LONELY CIRCUS CIRQUE GRAPHIQUE lonelycircus.com
intervista di A.R. a Sébastien Le Guen
foto di Loris Salussolia
Da giovane ho fatto teatro e molti sport, incluso l’atletica, e per me il Circo può essere inteso anche come qualcosa a cavallo tra arte e sport. In seguito mi sono diplomato a metà degli anni ‘90 alla scuola di circo Le Lido, a Toulouse. Lì è nato un gruppo di 5 giovani artisti, che ha lavorato tanto insieme e che un giorno, come le rock band, si è diviso. Così nel 1999 ho creato la mia compagnia Lonely Circus e da 25 anni questo nome ci accompagna, anche quando calchiamo la scena in più artisti. Altra mia grande passione è il disegno. Per ogni mio spettacolo disegno personalmente una sorta di story board e in L’Enquête ho iniziato a usare i disegni come parte integrante dello spettacolo. Il disegno è un’arte del movimento, devi esercitarti molto, come nel circo, o nella musica, ed esibirsi sul palco è come esibirsi sul foglio.
un’esperienza durata tre mesi, lavorando per poterla replicare altrove. Ne è scaturito un percorso di 4 giorni, replicato da allora in più di 25 luoghi, imperniato sul racconto della comunità del luogo attraverso disegni e performance sul filo.
L'idea di realizzare il concept show Parenthèse Points Parenthèse, portato qui a Mirabilia negli ultimi anni, è nata nel periodo pandemico. In Francia eravamo chiusi in casa, con solo un'ora per uscire, che utilizzavo per allenarmi sul filo steso tra due alberi nella piazza dove vivo da 15 anni. Lì ho incontrato persone che frequentavano la piazza, realizzando che in tutti quegli anni non avevo mai parlato con l’anziana signora, il ragazzo con il cane, il commesso del panifico e altri habituè. Ho così iniziato a scrivere e disegnare la storia della mia piazza,
L’esigenza forte di relazione tra le persone emersa durante la pandemia mi ha fatto anche riscoprire il mio lavoro di artista. In Francia riceviamo molto sostegno per il circo contemporaneo, ci esibiamo a teatro, in un contesto molto intellettuale, ma siamo spesso lontani dal pubblico. Personalmente ero quasi tentato di ritirarmi e Parenthèse Points Parenthèse è stata in effetti una rinascita. Forse ritornerò sul palco, ma per il momento poter lavorare nella comunità mi restituisce una dimensione più politica del mio agire. C’è molta xenofobia in giro, sia in Francia sia in Italia, dobbiamo invece prenderci cura delle persone, creare relazioni con loro e tra di loro. Con Parenthèse Points Parenthèse ho visitato tante banlieue, che sono in effetti dei villaggi, dove gli anziani vivono con i giovani appena arrivati, con tanta vita di comunità. Questo nuovo corso ha anche modificato il mio rapporto con il filo teso, che avevo quasi abbandonato, cominciando a lavorare con altri tipi di equilibrio e di oggetti, come in Fall Fell Fallen, per esempio. Ripreso il filo durate la pandemia mi sono accorto che diventava un modo per incontrare le persone. Per me è interessante raccontare una storia, perché vengo anche dal teatro, e
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posso usare il circo o il disegno per raccontare la storia delle persone. È come girare un film, dove hai l’azione e i sottotitoli, dove il mix di disegni, testo e movimento danno un senso alla performance. Anche la visione sullo spazio circostante è diversa, perché sul filo riesco a vedere tutto quello che accade intorno. Per la performance ho posizionato il pubblico molto vicino, come il primo piano nel close up della magia. Desidero che avvertano la difficoltà della disciplina, il pericolo, vedano il dettaglio dei miei sforzi, altrimenti da lontano sembra una pratica fatta senza sforzo. Il mondo dell’equilibrismo su filo è cambiato molto in questi anni, grazie a grandi artisti come Les Colporteurs, Rasposo. Agli inizi mi allenavo nel solco della tradizione con Isabelle Brisset, un’insegnante della Fratellini, imparando i trick del repertorio classico, con movimenti molto simili alla danza classica. In seguito mi sono però allenato anche con giovani artisti che hanno un approccio diverso alla disciplina. Oggi si è più vicini ai movimenti e all’estetica dell’hip hop, ci sono molti giovani artisti che fanno filo, ci si muove lavorando non più solo su due appoggi ma anche su tre o addirittura quattro. Forse è un po’ troppo per me, 49 anni si fanno sentire, ma è bello vedere che questa forma artistica si evolve continuamente.