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Juggling Magazine Città di Circo , allegato JM #78 - march 2018

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NON DITECI SCAPPATE! PERCHÈ È UN COUP DE (SERVE UN FRANCESE PER DIRLO?) Jean-Michel Guy. autore, regista, sociologo È difficile, per me, riassumere nel restringente spazio di questo articolo lo shock d’emozioni e di riflessioni che mi hanno causato i tre giorni trascorsi a Città di Circo a Bologna, città magnifica, situazione magnifica, gente magnifica. Dovrò dunque essere veloce e schietto. Per cominciare, due dichiarazioni d’amore e una critica spietata. Se rimane tempo, un embrione di riflessione sul circo in Italia. Quello che mi è enormemente piaciuto è stato Juri the Cosmonaut, spettacolo improbabile, straordinario, intelligente e poetico. Non c’è nessuna possibilità che io possa vedere una cosa del genere in Francia, e Bologna me lo ha offerto. Evidentemente non smetto di parlarne in giro. Così come non finiscono i miei elogi per Ah! com’è bello l’uomo della compagnia Zenhir, non meno sconosciuta in Francia e che merita di girare ben aldilà delle Alpi. C’è troppo poco da dire: è uno spettacolo importante, non per il suo virtuosismo drammaturgico impeccabile, ma per la sua perspicacia politica, che manca a tanti spettacoli francesi. Eh ! ? due spettacoli di circo contemporaneo italiani molto forti, in due giorni, che si può voler di più? Le altre proposte artistiche che ho visto erano degli interessanti “work in progress”, vedremo. Per quanto riguarda ciò che non mi é piaciuto, ma proprio no: lo stato miserevole dei bagni al parco di questa specie di festival. Non è cosa da poco. Delle compagnie francesi, organizzatrici di festival, hanno ormai messo a punto un sistema di bagni secchi, che fanno scuola dappertutto in Francia - gli italiani ne sarebbero per ragioni culturali fermamente ostili? Lo stato dei bagni è sintomatico: non di un disinteresse da parte degli artisti per queste “basse” cose (essi sono coscienti del problema e non possono esserne fieri) ma della precarietà economica della loro iniziativa. Io trovo che sia più che ammirabile cosa è successo a Bologna: piantare uno splendido villaggio di chapiteau nel pieno cuore (o quasi) di una grande città, riunire com-

pagnie dalle estetiche ben distanziate le une dalle altre, promuovere un rapporto con il pubblico centrato sull’audace base della “consapevolezza” (quasi militante, all’avventura: era tutto gratis, persino le bevande, gli spettatori erano liberi di scegliere la loro partecipazione economica). E organizzare delle discussioni sullo stato del circo in Italia.

FOTO DI ELENI ALBAROSA

SCAPPATE!

COUP DE CIRQUE

IL LABORATORIO ANARCHICO di Alessandro Serena Professore di Storia del circo e del teatro di strada, Università Statale Milano Direttore scientifico di Open Circus

www.opencircus.it Cos’è il Circo? Dopo esserci nato, esserne stato allontanato quasi a forza, esserci tornato ad ogni costo, averlo frequentato, studiato e insegnato all’università, dopo mezzo secolo di lacrime e sangue, ancora non l’ho capito. E la conferma di tutto ciò l’ho avuta con Bologna Città di Circo. L’ennesima sorpresa, l’ennesimo coup de cirque. Una nuova invenzione, una nuova metamorfosi, organica, senza architetti, come avviene quasi solo in natura. Più o meno attorno all’anno 2000 ero già stato messo di fronte al senso di un cambiamento profondo. Si trattava di riflessioni scaturite in seno alla più importante istituzione culturale italiana, La Biennale di Venezia (direzione Corsetti-Quaglia). Con l’attenzione meticolosa che Gigi Cristoforetti aveva incanalato nella sua Festa del Circo di Brescia e che Ales-

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sandra Galante Garrone aveva sviluppato nei corsi della Scuola di Teatro, proprio a Bologna. Era stato un triennio di convegni, tavole rotonde, workshop, persino creazioni notevoli alle quali avevo partecipato attivamente e con entusiasmo accanto ad artisti come Marcello Chiarenza e gli amici della Pantakin. Di fatto all’epoca alcuni importanti operatori si erano accorti che all’estero il circo stava evolvendo e avevano cercato di importarne i cambiamenti anche da noi. Nascevano festival, dibattiti, si attirava l’attenzione generosa della critica teatrale “ufficiale”. Ma si parlava di qualcosa che da noi non esisteva. Un po’ come sperare che fatta l’Italia potessero poi arrivare gli italiani. Un po’ come allestire un laboratorio e lavorare sulle provette. Ora gli italiani ci sono, eccome. È fiorito un movimento imprevedibile e non omogeneo, con stili e modalità estetiche e produttive differenti (anche se con molti punti in comune) che comincia a far parlare di sé in patria e all’estero. Ed è interessante ricordare che già nell’Ottocento i nostri connazionali avevano esportato il circo ovunque nel mondo. Il loro successo era avvenuto anche allora in situazioni del tutto particolari; non perché tutti i nostri circensi fossero all’epoca delle stelle richiestissime ma, al contrario, perché la situazione di miseria in cui versavano nel nostro Paese acrobati, ballerini, attori e musicisti era tale da avere innescato in essi una reazione fisiologica che aveva permesso il formarsi di alcuni “anticorpi” del mestiere: l’allargamento del repertorio, la contaminazione fra generi e l’accentuazione del nomadismo; unico modo di trovare nuove piazze e nuovi mercati e di sfuggire così alla fame. D’altronde già dai tempi della Commedia dell’Arte gli artisti italiani avevano sviluppato l’abitudine del piacere e la capacità di trovare consensi; non deve perciò stupire che alcuni di essi finirono per sfruttare queste doti anche nell’impresariato. I Franconi, i Priami, i Pierantoni e i Giotti si distinsero in Francia, i Sidoli in Romania, i Chiarini un po’ ovunque; in Russia si affermarono soprattutto Alessandro Guerra e i Ciniselli. È curioso constatare che, con l’eccezione dei Chiarini (saltimbanchi da generazioni), in pratica tutti gli eroi mitologici del circo italiano del XIX secolo non erano figli d’arte, anche se poi in alcuni casi diedero origine a importanti dinastie. Si trattava spesso, invece, di persone che provenivano da realtà diverse, tutte ad un certo punto


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