Codice Vulci

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Luigi Belli Antonio Grieco Riccardo Monachesi Paolo Porelli Paolo Torella

DOMUS DEL CRIPTOPORTICO Parco Naturalistico e Archeologico di VULCI (VT)

Giorgio Crisafi Mirna Manni Jasmine Pignatelli Alfonso Talotta Mara van Wees

EX-CONVENTO SAN FRANCESCO strada Castrense snc CANINO (VT)


IL CODICE VULCI DOMUS DEL CRIPTOPORTICO Parco Naturalistico e Archeologico di VULCI (VT) EX-CONVENTO SAN FRANCESCO Strada Castrense snc CANINO (VT)

8 luglio - 10 settembre 2017 a cura di Gianna Besson testi in catalogo di Corrado Vaccarella Lorella Maneschi Gianna Besson Jacopo Pallagrosi ufficio stampa Marco Feliziani Roberta Melasecca


IL CODICE VULCI La forza poetica e generatrice dei simboli

DOMUS DEL CRIPTOPORTICO Parco Naturalistico e Archeologico di VULCI (VT) EX-CONVENTO SAN FRANCESCO strada Castrense snc CANINO (VT) 8 Luglio -10 settembre 2017

a cura di Gianna Besson opere di

Luigi Belli Giorgio Crisafi Antonio Grieco Mirna Manni Riccardo Monachesi Jasmine Pignatelli Paolo Porelli Alfonso Talotta Paolo Torella Mara van Wees


CORRADO VACCARELLA

Assessore alla Cultura del comune di Canino LA STORIA DELL’EX-CONVENTO DI SAN FRANCESCO Fuori dal Borgo di Canino nel XIV-XV sec. fu realizzato il complesso conventuale di S. Francesco, appartenente ai Frati Minori Osservanti fino al 1886 quando tra il Comune di Canino e la confraternita della misericordia si addivenne ad uno scambio. La Confraternita cedette al Comune la Chiesa di S. Carlo in cambio della Chiesa del Convento intitolata alla Vergine Immacolata. Le prime tracce riguardanti il convento risalgono al 1474, e precisamente a una breve nota in cui Sisto IV precisa che grazie alla magnificenza di Gabriele Francesco Farnese e dei caninesi, furono eretti convento e chiesa. In epoca romanica, nel XIII secolo, qui era stata edificata la chiesa dell’Annunziata, cara al popolo caninese e agli abitanti dei luoghi limitrofi, meta, in tempo di pestilenze, delle pellegrinazioni dei devoti. Oggi si può ammirare sul lato sinistro dell’ingresso la cappella, in stile romanico con le finestre gotiche, composta da una sala rettangolare con le pareti affrescate, tra cui una “crocefissione” databile alla fine del XIII secolo. Si narra che San Francesco d’Assisi sostò qui durante il suo itinerario nella Tuscia. Il Convento è composto da due chiostri: quello esterno è affrescato con scene della vita di S. Antonio Abate, quello interno, facente parte dell’originaria struttura, è affrescato con scene che ripercorrono la vita di S. Francesco, risalenti al 1726. Incantevole la crocefissione col santo in adorazione sovrastata dallo stemma della famiglia Pignatelli, la stessa del Pontefice Innocenzo XII. Un altro capolavoro è l’affresco che si trova in una delle cappelle, destinata ad uso funerario, all’interno dell’attuale piano terra del Museo, che rappresenta i quattro evangelisti, databili dopo il 1511 e attribuibili a Monaldo Trofi. Allo stesso autore è riconducibile la tavola raffigurante la “Madonna in trono tra i Santi Giovanni Battista, Francesco e Girolamo”, eseguita per la chiesa francescana. Dal portico esterno si accede alla chiesa, dedicata all’Immacolata, al cui interno si possono ammirare le opere eseguite da Antonio del Massaro, detto “Il Pastura”, verso la metà del 500, periodo in cui collaborava con il Pinturicchio ed il Perugino. Nel XIX secolo con l’adattamento della struttura ad Ospedale cittadino furono in parte chiuse le logge dei due chiostri e fu realizzata una nuova scala per accedere al primo piano. Nel 2004-2005 l’intero complesso è stato restaurato ed oggi ospita il Museo della Ricerca archeologica di Vulci, nonché una delle Porte al Parco.


