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L'ITALIA E L'ORDINE INTERNAZIONALE


OPERA OMNIA DI

LUIGI STURZO

PRIMA SERIE OPERE VOLUME VI11


PUBBLICAZIONI A CURA DELL'ISTITUTO LUIGI STURZO OPERA OMNIA - PRIMA SERIE - VOLUME OTTAVO

LUIGI STURZO

L'ITALIA E

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- - l

L'ORDINE INTERNAZIONALE'

ROMA 2001 EDIZIONI DI STORIA E LETTERATURA


Prima edizione: Giulio Einaudi Editore, Torino 1944 Seconda edizione: Giulio Einaudi Editore, Torino 1946 Ristampa della seconda edizione: Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2001

Il volume è stato realizzato con il contributo del Comitato Nazionale per lo Studio e la Valorizzazione delle Opere di Luigi Sturzo, Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, Ufficio Centrale per i Beni Librari, le Istituzioni Culturali e l'Editoria

O Istituto Luigi Sturzo EDIZIONI DI STORIA E LETTERATURA

00186 Roma - Via Lancellotti, 18 Tel. 06.68.80.65.56 - Fax 06.68.80.66.40 e-mail: edi.storialett@tiscalinet.it www.weeb.it/edistorialett


P I A N O DELL'OPERA O M N I A DI LUIGI STURZO PUBBLICATA A CURA DELL'ISTITUTO LUIGI STURZO

I I1 111 Iv V-VI VI1 VI11 IX X XI XII

I

PRIMASERIE: OPERE - L'Italia e il fascismo (1926) - La comunità internazionale e il diritto di guerra (1928) - La società: sua natura e leggi (1935) - Politica e morale (1938). - Coscienza e politica. Note e suggerimenti di politica pratica (1953) - Chiesa e Stato (1939) - La vera vita. - Sociologia del soprannaturale (1943) - L'Italia e l'ordine internazionale (1944) - Problemi spirituali del nostro tempo (1945) - Nazionalismo e internaziondismo (1946) - La Regione nella Nazione (1949) - Del metodo sociologico (1950) - Studi e polemiche di sociologia (1933-1958) SERIE: SAGGI - DISCORSI - ARTICOLI SECONDA - L'inizio della Democrazia in Italia. - Unioni professionali.

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Sintesi sociali (1900-1906) - Autonomie municipali e problemi amministrativi (1902-1915) I1 - Scritti e discorsi durante la prima guerra, (1915-1918) I11 - I1 partito popolare italiano: Dall'idea al fatto (1919) - Riforma statale e indirizzi politici (1920-1922) IV - Il partito popolare italiano: Popolarismo e fascismo (1924) V - I1 partito popolare italiano: Pensiero antifascista (1924-1925) - La libertà in Italia (1925) - Scritti critici e bibliografici (19231926) - Miscellanea londinese (1926-1940) VI VI1 - Miscellanea americana (1940-1945) VI11 - La mia battaglia da New York (1943-1946) IX-XIV - Politica di questi anni. - Consensi e critiche (1946-1959)

I I1 111 IV

V VI VI1

TERZASERIE: SCRITTI VARI I1 ciclo della creazione Versi. - Scritti di letteratura e arte Scritti religiosi e morali Scritti giuridici Epistolario scelto: 1. Lettere a Giuseppe Spataro (1922-1959) 2. Luigi Sturzo - Mario Scelba. Carteggio (1923-1956) 3. Luigi Sturzo - Alcide De Gasperi. Carteggio (1920-1953) 4. Luigi Sturzo - Aicide D e Gasperi. Carteggio (1920-1953) (ed. Morcelliana) 5. Luigi Sturzo - Maurice Vaussard. Carteggio (1917-1958) - Scritti storico-politici (1926-1949) - La mafia - Bibliografia. - Indici -


Agli amici d'Italia d i ogni paese appassionati delle bellezze della nostra terra della sua storia, religione, cultura, arte ma piri ancora dell'anima; del popolo laborioso, intelligeste, gentile, sinmro dedico queste pagine riconoscente.

Anche nei lunghi giorni oscuri

della tirannia e della tragedia mai dubitarono dell'ltdia

amarono e sperarono come noi.


L'ITALIANITÀ L'Italia, posta al e n t r o del Mediterraneo, con una lunghissima costa sui mari Tirreno, Ionio e Adriatico, con varietà di colture, accidentalità di suolo diversità di clima, mistura di popolazioni, ha sortito da natura ed ha maturato attraverso la storia, carattere e funzione propri, anzi una missione che non potrebbe meglio definirsi che con la parola stessa di « italianità n. I1 Mediterraneo è stato per i popoli del Levante, dell'Europa e dell'dfrica del Nord il centro di comunicazioni commerciali e culturali, di sviluppi e cicli di civilizzazione fino a che gli stessi europei poterono da un lato raggiungere l'India e la Cina, dall'altro, attraversando l'Atlantico, scoprire il continente americano, percorrere i mari sconosciuti, occupare altre terre, verificare la circonferenza del pianeta. Anche dopo la scoperta dei nuovi continenti, il Mediterraneo, pur con diminuita importanza commerciale e politica, restò sempre al centro dell'attività di gran parte del19Europa, Africa e Levante. La barriera che la Mezzaluna aveva messo alla civilizzazione europea nel mondo fu vinta a poco a poco, sia con le guerre, sia con la penetrazione e con le rivoluzioni dei paesi soggetti, sia con l'occupazione delle potenze occidentali di gran parte dell'Africa. Il taglio dell'Istmo di Suez compi l'opera, dando al Mediterraneo uno sbocco nel mar Rosso e congiungendolo cosi agli oceani Indiano e Pacifico.


I mari e i fiumi sono stati sempre i veicoli della civilizzazione; le terre bagnate ne sono stati i centri. Il Mediterraneo, dal lato europeo, conta tre penisole, oltre le isole grandi e piccole ad esse adiacenti: la Greco-Balcanica, 1'Italica e la Iberica: tutte e tre con il fronte verso l'Africa. Sono stati questi per secoli centri di cultura e di dominio. Impossibile immaginare posizione naturale piu favorevole per lo sviluppo dell'attività di popoli giovani e di civiltà nascenti. Ogni isola Egea ebbe i suoi miti, i suoi eroi, la sua poesia,.la sua storia; cosi i popoli greci, ionici, siculi, italici. La civiltà etrusca per quel che si può intuire, dato il mistero che l'awolge, ci rivela non solo un'elevata cultura e una tecnica d'arte (che del resto non mancava agli altri popoli mediterranei), ma uno spirito di speculazione che previene quella greca. Questo stesso spirito marca la civiltà dei popoli della Sicilia e dell'Italia del Sud, detta piu tardi Magna Grecia, dove la filosofia e la poesia greca hanno u n carattere piii intimo e piu speculativo. Allo stesso tempo l'Italia del Nord è abitata dai gallo-celti e partecipa alla formazione culturale e mistica del nord-ovest europeo. Roma divenne il centro del mondo allora conosciuto. Essa portò la civiltà'mediterranea al nord fino alle Gallie, alla Gran Bretagna e ai confini germanici, e all'est al19Ellesponto e all'Asia Minore. La funzione civile e politica del191talianel periodo romano fu in tanto importante in quanto partecipò della vita accentrata di Roma; cosi poté formarsi un'unificazione morale della penisola italica, che in seguito ebbe altri centri imperiali quali Ravenna e Milano. Intanto si era inserito nella civiltà greco-romana il fermento del popolo ebraico disperso in tutte le plaghe mediterranee. Da esso sorti il seme della religione cristiana, che, dopo due secoli e mezzo di persecuzioni, rinnovate, riacutizzate, estese in tutte le provincie dell'Imp.ero, arrivava ad ottenere col decreto di tolleranza del 313 il diritto del culto pubblico e della libera predicazione. Roma, poco dopo, fu abbandonata dagli


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imperatori: il senato continuò a sedere ancora là, quale appannaggio della città dominatrice del mondo, ma il senato non era altro che il ric+do del passato, mentre il papato dava a Roma la coscienza di essere la sede del cristianesimo. L'Italia, come brovincia dell'Impero, non poteva essere mantenuta una politicamente come lo era geograficamente. Parte andò sotto Bisanzio, parte restò sotto gli imperatori d'occidente, poi fu occupata e divisa da re barbari, che tentarono un'uaificazione militare. La storia di quei tempi è durissima. L'Italia ideale resiste, anche attraverso le divisioni politiche, le occupazioni barbariche, gli scismi religiosi. Anzi nasce un'Italia nuova, formata insieme alla tradizione greco-romana, dal cristianesimo e dagli iizvasori nordici che vi si sovrappongono, e, pur contribuendo nuove ehergie, ne restano assimilati. Tutta l'Europa è agitata da questo rimescolio di popoli: dall'Asia essi si dirigono verso l'Europa; dal nord si cerca il sud; dall'est l'ovest. L'Italia resta come punto ideale di convergenza nel conflitto di popoli in movimento e come laboratorio d i forze etniche e culturali. A parte Agostino che in certa ,pisa è romano e italiano, Ambrogio, Girolamo, Leone Magno, Boezio, Benedetto e Gregorio Magno sono in quei secoli e per i posteri i fari dell'umanità. Gli arabi maomettanizzati avanzano nel Mediterraneo e tentano la conquista delle penisole-bastioni d'Europa. I Balcani sono difesi daIl'Impero bizantino; l'Italia ha ancora per roccheforti Montecassino, Beneventò e Roma, quando la Sicilia è presa e la M a p a Grecia addentata; la Spagna soccombe in gran parte ed apre le porte all'invasione della Francia, arrestata dagli eserciti di Cado Martello e di Carlomagno. È l'epoca in cui emergono le città marinare italiane, dominatrici del Mediterraneo per lunghi secoli: Venezia e Genova, Pisa e Amalfi. Vengono in seguito, nella rinascenza del secolo XI, i comuni di terraferma con le loro democrazie in sviluppo, la rivendicazione delle libertà comunali di fronte a signori feudali e perfino a papi ed imperatori: le università,


indice della ripresa culturale, specialmente nel diritto e nella filosofia; le arti, già rinnovate ad esprimere la giovinezza spirituale delle popolazioni dell'Italia che emergevano dalla commistione di razze latine, slave, germaniche e arabe. Su tutto soffiava lo spirito del cristianesimo che, pel travaglio di tanti secoli, lottava e vinceva sulle tradizioni pagane di Grecia e Roma e su quelle dei popoli barbari. Mentre l'Italia pre-romana fu universale per la cultura e l'arte etrusca e greca, quella romana per la politica, l'amministrazione e il diritto, l'Italia post-romana fu universale per il papato, che attraverso Leone Magno, Gelasio I, Gregorio Magno e Leone I11 mantenne la tradizione latina come unificatrice. di tutto l'occidente e creatrice di nuova civiltà, mentre Benedetto iniziava e diffondeva ,quel monachismo che fu l'elemento decisivo delle varie rinascite medioevali in ogni parte d'Europa. Dallo stesso spirito di universalità latino-italiana .sorge l'idea dell'Impero prima con Leone 111, che incoronò Carlomagno, creando l'Impero franco-romano, che presto falli al suo scopo; e poscia con Giovanni I11 che in un momento di crisi, e certo senza grandi ideali e speranze, incoronando Ottone I, fece sorgere il Sacro Impero romano-germanico. È vero che la traldizione imperiale romana era stata sempre viva nella coscienza italiana; ma l'imperatore di Bisanzio era troppo lontano e ben distante anche per cultura ed interessi e il papato sentiva che non poteva resistere alla crisi di un'Europa cosi frazionata, in un continuo fare e rifare di confini, in lotte interne ed esterne, e per di piu sotto la pressante minaccia degli arabi musulmani e dei popoli nordici ancora pagani. L'idea di cristianità, come unità religiosa e culturale, si duplicava con quella di una federazione politica o dominio giuridico-militare; i due lumi: il sole e la luna, o le due spade: la spirituale e la temporale, erano i simboli di tale unificazione. L'Italia, « sede del papato e « giardino dell'Impero D, diveniva il luogo di attrazione e insieme, purtroppo, il campo di battaglie per lunghi secoli.


La rinascita comunale italiana fu unica nel suo tipo; fu il primo vagito di libertà, il primo esperimento di democrazia in ambienti cristiani, la prima larga e vivente realizzazione di arte popolare. I comuni italiani s'innestano nella concezione universale dell'impao e del papato, con personalità propria, parteggiando per l'uno o per l'altro, certo, secondo i propri interessi, ma questi vivificati e resi universali. Le lotte contro gli imperatori svevi: Federico I, Barbarossa e Federico 11, furono epiche e diedero lo stampo storico d ' A l t a e Media Italia, dove città ebbe una g a n d e storia. ogni comune era un regno ed *o, Intanto, al sud, i normanni, dopo aver cacciato gli arabi e vinto i greci, da minoranza dominatrice vi si acclimatizzano, vi si . assimilano e contribuiscono alla rinascita di attività e di arti, la cui fioritura architettonica resta unica col nome di arabo-normanna. L'universalismo della grande epoca italiana è segnato dalla reviviscenza cristiada, con Francesco d'pssisi, Tommaso d'Aquino, Bonaventura da Bagnorea, Dante Alighieri, Giotto. E poi 1'Umanesimo e la Rinascenza: quasi quattro secoli di filosofia, filologia, scieriza, poesia ed arte, nei quali i nomi di Petrarca, Boccaccio, Lbrenzo dei Medici, Ariosto, Tasso, Frate Angelico, Perugino, Leonardo, Raffaello, della Francesca, Michelangelo, Tintoretto, :Tiziano, Palestrina, Monteverdi, Colombo, Marsilio Ficino, Galileo e mille altri dànno l'impronta indelebile dell'universalità italiana. Anche l'Italia della Contro-riforma i: yiversale. Mentre la Rinascenza è universale per lo spirito di libertà, di cultura, d'arte e per la diffusione nel mondo colto della sua lingua, la Contro-riforma, opponendosi al, ripiegamento nazionalistico 'dei paesi di riforma protestante e al ripudio di ogni influsso esterno, ebbe il suo periodo di universalità non solo coi suoi santi (basta citare Filippo Neri e Carlo Borromeo), ma con la sua musica da Palestrina a Carissimi, a Scarlatti, a Caccini; con la sua architettura, il barocco, che aveva un gande interiore significato d'arte, e a capo un genio quale Bernini; con la pit-


tura, dai Caravaagio ai Tiepolo; con la filosofia, la platonica e la pre-razionalista, con Ficino, Telesio, Bruno e Campanella. Cosi anche in quel secolo xvir, che già segnava una decadenza, l'Italia, pur frammezzo alle sventure interne del dominio straniero e alle tirannie politiche, poteva ancora opporre la sua funzione universale nelle scienze, nella cultura e ,nell'arte. L'Italia continuò ancora per un pezzo la funzione di mediazione degli ideali artistici e umanistici della Rinascenza e quelli artistici e cattolici della Contro-riforma in Europa e perfino in America.

Tutto ciò ha il suo contrapposto. I1 senso di universalità, come il senso storico o il senso politico, non sono qualità della massa, ma delle élites. La missione di mediazione, non solo geografica ed economica, ma spirituale e culturale non è sentita da tutti, ma dai pochi, pur essendo realizzata dalla collettività. Le stesse élites si scambiano fra di loro mutualmente idee, attività, funzioni, ora in cooperazione ora in lotta. Le lotte stesse pigliano colori e passioni del momento, del luogo, dei partiti o fazioni, e come tali sono particolaristiche, mentre il loro si,pificato diviene o diverrà storicamente universale. Pertanto, l'Italia che dalla caduta dell'Impero romano fino al secolo XIX tanta parte ha avuto nello sviluppo della civiltà occidentale e nelle attività religiose, culturali, ~arfistichedella cristianità e dell'umanità, non è esistita che come un'unità ideale; mai come unità politica e nazionale. Prima del secolo XV, non si poteva parlare di nazionalità nel senso politico della parola per nessun paese europeo, non ostante che lingue e letterature volgari fossero già in pieno sviluppo in molte contrade. Le municipalità romane, i comuni feudali, i comuni liberi, le signorie erano state l e forme politiche del tempo. La differenza fra l'Italia e gli altri paesi stava i,n ciò che la Francia, per esempio, si andò polarizzando verso


la casa regnante piu forte, la quale, superando il frazionamento carolingio e feudale, centralizzò il potere politico, vinse l e fazioni, annesse o sottopose le varie signorie in cui era divisa l'antica Gallia, si che il regno arrivò a coprire la maggior parte del territorio che fu detto, per estensione, Francia. Ciò non ostante, il primo segno di vera vita nazionale in Francia è dato da Giovanna d'Arco che può ben dirsene la fondatrice. Cosi awenhe in Inghilteha con i Tudor, in Spagna con Alfonso e Isabella e piii tardi con Carlo V. L'Italia è troppa lunga e diversa; la 1iBngua è culturale mentre i dialetti sono il parlare comune ed arrivano anche ad articolarsi in espressione d'arte; l'Italia ebbe molti centri d i potenza autonoma, di storia propria, di vita intensa economica e politica. si che certi comuni del medioevo e della prima Rinascenza avevano in Europa l'importanza de& stessi regni del nord o dell'ovest: Venezia, Firenze, Genova, Milano, Torino, Roma, Siena, Napoli, Benevento, Palermo, - valevano bene o p u n a di esse un regno. Come poter mai pensare aU9unificazione politica? La particolarità locale si associava molto meglio all'universalismo occidentale di cui l'Italia viveva. Per giunta, dato lo spirito delle varie parti, un'Italia unificata non poteva idearsi né come una federazione, avendo ogni centro la sua politica e i suoi interessi; e nemmeno come un'unica monarchia, che avrebbe soverchiato tutti i singoli signori e le repubbliche storiche, e tolto al papa il suo territorio. Operazioni simili erano assurdi storici. L'istesso ideale di Machiavelli non corrispondeva con la realtà italiana di quel tempo. Per una federazione o unificazione occorreva una politica nazionale. Superate le lotte fra papi e imperatori che divisero l'Italia in guelfi e ghibellini, cominciarono le dominazioni straniere. Se da un certo punto di vista queste ebbero qualche funzione utile per la stessa Italia, allora cosi divisa e travagliata, si da formare delle unità piu larghe dei comuni medioevali, dal punto di vista dello sfruttamento economico e della soggezione politica, furono il peggiore evento che poteva capi-


tare ad un popolo. Una politica liberatrice non poteva essere fatta da stranieri e con l'appoggio degli stranieri. Ma nessun principe o repubblica italiana era allora cosi forte da contendere con la Francia o con la Spagna o poi con l'Austria. Cosi ora l'una ora l'altra finirono con imporre non solo l'occupazione di province, ma principi delle case reali europee ad esse legate da parentele vecchie e nuove; si che la loro politica si allineasse con quella di Madrid o di Vienna o di Parigi. La colonizzazione del Nuovo Mondo diede grandezza alla Spagna, al Portogallo, alla Francia, al1701anda, all'Inghilterra - e gareggiavano anche nel fruttuoso commercio degli schiavi mentre l'Italia andò rkhiudendosi in se stessa, e sola sopravviveva Venezia con i ricordi del suo passato e il residuo dei commerci del Levante. Se ancora l'Italia, già serva, produceva uomini di primo piano anche nell'arte militare, ma principalmente uomini di chiesa, statisti, poeti, pittori, musicisti, architetti, scultori, scienziati, giuristi ed economisti, ciò si deve ad una specie di ritmo naturale di un passato che non era morto, ma che anzi influiva sul periodo successivo dalla seconda metà del secolo xv11 in poi. Era il tempo quando poteri civili ed ecclesiastici, spesso in lotta fra loro per le questioni giuridizionaliste, erano uniti nel sospetto contro ogni novità intellettuale o politica. Ciò influiva a fortificare la stessa vitalità culturale .dell'Italia, onde il nuovo orientamento venne dato dalla Francia, dove le lotte fra giansenisti e cattolici produssero un forte distacco nella classe intellettuale dalla mentalità della Riforma e Contro-riforma e uno spirito critico si diffuse nel secolo XWII dalla Francia nell'Europa e in tutti i paesi civili. Ma mentre la Francia con Descartes deviava verso il razionalismo formale, in Italia sorgeva un colosso del pensiero, Giambattista Vico. Egli presagi i tempi nuovi, diede il senso alla storia e ne cercò le leggi, awiò la critica filologica al suo significato interiore, l'estetica al suo carattere universale; riprese la


teoria del diritto naturale inserendola in quella dello sviluppo di civilizzazione per mezzo della legge. La sua concezione filosofica, basata sulla realtà storica in un processo interiore involuto ma razionale, e sd'opera della prowidenza, sarebbe stata suiliciente a dare la giusta orientazione al pensiero moderno. Questo invece se,& la linea del razionalismo formale di Descartes,. del criticismo di Kant, dell'idealismo di Hegel e del positivismo di Comte, deviando nel suo cammino costruttivo. Vico fu contro Descartes in quel che questi toglieva alla realtà vivente, e poteva essere il cori-ettivo di Kant in quel che Kant sottrae alla ragion pura per adarlo alla ragion pratica; e piii che mai prevenne Hegel senza cadere nell'idealismo panteista, e pur platonizzando e combattendo l'astrattismo formalistico della scolastica dei suoi tempi, non si distaccò dal giusto realismo aristotelico-tomistico. Fu egli il tipo dell'italiano senza eccessi, vivente nella scia del pensiero classico-cristiano, rinnovandolo con l'orientamento storico moderno. Vico non ebbe fortuna: il suo pensiero fu male appreso e traviato in Italia e fuori. I cattolici ebbero paura delle sue arditezze e di qualcuna delle sue vedute non in linea con la tradizione; gli anti-cattolici ne utilizzarono le teorie, dimenticando la principale: l'azione della provvidenza. Infine, recentemente, oattolici ed idealisti lo rivendicarono per propria gloria. Il periodo di Vico era quello. delle piii grandi crisi: le stesse manifestazioni italiane di pensiero e d'arte, per quanto circolassero in Europa, non avevano piii la risonanza avuta nei secoli precedenti. Anche il papato, stretto dalle questioni di giurisdizione da parte delle monarchie assolute, assalito dagli enciclopedisti e dai riformatori politici e sociali, si tenne sulla difensiva, cedendo per pacificare gli animi e insieme mantenendo gli istituti del passato, che legavano il clero alla struttura sociale ed economica della classe aristocratica. Fra i vapi del tempo solo Benedetto X I V emerge per larghezza di vedute e altezza d'ingegno. Beccaria è l'ultimo italiano universale, il cui nome passa le Alpi come il primo della nuova era rivoluzionaria che si avanza.


Genovesi, flosofo ed economista, diviene noto solo attraverso l'ambiente francese; il centro della cultura internazionale si è trasportato dall'Italia alla Francia. Di là partirà la rivoluzione non solo francese ma europea; di là Napoleone deciderà per un certo tempo le sorti del mondo. L'ultimo italiano di spirito universale, benché di filosofia povera, è l'Alfieri; ma egli non arriva al livello artistico di Racine e di Corneille; il suo classicismo schematiw non è piu in tono con il gre-romanticismo che è alle porte. La sua voce rimase per l'Italia come una fiera protesta contro la tirannia e una spinta per l a libertà. Egli non fu solo: Panni a Milano, Goldoni a Venezia, e i riformatori teorici e pratici quali Romap o s i , Filangieri, Gioia, e molti altri precursori delia nuova Italia, cercano di far superare lo spirito servile, cortigiano, arcadico che aveva per lunga serviti morale e politica stemperato la fibra dell'italiano, abbassate le idealità delle classi colte e ridotta a nulla l'importanza politica della nazione.

Col ritardo di due secoli -e dopo le dure esperienze dell'occupazione francese dei rivoluzionari e di Napoleone, l'Italia sentiva maturo il problema della formazione nazionaIe, tanto piU che il congresso di Vienna aveva ribadita e riconsacrata l'occupazione austriaca del Nord Italia, e restaurati i piccoli sovrani legati alla casa ,degli Asburgo. Il principio d'indipendenza dei popoli e l'unificazione in nazione non poteva avere sorte senza la rivendicazione della libertà politica. L'Italia f u obbligata dagli avvenimenti e da1 suo stesso passato a combattere su tre fronti: quello politico contro l'Austria e i suoi satelliti; quello nazionale contro la divisione del paese in vari stati autonomi, i 'cui capi non volevano né perdere la loro sovranità né distaccarsi dall'Austria; quello costituzionale per la partecipazione del popolo aIla vita pub-


blica. A mesti tre honti se ne aggiunse un quarto, quello del papato, che, a parte ogni altra questione, era legato allo status quo stabilito con la restaurazione. I ,dirigenti piu influenti della politica vaticana di allora non vedevano nei movimenti per l'unità nazionale e l'ihdipendenza dallo straniero che delle congiure settarie, dei moti rivoluzionari e delle ideologie anti-cristiane. I1 ricordo della rivoluzione francese era in quei tempi piu dì quel che non fosse stata dopo la prima guerra mondiale, l'idea del pericolo bolscevico. Invece, nel suo ;complesso, le aspirazioni italiane erano legittime e accettate da uomini della piu alta reputazione anche cattolica quali Cesaì-e Balbo, Alessandro Manzoni, l'abate Rosmini, il teatino padre Ventura, e tutta la schiera detta dei neop e l f i (compreso Gioberti con le sue altalene), che volevano conciliare i diritti all'indipendenza e libertà del papato con quelli della nazione italiana, promovendo una federazione di tutti gli stati della penisola e insieme la liberazione delle province sottoposte a110 straniero. Naturalmente le correnti erano varie, i motivi diversi, i metodi anche opposti. Ma mentre l'idea di unificazione politica e di vita nazionale era particolaristica e non poteva essere diversamente, per il fatto stesso che ogni realizzazione storica, essendo limitata dal tempo e dallo spazio, è particolare i motivi e gli ideaji che dominarono il Risorgimento italiano erano universali perché umani. L'indipendenza e la libertà erano quelle per le quali prima dell'Italia avevano combattuto le colonie americane del nord e le latino-americane. Erano le stesse idee che mossero i greci a ribellarsi alla Turchia e a combattere guerre disuguali ed eroiche, dove accorsero dall'Italia e da molte altre parti del mondo i piu generosi volontari. La storia del Risorgimento è una pagina degna della tradizione italiana sia dal lato morale e politico, sia per il rinnovamento filosofico, poetico e artistico; in questo, i nomi di Manzoni e Verdi restano di fama universale, cosi come lo sono i principali attori dell'unità politica, Cavour, Mazzini e Gari-

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baldi. Ma se il mondo civile si ricorda i massimi nomi, e spesso li eleva a segni e a miti, conciliando periìqo le loro lotte e le loro opposte idee, gli italiani hanno il dovere di ricordare il gran numero di uomini degni di stima e anche di fama, che da ogni parte della penisola e con diverse ideabtà*politiche contribuirono al Risorgimento italiano e alla formazione della nazione in stato politico uno, con una coscienza morale. E se errori ci furono - in quale epopea storica non ci sono errori? - questi entrarono nella realtà degli eventi e divennero motivi di rimovellata attività. Una volta raggiunta l'unità nazionale, i problemi della politica .e dell'economia prendono il soprawento su quelli ideali. L'Italia nuova appare piu piccola dell'antica, gli uomini nuovi sembrano di una statura pi6 corta dei padri del Risorgimento; non ci sono guerre eroiche e martiri sul patibolo, ma discorsi in parlamento, burocrazie nei ministeri, profittatori negli appalti. Nord e Sud non s'intendono bene; la leva militare solleva i siciliani; il brigantaggio politico borbonico è il residuo dell'opposizione legittimista nelle province del regno di Napoli. La presa di Roma acutizza i rapporti fra stato e chiesa; la situazione finanziaria diviene grave; l'Italia è isolata nel mondo internazionale, dove sembra a prima vista un'intrusa. Ci sono coloro che perfino pensano che il nuovo regno non avrebbe che ben corta durata. Riandando oggi il periodo difficile che va dal 1870 al 1900, nel quale gli uomini del Risorgimento vanno sparendo, e gli epigoni non sono piir della stessa altezza, 'dobbiamo convenire che la seconda e anche la terza generazione politica serbarono fede alle sorti della nuova Italia, servirono il paese con sincerità e dirittura, anche sbagliando, e seppero unire gl'ideali di libertà con quelli di dignità nazionale, gl'ideali universali umanitari e pacifici con quelli d'interesse particolare. Con ciò non intendiamo misconoscere certi errori che diedero all'Italia nuova i giorni difficili degli stati d'assedio e le avventure coloniali, come pure la tinta anticlericale dovuta all'urto fra la nuova


Italia e il papato. Ne parleremo nei capitoli seguenti. Qui ci interessa notare che la crisi che l'Italia soffri, appena divenuta stato nazionale, n o i alterò gl'ideali con i quali sorse, né fece venir meno, nella classe di cultura, la partecipazione allo spirito europeo e universale che nel secolo XIX si era andato sviluppando pari passb con quello delle nazionalità particolari. I provvedimenti urgenti per il nuovo sistema d'istruzione popolare, il riordinamento delle scuole medie e delle università, furono in generale bene ispirati, con criteri equilibrati fra il classicismo storico e il tecnicismo moderno. Se non ci fossero state le esagerazioni positiviste e la cieca fiducia nel progresso e nello scientismo - cosa che non fu solo italiana ma piuttosto un'infeziohe generale della cultura occidentale nella seconda metà del secolo scorso - la nuova Italia avrebbe superato meglio la crisi intellettuale del tempo. Sventuratamente, la concezione stretta di una scuola di stato, la diffidenza (solo in parte giustificata) verso le iniziative libere, la tendenza ad identificare l'indirizzo diciale del ministero ~dell'istruzione con la corrente positivista, resero un cattivo servizio al paese e l'obbligarono a reagire con spirito certe volte partigiano. I1 livello medio culturale e artistico di quel tempo fu mediocre: i pochi che si sollevarono a fama europea nelle scienze, nel diritto, nella poesia e nell'arte venivano ancora dal periodo precedente. Manzoni tace; Verdi, invece, è ancora vivo e produce capolavori. Carducci insegna e poeteggia: col suo classicismo pagano egli passò per interprete della nuova Italia, e lo era solo parzialmente e non certo nel far rivivere la Roma di Tito Livio. Si sogliono oggi sottolineare le poche frasi religiose e le larghe aspirazioni universali, m e m e si discute di lui (come di Bergson) se negli ultimi anni si riconciliò con Dio pur nel segreto della sua coscienza. Nella musica si hanno nuovi - astri : Puccini e Mascagni girano il mondo, Perosi fa rivivere l'oratorio, Toscanini esprime il genio universale italiano nelle sue magiche interpretazioni. L'eredità del secolo XIX, quale lasciata in tutti i paesi ci-

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vili, fu un'eredità di fede nell'uomo, nel progresso delle scie-, nell'etica della libertà pura, nella dialettica della storia, sia idealistica alla Hegel, sia materialistica alla Marx. L'immanentismo toccò anche il mondo religioso, nei paesi protestanti con il cristianesimo liberale (ch'era l'ultimo sforzo per umanizzare la fede), e nei paesi cattolici con il modernispio (che accentuava la concezione naturalista nella storia dei dogmi e nella vita della chiesa). Il razionalismo liberale in Italia arrivò ai punti opposti: al positivismo da un lato, i cui esponenti di larga fama furono Ardigò in filosofia, Lombroso in criminologia, Pareto in sociologia, Ferrero in storia; all'idealismo dall'altro; con Antonio Labriola interprete originale del marxismo, Benedetto Croce rinnovatore dell'hegelianismo e il suo antagonista Giovanni Gentile sostenitore dell'attualismo. D'altro lato, il modernismo ebbe un certo seguito fra il giovane clero. I1 piu noto e persistente suo rappresentante restò Buonaiuti; mentre nel campo ortodosso si ebbe l a rinascita neo-tomistica, che riprese e migliorò lo scolasticismo aristotelico dell'epoca precedente a Leone XIII e che ebbe nuovo impulso dalla università cattolica di Milano. Toniolo fu l'esponente dell'economia sociale, della de-. mocrazia cristiana e della sociologia organica, ed ebbe molti seguaci. Nel campo degli studi giurijdici ed etici emerse e fu una grande speranza Contardo Ferrini. Nel diritto naturale Taparelli non ebbe seguaci né imitatori. Nella storia e filologia emergono monsignor Ceri-, i1 cardinale ~ a ~ e c b l a t r Nicola o, Festa e Gaetano De Sanctis. In letteratura i maqzoniani e i carducciani furono mediocri: l'abate Tosti fu piu poeta che storico, Fogazzaro emerse su tutti con personalità originale e fosforee n t e : oggi, tranne da pochi, può dirsi obliato da cattolici e da liberali, dopo essere stato segno di ammirazione e di lotta. Quel che oggi si vede a distanza di mezzo secolo, si è che la nuova Italia in quel primo periodo andò cercando se stessa. C ~ m in e tutti i periodi di trasformazione personale, cosi anche in quelle collettive, una specie d'involuzione è naturale che ci


sia, una specie di senso oscuro di essere meno di quel che si era stati, e una ricerca di nuove forze per rifar+ una nuova vita. La parte piu appariscente di tale vita nuova era la politica; vita collettiva intensa benché incerta, contrastata e senza chiare finalità. Questa è strettamente nazionale, direi quasi provinciale, data la gelosa cura di salvaguardare il recente acquisto dell'unità contro pericoli interni ed esterni, reali o ipotetici. Onde la tendenza universalista del pensiero e della coscienza italiana poteva dirsi smorzata dal nazionalismo (la parola ancora non è usata) che va fermentando. Ciò nonostante, sia per la 'formazione classica già prevalente, sia per un buon senso innato, sia per l'influsso cattolico (allora dominò per venticinque a ~ la i figura eminente e internazionale di Leone XIII), l'Italia, anche fatta a nazione politica, non smenti la sua vocazione due volte millenaria come elemento e fattore di universalità.

L'ITALIA E LA PRIMA GUERRA MONDIALE Dal 1870 in poi due politiche erano possibili per la nuova Italia: quella che allora fu detta del pié di casa o quella di gran& potenza. La prima era la piu popolare e nei primi anni del regio la piii opportuna, date le incertezze e. le difficoltà di assestamento. Se invece l'Italia avesse fatto allora una politica di awenture, occupato Tunisi, come volevano alcuni, accentuato il movimento per Trento e Trieste, preso parte pro o contro negli affari balcanici, poteva accadere (come si temeva da molti) un intervento combinato dell'Austria e della Francia, d'accordo con gli elementi clericali di qua e di là delle Alpi, per restituire Roma al papa e allo stesso tempo per arrestare o compromettere lo sviluppo del nuovo stato. Esagerati o no questi timori, l'Italia doveva rifare ancora la sua struttura economica e politica, doveva assestare le sue finanze, riorganizzare I'eser-


cito e la marina in proporzione alla sua posizione mediterranea. Per far ciò occorreva non solo del tempo, ma lo sforzo di superare l'isolamento in cui si era venuta a trovare dopo il 1870, e di stabilire rapporti normali con tutte le potenze europee. L'alleanza con la Germania e l'Austria nel 1882 sembrò una necessità, non avendo l'Italia altra alternativa, ,dato I'atteggiamento diffid,ente della Francia. L'alleanza non fu popolare, sia perché il paese era intellettualmente e moralmente inclinato di piu verso la Francia, nonostante il forte risentimento per l'occupazione di Tunisi, sia per la tradizionale ostilità contro l'Austria che ancora riteneva Trento e Trieste Era naturale che la Francia si risentisse del passo italiano; essa che nulla aveva fatto per un'alleanza con l'Italia, temette che l'alleanza con la Germania avesse delle clausole a lei ostili. I n realtà, nulla di piu lontano dal vero: l'Italia non si sarebbe mai imbarcata in una politica assurda e contraria al volere popo-

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l Le apprensioni verso la Germania vincitrice della Francia erano assai gravi in Italia. Gli stessi cattolici, niente favorevoli allora verso la Francia che faceva allo stesso tempo l'anticlericalismo i n casa e il clericalismo d'esportazione, erano assai piU preoccupati dal K u l t u r h p f di Bismarck e dalla prevalenza della Prussia luterana. Ruggiero Bonghi, uno degli uomini piU chiari della destra storica c amioo di ~Manzoni,scriveva dopo il 1870: a E v'è ancora chi osa affermare che nel carattere quieto dei tedeschi v'è da fare ogni afndamento, quando è pur chiaro dalla sua storia passata e presente che non vyè popolo piu facile ad inebbriarsi, piu tenace nell'ebbrezza sua, piu ossesso dalla presunzione di se medesimo, pi6 disadatto a distinguere nel desiderio suo quel che è giusto e quel ch'è ingiusto. Bisognav? che nell'Europa cotesto sole della scienza e della virhi germanica sorgesse a illuminare il mondo, perché tornasse in onore, professato con infinita impudenza dall'uomo di stato pi6 cinico e piU fortunato d'Europa (Bismarck) e da un'iniinita schiera di professori, il principio puro della conquista, e si sentisse dire da capo che non serve che l e popolazioni ripugninlo, tutta una generazione sarà tenuta sotto un giogo di ferro, e si aspetterà che ne succeda un'altra piii paziente o piU domestica o piU sommessa... » Verdi, che non era uomo politico, ma che rappresentava Popinione popolare, ha, ne1Ie sue lettere, passaggi ancora piU forti verso i tedeschi e larga comprensione dello spirito francese, anche in periodi quando l'opinione pubblica francese non era benevola con la nuova Italia.


lare. I1 trattato era semplicemente difensivo. L'Italia faceva un passo assai difficile nell'awicinarsi all'Austria; ma era prudente rimettere agli eventi futuri il ~roblemadi Trento e Trieste e intanto consolidare quel che da trentatré anni.si era con difficoltà raggiunto per l'unificazione territoriale, politica e morale del nuovo stato. L'intenzione di Berlino e di Vienna era quella di neutralizzare l'Italia in caso di conflitti europei e possibilmente averla alleata attiva sulla base di compensi. Onde l'Italia non trovò difficile, alla pri&a rinnovazione del trattato nel 1887, di fare introdurre l'articolo VII; per questo le tre potenze agermavano la loro volontà di cooperare per il mantenimento dello status quo in Oriente; però, se per gli awenimenti tale status :qzm «nel territorio dei Balcani, delle coste e delle isole ottomane, dell'Adriatico e dell' Egeo divenisse impossibile » e l'Austria o l'Italia dovessero procedere ad occupazioni temporanee o permanenti, esse si obbligavano a prendere ~ p r e c e in base al principio del reciproco compenso n. denti accordi Questo articolo fu sempre mantenuto nelle successive rinnovazioni del trattato-ed era in vigore all'inizio della guerra austroserba del 1914. L'Italia, benché tenuta come una debole ma non trascurabile assokiata, curava di essere fedele al trattato, senza per questo servire alle mire degli Imperi centrali. Pertanto, fu sua cura di avere buoni rapporti e stipulare accordi con le altre potenze. Dopo il periodo torbido fra Italia e Francia dovuto a malintesi e urti specialmente sotto il governo di Crispi, si passò a quello dell'intesa e ciò fu merito di Visconti-Venosta, uno dei piu illuminati uomini politici d'Italia. Egli mirò ad una politica internazionale di conciliazione, il che fu evidente ad Algesiras, per la sua azione mediatrice fra Germania e Francia. Se-', Prinetti, il quale, ai ripetuti timori della Francia, affermò esplicitamente che nel caso di aggressione o meglio di provocazione diretta contro di essa, l'Italia avrebbe osservato una stretta neutralità, e ripeté ancora una volta, ufficialmente, che

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nel trattato della Triplice non c'erano protocolli o convenzioni aggiunte che mirassero alla Francia. La prima grave prova del trattato nei rapporti dell'Italia con l'Austria si ebbe nel 1908, quando il governo di Vienna, senza informare quello di Roma e senza prendere gli accordi preventivi previsti dall'articolo VII, proclamò l'annessione della Bosnia ed Erzegovina. La reazione dell'opinione pubblica italiana fu vivissima. I1 ministro 'degli esteri di quel tempo, Tittoni, fece sforzi per attenuarla e cercò di compensarsene con gli accordi con la Russia, accordi che nell'anno appresso furono stesi per iscritto a Racconigi. La politica italiana dal 1900 in poi mirava a realizzare la conquista della Libia, che per accordi presi e rinnovati con le varie potenze europee era divenuta come la parte che le spettava in Africa del crollante Impero ottomano, e che era la contropartita di quel che Francia, Inghilterra e Germania avevano di già preso non importa sotto quale titolo. La colonizzazione italiana della costa africana del nord datava dall'inizio del Risorgimento, quando esiliati. e perseguitati politici trovarono rifugio non solo a Malta, ma in Egitto, a Tripoli, in Tunisia e in Algeria. Le& , una non indifferente emigrazione artigiana, agricola e commerciale, tanto piii facilmente accolta quanto minori erano le mire politiche del governo italiano. Questo si rifiutò nel 1882 all'invito dell'Inghilterx-a di collaborare per assicurare l'ordine in Egitto contro Arabi Pascià; cosi come precedentemente non aveva accettato il suggerimento di Bismarck di occupare la Tunisia, temendo un conflitto con la Francia che era già da lungo tempo in Algeria. L'impresa libica del 1911-12, motivata dall'invio di armi da parte del governo turco alla popolazione musulmana di Tripoli per aggredire la colonia italiana che allora vi fioriva, fu la conseguenza logica di dieci anni di politica mediterranea da parte dell'Italia. In tale occasione si vide chiaro ancora una volta come nonostante le intese, gli accordi e i trattati, al momento dato, le gelosie e gli interessi particolari di ciascuna potenza pigliano -


il soprawento. La Germania non voleva una piena sconfitta della Turchia (ch'era sua protetta), l'Austria si oppose a che la guerra fosse portata in Adriatico, dove la Turchia teneva forti basi di operazioni navali in Albania, la Francia mostrò chiaramente il suo malumore e l'Inghilterra forni armi al nemico. L'impresa libica diede occasione propizia alla lega dei paesi balcanici contro la Turchia. Ne segui la prima guerra e poi la seconda guerra balcanica, per le quali Serbia, Grecia, Rumenia e Montenegro ingrandirono i loro possedimenti, mentre la Bulgaria prima vittoriosa fu poi sconfitta; la Turchia riusci a ritenere la zona da Costantinopoli ad Adrianopoli e l'Albania ottenne l'autonomia e fu eretta in principato. h r a n t e la se- conda guerra balcanica (1913) il governo austriaco voleva in- " tervenire contro la Serbia e in base all'articolo VI1 del trattato si consultò con il governo italiano: Giolitti, allora presidente del consiglio, rispose che il trattato della Triplice i r a )difensivo e non offensivo e che l'Italia non sarebbe intervenuta in &erra. Ma quel che non avvenne nel 1913 fu purtroppo realizzato nel 1914. Era naturale, dopo il precedente del 1913, che il governo austriaco, non solo non prendesse accordi con l'Italia, ma mantenesse i1 piii stretto segreto circa la preparazione dell'aggressiane alla Serbia; e che durante il periodo che va dall'assassinio dell'erede al trono a Serajevo fino alla dichiarazione di guerra alla Serbia, rigettasse ogni intervento di potenze straniere e ogni consiglio pacifico: c'era già la volontà a'Vienna di occupare la Serbia, la cui potenza sembrava un forte pericolo per gli slavi del sud allora sotto il dominio degli Asburgo. Dopo che l'Austria entrò in guerra contro la Serbia e poi contro la Russia, il governo italiano il 2 agosto si dichiarò neutrale; e i giornali ufficiosi ne davano per motivo che la nota dell'Austria alla Serbia fu comunicata prima alla Serbia che all'Italia, nonostante l'obbligo fissato dall'articolo VI1 del trattato della Triplice e che tale trattato vietava all'Austria opera-


zioni nei Balcani senza accordi preventivi con l'Italia. Questa fu un'interpretazione &ciosa, accettata dalla maggioranza degli italiani; solo la ~ i c c o l ae rumorosa minoranza nazionalista dissenti e sostenne che l'Italia doveva marciare con gli Imperi cmtrali, non perché vi fosse obbligata ma per la tutela dei propri interessi. Austria e Germania se ne risentirono; l'Austria da principio negò che essa avesse avuto l'obbligo di consultarsi e concordarsi con l'Italia; poscia riconobbe che l'occupazione di province' balcaniche le dava l'obbligo di compensi all'Italia, onde cominciarono le trattative. Dall'altro lato, Francia, Inghilterra e Russia si rallegrarono della neutralità italiana, che del resto corrispondeva alle intese precedenti; e per la Francia ad espliciti impegni, onde l'Italia si guardò bene d'inviare truppe ai confini francesi sia i n Italia che in Libia. Questo giovò enormemente alla Francia, che fu cosi dispensata dal distrarre parte del suo esercito a difendere i confini italiani l . Allora era in gioco la sorte della Francia, proprio quando i tedeschi arrivavano a Compiègne (5settembre) e si sviluppava la fortunata resistenza della Mania (6-14 settembre). Poco dopo il ministro degli esteri che sostenne la tesi della neutralità dell'Italia, il marchese San Giuliano, moriva e gli successe Sidney Sonnino. l E strano sentire ripetere, tra l'una e l'altra guerra, da storici, giornalisti e uomini politici, inglesi, francesi e americani e perfino da parlamentari inglesi, che l'Italia nel 1914 mancò agli obblighi de117alleanza con gli Imperi centrali, e che, la politica italiana era indnta di machiavellismo. La gratitudine non è virtci politica; ma la ricerca della verità è dovere tanto degli storici quanto degli uomini politici che si occupano di fatti storici. La base della politica italiana nei Balcani durante tutto il periodo della Triplice alleanza fu sempre quella di mantenere al trattato il suo carattere difensivo. I1 motivo della neutralità italiana nella prima guerra era giustificatissimo. Che dire poi di certi giornalisti alleati, che in OCcasione della dichiarazione di guerra del governo Badoglio alla Germania nell'ottobre 1943 (dopo che i governi di Londra, Mosca e Washington riconobbero la cobelligeranza dell'Italis), vollero fare della crhica ingiusta dicendo che l'Italia aveva (C l'abitudine di tradire », e ricordarono la prima guerra mondiale.


L'Italia attese fino all'aprile 1915 per decidersi se continuare la neutralità o entrare in guerra; solo il 23 maggio denunziò formalmente il trattato della Triplice e dichiarò la guerra all'Austria, e poscia, il 26 agosto 1916, anche alla Germania. I1 periodo della neutralità fu necessario per la preparazione politica, finanziaria e militare; l'Italia era uscita da poco dalla guerra libica. Piti che altro era necessaria la preparazione dell'opinione pubblica. La corrente neutralista era forte, capeggiata da Giolitti e seguita dalla maggioranza dei socialisti con un buon rinforzo di 'cattolici di destra. L'Italia naturalmente cercava in tale congiuntura di risolvere il vecchio problema delle «terre irredente », Trento e Trieste. Ciò era legittimo tanto quanto lo era per la Francia la rivendicazione dell'Alsazia e della Lorena. Nessuno poteva contestare non solo l'italianità di quelle città e di parte delle loro province, ma neppure il fatto che per la politica austriaca erano state slavizzate delle terre di lingua e di storia italiana. Era inoltre legittimo che in un'Europa ancora armata fino ai (denti - dove l'influsso austro-tedesco non poteva minimizzarsi, anche nella ipotesi di una sconfitta - l'Italia si fosse assicurata i suoi confini, quali Dante aveva notato nella Divina Commedia e la natura aveva segnato con le montagne. Quel che non poteva essere tollerato da molti (e da chi scrive) si fu l'atteggiamento strettamente nazionale del governo Salandra in un periodo cosi internazionalmente gravido di conseguenze, e in questioni che toccavano i principi del vivere civile. Nel prendere possesso dell'intenm degli esteri, alla morte di San Giuliano, Salandra disse ch'egli seguiva le medesime direttive, aggiungendo che per mantenerle ci voleva K ardimento non di parole, ma di opere, animo scevro da ogni preconcetto, da ogni pregiudizio, da o@ , sentimento che non fosse quello dell'esclusiva ed illimitata devozione alla patria nostra, del sa-


cro egoismo per l'Italia ».Parole inconsiderate che isolavano il problema dell'Italia da quello del mondo. Quel sacro egoismo (non ci può mai essere un egoismo sacro) ci è stato rimproverato molte volte ed esso inficiò moralmente le giuste richieste italiane. Come la frase, cosi fu maldestra la condotta delle trattative. Per non eccitare di piii l'opposizione dei neutralisti, e anche per secondare certi gruppi nazionalisti, fu nècessità trattare con l'Austria sulla base di concessioni, promettendo in compenso la neutralità italiana per tutto il corso della guerra. La corrente int,erventista era contraria a tali trattative, che reputava indegne; era piii onesto e piii dignitoso rivendicare con le armi le terre irredente, anziché averle cedute come prezzo di neutralità che avrebbe vietato di correre in aiuto della Francia aggredita e appoggiare le rivendicazioni del Belgio e della Serbia già invase; i volontari italiani erano già in Francia. Questa fu la corrente che prevalse; ma l'insistenza con cui Sonnino volle precisati nel trattato di Londra tutti i compensi che si dovevano all'Italia a guerra finita, quasi fosse stato prevedibile come e quando la guerra sarebbe finita; la segretezza i n cui il trattato f u tenuto, anche a guerra incominciata e nei riguardi dell'America l (finché i bolscevichi lo resero pubblico); la pretesa di volere la zona dalmata che per nessun fatto poteva essere rivendicata all'Italia; furono questi tanti errori che pesarono molto sulla politica italiana. Si sa che il gioco diplomatico è quasi sempre ai margini della moralità comune ed arriva sovente ad oltrepassarlo; ma impegnare un paese in una guerra a fondo solo per poche zone di discutibile diritto e di assai poco rendimento, mentre erano in gioco l'avvenire dell'Europa e delia stessa Italia come paese libero e democratico, fu dovuto alla corta vista di Sonnino e alla incapacità di Salandra a solle-

' Wilson disse di m n avere avuto conoscenza del trattato di Londra; ciò fu vero per la conoscenza diplomatica ufficiale, non per la conoscenza reale e ulaica D.


varsi dai sentimenti nazionalisti e realistici ad una larga visione degli avvenimenti. Per fortuna ci furono coloro .che presto superarono le due fasi, la realistica e la nazionalista, e compresero quel che era in gioco nella guerra. Cosi poté formarsi la corrente di coloro che, contro l'opinione di Sonnino, videro chiaramente la caduta dell'Impero asburgico. la formazione ,delle nazionalità, 'l'affermazione della democrazia, la necessità di iina federazione o lega delle nazioni. Prima ancora dell'intervento americano e' della formul.izione di Wilson, in Italia, come in Francia, il fermento era vivo. Benedetto XV nella sua lettera ai belligeranti del lo agosto 1911 parla esplicitamente del disarmo, dell'arbitraggio, delle sanzioni, della libertà dei mari, della intesa economica, del tribunale supremo e cosi via. Fu a Roma che fu conchiusa l'intesa con le nazionalità dell'Impero austriaco, fissaudone i termini nel « patto di Roma D, ed il governo autorizzò la formazione in territorio italiano della legione cecoslovacra (aprile 1918). Mentre l'aiuto dato dal171talia ai serbi, montenegrini, macedoni e albanesi durante la guerra era stato notevole e fraterno. e il patto di Roma sollevava le speranze dei croati, sloveni. slovacchi e cechi, purtroppo la politica del governo circa la Dalmazia, Vallona e-Fiume sollevava dubbi, diffidenze e contrasti. + L'Adriatico cliiuso era un'idea antistorica; lo stesso come se gl'inglesi del secolo xx avessero pensato a riavere Calais perduta nel secolo XVI. Dal punto di vista commerciale, né Trieste né Fiume potevaiio avere vita se il loro retroterra fosse.stato bloccato da stati avversari al171talia. L'idea di Sonnino era che dopo la guerra sarebbe rimasta ancora in piedi un'Aiistria potente e per giunta nemica dell'Italia. Quindi egli correva ai ripari prendendo Dalrnazia, Vallona e l'isola di Saseno per fortificare l'imboccatura dell'Adriatico. Mantenere questa stessa visione a difesa dell'Italia, qiiando l'Impero austro-iingarico andava in sfacelo e anche dopo la sua caduta. aggravava, non aiutava la posizione dell'Italia. 2:,

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?.'uno ciò. era cliiaro per i democratici e i liberali e per il gruppo democrat,ico cristiano, ma non per i conservatori e i nazionalisti e per i molti che ignoravailo i problemi esteri. Sventuratamente l'atteggiamento dei socialisti, meno uomini intelligenti come Bissolati e Salvemini, fu sempre ostile alla guerra; e dopo la rivoluzione russa, fu bolscevizzante. P e i molti socialisti allora ogni problema particolare di politica era solo interesse borghese e intrigo capitalista. La 101-0 propaganda pacifista arrivò fino alle trincee di guerra.

Crisi nazionaliste e crisi pacifiste ce ne furono, durante la prima guerra mondiale, i n tutti i paesi. Fasi difficili di guerra, sconfitte, ammutinamenti negli eserciti e nelle marine, gloriose resistenze, avanzate meravigliose, ce ne furono in tutti i fronti. L'Italia segnava fatti di valore e di èroismo tanto fra i volontari in Francia che sui fronti austriaci del Trentino e dell'Istria, sui mari e nelle altre zone dove le forze italiane si trovavano ingaggiate col nemico. L'entrata in guerra dell'Italia avvenne in u n momento discile per gli Alleati, quando gli eserciti russi erano ricacciati dalla Galizia, gli eserciti tedeschi fortemente stabiliti sull'Aisne e la Lys e l'Inghilterra terribilmente impegnata nell'impresa di Gallipoli. Le operazioni italiane sulle montagne Giulie e Tridentine furono assai difficili, costose e di risultato non appariscente. Ma produssero il logoramento del nemico. La rivoluzione russa del 1917 sconvolse l a situazione clie 1-Entesn aveva guadagnata in tutti i fronti durante u n anno. L'offensiva pacifista del nemico trovò ascoltatori in tutti i paesi: l e classi operaie erano in fermento. Xon f u quello il momento giim adatto per l'iiiiziativa presa da Benedetto XV, nonostante che Ia diplomazia vaticana avesse cercato di preparare il terreno. Gli avvenimenti furono piu veloci a cambiare la situazione che non lo fossero i diplomatici. La lettera del Papa del lo agosto, che conteneva le vere basi della pace e proponeva opportune


soluzioni pratiche, cadde nel vuoto, non solo per l'opposizione che trovò in Italia, in Francia, in Inghilterra e perfino in America, ma anche perché l'opinione pubblica non era piii disposta a sentire voci di pace e gli Imperi centrali ldal loro lato tardarono a rispondere, essi che dovevano cedere su molti punti e che attesero prima la reazione ostile degli Alleati per giustificare la propria condotta. L'intervento americaiio aveva allora rialzato le speranze degli Alleati non solo materialmente, ma per l'accentuazione data ai valori niorali degli scopi di guerra, per I'idea che si combatteva allora l'irltjliia gcerra, sol che l'imperialismo tedesco fosse deiinitivamente schiacciato. Non passarono che pochi mesi e in Russia presero il potere i bolscevichi marxisti, cosa che fece una grande inipressione L' sulla classe operaia, tanto piii che non era cessata la propaganda pacifista, e uno dei capi socialisti italiani aveva lanciato il motto: A novembre m n pih ira trirzcea! Coincidenza triste, che non aveva vero rappoi-to di causa ad effetto, a fine ottobre gli italiani cedono senza combattere all'offensiva austriaca e abbandonano la zona di Caporetto. Questo nome è rimasto nella mente dei non italiani come un'onta del nostro soldato e un simbolo di tutta la guerra combattuta in Italia. E triste notarlo; ma l'ignoranza, l'antipatia, la gelosia o la creduta superiorità degli altri ci entrano per qualche cosa nella forgiatura dei miti. La causa della ritirata da Caporetto fu esclusivamente militare. Caporetto non fu né un tradimento dei capi, né un ammutinamento delle tmppe, né un atto di vilti del soldato italiano. Fu efYetto di sorpresa, dell'iniziativa del nemico, di insufficiente responsione dall'altra parte. Dei Caporetti non mancarono a nessun belligerante di qua e di là dei fronti; cosi come alla Francia non mancarono dei Sedan n& nei 1870 né nel 1940. Caporetto non è una vergogna italiana cosi come non lo è Sedan per la Francia. Con la differenza, che le linee italiane nel 1917 si rifecero subito sul Tagliamento, sull'Ieonao, sul Piave. Caporetto fu vendicato al Grappa e a Vittorio Veneto. La vittoria sull'Austria fu vittoria italiana; l'aiuto degli Alleati fii assai limitato, benché


niolto apprezzato. Lo spirito piibblico si riprese subito, non solo per la resistenza italiana che durò un anno dal 4 novembre 1917 ai 4 novembre 1918,,ma per due faitori morali iniportantissimi : i quàttordici punti di Wilson del gennaio successivo e la caduta già visibile del171mpero austro-ungarico e il trionfo delle nazionalità oppresse '.

