LA POETICA IL BELLO GLI OGGETTI
Magenta ph Andrea Macchia
NELLA GIOCOLERIA
di Carlo Cerato carlocerato.com Nel mio lavoro non cerco né la poesia né la bellezza di per sé (io non so cosa cerco, io cerco) ma non posso fare a meno, in quanto artista, di incappare in questi due argomenti in moltissime occasioni e discussioni. Un giorno, ascoltando Umberto Galimberti (un filosofo moderno italiano) parlare della bellezza1, qualcosa ha fatto clic nella mia testa, a mo’ di magneti che finalmente si uniscono. Ho unito i puntini ed, insieme ad una giraffa, è uscito un ragionamento.
Ecco qui la mia concettualizzazione pseudo intellettuale riguardo ad una relazione possibile tra poetica, bellezza, oggetti, sotto forma di puntini da collegare. 1 Secondo Platone, i poeti “non per magisterio di arte fanno tutti questi poemi belli, ma sì perché entusiasti” (“entusiasta” inteso come “pieno di dio”). 2 I poeti sono poeti perché pieni di dio. 3 Come ci spiega Galimberti, “gli dei abitano la follia, la contaminazione del significato, il sacro. Sono la confusione dei codici. Il poeta parla a partire da questo fondo folle. Ognuno di noi è folle, la ragione la usiamo per intenderci, per comunicare, ma tutti quanti noi abbiamo un sottofondo di follia” (dove la follia è intesa come il contrario della ragione). 4 I poeti sono pieni di dio e gli dei abitano la follia. 5
La follia è il contrario della ragione. 6 La ragione si regge (anche) sul principio di non contraddizione aristotelico, che dà un significato/utilizzo univoco agli oggetti: una pietra è una pietra, e non anche un’altra cosa, una sedia è una sedia, e la si usa per sedersi. 7. Folli, bambini e poeti sanno bene che tutto è polivalente: una pietra è un gioco, una sedia è una macchina, una bottiglia è “un’arma da sbattere sulla testa del fratellino più piccolo”, la luna è un’amante. 8. Tutte le cose possono essere polivalenti ma attraverso la ragione le abbiamo dato spesso un significato univoco, che ci serve per comunicare, per prevedere i comportamenti degli altri e ragionare più velocemente in generale. JUGGLINGMAGAZINE.IT
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9 La polivalenza sta all’opposto della ragione, quindi nella follia, quindi nella poetica. I puntini si uniscono. La giraffa prende forma. Le definizioni si fanno fluide, il diagramma di Venn complicato e disordinato. Non è più questione di identità, nome, conoscenza, ma di proprietà, esplorazione e scoperta. Vecchi oggetti diventano nuovi e dalle nuove possibilità. 10 Per molti versi, la polivalenza nell’utilizzo di un oggetto da parte di un bambino/folle/poeta ricorda la relazione tecnica/artigianale con il mondo materiale propria alla giocoleria (forse del circo in generale?): nello stesso modo con cui una bottiglia in mano ad un bambino o ad un folle può diventare un’arma ad uso improprio, in mano ad un giocoliere può diventare oggetto di giocoleria. 11 Questo modo di pensare arriva quasi naturalmente nella mente di qualcuno che pratica giocoleria: è la risposta alla domanda “cosa/cos’altro posso fare con questo oggetto?” che ci porta a trovare nuovi utilizzi, nuovi trick, nuova tecnica con vecchi oggetti. 12 Questa domanda ci porta a trovare tecnica nuova, quindi inusuale. 13 Così è arrivato il primo ad aver lanciato le palline per fare una “doccia”, il primo ad aver messo in equilibrio una clava, il primo che ha preso e rilanciato un diablo come una pallina, il primo che ha fatto contact con un cono gelato. Tutti poeti folli: prima le palline si usavano solo per fare la cascata, le clave per essere lanciate con un giro, il diablo per essere lanciato e ripreso su un filo, il gelato per essere leccato. 14 Così, l’utilizzo degli oggetti nella giocoleria diventa inusuale e polivalente, quindi poetico, trasgredendo la ragione.
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