LORELLA MANESCHI

capo delegazione FAI Viterbo VULCI E LA DOMUS DEL CRIPTOPORTICO La città Vulci sorge a circa 12 km dal mare, su un vasto pianoro. L’area urbana, protetta da ripidi ciglioni naturali e da mura in opera quadrata probabilmente erette nel IV secolo a.C., ha un’estensione di circa 120 ettari ed è inserita nel Parco Archeologico Naturalistico di Vulci, circondata da importanti necropoli. La cultura elaborata nel comprensorio vulcente risale alla seconda metà del IX secolo a.C. Sullo scorcio del VII secolo a.C. si assiste a una rapida ascesa economica e culturale del centro etrusco, ove vengono importati prodotti di lusso provenienti dai maggiori mercati del Mediterraneo. La crisi che coinvolge i centri etruschi intorno alla metà dei V secolo non risparmia Vulci. Tuttavia nel corso del IV secolo si assiste ad una ripresa delle attività produttive nel campo delle ceramiche, in quello della scultura funeraria e nella pittura che con i dipinti della tomba Francois raggiunge le sue più alte manifestazioni. Nel 280 a.C. anno Vulci subisce la sconfitta da parte del console romano Tiberio Coruncanio, che mette fine alla sua indipendenza.

la Domus del Criptoportico. La casa prende il nome dal Criptoportico, un largo corridoio sotterraneo con pareti e soffitti intonacati illuminato attraverso aperture a “bocca di lupo” poste al limite della vasca del Peristilium; vi si accede per mezzo della rampa di scale posta presso l’angolo N-E del Peristilium e da un ingresso attiguo al Settore dei Servizi. Il Criptoportico comunica con un ulteriore corridoio con cui si raggiungono tre ambienti: i primi due sono sicuramente degli Horrea, mentre il terzo, con soffitto a cassettoni, è probabilmente un Ninfeo. Sotto un ampio colonnato che sorreggeva la facciata c’erano due porte d’ingresso attraverso le quali si accedeva alla Parte Pubblica della Casa. L’ Atrium maggiore aveva un compluvium a cui corrispondeva un impluvium per la raccolta delle acque piovane. In fondo all’Atrium era il Tablinum da cui si passava nella Parte Privata dell’edificio dotata di un piccolo quanto raffinato impianto termale. Il monumento, rimesso in luce nella seconda metà degli anni ‘50 del secolo scorso, occupa una superficie di oltre 3300 mq ed è databile fra la fine del II e gli inizi del I sec. a.C. Uno dei proprietari fu un Marcus Vinicius il cui nome che compare su una fistula in piombo rinvenuta nel piccolo impianto termale, potrebbe riferirsi ad almeno tre distinti personaggi: un console del 33 a.C., un suffeto del 19 a.C. o il genero di Germanico, console onorario e marito di Iulia Livilla.


GIANNA BESSON

IL CODICE VULCI Un simbolo: tante cose. Soprattutto un segno, una figura, un tratto che non rappresenta se stesso ma è una convenzione per comunicare. Magari comunicare oltre uno spazio definito, oltre il tempo che finisce. Spesso attraverso i simboli, anche attraverso i simboli, le antiche civiltà hanno comunicato con il tempo presente. E’ stato necessario decodificarne il significato. Ed è stato fatto. Alcuni simboli erano comuni ad altre civiltà, ereditati da altri tempi e da altre genti. E questo ha aiutato gli uomini a trovare il codice con cui da lontano i progenitori parlano ai contemporanei e ai posteri. I simboli dicono dell’attaccamento alla vita, del desiderio di trascendenza, cantano lo stupore per la nascita e i cicli vitali, il mistero dell’infinito, il desiderio di amare, la voglia di restare e rinascere per continuare. I simboli della civiltà etrusca si possono leggere nelle tombe scavate nel tufo, quelli della più recente religione cristiana parlano una lingua che conosciamo dalla tradizione. E di simboli continua ad essere piena anche la vita del presente, tutta, fino ad arrivare all’informatica che ne usa moltissimi, privi dei significati profondi del passato ma utili per comunicare con linguaggio universale. Come possono interpretare il patrimonio dei simboli gli scultori della ceramica, artisti che più di tutti sono vicini, con il loro materiale di creazione, alle radici della civiltà? La risposta emerge dal cuore del territorio etrusco dove già nella notte di tempi la ceramica era il modo di dare forma alla terra e farla parlare. Una voce, un codice, IL CODICE VULCI. In questa mostra quello che è stato e quello che potrà essere diventa motivo conduttore di una ricerca che camminando sulle orme del passato intravede strade di creatività futura e una connessione profonda con la contemporaneità. La ceramica significa riposizione di radici che sono filamenti lanciati nello spazio del divenire. Quadrato, ellisse ovale, triangolo, cerchio, croce: questi i simboli scelti dagli scultori in mostra nel criptoportico di Vulci e nell’ex convento di San Francesco a Canino. Se il mistero delle Vie Cave della Maremma rimane in gran parte intatto, Mara van Wees lo riporta a un’evocazione volumetrica, che attraverso i due blocchi quadrati dell’installazione ricerca una via d’uscita di vibrante modernità e nella Croce cristiana del convento, composta idealmente con un lieve ondulamento di calici, gioca delicatamente con forma e sostanza. Rimanda invece alla dimensione concettuale la ceramica rarefatta di Jasmine Pignatelli: le croci e l’uovo scavato nel bianco si propongono come simboli di forma e di linea pure. Citazione perfetta le uova-vaso di Riccardo Monachesi,