La conferenza della pace non rispose nel17insieme allo syil' rito pubblico dei paesi vittoriosi. Mai nelle cose umane l a realt; può adeguare l'idealità; questa volta purtroppo la realtà fu allontanata, e di proposito, da117idealità. Clemenceau, Lloyd George, Orlando, preoccupati quasi unicamente della posizione dei rispettivi paesi, non furono pari al grave compito, e Wilson si trovò impreparato per mancanza d i reale conoscenza dei problemi e degli uomini d'Europa e per giunta in una posizione indebolita per l'opposizione isolazionista dell'dmerica. Oggi da tutti si dà addosso a Versaglia; non mancano ragioni per far ciò, benché gli errori commessi allora furono minori di quelli che le potenze alleate e associate commisero in seguito, specialmente dal 1931 al 1939.

' Mi sembra doveroso. a questo punto, ricordare che nella guerra d'Africa del 1895-96, il soldzto italiano, benché non sperimentato nelle guerre coloniali, m-ostrò coraggiso, affrontò sacrifici e morte senza venir meno al dovere e dand; spesso prova di indomabile eroismo. Amba Alagi è nota anche agli eiiopi come la tomba eroica del maggi'ore Toselli e dei suoi d u e m i ì ~ e piu soldati. I1 nome del maggiore Galliano è legato alla resistenza di Makallé. Ad Bdua fu la disfaita: ventimila contro centomila; errori politici. calcoli tattici sbagliati, rifiuto dei generali a ritirarsi in tempo; ma truppe eroiche che rrovarono la 'morte. Adua e Caporetto furono e sono uniti insieme perché la stampa italiana fu assai critica dei governi e dei generali: perché l'opinione pubblica impreparata nel primo casa volle subito il ritiro dall'impresa e la pace ad ogni costo; nel secondo caso (Caporettoj. pur resistelido, volle un'inchiesta parlamentare ( e ciò fu bene). Ma i l telegrariin~a dell'ipersensibie Cadorna aveva già alterata la verità di fronte a1 inondo.


In uiio si assonimano molti errori: nella esclusione dalle discussioni della codferenza dei rappresentanti dei paesi vinti. Quando anche si volevano applicare 'delle disposizioni gravi e s'intendeva far pesare la vittoria, era necessario che ciò fosse posto in confronto con le possibilità materiali e morali degli avversari; psicologicamente sarebbe stato di un immenso vantaggio la libera discussione fra vincitori e vinti; si sarebbe preparata cosi la via alla riconciliazione dei popoli. Quel che non avvenne alla conferenza, fu necessario che avvenisse dopo in condizioni psicologiche e materiali peggiori; si arrivò cosi al trattato di Locarno nel 1925 e al ritiro delle truppe dalla zona renana nel 1930 e agli accordi di Losanna e Ginevra nel 1932: ma era troppo tardi e di mezzo c'eiano stati l'occupazione della Ruhr, la svalutaziorie del marco, il rifiuto, dal 1930 in poi, di cooperare al governo repubblicano per urgenti provvedimenti finanziari e per alleviare la disoccupazione. Altro errore fu quello di destare le piu larghe speranze con l'istituzione della Lega delle Nazioni, e minarla fin da principio, sia per l'assenza degli Stati Uniti, sia per le prime violazioni dello spirito della Lega nel caso della Polonia e Lituania, delle deportazioni di popolazioni greche dall'Asia Minore e dalla Bi11garia, del bombardamento di Corfii e cosi di seguito. Terzo errore, l'aver fatto dissolvere l'alleanza di guerra, che doveva divenire alleanza di pace. L'America non solo non approvò i trattati collettivi di pace, ma trattò e segnò dei patti speciali con ciascuno degli stati vinti; l'Inghilterra rifiutò di garantire i confini alla Francia, come se potesse essere possibile disinteressarsi di una nuova guerra fra Germania e Francia; l'Italia, ferita nel suo amor proprio per le questioni adriatiche, irattò direttamente con la Jugoslavia2 con la quale arrivò ad ac(-ordarsi a Rapa110 nel 1920. Dippiu, essa restò disillusa perché nessun mandato coloniale le fu assegnato; né si arrivò a formulare gli accordi circa i confini libici, eritrei e somalici,.previsti dal trattato di Londra. Meno la Francca, i paesi vittoriosi mostrarono qi~asivergo-


gna dei loro atti, svalutandoli psicologicamente di Gonte al mondo. Per di piii, la Russia rivoluzionaria e i partiti socialisti e comunisti di tutti i paesi presentarono Versaglia come il friitto di un indomato imyerialismo, concezione borghese e reazionaria, in violazione dei piu elementari diritti del popolo che solo con la rivoluzione avrebbe dato la pace al mondo nel-campo sociale e in quello internazionale. Lo spettro della rivoluzione si affacciava siill'Europa e anche sull'America, e influenzò il corso degli eventi. L'Italia fu la prima a provarne le conseguenze. Idi struttura economica debole e politicamente agitata dalle correnti estreme dei socialisti rivoluzionari e dei nazionalisti esasperati, il paese subi scosse sopra scosse. La questione di Fiume, che doveva passare in secondo o terzo ordine, fu ingigantita e divepne questione nazionale: il colpo di d'Annunzio che occupò Fiume doveva restare fra le avventure letterarie, ma invece commosse l'opinione pubblica. D'Annunzio imitava Pilsudski con il colpo su Vilna; la differenza fra i due paesi fu che il gov-erno italiano per rispettare i trattati cacciò via da Fiume, nel Natale 1920, i propri cittadini e soldati a colpi di cannone; ma il governo polacco non si ritirò da Vilna ed ottenne una benevole tolleranza da parte della Società delle Nazioni. Fiume ebbe un seguito. Mussolini ideò i1 fascio conie un partito socialista. e nazionalista allo stesso tempo : la sua prima concezione prevenne quella del socialnazionalismo di Hitler, che dopo di lui iniziò il suo movimento di rivincita in Germania. I r i fatti l'iino .e l'altro ebbero questo di simile: appoggiarsi alla rivoluzione sociale delle masse e far leva con la gioveiitu per le rivendicazioni nazionaliste dell'Italia tradita (Mpissolini) e della Germania oppressa (Hitler). è La storia del fascismo italiano e ,del nazismo gerinanico stata scritta e riscritta e si tornerà a scrivere le cento volte, cercando i loro antenati per l'uno nelle compagnie di ventura del secolo xv o falsificando la storia dell'Impero romano; e per !'altro nei cavalieri ~eiitoni,o nei germani di Tacito. I1 meglio


è fermarsi a Versaglia e alta rivoluzione russa, cause pros~iinae per il fascismo, e trmare per il nazismo i suoi legami nell'immecliato passato bismarckiano e guglielrnino, cioè nella formazione dell'Impero germanico. Cosi si supereranno le teorie ereditarie, c1uelle di razza, di sangue, di suolo, i ricordi di Roma impariale, il materialismo storico di Marx, lo stato di Hegel e non si cercherà neppure la legge del complesso freudiano perché tutto ciò può esSere applicato a volontà a qualsiasi periodo di crisi collettiva, fatta in nome di miti antichi o moderni o rimodernati da qualsiasi capo-popolo o demagogo che emerge dai movimenti rivoluzionari. Mentre Hitler e Mussolini trovano la via per intendersi, il Giappone siipera anch7esso la crisi del dopo-guerra con un raf-.forzamento dell'elemento militarista ed imperialista e senza discorsi di palazzo TTenezia o di Norirnberga, ma facendosi strada con i commerci e con le avventure militari, si prepara alla prora suprema.

L71TALIA E LA SECONDA GUERRA MONDIALE Gli storici futuri faranno cominciare la seconda guerra nioiicliale o dalla aggressione giapponese nella Manciuria (1931). ovvero dalla guerra italo-abissina (1935), o dalla guerra civile in Spagna (1936); altri forse dall'occupazione del17Austria s dagli accordi di Monaco (1938); certo nessuno la farà cadere clal cielo al losettembre 1939- Non mancano oggi coloro che unendo la prima alla seconda guerra mondiale, parlano comunemente dell'armistizio dei venti anni. Tale idea è storicamente contestabile, perclié nel 1918 vi fu una vittoria totale degli Alleati sii tutti i fronti d i terra e di mare, furono segnati tratiati di natura definitiva e fu instaurato, con la Società delle Nazioni, iin niiovo ordine internazionale.


Si possono collegare i fatti sotto le categorie di cause ed effetti; essi solio' solo elementi del processo storico, che, nella Poro natura di condizionamento alle libere volontà degli uomini, potevano portare ad una rivoluzione pacifica come lian portato ad una nuova conflagrazione mondiale. La storia non è fabbricata con ipotesi, ma gli uomini ricorrono ad essa per invalidare la teoria della forza maggiore o della necessità fatale o del determinismo cieco. Se, a citare l'esempio italiano, la Società delle Nazioni applicava le sanzioni economiche in pieno, proponendo le militari se necessarie, senza tergiversare e facendo comprendere al governo fascista che l'intervento armato era deciso, la guerra abissina non sarebbe avvenuta, né Hitler avrebbe tentato I'occupazioiie della zona demilitarizzata del Reno e forse né Mussolini né Hitler sarebbero andati in Spagna a provare le nuove armi e la nuova tattica. La biforcazione delle politiche verso il riaqio da una parte e il disarmo dall'altra, verso la preparazione psicologica alle guerre di qua e verso l'acquietamento (in inglese appeaserne~it) di Ià, comincia con il compleìamento della rivoluzione fascista e l'inizio dello stato totalitario (novembre 1926), con la predominanza di Stalin in Russia (1927)' con la nazificazione della sioveiltu germanica e l'influenza di Hitler cull'elettorato maschile e femminile nelle varie elezioni particolari e generali in Germania (1927-1932); con Ia presa in mano' del potere in Giappone dall'elemento militarista e la eliminazione dei nemici con una serie di attentati e uccisioni (1929-1931); con le varie dittature che si produssero nei piccoli e medi paesi europei dal 1923 in poi; basta notare Primo de Rivera in Spagna, Pangaloss in Grecia, Pilsudsky in Polonia, Horthy in Ungheria, re Alessandro in Jugoslavia, Gomez de Costa e poi Carmona in Portogallo. Sono state tutte fasi di una rivoluzione nazionalista, antisociale e totalitaria che si è sviluppata in Europa, dopo gli esempi fortunati della Russia e dell'Italia. La prima, classificata rivoluzione del proletariato, ebbe il nome di boIscevismo, che u


perdendo il suo significato locale e russo restò a iiidicare iii Occidente i l comunismo anti-capitalista e ateo. La seconda si chiamò fascismo, che perdendo i caratteri di rivoluzione nazionalista e socialista, passò per reazione capitalista e anti-coniunista. Cosi fu ben detto che il bolscevismo era 1711 iascismo di sinistra e i l fascismo era un bolscevismo di destra. Rla ambedue erano in foiido nazioiialismo esasperato, chiuso a tutti i valori morali posti al d i là delle loro insegne (falce e martello o fascio), che soppiantavano i principi di libertà, diritto, religione. Le parole tota2itarismo e totalitario, che non si trovano nei vocabolari anteriori al 1925, furono formulate per l a prima volta da Mussolini, per indicare il distacco da ogni cosa estranea allo stato fascista e la inclusione in esso di ogni ragione d'essere dell'individuo e della collettività. Coloro che pensano la politica solo conie gioco d'interessi e influenze di potenza materiale, non potranno rendersi conto come poche idee senza seria base, né filosofica né etica, senza iiiteriio nesso logico, possano essere state cosi potenti sol perché ai ebbe l'abilità di trasformarle in sentimenti: sentimento di paura verso il bolscevismo, sentimento di sicurezza nella dittatura, sentimento di esaltazione nazionalistica, sentimento di rivilicita per le disillusioni della guerra (Italia compresa), sentimento d'impotenza nelle democrazie sfiduciate e soprattutto, per la crisi economica, allarme nelle sfere capitalistiche, che dal 1929 in poi temevano la perdita delle loro posizioni per i l montare delle classi operaie e l'agitarsi che queste facevano per la crescente insicurezza generale. Di tutto ciò si avvantaggiarono le tendeiize iiaziooaliste e totalitarie anche nei paesi democratici ben costruiti, quali Inghilterra. Francia e America. Sembrò, per un certo periodo di tempo, che gli esperimenti di Mussolini e di HitIer avessero favore non solo presso Watl Street e la City di Londra, presso l a grande stampa internazionale, ma anche iiei niinistei-i degli esteri dei paesi democratici dove si doveva essere attenti e consti di yneI che andava maturando nel mondo.


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varie guerre clie ebbero luogo dal 1931 al 1939 erano tutte, volere o no, orientate verso la grande guerra firiale, il duello h a paesi totalitari e paesi democratici, sia come sistensi oli ti ci in contrasto, sia come forze antagoniste pel dominio del mondo. Onde, benché nessuna di tali guerre, prese in singolo. portasse necessaria~iienteal cocflirro mondiale, la loro coilcatenazione fu sufficiente a preparare il clima psicologico per lo scoppio della presente guerra. La struttura iilternazionaie non è cosa che possa essere irnprovvisata iil un giorno, né clie possa cambiarsi di punto in bianco; essa è il prodotto d i lunglii processi. di continui sforzi, d i ripetute esperienze e insieme di occasionali adattamenti. Poiché ancora l'umanità non è arrivata allo stadio di una com~inità internazionale con carattere permanente e con sii6ficienir: autorità, basta poco ad alterare l'equilibrio fra le divcrse potenze. Se l'Europa poté passare qiiaraiit'anni senza guerre fra i1 1871 e il 1911, ciò fu non per meiito di un uoino o per influsso di una stella, ma perché, nonostante tutto. I'equili1)rio su cui poggiava la politica di quel periodo non fu troppo alterato a vantaggio d i un gruppo e a danno dell'altro. si da creare la psicosi di p e r r a presso quelle potenze che si credevaiio in grado d i ottenere una rapida e sicura vittoria. La forniazione dell'fmpero germanico prussianizzaio, riunendo sotto un coniando unico il maggior blocco nazionale. e 17iinificazione clell'Italia. avevano già turbato in Eiiropa i rapporti di potenza. 11 riavvicinamento della Germania al17Au*tria, I'ipdeholimento della Turchia e l'entrata dell'Italia nella Triplice alleanza. resero neoessario il riawicinamento della Francia al171nghi'iterra e alla Russia. Cosi si delinearono le forze del primo conflitto europeo e poi mondiale. Bastarono le piccole guerre locali 'della Libia e dei Balcani perché l'equilibrio instabile fosse rotto, e la psicosi di guerra invadesse .gli Imperi centrali. Lo stesso processo è avvenuto per la seconda guerra nrondiale. Tutti sapevano beneZquanta fosse la deholezza della So-


cietà delle ìiazioni; una nuova istituzione, e di tale portata, non prende ossa in pochil mesi. Ma tutti sapevano che dietro vi erano Francia, Inghilterra e gli altri paesi stanchi della guerra e desiderosi di pace. I paesi vinti erano nel170rlbita della Lega, meno la Germania che vi entrò tardivamente (1925) e si dibatteva fra correnti opposte, le comuniste, le nazionaliste e l e hitleriane o nazionalsocialiste, che minavaiio la repubblica di We:'niar. Lo spettro della vecchia Germania si vedeva ricomparire dietro Streseniann e dietro Hindenburg, e nessuno pensava che Mussolini fosse un pericolo, anzi egli veniva accontentato nelle sue scorrerie di Corfii e di Fiume (1923-1924). L'America, estranea alla Società delle Nazioni, aveva preso l'iniziativa per il patto del Pacifico e per la coilferenza navale, che ebbero buon esito; sembrò che questo dovesse essere il primo inizio di piu larghi successi. Ma proprio i l prinio grave scarto accadde nel Pacifico e il primo insuccesso fu quello della limitazione degli armamenti navali; perché la convenzione decenilale di Washington ,del 1921 non poté essere rivedura e rinnovata per i dissensi. fra le varie potenze nella successiva conferenza di Londra, mentre nello stesso anno, 1931, il Giappone. violando il patto del Pacifico, occupava la Manciiiria e ne creava un regno teoricamente indipendente, ma in realtà subordinato a Tokio. Sia dal punto di vista del patto del Pacifico, sia da quello della Società delle Nazioni, l'America, l'Inghilterra, l a Francia e l'Olanda, con o senza l'intervento di altri stati non direttamente interessati, dovevano impedire un atto simile e ridurre i l Giappone a ragione. Le loro flotte unite insieme superavano piii di due volte qiiel~ladel Giappone. Si ricorse ai rimedi verbali: inchiesta prinia e deplorazione dopo da parte della Società delle Kazioni. I l Giappone ne usci sbattendo la porta: ma ritenne i niaiidati delle isole Gilbert, Marshall e Caroline e continiiò a mandare i rapporti a Ginevra. mentre segretamente le iortificava, cosa che era proibiti dalla regola del mandato. Coloro che credono che le cause materiali sono quelle che


vaIgono5 e niinimizzauo I'iml~oi.taiiza delle idee e degli stati à'auirno che derivano dalle idee, hailno avuto in questo secolo delle dure smentite. La debolezza degli stati operanti in nome della Lega delle Nazioni a sostenere i principi su cui fu basata, sembrò cosa da nulla, ma gli effetti furono incalcolabili. La Manciuria veniva la quarta dopo Vilna, Corfu e Fiume; ma fu Ba piii grave: la Cina, stato membro della bega, fu privata arbitrariamente di un gran territorio e lasciata senza difesa in una guerra impari. Era un precedente che « fece stato », come dico:io i yiuristi. Altri dovevano seguirne l'esempio.

II generale De Bono, nelle sue memorie africane pubblicate dopo la conquista dell'Abissinia con prefazione di Mussoliiii, fissò al 1932 la data quando egli ricevette l'ordine dal suo capo di preparare la guerra che poi scoppiò (scoppiò è il motto d'uso) tiell'ottobre 1935. Si noti la coincidenza: nel 1932 il Giappone creava lo stato- del Mancliukuo e lasciava la Società delle Nazioni, nel 1932 Hitler aveva i primi larghi successi elettorali e von Papen e Schleicher si succedevano nel cancellierato gerrnanico per preparare la via al nazismo. Nessuno può dire che Mussolini perdeva tempo! Ciò nonostante, gli storici continueranno a datare la guerra abissina dall'incidente di Ual-Ual (dicembre 1934) e dalla visita di Laval a Roma (gennaio 1935) quando il miiiistro frailcese sistemò le questioni con 1'Italia circa i confini libici, sullo stato degli italiani in Tunisia e sulla ferrovia di Gibuii; questioni che pendevano fin dal 1919. -4110 stesso tempo Laval diede mano libera a Mussolini di agire in Ibissinia. Guerra durante, non cessaroilo i tentativi di combinazioni; sorse cosi il cosiddetto progetto Laval-Hoare che pareva fosse già stato fatto d'intess ufficiosa con Mussolini; ma questi lo rigettò quando seppe che l'opinione pubblica inglese vi si era solle-


vata contro violenteniente. E mentre &Iussoiini coiitii11i6 la guerra a fondo contro 17Abissinia e la soggiogò in otto mesi, Francia e Inghilterra contarono sul logoraniento delle forze dell'Italia, anziché sulla resistenza politica ed economica della Lega. A cose fatte. non solo 1'1talh restò nella Lega e nel Consiglio (dove aveva un seggio permanente), ma le sanzioni furono presto ritirate senzd contropartita, il negiis perdette oltie che l'impero la rappresentanza legale a Ginevra, il governo fascista costitui l'impero dell'Africa Orientale e al titolo del re a,'auiunse quello vistoso di imperatore. Mancava il riconoscimento di diritto da parte delle dazioni societarie, e questo fu dato, una dopo l'altra, compresa la Gran Bretagna. Non l'America: essa non aveva adottate le sanzioni, onde continuò a conimerciare con l'Italia; ma allo stesso tempo aveva posto l'enibargo sidle armi. cosi che neppure l'abissinia poté averne. Non è il caso, ora, d'incriidelire contro i Cliamberlain. i Simon, i Samuel Hoare, e i loro antecessori, Baldwin, Macdonald, cosi come in Francia contro Tardieu, Laval, Daladier e lo stesso Blum (fu proprio lui a proporre a cose fatte d i togliere le sanzioni contro l'Italia senza contropartita); costoro e molti con essi erano già presi dalla politica dell'appeasement, e non vedevano altro mezzo per evitare la guerra che cedere e cedere. Quel che avvenne fra il 1936 e 1939 è noto a tutti. Hitler, dopo aver lasciata la Società delle Sazioni e aver fatto naufragare la conferenza del disarmo, non Iia piu r i t e p o ; le clausole militari di Versaglia non esistono piu per lui. L'avvertimento delle potenze riunite a Stresa nell'aprile del 1935 dovette fare su Hitler un'impressione sommamente ridicola cosi come i3 voto successivo della Società delle Nazioni con la minaccia di provvedimenti generici. Quando il momento opportuno si delineò, non solo aiutò l'Italia nella sua resistenza alle sanzioni. ma nel marzo 1936 rioccupò militarmente la zona demilitarizzata del Reno. La Francia invece di mobilitare e marciare. com'era silo diritto e interesse. protesta: I'InjIiiIterra se ne lava le mani:


i! Belgio vede crollare il suo sistenia di difesa internazionale e cambia politica, per la neutralità vigile e armata. I1 trattato di Locarno, su cui era basata la pace con la Germania, affonda in pochi giorni. II coIpo è riuscito. Coloro che anche oggi vogliono far passare la rivolta dei iiiilitari di Spagna come un fatto interno e una difesa preventiva per la temuta rivoluzione rossa, non tengono conto dei primi accordi presi fra generali spariioli e governo fascista a Roma nel 1934, né degli scopi di Kitler di provare in corpore vili le nuove armi e la nuova tecnica, mentre di fronte al mondo egli e il suo compare diveitiva~iocampioni dell'anti-bolscevismo e guadagnavano le simpatie dei cattolici di tiitto il mondo. Se si lia cura di esaminare i fatti e verificare le date, si vedrà che la rivolta di Franco precede l'assalto alle chiese e l'uccisione dei preti e frati (metodi non nuovi nelle guerre civili di Spagna), e clie l'invio degli aeroplani italiani, atterrati in zona francese nell'Africa del nord, è contemporaneo alla rivolta di Franco e quindi ordinato e organizzato in precedenza per essere pronto al momento dato. Con dir.ciò non si scusa né la propaganda rivoluzionaria dei rossi, né il dissolvente anarchismo di certi partiti spagnoli. Ciò non poteva provenire dalla reazione del momento, né dalla diffusione di foglietti bolscevichi, ma era l'effetto di un ben lungo e secolare distacco antisociale e anti-religioso di certi nuclei lasciati in preda agli istinti primitivi. Alla occasione propizia, quale quella di una rivolta militare appoggiata apertamente dal clero e sostenuta dai nuovi crociati Hitler e Mussolini, le passioni popolari fecero eruzione. Fu una sventura clie tranne i1 cardinale di Tarragona, il vescovo di Vitoria, il clero basco e altri pochi, tutti gli,altri si tro~~assero coinvolti nella rivolta militare di Franco. Le vittime, quasi tutte innocenti, furono uccise a migliaia, frati, preti e suore e le chiese bruciate e gli altari profanati. Ma bisogna anche aggiungere la lista delle vittime operaie e repubblicane uccise per mano dei militari, dei falangisti, dei partigiani spas o l i , o fritti morire in pri,'oione. u


Si accusò la chiesa; ma che cosa iacevano Inghilterra e Francia? Lasciavano chk le masse operaie e i di sinistra *astenessero i repubblicani, e intanto mettevano l'embargo sulle armi, si dichiaravano neutrali e si cullavano nelle discussioni del comitato di non intervento istituito a Londra (non piu a Ginevra) per salvare capra e cavoli. Se Francia e Inghilterra non lo volevano, la repubblica spag~iolanon sarebbe caduta. Ma Fraiicia e Inghilterra vollero i l successo di Franco, perché entrava nel piano già concepito da Chamberlain di un'intesa europea, dando a Hitler e a Mussolini tutto quel che desideravano, per comprare ,da loro la pace l . Cosi Ginevra fu messa a tacere: Pu celebre l'iiiierruzione di Chamberlain alla Camera dei Comuni, quando, di fronte alla insistenza di un deputato per ravvivare la Lega delle Nazioni, disse, seccato: Lega, lega, è una parola da' pappagallo! » E %n la fine: Eden s'era dimesso sulla questione dell'intervento italiano in' Spagna e Chamberlain s'era affrettato a stipulare con Musoolini il nuovo patto del Mediterraneo (aprile 1938) che Sarà utile ricordale. a questo punto, I'iniziatiba presa dal comitato inglese per la pace civile e religiosa i n Spagna (presieduto da Wicliham Steed e del quale l'autore faceva parte), d'intesa con altro simile a Parigi presiedpto da Jacquek Mantain e cwn un terzo pure a Parigi esclusivan~ente spagnolo presieduto da A. Mendizabal. Si era formulato un pinna di arniistizio fra le parti be!li~erauti in Spagna &n delle condizioni di carattere internazionale da essere appoggiate dall'lnghilterra e dalla Francia. Si aveva l'impressione che in quel momento una pressione inglese sul governo fascista non sarebbe siata vana. Era il periodo quando si trattava tra Londra e Roma il patto del ,Mediterraneo e Chamberlain doveva recarsi da Musuolini. Il progetto fu inollr3to in marzo I938 a lord Halifax, allora ministro degli esteri: rna Chamberlain rifiutò di farne parola a Muusolirni. né di trattare con lui la pacificazione della Spagna. Rdn era solo iifussoiini a volere la caduta della repubblid. era anche Chamberlain che metteva tale avvenimento come unaadelle pietre del suo edificio europeo. Perché i l lettore non confonda (come si fa) il governo di Xegrin nelle mani degli estremisti, con la repubblica, si noti che i sudderti comitati non parteggiavano aurante la gneara civile per otto dei due fronti, ma lavoravano per quella pacificazione re1igio:a e civile che neppure oggi è stata raggiunta in Spagna.


faceva il paio con il patto navale stipulato prinia coli Hitler. Allo stesso tempo l'Austria era occupata senza che né le potenze né la Società delle Kazioni avessero protestato. Anzi 1'1nghilterra stessa, continuandò nelle cessioni, spediva in Cecoslovacchia il famoso lord Runciman, che doveva preparare cosi bene lo smembramento di quell'infelice paese. Monaco resterà come un nome di vigliaccheria e d'infamia: Hitler vi trionfò a buon mercato, Mussolini ne fu il « disinteressato » sensale, l'uomo che non cercava che la pace. Natnralrnente Benes, l'interessato che doveva pagare, non fu presente, e la Francia, clie aveva un patto con la Cecoslovacchia e un altro con la Russia, non pensò affatto di adempierlo e colisenti che questi due paesi fossero tenuti fuoyi della conferenza a quattro, mentre si trattava di cose clie toccavano i loro stessi interessi. Conseguenze: la Polonia porta subito via alla Cecoslovacchia Teschen e propone una vera alleanza germano-polacca; la Germania iiel marzo 1939 domanda il ritorno di Danzica e del Corridoio intanto che occupa la Boemia-Moravia e ne forma il protettorato; in aprile denunzia il patto $idieci anni con la Polonia, stipulato nel 1934 (accordo che segui l'infelice patto a quattro proposto da Mussolini che fece correre a Roma Macdonald e Simon)); ancora in aprile 1939, anzi il venerdi santo. l'Italia fascista occupa l'Albania, senza proteste da parte di nessuno, salvo l'allusione nel discorso pasquale del papa. Se1 maggio successivo viene stipulato a Milano il «patto di ferro che unirà l'Italia alle sorti della Germania; segue tosto il Glaypone: cosi l'asse Roma-Berlino-Tokio è completato in tempo per la nuova grande guerra. Ancora un passo: la neutralizzazione della Russia. L'Inghilterra si era affrettata a garantire l'esistenza della Polonia, a offrire alla Rumania le sue buone grazie (c'erano gl'iiiteressj dei pozzi di petrolio), a riprendere contatti con la Russia per far rivivye i patti e le intese precedenti che erano stati modifìcati a Monaco pochi mesi prima. Ma la Polonia rifiutò di dare


alla Russia passaggio attraverso il proprio territorio nel caso che l a Germania l'avesse attaccata: era impossibile, con tale opposizione, arrivare ad un nuovo accordo fra Inghilterra, Francia e Russia. D'altro canto sembrava che Mosca richiedesse il consenso o il disinteresse di Parigi e di Londra nel caso di occupazione degli stati baltici. I1 certo si fu che Stalin e Molotov portarono alle lunghe i rappresentanti democratici mentre se la intendevano con Ribbentrop, arrivando all'accordo del 23 agosto. La guerra mondiale incominciava col settembre 1939: l a Germania invadeva la Polonia mentre lnghilterrà e Francia erano obbligate ad accettare la sfida. La propaganda italo-tedesca, quella spagnola, quella irlandese, tutti i fogli antisemiti del mondo, accusarono l'Inghilterra di aver voluto la guerra a scopi imperiali: un nuovo duello per gli-interessi territoriali ed economici del mondo. Era ben chiaro allora, e l o è di piu anche oggi, che Neville Chamberlain ed i suoi collaboratori di tutto potevano essere incolpati, tranne che d i una guerra imperiale. Costoro avevano fatto tutto in loro potere per evitare la guerra. Tanto era vero che solo Hitler volle la guerra, ch9.egli aveva tutto pronto: piani, eserciti, armamenti, nuove invenzioni e nuova tattica; l'Inghilterra andava in ,auerra con pochi soldati, con poche armi di vecchio stampo; proteggeva l'impero con presidi insficienti: ecco tutta la preparazione per una guerra di conquista.

Dopo Monaco, Chamberlain stesso confessò che la guerra era inevitabile e occorreva prepararsi. Ma le popolazioni dei paesi democratici non erano preparate alla guerra, perché ciò che crea la psicologia di guerra è sempre l'aggressione, la guerra di conquista o di riconquista, la rivincita. Inghilterra e Francia quindi non potevano sentire la guerra. Allo stesso tempo, Inghilterra e Francia si sentivano al sicuro da ogni aggressione: gli

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uomini di governo e i capi militari credevano che per tenere Hitler a posto bastassero la linea Maginot e il blocco navale: essi contavano sulla difensiva. E se la Polonia cadeva vi era per essa il muro neutrale della Russia. È vero che si temeva della sorte dell'ungheria e della Rumania e quindi dei Balcani, ma si contava sull'esercito orientale per difendere le possessioni franco-inglesi. Non erano le forze navali del Mediterraneo nelle mani alleate? Nella prima valutazione di guerra fatta da Parigi e Londra, l'Italia era messa fuori conto. Il a patto di ferro » di Milano che saldava l'asse Roma-Berlino non veniva ritenuto una grave minaccia. Quel ch'era noto agli antifascisti, non era compreso dai governi interessati; Mussolini seguendo il suo stile alternava a Roma e Parigi parole rassicuranti e affermazioni ostili. I vari Chamberlain e Daladier accettavano le parole rassicuranti e facevano dire alla grande stampa che le affermazioni ostili erano per uso interno. Quando Mussolini8dichiarò la neutralità gli Alleati respirarono: non mancarono gli elogi, e certi giornali francesi vollero paragonare la neutralità italiana del 1914 con quella del 1939, senza awertire che la prima era benevola alla causa alleata e non ammise mai per un momento la possibilità che l'Italia fosse unita in guerra con gli Imperi centrali; la seconda, invece, era malevola alla causa alleata e non ammetteva la possibilità che l'Italia fosse unita in guerra con Londra e Parigi, anzi ammetteva, per il patto di Milano, l'intervento in guerra in unione con Hitler. L'Italia usciva allora da due guerre, l'abissina e la spapola (a parte l'avventura albanese), e l'esercito mal rifornito aveva bisogno di tempo a prepararsi. Si parlò di tre anni concessi al171talia a tal fine. Quando Hitler, senza awertire l'alleato, aggredi la Polonia, il giovane Ciano ebbe a dire che ciò preveniva il tempo fissato. Si credeva a Roma, e forse a Berlino, che, suggellato il fato della Polonia, divisa d i nuovo fra Germania e Russia, Parigi e Londra avrebbero tentato un compromesso, un'altra Monaco per fermare la guerra. Cosi si spiega la frase di Bfussolini che la questione po-


lacca era finita: la questione pie larga, quella del dominio del mondo, poteva rimandarsi di qualche anno ancora. Ma poiché gli Alleati non la pensarono cosi, Mussolini continuò a prepararsi pel passo decisivo, chiamando il secondo periodo d'attesa quello 'della non-belli~ercmzza,frase che piacque ai giornali e che è entrata nel vocabolario e nella storia. Naturalmente, la non-belligeranza comportava che l'Italia facesse alla Germania tutti i favori possibili, fino al limite di non voler provocare un intervento ostile dall'altra parte. Gli agenti fascisti abbondavano nei due paesi in guerra, lo spionaggio a favore di Hitler era esercitato senza ritegno. La propaganda fascista si serviva di tutte le frasi: l e seduttrici, le minacciose, le addormentatrici, le adulatrici, le menzognere. Bisognava convenire che in quel -.periodo molti in Francia e Inghilterra amavano di essere ingannati. Continuava ininterrotto lo stesso stato d'animo che in Francia impedi di prendere di fronte Mussolini e la sua cricca, neppure quando si seppe delle mene fasciste con i cagoulards; mai si volle che venisse a galla il nome di Mussolini nel processo contro gli uccisori di re -4lessandro di Serbia e del ministro Barthou; e si seppelli, per la stessa ragione, il processo contro gli assassini dei fratelli Rosselli, uccisi in Francia nel 193'7. Per il francese di destra, il francese burocratico, il militare di professione, Mussolini era sempre considerato l'anti- L doto del comunismo e in fin dei conti l'uomo che poteva, volendo, dir di no anche a Hitler, come quando mandò alcune divisioni sul Brennero a impedire la presa dell'Austria. I fatti successivi non contavano, perché la grande stampa francese li metteva sul conto deLZa sinistra e del blocco popolare, e dell'ostilità della sinistra francese verso Mussolini per la guerra abissina e per l'intervento in Spagna. E mentre MUSsolini non mancava di eccitare il partito fascista per Nizza, Savoia, Corsica e Tunisi, rivendicazioni che si sarebbero potute ottenere solo in una guerra contro la Francia, governo, capi di esercito e.etampa francese facevano ancora credito a Mussolini, fino ai primi del 1940, della sua benevola non-belligeranza


e rifiutavano di accettare le proposte degli italiani immigrati in Francia di formare una legione italiana come fu nel 1914. Quando la Parigi ufficiale volle aprire gli occhi, era già ben tardi: e molti degli italiani che s'iscrissero per servire la Francia sui campi di battaglia ebbero la sorte di cadere nelle grinfie di Vichy, del170VRA e della Gestapo. Si suole anche oggi ripetere la frase di Roosevelt del colpo di pugnale alle spalle dato da Mussolini alla Francia. La frase è inesatta: il fascismo cominciò la sua politica anti-francese nel 1927 (facendo gridare nelle strade: Nizza, Savoia, Corsica e Tunisi! sostenendo certa stampa diretta ad attirare il popolo della Corsica agli ideali fascisti. Riprese questa propaganda appena dopo Monaco, perché contava o di spaventare la Francia con le parole o di preparare l'opinione pubblica per la guerra. Alle parole fasciste rispose Daladier con il suo giro trionfale in Tunisi e Corsica e il suo Jamais! Ma se la guerra doveva venire per togliere alla Francia Tunisi e ~o;sica, Nizza e Savoia, non sarebbe stato un duello fra Italia e Francia, ma una guerra d'insieme e d'accordo con Hitler. L'intervento di Mussolini nel giugno 1920 non fu il colpo di stiletto alle spalle; anche Mussolini fu sorpreso dalla rapida avanzata di Hitler, e non volle che Hitler fosse il solo a godere della vittoria sulle democrazie. Scrivo ciò non per difendere Mussolini, ma per dare la giusta prospettiva storica ai fatti, e mostrare quale sarebbe stata, al contrario, la posizione di un'ltalia democratica come nel 1915, alleata con la Francia e l'Inghilterra. Ma tale Italia dexnocratica, che combatté il fascismo dal 1922 al 1926, e che fu ridotta al silenzio con l'esilio, il confino, il tribunale speciale, le violenze delle squadre armate, non fu ,mai nota ai governi di Londra e Parigi, anzi fu zwersata, come quella che invano ricordava che le sorti delle democrazie sono legate insieme, e che nessuna si regge da sola, se manca la solidarietà spirituale e la libertà per tutti.


Uno dei fatti storici piii interessanti che varrà la pena di studiare a fondo è stato quello dell'incomprensione generale del fascismo. Spesso è stato sopravvalutato fino all'inverosimile: a il fascismo che ha ridato l'anima agli italiani; novus ordo della società; pietra angolare della pace europea D; altre volte invece ridotto a diversivo interno della politica italiana, buono per un popolo che ha bisogno del bastone, delle parate continue, dei grandi discorsi e dei grandi gesti. Anche durante la guerra, nei paesi anglo-sassoni si è assistito all'inconcepibile atteggiamento di caricare tutte le colpe sul nazismo o piuttosto sulla Germania, e di attenuare, anzi evitare, le critiche al fascismo. Per giunta ci sono stati coloro che hanno avuto cura d'insistere sulla innocuità (del fascismo, meglio sulla utilità di un fascismo temperato alla Salazar o alla Pétain o alla Franco; infine anche un Otto di Asburgo può accettare una specie di fascismo democratico o democrazia fascista, che ricorda il povero Dollfuss e l'infelice Schuschnigg. La voluta o inconscia ignoranza della natura del fascismo ha aspetti ridicoli. Un tempo, prima della guerra, certi cattolici esaltavano Mussolini e mettevano in sordina il fascismo; durante la guerra si tacque per un certo tempo il nome di Mussolini o si accoppiò (vada pure)! con Hitler, e si dava risalto al fascismo o al semi-fascismo (parola nuova che corre anche oggi in America). Costoro, in fondo, fanno una confusione enorme tra regime fascista, che è un fatto modernissimo, e regime autoritario, ch'è del passato, e di un passato che non torna piu, quale fu quello dei re paternalisti e dei monarchi illuminati del secolo XVIII. Oggi l'alternativa è derno~razi~a o dittatura. Le forme intermedie saranno degli ibridi di poca durata che cadono perché sterili. Pétain fece furore presso certi ambienti quando cancellò: Libertà, Eguaglianza, Fratemità e pose le altre: Lavore. Fami-

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glia, Patria, quando sciolse i sindacati liberi (compresi .i sindacati cristiani) e tentò di costituire le corporazioni di stato; quando aboli il parlamento e o , ~ consiglio elettivo, per avere delle commissioni di nomina presidenziale. Tra Pétain, Dollf~ss, Schuschnigg da una parte e Mussolini dall'altra c'è questa differenza che è fondamentaIe pér capire bene la storia d'Italia degli ultimi venti anni, che per Mussolini il fascismo non fu una convinzione o una fede, ma solo una tecnica, la tecnica del potere. I n questo Mussolini faceva il machiavelliano, nel senso corrente della parola. Come tutte le tecniche, cosi il fascismo non fu subordinato a nessuna teoria fissa e immutabile (in ciò il gesuita Tacchi-Venturi che fu per lungo tempo in contatto con Mussolini era nel giusto). Mussolini creò i1 fascismo come strumento suo personale per arrivare al potere e per mantenersi al potere e per allargare il potere da nazionale a imperiale. A questo scopo l'idea della guerra è stata la base del fascismo come è stata la base del nazismo. Impossibile raggiungere alcuno degli scopi voluti senza l'idea della guerra e senza una gioventu militarizzata. Mussolini cominciò con la guerra civile contro socialisti e popolari, e continuò a organizzare tutto, economia compresa, allo scopo supremo della guerra. I n questo ambiente la frase classica di Baussolini: quel che è alla donna la maternità è all'uomo la guerra, aveva il suo pieno significato. Pétain, l'uomo dell'armistizio a tutti i costi, Salazar, l'uomo della ricostruzione economica del Portogallo in regime di neutralità, sono (o sono stati) uomini di convinzione e han creduto al loro metodo come sostanza etico-politica per il bene del popolo: hanno errato, come errarono DolFss e Schuschnigg, ma non per mancanza di convinzione. Non metto Franco allo stesso livello perché questi è stato un prodotto di guerra nella ibrida unione di Hitler e Mussolini. I1 fenomeno è pi6 complesso e meriterebbe una discussione a parte l . Tutti costoro, in ciò sono l

Cfr. LUIGISruazo, Church and

Stote,

Bless, Londra, pp. 512-15.


avessi ]da Mussolini perché han creduto al fascismo: Mussolini, no. La sua caratteristica è stata quella di non essersi mai fissato ai principi; gli è mancato l'istinto della coerenza. Mentre c'è . ancora all'estero chi, leggendo oggi il primo programma fascista del 1919 e trovandovi affermazioni socialiste, anarcoidi, anticlericali, repubblicane e anti-statali messe insieme, crede che quegli era un altro Mussolini, non il monarchico, filo-cattolico, antibolscevico, corporativista degli anni seguenti. Il punto centrale, che ci rimette in cammino sulla valutazione del peso italiano nella @erra, sta nel fatto che Hitler solo senza l'Italia non poteva tentare una guerra mondiale. Nei cinque anni dal 1934 al 1939,si ebbe una rivoluzione segreta, vista solo da coloro che avevano la conoscenza degli uomini e del. perché agivano. Né l'occupazione militare della zona del Reno, né l'intervento in Spagna, né la presa dell'Austria, né la distruzione della Cecoslovacchia earebbero stati possibili se l'Italia si fosse opposta. Ma poiché la Germania non avrebbe potuto dare né territori europei, né colonie, né supremazia sul mare, né Suez, né Gibilterra, né Malta, né Tunisi, cosi occorreva fare l a guerra a quelli che avevano in nome di quelli che non avevano, al capitalismo pseudo-democratico in nome del fascismo autarchico. L'idea fissa di Mussolini era che la Francia era marcia, che l'Inghilterra era invecchiata e che l'America era isolazio- .nista: le condizioni piu adatte, anzi ideali, per tentare una guerra audace per la conquista del mondo. L'Asse nacque da questa idea. Dall'altro lato, che in Francia ci fossero molti segni di decadimento, o piuttosto di paura e di disgregazione a destra e a sinistra, non può negarsi. Ma è da escludere che a guerra iniziata la Francia volesse la disfatta pur di fare saltare la repubblica; questa idea venne e fu coltivata da uomini quale Pétain solo quando la disfatta arrivò alle porte; e fu presa come buona occasione per rifare una Francia secondo il loro ideale, non misurando affatto che una disfatta accettata senza avere resistito quando resistere si poteva e doveva, non può mai co-

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stituire la fase catartica della ristaiirazione morale di ,mpaese. Alla Francia accadde nel 1940 lo stesso d i quel ch'era accaduto all'Italia nel 1922: la caduta della democrazia per la crisi latente della classe dirigente, catalizzata da una grave sorpresa non prevista, che abbatté tutte le facoltà 'di resistenza. Un fenomeno sociale questo né eccezionale né nuovo. Ma non è a credere che anche in tali momenti il condizionamento soverchia l'attività individuale e crea il fatalismo storico. Niente è fatale nella storia. Se in Francia vi fosse stato un Churchill al posto di Reynaud, la Francia era salva. Se Lebrun non ascoltava Lava1 e andava subito, come aveva deciso, a Casablanca, la situazione era salva. 11 solo de Gaulle\ (Orazio sol contro Toscana tutta, direbbe Dante) non bastò a evitare il disastro ma salvò l'onore del suo paese. La storia non si fa con l e ipotesi; ma le ipotesi giovano a chiarire la storia. Se Lebrun non cedeva (lui solo con parte del suo governo), tutta la letteratura post-factum sulla crisi e sul marcio della repubblica francese sarebbe stata evitata; anzi si sarebbero cantate le lodi alla resistenza nelle piu estreme difficoltà. Cosi al contrario, se l'Inghilterra invocava una pace di compromesso (come si disse aveva proposto Chamberlain e l a smentita non convinse}, ovvero se Hitler da Parigi procedeva contro l'Inghilterra, avremmo avuto, oltre tutto il disastro, una grande produzione politica, sociologica, etica, per dimostrare che Francia e Inghilterra erano già in sfacelo e le loro democrazie avevano portato i relativi paesi al disastro. Questa l'opinione che il fascismo cercò di diffondere in tutto il mondo per venti anni. I n ritardo, oggi si dice che questa era propaganda. La tecnica di Mussolini prima, e di Hitler dopo, era quella della propaganda per indebolire l'awersario e poterlo meglio colpire. Propaganda purtroppo abile dal loro punto di vista, che è servita a falsare i valori etico-politici del mondo intero e a creare la piu grande tragedia dei secoli. Per questo il 10 giugno 1940 Mussolini poté dichiarare la guerra alla Francia e all'Inghilterra e 1'11 dicembre 1941 anche aIl'America.


L'ITALIA E GLI ALLEATI fazioni sul confine franLa guerra italiana, dopo le cese terminate con l'armistizio del giugno 1940, aveva per campo obbligato l'Africa. L'occupazione della Somalia inglese e l'avanzata in Egitto con la presa di sidi-el-~aranifurono i primi contatti fra italiani e inglesi, mentre nel Mediterraneo le due flotte cominciarono le loro schermaglie. Dopo la breve offensiva italiana segui la controffensiva inglese che riportò gli italiani in Libia. Vollero questi fare a Bardia un'eroica resistenza, ma fu inutile e in poco fu perduta la Cirenaica. Allo stesso tempo gli inglesi avanzarono in Eritrea e portarono la guerra in Abissinia. 11 sistema del nuovo impero italiano nell'Africa orientale poteva reggere o con un'hghilterra amica ovvero con un poderoso esercito in Libia capace in poco tempo di prendere l'Egitto e di occupare Suez. Venendo meno ambedue le ipotesi, l'Italia non poteva che trascinare una guerra di piccole risorse, h o a che il nemico (cioè l'Inghilterra) per altre cause e su altri fronti fosse completamente battuto. L'Inghilterra, contro ogni aspettativa, resistette nelle ore piu oscure del secondo semestre 1940, si che Mussolini per una di quelle a intuizioni » di cui non solo Hitler aveva il privilegio, decise di muover guerra alla Grecia. Invece di avere l'Egitto in un mese credette poter avere la Grecia in minor tempo e quindi riprendere la campagna contro l'Egitto da due parti. DippiU, egli voleva avere in mano un pegno quale la Grecia, che gli servisse a controbilanciare la pressione di Hitler sui Balcani. Ma la guerra greca gli andò male. Non si marca abbastanza il coraggio del governo di Metaxas, non tanto ad affrontare il nemico con le armi, dato che difendeva il proprio suolo, quanto nel preferire di restare dal lato dellYInghilterranell'ottobre 1940,

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dopo la caduta della Franeia e prima ancora della rielezione di Roosevelt. In confronto alla Grecia, la Francia di Pétain sembra miserabile. Si è fatto spesso, sui giornali alleati, un confronto fra l'esercito greco e l'italiano, a danno di quest'ultimo, ma la differenza era principalmente psicologica. Il greco difendeva la patria e sapeva per che cosa combatteva; l'italiano aggrediva senza aonvinzione, senza precedente psicologico, senza preparazione financo militare, e aggrediva un piccolo paese che mai aveva fatto male all'ftalia, e per il quale tanti italiani si erano battuti e avevano dato la vita durante il secolo XIX. Chi non apprezza questi stati d'animo non può capire affatto cosa sia la vera Italia senza la maschera fascista. Per di pi6, tanto il comando militare, che era contrario all'impresa, quanto il governo fascista ,non s'immaginavano di trovare cosi forte resistenza; ne è prova che i primi contingenti italiani non erano equipaggiati per l'inverno da passare in zone montagnose, spesso coperte d i nevi. Si contava, a quanto parve, sui Quisling greci e su certe spie che forse avevano intascato il denaro per sé, vedendo che dandolo agli altri coii-evano il rischio della prigione o della fucilazione nella schiena. Tutto sommato, Mussolini fu male intrfcato in Grecia, in Libia, in Eritrea, in Etiopia e in Somalia. Hitler dovette accorrere in suo aiuto in Grecia prima e in Libia dopo, lasciando che l'impero dell'Africa orimtale subisse il suo fato. Cosi avvenne che la Grecia fu vinta, e quindi- anche la Jugoalavia che si schierò con gli Alleati dopo essersi sbarazzata del reggente Paolo e aver insediato i1 giovanetto re Pietro 11. Allo stesso tempo italiani e tedeschi riguadagnavano la Cirenaica ed arrivavano alle porte di Solum in Egitto, e gli inglesi a Tobruk rinnovavano l'eroismo. italiano di Bardia della precedcnte campagna. I1 n e p s Haile Selassie entrò ad Addis Abeba cinque anni dopo essere stato costretto a fug,+e, e gl'italiani furono obbligati a ritirarsi verso Gondar ed Amba Alagi. Nella lunga e tormentosa resistenza di Gondar vari fattori psicologici extra-


politici fecero risaltare altra volta il valore del soldato italiano. L'attacco di Hitler alla Russia (22 giugno 1941) cambia la situazione della guerra. Hitler credette di potere avere la Russia in sei settimane, cosi come ebbe la Francia, si da essere per sempre sicuro alle spalle, ottenere i prodotti dell'ucraina e gli oli del Caucaso. Si apriva avanti a lui un orizzonte larghissimo di conquiste e di domini; finalmente sarebbe arrivato il momento propizio per colpire l'Inghilterra o fare una pace che sanzionasse l e sue vittorie. Le prime operazioni furono fortunate, le truppe tedesche avanzarono fino a Kharkov che cadde, assediarono Leningado e minacciarono Mosca. In questo clima tragico i vari passi dell'America in aiuto dell'hghilterra culminano nell'incontro di Roosevelt e Churchill e nella Carta dell'Atlantico del 14 agosto 1941. L'America non è ancora in guerra, I'isolazionismo è ancora forte. la propaganda dell'Asse infesta tutta l'America del Nord e del Sud, il Giappone mostra e finge di voler un'intesa con Washington e prepara l'invio di Kurusu. A ricordare quei giorni, sembra di essere passati per un sogno macabro: la Carta dell'Atlantico fu allora un atto di fede nella libertà e nei valori umani da difendere e far trionfare. Tutto sarebbe crollato, se il fronte dell'Est crollava: il riavvicinamento della Russia all'hghilterra prima e all'America dopo fu una necessità di guerra anziché una convinzione di amicizia. L'ammirazione per il popolo russo che si batteva b s i valorosamente e ostinatamente in condizioni piu difficili di quelle della Francia (che iin anno prima aveva ceduto), destarono l'ammirazione e perfino l'entusiasmo delle classi operaie, che amano considerare l a Russia come un regime di classe. Le diffidenze verso la Russia bolscevica andarono diminuendo, in tanto che la Russia aveva preso la'determinazione coraggiosa di non cedere di fronte a Hitler. D'altro canto la campagna anti-bolscevica di Hitler, e l'eco dei suoi complici attivi e neutri, non fece impressione neppure in Francia e in Spagna; molto meno in Italia, che fu costretta

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a mandare truppe sul fronte russo. Speravano costoro di ingaggiare il Vaticano nella nuova crociata; ma papa e cardinali capivano bene che tutto lo zelo crociato era a scopo bellico e per interessi niente affatto spirituali da parte di chi torturava 1'Europa, soggiogata, certo non nel nome di quel Dio che si voleva ristabilire con i cannoni nella Russia  scristianizzata~. Mentre, anche in America, il problema russo divideva l'opinione pubblica, arrivava Kurusu con il suo sorriso e le sue promesse. Strano a dire: quando Vichy consenti all'occupazione dell'Indo-Cina da parte giapponese, ci fu il solito scambio di vedute, note, riserve e proteste fra Londra e Tokio, fra Washington e Vichy. Intanto l'Inghilterra vede che i fati urgono e, per non ripetere l'errore dell'Indocina, si assicura la Siria con l'aiuto dei francesi liberi ai quali passa l'amministrazione di quel mandato. Agendo piu decisamente di prima, fa cacciare i tedeschi e i tedescofili infiltratisi nell'Iraq e nell'Iran. A novembre ripiglia l a campagna libica con notevoli successi. La Russia, con l'aiuto del precoce inverno, stabilizza le linee dei vari fronti e prepara la ripresa. Finalmente il turno del17America arriva : era impossibile che essa potesse sottrarsi agli effetti di una guerra mondiale. Coloro che per due anni avevano predicato la politica dell'isolamento non vedevano arrivare la tempesta, ed avevano allegramente venduto al Giappone benzina, rottami ,di ferro ed altre materie prime. I pochi avvertimenti non erano intesi; fu solo cosi possibile l'attacco imprevisto e devastatore di Pearl Harbour. L'avanzata giapponese nel Pacifico dal dicembre al maggio fu una di quelle guerre-lampo che superano l'immaginazione e tengono il record per secoli. Superata in una notte la potenzialità della flotta americana nel Pacifico, e in un'altra quella della Gran Bretagna, tutto il sistema diEensivo saltò in aria. I1 Giappone prende in poco tempo varie isole americane, Hong-Kong, le Filippine, Singapore, Giava e le Indie Olandesi, tutti i possessi inglesi fino a Burma, chiude la via di Burma isolando la


Cina, minaccia le Indie, minaccia l'Australia e la Kuova Zelanda, riprende la guerra in Cina occupandone altre zone. Era naturale che la Germania si affrettasse a ,dichiarare guerra all'America e saldasse subito la solidarietà del17Asse. Lo stesso poteva dirsi dell'Italia, benché questa non avesse motivi diretti a rompere una lunga amicizia quale quella che il nostro paese ebbe sempre con gli Stati Uniti. La controffensivd russa dell'inverno fu presto neutralizzata dalle ~itanichebattaglie di primavera, quando caddero Sebastooli e Kerch, quando Stalingado fu assediata e parzialmente presa e il Caucaso invaso fino alle montagne. Ma Stalingrado f u per la seconda guerr? mondiale quel che Verdun fu per la prima. Venne la volta di Rommel, che tentò la grande offensiva in",* Libia e penetrò in Egitto fin ad E1 Alamein, a 70 miglia da -4lessandria. Siamo al giugno 1942. Fortuna volle che l'ottava armata inglese fermasse a tempo Rommel e lo tenesse li inchiodato fra il mare e Quattara per tutta l'estate. Anche il Giappone rimase fermo, mentre l'America riesciva a impedire ogni iniziativa nemica, a fare una guerra di usura nel mare e nell'aria, con risultati superiori ad ogni aspettativa. I1 momeiito si atvicina di cambiare le sorti della guerra SU tutti i fronti, nonostante le perdite di navi dovute ai sottomarini nemici specialinente nell'Atlantico. Bisognava trovare il. punto strate@co che fosse il perno della situazione, un punto centrale, da far sintesi per tutti i fronti. Non c'era altro che il Mediterraneo; le truppe americane e inglesi sbarcarono felicemente nel Nord qfrica francese nel novembre 1942 quasi contemporaneamente ail'inizio dell'offensiva dell'ottava armata inglese che cacciò Rommel con i suoi tedeschi e italiani dal17Egitto, li persegui lungo tutta la costa libica, fino a raggiungerli in Tunisia. H1 Mediterraneo tornò allora ad essere la zona decisiva ddla guerra. Chi lo possiede completamente ha la chiave della vittoria. L'Italia quasi obliata, o ricordata solo come la parte debole dell'Asse, passò al centro dei piani strategici dei due g u p p i avversari. Ben lo seppe Napoleone, quando l'Italia


era per lui la via per colpire l'Austria, sulla quale gravitava l a grande Germania (nonostante non vi fossero allora linee Siegfried), e quando Malta ed Egitto dovevano essere la contropartita della Francia per tenere a posto 1'Ingh.erra. Pétain, Darlan e gli altri militari di Vichy, se non fossero stati ossessionati dalla politica disfattista, dovevan comprendere prima dell'armistizio (e anche dopo, nelle varie pressioni tedesche contro gli interessi della Francia), che avere ancora la flotta e i possessi africani bastava a far mptare le sorti della presente guerra. Quel che costoro non tennero in conto, fu a£ferrato dalla mente dei militari e politici inglesi e americani, si da guardare l'Africa con altri occhi che non erano quelli del 1940, quando il generale Wavell non aveva sufficiente attrezzatura militare; e se ricacciò il maresciallo Graziani fu perché neppure questi aveva un esercito fornito modernamente. Nel no-vembre 1942 il colpo dell'occupazione dell'Algeria e del Marocco riusci meglio di quanto si sarebbe potuto credere; non cosi per la Tunisia. Non parliamo degli errori commessi. Non abbiamo in mano tali elementi da poter dire (come è stato affermato) che se si usava con Vichy la politica forte si sarebbe potuto salvare la flotta (che poi fu fatta saltare a Tolone dallo stesso ammiragliato francese), e si sarebbe prevenuta l'occupazione di Tunisi da parte tedesca e italiana. I due fatti erano forse inevitabili e da porre al passivo dell'impresa. Questa costò sei mesi di guerra in Tunisia, sei 'mesi preziosi che permisero a Ilitler di trasformare l'Europa in fortezza e $ prepararsi all'inevitabile assedio. 11 vantaggio enorme per gli' alleati fu b e l l o di aver presa in mano l'iniziativa togliendola a Hitler, e avere obbligato Hitler a trasformare i suoi piani di guerra mentre allo stesso tempo veniva costretto a subire l'usura dei bombardamenti aerei in Germania e nei paesi occupati.

