fotografia Maurizio Calvesi, amato da Faenza, Ozpetek e Andò; lo scenografo Francesco Frigeri, che di recente ha firmato sia Raffaello: Il principe delle arti sia la serie I Medici; il costumista Maurizio Millenotti, candidato all’Oscar per Otello e Amleto di Franco Zeffirelli. Dal punto di vista tecnico il film è impeccabile: vediamo le opere di Michelangelo proiettate sui blocchi di marmo; l’artista poi si confronta con le immagini computerizzate delle sue più grandi creazioni (ottimo anche il lavoro della squadra addetta agli effetti digitali). Si entra nei dettagli anche attraverso disegni ripresi in alta definizione (4K HDR). I costumi sono semplici ma coerenti. Le scelte musicali curate da Matteo Curallo sostengono il pathos e l’emozione della scoperta non solo dei capolavori di Michelangelo, ma anche di molte sue opere meno conosciute. Questa nuova forma, tra autobiografia e documentario, pur nell’estrema accuratezza della ricerca e della realizzazione, non convince fino in fondo. Si tratta di una modalità di racconto che finisce per far rimpiangere una vecchia maniera di fare documentari. Come ha spiegato il professor Vincenzo Farinella 28

per la direzione dei Musei Vaticani “il film ha affrontato una sfida incredibile: quella di ricostruire qualcosa che adesso non esiste più, la Cappella Sistina quattrocentesca”. Cosetta Lagani, responsabile e direttore artistico Cinema d’Arte Sky, ha spiegato l’ambizioso progetto che ha dato origine al film: “Quello che abbiamo cercato di fare è di portare sul grande schermo un nuovo genere cinematografico. [...] Tutto nasce dalla profonda convinzione di Sky che il cinema e le tecnologie più evolute utilizzate al servizio del racconto dell’arte possano essere finalizzate a un racconto del nostro patrimonio artistico-culturale diverso, di forte impatto emotivo, coinvolgente, dando allo stesso tempo un’esperienza cognitiva autorevole, e divulgando la cultura del bello” Interessante che l’unica distrazione dall’arte per Michelangelo sia stata l’amore per una donna e per un uomo contemporaneamente, ma sarebbe stato interessante scoprire ancora di più sull’uomo Michelangelo oltre che sull’artista. Sembra che di lui si racconti in funzione delle sue opere ma forse sarebbe stato più convincente l’inverso. In fondo avremmo voluto rispecchiarci un po’ di più anche noi nell’umanità di questo genio del passato, come fa il personaggio alla fine del film in una pozzanghera dall’acqua limpida. Metafora di uno svelamento accennato del suo lato più personale che punta ad un forte impatto visivo ed emotivo, sicuramente più riuscito il primo del secondo. L’artista che per definizione era stato caratterizzato (soprattutto nella fase finale) dal non finito per la sua sete di pienezza e perfezione mai conquistata ne diventa l’essenza da assaporare. Infinito è quello che Michelangelo si è dimostrato con le sue opere ma soprattutto con la sua perenne spinta verso l’Alto, l’Eterno. Giulia Angelucci

il

n B v c t l d p g p g s c M C p

M d i l t p r m d s B g l

s u c g c v s p l i n i d


a e , a l e a l e o e i e

o e e o . n e o e o o i o n l n e è a

i

di Santiago Mitre

il presidente

Titolo originale: La cordillera

cino Arturo, collega di Blanco in municipio, prima che la casa di quest’ultimo vada misteriosamente in fiamme; Blanco rimane sconcertato, dal momento che quegli eventi sono avvenuti prima della nascita di Marina. La ragazza confessa al padre di continuare a frequentare Esteban e, di fronte al racconto del loro primo incontro, Blanco si accorge di numerose incongruenze, tanto da preoccuparsi per lo stato mentale della figlia, che lo accusa dell’incendio e della scomparsa di Arturo. Sebbene Garcia insista nel continuare le ipnosi, Blanco gli ordina di interrompere. Di fronte al pagamento in denaro e alla garanzia di ricevere la priorità sulle prospezioni petrolifere, Blanco accetta un accordo segreto con gli Stati Uniti, finalizzato all’entrata del Centroamerica nel patto, per evitare un’egemonia del Brasile sull’alleanza, dal momento che l’ingresso dell’Honduras e del Nicaragua includerebbe inesorabilmente il loro controllo indiretto. Esteban viene colpito da un ictus, probabilmente causato dalla droga, per cui Marina, in preda a una crisi nervosa, accusa il padre di essere un assassino, credendo che il malore sia stato causato dal suo staff per evitare la denuncia. Come previsto dagli Usa, la proposta del Messico di includere gli Stati Uniti viene bocciata, mentre l’Argentina si unisce ai paesi favorevoli all’ingresso dell’America centrale e dei Caraibi.

All’alba di un importante summit per l’inaugurazione di un’alleanza petrolifera tra gli Stati del Sud America, lo staff del neo-presidente argentino Hernán Blanco, ex sindaco di Santa Rosa, viene a conoscenza di una denuncia imminente per finanziamenti occulti durante il periodo della loro compagna elettorale da parte di Esteban Cabano, ex genero del presidente; lo scandalo potrebbe guastare l’immagine di uomo del popolo sulla quale la sua campagna si fonda. Preoccupato che lo scandalo possa influire sulla precaria salute mentale di sua figlia Marina, Blanco la fa scortare in Cile, dove si svolgerà il summit, per poterla controllare. Sebastián Sastre, presidente del Messico, vuole proporre un accordo con i mercati internazionali, includendo gli Stati Uniti nell’alleanza, richiesta che verrà bocciata dal Brasile, in possesso delle più potenti compagnie petrolifere; reputando il summit un’occasione mirata ad accrescere la notorietà di Oliveira Prete, lo stimato presidente brasiliano, Sastre chiede a Blanco di appoggiarlo, ma il protagonista si rifiuta per non rovinare l’alleanza col Brasile. In preda a una crisi, Marina distrugge la sua stanza e si chiude in un mutismo preoccupante; escluse cause fisiologiche, i medici consigliano un trattamento psichiatrico, affidato al Dottor. Garcia, convinto che Marina sia lucida e che il La dualità è la specificità suo silenzio sia un sintomo di una su cui si fonda il film di paura inconscia, possibile da riveSantiago Mitre, esplicitalare solo attraverso il trattamento ta attraverso un conflitto ipnotico. Durante un’ipnosi, Mariche non si risolve medianna racconta un episodio infantile in cui assiste segretamente a una te la nullificazione di una delle discussione tra suo padre e il vi- due polarità dialettiche, bensì at-

a

l

29

Origine: Francia, Argentina, Spagna, 2017 Produzione: Kramer & Sigman Films, La Union de Los Rios, Maneki Films, Mod Producciones, in Coproduzione con Arte France Cinema, Television Federal (Telefe), Memento Films Production Regia: Santiago Mitre Soggetto e Sceneggiatura: Santiago Mitre, Mariano Llinás Interpreti: Ricardo Darín (Hernán Blanco), Dolores Fonzi (Marina Blanco), Érica Rivas (Luisa Cordero), Elena Anaya (Claudia Klein), Daniel Giménez Cacho (Sebastián Sastre, Presidente del Messico), Alfredo Castro (Desiderio García), Gerardo Romano (Castex), Leonardo Franco (Oliveira Prette, Presidente del Brasile) Distribuzione: Movies Inspired Durata: 114’ Uscita: 31 ottobre 2018

traverso una perfetta fusione che trova nel linguaggio cinematografico la sua più sentita espressione. Il film combina due linee narrative legate a un immaginario cinematografico apparentemente distante: il film politico, con ritmo più lento, concentrato sulle rete di alleanze e di voltafaccia tra capi di stato, e il thriller psicologico, più onirico (se non hitchcockiano) che scava nei meandri della mente di Marina per scoprire la natura del suo trauma latente, che rimarrà ignoto anche dopo la fine del racconto. Ai due diversi impianti narrativi corrispondono due differenti modalità linguistiche adottate per metterle in scena: a un realismo più spiccato nella prima e ultima parte, che si caratterizzano per un linguaggio più tradizionale, in cui la macchina da presa segue voyeuristicamente i personaggi nei loro tragitti, fa da contraltare un onirismo più incisivo nelle sequenze inerenti Marina, in cui la fotografia tende a una glacialità e a tonalità più livide (basti pensare al momento in cui la ragazza accusa il padre


dell’omicidio di Arturo) e l’utilizzo delle sovrimpressioni durante l’ipnosi permette una fusione tra linee temporali distanti, tra personaggi e situazioni contingenti che coesistono in un passato ambiguo e ignoto, che mette in discussione quella “purezza”insita nel nome parlante del protagonista. Il dualismo diegetico e stilistico include un confronto tra bene e male, esplicitato dalla giornalista

che intervista Blanco, la quale interpreta la politica come uno strumento in grado di crearsi le proprie nozioni di giusto e sbagliato, a seconda del proprio personale tornaconto. “Il male esiste” (come evidenziato nella locandina originale del film), ma non viene mai esplicitato attraverso superficiali artifici retorici (basti pensare che la volpe sognata da Blanco, interpretata come il diavolo, non viene mai mostrata, sebbene la sua testimonianza anticipi significativamente l’accordo segreto con gli Usa), pur aleggiando invisibilmente grazie al protagonismo del paesaggio, non così distante dal cinema scandinavo degli anni Dieci e Venti, in particolar modo da quello di Victor Sjöström (si pensi al mare in tempesta di C’e-

di Christian Carion

ra un uomo); la cordigliera delle Ande (evocata nell’emblematico titolo originale), con i suoi paesaggi brulli e glaciali, caratterizzati da strade labirintiche e contorni ondulati e tortuosi (che si sposano con la sinuosità dei piani sequenza), in cui è isolato l’hotel (quasi un omaggio all’Overlook Hotel di Shining) collima con quel maelström intrigato e indecifrabile che è l’inconscio. Il summit diventa un escamotage per dimostrare come l’utopia di un presidente immacolato ed estraneo allo scandalo sia irrealizzabile perché, a monte della politica e dei suoi più oscuri segreti, c’è il soggetto umano, la cui natura è ontologicamente connaturata al male. Leonardo Magnante

mio figlio

l u t u o m p p m t d d m n r l f r d v c g g s t

Titolo originale: Mon garçon Origine: Francia, Belgio, 2017 Produzione: Chiristophe Rossignon, Philip Boëffard per Nord-Ouest Films, Une Hirondelle Productions, Canéo Fulms, Auvergne-Rhöne-Alpes Cinéma, CN6 Productions, in associazione con Diaphana, Wild Bunch Regia: Christian Carion Soggetto e Sceneggiatura: Christian Carion, Laure Irrmann Interpreti: Guillaume Canet (Julien Perrin), Mélanie Laurent (Marie Blanchard), Olivier De Benoist (Grégoire Rochas), Antoine Hamel (Uomo del pick-up), Mohamed Brikat (Tenente Verrier), Lino Papa (Mathys), Marc Robert (Capo dei rapitori), Pierre Langlois (Rapitore), Tristan Pagès (Rapitore), Christophe Rossignon (Direttore centro ricreativo), Pierre Desmaret (Cacciatore) Distribuzione: No.Mad Entertainment Durata: 84’ Uscita: 27 settembre 2018

Julien è sempre in viaggio per lavoro e la continua assenza da casa ha mandato in frantumi il suo matrimonio. Mentre si trova in Francia riceve un’in-

J

quietante chiamata dalla sua ex moglie Marie che in lacrime lo informa che Mathys, il loro bambino di sette anni, è scomparso. Marie vive con il ragazzino in un paese sulle Alpi e ora ha accanto un altro uomo, Gregoire, con cui ha cercato di avere un altro figlio, ma lo ha perso. Julien le promette che farà il possibile per riportare a casa Mathias. Dapprima pensa che Gregoire, che non ha mai amato molto Mathias né la sua presenza, abbia qualcosa a che fare con il rapimento. Lo affronta a muso duro, lo prende a botte e lo spedisce in ospedale. Ma l’uomo è del tutto estraneo alla triste vicenda. Dalla Polizia, Julien apprende che la dinamica dei fatti sia imputabile più a un rapimento che ad una fuga volontaria. Le indagini vanno a rilento e ben presto sfociano in un punto morto. Poiché il tempo in questi casi è prezioso Julien decide di seguire una sua pista. 30

Inizia a visionare una serie di foto di Mathias, immortalato in una serie di eventi come le festicciole tra amichetti, le gite in montagna ecc. Nota così che è spesso presente una vettura sullo sfondo, e ne annota il numero di targa. Con l’aiuto di un amico esperto nel campo, risale ufficiosamente al nome del proprietario e all’indirizzo. Si reca dunque sul posto e si intrufola dentro casa; qui scopre, nella stufa, i resti bruciati del sacco a pelo di Mathias. Nel frattempo il proprietario rientra a casa; Julien si apposta nel garage e lo assale. Una volta immobilizzato, l’uomo confessa di essere solo una rotella dell’ingranaggio e che il suo compito è solo di rapire le vittime che gli vengono indicate. Ma a Julien non basta, vuole i nomi e li ottiene con violenza e sevizie. Quindi in preda a una furia crescente, Ju-

z C a

q n d r d m e f r r


e i a o i i e

i e i -

e

lio

o a e a e e i a a l n . o a e n e n -

lien si reca nel luogo indicatogli: un hotel abbandonato e sperduto tra le montagne. Qui ci sono tre uomini, armati, che tengono in ostaggio due ragazzini, perennemente sedati, uno dei quali è proprio Mathias. Solo e disarmato, pur correndo molti rischi, Julien mette a segno un piano per neutralizzare i tre malviventi, due dei quali rimangono uccisi. Prende poi i ragazzini, li carica sulla macchina dei criminali che erano già pronti a fuggire, ma viene raggiunto dai proiettili del terzo lestofante. Julien guida finché le forze non lo abbandonano. Viene ritrovato dalla polizia ormai privo di sensi e portato in ospedale. Una volta rimessosi lo vediamo giocare con suo figlio e Marie, in una bella giornata assolata. Ora padre e figlio non si separeranno più, anche se Julien dovrà pagare il suo debito con la giustizia. Un uomo determinato e disposto a tutto per salvare la vita di suo figlio in un thriller potente e spiazzante. Il regista francese Christian Carion con Mio figlio, presentato alla Festa del Cinema di Roma

u

2017, affronta il tema della paternità affidandosi al talento del suo attore feticcio Guillaume Canet (dopo le precedenti prove di Joyeux Noel e L’Affaire Farewell) chiamato ad interpretare con forza ed intensità un padre alla disperata ricerca di suo figlio adolescente misteriosamente svanito nel nulla. Sebbene il tema sia trito e ritrito, il modo in cui viene affrontato il soggetto ha dalla sua una certa originalità: buona infatti è l’idea di realizzare un film di genere in cui il regista strizza l’occhio allo stile rapido e bilioso di Michael Mann. Con felice intuizione sceglie inoltre di girare in soli sei giorni e senza una sceneggiatura vera e propria alle spalle, quanto piuttosto una semplice idea di base. L’intento ultimo è vedere come possa reagire un padre a cui capita qualcosa di terribile, costretto a confrontarsi con una situazione al limite e per questo portato a lasciarsi andare, a compiere azioni fuori dalla norma, esecrabili, addirittura illegali e punibili dalla legge. Tutto viene infatti affidato all’improvvisazione e alla bravura di Guillaume Canet che si cala appieno negli stati emotivi del suo

personaggio. Immerso in un ambiente brullo, algido e innevato che amplifica l’angoscia della perdita e l’incertezza del domani, Julien regge interamente il film sulle sue spalle per intensità e determinazione, fino a spingersi a compiere azioni estreme e violente (alcune eccessive a nostro avviso) che portano in luce il suo lato più oscuro. Drammatica e adrenalinica con il pregio della sintesi, cosa ormai assai rara nel panorama cinematografico attuale, concentrata in soli ottantaquattro minuti densi di tensione e suspance, Mio figlio è anche una storia di riscatto dal senso di colpa di un padre sempre assente che non ha visto crescere suo figlio. Cristina Giovannini

di Francesco Micciché

RICCHI DI FANTASIA

Origine: Italia, 2018

Sergio e Sabrina sono una coppia di amanti che trovano l’uno nell’altra un sollievo dalla frustrazione e dai sacrifici della vita quotidiana. Lui è un geometra finito a ricoprire le umili mansioni di carpentiere, che subisce angherie e umiliazioni da parte di un datore di lavoro senza scrupoli, ma anche da una moglie esausta e disamorata; Sabrina sognava di fare la cantante, ed è finita a vivere assieme ai due figli con un ristoratore dispotico che la costringe ad

s

intonare Faccetta nera per intrattenere i clienti più nostalgici. Tutto cambia quando l’amico e collega di Sergio, Nando, decide di vendicarsi degli scherzi di cui è spesso vittima facendogli credere di aver vinto tre milioni di euro al Superenalotto. Per mettere a segno il crudele scherzo i colleghi modificano la schedina con i numeri vincenti. L’uomo così molla tutto, strappa via l’amata e i suoi scettici figlioli alla loro vita non perfetta ma economicamente stabile, e si ritrova per strada. Viene infatti cacciato di casa dalla moglie ed è costretto 31

Produzione: Fulvio e Fderica Lucisano per Italian International Film, con Rai Cinema Regia: Francesco Micciché Soggetto: Fabio Bonifacci Sceneggiatura: Fabio Bonifacci, Francesco Micciché Interpreti: Sergio Castellitto (Sergio), Sabrina Ferilli (Sabrina), Valeria Fabrizi (Carmen), Matilde Gioli (Letizia), Antonio Catania (Pallavicini), Antonella Attili (Sonia), Gianfranco Gallo (Saverio), Paolo Calabresi (Namdo), Paola Tiziana Cruciani (La moglie di Sergio) Distribuzione: 01 Distribution Durata: 102’ Uscita: 27 settembre 2018


a portarsi dietro anche la figlia, il nipotino e l’anziana madre. Tra i due nuclei familiari fin dall’inizio non corre buon sangue. La figlia di Sabrina è spocchiosa e si interessa solo alle serie tv, mentre il ribelle figlio adolescente è un aspirante calciatore. Non che la sua di famiglia sia migliore, con una madre capricciosa che ha un’anca che le fa male a comando, una figlia innamorata delle forze della Natura che ha avuto un figlio da giovanissima. Svelata la burla, i due innamorati si accordano per proteggere dalla triste realtà i familiari già sul piede di guerra: faranno i ricchi sotto copertura per sfuggire al fisco, nell’attesa di trovare una soluzione per sfamare tutti. Così con uno stratagemma Sergio riesce a farsi concedere una villa sul mare, con il patto di rimetterla in sesto in due settimane. Tutti si mettono all’opera con buona volontà, ma presto gli altri familiari vengono a conoscenza della verità. Nel frattempo però si imbattono in una famiglia di ricchi che vive nella villa accanto. Sergio con una bizzarra trovata fa finta di essere un esperto investitore ed organizza un pranzo con i ricconi, facendo interpretare un ruolo a tutti i familiari, coinvolgendo anche Nando e gli altri colleghi del cantiere. L’obiettivo è quello di rivendere alcune palazzine per poi prenderci una percentuale. Il bluff viene sventato e va tutto a monte. Sergio viene cacciato dalla villa, ma il collega africano gli confessa di avere il vero biglietto vincente e gli promette una percentuale in

cambio del suo aiuto. Così Sergio e naggi i loro stessi nomi, Sergio e tutta la sua famiglia si preparano Sabrina, sottolineando che è gente del popolo costretta ad avere a che per una nuova vita, in Africa. fare con i problemi quotidiani di A portare sul grande chi non ha soldi. I due protagoschermo Ricchi di Fan- nisti si aggrappano inizialmente tasia ci pensa la coppia ad un sogno, che si trasforma in vincente Francesco Mic- un’illusione da far credere vera a cichè - anche apprezzato chi sta loro intorno, per non perdocumentarista - e lo sceneggiato- dere anche quell’ultimo scampore Fabio Bonifacci, poco più di due lo di dignità. Lo dice il protagoanni fa autori della commedia sul- nista: “Con sentimento si accetta meglio la povertà”, ed è proprio le truffe organizzate Loro chi?. Nelle intenzioni il film vuole es- con questo affetto per i personagsere uno specchio dei nostri tempi, gi che Miccichè tratteggia i loro ma finisce per assomigliare piut- modi sullo schermo. Un racconto tosto ad un miscuglio di luoghi per nulla edulcorato, piuttosto in comuni: non brillando infatti in cui è la disperazione a smuovere originalità, non cerca mai la ri- le fila della vicenda e la soluzione sata di pancia, ma preferisce ri- rimane comunque sempre la stescorrere a quell’umorismo sottile, a sa: imparare a ridere della protratti decisamente cinico, scaturito pria sfortuna, perché prima o poi da circostanze buffe che vogliono dovrà finire. La vera risorsa del film è però la mettere alla berlina l’ignoranza e la finta astuzia di una buona fet- coppia Castellitto-Ferilli, affiatati ta del popolo italiano. Quello che come pochi, che riesce a spallegsulla carta parrebbe un buon in- giarsi in modo perfetto, senza che cipit per raccontare con ironia la nessuno rubi mai la scena all’alprofonda crisi economica che in- tro, trovando insieme un proprio veste il nostro paese, si tramuta ritmo condiviso, che si ripropone sullo schermo in un’avventura on poi anche nel coinvolgimento fisithe road, da Roma fino in Puglia, co. Se la Ferilli è chiamata ad ina bordo di uno sgangherato pulmi- terpretare un personaggio che ben no. È difficile far coesistere in uno si addice alle sue corde - la popostesso copione il grande divario tra lana romana un po’ sboccata, la classi, la discriminazione nei con- maschera di una donna che nella fronti degli emigrati, l’ignoranza vita è stata costretta a piegarsi a tutto pur di riuscire a mantenere dovuta a certe serie tv. L’ispirazione è chiaramente i suoi due figli - Castellitto viene quella della commedia all’italia- eletto a vero mattatore della risana degli anni d’oro, da Poveri, ma ta, impersonando il ruolo che fu di belli e Pane, amore e fantasia, a I Sordi e Gassman. Sergio è tanto soliti ignoti e Totòtruffa 62, film sognatore quanto nullafacente, un di poveri disgraziati che sogna- cialtrone ottimista e superbo che no continuamente che un giorno vive per convenienza con una dono l’altro la fortuna arriverà. Di na che non ama, frequenta amici nuovo in scena vi sono gli innu- che non rispetta e trova sempre un merevoli vizi dell’essere italia- escamotage per riuscire a cavarni, questa volta non all’epoca del sela in ogni situazione. Un persoboom economico, ma ai tempi del- naggio indubbiamente negativo, la crisi. Si racconta un’Italia sem- antipatico come pochi, eppure alla pre capace di arrangiarsi, un po’ fine non si può che tifare per lui. A imbrogliona, ma dai buoni senti- funzionare bene sono anche tutti i menti. Non è un caso che gli attori ruoli secondari, ben scritti e capaabbiano scelto di dare ai perso- ci di conferire simpatia all’opera,

i n e

a

32

d s p

c a d d r r a p

z r f l q s

f d v p d B s V t p l a r

G fi c p a p


e e e i e n a a o o o n e e i

a i e o e n a a a e e i o n e i n , a A i ,

in modo particolare si distinguo- nonna e nipote, Valeria Fabrizi Imola e Vincenzo Sebastiani. no i sempre bravi Paolo Calabresi e Matilde Gioli e le giovanissime Veronica Barteri e Antonio Catania, le simpatiche nuove leve Siria Simeoni, Fabio

di Cristian De Mattheis

UN AMORE COSì GRANDE Vladimir si trasferisce da San Pietroburgo a Verona alla ricerca di Gabriele Foschi, un liutaio che sta lavorando nel backstage dell’imminente concerto de Il Volo, sebbene non abbia il coraggio di parlarci ogniqualvolta lo incontra. Il ragazzo inizia a collaborare con dei musicisti di strada, rimasti affascinati dalle sue straordinarie doti canore, sebbene egli si rifiuti di cantare La Bohème, a causa dei ricordi dolorosi legati a quell’opera; Tommaso, manager de Il Volo, affascinato dal suo talento, gli propone di incontrarlo il giorno dopo. Il protagonista cattura l’attenzione di una ragazza del posto, Veronica, appartenente a una delle famiglie più facoltose di Verona; la ragazza vive con sua nonna, la quale controlla in maniera oppressiva ogni aspetto della sua vita. Tommaso propone a Il Volo di far aprire i loro concerti da Vladimir per permettere maggior visibilità al gruppo, vista l’umile provenienza del ragazzo; a Vladimir viene chiesto di cantare La Bohème, di cui riesce a intonare solo una parte per poi fuggire. Il Volo riconosce il talento del protagonista, sebbene non simpatizzi per il suo carattere, mentre Helene, insegnante di canto che ha ascoltato l’esibizione per telefono, rimane immediatamente colpita. Vladimir riesce a incontrare Gabriele e gli rivela di essere suo figlio: Costanza, sua madre nonché nota cantante lirica, è morta per un infarto mentre i due erano a teatro ad assistere a una rappresentazione de La Bohème, ma

v

prima di morire ha fatto promettere al figlio di trovare suo padre, lasciandogli i soldi sufficienti per il viaggio, e di non rinunciare al suo talento per la lirica. Gabriele, mosso dai sensi di colpa, vuole recuperare il loro rapporto, nonostante il rancore del ragazzo. Veronica invita Vladimir a un giro turistico notturno ma, nel momento in cui cerca di baciarlo, il ragazzo si allontana. Il protagonista inizia a collaborare con Helene, ammiratrice di Costanza, che si affeziona al ragazzo, dato che anche lei si è allontanata da casa in seguito alla morte del figlio; grazie agli insegnamenti di Helene, il ragazzo partecipa alle prove del concerto de Il Volo. Vladimir tenta di riconquistare Veronica, facendo adirare la nonna, che crede che stia cercando di sedurla solo per le loro ricchezze. Il protagonista la invita a una serata di beneficienza organizzata da Tommaso insieme a Il Volo; inquieto, dal momento che la ragazza non è in sala, Vladimir interrompe la sua esibizione per rispondere a una chiamata dal cellulare di Veronica, generando le ire di Tommaso, che lo caccia definitivamente. Un paramedico gli comunica che la ragazza ha avuto un incidente stradale ed è in coma; la nonna impedisce a Vladimir di vederla, considerandolo la causa del suo incidente, e lo informa che, viste le condizioni critiche, stanno provvedendo a un trasferimento in Svizzera per staccarla dal respiratore, come nelle richieste della nipote, per cui il protagonista, devastato, decide di tornare in Russia e abbandonare la lirica. 33

Origine: Italia, 2018 Produzione: Michele Calì per A.C. Production Regia: Cristian De Mattheis Soggetto e Sceneggiatura: Cristian De Mattheis, Cristiano Malacrino Interpreti: Giuseppe Maggio (Vladimir), Daniela Giordano (Mamma di Vladimir), Franco Castellano (Padre di Vladimir), Fioretta Mari (Nonna di Veronica), Riccardo Polizzy Carbonelli (Manager), Francesca Loy (Veronica), Jgor Barbazza (Padre di Veronica), Eleonora Brown (Helen) Distribuzione: Medusa Film Durata: 106’ Uscita: 20 settembre 2018

Gabriele si chiude a chiave nella camera di Veronica per farle ascoltare, attraverso un registratore, la voce di Vladimir durante un’esibizione, nella speranza di risvegliarla; in quanto tenore mediocre, Gabriele ha deciso di allontanarsi da Costanza per non vivere nella sua ombra, sacrificando la sua famiglia. Improvvisamente, Veronica ha una crisi che rischia di ucciderla. Dopo il concerto, i tre membri de Il Volo si dirigono in aeroporto per convincere Vladimir a non partire e a trasformare il suo dolore in canto. Tempo dopo in Russia, Vladimir sta per iniziare il suo concerto, incoraggiato da Il Volo; in sala entra Veronica, accompagnata da Gabriele, risvegliatasi grazie al suono della sua voce registrata. Ispirato dalla donna che ama, Vladimir le dichiara il suo amore sulle note di Un amore così grande.

p

Per il suo lungometraggio d’esordio, Cristian De Mattheis accetta la sfida di scrivere e dirigere un film romantico, che ruota


intorno a tre polarità precise (l’amore, l’Opera lirica e la shakespeariana Verona), senza cadere nella retorica, data l’estrema classicità della vicenda, a cavallo tra la fiaba moderna (che rinuncia a un realismo estremo, accettando anche le situazioni più improbabili), e il racconto di formazione; non è solamente quello di coppia l’amore “così grande” di cui tratta De Mattheis, bensì anche quello nei confronti della passione per la lirica, vero e proprio motore di vita, e

quello genitoriale, sia di Costanza e Gabriele che di Helene, che fa le veci di una figura materna, vedendo in Vladimir non solo un allievo, bensì il figlio che ha perduto. Purtroppo De Mattheis non riesce a vincere la sfida, sfruttando superficialmente e prevedibilmente tutti i cliché tipici del racconto romantico, dagli oppositori fisici (la nonna) o impersonali (l’incidente di Veronica) alle situazioni più assurde e melense, dal risveglio di Veronica, ormai data per spacciata, grazie alla voce di Vladimir alla partecipazione bonaria de Il Volo che, inizialmente scostante, si redime spingendo Vladimir a non abbandonare la sua passione; sebbene le situazioni irreali appartengano alla volontà del regista di rispecchiare l’antirealismo fiabesco, la narrazione appare forzata e incapace di suscitare pathos in

di Agustina Macri

uno spettatore completamente a conoscenza di quella materia e per questo in grado di prevederne l’evoluzione sin dall’inizio. Gli attori risultano alquanto acerbi e inespressivi, soprattutto i due protagonisti, sia nei momenti più romantici, totalmente statici e privi di intensità emotiva, che in quelli più drammatici, dove le reazioni eccessive di Giuseppe Maggio risultano piuttosto artificiose. Lo stesso vale per i tre membri de Il Volo, poco credibili nell’interpretare se stessi; il film sembra costruirsi come vetrina per i cantanti sin dall’incipit, in cui i tre (nel teatro dove, nel finale, Vladimir si esibirà) sembrano mettersi in posa di fronte alla macchina da presa, quasi in procinto di avviare un loro videoclip musicale. Leonardo Magnante

soledad

Origine: Italia, Argentina, 2018 Produzione: Alfredo Federico, Rodrigo H. Vila, Fernando Sulichin, Guillermo Rossi per 39Films, Cinema7 Regia: Agustina Macri Soggetto e Sceneggiatura: Agustina Macri, Paolo Logli Interpreti: Vera Spinetta (Soledad), Giulio Corso (Edoardo), Marco Cocci (Silvano), Marco Leonardi (Belmonte), Luis Luque (Padre), Silvia Kutika (Madre), Fabiana Garcìa (Lago Silvia), Florencia Dyszel (Gabriela), Viola Sartoretto (Gala), Fausto Cabra (Duca), Maurizio Lombardi (Parodi), Francesco De Vito (Lucarella), Tatiana Lepore (Antonella), Julián Tello (Pablo), Mario Zucca (Trevisan), Bruna Rossi (De Rosa), Giorgio Colangeli (Bianchi), Eleonora Giovanardi (Lisa) Distribuzione: Cinema 7 Films Durata: 100’ Uscita: 13 giugno 2019