tutti uguali tranne uno, rosso. Secondo la leggenda così si trasformò l’uovo vero nelle mani di Maria Maddalena di fronte allo scetticismo dell’imperatore Tiberio sulla resurrezione di Cristo. Lo stesso Monachesi un un’altra sua opera in mostra frammenta in tasselli quadrati l’acronimo INRI posto sulla croce, per scomporre un approccio emotivo in nuova identità. Se la ceramica racconta storie perché non storie personali, come l’uovo di Giorgio Crisafi? E storie di umana trascendenza come la corona della croce, sempre di Crisafi, un cerchio infinito come infinite sono la vita e la morte e la linea d’ombra che unisce umano e divino. Storie e ancora storie. Di ribellione, come la croce urlata e il cerchio di cielo mostrato dalle figure antropomorfe di Paolo Porelli, controfigure archetipe in bilico tra il pop e il simbolismo più arcaico. Lucidi, color di sangue, di foglia, di cielo e di metallo i cuori, e i teschi e le ossa di Luigi Belli, che hanno la nettezza psichedelica delle figure di un videogioco e la tenerezza di quelle di un ex voto. Spessi aghi dalla cruna ovale, terragni e segreti, aprono uno spiraglio sul passato e sul futuro le tre rappresentazioni di Mirna Manni. Sofferente la croce trafitta di ferri. Nell’essenzialità dell’oggetto si sintetizza la ricerca sul materiale e sul colore di Alfonso Talotta. Forte di una lunga esperienza pittorica l’artista conferisce alla scultura ceramica una semplicità unica di memoria a realtà spaziale. Superfici, linee, segni e simboli che spaccano la terra si fondono per caricare di enigmaticità geometrica le lastre e i vasi che sembrano quasi mutare sotto l’occhio di chi guarda. C’è la terra alla base delle costruzioni di Antonio Grieco, alla base della torre triangolare con suggestioni sumero-babilonesi realizzata in argilla e fibre vegetali, a crudo. Ci sono ovali, cerchi e molto altro nell’alfabeto segreto di segni da decodificare. Le due perfezioni, il cerchio e l’ovale, insieme nell’opera di Paolo Torella. La ceramica si unisce al ferro, tutti e due elementi di terra e di fuoco, tutti e due venuti dal passato diretti verso il futuro come dimostra l’esposizione nel suo insieme. E se da una parte la tensione spaziale che si instaura tra il cerchio e l’uovo evoca l’immensità dell’universo, il riferimento è anche all’infinitamente piccolo, alla composizione della materia e delle sue molecole. La vibrazione di lamelle d’acciaio, tese come l’acqua di un lago, rivela sulla riva piccoli frammentisimbolo di ceramica. Su tutto, su questa esposizione di artisti contemporanei, sul passato archeologico, sui secoli seguenti e su quelli a venire, inserito in un triangolo, l’occhio del Grande Fratello di orwelliana memoria, con l’obiettivo aperto su un presente che non dimentica.


