IL CIRCO, UN AFFARE DI FAMIGLIA di Dario Duranti Nel volume Il Circo della Memoria la ricercatrice Alessandra Litta Modignani censisce 266 famiglie di circo italiane, ricostruendone gli alberi genealogici, risalendo ai capostipiti di ogni ceppo. Lo scenario che emerge indica come effettivamente all’origine di buona parte delle famiglie vi siano palestranti e atleti di origine ferma che entrano nel mondo del viaggio unendosi ad acrobate, cavallerizze e più in generale donne di circo. Ma vi sono anche storie come quella del sacerdote che avrebbe lasciato la tonaca per seguire una zingara e dar vita così alla dinastia degli Orfei (ricostruzione romantica messa in dubbio da diversi ricercatori) o dell’architetto Aristide Togni che per amore alla fine del 1800 lasciò un impiego sicuro e per fondare un piccolo complesso che sarebbe diventato il più importante d’Italia. E ancora orchestrali, autisti, meccanici e persino farmacisti (come nel caso della famiglia Bellucci) si sono avvicinati al circo e vi sono rimasti, abbandonando la vita sedentaria a favore di un’esistenza più avventurosa. Erano italiani i grandi pionieri a cui si deve la diffusione dell’arte circense nel mondo, mentre
Archivio Circusfans) rco Sciolan (1972, Ci al ini cc na Bo o Angari e Brun Matrimonio di Anna
meno italiano. Nel circo di tradizione la famiglia rappresenta, infatti, la base della struttura trainante e il collante che ha consentito a complessi piccoli, medi e grandi di resistere anche a momenti difficili quali guerre, crisi economiche e, visti i fatti recenti, anche pandemie. Se l’asse portante dell’azienda è la famiglia, nei periodi di fortuna economica potrà allargarsi con la scrittura di ulteriore personale e artisti; ma anche ridursi al solo nucleo più ristretto nei momenti di difficoltà, sapendo che le mansioni essenziali saranno ripartite sui membri della famiglia, sia a livello organizzativo che artiLa famiglia Zoppé stico. Se in ogni negli anni Cinquant a davanti al loro nucleo familiare circo (Archivio Circus fans) c’è sempre stato un elemento che nel nostro paese i eccelleva in qualcirchi più rinomati agivano nelle arene o che disciplina, nei teatri. La tenda, ancora rudimentale, erano frequenti anche le figura dei “geera riservata a chi non disponeva di grandi nerici”, ossia quegli artisti che pur non spettacoli. Vi si esibiva una miriade di brillando in una specialità, possedevano compagnie, ginniche o equestri che avrebuna solida base nell’acrobatica e in altre bero dato vita a circhi importanti. tecniche che consentivano loro di proIn questo periodo si afferma la connotaporre più numeri diversi di buon livello e zione antropologica del circo a conduziodunque di comporre uno spettacolo con ne familiare che caratterizzerà il fenole sole forze di famiglia. JUGGLINGMAGAZINE.IT
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La Seconda Guerra Mondiale azzera quasi completamente il panorama circense: gli uomini sono inviati al fronte, chi riesce a sottrarsi è sfollato con le famiglie in fattorie, gli animali espropriati dall’occupante. Alla fine del conflitto i circhi ripartono faticosamente e la maggior parte sono nuclei familiari senza mezzi che tornano a esibirsi nelle piazze e nei mercati riscostruendo poco per volte ciò che hanno perduto. Lo storico Alessandro Cervellati alla fine degli anni Cinquanta censisce circa 195 complessi italiani, dettagliando 122 arene all’aperto, 33 circhi da 200 posti, 37 circhi da 600 posti, 1 (il Circo Jarz) da circa 1500 posti e 5 circhi con una capienza superiore ai 1500 posti. Con il boom economico queste cifre sarebbero aumentate ulteriormente, soprattutto tra la fine degli anni Sessanta e la fine degli anni Settanta, considerata l’epoca d’oro del circo italiano. I grandi complessi propongono fastosi show che strizzano l’occhio al varietà e al kolossal cinematografico. E un totale presunto (era quasi impossibile contarli) di almeno 200 circhi, di cui anche i medi e piccoli beneficiano di interesse notevole da parte del pubblico. Famiglie di artisti molto numerose dopo una fortunata carriera internazionale, stentando a trovare ingaggi soddisfacenti, preferiscono aprire un proprio complesso, diventando a loro volta direttori. Oggi il panorama rispetto ad allora è mutato radicalmente, la tematica animalista ha in parte ridotto l’appeal del modello circense tradizionale su una parte del pubblico e dell’opinione pubblica, ma il circo classico resiste e ha superato il cannibalismo della tv che negli anni ‘90 e ancora PROGETTOQUINTAPARETE.IT