Era ben chiaro 6n dai primi del 1943 che la fortezza europea sarebbe stata attaccata dal Mediterraneo. La conquista di questo


mare ne era il prezzo; l'Italia doveva essere la prima tappa. Era quello il momento di fissare chiaramente Ia politica degli Alleati. I1 convegno Roosevelt-Churchill a Casablanca (gennaio 1943) aveva questo kome uno dei punti d'immediata soluzione. Gran parte della stampa anglo-americana awertiva di non ripetere con l'Italia g l i errori commessi con la Francia di Vichy, domandando per l'Italia una politica diversa sia per il regime interno sia per le ccindizioni di pace. Venne da Casablanca la parola d'ordine e fu: resa senza condizioni. Chi scriire diede allora a tale motto il significato di sicurezza della vittoria alleata, quando ancora si era impegnati in Africa e non si vedeva bene il momento dell'assalto alla fortezza europea; di' h a nuova dichiaraziom che né Hitler né Mussolini potevano sperare una pace di compromesso; della volontà di dare la ddcisione alle armi, imponendo la resa militare sul campo di battaglia, per evitare il ripetersi dell'atteggiamento tedesco negadte la sconfitta del 1918. Ma allo stesso tempo dai piu aweduti uomini politici anglo-americani, dagli esiliati italiani e ,di altri piesi, si domandava a Washington e a Londra di fare un appello al popolo italiano per una q a c e onorevole, facendo, non a parble ma a fatti, la discriminazione tra fascismo e popolo italidno e fissando, i punti fermi di una politica ricostruttiva. La storia delle manovre politiche alleate da Casablanca allo sbarco in Sicilia (gennaio-luglio 1943) sarà fatta e rifatta piii volte. Churchill stesso ha ammesso qhe errori furono fatti nei riguardi dell'Italia., Parte potevano essere evitati e parte no: chi pretende mai che errori non si commettano in una guerra, e in una guerra cosi complessa e difficile come la presente? Soprattutto gli storici della guerra attuale avranno una g a n pena a spiegare perché tanto Hitler quanto gli Alleati, fra il novembre 1942 e il luglio 1943, non tennero conto dell'importanza militare e politica dell'Italia. Può dirsi, a quanto sembra, che Hitler non attaccasse s a -


ciente interesse alla campagna africana e siciliana, ritenendo le truppe italiane rafforzate e comandate da tedeschi bastevoli a tenere a bada gli Alleati fino a che egli avesse avuto agio di sfondare il fronte russo. Durante l'inverno l'offensiva russa fu veramente audace e fortunata; Hitler incassò i rovesci invernali, che dopo quello di Stalingrado dovevano sembrargli cose leggere, nella speranza di una ripresa in p r i ~ a v e r ae in estate. L'affare dell'Africa era un disturbo ai suoi' piani, cosi come i bombardamenti aerei sulie zone industriali. Egli mai pensò che nel suo interesse gli occorreva fermare il nemico in Africa ad ogni costo o cacciarlo dalla Sicilia, pur rinunziando all'offensiva russa che fu del resto ritardata fino a giugno. Chi scrive espresse questa opinione in un articolo che fu pubblicato nel adicembre 1942 contemporaneamente a Londra e a New York, dove era scritto: « Hitler non sarà pi6 in grado per il nuovo anno di tentare grandi battaglie contro Leningrado e Mosca; là sarà sulla difensiva per non sciupare invano armi e munizioni. La Russia non può essere piu messa fuori combattimento con una guerra lampo. L'inverno ci dirà quali linee terrà Hitler e quali sforzi potrà fare la Russia per riguadagnare terreno; ma la linea russa, tranne il Caucaso, è divenuta di colpo per P t l e r di secondario interesse fino al giorno'clie la Russia potrà tentare la grande offensiva » l . Ma Hitler male calcolò le forze alleate in Africa ovvero contò troppo sull'abilità di Rommel a tenere a bada il nemico; e quando a maggio l'Africa era ~ e r d u t a ,egli non calcolò bene l'importanza della Sicilia. Avere tra maggio e giugno 1943 sulle braccia un'Italia incapace di tener testa al pemico, che dornandava sempre piu truppe, aeroplani, carri armati e munizioni, era per Hitler un sovraccarico insopportabi?e quando stava per lanciare l'offensiva diretta al cuore della Russia. Cosi la decil Cfr. «Peaple nnd Freedom D, Londra, dicembre 1942; K The New Leader», New York, 17 dicembre 1942: ((Nazioni Unite», New York, 17 dicembre 1942 (in italiano wn noia).


sione fu di mantenere in Italia quel minimo necessario per poter ritardare l'avaniata anglo-americana e per aiutare l'infelice compagno d'armi, nella speranza di poter arrivare fino all'autunno. Gli avvenimenti italiani precipitarono. L'irrequietezza del paese era tale che il governo fascista .non riusciva a domarla pur con tutte le minacce di riprendere i metodi squadristi della prima ora. L'esercito italiano, dopo la disfatta africana, non aveva piu coesione né s&cienti armamenti, e, quel che piu conta, neanche fiducia. Occorreva prendere una decisione eroica per far fronte all'invasione che era imminente e che i continui bombardamenti andunziavano ogni giorno. Sembra che l'idea di Hitler fosse queha di ritirare tutte le forze sulla linea del P o (compres,ovi il governo fascista), tenendo per il resto del-" l'Italia un fronte elastico, atto solo a ritardare l'avanzata nemica. Dato che già la Germania era impegnata a fondo in Russia, dove l'offensiva tedesca si andava tramutando in offensiva russa, l'idea di Hitler era la sola possibile dal punto di vista tattico, ma niente affatto eseguibile da quello strategico e politico. Da parte alleata si andava preparando l'invasione della Sicilia: la data del primo sbarco alleato tra Pachino e Gela e quella dell'inizio dell'off ensiva russa coincidono : la prima il 10 e-l'altra il 12 luglio. Quel che awenne in Sicilia fu sintomatico: solo dove c'erano tedeschi si teneva testa agli invasori; le truppe italiane facetmno schermaglie o anche combattevano solo se avevano capi decisi a résistere; altrimenti si arrendevano, mentre le popolazioni civili accoglievano gli anglo-americani come liberatori, coh applausi, fiori, frutta, aiutandoli dove e come potevano. Ciò culminò nella presa di Palermo (23 luglio), mentre i tedeschi contestavano palmo a palmo la piana di Catania e la zona Etnea fino alla sortita da Messina. L'esperienza siciliana disse poco ai governi e ai capi militari alleati dal punto di vista politico. Intesero gli applausi come segno della liberaaione materiale dai bombardamenti, dalla


fame e dalla tirannia dei capi fascisti locali. I1 significato politico non fu apprezzato sGcientemente. Certi corrispondenti si affrettarono a dire che i soldati americani non comprendevano il perché degli applausi e si annoiavano dell'espansività 'siciliana. Si continuò nel piano fissato: bombardare le città italiane anche nei centri popolati, con o senza obbiettivo militare, e insistere sugli appelli al popolo perché si ribellasse ai capi e si arrendesse senza condizioni; il che doveva fare un effetto psicologico strano in gente che voleva la pace e vofeva ribellarsi, e già si ribellava, ma aveva il diritto di sapere quale fosse il se,pitto della ribellione. Intanto il fascismo crolla. Disorganizzato militarmente, colpito mortalmente dal contegno delle popolazioni di Sicilia dove esso e la sua ,perra venivano rinnegati in modo radicale e clamoroso, non reggkva piu politicamente. La mancanza di SUEcienti aiuti tedeschi sul fronte italiano fece cadere le ultime illusioni. La notizia della caduta del governo di Mussolini il 25 luglio, e la formazione di un governo Badoglio che coincise con l'esplosione popolare di gioia di tutto il popolo dal nord al sud, fu una sorpresa per il mondo alleato. L'effetto politico e militare doveva essere pari al colpo; ma supito scontato perché i governi di Washington e di Londra e i capi militari del comando d'Africa non riuscirono a percepire t w a la portata della caduta del fascismo e a utilizzarla convenientemente. Al fondo c'erano tre errori: primo, quel20 di non aver mai voluto far chiara distinzione tra fascismo e popolo italiano; secondo, quello di credere che la resa incondizionata sotto il bombardamento valesse quanto la conquista psicologica di un p o p o l ~ vinto, ma che voleva darsi libero perché già caduta la tirannia; terzo, che l'Italia, in qualsiasi modo si fosw resa, valesse poco dal punto d i vista generale della guerra, si da potersi facilmente mettere fuori conto. La verità è che 1'Italiq dal p g t o di vista delle sorti della guerra e dell'awenire politico d'Europa era un punto nevralgico; e che una volta decisa l'invasione non solo della Sicilia (necessaria per le operazioni navali del Mediter-


raneo) ma anche del continente italiano, si doveva provvedere ad un'occupazione Gimultanea al nord e al centro, con forze tali da ottenerne non solo la resa, ma anche la piu spedita liberazione dalle truppe tedesche di occupazione. La caduta del governo d i Mussolini diede a Hitler l'idea fulminea dell'importanza dell'Italia; e mentre per molti mesi aveva resistito a inviare truppe, anzi aveva contribuito a disorgiìnizzare l'esercito italiano ridotto a pezzi e tronconi, nei Balcani, in Francia, sul fronte russo e i n Africa, subito fece discendere nuove truppe in Italia, occupando i punti strategici piu importanti, tenendo sotto tiro la capitale e rafforzando le zone meridionali, si da attendere con una certa sicurezza le truppe nemiche, e allo stesso tempo tentare un rovesciamento della situazione interna a favore del fascismo, già pubblicamente scon-. fessato dal popolo e dal nuovo governo. Con la rinascita dei partiti liberale, socialista, comunista, democratico cristiano e di azione, gl'ideali di libertà e democrazia si affermarono. Badoglio ebbe paura delle dimostrazioni popolari (che potevan~turbare la manovra per arrivare al17armistizio); ne ebbero paura anche i governi di Londra e Washington, che credettero le dimostrazioni come fase pre-rivoluzionaria, mentre erano la esplosione per la pace e la libertà.

Dopo l'awento Bel fascismo, molti scrittori, pensatori, oratori, giornalisti e chiacchieratori di salotto O di strada si sono posti il problema se l'Italia poteva essere una democrazia. Post facturn, quello della dittatura, fra molti d'Europa e d'America correva l'idea che $'italiani dovessero tenersi in disciplina, piii o meno col bastone, in ogni cam con un'autorità forte, illuminata, paterna se vdolsi, di una paternità all'antica che si fa


temere. Per un certo tempo il fascismo fu riguardato come un fenomeno tutto italiano; era il tempo in cui lo stesso Mussolini, per non spaventare i paesi e gli uomini da cui sperava appoggio, dichiarava clie il fascismo non era «merce di esportazione >).Affermazione strettamente politica, che fu contraddetta piii tardi quando il fascismo fece strada presso la borghesia di tutti i paesi. Niente meraviglia che anche gli uomini di mente aperta e di sentimenti liberali, gente progressiva e piegata a sinistra, gli altri che sono di qua e di là, al cinquanta per cento di dose, fossero dello stesso pensiero; e lo sono anche oggi quando discutono del futuro di certi paesi europei, l'Italia in testa. Se C'& un paese, non dico con una tradizione, ma con un passato democratico, fra tutti i paesi d'Europa, è proprio 1'Italia. Per quanto si può contestare che Roma antica fosse organizzata in democrazia, bisogna convenire ch'essa ebbe per,@ di tre secoli un regime interno basato su due categorie di nobih e di plebei, senato e tribunato, con forme elettive periodiche, con responsabilità ,distinte, con reale interesse della cosa pubblica, con legislazione, per quanto possibile in periodo pre-cristiano, rispondente ad una concezione obbiettiva #del diritto.-I1 periodo famoso della democrazia ateniese fu troppo breve in confronto a quello di Roma, e meno solidamente stabilito. La specialità tutta italiana, che vive ancbe oggi nelle tradizioni di storia, arte e pensiero, fu quella delle città marinare e dei comuni di terraferma, in molti dei quali, pur nelle forme del tempo, tra la prima e la seconda Rinascenza (dal secolo xr al secolo XVI) si visse una vita cittadina e politica intensa con spirito d'iniziativa popolare e di libertà e perfino di vera e spiccata democrazia, alternata con periodi di lotte di fazioni l. Che se i comuni italiani passarono sotto le signorie locali e poi l La proclamazione di Firenze nel 1530 dichiarava che l o stato veramente libero e democratico è quello nel quale tutti i cittadini senza distinzione hanno accesso 3 tutti gli uffici; non è per nascita o ricchezza, ma per le loro qualità e valore morale, che gli uomini debbono essere apprezzati.


sotto dinastie straniere, nessun paese d'Europa, tranne la Svizzera (e'non tutta), scappò al dominio assolutista che si sviluppò insieme alle crisi religiose, alla Riforma e alla decasdenza del potere internazionali: del papato. Parliamo dell'Italia moderna, dell'Italia politicamente e nazionalmente una. I1 Risorgimento fu opera della classe borghese, intellettuale, professionista, cosi come le rivoluzioni di tutti gli altri paesi che se,hrono lo spirito e le forme delle rivoluzioni americana e iiancese, per avere libertà, costituzionalità, indipendenz~.Parteciparono attivamente alla rivoluzione quei gruppi delle classi operaie che sentivano anche confusamente gli stessi ideali, specialmente l'artigianato cittadino. L'Italia basò la sua nuova vita sopra una costituzione liberale e monarchica: quella del regno Sardo del 1848. Ma dov'era allora una vera democrazia in Europa? I moti del 1848 erano ispirati dal bisogno di rompere i ceppi che i tiranni di tutti i paesi avevano messo ai popoli europei. Si parlava di libertà: l'idea di democrazia vi si era insinuata, ma confusamente. Molti temevano allora quella parola piu che oggi non si tema la parola comunismo. In Francia, dove la rivoluzione del 1848 prese subito aspetto sociale, la Seconda repubblica fu fatta finire nel sangue, non dalle truppe regie (il re era fuggito), ma dalle truppe della stessa borghesia rivoluzionaria. Il ministro di guerra, generale Cavaignac, a nome dell'assemblea nazionale mandò le truppe contro gli operai che domandavano pane e lavoro. Quindicimila furono le vittime di Parigi e l'arcivescovo Affre fu ucciso sulle barricate mentre faceva da pacificatore presso gli operai. I n Italia, al nome di Carlo Cattaneo, uno dei democratici piu convinti, e a quello di Mazzini, noto in tutto il mondo, occorre aggiungere quello di Gioacchino Ventura, professore di diritto pubblico al17Università di Roma e generale dei padri Teatini, uno dei piu coraggiosi fra i cattolici del tempo. I1 suo discorso per i morti di Viema (i rivoluzionari <del1848), deno nella chiesa di Sant'Andrea della Valle in Roma. fece epoca.


Egli, fra gli applausi dell'uditorio, conchiuse affermando « che la chiesa si volgerà con tenero amore alla democrazia, come altra volta si volse alla barbarie, segnerà con la croce questa matrona,selvaggia, la farà santa e gloriosa; le dirà: Regna ed essa regnerà » Queste idee vennero riprese da Federico Ozanam in Francia. Nato a Milano da genitori £rancesi,*egli era stato in varie parti d'Italia, a Roma negli anni fatidici del 1846 e 1847; fu uno dei piu fedeli e devoti d'idea democratica, mentre molti all'iniziarsi delle agitazioni operaie si allontanarono 'da lui e lo lasciarono quasi solo sulia breccia. Montalembert, che nel 1848 era stato dal lato opposto di Ozanam, a Malines, fece l a celebre dichiarazione: <t La nuova società, meglio, la democrazia, a chiamarla col suo nome, oggi esiste; in una metà dell'Europa è di già dominante; nell'altra metà sarà per domani Io guardo davanti a me e vedo niente altro che democrazia dappertutto I cattolici nel nuovo ordine a v r a b o da combattere, non da temere » '. Montalembert chiamava democrazia i governi liberali .del tempo basati sul suffragio piii o meno limitato e a l quale ancora né le classi operaie né le donne avevano parte. Ma'egli aveva ragione di credere che quella fosse già democrazia (benché incipiente e incompleta) perché faceva appello, nel suo sviluppo, ai provvedimenti integrativi che man mano si dovevano andare realizzando. Quel che Montalembert vedeva in metà d'Europa non era solo dal punto di vista estensivo e territoriale, lo era anche dal punto di vista politico e sistematico. Per Montalembert l'Italia del 1863 era. democrazia; per noi

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' GIOACCHINO VENTURA,Discorso

funebre pei morti di V h , Milano, Carlo Turati, 1860, vol. I. Egli stesso però neU'Zntrodll~wne e prozeste aveva scritto: Se la chiesa non marcerà coi popoli, non per questo i popoli si fermeranno dal marciare, ma marceranno senza la chiesa, fuori della chiesa, contro la chiesa: ed ecco tutto. E chi potrebbe allora calcolare i mali dei popoli e della chiesa? D Zbid., p. 9. LUIGISTURZO, Church cmd State, Londra, Bless, New York, Longmans,

pressa

1939, p. 430.

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del 1944 lo era solo in incubazione e possiamo dire che non lo era. Dal punto d i vista liberale (a parte il Belgio e la Svizzera) il piccolo Piemonte del 1848 fu l'unico a tenere ferma la costituzione; con tale esperimento acquistò l'iniziativa nel promuovere l'unità d'Italia e la sua indipendenza dallo straniero. La costituzione del regno Sardo e delle province subalpine divenne la costituzione italiana. I n Francia, intanto, h i v a la dittatura di Napoleone I11 caduto a Sedan. Chi pensava allora che dopo gli imperatori e i re cercati con tanta cura dalla rivoluzione in poi, la Francia avrebbe gustato anche i marescialli? Tant'è, la costituzione francese del 1871-75 che visse fino all'armistizio del 1940, non. era ,affatto nata per generare la democrazia (della Terza repubblica. L'assemblea che la discusse era in ma,,'aaioranza monarchica e anti-democratica: lo spirito soffiato nella costituzione era borghese e conservatore. Per una sorte di occasionalità storica - dovuta all'imposizione cieca della destra, dei cattolici e del pretendente al trono -.quel nuovo regime divenne democratico, radicale, anticlericale, senza mai perdere la sua essenza che era borghese. Bisognò sorpassare il celebre 16 maggio 1876 e arrivare nel 1879 all'elezione presidenziale di Grévy, l'amico d i Gambetta, perché la Terza repubblica consolidasse il suo carattere democratico. In Italia tre anni prima (1876) si aveva avuto la stessa fase con la caduta dellà destra storica che aveva fatto l'unità della nazione e data la base al nuovo stato - e l'avvento della sinistra con il programma del suffragio popolare, l'istruzione generale gratuita, la libertà di associazione, l'attenuazione delle imposte di consumo. Benedetto Cairoli arrivato al potere nel 1878 aveva già preparato il progetto del suffragio allargato che preludeva a quello iiniversale. Il Belgio data l'acquisto della libertà nazionale con la rivoluzione del 1830; la prima costituzione fu monarchico-liberale e la classe borghese vi dominò fino alla prima guerra mondiale;

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lo spirito che prevalse era conservatore come quello inglese dellc~ stesso periodo; la partecipazione della classe operaia al potere veniva avversata allo stesso tempo che veniva tenuta soggetta e linguisticamente discriminata la popolazione fiamminga. Le forze operaie ripiegavano sull'organizzazione sociale che fu delle pi6 avanzate, sia quella socialista, che la democratica cristiana; e su tali organizzazioni si andò sviluppando nel Belgio, non senza contrasti, la democrazia politica. OrnoLa Svizzera ha avuto sempre i suoi cantoni a spirito dY cratico e con antiche e rispettate tradizioni; ma, dal punto di vista federale, le lotte religiose crearono l'atmosfera della guerra civile e della persecuzione, il che impedi per parecchio tempo l'ultima e sana costituzione democratica basata, com'è oggi, sopra una vera nazionalità popolare. In quel periodo, la seconda metà del secolo XIX, la penetrazione democratica in Europa si andava facendo attraverso due canali: quello del liberalismo, che toccava la classe intellettuale, borghese e cittadina; e quello del socialismq (e in parte e tardivamente 'del movimento sociale cristiano), che interessava le classi lavoratrici. Anche in Inghilterra, che aveva una tradizione parlamentare unica al mondo, la democrazia tardava a comparire, mentre vi era prevalente la concezione liberale: le classi operaie cominciarono a prendere coscienza e ad organizzarsi economicamente, ma non politicamente l . Nessuno avrebbe potuto pensare ad una democrazia inglese 4 tempi della regina Vittoria, di Cecil Rhodes, di Joseph Chamberlain. Gladstone fu uno dei piu grandi liberali europei, ma la sua concezione non può dirsi democratica. Fu sotto il gabinetto di Disraeli l'ampliamento del suffragio (1884), quasi contemporaneo a quello awenuio in Italia nel 1882, che però manteneva ancora la condizione di un minimo pagamento d'imposta. Ma il sistema delle circoscrizioni e la tradizione dei due partiti sostanzialmente borl n partito laburista indipendente fu fondato nel 1893; dal 1900 a l 1906 ebbe un solo rappresentante dia camera dei comuni: Keir Hardie.

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ghesi, rendevano piu difficile in Inghilterra, che non in Francia e in Italia, l'accessione del lavoratore alla vita politica prima che il laburismo si fosse organizzato in partito e facesse la sua entrata in parlamento. La stessa America, che regola l'elettorato secondo le leggi locali dei vari stati, lasciò per molti anni, e conserva ancora in alcmi stati, la discriminazione basata sul pagamento di una tassa elettorale che ferisce la razza negra ed esclude un certo numero di cittadini dalla vita politica. Le classi operaie americane non sono mai riuscite a' crearsi la posizione politica dei laburisti inglesi, nÊ a penetrare nell'inganaggio capitalistico dei due partiti. I loro sindacati (specialmente l'dmerican Federation of Labor) cercano di tutelare i loro interessi professionali procurando d'influenzare con il voto i due partiti tradizionali. Onde il nome americano di presare groups dato a simili gruppi d'interessi. Quando l'Italia ebbe i primi rappresentanti delle classi lavoratrici nel parlamento (erano socialisti, radicali e qualche democratico cristiano quali Mauri e Longinotti), la Germania aveva il suo partito socialista e il centro, e anche l'Austria e 1'Ungheria avevano socialisti e cristiano-sociali. L'avanzata operaia nella vita politica era in sviluppo verso la fine del secolo XIX in quasi tutta Europa. Nell'ultimo decennio del secolo scorso la parola cc democrazia cristiana fece la sua entrata nell'attività sociale dei cattolici d'Europa, e cercò di penetrare nella vita politica. In Italia il fermenfo era vivo, ma la barriera del non expedit obbligava a tener i due campi separati; il che non era facile. Quando alla fine del secolo scorso i democratici cristiani d'Italia pubblicarono il loro programma (l'autore era uno dei promotori) in dieci punti che cominciavano con le parole imperative: Noi vogliamo, fu una rivelazione per il mondo cattolico e per il mondo laico. Essi domandavano allora il s d r a g i o universale maschile e femminile, il riconoscimento legale delle unioni operaie, la tassazione progressiva, la rappre-


sentanza proporzionale, la riforma agraria, la libertà d'insegnamento. Che meraviglia se allora molti si domandavano se era possibile che ci fossero dei cattolici cosi progressivi, anzi cosi veramente democratici, mentre lo stesso awiene in questi giorni in Italia e fuori di fronte al riapparire del partito dem.ocratico cristiano. P socialisti a loro volta ci vedevano il tentativo di contrastare loro il monopolio della rappresentanza operaia. Pi6 degli altri i cattolici conservatori ne furono costernati: ci videro la deviazione da tutta la vecchia politica legittimista, reazionaria, autoritaria e clericale. Piu o meno lo stesso accadde in Francia contro les abbés démocrates (chi non ricorda Gayraud, Naudet, Lemire?), in Belgio contro l'abate Pottier (che dovette esiliare e fu accolto in Roma da Leone XIII). I n Germania venne fuori la penosa ed acre ,discussione sui sindacati cristiani misti. In Austria, Lueger mescolò il movimento sociale cattolico con l'anti-semitismo. Ma il fermento era da per tutto, come una rinascenza della coscienza politica e sociale dei cattolici. Leone XIII, per calmare l'opinione ~ u b b l i c asollevata contro i democratici cristiani, specialmente d'Italia, pubblicò nel gennaio 1901 un'enciclica che comincia con le parole Graves Be Commwli. L'intenzione di Leone XiII era ben chiara: quella di togliere al movimento organizzativo cattolico, detto della democrazia cristiana, o@ , significato politico e, nel campo sociale, ogni tendenza rivoluzionaria. E ciò fu necessario dal punto di vista della chiesa, perché non pochi, o per eccesso d i zelo o per incapacità a distinguere i campi, sostenevano le riforme sociali e politiche della democrazia cristiana a nome della chiesa e pretendevano di trasformare l'azione cattolica in movimento politico. Tutto ciò sembro allora un passo indietro fatto da Leone XIII, il quale aveva detto piu di cinque anni prima: Se la democrazia sarà cristiana farà un gran bene al mondo. I n tale frase la parola democrazia, nella bocca di quel gran papa, significava quel che era per tutti: regime del popolo e pel popolo. I n tale


senso Giuseppe Toniolo, pur accentuando il lato sociale, l'aveva precisato nei suoi celebri corsi sulla democrazia cristiana dati a Roma e in altre città d'Italia tra il 1897 e il 1900. Ma si deve tener conto del clima politico, quando Leone XIII pubblicò la Gra~.esde Communi. L'Itallia usciva allora dal periodo delle rivolte del 1898, quando don Davide Albertario era stato condannato a vent'anni di reclusione sol per aver sostenuto il diritto allo sciopero (promosso da democratici cristiani). Pochi mesi prima dell?enciclica era awenuto il regicidio di Umberto I; altri tentativi anarchici erano stati fatti in varie parti d'Europa contro membri di case regnanti. La Francia era ancora agitata dal caso Dreyfus e non erano mancati tentativi per trasformare quel regime repubblicano in vera oligarchia militare, e l'anticlericalismo trionfava con le leggi contro le congregazioni religiose e preludiava la denuncia del concordato. I1 movimento della democrazia cristiana fu allora frainteso e temuto; si voleva una sconfessione della chiesa contro la stessa democrazia e un appoggio chiaro e deciso a favore della reazione. Era uno di quei momenti ricorrenti nella storia d'Europa, quando le forze reazionarie cercano delle difese al loro potere, invocando la chiesa. Ciò nonostante, l'idea di una democrazia basata su principi cristiani (ch'era l'idea prevalente in America) era perfettamente ortodossa; i democratici cristiani la volevano realizzare sia di £ronte ai regimi anti-democratici, che a quelli democratici ma anti-cristiani, e a quelli democratici nella forma ma non nella sostanza. Purtroppo Leone XIII aveva nel 1895 a g p v a t o la posizione dei cattolici italiani con la lettera diretta al cardinale Rampolla, suo segretario di stato, nella quale ribadiva la tesi che i1 non expedit non era uii semplice consiglio, ma una vera e propria proibizione. L'aspirazione comune dei democratici cristiani era che il papa avesse un &orno o l'altro abolito il non expedit. Non si pensava che ciò potesse esser fatto da Leone (data la sua politica verso l'Italia) e si sperava nel successore. Si era allora in Italia nel fervore di un'azione sociale rispon-


dente ai tempi; nel campo della cooperazione i cattolici tenevano il primato sui socialisti, mentre questi ultimi avevano una specie di monopolio nel campo sindacale operaio. I democratici cristiani volevano~provarsianche nel campo sindacale, ma i conservatori cattolici avevano paura degli operai e parecchi s'erano opposti ~ e r f h oal nome di sindacati ed invocavano la proibizione d'ella Santa Sede. I1 periodo di crisi per la democrazia cristiana s e M a chiarire meglio le posizioni, a distinguere quel che si poteva domandare alla chiesa, come religione di tutti e non di una classe per risolvere la questione operaia, e quel che era dovere dei cittadini nel campo della politica di ogni stato, secondo le tradizioni, i bisogni e lo sviluppo di ciascun paese; e finalmeute quelli che erano i primi passi da fare nel campo internazionale del lavoro e nell'organizzazione internazionale fra gli stati. L'accusa che i cattolici facevano alla democrazia moderna che si andava formando ed evolvendo nel mondo era la diment i c ~ z ao anche l'avversione ai principi etici del cristianesimo: quella democrazia che nel 1848 il teatino Ventura voleva battezzata e che Ozanam tentò di battezzare, era quella stessa alla quale contribuirono, ciascuno al suo posto, nel campo sociale e in quello politico, i pionieri dei partiti .detti cattolici e tutti gli apostoli dell'azione sociale dei cattolici. L'assenza dei cattolici nella vita politica era una delle ragioni della mancanza di base etica cristiana, di cui gli stati laici moderni soffrivano allora e soffrono oggi. Per quel tanto che i cattolici (specialmente l'ala. progressista) cooperarono alla formazione dello spirito democratico del191talia nuova elevando le classi operaie economicamente e moralmente, preparandole elettoralmente nelle lotte municipali e provinciali, e influenzando indirettamente l'elettorato politico, l'Italia potÊ averne vantaggi nello sviluppo della vita pubblica. La bandiera contestata, e perciò piii amata, era quella della democrazia cristiana, che per le masse operaie cattoliche significava da un lato l'antitesi del marxismo e del comunismo e doll'altro l'insegnamento sociale del Vangelo. Per


essi Leone XIII era il papa degli operai. I1 monumento alla democrazia cristiana in San Giovanni in Laterano era il tributo ,di questo sentimento coll~ettivo.Se egli mantenne vigorosamente il non expedit, i democratici cristiani erano convinti anche allora che il momento propizio sarebbe arrivato della caduta di tale barriera, e l'affrettavano col desiderio. Chi scrive espresse tale desiderio in un discorso del 1905, pubblicato l'anno appresso, quando preconizzò la costituzione d'un partito politico ,di cattolici non a nome della chiesa, né con un carattere religioso, ma veramente libero e democratico. L'attesa di preparazione durò ancora altri quattordici anni. Ma non furono mai perduti, né per l'Italia, né per la democrazia come si rivelò dai fatti.

Se dobbiamo guardare allo spirito con cui si viveva la vita pubblica in Italia all'inizio del presente secolo tra il 1900 e 'il 1910, dobbiamo dire che la democrazia era in atto vivente. La borghesia reazionaria, l'esercito e la corte dovettero cedére di fronte all'opinione pubblica, che reclamò il ristabilimento delle leggi costituzionali sospese durante gli stati d'assedio per i moti del 1898, l'amnistia per i condannati politici, l'introduzione del suffragio universale. la revisione del sistema fiscale, l'applicazione delle leggi sociali. Tutte queste richieste erano appoggiate dai partiti detti allora apopolari », socialisti, radicali e repubblicani, e d a l b leghe democratiche cristiane. L'opinione pnbblica era con loro; ma i vecchi parlamentari, mentre accettavano tutte le altre proposte, non volevano imbarcarsi nella riforma elettorale. La scusa era che nelle zone di campagna vi erano ancora molti analfabeti. Venrito il periodo della guerra libica, i liberali, con a capo Giolitti, ritennero non potersi piti negare il suffragio universale maschile (allora quello femminile non era ammesso in Europa). Cosi fu approvata la legge del 1912, ch'ebbe la sua piena appli-


cazione nelle elezioni generali dell'anno seguente. Tutti si accorsero che il risultato non era catastrofico e che i partiti politici esistenti erano piii o meno rimasti al loro posto. Fecero eccezione i cattolici, parte dei quali si astennero, altri aderirono (col celebre patto Gentiloni) alla coalizione governativa che inclinava a destra e voleva essere una remora all'avauzata socialista, mentre altri pochi furono apertamente per i candidati propri, si che si ebbe un gruppo di una ventina di deputati, detti cattolici, fra i quali buon numero che venivano dalle file della democrazia cristiana o dal movimento operaio cooperativo e sindacale o dalla tradizione liberale-cattolica. Per quanto il diritto al voto esteso a tutti non sia altro che una condizione per la democrazia moderna e non la democrazia stessa, pure il fano di esserne privati trasforma moralmente il diritto in privilegio di quelli che hanno il voto in confronto a coloro che non l'hanno. Ma il semplice diritto al voto non basta a creare il funzionamento della democrazia, occorre un buon sistema elettorale e un retto e saldo funzionamento di partito. Le democrazie moderne, anche le pi6 piccole come Belgio o Norvegia, variano da tre a otto milioni di abitanti; mentre l'antica Atene non aveva che quarantamila cittadini e l'antica Rona arrivava a centoventimila. Sarebbe assurdo parlare di governo diretto di popolo; la democrazia è realizzabile attraverso la forma rappresentativa, in base ad elezioni generali per una o due camere, secondo le tradizioni dei vari paesi. I1 sistema elettorale italiano del 1912 era presso a poco lo stesso di quello francese, si basava sopra il principio della maggioranza assoluta di ciascun collegio e sulla seconda votazione di ballottaggio. Ciò dava luogo alle combinazioni di gruppi locali, che mal s'inquadravano con i partiti nazionali di carattere permanente e con programmi ben d e b i t i . Ă&#x2C6; vero che le classi borghesi ed intellettuali, che dominarono in Italia tra il 1860 e il 1882, avevano alla camera le divisioni tradizionali d i destra e sinistra, ma localmente si basavano su gruppi di elettori legati agli interessi di famiglie potenti o alle


posizioni acquisite nell'amministrazione dei comuni e delle province. Dato l'elettorato limitato e censitario di allora, i g u p p i si mantenevano abbastanza saldi e formavano .una base sicura. . 11 piccolo partito repubblicano, che rappresentava una tradizione idealistica, era fuori della legittimità in uno stato monar~hico.1primi a formare nn partito nazionale con una disciplina e un progranuna ben definito furono nel 1892 i socialisti; essi usarono il sistema della candidatura protesta per fare breccia nei collegi uninominali. Allora già esisteva il suffragio detto allargato » c: nelle città parte dell'artigianato e molta pirte degli operai dell'industria furono per i socialisti. I cattolici, benché ancora sotto il regime del non e x p d i t , avevano una propria organizzazione per le elezioni municipali e provinciali, con un! &ci0 centrale elettorale che serviva a dare norme anche in casi eccezionali per le elezioni politiche. Nel 1911 sorse il partito nazionalista, ad imitazione di quello di Maurras in Francja, ma senza l'appoggio che il clero di Francia allora vi dava apertamente. Non ebbe seguaci nel popolo, nonostante i tentativi di organizzazioni operaie; era anti-socialista, anti-democratico, anti-semita e fu il precursore del fascismo. La vita politica italiana nonostante i progresd del partito socialista, era dominata dalla borghesia liberale che si divideva in g u p p i detti liberale-democratici o democratico-liberali, se- . condo che mettevano l'accento o sulla libertà o sulla democrazia; i primi erano a destra e piuttosto conservatori e i secondi un po' verso sinistra. Ma le differenze erano poche e locali. Per questo uomini parlamentari di abilità potevano abbondare in combinazioni, appoggiando ora un gruppo ora l'altro, e reggendosi con un equilibrio instabile, che spesso portava allo scioglimento del parlamento e all'appello al paese. I n questo punto il regime italiano era piu vicino all'inglese che al francese, dove l'appello al paese era evitato per regola tradizionale, sicché i governi erano ancora piu instabili e piu lontani dall'opinione pubblica. Mentre in Italia, sia con l'elettorato ristretto che in regime di suffragio universale (meno il periodo della grande


guerra), l'appello al paese era una valvola di sicurezza e certe volte fu cercato come un mezzo per consolidare gli uomini di governo. Nel fatto, quasi mai chi fece le elezioni durò al potere. La facilità nel farsi e disfarsi dei gabinetti è spesso rilevata per accusare l'italiano come inabile a reggersi in regime parlamentare. l a stessa accusa dovrebbe rivolgersi con piu ragione al £rancese. Tutti e due i paesi avevano lasciato che il parlamento interferisse nell'esecutivo, .per rimbalzo l'esecutivo. cioè il gabinetto, si pigliava molte libertà a danno del parlamento, specialmente con il sistema dei decreti-legge. La causa era da addebitarsi al fatto che il potere era nelle mani della borghesia e dei partiti medi, che mal soffrivano il controllo dei partiti operai o della estrema destra nazionalista (nella Francia monarchica). Vi era in fondo un problema rivoluzionario non risolto, che turbava la vita parlamentare dei due grandi paesi latini. I n Francia il ricorrente monarchismo da un lato, raddoppiato con i! nazionalismo della Actwn Frayaise, antirepubblicano e antidemocratico; e dall'altro uii partito socialista clie negava di collaborare con la borghesia (eccezion fatta del periodo di guerra). I n Italia invece era assente. in massima parte, la corrente cattolica per la questione romana; mentre la destra conservatrice era antidemocratica e il nazionalismo nascente era antiparlamentare; dall'altro lato l'ala socialista e rivoluzionaria (almeno a parole) negò sempre d i collaborare con i governi del paese. Si trattava adunque di secessioni morali e politiche che rendevano difficile lo svolgersi naturale del sistema parlamentare verso l a democrazia; e che, per ripercussione negativa, aumentavano il potere, se non il prestigio, di gruppi che piti che per la bandiera ideale erano conosciuti per il nome dei loro capi: Depretis e Zanardelli, Crispi e Rudini, Giolitti e Sonnino, Salandra, Nitti, Orlando. Uomini di valore e uomini mediocri i quali non erano mossi da interessi personali o da influenze capitalistiche, ma rispecchiavano la tradizione borghese, burocra-


tica, monarchica, liberale, con punte anticlericali, della terza e quarta generazione del Risorgimento. Per integrità costoro davano punti a tutti gli uomini di governo dei vari paesi democratici europei e americani, benché il loro attaccamento agli interessi locali li rendesse spesso inabili a comprendere gli interessi generali, e benché non sdegnassero, pur di vincere battaglie elettorali, di servirsi dei bassi intrighi della polizia e di ,mppi locali fuori della moralità comune, quali la « mafia in Sicilia e la ((camorra » nel Napoletano.

La grande guerra mondiale interruppe il movimento di recuperazione politica, incominciato con l'adozione del suffragio . universale e con l'applicazione coraggiosa di leggi sociali circa le condizioni del lavoro, la cooperazione, le assicurazioni, lo sviluppo dell'agicoltura, le bonifiche, la reintegrazione del patrimonio forestale, che destarono' grande favore tra il 1900 e i1 1914. La guerra maturò l'allineamento politico dei nuovi partiti, che dovevano avere parte decisiva nelle sorti d'Italia: primo a sorgere, il 18 gennaio 1919, il partito popolare italiano. Esso fu una sorpresa per molti, sia per lo spirito democratico e per *; la vivacità combattiva, sia per il numero ,di aderenti. I1 programma era quello della democrazia cristiana di diciannove anni prima, con in piu I'accentuazione internazionale, l'adesione alla Società delle Nazioni, la campagna del decentramerito amministrativo e la formazione delle regioni, la precisazione delle responsabilità politiche dei partiti. La prima sua campagna fu per la rappresentanza proporzionale. Questa era già stata introdotta in vari paesi (d'Europa, ed era già discussa dai partiti del centro e socialisti in Germania, mentre preparavano la costituente di Weimar. I n Italia da molti a m i si lottava per la proporzionale, e quello fu il momento scelto per vincere la partita. I capi del gruppo socia-


lista e dei popolari alla camera, Turati e ~ich'eli, si posero d'accordo; il presidente 'del consiglio, F. S. Nitti, non si oppose (com'era regola parlamentare trattandosi di legge elettoiale) e nel fatto ne favori l'adozione. Per quanto i liberali avessero aggiunto delle alterazioni notevoli per lasciare piu libertà al singolo elettore e avessero formulato il voto preferenziale al di fuori del voto di lista, lo spirito della proporzionale rimase e il primo esperimento portò alla camera 151 socialisti, uniti a l piccolo gruppo comunista, e 99 popolari. Mai due partiti di masse avevano occupato tanti seggi al parlamento (quasi la metà), e la borghesia se iie allarmò. La maggior parte dei voti socialisti venivano dagli operai delle industrie, delle ferrovie e trasporti marittimi, dagli impiegati dei servizi postali e telegrafici, dai centri di agricoltura dell'Alta e Media Italia e da una certa classe intellettuale estrema. La maggior parte dei voti popolari venivano dall'artigianato cittadino e rurale, dalla classe dei contadini organizzata nelle numerose cooperative cattoliche e nella confederazione italiana dei lavoratori, dalle classi medie piccolo-borghesi, dai professionisti e da una larga e vivace schiera di studenti universitari. Con questi due partiti la democrazia italiana si affermava già validamente. Sventuratamente ci furono dei malintesi, dei pregiudizi e degli interessi elettorali e politici che li opposero vicendevolmente fin da principio. I socialisti mal vedevano che i democratici cristiani avessero unioni professionali, leghe operaie e confederazioni proprie, e li accusavano di spezzare ulJunità proletaria D. Quindi un risentimento di gelosia, che nella lotta elettorale li aveva già posti di fronte in molte province, A questa seguiva l'altra accusa facile ma non provabile rivolta ai popolari che essi facevano gli interessi dei padroni. Quest'accusa presto falli e cadde. Rimase viva la loro opposizione a non pochi punti programmatici dei popolari, specialmente ai progetti che favorivasno lo sviluppo della piccola proprietà rurale, a quello a favore della rappresentanza proporzionale nelle elezioni amministrative, al voto alle donne, al riconoscimento legale


dei sindacati operai e piu di ogni altro alla libertà d'inse,pamento. Era già sorto in quel tempo il partito fascista (marzo 1919), ancora piccolo e locale, sicché nelle elezioni generali del novembre 1919 non ebbe neppure un posto alla camera. Nel 1920 le squadre armate fasciste iniziarono le scorrerie e le incursioni' contro i socialisti e contro i popolari. La borghesia liberale, rinunziando alle sue tradizionali convinzioni di libertà, cominciò a favorire le camicie nere, sia con fornire loro denari e dei armi (perfino armi dei depositi militari con la c~nniv~enza ministri Giolitti e Bonomi), sia favorendoli nei tribunali e presso l e questure nel coprire i loro delitti, o nel tardare a r a d e r e giustizia ai querelanti. Si accusa, e si accuserà anche per l'avvenire, il sistema pro-. porzionale come quello che frazionando la rappresentanza parlamentare altera la stabilità dei governi. Un confronto fra il. numero dei gruppi alla camera francese e alla camera italianadal novembre 1919 all'ottobre 1922 dimostra che in Francia, senza sistema proporzionale, i g u p p i erano piii numerosi che in Italia, con la proporzionale; le crisi ministeriali di Francia e d'Italia, nello stesso periodo, portano una differenza insignificante. Se ci vogliamo riferire a periodi piu antichi quando . c'erano piu o meno due guppi, destra e sinistra, troviamo chec negli ultimi anni antecedenti o conseguenti ad una guerra, l e crisi di gabinetto sono piu frequenti. Il Piemonte negli anni 1848-1850, a sistema elettorale censitario e collegio unidominale, la Francia tra il 1934-39, col suffragio universale e collegio uninominale, soffrirono della stessa instabilità governativa che l'Italia tra il 1919-1922 con la proporzionale. Non è il sistema elettorale che influisce a frazionare il parlamento, dato che i n ogni votazione si riduce a due fattori ~rincipali: maggioranza e minoranza; non è il sistema elettorale che influisce sulle crisi di governo, che dipendono dal parlamento quale ne sia l'origine e la composizione; si bene la concezione e tradizione parlamentare latina, che sottoponendo l'esecutivo all'impero delle


maggioranze, lo rende ora debole nel cedere ora rigido o petulante nel richiedere senza necessità dei voti di fiducia. La discussione sia del funzionamento della rappresentanza proporzionale, sia dei rapporti fra governo e parlamento sarà subito riaperta dopo questa guerra nelle assemblee costituenti dei vari paesi europei. Sentiremo ripetere gli argomenti pro e contro come nel 1918-1920, e forse con diverso esito poiché i miti del passato sono spesso delle barriere ,di nebbia che non fanno vedere la strada da percorrere l . In Italia, una delle maggiori vittime del fascismo fu la rappresentanza proporzionale. L'odio dei liberali alla proporzionale aumentò con le elezioni del 1921, quando Giolitti tentò tutti i mezzi, favorendo i fascisti, per attenuare l'importanza dei popolari e dei socialisti. Questi ultimi erano stati indeboliti dal distacco dei comunisti avvenuto nel gennaio 1921. Ma non ostante tutto l'impegno posto dalle prefetture al serkizio del ministero dell'interno, l'esito non fu secondo il piano prestabilito; i socialisti ebbero 121 seggi, i popolari 107, e i fascisti solo 35. Bisognava finirla con la proporzionale: Niente meraviglia che i capi liberali Giolitti, Orlando e Salandra, chiamati da Mussolini nella commissione parlamentare per la riforma elettorale, sostenessero la riforma fascista basata sul premio di due terzi di seggi per il partito che avesse ottenuto il maggior numero .di voti (e non meno del 25 per cento) in un collegio l L'assemblea consultiva di Algeri ha propo3to per la futura Francia il sistema proporzionale; già i n Italia si discute di naovo: democratici cristiani e socialisti lo favoriscono. « Battaglie Sindacali D, organo delladconfederazione generale del lavoro, del 23 aprile 1944, scriveva: Concordia e Proporzionale, è il titolo di nn eccellente articolo pubblicato sul «Popolo » del 16 aprile a firma di C.P. Vorremmo riportare per intero l'articolo; citiamo la conclusione: « Nel ricercare le responsabilità dell'avvento del fascismo ne d o r a n o anche troppe; ma non certo a carico della proporzionale. Se per democrazia si intende i1 popolo che governa se stesso, occorre anzitutto educare il popolo alla vi.ta politica; e la proporzionale compie questa educazione abituando il cittadino a schierarsi per idee e non per uomini. La concordia operosa nasce dal rispetto alle decisioni della maggioranza N.


nazionale unico, lasciando l'altro terzo a esser diviso fra tutte le altre liste. I n commissione quel 25 per cento fu portato a 40 per cento per guadagnare i voti dei popolari. È supeduo ricordare questa mesta pagina della storia politica italiana; il cenno vale per coloio che oggi non tenendo presenti fatti, tornano ad opporsi al ristabilimento della rappresentanza proporzionale, in nome del ppro parlamentarismo o in nome dei diritti delle maggioranze, e perfino in nome della democrazia. Governi stabili possono esservi con o senza la proporzionale, cosi come maggioranze equivoche possono essere il risultato di qualsiasi sistema elettorale; ne sono prova la storia della Francia, dell'Inghilterra e dell'Italia stessa. Ogni sistema elettorale ha i suoi inconvenienti, né mai raggiunge una perfetta adeguazione politica; ma nella evoluzione delle masse verso la vita politica,,. ogni sistema vi contribuisce storicamente, secondo lo stadio della formazione della coscienza collettiva. La rappresentanza proporzionale obbliga ad una cooperazione pratica e ad una . tolleranza reciproca, che fa superare le posizioni rigide delle maggioranze di sopraffazione e delle minoranze di ricatto. Esprime il momento della maturazione politica delle classi operaie e contadine nella collaborazione con la borghesia. a

Il sistema elettorale è legato intimamente a quello della formazione e vitalità dei partiti politici. Non si dà democrazia senza partiti organizzati, ma si posso~oavere partiti organizzati senza democrazia. Questa sembra a molti essere stata la sorte dell'Italia e di non pochi paesi latini. Se si fa eccezione della Francia non è per merito dei partiti, ma per la quasi congenita impossibilità dei francesi a vivere inquadrati i,n partito. Ogni francese, individualista e geniale, è un partito per se stesso. A parte le esagerazioni, si potrebbe dire lo stesso di tutti i paesi lati,ni. La differenza reale tra la Francia e gli altri


paesi si è che in Francia la borghesia, il ceto intellettuale, le classi medie sono state per numero, qualità, tradizione e combattività superiori a quelle di ogni altro paese ed han dato l'impronta generale alla cultura, al pensiero, ai modi d'arte, agli interessi olit ti ci, alle teorie sociali della vita moderna. 33 per questo fatto che la crisi di tali classi, sviluppatasi tra l'una e l'altra guerra, ha avuto delle ripercussioni piu larghe, superando i confini della Francia. Ciò dimostra anche che una democrazia difettosa e incompleta come la francese, con un funzionamento di partiti intercambiabili e allo stato fluido, senza grandi uomini dopo la scomparsa di Clemenceau (nonostante i suoi enormi difetti), con sistemi elettorali che permettevano tutte le combinazioni e i trucchi possibili, pure è vissuta ed ha reso molto alla Francia nei suoi settant'anni, si da ritenersi, dopo quella degli Stati Uniti e della Svizzera, la democrazia piu inerente ai costùmi e bisogni di una grande nazione, nonostante le ricorrenti crisi monarchiche, imperatoriali e maresciallesche. Invece l'Inghilterra ha avuto per lunga tradizione partiti bene organizzati, i quali han tenuto in mano il governo del paese, alternandosi secondo le ondate elettorali: niente idee generali, niente passioni di folle, ,tranne rari momenti, come quando Gladstone e Disraeli interessarono il mondo con la loro personalità. Per il resto: interessi fermati, specie di caste politiche, dalla iniziazione nei collegi e nelle università riservate alle famiglie tradizionali, fino all'arrivo dei nomi nobili, per eredità, alla camera dei signori. La politica inglese, e perfino la disciiscione parlamentare, potrebbe essere paragonata ad un gioco di scacchi fatto con passione ritenuta, con ilntelligenza attenta e w n colpi misurati. E dopo, chi ha perduto stringe la mano al vincitore: domani le loro posizioni potrebbero essere rovesciate. Finché il partito irlandese prima e il laburista dopo non agitarono le acque politiche inglesi, non nacque la democrazia sulle sponde del Tamigi. La tradizione aristocratica s'inchinò


alla nuova venuta e continuò il suo gioco per parecchio tempo. Ci volle Lloyd George a spodestare i lords e renderne innocuo il titolo tradizionale, quando un governo poteva creare nuovi membri della camera alta, non importa se laburisti o radicali. Cosi le due democrazie europee, la francese e la inglese, vennero a trovarsi sul medesimo piano d'importanza, dopo la prima grande guerra; ma con una differenza, che l'Inghilterra poté concedere il voto alle donne e poi la parità completa, inquadrandole nei pai-titi organizzati e direi quasi assorbendole. La Francia non osò: temette che le forze estreme, socialiste e monarchiche, si sarebbero avvantaggiate delle forze fresche femminili, e avrebbero detronizzato i partiti medi l . È stata questa stessa paura dei partiti medi, della borghesia-. tradizionale, del liberalismo d'insegna piu che di convinzione,. che perdette l'Italia nel 1922 e perdette la Francia nel 1940. Aveva ragione. ~uglielmoFerrero nell'accentuare negli ultimi. suoi scritti2 il potere distruttivo della paura, quando essa si estendk ai governanti, siano questi dittatori; parlamentari, partiti o classi dirigenti. Allora la vecchia struttura di un paese va a pezzi, ed è impossibile introdurne una nuova che dia fiducia. Ciò awenne in Francia dopo la Prima e dopo la Seconda repubblica; ciò anche al declino della Terza repubblica. L'Italia invece superò le scosse dell'immediato periodo dopo il Risor: gimento e perfino quelle piu dure dei governi reazionari e degli stati d'assedio, perché la classe dirigente borghese era l'unica ad avere il potere ed aveva fiducia in se stessa. Invece, dopo l'armistizio del 1918, le masse erano già organizzate in partiti forti, mentre la borghesia aveva i piccoli gruppi tradizionali: onde ebbe paura e ricorse alla violenza di piazza. I fascisti del 1920 in Italia furono lo stesso fenomeno che i cagoulards del 1938 in Francia; i generali De Bono, Graziani l Anche in I'talia in negato il voto alla donna (nonostante l e varie incistenze del partito popolare), e anche in Italia come in Francia i meno caldi ad appoggiare tale voto f.nrono i socialisti. a GUGLIELMO FERBERO, Pouvoir, New York, Brentano, 1942.


e altri della marcia su Roma furono della stessa stoffa dei Pétain, dei Darlan dell'armistizio del 1940. I primi ebbero un Mussolini che guidava la gioventu esaltata; questi ultimi, ancor piu partigiani, presero occasione che un Hitler calcasse il su010 francese, per cambiare l'odiato regime democratico. Si dice che nei paesi anglosassoni, Gran Bretagna, Domini e America, la democrazia regge agli urti depe correnti estreme perché è organizzata piu o meno con il sistema dei due partiti. Lascio fuori discussione le democrazie Idei Domini (Canadà, Australia, Nuova Zelanda) le cui tradizioni di libertà non rimontano molto indietro, e che nel loro tipo meriterebbero uno studio particolare. Non parlo neppure dell'Irlanda del Nord e del Sud, che può dirsi in istato di guerra latente dal 1914 ad oggi. La pi6 anziana delle democrazie è quella degli Stati Uniti, e per merito di uomini e di eventi dura e si evolve dal 1776 in poi con ritmo ininterrotto, nonostante guerre, crisi morali, politiche ed economiche. Se il' merito di ciò si deve dare alla organizzazione dei due partiti, repubblicano e democratico, o al sistema di governo federale, con larghi poteri propri per gli stati dell'unione, ovvero al metodo di libertà applicato in politica, lo lasciamo discutere agli americani stessi. Quel che però ci colpisce si è che in generale i due partiti americani finora non sono stati capaci a incanalare le forze proletarie, che fino a tutto il sec. XIX erano alla mercé del capitalismo sfruttatore e solo dopo han potuto tentare di organizzarsi. Essi ottennero durante la prima guerra mondiale una certa voce nella produzione; in seguito alla crisi economica e all'arrivo alla presidenza d i F. D. Roosevelt ottennero la legge Wagner che ha sistemato in certo modo la posizione legale dei loro sindacati. Nonostante vari tentativi non esiste tuttora la possibilità di un vero partito laburista come in Inghilterra l . l Esiste un piccolo Eabor party nelio stato di New York, che nel 1944 & è già spezzato in due; il gruppo anticomnnista prepdendo il nome di partito liberale.