JACOPO PALLAGROSI

Università degli studi Roma Tre - Dipartimento di Filosofia I SIMBOLI, L’ARTE E LA FILOSOFIA Symbolon è parola greca. Il “simbolo” designava quella tessera ospitale o quel coccio di pietra che veniva spezzato irregolarmente tra due persone in procinto di separarsi. Il frammento della tessera che bisognava custodire gelosamente era dunque promemoria di un riconoscimento futuro. Il symbolon (termine composto dalla preposizione syn, “con”, e dal verbo ballein, “gettare”: da qui il significato originario di “mettere insieme”, “far coincidere”) era quel frammento materiale che ricordava all’uomo greco di un legame. Un legame affettivo che non può essere intaccato dalla distanza. E il ricongiungimento di due amici, familiari o amanti, veniva “simbolizzato” dalla ricomposizione della tessera, ricomposizione di un’intimità ininterrotta. “Ciascuno di noi è tessera (symbolon) dell’uomo totale” dice Aristofane nel Simposio di Platone. L’amore platonico consiste in un’unità simbolica di frammenti che costantemente si cercano e anelano al congiungimento. Sin dalla genesi remota del concetto appare evidente che l’idea di simbolo reca con sé una appassionata dialettica tra la presenza e l’assenza. Il simbolo significa qualcosa solo in relazione a un rimando lontano, la sua allusività indica sempre la presenza di un pezzo mancante. Il simbolico è dunque il registro della presenza di un’assenza, per quanto temporanea e provvisoria. Così Jung in Spirito e vita: “un simbolo non abbraccia e non spiega, ma accenna, al di là di se stesso, a un significato ancora trascendente, inconcepibile, oscuramente intuito, che le parole del nostro attuale linguaggio non potrebbero adeguatamente esprimere”. Il simbolo è dunque espressione di senso che rimanda costitutivamente a un’ulteriore eccedenza di significato, esso partecipa, per sua natura, di un surplus di senso. “È proprio dell’essenza delle cose finite essere simbolo” (Edith Stein). Un frammento di “tessera”, una figura, un’icona: il particolare, il parziale ci conduce di getto all’universale in virtù della sua funzione simbolica. “La simbolica trasforma il fenomeno in idea, l’idea in immagine, e in modo tale che l’idea rimanga sempre infinitamente attiva e inaccessibile nell’immagine e che, pur se detta in tutte le lingue, rimanga indicibile” (Goethe). È evidente che “il simbolico non è che una specie del modo intuitivo” (Kant): noi possiamo soltanto intuire, pregustare l’infinita trascendenza di significati cui il simbolo allude, ma non siamo mai in grado di afferrare intellettualmente la totalità del rimando. “Il simbolo dà da pensare”, diceva Paul Ricoer, nell’esatta misura in cui il suo senso rimane equivoco, parzialmente oscuro, talvolta persino indicibile (Unausspreliche nei termini goethiani). Hegel scriveva: “il simbolo è più o meno il contenuto che esso esprime come simbolo”. La funzione simbolica verte quasi esclusivamente su quel “più o meno”: non ci è dato comprendere in modo definitivo e cristallino tutto ciò che i simboli intendono significare, anche se ne abbiamo un parziale sentore. Così l’arte è quell’attività umana che, ancora una volta in termini romantici (che, in questo caso, dobbiamo a Schelling) rappresenta l’infinito in modo finito. Il bello artistico è già sempre rappresentazione simbolica dell’infinito. Di questo abbiamo una sensazione viscerale, epidermica, intuiamo l’antica trascendenza del significato dell’opera, senza per questo esser capaci di portarla in parola, di esprimerla compiutamente. Triangolo, quadrato, croce, cerchio, ovale. Qui non figure, ma simboli. La tensione simbolica funge da forza centrifuga che riesce a cortocircuitare la mera funzione geometrica: parti di piano delimitate da una linea chiusa? Non più. L’immanenza asettica del poligono è sempre trascesa da un groviglio complesso di significati altri, ciascuno con la propria tortuosa storia, ciascuno con il proprio sapore antico. Se “l’arte è sempre simbolica” (Schelling), come bisogna intendere delle opere sui simboli, se non come una metariflessività dell’arte, l’arte che pensa se stessa, che indaga i propri limiti espressivi in quanto artisticamente (dunque simbolicamente) li esprime?


Luigi Belli Giorgio Crisafi Antonio Grieco Mirna Manni Riccardo Monachesi Jasmine Pignatelli Paolo Porelli Alfonso Talotta Paolo Torella Mara van Wees


EX VOTO, 2017

Nato nel 1968 a Tarquinia. Nella sua città ha iniziato giovanissimo la lavorazione artigianale e artistica della ceramica. Ha esposto per la prima volta nel 1989 e ha frequentato l’Ecole de Beaux Arts di Parigi. Infaticabile sperimentatore di tecniche e materiali, alla ricerca di sempre nuove modalità espressive della sua scultura.


EX VOTO, 2017

LUIGI BELLI

C’è più gioco o più commozione negli ex voto di Luigi Belli? Scintillano di colore i cuori e i teschi e inventano una nuova geometria del corpo che scompone quella originaria. E’ un’operazione concettuale quella che fa Luigi Belli in queste opere e che volutamente, come dice il titolo, evoca gli ex voto che per devozione e riconoscenza raffigurano la parte del corpo “guarita”. Gli organi-oggetto diventano per l’artista come segni di un linguaggio. Sono forme inserite in un riferimento simbolico geometrico (il triangolo, il quadrato), ma plasmati alla ricerca di una naturalità che smentisce la serialità. Il gioco di decontestualizzazione degli elementi dell’anatomia sembra fatto per divertimento alludendo alla riproduzione seriale. Ma l’allusione è uno scherzo per distogliere l’attenzione e non intenerirsi troppo. Qui non di serialità si parla ma del senso delle cose, anzi, dell’uomo. A una lettura profonda cuori e teschi tessono un racconto di vita e di morte, di cambiamenti e sogni, protesi tutti verso il tentativo di ridisegnare la mappa dell’umano.


