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Francesca Santucci I VERSI DELLA MORTE Que vaut quanque li siecles fait? Morz en une eure tot desfait Cha vale tutto ciò che il mondo produce? Morte in un’ora sola tutto distrugge (Hélinant De Froidmont, Vers de la Mort) La Morte, nella mitologia greca figlia della Notte primordiale e dell'Èrebo e sorella del Sonno (il dio Morfeo), come tutti i maggiori archetipi è simbolo ambivalente, rappresenta la fine di ogni principio vitale e l’ineluttabilità del destino umano, ma possiede anche la capacità di rigenerare (immagine, questa, desunta dalla concezione ciclica del tempo e dall'osservazione delle fasi naturali della vegetazione e delle colture agricole). Nelle tradizioni misteriche (orfismo, culti dionisiaci e misteri eleusini) è associata ai riti di iniziazione e di passaggio; nelle dottrine come il platonismo, la cabala, l'ermetismo e l'alchimia è ritenuta tappa fondamentale per l'elevazione spirituale e unica possibilità concessa agli uomini per affrancarsi dal corpo e dal ciclo delle rinascite; per il Cristianesimo è principio dinamico fondamentale, poiché, attraverso la figura del Redentore, consente il riscatto dal peccato, dunque la rigenerazione, la resurrezione e la vita eterna. In età medievale la Morte rappresentava la fine di ogni principio vitale e l'ineluttabilità del destino umano: fu allora che nell’iconografia assunse l’aspetto terrificante di uno scheletro (immagine diffusasi a partire dalle illustrazioni dei Trionfi di Petrarca) che regge in mano una falce (attributo del tempo) e una clessidra (simbolo del trascorrere del tempo e delle stagioni e della caducità dell’esistenza), o un arco armato di frecce (retaggio degli attributi di Apollo, Diana e Saturno, divinità iniziatiche che, nell’antichità, presiedevano alla nascita e ai diversi momenti della vita, fisica e spirituale, dispensando abbondanza o causando malattie e morbi), oppure di un demone dalle sembianza scimmiesche o caprine (l’ibrido fra l'uomo e l'animale è motivo derivante dalla demonizzazione di alcune divinità pagane come Pan e i Satiri). O ancora fu rappresentata in sembianza di uno spettro, o di un'ombra, oppure di un cavaliere solitario (immagine mutuata dall'Apocalisse di San Giovanni), come nell’incisione del 1513 di Albrecht Dùrer, Il cavaliere, la Morte e il diavolo, in cui il cavaliere solitario, che, imperturbabile, si staglia contro un lugubre sfondo roccioso, allude al motivo del viaggio negli Inferi (per alcuni, invece, rappresenterebbe la fede cristiana, la cui saldezza permette di vincere le oscure forze del male); il cavallo livido (il cavallo è simbolo dalla natura duplice, sia solare, associato all’energia


vitale, sia sotterraneo, associato al mortifero) secondo il folklore anglosassone e tedesco è il destriero della Morte (il Vasari, affascinato dal superbo animale, annotò: si vede il lustrare dell'arme e del pelo di un cavallo nero)1, il diavolo, rappresentato come un mostro equino, con corna e zampe di caprone, lunghe orecchie a punta e muso di cinghiale, personifica l’incubo notturno (i termini cauchemare e nightmare –incubo- contengono nel suffisso mar la radice della parola morte), e la Morte, con la testa cinta da una corona regale (regina del mondo), che agita la clessidra indica l’approssimarsi dell’ora della fine. Nell’arte tedesca lo scheletro della Morte fu spesso ritratto in compagnia di una giovane donna che si guarda allo specchio, allusione alla caducità della bellezza e al tempo che passa, immagine derivata da una tradizione letteraria diffusa nel tardo Medioevo, documentata nel De contemptu mundi di Lotario di Segni, il futuro papa Innocenzo III e nel Miroir de la Mort, del poeta di corte e istoriografo Georges Chastellain (1405-1475), in cui l’amata morente gli dice: Mon amy regardemz a face Veez que fait doulente mort Et ne loubliez desormais Cest celle que aymiez il fort Et ce corps voltze vil et ort Vous perdres pour ungiamais Ce sera puant etremetz A la terre et a la vermine Dure mort toute beaulte myne! (Georges Chastellain, Miroir de la Mort) 2 Amico mio, guardate il mio volto, vedete cosa fa la dolente morte. E non dimenticatelo mai: è quello che amavate tanto! E questo corpo vostro, lurido e meschino, per sempre voi lo perderete, fetido pasto esso sarà alla terra e ai vermi. Crudele morte ogni beltà distrugge!