Soledad ha ventitré anni, vive in Argentina insieme alla sua famiglia e, per guadagnare qualche soldo, lavora come dog sitter. Un’esistenza apparentemente tranquilla segnata

s

però da un’inquietudine di fondo che fa sentire la ragazza sbagliata. Alla fine degli studi i genitori le regalano un biglietto per l’Europa: un viaggio con un’amica di famiglia, per mettere distanza tra sé e una quotidianità fatta di conflitti in famiglia e crisi con il fidanzato. La prima tappa del viaggio è Torino: Soledad e Silvia sono ospiti di uno squat. È in quel luogo che Sole scopre la politica e il pensiero anarchico. Quando Silvia decide di proseguire il suo viaggio per andare a Parigi, Sole rimane a Torino; questa decisione sancisce l’inizio della sua libertà. Torino è anche il luogo dove la ragazza trova il vero amore, motore di tutta la sua parabola esistenziale. Conosce, infatti, Edoardo, detto Baleno, squatter e anarchico. Insieme ad altri compagni preparano un’azione, che sarà la prima di Sole, per rubare del rame. I ragazzi sono, 34

però, nel mirino della polizia che, con una violenta retata, sgombera lo squat. Ma il gruppo decide di non disperdersi e, dopo la proposta di Sole, occupano un altro luogo. Baleno e Sole sono molto vicini e da una sintonia speciale nasce l’amore. La polizia continua a tenere d’occhio il gruppo e, con la scusa di un fermo, che porterà Sole ad essere schedata, mettono un microfono nel loro furgone. Una volta schedata, l’unico modo per far restare Sole in Italia è il matrimonio, sposerà uno dei compagni detto il Duca. Dopo un’altra irruzione della polizia Sole, Baleno e un altro compagno vengono arrestati con l’accusa di banda armata e atti terroristici contro la rete ferroviaria. La donna rinchiusa in cella studia, scrive, ascolta il Duca alla radio e balla per non arrendersi a ciò che la circonda. La

n c t t l d p d c d m i i a u r t c i t a p r c e A g r m S f s t c S i q d c p

1


a r -

o i i e n o o l n o a , n

e

soledad

, e o o e a n à . o l a o a a l a

notizia che Baleno si è suicidato in cella raggiunge Sole, che, distrutta, scrive una lettera che verrà letta in diretta radio dal Duca. Una lettera diventata famosa, dove la donna dichiara che ci sono dei colpevoli. Sole partecipa al funerale di Edo insieme ai compagni, preceduto da una conferenza stampa dove portano carne e sangue animale. Tornata in carcere la donna inizia lo sciopero della fame. Dopo il processo, a Sole vengono dati gli arresti domiciliari che sconterà in una casa isolata in campagna. La raggiunge sua sorella dall’Argentina. Informata dei fatti, la donna cerca il più possibile di proteggere i genitori, preoccupati e intristiti dall’assenza di Soledad. Dopo averla aiutata per qualche tempo, la sorella torna a casa e Sole rimane sola. Riceve una visita dal commissario che ha incastrato lei e gli altri nella quale la minaccia. Anche l’avvocato va da lei, la prega di dissociarsi e di farsi giudicare in Argentina. Lei non lo ascolta, ma lo prega di non dimenticarla. Scrive una lettera destinata alla famiglia, dove racconta come si sente e il profondo affetto che nutre per loro. Durante una cena con gli altri, un’immagine onirica, Sole vede Edo. La donna muore in quella casa l’11 luglio del 1998, qualche mese dopo Baleno. Anni dopo la Corte di Cassazione lascia cadere le accuse per mancanza di prove.

t

diventati un simbolo nella storia del movimento anarchico italiano. Augustina Macri, al suo primo lungometraggio prende come base il romanzo Amore e Anarchia di Martìn Caparròs pubblicato in Italia da Einaudi. Le vicende di Soledad Rosas sono narrate da un punto di vista intimo, buona parte del racconto è occupato dal legame sentimentale tra la donna ed Edoardo. È lo sguardo puro di Sole che conduce lo spettatore all’interno del movimento squat torinese di fine anni novanta, di un movimento No Tav che prende forma e un pensiero politico che diventa un modo di vivere. Non c’è volontà di ricostruzione storica da parte della regista che, però, inserisce all’interno della narrazione stilemi che afferiscono allo stile del documentario, da lei ampiamente esplorato visto che, tra le altre cose, fa parte della squadra di documentaristi di Oliver Stone. Sono, infatti, presenti delle interviste alla sorella che parla dopo la morte di Soledad e l’inserimento all’interno del racconto di materiali altri, ad esempio, delle immagini della videocamera che Silvia aveva con sé nel viaggio con Soledad, che mostrano il loro arrivo a Torino. Tutto è fiction, ma questi inserti rompono la temporalità del racconto e offrono un altro punto di vista rispetto alla storia; in modo particolare le dichiarazioni della sorella. La narrazione che propone Macri non è lineare, c’è una sovrappoTratto da una storia sizione di piani fin dall’incipit: il vera, il film ripercorre le film inizia dalla fine. Molti sono i vicende di Sole ed Edo, flashback sulla vita di Soledad in

Argentina volti a contestualizzare le scelte della ragazza, proveniente dal contesto della borghesia media argentina e che troverà il suo posto solo una volta essersi ritrovata lontano da casa. Un biopic che racconta la storia di una donna implicata in vicende ingiuste e più grandi di lei, una storia che non torna, così come non torna la narrazione frammentata e non circolare. Un film che è un romanzo di formazione, una formazione frettolosa e mossa dalla passione. Soledad cambia dentro e per raccontarcelo Macri costruisce la sua immagine esteriore come quella di un’eroina: emblematica la scena in cui sancisce il sodalizio amoroso e di vita con Baleno dichiarandosi pronta alla guerra e si rasa i capelli. Nelle note di regia Macri definisce Soledad una Giulietta postmoderna pronta a morire per amore e che compie una scelta che ai giorni nostri diventa utopia. Il film molto concentrato su questo aspetto, racconta in maniera più sbrigativa le vicende politiche, presenti ma di sottofondo, senza addentrarsi troppo negli atti processuali che hanno portato i due giovani a mettere fine alla loro vita.

1938 – QUANDO SCOPRIMMO DI NON ESSERE ITALIANI

Paola Granato

di Amedeo Osti Guerrazzi, Pietro Suber Origine: Italia, 2018

i

1938 alla loro eredità culturale e Il documentario, suddivi- politica, segue le testimonianze di so in capitoli che vanno coloro che vissero, in prima persodalla promulgazione delle na, l’orrore della persecuzione. Il fascismo, prima della conquileggi razziali fasciste del 35

Produzione: Blue Film Regia: Amedeo Osti Guerrazzi, Pietro Suber Sceneggiatura: Amedeo Osti Guerrazzi Distribuzione: Istituto Luce Cinecittà Durata: 74’ Uscita:


sta d’Etiopia e dell’alleanza con Hitler, non nacque antisemita, tanto che vi aderirono molti ebrei che, in seguito alla svolta razzista nel 1938, furono esclusi dal partito. Un esempio è testimoniato dai pronipoti di Ettore Ovazza, banchiere e imprenditore ebraico, socio insieme ai suoi fratelli Alfredo e Vittorio della banca di famiglia; nonostante la fedeltà estrema al regime anche in seguito alle leggi razziali (considerate da Ettore una necessità politica), le attività della banca si ridussero radicalmente a causa della svolta antisemita, fina a diventare Banca Torinese. Le leggi comportarono la cacciata degli ebrei dalle scuole pubbliche; Lea Polgar, scampata alle deportazioni, mostra alcune pagelle in cui veniva specificata, con caratteri marcati e rossi, la razza ebraica sotto il nome dello studente. Franco Schönheit, sopravvissuto a Buchenwald, racconta come le insegnanti fossero portavoce di dicerie crudeli, reputando l’ebraismo una malattia che comportava la crescita di una coda animalesca. La diffusione dell’odio antisemita fu possibile anche grazie a un antigiudaismo cattolico ma, come affermato dallo storico Gabriele Rigano, mentre Pio XI si mostrò

contrario alla svolta razzista, il successore Pio XII non condannò il fascismo, permettendo la diffusione dell’odio ebraico, che si incentivò con l’entrata dell’Italia in guerra nel 1940, arrivando al culmine dell’orrore nel 1943 con le prime deportazioni. Lea Polgar racconta di essere scampata ai campi di concentramento grazie alla protezione di Aurelio Mistruzzi, scultore per il Vaticano, che la ospitò nella sua casa, in cui i nazisti non potevano accedere in quanto proprietà dello Stato della Chiesa. Dal 1943 si istituirono delle bande fasciste finalizzate alla ricerca degli ebrei scappati, tanto che il rabbino Luciano Caro evidenzia come la gran parte degli italiani, per arricchirsi, non si faceva scrupoli nel denunciare o esercitare violenza contro gli ebrei, come Luigi Rosselli, uno dei più spietati e pericolosi in quanto conoscitore di molti ebrei romani, o Celese Di Porto che, mossa da soldi e ambizione, denunciò persino membri della sua famiglia. Un ulteriore caso è trattato da Vittoria Ottolenghi nel suo libro Tutti buoni, in merito alle delazioni contro i suoi parenti da parte della famiglia Samuelli, sebbene tuttora Alessandro Samuelli confuti gli episodi narrati. Dopo la liberazione dei campi, i sopravvissuti non vollero parlare degli orrori a cui furono costretti; ancora oggi i testimoni inorridiscono di fronte ad alcuni episodi nei lager, come le violenze sessuali nei confronti dei ragazzi più giovani da parte dei kapò di Buchenwald, rievocate dai racconti di Franco Schönheit. Il sentimento più diffuso fu quello di un senso di colpa collettivo per essere sopravvissuti, accentuato dalle insinuazioni di possibili accordi doppiogiochisti con i tedeschi per garantirsi la salvezza, come espresso da Goti Bauer, amica di Lea Polgar. In Italia, il retaggio del fascismo 36

è ancora forte in gruppi politici come Forza Nuova o CasaPound, che negano l’efferatezza delle leggi razziali o le persecuzioni antisemite da parte dei fascisti; a oggi, la tomba di Mussolini riceve un gran numero di visitatori, sempre più desiderosi di un suo mitico ritorno. Ci sono comunque tentativi di chiudere con questa parentesi della storia italiana, come la decisione di Virginia Raggi, sindaca di Roma, di rinominare le strade intitolate agli scienziati che aderirono al manifesto della razza.

t l t c r f c e f q v

p

Presentato tra le preaperture del Festival del Cinema di Roma, il film viene distribuito quasi contemporaneamente a un ulteriore documentario sulla stessa tematica, 1938 diversi di Giorgio Treves, presentato a Venezia 75 il 5 settembre, a ottant’anni esatti dalla promulgazione delle leggi razziali. A differenza di Treves, impegnato in una ricostruzione cronologica delle tappe che hanno condotto alle deportazioni (privilegiando le analisi storiografiche di studiosi e accademici, sebbene non siano esclusi testimoni diretti come Liliana Segre), Pietro Suber si focalizza su una dimensione più intima, dando ampio spazio ai racconti dei superstiti che, nel ricordo di alcuni aneddoti di vita quotidiana, rievocano gli orrori delle discriminazioni antisemite. La centralità della figura del superstite è evidente dall’utilizzo dei suoi primi piani che, con zooom in avanti, lo avvicinano simbolicamente allo spettatore in apertura dei capitoli in cui il documentario si suddivide. Sebbene privilegi il punto di vista dei sopravvissuti, Suber non rinuncia a dare voce a una controparte ancora oggi favorevole al fascismo, da Alessandro Samuelli (che nega le delazioni da parte della sua famiglia) alle nuove forze politiche inneggianti al to-

t m a a V N s c C s

A s p u m C t C a v fi c l s t z n r c a i


i , , n e i i a e -

e , , a . a e a u o i -

i n a o

n l e -

talitarismo, nonché episodi come la celebrazione ai camerati caduti del gennaio 2018 che, montata con immagini di repertorio inerenti all’esultanza della folla di fronte al carisma di Mussolini, crea un cortocircuito tra presente e passato, quasi in grado di profetizzare (se non concretizzare) quel ritorno mitico sognato dai visitatori nostalgici della tomba

del duce, un rimpianto che non rende poi così surreale una commedia come Sono tornato di Luca Miniero. Il documentario si caratterizza per una regia più televisiva che cinematografica, dovuta probabilmente alla formazione di Suber nel mondo della televisione; sul piano linguistico, il film ha una messinscena alquanto tradiziona-

le, scandita da interviste frontali e immagini di repertorio, nonché momenti più performativi in cui il regista si lascia riprendere mentre studia alcuni dei documenti utilizzati per la sua indagine o vaga nei luoghi delle testimonianze, in alcuni casi ripercorrendoli insieme ai suoi testimoni. Leonardo Magnante

di Roberto Andò

UNA STORIA SENZA NOME

Origine: Italia,Francia, 2018

Valeria, segretaria di un produttore cinematografico, scrive da dieci anni i soggetti per uno sceneggiatore di cui è innamorata, Alessandro Pes, che si prende il merito dei suoi lavori; non avendo ancora un soggetto da presentare al produttore, Alessandro chiede a Valeria di scriverlo in tempi brevi. Nonostante sua madre, Amalia, sia anch’essa una ghostwriter per conto di Onofri, il ministro della Cultura, Valeria non le rivela la sua attività di soggettista. La donna viene contattata da Alberto Rak, un poliziotto in pensione che le propone una storia che potrebbe interessarla, ispirata a un fatto di cronaca relativo all’omicidio di un esperto d’arte di cui Cosa Nostra si è servita per garantire l’autenticità della Natività del Caravaggio, tela rubata nel 1969 a Palermo e da anni passata a diverse famiglie mafiose. Il soggetto, firmato col nome di Pes, viene accolto dalla produzione, per cui Valeria scrive le prime pagine della sceneggiatura, che vengono fornite da Spadafora, un nuovo finanziatore del film, ad alcuni esponenti di Cosa Nostra; Alessandro, ritenuto essere a conoscenza del caso del Caravaggio, viene rapito e aggredito selvaggiamente, finendo in rianimazione.

v

Alberto mostra a Valeria le prove della sua indagine, che implicano Spadafora con Cosa Nostra; nonostante tutto, la donna continua a scrivere la sceneggiatura, inviandola alla produzione dal computer di Amalia tramite la casella mail di Alessandro, firmandosi “Mr. X”, insospettendo i produttori e, di conseguenza, Cosa Nostra. Valeria tenta di sedurre Muzio, l’informatico incaricato da Spadafora di scoprire l’identità di X; a casa di Muzio, dopo essere risalito al computer di Amalia, l’uomo viene immobilizzato eroticamente a letto da Valeria, che fugge e avverte Alberto. Quest’ultimo, il giorno dopo, scopre che l’informatico, scomparso dal suo appartamento durante la notte, era in possesso di alcuni video privati di politici italiani implicati in attività losche, usati per ricattarli. Durante le riprese in Sicilia, Spadafora fa trasferire segretamente il quadro originale da Palermo a Roma, per una trattativa tra Stato e mafia che si terrà a Palazzo Chigi della quale Alberto viene a conoscenza. In ospedale, Alessandro, risvegliatosi, confessa a Valeria di fingere da giorni di essere in coma per paura che i suoi aggressori tornino per ucciderlo. Valeria rivela ad Amalia di essere l’autrice della sceneggiatura 37

Produzione: Angelo Barbagallo per Bibi Film, con Rai Cinema, Coprodotto con Patrick Sibelman per Agat Films & Cie Parigi Regia: Roberto Andò Soggetto e Sceneggiatura: Roberto Andò, Angelo Pasquini, Giacomo Bendotti (collaborazione) Interpreti: Micaela Ramazzotti (Valeria Tramonti), Alessandro Gassmann (Alessandro Pes), Laura Morante (Amalia Roberti, madre di Valeria), Renato Carpentieri (Alberto Rak), Antonio Catania (Vitelli), Gaetano Bruno (Diego Spadafora), Marco Foschi (Riccardo), Martina Pensa (Irene), Renato Scarpa (Onofri - Ministro della Cultura), Silvia Calderoni (Agate), Emanuele Salce (Presidente del Consiglio), Paolo Graziosi (Nemi - Ministro Economia), Filippo Luna (Seminerio), Michele di Mauro (Augusto Trezzi), Allan Pearce Caister (John Morris), Giovanni Martorana (Mario), Jerzy Skolimowski (Jerzy Kunze) Distribuzione: 01 Distribution Durata: 110’ Uscita: 20 settembre 2018

e, dopo averle raccontato del caso, la convince ad aiutarli a fermare la contrattazione segreta a Palazzo Chigi; grazie all’aiuto di Onofri, indignato per l’implicazione mafiosa e monitorato da Amalia


attraverso un auricolare, riescono a impedire la trattativa, smascherando i politici implicati attraverso i video di Muzio. Nell’edificio, Valeria è braccata da alcuni uomini, ma viene salvata da Alberto, che le dà le chiavi di un appartamento dove potersi nascondere. Al telegiornale, la protagonista scopre che Alberto è rimasto ucciso in un attentato. Amalia le confessa che l’uomo era suo padre: i due si sono frequentati per un anno, per poi interrompere amaramente la loro storia, spingendo la donna a non rivelargli di essere incinta, tanto da parlargli di Valeria solo anni dopo, impedendogli di incontrarla. Sei mesi dopo, Alessandro denuncia in commissariato l’aggressione subita e Valeria confessa di essere l’autrice della sceneggiatura; in realtà, la sequenza è il finale del film, intitolato Una storia senza nome, proiettato sul grande schermo il giorno della prima, a cui sono presenti Alessandro e Valeria, stupiti per la somiglianza con i sosia che li hanno interpretati. In sala è presente anche Alberto, che rivela a Valeria di essere riuscito a sfuggire all’attentato e di fingersi un prete per non essere scoperto, sebbene continui a indagare sul caso.

Il cinema italiano torna a indagare sul rapporto dialettico tra il peso della verità e il potere consolatorio della finzione, trattato di recente da Ferzan Özpetek nel suo Napoli velata, sebbene Andò rinunci a un thriller oscuro e psicologico, per una storia di spionaggio, a cavallo tra Hitchcock e Sciascia, basandosi sul controverso furto della Natività del Caravaggio a Palermo; l’implicazione tra Stato e mafia diventa quell’aletheia che i personaggi cercano di salvaguardare, sfruttando la finzione come strumento per intervenire sulla realtà, costruendo la storia di volta in volta, con gusto metalinguistico che si conclude in un’emblematica mise en abyme narrativa, in cui la vita e il cinema si mescolano, con sfumature felliniane, nella sala cinematografica in cui Valeria osserva il suo alter ego sostenere nel film il potere salvifico della finzione come via di fuga da una verità che “uccide”. Sfruttando coppie di attori già consolidate in precedenti lungometraggi (Ramazzotti ha già collaborato con Carpentieri e Gassman rispettivamente in La tenerezza di Gianni Amelio e Il nome del figlio di Francesca Ar-

i

di Alexandra Leclère Origine:Francia, 2017 Produzione: Philippe Godeau per Pan Européene, France 2 Cinéma, Canal+, OCS Regia: Alexandra Leclère Soggetto e Sceneggiatura: Alexandra Leclère Interpreti: Didier Bourdon (Jean), Valérie Bonneton (Marie), Isabelle Carré (Virginie), Laurent Stocker (Michel), Hélène Vincent (la madre di Sandrine), Michel Vuillermoz (Félix), Billie Blain (Jeanne), Marty Berreby (Antoine), Lise Lamétrie (L’insegnante) Distribuzione: Officine Ubu Durata: 100’ Uscita: 30 agosto 2018

chibugi), a cui si affianca Laura Morante nel ruolo di Amalia, Andò si allontana dalla commedia e dal melodramma, generi par excellence del cinema nostrano, per un thriller che non rinuncia a sfumature ludiche e dilettevoli, legate prevalentemente al personaggio di Alessandro Gassman (nel suo classico ruolo da imbroglione, opportunista e seduttore), sebbene la sceneggiatura non appaia sempre convincente, date alcune situazioni forzate e irreali (come la scelta di Gassman di fingersi in coma o la facilità di infiltrarsi a Palazzo Chigi). Convincente Micaela Ramazzotti nella sua evoluzione da ingenua segretaria, poco appariscente e dai tratti androgeni, a sensuale femme fatale, alla scoperta di una femminilità celata (diverse le inquadrature sul suo riflesso mentre è intenta a truccarsi e pettinarsi), che non si fa scrupoli a utilizzare come arma per portare avanti la sua storia, nel suo ruolo da deus ex machina muovendo le fila di una finzione che prende spunto da una verità a sua volta sotto il controllo titanico della criminalità organizzata. Leonardo Magnante

UN MARITO A METà Sandrine, insegnante di violino sposata da quindici anni con il professore universitario Jean, smaschera il tradimento del marito leggendo alcuni messaggi sul suo smartphone. Dopo essere stato messo in ridicolo dalla moglie davanti a tutta una classe di studenti, Jean lascia la sua amante Virginie, proprietaria di una libreria. Intanto la mamma di Sandrine minimizza la cosa con la figlia confessando che lei è una vita che sopporta i tradimenti del

s

38

marito. Dopo pochi giorni, Sandrine si accorge che il marito è disperato per l’assenza dell’amante e si reca dalla donna per conoscerla. Rimasta colpita dalla grazia e gentilezza di Virginie, Sandrine le propone di dividersi Jean una settimana a testa in una sorta di ‘affido congiunto’ dell’uomo. Sulle prime restia, Virginie accetta. Rientrando a casa, Jean trova le due donne che lo mettono di fronte all’accordo stipulato. Inizia così la fase di settimane alterne per l’uo-

m r a f s g a l fi V r N a i r d e l u p m t h p a i t i u c p m V c p m i e i t t a p g s c D n l c d s r d t


, r , a , n , n e n à . i a e e i e o a e o e a

e

à

e e e a i . e e a -

mo che per la prima settimana si reca dall’amante. Ma, sentendosi a disagio, Jean non riesce più a fare l’amore con Virginie. Finita la settimana, l’uomo torna dalla moglie ma trova i figli che hanno un atteggiamento ostile verso di lui, e la moglie che ha diviso i letti. Alla fine della settimana, Jean torna da Virginie portandosi dietro i figli. I ragazzi si sentono molto a disagio. Nel frattempo Sandrine mette in atto il suo piano per riconquistare il marito. Comprata della biancheria intima sexy, la donna si fa fare delle foto provocanti dalla madre e le invia a Jean. L’uomo cade nella trappola e una sera lascia con una scusa Virginie per andare a passare una notte di sesso con l’ex moglie. Quella stessa notte, Jean torna dall’amante ma dice che non ha voglia di fare l’amore con lei perché lì ci sono i figli. Jean torna a casa con i figli mentre Sandrine invita Virginie a un pigiama-party a casa sua. Arrivata alla festa insieme con un amico indossando un pigiama, Virginie si accorge che la festa è in realtà un party per festeggiare i quindici anni di matrimonio di Sandrine e Jean. Vestita a sposa, Sandrine balla con il marito in modo provocante prendendosi la rivincita sull’amante. Virginie è in lacrime, poi, indossato un abito della rivale, rientra in gioco coinvolgendo Jean in un ballo sfrenato e sexy. Il mattino dopo, Jean saluta Sandrine e torna da Virginie. Parlando con un amico, l’uomo confessa che ci sta prendendo gusto. Tornato da Virginie con un mazzo di fiori, fa sesso con lei. La donna riprende tutto con un video che invia a Sandrine. Dopo una settimana di sesso sfrenato con l’amante, Jean torna dalla moglie che gli avvelena la cena con del cibo per cani. L’uomo torna da Virginie e si sente male. Come se non bastasse, Virginie cade e si rompe una caviglia: ora ha bisogno della vicinanza di Jean per tre settimane. Sandrine fa una scenata

al marito e gli impone di vedersi quel pomeriggio per fare sesso. Fuori di sé, quella sera la donna non torna a casa e va a ubriacarsi con l’amico Gerard, poi si spoglia nuda per strada, cade in una fontana e viene arrestata. Jean e Virginie vanno a prelevarla. A casa, Sandrine fa una scenata a Jean, poi Sandrine e Virginie discutono. Durante la lite, Jean ha forti dolori al petto. L’uomo va dall’amico gay Michel e resta a dormire da lui. Tornato a casa, Jean trova la moglie e l’amante che stabiliscono nuovi turni. E’ Natale, Jean convoca le due donne per parlare: ma si sente male cadendo a terra. Alcuni mesi dopo. I tre sono in Provenza per le vacanze estive in una villa con piscina. Virginie ha avuto un bambino, i figli di Jean e Sandrine si prendono cura del piccolo. Le due donne fanno il bagno con Jean in piscina: l’uomo è rimasto offeso da un ictus, non parla più e ha difficoltà motorie. Le due donne lo continuano ad assillare. Mentre scorrono i titoli di coda Jean, che deambula con una carrozzina motorizzata, a Parigi fa ancora la spola fra la moglie e l’amante continuando a sbagliare strada quando torna a casa. Il triangolo è dei più classici: marito, moglie e amante. Ma questa volta gli sviluppi sono inattesi, una sorta di rivisitazione 2.0 del ménage à trois, una divertente variazione sul tema dell’affido congiunto. In effetti il triangolo che si viene a comporre nel film di Alexandra Leclère è davvero atipico. Quinto lungometraggio della regista francese diventata celebre nel 2002 con il cortometraggio Bouche à bouche e che nel 2015 ha firmato la commedia sociale Benvenuti… ma non troppo, Un marito a metà (in originale Garde altèrnee) gioca bene sul tema attualissimo (!) del tradimento scoperto tramite smartphone, messo subito in evidenza nello scoppiettante incipit.

i

39

Lo spunto del film è dichiaratamente autobiografico, la stessa regista ha ammesso di aver vissuto una situazione simile essendo stata amante di un uomo sposato ed avendo fatto all’uomo una proposta di condivisione con sua moglie, proposta ovviamente rifiutata. L’aneddoto a disposizione della regista era troppo ghiotto come spunto per una commedia sulla vita di coppia ed è così che il responso negativo avuto nella realtà è stato convertito dalla regista nel suo contrario. Privo di messaggi morali, il film della Leclère si lascia apprezzare per la leggerezza, l’ironia, il brio e la pioggia di situazioni imbarazzanti provocate dal surreale affido congiunto. Un crescendo di ritmo e gag che tocca il suo apice nella festa per l’anniversario della coppia di protagonisti. Nella seconda parte, si ingrana addirittura la quinta e si viaggia a un ritmo forsennato inanellando una serie di situazioni off-limits, vissute sulla pelle del povero marito traditore. A fare la parte delle leonesse in guerra per il sornione Didier Bourdon sono le due brillanti attrici d’Oltralpe Valérie Bonneton e Isabelle Carré, entrambe affascinanti e perfette nei loro ruoli. Due donne moderne, emancipate e all’apparenza libere ma disposte a rivelarsi agguerrite combattenti per un uomo. Alla fine dei conti la commedia della Leclère scivola via leggera e piena di ritmo, trasformandosi via via in una farsa dal finale un tantino grottesco ma perfetta per passare poco meno di due ore di pura evasione. Elena Bartoni


di Claudio Ripalti

LA BANDA GROSSI – UNA STORIA VERA QUASI DIMENTICATA

Origine: Italia, 2017 Produzione: Cinestudio Regia: Claudio Ripalti Soggetto e Sceneggiatura: Claudio Ripalti Interpreti: Camillo Marcello Ciorciaro (Terenzio Grossi), Roberto Marinelli (Il prefetto), Rosario Di Giovanna (Sante Frontini), Leonardo Ventura (Olinto Venturi), Simon Phillips (Arthur Stevens), Ptetro De Silva (Il Reverendo), Orfeo Orlando (Reverendo), Mateo Çili (Pietro Pandolfi), Mario Diodati (Sig. Guidarelli), Manuel D’Amario (Biagio Olmeda), Ettore Nicoletti (Appuntato Renzi), Cecilia Bertozzi (Marietta), Camilla Bianchini (Franceschina), Federica Fabiani (Ostessa) Distribuzione: Effecinematografica Durata: 120’ Uscita: 20 settembre 2018

Marche, 1863. In carcere, nel Castello di San Leo, c’è Olinto Venturi, l’ultimo della banda Grossi. Un avvocato del Ministero della Guerra va a interrogarlo per capire come si siano svolti i fatti e chi siano i relativi responsabili del periodo di sangue occorso negli ultimi due anni. Olinto racconta la storia della banda da quando Terenzio Grossi raduna sei compagni (tra cui il fratello più giovane, Marco) per combattere lo sfruttamento padronale delle campagne e sollevare la situazione di adattamento generale al nuovo regime. Al Papa Re si sostituisce un altro Re, Vittorio Emanuele II, i cui soldati e carabinieri non esitano a soffocare nel sangue qualsiasi rivendicazione di un territorio considerato una zona di conquista. Terenzio, appena evaso dal carce-

M

re, sistema la sua vendetta personale massacrando il figlio del padrone che costringeva alla fame la sua famiglia, poi passa all’azione con i suoi compagni. Assaltano le diligenze dei ricchi possidenti ben corredati di sacchetti d’oro, rubano nelle ville dei padroni, violentando le donne e uccidendo chi si oppone. Naturalmente tutto questo non può durare a lungo perché il potere si organizza e procede alla lotta contro i briganti, forte dei suoi mezzi e della sua occupazione territoriale. Il prefetto del Re pensa di svolgere un’azione più subdola, cercando di ottenere a suon di denaro un traditore nella banda e fornendo documenti di salvacondotto falsi ai briganti che non sanno leggere, per attirarli nelle mani dei soldati. Solo uno, il Brigadiere Cardinali, si batte sul campo a viso aperto, ricevendo dal prefetto delle minacce per la sua presunta vigliaccheria e lentezza nel venire a capo della situazione. Fatto sta che uno a uno i briganti si arrendono e finiscono in carcere; Terenzio, gravemente ferito in un corpo a corpo con Cardinali, muore colpito alle spalle dal vero traditore, il bestiale Sante Fortini, crudele, violentatore e assassino che finirà impiccato. La storia è finita, i componenti la banda, uccisi o ai lavori forzati; le popolazioni rientrano, domate, nel nuovo regime; lo stesso avvocato, che voleva portare in tribunale il cattivo comportamento del prefetto, è da questi tenuto a freno, nominato viceministro del suo stesso ministero della guerra e pronto, quindi, a ogni vendetta.

