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GARDI HUTTER
facevano ridere. Così l’ho adottato come mio tratto fisico distintivo e dal 1981 ho cointervista minciato la mia carriera solista. In quegli anni c’erano delle clown donne, ma nessuna che emergesse e diventasse famosa. Era un movimento agli albori di cui facevamo parte. Io stessa ho impiegato tre anni per trovare il mio personaggio. Il mio primo spettacolo racconta di tre angeli che dovevano parlare a Giovanna d'Arco ma sbagliano indirizzo e arrivano da una Giovanna che fa la lavandaia, che non comprende il loro messaggio ed è troppo grassa per entrare in un’armatura. Un personaggio che rompeva con i canoni di una femminilità stereotipata. Aveva un lato dolce, anche tenero, ma poteva essere anche cattivissima. L'eroe viene adorato, ammirato, invece l'anti-eroe viene amato, perché ci sentiamo un po’ tutti come lui/lei, delle piccole merde, senza più tante pretese, e penso che il pubblico mi ami proprio per questo. In realtà non vedo una netta distinzione tra il clown maschile e quello femminile, anzi spesso le sensibilità e i personaggi travalicano queste categorie e la cosa migliore sarebbe superare questi clichè. Ogni clown è un unicum, le differenze sono più da individuo a individuo che da donna a uomo. Io posso aver portato dei personaggi che non erano stati ancora raccontati come la lavandaia, la segretaria, ma poi il clown, più degli acrobati, deve distinguersi da tutti gli altri. Sul palco deve riconoscersi la sua ombra, la “sagoma” come diciamo in gergo.
in conversazione con A.R. DALLE VALLI AL TEATRO
ph Susann Moser-Ehinger
Sono nata nel ’53 ad Altstätten, un paesino svizzero, da una famiglia molto cattolica, in un’epoca che oggi non puoi immaginare quanto fosse rigida. Picchiare i figli era ritenuta una pratica educativa necessaria, e per noi ragazze il massimo a cui potevamo ambire era diventare madre, oppure una segretaria di qualche direttore. Anche il rapporto con la risata, con la libertà di esprimersi, era molto limitato per noi. Le donne che facevano ridere nel mondo dello spettacolo non c'erano, e lo spiegavano con astruse teorie biologiche che volevano la donna incline invece al pianto. Le attrici dovevano essere attrici tragiche, oppure sul palco potevamo ballare, cantare, recitare poesie, ma solo in modo “leggiadro”. Non era costume che la donna fosse beffarda, sarcastica, che ridesse dei potenti, come era consentito a un buffone, a un clown. È solo con il ’68 e il femminismo che si sono aperte nuove strade. In quel periodo ho fatto militanza politica a San Gallo, ma ho capito presto che le lunghe riunioni non facevano per me, inoltre anche lì prevaleva un clima patriarcale. Mi sono allora impegnata nel sociale, trasferendomi a Parigi, dove ho lavorato per un anno nelle periferie, tenendo dei doposcuola dove insegnavamo anche a suonare e a fare teatro. Fu proprio la grande possibilità che il teatro dava ai giovani di esprimersi, di raccontarsi che mi affascinò. Dopo una prima esperienza in una compagnia di teatro politico, cominciai nel ’74 a frequentare l'Accademia di Teatro a Zurigo, per poi completare la mia formazione a Milano, presso il Centro di Ricerca di Teatro. Lì arrivavano tutti, da Grotowski a Bread & Puppet, a Peter Brook, a Bolek Polivka . Ho imparato tanto da Mario Gonzales (Théâtre du Soleil) ,
ph Adriano Heitmann
ph A y
gardihutter.com/it
IL SACRO E IL PROFANO
Teatro Ingenuo e Nani Colombaioni. Ero legata all’Italia e sono venuta ad abitare a Milano. Eravamo squattrinati, ma con tanta ricchezza interiore e con il mondo davanti.
IL CLOWN Fu proprio a teatro che emerse il mio clown. Ero nel cast de I Cavalieri di Aristophanes di Mario Gonzales nel 1979, dove tutti gli attori avevano dei tratti fisici esagerati e io avevo il ruolo della donna “eternamente incinta”. Ero rotonda come una palla e nello spettacolo è venuto fuori che questo aspetto e il mio personaggio JUGGLINGMAGAZINE.IT
Nella città dove sono cresciuta c’era la tradizione forte del carnevale, quello con le maschere che da bambina ti fanno paura. Un carnevale che ho vissuto molto intensamente da ragazza. Storicamente tutti i personaggi clowneschi vengono fuori da queste feste arcaiche, dove i morti tornano in terra, si fa la festa, mangiano, bevono, amano e poi dopo rispariscono. Qui il sacro si mescola al profano, proprio come fa il clown, che sul palco conduce un rituale, come un prete conduce la messa, seguito da un pubblico che lo segue con grande coinvolgimento. La risata qui capovolge la dimensione sacra della messa, riporta tutti alla loro natura terrena, capovolge il sacro e la tragedia, la paura della morte, su cui si fonda la religione, ma anche il teatro per certi versi. Non possiamo vincere la paura della morte, ma possiamo ridere e ridimensionarla per un attimo, e con lei anche la paura del fallimento, perché la morte è il fallimento più grande. Ma la vita è piena di fallimenti più piccoli, perché non sei il più intelligente, non sei il più bello, non sei il più… e ogni giorno affrontiamo le paure di una piccola morte da superare.
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