(Trad. dell’A.) Fra le immagini più celebri della Morte ci sono anche quella che la ritrae nell’atto di baciare una fanciulla, la mors osculi, e la morte provocata dal soffio di Dio: è questa la morte estatica, paragonata dai mistici e dagli esegeti biblici alle gioie dell’amore. Nelle Danze macabre ad essere esaltato è il principio dell'indifferenziazione e dell'uguaglianza sociale (tutti allo stesso modo la Morte colpisce, senza alcuna distinzione di classe o di età), durante il Rinascimento l’iconografia della Morte si arricchisce di nuovi motivi emblematici, come il memento mori (Ricordati che devi morire, motto di origine medievale, probabilmente monastica, derivato dalla particolare usanza diffusa nell’antica Roma di porre alle spalle del generale in trionfo un umile servo che gli ripeteva questa frase perché non insuperbisse e ricordasse la natura umana), e la vanitas, le allegorie sulla caducità della vita terrena (i putti accompagnati da teschi, le bolle di sapone), che illustrano il motivo della morte cristiana, condizione necessaria per la resurrezione e per l’accesso alla vita eterna, derivante da un passo del Vangelo di Giovanni in cui, ispirandosi al ciclo in natura del chicco di frumento che nasce- cresce- muore-rinasce (secondo una diffusa tradizione religiosa e letteraria, riportata dagli Inni orfici alle Tusculanae disputationes di Cicerone) è affermato: In verità, in verità vi dico, se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. (Vangelo secondo Giovanni, 12, 20-24) Le tematiche gravitanti intorno ai temi macabri e alle meditazioni sulla morte trovarono spazio anche nell’età cortese. Nel latino medievale il termine “corte”, cortis, curtis, dal latino antico cohors (il cortile della fattoria) indicava l’insieme dei territori e costruzioni situati intorno alle proprietà del signore per il quale lavoravano i servi della gleba, nell’ottica, in definizione, dunque, di un sistema economico chiuso, con pochi scambi verso l’esterno, ma già nel Medioevo a quest’etimologia si sovrappose l’influsso di un altro termine pure derivante dal latino, curia (cioè il patriziato romano), che andò, poi, a significare il luogo in cui si radunavano i cittadini più degni, e l’ambiente, quindi la reggia del sovrano; l’antico francese e provenzale, riassumendo i vari significati, chiamò court l’ambiente che stava intorno al signore, dunque cortese fu chi si comportava secondo i valori della nobiltà. E splendida fu la civiltà cortese, splendide furono poesia e letteratura gravitanti intorno agli ideali cavallereschi basati su nobiltà d’animo, lealtà, senso dell’onore, amore e dedizione verso la dama del cuore, ma tra tanto “splendore” pure, allora, si assistette in Francia ad una rinnovata