Peggiore assai è stata ed è in parte oggi la situazione dei tredici milioni di negri, sia per la discriminazione elettorale, sia per quella amministrativa, economica e militare e perfino religiosa. Durante i dodici anni della presidenza di Roosevelt notevoli miglioramenti si sono avuti nel campo del lavoro, nel problema delle discriminazioni sociali e in altri campi della vita pubblica, benché l a guerra abbia accentuato l'accentramento amministrativo e un incremento burocratico ingombrante. La democrazia americana ha da fare ancora altre conquiste per essere presa da modello e per essere dispensata da nuovi grandi sforzi diretti a superare i monopoli politici ed economici del capitalismo affaristico. Arturo Livingstdn (il traduttore americano d i Mosca e , Pareto) non era il solo a credere che la democrazia sia sola-. mente l'appannaggio dei paesi industrializzati e delle strutture sociali capitalistiche. Quel che molti non rilevano si è che ogni struttura economica può avere la sua contropartita politica non secondo una necessità fatale, ma secondo che gli uomini liberi operanti nel corso storico degli eventi vi danno forma e vita. Cosi noi abbiamo avuto nel secolo scorso paesi ad alta intensità industriale, quali l'America, l'Inghilterra e la Germania, con tre fornie ben differenti di organizzazione politica: la democratica e protettiva in America, l'aristocratico-liberale-libero scambista in fnghilterra, la teocratico-militarista e « dumpingista 1) in Germania. E nel secolo attuale, l'America di Harding e Hoover arrivò ad una democrazia dominata da monopoli capitalistici (nonostante la legge contro i monopoli), impregnata di isolakionismo politico e tariffario, cose che per la loro natura scalzano la base alla vera democrazia. L'Inghilterra da parte sua ha mantenuto il dominio dei conservatori attraverso un sistema elettorale vecchio e desueto, che ha fatto andare in rovina ii partito liberale, ed ha tenuto il partito laburista fuori dei ranghi governativi fino al 1940, a parte il primo gabinetto Macdonald. Non ci sono in Inghilterra e in America le fasi isttriche della Francia e dell'Italia, ma ci è


stato il dominio del capitalismo della City e di R7aU Street, uqa delle cause del17indebolimento della fe/ democratica degli anglosassoni, e della politica remissiva che ha condotto alla presente guerra. Altro esempio, quello della Russia: là al grande sviluppo industriale non si accompagna affatto un regime democratico, si bene un illimitato totalitarismo. Oggi, dopo le prove della guerra, tutti s'inchinano alla Russia come spirito nazionale e come preparazione militare e industriale: nessuno può affermare che questi sieno effetti di una democrazia precedente. né che saranno cause della democrazia futura. Certi sociologi della democrazia americana, che vogliono legare democrazia a capitalismo, o democrazia a industrializzazione del paese, abbiano la bontà di studiare la storia comparata, e vedere come i fatti neiano le loro teorie. Gli altri*poi che si fissano sul meccanismo dei due partiti, non vedono che la facciata dei fatti. Anzitutto i due partiti sono spesso (in America specialmente) il frutto di compromessi personali e di gruppo, che non possono nascondere le interne e profonde divisioni, che di fatto paralizzan& la stessa vita politica; e i terzi partiti (che poi sono piii di uno poiché la psicologia umana è uguale in tutto il mondo) vengono soffocati (com'è avvenuto allo sfortunato partito liberale inglese) dal sistema - elettorale, che agevola il mantenimento al potere per lunghi periodi di un partito anche leggerpente piii forte. Si celebra i l sistema dei due partiti come il piii sicuro per la tranquillità pubblica e il piii responsabile per la concezione democratica, in quanto la maggioranza assume in sé la responsabilità e la volontà della minoranza. Coloro che la pensano cosi non si rendono conto che nel fatto non esistono mai due soli partiti in qualsiasi democrazia del mondo, poiché le opinioni, le tendenze, gli interessi, i credi, sono molteplici. La differenza è solo politica e organizzativa, mai sociologica. Difatti: sia che tali opinioni, tendenze, interessi si 'esprimano in seno ai partiti stessi, ovvero in seno ai parlamenti o camere


dei comuni e dei signori o congressi, gli effetti finali sono sempre o quelli del compromesso o' quelli della lotta. In ogni struttura sociale le varie forze al concreto si polarizzano in due termini: l'affermativa e la negativa; avrà prevabnza quella che ha con sé o-il numero o la forza o la ra,'@ione. Cosi l'ultima decisibne è quella che s'impone. La democrazia è il metodo piU sicuro purché la polarizzazione dualistica sia libera e la decisione finale sia accettabile. In Francia e in Italia lo spirito individualistico, nel suo bene e nel suo malle, ha sempre impedito alla borghesia di formare partiti propri, strutturali della società capitalistica: sono stati solo i partiti operai, come i socialisti, ovvero a 9arattere operaio sociale (benché non classista), come quello..: popolare (democratico-cristiano), a dare compattezza all'elettorato ed espressione ai programmi politici. Ma sia perché i partiti socialisti latini (a differenza di quelli anglosassoni) erano rivoluzionari, sia perché i partiti popolari erano arrivati in ritardo (ed in Francia si trattava di un tentativo di partito), il fatto si è che al sopravvenire ,delle crisi nazionali i partiti operai furono incapaci (e ciò accadde anche in Germania) a fare faccia alla reazione. Forse oggi i laburisti inglesi, dopo circa quarant'anni di esperienze, saranno pronti ad ereditare il potere dalla borghesia;, ma in America la classe operaia non è ancora educata a un tale compito; e si trova forse piU indietro di quanto non fosse la classe operaia italiana del 1922 e la classe operaia francese del 1939. Certo che il comunismo, come inteso da coloro che han formato i .partiti cdmunisti legati alla fu terza internazionale, ha portato nelle detnocrazie occidentali il virus della paura ed ha disintegrato in parte le forze stesse del lavoro con il virus rivoluzionario. Ma quel che l'Italia ha sofferto per l'avventura fascista è stato effetto piU della paura della borghesia che della rivoluzione delle folle: fu proprio la borghesia che rinunziò alla democrazia e fece la sua rivoluzione.


Coloro che nella crisi fascista vedono un segno dell'incapacità degli italiani a vivere in democrazia, nop hanno conoscenza storica, né psicologica, né sociologica della complessità europea. Quando la prima democrazia francese (se vera democrazia fu essa mai) cadde nel terrore e poscia nell'impero dittatoriale di Napoleone, la maggior parte degli stessi francesi si credette inadatta non solo alla democrazia ma al parlamentarismo aristocratico-borghese dell'hghilterra. La restaurazione fu ispirata ad una monarchia temperata e paternalista con tendenza verso 1'assolutismo. La democrazia del 1848 falli presto in Francia, per l'incomprensione o paura che la .borghesia ebbe delle masse che irrompevano. Vent'anni di dittatura di Napoleone I11 (con relativo impero) fecero credere al mondo che la Francia era incapace a darsi un regime popolare. E non solo la gente di Vichy, ma molti altri, francesi o no, credono oggi che la democrazia non è del « genio francese ».Pure la democrazia moderna è nata in Francia. La nascente democrazia americana fu un misto di common law inglese, di cristianesimo puritano e di enciclopedia francese; lo spirito francese non so10 non vi mancò, ma ne fu il fecondatore l. Un americano o inglese dei tempi del primo o del secondo Napoleone avrebbe forse avuto il diritto di dire che la Francia non era _adatta per la democrazia? Cosi americano o un inglese di oggi non ha diritto di dire che l'Italia (perché h a avuto un Mussolini invece di due Napoleoni) non sia adatta, non dico ad essere, ma a ritornare ad essere democrazia, e in miglior forma di prima. Quando l e crisi storiche si superano e i periodi si saldano, l Alcuni credono che Ronsseau sia i l padre della democrazia francese e moderna; ciò non è vero non solo per l'America e per l'Inghilterra e per l'Italia, ma nemmeno per la Francia. Ronsseau è nn nome per la democrazia come Edanr per il sociali~mo:la realtà è diversa.


allora si guardano con altro occhio i punti oscuri o dubbi e i fati tragici di un popolo nel suo cammino. Dopo la guerra civile e l'abolizione della schiavitii, 1'America si senti meglio moralmente e psicologicamente, nonostante che ancora sanguinasse ,di quattro anni di &erra e i risentimenti fossero vivi per decenni e piu. E benché si possa dire che la democrazia di Jefferson e di Lincoln fosse piii coscientemente e piu saldamente vissuta che la democrazia di Teodoro Roosevelt o di Herbert Hoover, pure, nel piano storico, le fasi superate sono delle vittorie avute in nome dell'idea. Cos: sarà domani la Francia quando potrà inaugurare la Quarta repubblica, e cancellare la vergogna di Compièpe del 1940, e far dimenticare gli uomini di Vichy. Cosi sarà l'Italia quando potrà affermare i l secondo, Risorgimento dopo la tirannia totalitaria fascista e le vanterie. dell'impero. La democrazia, rima di essere un metodo elettorale o una organizzazione di partiti, è uno spirito. Lo spirito, benché uguale nella umanità, si realizza in ogni individualità ' sociale e in ogni ciclo storico con speciali caratteristiche e con stampo proprio. È perciò che la democrazia, forma migliore del viver sociale politico, si è realizzata in diverso modo e con diverse fasi di qua e di là dell'Atlantico. Sia perché ha dovuto superare difficoltà diverse di tradizioni, d'istituti, di orientamenti religiosi, filosofici e culturali, d'interessi economici e politici; sia ancora per la peculiarità delle varie popolazioni e il loro svolgimento civile e morah. L'inglese non va per scosse ma procede lento e sicuro per uno spirito di adattamento che lo ha reso il popolo piii forte e meglio resistente alle intemperie politiche. I3 perciò che ha potuto due volte affrontare il tedesco che era meglio equipaggiato e disciplinato e doppio di numero. I1 francese è troppo logico per subire l'adattamento; l'italiano ancora piu impulsivo. È perciò che hanno avuto sempre costituzioni scritte intangibili (salvo a distruggerle di fatto), forme rigide d'amministrazione, accentramento burocratico e formalismo eccessivo. Questo è lo


scritto: nel fatto l'individualismo prevale sulla coscienza collettiva e sui vincolo sociale. Chi può evadere la legge lo fa anche con piacere, soddisfatto della propria astuzia (specialmente se si tratta di sfuggire al fisco), convinto che .la società, anche la piti liberale, è ben tiranna a non permettergli di fare di suo gusto. Quando i legami sociali toccano gli interessi di classe, l'insofferenza colpisce i regimi che sono troppo rigidi' per potersi riadattare alle nuove esigenze. Donde le crisi grandi e piccole dalla rivoluzione francese ad oggi in Europa. L'individualismo latinobreca i suoi vantaggi nello sviluppo della personalità, nell'affermazione del genio, nella scintilla dell'arte anche in artigiani e operai, e nel tentativo costante di superare le barriere economiche, sociali e politiche che le strutture di classi e di partiti impongono al complesso sociale. Del resto ogni paese avrà la sua democ~azia,e ogni tempo avrà la sua democrazia; ci sarà il tempo quando la democrazia sarà soverchiata e quando la democrazia ritornerà trionfante. Coloro che non vedono alcun bene se non nell'uniformità e nella costanza dei regimi politici, non hanno né senso storico né immaginazione. L'Italia di domani sarà .democratica non solo perché ogni paese di spirito individualista tende alla democrazia, non solo per reazione al passato fascista che vorrà cancellare, non solo per istinto d'imitazione, visto che la vittoria sarà delle democrazie (e Russia e Cina passeranno o saranno fatte passare per democrazie), ma perché la ricostituzione del paese e il ritorno ad una sanità sociale e politica esigono, anche per l'Italia, il funzionamento di una democrazia.

&la quale democrazia? Ce ne sono diverse; ce ne sono state varie nel passato; ce ne saranno di pi6 nel futuro. Paesi ed epoche si adattano agli istituti esistenti trasformandoli; paesi ed epoche creano nuovi istituti per nuove esigenze. I1 dopo-guerra


segnerà un'immensa trasformazione psicologica dei popoli vincitori e dei popoli vinti; una revisione dei valori sociali sarà fatta piu o meno consciahente. La ripudiazione di certo passato ingombrante non sarà solo un atto di dovere dei paesi totalitari (Russia compresa), ma sarà un bisogno psicologico e morale anche delle democrazie. Senza una vera catarsi morale, non si potrà creare una vera nuova democrazia nella quale l e varie classi sociali e i vari gruppi culturali abbiano fiducia e per la quale facciano dei" sacrifici di amor proprio, di tranquillità e di lavoro. Ond'è che non c'è da meravigliarsi se a molti.italiani, dopo una .crisi cosi larga e profonda, le parole libertà e 'democrazia non suoneranno squillanti di speranza e di armonia sociale. Per essi an- cora avranno piu abpello le parole: nazione, italianità, e per certe zone: sindacalismo, corporativismo o comunismo. Superato il periodo 'di abbattimento e di umiliazione (l'umana natura non si cambia facilmente, e i sentimenti immediati hanno piu effetto nell'immaginazione che i ragionamenti piu fermi), allora l'italiano comincerà a riflettere e a vedere che oggi non c'è alternativa in politica che fra democrazia e dittatura. Le semidemocrazie sono in fatto semidittature e, perdendo facilmente il senso di libertà, divengono governi arbitrari come l e stesse dittature. Chi parla oggi di governo paterno (come nelbsecolo XVIII) non solo non hcorda piu che il governo storico di quel tempo non era veramente paterno, ma non comprende che ciò significa per un popolo abdicare la propria vita politica nelle mani d'un ,guppo irresponsabile. Nel secolo XVIII c'erano ancora le aristocrazie di sangue, la chiesa e la borghesia che formavano ordiiii distinti e gelosi dei loro diritti, che per lo meno garantivano quella determiniita struttura sociale. Oggi no: i capi sarebbero militari alla Horthy, Pétain, Darlan, Franco o Carmona, che non rappresentano che interessi di una casta ristretta e reazionaria, owero dei nuovi arrivati che varrebbero lo stesso dei Mussolini o Lava1 e altri simili benevoli o malevoli awenturieri della politica.


Cosi, per via di eliminazione, anche i piu antidemocratici dei paesi vinti arriveranno a sentire la necessità del regime parlamentare (impossibile una democrazia senza parlamento), di una legge elettorale onesta, giusta ed estesa anche alle donne (impossibile un parlamento senza elezioni) e di un'organizzazione di partiti che risponda allo stesso tempo alla struttura economica e alle orientazioni culturali del paese (impossibili vere elezioni e vita parlamentare senza i partiti). Questo quadro, se è simile nel suo schema al passato dell'Italia dal 1848 al 1922, non sarà simile nella realtà storica, psicologica, morale, politica e sociale. L'Italia deve rifare tutta la sua struttura. Quel che soprawiverà, gopo la distruzione morale ed economica del fascismo e l e distruzioni materiali della guerra, sarà da riordinare e rivivificare con un'idea sola: salvare l'Italia e indirizzarla di nuovo ai suoi destini; direi anche redimerla da un passato d i colpe (e non è stata la sola, n é la pi6 colpevole di tutte le nazioni oggi schierate in guerra o anche neutrali). Ma chi potrà operare la finascita e la redenzione del proprio paese non sarà né un uomo né una classe, ma tutto il popolo animato dal soffio di un ideale e dalla forza di una volontà. Si potrà discutere sul modo come realizzare la democrazia; ogni partito, ogni gruppo dovrà cooperarvi con larghezza $di vedute e con fiducia reciproca. Non verrà fuori una cosa perfetta; niente è perfetto al mondo. Quelli che si credono perfetti in ogni ramo della vita sono farisei. Verrà una democrazia, quella che l'ora storica ci porterà, con non pochi difetti e con molte speranze. Nella vita di un popolo, come in quella dell'individuo, le speranze sorreggono nel lavoro e nei sacrifìci, e i difetti si emendano con la buona volontà e l'esperienza.


MONARCHIA O REPUBBLICA

Il problema che appassionò i nostri padri del Risorgimento, appassiona ora di nuovo gli italiani: sarà l'Italia una monarchia o .una repubblica? Fin dalla rivoluzione francese non è stato facile conciliare in Europa la democrazia con la monarchia. E se tale conciliazione è oggi un fatto presso gli stati nordici, mai ciò è avvenuto piesso le' nazioni latine. In Inghilterra, dopo la morte della regina Vittoria e con la formazione del partito laburista si cominciò a parlare in concreto di democrazia; h o a ieri ve ne è stata fortemente contestata l'esistenza. Solo correntemente la parola è entrata-in uso, anche sulla bocca di Baldwin, per differenziare 1'Inghilterra e la Francia dagli stati totalitari. Vi hanno anche contribuito tutti i fascismi del mondo, quando han parlato con disprezzo delle dsmocrazie plutocratiche o capitalistiche. Il Belgio e l'Olanda prima della prima p e n a mondiale non osavano dirsi democrazie: erano regni liberali a tendenza popolare. Dopo la morte di Alberto I, il figlio Leopoldo xnostrò chiaramente che amava poco la democrazia, nonostante che le masse belghe (socialisti e democratici cristiani) fossero mature a piu larghi esperimenti sociali. Solo i regni scandinavi, (1s una ventina di anni, han mostrato procedere nel solco della democrazia sociale, cosi come i domisiti inglesi di Australia, Canadà, e Nuova Zelanda. I1 re d'Inghilterra, la regina d'Olanda, la granduchessa del Lussemburgo e i re di Svezia, Norvegia e Danimarca sono oggi non solo re costituzionali, ma veramente legati alla sorte dei loro popoli e progressivamente sperimentatori di riforme sociali in senso democratico. Le monarchie latine hanno avuto altro carattere e altra storia. Quella francese fu sbalzata di sella a piu riprese, dal 1792 al 1848; quei re mai furono per la democrazia, quasi


sempre con la reazione. I partiti monarchici francesi sono stati e -sono per definizione anti-democratici. La tradizione della monarchia spagnola, anche del ramo isabelliano, fu sempre verso l'assolutismo con concessioni popolari, date e ritirate, secondo i momenti rivoluzionari, dal 1812 fino all'abdicazione di Alfonso nel 1931. I1 Portogallo si liberò dalla dinastia ,dei Braganza nel 1911, ma non guadagnò una democrazia. Da dittature anticlericali a quelle clericali il passaggio è stato vantaggioso ma non felice. L'anti-d-emocrazia di Salazar non tende alla restaurazione della monarchia: un ostacolo di meno per arrivare domani ad un governo democratico e libero. Le dinastie d'Italia, alla restaurazione del 1815, erano ben sette, oltre il papa e a parte l'imperatore d'Austria che era un sovrano straniero. Tranne in Piemonte, una vera tiadizjone yopolare monarchica poteva dirsi inesistente. Appena s'lniziò i1 movimento di unificazione, i pensieri furono divisi fra una confederazione di stati, sotto la presidenza del papa (come la proponevano i neo-guelfi) o una repubblica «una e indivisibile ». Dopo il fallimento delle rivolte del 1820 e del 1830, e dopo le vane promesse di costituzioni dei vari sovrani, ebbe simpatie da un lato la repubblica sotto gli auspici della « Giovane Italia 1) di Mazzini, e dall'altro il Prinrato d'ltalia di Gioberti, pubblicato nel 1843, guadagnò molti all'ideà della confederazione. La frase di Pio IX: «Gran Dio, benedite l'Italia » fu la scossa elettrica per tutti gli italiani si da credere imminente la realtà di tale confederazione o di altro tipo di unificazione. Che i monarchi restassero o andassero via, non era quello il problema del momento: il popolo italiano sentiva essere la nazioiie; la polarizzazione di questo sentimento era verso l'indipendenza dall'Austria e verso i regimi costituzionali. Carlo Alberto diede nel 1848 la costituzione a l regno di Sardegna e dichiarò l i guerra all'Austria: egli divenne cosi il capo della nuova Italia. Battuto a Novara, costretto a chiedere l'armistizio, abdicò e andò in esilio volontario. Quali siano stati


i suoi precedenti d'insincerità o di titubanza verso i rivoluzionari, quali le sue imprudenze a tentare una guerra improvvisata, egli polarizzò su di sé e. sulla sua dinastia i sentimenti dei liberali di tutto il paese. Quando Pio IX impaurito fuggi a Gaeta, Ferdinando ritirò la costituzione, la Sicilia sostenne una guerra impari contro il Borbone che ne aveva usurpato i diritti, e tutti gli altri principotti tornarono alla reazione piU dura sotto Fa direzione e con l'aiuto dell'Austria, solo Vittorio Emanuele rimase fedele alla costituzione. Cosi egli divenne il naturale pretendente alla corona d'Italia: la stessa Sicilia cedette le sue tradizioni d'indipendenza. La fortuna e Cavour fecero il resto: Vittorio Emanuele I1 divenne il Gimo re d91talia è il padre della Patria. Molti repubblicani si unirono alla monarchia al motto « l a repubblica ci divide, la monarchia ci unisce ».Anche Garibaldi cedette; neanche Mazzini si oppose. Restò la tradizione mazziniana come un ricordo storico o come un monito, secondo le occasioni; ebbe focolari attivi e uomini coraggiosi; lasciò per strada la prima parte del motto a Dio e Popolo D, e si legò alla seconda, seguendo piU o meno le tendenze socialiste. Uno dei fenomeni piU indicativi dello spirito italiano non affetto mai dalla a monarchite » alla francese né dal ~ l e g i t t i mismo alla spagnola, si fu il rapido scomparire del ricordo delle dinastie spodestate e la inefficienza di qualsiasi partito di restaurazione. Napoli ebbe il suo gruppettino di borbonici, aristocratici sconsolati che facevano della fedeltà alla dinastia un punto di onore; di ecclesiastici (ben pochi), impauriti della libertà del nuovo regime; di impiegati fedeli che non vollero giurare al nuovo re (l'usurpatore) e che preferirono vivere in miseria. Con questa brava gente non si fa un partito: nelle province napoletane si alimentò per qualche tempo, e col denaro di Francesco II? il cosiddetto bripantaggio borbonico, ma fu rudemente represso. La Sicilia non aveva che ricordi di ostilità costante verso i Borboni di Napoli, e l'ultimo fatto, la soppressione della costituzione del 1812 (garentita dall'hghil-


terra), aveva eccitato varie rivolte, precedute e seguite da memoriali a Londra, e da interventi britannici, e finalmente la guerra del 1848. I pochi borbonici venivano guardati come traditori dalla Sicilia, benché questa non fosse poi contenta dei u piemontesi » ed avesse tentato la rivolta di nuovo. I n sostanza, niente monarchismo, solo l'idea dell'autonomia siciliana vi predominava l . L'unica resistenza al nuovo stato di bose veniva dai cattolici non a nome del legittimismo, subito sorpassato, ma per la questione romana e il suo carattere ecclesiastico: ne parleremo nel prossimo capitolo. Come Ie dinastie del passato non facevano appello alla tradizione italiana, meno che nel Piemonte, cosi la dinastia del nuovo regno d'Italia non aveva altro titolo per tutto il paese all'infuori di quello di essere' stata fedele all'idea di unità e libertà e aver condotto a buon fine l'impresa dal 1848 al 1870, in ventidue anni, cosa che poteva avere del meraviglioso. Inutile ,discutere con le ipotesi, se cioè si poteva raggiungere lo stesso risultato senza i Savoia. I1 fatto fu che i Savoia furono legati ai fasti del Risorgimento e divennero popolari anche presso le popolazioni cattoliche (a parte quelle che li dichiaravano usurpatori e scomunicati). La maggior parte di essi deplorando il conflitto con la chiesa au,pravano vedere riuniti Pio IX e Vittorio Emanuele 11. La parola u conciliazione » divenne di attualità e l'Italia fu divisa fra u conciliatoristi » e u anti-conciliatoristi)). Poco dopo, alla distanza di giorni, morirono nel 1878 Vittorio Emanuele I1 e Pio IX. Succese Umberto al trono d'Italia. I1 vecchio Garibaldi consigliava al suo commilitone, Benedetto Cairoli, divenuto presidente del consiglio, a persuadere il nuovo re «che l'awenire non è nella monarchia e che la di lui dinastia durerà in ragione diretta dei vantaggi portati all'Italia ».L'attentato di Giovanni l Dopo i l 1848 non ci fu mai piu in Sicilia i'idea di un regno separato, ma rimase in molti i l risentimento verso il governo centrale e l e aspirazioni

all'autonomia regionale: di separatismo si è parlato SOIOal momento dell'occupazione alleata.


Rassanante contro Umberto nel novembre 1878 servi alla reazione per ostacolare i progetti democratici del Cairoli (che fu in quell'occasione ferito alla gamba). Quanto nella politica dal 1878 al 1900 si debba al r e - e alla corte, quanto alla crisi economica, alle imprese coloniali e al temperamento degli uomini politici, quali Depretis, Crispi, Giolitti e Rudini, lo lasciamo agli storici di professione. I moti della Sicilia e Lunigiana nel 1894, poi quelli di Milano estesi in altre parti d'Italia nel 1898, non furono fatti occasionali, né dipesero esclusivamente da propaganda sovversiva. In ogni rivolta c'è sempre l'occasione che dà la spinta e il demagogo che ne profitta; ma le condizioni sociali ed economiche d'Italia erano deplorevoli, il risveglio delle masse passava dallo stadio strettamente economico e locale a quello politico e nazionale. Fu accusato Umberto di volere una politica interna reazionaria; le classi borghesi che avevano paura del movimento democratico si tenevano strette alla monarchia ed 'all'esercito, come ad un presidio sicuro. Le prove degli stati d'assedio non furono affatto conclusive; l'agitazione popolare guadagnò anche una parte della piccola borghesia, gli artigianati cittadini, le classi impiegatizie. I risultati elettorali (pur senza suffragio universale) furono per un ritorno completo alla normalità legale e una larga attuazione di leggi sociali e di riforme politiche. In questo ambiente caldo, il regicidio di Umberto-arrivò come una scossa a tutto il paese e come un monito per il nuovo re. Vittorio Emanuele 111 ebbe un primo periodo di favore; fu creduto democratico. I partiti allora detti «popolari s poterono coalizzarsi (radicali, socialisti e repubblicani) e avere larga rappresentanza nella camera dei deputati; fecero introdurre anche propri rappresentanti nel senato e acquistarono larga influenza in certi ministeri, quali quello dei lavori pubblici, a,&coltura industria e commercio. Essi fecero costituire M ministero del lavoro e un consiglio superiore del lavoro, una banca per le cooperative e altri prowedimenti legislativi e ministeriali a favore deile classi lavoratrici. Infine fu ottenuto anche il suffragio

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universale. Nel capitolo precedente abbiamo visto come in Italia si sviluppasse lo spirito democratico e come le classi lavoratrici, pur attraverso irrequietezze e incertezze, emergessero nella vita pubblica prendendo coscienza dei loro diritti e della loro potenzialità e organizzandosi in partiti. È stato piti volte scritto che anche in tale peripdo, che sembrava cosi promettente, l'azione della borghesia reazionaria, dell'esercito e della corte, se non personalmente del re, era tale da riuscire a mantenere la leva del comando e a frenare le impazienze dei partiti estremi, alternando le concessioni con l e reazioni per evitare l'awento della democrazia. Se non si vuol considerare l'Italia come un'eccezione, tutto ciò, e anche piu, aweniva allora in Europa. Farne una colpa a Vittorio Emanuele I11 sarebbe eccessivo: si guarderebbe con gli occhiali del 1944 quel che succedeva trenta e quarant'anni prima. Del resto, come biasimare del tutto la borghesia di allora, se il partito operaio piu forte, il socialista, pur servendosi del regime costituzionale e partecipando alla vita parlamentare, si chiamava e agiva da rivoluzionario? Non fu esso (a capo Mussolini, allora direttore dell'uAvanti! D) ad eccitare le folle per impedire la partenza dei soldati per la guerra libica, scardinando i binari ferroviari o mettendo le donne davanti ai treni? E piu tardi non organizzarono ad Ancona la cosiddetta «settimana rossa » che fu una vera rivolta? E dall'altro lato, i socialisti stessi dichiaravano di non voler partecipare al governo, ma di attendere il momento della rivoluzione. Si comprende quindi come borghesia, esercito e corte stessero uniti, e perché sollecitassero il Vaticano a consentire che i cattolici prendessero parte alle elezioni politiche, purché dal lato della «conservazione sociale)), e perché essi mostrassero tanta ostilità alle leghe operaie dei cattolici. Pi6 volte gli industriali dissero e scrissero: « meglio i socialisti che i democratici cristiani H. Che il re, poi, si giovasse di Giolitti come uomo di fiducia, che sapeva navigare sia nelle acque di Mantecitorio che in


quelle del paese, è naturale non solo perché piemontese, fedele burocratico e abile politico, ma perché sapeva essere allo stesso tempo conservatore e progressista; sapeva affrontare l'opposizione quando era sicuro del successo; sapeva dimettersi a tempo, per ritornare ad essere l'uomo necessario; sapeva coprire la corona mostrando che vero sovrano era l'elettorato (ch'eli cercava di manipolare) e la camera (ch'egli si era sforzato di formare secondo la sua politica). Chi scrive ha avversato Giolitti, politicamente, per tutta la sua vita, e ne è stato ripagato con la medesima avversione. Ma bisogna essere obbietiivi, e non dare né a Giolitti né a Vittorio Emanuele piti delle responsabilità che loro spettano. È vero che uomini come Giolitti dominarono troppo a lungo e non sempre utilmente sul paese, e che' l'appoggio della monarchia, discreto ma sicuro, ci fu per non poco a rendere l'uomo necessario e qualche volta fatale. Contestiamo però l'uso della parola dittatura che si applica da certuni troppo facilmente a Giolitti, a Depretis e perfino a Cavour. Giolitti non fu un dittatore alla moderna, e nessun altro in Italia, compreso Crispi che ne aveva l'istinto." I partiti avversi potevano combattere anche aspramente tutti i presidenti dei ministri italiani, Giolitti compreso. Questi evitava i colpi; cercava di sciupare gli avversari e di favorire gli amici fedeli fino al limite estremo, che durante le elezioni era facilmente superato, sapendo di poterlo fare impunemente. Giolitti e Depretis furono dei manovratori della libertà, senza mai abolirla (come Crispi con gli stati d'assedio). Ma nei casi d'interesse nazionale seppero ben prendere atteggiamenti decisivi e di grande responsabilità. Bene o male (secondo il punto di vista) Giolitti decise la guerra libica, dopo che per vent'anni l'Italia si era assicurato il benestare delle grandi potenze per questo territorio che toccò all'Italia nella liquidazione dell'impero ottomano. Giolitti diede il suffragio universale. Fu Giolitti (non il democratico Nitti) che ebbe il coraggio di rinunziare al protettorato in Albania (proposto dalla Fran-


cia, Inghilterra e America alla conferenza di Parigi) e di cacciare a colpi di cannone D'Annunzio e le sue squadre da Fiume, che per il trattato di Rapa110 fu riconosciuta come città autonoma. La democrazia italiana, che andava maturando fra il 1900 e il 1914, non aveva né Vittorio Emanuele né Giolitti come ostacoli personali; né le pretese dittature monarchico-borghesi, che non esistevano. Essa era indebolita dall'aqeggiamento della borghesia industriale che si preoccupava dei movimenti operai, dall'assenteismo dei cattolici (ritenuti massa di manovra) e dal rivoluzionarismo (per quanto verbale e sporadico) dei socialisti di sinistra. Se dopo la prima grande guerra le cose in Italia fossero rimaste a questo punto, il problema della monarchia non sarebbe stato rimesso in discussione. I socialisti avrebbero finito col far cadere completamente quella che essi chiamavano « pregiudiziale repubblicana D; i popolari non avrebbero mai sollevato il problema della repubblica, nonostante che chi scrive, anche prima di fondare il partito popolare, e altri ancora, fossero stati di tendenza repubblicana. Chi, dopo la guerra, risollevò la questione monarchica fu Mussolini: uno dei punti del programma fascista del hiarzo 1919 fu la proclamazione della repubblica italiana. Ma la repubblica non faceva appello ai fascisti; per essi la repubblica serviva da minaccia rivoluzionaria alla monarchia. Liberali e conservatori lo compresero subito; ma h o a quando Mussolini non f u sicuro che Vittorio Emanuele non aveva ostacoli a nominarlo primo sinistro, egli, lasciando la repubblica da lato, pensò di sfruttare le ambizioni del duca di Aosta. Si trattava cosi di mettere di fronte al re un pretendente della stessa casa di Savoia. In un discorso solenne a Udine, Mussolini dichiarò di far cadere il suo repubblicanismo e di accedere alla monarchia. Questo discorso rispondeva a puntino all'altro, fatto alla camera dei deputati, a favore del cattolicismo e del Vaticano come elemento importante per l'avvenire d'Italia.


Quando la rivolta fascista scoppiò, alla fine di ottobre 1922, Vittorio Emanuele si trovò ad avere come suo primo ministro Luigi Facta. Costui, attraverso oscillazioni e pentimenti, posto a dover scegliere fra le pretese dei rivoltosi e il rispetto della tradizione liberale, si appigliò al partito piu onesto e, insieme agli altri ministri, che in quel momento erano dimissionari, deliberò lo stato d'assedio. Si era sicuri (e giustamente) che in poche ore e con poche forze di carabinieri, polizia e soldati di presidio, i fascisti avrebbero ceduto. Mussolini a Milano teneva pronta l'automobile per scappare in Svizzera. I1 re diede piu credito a certi generali favorevoli d fascismo che al suo stesso gabinetto. Ebbe paura che venisse proclamato re il cugino Aosta, che stava in agguato vicino a Spoleto; non ebbe fiducia nella popolarità della sua persona e del suo erede; temette che i suoi difensori, nel caso di resistenza al fascismo, dovessero essere i socialisti e i popolari. Cedette. L un primo tempo egli s'ingannò, e molti con lui, che Mussolini e fascisti, una volta accontentati, divenissero docile strumento in mano a uomini sperimentati quali Salandra, Giolitti e Orlando. Fu quello il primo atto di appecasement all'inglese, e non piu una combinazione all'italiana, che iniziò tutto un metodo nuovo nella politica nazionale e internazionale l. I1 re e i suoi consiglieri s'ingannavano di grosso. La psicologia dei vincitori a buon mercato è assai piu complicata di quella dei vincitori di aspre e lunghe battaglie. I fascisti e il loro capo dovevano far credere (e di piu arrivare per autosuggestione a credere .essi stessi) che le loro battaglie erano state aspre e difficili, che le loro passeggiate con i moschetti per le campagne e i villaggi a minacciare operai e a distruggere cooperative, a fare ingoiare ai malcapitati olio di ricino avanti ai giovinastri che facevano sberleffi e insistevaho per le seconde e terze dosi, erano stati atti eroici per la salvezza della patria. Che l'entrata a Roma di trentamila uomini in camicia nera, con bandiere e gagliardetti portanti teschi di morto, p u p à l i e -La parola appememmi in questo senso è intraducibile in italiano.

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bombe per insegne, doveva significare l'esito trionfale di battaglie che .mai erano state combattute, e, fingendo una parata, far credere che Silla o Cesare tornavano trionfanti sulle fazioni avverse. Cosi fu: il re prese su di sé tutta la responsabilità; egli, re costituzionale, rifiuta di porre la firma al decreto di stato d'assedio, e invece di procedere costituzionalmente alla formazione di un gabinetto parlamentare, nomina Mussolini primo ministro mentre questi è a Milano e gli consente la marcia su Roma, per indicare che la rivolta era riuscita trionfante, passando cosi alle squadre armate di ribelli inorgogliti tutti i poteri costituiti del re, del parlamento e del governo. Non intendiamo dare la colpa solo a Vittorio Emanuele, né vogliamo attenuare quelle del ministro Facta. Ricordiamo che fra i ministri vi erano antifascisti senza macchia quali il democratico Amendola (che pagò con la vita la sua opposizione) e altri ancora. Quel che sembra strano si è che Vittorio Emanuele, il quale in piu di ventun a m i di regno si era mostrato sempre costituzionale e fedele alle regole tradizionali con le quali osservare lo Statuto albertino, d'un tratto si disimpegna egli stesso da una meticolosa e formalistica «etichetta » per mettersi addosso la responsabilità di una rivoluzione. Egli ,dovette essere cosi spinto dai militari, da uomini d i corte, da uomini politici, si da usci~e dal suo tradizionale riserbo; a meno che l'idea di un pretendente al trono lo abbia eccitato al segno da superare tutte le titubanze. Si disse che egli cedette per evitare una guerra civile. A chi scrive sembra impossibile che Vittorio Emanuele abbia pensato essere l'Italia alla vigilia di una guerra civile, Per quanto si fosse esagerato, non c'era l'ombra di un tale pericolo. Da quel giorno malaugurato del 28 ottobre 1922, Vittorio Emanuele prese la sua rotta: non resistere a l fascismo. Rientrò nel suo ruolo di re costituzionale senza la costituzione, o con uno straccio di costituzione. Si credette per un momento, dopo l'assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti, che il


re fosse disposto a ritirare la sua fiducia al gabinetto Mussolini (era ancora una finzione politica quella di credere all'esistenza di un gabinetto di nomina reale), e chiamare altri a formarne uno nuovo. Sarebbe stato un atto coraggioso, che-poteva andare piu in là' di quel che allora si pensasse. Ma intervennero gli ex-capi dei gabinetti liberali, Giolitti, Salandra e Orlando, che il re chiamò a consiglio, e opinarono di essere inopportuno awenturarsi in un cambio che preludesse a un governo dominato da socialisti e popolari. La crisi fu evitata; il re riprese la sua posizione passiva, anch.e di fronte al crescere dell'opposizione pubblica e alla resistenza dei parlamentari secessionisti, detti dell'Aventino. Fino a c h e l o stesso Mussolini alla camera, nella seduta del 3 gennaio 1925, assumendosi la responsabilità dell'assassinio Matteotti e di tutti i delitti fatti « p e r scopo nazionale », abrogò il residuo di libertà e iniziò effettivamente la dittatura. È probabile che Vittorio Emanuele pensasse di salvare cosi la monarchia in Italia, mentre il fascismo si esauriva da sé nello sforzo di mantenersi al potere. Se fu cosi, Mussolini fu piu scaltro del re. Egli formò un nuovo organo del potere: il gran consiglio fascista, che pur non avendo competenze legislative né potere esecutivo, divenne presto uno strumento di controllo e di ricatto sopra ogni altro potere che tendesse ad assumere una propria capacità e responsabilità. Spettava al gran consiglio dare il suo parere nel caso di succesSione al trono. Bastò questa tenue ,disposizione, che aveva l'aria di un veto, per tenere il re e il suo .erede soggetti al partito fascista. Vittorio Emanuele naturalmente pose la firma al decreto sul gran consiglio, e Mussolini, per vie traverse, arrivò a rendere permanente la dittatura del primo ministro in regime monarchico. I futuri storici e i futuri professori di scienze politiche avranno un bel da fare a caratterizzare questo ibrido regime. In casi analoghi, Alfonso XIII restò rè anche con la dittatura di Primo de Rivera; e Alessandro I di Jugoslavia fece lui


stesso il dittatore. Nel medioevo, troviamo Pipino il Breve che da maggiordomo mandò l'ultimo re Merovingio in un convento, si fece eleggere re dall'assemblea dei franchi e poi coronare dal papa Stefano 11. Mussolini non aveva a sua disposizione un convento dove mandare Vittorio Emanuele, né un'assemblea disposta a proclamarlo re, né un papa pronto a coronarlo. L'esercito, la borghesia, la corte, parte del clero, volevano u n governo forte, non un cambiamento di dinastia. Cosi Mussolini lasciò il re al suo posto di re costituzionale senza piu costituzione, senza la facoltà effettiva di nominare i suoi ministri, né di cambiare il capo del governo, primo-ministro, capo partito e dittatore; senza piii la facoltà di sciogliere la camexa dei deputati e appellarsi all'elettorato popolare; senza pi6 un elettorato libero; nulla che potesse dare senso all'esistenza di una vera monarchia costituzionale. Perfino il diritto di capo di tutte le forze armate della nazione gli fu contestato, avendo Mussolini investito se stesso di questa alta funzione. Ma è stata piu dura la prova del popolo italiano di quella sofferta dal re; perché il popolo voleva mantenere ad ogni costo la fiducia verso casa Savoia, quella stessa fiducia che, bene o male, lo fece indirizzare verso la dinastia del regno sardo-piemontese, durante il Risorgimento, come il fulcro del regime costituzionale e il simbolo della nazione. E ogni volta che la speranza falliva, come fu per il caso Matteotti, la speranza si rinnovava per un nuovo caso o un nuovo incidente, che finalmente avesse messo i1 re in urto con il suo primo ministro. E se, nonostante tutto, in uno di questi vent'anni, i1 re avesse fatto un piccolo gesto di resistenza, la folla lo avrebbe acclamato, come fece la sera del 25 luglio 1943, data della caduta di Mussolini. Per le masse popolari, per tutta la buona gente di ogni paese, il re è per definizione onesto, benefico, amante del popolo, giusto, superiore ai partiti, degno di rispetto, di fiducia, di amore. Il dittatore si teme, si ammira o si disprezza; ma il re si ama: è il padre. Concezione antichissima questa, che


mille re tiranni o iraditori o sfruttatori del proprio paese, o anche stupidi, che la storia ci dipinge, non sono riusciti a levare dal cuore del popolo, non solo perché ci sono stati in compenso i re padri, o eroi, o santi ma perché, al di sopra di ogni qualità personale, il re è un simbolo. Sarà ancora oggi questa l?unica forza rimasta al re d'Italia quando ogni altro merito personale è già svanito? Ci sono quelli che la pensano cosi: e se si trattasse di un semplice caso personale sarebbe stato facile contentare l'opinione pubblica mediante l'abdicazione di Vittorio Emanuele, che non poteva mai giustificare la sua solidarietà con il fascismo, con la rinunzia a succedergli del principe Umberto, anche lui solidale col padre, tnaresciallo dell'esercito per nomina mussoliniana e che non ha sdegnato di vestire l'uniforme del partito fascista. L'idea di una reggenza durante la minore età del figlio di Umberto e di Maria José, per contentare i monarchici e non urtare tutti coloro che vogliono sradicare dall'Italia il nome e il ricordo del fascismo, sembrò aver preso piede tra l'agosto e il dicembre 1943. Ciò nonostante, il problema se l'Italia nel futuro sarà monarchia o repubblica è rimasto insoluto.

Passiamo sopra l'argomentazione di coloro che, dando la responsabilità del fascismo a tutti, classi dirigenti, uomini politici, partiti di masse, gruppi industriali, latifondisti, obbiettano che si faccia del re un capro espiatorio. Pur convenendo sulle responsabilità di tutti, ma non della stessa gravità, escludiamo che il re, nel caso di perdita del trono, sarebbe un capro espiatorio, cioè una vittima sacrificatoria: egli è un colpevole, e forse il principal'e colpevole (oltre che dal punto di vista morale) dal punto di vista politico e storico. La Germania del 1918, dopo che fu vinta, cacciò non solo


Guglielmo 11, il vero responsabile della guerra, ma anche quei re e principotti che gli facevano corona, in tanto solidali con lui in quanto monarchi di secondo grado e generali dell'eser-cito. L'Austria-Ungheria vinta cacciò anch'essa Carlo imperatore, la cui sola colpa era di essere succeduto a Francesco Giuseppe, il responsabile della guerra contro la Serbia. Non furono gli Alleati ad obbligare costoro ad abdicare, furono i popoli stessi, stanchi di quattro anni di guerra e ridotti sull'orlo dell'abisso. Quando Carlo Alberto fu vinto a Novara dalle armi austriache, abdicò, ma nessuno pensò a istaurare allora una repubblica: gli successe Vittorio Emanuele 11. Oggi invece la repubblica si discute perché lo stato d'animo è diverso. Allora il popolo era con la monarchia per cacciare il tedesco dall'Italia; ma la monarchia sotto il fascismo non è stata col popolo perché ha consentito che il tedesco toxnasse in Italia. Fino a qual punto questo stato d'animo potrà portare alla rottura definitiva tra popolo e monarchia, oggi non può prevedersi. Quel che si sa, è che i gruppi antifascisti all'estero si sono pronunziati a grandissima maggioranza per la repubblica; cosi pure molti del movimento sotterraneo in Italia, insieme con una parte della gioventii intellettuale. Socialisti e partito d'azione sono per la repubblica. Negli altri partiti (comunisti, democratici cristiani e liberali) l'idea repubblicana circola apertamente o è sostenuta come programma dell'assemblea costituente l. L'opinione diffusa in America e in Inghilterra presso l e classi dirigenti, a parte i gruppi progressisti o le masse popolari, è che l'Italia deve essere retta a monarchia. Non si sa per quale mistero possano ben essere repubbliche e repubblichette tutti i .paesi del continente americano, Guatemala e San Domingo compresi, o perché nessuno pensi a ridare un re alla Polonia, un imperatore alla Germania, ma si debbano costrinl

Cfr. cap. XI.


gere gli italiani ad avere un re, nel caso che essi preferiscano di non averlo. I paesi latini, tranne l'Italia, fanno a meno dei re. Questo affare dei paesi latini ha dato e dà speciale pensiero a cedi ,cattolici anglosassoni e irlandesi che pare abbiano tali paesi in loro speciale tutela. Alcuni di essi hanno vagheggiato una specie di confederazione latino-cattolica, con dei re in Francia e Spagna. Non ricordo di aver letto se cercano un re per il Portogalio o se (d'accordo con i geo-politici specializzati nel rifare l a carta d'Europa) non uniscano insieme il Portogallo e la Spagna. Naturalmente il papa avrebbe qualche funzione politico-temporale -in Questa federazione latina, visto che questi ricostruttori del mondo latino pensano piu guardando al passato che all'avvenirb. Ma la storia marcia verso I'awenire, e, volere o no, la storia è uno sviluppo del passato e del presente che condiziona la libera attività degli uomini. I quali sono in fin dei conti i padroni dei loro atti, ma non possono fabbricare la storia con materiali esistenti solo nella fantasia di alcuni che si credono i-meglio dotati. La Francia non sarà mai piu monarchia finché sarà la Francia della libertà, e gli amenimenti d'oggi la spingono ancora piu lontano tanto dalla monarchia che dal « maresciallismo » ' (che - ne è un peggiore succedaneo), facendola ritornare alle origini vere di repubblica con a base Liberté, Egalité, Fraternité, anche se i francesi faranno querela fra loro per altro mezzo secolo. Non facciamo previsioni sulle dittature (perché le chiamano semi-dittature?) di Franco e di Salazar della penisola Iberica. Nessun pericolo, vita durante dell'hghilterra, che il Portogallo possa essere annesso alla Spagna; e neppure che il Portogallo pensi a cercare un rampollo dei Braganza per ridargli una corona. Circa poi una federazione, qui basta dire che né latinità, né il fatto che questi paesi sono in maggioranza di fede l La Germania di Weimar fu alterata dalla scelta a presidente del maresciallo Hindenburg, 13 Francia pencolò con MacMahon e fu rovinata con Pétain.

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cattolica, può bastare a riunirli insieme, se non ci sono interessi prevalentemente politici ed economici per formare un'unità distinta dalla Gran Bretagna e perfino dalla Germania. Lasciamo questo compito ai geo-politici owero a Ely Culbertson. E lasciamo via l'idea che il papa pensi ad arroccarsi (come un re da scacchi) in zona latina ed avervi un potere semi-politico, per ribadire presso certe sfere protestanti l'idea che il papa e la chiesa di Roma non sono universali per tutto il mondo, ma latini, particolaristi, proprio « Roman-cathulic! »

Gli italiani hanno nome per le ((combinazioni », nel senso che pur affermando e riaffermando i principi, trovano il modo di poter adattare i fatti senza portare i contrasti all'estremo. In ciò si differenziano dagli spagnoli che, escludendo ogni compromesso, arrivano alle lotte cruente, e anche si differenziano dai francesi che, pur evitando la guerra civile, perpetuano per secoli i loro contrasti in nome della logica. Ma ho dubbio se questa volta, per il caso della monarchia, una qualsiasi « combinazione gioverebbe alla causa del1'1talia e all'interesse europeo. La monarchia in Italia non ha altra storia che quella dal Risorgimento in poi, ed è la storia di un regime liberale parlamentare con tendeuza verso la democrazia. In Italia non c'è un'aristocrazia e una camera dei signori come in Inghilterra; né c'è una lunga tradizione di storia monarchica come in Olanda e nei paesi scandinavi. L'Italia è nata, come il Belgio, da una rivoluzione liberale che ancora concepiva la garanzia della propria esistenza con un re; il Belgio nel 1830 ebbe un re tedesco filo-inglese; l'Italia nel 1848 trovò un re savoiardo antitedesco e filo-francese. Lo stesso accadde nei nuovi regni della penisola balcanica, che andarono in Germania a cercare i loro nuovi Sovrani.


Mancando la base storica, l'appannaggio della tradizione, il legame con la terra e con l'aristocrazia terriera, che hanno dato all'Inghilterre la saldezza dell'unica monarchia del mondo (potremmo dire effettivamente la superstite grande monarchia), non c'è che un solo legarhe che possa resistere: la fiducia del popolo. Se questa viene meno, come la linfa che sale dal profondo della terra, l'istituto della monarchia è completamente disseccato. Tanto piu che M monarchie nordiche che ancora si reggono hanno un altro appoggio, oggi meno efficace di ieri ma ancora effettivo: quello delle chiese riformate, che fanno del re il loro capo ecclesiastico. Ciò non è nei paesi cattolici, il cui capo religioso è il papa. Sicché là dove sono caduti gli antichi ordini o stati nei quali il clero aveva il suo posto politico-economicosociale (e sono caduti in tutti i paesi cattolici prima degli altri), non rimane al re che la funzione religiosa della consacrazione. I re d'Italia però non l'hanno avuta tale consacrazione, perché h o al 1929 (data del trattato del Laterano) erano ritenuti- re usurpatori e implicitamente scomunicati. La simpatia del clero italiano verso casa Savoia comincerebbe col 1929; in quindici anni non si forma una tradizione, tanto piu che di questi quindici anni, dieci (fin'oggi) sono stati d i guerre quasi continue: Abissinia, Spagna, Albania, dal 1935 a l 1939 e la presente dal 1940. Se, nonostante gli stati d'assedio del 1893 e 1898, il fascismo dal 1922 al 1943 e le guerre dal 1935 in poi, la monarchia avrà radice nel cuore delpopolo italiano (l'unico titolo per la sua esistenza), lo deve dire il popolo stesso quando sarà libero e avrà riflettuto sul suo awenire si da essere in grado di prendere una decisione. Una monarchia sostenuta da soldati stranieri e da potenze coalizzate contro la volontà di un popolo, sarebbe una finziorie e una soverchieria. Quel che poi possa significare intrinsecamente una monarchia in Italia, nel futuro dopo-guerra, lo dovrebbero dire gli stessi americani, che nel fondare la loro democrazia ebbero cura di evitare tanto la monarchia quanto l'aristocrazia della terra

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e quella dei titoli nobiliari. Vero che poi capitò loro l'aristocrazia del dollaro, ma non si possono evitwe tutti gli inconvenienti di questo mondo. Se l'Italia futura dovesse essere una grande potenza militare, con grossi eserciti di terra mare ed aria, allora un re guerriero, che possa vantare la tradizione di grandi generali d i eserciti suoi antenati, come Emanuele Filiberto e Eugenio di Savoia, potrebbe essere utile a dare Io stampo al paese, specialmente se circondato da baroni, conti, duchi, marchesi tutti valorosi per tradizioni di gesta di guerra e di conquiste. Che se invece il re si deve limitare a essere semplicemente il simbolo del paese, un re costituzionale « che regna e non governa D, secondo la teoria costituzionale francese e quella italiana del secolo XIH, l o - s i può senza grave disturbo sostituire con un presidente alla francese, che ha meno pretese ed è cambiato ogni cinque o sette anni, senza grandi agitazioni e sussulti. Si dice che un re ereditario è una garanzia di continuità nazionale; ma l'esperienza non solo della Svizzera (la pi6 lunga che esista), ma anche degli Stati Uniti, ormai da un secolo e mezzo, fanno comprendere che la continuità nazionale sta piU nello spirito del popolo e nella coscienza della nazione, che in una famiglia regnante. Che se negli Stati Uniti si possono dare i! lusso di un'elezione quadriennale a base qopolare per il loro presidente (che non è un'ombra che regna'e non governa, ma il capo dell'amministrazione e della nazione), non esiste ragione perché l'Italia non possa (se le converrà e se il popolo lo desidera) eleggersi-un presidente a periodo fisso. Non si comprende l'attitudine di Churchill verso casa Savoia. Nessun inglese di buon senso penserebbe mai che la caduta dei Savoia possa indebolire la stabilità del trono dei Windsor. È caduto in altri tempi quello beq vicino dei Borboni di Parigi e poi degli Orléans (non contiimo quello dei due Napoleoni che non avevano antenati neppure conti o visconti) e nulla è successo oltre la Manica: nulla vi succederà, anche se a Roma ci sarà un presidente della repubblica.