SU QUESTO LETTO NASCE LA MIA STORIA, 2017

Nasce a Todi nel 1952. Nella sua attività artistica alterna da sempre Teatro, Arte e Poesia. Ha esposto i suoi lavori a Roma, in Umbria, Emilia Romagna, Calabria, Lazio. Nel 2015 ha partecipato presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna alla mostra “La scultura ceramica contemporanea in Italia”. Vive tra Todi e Roma. www.giorgiocrisafi.it


LA CORONA, 2014

GIORGIO CRISAFI

UOVO è l’origine di tutto e segno di vita, è pure manifestazione di un percorso per il raggiungimento della sua forma finale, creata con l’artificio dall’artista a testimoniare la sua tracciabilità nel mondo. Ho immaginato un telo disteso come un lenzuolo, un letto sulla cui superficie ho lasciato le mie tracce, i miei piedi e mani fatte di terra cruda, come segno di umiltà. Una volta contaminati o violentati torneranno terra per nascere di nuovo. E’ un gioco di stampo e calco di gesso, ambedue fragili e riducibili a polvere. Basta essere consapevoli della loro nascita ed evoluzione, e poter scegliere di trattarli con cura se si vuole evitare che l’oggetto finale di un artificio, cioè l’UOVO di ceramica posto in piedi sul proprio calco di gesso, si rompa o resti intatto. Questo esercizio del libero arbitrio e fragilità della forma è ciò che, ai miei occhi, rende il simbolo un nuovo oggetto di desiderio e mistero. CROCE. Si prosegue così nel Chiostro dell’Ex-Convento di San Francesco a Canino, dove su una parete affrescata si trova una Crocefissione con il Santo di Assisi in adorazione ai piedi della CROCE. Il frate umbro dell’immagine ha rievocato in me l’altro frate della mia terra d’origine, Jacopone da Todi e la sua laude-capolavoro Donna de Paradiso in cui il poeta mette in scena l’evento centrale della storia del genere umano. La forma circolare della corona creata e posta in terra, racchiude l’esatto centro di quella vicenda ed è in intimo rapporto con l’affresco esistente nel Convento.


ALFABETO, 2017

Nasce a Roma dove vive e lavora. Dopo il diploma all’Accademia di Belle Arti coltiva un’importante esperienza come scenografo di teatro. Negli anni ottanta si converte alla Ceramica, captando in questo materiale la possibilità di esprimersi e di avvicinarsi ai segreti della terra, del fuoco e degli elementi naturali così da poterne osservare le regole, i limiti e gli sviluppi.


ANTONIO GRIECO

TURRIS EBURNEA, 2013

Il CIELO E LA TERRA. Da un lato una torre che svetta solitaria. Entrarvi ci fa gruppo ristretto, votato a riti particolari, inaccessibili ai più Luogo di una ascesa difficile, verso un punto che guarda lontano. Torre che è un faro per chi lo abita e non per chi lo osserva dall’esterno, lontano dai suoi segreti. Una torre fatta di eterne aspettative. Chi, come Antonio Grieco, ha frequentato nel suo lavoro la Turris Eburnea, rivive così il suo cammino artistico: Dai palazzi sumeri, alle ziqqurat , fino alle mie ricerche sull’ adobe, insiemi costruttivi con argille e fibre vegetali . C’è la terra alla base di tutto, c’è la terra alla base della mia Turris, pensata per reggere e celebrare la verticalità. Una base che rappresenta il mondo degli uomini, l’universo materiale che accoglie la Turris Eburnea come ponte verso il divino. Da una parte la immobile TORRE EBURNEA, sintesi di percorsi solitari. A cui si oppongono dall’altra, i segni mobili dell’ALFABETO, distribuiti su un doppio ovale: un ALFABETO che l’artista crea liberamente e continuamente. Un alfabeto non di poche lettere, ma di tanti segni/strumenti di una meccanica che si avvia nel passato e continua a girare nel nostro presente. Forme che aprono e chiudono, che sono porte e ponti, che nascondono e rivelano: che alludono -felicemente- alla vita. (Antonio Leone)


TRITTICO, 2010

Mirna Manni si è sempre dedicata alla scultura in ceramica con un’istintiva attitudine e ricercatezza tecnica, orientandosi durante la sua evoluzione creativa verso soluzioni concettuali che delegano l’oggetto a rappresentare il significato con semplicità visiva e invenzione visionaria. Il suo lavoro è ricco di una plasticità elementare in cui geometria naturale e sentimento arcaico sono fusi in un’astrazione figurata auto-referenziale.


LA CROIX, 2017

MIRNA MANNI TRITTICO - presenze remote dell’alba dei tempi, simboli stranianti di generazioni botaniche sconosciute che si materializzano come evocati dall’artista in un rito misterioso a lei noto. Totem aniconici, metafore plastiche che riconducono per vie interne all’ uovo, all’occhio e all’anima. Questi sono i temi su cui si concentra tutto il lavoro e verso cui vuole far convergere lo spettatore. La cromia di superficie crea differenze luminose che rimanda a relatività esistenziali variabili. Il volume è soffice e invita ad un incontro ravvicinato, personale, tenero e profondo. LA CROIX - l’artista interpreta il simbolo della passione nel tentativo di esorcizzare la sofferenza che essa rappresenta. L’architettura della croce è scandita da moduli costruttivi come reliquiari ermetici d’ossa consacrate al martire ignoto. Nel suo impianto morbido e razionale si celano sacrifici inenarrabili, dolori umani obliati dalla polvere del tempo che l’artista vuole innalzare alla memoria e restituirli alla dignità e al coraggio di coloro che hanno affrontato lo spavento supremo. (Lori-Ann Touchette)


