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Juggling Magazine # 99 - june 2023

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ph Marisol Valqui Julius

YOTAM PELED

ph Valentin Braun

yotampeled.com

Sono nato in un kibbutz, 34 anni fa, crescendo in una comunità di circa 200 persone, basata sulla pratica agricola, dove tutti si conoscevano e mangiavano insieme. Nel 2000 ci siamo trasferiti con la famiglia in città, alla ricerca di un ambiente culturale più aperto, e forse anche per permettermi di liberare la mia identità sessuale e di genere. Mio padre è un allenatore di atletica e da ragazzo facevo sport, così in città ho cominciato a praticare capoeira, un’arte marziale in cui potevo in qualche modo anche danzare. Ho praticato capoeira per diversi anni in un'accademia, ma mi sentivo limitato dallo stile dei movimenti e dalla contrapposizione binaria uomo / donna. Volevo essere soft, ma non ero sicuro di poterlo essere lì. Non so nemmeno se desiderassi danzare; ero timido e in Israele la danza, per lo più classica, era relegata ad una pratica femminile. Arrivò comunque il tempo della leva militare obbligatoria e dopo 3 anni di servizio civile e militare a 21 anni ero pronto per scelte forti. Abbandonai l’idea di studi universitari e decisi di intraprendere un corso professionale di danza a TelAviv. Attraverso la danza desideravo liberare il mio corpo, capivo di averlo cercato per tutta la vita, ma in quell’ambiente trovai poco spazio per la creazione e l'improvvisazione. Fu solo nel

2011 che, grazie a degli artisti di strada, visitai la Sandciel Circus School, uno spazio immerso nel verde con tanti artisti e hippies che si allenavano e si esibivano. Ho subito pensato che fosse il posto giusto per me. Mi iscrissi alla formazione triennale, che offriva un approccio contemporaneo, molto libero, con discipline da apprendere ma anche tanto focus su creazione, performance, ricerca e molta danza. Dopo due anni l'insegnante mi chiese se davvero volessi fare circo, perchè per lei era chiaro che io volessi danzare. Mi suggerì di andare in Europa e nel 2015 lasciai Israele per trasferirmi a Berlino, lavorando in produzioni di danza, dove il mio background nel circo veniva sempre "messo a frutto", con molti numeri di climbing e di acrobatica. Presto mi stancai anche di questo ambiente. Vivere a Berlino mi permetteva però di essere più soft e di allinearmi con la mia identità sessuale. Grazie alla scoperta di una scena underground e della club culture incontrai una community dove prevalevano concetti che mi interessavano, come l’accettazione, la celebrazione, il rituale, la catarsi. Ballare sui dance floor dei club mi metteva a mio agio. Cinque anni fa arriva la mia prima creazione, un solo sul tema della transizione da Israele all'Europa, dall'esercito alla danza, ai club. In scena indosso divisa e stivali, stimolando una ricerca su come il corpo possa ammorbidirsi in luoghi rigidi. L’anno successivo diedi vita al mio primo groupie, con altri 5 danzatori e me come coreografo. Nacque Alpha, che evocava la mitologia, il rituale, l’identità di genere; una science fiction su cosa sarebbe successo se la Bibbia fosse stata scritta diversamente, in un mondo quasi "matriarcale". Il mio lavoro rimane comunque interdisciplinare perchè mi piace lavorare con oggetti, e con il mio corpo come materiale, una

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cosa che mi ha sempre affascinato. Nel mio solo Migrena2x2 uso le kettebell, un attrezzo progettato per il cross training, esplorando come la verticalità e oggetti molto pesanti possano influenzare il corpo, aprire spazi poetici che mi interessano. Negli ultimi anni ho anche ripreso contatto con le arti marziali. Mi interessa esplorare come puoi coreografare uno scontro e sto lavorando con due boxer, un danzatore e me ad uno spettacolo con il pubblico intorno a 360°. È un vero privilegio potermi esprimere come artista, soprattutto se penso a tanti queer artist nel mondo che vivono una sorta di oppressione. Nel panorama odierno delle performing art tutto può essere tutto e i confini si assottigliano, ma nel circo vedo più possibilità di portare il tuo corpo in posti sconosciuti ed esplorare l'elemento del rischio, dell’errore. Il mio interesse artistico va verso la vertigine, il fallimento, che rappresentano per me una forma di vulnerabilità. Significa essere in uno spazio, anche di scrittura o coreografico, dove tutto può ancora succedere. La mia pelle è sensibile a cosa mi accade intorno, può reagire, avvertire stadi d’animo. La maggior parte della mia vita mi sono esibito, e so che devo prendermi del tempo per comprendere me stesso. Quando dico che sono una persona queer lo dico perchè realizzo che per molto della mia vita mi sono adattato alle aspettative degli altri. Nel circo in qualche modo ho avvertito che ci fosse più ascolto e spazio per quello che tu vorresti essere ed esprimere. Mi auguro che nel circo ci sia sempre più attenzione verso il pubblico, verso temi politici/sociali, che non rimanga puro intrattenimento. La coreografia non è l'obbiettivo ma solo una navicella per portarti altrove, e per me una buona performance trasporta il pubblico in un viaggio dalla traettoria non lineare, che li porta a interrogarsi.


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