Il problema se l'Italia sarà monarchia o repubblica è sostanzialmecte italiano. Gli altri vi si debbono interessare solo nell'osservare con quale spirito il popolo italiano si darà il suo nuovo regime. È quello che conta anche se la forma scelta sarà ancora la monarchica. Quel che è necessario per l'Italia è vincere lo spirito f a s c i ~ ae allo stesso tempo non cadere nell'abbattimento dell'umiliazione. Prendere la sconfitta per quello che sarà: una sconfitta inflitta da popoli amici dai quali l'Italia si è allontanata. Le colpe di questi popoli amici non potranno nascondersi né diminuirsi, anche se molti non arrivano a rendersene conto. Ma le colpe delle classi dirigenti dell'Italia che hanno aderito al fascismo e lo hanno sostenuto e poi anch'esse ne sono state vittinie, dovranno avere la loro sanzione morale e storica (a parte i criminali e i 'oro cooperatori necessari). Non si può rifare l'animo di un popolo, che ha passato un ventenni0 di awelehamento sottile e continuo, senza una profonda trasformazione: un'azione catartica è necessaria. Ci saranno nuovi libri, nuovi pedagoghi, nuovi orientamenti; ma il popolo deve rinunziare alla mania di grandezza, deve superare il complesso d'inferiorità di credersi oppresso, odiato e calpestato da tutto il mcindo; passare dal senso d'isolamento nazionzlistico e dall'egocentrismo fascistico all'awicinamento con gli altri popoli. alla ripresa del suo posto nel mondo, senza né dominatori né dominati. Le idee collettive! non vengono solo da nm predicazione moralistica, i sentimeaiti comuni non nascono per puro atto di volontà. Occorre che siano trasformati in vita collettiva, vita attiva e vissuta, vita quindi con un fine comune che divenga un ideale. Se domani il popolo italiano sarà posto sotto la soggezione di una monarchia semiassoluta, o di una cricca borghese capitalista o milita&, che prenda in mano la vita pubblica e impedisca (come han fatto Franco, Pétain, Salazar) ogni attività democratica, e la monarchia servirà da paravento e la chiesa di aiuto a tenere soggetto il popolo, non potrebbe mai avverarsi la trasformazione spirituale. Il popolo seguirebbe due


vie opposte: quella della sfiducia e rassegnazione e quella delle associazioni segrete per la rivoluzione democratica. E ci sarebbe un terzo elemento: la psicologia bolscevica. Mosca, anche se Stalin farà il buon borghese d'intesa con Roosevelt e Churchill, e sarà il paraninfo della stessa monarchia, sarà un punto d i attrazione, un mito nelle fantasie di masse sfiduciate ed esasperate, un grido di rivolta. L'Italia dopo l a guerra dovrà cercare di evitare rivolte sanguinose e sussulti di ire partigiahe e di odi di classe. Ma per riprendere la vita normale, a parte tutti i prowedimenti economici e politici necessari ed urgenti, occorre il senso della propria personalità, che si rifà, si ricompone, si riprende. I1 popolo, unità di voleri e intenti, nella diversità di opinioni e di affetti, dovrà risorgere: la sua bandiera dovrà essere la democrazia e il suo scopo il secondo Risorgimento italiano nell'ordine europeo e internazionale. Per ridare fede al popolo occorre rimettere nelle sue mani il paese stesso, il regime da stabilirsi, le forze di cui usare, facendo rivivere gli ideali che corrispondono alla concezione tradizionale d'italianità. I n questo quadro la monarchia non sarebbe che un espediente e un meccanismo che potrebbe essere utile o dannoso. Né Vittorio Emanuele 111, né Umberto I1 possono aspirare a divenire domani, avanti al popolo giudice e ricostruttore; gli eroi e i salvatori dell'ltalia. Essi rappresenterebbero quel passato che deve perire. E se con essi cadrà la monarchia e sarà proclamata la repubblica, ciò servirà a marcare nella storia, con tutti gli inconvenienti che porta un cambiamento di regime, la nuova epoca in cui l'italianità ritroverà se stessa.


VII. CHIESA E STATO I n Italia il problkma dei rapporti fra chiesa e stato fu duplicato, fin dal Risorgimento, con la questione romana e la permanenza del papa $ Roma. Per quanto questioni distinte, esse non potevano essere praticamente disgiunte, anche se teoricamente isolabili, nell'attività dello stato e nei sentimenti della nazione. Il motto: « Libera chiesa in libero stato D è di Cabour, ma la sua origine è di Montalembert e si riattacca alla campagna dell'« Avenir », prima dell'enciclica Miran vos di Gregorio XVI (1832). Quei cattolici francesi vedevano tutto il danno che portava, nel periodo della restaurazione, « l'alleanza del trono con l'altare » (come si diceva allora); essa era tutta a beneficio del trono e a danno spirituale dell'altare e finiva col danno politico e morale del trono stesso a vantaggio dei suoi nemici e dei nemici della chiesa. L'errore di molti di quel tempo consisteva nel ridurre un atteggiamento pratico e di opportunità come valevole per tutti i tempi e tutti i luoghi, anzi come verità teoretica e universale. La separazione della chiesa dallo stato può essere vantaggiosa per ambedue in regimi democratici, non mai in regimi feudali o in quelli assolutisti. Francia e Italia allora uscivano dall'assolutisrno ma non avevano realizzata la democrazia. C'era però qualche cosa di piii grave nella tendenza liberale del tempo: il trapasso dall'assolutismo del re-sovrano a quello del popolo-sovrano. Siccome un tal sovrano quale il.popolo era ridotto a esserlo solo per qualche ora ogni quattro o cinque anni, e spesso a mezzo di una classe privilegiata formata dall'elettorato censitario che pretendeva d'interpretare tutto il popolo, cosi il suo pdtere era esercitato, di fatto, dal governo e dalla classe o dal giuppo dominante. Di questo non si accorse

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Lamennais che tutta la sua vita cercò su questa terra il principio e la realizzazione dell'assoluto politico. Prima esaltò il monarca tutto possente, poi il papato reggitore del mondo l, infine il popolo, sovrano illimitato, attribuendo a questi fattori della vita sociale una ~otenzialitàassoluta e definitiva. Era naturale che monarchia e papato lasciassero, in democrazia, il posto al popolo; ma era erroneo che il popolo fosse un vero sovrano in atto e che avesse un potere illimitato Si arrivava, per la via del popolo, alla supremazia dello stato, che in quel tempo era piuttosto oligarchico anche quando pigliava la veste di liberale: la libertà era per la borghesia, ma non per il popolo né per la chiesa. In Francia l'unione del trono con l'altare produsse una ripresa di gallicanismo, cosi come in tutta l'Europa della prima metà del secolo XIX, quando i rapporti con la chiesa erano regolati dal giurisdizionalismo tradizionale Non interessa qui narrare la lotta ecclesiastica in Italia fra il 1848 e il 1871 circa i problemi particolari che a mano a mano venivano sollevati, quali quelli del foro ecc~esiasticoo dei voti degli ordini religiosi Q dell'amministrazione delle opere pie e di culto. Era naturale che o& , questione prendesse aspetto e colore politico, nella lotta contro il sistema delle monarchie assolute alleate con la chiesa, sistema che si voleva distruggere per sostituirvi quello costituzionale, a base di libertà. E poiché fra le monarchie assolutiste vi era anche il papa, cosi il movimento politico rivoluzionario del Risorgimento guardava sotto un unico angolo visuale le questioni ecclesiastiche e la questione papale e tutto assommava sotto la denominazione di libertà e indipendenza del popolo in regime costituzionale: tanto libera

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Qui si parla di papato « politico n; questa non f a invenzione di Lamen. nais; Joseph de Maistre aveva fatuo scuola in Francia e altrove ed ha ancora seguaci. Non si nega I'inflnsso del papato nella vita sociale, influsso morale e spirituale, ma non mai potere politico nel senso che si dà alla parola aristotelica. ' Per noi il popolo è il principale organo della; democrazia: cfr. a: People and Freedom D, For Democracy, Londra, Bnnis, Oates and Washbourne, 1939. Lurcr STURZO, Chwch ami State.


chiesa in libero staio quanto Roma capitale d'Italia divennero due facce dello stesso ~ r o b l e m areligioso della nuova Italia rifatta a nazione in unico regno. Cosi Roma fu destinata fin da allora ad essere tolta al papa e annessa al regno. L'ideale unitario, l'indirizzo politico e il lavorio rivoluzionario del Risorgimento convergevano su Roma. I cattolici, pur formando la gran maggioranza italiana, non avevano come tali un partito proprio. Tranne gruppi vivaci di a temporalisti D (come furono chiamati), gli altri erano per l'unificazione territoriale e aspettavano dal papa una spontanea cessione. Pio IX rispose a tutti con il non possumus che restò famoso. Purtroppo, il non possumus di Pio IX, per essere osservato, doveva appoggiarsi a truppe straniere: i francesi tenevano presidio armato nei residui dello stato pontificio. Ma quando Napoleone assalito dalla Prussia ritirò le truppe da Roma, il papa rimase disarmato; gli eserciti italiani ebbero facile compito nell'occupare lo stato pontificio e nel prendere Roma il 20 settembre 1870. Pio I X volle mostrare da un lato che l'avversario usava la forza e che egli resistendo affermava il suo diritto; ma evitò una resistenza inutile e sanguinosa. Cedette protestando e si chiuse nei palazzi del Vaticano. Cosi cadde il potere temporale dei papi che, attraverso mille vicende, per undici secoli era servito a mantenere visibile l'indipendenza del pontificato romano, anche quando gli avvenimenti awersi avevano costretto i papi ad emigrare ad Avignone, o a domandare aiuto a re e imperatori, ovvero a sopportare la pressione politica degli stati egemonici dell'Europa continentale.

Dal settembre 1870 fino alla sua morte nel febbraio 1878, Pio M rimase irremovibile nella protesta. C'era in lui sia la convinzione che era impossibile che il papa potesse essere libero

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nel suo ministero di pastore universale senza essere sovrano di Roma, la città sede del cattolicismo; sia il senso di dovere nel conservare i possessi tradizionali della Santa Sede di cui egli era solo un depositario e fedele amministratore. Per giunta, egli credeva che la presa di Roma era stata una macchinazione della setta massonica e altre sétte segrete per abbattere il papato, e che il nuovo regno d'Italia ne era stato il prodotto. C'era chi pensava ailora ad un intervento francese o austriaco per regolare i conti con I'usurpatore. I n questo stato d'animo, le trattative per una conciliazione tra Pio e Vittorio Emanuele erano impossibili. I1 parlamento italiano, trasport~osia Roma, fissò unilateralmente le condizioni del papato nel nuovo regno italiano, per mezzo della légge delle guarentigie, che durò dal 1871 al 1929 per ben 58 anni. II papa rifiutò di riconoscere la legge, si dichiarò prigioniero volontario e npn usci piu dai palazzi vaticani né si affacciò, alla balconata di San Pietro per benedire il popolo. Da allora in poi si andò sviluppando dai due lati del Tevere una politica sottile e accorta, che merita anch'essa una storia a-parte '. Benché ufficialmente non vi fossero rapporti, delle linee segrete si stabilirono fra il ministero della giustizia e la segreteria di stato del papa. I problemi ecclesiastici non pote-. vano restare insoluti; l'interesse delle chiese locali, molte delle quali senza vescovo o con dei vescovi in carcere o in esilio, esigeva dei provvedimenti straordinari, poiché con la confisca dei beni ecclesiastici e l'abolizione della manomorta, si era formata un'amministrazione dei beni del culto che dpvevano essere usati a favore delle parrocchie. La principale cura delle due parti era ¶uella di non far nulla che potesse pregiudicare giuridicamente e politicamente le posizioni già prese. Lo stato intendeva essere nel suo pieno diritto, in seguito ai plebisciti, di tenere Roma e le province La lettura di Church and S t ~ in e Fascist Zdydi D. A. Binchy, Oxiord University Press, 1941, è utilissima anche per il periodo precedente al fascismo.


già soggette al papa come territorio nazionale intaugibile e di esercitarvi ogni diritto di sovranità; la Santa Sede intendendo mantenere intatti i suoi diritti non poteva pregiudicarli con atti amministrativi che portassero in sé una specie di riconoscimento indiretto o de facto. La tesi era che i fatti compiuti non creano un diritto, contro il diritto inalienabile della Santa Sede. ~ r a questi due punti estremi invocati di qua e di là, c'era il campo per possibili intese, per taciti accordi, per sottili combinazioni, a .mezzo di abili intermediari, che mettevano in opera tutta la loro buona volontà per arrivare a delle soluzioni pratiche, mentre clericali e anticlericali su-libri, gazzette e fogli volanti tuonavano contro il Vaticano o contro la massoneria '. Le fasi di lotta aperta e quelle di amichevole intesa si succedevano, secondo che gli avvenimenti di politica interna od estera ne davano l'occasione. Nel fatto, il governo italiano sia della destra che della sinistra prosegui non solo la politica di separazione dello stato dalla chiesa (pur tenendo fermi i diritti di giurisdizione statale derivanti dai concordati tra gli antichi stati e la Santa Sede), ma in certe sfere, quale l'istruzione pubblica, quella della completa laicizzazione. I1 conclave per la elezione del papa alla morte di Pio IX fu la prova piu importante della volontà del governo italiano d i . lasciare libera la chiesa nell'esercizio del suo supremo ministero. . Era allora al potere la sinistra storica, di spirito anticlericale. I1 fatto sorprese molti. Fu quello di Leone XIII uno dei conclavi piu 'liberi e tranquilli che mai avesse avuto la chiesa. Leone ebbe un pontificato lungo e glorioso. Dopo i giorni agitati di Pio I X e-il quasi isolamento in cui egli aveva lasciato la Santa Sede, Leone ebbe omaggi da tutti i popoli e da tutti i

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' In quel tempo si attribuiva in Italia alla massoneria un potere occulto di grande importanza. Nel fatto, era piti un'associazione parassita nei vari ministeri, specizlmente della giustizia, dell'istrnzione e della marina, per gli avanzamenti dei « fratelli D, anziché uno strumento politico. Ma serviva a far prender posizioni estreme nella politica anti-religiosa dello stato, e a promuovere agitazioni nel paese.


governi; compose la lotta del Kulturkumpf di Bismarck (si disse che Bismarck andò a Canossa, ma non con la corda al collo come l'imperatore Enrico IV); conciliò da arbitro la vertenza tra Spagna e Germania per le isole Caroline (che oggi hanno tanta importanza); s'interessò - primo fra tutti i papi - della giustizia operaia e fu detto il papa della democrazia cristiana; protesse, sviluppò e rese autorevole il movimento tomista in filosofia e con le sue encicliche iniziò l'azione del papato che va incontro al mondo moderno con la persuasione e l'attività piti che con le condanne. Verso l'Italia, la politica di Leone XIII fu meno larga di quel che si sperava al principio. Uno scritto dell'abate Tosti, amico del papa, fece credere che la conciliazione fosse alle porte; ma Tosti fu sconfessato, e piii tardi il vescovo Bonomelli di Cremona ebbe una sua lettera sulla conciliazione posta all'indice (dove trovava la compagnia dell'abate Rosmini per le Cinque piaghe della chiesa), e, come abbiamo visto, confermò il non ezpedit. Tale divieto, tenendo lontani dalla vita pubblica i cattolici d'azione (gli altri partecipavano ai partiti locali e andavano a votare nelle elezioni politiche}, rendeva difficile una vera intesa ira la Santa Sede e il popolo italiano. I governi erano per definizione anticlericali, anche quando i loro cornponenti erano o indifferenti o di famiglie religiose e rispettosi della chiesa. Aweniva spesso che i liberali piu qualificati mandassero i figli nei collegi e nelle scuole cattoliche e che le loro famiglie frequentassero la chiesa e facessero favori agli istituti religiosi. Gli effetti che si aspettavano i promotori del motto «non eIetti né elettorin lanciato dai clericali del Piemonte' prima ancora della presa di Roma, cioè il b ~ i c o t t a ~ g idelle o istituzioni parlamentari e la svalutazione, in nome della chiesa, del movimento u liberale e unitario D, non si realizzarono che in Binchy scrive che a i clericali piemontesi furono tunati nella scelta dei loro capi s. Op. cit., p. 23.

articolarm mente

sfor-


minima scala e solo presso i reazionari. Le istituzioni costituzionali trionfarono in tutta Italia. Leone XiII insistette sulla politica astensionista dei cattolici, forse come una possibile leva per risolvere la questione romana, o come una protesta permanente per la rivendicazione dei diritti della Santa Sede. Nei due casi l'effetto politico fu inferiore all'aspettativa, l'effetto morale si andò attenuando man mano che gli anni passavano e il regno d'Italia si consolidava all'interno e all'estero. I1 riconoscimento de jure dell'Italia avuto dai governi di Madrid, Parigi, Vienna e Berlino (oltre Londra), fece cadere ogni pensiero che le potenze estere potessero intervenire a ridare Roma al papa. Dopo la formazione della Triplice alleanza e la corsa agli armamenti da parte delle grandi potenze europee, la questione romana era già passata dalla fase del conflitto di forze e da quella del conflitto di opinioni verso la necessaria conciliazione. La nomina a papa del patriarca di Venezia, Giuseppe Sarto, fece cadere la tradizione politica di Pio IX e di Leone XIII. Pio X volle essere il papa della conciliazione. Se non ci arrivò fu perché gli mancò l'opportunità e forse l'occasione di romperla con la tradizione della curia; o perché fu molto preso dalla lotta contro il modernismo. Dopo tutto, non trovò un uomo di stato italiano che lo comprendesse o che fosse preparato a d affrontare le ostilità degli anticlericdi.

I1 nuovo pontefice Benedetto XV e il cardinale Gasparri segretario di stato erano, C vero, ambedue della scuola di Leone XIII e del cardinale Rampolla, con lunga preparazione negli affari ecclesiastici e diplomatici, con esperienza dei tempi moderni si da essere pronti ad affrontare le situazioni piii acute e difficili. Fu appena un mese dopo l'entrata dell'Ptalia in guerra, e dopo che Sonnino aveva fatto introdurre nel patto di

SIIO

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Londra l'infelice articolo l'', che il cardinale Gasparri in una intervista data il 27 giugno 1915 al « Corriere d'Italia » i n Roma, fece la celebre dichiarazione che la Santa Sede non aveva alcuna intenzione di imbarazzare il governo italiano e attendeva una soluzione equa della questione romana non dalle armi straniere, bensi dal trionfo di quei sentimenti di giustizia che, si sperava, stavano sicuramente affermandosi fra il popolo italiano. La dichiarazione di Gasparri serviva bene al caso, quando in Germania si lavorava a sollevare la questione romana, non nell'interesse del cattolicismo, ma per acutizzare in tempo di guerra il dissidio fra Italia .e Santa Sede. I1 passo pontificio del loagosto 1917, male accolto dai belligeranti, fu apprezzato a mente fredda e per la saggezza delle proposte e per l'opportunità del momento. I punti di Wilson del gennaio seguente furono sulla stessa linea: tutto il mondo era interessato ad una vera pace, che estinguesse gli odi di guerra; l'Italia, la prima che doveva dar prova del suo tradizionale equilibrio. L'aiuto del papa sarebbe stato utile assai, se non fosse stata sollevata la tesi della sua esclusione dalla conferenza di pace dal ministro Sonnino, che viveva del passato e non conosceva il nuovo stato d'animo della curia romana e degli uomini di larghe vedute che la dirigevano. Non-ostante tutto, a b e guerra si sentiva che anche la questione romana era già matura per una soluzione. Nessuno pensava piu né a Roma, né a un territorio da assegnare al Vaticano. L'idea che allora circolava era I'internazionalizzazione del recinto Vaticano con delle altre zone da-annettervi per renderlo materialmente indipendente. Durante la conferenza di Parigi il nunzio Bonaventura Cerretti ebbe con il. presidente Orlando un lungo colloquio sulle possibili basi per una solul Con tale articolo l e alte parti contraenti s'impegnavano ad appoggiare l'Italia nell'impedire ai rappresentanti della Santa Sede di intraprendere qualsiasi passo per quanto riguardava sia la conclusione deUa pace, sia la sistemazione delle questioni connesse con la guerra.


zione della qiiestione romana (giugno 1919) l . Le discussioni continuarono tra Gasparri e Nitti, che successe ad Orlando. Sotto Giolitti furono sospese, e mentre stavano per riprendersi sotto Bonomi, Benedetto XV venne inaspettatamente a morire. Questi aveva già spontaneamente fatto dei passi per un'intesa con 1'Italia. Nel novembre 1919 aveva abolito il non expedit, si che fu possibile la libera partecipazione dei cattolici alle elezioni generali dello stesso mese E poco dopo, nel 1920, aboli l'etichetta di curia di non ricevere alcun capo di stato di religione cattolica in visita a Roma al re d'Italia. Onde per la prima volta un re di Spagna, Alfonco XIII, fu ricevuto dal capo della chiesa e dal capo dello stato Sintomi chiari, adunque, che la conciliazione era in cammino prima ancora dell'awento fascista. Infatti il nuovo papa, Pio XI (AchilIe Ratti), appena nominato si affacciò dalla loggia di San Pietro e benedisse il popolo affollato .e plaudente nella piazza, cosa che non era piii occorsa dal 20 settembre 1870 in poi. Fu quello il segno della politica del nuovo papa. Ma questi arrivò al pontificato proprio nel periodo piu agitato della vita politica italiana, quando i fascisti preparavano il colpo di mano e il governo era tenuto da un uomo debole e non sicuro quale Luigi Facta. Arrivò l'ottobre, Ia

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l Si veda in Binchy, op. cit., pp. 235-236, l'episodio curioso del prelato americano Kelley (oggi vescovo) e del colonnello House, come antecedente all'abboceamento di Cerretti con Orlaodo. Si vedano pure l e stesse memorie &l Kelley. Ii partito popolare italiano era stato fondato nel gennaio 1919 e già si organizzava s si sviluppava, preparandosi alla campagna elettorale. Chi scrive aveva avuto promessa dal segretario di stato, Gasparri, che il non a p e d i 2 sarebbe stato tolto. Senza questo atto, i cattolici non avrebbero potuto né votare né essere eletti. il prowedimento, ritardato fino ali'ultima ora, arrivò in tempo. Ma già moralmente era caduto dal giorno in cui i cattolici poterono assicurarsi che questa era la volontà di Benedetto XV. Ricordiamo, a proposito, l'incidente del presidente della repubblica francese Loubet, che nel 1905 fu a Roma e non visitò il papa. Pio X fece una nota diplomatica di protesta, che fu pubblicata per indiscrezione, e creò noie fra il Vaticano e l a Francia e il Vaticano e i'Italia.

I L


marcia su Roma, Mussolini primo ministro, e l'atmosfera politica italiana cambiò interamente. Pio X I non aveva che attendere. Molti, in Italia e fuori, credevano che la formazione del partito popolare fosse stata escogitata in Vaticano per premere sulla opinione pubblica a favore di una soluzione della questione romana e che chi scrive fosse (come allora fu detto e poi ripetuto all'eslero, senza conoscenza dei fatti) una longa manus della Santa Sede. Ma al primo congresso del partito, tenuto a Bologna nel giugno 1919, si vide che quella era una falsa impressione. Tre dei congressisti presentarono una risoluzione perché il partito s9Pmpegnasse ad agitare la questione romana e a proporre una soluzione. Chi scrive, a nome del partito rifiutò di accettare tale risoluzione dichiarando che la questione romana era di interesse di tutta la nazione e non di un solo partito, e che la soluzione doveva essere voluta e trattata con la Santa Sede e non nelle riunioni del partito, che dichiarò di non porla nel suo programma. Cosi fu dissipato un equivoco che poteva complicare l'azione del partito e portare ombra alla politica vaticana. Ma due anni dopo, ecco Mussolini, allora di fresco deputato, in un discorso molto tendenzioso esaltare l'importanza del papato nel mondo dal punto di vista italiano e i1 dovere del governo di comporre il dissidio per utilizzare questa forza morale a vantaggio dell'Italia. Cosi, mentre si credeva che i cattolici resi liberi per la cessazione del non expedit. avrebbero inalberato una politica a guelfa n, avvenne il contrario, e furono i fascisti, che fino allora avevano un programma anticlericale e rivoluzionario, a prendere in mano la questione romana con l'intenzione, ben chiara allora, di attirare a sé quegli elementi cattolici che, malcontenti dei popolari, come troppo democratici e non curanti della posizione del papa, cominciavano a sperare nell'uomo coraggioso e spregiudicato. Difatti, nessuno pensava che Mussolini si facesse paladino dei diritti del papa per devozione verso San Pietro; egli contava di acquistare amici e sostenitori della sua politica. E ci riusci. Uno dei primi a cadere nella rete del «vaticanismo» o


« cattolicismo D di Mussolini fu il deputato popolare Cavazzoni (fatto poi senatore) ch'era stato uno dei fondatori del partito e fu per certo tempo segretario del gruppo parlamentare. Egli fu informato della volontà di Mussolini per la conciliazione, divenne uno dei ministri del primo gabinetto fascista, ma fu dimesso appena il congresso del partito, convocato a Torino nell'aprile 1923, dichiarò di voler ((continuare a lottare per la libertà e contro lo stato panteistico e la nazione deificata » l . I primi quattro anni, dal 1922 al 1926, passarono nella lotta del governo c del partito fascista contro gli antifascisti e negli sforzi fatti per consolidare il loro potere. Era nel piano di Mussolini da un lato impressionare il clero con un programma di favori e dall'altro distruggere o svalutare il partito popolare che rappresentava per lui l'ostacolo reale per avere la chiesa a suo lato. Cosi nel 1925 fece istituire dal ministro della giustizia, Alfredo Rocco, una commissione di esperti, laici e preti, per ' la revisione delle leggi ecclesiastiche e la fem presiedere da un ex-popolare guadagnato al fascismo (on. Mattei-Gentili). La commissione lavorò in silenzio e presentò la relazione nel 1926; relazione che fu lodata da tutti per la sua larghezza e obbiettivitii. 11 papa, che aveva già detto cssere tale commissione unilaterale, ne rigettò le conclusioni, dicendo che si doveva cominciare con l'assicurare i diritti della Santa Sede e poi procedere alla riforma delle altre leggi per via di accordi fra le due autorità. Da principio la dichiarazione del papa fu una doccia fredda sugli entusiasmi dei cattolici e dei clerico-fascisti; poi si comprese che qualche cosa era in cammino '. Cfr. LUIGISTURZO,Ztaly and Fascism, Londra, Faber e Gwyer, 1926, p. 130. I1 congresso di Torino del partito popolare fu avversato dai fascisti e dai cattolici di destra, detti allora clerico-fascisti », i qnali insistettero presso la segreteria di stato del Vaticano per nn intervento atto a impedirlo. Ma il cardinale Gasparri rispose che non era suo compito interferire nell'attività di un partito che non dipendeva dal Vaticano. Ciò non ostante aggiunse che era sna impressione esser meglio evitare una rottura. Ma questa era necessaria per nn partito dernocraiico. Cfr. LUIGIS ~ c a z o ,Iraly and Fascism, p. 132.


Fu allora che Mussolini decise di sciogliere il partito popolare come fuori legge, cosa che fu fatta con decreto del 6 novembre 1926. La coincidenza può essere un caso; ma dato che Mussolini fu sempre l quel che si dice « tempista I), cosi sembrò che in quel momento ogni risentimento dei cattolici per simile atto arbitrario sarebbe stato inawertito. Ma non fu solo il partito popolare a perire; f u anche il socialista e ogni altro partito politico. Era il momento della proclamazione dello stato totalitario: «tutto e tutti per lo stato ».Pio XI reagi, nonostante le trattative che stavano per iniziarsi, quando nell'allocuzione di Natale parlò contro lo stato fine dell'uomo, riaffermando la dottrina cattolica che l'uomo è il fine dello stato Ormai Pio XI vedeva chiaramente ch'era venuta l'ora di realizzare la fine del dissidio e che Mussolini era l'uomo adatto a superare ogni ostacolo ? E dall'altro lato Mussolini (che non mancò d'intelligenza quando non era dominato dalla paura), capi tutto il vantaggio che egli e il fascismo potevano avere dalla soluzione della questione romana. Cosi, di colpo egli guadagnò la simpatia di quasi tutti i cattolici esteri. I1 trattato, l'allegato finanziario e il concordato furono firmati al Laterano 1'11 febbraio 1929, e furono ratificati il 7 giugno dello stesso anno. Col primo il papa rinunziava ai diritti tradizionali della Santa Sede su Roma e le province che formavano lo stato papale, riconosceva la nazione italiana in stato unitario e la casa Savoia come legittima dinastia regnante; accettava la soluzione dello stato della Città Vaticana, dove egli fosse libero, indipendente e sovrano, con la tradizionale rap-

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Sempre, s'intende meno l',ultima volta, queiia delle sue stesse dimissioni. "Cfr. LUIGI S~uazo, Politics and Morality, Londra, B m s , Oates and Washboume, 1938, p. 34. A Mussolini le affermazioni solamente teoriche importavano poco. In questo senso io credo che Pio XI lo chiamò l'uomo ddla Prouvt denza. Frase che gli è stata criticata aspramente e . che egli corresse con l'alt& successiva che a egli era disposto a trattare anche col diavolo per il bene delle anime D.


presentanza diplomatica (come per il passato) con dippiii la rappresentanza dell'Italia. Le basiliche e i palazzi Vaticani esistenti nel territorio italiano venivano dichiarati estraterrito. riali o appartenenti allo stesso stato della Città Vaticana. Ogni idea di interqazionalizzazione del Vaticano 'fu esclusa dal trattato; anzi con l'articolo 24 la Santa Sede dichiarò «che essa vuole rimanere e rimarrà estranea alle competizioni temporali fra gli altri Stati ed ai Congressi internazionali indetti per tale oggetto, a meno che le parti contendenti facciano concorde appello alla sua missione di pace, riservandosi in ogni caso di far valere la sua potestà morale e spirituale D. La parte finanziaria completò il trattato, e dati gli oneri avuti dal 1870 in poi, e quelli che si assumeva con la nuova città, non sembra,che la somma offerta dal governo italiano fosse eccessiva come altri scrisse. Quel che fu criticato e criticabile, si fu, da parte di Pio XI, l'avere accettato una rendita dallo stato italiano. I1 piu discusso allora e oggi è stato il concordato. Questo era necessario per regolare il sistema ecclesiastico vigente in Italia prima del fascismo, che era un miscuglio di antichi concordati e consuetudini, e di nuove leggi unilaterali stabilite dal parlamento italiano e mai accettate dalla Santa Sede. L'idea di Pio XI nel domandare il concordato era quella di fissare una volta per sempre i limiti d'interferenza dello stato negli affari ecclesiastici e di regolare la parte economica si da non lasciarla piii insoluta o in condizione di provvisorietà. La parte nuova del concordato, che rispondeva ai criteri direttivi del papa, furono le disposizioni circa l'educazione religiosa nelle scuole, l'azione cattolica e il matrimonio religioso. Pio XI voleva assicurarsi della permanente cooperazione dello stato italiano con la chiesa. Alcuni, interpretando un po' largamente l'intenzione del papa, cominciarono a parlare d'Italia come .Cstato cattolico D. A certi fascisti non dispiaceva che tale equi-

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voco s'insinuasse, specialmente presso l'opinione cattolica estera. Altri invece davano sulla voce, dicendo che lo stato era eolamente ed essenzialmente fascista. Questa la sostanza del discorso di Mussolini alla camera dei deputati del 13 maggio 1929 nel difendere il trattato del Laterano e atti annessi. Egli dichiarò senza ambagi che ne110 stato la chiesa non è sovrana e neppure libera, e sostenne che la chiesa cristiana se fosse rimasta in Oriente e non fosse venuta a Roma sarebbe probabilmente perita come molte altre oscure s6tte orientali e che essa divenne cattolica soltanto a Roma. Pio X I replicò subito, nel ricevere certi studenti del collegio di Mondragone, affermando fra l'altro la teoria contraria a quella fascista specialmente circa la supremazia dello stato. Egli disse che lo stato non esiste per assorbire, inghiottire o distruggere l'individuo e la famiglia, che ciò sarebbe contrario alla ragione e insieme alla natura. Infine, prima della ratifica del trattato, il papa scrisse e pubblicò una lettera diretta al cardinal Gasparri, con la quale fissava la dottrina che la chiesa non soffre diminuzioni dallo stato, e riaffermava la dottrina tradizionale *della chiesa confutando le asserzioni di Mussolini. La posizione della Santa Sede verso il fascismo fu resa pi6 chiara (benché con concessioni di opportunità) due anni dopo, quando nonostante il concordato Mussolini iniziò una campagna di persecuzione contro l'azione cattolica, specialmente giovanile. Pio XI pubblicò allora l'enciclica Non abbiamo bisogno (29 giugno 1931), che pose un punto fermo a l sogno infantile e pericoloso dello stato cattolico italiano e fascista1. Venne fuori quasi contemporaneamente l'invenzione dello stato mrporativo che entusiasmò un certo gruppo di cattolici sociali come se quello fosse la realizzazione dell'ideale cattolico. Le frasi di critica misurata che Pio XI aveva posto nell'enciclica Quadragesimo Anno (del 15 maggio 1931) non valsero a far loro capire l'equivoco in cui erano caduti. E anche oggi ce n e sono di codesti ingenui. Cfr. Luici STUEZO,Pditics and Moralhy. Londra, 1938, pp. 166-174.


In conclusione, il trattato del Laterano, con gli atti annessi,

h solo una pacificazione storica fra l'Italia e il Vaticano, in fondo, né politica né religiosa. Con queli'atto può dirsi fosse raggiunto e sanzionato il Risorgimento italiano come movimento per .l'unificazione nazionale in un unico regno e territorio, senza pifi zone soggette ad altro sovrano sia' indigeno o straniero e con Roma capitale del regno, pur coesistendo in Roma un'altra autorità sovrana, il papa, con suo speciale territorio dentro la stessa città. Non per questo la Santa Sede intendeva sanzionare le implicazioni teoriche e parecchi degli atti legislativi del Risorgimento ostili alla chiesa che ne furono un seguito doloroso. Col trattato del Laterano la chiesa ottenne per mezzo del governo fascista una sistemazione giuridica sia della posi- zione del papa in Roma, sia dei diritti della chiesa nel regno italiano. Ciò non significava approvazione della teoria o pratica fascista owero alleanza col fascismo, come si volle affermare da clericali incauti e da anti-clericali malvolenti. Si può discutere sull',opportunità di trattare con il fascismo una cosi importante e delicata questione: ma dopo i fatti una tale discussione riesce del tutto inutile. Si può al pi6 arrivare tanto alla conclusione che Pio XI fu imprudente come all'altra opposta che egli fu prudente. Le due affermazioni si elidono. I1 fatto reale è che il trattato del Laterano ebbe ed ha un valore storico che trascende la volontà degli autori stessi e le loro particolari finàlità.

La guerra h a risollevato la questione se veramente il trattato del Laterano fu una felice soluzione del problema della libertà e indipendenza del pontefice, dato che la posizione del papa in rapporto all'Italia in questa guerra è stata molto pifi difficile che non nell'altra guerra, quando vigeva la legge delle gnarentigie. Difatti, la difesa giuridica del diritto del papa alla indipendenza per mezzo di un territorio diciamo simbolico


e ideale, conta ben poco per un governo totalitario. Se a Mussolini fosse tornato conto lanciare in Italia una persecuzione religiosa simile a quella del suo alleato teutonico, non avrebbe avuto difficoltà; ce ne fu un saggio nella primavera 'del 1931. Ma durante una guerra cosi impopolare c o m quella presente, Mussolini aveva bisogno dell'aiuto del clero per tenere alto il morale delle truppe e delle popolazioni; e una persecuzione religiosa avrebbe avuto l'effetto di dividere il popolo' pro e contro la guerra, mettendo dal lato della chiesa coloro che erano contro la guerra, cioè la maggioranza del paese. Cosi Mussolini dovette tollerare tutti i discorsi di Pio XII sulla pace, sul nuovo ordine, in difesa della Polonia e degli altri paesi occupati, e i discorsi della radio vaticana contro i nazisti, contro le persecuzioni e le deportazioni, e i telegrammi papali alla regina di Olanda, al re del Belgio, alla granduchessa del Lussemburgo, e le visite al Vaticano degli emissari americani Myron Taylor e arcivescovo Spellman, e altri fatti assai noiosi per il fascismo, compresi i passi presso Pétain contro la persecuzione agli ebrei e perfino l'assunzione in Vaticano di ebrei a membri dell'accademia pontificia, e soprattutto il fatto di non aver voluto bandire là crociata contro la Russia, per appoggiare le armi di Hitler, questo nuovo Goffredo di Buglione antibolscevico! Dall'altro lato, Pio XII ha piii volte sottolineato la sua posizione di neutralità fra i belligeranti. Tale neutralità è solo politica; non è affatto morale. Il papa non può essere neutrale di fronte alle conseguenze morali della guerra, né ai caratteri di giustizia che distinguono l'aggredito dall'aggrescore. Pio XII ha mostrato ciò piti volte, sia nei suoi discorsi per quanto cauti e tenuti sulla linea dei principi, sia nella pratica dei rapporti con gli stessi paesi in guerra. Dall'altro, egli è stato ed è molto prudente e non ha voluto dare ai paesi dell'asse motivi di contrasto con la Santa Sede. I n generale è stata lasciata all'apprezzamento dei vescovi di ciascun paese la linea di condotta da tenere per essere in contatto spirituale con le popolazioni e con


gli stessi combattenti. Purtroppo non sono mancati e non mancheranno mai eccessi nazionalistici da parte di ecclesiastici, i quali non sono perciò esenti da biasimo; ma detto ciò, non bisogna eccedere nella critica di coloro che, essendo a contatto con le popolazioni, debbono usare un linguaggio che non possa essere sospettato di. ostilità o d'incomprensione della situazione nazionale in quel dato momento. Ciò non è segnd che papa e vescovi e clero italiano siano stati fascisti e debliano essere trattati come fascisti quando il .momento della giustizia verrà per i traditori della patria. Se ci saranno coloro che avranno assunto responsabilità politiche e morali assai gravi, occorre che la prova sia evidente. Nella generalità, il clero, a parte delle £rasi imprudenti e risuonanti.+ e affermazioni patriottiche di suono nazionalista, in fondo è stato antifascista, data l'intima incompatibilità fra religione cristiana e ideale fascista, tra la morale cattolica e la immoralità della concezione fascista della vita. Le compiacenze avute dalla chiesa in Italia si sono già pagate e si stanno pagando: e Dio ha pensato a farle pagare ben care si che non sembra ci sia bisogno che italiani anticlericali creino una lotta religiosa per rivendicare quella purezza di cattolicità che è fuori della loro stessa concezione personale. Difatti, le polemiche sul futuro dei rapporti fra chiesa e - stato in Italia che si sono avute da due anni fra italiani di origine o di nascita, abitanti o rifugiati nei paesi alleati, hanno già portato ad una chiarificazione che è doveroso segnalare. Sembra, adunque, che tranne poche eccezioni d'un estremismo anticlericale fuori data (residuo del vecchio), tutti convengono che il papa debba essere rispettato nella sua posizione di capo della chiesa cattolica, nei suoi diritti d'indipendenza e libertà e nelle istituzioni che formilno il fiilcro della curia romana, come pure nel suo diritto di tefiere nunzi e di ricevere ambasciatori esteri. Sotto questo aspetto il trattato del Laterano resta fondamentale. Si parla anche di una internazionalizzazione della Città del Vaticano, con dei cambiamenti da concordarsi, si che quel trattato


non porti piu la firma di un uomo nefasto come Mussolini. Altri la pensa diversamente: ci sarà tempo p discuterne. Gli attacchi sono diretti al concordato. L'idea che prevale è quella della separazione e della libertà. Si ritorna al vecchio motto di Montalembert e di Cavour: «Libera chiesa in libero stato ».A costoro chi scrive1 ha opposto: 1) che il concordato italiano del 1929 sistemò o diede le basi per sistemare gli affari ecclesiastici dal punto di vista giuridico e finanziario, che erano rimasti in sospeso dal Risorgimento in poi; 2) che altro è promuovere un concordato dove non ce n'& (come in America, in Belgio, in Francia, in Inghilterra), e altro è denunziare un concordato che esiste; 3) che gli oneri finagziari assunti dallo stato italiano per le varie leggi ecclesiastiche dal 1860 in poi, derivano dal fatto che lo stato si fece liquidatore di gran parte dei beni che le chiese locali d'Italia possedevano i n proprio; 4) che certe disposizioni nuove del concordato del 1929 introdotte in vista del regime fascista o per altre ragioni, potranno essere rivedute; infine 5) che potrà trovarsi un terreno di accordo fra il nuovo governo d'Italia e la Santa Sede, senza creare una lotta religiosa che, dopo una tale guerra, sarebbe doppiamente dannosa. Questa posizione è condivisa da coloro che pur essendo ostili al concordato e di tradizione anticlericale, o meglio laica, riconoscono che una lotta reIigiosa in Italia è da evitare ad ogni costo. S'intende che costoro pensano che sia dovere del Vaticano di evitarla con l'accettare gran parte dei loro punti di vista; ma dall'altra parte si suppone che gli anticoncordatari debbano mostrare maggiore comprensione dei problemi pratici della chiesa in Italia, e non obbligare la chiesa a resistere. A chi scrive sembra che le discussioni fra italiani all'estero non siano state prive di utilità ed abbiano incanalato il pro-

' Cfr. Luicr STURZO:Italian Problems in War and Peace, a The Review of Politics », Notre-Dame, Indiana, gennaio 1943; h l y After MussoZid, a Foreign Affairs v , New York, aprile 1943.


blema dei rapporti fra stato e chiesa sopra un terreno meno aspro di quel che si potesse pensare, data la ~ersonalitàdei maggiori protagonisti. Una delle conclusioni nella quale sembra che tutti convengano si è che il problema del concordato non è tale da doversi affrontare oggi per oggi; che spetta al popolo italiano esprimere il proprio volere circa la revisione del concordato e al governo di fare passi presso il Vaticano per un'amichevole soluzione dei problemi controversi; e che tutto ciò possa ben essere rimandato a quando il nuovo regime italiano sarà regolarmente stabilito. Ho letto ' un'idea peregrina: conservare il concordato per nn certo tempo e applicarlo per fare (ai termini del concordato' stesso) la upurga » di quei vescovi e parroci che sono stati fascisti. Quando poi questa delicata operazione sarà finita, allora abolire il concordato, sia pure curando, d'accordo col Vaticano. la liquidazione di tutti gli interessi economici della chiesa. La quale dal suo canto godrebbe della piena libertà, come in America ogni istituzione religiosa e culturale ne gode. Per 1ogica.di cose, che è anche pi6 forte della logica delle idee, il piano di una purga ecclesiastica sarebbe di tale interferenza nella vita della chiesa, che solleverebbe da sé un'opposizihne e una reazione per la quale si sa dove s'incomincia ma non si sa dove si arriva. Se veramente ci saranno delle iosiziopi insostenibili di ecclesiastici noti fascisti fino a ieri, le Ioro autorità ecclesiastiche provvederanno ad allontanarli. Se il diritto canonico prevede che non possa essere pastore di anime quem mala plebs odit, cioè uno odiato a torto da folle cattive, che pensare di quelli'che sono stati infetti da una malattia cosi grave come il fascismo? Lasciamo che il risanamento venga nelle forme piii naturali e meno odiose, ed escludiamo la politica doppia quale sarebbe in questo caso una politica da denun.ziarsi come nemica della chiesa.

' Cfr. p. 263.

SALVEM~NI e LA PIANA,WhOt t~ do with I t d y , New York, 1943,


Nel periodo che va dalla caduta .del fascismo ad oggi, durante una guerra distruttrice e un'bccupazione tirannica dal lato tedesco e faziosa dal lato fascista, il clero italiano ha mostrato abnegazione, generosità, eroismo degni di rispetto, ammirazione e gratitudine. Ci saranno stati fatti deplorevoli, ma l'insieme è di un valore indiscutibile. Gran parte delle ostilità che si manifestano dagli antifascisti verso il Vaticano dipendono dalla vecchia concezione che i1 papato in Italia sia fattore permanente politico che crea ne1 seno del paese una rivalità fra gli interessi nazionali e quelli del cattolicismo. Se cosi poteva affermarsi con un fondamento di realtà durante il eri odo del Risorgimento, ~ e lar questione dello stato pontificio, una tale affermazione pggi manca di base. Tutte le preoccupazioni dei repubblicani dell'oggi partono dalla supposizione che il papa voglia prender parte a favore della monarchia, o che il clero sia pro-monarchico. Altri so.spetta che il Vaticano, nel timore che gli antifascisti di sinistra bacciano una politica anticlericale o che socialisti e comunisti abbiano il sopravvento, cerchi di favorire gli elementi moderati ex-fascisti, i vecchi nazionalisti e clerico-fascisti per i1 futuro regime. Ma poiché siamo nel campo delle ipotesi o delle polemiche, possiamo ben rispondere, che, ipotesi per ipotesi, se l'ala sinistra dei democratici italiani vuol creare una corrente antipapale o anticattolica, ci saranno anche dei cattolici in Italia che pur essendo democratici, anzi perché democratici, faranno appello alla libertà delle coscienze e domanderanno che i' cattolici non siano trattati come classe o razza o setta da discri- . minarsi o da perseguitarsi, e che il papa e i vescovi siano rispettati per il loro utEcio oltre che come persone e come cittadini. Può darsi che ci siano dei preti e vescovi che si appoggeranno alla monarchia come garanzia di argine e come istituto favorevole alla chiesa; non mancano degli illusi o dei retro: gradi (se cosi si giudicano) anche fra il clero come non n e mancano fra i laici. Che perciò? Ognuno può pensarla come crede circa la monarchia, come circa ogni altra forma politica.


Che il Vaticano voglia intervenire in questioni politiche italiane, sembra asserzione gratuita. I1 Vaticano ha il diritto e il dovere di difendere gli interessi della chiesa, della religione e della moralità; e sarà piu interessante per il papa cercare di tutelare l'insegnamento religioso, l'educazione cristiana della gioventu, la libertà dell'insegnamento, la moralità delle famiglie, che non sia 1:appoggio alla monarchia, contro il volere ' oppure l'appoggio alla repubblica se non è voluta dalla maggioranza del paese. C'è l'esempio francese ancora vivente: l'errore del clero francese dopo il 1871 fu quello di. legare le sorti della Francia alla monarchia e awersare la repubblica. Ma c'è anche come atto storico d'impobanza attuale .la lettera di Leone XIII ai . vescovi francesi, del1 febbraio 1892, con la quale il gran papa ' li esortava ad aderire alla repubblica e curare le buone leggi, piu che gli interessi della politica dei partiti o del pretendente al trono. Chi scrive, augura che i democratici cristiani d'Italia, che han passato la tormbnta fascista immuni dalla tabe che ha contaminata l'anima italiana, possano affrontare una situazione estremamente delicata, temperando ogni eccesso con fermezza, prudenza e coraggio. Ma tutti dovranno sentire la responsabilità di definire la politica del paese, senza violare la coscienza religiosa dei cattolici che, volere o no, rappresentano la piu alta tradizione italiana.

VIII. PROBLEMI ECONOMICI E SOCIALI

ai momento in cui le armi alleate iniziano l'occupazione di paesi già in mano al nemico, i problemi della vita elementare delle popolazioni divengono di una vastità e complessità straordinarie.


Un fattore psicologico, quello della liberazione dalle costrizioni, sacrifici, fame, miseria, bombardamenti, morte, fa rivivere tutti i bisogni ordinari come se non fossero stati sentiti prima. Questi bisogni diverranno prementi e turberanno gli animi e prostreranno i corpi. L'aspettativa aumenta la sensibilità, direi anche l'irritabilità nervosa; la incomprensione da parte delle autorità militari e civili degli alleati potrà sembrare eccessiva; la diversità dei modi rende spesso difficile la comunicazione spirituale fra la e i suoi liberatori, e la sproporzione fra i bisogni e i mezzi di soddisfarli destado lamenti anche ingiustificati. Sono tanti i libri, gli opuscoli, le relazioni sulla ricostruzione futura; sono in attività non solo &ci, centri di studi e agenzie adatte a preparare il materiale per far fronte ai bisogni immediati; si lavora per aver pronti cibarie, vestiari, medicine, materiale necessario alle prime necessità della vita. Quel che si è fatto in Africa con la popolazione civile, europea ed araba, quel che si è fatto in Sicilia, nel Mezzogiorno d'Italia e in Roma, si farà altrove; le difficoltà incontrate serviranno come esperienza per l'avvenire. I n ogni affare, l'esperienza pratica vale mille volte la conoscenza teorica, e i preventivi non rispondono mai a quel che si deve eseguire, se non parzialmente e difettosamente. A parte, però, quel che potrebbe chiamarsi «primo soccorso » e che dipende piii dalla capacità organizzativa e dai mezzi messi a disposizione che da direttive progammatiche, occorre guardare i problemi economici e sociali (finanziari compresi) da punti di vista generali, che debbono informare le direttive della politica delle Nazioni Unite. Gli orientamenti sono diversi, il dibattito è vivace. Quale potrà essere l'econemia futura? liberale? capitalistica controllata? o socialista pianificata?

Per dare una risposta adeguata, occorre precisare le domande; esse.nbn sono puramente teoriche (su preferenze ideali),


ma piuttosto pratiche in base alle possibilità e alle utilità, in dato tempo e spazio: su taIe linea cercheremo, dunque, di essere precisi. Economia liberale: Questa non è oggi il puro laissez-faire della scuola di ~adchester,ma l'affermazione della libertà di iniziativa. La parola liberale (o liberista) ricorda l'economia prevalente del secolo scorso, quando erano proibite o solo tollerate e in fatto combattute le unioni e le leghe operaie (dette anche sindacati), e lo stato non interferiva nella vita economicosociale ,del paese che solo timidamente e sporadicamente. Ma da mezzo secolo ad oggi, leggi sociali sono state approvate da quasi tutti gli stati; i quali non solo non hanno piu avuto paura dell'intewento pubblico nell'economia privata, ma a causa delle guerre l'hanno esteso forse piu in là del necessario. H sindacati o sono stati riconosciuti legalmente owero hanno ottenuto leggi speciali, che includono un implicito riconoscimento. Ammesso questo come stato di fatto in molti paesi detti democratici (anche quando non lo sono), ad essere precisi, dobbiamo chiamarla economia della libera iniziativa prevalente. Economia capitalistica controllata : Questa è l'economia dei paesi' industrializzati; il controllo o è iii mano agli stessi capitalisti, con pochi limiti, come in Inghilterra e nell'America del Nord, ovvero in mano allo stato, cioè ad una classe-partito. come nei paesi totalitari: Germania nazista e Italia fascista. La differenza cssenzisle fra i due casi si è che nel primo tale economia mantiene ancora la kbera iniziativa e partecipa (con piii o meno caratterizzazione) al tipo detto liberale; nel secondo, ogni iniziativa o è nelle mani dello stato o è controllata dallo stato; in ogni caso, è subordinata ai fini politici della classe che ha il pot'ere a tipo totalitario. Durante le guerre mondiali anche nei paesi democratici l'intervento dello stato diviene prevalente, sicché, a parte l'uso discreto delle libertà politiche che lasciano al pubblico un margine di controllo e di critica, l'economia si avvicina a quella totalitaria.


Economia socialista pianificata: Con ciò si -può intendere tanto un movimento progressivo verso la socializzazione dei mezzi di produzione, quanto l'attuazione di un'economia socialista per periodi e su progetti fissati in qntecedenza. Sia che ciò avvenga per azione diretta dello stato o per distinta attività di speciali agenzie o gruppi economico-sociali, è implicito che la direzione suprema resta sempre in mano del potere politico. La Russia sovietica ha un'economia mista: il capitale è in mano dello stato e la socializzazione è di fatto un monopolio, salvo le eccezioni dell'economia agraria familiare. IÈ un fatto che durante la presente guerra, volere o no, i governi delle Nazioni Unite andranno intensificando la centralizzazione dell'economia, la sua pianificazione verso il ma,g' iore rendimento, ricorrendo a un crescente sforzo contributivo del paese e se occorre anche al lavoro obbligatorio. Sicché tanto la libertà dell'intraprenditore quanto quella del lavoratore ne soffriranno economicamente, la concorrenza sarà in gran parte eliminata, tutto all'unico scopo: la vittoria. Gli effetti di tre o quattro anni di tale regime saranno di una notevole portata, sia psicologica, di fronte alle possibilità ecosomico-politiche deI dopo-guerra e di fronte alle reazioni delle varie classi sociali, sia economica, nel riaggiustamento delle posizioni di gruppi d i interessi e delie stesse nazioni. Nessuno pi6 dubita che l'economia di guerra sarà protratta nel dopo-guerra per un periodo non facilmente precisabile, date le necessità impellenti dovute alla crisi per disoccupazione, .depauperamento, insufficienza di prodotti e ritardi nella trasformazione dell'industria di guerra in industria di pace. I1 pieno intervento dello stato, con l? cooperazione Subordinata e disciplinata del capitale e del lavoro, sarà quindi una necessità temporanea fino a raggiungere una e r t a normalizzazione. Tale -economia post-bellica non sarà liberale (è chiaro), né capitalista (benché il capitale vi avrà un ruolo importante), né socialista (benché la tendenza verso la socializzazione sarà assai marcata). Ciò nonostante, è proprio in tale periodo che le ideologie in


conflitto, politiche ed economiche, cercheranno di ottenere il massimo di realizzazione. ~ u t t oil mondo sarà scontento di quel che faranno le burocrazie di Washington, di Londra e di Mosca, o anche di Ottawa o di Parigi o Praga o Varsavia o Rio de Janeiro o altro qualsiasi centro politico dei vari continenti; tutti vorranno applicare- i loro propri sistemi piii o meno vaghi o irrealizzabili. I movimenti demagogici avranno largo campo ad espandersi. Dall'altro lato s'imporrà la necessità di una « pianificazione n tecnica con scadenze approssimative per la ridistribuzione del lavoro adatta alle esigenze locali, per la formazione di nuovi istituti o centri direttivi atti a incanalare gli sforzi richiesti dai bisogni delle popolazioni. Quale l'orientamento che, in questo sforzo comuine, prevarrà nei contrasti d'interessi e di bisogni? - Libertà? Capitalismo? Socializzazione? Bisogna partire da punti fermi. Dove non c'è una fondamentale libertà economica, anche la libertà politica va perduta. Dall'altro lato, ogni libertà (quale essa sia) ha un limite oltre al quale diviene licenza; il limite è dato dal rispetto della personalità individuale nel quadro ,della vita sociale, onde ogni libertà è relativa e non assoluta. La soppressione della, proprietà privata ferisce la libertà individuale a fondo; allo stesso modo che il monopolio della proprietà (sia di diritto, sia di fatto) ferisce la libertà degli altri, a fondo. Fra soppressione e monopolio si deve trovare la via di mezzo, quella della proorietà generalizzata. I1 tipo di proprietà dipende dal tipo dell'economia prevalente in un paese: in Norvegia per molti è la barca piu che la terra (ma anche la terra); in Italia è la terra piG che la barca (ma anche la barca). Certe coltivazioni esigono uno sforzo comune, sia in forma cooperativa, sia in forma collettiva per classi o interessi. Certe industrie sono adatte al tipo domestico, altre alla produzione d i massa. Se in un paese vi sono zone di terreni assai fertili da industrializzarsi, sarebbe errore dividerle a piccoli campi, e dovrebbero mantenersi ad unità industriali sia in forma di associazione fra capi-


tale e lavoro, sia in forma di cooperativa fra i lavoranti diretti. Nell'industria, in via generale, è preferibile il capitale in mano ai privati, purché ne siano responsabili e ne facciano partecipi, con tipi speciali di azioni, gli stessi operai secondo il loro grado e rendimento. Ma se a, data inqustria o commercio va meglio gestito dallo stato o da un ente' pubblico, come le poste, l e ferrovie, owero anche dalla Società delle Nazioni (come forse domani potrebbe essere per le vie aeree), non deve rifiutarsi a priori ogni consenso, ma studiarsene le possibilità. Tutti i sistemi sono buoni se rispondono a i bisogni delle popolazioni, sono retti col criterio del minimo mezzo e del massimo rendimento, e sono difatti tali da eliminare il monopolio politico ed economico di una classe o anche dello stato. Un'economia o solo socialista o solo capitalista sarà l'economia della dittatura e la rinnovazione del totalitarismo. Perché là dove mancherà, anche in economia, la possibilità dei cambiamenti legali che solo l'iniziativa individuale e libera potrà effettuare, ci sarà o la guerra o il campo di concentramento o ambedue.