STIRPA REALE, 2017

Nato a Roma e architetto di formazione. Ha radice profonde il fare “manuale” che da sempre sprona la scultura di Riccardo Monachesi. E nelle forme della ceramica che si consolida una necessità espressiva che non potrebbe trovare spazio, per quest’artista, attraverso altri media. Il suo percorso artistico inizia presso lo studio di Nino Caruso e collabora successivamente con Nedda Guidi. Nel 1981, con una mostra presentata da Paolo Portoghesi, inizia la carriera espositiva in Italia e all’estero. Attualmente è presente in diverse collezioni pubbliche e private. 20 importanti sue opere, realizzate con Elisa Montessori, sono state acquistare dalla GNAM nel 2011.


TITULUS CRUCIS, 2013

RICCARDO MONACHESI TITULUS CRUCIS. Il lavoro presentato in questa mostra discende da una ricerca iniziata una decina di anni fa sulla possibilità di frammentare un’emozione in un numero “n” di formelle; ciascuna, dimensionata secondo la proporzione “aurea”, dialoga con le altre mantenendo autonome dignità di segno e significato. Monachesi ha voluto “sciogliere” l’acronimo I.N.R.I., conosciuto come titolo della Croce o TITULUS CRUCIS, nella sua versione greca tramandata a noi da Giovanni (19,20). Astrarre il contenuto, fino a raggiungere quasi una rappresentazione asegnica, è stato il tema della ricerca riportando alla materia prescelta, la semplice creta, il carico di supportarne l’aspetto emozionale. Citazione perfetta le uova-vaso tutti uguali tranne uno, rosso. Secondo la leggenda così si trasformò l’uovo vero nelle mani di Maria Maddalena di fronte allo scetticismo dell’imperatore Tiberio sulla resurrezione di Cristo. L’opera STIRPA REALE racchiude in se numerosi simboli: l’Uovo, il Vaso, il colore Bianco, il colore Rosso, il numero Sette. Tutti questi simboli concorrono alla narrazione di miti, pagani e cristiani, che trovano nella loro epifania la più immaginifica ed affascinante rappresentazione, riunendosi in questo lavoro, espressamente creato per la mostra “Codice Vulci”


FORMA PRIMARIA, 2014

Nata in Canada ha all’attivo mostre collettive e personali. 2015: partecipa a “La Scultura Ceramica Contemporanea in Italia” presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. In Puglia vince la Residenza d’Artista “Made in Loco” del Segretariato Regionale MiBACT per la Puglia. Personale a Bari “Directionless” a cura di M. Di Tursi. 2016: personale a Roma “Dimensionless” a cura di F. Castellani. E’ invitata alla residenza artistica “Bosc Art Cosenza” a cura di A. Dambruoso. 2017: “Echo of hidden places” è la doppia personale a Ferrara. A Laterza (Ta) si inaugura la sua scultura pubblica “Locating Laterza” accompagnata dalla personale “Gradi Minuti Secondi”.


SEGNO PRIMARIO, 2014

JASMINE PIGNATELLI Le sculture di Jasmine Pignatelli sono interpretabili come segnali che MATERIALIZZANO uno spazio e rappresentano gli oggetti reali di un concetto astratto di paesaggio e di un possibile altrove. E’ scultura che si pone come marcatore di paesaggio, segnalatore di un nuove possibilità spaziali. Si tratta di dispositivi spaziali, forme che irrompono, interagiscono o attraversano lo spazio. Allo stesso modo le forme si scompongono in moduli, in elementi essenziali e primari che, attraverso le possibili combinazioni, lavorano sulle connessioni e disconnessioni dei segni. Da qui le opere Forma Primaria (ovale) e Segno Primario (croce). Le sculture che rappresentano simboli e segni, archetipi della cultura ma anche del pensiero, sono all’origine del tutto e sono quasi sempre fuori asse e in equilibrio instabile, metafora delle incertezze umane alla ricerca costante di una posizione o direzione che le definisca. Semi (intesi come origine) e Croci (intesi come incroci cartesiani) sono alla base dei segni dell’uomo. Tutto il lavoro di Jasmine Pignatelli esprime la difficoltà a individuare una direzione precisa e tenta una soluzione attraverso le rappresentazioni di moduli che cercano di segnare traiettorie, che puntano e verificano le diverse possibilità spaziali che si presentano e si generano attraverso il fare arte. Nel mondo contemporaneo, dominato da sentimenti di precarietà, di indeterminatezza e incertezza, in un mondo in cui siamo parte infinitesimale dell’universo, l’uomo è alla costante ricerca della definizione di un proprio luogo di azione, della propria origine e del proprio stare