F

perché di questo si tratta, non volendo considerare appartenenti al genere le pellicole fine ’60, inizi ’70: per chi ama davvero il western, queste produzioni non possono essere considerate tali, tanto quanto le opere brutali e realistiche, astratte e grottesche di Sergio Leone (unico talento registico del genere). Tutte le altre rientrano nella sfera delle mistificazioni o del divertimento puro e popolare, da cartone animato, come i film antiviolenti interpretati da Bud Spencer e Terence Hill. Due gli elementi fondamentali del western: la nostalgia dell’epica con relativa connessione tra la vita avventurosa e i sogni dell’infanzia e l’avanzata tragica e più o meno “legale” della legge; un territorio con i suoi abitanti si trasforma abbandonando il vecchio ordine rituale delle cose per assumere un’altra dimensione e procedere verso il futuro, giusto o ingiusto che sia, a prezzo, naturalmente, del sangue e del sacrificio. Tutto questo appartiene a La Banda Grossi, il cui autore principale - Claudio Ripalti, di Urbino - ha messo mano a una vicenda storica che (sono le sue stesse parole) “aveva tutti i connotati per una trasposizione potente sullo schermo”. Abbiamo accennato prima all’epica, all’avventura, all’avanzata tragica della legge; sono tutti temi presenti nella storia del nostro paese in cui esso è cresciuto e si è formato; non tanto e non solo il periodo risorgimentale vero e proprio, tipo “si scopron le tombe, si levano i morti…” ma quello successivo: la seconda metà ottocentesca quando Finalmente qualcuno, in alle masse rurali in povertà e in Italia, che abbia voluto e fermento fu fatto credere che attrasaputo fare un western, verso i plebisciti di annessione fos40

s d b p v t c s

l a b t t m

a d

I

s

c f d n a r m t q l

s p q s s d l g o p d b


I A

l : , , a e

i a a a o o l a e

a a a -

a i , o a o n -

se stato esaudito il loro desiderio di abbracciare il nuovo regno sabaudo. Quando una nuova classe piccolo borghese avida e famelica viene alla ribalta e non esita a patteggiare il proprio arricchimento con la repressione, il sangue, lo sfruttamento. Briganti o patrioti? Le Marche, come la Maremma o la Lucania, sono l’humus di storie, avvenimenti, avventure e lutti, furbescamente depistati dal nuovo potere e che costituiscono il sogno, la tragedia e l’epica del nostro western, mai veramente sognato e utilizzato. Ripalti ha costruito il suo western attraverso due metodi base: il cosiddetto crowdfunding e la squadra.

Il primo è un finanziamento collettivo, per lo più on line, che deriva dalla collaborazione di persone che hanno fiducia nel sostenere iniziative e progetti provenienti “dal basso”. La squadra, invece, è il fiore all’occhiello di Ripalti cioè un gruppo di giovani specializzati nel proprio settore ed estremamente determinati nel fornire un prodotto di qualità: chiamiamola una mobilitazione delle capacità, della passione per fare il cinema e della voglia di andare controcorrente (“che è la spinta per produrre le cose migliori” parole ancora di Ripalti). Il film che è uscito da questa unione d’idee e professionalità è

un’opera avvincente e affascinante che non sconta per nulla il budget ristretto: i costumi e le scenografie con il corredo di mobili e suppellettili; le armi presentate con la massima precisione storica; la fotografia calda, avvolgente e fumosa per gli interni, brillante per il magnifico verde degli esterni rurali e la concentrata disponibilità recitativa dei giovani attori rendono questo film un’opera di grande interesse a dimostrazione di quanto meriti mettere mano alle nostre radici e avviare progetti al di fuori dei soliti canoni produttivi e distributivi. Fabrizio Moresco

di Edoardo De Angelis

IL VIZIO DELLA SPERANZA

Origine: Italia, 2018

L

La piccola Maria viene rinvenuta in un fiume in fin di vita e viene soccorsa da un uomo su un moto-

scafo. Anni dopo, Maria è alla ricerca di Fatimah, prostituta incinta fuggita per salvare il suo bambino dal giro di prostituzione di donne nigeriane di Zi’Mari, costrette ad affittare il loro utero a madri surrogate; braccio destro della madame, Maria, accompagnata costantemente dal suo cane, traghetta queste donne nel rifugio di Marcolina, dove attendono di partorire. Maria confessa a Zi’Mari di essere incinta, per cui la donna la porta da un medico che evidenzia quanto una gravidanza possa essere rischiosa, visto il suo stato di salute in seguito allo stupro subito da piccola; Zi’Mari dichiara di voler prendere provvedimenti in seguito al recupero di Fatimah, per ora il problema principale. Maria parla della gravidanza a sua madre Alba, specificando che il bambino non ha un padre e che lei non

vuole abortire nonostante i rischi. Trovata Fatimah, Maria sceglie di farla fuggire e, stufa del suo lavoro, si rifugia da Blessing, donna nigeriana che vive con un gruppo di prostitute, anch’esse incinte, e con sua figlia Virgin. Il giorno dopo, Virgin e Maria pranzano da Carlo Pengue, ex-giostraio che mostra loro un baule di foto dei volti impauriti dei bambini sul tagadà; tra questi scatti, c’è anche Maria, unica bambina che non ha mai avuto paura della giostra. Per poter continuare a rimanere da Blessing, Maria è costretta a prostituirsi, sebbene l’arrivo improvviso di Marcolina la costringa alla fuga, durante la quale un serpente morde il suo cane, uccidendolo; disperata, la protagonista torna a casa. Incinta di ventotto settimane, Alba porta Maria dal medico per un’ecografia e, nello studio, è presente anche Zi’Mari; il bambino è in ottima salute, sebbene non siano esclusi rischi di morte per parto a causa delle condizioni di Maria. Zi’Mari afferma che Fatimah 41

Produzione: Attilio De Razza, Pierpaolo Verga per Tramp LTD., O’ Groove, Medusa Film Regia: Edoardo De Angelis Soggetto e Sceneggiatura: Edoardo De Angelis, Umberto Contarello Interpreti: Pina Turco (Maria), Massimiliano Rossi (Pengue), Marina Confalone (Zì Marì), Cristina Donadio (Alba), Marcello Romolo (Dottore), Odette Gomis (Fatimah), Juliet Esey Joseph (Blessing), Maria Angela Robustelli (Ramona), Jane Bobkova (Natalia), Yvonne Zidiouemba (Hope), Demi Licata (Tina), Nancy Colarusso (Virgin), Imma Mauriello (Marcolina) Distribuzione: Medusa Film Durata: 90’ Uscita: 22 novembre 2018

è stata affidata ai servizi sociali, che le porteranno via il bambino, strappandolo alla madre surrogata che ha pagato per lui; per rimediare a quest’imprevisto e per


punire la protagonista di questa “idiozia” dettata da una scemenza come la speranza, Zi’Mari venderà il bambino alla donna in seguito alla morte di Maria, piano a cui Alba non si oppone. Incinta di quaranta settimane, Maria viene traghettata da Marcolina; scoperte le intenzioni di fuggire da Carlo, Zi’Mari confessa a Maria che è stato lui a salvarla in seguito all’aggressione, ma era stato comunque accusato ingiustamente del crimine. Nonostante gli avvertimenti della madame, Maria fugge da Carlo e gli chiede di crescere il bambino in caso di morte; i due si dirigono da Virgin, ormai costretta a prostituirsi, e la portano con loro su una spiaggia. Rifugiati in una casa abbandonata, Carlo e Virgin aiutano Maria a partorire; all’alba la donna, sopravvissuta al parto, porta il figlio in riva al mare per mostrargli il significato del nascere. Di notte, mentre i protagonisti stanno dormendo, una figura misteriosa poggia il braccio di Maria sul corpicino di suo figlio, vegliando su di loro. Premio del Pubblico BNL alla tredicesima edizione del Festival del Cinema di Roma, il film di De Angelis trascende nuovamente la strada del realismo, utilizzando il Meridione come un seme in grado di far germogliare un mondo a sé stante, non indagando le specificità della real-

P

tà italiana, ma utilizzandola come pretesto per un racconto più universale, ponendosi in continuità con il suo precedente Indivisibili, sia nello stile che nella mescolanza tra simbolismo e realismo. La macchina da presa vaga in un mondo in cui sembra non esserci più traccia di umanità, in cui i ruoli di madre e figlio sono ormai sinonimo di schiavitù e merce, in cui nulla dei comportamenti, delle azioni e delle situazioni ordinarie in cui i personaggi si muovono sembra mantenere accezioni umane, possibili da riscontrare solo nella triade Maria (mossa da un sentimento squisitamente umano come la speranza), Carlo (l’unico essere umano che Maria afferma di conoscere) e Virgin (la cui purezza è implicita nel suo nome); questi personaggi, fantasmi che si muovono senza obbiettivi se non la mera sopravvivenza, vagano in un paesaggio retrocesso a uno stato pre-umano, dominato solo da terra, aria e acqua, similmente a quel luogo primordiale colmo di umanità resa spoglia, avida e scarna per la cruda lotta per esistere di cui parla Antonio Pietrangeli in merito al paesaggio padano di Ossessione di Luchino Visconti. In questo mondo “post-apocalittico”, la speranza è ormai un vizio che, per sua natura terminologica, implicherebbe una disposizione al male e un’impossibile accettazione di qualsivoglia atteggiamento morale: in un’esistenza in cui la condi-

di Pippo Mezzapesa

zione di schiavo viene considerata come unico atteggiamento possibile dell’individuo, in quanto ritenuta una caratteristica ontologica esaltata da chi detiene il potere (l’ultimo monologo di Zi’Mari), risulta quasi lapalissiano che demotivare il soggetto in modo tale da non porsi in una condizione di apertura (e di speranza) nei confronti del futuro implichi la sua semplice rassegnazione all’esistere e quindi all’accettazione passiva della sua prigionia, acquietando qualsiasi capacità di cambiare la propria condizione e di quel carattere iconoclasta e nichilista proprio solo di chi esalta l’autonomia del pensiero e si muove verso obiettivi che lo proiettano in un futuro in grado di sovvertire la propria sottomissione. La speranza diventa per Maria un motore di vita in grado di non rassegnarsi all’idea di corpo “rovinato”, incapace di procreare, inculcatale sin da piccola, ma in grado di mettere in discussione la parola autoritaria, decretandosi quindi come veicolo del “vizio”. Un male per un sistema titanico implica un bene per la libertà dell’individuo: ecco che il frutto di quel vizio è l’avvento di una nuova umanità (non a caso, Maria chiama il figlio semplicemente Uomo), una nuova apertura verso un futuro in grado di rifondare le sorti di un’umanità destinata a sparire. Leonardo Magnante

b e u u e g g g u p

N d l s c s r n a c c u G r v b p f d r

I

IL BENE MIO

Origine: Italia, 2017

Il paese di Provvidenza ha conosciuto il terremoRegia: Pippo Mezzapesa to dieci anni fa e i suoi Soggetto e Sceneggiatura: Pippo Mezzaabitanti sono tutti andati pesa, Antonella Gaeta, Massimo De Angelis via a occupare le nuove case ai pieInterpreti: Sergio Rubini (Elia), Sonya Meldi della collina. lah (Noor), Teresa Saponangelo (Rita), Dino L’unico che si ostina ancora a riAbbrescia (Gesualdo), Francesco De Vito manere a casa sua, una delle poche (Pasquale), Michele Sinisi (Gustavo) rimaste in piedi in un panorama Distribuzione: Altre Storie completamente disastrato, è Elia: Durata: 94’ incapace di andarsene perché non Uscita: 4 ottobre 2018 Produzione: Cesare Fragnelli per Altre Storie con Rai Cinema

I

42

sa liberarsi del ricordo della moglie, insegnante morta nel crollo della scuola intorno ai ruderi della quale Elia continua a girare e rigirare senza darsi pace. Neanche il sindaco del paese, suo cognato, riesce a convincere Elia ad abbandonare quel posto di morte, anzi, lo minaccia anche di farlo portar via dalla forza pub-

f s s m M i t r l


a e a a e i i o , i e a e n a

a n o a i e a o à o a o à

e

O

o a -

, e o e -

blica perché non è possibile che un essere umano continui a vivere in un tale pericoloso abbandono. Le uniche persone che continuano a essergli vicine sono Gesualdo che gestisce giù nel Paese nuovo un’agenzia di viaggio e Rita, una collega della moglie che ha ora aperto un bar e che vorrebbe unire la propria solitudine con quella di Elia. La svolta viene dall’incontro con Noor, clandestina araba in fuga dal suo Paese e diretta dalla sorella in Francia, che si rifugia a casa sua. Elia, inizialmente, ostile e recalcitrante di fronte a questa invasione, aiuta la donna a guarire e a rimettersi in piedi e cerca di organizzarle uno spiraglio di fuga dopo aver avuto con lei, forse, un incontro d’amore, pur scambiandola con l’immagine della moglie. Elia utilizza un viaggio organizzato da Gesualdo verso Lourdes per infilare Noor nel pullman che la porterà verso la sua famiglia. L’uomo sembra ora più libero e padrone delle proprie scelte, in pace coi propri fantasmi: può superare il cancello della scuola crollata e raggiungere, finalmente, il proprio passato.

P

aveva già dimostrato nel 2011, con il suo primo lungometraggio a soggetto Il Paese delle spose infelici, la capacità e il piacere di rivisitare nell’immaginazione luoghi reali e la sensibilità di far prendere alla storia un cammino poetico denso di mistero. Anche in questo film l’immaginazione la fa da padrona nel rendere reale ciò che è impossibile, cioè la completa ricostruzione di un paese distrutto dal terremoto. Quel paese, però, non rappresenta solo mattoni, vicoli e sassi ma ricordi, amori e amicizie cui il protagonista vuole dare nuova vita con l’unica forza di una convinzione poetica evocativa in cui crede fortemente e da cui non si lascia smuovere di un millimetro. Che cosa può fare, quindi, il protagonista per rendere tangibile questo suo sforzo sovrumano? Può accumulare in casa tutto quello che trova disseminato e nascosto tra le macerie: disegni di bambini, giocattoli, suppellettili, soprammobili, quadri e quadretti, utensili e strumenti di ogni genere e così’ via. Questa montagna di roba rapPippo Mezzapesa, regista presenta il recupero dell’identità, e sceneggiatore pugliese l’ostinazione verso i propri sogni e di neanche quarant’anni le motivazioni che hanno unito tut-

I

Fabrizio Moresco

di Davide Alfonsi, Denis Malagnino

IL CODICE DEL BABBUINO In seguito al ritrovamento del corpo in fin di vita della sua fidanzata Patrizia, vittima di stupro, fuori da un campo rom, Tiberio sceglie di vendicarla mettendosi sulle tracce dell’aggressore insieme al suo amico Denis, lasciando Marco, miglior amico della donna, in ospedale accanto a lei. Denis tenta di dissuaderlo dall’incendiare il campo, cercando di convincerlo ad affidarsi alle autorità, che lo

ti fino a rendere le persone quello che sono oggi. Per questo la gente che entra a casa di Elia per convincerlo al trasferimento definitivo resta sopraffatta da questo cumulo di cose e ricordi e solo ora si accorge di avere, in questo modo, rinnegato la propria vita. Elia, al contrario, come se avesse raggiunto lo scopo del suo lavoro, confermato dall’incontro con Noor, anche lei in cerca d’identità, può tranquillamente superare il cancello della scuola dove la moglie è morta e avviarsi verso il suo destino, qualunque esso sia. Bravi Rubini e tutti gli attori a disegnare in questo mondo di materialità e finanza l’esigenza di restare legati alla magia del proprio passato e ai tanti misteri e segreti che esso racchiude, capaci ancora oggi di indicarci il nostro giusto cammino.

stanno cercando per interrogarlo, e soprattutto a non accusare gli zingari a priori, capri espiatori per deviare le tracce del colpevole. Denis chiede aiuto all’abitante della casa accanto al campo, il quale dichiara di non aver visto nulla. Grazie a Roberta, una collega della vittima, i due scoprono che qualche giorno prima Patrizia era uscita da lavoro con un ragazzo. Tiberio chiede a Denis di contattare il Tibetano, il boss della zona, promettendo di pagarlo con i soldi 43

Origine: Italia, 2018 Produzione: Amanda Flor, Officina delle idee Regia: Davide Alfonsi, Denis Malagnino Soggetto e Sceneggiatura: Davide Alfonsi, Denis Malagnino Interpreti: Denis Malagnino, Tiberio Suma, Stefano Miconi Proietti, Marco Pocetta, Fabio Sperandio, Alessandra Ronzoni, Cristina Morar, Lionello Pocetta, Daniele Guerrini Distribuzione: Distribuzione Indipendente Durata: 81’ – V.M.: 14 Uscita: 17 maggio 2018


che ha messo da parte insieme a Patrizia per andarsene da Roma e ricominciare una nuova vita. Sebbene Denis debba ancora pagargli un debito di 20.000 euro, il Tibetano sceglie di aiutarli; il criminale racconta a Tiberio che Denis è implicato in uno spaccio di fumo per guadagnarsi soldi a sufficienza per prendersi cura della sua famiglia e per pagare il debito in seguito al fallimento del suo bar, di cui il Tibetano è entrato in possesso. Il boss li conduce da Angelo, un membro del campo rom, il quale regala a Tiberio una pistola con cui uccidere il colpevole, mandando su tutte le furie Denis, che, costantemente deriso per il suo senso di moralità, tenta di dissuaderlo dal seguire le dritte del Tibetano, sebbene il protagonista, desideroso di vendetta, non voglia accettare i consigli dell’amico. Il Tibetano viene contattato da due suoi amici, nonché poliziotti, che hanno scoperto che Patrizia ha una relazione segreta con Marco, che viene rapito e condotto dal boss; Tiberio, con la pistola di Angelo, ferisce Marco a una gamba, vendicandosi del tradimento e dimostrando al Tibetano di essere un “uomo”. Angelo scopre che un ragazzo del campo ha notato tre individui fuggire e rifugiarsi nella casa accanto, per cui il Tibetano e i suoi uomini rapiscono il proprietario e lo torturano per scoprire che fine abbiano fatto gli stupratori. I due poliziotti rintracciano i tre colpevoli: ragazzi di tredici, quattordici e quindici anni, di nazio-

nalità italiana, rumena e araba. In attesa che vengano condotti da loro, Tiberio confessa di non avere il coraggio di uccidere tre ragazzini, per cui il Tibetano ordina ai due poliziotti di condurre i colpevoli in commissariato e tranquillizza il ragazzo, affermandogli di avergli già dimostrato di essere un uomo, per cui gli propone di lavorare per lui. Improvvisamente, Denis spara al Tibetano e costringe Tiberio a seppellire il corpo; all’alba, Denis accompagna il protagonista in ospedale, per poi rimanere in panne.

D

Davide Alfonsi e Denis Malagnino scrivono e dirigono il loro terzo lungometraggio, realizzato con il Collettivo Amanda Flor, dando vita a un film indipendente, caratterizzato da una regia piuttosto amatoriale, che riduce la frammentazione delle sequenze mediante il montaggio per favorire una vorticosità della macchina da presa a mano, che segue dinamicamente, quasi come un reportage, i movimenti dei personaggi. Inizialmente pensato come un intreccio di più linee narrative, il film ricalca uno schema diegetico affine al ragguardevole Irreversible di Gaspar Noé, anch’esso concentrato in parte sulle ricerche del protagonista, desideroso di vendicare lo stupro della sua donna, affiancato da un amico più riflessivo che tenta di dissuaderlo dal portare a termine la sua vendetta privata. Se per Noé lo stupro di Monica Bellucci è un escamotage per una riflessione dai tratti più fatalisti ed esistenziali, che non lascia alcuna possibilità di scampo ai personaggi, fatalmente abbandonati al loro tragico destino, per Alfonsi e Malagnino la violenza sessuale avvia un racconto di formazione che si struttura intorno a Tiberio, centro di due polarità opposte, concretizzate emblematicamente da Denis (interpretato dallo stesso Malagnino), rappresentante di un 44

ordine quasi genitoriale (vista anche la differenza d’età) e per questo costantemente rifiutato da Tiberio, e dal Tibetano, emblema di un caos incontrollabile e svincolato da qualsivoglia legalità. Tiberio si delinea come un Io sospeso tra le indicazioni moraleggianti di un Super Io freudiano, che tenta di indirizzarlo verso una via legale, e un Es finalizzato a sostenere il culto dell’homo homini lupus, strutturando il concetto di maturità e mascolinità in base alla violenza e al predominio, seguendo quel codice animalesco e anarchico, accomunabile a quello dei babbuini evocati nel titolo, soliti ad ampliare il branco per accerchiare e aggredire le loro vittime. In questo metaforico passaggio alla fase adulta, Denis si configura come pater familias (soprannome datogli dal Tibetano), in relazione non solo alla sua famiglia ma anche a Tiberio (emblematica la sequenza in cui, di fronte all’eccitazione di Tiberio per delle prostitute, Denis lo incoraggia provocatoriamente a tradire quella stessa donna che sta vendicando), tanto da imporsi come istanza privilegiata attraverso l’omicidio del Tibetano, salvaguardando se stesso e al contempo il suo pupillo, strappandolo dai lacci della criminalità organizzata, ma al contempo punendolo facendogli seppellire il corpo del suo antagonista. Denis emerge come contraltare di un pensiero comune, intrinsecamente razzista, riduttivo nel dare senso alla contingenza del reale (Tiberio, che accusa i rom a prescindere), a vantaggio di una complessificazione dell’evento e dei suoi risvolti (Denis capisce che i rom sono un capro espiatorio), tanto che lo stupro alla fine rivela la sua natura “multirazziale” (come definita grossolanamente dal Tibetano), emblema di un male che trascende pregiudizi razziali e che accomuna indistintamente tutti gli esseri umani. Leonardo Magnante

N

s c i s b s c l d p c m l c c è c r s

c c r s i a I r v c p p t m n p t s e a n a s m


o , s a o o o n , e o -

o a e a a a o e o l

i o , a o a i i -

e

di Volfango de Biasi

NESSUNO COME NOI

Origine: Italia, 2018

che lo fa sentire escluso e rifiutato. Quando Betty si ritrova suo malgrado nel ruolo di amante, dopo i primi tempi di irrazionalità emotiva, inizia a rivendicare il suo diritto a essere felice e rimpiange la sua indipendenza. Umberto dal canto suo non ci pensa proprio a rinunciare alla sua sicurezza, perché una famiglia come la sua “non divorzia”. Così la donna inizia a prendere le distanze. Intanto Caterina fa coppia fissa con Romeo e con lui scopre anche il sesso. Vince, già provato per la delusione del suo amico, scopre la relazione tra la sua professoressa e Umberto e rimane profondamente turbato. Romeo inizia a provare gelosia nei confronti di Vince e arriva a prenderlo a botte. Per vendetta allora Vince svela la relazione tra Betty e Umberto. Romeo prima incredulo, ha presto la conferma della relazione del padre. Intanto Umberto sembra impazzire per l’assenza di Betty e le propone di cambiare vita, lasciare tutto e trasferirsi con lui a Milano. La donna accetta la proposta e lascia la scuola. Umberto però non riesce a confessare la verità alla moglie, nonostante suo figlio, che conosce i fatti, non voglia più vederlo. Così l’uomo decide di parlare con il figlio in maniera sincera, spiegandogli le sue ragioni. Poi raggiunge sul treno Betty e le promette una volta per tutte di separarsi dalla moglie per poi raggiungerla a Milano. Romeo chiede perdono a Vince e i tre ritornano amici più di prima.

Piumini, zaini, felpe firmate: negli anni Ottanta a detta di Vince, bisognava spendere un patrimonio in abbigliamento per sentirsi apprezzati nel proprio liceo. A Vincenzo però i vestiti non interessano, come non gli interessano i numeri: il padre lo vorrebbe ingegnere, ma lui preferisce le storie. Guarda dalla finestra di casa sua e immagina la vita delle anziane dirimpettaie. Sospira dietro alla migliore amica e compagna di classe, Caterina, e anziché dichiararsi scrive un racconto malinconico. Per fortuna c’è Betty, la sua insegnante di letteratura, che lo riceve a casa e gli elargisce consigli di scrittura e di vita. Betty è reduce da un rapporto sbagliato così si lascia coccolare dalle letture e dalle fitte conversazioni con la sua migliore amica. All’improvviso gli equilibri si incrinano quando alla classe di Vince si unisce Romeo, il nuovo alunno ricco e sfacciato, che pian piano insegna al protagonista la sicurezza in sé stesso e ne riceve in cambio amicizia e lezioni di letteratura. Il padre di Romeo è Umberto Fioravanti, un rinomato docente universitario sposato con una donna che non ama, Ludovica, a cui ruba pezzi da collezione per dispetto e per il desiderio di variare la routine matrimoniale. Annoiato dal menage familiare Umberto rimane affascinato ed incuriosito dalla professoressa del figlio. L’antipatia reciproca tra Betty e Umberto si trasforma presto in attrazione Lo scrittore e sceneggiatoe poi in amore; parallelamente re Luca Bianchini torna a anche Caterina e Romeo si trovanutrire il cinema italiano no coinvolti in una storia che non di intrecci sentimentali. avevano previsto. Vince così assiste impotente al sorgere di quell’a- Dopo Io che amo solo te e La Cena more tra i suoi due migliori amici di Natale, è ora il suo spaccato

P

L

45

Produzione: Federica Lucisano, Fulvio Lucisano per IIF - Lucisano Media Group, Medusa Film Regia: Volfango de Biasi Soggetto: liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Luca Bianchini Sceneggiatura: Luca Bianchini, Marco Ponti, Volfango de Biasi, Tiziana Martini Interpreti: Alessandro Preziosi (Umberto Fioravanti), Sarah Felberbaum (Betty Bottone), Vincenzo Crea (Vince), Sabrina Martina (Caterina), Leonardo Pazzagli (Romeo Fioravanti), Elisa Di Eusanio, Christiane Filangieri (Ludovica Fioravanti), Davide Campagna (Lo studente), Lorenza Veronica (La padrona della boutique) Distribuzione: Medusa Film Durata: 100’ Uscita: 18 ottobre 2018

sulla vita adolescenziale a subire il passaggio dalla pagina scritta al grande schermo, aiutato dal suo collaboratore più fidato Marco Ponti. La regia è affidata invece a Volfango De Biasi che, dopo le incursioni nel mercato cinematografico natalizio, è passato alla fiction. Due generazioni a confronto nella Torino degli anni Ottanta. Una storia autobiografica che ci riporta al 1987, in un’ennesima variazione omaggio al decennio esaltato già più di dieci anni fa da Notte prima degli esami di Fausto Brizzi. La trama potrebbe essere quella di un film di Gabriele Muccino, ma De Biasi e Bianchini raccontano i loro eroi come persone normali alle prese con sentimenti più forti di loro. Il problema è proprio nella


presupposta normalità dei personaggi, perché nessuno di loro sembra dotato di fibra morale, né di capacità di discernimento dettata da affetto famigliare, etica professionale o amicizia. Tutti tradiscono con disinvoltura, senza apparire particolarmente preoccupati delle conseguenze delle loro azioni. Tuttavia all’interno delle dinamiche amorose sembrano soffrire tutti. I giovani sono gli apparenti protagonisti, con le loro passioni assolute, gli amori, le amicizie e i tradimenti che diventano dolorosi come solo durante l’adolescenza. Sono loro a cercare di maturare, a vivere le loro esperienze per trarre insegnamento dagli errori, ma in realtà sono gli adulti quelli meno maturi e più infantili. Le loro vite annoiate sono condotte con codardia, che non fa che rovinare la vita di chi sta loro accanto. Sospeso fra commedia romantica, melodramma e storia di formazione, il film scivola qua e là in momenti grossolani che vanificano

una certa sincerità di fondo. Non si arriva a problematizzare il rapporto fra due mondi così vicini, ma così incomunicabili, come quello degli adulti e dei figli. Quando lo fa, come in una sequenza che coinvolge padre e figlio per la prima volta in grado di ascoltarsi senza egoismi, mostra il suo volto migliore, quello delle scelte difficili, degli errori inevitabili e delle fragilità confessate. La piacevole leggerezza del racconto però viene annacquata dai numerosi stereotipi narrativi, che banalizzano la poesia dei personaggi. Anche in termini di linguaggio filmico De Biasi si accontenta di seguire uno schema troppe volte ripetuto dal cinema italiano contemporaneo, a cominciare dalla voce fuori campo con cui il protagonista si descrive al pubblico, per far conoscere a poco a poco il suo personaggio. La coppia di protagonisti Alessandro Preziosi e Sarah Felberbaum inoltre non crea una vera e

di Tom Edmunds Titolo originale: Dead in a Week: Or Your Money Back Origine: Gran Bretagna, 2017 Produzione: Nick Clark Windo, Daniel-Konrad Cooper Regia: Tom Edmunds Soggetto e Sceneggiatura: Tom Edmunds Interpreti: Christopher Eccleston (Harvey), Aneurin Barnard (William), Tom Wilkinson (Leslie), Gethin Anthony (Charlie), Nigel Lindsay (Brian), Freya Mavor (Ellie), Carol MacReady (Celia), Nathalie Buscombe (Anne), Velibor Topic (Ivan), Marcia Warren (Margaret), Emma Campbell (Mamma di William), Marion Bailey (Penny), Orion Lee (Lawrence), Harry Collett (William di 10 anni), Eileen Nicholas (Trish) Distribuzione: Eagle Pictures Durata: 90’ Uscita: 22 novembre 2018

propria alchimia. Se Preziosi riesce a tratti a dar vita al suo personaggio grazie alla sua esperienza attoriale, la Felberbaum ben incarna la tipica bellezza anni Ottanta, ma non basta. Neanche l’intreccio riguardante i tre ragazzi, con protagonista Vincenzo Crea, porta un po’ di freschezza. L’unico elemento davvero efficace resta proprio l’ambientazione “eighties” ben ricreata. L’intuizione avrebbe potuto essere davvero divertente: raccontare i nostri anni Ottanta attraverso i successi pop culturali di quel periodo. I riferimenti cominciano con “Teorema” di Marco Ferradini (già efficacemente utilizzato da Aldo, Giovanni e Giacomo) e finiscono con Top Gun. Il resto dell’effetto nostalgia è nelle felpe della Best Company e nei piumini Moncler. I brani degli A-ah, di Baglioni e degli Spandau Ballet completano l’ambientazione vintage. Veronica Barteri

MORTO TRA UNA SETTIMANA… O TI RIDIAMO I SOLDI William è un giovane scrittore che non ha mai pubblicato un libro; spinto dalla depressione e dalla constatazione dei propri fallimenti, ha deciso più volte di suicidarsi. Non è stato capace neanche di far questo, perché ogni volta è successo qualcosa che ha continuato a tenerlo in vita. William decide così di rivolgersi a Leslie, appartenente a una società che realizza omicidi su commissione della stessa vittima che non riesce a farla finita da sé. Il contratto è pronto, la scelta della morte anche, secondo un depliant di proposte che Leslie mette a disposizione: un colpo di fucile o una revolverata entro una settimana. Succede però un’altra cosa a stravolgere i piani di tutti: Wil-

W

46

liam è contattato da Ellie, bionda e affascinante editor di un’importante casa editrice che si dimostra interessata a pubblicare il suo libro e vorrebbe stilare un accordo. In un bar s’incontrano William, Ellie e il manager della società che, per un errore di mira, è ucciso con una fucilata da Leslie che ha già dato il via alla sua missione. Per giunta anche il cameriere del bar si prende un colpo di fucile. William ed Ellie sono ora in fuga e si nascondono nella casa di campagna di lei dove, nel frattempo, sono scovati ancora da Leslie, i cui colpi vanno ancora una volta a vuoto. A nulla valgono i tentativi di William che vorrebbe ora dare una svolta vera alla sua vita e annullare il mortale contratto.

t n f s f c s

l p c d d n g l c a

s p s

s s s m g s o d p

R

m d d p d i d


n i e o . e e i p ” p a e i u -

i

I I

a a -

, à o a . l . a , i a i e -

Una scappatoia, forse, si può trovare: nel salotto di Ellie avviene un duello, è sopraggiunto nel frattempo un killer mandato dalla società di omicidi che ha deciso di fare a meno di Leslie, ormai vecchio e che non può più garantire le serie prestazioni di un tempo. Il killer è presto preso a pistolettate da Leslie il cui omicidio può fargli recuperare un posto in classifica sull’apposito tabellone della sua società di assassini. I due giovani si avviano verso una nuova vita ma il destino è in agguato perché William si getta sulla strada per salvare un bambino che sta per essere investito e resta al suolo senza vita. È stata quella forma “alta” di suicidio cui William aveva sempre pensato, ottenuta infine nel posto sbagliato e nel momento sbagliato.