affermazione dei più severi temi ascetici, gravitando una parte della letteratura intorno all’idea cristiana, con narrativa, apologhi esemplari, sermoni poetici, sorta di omelie espressive che, con sufficiente eloquenza, esortavano gli uomini a preoccuparsi piuttosto della salvezza dell’anima, presentando loro la morte senza veli. Contrariamente a quanto si è solito credere, nel Medioevo non c’era, infatti, l’ossessione della morte astratta, ma, sia in campagna che in città, esisteva la morte reale, quotidiana (morti bambini, morti di malattia, di fame, di freddo, morti in battaglia, impiccati) ed era uno spettacolo normalissimo; a ricordarla, comunque, con tutti i suoi crucci, e a porre l’interrogativo del dopo, dell’aldilà, c’erano i predicatori. Nella società medievale che, secondo un ordinamento risalente a Platone, ma definiti dal vescovo francese Adalberone di Laon, all’inizio del sec. XI, era divisa in tre ordines, gli oratores (i chierici, dal latino clericus, cioè gli uomini delle preghiere, gli unici che potessero occuparsi di cose spirituali e culturali, ma i due ruoli, poi, s’identificarono a tal punto che nel francese antico clerc assunse anche il significato di letterato), i bellatores (ovvero equites, gli uomini che controllavano la violenza pubblica e privata secondo il codice della Cavalleria), e i laboratores (i detentori degli strumenti della produzione agricola (non i contadini, ma gli agricoltori agiati), erano i monaci a rivestire un ruolo di primo piano, poiché la professione monastica veniva ritenuta la massima espressione di un Cristianesimo autentico, vero preambolo del Paradiso. E molti furono i religiosi che, convinti che nella vita ascetica fosse possibile realizzare massimamente tale convinzione, si allontanarono dalla confusione del mondo e si ritirarono in luoghi appartati ove potersi concentrare nei precetti evangelici, dedicandosi solo a pregare per la salvezza di tutti, a copiare libri, e a meditare sul pensiero di sorella morte in vista del Paradiso (giacché, secondo la dottrina cristiana, il credente non deve interessarsi della sorte del corpo dopo la morte, ma della sua salvezza spirituale, e il trapasso segna la definitiva conclusione del viaggio terreno e l’inizio della vita eterna dell’anima), anche se non mancarono coloro che si dedicarono attivamente alla cura animarum uscendo dalla perfetta solitudine dei chiostri. Nel Medioevo, però, più che dal pensiero della morte, l’uomo era ossessionato dal timore del peccato, del diavolo che induceva al male, dell’aldilà, della dannazione eterna,e del cosa accadesse all’anima al momento del trapasso: secondo una credenza dell’epoca avveniva una disputa tra l’arcangelo Gabriele, che poneva l’anima del defunto sul piatto della bilancia del giudizio, e il diavolo, che si presentava a reclamarla per sé, tema iconografico, questo, noto come psicostasia, pesatura delle anime, molto diffuso in ambito romanico, soprattutto in Francia, anche nella rappresentazione del diavolo che cerca di far pendere dalla sua parte il piatto della bilancia con un bastone uncinato.


Queste paure erano meno evidenti in epoca paleocristiana, come si deduce dalle rappresentazioni nelle catacombe raffiguranti i defunti sereni, talvolta con le braccia levate in segno di preghiera o che partecipano al banchetto eucaristico, all’interno di un giardino paradisiaco (a volte il Paradiso è rappresentato come Gerusalemme celeste), dove fiori e frutta sono rigogliosi e nell’aria volteggiano colombi e pavoni, rispettivamente simbolo di pace (fu la colomba ad annunciare a Noè la fine del diluvio recando nel becco il ramoscello d’ulivo) e di resurrezione (il pavone, secondo la credenza, ad ogni autunno perde le penne che gli ricrescono in primavera, perciò simbolo di rinascita, inoltre i suoi mille occhi erano considerati l’emblema dell’onniscienza divina, solo in un secondo momento, per l’ostentazione dello spettacolare piumaggio, nei bestiari medievali divenne simbolo di superbia ed arroganza). In seguito, con l’avvicinarsi della fine del primo millennio, alimentate anche dalle letture dei testi apocalittici, come la visionaria Apocalisse di Giovanni, che offriva immagini fantastiche e suggestive, negli uomini si ridestarono angosce e timori atavici, che andarono a nutrire anche il repertorio figurativo medievale. La Chiesa descriveva ai fedeli le pene dell’Inferno, in cui i dannati venivano tormentati da lingue di fuoco e divorati da mostri feroci, contrapponendo la piacevolezza del Paradiso, rischiarato dalla luce divina e dalla presenza dei Santi, e così, con la prospettiva di una ricompensa o di un castigo eterno, il clero indicava agli uomini la via della salvezza, proponendosi come intermediario. E’ a partire dal XII secolo che si afferma la concezione della morte non legata alla mortalità ma idea astratta e che si diffonde la cultura della morte che accentua l’ascetismo, sviluppando soprattutto due temi, il contemptus mundi, il disprezzo del mondo, e il giudizio finale, con la raffigurazione, spesso compiaciuta e minuziosa, delle pene infernali, fortemente drammatizzando l’esistenza sospesa fra peccato e pena, sofferenza e redenzione, alimentando sistemi ideologici ed una ricca produzione letteraria di tipo moralistico in versi o in prosa, opera soprattutto di autori appartenenti al clero, in particolare circestensi, che insistevano a svalutare l’esperienza terrena, effimera e caduca, e che esortavano alla conversione e spronavano al pentimento e al distacco dal mondo, facendo leva sulla paura della morte e sull’incertezza dell’aldilà. Nacquero, allora, opere come il De contemptu mundi attribuito a Serlone di Wilton, il Rhytmus de vanitate mundi di Alano di Lilla, il De contemptu mundi di Bérnardo di Morlas e quello che, senz'altro, è da considerare il capolavoro del genere, il De contemptu mundi, noto anche come De miseria humanae conditionis, scritto alla fine del secolo XII dal cardinale diacono Lotario dei Conti di Segni, poi divenuto papa Innocenzo III. Nato ad Anagni nel 1160, morto a Perugia (o a Roma) il 16 maggio (o luglio) del 1216, Giovanni Lotario figlio di Trasmondo conte di Segni, studiò a Parigi e a Bologna; eletto cardinale nel 1190,


