illustrazione Fra Martò
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Ho iniziato a esibirmi a 20 anni. Allora studiavo sociologia in America e avevo un amico illusionista, così non esitai a portare in strada alcuni trucchi di magia che mi aveva insegnato. Per me era così interessante poter attrarre degli sconosciuti e creare un cerchio, un piccolo gruppo di umani. Ed erano anche buoni soldi! Potevo semplicemente stare in piedi su una scatola, agitare un foulard rosso e farlo sparire, senza dover recitare alcun testo da imparare a memoria. Mi definivano un mimo che faceva illusionismo. Ma il mimo è un’arte ed io non avevo alcuna formazione, semplicemente non parlavo durante gli spettacoli! Decisi di studiarlo. Le migliori scuole in America si ispiravano a Decroux, Lecoq e Marceau. Incontrai proprio Marceau a Philadelphia, che mi invitò a studiare mimo a Parigi. Era il 1981 e per pagarmi la scuola mi esibivo nei varietà e nei cabaret di Parigi, anche con successo. Conobbi Roman Polański, che mi offrì un ruolo nella sua versione dell’opera Amadeus di Peter Schaefer. Debuttammo nel 1983 al Théâtre du Marigny, il più antico di Parigi, sugli Champs-Élysées. Non potevo crederci. Avevo 23 anni e ogni sera, per 10 mesi, stavo lavorando con Roman Polański. In Francia studiai anche da Étienne Decroux, il padre del mimo moderno, tra i maggiori insegnanti di Marceau e Jean-Louis Barrault. Lo raggiunsi che aveva 86 anni, seguendolo per quattro anni. Eppure il clown non era ancora nel menu. Allora volevo essere un attore serio, che sapesse muoversi bene sul palco. Ma in tanti dicevano che avevo uno spiccato senso dell'umorismo, che non era così facile far ridere e che avrei dovuto approfittarne. Fu proprio Polański a dirmi “tu sei un clown”. Davanti al Centre Pompidou incontravo altri artisti di strada che facevano ridere e dicevano “stiamo facendo il clown”. Questo termine ritornava a più riprese.
foto di Moritz Küstner
Ma più che comico, clown o intrattenitore, io mi vedo come una persona che ha il senso dell’humor, capace di farsi amare dal pubblico. Puoi essere divertente quanto vuoi, ma se non sei simpatico al pubblico farai poca strada. Molti pensano che i clown sono persone speciali, ma ogni persona ha un clown speciale, ognuno ha qualcosa di unico e può imparare a esprimerlo su un palco e avere un pubblico. Non è mai troppo tardi per diventare un bravo clown. Un clown deve però anche saper ascoltare ed essere curioso, della vita e del pubblico. Questi sono due tra gli strumenti più importanti nella cassetta degli attrezzi del clown. Il lavoro del clown è far ridere le persone, ma non mi dispiacerebbe se potessi anche far piangere. Ridere e sorridere non sono altro che un ascensore per le emozioni interiori, come piangere. È un segnale del sentirsi bene, ma anche un sollievo che mitiga l’ansia dei dubbi e insicurezze che nutriamo su noi stessi. Abbiamo sempre tutti bisogno di ridere un po’, è un desiderio e una necessità. Ma non puoi comprare le risate, né cercare dei surrogati artificiali. Così andiamo a teatro, oppure a vedere un film, o scherziamo con i nostri cari. Ho avuto tante esperienze nella mia vita, che mi hanno plasmato come artista e reso più umile, vulnerabile. Nel 2001 ho
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visto morire tra le mie braccia mio figlio di 5 anni per un accidente. Quel tipo di esperienze dolorose dalle quali non esci più come eri prima. Ero già affermato come artista e, dopo aver dato sollievo a tanti spettatori, mi chiedevo quale clown potesse lenire il mio dolore. Cinque giorni dopo avevo uno spettacolo. Tutti si aspettavano che lo annullassi, ma decisi ugualmente di andare in scena, per non sprofondare nel dolore. Funzionò. Da allora ho capito che non devo solo giocare con uno spirito comico, o avere la pressione di essere divertente. Devo solo metterti in contatto con le tue emozioni. Regalarti un sollievo, così come l’ho provato io nell’andare in scena in quel momento così tragico. Perdere mio figlio è stato devastante, ma sono riuscito ad andare avanti, trovare qualcosa di bello, altrimenti non avrei avuto nemmeno la forza di alzarmi dal letto la mattina. Oltre a continuare a guadagnarmi da vivere la mia motivazione principale oggi è essere un buon padre. Personalmente mi pento di aver viaggiato così tanto per lavoro, perché ho dovuto spesso stare lon-
tano dai miei figli. Ne ho sei, ma nessuno interessato alle arti performative. Quindi il “mestiere” è rimasto con me, e quando sono con dei giovani artisti sento di avere una specie di eredità da tramandare. Gli consiglio sempre di essere se stessi, di essere autentici sul palco, uscire dai clichè. Il nostro è un lavoro meraviglioso, con persone sedute che aspettano la tua storia. E noi umani siamo grandi narratori, grandi comunicatori, capaci di appassionare.