T

Tom Edmunds, regista e sceneggiatore inglese, ha fatto l’assistente per Anthony Minghella nella sua società di produzione e ora ha scelto la strada del grottesco per la sua opera prima: il film si esprime in realtà secondo due filoni di grottesco. Il primo, l’incapacità di suicidarsi del protagonista che da ogni tentativo si rialza più sano di prima, il secondo, la voglia del professionista assassino di ritar-

dare la pensione sentendosi ancora in gamba per continuare il suo mestiere che, confessa alla moglie, è l’unica cosa che lo fa sentire vivo. Cogliamo una delle frasi tratte dalle interviste rilasciate dal regista di passaggio a Roma: “…è un pensiero davvero triste quello che le persone sono così impegnate a guardare i loro telefoni o i computer, da non comunicare con le persone reali. E’ quello di cui parla il film: i personaggi trovano il senso della loro vita attraverso le relazioni che instaurano”. Che cosa dobbiamo intendere da queste parole per accogliere più consapevolmente questo film? Che entrambi i protagonisti sono personaggi tormentati, incapaci di affrontare la vita di oggi, in un Paese, tra l’altro, da loro lontano come se avesse già compiuto una “brexit” delle esistenze: non si distinguono le case viste dall’alto, persone e automobili quasi inesistenti; tranne che per la vecchia guida a sinistra, non siamo in grado di riconoscere alcunché. L’uno vuole uccidersi, l’altro invece uccide, non è forse la stessa cosa? Naturalmente questo non è un film alla Chabrol: il regista affronta la sua idea del mal di vivere secondo i canoni della commedia nera, sostenuta da quel mostro d’attore che è Tom Wilkinson, capace di dosare

sfumature, false sincerità, aggressività e sentimenti nel riepilogo di una grande e accademica “recita”. Anche il giovane aspirante suicida (Aneurin Barnard, trentenne protagonista di serie televisive e lavori teatrali, già vincitore di un premio Lawrence Olivier) presta la sua figura fintamente disorientata nell’occupare una porzione del territorio scenico per tenere testa alla mole fisica e recitativa del protagonista. Il film ci regala una grande scena, il duello in salotto con scambio di pistole e di morti veri e finti e ci indica un possibile modo per affrontare la durezza della società di oggi: fingere di ridere per esprimere qualcos’altro, scherzare su temi seri ed essere seri su cose ridicole; ribaltare insomma ruoli e posizioni morali, consapevoli che il fiume della noia possa portare solo all’ufficializzazione della sconfitta. Fabrizio Moresco

di Coralie Fargeat

REVENGE La bella e sexy Jen è una socialité americana che ha una relazione segreta con il milionario francese Richard. I due si recano nella lussuosa villa dell’uomo nel mezzo del deserto per un weekend insieme prima dell’annuale battuta di caccia con i due amici Stan e Dimitri. Prima di entrare in casa, il pilota dell’e-

L

licottero di Richard gli dona del peyote. Stan e Dimitri arrivano un giorno in anticipo, lasciando deluso Richard, che voleva mantenere segreta Jen. Mentre i tre uomini e Jen trascorrono una notte bevendo e ballando, la ragazza nasconde il peyote nella sua collana. Stan è molto attratto da Jen che lo provoca apertamente. Il mattino dopo, mentre Richard è fuori casa, Stan cerca di convin47

Origine: Francia, 2017 Produzione: Marc-Etienne Schwartz, Marc Stanimirovic per Mes Production, Monkey Pack Films in Coproduzione con Logical Pictures, Charades, Nexus Factory Regia: Coralie Fargeat Soggetto e Sceneggiatura: Coralie Fargeat Interpreti: Matilda Lutz (Jen), Kevin Janssens (Richard), Vincent Colombe (Stan), Guillaume Bouchède (Dimitri) Distribuzione: Koch Media Durata: 108’ Uscita: 6 settembre 2018


cere Jen a fare sesso con lui, dicendole che lei lo ha provocato la sera prima. Al rifiuto della ragazza, Stan la violenta mentre Dimitri assiste alla scena senza intervenire. Al suo ritorno Richard rimprovera Stan e offre a Jen una grossa somma di denaro per dimenticare la cosa. Ma la ragazza non accetta: vuole tornare a casa a tutti i costi. Richard si rifiuta. A quel punto Jen minaccia di rivelare la loro relazione alla moglie di Richard, che la schiaffeggia. Jen scappa nel deserto, i tre uomini la inseguono e riescono ad accerchiarla vicino a un burrone. Richard finge di chiamare il suo pilota per portare a casa Jen ma poi la spinge giù dal burrone, facendola cadere su un albero che la trafigge. I tre uomini, credendola morta, si allontanano e decidono di continuare la loro battuta di caccia come se nulla fosse. Jen si sveglia e dà fuoco con un accendino all’albero su cui è infilzata provocandone la rottura. La ragazza fugge con un ramo ancora bloccato in corpo e vaga per il deserto. Jen cerca di evitare i tre uomini, che si sono accorti che la ragazza è sopravvissuta e hanno iniziato una battuta di caccia all’uomo. Jen incontra Dimitri che urina in un fiume e tenta di spararle con il suo fucile, ma non è carico. Dimitri cerca di affogare Jen, ma lei riesce a sfilargli il suo coltello da caccia e glielo conficca negli occhi, uccidendolo, poi ruba le sue armi e le provviste. Jen si nasconde in una grotta e usa il peyote come anestetico per intorpidirsi, poi estrae il ramo dal suo corpo e sistema la ferita con una lattina di birra incandescen-

te, marchiandosi con il logo della fenice della birra. Dopo aver avuto incubi sugli uomini che la stavano cercando, Jen decide di vendicarsi e inizia la caccia. Dopo che gli amici scoprono il corpo di Dimitri, Richard ordina a Stan di rintracciare Jen nel suo suv. Stan rimane senza benzina, Jen lo intercetta e gli spara alla spalla mentre sta riempiendo il serbatoio. Jen e Stan hanno un violento scontro, in cui Stan fa saltare il lobo di Jen con un fucile e Jen fa calpestare a Stan un grosso pezzo di vetro rotto. Dopo aver tolto le schegge dal suo piede, Stan cerca di investire Jen con l’auto. Nonostante ciò, Jen riesce ad ucciderlo con una fucilata e gli prende la macchina. Richard torna a casa, chiama l’elicottero e si fa una doccia, poi sente un rumore e vede Jen. La ragazza gli spara allo stomaco ma Richard sopravvive e inizia un inseguimento dentro casa. Richard colpisce Jen in testa con il suo fucile e cerca di strangolarla, ma lei gli infila una mano nella ferita allo stomaco, costringendolo a lasciare la presa. Jen recupera il suo fucile e spara a Richard nel petto, uccidendolo. Insanguinata ma viva, Jen esce di casa e si gira mentre l’elicottero si avvicina. La categoria (o sottogenere) nella quale questo film può inserirsi a pieno titolo è quella del rape & revenge movie in cui una donna viene violentata il che innesca poi una vendetta in un crescendo di violenza. Il richiamo principale è al caposaldo del ‘pulp’ in tema di vendicatrici femminili, il tarantiniano Kill Bill. Anche in questo caso l’eroina è ‘tosta’ e dotata di una capacità di sopravvivenza fuori dal comune. La prospettiva di Revenge è però tutta al femminile, l’occhio da cui viene raccontata la vicenda è quello della regista francese Coralie Fargeat, qui al suo primo lungometraggio.

L

48

Dietro a un impianto visivo e sonoro di forte impatto, Revenge si rivela un action dal forte sapore femminista con la classica trasformazione della vittima di stupro in cacciatrice. Ma sono diverse le ingenuità in cui la regista cade, prime fra tutte un elementare simbolismo fin troppo insistito (la reiterata inquadratura della mela morsicata) e un eccessivo abbondare di primi piani di corpi nudi quasi fossero carne destinata al macello. Al di là del gusto splatter, di riprese a tratti virtuosistiche, di una colonna sonora ripetitiva e ipnotica caratterizzata da suoni elettronici (evidente il richiamo a Carpenter), il film prova a virare verso la parabola morale, mostrando la trasformazione di una sensuale, provocante ragazza in eroina guerriera. E il messaggio è chiaro e forte: un grido d’allarme contro le troppe sopraffazioni su tante donne, insultate, violate, uccise. Anche se, sarà bene sottolinearlo, dietro a questo film non c’è alcuna pretesa ideologica o intento moralizzatore, perché si tratta di una pellicola di puro intrattenimento. Trafitto, martorizzato, cauterizzato, il corpo è l’assoluto protagonista di un film debitore, per ammissione della stessa regista, di pellicole come Cuore selvaggio, Drive, Under the Skin o di alcune opere di David Cronenberg. Bella e atletica la sua protagonista, una Mathilda Lutz (diventata famosa per i film The Ring 3 e L’estate addosso di Gabriele Muccino) come non si era mai vista, che recita quasi sempre in bikini e senza scarpe, dando vita a un vero tour de force fisico prima che mentale. “Una Lolita giovane (e gli occhiali da sole indossati nell’incipit non sono casuali), frivola e ingenua, assoggettata ai desideri degli uomini e che gli uomini considerano solo un mero oggetto sessuale” così la regista definisce la sua protagonista. Un personaggio che non muore fisicamente ma simbo-

l n d d s v

L

t

t c c e r e z s d a n d e p s p m s g p

l d h C l r l p C p g a t s


i e n e o ) i o

a o a , e e -

a

r , , e

a ) a r

t i a e -

licamente: ferita nel corpo e nell’anima, rinascerà come una fenice dalle fiamme e si trasformerà in donna spietata e implacabile. Jen si risveglia posseduta da una nuova forza, “come se si fosse nutrita

della violenza che si è scatenata su di lei e fosse riuscita a trovare una nuova incarnazione”, ha sottolineato ancora la regista. Un’opera carnale, sensoriale, violenta, un cinema di genere (so-

litamente appannaggio di registi uomini) in cui per la prima volta è una donna a cimentarsi. Astenersi deboli di stomaco. Elena Bartoni

di Mimmo Esposito

LA FUITINA SBAGLIATA

Origine: Italia, 2018

Due sposi, Claudio e Anna, si nascondono in un pulmino di scout in gita; incuriositi, i bambini chiedono di raccontare la loro storia. Due settimane prima, i due tornano a Marzanello, paesino siciliano in cui sono cresciuti, per comunicare alle loro famiglie di essersi lasciati. Nicola e Saverio, rispettivamente i padri di Claudio e Anna, collaborano nella produzione di cannoli siciliani, sponsorizzati dal sindaco con il nome di “il cannolo degli innamorati”, aventi come testimonial i protagonisti stessi, intimoriti che la loro decisione si rifletta sulle famiglie e sui loro affari. Durante il pranzo per festeggiare il loro arrivo, nella speranza che i due siano rientrati per comunicare il loro imminente matrimonio, Nicola e Saverio consegnano a Claudio l’anello da regalare ad Anna, mandandoli nel panico. I due ripercorrono la storia della loro relazione; cresciuti insieme dal periodo delle elementari, Anna ha capito di essere innamorata di Claudio in età adulta, attratta dalla sua bizzarria e comicità. Trasferitisi a Palermo per convivere, il loro rapporto è divenuto sempre più teso, vista l’immaturità di Claudio, costantemente infantile e privo di obiettivi nella vita se non giocare ai videogame con i suoi amici, al contrario di Anna, talentuosa studentessa di lingue, che sceglie di lasciarlo per intrapren-

D

dere una relazione con François, suo professore di francese. Durante il pranzo, Claudio non trova il coraggio di dire la cosa e quindi chiede ad Anna di sposarlo, dando vita ai festeggiamenti. La notizia, grazie ai pettegolezzi paesani, si diffonde in tutta Marzanello; il sindaco festeggia con tanto di banda, dal momento che vuole sfruttare il fidanzamento per lanciare “il cannolo degli innamorati” all’estero. Per sabotare il matrimonio, Anna crede che comunicare un’eventuale impotenza di Claudio e l’impossibilità di avere dei nipoti possa spingere le famiglie ad allontanarsi, ma nel momento in cui tenta di avvalorare questa scusa, di fronte allo sgomento delle famiglie e al rischio di un infarto della nonna, finge di essere incinta, complicando ulteriormente la situazione. I genitori di entrambi, preoccupati che in paese possano credere che il loro sia un matrimonio riparatore, chiedono a Don Pippo di anticipare la cerimonia nel fine settimana. Improvvisamente, François arriva a Marzanello, ignaro di tutto, per cui Anna gli racconta dell’equivoco, spacciandolo per il testimone di Claudio. Ripensando ai momenti vissuti da bambino con Anna, Claudio inizia a essere geloso di François. I tre ragazzi confessano il malinteso al sindaco, ma quest’ultimo non vuole che la verità venga rivelata, dal momento che la catena del cannolo si è espansa all’estero, con il nuovo nome di “il Clannolo” (dall’unio49

Produzione: Marco Chimenz, Alessandro Siani, Giovanni Stabilini, Riccardo Tozzi per Cattleya, Buonaluna con Rai Cinema Regia: Mimmo Esposito Soggetto e Sceneggiatura: Marco Alessi, Claudio Casisa, Salvo Rinaudo, Annandrea Vitrano Interpreti: Annandrea Vitrano (Anna), Claudio Casisa(Claudio), Barbara Tabita (Enza Vitrano), David Coco (Saverio Vitrano), Paride Benassai (Nicola Casisa), Stefania Blandeburgo (Giusi Casisa), Luca Lombardi (François), Francesco Guzzo, Vito Zappalà, Maurizio Marchetti, Ernesto Maria Ponte Distribuzione: 01 Distribution Durata: 90’ Uscita: 11 ottobre 2018

ne dei due nomi dei protagonisti) e sta per portare a termine un accordo con un importante imprenditore giapponese. Le famiglie organizzano una serenata in cui, per tradizione, lo sposo corteggia la sposa la notte prima del matrimonio, innervosendo François, che vuole che la verità venga rivelata e per questo viene allontanato dal sindaco. Durante il matrimonio, Claudio rivela l’equivoco agli invitati, mandando su tutte le furie le famiglie e il sindaco, i quali partono


alla ricerca dei due protagonisti, fuggiti dalla chiesa. Durante una pausa dei capi scout, Anna e Claudio, raggiunti dalle loro famiglie, fuggono con il pulmino e con i bambini e si nascondono in una spiaggia. Claudio vuole farsi perdonare per questa “fuitina sbagliata”, per cui scrive a François, che si presenta per andarsene con Anna; quest’ultima, però, capisce di essere ancora innamorata di Claudio, per cui sceglie di lasciarlo. I genitori di entrambi, ormai non più alleati in quanto concentrati ad accusarsi a vicenda per quanto accaduto, arrivano in spiaggia; di fronte ai loro litigi, i protagonisti si interrogano su come rivelare loro di essere tornati insieme. Claudio Casisa e Annandrea Vitrano, conosciuti come “I soldi spicci”, si avventurano nel territorio del lungometraggio, nella speranza di reiterare le caratte-

C

ristiche tipiche dei loro sketch all’interno di un film, ormai di moda tra le web-star, visti i recenti Tonno spiaggiato con Frank Matano o Il vegetale con Fabio Rovazzi. La sceneggiatura (a cui collaborano anche Casisa e Vitrano) si fonda su gag esplosive e corporee (tipiche di una scenetta comica) ma totalmente distanti dallo strappare una risata sincera allo spettatore, dal momento che lo snodo degli equivoci non fa altro che poggiarsi su luoghi comuni ormai ridondanti nella cultura italiana, soprattutto nella rappresentazione del meridione (dai pettegolezzi paesani all’eccessiva generosità siciliana), presentando situazioni banali, che lo spettatore conosce a menadito. Il cortocircuito tra il video di breve durata e il lungometraggio cinematografico si riflette ulteriormente su una recitazione eccessiva e artificiosa e soprattutto sulla costruzione dei personaggi, in particolare di Claudio che, nel

di Terry Gilliam Titolo originale: The Man Who Killed Don Quixote

suo essere infantile e bizzarro, a lungo andare risulta alquanto detestabile. Se l’idea di strutturare una bizzarra storia d’amore intorno a una versione alternativa di Romeo e Gulietta, in cui non sono le famiglie bensì i promessi sposi a opporsi al matrimonio, poteva risultare abbastanza originale, la scrittura dell’ironia soffre di un’evidente acerbità (nonostante la loro esperienza in laboratori comici e scuole di recitazione), in accordo a un progetto meramente commerciale, finalizzato a esportare (un po’ nella logica del “Clannolo”) le scenette comiche del duo dal mondo del web a quello del cinema, mostrando l’inadeguatezza nel saper gestire le specificità di entrambi i media, rendendo il film una semplice vetrina per i due youtuber, che tentano di realizzare un collage di sketch che si amalgamano però in maniera caotica e alquanto grossolana. Leonardo Magnante

L’UOMO CHE UCCISE DON CHISCIOTTE

Toby, arrogante regista di spot pubblicitari, inOrigine: Spagna, Francia, Portogallo, Gran soddisfatto del suo sogBretagna, 2018 getto su Don Chisciotte, Produzione: Grégoire Melin, Sébastien riceve il dvd di L’uomo che uccise Delloye per Tornasol Films, Alacran Pictures, Entre Chien et Loup, Eurimages Don Chisciotte, un suo film giovanile acquistato dal suo capo da Regia: Terry Gilliam un venditore gitano affinché possa Soggetto e Sceneggiatura: Terry Gilliam, ispirarlo. Mentre il capo è in riuTony Grisoni Interpreti: Adam Driver (Toby), Jonathan nione con il ricco Alexei Miiskin, sua moglie Jacqui seduce Toby, Pryce (Don Quixote), Stellan Skarsgård, Olga Kurylenko (Jacqui), Joana Ribeiro costretto a fuggire dalla suite per (Angelica), Óscar Jaenada (Gipsy), Jason il ritorno del marito, che, vedendoWatkins (Rupert), Sergi López (Contadilo allontanarsi, lo scambia per un no), Rossy de Palma (Moglie del contaladro. dino) Il suo film, realizzato con attori Distribuzione: M2 Pictures non professionisti come progetto Durata: 132’ di laurea, nella speranza di suUscita: 27 settembre 2018 scitare l’interesse di qualche produttore hollywoodiano, prima di

T

50

finire relegato nell’insoddisfacente mondo della pubblicità, gli riporta alla memoria Angelica, cameriera di cui si era innamorato, e Javier, anziano calzolaio scelto per il ruolo di Don Chisciotte. Tornato sul luogo delle riprese, Toby incontra Raul, padre di Angelica, che gli comunica che la figlia si è trasferita a Madrid per fare carriera nel mondo dello spettacolo, mentre Javier è impazzito, credendo di essere Don Chisciotte. Toby si dirige nella baracca in cui un’anziana signora tiene rinchiuso Javier, che lo scambia per Sancho Panza, chiedendogli di farlo fuggire; Javier inizia a lottare con l’anziana, incendiando la baracca.

c d e v R m s v c n l p s d s c m X d l c c d u

A p r d q c n f g v e C a R t r s s c

q s m m i T c


a -

a e e l à n o a e o à l e e -

e

e a a , -

i a r , . i o o -

Ritenuto responsabile dell’incendio, Toby viene preso in custodia insieme al gitano, accusato di essere il rapinatore di Jacqui, ma viene salvato da Javier a cavallo. Rimasto ferito in un combattimento contro un mulino a vento, scambiato per un gigante, Javier viene soccorso da una donna, che conduce entrambi nella sua comunità. Trovati dei ritagli di giornale in arabo, Toby crede che siano prigionieri di un gruppo terroristico, ma viene implorato di non denunciarli per paura che l’Inquisizione spagnola possa scoprire che sono musulmani; improvvisamente arrivano dei cavalieri del XVI secolo alla ricerca di Toby e del gitano il quale, nascostosi nella comunità, fugge scatenando il caos. La mattina seguente, Javier canta l’impresa della sera precedente, che si rivela essere stata un sogno di Toby. In una grotta, i due incontrano Angelica, ancora furiosa con Toby per non averla resa una star; alla ricerca del successo, la donna è caduta vittima di un potente, per il quale è costretta a prostituirsi e che ha inviato uno dei suoi uomini a spiarla, per cui è costretta a fuggire. Partiti alla ricerca di Angelica, i due si imbattono in un cavaliere mascherato, che afferma di essere l’uomo che ha sconfitto Don Chisciotte, per cui Javier lo sfida a duello, vincendo; il cavaliere è Raul che, con l’aiuto di altri concittadini, tenta di assecondare il delirio di Javier per riportarlo a casa, sebbene il calzolaio, credendo che si trattino di alleati del “perfido incantatore”, fugga via. Toby e Javier incontrano Jacqui a cavallo, accompagnata dai suoi uomini alla festa in costume nel castello di Alexei, dove il marito porterà a termine l’affare; i protagonisti vengono invitati e Toby scopre che Alexei è l’uomo che tiene Angelica prigioniera. Il

capo gli spiega che tutti devono interpretare il loro ruolo per soddisfare le folli richieste di Alexei, che sfrutta il delirio di Javier per una messinscena in cui l’anziano viene deriso. Angelica viene catturata dagli uomini di Alexei, consapevole del piano di fuggire insieme a Toby, che viene condotto dal gitano nella camera in cui la ragazza è stata rinchiusa; quest’ultima si rivela essere Jacqui che tenta nuovamente di sedurlo, mentre Angelica è stata legata su un rogo. Toby scambia Javier per il suo capo, a conoscenza del flirt con la moglie, per cui lo colpisce erroneamente, facendolo cadere da un balcone; il protagonista scopre che le fiamme del rogo sono finte e, prima di morire, Javier gli confessa di sapere di essere un umile calzolaio, ma lo ringrazia comunque per la sua fedeltà. Alexei caccia Angelica e Toby viene accusato di aver rovinato le riprese dello spot. Toby e Angelica vagano alla ricerca di un luogo in cui seppellire Javier; nel combattere contro un mulino, scambiato per un gigante, Toby viene scaraventato a terra e, risvegliatosi, crede di essere Don Chisciotte, scambiando Angelica per Sancho Panza.

D

Dopo “venticinque anni di fare e disfare”, come riportato dalla didascalia iniziale, Terry Gilliam realizza un progetto che risale al 1989, anno in cui medita di dirigere un film su Don Chisciotte, con protagonista Johnny Depp, ma costretto da imprevisti disastrosi a interrompere le riprese, di cui rimane il documentario Lost in La Mancha di Keith Fulton e Louis Pepe; recuperati i diritti sulla sceneggiatura nel 2006, tenta di riproporre il progetto e, dopo una serie di contrattempi, riesce a terminare le riprese nel 2017 e

51

a presentare il film a Cannes nel 2018. Con il suo stile bizzarro e surreale, Gilliam realizza il proprio Otto e mezzo, indagando il rapporto tra disillusione e illusione nello spietato mondo del cinema attraverso un linguaggio metariflessivo, in cui diversi piani di realtà scivolano l’uno dentro l’altro in una mise en abyme narrativa, dal sogno dell’inseguimento tra i clandestini musulmani, non demarcato visivamente ma posto in continuità con l’arrivo in comunità, al flashback in cui lo sguardo in macchina di Raul in soggettiva del Toby del presente implica il protagonista in un passato con cui si fonde inscindibilmente. Il reale si configura come luogo del disincanto, incarnato dal progetto giovanile di Toby, rievocante l’obiettivo pasoliniano di realizzare una trasposizione cinematografica dell’Orestiade di Eschilo in Africa con attori non professionisti; i protagonisti sono costretti a sottomettersi a un mondo dominato da cinismo, potere e corruzione, la cui unica via di fuga rimane pirandellianamente la follia, che permette di dare un nuovo senso alla realtà, resuscitando quei sogni andati distrutti, attraverso lo squilibrio di Javier, funzionale a mantenere in vita il progetto di Toby, lasciandogli in eredità un delirio che permette a quella storia una sopravvivenza eterna. Leonardo Magnante


di Maximiliano Hernando Bruno Origine: Italia, 2018 Produzione: Maximiliano Hernando Bruno, Alessandro Centenario per Venice Film con Rai Cinema Regia: Maximiliano Hernando Bruno Soggetto: Maximiliano Hernando Bruno Sceneggiatura: Antonello Belluco Interpreti: Franco Nero (Professore Ambrosin), Geraldine Chaplin (Giulia Visantrìn, adulta), Selene Gandini (Norma Cossetto), Sandra Ceccarelli (Madre Visantrìn), Romeo Grebensek (Mate), Eleonora Bolla (Adria Visantrìn), Diego Pagotto (Angelo Visantrìn), Vincenzo Bocciarellin (Mario Bellini), Francesca Amodio (Lucia Visantrìn), Carla Stella (Madre Cossetto), Maria Vittoria Casarotti Todeschini (Licia Cossetto), Alvaro Gradella (Generale Esposito) Distribuzione: Wonder Pictures Durata: 150’ Uscita: 15 novembre 2018

Siamo nel terribile secondo semestre del 1943. Il 25 Luglio Mussolini è messo in stato d’accusa dal Gran Consiglio del Fascismo e poi fatto arrestare dal re che nomina al suo posto il Maresciallo Badoglio. Questi l’8 Settembre negozia con gli alleati l’armistizio di Cassibile, emanando alla radio un comunicato equivoco che non permetterà a nessuno di capire quale sia l’amico o il nemico. L’esercito italiano è allo sbando e non avrà nessun esito organizzativo la neo costituita Repubblica

S

RED LAND – ROSSO ISTRIA Sociale a Salò. Ugualmente le popolazioni in Italia e per quello che interessa questo film, quelle della Venezia Giulia, d’Istria, di Fiume e della Dalmazia sono abbandonate a loro stesse. Il film è composto da due quadri paralleli: il primo è quello di Norma Cossetto, una ragazza di ventitré anni che sta per laurearsi a Padova e che vive con la propria famiglia e i suoi amici a Visnada. Al secondo appartiene il Quartier Generale Italiano (alcuni degli ufficiali sono parenti delle persone in Istria) in balia di ordini contradditori provenienti dai generali badogliani e tedeschi che non permettono alcun tipo di decisioni e anzi procurano solo una perdita di tempo prezioso. L’inizio del film vede, ormai molti anni dopo i terribili eventi, Giulia Visantrin, anziana, visitare il “luogo dei fantasmi”, quel famoso magazzino 18, dove sono accumulati mobili, quadri, suppellettili, una montagna di masserizie e ricordi, insomma, appartenenti alle popolazioni istriane che fuggirono in quegli anni. Da qui riparte la narrazione. Padova: Norma è una ragazza piena di gioia di vivere che vuole solo completare i suoi studi e preparare la sua vita; purtroppo il suo amore di allora, Giorgio, è un ufficiale di marina costretto a imbarcarsi presto. I due così si lasciano e lei rientra a Visnada dove molti cominciano a percepire il terribile cambiamento di vita che sta per accadere, anche se i proprietari terrieri italiani e i gerarchi fascisti della zona vivono e lavorano insieme agli slavi in una convivenza apparentemente serena. L’armistizio dell’8 Settembre che fa esplodere la gioia tra la gente del posto comincia a seminare i primi dubbi. Ormai è notizia uf52

ficiale che le truppe titine guidate da Pavelic stanno risalendo la Jugoslavia per occupare tutto il territorio senza pietà per nessuno. Nello stesso tempo, al nord, i comandi italotedeschi stanno organizzando un corpo di spedizione per riconquistare le terre momentaneamente in mano al nemico. In attesa dell’arrivo delle milizie titine, la città è presa dai partigiani di Mate, capo sanguinario che in poco tempo instaura il terrore in tutta la zona. Sotto la spinta di questi grandi eventi anche le famiglie per tanto tempo unite si dividono: Adria, grande amica di Norma, aderisce alla resistenza partigiana ma sarà presto uccisa dalle avanguardie tedesche; così il fratello Angelo e Giorgio, tornato disertore, uccisi, invece, da Mate. Tutti cercano di avere notizie da Norma, perché suo padre è al comando generale di Trieste ma lei non sa nulla e non può difendersi dagli avvenimenti successivi. Mentre i tedeschi si sono finalmente organizzati e hanno dato corso all’Operazione “Nubifragio” con l’invio dei primi battaglioni da Nord, Norma è arrestata, torturata, violentata dai guerriglieri di Mate. Questo con l’avanzata tedesca in atto è costretto ad abbandonare la zona, ben sapendo di ritornarvi presto insieme ai titini e porta con sé una trentina di prigionieri, Norma compresa. Saranno gettati, legati a due a due nella Foiba di Villa Surami. Quando Licia Cossetto, sorella di Norma, ne riprenderà il corpo dalla foiba, avrà gli incubi tutto il resto della sua vita per quello che ha visto. Si parla di quattromila, di settemila, alcuni dicono ventimila uomini, donne e bambini massacrati

i q m d c

n z m

g c f

s c p c q a c c m s p

l p r m m P p r P c t f l s


A

a l i e n i n n

i , e à e e ,

a i i

o ” i a i i a

a o l e

i

in questo modo. Tra i duecentocinquantamila e i trecentocinquantamila le persone costrette a fuggire da Istria e Dalmazia per le persecuzioni di Tito.

D

Dobbiamo sempre tenere presenti due fattori quando vediamo trattati argomenti di questo genere: la nobiltà del tema e la sua realizzazione, in questo caso, sullo schermo di un cinema. L’argomento è sconvolgente: migliaia di persone torturate e uccise, centinaia di migliaia costrette a fuggire, in pratica deportate. Ugualmente terribile, vergognoso che il tema non sia stato in concreto trattato dal dopoguerra in poi, favorendo la narrazione dei crimini commessi dai nazisti. Solo qua e là, saltuariamente, grazie allo sforzo senza tornaconto di alcuni, spinti solo dal desiderio sacrosanto di vedere onorati i propri morti, l’orrore è venuto alla luce e si è capito che nonostante le scelte politiche stava alla pari dell’altro.