l’8 gennaio 1198 ascese al soglio pontificio. Con la sua presenza dominò diciotto anni di storia europea, fu arbitro delle maggiori vicende politiche di Germania, Francia, Inghilterra e Spagna, bandi la quarta crociata e la crociata contro gli albigesi, fu tutore e protettore di Federico di Hohenstaufen (poi divenuto l’imperatore Federico II), approvò nel 1210 la regola dei francescani e nel 1215 quella dei domenicani, elaborò la concezione teocratica, in seguito perfezionata da Bonifacio VIII. Personaggio tanto “mondano”, da giovane scrisse trattati teologici e ascetici in latino, fra cui, quando aveva trent’anni, il tenebroso De contemptu mundi, dai toni veementi, passionali, in una prosa asciutta ed aggressiva, estremamente efficace e suggestiva, in cui si scagliava contro l’uomo (nato per soffrire) e contro la donna (l’uomo è concepito nello stimolo della carne, nell’ardore della libidine, nel fetore della lussuria, e quel ch’è peggio, con la macchia del peccato!) e approfondiva il tema della miseria e della vanità terrena (tema indagato, poi, anche da altri autori in alcune opere in volgare destinate al popolo, e, in particolare nei sermoni, dove pure precetti morali si alternavano a scene macabre e a terrificanti visioni infernali), in profondo disprezzo del corpo immondo e destinato alla decomposizione. Papa Innocenzo III morì a Perugia il 16 luglio 1216. Narra la leggenda che dei ladri, penetrati di notte nel luogo in cui si trovava il suo cadavere in attesa della sepoltura, lo spogliarono di tutti i suoi vestiti e lussuosi paramenti, lasciandolo nudo: come appare incongruente la sua attività storica con quanto professato da giovane e proclamato nel De contemptu mundi e con l’immagine finale che ci è stata tramandata! Conceptus est homo de sanguine per ardorem libidinis putrefacto, cuius tandem cadaveri quasi funebres vermes adsistent. Vivus genuit pediculo set lumbricos, mortuus generabit verme set muscas; vivud produxit stercus et vomitum, mortuus producet putredimem et fetorem; vivus nomine unum impinguavit, mortuus vermes plurimos impingua bit. Quid ergo fetidius humano cadavere? Quid horribilius mortuo homine? Cui gratissimus erat amplexus in vita, molestus erit aspectus in morte. Quid ergo possunt divitie? Quid epule? Quid honores? “L’uomo è concepito di sangue putrefatto per calor di lussuria e il suo cadavere sarà infine ricoperto di funebri vermi. Da vivo generò pidocchi e vermi, da morto genererà vermi e mosche; da vivo produsse sterco e vomito, da morto produrrà putredine e fetore; da vivo ingrassò un sol uomo, da morto ingrasserà infiniti vermi. Che cosa di più sozzo del cadavere d’ un uomo? Che cosa più orribile di un uomo morto? A chi fu in vita più caro l’amplesso, sarà più repellente l’aspetto in morte. Che cosa possono le ricchezze? Che cosa le magnificenze? Che cosa gli onori?”