Queste premesse sono necessarie per intendere dove oggi si va con tutto l'accentramento burocratico dell'economia di guerra, e dove si andrà domani se per caso si pensasse ad una smobilitazione economica assai rapida, sotto la pressione della libera industria, owero ad un aumento di legami e di vincoli sotto la pressione d'una burocrazia demagogica. L'attuale malessere politico dell'America è proprio dovuto a questo sordo conflitto fra il capitalismo e il New Ded, con dietro la massa fluttuante dei sindacati operai. I1 punto focale dell'economia futura dovrebbe essere quello dell'abolizione delle barriere artificiali che delle economie singole hanno fatto dei campi chiusi, dando cosi la piu larga pos-


eibilità ai monopoli sia capitalisti che di stato l . I1 mondo moderno è stato devastato da due falsi principi: quello del capitalismo di sfruttaniento e quello dell'autarchìa nazionalista. Anche chi si ferma alle cause materiali degli awenimenti umani si renderà facihente conto dell'influenza, durante i venti anni trascorsi, di questi due fattori dell'economia mondiale nel creare l'ambiente di gueria e nell'eccitare i torbidi sentimenti dei dittatori per un dominio politico mondiale. Il sociologo che apprezza i fatti economici come condizionamento dell'attività personale, vede nella tragedia di oggi il conflitto fra la libertà e la schiavitu. Qui la parola a schiavitu, è presa in senso generale come quel sistema sociale che, usando del potere politico, non solo limita, ma riduce e arriva ad abolire la libera attività di una parte degli uomini a vantaggio dell'altra parte. Sotto questo aspetto può dirsi che la schiavitu non sia mai scomparsa dal mondo civile, benché sia stata +ridicamente abolita l'antica schiavitu personale. La fase presente di tale schiavitu politicoeconomica è legata a due fatti dominanti dell'attività sociale: il capitalismo (non il capitale) e il totalitarismo (non i regimi autoritari). I1 primo, negli stati democratici, ha dovuto rispettare certi margini di libertà, quali il suffragio universale, l'opinione pubblica, le organizzazioni operaie. Nel fatto concreto, il capitalismo ha in gran parte organizzato esso stesso i partiti politici, ha preso in mano ia grande stampa attenuando le voci libere con una tecnica monopolistica, ha ostacolato o indirettamente cercato di controllare il libero svol~meniodelle unioni operaie, quando non ha eccitato contro di esse la pubblica opinione. Il che non è stato difficile, nei paesi o nei periodi con un movimento operaio a colore rivoluzionario. Per fortuna, in regime democratico ci sono ancora delle valvole di sicurezza. In esso tutti possono arrivare sia al comando Tale abolizione è specialmente necessaria per l'Europa si da preparare

la via ad una vera d n e europea. Vedi capitolo X.


politico, sia al comando economico; coloro che oggi sono in alto possono cambiar posizione, senza ricorrere né a guerre civili O a pronunciamenti militari come in Spagna, né alle squadre armate alla fascista come in Italia e in Germania. L'altra valvola è quella delle crisi ricorrenti, sia economiche che politiche, che servono a far rivedere le posizioni antagoniste prese dai partiti politici ovveyo dagli organismi economici. La concezione materialista della vita è alla base dello sviluppo capitalistico della società moderna; gran parte dell'istruzione, educazione e cultura, che individualmente sembra libera, tende invece a ribadire le catene della nuova schiavitii, perché mette a base dell'edificio sociale il principio edonistico e toglie le limitazioni morali, senza le quali è impossibile attuare una fratellanza umana. Quando si parla di capitalismo nella società moderna, è bene osservare che non si tratta affatto della funzione .del capitale nell'attività produttiva, si tratta invece del fenomeno del sistema capitalistico di sfruttamento dell'economia in generale, del lavoro in particolare, e della stessa attività politica, subordinando tutto al guadagno per il guadagno. Possiamo citare, per intenderci, i cartelli internazionali, che sono serviti a vantaggio della Germania totalitaria e della sua guerra per il dominio mondiale; il monopolio della gomma, garentito dal governo britannico e consentito, nonostante proteste, anche dal governo americano; le pressioni capitalistiche per continuare il commercio con il Giappone fino alla vigilia della guerra, falsando dati e facendo deviare l'opinione pubblica dal pericolo imminente. Tutto ciò presuppone sia una condizione politica per la quale le voci libere siano ridotte all'impotenza, e sia pure la dominazione economica che marca troppo le differenze fra lavoro e capitale, le discriminazioni di razza e lo sfruttamento del lavoro indigeno. Uno dei fenomeni capitalistici internazionali di tutti i paesi liberi e non liberi è il traffico delle bianche, legato alle grandi organizzazioni di case di prostituzione, attorno alle quali prosperano le piii vergognose industrie che


l'uomo abbia mai inventato. Chi le protegge, le sussidia, le garentisce nel creare una schiavitii senza nome ed averne pro-, fitti favolosi?, Questo capitalismo, che non ha limiti morali nel suo cammino, e che spesso supera i limiti politici, divenendo politico esso stesso, è quello che per tanti anni ha fatto il ponte fra i paesi democratici e quelli totalitari, non solo in tempo di pace creando l'atmosfera dell'appeasernent, ma in tempo di guerra favorendo il nemico. Questo capitalismo come non ha morale, cosi non ha patria: D'altro lato, cioè nei paesi totalitari, la schiavizzazione della società è andata procedendo piu largamente e piii rapidamente che nel resto del mondo, perché sono mancate o non potevano piii coesistere le forze sociali di reazione e di evasione, che for- -. tunatamente possono svilupparsi presso le democrazie. La for- ? mazione, 'dentro lo stato totalitario, di una classe privilegiata per il dominio politico, dà luogo ad una ancora piu ristretta e d influente clade economica, che priva tutti gli altri di voce politica e di garenzie personali. L'autarchia ne è il risultato, mezzo di dominio e di sfruttamento. La teoria che l'individuo è per lo stato e non lo stato per l'individuo, e che tutto è per l o stato, nello stato e con lo stato, crea 'la divisione netta fra dominatori e dominati, che in altri termini possono essere chiamati padroni e schiavi. I1 trapasso, poi, del gioco di forze ~dall'àrnbito dello stato a quello internazionale, non può essere fatto che in due modi: la minaccia della guerra e la guerra. Onde la necessità, in tempo di pace, di dirigere tutta l'economia controllata ai fini di guerra (e dalla parte minacciata, ai fini della difesa). Cosi la divisione di dominatori e di dominati dentro il proprio paese si duplica con quella internazionale di vincitori e vinti (supposto che i vincitori siano, per definizione, i totalitari). Le vecchie esperienze del mondo antico, quando la schiavitu di lavoro, la schiavitii di casta (o religiosa) e la schiavitu di guerra tenevano soggetti nove decimi dell'umanità al decimo (o meno) di dominatori orgogliosi, ricchi, sfruttatori, ritornano


ad affacciarsi, sotto diversa guisa, nel mondo moderno, dopo duemila anni di cristianesimo! Il punto centrale è la schiavizzazione del mondo, sia per ragioni di razza (ariani contro non ariani e tutti contro i semiti); sia per ragioni di lavoro (tantm lo sfruttamento di operai non organizzati, quanto quello di operai irreggimentati dagli stati, e quello di intere nazioni deportate per lavori forzati); e infine, per effetto d i guerre, non solo nella soggezione preparata e voluta dei paesi vinti ai vincitori in forma inumana e sfruttatrice, ma anche per l e deportazioni di masse umane, per ie devastazioni dei centri abitati, per la depauperazione del mondo in ano sforzo titanico e folle di dominio. Che queste siano state e siano e le idee e i metodi prevalenti nei paesi dell'Asse, risulta chiaro dalle loro teorie ed affermazioni e dai loro fatti stessi. La meraviglia si è che siano penetrati nei paesi democratici, circolino impunemente e trovino alimento nella concezione materialistica della vita che è professata da sociologi positivisti, da politici realistici, da economisti e pianificatori del capitalismo futuro. A leggere certi libri e certi studi che vanno per la maggiore e a guardare nel fondo d i tanti progettisti, verrebbe la voglia di domandare perché si combatte la presente guerra, dato che nel fondo costoro hanno già preso da fascisti e nazisti idee e metodi, con meno rumore e cafoneria, ma con una precisione, diciamo scientifica, per potere rendere i1 mondo schiavo delle forze della ricchezza e del potere. La difesa che si fa del capitalismo da certuni in nome della libertà individuale suona falsa, quando costoro ammettono l'altro capitalismo, quello statale dei paesi totalitari. In tali paesi non è il capitale che è stato abolito, come per il caso della Russia possono credere gli infatuati di quel che non conoscòno; il capitale è passato, nella maggior parte dei casi, dalle mani delle imprese private nelle mani dello stato, cioè di una classe che detiene i poteri dello stato, riunendo in sé (non importa se a proprio profitto o a profitto di tina classe di governo)


ricchezza e potere. Tale duplicazione toglie anzitutto il gioco di forze limitatrici delle ricchezze verso il potere e del potere verso le ricchezze, e rende piu facile la caduta di limiti morali che debbono, in ,ogni società, rendere meno nocivi il potere e le ricchezze in mano a chi ne usa l . I1 ricordo di operai morti a migliaia per certi lavori pubblici in Russia in condizioni inumane, quello dei lavori forzati o dei condannati politici, le purghe e lo sfruttamento (anche se le notizie arrivate a noi siano state alterate o incomplete per un segreto che fa parte del metodo tirannico), resta a caratterizzare l e fasi, non ancora complete del capitalismo di stato. Non pensiamo affatto che il nuovo ordine mondiale sarà M eden, senza superbia e senza avarizia; queste due terribili demoniesse ci staranno finché durerà il mondo a dilaniare i cuori degli uomini. Ma che ci siano anche gli antidoti, che le libertà sociali siano effettive si da imporre limiti morali e politici al potere e alla ricchezza. Solo c ~ s lo i spettro della schiavitii che è riapparso nel mondo civile come un ritorno all'epoca precristiana, e sotto alcuni aspetti in peggiori condizioni, verrà ricacciato Ma insieme al totalitarismo politico e al capitalismo di sfruttamento. Uno dei piii difficili problemi che già si è affacciato alla ribalta del dopo-guerra è quello monetario, non solo dal punto di vista strettamente tecnico, ma in tutta la sua portata politica. L'esperienza del passato, dopo la prima grande guerra, dovrebbe essere sdìciente a fare evitare il ripetere di errori gravissimi, che certo hanno influito sugli avvenimenti successivi. Nessun monopolio di paese ricco sugli altri; nessuna forma di -affamamento indiretto dopo una simile guerra. Si sa che l'oro è divenuto 'un privilegio dell'America, con pochi altri partecipi in secondo e terzo rango. I progetti di Morgenthau in America e di Keynes in Inghilterra circa una moneta internazionale, per la quale ogni stato contribuirà secondo le Cfr. LUIGISTURZO, PoIizics and Morality, cap. 1.

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proprie risorse, ebbero il merito d'iniziare una discussione necessaria ed urgente. A questo scopo, una conferenza internazionale ebbe luogo a Bretton Woods, N. H., nel luglio 1944, conchiusa felicemente con accordi per la creazione di -mFondo monetario internazionale e ,di una Banca internazionale di ricostruzione, a l fine di assistere la stabilità monetaria, la ricostruzione e lo sviluppo degli stati associati, promuovere gl'investimenti privati in altri stati, l'equilibrio nello sviluppo commerciale a lunga portata, i prestiti internazionali, e agevolare il passaggio dall'economia di guerra a quella di pace. Gli stati partecipanti alla conferenza furono quarantaquattro e la somma fissata come contributo degli stati attualmente partecipanti è stata di 8,8 miliardi di dollari per il Fondo e di9,l miliardi per la Banca. Le tre quote principali sono quelle degli Stati Uniti (Fondo 2,750, Banca 3,175 milioni di dollari), Inghilterra (Fondo 1,300, Banca 1,300) e Russia (Fondo 1,200, Banca 1,200). L'assenza dell'ltalia non è da attribuirsi ad altro che ad una ragione politica: l'Italia è ancora « t r a color che son sospesi », direbbe Dante. Fino a quando? I1 caso del171talia è stato tipicamente grave, sia per l'immissione subitanea di moneta alleata di occupazione, sia per la continua inflazione dovuta alle spese alleate, in aggiunta alla già enorme inflazione precedente fatta dal governo fascista. La mancanza di corrispondenti merci sul mercato ordinario, lo squilibrio fra la quantità del circolante e il suo potere di acquisto, e la insufficiente (e in certi casi impossibile) adeguazione delle entrate, dei salari e delle paghe alla crescente svalutazione della moneta, hanno reso la condizione generale di vita insostenibile. I1 passaggio da simile stato caotico di ciascuna moneta nazionale ad un sistema sia pure prowisorio, ma ga~dualmente sviluppantesi verso una lenta normalizzazione, dipende dai provvedimenti che saranno adottati dalle due nazioni capitaliste e principalmente interessate al futuro ordine economico, l'America e la Gran Bretagna con i'Domini. Le altre nazioni povere di oro .e non industrializzate, siano esse state neutrali e non abbiano


sofferto le distruzioni di guerre, dovranno subordinare la loro intera economia a quella generale che sarà regolata dall'America in prima linea d'accordo con Londra (io non dico da Wall Street d'accordo con' la City di Londra). La Russia, dopo la guerra, dovrà certamente uscire dal suo isolamento economico e dal suo sistema monetario chiuso. In tal caso avrà una parola importante da dire quanto piii le condizioni interne saranno normalizzate e lo sviluppo industriale prenderà importanza e i commerci esteri saranno resi meno impacciati da pregiudiziali comuniste e da interventi statali. La mira principale nel fissare una moneta internazionale futura deve essere quella di rawivare i commerci, togliere l'isolamento delle popolazioni e le condizioni economiche d'inferiorità, o per effetto di guerra o per mancato sviluppo industriale o per altre ragioni. Non si potrà di botto cambiare il mondo e farne un'unità economica, date le condizioni cosi varie di ciascuno stato o di gruppi di stati dentro i rispettivi continenti. Ma fra il sistema chiuso, con barriere doganali alte, con diffcoltà politiche per i commerci e gli scambi, e un'unica unità economica mondiale, ci sono molte gradazioni, sia nella formazione di unità intermedie, sia nel processo per ancora piii larghe unità, O nella graduazione dei provvedimenti per periodi piii o meno lunghi, si da approssimarsi all'unità mondiale. Quando Rende11 L. Willkie parla di « one world 11 egli giustamente afferma che fare dell'internazionalismo politico senza quello economico è come costruire sulla sabbia. E piii in là cosi egli presenta le alternative americane: a L'America deve scegliere una di queste tre politiche dopo la guerra: gretto nazionalismo che inevitabilmente condurrà alla perdita della nostra libertà; imperialismo internazionale che equivale al sacrificio della libertà di qualche altra nazione; ovvero creazione di un mondo nel quale vi sarà uguaglianza di opportunità per ogni razza e ogni paese l . Egli conchiude dicendo che la libertà eco-

' Cfr. W.WILLKIE,One War, One WortG, New York, 1943, pp. 82, 84.

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nomica è altrettanto importante della libertà politica. Egli poteva aggiungere che non si può mantenere intatta la l i b e j à politica se non c'è anche la libertà economica. È evidente che questa domanda anzitutto l o strumento di libertà, che è la moneta internazionale, e la sua attuabilità in tutto il mondo; quindi una politica di abbassamento di quelle tariffe che sono vere e proprie proibizioni commerciali, per arrivare gradatamente ad una politica libero-scambista. L'assestamento umano del dopo-guerra non si farà con la deportazione dei popoli, secondo le idee naoiste, o per pura strategia militare antiumana', o per l'interease egoistico di gruppi dominanti, ma spontaneamente verso i centri di maggior lavoro, di piu capace assorbimento economico e di adattabilità individuale. Questi flussi e riflussi umani debbono essere regolati e assistiti, e non lasciati all'impnlco-individuale né alle iniziative sfruttatrici degli ingaggiatori di lavoro, come fu nel secolo scorso per l e emigrazioni transoceaniche. E dall'altro lato, l'assestamento produttivo non si farà con i monopoli e con le industrie artificialmente godiate a scopo nazionale, mascherando industrie d i guerra sotto l'etichetta di industrie di pace; benai con il metodo della libertà regolata in modo ,che ci sia fra le nazioni cooperazione e reciproco completamento. Tolta la preoccupazione nazionalista del paese chiuso, affollato, a sistema autarchico, per preparare la guerra e potere un giorno conquistare terre, colonie, materie prime e tenere soggetti altri popoli, sfruttandone le energie a proprio vantaggio, ,l'assestamento economico a i farà piu spontaneamente e con minori crisi. Allo stesso tempo, tolta la possibilità di monopoli industriali a base internazionale, per il vantaggio di un ,gruppo di affaristi e a danno di intere popolazioni, e attuate le pi6 larghe garanzie del lavoro, si potrà ottenere un'economia piri La deporitazione politica o razzista non fn iniziata da Hitler; la Turchia di Atatnrk fn la prima a obbligare centinaia di migliaia di greci de1l'Asi.a a lasciare la terra che abitavano da migliaia d'anni (a parte quelli che pencono a Smirne).


umana, che tenda ad una normalità quanto è possibile spontanea, togliendo le barriere artificiali derivanti da egoismi di classe, razza e nazionalità. Occorre anche prevedere che la garanzia della stabilità economica mondiale deve avere il suo prezzo. L'americano che teme l'abbassamento del suo tenore di vita deve anche ricordare che le guerre mondiali ogni vent'anni e l e crisi economiche ogni dieci anni sono state (e sarebbero ancora) un correttivo troppo severo al benessere di una popolazione mettiamo di cento milioni che conti sul malessere di un miliardo di suoi simili. Non dico che in regime di economia mondiale a tipo libero non ci saranno delle crisi. Ce ne saranno molte. Ad attuare il nuovo sistema ci vorranno dei decenni: Germania e Giappone saranno in bancarotta dopo questa guerra, la Russia dovrà operare il passaggio da una economia politicamente chiuea ad una economia relativamente libera; la Cina ha -bisogno di un lungo tempo per riorganizzarsi, a non parlare di altri paesi, si da essere in condizione da rientrare nella comunità economica del mondo. Ma l e crisi che non portano verso le guerre ( e queste sarebbero tdi perché crisi di libertà) sono assai piu sopportabili di quelle ehe portano alle guerre.

Il lettore crede che io abbia perduto di vista l'Italia. Ma basta considerare che l'Italia non è stata mai d c i e n t e a se stessa come unità economica, che il sogno folle del fascismo di adottare l'autarchia per potersi preparare alla guerra ei è dimostrato- doppiamente fatale, tanto alla struttura economica del paese quanto alla stessa guerra, per accorgersi che tutto quello che è già stato detto si riferisce in pieno all'Italia. Coloro che hanno parlato della mancanza di amorale r> delle truppe italiane su tutti i fronti dove hanno combattuto a lato del tedesco, non solo non han tenuto conto sufiìciente del fatto che il popolo italiano non sentiva tale guerra, non aveva motivi

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di combatterla, non è stato spinto da nessun ideale al sacrificio, il che è verissimo, ma dall'altra parte non han messo in giusto rapporto il valore del soldato con l'equipaggiamento. La verità è stata che l'equipaggiamento italiano, meno per certe categorie di aeroplani e per certe truppe scelte, è stato insutficiente, desueto, ineguale, e non paragonabile affatto a quello tedesco, inglese e americano. Si può essere personalmente eroi con la mascella d'asino di Sansone o con la clava di Ercole, o anche con la fionda di Davide, ma gli eserciti debbono essere sullo stesso piede per poter reggere al paragone. Ebbene, l'insufficienza dell'esercito italiano è dipesa dalla congenita insufficienza della economia autarchica, che ne ha impoverito le stesse risorse interne, con le quali i fascisti volevano prepararsi alla conquista del mondo. Essi han lasciato' un'Italia non solo impoverita ed economicamente in fallimento, ma anche finanziariamente dilapidata, si che occorrerà una savia e lunga opera di ricostruzione prima che si possa ottenere il minimo di equilibrio fra.i bisogni elementari della popolazione e le necessità della nazione come stato politico. Di fronte a tale situazione, ci sono doveri imprescindibili da parte delle Nazioni Unite e doveri ancora piu gravi da parte della stessa popolazione italiana e dei capi responsabili. Le Nazioni Unite hanno una linea ben chiara nella Carta del19Atlantico dove all'articolo I V è fissato il criterio dell'accesso a termini uguali alle materie prime che sono necessarie alla prosperità economica di ogni singoIo paese grande e piccolo. Esse hanno preparato i piani necessari per i soccorsi ai paesi che si andranno conquistando. A parte i grandi piani del futuro, una speciale agenzia internazionale, I'UNRRA l , è stata stabilita per la riabi-

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UNRRA significa Uni& Natwm Relief and Rehubilhtion Administration. Questa agenzia rappresenta 44 nazioni unite e associate. Venne creata i l 9 novembre 1943 allo scopo di arrecare soccorsi immediati alle popolazioni liberate dal dominio dell'Asse. Ad essa contribuiscono i paesi membri non invasi nella misura dell'l % del loro reddito nazionale del 1943. Agli Stati Uniti toccherà cosi un carico di dollari 1.350.000.000 su di un totale di spese previste di dollari 2.500.000.000.


litazione dei paesi occupati si da ravvivarne i commerci, farne marciare le industrie produttive, l'agricoltura sopra ogni altra, farvi rivivere quanto piu presto possibile comunità intiere. L'Italia (come paese ex-nemico) non è compresa fra quelre che sono rappresentate nel19UNRKA e ne avranno i vantaggi, ma si spera che, superate le prime difficoltà politiche dalle due parti, anche l'Italia (come gli altri paesi ex-nemici) ne farà parte. I1 male da affrontarsi in tempo è la disoccupazione, per non ricadere nelle condizioni di dopo la prima guerra mondiale quando in poco tempo andò aumentando ad un punto inaudito. specialmente in Germania, Inghilterra e America, paesi industriali che sono pertanto i piti sensibili ai ritmi della produzione e del commercio. L'Italia ha avuto sempre bisogno di un'emigrazione media sia operaia che agricola. Mancando i grandi capitali per sfruttare le colonie proprie, ed avendo colonie povere di risorse (Libia, Eritrea e Somalia), ed essendo chiuso il Nord America, l'italiano è andato negli ultimi anni a popolare il Sud e l'Ovest della Francia, dove trovava adatti clima e cultura e dove si andava assimilando al paese. Può essere sentimentalmente disturbante che tanti italiani perdano se non l'amore della patria d'origine, certo la lingua e la nazionalità. Ma a meno di rendersi ostili verso gli stessi paesi che li ospitano, owero creare risentimenti nazionalistici (come in Tunisia), o isolarsi affatto dal resto della comunità (il che finisce per danneggiarli), bisogna pensare che gli emigrati permanenti sono perduti per il censimento nazionale; solo la cultura e le tradizioni della famiglia italiana li renderanno vicini alla patria d'origine. Cosi è nelle Americhe, cosi sarà domani in Francia e Tunisia, se come sembra si riprenderanno tali flussi emigratori. La politica del fascismo che volle trasformare gli emigrati italiani in militanti politici a proprio vantaggio non è servita ad altro che a turbare l'armonia delle varie comunità italiane e a renderle invise agli altri coabitanti nello stesso suolo, owero a obbligare coloro che non volevano aderire al sistema fascista


ad essere trattati come traditori della nazione di origine o essere spinti ad organizzarsi in movimenti rivoluzionari. L'emigrazione degli operai 'italiani deve essere assistita moralmente, reli,'alosamente e politicamente, ma non deve costituire né un fattore di ,disgregazione del proprio paese, né causa di turbamento del paese che li.riceve. L'assistenza è un dovere comune dei paesi mteressati. Per quanto l e libere iniziative e i liberi flussi emigatori siano sempre preferibili a quelli artificiali, non debbono però mancare certi interventi regolatori sia nel paese di origine sia in quello di destinazione. Questo dovrà essere uno dei problemi da non lasciare invecchiare, ma da risolvere con intelligenza e nollecitndine durante la guerra e l'immediato dopo-guerra.

L'Italia deve affrontare un lungo periodo di ricostruzione economico-sociale. La struttura politica fascista è caduta, il cosiddetto sistema corporativo era già fallito prima *dellaguerra, e durante la guerra è stato in gran parte soppiantato. In sistema di libertà lo pseudo-corporativismo fascista non regge in piedi M solo minuto, come già si è visto. Si è ritornati ai sindacati liberi e liberamente costituiti. Nel fatto, le correnti operaie che incanalano le forze del lavoro sono socialiste-comuniste da un lato e le democratiche cristiane dall'altro: certa intesa reciproca non è mancata h dai primi giorni. I problemi déll'organizzazione del lavoro e della produzione (che sono alla base di una sana struttura sociale moderna) dovranno essere risolti sponts neamente, col minimo intervento statale e col massimo di cooperazione reciproca. Il comune libero deve rinascere dalle ceneri, ripigliando le normali abitudini del voto popolare. La regione deve essere riconosciuta c o m entità amministrativa, economica e culturale. L'errore dell'accentramento burocratico, dovuto in parte a ragioni politiche durante il Risorgimento, non dovrà ripetersi oggi.


Non si può tornare all'antico; nessuno è dispocto a ripetere il passato; o& , generazione deve fare la propria esperienza anche sbagliando. Che i soliti <r tutori D del popolo non comincino a gridare che c'è del disordine in questo mondo; ce ne sarà sicuro dopo tanto preteso ordine (dalle ferrovie in giu ed in su). Per arrivare ad un ordine è certo che si deve passare dal disordine: I bigotti dell'ordine è bene che lo sappiano. L'importante è fissare dove si vorrà arrivare, e cercare d i adottare i mezzi pin convenienti e rapidi, per evitare ritardi ingiustificati, delusioni opprimenti e diffidenze insidiose. Non so se l e mie parole saranno fraintese da coloro che anche oggi, in piena guerra, pensano ad una rivoluzione, politica o sociale che sia, in Italia (e altrove s'intende), e 'prendono come titolo del proprio partito o gruppo la parola rivoluzionario. . Noi in Italia abbiamo sentita questa parola prima e dopo il 1919 sia da parte del cosiddetto gruppo socialista rivoluzionario sia dal fascismo, che anche dopo arrivato al potere ha sempre esaltato la rivoluzione fatta ed ha sempre promesso la rivoluzione da fare. Se dopo due guerre mondiali, oltre guerre coloniali e di conquista (Abissinia, Albania), o di pura compiacenza (Spagna), e dopo una rivoluzione di venti e piu anni come la fascista, si va a dire d'italiano medio d i ricominciare un'altra Rivoluzione (con l'erre maiuscola) o per conto dei comunisti o per conto dei socialisti di sinistra, o per wnto degli estremisti dell'azione, esso sentirà subito che il suo martirio non è finito e che ce ne vorrà chissà quanto per cominciare a pensare a se stesso con un po' di pace e d i calma. Escludiamo pertanto non solo le rivolte di piazza, che acuiscono i mali ed eccitano l e reazioni, ma anche quelle iniziative rivoluzionarie che invece di agevolare il risanamento delle piaghe attuali le renderanno pi6 gravi e di piu lunga cura. La riforma agraria nella guerra passata prese il motto: a L a terra ai contadini n. Ricordo solo, per chi non lo sa, che fu il partito popolare italiano a presentare la piu completa (o meno incompleta) riforma agraria, e che, approvato il disegno di legge

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dalla camera dei #deputati nel luglio 1922, esso fu poi ritirato da Mussolini in odium auctoris. Ma altro è promuovere una riforma grande e a lunga scadenza, altro è alterare o rendere incerta la struttura della proprietà terriera in un momento quando la produzione agraria si deve portare al suo massimo, per sopperire ai bisogni urgenti del paese. Sarebbe follia impoverire il gaese e far mancare prodotti con agitazioni incomposte e con demagogie improvvisate, contando poi sul grano del19America e sugli oli di Siria o sul vino di Tunisia. Ciò non vuol dire che il problema agrario non debba affrontarsi: ciò solo vuol dire che i nuovi partiti e i loro capi debbono cereare di frenarsi di farne motivo di proselitismo politico o mezzo per sogni rivoluzionari, e accordarsi su dei provvedimenti graduali che non intacchino la produzione normale del paese. La via è piu lunga e piu sicura, e le impazienze politiche e sociali saranno molte. Ci sono quelli che dicono: se non si coglierà il momento, non si arriverà piu a ottenere nulla. Costoro non hanno fede nella democrazia, né nel loro stesso partito; essi pensano a soverchiare gli altri con una mentalità fascista, che purtroppo vivrà per qualche tempo presso i partiti di destra si bene che presso quelli di sinistra. Ma se socialisti, democratici, liberali, democratici cristiani e comunisti (già uniti nel periodo di guerra guerreggiata contro il tedesco) si metteranno d'accordo per un piano di riforme agrarie che non porti l'insegna di alcun partito, ma che sia il risultato di studi tecnici e sociali ben fatti, l'Italia sarà meglio servita cosi, che con le intempestive declamazioni degli idealisti rivoluzionari. Quando si debbono o fare ex novo o rifare corsi d'acqua, case coloniche, strade, scuole, chiese, bonificamenti per rendere la terra veramente a portata delle risorse del lavoratoreproprietario, è necessità che vi si arrivi con piani pratici e tecnici ben studiati. I contadini in genere vogliono «il pezzo di terra D, una «proprietà familiare »: ciò è,vantaggioso in molti casi; ma in altri sarebbe l'impoverimento della comunità, owero una trasformazione produttiva i n peggio, là dove si può avere I'indu-


strializzazione agricola delle grandi unità o in cooperativa o in partecipazione fra proprietario e lavoratore. L'Italia ha, o meglio aveva, le sue industrie. Può darsi che se ne trovino di ancora efficienti o tali da farsi rivivere con poco. Rimettere in marcia le industrie produttive, anche durante l'occupazione degli Alleati e dirigerle agli sbocchi naturali per 1'Italia; trasformare, a &erra finita, le industrie belliche in industrie di pace; far perire quelle passive (se ce ne sono) che si sostenevano solo a scopo nazionalistico e con l'autarchia; rifare una marina mercantile come la precedente e anche migliore, .ecco un programma immediato che occuperà parecchi anni di lavoro tecnico e di attività politiche. Tutto ciò che può elevare il livello di vita 'dell'italiano e.: può aumentare la produttività delle risorse naturali e delle tra-. dizionali manifatture e lavori d'arte, deve essere guardato con speciale cura e resa efficiente. Quando non si dovrà spendere la maggior parte del bilancio in eserciti, produzione di armi, fabbrica di cannoni; di navi dzi guerra, di aeroplani da bombardamento, si potrà con minore preoccupazione affrontare il periodo di ricostruzione economico-sociale. Molto dovrà farsi per quella che oggi si chiama «sicurezza sociale D. Già esistevano da prima del fascismo le assicurazioni per la vecchiaia, per gli accidenti del lavoro, e cosi di seguito.., Il governo fascista adottò altri prowedimenti che bisogna conservare e migliorare. Un piano come quello di Beveridge per l'Inghilterra sarà il necessario complemento di quel che esiste o esisteva. È vero che le risorse dello stato italiano saranno allo stremo, che la lira non ha piU consistenza e che tutto sarà da rifare da capo. Ma non bisogna disperare dell'awenire. È dovere degli Alleati aiutare l'Italia e l'Europa intera a rifarsi; ma non bisogna contare sullo zio d'America; il primo dovere è il nostro col riordinare le finanze dello stato, far la pulitura di tutti i parassiti di pkofessione con tutti i governi, ridare il senso della vita civica e del dovere di partecipare tutti alla rinascita del paese.


Non è questo un libro tecnico per studiare particolari provvedimenti. È vero, l'Italia è povera di risqrse ed è stata terribilmente impoverita e dilapidata dal fascismo. Ma come fn rifatta la prima volta dopo i1 Risorgimento, sarà rifatta dal lavoro, dal risparmio e dai sacrifici dei suoi figli, anche l a seconda volta. Le grandi trasformazioni, l e vere r i v o l ~ i o n i ,non sono quelle che si fanno in un giorno o in una notte; m i quelle che portano la marca della evoluzione progressiva, decisq e di lunga portata, e che arrivano alla radice del male per estirparlo, senza portare via quel poco di bene che ancora esiste e che contribuisce alla ripresa della vita economico-sociale del paese.

EDUCAZIONE E RIEDUCAZIONE

R problema della rieducazione dei paesi dell'hse, durante l'occupazione e a guerra finita, è oggi in primo piano nella preoccupazione e discussione d'Inghilterra e d'America. La questione è seria; non pochi ci mettono tutta la loro sincerità, pari alla enorme fiducia che si ha in America piu che in altri paesi nelle scuole, nei libri, nelle statistiche, per la educazione del mondo. Se noi di vecchia cultura sorridiamo un poco, non è per disprezzare la buona volontà americana né per svalutarne gli sforzi; c'è in fondo una certa mancanza di comprensione fra il mondo vecchio e quello nuovo, quale può essere fra l'uomo spcrimeiitato e quindi un po' scettico e diffidente dei metodi altrui, e l'altro che dovrà fare lunga strada nella esperienza storica e secolare. Non rifiutiamo la mano che ci si porge; solo sentiamo la vanità della pretesa di rifare l'animo degli italiani (o dei tedeschi) a colpi di lezione di scienze sociali, 'di psicologia scientifica,


di pedagogia positivista e di tecnicità l. Ogni educazione è problema spirituale e viene fatta principalmente nell'interno di ciascun di noi, con la propria esperienza, in ambiente di spontaneità e libertà. La qualità e le condizioni di ambiente sono di primaria importanza. Dove c'è costrizioy, l'educazione sarà artificiale e darà effetti sofisticati. Dove c'è libertà, la formazione dell'animo procede pih naturale; si faranno presto i raggruppamenti spontanei, l e assimilazioni istintive fra coloro che sono di un medesimo sentire; col dibattito delle idee avviene una selezione attuosa; cdn la convinzione intellettiva s'impregna pin facilmente lo spirito deva moralità individuale-sociale, in tanto piu sentita quanto meno imposta dall'esterno. L'ambiente di un paese è formato dalla lingua, dalla famiglia, dalia scuola, dalla città e regione a cui si appartiene, dal pensiero storico vivificato dalla tradizione e continuità dei legami spirituali col passato. L'immissione di elementi esterni, piii larghi della regione (si sa che io sono regionalista), può essere fatta a mezzo della politica, della cultura superior& e universitaria, nello scambio di élites dirigenti (cosi come la chiesa usa scambiare da una regione all'altra o da una nazione all'altra, piu facilmente vescovi e delegati apostolici, capi di seminari e l Naturalmente ci lono i ragionevoli. Fa piacere leggere quel che il, professore Moward C o 4 o r t di Haverford College, nella Pennsylvania, scrisse nel « Cbristian Science Monitor » del novembre 1943, dove fra l'altro, avendo fatto cenno alle civiltà italiane, l'antica, la medievale e quella della Rimscenza, egli continua: u Questi ricordi basteranno, per quanto gli italiani abbiano molte altre cose a loro credito. L'italiano moderno passa ogni giorm davanti ai monumenti di quasi cento generazioni. Al confronto, la Mayflower è di ieri. Certamente la nostra giovine e vigorosa cirltura americana può e dovrebbe contribuire molto a quella italiana con vicendevole profitto. Ma finché noi non diverremo piu sicuri delle m s t r e posizioni, la cosa migliore sarà di cavarci I'ilIusione di essere missionari di nomina divina destinati a portare luce e democrazia i n una terra che non ha mai sentito parlare di questi due tipi di mercanzia: poiché in reaItà l'Italia apprezza il significato di alcuni elementi fondamentali della nostra civiltà e della nostra democra$a altrettanto bene degli Stati Uniti e forse meglio. Infatti, essa è l a C& di ambedue n.


professori universitari, anziché parroci o vicari locali), nelle grandi crisi sociali come una rivoluzione, una guerra, o una trasformazione imposta da eventi piu che originata da cause normali. La formazione educativa ambientale deve essere ventilata da idee e movimenti culturali piii larghi, non solo nazionali ma internazionali; non solo tecnici ma generali; cosi dalla storia locale che da quella universale; dal diritto tradizionale e da quello comparato; dalla logica delle idee e da quella delle esperienze. C'è qualche cosa d'indispensabile per un popolo, ed è la propria storia come vita individuale e collettiva, vissuta in un processo ininterrotto, con le sue crisi, i suoi acquisti e le sue realizzazioni. I n tale storia quel che è vivo non sono mai le conquiste materiali, per quanto grandi possano essere, né le stesse vittorie militari, ma le virtu che gli uomini Pan mostrato di coltivare, gl'ideali vissuti, gli sforzi per domare il male e i vantaggi morali acquisiti. Per tutto ciò un popolo è quello che è. e non può essere cambiato, in meglio o in peggio, se non trasformando il suo stesso ambiente, rifacendo la sua storia, riprendendo il suo cammino, cosi come gli esiliati o i colonizzatori dell'America. e dell'Australia o del Canadà rifecero la loro vita collettiva, quando separandosi daU'Europa crearono un ambiente nuovo nel quale sviluppare la propria personalità. L'educazione materiale è necessaria sempre; bisogna riadattarla aIle condizioni di tempo e luogo come tecnica, come metodo, come finalità particolare. Ma l'educazione dello spirito è sempre la fondamentale; essa non può cambiare come una tecnica qualsiasi; essa cambia solo se le direttive spirituali, cioè filosofia e religione, son cambiate. Se fossimo indii, cinesi o giapponesi, avremmo un fondo piii o meno panteista e pessimista; gli educatori trarrebbero da una tale concezione di vita il metodo adatto per plasmare le anime dei ragazzi. Ma noi europei abbiamo per fondo il classicismo greco-romanp, la religiosità giudeo-cristiana e il razionalismo (quello sano e quello deformato)


dalla Rinascenza ad oggi. In nostro fondo è là; se amveremo all'unificazione intehettuale-volitiva rivalutando i tesori che ci sono in questo fondo, otterremo l'equilibrio fra ottimismo e pessimismo, che sono i due estremi del pensiero umano. Altrimenti inclineremo d'all'una o dall'altra parte, preparando altre crisi piu o meno come quella di oggi. Non bisogna credere mai che da una parte ci .siano gli angeli e dall'altra i diavoli; e che sia còmpito degli angeli trasformare i diavoli, owero (come dire?) rigettarli nell'inferno. Per quanto noi, dal&lato alleato, siamo convinti della giustizia della causa per la quale si combatte e della ingiustizia della guerra mossa da Hitler e dagli altri paesi dell'dsse, bisogna convenire che da quesio lato ci sono non pochi con la mentalità, fascista e nazista, e dall'altro lato non pochi con la mente e col cuore legati agli scopi di guerra delle Nazioni Unite. Quel che si deve temere; da &est0 lato, si è che le stesse vittorie militari, a mano a mano che arrivano, portino con\ sé l'amaro sapore dell'orgoglio, la sete di dominio, lo spirito di vendetta, il disprezzo del vinto. Se non c'è una virtu regolatrice ben superiore, e un'opinione pubblica critica e non inebbriata dal successo né soverchiata dal grido degli interessi capitalistici, si potrà awerare, alla fine della guerra, un rovesciamento tale di posizioni, ira i paesi totalitari di ieri e i democratici di oggi, da trovare. da questa parte tanti fascisti e nazisti quanti ne sono stati uccisi in guerra. Ciò sarebbe bed naturale: l'influsso degli avvenimenti sull'orientamento di un popolo (anche se solo occasionale e passeggero) è sempre assai notevole. La Francia d i Napoleone, dopo venti anni di guerre e di trionfi, ne usci umiliata, e lo senti: a poco a poco, invece di ripudiare Napoleone e i suoi metodi, sviluppò il culto dell'eroe. L'episodio di Napoleone 111, vinto a Sedan, avrebbe dovuto far rawedere gli stessi francesi e seguire un metodo yiii adatto nell'educazione della gioventu. Questo fn tentato dalle correnti di sinistra, ma con poca fortuna, nel campo edilcativo ch'era preso dai nazionalisti, dai monarchici e dai


clericali (quest'ultimi, ahimé!, in gran parte nazianalisti e monarchici). I1 culto di Napoleone aumentò sotto la Terza repubblica piai di prima. Nessuno, di fatto, può pensare a Parigi senza la Tomba e l'Arco di Trionfo: i nomi di Rivoli, Marengo, le Piramidi, Austerlitz suonano alle orecchie di tutti. Napoleone . ebbe meriti al di fuori delle sue guerre: il codice e il concordato piai che le vittorie di Jena e di Wagram. Ma purtroppo domani influiranno sulla fantasia e sul cuore della Germania, anche vinta, i fasti dell'armata tedesca nella prima e nella seconda guerra mondiale, se resterà loro un nome grande e infelice come Napoleone. Per fortuna, Guglielmo, Hiimdenburg e Ludendorff non furono di quella statura; ed è da augurare che non si crei il mito di Hitler. Quel che si dice per i vinti vale anche, sotto certi aspetti, per i vincitori, se perdono la misura umana e fanno dei loro capi o gli eroi superumani o gli angeli che han dato la caccia ai diavoli. L'Italia ha avuto . tanti cicli storici e tante unità storicogeografiche, da avere per naturale conseguenza un popolo assai vario e complesso. Sebbene nazionalmente unificato di recente, pure il sano e glorioso particolarismo regionale veniva superato, anche prima di essere uno stato politico, da -un'unificazione ideale e superiore che si faceva nella lingua, nell'arte, nella cultura e nella religione; pel resto o p u n a delle « cento città era un mondo a sé, un mondo completo e spesso orgoglioso. È perciò che, dal punto di vista politico, le storie particolari di Firenze, Roma, Venezia, Genova, Napoli, Milano, Torino, Ferrara, Palermo, Bologna, Pisa, Brescia, Parma, Mantova, Modena e cosi di seguito, non hanno rinomanza generale se non nei momenti di valore nazionale » o meglio « universale D: difesa contro lo straniero (Vespri siciliani, Balilla, Pietro Micca, Cinque Giornate di Milano, la rivolta di Brescia); owero rivendicazione della libertà (Leghe lombarde, Cola di Rienzo, assedio di Firenze, rivolta della Sicilia contro gli spagnoli, tutto il Risorgimento); oppure espansione marinara, glorie artistiche e culturali, università storiche, geni dell'umanità: san Tommaso e


Dante, Leonardo e Michelangelo, Galileo e Vico e cento altri; o papi quale Leone Magno, Gregorio Magno, Bdebrando, Alessandro 111, Innocenzo III, Innocenzo XI, Leone XIII. A questo fondo storico che ha tre epoche di grandezza eccezionale, Rinascita medievale, Rinascenza, Risorgimento, si suole aggiungere quello di Roma repubblicana e imperiale (dimenticando etruschi e greci), per darvi un colore politico al di fuori della realtà, perché la grandezza italiana fino ad oggi non è stata mai politica, e quella dei romani ci. appartiene cosi poco, come ben poco quella antica greca di Leonida e di Pericle appartiene ai greci liberati dai turchi nel secolo XIX. Siamo civilmente e storicamenk di altra stoffa: la continuità politica fu 'rotta molti secoli fa, in Grecia con l'occupazione romana e in Italia con la caduta dell'impero di Occidente e le invasioni barbariche. La retorica di Roma pon mancò mai di rendere gli italiani insofferenti della loro impotenza politica, o di renderli superbi dell'antico blasone. Dante universalizzò il romanesimo nella sua concezione imperiale, ma Petrarca, nell'inneggiare a Cola di Rienzo, si fece mallevadore del r i t o o o impossibile ad una grandezza superata dalla storia. I1 romanesimo servi sempre ai poeti minori, che non potevano far altro che della retorica bolsa; durante il Risorgimento fu motivo a declamazioni, contro le quali il buon senso paesano di Giuseppe Giusti si levò con la sferza dei GriWi romani. Se egli avesse previsto il fascismo con i suoi « littoriali D, chissà che gustose poesie non ci avrebbe lasciato. Certo che questa eredità di Roma, che idealmente e culturalmente ha un valore, politicamente (e militarmente peggio ancora) ci lascia una dura esperienza. L'Italia moderna, di spirito universale, di cultura raffinata, d"stinto critico, non è'piu e non può essere politicamente e militarmente al centro del mondo. Ricordiamo Roma del diritto, Roma delle virtu umane, Roma anche materialmente grande e gloriosa, ne conserviamo le reliquie storiche e i valori di poesia e di arte: è quel che c i spetta come depositari

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tradizionali di un tesoro vivente che appartiene all'umanità. Ogni altro sentimento di vanagloria o d'imitazione, che si ,voglia far derivare dall'antica Roma, è il lato antistorico deu'educazione data agli italiani (specialmente sotto il fascismo e un po' anche prima), tanto piu deplorevole del napoleonismo dei francesi, quanto piu distante storicamente e moralmente sono quei nostri antenati che dominarono il mondo. Quando la Gran Bretapa (in un tempo forse lontano e forse no) non sarà piU al centro del mondo e la formazione del suo impero disseminato negli Oceani sarà un ricordo storico, perché Domini e colonie, arrivati a maturità, si saranno riordinati secondo nuove esigenze economiche, geografiche e politiche, allora essa cercherà un'altra vita; il suo passato imperiale sarà per lei lo stesso di quel che fu per l'Italia del secolo quinto, la preparazione di un nuovo destino. Nel rilevare tale possibilità non fo una profezia né dico cosa sgradevole per gli inglesi. L'Africa avrà la sua federazione o le sue confederazioni; il Canadà, l'Australia e la Nuova Zelanda, se non vorranno essere sopraffatte, dovranno aprire le porte alla piJ larga immigrazione e divenire paesi di cinquanta o di cento milioni, creando interessi piu stretti nel Pacifico e in America. L'India avrà la sua unificazione politica, non potendo avere quella spirituale. Tutte saranno figlie dell'hghilterra, cosi come l'Europa fu figlia di Roma. Ma si sa che i figli quando mettono casa propria tentano la loro via; ai gsnitori resta solo la consolazione di vederli ingrandire e sviluppare, e sarà loro gioia accarezzare i figli dei figli e le figliuole delle figliuole. E se nel mondo vi sarà fra un.secolo piii di mezzo miliardo di persone che parlerà la lingua inglese e manterrà la tradizione della cultura inglese (a meno che il controllo delle nascite Don ne avrà impedito a venire al mondo da uno a duecento milioni, garega&cdo con la guerra nel decimare le razze progredite), ciò sarà la migliore fortuna che potrà spettare all'hghilterra, senza la necessità di seccare il mondo con un ahro impero posticcio e antistorico, come fece Mussolini.


L'Italia, oggi, deve tornare, essa stessa e non per via d'esterna coercizione, alle sorgenti della sua cultura morale e storica, per rifare la sua educazione dopo la crisi fascista e la disfatta delle armi, per risogevarsi dall'intima del suo spirito e rimettersi nel rango delle nazioni civili, dal quale (volontariamente, per orgoglio e per sfortuna) si pose in disparte.

Come rieducare i giovani, ci si domanda, i quali per venti anni hanno subito l'impronta del fascismo, a cominciare dall'età di sei anni quando furono a battezzati D figli della lupa, e p o i , balilla, con fucili e tamburi, uniformi, gesti, canti, insegnamenti che, volere o no, restano nel fondo dell'animo? Appena giovani, chi nella milizia, altri nell'esercito o nella marina o nell'aviazione, tutti impregnati di fascismo e di orgoglio; cosi anche nella scuola e nell'università, nei sindacati di lavoro e nelle corporazioni, oltre quelli insigniti dell'onore di avere la tessera del partito e parecchi ancora di essere stati squadristi a quattordici anni. Anche prima della caduta del fascismo e ben prima della stessa guerra, una parte della gioventu studiosa, una parte delle classi intellettuali e molti cattolici che avevano perduto l'entusiasmo dei giorni del trattato del Laterano, andavano subendo una crisi spirituale in profondità, distaccandosi da tutta la falsità che nella vita morate e sociale aveva portato al fascismo, cercando spontaneamente dei punti fermi ai quali appo,,'malare una concezione piu naturale e duratura. La propaganda a favore del nazismo, l'alleanza col tedesco, la persecuzione degli ebrei, l'aiuto dato -alla Spagna, la preparazione di una guerra mondiale, avevano fatto crollare tutte le illusioni della prima giovinezza fascista a coloro che già sui trent'anni misuravano con animo critico l'abisso dove si era caduti. L'italiano è critico per abitudine, anche l'analfabeta; si suole


dire scettico; ma la parola è inesatta. Non è lo scetticismo uno stato abituale dello spirito, è solo o una posa d'intellettuali decadenti o l'ultimo atteggiamento dei vinti della vita, che potranno trovarsi dappertutto e in tutti i tempi. Il criticismo in Italia è abituale, ed è quello che bene spesso impedisce l'azione spontanea. I n un paese di una cosi lmg e varia esperienza storica, senza avere soddisfazioni materiali .e senza successi che dànno alla testa, il criticismo forma le individualità isolate, spesso possenti, e impedisce la vita gregariq e la psicologia del team. Per questo il fascismo è rimasto alla superficie: esso è stato l'awentura che segui la crisi del dopo-guerra; gonfiato pifi all'estero che all'interno; piu da giornalisti che da pensatori; pifi da demagoghi che da statisti. La tragedia 'della parte colta e pensosa della gioventu italiana è stata enorme nel constatare da vicino la vuotaggine e rimxnoralità del fascismo, e pure vederlo preso sul serio imponendosi all'opinione mondiale. Governi democratici e potenti quali quelli di Londra, Parigi e Washington l'appoggiano e ne subiscono l e soperchierie, insorgono denunziandolo, come nel caso della guerra abissina, e poi non seguono l e sanzioni, anzi riconoscono de jure la conquista e i1 titolo imperiale. Nella guerra di Spagna gli stessi governi chiamano sottomarini sconosciuti quelli inviati da Mussolini a tirare sulle navi inglesi nel Mediterraneo, e ciò per poter continuare la finzione del comitato di non intervento che siedeva a Londra. Tutto ciò quando -Hitler non era ancora forte, quando la minaccia nazista non si vedeva all'orizzonte. Questa pessima atmosfera internazionale ha influito sulla gioventu italiana (colta e non colta) in modo diverso di quel che è awenuto in Germania. La gioventfi italiana, anche la fascista, non poteva disfarsi dell'abitudine di criticare, non ostante che in tutte le scuole fosse scritto a grossi caratteri: Mussolini ha sempre ragione. Anzi, a ricordare la gioventu di ciascuno d i noi, forse per naturale reazione, la critica sorgeva spontanea nella mente di ciascun giovane appena leggeva quella scritta. La critica - anche se incompleta e senza- i controlli


necessari - allontanava i molti da un credo facilone, e li faceva rifugiare o nel cattolicismo (il mezzo milione de117Azione cattolica), o nell'idealismo crociano o di altra qualità, o in uno spiritualismo sentimentale o ascetismo stoico, che facesse da contropartita all'orgia di parole, di parate, di discorsi, di minacce, che formavano la vita quotidiana della miseria intellettuale e spirituale del fascismo. È owio che la critica è andata per anni e anni a tutti coloro che dovevano essere i nemici naturali del fascismo e non lo erano o non lo sembravano, o non si mostravano coerenti ai loro principi, o mancavano di coraggio e d'iniziativa, o cedevano alle Insinghe e alle intimidazioni. Tutti erano compresi i n tale critica, uomini del passato e uomini nuovi, governi esteri e &or-. nalisti internazionali, preti, frati, vescovi e papi, rifugiati politici e oppositori sotterranei. La critica non è sterile quando è appoggiata a grandi principi immortali; è sterile quando è solo risentimento e denigrazione. Molta della gioventti italiana $ era redenta prima ancora che venisse la guerra. Dopo essere stato a contatto con qualcuno di costoro; e dopo aver awicinata la gioventti inglese o americana, preoccupata allora solo o di sport o d'impiego e lontana dal dibattito morale e politico, nazionale o internazionale, del periodo primo delld guerra, sembrava a chi scrive di passare dalla realtà al sogno' Prima della guerra la gioventu angloamericana fu educata dai positivisti e dagli isolazionisti, senza il tormento di pensare piu in là del proprio mondo di cui si era soddisfatti. Oggi essa ha fatto l'esperienza di guerra, ma non l'esperienza ,di un sistema sociale che si è amato pwero odiato, o prima amato e poi odiato con tutta la passione di chi è costretto a viverlo e a viverci. È per questo che, scoppiata la guerra, tutto il risentimento degli Alleati andò aila Germania; l'Italia, il fascismo, Mussolini stesso furono risparmiati. Ciò non fu politica doppia degli Alleati (come fu pensato in Italia), nell'intento d'isolare i complici dell'Asse, che già avevano stipulati i loro patti e fissata la loro

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tattica. F u mancanza d'immaginativa (e ciò non è strano per il mondo politico)+ ma anche mancanza di sensibilità morale (e ciò è owia conseguenza del positivismo materialista ed edonista); in sostanza, mancanza di idee direttive, che dovevano colpire allo stesso tempo e con la stessa decisione nazismo e fascismo. Ora questa rettifica d'idee e di moralità sociale è stata fatta, sotto la pressione degli avvenimenti e nella dura esperienza di guerra. Ma non cosi che non possano vedersi le tacce dell'infezione nazista e fascista presso i popoli e i dirigenti delle Nazioni Unite. Nel momento che gli anglo-americani si presentano alle porte dell'Europa continentale non solo come liberatori con le armi, ma anche come liberatori dello spirito, sarà bene che essi stessi rivedano le proprie posizioni spirituali, morali e politiche, per colmare cosi quella distanza che si è formata tra gli unii e gli altri e che è purtroppo assai visibile tra francesi e anglo-americani (e non solo per causa di Darlan o di De Gaulle), e anche fra anglo-americani e italiani (e non per causa solo del re o di Badoglio). Nella sessione del giugno 1944 dell'lnternational Education Assembly, indetta a Frederick nel Maryland, con l'intervento dei delegati di altri venti stati, Alexander Meiklejon (rappresentante dell'dmerican Association for Adult Education) chiamò C assurdo » e <t infantile arroganza n il credere che insegnanti america'ni possano andare in Germania per aiutare la rinnovaxione del sistema educativo. Egli - asseri che « noi abbiamo biso-gno di rieducare noi stessi D, aggiungendo che unoi aiuteremo a rieducare la Germania nazista solo rifacendo un mondo ragionevole nel quale essa possa avere una parte ragionevole. La rieducazione della Germania nazists si farà non per quel che noi diremo ma per quel che noi faremo. I1 nostro programma deve arrivare a creare un corpo internazionale, che presenterà il programma per la rieducazione di tutte le nazioni, non della Germania solamente. Altrimenti noi falliremo al nostro compito D. Quel che si dice per la Germania vale per ogni altro paese

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ex-nemico, Italia compresa. In simili iniziative dovrebbe dominare l'idea che i fatti sono assai piti educativi delle parole., I1 presidente Roosevelt, nel suo discorso del 5 giugno, interpretò bene il sentimento di molti verso l'Italia, quando, in occasione della liberazione di Roma, disse: <r I1 popolo italiano è capace di goveinarsi da sé e noi non dimentichiamo le sue virtu di nazione amante della pace. Noi ricordiamo i molti secoli durante i quali gli italiani, nelle arti e nelle scienze, arricchi: rono la vita dell'intera umanità L'Italia dovrebbe continuare, come una grande nazione madre, a contribuire alla cultura, al progresso e allo spirito di cooperazione di tutta l'umanità, sviluppando i suoi talenti particolari nelle arti e nelle scienze e coltivando la sua tradizione storica e culturale a vantaggio di -.. tutti i popoli. Noi desideriamo e ci aspettiamo l'aiuto dell'Italia di domani nella costruzione di una pace duratura m. . Per quanto i risentimenti fra Italia e Francia siano forti per colpa principale del fascismo, ma anche perché molti francesi si rifiutano di far credito al popolo italiano ritenendolo fascista nato, il che è un errore' - pure sarebbe un assurdo che nella ripresa etica e culturale dell'Europa, la Francia, al centro del pensiero mondiale moderno, sia soppiantata non dico dalla Russia ma dall'America e dalla stessa Inghilterra. L'educazione e rieducazione mondiale è opera collettiva: i paesi a civilizzazione cristiana debbono cooperawi tutti, con i mezzi che hanno, anche i vinti. perfino i fascisti e i nazisti di ieri, gli isolazionisti e i materialisti di ieri, se la guerra è stata per costoro il mezzo catartico per rifare una mentalità ed una coscienza nuova. Per questo occorre un'idea principale, che sia come la stella

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De Gaulle non è fra costoro: egli disse alla radio dopo la caduta di Mussolini: u Noi'non esitiamo ad aggiungere che questa stretta vicinanza e in certa misura interdipendenza dei due grandi popoli, francese e italiano, restano, nella tormenta dell'umanità e malgrado tutti i rancori del presente, elementi sui quali la ragione e la speranza de1lyEuropa non rinnnciano a posarsi o. E a Roma il 30 giugno 1944: (I I nostri due grandi popoli latini, il cui destino è legato da una comune eredità. guardano ad un futuro di cooperazione ed amicizia D.


dei Magi che guidi al centro di salvazione e che desti la fiducia dei popoli. Fin oggi la parola e il gesto di Wilson del 1918 non è venuto: Roosevelt e Churchill hanno paura di un tale gesto, dopo che Wilson falli1. Ma non fu colpa di Wilson il suo fallimento, tranne che non si accusi ogni idea generosa di essere la colpa dei fallimenti dell'umanità. Noi domandiamo ai paesi awelenati dallo spirito diabolico di dominio, i paesi-dell'Asse, di rigettare il veleno delle loro teorie, che han portato 1s seconda guerra mondiale. Ma ancora attendiamo che americani e inglesi unanimi rigettino il veleno delle loro pratiche con i nazisti e i fascisti dell'anteguerra. La catarsi è necessaria per i vincitori e per i vinti; perché se la guerra è stata voluta da Hitler e Mussolini, e dai rnilitaristi giapponesi, gli altri paesi fecero di tutto per renderla possibile. I1 gesto di resistenza dell'Inghilterra al 1940 l'ha redenta; ma finora nessun uomo politico inglese ha saputo fare confessione degli errori che portarono a Monaco. È perciò che oggi si ha paura della pace. Senza la stella di Oriente non si andrà avanti né nella politica, né nella educazione del proprio paese e ne*pure nella rieducazione dei paesi vinti.