Resta da pensare ancora, lo diciamo perché la situazione storica sia vista con uguale peso e uguale misura, il motivo per cui il revanchismo slavo sia esploso in maniera così violenta e aberrante: il film mostra come la convivenza tra etnie italiane e slave proseguisse nella reciproca disponibilità e desiderio di progresso e lavoro. Forse le famiglie italiane non si erano rese conto di quanto una guerra fascista e un’obbligata italianizzazione del territorio fosse sopportata molto meno di quanto si percepisse. Ritornando al film, non possiamo non rilevare che l’affresco composta da Maximiliano Hernando Bruno (modello, attore, regista, produttore, scrittore, sceneggiatore italiano di origine argentina) è piuttosto semplicistico, pur nel pieno rispetto della necessità della memoria e dei ricordi che non svaniscono. “Si pensa che il tempo possa cancellare tutto, curare le ferite ma non è così. Anzi le memorie ci ac-

compagnano tutta la vita”. Sono le parole di Geraldine Chaplin (Giulia, un’amica di Norma) che torna dopo cinquant’anni ad aprire il famoso magazzino 18. Il soggetto e la sceneggiatura di Antonio Belluco, figlio di esuli, non sono serviti a dovere da un montaggio che appare spesso confuso. Certamente male organizzato l’arrivo delle avanguardie tedesche (budget esiguo?) e mal disposte sul terreno. Gli attori sono sembrano spesso in balia di loro stessi, privi di un serio sostegno registico. Dogmatiche fino all’assoluto le figure del colto professore (Franco Nero) e del capo delle brigate partigiane, Mate (Romeo Grebensek), cattivo, cattivissimo che più cattivo non si può. Peccato perché l’impegno e la buona volontà, pur presenti, scivolano spesso senza rendere onore a un tema così doloroso e drammatico. Fabrizio Moresco

di Asghar Farhadi

TUTTI LO SANNO

Titolo originale: Hame midanand

Laura torna dall’Argentina nel natio paesello in Spagna per il matrimonio della sorella con la figlia sedicenne Irene e il figlio più piccolo. Per l’occasione, grande riunione di famiglia e accoglienza molto calorosa. Solo Alejandro, il marito, è rimasto in Argentina. Per Laura è un’immersione nei sapori e negli odori della giovinezza, ritrovando inevitabilmente anche Paco, suo compagno da giovane, chissà perché lasciato per l’argentino Alejandro. Anche Paco nel frattempo si è sposato con la bella e dura Bea, e ha fatto un po’ di soldi con una messa a vitigno delle

L

terre di cui un tempo era proprietaria la famiglia di Laura. Fino a che, durante gli allegri festeggiamenti per il matrimonio, sparisce misteriosamente Irene. Un messaggio quella stessa notte conferma che è stata rapita, proprio come era successo a una bimba in quella stessa zona, tanti anni prima. Il pianto di dolore e disperazione della madre fa da sottofondo a una ricerca della verità che inizia con lo scrutare minuziosamente il video del matrimonio. Dalla famiglia viene coinvolto anche un detective in pensione e tutti iniziano a sospettare l’uno dell’altro, persino a nutrire dubbi su Alejandro, il padre di Irene, che è 53

Origine: Italia, Francia, Spagna, 2018 Produzione: Alexandre Mallet-Guy & Alvaro Longoria per Memento Films, Morena Films, Andrea Occhipinti per Lucky Red Regia: Asghar Farhadi Soggetto e Sceneggiatura: Asghar Farhadi Interpreti: Penélope Cruz (Laura), Javier Bardem (Paco), Ricardo Darín (Alejandro), Eduard Fernández (Fernando), Bárbara Lennie (Bea), Inma Cuesta (Ana), Elvira Mínguez (Mariana), Ramón Barea (Antonio), Carla Campra (Irene), Sara Sálamo (Rocio), Roger Casamajor (Joan), José Ángel Egido (Jorge) Distribuzione: Lucky Red Durata: 132’ Uscita: 8 novembre 2018


disoccupato. Si inizia a sospettare prima degli sconosciuti e poi di coloro che invece sono vicini, quando arriva la richiesta di trecento mila euro di riscatto. La donna è sconvolta. Paco, è il primo che accorre in suo aiuto cercando di recuperare i soldi necessari. Alejandro, appresa la terribile notizia, arriva dall’Argentina. Ma nel corso della ricerca tornano a galla segreti del passato e riescono alla luce antichi rancori sopiti. Paco viene accusato di aver costretto Laura a vendergli la terra di famiglia a un prezzo irrisorio, soltanto perché in difficoltà economica. Viene puntato il dito contro Alejandro, per i suoi trascorsi da alcolista e per essere rimasto senza lavoro. Il tempo passa e intanto i sequestratori comunicano che Irene sta male senza le sue medicine. Prima che sia troppo tardi bisogna trovare i soldi per il riscatto. Laura, ormai disperata, si gioca la sua ultima carta: convincere Paco a vendere il vitigno. Da qui la rivelazione che è lui in realtà il vero padre di Irene. A poco servono gli avvertimenti della moglie Bea, Paco sconvolto dalla notizia, non esita a vendere la sua proprietà e da solo va a consegnare il riscatto. I soldi vengono consegnati e Irene rilasciata. Laura, dopo aver ringraziato Paco, riparte per l’Argentina con Alejandro e i figli. Paco, abbandonato, da Bea e ormai senza più nulla, rimane solo.

C

Cambiamento di lingua e di genere per il regista iraniano Asghar Farha-

di, che esce dai sentieri battuti, restando però fedele al suo universo e ai suoi temi. Tutto il suo cinema ruota intorno a separazione, sospetto, colpa e sparizione. Non fa eccezione il nuovo Tutti lo sanno (Todos lo Saben) la sua prima prova in lingua spagnola, dopo i film iraniani Il cliente, Una separazione, e la parentesi in lingua francese Le passé. La pellicola, che ha inaugurato il 71º Festival di Cannes, mescola il melodramma familiare con il thriller, ma a funzionare è soprattutto quest’ultimo. Sono tanti gli indizi disseminati nel lungo prologo per preparare il terreno all’arrivo del trauma, che immancabilmente irrompe sulla scena. A partire dal rapimento della giovane Irene, ecco farsi largo tutta una serie di segreti taciuti, mentre si innesca un gioco al massacro che porta tutti i presenti a scagliarsi l’uno contro l’altro, come nella più classica delle tragedie greche. È il sospetto a farsi largo per primo e a seminare zizzania, poi però Farhadi inizia a diradare i temi portanti del suo film: il denaro, la fede, la proprietà della terra e della donna che gravita intorno a una relazione privilegiata, consumata in un passato nemmeno troppo lontano. Un sentimento che cova ancora il fuoco, due iniziali, quelle di Laura e Paco, incise sul muro di un campanile, che ricorda tanto quello hitchcockiano. Ed ecco che un evento imprevisto rivela a ciascuno le proprie debolezze e i segreti troppo a lungo custoditi disorientano, fino a sconvolgere le relazioni. Il villaggio spagnolo e le campagne vicino a Madrid si trasformano in un luogo chiuso, quasi soffocante, in cui tutti sanno tutto. Il cineasta iraniano utilizza la scrittura filmica, a volte anche un po’ pesante, per creare tensione; il sequestro è solo il motore principale dell’azione. In realtà il tempo assume un’impor54

tanza determinante e gestisce non solo i movimenti dell’intreccio, ma diventa anche il tempo della memoria. Quello di una faida familiare soppressa, quasi con le modalità di un film di mafia. E il passato diventa ancora elemento da ripercorrere attraverso le tracce visive, come il filmato del matrimonio. Dove gli occhi sono molteplici e dove tutti sembrano conoscere la verità e ognuno può essere sospettato. Proprio quando il melodramma inizia, il film tuttavia mostra qualche limite, soprattutto per quanto riguarda la prevedibilità della sceneggiatura e la messinscena dei sentimenti, che non riescono mai a manifestarsi con efficacia. Man mano che il racconto si avvia verso il suo epilogo vengono inoltre alla luce delle smagliature che riguardano soprattutto alcuni personaggi secondari. La coralità resta una caratteristica fondamentale del cinema di Farhadi. Ancora più problematico è poi il ruolo della moglie di Paco: connotata come una donna che non ha voluto avere figli ed è interessata soprattutto al denaro, Bea è il personaggio negativo di questa storia e a lei il regista dedica un giudizio impietoso. Tutti lo sanno ha i suoi punti di forza nella buona interpretazione degli attori, negli scorci della campagna spagnola, nella fotografia dalle tinte vivaci. La coppia Bardem-Cruz continua a funzionare non solo nella vita privata. Bardem infatti tiene sulle sue spalle tutto il dramma del film nella scena finale, mentre Penelope Cruz, mater dolorosa, ricorda i tempi della memorabile interpretazione in Non ti muovere. Nel cast da segnalare anche Ricardo Darin, tra i migliori attori di lingua spagnola, che riesce a conferire accenti di ambiguità alla figura del marito Alejandro. Veronica Barteri

r t i l

p r a s d l D c s v d

i b m m a n f q Y D t c p l n u a u l s d s c p t v


n , a e E e l o o ò

a r à i o e i à . l a a a o

i e a e e , i e a i o

i

di Dominique Farrugia

SEPARATI MA NON TROPPO

Titolo originale: Sous le même toit Origine: Francia, 2017

Yvan e Delphine entrano nella hall di un hotel con i loro due figli, Violette e Lucas. Con un salto in avanti nel tempo ritroviamo la coppia a un banchetto di nozze dove Violette e Lucas iniziano a raccontare la storia dei loro genitori. Una sera, mentre Yvan e Delphine sono a cena nel loro ristorante preferito, la donna chiede al marito di scegliere se dargli subito il divorzio oppure cercare di aggiustare le cose ravvivando la loro relazione. Il giorno dopo, Delphine va su tutte le furie perché il marito si è preso un ‘diversivo’ con un’altra donna dopo sole ventiquattr’ore. In preda all’ira, la donna lo caccia di casa. Poco dopo, Delphine festeggia il suo divorzio con il taglio dell’abito da sposa. La donna chiede al marito se si troverà un appartamento e se ce la farà a pagare gli alimenti, sono quindici anni che non si sopportano più ed è ora di farla finita. Dopo aver dormito per qualche giorno dall’amico Nico, Yvan viene mandato via. Quando Delphine gli butta fuori di casa tutte le sue cose, Yvan prova a cercare un appartamento ma non può permetterselo perché il suo lavoro di procuratore di calciatori non ingrana. Dopo aver passato una brutta notte sul divano di un amico ed essere stato aggredito da un barbone al quale aveva rubato la panchina in un parco, l’uomo si reca da Delphine nell’ospedale dove lavora come infermiera mostrandole l’atto di proprietà della casa. Secondo il documento, Yvan possiede il 20% dell’appartamento, quindi ha diritto a usufruirne visto lo stato di indigenza in cui

Y

si trova. Delphine è costretta ad accettare. Yvan si installa in casa per la felicità del figlio Lucas che gli cede la sua camera. La prima sera Delphine esce e Yvan mangia da solo con Lucas. Durante una cena da amici, Delphine tenta un approccio con William, un medico fresco di separazione. La donna si fa accompagnare a casa dall’uomo ma le sue avances non vanno in porto. Rientrata a casa, Delphine finge di aver passato una focosa notte di sesso. La mattina dopo, nel tentativo di mettere ordine nelle abitudini caotiche dell’ex marito, Delphine mette un nastro adesivo in frigo, dividendo il 20% dello spazio a cui ha diritto Yvan. La donna divide tutti gli spazi della casa e appende alla porta del bagno un planning con i turni. Poi mostra la sentenza di divorzio a Yvan: i figli saranno affidati una settimana all’uno e una settimana all’altro. Una sera in cui la casa doveva essere libera, Delphine fa salire William, decisa a fare sesso con lui. In realtà in casa ci sono tutti e Yvan riesce a mandare in fumo l’incontro tra i due. Una sera Delphine incontra Yvan nel ‘loro’ ristorante in compagnia di una ragazza. La donna riesce a mettere in fuga la giovane rendendo nulli i tentativi di conquista dell’ex marito. Tornato a casa, l’uomo trova la suocera con le amiche che giocano a carte. Yvan si vendica divertendosi a provocare il gruppo di donne, finendo per farsi un selfie nudo insieme alla suocera. Qualche sera dopo, Delphine torna stanca dal lavoro e trova Yvan che sta dando una festicciola con i loro vecchi amici. La donna ha la sua dose di veleno per ognuno di loro e la serata finisce tra l’imbarazzo di tutti. In occasione del suo compleanno, 55

Produzione: Euroacorp Regia: Dominique Farrugia Soggetto e Sceneggiatura: Laurent Turner, Dominique Farrugia Interpreti: Gilles Lellouche (Yvan), Louise Bourgoin (Delphine), Manu Payet (Nico), Marilou Berry (Mélissa), Julien Boisselier (William), Nicole Calfan (Madre di Delphine), Adèle Castillon (Violette), Kolia Abiteboul (Lucas) Distribuzione: Europictures Durata: 93’ Uscita: 13 settembre 2018

Lucas chiede al papà come ha conosciuto la mamma. Poco dopo Yvan si sfoga con Nico perché crede di fare sempre cose sbagliate. Rientrato a casa ubriaco, Yvan si mette a letto accanto a Delphine che gli si getta addosso. Quando si accorge che sta per fare sesso con l’ex marito, la donna si ritrae e lo manda via. Il giorno dopo i due vengono convocati dal preside della scuola dei figli perché Violette ha picchiato un ragazzino. I due litigano perfino nell’ufficio del preside. A casa i bambini annunciano che andranno dalla nonna e che torneranno quando avranno risolto i loro problemi. Mentre Delphine va a lavorare, Yvan si reca in una sala giochi dove si ubriaca. Alphonse, il calciatore di cui Yvan aspira a fare il procuratore, lo va a cercare a casa. Accortosi che il giocatore lo ha cercato, Yvan pensa di mollarlo. Poi decide di cercare la moglie e i figli andando a prelevarli nella casa di campagna di William. I quattro irrompono nell’hotel dove Alphonse sta tenendo una conferenza stampa. Vedendo Yvan con tutta la sua famiglia unita, il calciatore annuncia che sarà lui il suo nuovo procuratore preferendolo al cinico rivale. Yvan ottiene un remunerativo contratto.


Si torna al presente, al banchetto dove Yvan e Delphine stanno raccontando la loro storia. Le nozze sono quelle di Nico. Yvan propone un accordo a Delphine: mettere il 20% della somma necessaria per acquistare una casa in campagna dove andare in vacanza tutti insieme. L’argomento del film è di grande attualità. Lo spunto a girare Separati ma non troppo (in originale Sous le même toite) è infatti venuto al regista Dominique Farrugia leggendo un articolo sul quotidiano “Libération” in cui si citavano dati precisi: il 60% delle coppie parigine divorziate sono oggi obbligate a vivere sotto lo stesso tetto a causa della mancanza di soldi. Dopo due versioni della sceneggiatura, per la terza e definitiva stesura il regista ha chiamato a collaborare con lui Laurent Turner. Ideale seguito della commedia

L

Delphine 1 – Yvan 0 diretta da Farrugia nel 2006, sotto una superficie brillante, Separati ma non troppo tratta una questione spinosa dei nostri tempi se si pensa che la vita di un gran numero di coppie oggi è pesantemente condizionata dalle difficoltà economiche. Lo stesso tema è stato trattato solo lo scorso anno da un punto di vista drammatico nell’intenso film Dopo l’amore di Joachim Lafosse con Bérénice Bejo e Cédric Khan. Il legame spesso indissolubile e sempre più confuso tra sentimenti e difficoltà economiche è qui invece ricoperto da una patina leggera di comicità. E così, partendo da un paradosso base, il fatto che il protagonista Yvan - simpatico mezzo fallito e aspirante manager sportivo - possieda solo il 20% della ex dimora coniugale, la miccia dovrebbe essere innescata. Ma la serie di gag che si susseguono si rivelano niente di più che una galleria di scenette prevedibili, animate da schermaglie tra i due ex coniugi (a cominciare dai tentativi di seduzione della bella Delphine pronta a portarsi a casa una nuova conquista). Qualche frecciatina più sarcastica si prova a lanciare nella scena in cui la protagonista tira fuori scomodi scheletri dall’armadio dei vecchi (ex) amici chiamati per una festicciola dall’ex marito

di Daniel Auteuil Titolo originale: Amoureux de ma Femme Origine: Francia, 2018 Produzione: Olivier Delbosc per Curiosa Films, France 3 Cinéma Regia: Daniel Auteuil Soggetto e Sceneggiatura: Florian Zeller Interpreti: Sandrine Kiberlain (Isabelle), Adriana Ugarte (Emma), Gérard Depardieu (Patrick), Daniel Auteuil (Daniel), Brigitte Aubry (La segretaria del dottore) Distribuzione: Europictures Durata: 84’ Uscita: 25 ottobre 2018

nella casa tanto contesa. Ma nulla di più. A tenere in piedi l’esile commedia, sono i due attori protagonisti. Se la classe e il fascino di Gilles Lellouche si rivelano una scelta perfetta per dare corpo all’eterno ragazzino Yvan, un uomo che lo stesso attore ha definito “in eterna contemplazione che si lascia trasportare dalla vita”, uno che ha provato diversi mestieri senza azzeccarne uno, dall’altra parte a fargli da contraltare c’è una deliziosa Luoise Bourgoin, donna matura e determinata che si trova a dover gestire una relazione turbolenta con il marito, a occuparsi dei figli e a mantenere il suo lavoro. Un canovaccio non nuovissimo (debitore dello statunitense La guerra dei Roses, vero capostipite di un genere) anima una commedia in cui i due adulti protagonisti si comportano in maniera più immatura dei loro figli (ormai un topos del cinema d’oltralpe, basti pensare alle battaglie senza esclusione di colpi nel recente Un marito a metà). Separati ma non troppo si inserisce nel prolifico filone della commedia familiare francese come l’ennesimo prodotto commerciale, capace di intrattenere con leggerezza ma senza uscire da facili cliché e senza mai graffiare davvero. Elena Bartoni

SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ETÀ Daniel un editore con la testa un po’ tra le nuvole, sposato da vent’anni con Isabelle, incontra il suo migliore amico Patrick, separatosi da poco dalla moglie. Patrick gli propone una cena a quattro per presentare loro la sua nuova fiamma, tale Emma, una bella ragazza molto più giovane di lui di cui Patrick è follemente innamorato. L’imbarazzo di Daniel è palese in

D

56

virtù del fatto che la ex moglie di Patrick è stata molto amica di Isabelle. Risponde con un debole sì, ma tornato a casa non sa come dirlo alla moglie. Questa dapprima reagisce con estremo fastidio, ma poi acconsente. Quando i due ospiti si presentano a casa loro, Daniel resta folgorato dall’avvenenza di Emma che, per l’occasione, sfoggia un

s c d n d s c M n s d s s e c a d c c c t a s a r a t g t s

e t e I i b m

c r l l s i f I g a d d v s s d


a

-

s o e , , i e i

a e a i s i . a e , -

i

À

i , a a

a n

seducente abito rosso. Così, nel corso della serata, la sua fervida immaginazione viaggia a più non posso costruendo una storia di amore e passione tra lui e la sensuale ragazza del suo amico, con tutte le implicazione del caso. Mentre le conversazioni procedono tra il serio e il faceto, Daniel è sempre più assorto nel suo mondo. Emma racconta di aver conosciuto Patrick in un bar. Isabelle si convince pertanto che sia una escort e lo confida a Daniel in cucina. Poi Isabelle, contravvenendo alla richiesta esplicita di Patrick di evitare domande che possano creare imbarazzo alla giovane, le chiede a bruciapelo come si siano conosciuti. Daniel per sviare l’attenzione versa dell’acqua addosso ad Emma, ma la moglie incalza. Si scopre che Emma è un’aspirante attrice. Così Daniel sogna di andare a trovarla a teatro, di assistere alla sua esibizione, poi di incontrarla nel camerino e lì la ragazza gli confida che con Patrick è tutto finito. Forse per lui si apre uno spiraglio… Nel frattempo, a tavola, Patrick ed Emma raccontano di aver affittato una villa a Ibiza per l’estate e con l’occasione invitano Daniel e Isabelle. Allora Daniel comincia a immaginare l’ipotetica vacanza a bordo piscina con Emma in costume che si tuffa in acqua. Si arriva al momento del dolce. Daniel va in cucina a prepararlo, ma Emma sopraggiunge di lì a poco. Mentre le fa assaggiare lo squaglio di cioccolata, Daniel sogna di lanciarsi con la ragazza in un amplesso passionale. Nel frattempo sopraggiungono anche Isabelle e Patrick; Daniel si “sveglia” di soprassalto ed imbratta, accidentalmente, l’abito e il viso di Emma. Interviene Isabelle che dopo una doccia le presta un suo vestito: una casacca informe a scacchi gialli e neri. Dopo mille scuse per l’increscioso incidente, i due se ne vanno.

Ma il sogno non è ancora finito; ora Daniel ha finalmente preso il posto di Patrick e per accontentare Emma la porta nella città più romantica del mondo, Venezia, di cui avevano parlato a tavola. Sono in gondola, stretti, innamorati. La mattina dopo, la triste scoperta: Emma se n’è andata all’improvviso. Rientrato alla base, Daniel va a cercarla in teatro e alla fine scopre che la ragazza se la fa con il regista. Torna sconsolato dalla moglie che gli sbatte la porta in faccia, lo stesso farà anche Patrick. La sua vita va in pezzi. Ecco allora il risveglio liberatorio. Isabelle è accanto a lui; Daniel la abbraccia con calore, temendo di averla persa per sempre. Deve farsi perdonare. Nella sequenza finale vediamo una trionfante Isabelle in gondola con il suo Daniel. Il sogno come mezzo di evasione dal grigiore della quotidianità, dalla routine di un matrimonio ventennale, dall’avanzare dell’età che incombe. Attingendo al testo di una pièce teatrale di Florian Zeller, A testa in giù, l’eccellente Daniel Auteuil, qui anche in veste di regista, con Sogno di una notte di mezza età confeziona una graziosa commedia romantica arricchendola di situazioni paradossali, maliziose ed esilaranti. E se, come sosteneva il celebre drammaturgo spagnolo del ‘600 Calderon de la Barca la vita è sogno (dal nome della sua opera più famosa), secoli dopo il regista/attore Auteuil sembra essere animato dalla stessa convinzione. Per raccontare dunque le fervide fantasie amorose del suo personaggio, Auteuil si affida a una narrazione su due piani, realtà e illusione, che almeno nella prima parte del film corrono parallelamente e movimentano il racconto in un divertente gioco di rimandi

I

57

tra ciò che è e ciò che il protagonista vorrebbe che fosse. Passando in rassegna con leggerezza e ironia anche altri aspetti umani come debolezza, confusione, legami sentimentali, amicizia, sesso. Con le sue elucubrazioni mentali Daniel si avventura - e noi con lui in un lungo e movimentato viaggio per poi tornare, però, al punto di partenza e capire che nel suo cuore c’è posto solo per Isabelle. Tuttavia, alla lunga, il meccanismo tende ad incepparsi: mantenere distinto il piano reale da quello prettamente onirico risulta via via sempre più difficile e la storia si avvita su se stessa generando qualche confusione. Fortunatamente il film si riscatta con il cast, suo vero punto di forza. La scelta di farsi affiancare da un altro mostro sacro del cinema francese come Gerard Depardieu, tanto imponente nel fisico quanto calibrato nell’interpretazione dell’amico Patrick, è decisamente vincente. I due attori, che in passato hanno lavorato insieme in altre pellicole (Jean de Florette, L’apparenza inganna e 36 Quai des Orfevres), ingaggiano gustosi duetti in un crescendo di gag divertenti. Mentre nei ruoli femminili troviamo l’ottima Sandrine Kiberlain la moglie intelligente che riesce a gestire la situazione e a volgerla a suo favore, e l’appariscente Adriana Ugarte cha passa con grande naturalezza da angelo a demone tentatore. Cristina Giovannini


di Matteo Rovere

il primo re

Origine: Italia, Belgio, 2018 Produzione: Matteo Rovere, Andrea Paris per Groelandia con Rai Cinema, in Associazione con Roman Citizen Entertainment, in Coproduzione con Gapbusters Regia: Matteo Rovere Soggetto e Sceneggiatura: Filippo Gravino, Francesca Manieri, Matteo Rovere Interpreti: Alessandro Borghi (Remo), Alessio Lapice (Romolo), Fabrizio Rongione (Lars Il Vecchio), Massimiliano Rossi (Tefarie), Tania Garribba (Satnei), Michael Schermi (Arant La Bestia), Max Malatesta (Veltur), Vincenzo Pirrotta (Cai Il Sabino), Vincenzo Crea (Elaxantre Il Ragazzo), Lorenzo Gleijeses (Purtnas Il Cacciatore), Gabriel Montesi (Adieis Il Gentile), Antonio Orlando (Erenneis), Florenzo Mattu (Mamercus), Martinus Tocchi (Lubces Il Muto), Nina Fotaras (Ramtha), Marina Occhionero (Acca Larenzia) Distribuzione: 01 Distribution Durata: 127’ Uscita: 31 gennaio 2019

Anno 753 a.C. Rimasti vittime dell’esondazione del Tevere, Romolo e Remo perdono le loro terre; vengono catturati e condotti ad Alba. Romolo viene scelto per un duello tra schiavi e Remo si propone come avversario; collaborando ingegnosamente, i due fratelli scatenano una rivolta di schiavi, durante la quale Romolo rimane ferito. Il gruppo si allontana da Alba e si inoltra nella foresta dei Velienses, portando con sé Satnei, la vestale che veglia sul fuoco sacro del Dio, rapita per volere di Romolo per ricevere la protezione divina. Uno degli schiavi, Tefarie, tenta

A

di assassinare Romolo, ritenendolo maledetto per aver profanato il fuoco sacro, per cui Remo interviene uccidendo il nemico. Prima di andare a caccia, Remo chiede a Satnei di vegliare su Romolo, la cui salute è peggiorata; un altro schiavo, Cai, sfrutta l’assenza di Remo per portare a termine il piano di Tefarie, ma la vestale costruisce un cerchio di fuoco sacro per proteggere Romolo e, nel lanciare un sortilegio su Cai, l’uomo vi rinuncia, spaventato dal suo potere. Remo uccide un cervo ritenuto sacro, offrendolo ai compagni e a suo fratello e convince il gruppo a non credere alle falsità di Tefarie, dal momento che gli dèi sono sempre stati favorevoli, permettendo la sopravvivenza di Remo al Tevere per condurlo ad Alba e liberali. Proclamatosi loro re, Remo li spinge a combattere contro i guerrieri Velienses per conquistare le loro terre; sconfitti i nemici, i protagonisti si instaurano nel loro villaggio, ormai privo di combattenti. Leggendo le interiora di una capra, la vestale profetizza uno scontro fratricida, in cui il fratello vincitore fonderà il più grande impero di tutti i tempi; Remo crede che Satnei stia mentendo per vendicarsi di essere stata rapita, per cui rifiuta di assassinare il fratello, la cui salute sta migliorando. Dopo aver ucciso un anziano del villaggio, che ha tentato di proteggere la vestale, Remo lega Satnei a un albero nella foresta, in cui muore sbranata da animali selvatici. Guarito, Romolo non apprezza la tirannia del fratello, che ripudia la volontà divina, tanto da incendiare il villaggio, proclamandosi loro dio. In assenza del fratello, Romolo aiuta i Velienses a seppellire l’anziano e cerca di riaccendere il fuoco sacro di Satnei, affidandolo a una giovane del villaggio. I Ve58

lienses fuggono prima del ritorno di Remo, ma durante il tragitto intravedono dei condottieri di Alba, per cui Romolo decide di tornare indietro per combattere, dato che nessun popolo sarà mai libero finché Alba non sarà sconfitta. Remo e i suoi uomini sono attaccati dai condottieri di Alba, ma vincono grazie all’intervento dei Velienses, guidati da Romolo. Dopo la battaglia, Remo si scontra definitivamente con Romolo, che riesce a uccidere, a malincuore, suo fratello; prima di morire, Remo chiede di essere seppellito nella città che Romolo fonderà oltre il Tevere. Cremato il corpo del fratello, Romolo dichiara la volontà di allearsi con tutti i popoli che vivono intorno al Tevere per fondare la città di Roma.