(De contemptu mundi, edizione a cura di M. Maccarone, Lugano 1955. P.80) Opera pervasa di angoscia e disperazione, dai toni di allucinato e violento realismo, in cui il creato, più che nelle mani di Dio, sembra essere in balìa del Principe delle Tenebre, il De contemptu mundi conobbe uno straordinario successo fino al XVII secolo e, proprio per la visione che veicolava, finì per segnare l'Occidente cristiano fissando l’'idea dualistica della contrapposizione fra bene e male, spirito e corpo, ove il corpo stesso era il male, idea, questa, lontana dagli altri scritti patristici, espressione di una visione serena, ottimistica e luminosa della Chiesa. Nella celebrazione delle tematiche ascetiche, del disprezzo del mondo e della immaginifica cultura dell’Inferno, nello splendore della civiltà cortese, s’inseriscono anche, con estrema originalità, Les Vers de la Mort del monaco circestense Hélinant De Froidmont, che, staccandosi dalle convenzioni letterarie del tempo, non insistette, però, sui temi della dissoluzione del corpo o del sadismo infernale, limitandosi a sfiorarli con garbo, ma sul “personaggio“ Morte e sulla sua onnipotenza, alternando toni lirici ed espressioni proverbiali, ironia e affettuosa colloquialità. Nato a Pruneroi (Beauvais) nel 1160 circa, morto dopo il 1229, Hélinant, allievo di Radulfo di Beauvais (che a sua volta era stato allievo di Abelardo), cavaliere della corte di Filippo Augusto, si era dedicato alla vita frivola e dissoluta, per poi convertirsi, rinunciare alle lusinghe del mondo e ritirarsi a vivere nell’abbazia di Froidmont, e qui, monaco del convento cistercense, scrisse in latino sermoni, epistole, una monumentale cronaca, e in francese, tra il 1194 e il 1197, i Vers de la Mort, uno dei più singolari poemi della letteratura medievale, assoluto capolavoro della letteratura religiosa del tempo, di alta spiritualità e profondo valore poetico, destinato ad essere ascoltato, il cui motivo era stato annunciato nel V secolo da Euchère de Lyon, scrittore esegetico morto tra il 449 e il 455, che aveva abbandonato ufficio e famiglia per rifugiarsi nel monastero di Lérins (tra il 412 e il 420) e che era stato eletto vescovo di Lione tra il 431 e il 441. Tra gli scritti di Euchère de Lyon un’opera pure intitolata De contemptu mundi; tema comune nelle sue opere ed in seguito ripreso da innumerevoli autori, il disprezzo del mondo, perché, pure orribile, la morte non è paragonabile ai sostenuti tormenti da quelli che dimenticano che lei si avvicina. Massimo esempio di questa produzione letteraria in volgare, i Vers de la Mort di Hélinant, cinquanta strofe, ciascuna di dodici versi ottonari (seicento versi in tutto), sviluppa l’idea che la paura della morte è salutare, che la felicità non è di questo mondo, che bisogna distaccarsi dai beni materiali e preoccuparsi della salvezza dell’anima, sottolineando sempre la natura egalitaria della morte, che tutti e tutto spazza via. Attraverso una versificazione che, ossessivamente sottolineando la parola morte, diventa una vera e propria danza macabra, in un caleidoscopio di immagini e metafore, attraverso uno stile martellante,