URLO SACRO, 2015

Paolo Porelli (Roma, 1966) fra le mostre personali piu importanti: “Eidolon”, Internoventidue, Roma (2008), “Profili del Tempo” Museo Civivo Rocca Flea di Gualdo Tadino (2015), “Humankind: the Sublime & the Ridiculous” al Belger Art Center di Kansas City (2016) e la doppia personale “Humanae Terrae” a Honos Art, Roma (2017), mostre collettive: “Figuration” al Clay Studio of Philadelphia, “New Directions” al Lacoste Gallery e S.O.F.A. Chicago, “Scultura ceramica contemporanea in Italia” alla GNAM di Roma (2015) e premi internazionali: Biennale di NCECA 2013, 2015 e il 1˚ Porzellan biennale Meissen (2016). Dal 2011 è invitato a varie residenze d’artista negli Stati Uniti e in Cina.


PAOLO PORELLI FIGURA D’ORIGINE, 2015

Paolo Porelli esprime la propria weltanschauung o visione del mondo attraverso la figura umana elevata a categoria concettuale. Attraverso essa esprime pensieri, analizza la storia, il proprio io, le proprie percezioni ed intuizioni in quanto le sculture incarnano il concetto che le anima. La figura è, quindi, uno spazio di rappresentazione del reale e di elaborazione intellettuale. È passato, presente e futuro. È certezza e dubbio, è tesi e antitesi, è, in definitiva, un formidabile contenitore multiforme e multiculturale attraverso il quale viene concepita la personale e stratigrafica cosmo-visione della vita e del vissuto. Paolo Porelli presenta, per il Codice Vulci, due inedite figure antropomorfe di alto valore plastico. Una che grida la croce e l’altra che mostra il cerchio del cielo. Entrambe sono visioni di una medesima storia con una necessaria dualità più apparente che reale. Sono verità plurali. Le figure assai poetiche si contraddistinguono da una forte contemporaneità e carica simbolica ma hanno all’interno una sapienza direi quasi rinascimentale, quella che rimanda ai moti, citando Leon Battista Alberti, diremo che le sculture di Porelli con i movimenti delle membra mostran movimenti dell’anima. (Juan Carlos García Alía)


GENERATORI, 2001

Studia all’Accademia di Belle Arti di Roma. Nel 1980 inizia l’attività espositiva con una particolare ricerca artistica, i “tracciati urbani”, impronte di pneumatici d’auto direttamente sulla tela e ottiene prestigiosi riconoscimenti. Negli anni Novanta propone i cicli delle “perforazioni segniche” e delle “forme” e nel 1998 scopre nella ceramica nuove possibilità espressive che lo portano a importanti appuntamenti con la scultura ceramica contemporanea. Nel 2003 il Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza lo invita alla selezione di opere “La forma tra continuità ed innovazione”. Recentemente la città natale, Viterbo, gli ha dedicato un’esposizione, “La perfetta pittura” per i suoi 40 anni di carriera d’artista.


La riduzione linguistica di Talotta al pieno e al vuoto lasciato dai tagli netti o sinuosi fa affiorare un racconto fatto di superfici nette eppure in sospensione, dove la stesura del colore monocromo aderisce al supporto ceramico confondendosi con la sua materialitàò e dove lo spazio invisibile assume i contorni di un’idea astratta. Idea astratta che non va intesa nella sua forma riduttiva, quanto piuttosto nel suo significato più profondo, come segno tracciato sulle pareti buie di caverne primordiali. Un segno primitivo che è pregno però di un significato spirituale sempre attuale nella sua dimensione metafisica, aspaziale e atemporale. Il quadrato come simbolo terrestre e

ALFONSO TALOTTA

CROCE, 2017

certezza del visibile si prolunga o si ridefinisce nei tagli operati dall’artista. Tagli come spazi vuoti o scavati che legano la memoria passata al presente in divenire, simboleggiato dalla pittura liquida che si solidifica dando corpo alla scultura. Ma la struttura così formata e non priva dei segni del vissuto assume un valore universale solo se letta in proiezione futura, come aspirazione alla sfera infinita che alberga nel cerchio cosmico e che l’artista sintetizza in forme triangolari proiettate all’infinito: sia che si tratti di tagli a “V” operati nelle Opere quadrate o nei Generatori esposti a Vulci, sia che si tratti di autonome forme a “V” come a Canino, tutti rimandano al simbolo pitagorico della “bivia”, alla “Y”, all’antico segno di alternativa morale tra le due vie del bene e del male. E nella Croce di Canino il segno pitagorico diventa iconografia cristiana, simbolo di giudizio, bivio della salvezza o della perdizione, la “Y” che si incarna per metonimia nella croce di Cristo, asse del nuovo mondo. (Maria Elena Piferi)


INFINITO, 2016/17

Nasce a Roma, dove studia architettura per poi dedicarsi alla oreficeria e la micro-scultura. Trasferendosi sul lago di Bolsena scopre altri materiali e dimensioni. Ama esporre in siti archeologici e confrontarsi con l’effetto tempo sulla materia.