S

Sorprendente è l’aggettivo che meglio si addice al film di Matteo Rovere, uno degli esempi più paradigmatici dei tentativi del cinema italiano contemporaneo di svincolarsi dal primato della commedia e del dramma, confrontandosi con ulteriori generi. La sceneggiatura e la regia di Rovere non sono finalizzate a un ritorno in auge del peplum italiano, realizzando un film più personale, puntando prevalentemente sull’atmosfera straniante rispetto al puro intrattenimento adrenalinico, nonostante i molteplici combattimenti; esemplificativo è lo sperimentalismo sulla lingua, un proto-latino creato grazie all’intervento di storici e linguisti, in grado di cristallizzare più autenticamente il contesto storico messo in scena, richiamando film come La passione di Cristo o Apocalypto di Mel Gibson. La sceneggiatura non ripercorre l’intera vita di Romolo e Remo,

e m m r s n r i v e n p u s

t R B fi a m

S

p c p d M g d b c i c

r g m r r c c S a d c g


re

o , e e -

, o . , , o l e -

l o a a n a m e o a ù o m -

,

evitando saggiamente l’accavallamento di più linee narrative e un maelström di avvenimenti (con il rischio di uno sviluppo precipitoso o della banalizzazione di alcuni passaggi), focalizzandosi su un ristretto numero di eventi, in un intervallo di tempo circoscritto, favorendo un primato dell’immagine e dell’atmosfera, senza ricadute nel fantasy, tanto da rendere le superstizioni e la magia della vestale un alone che circonda i personaggi senza mai esplicitarsi. Il film ribalta l’iniziale empatia spettatoriale nei confronti di Remo (un magistrale Alessandro Borghi), nel suo passaggio da eroe finalizzato a proteggere il fratello a spietato tiranno, favorendo l’emersione di Romolo (un altrettan-

to notevole Alessio Lapice), mirato a salvaguardare quel sistema simbolico e rituale destabilizzato dal fratello, entrambi parte di un progetto divino, a cui è impossibile ribellarsi; Rovere cita archetipi shakespeariani nel delineare il rapporto tra il divino e Remo, la cui hybris lo conduce a perdere il controllo di se stesso, per gestire a sua volta quanto lo circonda. Il primo re è esteticamente impeccabile, sebbene non manchino ricostruzioni mimetiche di determinate sequenze di altrettanti film, in particolare nell’iniziale esondazione, vero e proprio calco del celebre tsunami di The impossible di Juan Antonio Bayona. La regia di Rovere non ricerca un primato della corporeità rispetto all’ambiente, tanto da

fondere un’attenzione della macchina da presa sui personaggi (su cui si scaglia con distanza spesso ravvicinata) a una contemplazione paesaggistica che rende lo spazio un ulteriore protagonista, valorizzato da una cura scenografica e fotografica ineccepibile, dal contrasto cromatico dei costumi (in cui il rosso della vestale spicca nell’oscurità della foresta) a uno studio certosino sulla luce naturale. Le sequenze dei combattimenti (accompagnate da una notevole colonna sonora che si rifà agli action movies americani) si caratterizzano per la loro brutalità, i cui effetti gore non svelano mai la loro artificiosità, agghiaccianti nel loro estremo realismo. Leonardo Magnante

di Kirill Serebrennikov

SUMMER – LETO Leningrado primi anni 80, il Rock Club è un’istituzione, un teatro dove si esibiscono gruppi rock, il primo club della città, controllato dal KGB, dove la musica passa sotto il vaglio della censura e diventa legale. È lì che si esibisce Mike, una star, acclamato da molte giovani fan che per vederlo entrano di nascosto. Una ragazza corre nel backstage con un cartellone con un cuore disegnato, cerca Mike: così fa il suo ingresso Natasha, moglie del cantante e madre di suo figlio. Sulle note di Summer (Leto in russo) suonata da Mike, in un luogo immerso nella natura, in un’atmosfera da videoclip, il cantante è riunito con la sua compagine, arrivano due ragazzi, due musicisti, che, in attesa della fama, lavorano come intagliatore e macchinista. Sono Viktor e Leonid, vogliono fare ascoltare la loro musica a Mike. I due colpiscono subito la rock star, che dà consigli ai ragazzi e s’impegna per cercargli un nome.

l

Quadro che interrompe la narrazione: in un vagone di un treno tutta la comitiva riunita viene improvvisamente aggredita da un uomo che li accusa di cantare la musica del nemico, la polizia interviene. Le note di Psycho Killer dei Talking Heads accompagnano la scena che si conclude con un personaggio, un narratore di fatti alternativi presente varie volte nel film, che, guardando in camera, afferma che tutto ciò non è successo. Mike in casa lavora alla copertina del suo disco, non è contento dell’album che sta per uscire e con Natasha discute di Viktor e della new wave. Il tipo di suono, in quell’epoca di cambiamento, è materia di discussione anche per Viktor stesso e i membri del suo gruppo. L’appartamento di Natasha e Mike è un punto di riferimento per tutta la comunità musicale, che spesso si riunisce lì per discutere, ascoltare della musica e passare il tempo. In una di queste serate sulle note dei Velvet Underground Mike dà a Viktor dei consigli e gli 59

Origine: Russia, 2018 Produzione: Pavel Burya, Georgy Chumburidze, Mikhail Finogenov, Murad Osmann per Hype Film, in Coproduzione con Kinovista Regia: Kirill Serebrennikov Soggetto e Sceneggiatura: Lily Idov, Mikhail Idov, Kirill Serebrennikov Interpreti: Teo Yoo (Viktor Tsoi), Irina Starshenbaum (Natasha), Roman Bilyk (Mike Naumenko), Aleksandr Kuznetsov (Skeptik), Filipp Avdeev (Leonid), Aleksandr Gorchilin (Pank), Nikita Efremov (Bob), Yuliya Aug (Anna Alexandrovna) Distribuzione: I Wonder Pictures Durata: 120’ Uscita: 15 novembre 2018

presta anche alcuni quaderni dove trascriveva e traduceva brani di musica rock. Viktor regala a Mike e Natasha degli oggetti in legno da lui intagliati, la donna indosserà sempre l’anello ricevuto. In un mercatino di vinili dove Viktor vende disegni, lui e Natasha si incontrano. Decidono di portare un caffè a Mike. Quadro che interrompe la narrazione: corsa di Viktor e Natasha con tazzina di caffè in tram,


Al suo sesto lungometraggio, presentato in concorso al 71° Festival di Cannes, Kirill Serebrennikov decide di raccontare la storia vera del cantante della celebre band russa Kino, Viktor Coj, e lo fa ispirandosi al libro di memorie scritto da Natalya Naumenko, la Natasha del film. Serebrennikov va oltre il genere del biopic, tiene come sfondo la storia d’amore - un poetico triangolo amoroso - e narra un momento di storia della Russia, attraverso il panorama musicale. Forte l’impianto teatrale che il regista (che lavora anche in teatro) costruisce e che si rintraccia in quelle sequenze apparentemente inserite nella narrazione, ma che in realtà la interrompono e portano lo spettatore altrove, all’interno di un videoclip, che narra qualcosa che sarebbe potuto accadere ma non è successo. Girato in un bianco e nero che il regista stesso definisce “glorioso, l’unico modo per raccontare la storia di questa generazione, dal momento che la nozione di colore è apparsa solo più tardi nell’immaginario collettivo russo”. Colore che irrompe solo in alcuni momenti, quei momenti di altrove, che culminano nella sequenza della morte di Punk, che salta in uno schermo ritrovandosi in una spiaggia e si perde in un mare, a colori. Molti anche gli interventi grafici, tra il cinema d’avanguardia e le fanzine anni 80: disegni a colori su corpi in bianco e nero, automobili

A

sulle note di The Passenger di Iggy Pop. Il narratore informa che questo non è mai successo, magari lo fosse. Viktor e il suo gruppo passano l’audizione per il Rock Club, lui vuole una drum machine per l’esibizione. Nel mentre Natasha parla a Mike della sua ormai evidente attrazione per Viktor, gli confessa di volerlo baciare. Dopo il concerto di Viktor al Rock Club, Mike lascia Natasha da sola con Viktor. I due vanno a casa di lei, si occupano del bambino, passano del tempo insieme e si baciano. Viktor con l’aiuto di Mike registra il disco e si esibisce in concerto in una casa. Durante la festa dopo il concerto Viktor incontra una donna. Passato un po’ di tempo, Viktor va da Natasha per restituirle il quaderno di Mike. Lei ripensa al loro bacio, lui è legato sentimentalmente a Marianna, che aveva conosciuto alla festa. Il film si chiude su un primo piano di Natasha che assiste con Mike al concerto dei Kino, nuovo nome della, ormai famosa, band di Viktor.

di Felice Farina Origine: Italia, 2018 Produzione: Istituto Luce Cinecittà Regia: Felice Farina Soggetto e Sceneggiatura: Nicholas Di Valerio, Felice Farina Distribuzione: Istituto Luce Cinecittà e Nina Film Durata: 84’ Uscita: 13 dicembre 2018

che grazie a un tratto di matita diventano come razzi dei cosmonauti, canzoni occidentali tradotte e scritte a mano su quaderni a righe. La musica è la vera protagonista del film che celebra una stagione di cambiamento: quella che stava vivendo il rock in quegli anni, il passaggio dalle sonorità più classiche a quelle della new wave, ma anche quei cambiamenti che presto si sarebbero verificati nella società stessa. Ma il tempo del film, come sostiene lo stesso regista, è la fotografia di un momento: nessun flashback o flashforward ma solo il racconto di quel presente che i protagonisti del film sono impegnati a vivere con tutte le proprie forze. La macchina da presa segue e documenta la nascita di un amore, la costruzione del corpo di una rock star, ma lo fa nella distanza della testimonianza, senza abbracciare un punto di vista in particolare. Indaga nel racconto e fuori dal racconto, si fa strada tra le stanze affollate dell’appartamento collettivo di Mike e Natasha, registra il bacio tra Viktor e Natasha, che rimarrà unica testimonianza fisica di un amore dal sapore adolescenziale. Un film dalla durata importante che consente allo spettatore di perdersi nelle scene, in un immaginario e nelle vite di chi in quel momento stava tentando di cambiare le cose attraverso la pratica della libertà. Paola Granato

CONVERSAZIONI ATOMICHE Il titolo compare in sovraimpressione su moltissimi filmati di repertorio. Il professor Giovanni Amelino Camelia, docente di Fisica Teorica all’università La Sapienza di Roma, scrive alla lavagna in un’aula vuota. Seduti tra i banchi, Felice Farina e

I

60

Nicholas Di Valerio conversano di fisica e pianificano l’inizio del loro viaggio. Nicholas interpreta il cine-operatore del documentario e, camminando per strada, illustra a Felice le sue perplessità sulla riuscita del progetto. Felice non demorde e porta il ragazzo in

g g s a

t r p n N c l d m c d s n d

m n p c z s p t C c c s d t c

g z T A i s l

G v s g z

N p s N F


, e

a i e e . n o i e n i a n o a e l

i e a

o

o l a à e n

giro per l’Italia a sviscerare i più grandi quesiti scientifici e a conoscere i professionisti che potranno aiutarli a comprenderli. Il primo capitolo, intitolato Particelle, unisce immagini di repertorio a contributi contemporanei di professori e ricercatori. All’interno dell’istituto nazionale di Fisica Nucleare di Frascati, alcuni ricercatori mostrano a Felice e Nicholas il loro lavoro. I due si inoltrano di nascosto nei laboratori per ammirare il primo sincrotrone mai costruito e ricordano le imprese di Enrico Fermi e di Bruno Touschek, fisico austriaco sfuggito al nazismo che rivoluzionò il mondo della fisica. Felice e Nicholas salgono in macchina e si dirigono da Cristiano “capoccia” D’Innocenti per comprendere il funzionamento di una camera a nebbia, strumento utilizzato per scoprire l’antimateria. Il secondo capitolo, Silenzio cosmico, porta Felice e Nicholas al laboratorio nazionale del Gran Sasso. Catalina Oana Curceanu, ricercatrice anche lei, racconta a Felice l’esperimento sui neutrini e la sua grande importanza per il mondo scientifico, oltre a illustrargli i tanti altri esperimenti che stanno conducendo. Mentre Felice e Nicholas viaggiano in automobile, si apre il terzo capitolo: Tempo. Guglielmo M. Tino, professore ordinario di Fisica Atomica all’università di Firenze, incontra i due protagonisti e mostra loro il funzionamento dell’orologio più preciso del pianeta. La tappa del quarto capitolo, Gravità, vede Felice e Nicholas visitare l’interferometro VIRGO, situato a Pisa, e incontrare il dirigente della ricerca, Adalberto Giazotto (scomparso nel 2017). Quinto capitolo: Quanti. Felice e Nicholas entrano nello studio del professor Amelino Camelia all’istituto fisico Guglielmo Marconi. Nell’iniziale aula universitaria, Felice si confronta col professore,

e successivamente con la ricercatrice Antonella de Ninno, sugli interrogativi di Einstein riguardo la quantistica. Il viaggio sembra terminato; Felice e Nicholas sono di nuovo in macchina. Felice, dopo aver constatato l’interesse di Nicholas per le stelle, cambia rotta e si dirige verso l’osservatorio di Monte Imperatore, in Abruzzo. Qui inizia il sesto capitolo, Stelle vicine, stelle lontane. Felice incontra Andrea Di Paola, astronomo ricercatore, che conduce i due documentaristi all’interno dell’osservatorio, fa vedere loro le due cupole con i relativi telescopi e le splendide foto degli astri e delle galassie. Il viaggio termina con un esperimento, in cui Felice farà da cavia. Infatti, nel capitolo Coscienza, i due incontrano Marcello Massimini, medico neurofisiologo all’università statale di Milano. Il professore sottopone a stimolazioni varie il cervello di Felice e ne analizza gli splendidi risultati. L’ottavo e ultimo capitolo, Qualcosa fuori, vede nuovamente Amelino Camelia parlare con Felice e descrivere lo scopo ultimo e nobile della scienza. Dopo un aneddoto divertente su Touschek, raccontato da Felice a Nicholas in un autogrill, i titoli di coda su fondo nero. Felice Farina, noto per le tante commedie e i contributi cinematografici alla Rai, ritorna sul grande schermo con un’opera diversa dal solito. Il docu-comedy Conversazioni atomiche, brillantemente scritto insieme a Nicholas Di Valerio che, oltre a essere co-protagonista, ha curato anche le musiche, è un lungo viaggio on the road alla scoperta del mondo scientifico. Farina, in diverse interviste e interventi pubblici, conferma la vicinanza del suo lavoro a quello di Ugo Gregoretti, probabilmente riferendosi al do-

F

61

cumentario La Sicilia del Gattopardo andato in onda sulla Rai nel 1960. L’impronta divulgativa e comica sembra la stessa, ed è ben riuscita. L’obiettivo culturale del film, afferma il regista alla Casa del Cinema di Roma, è quello di sensibilizzare e accrescere la coscienza scientifica in un paese tradizionalmente umanista. Il risultato è un documentario ben curato nella qualità dei materiali audiovisivi odierni e d’epoca, forniti dall’Istituto Luce, e nella messa in scena: due moderni Don Chisciotte e Sancho Panza che vagano per il paese, tra gag e battute, cercando di dipanare la matassa di principi fisici che affollano le menti dei più grandi scienziati del presente e del passato. Il merito del documentario sta anche nella sua intelligente e generosa capacità di mettere davanti agli occhi dello spettatore la realtà accademica italiana, che non si ferma di fronte alle crisi o ai tagli economici; intervengono moltissimi addetti ai lavori, dai professori ai ricercatori, come unici e grandi testimoni delle meravigliose scoperte che regolano l’universo. Conversazioni atomiche non è, dunque, un almanacco nozionistico, ma un lungo dialogo fatto di umanità e passione. In un momento storico in cui si tende a screditare l’autorità scientifica, Farina va controcorrente e mostra che nulla è complesso se viene raccontato nel modo giusto. Matteo Calzolaio


di Guido Chiesa

TI PRESENTO SOFIA

Origine: Italia, 2018 Produzione: Maurizio Totti e Alessandro Usai per Colorado Film in collaborazione con Medusa Film Regia: Guido Chiesa Soggetto e Sceneggiatura: Nicoletta Micheli, Giovanni Bognetti, Guido Chiesa Interpreti: Micaela Ramazzotti (Mara), Fabio De Luigi (Gabriele), Caterina Sbaraglia (Sofia), Andrea Pisani (Chicco), Shel Shapiro (Oscar), Caterina Guzzanti (Adriana), Chiara Spoletini (Piera), Daniele de Martino (Max), Bob Messini (Beppe) Distribuzione: Medusa Film Durata: 98’ Uscita: 31 ottobre 2018

T

Gabriele - divorziato da sette anni da Adriana, che ora è incinta dell’insegnante di karate Max, ha una figlia di 10 anni di nome Sofia. Abbandonato dal padre da piccolo e interrotta la sua carriera da musicista, è fratello maggiore di Chicco, un ragazzo dall’aria scanzonata, e insieme a lui gestisce un negozio di strumenti musicali. L’uomo è innamorato di sua figlia Sofia, in funzione della quale vive e della quale parla e riparla continuamente a chiunque incontri; mente e cuore sono talmente pieni dell’amore paterno da non far nemmeno desiderare a Gabriele una possibile nuova relazione amorosa dopo il divorzio dalla madre della bambina. Lui è un ex rocker e gli amici tentano in tutti i modi di trovargli una fidanzata. Un giorno davanti alla cabina delle fototessere incon-

tra Mara, un suo grande amore giovanile. I due iniziano a frequentarsi e pian piano a innamorarsi. Mara è diventata un’affermata fotografa che ha scelto di non aver famiglia perché non sopporta i bambini. Gabriele quindi si trova presto di fronte a una scelta. Non sa se perdere la sua amata dicendole la verità o ferire la sua piccola e dolce Sofia. Cerca un consiglio da Beppe, amico pediatra, nonché padre di famiglia anche lui. Più l’uomo cerca di allontanarsi e di rimuovere l’esperienza educativa negativa e l’abbandono di suo papà Oscar, più lo ritrova nei luoghi più impensabili (ad esempio a fare volontariato con i bambini in ospedale). Chicco vorrebbe che il fratello e il papà si riappacificassero anche grazie al supporto di uno psicoterapeuta, ma Gabriele non ne vuole sentir parlare. Nel frattempo cerca di tenere nascosta Sofia a Mara fino a quando una sera la bambina torna a casa inaspettatamente e le due si incontrano. Ma Sofia quella sera - per aiutare il papà - ha la brillante idea di dire di essere sua sorella. Infatti Gabriele poco tempo prima aveva confessato alla figlia l’ossessione della nuova fidanzata. Mara sa che Sofia rimarrà come ospite in casa solo due settimane e questo le fa accettare di conoscere un po’ di più la bambina. Una volta sarà costretta ad andare a prenderla a scuola per portarla a una festa; in un’altra occasione dovranno andare a una Spa (prenotata da tempo) con il fidanzato dove però non accettano bambini. A parte una birichinata di Sofia durante una cena di Mara e Gabriele con amici per cui chiederà scusa, la bambina è sempre molto 62

educata e corretta, così Mara riesce a entrare in confidenza e in sintonia con lei. Per questo sarà proprio Mara che, alla reception della Spa, pur avendo cercato una struttura del genere child free, chiederà di fare un’eccezione permettendo che la bambina stia con loro. Durante il soggiorno nella Spa Sofia conoscerà un mago, che altri non è che il nonno. In quell’ambiente accade però che la bambina si perda e, in un momento di panico, si scordi della sua falsa identità: ritrovando Gabriele, lo chiama papà. Mara si arrabbia con il compagno per averle detto una bugia così grande, ma l’uomo trova un insolito modo per riconquistarla. Torna da lei mentre sta facendo una lezione di fotografia e le mostra una foto fatta in una cabina della fototessera. Lui ha un’espressione triste e girata da un lato perché sta vedendo l’amore della sua vita allontanarsi da lui. Una commedia di Guido Chiesa, semplice ma non scontata. Un film che può essere apprezzato sia dalle famiglie che da single agguerriti. È ispirato al riuscito film argentino Sin Hijos, uscito in Italia col titolo Se permetti non parlarmi di bambini! Però il film argentino, di cui sono protagonisti Diego Peretti (La notte che mia madre ammazzò mio padre) e Maribel Verdù (Abracadabra, Il labirinto del fauno, Blancanieves), non è così edulcorato come la versione italiana... Dopo tanti film impegnati, da qualche anno Guido Chiesa ha deciso di specializzarsi in film dedicati all’educazione. In questa storia De Luigi nei panni del simpatico e

U

i c n a a p g p C r

t R r c a f c c p s a n

C

g s d b n p c

c s u c r t d l u l u


n à n a , n a e

ò n o i a r a . o i

o n ò l i i i ò , -

a a e

imbranato Gabriele riesce, seppur con qualche difficoltà, a creare una nuova famiglia, ma soprattutto ad accettare e a perdonare un padre assente. In fondo quindi il suo è un percorso sulla paternità a 360°. La giovane protagonista femminile, per la prima volta sullo schermo, è Caterina Sbaraglia, 9 anni, davvero molto brava. Tutto il cast è azzeccato, in particolare Fabio De Luigi e Micaela Ramazzotti, bravissimi nei loro ruoli. Ma anche gli altri interpreti ci offrono personaggi che riescono a farci ridere e al tempo stesso a farci usare la testa. L’unica eccezione è Andrea Piani che forse calca un po’ troppo la mano sul personaggio di Chicco, rendendolo stralunato e distratto. La coppia di amici con Chiara Soletini nei panni di Piera e Bob Messini nei panni

di Beppe (il pediatra) è funzionale allo sviluppo narrativo. Beppe, pur lamentandosi della fatica che comporta avere dei figli, mette in luce anche la bellezza di una scelta del genere. Al di là quindi del conflitto tra chi ama i bambini e chi no, il tutto ruota anche su come funzioni l’educazione sui piccoli e sui risultati più o meno positivi che ne possono derivare. Fa riflettere anche sui problemi legati all’educazione dei bambini di coppie separate. Questo in un’era in cui, per compensare la scarsa presenza dei genitori, spesso le attenzioni verso i figli sono esagerate. Il regista a questo proposito ha affermato che a volte non sono i bambini a essere un problema ma i genitori. La nuova commedia diretta da

Guido Chiesa, dopo il precedente film Classe Z, è stata realizzata insieme ai collaboratori Nicoletta Micheli e Giovanni Bognetti. Il regista ha sottolineato in proposito che tutti quelli che hanno scritto e recitato in questo film hanno una famiglia e che in fondo a loro questo film è servito come una sorta di terapia. Anche la musica ha un ruolo fondamentale nel film, con una selezione di brani e di musicisti che danno la cifra stilistica all’insieme e fanno soprattutto da collante generazionale. Quindi la proposta è equilibrata, non offende né i sostenitori delle famiglie né i convinti single. Riesce ad affrontare in chiave di commedia anche alcuni conflitti delicati. Giulia Angelucci

di Eros Puglielli

COPPERMAN Origine: Italia, 2019

Anselmo è un bambino afflitto da ritardo mentale, che vive con sua madre Gianna che, per giustificare l’assenza del padre, lo spaccia per un supereroe, lontano da casa per salvare il mondo. Il bambino passa i suoi pomeriggi nella bottega di Silvano, fabbro del paese, semplicemente per parlare con lui. Anselmo fa amicizia con la piccola Titti, sebbene il padre Ernesto, strozzino con cui Gianna ha un debito da saldare, non voglia che si frequentino; Titti è terrorizzata dai treni, avendo assistito a un incidente in cui sua madre aveva perso la vita. Anselmo le regala una collana, fatta con una goccia del suo lampadario, e le chiede di sposarlo. Di fronte a un nuovo sopruso nei confronti di

A

Anselmo, Gianna denuncia Ernesto; lo strozzino viene arrestato e Titti condotta in una casa famiglia. Diventato adulto, Anselmo lavora in un Centro di Salute Mentale, in cui ha fatto amicizia con quattro pazienti. Di notte si traveste da supereroe come il padre, tentando di fermare alcuni furti del paese, ma con insuccesso, sebbene i giornali locali inizino a parlare di lui. Silvano, che ha scoperto l’attività segreta di Anselmo, gli costruisce una tuta di rame per proteggerlo. Con il nome di Copperman, il protagonista continua le sue avventure; una notte, insegue un ladro che ha tentato di rapinare un supermercato e scopre che è Ernesto, che vive in una roulotte con Titti e sua nipote Cleo, che si accorge del supereroe. Gli amici di Anselmo scoprono 63

Produzione: Caterina Carpinella per Eliofilm, Guglielmo Marchetti per Eliofilm con Rai Cinema, in Associazione con Notorious Pictures, Minerva Pictures Regia: Eros Puglielli Soggetto: Riccardo Irrera, Paolo Logli, Alessandro Pondi Sceneggiatura: Mauro Graiani, Riccardo Irrera, Paolo Logli, Alessandro Pondi Interpreti: Luca Argentero (Anselmo), Antonia Truppo (Titti), Galatea Ranzi (Gianna), Gianluca Gobbi (Ernesto), Tommaso Ragno (Silvano), Sebastian Dimulescu (Anselmo bambino), Angelica Bellucci (Titti bambina), Massimo Poggio (Giovanni) Distribuzione: Notorious Pictures Durata: 95’ Uscita: 7 febbraio 2019

la sua identità e comunicano la cosa a Gianna; la donna si colpevolizza per il delirio del figlio e gli confessa che il padre non è un supereroe, ma che li ha abbandonati dopo la sua nascita, notizia


che destabilizza Anselmo. Gianna inizia ad avvicinarsi sentimentalmente a Silvano, la cui moglie è rimasta uccisa anni prima in una rapina. Titti, che ancora indossa la collana di Anselmo, è una commessa del supermercato rapinato; felice di aver ritrovato il suo amico, gli racconta che Ernesto, uscito dal carcere, è tornato da lei e ha continuato a rovinarle la vita. Anselmo comincia a frequentare Titti e Cleo (che ha scoperto la sua identità, sebbene mantenga il segreto) e chiede all’amica di sposarlo, sebbene la donna non risponda; Ernesto ordina al protagonista di lasciare in pace le sue donne. Una notte, Copperman incontra i suoi quattro amici, che si spacciano per supereroi per salvare degli animali da una fattoria. Gianna teme che Ernesto si vendichi per averlo denunciato; una notte, rincasando dal lavoro, la donna viene aggredita dallo strozzino e uccisa. Anselmo si colpevolizza per la morte della madre; Cleo lo va a trovare e i due passano un pomeriggio in un campo, dove il protagonista le racconta la sua vita, ma vengono raggiunti da Ernesto e Titti. Stufa degli abusi del padre, Titti lo colpisce e lo caccia definitivamente

dalla sua vita. La donna ricorda i dettagli dell’incidente: la madre ha tentato di fuggire dal marito ed è stata investita dal treno in corsa per salvare Titti, scappata in quanto terrorizzata dal padre, che l’ha colpevolizzata per quanto accaduto. Anselmo chiede nuovamente a Titti di sposarlo, senza ricevere risposta. Dopo una cena tra Anselmo e Titti, Ernesto stordisce il protagonista e rapisce sua figlia; rinvenuto, Copperman insegue l’auto e recupera la donna amata. Prima che Ernesto uccida Anselmo, Silvano gli spara, vendicando Gianna. Il fabbro è costretto a fuggire: Anselmo scopre che Silvano era in paese per nascondersi dalla polizia, dopo aver ucciso i responsabili della morte della moglie. Anselmo, Titti e Cleo sono ormai una famiglia, sebbene la donna continui a non rispondere alla fatidica domanda. Pronto a combattere il crimine, Copperman spicca il volo. Eros Puglielli si allontana dagli scenari lugubri e tanatologici dei suoi thriller e horror realizzando un film più poetico, che tende al fantasy senza mai (volontariamente) raggiungerlo (al di là dell’ambiguo finale), in cui la dura realtà dei protagonisti è filtrata dallo sguardo incantato e infantile di Anselmo (un ottimo Luca Argentero). Il merito della sceneggiatura è la capacità di non ripiegarsi mimeticamente sui tòpoi del cinema di genere internazionale e dei comics da cui è tratto, stravolgendoli radicalmente e adattandoli a un contesto ordinario, in cui è assente quella spettacolarizzazione tipica di film come Il ragazzo invisibile di Salvatores o Lo chiamavano Jeeg-Robot di Mainetti,

E

64

favorendo sfumature più tenere rievocanti commedie come Forrest Gump o Il favoloso mondo di Amélie, che potrebbero deludere uno spettatore alla ricerca di una nuova avventura supereroica “all’italiana”. Le specificità del genere non sono assenti (la morte di una figura genitoriale, la presenza di un tutor come punto di riferimento, la donna amata da salvare…), ma sono totalmente de-spettacolarizzate, in accordo con una realtà che non ha nulla di eccezionale (se non nella mente di Anselmo), incluso l’antagonista, distante, sia caratterialmente che fisicamente, dal tradizionale e invincibile villain. Sin dall’inizio emerge una notevole cura fotografica, analoga alla fascinazione di Anselmo per i colori, soprattutto nelle sequenze notturne in interni nella casa del bambino, dove domina un cromatismo estremamente acceso (privilegiante tinte rosse e verdi), definendo un ambiente fiabesco e onirico in cui il protagonista trova rifugio, al contrario degli esterni, illuminati più tradizionalmente; il lavoro sul colore è accentuato da una ricorsività di oggetti rossi e gialli, rispettivamente il colore preferito e detestato da Anselmo, utilizzati simbolicamente per indicare moralmente i personaggi (si pensi alla macchina gialla di Ernesto). Copperman non è un superheroe movie, ma una tenera e poetica parabola sull’essere umano, sull’eterno “fanciullino” radicato in ognuno di noi, che è in grado di renderci ogni giorno, nel nostro piccolo, degli eroi, invitandoci ad accettare la vita in tutte le sue sfumature, dalla lucentezza estatica del rosso alla sgradevolezza esecrabile del giallo. Leonardo Magnante

C

m a g g p i d c c z n a l g s a c c L d z m n d

a c s d t r u M u S c v o c s a m r a


e o i a

n n , , à e a , -

a r a n o , e a , ; o i e , i -

, o o o d a -

e

di Mario Martone

CAPRI-REVOLUTION

Origine:Italia, Francia, 2018

Siamo nel 1914 sull’isola di Capri. Lucia vive con la sua famiglia composta da madre, padre malato e due fratelli. La ragazza, analfabeta, passa le sue giornate a guardare le capre. Un giorno scorge un gruppo di giovani nordeuropei che hanno occupato un casale in un angolo desolato dell’isola, dove praticano il nudismo e ricercano nuove forme espressive dedicandosi a danze libere. Lucia inizia a spiare i giovani cercando di non farsi vedere. Un giorno viene avvicinata da Seybu, il leader della comune. Inizia a frequentare il gruppo uscendo nottetempo di nascosto. Ma il padre della ragazza si aggrava e la famiglia è costretta a chiamare il giovane medico Carlo che, attratto dall’indole ribelle di Lucia, cerca di convincerla a studiare da infermiera. Ma la ragazza non sembra essere interessata mentre continua a spiare la comune, iniziando a fare la conoscenza di Seybu. Il padre muore e i due fratelli assumono l’autorità su Lucia. Accortisi delle frequentazioni della sorella, i due provano a impedirle di vedere i ragazzi della comune tentando di costringerla a sposare per convenienza don Franco, un ricco e anziano uomo del luogo. Ma la ragazza si ribella e stringe un legame sempre più stretto con Seybu che la istruisce sulle pratiche del gruppo dedito a un regime vegetariano. Durante un pranzo organizzato dai fratelli per farle conoscere il futuro marito, Lucia si rifiuta di mangiare un capretto arrosto e respinge con sdegno l’uomo attirando le ire dei fratelli. La ragazza se ne va di casa per unirsi alla comune. Lucia va a vivere con

s

loro, impara a leggere e a parlare l’inglese e partecipa ai loro riti. Carlo, interessato a Lucia, va a parlare con Seybu. I due hanno un confronto di diverse ideologie in cui nessuno dei due prevarica l’altro. Nel frattempo, Hermann, uno psicoterapeuta che vive nella comune, compie un rituale di iniziazione pagano plagiando la debole Lilian e spingendola al sacrificio di un cervo. Seybu caccia via Herman ma il gruppo si spacca. Poco dopo Lucia si ammala cadendo vittima di un attacco di colite ulcerosa. La ragazza vuole solo le cure naturali di Seybu ma il giovane capisce la gravità delle condizioni di Lucia e la porta da Carlo. Il medico la trattiene nel suo ambulatorio prescrivendole farmaci e proteine e costringendola al riposo. Ma Lucia scappa e torna da Seybu pregandolo di curarla a suo modo. Dopo qualche giorno, la ragazza guarisce. Dopo l’entrata in guerra dell’Italia, tutti gli uomini di Capri vengono chiamati alle armi. I due fratelli di Lucia sono costretti ad arruolarsi: la ragazza li incontra sulla strada per il porto e cerca di convincerli a non partire e a imbarcarsi con lei per l’America. I due fratelli, che l’hanno ripudiata in seguito al suo abbandono, rifiutano con decisione. Lucia si precipita da Carlo e lo aggredisce perché si diceva favorevole alla guerra senza essersi arruolato. Il dottore le rivela che partirà la settimana successiva come soldato volontario. Capendo di essersi sbagliata, Lucia lo bacia con passione e gli dice addio. La ragazza torna alla comune dove si accorge che i loro ideali sono cambiati anche a causa della guerra. I ragazzi hanno abbandonato la loro 65

Produzione: Francesca Cima, Nicola Giuliano, Carlotta Calori per Indigo Film con Rai Cinema, Cooprodotto Jérôme Seydoux, Ardavan Safaee, Muriel Sauzay con Pathé Pictures Regia: Mario Martone Soggetto e Sceneggiatura: Mario Martone, Ippolita di Majo Interpreti: Jenna Thiam(Liliam), Donatella Finocchiaro (La madre), Maximilian Dirr (Herbert), Antonio Folletto (Giovane medico del paese), Ludovico Girardello (Luca detto Citrus), Gianluca Di Gennaro (Antonio), Reinout Scholten van Aschat (Seybu), Lola Klamroth (Nina), Marianna Fontana (Lucia), Yannick Noomen, Eduardo Scarpetta (Vincenzo) Distribuzione: 01 Distribution Durata: 122’ Uscita: 20 dicembre 2018

vita selvaggia e cercano nuove strade per veicolare il loro messaggio pacifista. Lucia sente di non appartenere più a nessun gruppo. La ragazza va a trovare la madre e le chiede perdono per averla abbandonata sottolineando di aver sentito il bisogno di libertà e indipendenza. La mamma le confessa di avere in realtà sempre approvato le sue fughe confessandole che sognava di fuggire con lei in tutte quelle notti per sentirsi libera anche lei. Nella scena finale Lucia è su una nave affollata diretta in America. Seybu, accortosi che gli equilibri del gruppo sono venuti meno, urla solitario verso il mare.