visionario, allucinante, serrato, incalzante, sviluppa una serie di variazioni sulla morte, trasformata ora in sovrano assoluto, ora in cavaliere assetato di duelli, ora in baro, ora in cacciatore, ora in pescatore, e poi ancora avvocato, e barbiere , sempre su tutti, giovani e vecchi, ricchi e poveri, potenti e miseri, trionfante e vittoriosa. Il tema dei Vers de la Mort, la morte, regina del mondo, che di tutti s’impadronisce, non era nuovo (e fu l’identico tema delle danze macabre del XV secolo), ma Hélinant, rinnovando la grande tradizione profetica, seppe nutrirlo con una potente eloquenza ed un eccezionale talento visionario, offrendo una successione di efficaci immagini visive volte a destare le coscienze di quanti più uomini possibili, anche se i suoi strali erano prevalentemente rivolti contro coloro che, al suo tempo, si dedicavano ai piaceri materiali, in particolare gli epicurei e a coloro che praticavano la filosofia del carpe diem non preoccupandosi della salvezza dell’anima. Alimentata da un’autentica ispirazione, sostenuta da una lingua altamente espressiva ed energica, al tempo l’opera riscosse un grandissimo successo, come testimoniano i numerosi manoscritti pervenutici, le innumerevoli citazioni ed imitazioni nella cultura medievale (come i Vers de la Mort di Robert le Clerc) e l’esplicita testimonianza del letterato e frate domenicano francese Vincenzo di Beauvais (noto anche come Vincentius Bellovacensis); inoltre contribuì alla diffusione del macabro, ed alimentò, nella letteratura e nell’arte, i temi dell’Ars moriendi (la preparazione spirituale alla morte) e della Danza macabra (veicolando il principio dell'indifferenziazione e dell'uguaglianza sociale della Morte, che colpisce indistintamente ogni classe ed età) particolarmente diffusi in epoca tardo medievale, allorché maggiormente aumentò l’attenzione verso la morte, anche a causa delle ripetute distruttive epidemie di peste, come la “peste nera”, che resero tanto popolare il tema della morte nella sua valenza universale.

His temporibus in territorio Bellovacensi fuit Helinandus monachus Frigidi Montis, vir religiosus et facundia disertus, qui et illos versus De morte in vulgari nostro,qui publice leguntur, tam eleganter et utiliter, ut luceclarius patet, composuit...

“In quei tempi vi fu nel territorio di Beauvais Hélinant, monaco di Froidmont, uomo religioso e ricco di eloquenza, che compose anche nel volgare nostro quei Versi sulla morte , manifestamente pieni di eleganza e di utilità, che si leggono pubblicamente …”2


L'opera di Hélinant esordisce con un interessante prologo in cui l’autore descrive la personale condizione (è entrato in convento per il timore della morte e spinto dal bisogno di espiare i peccati compiuti; per alludere al convento utilizza l’espressione muer en mue, il verbo muer significa sia mutare che far la muda e mue significa gabbia) e chiarisce l’intento del suo canto della morte: suscitare il timore di Dio, esorcizzando così la morte stessa.

Morz, qui m’as mis muer en mue En celle estuve o li cors sue Ce qu’il fist el siecle d’outrage […]por ce ai changié mon corage Et ai lassi et gieu et rage[…]

Morte che in gabbia mi hai posto a mutar penne, in quella stufa ove il corpo suda ogni eccesso accumulato nel mondo […]per questo ho mutato il mio cuore E ho lasciato e gioco e follia […]3

Segue, poi (str. III-XXI), da parte dell’autore, l’invio della morte agli amici, ai potenti del mondo e al clero perché, spaventandoli, li induca alla conversione, ed anche perché porti il suo messaggio: non dimenticare l'approssimarsi della fine e preoccuparsi della salvezza dell’anima abbandonando l’attaccamento ai beni materiali e purificando i costumi.

Morz, qui en toz lieusas tes rentes, […]o l’en se seut empaluer: je vueil mes amis saluer


par toi, que tu les espoentes.

Morte, che in ogni luogo hai le tue rendite, […]che cerchi le strade e i sentieri In cui gli uomini vanno a impantanarsi: voglio salutare i miei amici per mezzo tuo, perchè tu li spaventi.

Morz, je t’envoi a mes amis, ne mie com a anemi […]car ta paors purge et saace L’ame aussi com par un tamis.

Morte, ai miei compagni t’invio, non come se fossero nemici, […]Perché la paura che ispiri purga e raffini L’anima, come attraverso un crivello. Tra la strofa XXII e la strofa XXXIX, abbandonata la forma dell’envoi, il discorso poetico non si rivolge più a dei precisi destinatari, ma diviene, variamente articolato, meditazione generale e universale, con riflessioni sul tema, molto sentito nel Medioevo, della mort sobite, la morte improvvisa, che può venire a sorprendere in qualsiasi momento, anche nel fiore degli anni, perciò è necessario che l’uomo si prepari per tempo a morire (il notaio fiorentino Giovanni di Buto, vissuto intorno al 1300, era solito annotare in latino sui suoi registri annuali una formuletta che, tradotta, così recitava: Ci sono tre cose che mi fanno star male, la prima è che so che morirò, la seconda è