La differenza sostanziale fra i paesi totalitari e i paesi democratici sta nella libertà; questa è una valvola di sicurezza che attenua l'istinto di dominio, lo spirito nazionalista e l'egoismo di razza. La libertà, se bene usata, limiterà anche l'orgoglio dei vincitori, cosi come la critica onesta e misurata serve spesso a In occasione del 2S0 anniversario dell'amistizio del 1918, alcuni giornalisti han rioordato l e uitime parole di Wilson, già ammalato, deli'll novembre 1923: « Non posco trattenermi dall'aggiungere ancora nna parola. Io non voglio ecsere conta- fra coloro i quali dubitano del trionfo dei principi che io ho sostenuto. Non Solo ora ho visto degli insensati cercare di resistere ai disegni della Provvidenza, e cono stato testimone della loro quella distrazione totale e quel disprezzo che raggiungerà distruzione anche costoro. La nostra vittoria è sicura quanto l'esistenza di Dio n.

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destare il rimorso delle cattive azioni, che, purtroppo, non sono monopolio né di un paese, né di una classe sociale, ma retaggio di tutti gli uomini. Che la gioventti italiana abbia dimenticato o anche disprezzato il valore della libertà durante l'ubriacatura fascista, niente meraviglia. Ma già ne ha sentito rinascere il bisogno ben prima della caduta del fascismo, prima anche dell'occupazione della Sicilia e del Mezzogiorno, prima della liberazione di Roma. Che le armi anglo-americane abbiano potuto conquistare la Sicilia in trentotto giorni sarebbe meraviglioso, se la popolazione fosse stata ostile, se la Sicilia avesse sentito che si avvicinava un nemico o il nemico, come voleva far credere il fascismo. La Sicilia aveva dato esempi di resistenza, come la Russia, quando i mussulmani per conquistarla ci misero mezzo secolo. Ma senza andare cosi lontano, e solo a restare al periodo del Risorgimento, basta ricordare il popolo di Messina che senza distinzione resistette coraggiosamente al Borbone di Napoli nella sollevazione e guerra popolare del 1848. Allora dovette intervenire l'ammiraglio inglese per impedire la strage che faoevano le truppe napoletane (non è fatto nuovo) perfino ldelle donne e dei fanciulli. Ed è bene ricordare che il grido di libertà nel 1848 parti da Palermo e scosse tutta l'Europa; e da Palermo parti il segnale dell'epopea garibaldina nell'aprile del 1860. Con la libertà verranno a galla non solo gli effetti dei mali passati, ma anche l'irrequietezza del popolo, le difficoltà a mantenere l'ordine e ad attuare un certo benessere, la necessità di reprimere moti incomposti, il dovere di un'auto-disciplina, difficile assai dopo venti anni di costrizione. Sentimenti, risentimenti, impressioni fantastiche, critiche ingiuste, sbagli nei dirigenti, accuse di tradimento da parte popolare, incomprensioni da parte alleata faranno per non breve tempo il travaglio del popolo italiano duro e penoso. Non importa: nonostante tutto, questo sarà un travaglio salutare, sarà una rieducazione per via di fatto, sarà una grande esperienza, che creerà le premesse per una nuova vita.

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La gioventu dovrà essere guidata, aiutata. Non mancano italiani che rimasti immuni dalla lue fascista avranno pagatcD la loro dignità con venti anni di silenzio e di meditazione, forse anche privi di mezzi di vita, o in luoghi di confino, nelle prigioni o nell'esilio; degni di rispetto, a patto di non atteggiarsi né a martiri, né a profeti, e di ritornare alla comunione fraterna con gli altri in un'umiltà comprensiva ed amorevole. Ci saranno i ravveduti sinceri che avranno oggi vergogna della propria debolezza, coloro che avranno pagato cara la loro adesione al fascismo, e altri che ne avranno tratto motivi di approfondimento della psicologia delle masse. Ma anche ci saranno quelli che pretenderanno di avere avuto ragione ad essere stati fascisti, e di avere oggi ragione a non esserlo piu. Occorreranno orientanienti nuovi e generosi perché la crisi spirituale dell'italiano medio e specialmente della gioventu si risolva in un'attività superiore, e non sia motivo né di accascia-' mento e neppure di acciecamento. Chi si crede superiore a tutto e a tutti, colui che non ha mai errato e mai erra, che disprezza coloro che la pensano diversamente, e che vuole giustificare ogni errore proprio con condannare l'errore altrui, subisce una ben trista tentazione che renderà difficile ogni salutare catarsi. Ogni paese esce fuori dalla guerra in uno stato di crisi spirituale, tanto il vincitore che il vinto; tanto l'aggressore che l'aggredito, dato che anche l'aggredito ha delle colpe, sia pure indirette, nella causalità della presente guerra. Lo spostamento di popolazioni intere, l'abitudine di uccidere creata dalle necessità di guerra, i disordini sensuali sentiti come bisogni fisici impellenti, i trauma psichici causati da mille incidenti di guerra, rendono necessario per tutti un periodo di riordina-. mento, di riconciliazione con se stesso e con gli altri, di rivalutazione della vita. Ma per coloro che alla guerra hanno congiunto la tirannia, sia provata essi stessi, sia fatta provare agli altri, occorre maggiore cura per un reale risanamento. Come può essere stato possibile che i soldati e gli diciali dell'esercito italiano abbiano


tiranneggiato cosi crudelmente jugoslavi, albanesi e greci? A me sembra di non doverci credere. Penso che vi siano state solo delle eccezioni; che l'imitazione del metodo nazista sia stata innaturale anche per i fascisti. La realtà vera e cruda si saprà; i responsabili dovranno essere giudicati e puniti e gli altri, gli esecutori materiali, dovranno essere veramente rieducati, forse posti fuori dell'ambiente sociale h che riconoscano che dovevano piuttosto ribellarsi ai loro capi che incrudelire contro le popolazioni inermi. Altro punto della rieducazione dei paesi che han soEerto la tirannia totalitaria, e quindi dell'Italia in prima riga, deve mirare a rifare il carattere. Dopo venti anni nei quali l'uso della menzogna, le forme d'ipocrisia, le asdulazioni erano divenute abitudine per tutti, sia come difesa di coloro che erano contrari, sia come mezzo di avanzamento per far fortuna, sia come convenzione sociale, l'infezione rimane per un periodo ben lungo, anche quando ogni tirannia è già scomparsa. Si tratta di una specie di inferionty complex che avendo toccato l'animo e impregnata la società, non si cancella che con lunghi sforzi. La menzogna è uno degli stiami d'inferiorità, sia per la persona che per la collettività. Questa ,può derivare da perversione individuale, ma molte volte deriva da un sentimento diffuso di sospetto e di timore per cui la menzogna sembra la migliore difesa. Da ciò avviene che, dal punto di vista sociologico, la menzogna è piii diffusa presso le categorie piu povere e piu ricche delle popolazioni; le prime, perché formano una specie d i comunità distaccata dal resto, le altre (i ricchi in denaro) perché temono di perdere e non desiderano che i loro affari siano conosciuti. Politicamente, la menzogna è comune sotto i tiranni, cosi come l'ipocrisia e l'adulazione. Dato che la comunità umana è basata sulla verità e sull'amore, là dove lo spirito di comunità è alterato dalla tirannia e dalla violenza, si diffondono il terrore e la menzogna. Per ritornare alla vita umana, che è vera vita, bisogna rifarsi lo spirito atto a ricevere la verità e a vivere l'amore; allora la menzogna, l'ipocrisia


e l'adulazione saranno pensate con la bruttezza che hanno, elementi di disintegazione dello spirito di ciascun di noi e della stessa vita sociale.

La scuola libera è una delle pi6 grandi armi a favore della verità e dell'amore sociale. La menzogna è colpita a morte dallo spirito libero. L'Italia non conobbe mai vera libertà d'insegnamento: fu triste eredità del nostro Risorgimento il monopolio educativo in mano allo stato, il quale a poco a poco sottrasse le scuole elementari ai comuni, avversò l e scuole tenute dagli ecclesiastici allora sotto il pretesto della questione romana, accentrò e burocratizzò tutte le scuole spesso con direttive positiviste e razionaliste e con l'intento deciso della «secolarizzazione » della educazione italiana. La reazione contro tale accentramento fu .dovuta a due scuole di pensiero ben opposte: la tradizionale cristiana e la idealista hegeliana, capeggiata allora da Croce e da Gentile. I due filosofi si divisero; il progetto Croce sull'esame di stato, appoggiato dai popolari, cadde per l'opposizione .dei socialisti e dei giolittiani; quello Gentile ebbe temporanea fortuna quando Gentile abbracci; il fascismo e divenne ministro deIl'istruzione pubblica. Del resto neppure quella piccola e formalistica libertà d'insegnamento che conteneva il progetto di Giovanni Gentile poteva esistere in regime fascista. Mai monopolio statale in materia d'insegnamento e di educazione fu cosi duro e totale. Pensare le suore dei collegi religiosi obbligate a stendere il braccio nelle scuole e nei giardini e nelle passeggiate, e obbligare le ragazze a cantare Giovinezza, con quel che c'è dentro, e a inneggiare a Mussolini, e variare la storia, la geografia (quasi non dissi l'aritmetica), per mettersi in fila con gli altri. Tutto, anche l'aria dei conventi doveva respirare il fascismo. Coloro degli antiiascisti che parlano di unica scuoIa di stato in Italia, non comprendono il male che essi vogliono perpetuare


in nome di un futuro stato democratico. Fissare un minimo legale perché la scuola non sia degra.data né posta in mano a persone indegne, è giusta garenzia di ogni sistema scolastico; ma imporre restrizioni per creare nuovi monopoli statali, sarebbe negare la conquista della libertà. Pur dicendo questo, io debbo ammettere che la devastazione apportata dal materialismo alla formazione spirituale dell'Occidente è stata di uua vastità veramente tragica. Presentato eotto vari aspetti, ora seducenti, ora utili, ora come esperimentalismo, altra volta come pragmatismo, positivismo, istoricismo, rigettando via via i principi etici della vita sociale, creando una morale edonistica, limitata solo dal potere politico (considerato questo come elemento di equilibrio fra i vari gruppi sociali), esso fu accolto come il sistema normale e comune della società. Ma poiché l'uomo non può vivere senza idee morali, cosi il materialismo si è travestito; per le masse è stata l'idea di conquista dei tdiritti per mezzo della lotta; per le élites borghesi è stata l'idealità nazionale; per gli intellettuali è stato il razionalismo o il naturalismo. I1 piii materialistico degli idealismi moderni è stato quello della razza: eppure questo ha ottenuto un'adesione quanto mai larga ed efficace, al punto da essere elevato quasi a divinità per i privilegiati della razza o delle razze superiori. Si cercano spiegazioni teoriche di simili fenomeni: i tedeschi sono maestri a trovare una storia e un nome speciale per ogni cattiva azione. Ma ciò non vuol dire che anglosassoni, francesi, italiani, spagnoli siano privi di dottori in materialismo. Non è colpa .della scienza, che come ricerca della verità è .dono divino; è colpa di coloro che non sanno tenere i vari rami della scienza ciascuno nel suo grado e rango e con le sue proprie caratteristiche, lasciando alla filosofia e all'etica d'indirizzare il pensiero umano nelle sue vie per le verità universali e finalistiche. Si combatte per un mondo migliore: ma come rifarlo se non si ammette la responsabilità e il halismo delle proprie azioni? se si separano l'economia e la politica dalla morale? se

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non si da alla morale la base solida della ragione umana, detta

- anche personalità umana, o natura razionale, cioè quello che 'è il vero e fondamentale soggetto dei diritti e dei doveri? E se a quest'uomo manca l'unificazione antologica ed etica in Dio, egli non avrà mai una educazione morale, né ritroverà mai la verità e l'amore di cui impregnare la nuova società. Cosi è che la libertà e la democrazia moderna sono divenute nomi vuoti per coloro che le appoggiano ad un pra,patismo materialista, definendole solo come propri modi di vita, senz'altro significato che quello di un adattamento storico-sociale. Durante la celebrazione del secondo centenario della nascita di Jefferson, nel 1943, vari scrittori americani si sono domandati se l'ideale filosofico-religioso che fece scrivere ai fondatori della democrazia americana la dichiarazione d'indipendenza fosse ancora tale da ripetere con essi che tutti gli uomini erano dotati .dal .Creatore di certi diritti inalienabili, fra i quali il diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca del benessere. Possono tali diritti sussistere se non si fanno derivare da un Dio? Infatti, se Dio, diritti di natura, personalità umana, , sono la fraseologia di miti tramontati, bisogna pur trovare su che cosa si appoggia mai il diritto (compreso il diritto alla Libertà) o addirittura se esiste un diritto fra gli uomini, che non sia il diritto del piti forte. In Italia lo stesso è accaduto con quei mazziniani che han lasciato cadere dal binomio Dio e Popolo la prima parte, erigendo il popolo a unica entità universale, senza riferenza etica e religiosa a Dio. Può capitare, come oggi avviene, che gli uomini siano preoccupati talmente della ricerca del benessere personale da dimenticare la sorgente e da confondere la realtà materiale con i valori morali, ma nel forzdo della nostra civiltà millenaria lo spirito religioso e morale della tradizione classica, ebrea o cristiana, non manca mai anche nelle deviazioni teoriche e pratiche. Si che quando anche uomini che han negato o combattuto la religione cristiana (o l'hanno ignorata), parlano di libertà,


d i giustizia, di valori morali, di onestà pubblica e privata, di diritto della personalità umana, intendono piu o meno lo stesso di quel che intendiamo noi, pur senza farne un attuale riferimento a Dio. Ma quando invece si allontanano da tale concezione naturale della moralità, allora, pur senza negar Dio esplicitamente, fan Dio di quei pseudo-valori e di quelle personificazioni che spesso si chiamano con parole note (ma a senso equivoco) popolo, razza, nazione, classe, impero, secondo i riferimenti pratici e immediati, che riproducono con colori iridescenti il fondo materialista della vita collettiva presente. Benedetto Croce, in un suo famoso articolo del 1942, pubblicato in (t Critica », parlò del cristianesimo come del- piii gran fatto spirituale della storia. Egli, che è stato sempre critico della chiesa cattolica (senza abbandonare il suo idealismo filosofico),. conchiudeva ch'era venuto il tempo di essere buon cristiano sia dentro che fuori della chiesa. La testimonianza di Croce, che è rimasto finora fuori della chiesa, serve a riprendere la linea di Jefferson e Mazzini (anch'essi non cattolici), nel senso di legare i valori morali a quelli religiosi, per rifare una educazione integrale 'dei popoli di tradizione cristiana. Libertà e democrazia debbono essere oggi rivedute alla luce del cristianesimo anche da coloro che non hanno una fede religiosa; essi non possono non vedere la inconsistenza della società moderna fondata sopra uno scientismo materialista: o un positivismo pra,gmatista, o un panteismo statale o nazionale o di razza proclamato totalitario. L'Italia deve la prima in Eiiropa ritornare alla sua tradizione cristiana e su questa rinnovare e innovare i principi di libertà e democrazia.


L'ORDINE INTERNAZIONALE E L'ITALIA Facciamo punto di partenza la dichiarazione .di Mosca del 1" novembre 1943, il comunicato della conferenza del Cairo e la dichiarazione di Teheran del lo'dicembre 1943. Allacciamo questi atti alla Carta dell'Atlantico (agosto 1941) l , alla dichiorazione di Washington (gennaio 1942) e al patto anglo-russo (maggio 1942), benché, politicamente parlando, possano ritenersi sotto alcuni aspetti solo variazioni e correzioni. Se nel complesso presi tutti insieme valgono come norma direttiva, gli ultimi del 1943 sono quelli che piii si avvicinano alla realtà. Tutti questi atti hanno avuto (ed hanno ancora) uno scopo immediato: quello di rafforzare, l'intesa fra le Nazioni Unite e specialmente fra le grandi potenze, per proseguire e vincere la guerra. Sotto questo aspetto, ciascuno al suo momento, tutti sono stati adatti a interpretare i bisogni urgenti della guerra e a mantenere o rialzare quel che oggi si dice il morale presso gli Alleati e anche'presso i neutri e le stesse popolazioni nemiche a favore delle Nazioni Unite. Non sempre ciò è riuscito; passato il momenta dell'a~~arizionedelle dichiarazioni (o anche allo stesso momento), la diffidenza, la critica del pubblico, le successive oscillazioni della politica dei vari gabinetti, le difficoltà della guerra nel Pacifico o in Europa, ne hanno attenuato il valore e rivelato le deficienze. In vero i promotori, pur esBenché nei documenti di Mosca non sia citata la Carta dell'Atlantico, si è fatto riferimento alla dichiarazione di Washington, la quale nel preambolo si riporta a quella Carta. Non è qui il caso di fare la distinzione legale tra preambolo e testo, come si suole fare per i trattati internazionali, non essendo tutti i citati documenti (meno il patto anglo-russo) trattati o patti, ma solo accordi politici. Del resto, intenzionalmente io credo, nella dichiarazione' sull'lran del lo.dicembre 1943 a Teheran, Churchill, Roosevelt e Stalin affermarono essere d'accordo coi principi della Carta dell'Atlantico a l h quale tutti e quattro i governi hanno continuato ad aderire D.


e n d o stati felici nella formulazione della Carta dell'Atlantico e della dichiarazione di Washington, hanno trovato. tali difficoltà di realizzazione da aver paura perfìno di compromettere l'esito della guerra stessa. E per giunta, la mancanza di un organismo internazionale responsabile come sarebbe stata la Lega delle Nazioni con, il suo attrezzamento, ha reso saltuaria o inefficiente, e per certo tempo indesiderata, la cooperazione delle altre nazioni con le tre grandi potenze. Solo a Mosca cominciano a spuntare degli organismi permanenti, a parte la commissione del Mediterraneo che mai funzionò e che -fu assorbita in quella per l'Italia. I1 primo organismo fu la European Advisory Commission, con sede a Londra, per lo studio delle questioni europee. L'altro fu 1'Advj: sory Council per gli affari italiani, composto in un primo tempo dei rappresentanti delle tre principali potenze con in piu quello del Comitato nazionale francese di Algeri, e piu tardi dei .... governi in esilio della Grecia e della Jugoslavia. Per quanto ci sarebbe molto da dire e da criticare sull'inefficienza di tali organismi sia perché semplicemente consultivi, sia perché inadeguati a seguire il ritmo degli avvenimenti, sia per la diversità di vedute dei tre governi, pure sembrarono, al momento in cui furono stabiliti, un inizio di vera collaborazione internazionale ~olitica. Oltre a tali prowedimenti, si ebbero due impegni presi dal!e quattro grandi potenze. I1 primo fu quello di stabilire al piu presto possibile «una organizzazione generale internazionale, fondata' sul principio della eguaglianza sovrana di tutti gli stati mossi dal ,desiderio di pace, ed aperta a tutti tali stati, grandi e piccoli, onde mantenere la pace e la sicurezza internazionale ». L'altro, che durante il periodo intermedio da o& alla nuova Lega degli stati sovrani, « l e quattro grandi potenze, allo scopo di mantenere la pace e la sicurezza internazionale, si consulteranno vicendevolmente e a seconda delle circostanze, nnclie con gli altri membri delle Nazioni Unite, per procedere ad un'azione di concerto per conto della comunità delle nazio-


ni». Questa cooperazione mira in modo speciale a realizzare « u n accordo pratico generale a proposito degli armamenti nel periodo post-bel'lico D. La formulazione di Rlosca circa I'organizzazionè internazionale è migliore di quella della Carta dell'Atlantico, dove si prevedeva solo « l a creazione di un piU ampio e permanente sistema di sicurezza generale D. Ma circa il disarmo, a Mosca si è stati piu cauti, mentre la Carta dell'Atlantico faceva sperare nell'attuazione di (( tutti i provvedimenti fattibili intesi ad alleggerire per i popoli pacifici il peso schiacciante degli armamenti ». A Mosca fu- raggiunta, piii che altro, un'intesa di guerra, che per varie difficoltà politiche e militari sembrava scossa da dubbi e diffidenze. Questo vantaggio fu enormemente accresciuto dalle conferenze del Cairo e di Teheran, le quali, a parte dall'essere state tenute dai capi responsabili, hanno raggiunto quell'unità cosi bene espressa dalle parole: aCi si riuni con speranza e determinazione. Ci separiamo amici di fatto, in spirito ed in proposito n. Difatti, l'intesa di guerra delle tre, e delle quattro potenze (a seconda della sfera di azione), è stata estesa al periodo del dopo-guerra per due scopi principali: quello di fissare di comune accordo e di fare eseguire le condizioni di resa e di disarmo dei paesi vinti, l'altro di preparare la futura organizzazione di pace. Sia l'ddvisory Commission che l'ddvisory Council sono puramente consultivi perché spetta ai tre (o ai quattro) preparare il sistema pratico europeo e internazionale, pur consultando, a seconda delle circostanze, gli altri rappresentanti delle Nazioni Unite. Solo per la regolamentazione degli armamenti si fa esplicita menzione 'di una consultazione e cooperazione generale. Non si può mettere in dubbio che la quasi totale responsabilità di guerra risiede, in diversi gradi, sui tre o i quattro secondo i punti di vista; e che domani, a guerra vittoriosamente finita, sopra di essi peserà il mantenimento dell'ordine e la riabilitazione dei paesi occupati dal nemico, di quelli vinti,


e anche di altri in stato di collasso, e infine che il peso del nuovo ordine sarà sopportato economicamente e politicamente piu che mai dal17America e dalla Gran Bretagna. È chiaro che con tale prospehtiva i tre (metto fuori la Cina perché sarà anch'essa una zona da esigere aiuto anziché darne), e piii che altro America e Gian Bretagna, hanno temuto d'impegnarsi troppo. Ma a poco a poco sono arrivati alle frasi felici di Telieran, quando i tre hanno detto: Cercheremo la cooperazione e partecipazione attiva di tutte le nazioni, grandi e piccole, i cui popoli, còme i nostri, sono dedicati col cuore e colla mente all'eliminazione della tirannia e della schiavitu, dell'oppressione e dell'intolleranza. Esse saranno le benvenute, quando vorranno entrare a far parte di una famiglia mondiale di na-zioni democrztiche l .

I1 pubblico che accettò con entusiasmo l'esito della conferenza di Mosca e poi le altre del Cairo e ,di Teheran, era allora poco disposto a sentirne le critiche che circolavano sui giornali, da parte non solo di certi impenitenti giornalisti, ma anche di scrittori seri, critiche apparse anche in documenti ponderati e autorevoli '. La sollecitudine con la quale il senato americano adottò, nel testo di risoluzione sulla politica del dopo-guerra, il passo del documento di Mosca sulla futura organizzazione internazionale, diede il segno dell'adesione americana alla nuova politica l Non è un atto di critica fuori posto, se a quésto punto noi auguriamo che la Russia divenga veramente democratica ed elimini dalla struttura sovietica ogni carattere totalitario e contrario alla libertà politica e religiosa. L'episcopato americano nelia sua dichiarazione sui principi delia pace del 13 novembre 1943 osservava che l e dichiarazioni di Mosca non eliminavano timori di possibili compromessi circa gl'ideali della Carta dell'Azlantic0 D. L'allusione era rivolta ai casi della Polonia e degli stati baltici, non ostante il riferimento alla Carta .dell'Atlantico fatto .nella dichiarazione suU'Iran.


di collaborazione, rafforzando cosi la solidarietà internazionale l . Secondo Corde11 Hull sarebbe finito non solo l'isolazionismo americano (l'adesione del vecchio isolazionista Norris sembrò un sintomo significantissimo), ma anche quello della ' Russia. Anzi egli arrivò a dichiarare al congresso che C coll'attuazione delle clausole della dichiarazione delle quattro- potenze, non ci sarà piu bisogno di sfere di influenza, di alleanze, e di tutte le altre manipolazioni mediante le quali, in un -passato infelice, le nazioni cercavano di salvaguardare la loro sicurezza o promuovere i loro interessi D. Non sappiamo se la visione hulliana sia stata l'impressione subbiettiva di chi credeva di avere realizzato le sue antiche aspirazioni, o sia da ritenersi come la visione realistica di uno statista. L'importanza di Teheran risiede ancora né1 suo valore morale. Credemmo che I'omissione della resa iqcondizionata all'indirizzo del popolo tedesco ai dovesse prendere come un cambiamento di politica, m a l e interpretazioni provenienti dal Cairo non furono in tal senso. Tuttavia la dichiarazione di Teheran dice : (C Riconosciamo in pieno la responsabilità suprema nostra e delle Nazioni Unite, nel creare una pace degna del rispetto delle masse di tutto il mondo, e capace di eliminare la distruzione ed il terrore della guerra per molte generazioni n.

I1 problema del19Europa continentale va messo. in prima linea. Due potenze vi sono e vi saranno sempre preminenti: Frmcia e Germania. La soluzione dei problemi che vi sono l Il senato americano, nell'approrare la snrriferita soluzione, aggiunse che anche i trattati che ne seguiranno dovranno essere approvati da due terzi dei voti favorevoli. Ci8 ha cagionato grave preoccnpazione per l'avvenire, bastando un terzo dei se~atoriper far ricadere il paese nell'isolazionismo. Ii sistema dei due terzi poteva essere giustificato quando I'Ame rica era composta di tredici stati ed era ai primi passi della politica internazionale con lo spettro dell'Europa dietro l e spalle. Ora non pi8.


inerenti detterà quella dei problemi del Mediterraneo e della Europa orientale. I1 risentimento del Comitato nazionale francese (poscia governò provvisorio) per non avere avuto rappresentanza a Mosca e per non avere parte decisiva negli accordi politici interalleati (a parte la sua presenza nel consiglio per l'Italia), non solo è naturale, ma è anche legittimo. Fino alla formazione del Comitato di Algeri si poteva discutere sul valore rappresentativo o personale dei generali de Gaulle e Giraud; ma dopo l'occupazione di tutta la Francia da parte di Hitler, dopo la liberazione dell'AGica francese, dopo la formazione di un esercito e la liberazione della Corsica (Algeri e Corsica sono territori metropolitani) e la notevole partecipazione militare dell'esercito francese sul fronte italiano, è stato non solo impolitico, ma ingiusto continuare con gli urti e i malintesi trar il Comitato di Algeri e i governi di Lon'dra e Washingon. Si. è obbiettato pi6 volte che il Comitato di Algeri non tiene la successione dei poteri legalmente, né può dirsi rappresenti il popolo francese. Costoro, le,plei o costituzionalisti, sono disposti *a vedere una successione legale in Pétain che coarinse Lebrun a dimettersi da pre~i~dente, in Pétain che cercò la ratifica ai suoi poteri da un ~arlamentoconvocato sotto il peso della sconfitta e della invasione tedesca, ingannato da assicurazioni che mai furono mantenute e in violazione delle leggi fondamentali della repubblica e della volontà popolare. A meno che non si attribuiscano all'intera nazione francese atti contrari ai suoi interessi, come I'occupazione dell'Indocina permessa al Giappone, la resistenza in Siria, nel Madagascar, nel19Africa del Nord, in Marocco e nel17A£rica equatoriale, l'accettazione dell'occupazione tedesca di tutto il tèrritorio nazionale, ogni atto del governo di Vichy è stato incostituzionale. Pétain non può vantar neppure il merito di Badog1,lio di aver dichiarato la guerra alla Germania, quando ilitler cosi apertamente violava gli stessi patti dell'arnistizio, anzi ha continuato ad appellarsi all'armistizio per aiutare i tedeschi a respingere l'invasione anglo-americana del giugno 1944.


Churchill, nel discorso del 9 novembre 1943 al banchetto del sindaco di Londra, ebbe parole di viva simpatia per la Francia ed espose la tesi che noi sosteniamo qpando disse: ccSperiamo che la Fr'ancia risorga alla sua vera grandezza e torni ad occupare il posto che le spetta nel determinare il progresso dell'Europa e del mondo». Egli parlò del suo gradimento ne1 vedere aumentato il potere militare del Comitato di Algeri; ma ritornò sul vecchio tema che il Comitato non è ((proprietario, ma solo fiduciario della tradizione costituzionale francese n. Attribuire la qualità di proprietario ad un governo ripugna a noi latini, anche nel senso piu tenue, quello di reclamare un titolo al proprio possesso. Ma a parte la questione filologica .della parola (noi diremmo titolo legale), non sembra che il Comitata di Algeri abbia mai preteso di essere un governo costituzionale, bensi un organo prowisorio di governo. . Non è qui il posto di rifare la storia sfoeunata dei rapporti degli alleati con la Francia dall'invasione ' dell9Algeria (7 novembre 1942) fino all'invasione della Francia (6 giugno 1944), storia in parte fatta di risentimenti e di malumori da parte francese, d'incomprensione e irrigi'dimenti da parte americana, e di tentennamenti fra i due da parte inglese. La Russia (la a cara Russia n come la-chiamò de Gaulle) ebbe il suo contentino con l'entrata di due comunisti nel governo provvisorio di Algeri. Finalmente, a invasione iniziata, de Gaulle venne a Washington e i rapporti personali con Roosevelt parvero migliorati. Si accusa de Gaulle, anche da francesi emigrati, di avere iniziato un sistema politico piuttosto personale, troppo nazionalista, legato a gruppi di affaristi francesi in combutta con la City di Londra; si dice che egli mira ad una difesa degli interessi europei contro la possibile manomissione americana. Cosi si spiegherebbe il favore di Londra .e l'opposizione eor,da di Washington. Di piu, politicamepte, si temeva che de Gaulle e il suo comitato stessero preparando non un vero regime democratico, ma il predominio di consorterie che potesse preludiare a una dittatura militare, pur con tinte di sinistra.


Quanto siano consistenti tali accuse, non siamo in grado di verificare: le notiamo qui per mettere in evidenza come la Francia, diliniata dalle fazioni d'interessi prima della guerra, lo sarà forse anche dopo, non avendo potuto raggiungere, per cause molteplici, né un equilibrio economico tra il capitalismo e il lavoro, né un equilibrio politico tFa le destre e le sinistre, né una coesione spiritilale nazionale, dopo la prova di quattro e piti anni d i occupazione debilitante da parte del nemico. I tre principali alleati avrebbero potuto fare il gesto di associarsi la Francia combattente come quarta potenza sia per lo sforzo bellico che per la ricostruzione europea; bastava met. tere per condizione la formazione di un'assemblea e di un governo che rispecchiassero liberamente tutte le gradazioni dei francesi rifugiati in Algeria o in altre parti dell'impero (eccetto i collaborazionisti di Vichy); ma ciò non si volle o non fu creduto maturo. Cosi venne indebolita la posizione della Francia, compromesso il suo futhro, creando un distacco morale tra essa e gli alleati inglesi e americani, proprio quancdo alla volontà e al valore anglo-americdno si dovrà la liberazione della Francia. Nessuno può pensare o volere una Francia politicamente ed economicamente subordinata ai tre, né un'Europa in cui la Francia sia debole, divisa ed appartata. Per il bene dell'Europa occorre avere una prancia forte, sanamente ricostruita e politicamente aperta. Come la linea Maginot è caduta per sempre, cosi 'dovranno cadere per sempre il petainismo da una parte e quella specie di degaullismo, che fa appello al capo militare o ad una Giovanna d'Arco nazionalista e laicizzata dall'altra. De Gaulle ha avuto il merito di non piegare al momento dell'armistizio, di mantenere fede nella Francia e nei suoi valori, di averne difeso gli interessi e l'onore, anche di fronte agli Alleati, evitando cosi di passare come un pupattolo in mano di Roosevelt e di Churchill. Ma niente di piii: egli non è né uno statista, né un organizzatore. Egli ha una popolarità straordinaria in Francia, pur in mezzo a violenti dissensi ed opposizioni, perché ha saputo essere fermo durante tutte le tempeste,


e perché ha simbolizzato la resistenza hancese. Egli resterà l'eroe dei giorni oscuri e il simbolo della liberazione. Però non dovrebbe essere lui, o lui solo, a rifare lo stato francese, se questo dovrà divenire lo stato-centro di un'Europa riorganizzata e prospera. Cosi come non si può ignorare la Francia, non si possono neppure ignorare gli altri stati europei, piccoli o grandi, circa il loro awenire e l'avvenire dei loro vicini, tutti uniti per un nesso storico, geografico, politico ed economico che non va sottovalutato. Chi può negare all'Olanda, al Belgio, al Lussemburgo, alla Cecoslovacchia e alla Polonia un interesse pre-eminente nella sistemazione della Germania? e anche alla Norvegia per quel che riguarda i mari che la circondano? Tenere questi paesi fuori non solo dai comitati consultivi, ma dalla decisione finale, sarebbe semplicemente un controsenso e una presunzione; credendosi che solo i tre, poiché i piu responsabili della guerra, possano prendere le decisioni per la pace. Se cosi fosse, il loro metodo rassomiglierebbe a quello di Monaco, dove la sfortunata Cecoslovacchia, la vera interessata, fu lasciata fuor della porta.

Secondo Corde11 Hull, nel suo discorso al oongresso (18 novembre 1943), la funzione della commissione consultiva di Londra sarebbe stata di consigliare i governi americano, inglese e russo. Essa deve trattare questioni non militari riguardanti i territori nemici e quegli altri problemi che possono esserle assegnati dai governi partecipanti ». Poiché l'Italia ha la sua commissione consultiva, il campo principale della commissione di Londra sarebbe stato quello della Germania, con l'appendice dell'Austria, Ungheria e forse Rumenia. La decisione di Mosca eirca la ricostruzione dk11'Austria fu bene ispirata; e fu una riparazione al silenzio inqualificabile di Ginevra, Londra e Parigi con il quale fu sottolineato l'atto


violento d i Hitler nel 1938 di annettersi l'Austria e di cancellarne p e r h o il nome col chiamarla K provincia dell'Est D. Sarebbe stato meglio se al principio della guerra Inghilterra e Francia avessero fatto una dichiarazione simile: ma è segnato nei fati che Mosca (che non è democrazia) deve dare il nome alle cause della giustizia, della libertà e dell'indipendenza in Europa '. Diamo anche merito a Eden e Cordell Hull insieme a Stalin, ma fino a ieri non c'era stato nessun segno di resipiscenza verso l'Austria, tranne la malaugurata legione di Otto di Asburgo. Circa il problema della Germania non abbiamo molta luce. Prima di Teheran, Cordell Hull, a domanda fattagli da un rappresentante della stampa, aveva risposto che la resa senza condizioni e il disarmo applicato alla Germania nelle decisioni di Mosca avevano fatto cadere l'importanza del ((Comitato per una libera Germania D. Questo comitato era stato costituito in Mosca il 12 Iuglio 1943 (lo stesso giorno dell'inizio della grande offensiva d'estate), d'accordo con Stalin ed in armonia còn la sua politica tedesca, fissata fin dal novembre 1942, quando egli aveva detto che non aveva intenzione di distruggere ((tutte le forze militari tedesche, poiché ogni persona di buon senso capisce che ciò non t: soltanto impossibile ma è anche sconsigliabile dal punto di vista del futuro. Tuttavia, l'esercito di Hitler può essere e sarà distrutto n. Con questa idea e allo s-po di non far cadere la Germania nelle convulsioni della rivolta di piazza, né disfarne la struttura politica ed economica, il comitato di Mosca aveva fatto appello al popolo tedesco con il motto: « L? Germania non deve morire D. Era chiaro che un tal comitato avrebbe seguito le armi russe nell'invasione della Germania e diretto la formazione di un governo civile.

...

n

sentimento dell'Austria a favore dell'Anschluss con la Germania è naturalmente caduto dopo la triste esperienza nazista. La questione dei confini austriaci sarà abbastanza ardua. Il progetto di riunire Austria, Baviera ed altre zone tedesche del sud a popolazione cattolica, manca di base politica ed è destinato a fallire.


A Teheran una sola cosa è venuta fuori, circa la Germania: l'accordo sui piani «per la distruzione delle forze tedesche D. 11 popolo tedesco non è incluso nella distruzione se non per quel tanto che le esigenze militari lo domandino. I1 silenzio di Teherari sul futuro della Germania poteva essere dovuto a motivi di guerra, a noi ignoti, ovvero a mancanza di definitivi accordi fra i tre. Pure tale problema appariva allora urgente per tre ragioni: primo, per informare il popolo tedesco della sua sorte alla vigilia della suprema prova; secondo, per non arrivare impreparati (pifi o meno come in Italia) nel caso di un crollo improvviso; terzo, per evitare discussioni fra i tre (o i quattro compresa la Francia), e malumori fra le altre Nazioni Unite piG vicine alla Germania. Se dovessimo tener conto del sentimento generale presso -le Nazioni Unite circa il futuro della Germania, la conclusione sarebbe che il vansittartismo ha preso piede e che l e voci ragionevoli sono andate diminuendo. Ma le nazioni non possono morire: la Germania noli può essere cancellata dalla carta geografica; anche se si potesse farlo, sarebbe mostruoso. Ridurre un popolo all'impotenza, metterlo in servite, distruggerne l'industria, impedirne i commerci, istituire il lavoro forzato,-sono tutte aberrazioni irrealizzabili. A Versaglia si commise l'errore delle riparazioni indetermi~iate.Subito si povettero fissare in cifre, poi ridurle, infine abbandonarle, e per giunta si fecero dei prestiti che finirono per essere perduti, capitale ed interessi. Né si dica che i prestiti si fecero per dabbenaggine e igno: ranza: essi furono una necessità per aiutare la Germania a risorgere. Gli Alleati furono impari al còmpito prima per incertezza e lentezza, poi per la politica di resa. Ma lo stesso o peggio accadrebbe domani con la cosiddetta politica forte, che sarebbe semplicemente distruttiva. Non si può fare il vuoto in up paese di ottanta milioni di abitanti, senza far crollare l'economia e la politica ,di tutta l'Europa; la stessa America ne risentirebbe gli effetti. Bisogna ricostruire: la Germania, vinta e debellata, dovrà


ritornare a mano a mano una nazione moralmente ed economicamente sana e d o h à restare politicamente una delle pietre angolari dell'edificio politico del17Europa. Parla cosi uno che oggi vede quale sdisiruzione porta la Germania alla sua patria amata, e non ne ha gli occhi asciutti quando legge le notizie delle città e dei villaggi rasi al suolo, ,degli ostaggi fucilati, delle popolazioni decimate, dei documenti, libri e opere d'arte portati via o bruciati e di mille altre brutalità per le quali istintivamente si desidera giustizia e vendetta. Ma lasciando la giustizia punitiva dei criminali alle autorità internazionali o locali (secondo la decisione di Mosca) e pur cercando le giuste riparazioni, quel che deve preoccupare si è come poter fare ritornare la Germania al seno umano e cristiano della nostra civiltà. Il disarmo da imporsi alla Germania dovrà essere totale ed effettivo per un periodo di prova (a parte la forza di polizia per i'ordine interno). La trasformazione industriale dalla guerra alla pace dovrà essere completa, senza però togliere alla Germania i mezzi di produzione adeguati al suo bisogno e al suo sviluppo successivo. Infine, la riforma educativa dovrà essere l a pi6 larga possibile, agevolata, non mai imposta, dall'esterno jquesta non porterebbe frutti, ma maturerebbe l a reazione), si bene promossa .dall4interno per via di esperienza e di convinzione dai gruppi civili e religiosi che dovranno dedicarsi a tale compito. Gli Alleati avranno per un periodo piii o meno lungo il controllo della ndova Germania che ricascerà dalla sconfitta, fino al giorno ch'essa potrà ottenere il possesso di tutti i diritti « di eguaglianza sovrana » ed entrare a far parte della ccorganizzazione internazionale » o meglio della « famiglia delle nazioni democratiche D. Questa visione ottimista della Germania iutura è basata sul principio della fiducia e sul metodo della libertà. La conferenza di Mosca ha dichiarato che in Italia dovrà restaurarsi la democrazia. Cordell Hull ha affermato che le linee tracciate per l'Italia dovranno applicarsi anche alle altre nazioni. Lo stesso dovrà dirsi della Germania, se non si vorrà riportare l'Europa


nel caos. Nessuno può pensare a fissare per la Germania un regime dittatoriale, né militare, né capitalista, né comunista. Una monarchia? Un Hohenzollern da cercarsi tra i tanti rampoili di Guglielmo? È ridicolo pensare che Mosca voglia un tal vicino. Non resta che una democrazia ben costruita, che non cada in mano ai Junkers, né ai nazionalisti, né ai criptonazisti, né ai fabbricanti di cannoni. & vano pensare d'imporre dall'esterno con le armi e con l'oppressione dei paesi vincitori un sistema po3itico: questo nasce dalla convinzione popolare secondo le circostanze. La politica del congresso di Vienna contro il movimento liberale del secolo xix falli in pieno: sarebbe lo stesso oggi, sia per la Germania che per gli altri paesi, se gli Alleati pensassero d'imporne una che non sia veramente voluta dai popoli europei. Si propone da alcuni di dividere la Germania in varie zone, la Renania, la Prussia, la Baviera e cosi via: Hambro, il noto uomo di stato norvegese, ha avvertito il pubblico americano di tale errore l . Occorre evitare nei paesi vinti il risentimento per provvedimenti territoriali forzati e ingiusti. Dopo la guerra avremo in Europa una ripresa nazionalista che è già per strada: speriamo che Inghilterra e America, dopo tanti sacrifici, non dovranno incontrare un'ondata di malcontenti e di acrimonie, che già si sente crescere un po' da per tutto. Non c'è bisogno di dividere la Germania per tenerla a posto. Quando Hitler cominciò a fabbricare aeroplani, Londra e Parigi potevano dargli addosso in ventiquattr'ore: non lo fecero. Non dicano ora che la colpa fu dei cavalieri teutoni o di Bismarck. Questo è tanto ridicolo quanto è ridicolo negare che la Francia di Luigi XIV l L'Austria reclama Berchtesgaden che le fu tolto nel periodo napoleonico, anche per evitare che esso resti in Baviera come simbolo del nazismo: passi pure. Danzica sarà reclamata dalla Polonia, la quale esige delle rettifiche nella Slesia. I Sndeti torneranno alla Ceooslovacchia: le caute dichiarazioni di Eden alla Camera dei Comuni lo fanno prevedere. Queste ed altre rettifiche possono essere legittime o utili: esse non hanno niente a vedere w n la ripartizione della Germania.


e di Napoleone, con i mezzi del suo tempo, fece all'Europa piu

o meno quel che ha fatto la Germania di Guglielmo o di Hitler. La differenza è solo nel temperamento: i tedeschi hanno il metodo freddo, calcolatore, scientifico, nella distruzione. I1 sadismo del nazi non è concepibile n e l francese, nell'inglese o nell'americano; ma non nastondiamo le miserie storiche di qua e di là dell'oceano. L'odio e il risentimento per il tedesco è. immenso. Se noi facciamo appello a sentimenti cristiani, non è contro gli interessi della pace futura, è invece per tale interesse che si -accoppia con la visione spirituale del cristianesimo. Se dei pagani moderni non vogliono sentire piu parlare del cristianesimo nell'educazione di un popo~o,sono stati proprio i nazi quelli che han tirato le ultime codseguenze dalle loro teorie. P positivisti di America e d'Inghilterra sono ancora a mezza strada, negano il cristianesimo e negano il nazismo; ma non si può arresthe la logica delle idee né quella dei fatti, anche se la logica non sia il forte di certi pensatori anglosassoni. 'Corde11 Hull a ragione affermò, subito dopo Mosca, che le questioni de5 confini per gli stati europei saranno affrontate e risolte dopo la guerra, mentre oggi sarebbero state disturbanti. Disse anche che la Carta dell'Atlantico vigeva ancora, il che fu ripetuto piu autorevolmente a Teheran, dove fu chiaro che il cosiddetto problema iranico D fu risolto nel'senso che l'integrità del territorio e l'indipendenza dell'Iran (Persia) cono completamente assicurate da pretese attribuite alla Russia e derivanti dalla presenza delle truppe alleate. Da questo precedente e dalle affermazioni di Hull dovremmo conchiudere che non vi sarebbero ingrandimenti territoriali da parte delle nazioni firmatarie della Carta dell'Atlhtico; e che le questioni terzitoriali di rettifiche di confini o altre particolari (fuori dell'ingandirnento) sarebbero discusse amichevolmente fra i paesi interessati; salvo, s'intende, una decisione arbitrale in caso di dissenso. Fissata questa procedura, tali questioni non dovrebbero essere né troppo gravi né realmente perturbatrici. La verità si è che la guerra,


avendo alterato i confini già fissati nel 1919, ha ridestato vecchi interessi, antichi torti, e ne ha creato dei nuovi, sicché, da questo punto d i vista, l'Europa 'ha una brutta prospettiva di lunghe controversie e di eccitamenti nazionalistici l. Oggi il problema piii grave di carattere territoriale è quello dei confini territoriali della Russia. Alla conferenza di Teheran, silenzio. Tale problema secondo alcuni è già risoluto, secondo altri resta ancora aperto. Sembrava buon segno l'inquietudine dell'opinione pubblica, che ebbe un certo risveglio dopo il lungo sopore durato dal giugno 1942 (quando ebbe uno scatto d'indignazione alla voce che il patto anglo-russo avesse fatto man bassa dei diritti degli stati baltici) fino alla vigilia della conferenza di Mosca. Dopo di allora l'agitazione dell'opinione pubblica è stata fatta solo dal governo polacco in esilio, a Londra, e dagli americani diorigine polacca. La voce degli esiliati baltici o dei nuclei baltici l In pnoposito chi scrive pubblicò sul « New York Times u del 15 novembre 1913 l a seguente lettera, -intesa ad evbtare controversie giornalistiche circa i confini della Jugoslavia con l'Italia: « Signor direttore, non posso negare il diritto degli jugoslavi nel richiedere la revisione del trattato di Rapallo, firmato nel 1920 fra l'Italia e la Jugoslavia e che fissa i oonfini attuali fra i due paesi. Non c'è infatti dubbio che l'infelice guerra fra le due nazioni ha suscitato un'ondata di odi e di recriminazioni. Ma per denunciare i1 trattato di Rapallo, occorre trovare una base giuridica onde ottenere quello che si domanda. Questa base non può essere fornita dal diritto del vincitore, che è semplicemente il diritto del piu forte, né dal diritto delle tre grandi potenze di disporre dei confini degli stati europei, un diritto che potrebbe essere detto rassomigliare in modo disgraziato a ceyte pratiche naziste. La vera base è fornita dalla Carta dell'Atlantico, la quale stabilisce i n base all'articolo I che le-potenze firmatarie « non cercano alcun ingrandimento, territoriale od altro », mentre coll'artiwlo 11 esse dichiarano « d i non desiderare 1a.realizzazione di cambiamenti terri,toriali non in accordo con i desideri liberamente espressi delle popolazioni interessate ». u Esse » si riferisce alle trenta nazioni firmatarie della Carta fra le quali è compresa la Jugoslavia. Attendiamo che jugoslavi e italiani siano riusciti a buttar fuori i tedeschi e a creare liberi governi di loro scelta. Allora, in uno spirito di amicizia, si potranno discutere i pmblemi dei confini. Luigi Sturm. Jacksonville, Florida, 8 novembre 1943 n.


in America è stata quasi sempre fievole, poche le reazioni sulla stampa o nei parlamenti. Chi scrive ha espresso la propria opinione in .pieno favore del diritto degli stati baltici all'indipendenza 'politica Per la Polonia valgono altri precedenti storici; altre. sono le condizioni della Bessarabia. Certo la Russia dovrà garentirsi per il futuro: nessuno dei grossi vuole confidare a pieno nella a organizzazione generale internazionale D; questo pare evidente, ed è il verme roditore di tutta la futura a sicurezza ».Ma come Inghilterra e Francia non saranno mai minacciate dal Belgio, dal17Qlanda e dal Lussemburgo, cosi la Russia e la Germania non saranno mai minacciate dagli stati baltici e dalla stessa Polonia. Perciò, riconoscere anche per essi la Carta dell'Atlantico non è un far torto alla Russia. È vero che questa si appoggia sul trattato del 23 agosto 1939 con la Germania; ma i giuristi sanno bene che due contraenti non possono mai disporre del terzo assente, perché, a dirla con i giuristi romani, sarebbe res inter atios acta. La Polonia aveva qualche cosa da dire il 23 agosto 1939 trattandosi del suo proprio territorio; ed ha ragione a non riconoscere quel trattato che permise l'occupazione sia da parte tedesca che russa. I plebisciti degli stati baltici, fatti nel periodo dell'occupazione russa e durante la guerra, sono da ritenersi nulli. Cordel1 Hull ha dichiarato che i futuri plebisciti dovranno essere completamente liberi. Se gli stati baltici ,dovranno essere chiamati ad un plebiscito circa la loro riunione con l'Unione Sovietica, questo dovrebbe essere richiesto dagli stessi cittadini degli stati interessati, in condizioni di completa libertà, senza truppe di occupazione. Né la Russia, n6 gli Alleati hanno il diritto di imporre un plebiscito a qualsiasi nazione che è in possesso dei suoi diritti. Ma purtroppo, i pretesi diritti della vittoria incidono di piu sui deboli che sui forti. Non è qui il caso di rifare

'.

'Si vedano gli articoli in <r America D, New York, 28 agosto 1943; s Ii Mondo D, N e w York, ottobre 1943; cc People and Freedom n, .Londra, 15 no-

vembre 1943.


la cronaca della controversia fra Mosca e il governo polacco in esilio, o dei tentativi dei governi di Londra e di Washington per trovare una via di soluzione anche prowisoria; o delle manovre di Stalin per soppiantare il governo polacco di Londra e formare un altro governo favorevole alle sue mire. L'idea che sembra prevalere è quella di mantenere approssimativamente la linea Curzon come confine russo-polacco e dare in compenso alla Polonia la Prussia orientale. L'opinione di chi scrive è assolutamente opposta ad un simile regalo, che comporterebbe una' deportazione in massa di tedeschi, cosa contraria al diritto di natura e al senso cristiano della civiltà occidentale, owero una convivenza intollerabile fra tedeschi e polacchi. La nuova Polonia eserciterebbe sui tedeschi un'oppressione politico-sociale peggiore di quella che la Polonia risorta nel 1918 esercitò contro ortodossi e cattolici uniati nella Galizia e nella Russia bianca. È chiaro che la posizione presa da Stalin è unilaterale, venendo meno alla solidarietà di Teheran. Di piti, l'interessata (la Polonia) è in una posizione d'inferiorità, non solo militare (il che è chiaro), ma anche giuridica e diplomatica. Non c'è ragione per non trattare col governo in esilio, quando questo era già stato riconosciuto dai tre, aveva firmato la Carta dell'Atlantico e la dichiarazione di Washington ed aveva stipulato un trattato particolare a due con la stessa Russia. La richiesta di un'inchiesta della Croce Rossa per gli uccisi di Smolensk onde accertarne gli autori fu certo un errore, dato il periodo di guerra combattuta su quel fronte; ma l'ulteriore atteggiamento del governo polacco aveva reso possibile una ripresa di relazioni. Se Stalin ha sempre rifiutato di trattare con tale governo, è stato perché intendeva avere un altro governo, meglio disposto ad accettare le sue proposte. La dichiarazione di Eden fu onesta e leale quando disse che il suo governo si fondava sui principi della Carta dell'Atlantico anche nelle questioni territoriali che riguardano la Polonia, cioè che non saranno riconosciuti cambiamenti di territori fatti durante la guerra (quindi nel 1939 e 1940) tranne che non siano liberamente concordati dalle parti


interessate. Ma la successiva dichiarazione di Eden che la Carta dell'Atlantico non si applicherebbe ai paesi nemici fu fatta in vista del compromesso di assegnare alla Polonia la Prussia orientale. Se fra gli stessi Alleati non c'è fermezza sui principi che sono stati concordati e accettati, le sorti della pace si mettono in pericolo.