l

La libertà, un ideale senza tempo, una spinta che allarga orizzonti, vedute, speranze, ieri come oggi. La ‘rivoluzione’ caprese di un gruppo di giovani che sull’isola costituì nei primi decenni del Novecento una comune particolare


in cui i ragazzi spendevano il loro tempo in intima connessione con la natura, sperimentando libere espressioni artistiche e sessuali, è al centro di Capri-Revolution di Mario Martone. Una giovane capraia analfabeta rimane affascinata da questo nuovo modello di vita restando coinvolta in un percorso di emancipazione a tutto tondo. Lo stesso regista ha dichiarato di essersi ispirato all’esperimento della comune che il pittore spiritualista Karl Wilhem Diefenbach creò a Capri tra il 1900 e il 1913, anno in cui morì. Nel film l’azione viene spostata in avanti, in quel 1914, in pieno clima da imminente entrata dell’Italia in guerra. Questa volta la guida spirituale della comune non è il vecchio pittore spiritualista ma un giovane artista di nome Seybu il cui pensiero deriva da concetti che verranno elaborati decenni più tardi dal pittore, scultore e performance artist Joseph Beuys, vero ispiratore del film. Infatti il primo titolo pensato da Martone per il film era Capri-Batterie, in omaggio a un’opera-performance di Beuys composta da una lampadina che ricavava energia per accendersi da un limone. Ma, anche se alcune idee dell’artista tedesco sembrano rivivere nel personaggio di Seybu, il titolo è stato cambiato in Capri-Revolution per restituire l’essenza profonda di un messaggio. L’accento posto sul termine rivoluzione acquista peso ancora maggiore se si legge quest’opera di Martone come la conclusione di un’ideale trilogia iniziata con Noi credevamo e proseguita con Il

giovane favoloso. Tre opere incentrate sulla rivoluzione: prima la ribellione dei ‘giovani favolosi’ che fecero il nostro Risorgimento, poi quella letteraria del giovane Leopardi e infine la rivoluzione di un gruppo di ragazzi che esprimono il loro forte desiderio di cambiamento attraverso profondi quesiti esistenziali e nuove forme di espressione creativa. Altra fonte di ispirazione del film è stata quella di Monte Verità nei pressi di Ascona, in Svizzera, dove tra l’altro si sviluppò la danza moderna. Tutte queste esperienze concorrono a creare l’idea di un profondo ripensamento nel rapporto tra uomo e natura (centrale nel pensiero di Beuys) che è uno degli elementi caratterizzanti l’esperienza della comune di Capri. La sceneggiatura firmata da Martone insieme a Ippolita Di Majo condensa tutte queste suggestioni con il merito di renderle forma cinematografica fruibile dal grande pubblico. Il confronto dialettico tra il giovane medico e il carismatico leader Seybu, capolavoro di scrittura, mette sul piatto due posizioni diversissime ma senza prevaricazioni: pensiero scientifico e filosofico, pragmatismo e arte, e ancora, pensiero e azione, pacifismo e interventismo socialista. Ciascuno dei due esce arricchito dallo scontro ma senza che nessuno prevalga: materia e spirito, mondo materiale contro mondo immateriale, razionalismo e misticismo. L’intero film trova la sua ragion d’essere nei dualismi, in polarità opposte: natura e progresso industriale, passato e presente, guerra e pace, staticità e movimento, Mediterraneo e Nord Europa. La grande lezione del film di Martone è questa: non smettere mai di porre domande e mettere il dubbio al centro di tutto. Solo se si dubita si è vivi, comprendere che non esistono verità assolute è un 66

principio basilare di un pensiero libero di ieri come di oggi. Il movimento, non la staticità, è il centro di tutto. Finché c’è movimento, c’è vita. Sul fronte degli attori, oltre alle due presenze importanti di Antonio Folletto nei panni del dottore e del fascinoso Reinout Scholten van Aschat nel ruolo di Seybu, c’è da ricordare l’intensa Donatella Finocchiaro nel ruolo della madre della protagonista. Ma è sulla straordinaria performance di Marianna Fontana che il film trova il suo punto di forza. Capri-Revolution è Lucia, donna che vive in comunione con la sua terra assorbendone tutta la forza: è lei che riesce a penetrare e immagazzinare le nuove idee di cui i giovani nordici sono portatori, capendo l’importanza del superamento dei conflitti, della rigidità delle posizioni, delle divisioni, andando ‘oltre’ con lo sguardo e con il corpo, verso la libertà (quella della scena finale). È Lucia la vera ‘rivoluzione’ di Capri. La fotografia di Michele D’Attanasio esalta il lato più selvaggio dell’isola, la sua natura dolomitica, il suo essere montagna precipitata nel Mediterraneo, mentre le coreografie di Raffaella Giordano restituiscono in pieno il fluire dei corpi dei giovani alla ricerca di libertà. Evocativo, affascinante, avvolgente, ricco di rimandi letterari, filosofici e cinematografici, al di là di qualche estetismo formale di troppo (i giovani della comune sono tutti un po’ troppo fisicamente prestanti per essere credibili) Capri-Revolution, film ambizioso ma al tempo stesso umile, lancia messaggi importanti parlando di rivoluzione, un termine forse fuori moda, soprattutto quando si tratta di rivoluzioni silenziose, quelle fatte dalle idee e dalla fame di conoscere, capire e ragionare con la propria testa. Elena Bartoni

M

P

m o a q a c s m d l c a r n C s e d d l p p l r a d m v i c c q c l p s v v a

d d G


o o è

e e n è a e o è e e o a a à a

o , a i

, i e e ) o a i i e a

i

di Michele Soavi

MENTRE ERO VIA Origine: Italia, 2019

Primo episodio Monica Grossi si sveglia in una clinica: l’ultima cosa che ricorda è di essersi addormentata dopo il parto del figlio Vittorio, ma in realtà è una cosa successa otto anni prima e ha un’amnesia a causa di un incidente avvenuto quattro mesi prima. Alla clinica arriva il cognato di Monica, Riccardo, con dei poliziotti: Monica scopre che il marito Gianluca è morto dopo aver ucciso un uomo di nome Marco de Angelis nella loro villa al lago; i poliziotti e Riccardo le dicono che Marco è il suo amante. Monica prosegue nel suo recupero in clinica e ricorda alcuni flash della notte dell’incidente. Caterina, la sua psicologa, mostra a Monica foto di lei con i figli e con il marito; non ricorda nulla di Marco, se non che lo conosce sin da quando erano ragazzi. Riccardo le dice che non può tornare a casa perché suo padre Vittorio si è opposto e le rivela di averla trovata la sera dell’incidente con i cadaveri di Marco e Gianluca. Caterina aiuta Monica a ricordare i dettagli di una sera a teatro con Gianluca, ma i ricordi dell’incidente si sovrappongono e ricorda il momento in cui il marito ha sparato a Marco. Monica racconta ai poliziotti che quello che ha ricordato fino a quel momento coincide con quello che ha visto nel filmato delle telecamere, fugge dalla clinica e va prima al ristorante dove ha conosciuto Marco da ragazza, poi alla villa della famiglia Grossi, dove vede il figlio Vittorio arrivare in auto. Prima di tornare in clinica una donna, Filomena, la riconosce e le dice che l’ha fatta assumere a Villa Grossi dopo la nascita di Vittorio.

M

Riccardo dice alla sorella Barbara che quel giorno ha visto Monica e che farà in modo che non torni a casa, ma Barbara è contraria a questa decisione. Monica si è trasferita in un appartamento e cerca di ricostruire per mezzo di articoli e foto gli otto anni che non ricorda. Incontra i figli, accompagnati da Barbara, in un parco: Vittorio e Sara le dicono che è diversa rispetto a prima e che è stata dura per loro gestire le conseguenze dell’incidente; Sara le è particolarmente ostile, perché non l’ha perdonata per la morte del padre, e Monica nota subito che è molto dimagrita. Dice a Filomena che Riccardo le ha fatto arrivare un’ingiunzione del tribunale per non farle vedere i figli; la donna le dice che negli ultimi anni era molto cambiata. Vittoria va a casa della moglie di Marco per chiederle di aiutarla a ricordare, ma la donna le chiede di non farsi vedere mai più. Si reca allora alla villa al lago dove è accaduto l’incidente, dove trova Vittorio sr., che la scaccia dalla casa. Tornando al suo appartamento, Monica vede un uomo che scambia per Marco, ma che si rivela essere il fratello maggiore, Stefano. L’uomo crede al fatto che non ricordi nulla e le dice che non sapeva niente della sua storia con Marco, che però gli aveva parlato di lei da giovane. Stefano le chiede di non cercare né lui né la moglie di Marco, ma Monica gli dà il suo numero di cellulare. Stefano racconta a Monica che Marco aveva lasciato il lavoro e che lui e la moglie volevano adottare un figlio. Riccardo, tornando a casa, trova Sara svenuta nella propria stanza. Monica ricorda di quando ha rincontrato Marco qualche mese prima dell’incidente e riceve una chiamata che l’avverte dello svenimento di Sara e Ste67

Produzione: Enrico Delle Site per Rai Fiction, Endemol, Shine Italy Regia: Michele Soavi Soggetto e sceneggiatura: Ivan Cotroneo, Monica Rametta Interpreti: Vittoria Puccini (Monica Grossi), Giuseppe Zeno (Stefano De Angelis), Flavio Parenti (Riccardo Grossi), Francesca Cavallin (Barbara Grossi), Antonia Fotaras (Sara Grossi), Carmine Buschini (Rocco De Angelis), Mariano Rigillo (Vittorio Grossi), Paolo Romano (Gianluca Grossi), Riccardo Antonaci (Vittorio Grossi junior), Ugo Piva (Marco De Angelis), Camilla Semino Favro (Ilaria Grossi), Simone Gandolfo (Fabrizio Giorgi), Stefania Rocca (Caterina Liguori), Anna Melato (Filomena) Distribuzione: Raiuno Durata: 6 episodi da100’ Messa in onda: dal 28 marzo 2019 al 9 maggio 2019

fano l’accompagna in ospedale. I dottori comunicano a Monica e a Riccardo che Sara soffre di anoressia. Il figlio di Stefano, Rocco, vede il padre mandare un messaggio a Monica e gli chiede di raccontargli come l’ha conosciuta; il ragazzo gli dice di aver visto Marco e Monica e che Marco gli ha detto che non stavano insieme. Riccardo dice a Monica di averla vista con Marco nella villa al lago e di aver avvertito Gianluca di stare attento; tuttavia, vista la salute fragile di Sara, Riccardo permette a Monica di tornare a vivere nella casa di famiglia. Secondo episodio Monica parla con Barbara di Vittorio sr. e lei la rassicura del


fatto che il carattere del padre è peggiorato dopo la morte della moglie e che si è chiuso in se stesso, a esclusione del padre confessore e dei nipoti. A scuola, alcuni compagni di classe di Vittorio gli mettono il dubbio che Monica stia solo fingendo di non ricordare. Monica entra nel suo guardaroba e ricorda alcuni momenti dei suoi incontri con Marco nella villa al lago, turbata, ne parla con Caterina: Monica dice di non ricordare nulla di Marco, ma solo di Gianluca. Stefano va nello studio di Marco: la segretaria gli dice che la mattina dopo l’incidente ha avuto l’impressione che qualcuno fosse entrato nello studio. Monica va a prendere Vittorio a scuola; lì vede una donna che aveva già visto. Incontra la moglie di Riccardo, Ilaria. Ha poi un flash di un suo ricordo con Gianluca, ma Filomena la trova: la donna le dice che con gli anni aveva smesso di amare il marito ed era diventata distante e chiusa, tanto che anche Filomena non sa molte cose. Monica incontra i poliziotti e dà loro una dichiarazione in cui ammette di essere stata l’amante di Marco. Vittorio si arrabbia con Monica perché non si ricorda nulla, ma la donna si scusa e gli promette che non gli mentirà più. Barbara e Monica si vedono per un aperitivo: le due ricordano le circostanze in cui si sono conosciute, quando Monica ha salvato Barbara da una relazione violenta, e Barbara le dice che nonostante tutto l’ha perdonata; Monica le rivela di aver trovato la ricevuta di un hotel di Ginevra in cui è stata con Marco. Sara spiega a Monica che l’ha sempre fatta sentire inadeguata. Monica si sfoga con Caterina sulla

abbia mentito riguardo ad averla vista con Marco ma la donna le consiglia di non fidarsi di Stefano. Ilaria dice a Monica che è stato Riccardo a dirle di lei e Marco e che ha sentito Riccardo dirle di chiudere con De Angelis una settimana prima dell’incidente. Monica chiede a Stefano di andare a Ginevra con lei il giorno seguente perché vuole scoprire cosa fosse andata a fare lì con Marco. Monica racconta al resto della famiglia che andrà a Milano. I due arrivano all’albergo di Ginevra: Monica riesce a ricordare che lei e Marco hanno preso due stanze separate, quindi potrebbe non aver tradito il marito. I due in seguito vanno in un palazzo nelle vicinanze, dove Monica ricorda di essere andata con Marco: in questo palazzo abita un certo De Vincenti, ma non è presente in quel momento. A Verona, Sara incontra Rocco: i due passano il pomeriggio insieme e si baciano. Monica e Stefano scoprono che De Vincenti è un chimico farmaceutico. Tornata a casa, nel suo guardaroba, Monica trova delle vecchie foto e un biglietto d’amore risalente a quattro anni prima, firmato Bea: Monica ricorda di aver fatto licenziare la sua segretaria, perché pensava fosse l’amante di Gianluca. Riccardo trova Monica nel suo ufficio, che gli chiede di ricominciare a lavorare. Stefano chiede a Rocco di conoscere Sara, ma il ragazzo è riluttante, come anche non è convinto della relazione del padre con Monica, che avverte Stefano di aver ripreso a lavorare per capire chi è De Vincenti. Monica scopre che De Vincenti lavorava per la Grossi Farmaceutica e che gli hanno dato molti soldi quando se ne è andato. Monica va da Stefano, ma a casa sua trova Rocco, che le dice che è uscito in barca. Vittorio sr. discute con i figli per aver fatto rientrare MoniTerzo episodio ca in azienda e dice loro che MoMonica racconta a Caterina del nica è andata a Ginevra; Vittorio fatto che crede che Riccardo le vuole cacciarla dall’azienda, ma situazione di Sara, la dottoressa le suggerisce un centro specializzato in disturbi alimentari. Monica va nell’azienda di famiglia, dove lavorava nelle PR ed era nel consiglio di amministrazione. In una foto riconosce la donna vista il giorno prima, Barbara le dice che è la sua ex segretaria, Beatrice, che se ne è andata un anno prima. Monica la va a trovare nel vivaio in cui lavora, tra le due c’è stato in passato qualche attrito e Monica teme di averle fatto del male, ma la donna non conferma. Nello studio di Marco, Stefano mostra a Monica i fascicoli degli unici quattro clienti che non sono presenti nel resto della documentazione: uno di questi, il caso Manari, sembra poter essere collegato a Monica; il nome compare sull’agenda di Marco il giorno prima rispetto a quello in cui ha incontrato Monica. Sara, dopo le insistenze di Monica, accetta di andare in clinica. Rocco salva Sara dall’essere investita, i due si presentano. Nel guardaroba, Monica ritrova l’abito dell’opera, lo indossa ed esce, ma ha l’impressione di essere seguita. Chiama Stefano e si sfoga con lui; Stefano le racconta di aver perso la moglie e di essere tornato a Verona; mentre parlano, qualcuno li fotografa. Monica ricorda di aver visto Gianluca nella stanza della villa al lago, la stessa del suo ricordo con Marco. Sara va al primo incontro in clinica e fa amicizia con una ragazza, Debbi. Monica scopre da Sara che la sera dell’opera l’ha accompagnata a una festa di compleanno, mentre Riccardo le aveva raccontato di averla vista quella sera alla casa al lago con Marco. Riccardo scopre che Monica ha rinnovato il contratto della casa: i due si vedono nell’appartamento, dove Riccardo ha scoperto un muro di foto e articoli.

68

B M s u g m V M c l t d n s a c d s v d v

Q

d c R r c d p p l c l a c l c B d a p r e g n e n f V v v a n


a e o i a e e a a o , o o e a a , o . e e o o é o a n e i e

i a o i o a

Barbara e Riccardo sono contrari. Mentre è fuori in barca a vela di sera, Stefano viene avvicinato da un motoscafo, con due persone che gli puntano addosso un’arma laser ma poi si allontanano. Riccardo, Vittorio sr e Barbara chiedono a Monica che cosa ha fatto a Ginevra con Stefano e lei si scusa con tutti loro; Riccardo le chiede di non contattare più Stefano. Monica riceve da lui dei messaggi che le chiedono di raggiungerlo al molo perché sono in pericolo. Stefano racconta a Monica quello che gli è successo: confrontandosi su De Vincenti, i due capiscono che c’è sotto qualcosa. I due, dopo un momento di avvicinamento, fanno l’amore; quando escono dalla barca si baciano e vengono fotografati. Quarto episodio Monica ricorda che la sera dell’incidente Riccardo l’ha soccorsa ma non era solo. In ufficio Riccardo porta Monica a conoscere alcuni collaboratori: tra questi c’è Enrico De Vincenti, che le dice di averla conosciuta quattro anni prima e che erano in buoni rapporti; ora ha firmato di nuovo con la Grossi Farmaceutica. Monica chiede a Enrico di incontrarsi e lui le dà il biglietto da visita. Monica avverte Stefano del suo incontro con De Vincenti. Sui giornali esce la notizia della relazione di Monica con Stefano: la donna lo scopre da Barbara e Riccardo. Stefano chiede a Rocco di domandare a un suo amico hacker di controllare i loro pc; Monica racconta a Sara della relazione con Stefano perché vuole evitare che lo scopra da altri o dai giornali. Caterina propone a Monica l’ipnosi, ma la donna non riesce a riconoscere chi è la persona nella macchina di Riccardo. Stefano e Monica vanno a trovare De Vincenti per capire la ragione del viaggio di Monica e Marco a Ginevra, ma l’uomo resta vago sui suoi affari con l’azienda e gli dice che non si sono visti a Ginevra e che

lui non ha mai incontrato Marco. Vittorio viene preso in giro dai compagni di basket a causa della madre. Stefano e Monica guardano con i poliziotti il filmato della morte: Monica domanda ai poliziotti di avere i filmati per non chiederli alla famiglia, ma la polizia rifiuta. Monica nota che Riccardo guarda la telecamera prima di chiamare la polizia; Monica e Stefano discutono ma poi si promettono di restare insieme. Vittorio racconta a Monica del bullismo. Mentre Rocco e un suo amico indagano su chi può avere spedito le foto al giornale, Rocco scopre che Sara è la figlia di Monica. In azienda, il giorno dopo, Monica chiede a Riccardo se fosse solo la sera dell’incidente, dato che si ricorda che c’era qualcun altro, ma Riccardo nega. Rocco rivela a Sara di essere il figlio di Stefano e la ragazza reagisce male; quindi Rocco le rivela che il padre le aveva detto di incontrarla perché era in difficoltà, ma Sara si infuria ancora di più. Monica accompagna Vittorio al basket e dice alle altre madri quello che è accaduto. Rocco dice al padre che a mandare le foto al giornale è stato un certo Fabrizio Giorgi. Tornata a casa, Monica trova Vittorio incosciente, vicino a un giornale con una foto di lei e Stefano. Barbara, Riccardo e Monica non riescono a spiegarsi come il giornale si trovasse lì. Un medico dice che Vittorio è fuori pericolo e che è stato salvato dall’intervento di Monica. Stefano scopre che Fabrizio Giorgi è il padre di uno dei ragazzi che fanno il corso di vela e lo costringe a un confronto. Sara e Rocco si riappacificano, mentre in ospedale Vittorio si risveglia e chiede di vedere Monica: l’uomo le rivela di detestarla perché rivede in lei molto di lui, di quello che ha fatto. Monica torna alla villa al lago per cercare di ricordare chi si trovasse in macchina con Riccardo e ricorda che si trattava di una donna. Stefano si confronta con Fabrizio che gli svela di aver 69

mandato le foto per vendicarsi di Monica, con la quale ha avuto una breve storia. Monica scopre grazie a Vittorio una foto di una sua vecchia premiazione in cui c’è anche De Vincenti, che però non è lo stesso uomo che ha incontrato ma, quando cerca di chiamare Stefano per raccontarglielo, l’uomo non le risponde. Il giorno dopo Monica va all’appartamento dov’era lo studio di De Vincenti, ma lo trova vuoto. Quinto episodio Stefano si incontra con l’amico hacker di Rocco e gli chiede di indagare sulle persone presenti nella foto trovata da Monica, tra cui De Vincenti. Monica torna nella villa al lago e trova un uomo armato all’interno: la donna fugge in preda al panico, anche se l’uomo le chiede di fermarsi. L’amico di Rocco dice a Stefano che ha scoperto che De Vincenti è scappato a Londra. Monica incontra Stefano e gli dice che sospetta Riccardo per l’incidente alla villa di quella mattina e anche per l’infarto di Vittorio; Stefano le racconta delle foto e le chiede della sua relazione con Fabrizio Giorgi. Stefano chiede a Monica di chiamare De Vincenti, ma l’uomo si rifiuta di darle un appuntamento e le chiede di non contattarla più. Monica torna a casa e trova tutta la famiglia e altri conoscenti riuniti per festeggiare il ritorno di Vittorio a casa: alla cena arriva anche Antonio, l’uomo della villa, per riportare a Monica un bracciale che ha per-


duto. Stefano si sfoga con Rocco perché teme che Monica lo stia usando. Anche quando lei lo chiama per raccontargli di Antonio, l’uomo rimane freddo e scostante e le dice che il giorno dopo andrà a Londra da solo. Monica incontra Beatrice, l’amante di Gianluca, per scusarsi con lei, e scopre che la donna ha avuto un figlio con il marito; su richiesta di Monica, Vittorio invita i due a casa Grossi a conoscere la famiglia, provocando lo stupore del resto dei familiari. Sara e Rocco litigano quando il ragazzo le racconta del cambiamento di atteggiamento del padre e pensa che questo sia dovuto a Monica. Al telegiornale, guardato da Stefano, da Monica e da Vittorio, viene annunciato che De Vincenti è stato ucciso a Londra in quella che sembra essere stata una rapina. Stefano e Monica si incontrano sulla barca e si riappacificano; al momento di andare via, Monica ha un flashback della sua storia con Fabrizio. Va dalla psicologa ma la donna le dice che aveva cancellato l’appuntamento il giorno prima ma lei non ricorda nulla di questo. Riccardo se ne va da una riunione in azienda perché Ilaria ha le doglie e Monica riesce a prendere il suo pc. Sia Monica sul pc di Riccardo e grazie ai suoi flashback, sia Stefano grazie all’amico di Rocco, scoprono il coinvolgimento della famiglia Manari con un farmaco chiamato Sartinol. Stefano scopre che la Grossi Farmaceutica pagava diverse famiglie perché il farmaco aveva provocato l’aborto spontaneo in diverse donne, tra cui la Manari, che racconta a Stefano che Marco l’aveva contattata

perché anche a lui era successa la stessa cosa e voleva fare una causa. Al marito della Manari erano stati offerti dei soldi come risarcimento, a patto di non parlarne più. Monica va in clinica con Barbara perché Ilaria ha partorito e le chiede se sa chi poteva essere la persona in macchina con Riccardo la sera dell’incidente. La donna le rivela che sa che Riccardo la tradisce; quando Monica cerca di parlare con Riccardo, lui le dà appuntamento alla villa al lago. Quando Monica gli chiede perché non ha fatto nulla per fermare i pagamenti, Riccardo le dice che in realtà lei faceva il doppio gioco con Marco, riferendo a lui e a Gianluca tutto ciò che faceva. Monica ricorda che la sera dell’incidente lei, Gianluca e Marco si erano incontrati su idea di Monica: Marco aveva minacciato di denunciare Monica e Gianluca e il resto della Grossi Farmaceutica, quindi Gianluca aveva tirato fuori la pistola e sparato a Marco. Stefano si reca a casa Grossi per parlare con Monica e Filomena lo manda via, ma gli chiede di non abbandonare Monica. Sesto episodio Stefano cerca di contattare invano Monica; Rocco gli dice che andrà in campeggio con Sara per due giorni. Riccardo mostra a Monica il suo carteggio con Marco de Angelis e le chiede di non dire nulla; quella storia è una cosa che sapevano solo lei, Gianluca e Riccardo. Monica dice a Riccardo che Stefano sa dei Manari; quando Riccardo dice che devono trovare un modo per convincerlo a lasciar perdere, Monica gli chiede di lasciarlo in pace. Dice poi a Stefano che era l’amante di Marco e cerca di convincerlo che la questione del farmaco è una montatura e una coincidenza. Vittorio confessa a Padre Bernardo, il suo confessore, che Riccardo e Gianluca hanno fatto cose orribili e lui ha semplicemente ignorato la cosa. Stefano scopre che i Manari se ne 70

sono andati. Sara e Rocco partono per il campeggio con i loro amici. A casa Grossi, Monica trova una lettera di Sara, scritta alla fine della sua terapia, in cui le dice di averla perdonata. Monica ha un flashback della sera dell’incidente, in cui ricorda di aver avuto dei dubbi prima dell’incontro con Marco. Prima di uscire di casa, Monica dà a Filomena una lettera e le dice di consegnarla alla polizia in caso le succeda qualcosa. Vittorio annuncia a Riccardo e a Barbara la sua intenzione di tornare in azienda, turbando il figlio. Monica racconta a Caterina del ricatto di Riccardo e decide di andare alla polizia per denunciare quello che è successo. Stefano va alla polizia a denunciare quello che è accaduto ai Manari e il fatto che Monica sia tenuta in trappola ma il poliziotto non gli crede. Monica si risveglia nello studio della psicologa ma è stata drogata: Caterina è un’amante e una complice di Riccardo. Monica sviene e quando si risveglia si trova chiusa dentro la sua stanza. Riesce ad attirare l’attenzione di Barbara che la soccorre ma le rivela che era lei la donna in macchina con Riccardo la sera dell’incidente e la fa svenire. Al suo risveglio, Barbara le fa bere delle gocce per ucciderla: Barbara le dice che lei, Riccardo e Caterina faranno in modo di dimostrare che si tratta di suicidio. Vittorio cerca di entrare nella stanza di Monica e Barbara gli apre la porta; il bambino si rende conto che qualcosa non va e chiama Sara. La ragazza vuole chiamare Riccardo, ma Rocco le dice di non farlo e che devono tornare a casa. Riccardo rimprovera Barbara per aver fatto entrare Vittorio nella stanza della madre; Filomena raggiunge Vittorio sr. al cimitero e gli dà la lettera che Monica le aveva dato quella mattina. Vittorio torna a casa accompagnato da Stefano per fermare Barbara e Riccardo; Monica viene portata via in ambulanza e Barbara e Riccardo vengono arre-

s e p g M d D e M c f n

r g d d n

t u u u c s d a v b u p q m

c m s l P


o A a a n . à i e a , a o r . a i a a e a a a a i . a o . e r a e a o a r a -

stati. Monica si sveglia in ospedale e con lei c’è Stefano, poi parla con i poliziotti e confessa loro tutto. Vengono fatti diversi arresti e anche Monica, insieme a Barbara, Riccardo e Caterina, viene incriminata. Dopo qualche mese, Monica sta per essere processata ed è in carcere. Monica al processo dichiara la sua colpevolezza, davanti a tutta la sua famiglia e a Stefano; viene condannata a quattro anni di carcere. Mentre ero via, fiction in sei puntate di genere drammatico e thriller creata da Ivan Cotroneo e Monica Rametta e diretta da Michele Soavi, si distingue per le buone interpretazioni degli attori, soprattutto quella della protagonista Vittoria Puccini, e per una buona qualità della

m

regia e delle fotografia. Tuttavia, la storia che racconta manca di originalità e riprende molti luoghi narrativi già visti in altre fiction. Un esempio è il risveglio dal coma con conseguente perdita di memoria che in questo caso costringe la protagonista Monica ad affrontare la persona che è diventata negli otto anni che ha dimenticato, già visto nella recente “La strada di casa”, in cui il protagonista, appena risvegliatosi da un coma, era accusato di omicidio. Anche le tematiche della donna in lotta contro la famiglia e le indagini condotte da detective dilettanti come sono Monica e Stefano sono elementi già visti in molte altre produzioni. Nonostante la trama che sa di già visto, i colpi di scena non sempre sorprendenti e i tempi narrativi molto, forse troppo di-

latati, che danno la sensazione di ripetitività nel caso di diverse scene, la caratterizzazione dei personaggi è realizzata piuttosto bene. Inoltre il regista fa un buon lavoro a livello visivo, alternando eventi del presente, flashback e sequenze oniriche, a rappresentare la confusione di Monica e il suo tentativo di redimersi agli occhi di tutti, in particolare dei membri della propria famiglia. In conclusione, Mentre ero via è un prodotto televisivo senza infamia e senza lode, una storia femminile di rinascita e di riscatto, capace di mantenere l’attenzione dello spettatore in particolare nelle ultime due puntate e che si distingue per le buone interpretazioni, ma che manca di originalità narrativa in diversi punti. Maria Chiara Riva

di: Nicola Campiotti

IL MONDO SULLE SPALLE Origine: Italia, 2019

Marco Parisi lavora come tecnico video presso la Novatek, azienda con 300 dipendenti. Sereno e appagato, Parisi è circondato da colleghi stimati, ha iniziato una relazione stabile con Carla, una ragazza incrociata per caso su un autobus e ritrovata durante un corso di inglese, e che lavora presso la Vertis, diretta concorrente della Novatek e ha un lavoro che ama dove l’atteggiamento positivo e la concreta attitudine al problem solving gli valgono persino una promozione. Tutto procede per il meglio, quanto meno fino a quando, nel giro di soli due anni, il mondo gli crolla sulle spalle. La pesante crisi del Paese incide negativamente sul futuro di moltissime aziende e la Novatek sceglie di dichiarare fallimento, lasciando a casa tutti i dipendenti. Parisi non riesce a credere a quel-

M

lo che sta accadendo intorno a lui. I volti dei colleghi sono segnati da rabbia, tristezza e rassegnazione e persino la sua vita personale subisce un brutto colpo quando Carla, incinta, si sente male e viene portata d’urgenza in ospedale. La donna dà alla luce Davide, un bambino al quale viene diagnosticato un soffio al cuore e che è costretto a passare i primi numerosi mesi della sua vita da un ospedale all’altro, subendo interventi delicati che ne mettono continuamente a rischio l’esistenza. Mentre suo figlio lotta per vincere la sua sfida più grande, Marco è il solo a cercare una soluzione per salvare la ditta dove lavora. In un colloquio con il curatore fallimentare, Marco decide di farsi carico della ditta, assumendo il ruolo di responsabile, per un anno, ma a regime ridotto. Parisi può salvare il lavoro di sole 20 persone, ma scegliere a quali dei suoi colleghi 71