che non so quando e la terza è che non so dove finirò.)4 e sull’egalitarismo della morte, che tutti indistintamente colpisce. Morz qui prenz çaus sodainement Qui cuident vivre longement […]Morz, tu abaz a un seul tor Aussi le roi dedenz sa tor Conm le povre dedenz son toit[…] Morte, che subitaneamente ghermisci Coloro che credono di vivere a lungo […]Morte, con un solo colpo tu abbatti Tanto il re nella sua torre Che il povero sotto il suo tetto[…] Segue (str. XXVIII-XXXIII), in un intenso crescente lirico, una sorta di variazioni sul tema della potenza della morte, capace di annientare tutti i valori umani e di sovvertire l'ordine del mondo, ma è grazie alla morte, però che si può, poi, determinare il vero valore di uomini e cose. Que vaut quanque li siecles fait? Morz en une eure tot desfait […]Morz mostre que niente est tot […]Morz est la roiz qui tot atrape, morz est la mains qui tot agrape tot li remaint quanq’ele aert[…] Cha vale tutto ciò che il mondo produce? Morte in un’ora sola tutto distrugge […]Morte mostra che tutto è nulla […]Morte è la rete che tutto imprigiona

Morte è la mano che tutto abbranca


E in suo possesso resta tutto ciò che afferra[…] Morz voit par mi voile et cortine, […]morz seule set et adevine com chascuns est a droit proisiez. […]morte vede attraverso tenda e Cortina, morte sola sa e indovin come ciascuno vada esattamente valutato.

Hélinant dispiega, poi (str. XXXIV-XXXIX), una serrata polemica contro gli uomini che non credono nell’altra vita e che non si negano sulla terra nessun piacere. Afferma che l’esperienza dei santi dimostra che dopo la morte Dio premia per l’eternità coloro che volontariamente hanno mortificato la carne e seguito i suoi precetti, ma punisce quanti si sono ribellati alle sue leggi. Morz, honiz est qui ne te crient, et plus honiz cui d’el ne tient fors ce que vie ne li faille[…] Morte, è uno svergognato chi non ti teme, e più svergognato ancora chi altro non paventa se non che la vita gli venga meno[…] Bien nos ont mostré tuit li saint, Qui tant furent por Dieu destraint, Que ce que Dieus dist n’est pas fable, Ne que n’est contrive ne faint Ce que sainte Escriture a paint De mort, de vie parmenable. […] Ben ci han mostrato i santi tutti, che tanti tormenti subirono per Dio, che quanto Dio dice non è una favola,


e che non è inganno o invenzione ciò che la Scrittura ha dipinto circa la morte e la vita senza fine […] Durissimo l’attacco di Hélinant ai ricchi e ai potenti che sfruttano i più deboli, come testimoniano le due vicende, inserite come exemplum, di Nerone e di San Pietro (nelle strofe XLIV-XLIX), ma dopo la morte Dio vendicherà coloro che sono stati oppressi e farà trionfare la vera giustizia. […]Car ce voit bien as ieuz chascuns Que meilleur de soi dampen aucuns. De Noiron, qui tant fu pechierres Fu damane mes sire Sainz Pierres[…] […]Perché salta agli occhi di ciascuno Che alcuni condannano chi è migliore di loro. Da Nerone, che fu un peccatore così grande, venne condannato San Pietro, mio signore[…] Tuit atendons comunement Primes morte t pius jugement[…] Tutti attendiamo-è comune destinoDapprima morte e quindi giudizio[…]

Il poema si conclude ricapitolando i temi principali sviluppati, ribadendo la necessità di fuggire i vacui e fatui piaceri terreni che conducono alla dannazione eterna, e con l’esortazione a non tardare a pentirsi e a purificare il proprio cuore per non incorrere nella vendetta di Dio. C’est repentir isnelement Et purgier soi parfaitement De quanque li cuers se remort. Qui ce ne fait devant la mort


A tart se plaindra et a tort Quant Dieus en prendra vengement[…] Fui, lecherie! Fui, luxure! De si chier morsel n’ai je cure, mieux aim mes pois et ma poree.

