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Juggling Magazine # 102 - march 2024

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ph Manuela Giusto

FRANCESCO SGRÒ IL CIRCO CHE VORREI ph Andrea Macchia

fabbricac.it cordatafor.com

Il circo che voglio fare è esigente e aperto a tutte le forme di contaminazione. Si affida al potere drammatico che è intrinseco al movimento acrobatico, fa a meno degli apparati o ne inventa di improbabili. Fa della dinamica di un gruppo il materiale stesso dell’opera. Si basa certamente su una tecnicità molto elevata e sulla cura della qualità del movimento, ma anche sulla ricerca di nuovi principi di impegno. Il movimento è pensiero in azione.

l’atmosfera artistica in Italia e Francia era incandescente, gli artisti volevano sporcarsi, scoprire nuove possibilità ed esplorarle insieme. Questo periodo, in cui tutto sembrava possibile, mi ha incastrato nel circo e convinto che sarebbe potuto essere il resto della mia vita. Tutto questo fervore mi aveva regalato una quantità notevole di possibilità di stare in scena o mettere in scena altre persone e, quando arrivai alla scuola di circo di Torino nel 2002 che negli anni successivi sarebbe diventata la Flic, avevo già una certa esperienza. La scuola mi aiutò fortemente a crescere dal punto di vista tecnico facendomi scoprire un’infinità di modi in cui il circo poteva essere messo in scena.

Questo periodo ha portato con sé qualcosa di preziosissimo: la possibilità di sbagliare, che è esattamente ciò che consiglierei ad un giovane artista. Ma intanto ero già immerso in una creazione con un collettivo chiamato 320Chili; l’intento era di costruire spettacoli complessi, entrare e mettere in scena quello che forse ci stava più a cuore, ossia la cura del movimento fisico acrobatico. 320Chili infatti verrà riconosciuto come una compagnia contemporanea ma non di puro circo, nel 2011 vincemmo il premio Equilibrio dedicato alla danza contemporanea. Il nostro modo di comporre era selvaggio e profondamente caotico. Provavamo cose, copiavamo modi, provavamo a rifare cose già viste e così facendo ne costruivamo di nuove, lavoravamo in qualsiasi posto, le residenze artistiche circensi non esistevano proprio, quindi i nostri luoghi erano spesso chiese, piccole sale, centri diurni, qualsiasi luogo dove un amico ci dicesse “siete benvenuti”.

Sino a questo punto, la scrittura scenica si basava solo sul piacere personale, mi piaceva un’idea e la mettevo in pratica, non c’erano filtri, tantomeno regole.

Vengo dalla provincia e questo è un valore che mi porto nel cuore. Ho vissuto gran parte della mia vita in una città operaia e contadina dove non ho mai sentito parlare di teatro, tantomeno di circo. Sono stato salvato dalla scuola che mi ha instillato il seme del teatro e dell’essere in scena già a quindici anni, e poi da Giuseppe Porcu, un vero traghettatore di anime che ora come allora folgora le persone portandole nel mondo dell’arte con naturalezza e semplicità. Così ho incontrato l’arte di strada, le Convention dei giocolieri, scoprendo insieme a Giuseppe un mondo piccolo ma in velocissima espansione in quegli anni. Tra una Convention e l’altra nascono i Fuma che’nduma, prima come gruppo artistico e poi come scuola di circo. La missione dei Fuma che’nduma era duplice: educare bambini e ragazzi all’arte circense e utilizzare questa forma d’arte come metodo di costruzione di comunità. Siamo agli inizi degli anni 2000 e c’era nell’aria un gran desiderio di scoprire cosa fosse il circo contemporaneo,

ph Luca Quaia

Quando nel 2012 divenni direttore artistico della Flic si aprì una delle esperienze più incredibili della mia vita e per questo dovrò ringraziare per sempre l’incoscienza di Matteo Lo Prete che scelse ai tempi un direttore artistico di 32 anni per una scuola già lanciata a livello internazionale. Nei sei anni successivi ho realizzato centinaia di creazioni con gli studenti e non solo, ho sperimentato il circo in moltissime forme spingendo gli oltre 60 studenti in direzioni che spesso io stesso non conoscevo. Avevo libertà assoluta e iniziai a capire come funzionavo.

JUGGLINGMAGAZINE.IT

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Nella mia visione la scrittura si inserisce come un filo che unisce e sottende le singole figure ed unendole le modifica creando spazio per la nascita di significati che emergono lentamente all’interno della pratica. La drammaturgia quindi non può che nascere successivamente a un lavoro di scrittura di questo genere e molto spesso è difficile separare le due cose, una modifica continuamente PROGETTOQUINTAPARETE.IT


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