Produzione: Roberto Sessa per Rai Fiction, Picomedia, Iblafilm Regia: Nicola Campiotti Soggetto: Nicola Campiotti Sceneggiatura: Paolo Logli, Alessandro Pondi, Lucia Zei con la collaborazione di Nicola Campiotti e Giuseppe Fiorello Interpreti: Giuseppe Fiorello (Marco), Sara Zanier (Carla), Andrea Pennacchi (Mario), Stefano Rossi Giordani (Simone), Alberto Basaluzzo (Fabio), Gianluca Gobbi (Michele), Viola Sartoretto (Anna), Claudia Penoni (Maria Grazia), Gianluca Ferrato, Gianni De Rosa (Capi Reparto), Antonio Zavatteri (Berti), Olivia Manescalchi (Dott.ssa Manuela Longoni), Enrico Ianniello (Curatore Fallimentare) Distribuzione: Raiuno Durata: 100’ Messa in onda: 19 febbraio 2019

destinare questo privilegio è un compito difficilissimo. Marco sceglie con razionalità, prediligendo quelli che hanno le competenze utili ad affrontare il lavoro di un anno e salvare l’azienda. Ma tra gli esclusi figurano dipendenti con situazioni disagiate e gli storici


amici che lo accusano subito di essere un traditore. Parisi è ferito, ma non demorde e porta avanti l’azienda. Gli sforzi sono però vani e dopo un anno nessuno si fa avanti per rilevarla ed è così costretto a chiuderla, lasciando in mobilità anche quei pochi 20 che ci avevano creduto. Parisi è di nuovo completamente da solo. Pressato da Carla, Marco sostiene un colloquio alla Vertis, ma il cinismo del suo futuro capo lo spinge a rifiutare e a imbarcarsi in una folle avventura. Decide così di rilevare l’azienda e in una sola settimana mette a rischio la sua vita: chiede un prestito di 400.000 euro, ipoteca la casa, prepara un business plan, un portfolio clienti e richiama a raccolta alcuni dei suoi dipendenti, tra i quali gli amici di sempre. Tutto questo all’insaputa di Carla che, messa al corrente, gli dà del pazzo e lo invita ad andar via di casa. Parisi insiste e insieme ai colleghi di sempre prova a far risorgere la Novatek, restituendo a molti il lavoro e promettendosi di assumere anche altri ex colleghi. La tenacia, la determinazione e quel pizzico di follia riescono a motivare tutti i suoi colleghi a fare del meglio per l’azienda e persino Carla torna da lui per perdonarlo e aiutarlo con la contabilità. A distanza di un anno

le difficoltà non diminuiscono, ma di fronte all’ennesima criticità causata da una ditta che rimanda di sei mesi l’avvio di un lavoro, compromettendo di nuovo la stabilità economica dei suoi dipendenti, Marco si trova quasi costretto a chiedere un secondo prestito. Ma tutti i suoi colleghi lo fermano, facendo un accordo tra di loro per superare insieme il problema. Sempre insieme ai suoi colleghi, Parisi decide di partecipare a un bando di concorso europeo per vincere l’appalto di un lavoro. Grazie allo sforzo di tutti, all’aiuto di alcuni ex colleghi, alla fiducia degli ispettori, che decidono di concedere a questo piccolo imprenditore il tempo necessario per rimettere in regola la ditta, Parisi riesce a vincere il bando, salvando l’azienda e restituendo dignità e lavoro a tutti quegli uomini che credevano di essere ormai spacciati. Liberamente ispirato alla vera storia di Enzo Muscia, Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana, Il mondo sulle spalle è il primo lungometraggio diretto da Nicola Campiotti che sceglie di portare sul piccolo schermo la commovente vicenda di un eroe di ogni giorno. Il film ha come protagonista Beppe Fiorello. Colpito dalla vicenda di Muscia, il regista ha scelto di raccontare la sua vicenda, condividendo con il grande pubblico la storia di un eroe civile, un uomo coraggioso e pronto a “difendere le cose che contano davvero”. La vicenda di Enzo si inserisce in uno scenario televisivo inconsueto che preferisce narrare del coraggio e della speranza per opporsi alle tante storie di eventi bui, dove predominano invece rassegnazione, rabbia e paura. Dopo aver personalmente incrociato l’imprenditore e aver raccolto la sua testimonianza, per Campiotti la storia era già fatta. Ed è così che Il mondo sulle spalle ha cominciato a prendere

L

72

forma. Quello di Marco Parisi non è solo il racconto del mondo operaio né tantomeno la riduttiva analisi sul mondo delle imprese e sulla difficoltà di sopravvivere alla crisi e alla globalizzazione, ma è la storia di un uomo che da solo è riuscito a trascinare molti suoi colleghi e amici nella folle impresa di riprendersi qualcosa che apparteneva loro. Soprattutto, è la vicenda profondamente umana di qualcuno in grado di non arrendersi di fronte alla paura e ben motivato a cambiare il destino delle cose per sovvertire persino la realtà più ardua. A un anno di distanza dall’incontro con Muscia, Campiotti era già sul set affiancato da Fiorello e da un ricco cast di attori e da un cast tecnico che lo ha aiutato a dare forma e luce a questo sua prima opera. La vicenda si apre e si chiude con una voce fuori campo: nel primo caso è quella di Marco che ci aiuta a orientarci nella storia e ci fa comprendere che quello che stiamo per vedere è un racconto potente; nel secondo caso la voce è quella del piccolo Davide che, attraverso le parole messe nere su bianco su un tema, racconta del coraggio di suo papà. Il regista ricorre a una regia solida e comprensibile, tenendo sempre bene a mente che quello televisivo è un pubblico ampio. Campiotti utilizza alcuni piani sequenza per tenere vive le emozioni del racconto, soprattutto nei momenti più forti e ricorre alla macchina a mano quando deve accentuare la tensione e sottolineare i rischi connessi alle scelte del protagonista o i momenti di maggior sofferenza e fatica. La macchina da presa è così totalmente al servizio della storia che, da un punto di vista narrativo, utilizza anche alcune ellissi temporali per riuscire a mettere insieme i punti salienti della vicenda senza correre il rischio di annoiare lo spettatore. Alle voci fuori campo, che tornano spesso nel film per dar voce ai pensieri e alle preoccupazioni dei di-

v l t u a d fi d m m m c v

g u p u d i fi p n m l l f p m c g d n d p “ M a c c s i t e l


n a i e a n e . a e n a i : o o e , u e o i e o a e r a o e e . o -

versi personaggi, si associa anche l’uso di alcune immagini di repertorio, soprattutto di telegiornale, utili a dare un’idea di quanto sta accadendo non soltanto all’azienda che è al centro di questa specifica storia, ma anche a molte altre ditte il cui futuro viene inevitabilmente segnato non solo dalla crisi, ma spesso da assurde logiche di mercato e da incomprensibili giochini finanziari che incidono sulla vita, sul futuro e sulla dignità di

molte famiglie. Attraverso una regia pulita, una scrittura lineare che rinuncia a vezzi artistici per salvaguardare la forza del racconto, si narra una storia commovente, la vita di un uomo piccolo capace di compiere, grazie al sostegno di amici e colleghi, un’impresa immensa, ridonando voce e speranza a un’Italia spesso silenziosa e resiliente. Marianna Ninni

di Ambrogio Lo Giudice

I RAGAZZI DELLO ZECCHINO D’ORO

Origine: Italia 2019

Bologna 1961 Mimmo è un bambino figlio di immigrati che non ha buoni risultati a scuola e che un giorno si vede anche comminare una sospensione di due settimane per aver fatto cadere dalle scale un compagno di classe che gli dava del marocchino. A casa Vincenzo, il padre, è preoccupato per questo figlio e anche per l’altro che è un perdigiorno che passa le sue giornate al bar. L’insegnante però, nel momento in cui il bambino riceve la sospensione dice che un pregio lui ce l’ha ed è quello del canto. Infatti lo abbiamo già visto imitare per la mamma (e anche per il salumiere da cui va a comprare il pane con la mortadella) Fred Buscaglione. Viene così portato dai frati dell’Antoniano dalla madre, Silvana, la quale, totalmente sprovveduta, non sa che lui doveva aver preparato una canzone. Canterà “Eri piccola” di Buscaglione per Mariele Ventre che lo accompagna al piano anche se la canzone non la conosce bene. È presente però anche un funzionario, il quale mette subito i puntini sulle i e dice che il bambino doveva essere preparato prima. È Benassi, il produttore esecutivo della rifi Records il quale non vuole che il provino vada

B

avanti. Mimmo reagisce male dicendo che dello spettacolo non gli interessa assolutamente nulla. Benassi si chiede anche da chi sia stata raccomandata Mariele che ha l’aria da maestrina. “In realtà è diplomata al conservatorio” gli dice Cino Tortorella che è lì al suo fianco e che è già il Mago Zurlì, nonché ideatore del programma. Benassi pensa che, rispetto alle prime due edizioni che sono state realizzate a Milano, a Bologna c’è un po’ di tutto e invece bisogna avere bambini carini e gestibili. Insomma è necessaria una forte scrematura. Uno dei frati dice che lui non è mai stato favorevole a questo concorso perché vede troppo adultismo nei genitori nei confronti dei bambini ma Tortorella lo rassicura dicendo che lo spettacolo sarà una gara ma non una gara competitiva; dominerà soltanto la musica e i bambini resteranno tali. Sopraggiunge Mariele la quale si vede consegnare da Benassi una lista da parte dove ci sono gli ammessi e gli esclusi. Secondo lui tra gli esclusi c’è Mimmo perché non è un bambino gestibile ma piuttosto un bambino strafottente. A Mariele invece il bambino era piaciuto; chiede un parere anche a Tortorella il quale dice che allo stato delle cose Mimmo non è tra 73

Produzione: Rai Fiction, Compagnia Leone Cinematografica Regia: Ambrogio Lo Giudice Soggetto: Ambrogio Lo Giudice Sceneggiatura: Ambrogio Lo Giudice, Anna Pavignano, Carlotta Veroni Interpreti: Matilda De Angelis, Valentina Cervi, Antonio Gerardi, Maya Sansa, Ruben Santiago Vecchi, Simone Gandolfo, Guido Roncalli, Olga Rui Marchiò, Gregorio Mondello, Gabriel Lo Giudice, Saul Nanni, Eros Galbiati Distribuzione: Rai 1 Durata: 105’ Uscita: 3 novembre 2019

quelli che possono essere candidati a cantare allo Zecchino. Mariele all’uscita incontra il suo fidanzato il quale le propone di partecipare a un concorso per concerti come due di violino e pianoforte e di prepararsi subito ma lei dice di avere questo impegno con l’Antoniano che lui non considera poi così importante visto che si tratta solo di bambini. Mariele decide di cambiare discorso. Mimmo sta giocando a pallone in una piazza con i compagni quando la mamma lo chiama: è stato preso allo Zecchino d’oro. È il giorno in cui le famiglie accompagnano i bambini ma, mentre Mariele sta provando il discorso, entrano il frate insieme a Torto-


rella e Benassi e le dicono che da 20 le canzoni passano a 12 perché bisogna realizzare un 33 giri sul quale possono stare al massimo 12 canzoni. Lei si chiede come fare a dirlo alle famiglie di quelli che dovrebbero essere esclusi. Tortorella le risponde che questa selezione ulteriore le permetterà di rivedere qualche giudizio un po’ affrettato tipo quello di ammettere Mimmo. Lei sostiene invece che Mimmo sia davvero un ragazzino carico di energia e che l’abbia molto colpita. Tocca a lei annunciare ai genitori e ai bambini che otto di loro non verranno ammessi: sarà necessaria un’ulteriore selezione attraverso un corso. Alcuni genitori si lamentano perché i figli non possono partecipare al corso oppure perché sanno già cantare molto bene perché i corsi li hanno già frequentati. Comunque bisognerà trovare una soluzione. Nel frattempo a casa Vincenzo, che non era stato informato dell’ammissione allo Zecchino si lamenta con la moglie che gli dice che lui dorme sempre. Lui si giustifica con il lavoro e lei replica che anche lei lavora e comunque fa un sacco di attività in casa. Sopraggiunge poi l’altro figlio, Sebastiano, il quale tratta tutti come se fosse davvero in un albergo. Mariele s’accorge subito al corso che Mimmo è un altro ragazzino, Gaetano, non si piacciono e li fa cantare insieme “Fammi

crescere i denti davanti” e gli fa notare che invece tra loro c’è una grande iintesa sul piano musicale pertanto non devono litigare. Mimmo, tra l’altro, va sempre in giro con la pistola giocattolo che si era comprato un giorno e che lo rassicura in qualche modo. Mariele, fatto l’esperimento, propone di presentare anche dei duetti. Benassi è assolutamente contrario perché dice che non si capirà niente in tv. Lei gli chiede se ha figli perché non capisce nulla dei bambini. Lui a sua volta le fa notare che lei è signorina. Comunque a dirimere la questione ci pensa Tortorella il quale dice che i duetti vengono accettati e, visto che è lui il creatore della trasmissione, ha l’ultima parola. Mimmo, che ha difficoltà nella lettura, dice che il testo della canzone che Mariele gli ha assegnato non gli piace. In realtà fa fatica a leggerlo; lei a questo punto si impunta gli dice che lo deve portare a memoria per il giorno successivo ma lui lascia il foglio sotto il banco uscendo. Il fratello Inoltre gli ha detto che per mantenergli la voce da bambino gli taglieranno il pistolino e lui ha paura che sia vero, tanto che andando al cinema col fratello (dove tutti fanno confusione aizzati proprio da Sebastiano e vengono cacciati dalla sala) in uscita dice che lui non vuole più andare allo Zecchino ma vuole seguire il fratello. Intanto Mariele gli ha trattenuto la pistola dicendogli che gliela ridarà quando lui smetterà di fare la guerra con lei. Mariele va a casa di Mimmo a portare il testo che lui aveva lasciato sotto il banco. La madre è tutta emozionata nell’accoglierla. Lui rivela a Mariele che in realtà la paura che gli venisse tagliato il sesso è quella che ha dominato. Lei dice che non è niente vero e che semmai questo accadeva nel passato e ora lui deve cantare. Gli viene riproposto di nuovo il testo della canzone ma 74

lui tende a rifiutarsi, e finalmente Mariele scopre il perché: legge con grandissima fatica. Allora gli fa sentire la canzone con una base registrata e gli dice che è quella la sua canzone e dovrà impararla. Ma lui l’ha già imparata e chiede di poterla rifare immediatamente a memoria riuscendoci. Mentre Mariele è a casa il fidanzato, che le aveva annunciato in precedenza che erano stati ammessi al concorso, la chiama facendolo sentire il suono del violino. È però abbastanza dubbioso sul fatto che lei partecipi visto che non si sta allenando. Mariele vuole incontrare anche Vincenzo e lo trova davanti a casa. L’uomo è abbastanza disilluso ma lei soprattutto cerca di spiegargli che Mimmo non ha una cattiva volontà per la scrittura ma soffre di dislessia e che pertanto è su quel versante che bisogna andare a lavorare. Ora Mimmo ha preso fiducia e prova la canzone con maggiore coraggio e vivacità I frati portano sia Tortorella che Benassi a mangiare alla mensa dei poveri che loro gestiscono. Ci vanno anche i bambini che dovranno poi cantare allo Zecchino. Intanto Mariele col fidanzato si prepara per il concerto del concorso a cui devono partecipare ma arriva a casa sua una madre che già aveva una certa antipatia nei confronti di Mimmo e si presenta per protestare. La donna non vuole più che Mimmo frequenti sua figlia Caterina ma Mariele le fa dire che è stata insegnante e che aveva anche fatto un esame universitario sulla dislessia: potrà aiutare Mimmo che è dislessico. Mimmo viene invitato quindi a casa della sua amica Caterina e la mamma inizia a dargli lezioni perché impari a leggere meglio e superi in parte la sua dislessia In quella casa, che è una villa signorile, la bambina gli fa vedere anche una teca dove vengono contenuti degli orologi d’oro che suo padre colleziona. Mim-

m v f m l p d a r t

t p t e c t p i d t M s i t g L M m r t c n t c t d m i m M p c fi c d v d g n r M r c p


e i e a . e e e e e i e i a a e e a a o

e i o o a i a a i ù a e o e a a a a è i o -

mo lo racconta al fratello il quale vede subito l’occasione per poter fare un furto e gli dice: “Potremmo cambiare vita se tu mi porterai la chiave di quella teca”. Mimmo promette di farlo. Si trova a casa dell’amica e con una scusa, dopo aver cantato, dice che deve andare in bagno e trova la chiave della teca ma poi la rimette al suo posto. Si va finalmente in onda mentre Mariele non vuole apparire e passa dietro le telecamere e Tortorella Mago Zurlì entra in scena e comincia a far cantare il primo cantante che canta “La giacca rotta” a cui segue poi Caterina con “Il pulcino ballerino”. Nel frattempo il fratello di Mimmo cerca di andare a rubare nella villa dei genitori di Caterina. È il turno poi di Mimmo e Caterina li dà un bacio sulla guancia prima che lui entri in scena. Canta “Otto bassotto tracagnotto” davanti anche i suoi genitori che sono molto contenti. Lo Zecchino d’Oro viene vinto da Mimmo con la sua canzone ma, mentre lui sta cantando il bis, arriva la notizia che il fratello è stato colto in flagrante reato mentre cercava di rubare nella villa. I genitori di Caterina sono ovviamente indignati e dicono che col bene che hanno fatto questo è il risultato. Sporgono denuncia e i genitori di Mimmo devono andare in caserma. Mariele dice al bambino che il fratello è stato accusato di furto ma sicuramente non è colpevole e Mimmo dice: “Non può essere colpevole perché io non gli ho dato le chiavi”. In carcere la madre dice al figlio che è grazie a tipi come lui che i meridionali vengono ritenuti dei delinquenti mentre invece sono venuti al nord per lavorare e guadagnarsi onestamente da vivere e gli chiede anche di tenersi lontano dal fratello anche quando sarà rilasciato. Mariele si porta a casa Mimmo e gli dice che deve sorridere perché ha vinto e non deve dire che tutte le cose che fa vanno male perché il bambino è convinto che

se avesse dato la chiave al fratello Sebastiano non sarebbe stato arrestato. Tornato a scuola viene portato in trionfo dai compagni ma Caterina, la quale aveva chiesto a lui e a Gaetano di rimanere amici per sempre non può più riceverlo. La porta della villa per lui è chiusa. Mimmo va a cercare Mariele e trova che sta preparando altri bambini, ragione per cui si sente come tradito e le dice che a lei di lui, di Gaetano e di Caterina non importa niente. Caterina dice alla amma che è arrabbiata con lei perché Mimmo è il suo migliore amico e loro non glielo fanno vedere. La mamma le spiega che il fratello di lui ha rubato in casa e lei replica che è stato il fratello giusto appunto, non Mimmo La madre dice che però sono cose che si imparano in famiglia. Caterina dice che non glielo fanno vedere perché è un marocchino. Lui però le ha insegnato tante cose e comunque termina dicendo: “Io appena divento grande Mimmo lo sposo”. In seguito, approfittando dell’assenza dei genitori, scappa da casa e va a trovare Mimmo a casa sua dove scopre che lui ha strappato i fogli della sua canzone perché deluso da Mariele che già si occupa di altri bambini. Caterina si chiede se le canzoni nuove saranno più belle delle loro e Mimmo dice che c’è la possibilità di scoprirlo. I due bambini vanno nello studio di registrazione dell’Antoniano a cercare le canzoni e ci rimangono chiusi dentro. Le famiglie si preoccupano e vanno dai Carabinieri e anche lì il padre di Caterina mostra tutto il suo razzismo dando del meridionale e del comunista a Vincenzo. I due bambini intanto incidono anche “Volevo un gatto nero” visto che Mimmo sa come effettuare le registrazioni. Il mattino dopo Mariele li trova addormentati e avvisa i genitori. Di nuovo c’è uno scontro tra il padre di Caterina e quello di Mimmo che però non reagisce più che tanto. Mariele però ha capito 75

che questi bambini vengono fatti cantare, si creano delle illusioni e poi li si abbandona Allora, assistendo al coro di “Adeste Fideles” in chiesa e grazie all’aiuto del frate dell’Antoniano, le viene l’idea di formare un coro coi bambini che hanno partecipato in precedenza allo Zecchino d’Oro. Invia pertanto una lettera alle famiglie chiedendo loro la disponibilità e il padre di Mimmo non è d’accordo perché dice che c’è già un figlio in riformatorio e quest’altro deve studiare e poi lavorare e non deve andare a cantare. Però Mimmo e la mamma la pensano diversamente. Benassi non è d’accordo con l’idea del coro perché dice che ci vuole tantissimo tempo per preparare i bambini e questo non si accorda con le tempistiche della televisione. Mariele comunque procede. Molti dei bambini sono tornati ma Mimmo e Caterina no perché le famiglie non li portano. Questo è il problema che si pone Mariele parlando col frate anche per il fatto che rischia di mandare all’aria una carriera da concertista per occuparsi del Coro dell’Antoniano. Il frate le dice che deve capire qual è il senso della sua vita e che pertanto su quella strada deve proseguire. Mariele incontra i genitori di Caterina e di Mimmo e dice loro che i due bambini si sono fatti del bene reciprocamente: Mimmo, è diventato molto più bravo anche a scuola e Caterina è diventata molto meno timida. Fa capire loro che il coro è un luogo di integrazione dove ci sono bambini di tutte le provenienze e anche di tutte le classi sociali e condizioni familiari. Il padre di Caterina cede per primo dicendo che è stato preso per sfinimento e lo stesso fa il padre di Mimmo affermando che ha già


avuto la delusione del figlio grande. A questo punto Mariele cerca di interviene ancora chiedendo al padre di Caterina se non sia possibile ritirare la denuncia perché Sebastiano si trova in un riformatorio che in realtà è una scuola del crimine e invece potrebbe essere recuperato. Il padre di Mimmo dice di non aver mai chiesto la carità a nessuno e a quel punto se ne va. Mariele incontra il fidanzato davanti a San Petronio e lui le le chiede di andare in tournée con lui. Lei replica che il suo lavoro non glielo permette ma lui dice che non può buttar via la vita per addomesticare dei bambini in un coro e comunque le propone di sposarlo. Come coppia sposata potranno essere anche una coppia nell’attività artistica ma lei risponde di no che lei non andrà in tournée e che non lo può sposare perché passerebbe la vita a mettere davanti a lui la sua attività nei confronti del coro- La decisione ormai è presa. Sebastiano esce dal riformatorio, il che significa che la denuncia è stata ritirata. I bambini partecipano al coro tutti e due e Benassi si arroga l’idea di averlo voluto formare. Ora Sebastiano lavora presso un meccanico e Mariele lo va a trovare con la scusa di avere un problema alla macchina (che non ha, dato che non ha neanche la patente) e gli dice che lui rappresenta un modello per il fratello e che pertanto non gli deve dare occasioni per vedere effetti negativi, così come quando gli aveva chiesto la chiave per andare a rubare. Sebastiano dice che sta cercando di rigare dritto. Il coro dell’Antoniano va anche in trasferta e a volte Mimmo torna addormentato, ma la notizia più bella è che il Coro dell’Antoniano è stato

richiesto dalla Rai per incidere la sigla di Canzonissima. La mamma di Mimmo finisce in ospedale per la stanchezza perché va ad accompagnare i bambini nelle tournée; il padre a questo punto dice che col coro bisogna farla finita: aveva chiesto di non avere più guai per dare la sua autorizzazione alla partecipazione di Mimmo e ora invece stanno ricomparendo. Nel momento in cui c’è da partire per andare a registrare la sigla per Canzonissima il padre di Mimmo glielo impedisce: la madre è in ospedale per cui lui deve smettere di cantare. Mimmo si rifugia da Sebastiano chiedendogli di accompagnarlo a Roma. Ma il fratello non può abbandonare il lavoro e chiama il padre convincendolo ad andarlo a portare Mimmo alla registrazione. Vincenzo ammette di non aver capito i suoi figli e assiste anche al fatto che una giovane donna che va a prendere l’auto loda Sebastiano in modo suadente. Così Mimmo può raggiungere il coro e cantare la sigla di Canzonissima: “Zum zum zum”. I dati di ascolto di questa fiction rievocativa offrono interessanti spunti di riflessione. Perché ci dicono che il 18,3% della platea televisiva (pari a 4.228.000 spettatori) ha seguito il programma ma che è stato il programma più visto nella fascia di età dai 4 ai 14 anni con uno share che ha sfiorato il 20%. Quindi non si è trattato solo di un’operazione nostalgia ma di una fiction che saputo comunicare anche con i giovanissimi. Gran parte del merito va sicuramente al richiamo di alcune canzoni intramontabili che qui sono state accorpate in un arco di tempo più ristretto rispetto a quello reale ma al successo hanno contribuito in maniera determinante due elementi: la sceneggiatura e Matilda De Angelis. La sceneggiatura, di cui è coautore il regista, ha evitato qualsiasi possibile accenno folkloristico (a partire dall’accento) nei

I

76

confronti della Bologna dell’inizio degli anni Sessanta. Non ha però rinunciato, seppur costretta da un finale rappacificante, a mettere in scena quella vena di razzismo che non si è mai del tutto spenta in Italia e che ora ha solo cambiato bersaglio. All’epoca ‘ “marocchini” erano coloro che arrivavano dal Sud e Antonio Gerardi, nei panni del padre di Mimmo, riesce a conferire al personaggio quel tanto di rabbia ma anche di timore del giudizio che doveva attraversare l’animo degli immigranti di allora. Chi poi conferisce al tutto una dimensione non favolistica è Matilda De Angelis. Questa giovane attrice che abbiamo vista già affrontare al cinema ruoli diversi, a partire da quello fulminante in Veloce come il vento, offre qui al personaggio di Mariele Ventre il mix perfetto di pudore, voglia di non apparire ma anche determinazione di cui il personaggio aveva bisogno per risaltare. La creatrice del Coro dell’Antoniano si muoveva in un’Italia in cui un produttore discografico poteva permettersi di ritenerla una maestrina raccomandata solo perché non ottemperava ai suoi diktat. Certo la nostalgia, per una parte degli spettatori, ha indubbiamente contato ma è stata proposta con misura in un contesto in cui i due piccoli protagonisti hanno saputo portare sullo schermo televisivo probabilmente senza esserne neppure consapevoli due bambini che di lì a qualche anno, con il carattere che avevano, avrebbero potuto essere un ragazzo e una ragazza del ’68. Un’annotazione aggiuntiva non va omessa: nella scena in cui Mariele ascolta l’“Adeste Fideles” a cantare è il coro dei Vecchioni. Si tratta di ex bambini dello Zecchino d’Oro che hanno scelto questa denominazione perché è il nomignolo che Mariele dava loro quando, per raggiunti limiti d’età, dovevano lasciare il Coro dell’Antoniano. Giancarlo Zappoli


RS136-137_00-00_copertina_RS58_copertina 25/10/19 19:01 Pagina B

FILM

Film e Serial europei della stagione

La rivista, trimestrale, recensisce i film

italiani ed europei che escono in Italia e le serie televisive, sempre italiane ed europee.

Per ogni produzione riporta cast e credit. Il Ragazzo Selvaggio È uno strumento di lavoro utile per chi

Pubblicato a cura del Centro Studi cinematografica e televisiva nazionale e dell’Europa, rivista di ricerca e Cinematografici è un bimestrale diuna cinema, approfondimento per cinefili e studiosi, per televisione e linguaggi multimediali animatori culturalinella e insegnanti. Un storico prezioso per Scuole, scuola con più di trent’anni diarchivio vita. Si rivolge Università e Biblioteche. agli insegnanti, agli animatori culturali e a tutte le persone interessate al cinema. Ogni numero contiene saggi su temi attuali, schede critiche su film adatti alle diverse fasce di età, esperienze e percorsi connessi Dal cuore alla mente! con la fruizione di film (serie televisive, Quaranta film appassionanti (che fanno riflettere) per imparare a parlare di cinema immagini in genere), recensioni di libri, dvd Un viaggio attraverso alcuni grandi film che e proposte veicolate dahanno internet. fatto la storia del Cinema. Dai capolavori del neorealismo italiano ai grandi Il costo dell’abbonamento annuale classici americani del secondo dopoguerra fino è di euro 35.00 ad alcuni film dei giorni d’oggi. Le 43 schede critiche che compongono il Per abbonamenti: Centro Studi volume procedono - come suggerisce il titolo Cinematografici dal cuore alla mente, ossia dall’impatto emotivo che normalmente la visione suscita Via Gregorio VII, 6 - 00165 Roma nello spettatore all’analisi delle tecniche compositive e creative di cui il regista si è Tel. 06.6382605 - email: info@cscinema.org Il costo dell’abbonamento annuo è di €26,00 Per abbonamenti: Centro Studi Cinematografici Via Gregorio VII, 6 - 00165 Roma - Tel/Fax 06.6382605 email: info@cscinema.org Disponibile la versione digitale (PDF) gratuita scaricabile da www.cscinema.org www.centrostudicinematografici.it

Euro 6,00 · Poste italiane SpA. Sped. in a.p. 70% - DCRB-Roma - Anno XXXV - nuova serie - Periodico bimestrale - n. 136/137

voglia avere un panorama della produzione CINEMA, TELEVISIONE E LINGUAGGI MULTIMEDIALI NELLA SCUOLA

136/137 LUGLIO-OTTOBRE 2019

Venezia 76 Un cinema in movimento Il ritratto negato, Martin Eden Joker, C’era una volta a… Hollywood La vita invisibile di Eurídice Gusmão Panorama Festival La fiamma del peccato Gruppo di famiglia in un interno Cupo tramonto

servito. Un approccio interessante,

specialmente per un’arte giovane come il cinema che in poco più di un secolo è riuscita a fare passi da gigante sia dal punto di vista dei contenuti che della forma. Albatros, Roma 2017 - pp. 460, €20.00 info@gruppoalbatros.com

a stagione

è di €26,00 ematografici /Fax 06.6382605 org DF) gratuita a.org afici.it

on il criterio l'ANVUR Valutazione rca) per quanto ienze Storiche, e Psicologiche).

nnuale Cinematografici

mero 26862003

alla Direttiva 7 giugno 2002, di rimborso giornamento anti. no previste anche bonamenti izzate.

Annuario dei film per la scuola Poste italiane SpA. Sped. in a.p. 70% - DCRB-Roma - Anno XXXV - nuova serie - Periodico bimestrale - Supplemento al n. 136/137 della rivista il Ragazzo Selvaggio

nsisce i film in Italia e le e ed europee. cast e credit. utile per chi ma della e televisiva a rivista di per cinefili e ulturali e ico prezioso blioteche.

CINEMA, TELEVISIONE E LINGUAGGI MULTIMEDIALI NELLA SCUOLA

136/137 LUGLIO-OTTOBRE 2019

Supplemento

Tutti i film per la scuola

Al numero 136/137 è legato l’Annuario dei Film per la scuola 2019 selezionati dalla Redazione tra quelli usciti in sala nella Stagione 2018/2019. Come negli anni scorsi è disponibile solo in versione digitale (PDF), scaricabile gratuitamente dal sito del Centro Studi Cinematografici www.cscinema.org


Saranno famoSi? annuario delle opere prime italiane Stagione 2018

Massimo Causo e Giancarlo Zappoli (a cura di) Saranno famosi? Annuario delle opere prime italiane Stagione 2018 Centro Studi Cinematografici, Roma 2018 pp. 225, euro 10.00

Centro studi CinematografiCi

Giuseppe Gariazzo, Giancarlo Zappoli Gli schermi e l’Islam 400 film Centro Studi Cinematografici, Roma 2016 pp. 204, euro 10.00 Un libro per conoscere senza pregiudizi i mille volti dell’Islam raccontati tanto dai musulmani quanto dagli occidentali. Scheda 400 film, ognuno comprendente cast e credits, un’ampia sinossi e l’indicazione della distribuzione italiana o estera per la reperibilità delle copie. L’intenzione è, prima di tutto, divulgativa. Il lavoro è stato infatti concepito come strumento utile non solo per gli addetti ai lavori, ma per insegnanti, educatori, associazioni al fine di comprendere in modo chiaro ed essenziale un argomento di estrema e complessa attualità.

1 Anno XXV (nuova serie) - Poste Italiane S.p.A. Spedizione in Abbonamento postale 70% - DCB - Roma

Il tradizionale annuario che il Centro Studi Cinematografici dedica alle opere prime italiane ritorna puntuale anche nella stagione 2018. Un catalogo dettagliato di tutti gli esordi del nostro cinema: 52 film schedati con credit e cast integrali, sinossi approfondita, dichiarazioni e biografie degli autori. Un repertorio in grado di lavorare sul presente del nostro cinema più giovane in una prospettiva a futura memoria.

Profile for juliebarreca

Film n.10 aprile/giugno 2020  

Film n.10 aprile/giugno 2020  

Advertisement

Recommendations could not be loaded

Recommendations could not be loaded

Recommendations could not be loaded

Recommendations could not be loaded