Il simbolo è come uno scrigno in cui è raccolto il tesoro dell’esperienza umana dai tempi più remoti sino a noi. Ed è dentro questo scrigno che Torella ci accompagna con le sue opere. Neo alchimista nell’epoca dell’iper-visibilità, THE GREAT SEAL, 2016/17

PAOLO TORELLA in un mondo a portata di click, bulimico di immagini e informazioni, nella grande illusione di un qui e ora, che è in realtà la dissoluzione e la negazione stessa del tempo e dello spazio umano e cosmico, Torella è il perturbante, nella sua traduzione letteraria non familiare, scevra da formalismi e strizzatine d’occhio a correnti artistiche a la page. La personalissima ricerca di Paolo Torella è più vicina all’alchimia. E il simbolo diventa il catalizzatore dell’alchimia, lo strumento che mette in risonanza l’uomo con l’universo. L’uovo, il cerchio, la piramide penetrano nell’apparenza, nella rappresentazione del visibile, per entrare nel regno del sensibile. L’uovo o il laser non rappresentano la nascita dell’universo e la creazione della luce, l’alfa e l’omega della storia umana, diventano altro da se stessi e del loro significato simbolico, si trasformano nella pietra filosofale di Torella, alchimista, ricercatore, indagatore del sensibile e del sovrasensibile. Il “The Great Seal”, grande sigillo, fatto di ceramica, ferro e obiettivo fotografico riciclato per evocare il Grande fratello, “Esiste ancora o è solo un retaggio del passato, oppure fantasia?” si chiede Torella. E poi “La tessera ospitale” per rendere omaggio al grande Maestro Jannis Kounellis, il cerchio dell’“Infinito” e la “Croce Cosmica” rudemente scarna. Ovunque, nelle opere, il concetto di tempo. Su cui Torella riflette: “Il tempo del mondo, così lento rispetto al tempo degli uomini da non poter essere percepito. Possiamo percepire però l’effetto del tempo sulla materia. Tutto ciò che nel nostro attimo sembrava immobile ed eterno lentamente si logora, si tempera, si dissolve: le nostre aspettative, le nostre opere, le nostre città, i nostri templi si sgretolano nel corso del tempo. Sembrerebbe tutto un muoversi verso il caos. In realtà tutto ciò ha un suo codice, come una disciplina della terra che ricompone in uno spazio-tempo sublime, la nostra “tessera ospitale” mai smarrita. (Francesca Perti)


VIE CAVE, 2017

Nata in Olanda, dove studia all’Accademia Belli Arti e si avvicina alla ceramica scultorea. Nel plasmare l’argilla trova l’emozione per una ricerca continua. Le sue opere propongono una composizione e bilanciamento tra volumi asimmetrici. La prospettiva è analizzata in tutte le sue declinazioni. Il concavo rincorre il convesso, la linea taglia la curva. L’effetto dinamico che ne consegue è di ispirazione futurista, espressione artistica che van Wees ha sempre guardato come fonte di ispirazione. Ha partecipato a varie mostre istituzionali e nel 2015 ha vinto un bando del Mibact Puglia.


JOSEPH & ASENETH, 2017

MARA VAN WEES

VIE CAVE (Quadrato) : Come gli Etruschi, van Wees si addentra nella profondità della terra e si ispira alle vie cave, i maestosi percorsi scavati nella roccia, di origine incerte, ma luoghi intrisi di sacralità Etrusca e Cristiana. Ci propone dei cubi, che entrano in contrasto e al tempo stesso dialogano attraverso colori e forme. Cubi a loro volta suddivisi in elementi irregolari delle superficie materiche e monocromatiche che l’artista ci fa vivere come il margine estremo di una massa pulsante, del respiro della materia che infrange i valori ortogonali dei volumi che in queste opere si presentano in continuo movimento. JOSEPH & ASENETH (Croce): Una leggenda vuole Joseph & Aseneth, (che altro non sarebbero che Gesù e Maddalena) fuggire della Palestina, approdare in Provenza, dove i loro eredi dettero vita alla dinastia Merovingia. Van Wees l’interpreta con 2 calici a forma di Croce, che oltre a appellarsi al sacrificio della croce ci propone due figure profondamente legati e dialoganti tra loro: uno più alto e slanciato e l’altra, che, più tondeggiante, s’inclina verso il compagno. Come sempre anche qui van Wees “gioca” con i volumi instabili alla ricerca di quiete. Il colore è parte strutturale delle masse, rinforza la lettura dei soggetti e dà sostegno all’impalcatura che regge l’uso scomodo e precario dei piani fuori centro e fuori asse, dominati da forze che rispondono solo alla seduzione dell’arte.



IL CODICE VULCI



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