[…]ovvero pentirsi senza tardare E purificarsi perfettamente Di quanto al cuore rimorde. Chi ciò non fa avanti la morte, tardi e a torto si lamenterà quando Dio ne prenderà vendetta[…] Vattene vizio! Fuggi, lussuria! Di un cibo tanto caro non ho desiderio: maggiormente amo la mia zuppa e i miei legumi. I Vers de la Mort, opera tra le prime a rendere protagonista della scena la Morte personificata, parificatrice e livellatrice, immagine che grande fortuna ebbe nel tardo Medioevo, ed ancora nel corso dei secoli, anche nella letteratura dialettale (si pensi ai fortunati versi del secolo scorso del principe Antonio De Curtis,’A verità vurria sapè che simme/ ‘ncopp’ a ‘sta terra e che rappresentammo:/ gente e passaggio, furastiere simme;/ quanno s’è fatta ll’ora ce ne jammo!5 e ai suoi celeberrimi 'A morte 'o ssaje ched'è ? è una livella./ 'Nu rre, 'nu maggistrato, 'nu grand'ommo, /traseno stu canciello ha fatt''o punto / c'ha perzo tutto, 'a vita e pure 'o nomme /)6 e giustiziera sociale, scaturì certamente dall’esperienza personale di Hélinant (che dopo una vita frivola e dissoluta, aveva rinunciato alle lusinghe del mondo ed era divenuto monaco circestense), ma si inserisce anche in quel clima di cambiamento ideologico e sociale del XII secolo che portò la Chiesa a valorizzare il pentimento del singolo. A partire dal XII secolo, anche per contenere il dilagante edonismo diffusosi superate le paure dell’anno mille della fine del mondo, gli scrittori religiosi, attuando una sorta di terrorismo edificante, per suscitare la colpa e il pentimento, e convertire, attraverso le loro opere miravano ad incutere terrore premendo sulle componenti più oscure e irrazionali dell'animo (l’agonia del


moribondo, il terrore del trapasso, la decomposizione e putrefazione del corpo), insistendo con compiacimento ed abbondanza di particolari sugli aspetti più orridi delle tematiche macabre, provocando nei lettori orrore e paura. Hélinant, invece, rifuggendo dalla consuetudine, per convincere i suoi lettori a rinunciare alle vanità del mondo si avvalse di argomentazioni logiche e non di raccapriccianti e terrificanti rappresentazioni dell’aldilà, insistendo su tre temi fondamentali, l'approssimarsi della morte, la necessità di staccarsi dai beni terreni, il destino dell'uomo in un’altra vita, concludendo che nulla vale, né la potenza, né la ricchezza, meglio la vita semplice, modesta, umile (Mieuz aim mes pois et ma poree , “Maggiormente amo i miei piselli e la mia zuppa”)7. Il suo poema riscosse uno straordinario successo ed influenzò anche, in stile e contenuto, un altro genere letterario più intimistico, autobiografico, quello dei Congés (congedi, addii), scaturiti da un momento di crisi dell’autore, pure caratterizzati dalla ripetizione di un’invocazione ad inizio strofa (come il termine Morz, morte, utilizzato da Hélinant), similmente indirizzati ad amici e conoscenti, ugualmente sostenuti dall’intima urgenza di riflettere sulla caduca esperienza terrena e di aprirsi alla purificazione e alla conversione. (F. Santucci, “…Che quanto piace al mondo è breve sogno”, Kimerik, ottobre 2011, estratto dal libro)

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1)Vasari, Le Vite, Vita di Marcantonio Bolognese e d’altri intagliatori di stampe. 2) George Chastellain, Miroir de la Morte. 3) Il brano è tratto dall’Introduzione di Vincenzo Beauvais alla Flores Helinandi Frigidi montis monachi, antologia delle opere di Hélinant inserita nello Speculum historiae, XXX, in Hélinant De Froidmont, I versi della morte, Luni editrice, Torino 1994. 4) Medioevo, rivista 4 maggio 1997. 5)Totò, Riflessione. 6)Totò, ’A livella. 7) Vers de la Mort, str. L, v. 12.


I versi della morte