L'Italia ha avuto a Mosca un'attenzione speciale. Riproduciamo in nota il testo integale della dichiarazione riguardante il nostro paese l . IÈ con soddisfazione che si sente ripetere dai tre ministri degli esteri riuniti a Mosca quel che gli antifascisti han sempre ,detto e ripetuto da venti e piE anni, e quel che il popolo italiano richiese a gran voce lo stesso giorno della caduta del fascismo, quanldo da Milano a Palermo i partiti democratici fecero sentire la loro voce. Questa specie di proclamazione della democrazia italiana fatta a Mosca (dove ancora una democrazia l <r I ministri degli esteri degli Stati Uniti, del Regno Unito e deU9Unione Sovietica hanno constatato che i loro tre governi sono in accordo completo nel ritenere che la politica alleata nei confronti deL1'Italia deve essere fondata cnl principio fondamentale che ii fascismo, assieme alle sue istituzioni ed influenze maligne, dovrà essere complamente distrntto, e che 6i dovrà fornire al popola italiano ogni possibilità di creare istituzioni politiche ed altre fondate su principi democratici. I ministri degli esteri degli Stati Uniti e del Regno Unito dichiarano che l e azioni dei loro governi, daU'inizio dellyinvasione del temtorio italiano, entro i limiti concessi da superiori necessità militari, sono state basate sn questa politica. Nel futuro proseguimento di questa politica, i ministri degli esteri dei tre governi riconoscono l'importanza delle seguenti misure, che dovrebbero essere messe in effetto: 1. È essenziale che il governo italiano sia reso pi6 d.emocratico mediante inclusione di rappresentanti di quei gruppi del popolo italiano che hanno sempre opposto i l fascismo. 2. Il popolo italiano riavrà in pieno libertà di parola, di culto, di cre-

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deve nascere) poté sembrare curiosa. Come pure il fatto che la promessa democrazia di Mosca arrivi in Italia trasformata in protezione di certi elementi antidemocratici o semplicemente militari e soprattutto in difesa, piY che della monarchia, del re Vittorio Emanuele, le cui responsabilità di ventun anni di dominazione fascista non potevano essere portate dal popolo né caricate ad un governo veramente democratico. Ma non ogni male viene per nuocere. La volontà del popolo italiano a volersi dare una forma democratica, anche durarne la guerra combattuta sul proprio suolo, è prevalsa sulle mene di residui fascisti, sulle ingiustificate preoccupazioni dei capi militari alleati e sulle incomprensioni dei capi politici di Inghilterra e di America. Primo fu il compromesso con il re e Badoglio, per cui i rappresentanti dei sei partiti poterono partecipare al governo (aprile 19441, poi, liberata Roma, il re si ritirò a vita privata dando i suoi poteri al figlio Umberto come luogotenente, e il nuovo ministero presieduto dall'on. Ivanoe Bonomi fu formato come denza poIitica, d i stampa e di assemblea, e potrà altresi formare gruppi politici antifascisti. 3. Verranno soppressi tutti gli istitrnti ed organismi creati dal fascismo. 4. Tutti i fascisti o pro-fascisti verranno eliminati dall'aniministrazione dello stato e dagli istituti ed organizzazioni di carattere po:itioo. 5. Tutti i prigionieri politici del regime fascista verrarino rilasciati e concessa piena amnistia. 6. Verranno creati organi democratici di governo locale. 7. I capi fascisti e i generali dell'esercito, conosciuti o sospettati come criminali di guerra, saranno arrestati e consegnati alla giustizia. Nel fare qUesZa dichiarazione i tre ministri degli affari esteri riconoscono che sino a che in Italia continueranno a svolgersi operazioni militari, i l comando supremo militare deciderà circa il momento della piena attuazione dei suddetti principi, in base ad istmzioni ricevute dai comandi riuniti di stato maggiore. I tre governi fìrmatari. di questa dichiarazione si consulteranno in proposito, a richiesta d i uno di essi. Si conviene inoltre che nulla di quanto è oontenuto in questa dkhiarazione potrà essere interpretato a detrimento del diritto del popolo italiano di scegliersi -da ultimo la propria forma di governo D.


espressione della volontà popolare con il fine di attuare la democrazia, facendo appello al popolo per la formazione dell'asaemblea costituente (giugno 1944). Cosi non da Mosca, ma da Roma, non per suggerimento di estranee potenze come cosa imposta dal di fuori, ma spontaneamente e dallo stesso popolo nasce e rinasce la democrazia in Italia. La via è assai lunga e piena di difficoltà per una completa realizzazione degli ideali democratici in Italia, cosi come in tutti gli altri paesi europei; ma non è senza significato (e il merito va dato agli evénti della guerra e alle vittorie alleate) che la prima a rinascere sul suolo europeo è proprio la democrazia italiana. L'Italia nazione e stato e l'Italia storica, cultura e civiltà e l'Italia centro del cattolicismo, oggi sono una sola Italia che deve sopravvivere al disastro e che soprawiverà. Per questo essa ha una posizione unica nella nuova Europa, qualunque possano essere le combinazioni: questa posiZione fu da chi scrive precisata nel volume pubblicato a Londra nel 1926, Italy and Fascism, come quella di « una grande nazione pacifica D : essa rimane tale, pur essendo l'Italia minorata dall'awentura fascista e dalla guerra. Non si creda che quel grande D suoni oggi un'ironia o una vanteria: l'Italia non avrà piu un seggio permanente nella futura Società delle Nazioni come l'aveva a Ginevra, né avrà un esercito e una flotta come li aveva ben prima del fascismo, quando poté partecipare in pieno alla prima guerra mondiale e uscirne vittoriosa. Ma che valse all'Italia fascista l'essere a Ginevra giuridicamente a pari della Francia e dell'Inghilterra, q;ando Muscolini volle fare una politica antiginevrina e avventurosa? Costui ebbe la soddisfazione di vedere cadute le sanzioni, soddisfazione apparente di pura vanità, quando per questo fatto colo l'Italia veniva spinta ad una politica di avventure; mentre era divenuta non altro che un ostacolo per il funzionamento della Lega e per la stessa pace del mondo. E mentre l'esercito e la flotta servirono, nella prima guerra, non solo alla

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causa generale della civiltà, ma anche agli interessi nazionali dell'Italia, e si copersero di gloria, durante il fascismo l'esercito e la flotta han dovuto servire un ~ a d r o n eassai duro (il tedesco) e subire il politicaniismo dei fascisti: l'uno e l'altro li han perduti. La flotta è tutta in mano alleata, l'esercito in parte prigioniero dei nazi ovvero reso impotente, per difetto di organizzazione e di armamento. La falsa politica fascista del mare nostrum e dell'impero ha posto l'Italia fuori rango; essa ha cessato di essere una grande potenza. Eppure la mia affermazione del 1926 resiste anche oggi: la frase era u: grande nazione pacifica D, in opposizione alla politica imperiale di potenza grande e guerriera. Flotte ed eserciti sono di valore relativo, e finalità determinate : l'Italia non poteva avere la pretesa di divenire la rivale dell'hghilterra (come sognarono certi fascisti vani e ridicoli) - e il mare nostrum fu non solo una grossolana menzogna geografica, ma un enorme errore politico - né poteva sognare di conquistare Nizza, Corsica, Savoia e Tunisi con un esercito rivale di quello francese. Flotta ed esercito erano a difesa dei diritti italiani ,o della sua posizione, e potevano essere messi a disposizione della Società delle Nazioni contro chi volesse violare la pace; non erano affatto mezzi sufficienti per creare un impero. .Se le decisioni dei paesi vincitori saranno che l'Italia debba essere disarmata per sempre, o per un periodo di anni con delle limitazioni fissate per un disarmo unilaterale, il torto che subirà l'Italia cadrà piY sulle nazioni vincitrici che su di essa. Ciò dipenderà assai piu .dal piano di pace che sarà studiato a vittoria completa che dalle condizioni di armistizio. Rla ciò non toglie che l'Italia, paese di quaiantacinque milioni, con una popolazione superiore alle risorse locali, con una tradizione civile e culturale di millenni, in una posizione geografica unica, possa essere ridotta a un vassallaggio indiretto, economico e politico, e privata di m z z i di difesa se altri vorrà violarne i diritti e la personalità nazionale. Poiché firio ad oggi non sembra che questa sia la politica


di Londra, di Washington o di Mosca, anche perché ad applicare tale politica si andrebbe incontro a movimenti rivoluzionari tanto nazionalisti che comunisti (queste qualifiche sono indicative e non specifiche), cosi è legittimo pensare che la resa incondizionata si trasformerà in pace onorevole, che i confini nazionali resteranno intatti (con quelle rettifiche amichevoli che saranno consentite dalle due parti in causa), che il trattamento per le colonie africane possedute prima del fascismo sarà pari a quello che verrà fissato per la Gran Bretagna e la Francia, e che sarà completa e sincera l'applicazione della Carta dell'htlantico, compreso il punto che riguarda il diritto di scegliersi il proprio governo, senza inopportune interferenze l. Solo cosi, anche se l'Italia non avrà un posto permanente nel consiglio della futura Lega delle Nazioni, e forse anche un posto di libera scelta (dato il passato fascista che sarà difficile far cancellare dal cuore di molti), essa s poco a poco con le sue sole risorse morali, con i sacrifici dei suoi figli, con una saggia direzione politica e nella libertà democratica, ritroverà quel posto l A proposito, fn molto significativo il dispaccio di James B. Reston, corrispondente politico del « New York Times s da Washington, e pubblicato i n quel giornale 1'8 Inglio 1944, circa il retroscena alleato nei riguardi della formazione del governo Bonomi. La nota ci sembra ispirata dai circoli &ciali di Washington, e perciò la diamo per intero: <t Un funzionario responsabile ha riassunto nel modo seguente l e difficoltà (sorte a proposito della formazione del gabinetto Bonomi): 3. Rappresentanti degli Stati Uniti, al loro arrivo a Roma, furono subito consci della forza dei sei partiti politici della zona liberata e dell'opposizione nella capitale al primo ministro italiano, maresciallo Pietro Badoglio. Quindi, gli Stati Uniti non fecero alcun tentativo per mantenere il maresciallo Badoglio al potere; 2. Il primo ministro Winston Chnrchill, tuttavia, assunse la posizione che il marescia-llo Badoglio aveva contratto l'armistizio cogli alleati, e ne aveva adempite l e condizioni nel modo migliore. Il primo ministro, quindi, ritenendo di avere l'appoggio degli Stati Uniti e della Russia, fece pressioni afnnché il maresciallo BadogEo fosse conservato, se non come primo ministro, almeno in n u nnovo posto ministeriale; 3. Cercando di far prevalere questo punto di vista, si dice che il signor Churchill abbia proposto queste tre condizioni: che il maresciallo Badoglio continuasse a far parte del gabinetto; che il conte Carlo Sforza ne fosse eliminato e che il nnovo gabinetto prestasse

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internazionale che l e spetta proprio come grande nazione pacifica. Non è probabile ch'essa, dopo l'esperienza fascista, ritorni a rivivere le concezioni nazionaliste del passato: la sua mira dovrà essere mantenere il buon vicinato all'Est e all'ovest. I paesi balcanici, la Francia e la Spagna sono i vicini dei quali essa è al centro in posizione mediana e con funzione mediatrice culturalmente e moralmente. I1 generale de Gaulle ha avuto parole felici e generose verso l'Italia al momento della resa; che siano anche gli altri a comprendere la tragedia di un popolo tradito dai suoi capi'e tenuto in servitJ per venti anni, per sua debolezza certo, ma anche per gli intrighi della politica internazionale delle grandi potenze, o per la incomprensione dei loro capi di quel che fossero il fascismo e i fascisti. Del resto, anche a guardare l'avvenire europeo con gli occhi di una politica che si chiama realistica, l'Inghilterra, l'America e la Francia hanno bisogno di un'Italia amica e di un'Italia non indebolita al punto di contare meno di ogni altro paese mediterraneo. Solo adesso gli Alleati, combattendo in Italia, sono in grado di valutare l'importanza strategica del Mediterraneo, che di fatto è un punto nevralgico per la sicurezza dell'Europa e del mondo. Qualunque sia la politica alleata $di oggi, la posizione internazionale dell'Italia non muta: è quella che la storia e la geografia impongono a tutti. Durante il Risorgimento furono seguite dall'hghilterra e dalla Francia due politiche diverse: la prima favori la costitugiuramento di fedelt; alla monarchia. Queste divergenze di opipione cir& la composizione del governo italiano ed i suoi rapporti con la monarchia, furono da ultimo discusse fra il primo ministro Churchill ed il presidente Roosevelt, quest'i?ltimo mettendo i n chiaro che gli Stati Uniti non avrebbero potuto appoggiare le tre condizioni del primo ministro dato il nostro impegno che il popolo italiano avrebbe potuto scegliersi liberamente il proprio governo. Il governo sovietico dapprima sembrò appoggiare il maresciallo Badoglio, principalmente perché egli aveva concesso l e basi aeree ebe i russi desideravano e perché stava eseguendo del suo meglio l e condizioni dell'armistizio. Nono~tanteciò. tuttavia, il punto di vista degli Stati Uniti oi dice sia prevalso D.


zione unitaria dell'Italia per avere nel Mediterraneo una potenza forte da servire da antemurale dei Balcani (allora in fermento) e per controbilanciare la Francia che già aveva Algeri. Napoleone 111 voleva solo uno stato del Nord Italia per controbilanciare le forze dell'Austria. Vinse la prima poli&ca, ma dato l'isolamento inglese e l'occupazione di Tunisi da parte francese, l'Italia si decise ad aderire alla Triplice alleanza. Questa storia ai ripete e si ripeterà finché non si arriverà a comprendere dall'una parte e dall'altra, che Inghilterra, Francia e Italia hanno interessi comuni da salvaguardare e possono costituire un baluardo stabile contro pericoli futuri. Inghilterra, Francia e Italia non debbono costituire unità militari, né firmare alleanze politiche; debbono però concepire la politica di cooperazione come convinzione, tradizione e direttiva. Ciò gioverà moltissimo anche quando si arriverà a formare la Societi delle Nazioni. E d'altra parte, se gli stati balcanici e danubiani si uniranno o faranno delle intese fra di loro, sarà bene che si ricordino che l'Italia dovrà essere, come voleva Mazzini, la loro amica, e nel caso di necessità, un loro aiuto; non bisogna fermarsi al triste passato fascista, ma rifare la solidarietà morale fra i popoli delle due penisole.

Cosa fare dell'Europa è il pensiero fisso dei non-europei: a) una federazione? b) varie federazioni confederate? C ) una serie di stati individuali riuniti nella Lega delle Nazioni? 4 un continente diviso in sfere di influenza tra Londra e Mosca? Una federazione degli stati dell'Europa continentale, senza la Gran Bretagna e senza la Russia (piano che ha avuto in America un certo favore) produrrebbe strane conseguenze: o che Russia e Gran Bretagna ne sarebbero i custodi gelosi dal di fuori; ovvero che la federazione graviterebbe ora sulla Germania e ora sulla Francia, creando un insopportabile dualismo; o,


infine, che la Germania sarebbe ridotta all'impoteriza, creando cosi dentro l'Europa stessa un permanente focolare di agitazioni e d'intrighi l. Varie federazioni: la latina, la scandinava con la Finlandia, la russo-polacca con gli stati baltici, la germanica (formata dai propri stati rifatti piu o meno sulla linea tradizionale), la dannbiana, la balcanica, la britannica, con Olanda, Belgio e Lussemburgo e finalmente la Svizzera (quale essa è). Da notare che le federazioni non si fanno a primi sulla carta ', debbono nascere da interessi morali e materiali secondo lo sviluppo storico di ciascuna di esse: lo stancEardismo non è applicabile al caso. Di tutte le federazioni suddette, a parte quella germanica (che potrebbe formare una specie di Stati Uniti invece di un Rdch artificialmente accentrato), le piii naturali sarebbero la danubiana, la balcanica e la scandinava: geografia, tradizioni, sistemi di vita ed economia le porterebbero a vivere riunite. Le altre non sono che delle combinazioni letterarie o dei riawicinamenti politici occasionali o delle forzature geografiche. L'idea di un'Italia riunita alla Francia può essere assai simpatica, nonostante il risentimento mostrato sulla stampa di Algeri alla proposta Sforza" ma politicamente non avrebbe significato, a meno che non fosse per controbilanciare l'influenza britannica o tedesca nell'Europa latina; il che non può essere voluto a priori, ma solo nel caso che veramente l'una o l'altra potenza esercitassero delle ingerenze indebite, cosa imprevedibile Si è scritto piu volte sui giornali che Stalin si sia opposto ad una federazione europea. Se questa sarà senza la Russia, Stalin avrebbe ragione a opporsi. Come quelle di Ely Cnlbertcon e dei geo-politici. Il conte Sforza ( C Foreign Affairs D, New York, ottobre 1943), svolgendo la tesi di buon vicinato deUYItaliacon i paesi mediterranei, prospeztò l'idea di nri legame piu intimo con la Francia, da estendersi anche, se possibile, d a Spagna, Portogallo e Belgio, una specie di federazione latina da attuarsi senza piani prestabiliti e seguendo la via di realizzmioni pratiche semndo i momenti e l'opportunità.


oggi, mentre già s'intrawede l'interesse inglese a mantenere unita la Gran Bretagna con i paesi latini. _ L'Europa deve an.dare verso l'unificazione di tutti gli stati, coinpresi Gran Bretapa e Russia '. Non si comprende perché in America s'insista a ritenere la Gr-an Bretapa una potenza extraeuropea: il fatto di essere a capo del Commonwealth e di avere per giunta un impero coloniale non è una ragione per distaccarla dall'Europa. Anche la Francia ha un impero disseminato nel mondo con rappresentanza diretta nel parlamento francese. L a . stessa Russia deve essere considerata in parte potenza europea. Quel che crea l'Europa non è una geografia vista su carte a diversi colori, ma una tradizione, una storia, una cultura, un sistema econoqico. L'europeizzazione della Russia è stato un * processo secolare. Prima è Bisanzio che per cristianizzare quei popoli arriva fino a Mosca, poi sono gli imperatori che cercano i mari del nord e del sud per dare degli sbocchi ai commerci; infine è l'élite intellettuale e aristocratica che sente l'influsso di Francia e d'Italia. Per ragioni politiche l'impero moscovita si awicina alla Germania e all'Austria, si annette parte della Pol o n i a - ~combatte contro la Svezia, e durante le guerre napoleoniche entra nella coalizione europea e si annette la Finlandia. Se tutto ciò s'ignora, solo. perché per ventidue o per venticinque anni la Russia bolscevica ha chiuso i propri confini distaccandosi dal mondo capitalista, non c'è che concludere che per certa gente i1 raggio di conoscenze politiche è limitato solo a quel che quotidianamente viene stampato sui giornali, e si legge in fretta e si dimentica presto. Un'Europa unificata è una necessità storica oggi che l'Europa attraversa la piii grave crisi che abbia mai avuto dalla caduta dell'impero romano in poi. Per primo l'unità sarà nella Lega e per la Lega, dato che i problemi dei pzesi vinti (e anche quelli dei paesi occupati dai nazi) non potranno essere risolti in poco l

Naturalmente anche l'Irlanda, l'Islanda e la Groenlandia

Europa ed e w o m .

sono in


tempo. Quando i paesi vinti faranno parte della Lega delle Nazioni, superando il periodo d i prova ritenuto necessario, allora gli stati europei dovranno cercare un assestamerito generale, che oggi non può fissarsi in dettaglio perché non si sa quale sarà il mondo di domani. Jan Christian Smuts nel suo importante discorso del 3 dicembre 1943 ad una riunione privata del ramo inglese della Associazione parlamentare imperiale, ha awertito che fra le tre grandi potenze non vi è perfetto equilibrio e che la Gran Bretagna sarà la piu debole. La sua osservazione è stata opportuna da molti punti di vista, piu volte accennati in questo libro. Ma egli suggerisce un dubbio correttivo quando parla di rafforzare la . Gran Brerapa, « a parte dalla sua posizione come centro ,del suo grande impero e comunità di nazioni d'oltremare, mediante un legame piu stretto con quelle piccole democrazie ,dell'Europa occidentale le quali pensano come noi, sono del tutto con noi nei loro concetti e nel loro modo di vita e in tutti i loro ideali D. Tali piccole democrazie possono presumersi siano il Belgio, il Lussemburgo, l'Olanda, la Danimarca, la Norvegia, la Svezia e se si vuole (perché no?) la Finlandia. Che si tratti davvero di un rafforzamento della Gran Bretagna in Europa è cosa assai dubbia, ma è certo che non sarebbe altro che un semplice riscontro alla corona di stati attorno alla Russia. Fra i due gruppi ci sarà un'enorme dinerenza, che l'Inghilterra non potrà mai farne un blocco solido e invece la Russia vi saià predominante e senza alcun contrappeso. I1 resto dell'Europa sarà influenzato dai due gruppi e formerà una zona,niilizzabile non solo a fini economici, ma per la politica che porterà il mondo ad una terza guerra mondiale. A parte quest'ultima osservazione (che può essere presa come idea di cattivo augurio) il fatto attuale si è che la Russia già lavora per il suo gruppo di stati dell'Europa orientale. I1 patto con la Cecoslovacchia, firmato a Mosca a dodici giorni di distanza da Teheran, benché fosse stato nell'aria da &an tempo, diede l'idea di una mancanza di cooperazione da parte di Stalin,


indebolendo troppo presto le dichiarazioni di H d che non ci fossero piU nell'awenire né sfere d'influenza né alleanze particolari. I1 protocollo aggiunto al patto suddetto ammette l'ad-ione di terzi se i due sono d'accordo. L'allusione alla Polonia è chiara. I paesi balcanici sono già sotto l'influsso della Russia, tranne la Grecia che è ancora sotto l'influsso britannico. Anche in Italia l'influsso russo e quello britannico si dividono il campo politico e gli strati sociali. La rapidità con cui si sono svolti i fatti, con .i loro chiaroscuri, ha superato l'adattamento ad essi della pubblica opinione che ne è rimasta sviata. Stalin e i capi del governo di Mosca han dato alle repubbliche sovietiche una certa autonomia interna (la quale senza le libertà politiche resterà solo un primo schema virtuale), . con accento sulle fohazioni militari e la rappres-entanza diplomatica. Nel numero di sedici.repubbliche sono comprese le tre baltiche: Estonia, Lettonia e Lituania (che forse arriverà fino a Koenigsberg). Non è il caso di speculare circa gli scopi reconditi di Stalin. Questi è oggi il Napoleone della rivoluzione russa. Egli ha cominciato ad allargare i limiti stretti dell'economia comunista introducendovi l'interesse privato. Egli ha attenuato la campagna antireligiosa consentendo che una chiesa ortodossa, benevola al regime, possa esistere in Rcssia tollerata e anche favorita. Egli ha creato un nuovo e potente esercito nazionale, che da quasi tre anni soitiene l'urto dei tedeschi sul suolo patrio e l i ha ricacciati fuori dei confini. Oggi il nuovo Napoleone col titolo di maresciallo è entrato nella sua fase imperiale; la Russia si riorganizza all'interno per espandersi all'esterno e assicurarsi una zona d'influenza nei paesi satelliti amici. P1 patto colla Cecoslovacchia segnò il primo passo ufficiale sul nuovo cammino, che non fu affatto disegnato né a Mosca né a Teheran. La politica non è mai l'effetto di un piano prestabilito: essa è allo stesso tempo tradizione, invenzione, creazione. Può darsi che Stalin sia arrivato a questo punto per il ritardo del secondo fronte; può darsi che l'enorme contributo di vite umane che è

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costata e costa tuttora la guerra sul fronte ruseo, abbia creato nella sua mente il titolo per un'espansione nell'Europa che sia garanzia contro qualsiasi futuro ipotetico, compresa anche l'ipotesi di una guerra con la Gran Bretagna. Tali ipotesi ben sono possibili quando marìca una stabile costruzione dell'Europa. Dibatti, mentre Washington e Londra sono stati fedeli ai patti con la Russia circa gli aiuti in armamenti e vettovagliamenti, non sono stati capaci a dare un piano certo e sicuro dell'awenire del19Éuropa e anche dell9Asia. Cosi Stalin, nonostante le conferenze di Mosca e di Teheran, ha mantenuto l'iniziativa politica ed ha giocato la sua carta. ?iU tardava il secondo fronte a realizzarsi, e piu Stalin si sentiva libero da impegni e formava la sua politica in modo indipendente. E nessuno ancora gli domanda un impegno di entrare in guerra contro il Giappone dopo vinta la Germania. Oggi si vede l'errore di aver voluto restringere la responsabilità della guerra alle tre grandi potenze, di aver voluto eliminare la Francia, aver ignorato i piccoli stati, non aver costruito, durante la guerra, l'embrione della nuova Società delle Nazioni; e di piu aver lasciato quasi cadere la stessa Carta dell'Atlantico. Ciò nonostante, non bisogna essere sfiduciati della politica russa, ma occorre comprenderla e aiutarla nella sua immancabile evoluzione. P cambiamenti che si desiderano da noi occidentali, tanto nella politica interna della Russia, quanto nel campo economico, non possono ottenersi in un giorno, e neppure per volontà di un uomo solo. Ci vuole la maturazione che l'esperienza della guerra e le d s c o l t à della pace solavente potranno agevolare. Anche noi occidentali dobbiamo cambiare parecchie delle ilostre idee e dei nostri orientamenti. Se l'Inghilterra farà una politica di equilibrio di potenza nell'Europa occidentale, la Russia la farà in quella orientale. Ma se l'Inghilterra e America insisteranno sulla politica di solidarietà non solo delle tre grandi potenze ma di tutta la Lega delle Nazioni, la Russia potrebbe aderirvi se non temesse le oscillazioni del f-uro.


Dopo ii discorso di Smuts si ebbe quello di Halifax del gennaio 1944 a Toronto, che diede l'impressione di una politica di difesa degli interessi inglesi nel mondo a base imperiale. Gli stessi canadesi ne furono risentiti vedendovi lo spettro di una politica di forza. È ,da augurare che gli uomini politici della Gran Bretagna non mostrino di aver paura dell'awenire e comprendano che molto sta per cambiarsi, sia nella struttura economica del mondo che nelle orientazioni della politica. Se l'Inghilterra mostrerà piu fede nella Lega delle Nazioni e vi darà l'impulso e l'appoggio necessari, se ne avvantaggerà essa stessa e aumenterà le garanzie di pace nel mondo. Uno dei proble&i europei che non potrà differirsi, ma che dovrà risolversi proprio nel periodo transizionale, è quello doganale, dato che fa parte integrante della ricostituzione economica del17Europa. Se si lasciano i singoli stati liberi di mantenere le barriere doganali di ante-guerra e peggio di aumentarle, per creare vantaggi immediati o per tutelare industrie parassitarie, si formerà un cerchio d'interessi capitalistici impossibile a infrangere. Quando la vita elementare dell'Enropa è già compromessa e lo sarà di piti ancora dagli effetti della guerra, solo l'opera solidale di tutti gli stati potrà affrontare i problemi della ricostruzione. Pertanto, le barriere doganali dovrebbero sussistere solo come indicative di frontiere e per non eliminare *delleentrate eventuali, specialmente per i paesi neutri. Si dovrebbero attuare urgenti accordi di non introdurre nuove tariffe, né aumentare le esistenti, né creare b a ~ i e r edove non ve ne sono, allo stesso tempo procedendo alle intese fra vicini per la loro graduale eliminazioné. Non potrà esistere nessuna speranza per una confederazione europea, se la politica doganale non verrà fissata nelle condizioni di armistizio. Non si domanda che l'Europa diventi libero-scambista in una notte, né che i paesi sani (se ve ne sono) si prendano i pesi dei paesi in bancarotta: si tratta di prowedere a tempo a non creare uno stato di fatto che impedisca Ògni


ragionevole intesa fra gli stati per una reale federszione europea l . Purtroppo mancando fino ad oggi una visione chiara della parte che dovrà avere la Germania e del Lato che l'attende, e non esistendo linee fondamentali sulla politica europea, non si può neppure prevedere come arrivare alla federazione, né su quali basi fissarla. Cosi a molti sembrerà strano che noi mettiamo avanti il problema doganale, come se fossero già pronte le pratiche attuazione del resto. Ma è cosi: se questo problema non è visto il primo, e fin da ora, si eleverà una barriera tale d'interessi privati e nazionalisti (oltre quelli che già sono in atto) che ogni ragionevole progetto di federazione sarà -fatto saltare via con la dinamite del capitalismo di sfruttamepto. - A Mosca si ebbe l'idea che la futura Lega delle Nazioni dovesse attuarsi a vittoria completa, quando i nuovi governi dei vari stati fossero già a posto e riconosciuti? con i territori già delimitati, gli affari coloniali si~temati,gli interessi economici regolati e cosi via. Sembra che a Teheran si sia corretta una concezione monopolistica dei tre (o quattro) con la dichiarazione di piena suprema responsabilità che grava sui tre e su tutte le Nazioni Unite per una vera pace. Nello stesso documento si parla (10 abbiamo notato) di cooperazione e partecipazione attiva di tutte le nazioni «grandi e piccole ».Queste frasi indicano che una Lega delle Nazioni unite per realizzare l a pacé dovrebbe nascere adesso, e non a cose fatte. La frase che scolpisce il tipo di Lesa viene da Teheran : « Una famiglia mondiale di nazioni democratiche D. Tale Lega dovrebbe essere concepita e attuata come entità solidale e democratica, che arrivi a divenire la reale detentrice del potere internazionale. Ed è perciò che non ci sembra adatta la frase: cc Eguaglianza sovrana di tutti gli stati amanti della pace messa là nel comunicato e che ha l'aria di un'intrusa. l Uno degli effetti della conferenza di, Mosca potrà essere la revisione della politica monetaria e commerciale della Russia. Si spera che i l regime chiuso, il monopolio statale venga riveduto e attenuato. La partecipazione alla Banca internazionale è una promessa per il futuro.


11 senso non è chiaro, per quanto essa potrebbe significare che la sovranità di ogni stato deve rimanere intatta nella Lega delle Nazioni. I1 che porterebbe a riprodurre il sistema della unanimità nelle decisioni dell'Assemblea o del Consiglio: errore fondamentale che paralizzerebbe la Lega delle Nazioni.'. Ci piace ricordare qui il precedente degli Stati Uniti. Quando f u costituita la confederazione dei tredici stati fu fissato che ciascuno rimaneva siato sovrano con tutti i poteri non esplicitamente trasferiti alla confederazione. Awenne quel che doveva awenire. La confederazione restò senza poteri, senza sufficiente tesoro da garentire il suo debito pubblico, senza autorità e senza esercito per far faccia ai movimenti di ribellione di ogni singolo stato. Dopo circa dieci anni, i padri fondatori si riunirono a * Filadelfia allo scopo di formulare una costituzione che permettesse la continuazione degli Stati Uniti. I diritti di sovranità dei singoli stati circa le tasse, l'esercito, le tariffe e le questioni interstatali e degli stati con il governo centrale, furono trasferiti agli organi federali competenti e cosi furono fissati per sempre gli Stati Uniti d'America. Non ci sono 08$ che due alternative: o una Lega delle Nazioni con poteri gi~ridicie politici propri, con propria polizia internazionale, con relativa contribuzione di armamenti di ciascuno stato; ovvero la prevalenza imperialistica (per dirla con termine appropriato) delle grandi potenze che assumono la responsabilità dell'ordine mondiale e la protezione in solido o per sfere d'influenza degli altri stati. Tutte le combinazioni che si l Ii precedente dell'assemblea dell'UNRRA è ottimo, essendosi adottato il sistema della maggioranza dei voti uguali fra grandi, medie e piccole Dotenze. Naturalmente I'amminis~r.izione del19UNRRA è in mano angloiniericana; ni.eate a ridire come inizio. Nella prima conferenza del13UNRRA, ad Atlnntic City, le piccole potenze europee e quelle del19America latina hanno avuto una parte importante; han fatto sentire la loro voce e i loro sentimenti, anche di fronte ai delegati di Londra, Washington e Mosca. Kon dico che ebbero sempre ragione. Nella questione degli aiuti ai paesi dell'Asse, i l delegato della .Gran Bretagna sosteneva la tesi giusta e non prevalse. Tnnavia il metodo che pareva perduto per sempre fu Uitrovato.

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possono escogitare h a questi due poli non potranno riuscire che a dare la prevalenza &'uno o all'altro sistema. Noi siamo per la Lega delle Nazioni con tutti i poteri necessari a creare un nuovo ordine nel mondo l .

Non possiamo finire questo capitolo senza accennare alla conferenza del Cairo e ai vari problemi asiatici e africani che dovranno essere risolti dalla Lega delle Nazioni. L'importanza del comunicato del Cairo sta nel fatto che per la Cina si è superato il periodo di incertezze, sospetti, dubbi; essa è arrivata cosi al rango di quarta grande potenza. È vero che essa era stata una delle potenze firmatarie del protocollo di Mosca, ma noni aveva ancora ottenuto il riconoscimento del suo diritto alla grande Cina. Al Cairo le sono state riconosciute Manciuria, Formosa, le isole Pescatori; cosi la Cina di Chiangkai-shek potrà vincere le disgreganti forze interne e rifare la debole struttura del suo sistema politico. La Cina che emergerà dalla guerra avrà il merito della costanza nella lotta contro P giapponesi, quando Londra e Wasliington l'avevano abbandonata al suo fato. l Si veda in Appendice il testo del nostro articolo sulla Lega deiie Na. noni, pubblicato per la prima volta nella « Contemporary Review o, Londra, febbraio 1943. L'articolo f a inc1n.w in Recmtituting 'rhe Lmgue of Nutwns, New York, Wilson, 1943. I1 15 giugno 1944, il presidente Roosevelt rese pubblica una dichiarazione circa una futura organizzazione -internazionale la quale comprenda tutte Ie nazioni amanti delIa pace. Nelle sue parti essenziali l a dichiarazione presidenziale dice: « Questa organizzazione avrebbe nn consiglio, eletto ogni anno ddl'in~ero corpo di tutte l e nazioni partecipanti. il quale sarebbe formato dai rappresentanti delle quattro nazioni maggiori e da un numero conveniente di rappresentanti di altre nazioni Vi sarebbe anche una corte internazionale di giustizia Noi non pensiamo a d nn superstato, con l e sue proprie forze di polizia e tutti gli1altri a m e n nicoli di forza coercitiva Noi cerchiamo accordi effettivi attraverso i quali l e nazioni singole manterrebbero, a seconda delle loro capacità, forze sufìicienti ad impedire nuove gnerre o preparativi deliberati di guerra u-

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La «Carta del Pacifico » (cosi potrà chiamarsi il documento del Cairo), dopo aver proclamato che il Giappone deve restituire tutti i guadagni di tutte le sue guerre da mezzo secolo a oggi (compresa la Coreaj la cui indipendenza viene riconosciuta in principio), non dice quale ne sarà la sorte. Non si potrà chiudere un popolo di ottanta milioni in un gruppo di isole come dei relegati, senza ledere il loro diritto m a n o e allo stesso tempo formare un focolare di intrighi e un centro di costante turbamento. Come la Germania deve rientrare'pacificata in Europa, cosi il Giappone in Asia. Ricordiamo che il Giappone non avrebbe intrapreso tante guerre, se non fosse stato agevolato, favorito e spinto dalla politicà mondiale dell'ultimo mezzo secolo. Come nel 1936 si poteva fermare la Germania quando occupò la zona., demilitarizzata del Reno, cosi il Giappone poteva essere fermato nel 1931 e poi nel 1937. E dall'altro lato, se un popolo ha eccesso di popolazione e limitazione territoriale, è dalla natura stessa autorizzato a cercare sbocchi e ad estendere in modo pacifico la propria attività. L'Asia ha altri problemi: quello dell'India primeggia. Sarà impossibile avere uha Cina al primo rango delle nazioni del mondo lasciando l'India nelle condizioni attuali. Per quanto vi. siano differenze di razza e di civiltà, per quante dificoltà vi siano a rendere autonoma l'India, tutto dovrà superarsi, in un modo c nell'altro, prima che finisca la guerra. Avere una rivolta in India a guerra finita ecciterebbe l'opinione pubblica pia di quanto non successe nel 1919 per la rivolta irlandese. Altri problemi del Pacifico vengono da& colonie asiatiche della Francia, Olanda e Gran Bretagna; dagli interessi piu o meno contrastanti delle grandi nazioni, specialmente l'America, che pretenderà la sua parte nell'utilizzazione delle materie prime e nello svolgimento dei commerci. Secondo noi, tutta questa sarà materia della Lega delle Nazioni; l'opinione prevalente in America è che si dovrebbe trovare un'intesa fra gli interessati: ma chi sono gli interessati? I primi sarebbero i popoli indigeni, e in secondo luogo i paesi che ne confi,wano i =ari, compresi


perciò Australia, Nuova Zelanda, India, Indo-Cina, Burma, Siam, Cina, Filippine e cosi di seguito. Non neghiamo gli interessi dell'America e della Gran Bretagna e anche della Russia: ma ci domandiamo se non saranno essi allo stesso tempo interessati e fiduciari. L'Asia ha già la sua « Carta » (il primr, schizzo); l'Africa dovrà avere la sua con l'intento di eliminare gli elementi di sfruttamento nelle colonie, la posizione degli indigeni come razze inferiori, le condizioni arretrate della vita dei villaggi e creare un'educazione civile e ~ o l i t i c apiu adeguata ai bisogni locali. La linea del programma coloniale fu data in poche parole da Herbert Morrison nel gennaio 1943 al Camera dei Comuni, quando si dichiarò in favore di una politica u la quale comprenda una migliore educazione con la possibilità per le popolazioni indigene di assumere in misura sempre crescente la responsabilità di governo D. P1 resto si svilupperà da sé in seno alla Lega delle Nazioni, *dove quei popoli dovranno avere voce differente da quella dei paesi colonizzatori. L'Africa è ancora in gran parte un'espressione geografica; col tempo dovrà divenire un proprio continente economico e politico, cop una funzione importante fra i due oceani. I1 ministro inglese Richard K. Law defini 3kosca come « i l primo passo e solo il primo passo verso una società internazionale organizzata ». Cairo e Teheran sono stati anch'essi altri « primi passi ». Bisogna avere il coraggio di farne un altro ancora: formare un'assemblea prowisoria delle Nazioni Unite (come quella dell'UNRRR) allo scopo di studiare lo statuto della nuova Lega delle Nazioni e le linee progammatiche del futuro. Cosi si smetterebbe di vagare rnell'incerto di mille progetti studiati da tecnici, professori universitari, politici dilettanti, giornalisti fantasiosi e si avrebbe una prima cristallizzazione a cui riferirsi per gli studi ulteriori. La ,differenza fra i progetti di persone anche zcoltissime ed esperimentatissime ma senza responsabilità politica, e gli altri, quelli di uomini di media levatura ma con responsabilità poli-


tica, consiste in una qualità essenziale: il soffio della vita. I secondi, bene o mdle, sono dei creatori di realtà pratiche; i primi sono speculatori di verità teoretiche; questi potranno anche. vedervi meglio, ma non daranno mai al mondo la parola che si aspetta. I1 celebre motto latino vexatio dcct hellectum (qui vexatw è presa come l'antitesi di appeasement), significa che quel che crea opposizione, disturbo, preoccupazione fa meglio vedere l'intima realtà dei fatti. Questo sentimento di preoccupazione, che viene dalla responsabilità, potranno averlo bene sviluppato i rappresentanti ,diretti delle quarantaquattro Nazioni Unite; non lo hanno di sicuro gli studiosi e gli speculatori delle leggi politiche e internazionali. Io nego senza reticenze che solo i tre o i quattro grandi stati. siano capaci a costituire la Lega dopo aver sistemato gli affari del mondo. Le preoccupazioni e responsabilità particolari prevarranno nel loro aniho su quelle generali, per quella naturale inclinazione di ciascuno di noi di vedere la realtà dall'angolo particolare proprio. Siano pure essi ad assumere la parte principale di responsabilità, ma che siano solidali con gli altri, dopo aver dato a tutti la possibilità di prendere parte attiva alla preparazione della pace. Alle quarantaquattro Nazioni Unite io aggiungerei l'Italia, non tanto per amore del « natio loco » (come direbbe Dante), ma perché la sua sarebbe la voce di un popolo che pur anìando la pace è stato a tradimento trascinato in guerra, ed ha avuto una esperienza tutta speciale da tenersene conto; l'Italia vedrebbe i problemi della Lega delle Nazioni sotto un angolo visuale diverso da quello di tutte le altre nazioni. Perché escluderla? Ci vorrebbero anche i neutri : costoro, venendo, perderebbero un poco della loro yurità neutrale; forse si asterranno, ma perché non invitarli? Quando anch'essi saranno convinti che la vittoria alleata non può mancare, si decideranno pel si. La vittoria alleata è la base storica necessaria alla nuova Lega. Senza la vittoria alleata, il mondo andrebbe ò verso una paralisi bellica o verso una pace & compromesso. La Lega non

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può essere rifatta senza principi olit ti ci vitali e perenni. fl passato deve morire per far sorgere dalle sue teneri la nuova realtà vivente. Stalin a Teheran non è piu lo stesso Stalin della rivoluzione del 1917, né lo Stalin del patto russo-germanico dell'agosto 1939, e neppure lo Stalin dei primi mesi di guerra sul suolo russo, tra comunista e nazionalista; oggi egli può anche dirsi imperialista, ed è perciò stesso internazionalizzato. Quando avremo una Russia che attuerà le libertà democratiche, una Cina rinvigorita, un'India indipendente, il mon,do potrà anche abbracciare come fratelli tedeschi e giapponesi in una vera Lega delle Nazioni. Allora l'Europa avrà la sua federazione, l'Africa il suo stato legale, i nativi al bordo del Pacifico la loro autonomia, l'America sarà veramente una Pan-America e la comunità di nazioni britanniche con tutti i suoi domini su terreno di eguaglianza sarà considerata come uno dei piu grandi esperimenti storici di libertà e di cooperazione. I n tal mondo, che oggi comincia ad essere fabbricato con il sacrificio di milioni di giovani (a cui andrà gratitudine perenne), l'Italia non resterà un nome perduto sotto l'onta del fascismo. Essa ritornerà a rifare la sua storia millensria, anche in mezzo alle rovine delle sue città.

XI. LE DIFFICOLTÀ DELLA RINASCITA Per quanto col cuore si prevedesse il peggio, non si poteva immaginare la disgregazione di vita economica e civile, la disintegrazione politica dell'Italia, quale fulmineamente avvenne all'annunzio dell'armistizio (8 settembre 1943). Bisogna ritornare all'epoca delle invasioni barbariche per incontrare simile scardinamento. Ma il fascismo ci ha dato in piu la guerra civile, in nome di una repubblica demagogica e. anticapitalista per attirare


]Le masse, che forthatamente han resistito alle seduzioni, alle minacce e alle vendette. Non era fatale che tutto ciò accadesse; ma il popolo italiano, che subendo il fascismo fu trascinato nella crisi europea e nella conseguente guerra, è stato costretto a provare anche le tribolazioni degli altri paesi europei occupati dai nazi, si da8rendersi conto del male che i11governo faccista fece gratuitamente ai fratelli greci, slavi e francesi, non solo in guerra guerreggiata, ma con i sistemi terroristici dell'occupazione. È con profondo dolore che scrivo queste righe; spero che non producano, presso i lettori italiani, alcuh risentimento per aver attribuito anche all'Italia parte della responsabilità della guerra. Certo C& la maggioranza italiana mai volle la guerra, e mai la volle quella mino-. ranza attiva che conibatteva per la libertà. Purtroppo è vero chele colpe dei ,mppi politici (specialmente delle oligarchie) si riversano sui popoli soggetti, che cosi sperimentano quanto sia meglio un mediocre regime di libertà, che I'assolutismo orpellato d i grandezza nazionale e di benessere economico. La prova infernale dura da un anno. Appena presa Napoli (il loottobre 1943), il presidente Roosevelt rialzò il tono morale dell'impresa quando disse: ((L'obbiettivo delle forze alleate in Italia è di condurre una crociata per la liberazione di Roma, del Vaticano e del papa,, evitando al tempo stesso ogni possibile distruzione D. Roma, fu liberata dopo nove mesi, in gran parte salva, ma nel cammino verso Roma non ci sono che rovine fumanti, tipiche fra tutte le distruzioni di Casino e dell'Abbazia di Montecassino l . Dopo la presa di Roma i progressi alleati sono stati considerevoli e la liberazione di tutta l'Italia dall'occupazione tedesca non deve essere lontana '. Sono passati i giorni di trepidazione per l'esito della guerra; oggi la speranza è viva, per quanto duri siano gli ultimi mesi di Che tale distruzione poteva essere evitata, è oramai convinzione comune presso inglesi e americani. Al principio di agosto (1944) gli Alléati avevano occupato Pisa ed Ancona ed erano alle porte di Firenze.


lotta su tutti i fronti. Con la vittoria alleata, l'Italia già rivive; la sua unità e li'bertà sono gli ideali di oggi come lo erano nel suo primo Risorgimento. Le guerre combattute dall'Italia dal 1848 in poi h r o n o tutte per l'unità e la libertà. La guerra del 1848-49 contro 1'Austria, indetta dal piccolo Piemonte, con l'adesione del popolo italiano (allora diviso in vari stati), fu un'audacia eroica, non ostante gli errori politici e militari inevitabili in simile impresa. I fasti *diMilano, Brescia, Venezia sono glorie imperiture. Venezia riscattò il disonore di essere caduta senza combattere quando Napoleone l'occupò, facendo rivivere per poco la sua repubblica e resistendo eroicamente al19Austria nel 1849. 11 Piemonte fu sconfitto; Carlo Alberto abdicò e gli successe Vittorio Emanuele 11. Nella dura sconfitta basò un « no » (implicito o esplicito non importa) a rialzare le sorti morali e politiche d'Italia. Si disse che il nuovo re e il suo governo, posti nell'alternativa di una pace favorevole se avessero abolita la cosrituzione, o di una pace dura se la mantenevano, avessero scelto la seconda per non venir meno al rispetto della volontà popolare La secmnda guerra, di nuovo contro l'Austria, fu combattuta dal -Piemonte in alleanza con Napoleone I11 nel 1859. Non c'interessa qui giudicare le fasi militari di quella guerra, ch'ebbe i suoi fasti e le sue debolezze; importa vederne lo spirito nazionale: la liberazione delle province italiane dallo straniero,

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' Lo storico americano McGaw Smith pubblicò in Modern History D (Chicago, 1935), uno studio sull'armistizio di Novara, smontando la leggenda di questo « no » attribuito al giovane re (il quale ero tutt'altro che liberale). Però i fatti che non soKrono smentita sono i segcenti: 1) che le conàizioni dell'armistizio imposte dallYAustriaal Piemonte furono assai gravi; 2) che Ia costiluzione del 1848 fu mantenuta in vigore, nonostante le proteste austriache; 3) che il Piemonte indirizzò tutta la sua politica verso la rivincita, e pzrciò s'intese con Napoleone 111 per la guerra del 1859. Se quel R no D del colloquio di V i p a l e fu detto o non fu detto, imporla SOIOper la cronaca: e se è una leggenda, devc intendersi come interpretazione simbolica della storia e non mai come invenzione adulativa verso il nuovo re.


il suo scopo palese; l'unificazione nazionale, il termine ultimo. 11 primo fu compiuto per metà, perché Napoleone 111, non ostante i patti stipulati col governo di Torino, temendo l'intervento della Prussia, si arrestò a metà e fece pace con l'Austria, guadagnando solo, per l'alleato, la hmbardia. Era impossibile che Venezia restasse ancora sotto Vienna; non era naturale, era ingiusto per la sua posizione geografica, la sua storia, la sua cultura, tutte italiane. C'na nuova guerra: l'Italia, già costituita a regno unitario, si alleò alla Prussia e guerreggiò ancora una volta. Le fortune militari non l e furono favorevoli, nonostante vittorie locali ed eroismi di combattenti: ma Vienna comprese ch'era suo interesse cedere e Venezia fu redenta. Sotto l'Austria rimasero Trento e Trieste, che furono guadagnate nella grande guerra del 1914-18. In tutte queste guerre l'Italia non compromise la sua vita nazionale:/mai il governo fu scardinato, mai il paese perdette la sua struttura politica e amministrativa, mai il parlamento cessò di funzionare, mai il popolo rimase estraneo ed ostile, mai si ebbe guerra civile proclamata da un preteso governo illegale; mai lo straniero occupò il paese da un capo all'altro; mai l'esercito e-la marina, anche nella loro infanzia, furono sottoposti a comandi stranieri, mai disciolti o consegnati .al nemico, mai gli alleati combatterono in Italia una guerra propria e senza il nostro pieno concorso. Ora tutto ciò è avvenuto; la storia ci dirà il peggio che sta avvenendo. Come non si arriva al fondo dei propri mali senza colpa, cosi non si redime se stesso, anche nel senso naturale e umano, senza sacrificio. I soldati italiani e il popolo stesso, che dall'armistizio in poi han lottato e lottano nelle zone occupate dai tedeschi, in Jugoslavia e sui confini francesi, mostrano che non solo l'italiano sa morire per una causa nobile, ma anche come i sacrifici possano nobilitare un popolo che era arrivato sull'orlo dell'abisso.


L'armistizio segnato il 3 settembre 1943 dai rappresentanti del generale ~isenhowere dal primo ministro Pietro Badoglio è stato l'atto ufficiale che ha chiuso il passato e ha iniziato l'avvenire dell'Italia. Potrebbe dirsi che il primo atto fosse stato la caduta del fascismo il 25 luglio, ma questa non era che la premessa; solo il distacco completo dalla Germania creava il nuovo stato dell'Italia nella sua vita interna e internazionale. I1 testo de117armistizio contiene disposizioni owie per un paese che si dichiara vinto, e disposizioni (specialmente per gli articoli VI, VI1 e VIII) che oggi si può dire non abbiano tenuto in sufficiente conto, anche nell'interesse degli alleati, il pericolo dell'occupazione tedesca di quasi tutta la penisola, Roma compresa. Awenne che nei Balcani e in Francia i soldati italiani o vennero circondati e disarmati dai tedeschi, o fuggirono, Q furono fatti prigionieri, resistettero o si diedero alla guerriglia, secondo le opportunità, i mezzi e lo spirito d'iniziativa di ciascuna unità o di ciascun soldato. Nell'~lta Italia e nel Centro, dove le truppe si poterono unire con i cittadini e tener testa ai tedeschi, lo fecero con prontezza e coraggio; altri furono soverchiati, altri traditi (come a Milano). In Sardegna le truppe e la popolazione furòno in grado di cacciare i tedeschi, evitando agli Alleati lunghi combattimenti. Cosi fecero i primi giorni le truppe che stazionavano in Corsica, e avrebbero continuato se i francesi, al loro sbarco, non avessero sdegnato la loro compagnia d'armi e taciuto perfino la loro presenza l . Churchiìi ne fece testimonianza nel suo discorso del 21 settembre, dove disse che « i francesi sono sbarcati. in Corsica e assieme alla guarnigione italiana dell'isola stanno attaccando i tedeschi D. E poco dopo: « Ne1 porto di Bastia l e batterie erano in mano dei patrioti italiani e francesi, quei patrioti francesi che gli italiani erano stati mandati a reprimere. La lotta era condotta da cacciatorpediniere italiane e da un soctomarhio inglese ». Pare che de Gaulle si sia risentito della condotta dei capi francesi in Corsica verso gl'italiani.


Altro punto sollevato dall'armistizio h quello del governo militare alleato. Quest'organizzazione era stata ideata per sostituire i governi legali dei paesi vinti, a mano a mano che se ne occupassero i territori. Cosi fu per la Sicilia. Ma al momento che un governo si arrende e firma l'armistizio, non perde il suo stato politico, civile e amministrativo, e neppure sotto certi aspetti quello militare, solo dovendo sottostare alle condizioni imposte. È un contraente, non è un evictm. Cosi in Francia Pétain è rimasto sempre il capo dello stato con proprio governo e amministrazione, non ostante che prima fossero occupati i due terzi e poscia l'intero territorio. All'opposto, Belgio, Norvegia, Olanda e Lussemburgo, che non hanno firmato armistizi, hanno dei governi imposti dall'occupante. La questione circa il governo d'Italia non fu sollevata nell'armistizio, nonostante la formula elastica dell'articolo X dove è detto che a il comandante in capo stabilirà un governo militare alleato in quelle zone di territorio italiano dove ciò sia ritenuto necessario negli interessi militari delle nazioni alleate ». Churchill nel suo citato discorso affermò che era necessario per il popolo italiano di raccogliersi attorno al proprio governo per cacciare nazisti e fascisti dal suolo d'Italia, allo stesso tempo che il re in un messaggio alla radio affermò che la flotta sventolava ancora l a bandiera italiana. Ma il popolo italiano, anche prima degli appelli di Vittorio Emanuele o di altri, aveva mostrato con' scioperi, sabotaggi, movimenti sotterranei, che non voleva pifi saperne né del tedesco né del fas'cista. Bastano anche i troppo scarsi accenni della stampa internazionale, per conoscere cosa facevano gli italiani in Savoia e in Jugoslavia ben prima della caduta del fascismo. Scrivere (coma si fece nel1'Eighth Army News) che il popolo italiano applaudiva le truppe alleate come aveva prima applaudito Mussolini è stato un non senso, di fronte a venti anni di tragedia italiana. Tanto Roosevelt che Churchill constatarono in discorsi t&ciali come la volontà del popolo italiano fu sin da allora senza dubbio con gli Alleati. Nel suo messaggio al congresso del 17


settembre 1943, Roosevelt cosi si espresse : « L'accoglienza indubbiamente sincera fatta dal popolo italiano alle truppe alleate ha provato in modo definitivo che, anche in un paese che ha vissuto per una generazione sotto una dittatura 'completa, con tutta la sua propaganda, censura, e soppressione della parola e della libertà di discussione, l'amore della libertà rimase invincibile. È stato anche provato in modo decisivo che questa guerra non f u condotta dal popolo italiano per scelta propria. Tutta la macchina propagandistica di Mussolini non ha potuto indurlo ad amare Hitler e a odiare noi D. E Churchill, parlando alla Camera dei Comuni il 21 settembre, disse : « Sottolineamo alcuni punti essenziali. I1 primo è che le forze italiane e le popolazioni italiane si sono dappertutto dimostrate passivamente o attivamente ostili ai tedeschi e dappertutto hanno cercato di obbedire, nei limiti del possibile, agli ordini del nuovo governo reale. I1 secondo è che ogni sforzo è stato compiuto dal governo e dalIe sue forze per eseguire le condizioni dell'armistizio. In parecchi punti si stanno svolgendo combattimenti fra gli italiani e gli invasori tedeschi, e non esiste dubbio alcuno da che parte stiano le simpatie, le speranze e gli sforzi della nazione italiana 1). Queste testimonianze valgono assai, poiché vi erano stati dubbi sia sugli italiani (se fossero tutti fascisti o rivoluzionari), sia su Badoglio, perché incerti della sua buona fede, quando già fin dai primi di agosto egli aveva fatto sapere di volersi arrendere, pur denunziando il pericolo tedesco. Le conseguenze di questa incomprensione circa uomini e cose in Italia sono state comprese piu tardi nella loro gravità, a confessione anche di Churchill, che nella primavera 1944 .disse ai Comuni che errori militari e politici ce n'erano stati in' Italia. Fra gli errori egli non avrà forse messo il fatto che quando egli si appellava agli italiani per cacciare tedeschi e fascisti aggiunse che <t l'impero italiano era perduto, irrimediabilmente perduto ».Se Churchill intese riferirsi all'impero dell'Abissinia, era nel giusto: quell'impero fu preso dai fascisti con l'inganno prima e la violenza dopo. Churchill avrebbe potuto aggiungere


che l'Inghilterra si pentiva di avere avuto fretta a riconoscere de jure la conquista dell'dbissinia. Ma se intese parlare della Libia, dell'Eritrea e $della Somalia, Churchill non aveva diritto di proclamarle perdute per l'Italia, se prima non si fosse rinunciato da parte dell'Inghilterra e delle altre trentasei nazioni, firmatarie della Carta dell'Atlantico, agli articoli I e 11, che contengono la rinunzia ad ingrandimenti territoriali, e a cambiamenti non corrispondenti ai liberi desideri dei popoli. È vero che l'articolo X I I dell'armistizio dice: « Altre condizioni di natura politica, economica e finanziaria, alle quali l'Italia dovrà aderire, saranno trasmesse piiì tardi». Ma non si ha ragione di credere che tale disposizione possa coprire problemi territoriali, che appartengono solo ai trattati ai pace e non agli armistizi l. È superfluo ripetere il nostro pensiero: gli AlIeati 'debbono mirare alla pacificazione dei popoli piiì che alla loro punizione: alla frase spesso ripetuta di « popolo co1pevol.e» a proposito dell'Italia, si deve dare la risposta data da « People and Freedom » al « Times » di Londra, dove è detto: « Liberiamo le nostre menti ,da ogni ipocrisia Colpa deve essere attribuita solo là dove c'è responsabilità e nei riguardi di chi accettò deliberatamente e propagò la morale fascista, e di chi, sia in Italia che all'estero, approvando o appoggiando rafforzò il fascismo » '.

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11 13 ottobre il maresciallo Badoglio a nome del re dichiarò la guerra alla Germania, denunziando le atrocità tedesche sul suolo italiano, specialmente a Catania, Salerno' e Napoli, e afNon sembra ammissi~bileche fra le condizioni segrete dell'armistizio, firmate da Badoglio il 29 settembre 1943. ci sia la perdita delle colonie. Secondo l e dichiarazioni di Roosevelt del 10 giugno 1944, il segreto che si mantiene per tali condizioni è solo di carattere militare; l'affare delle COlonie non può cadere sotto tale qualifica. Cfr. « People and Freedom », Londra, 15 settembre 1943.

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fermando che «non ci sar5 pace in Italia sino a che un solo tedesco rimarrà sul nostro suolo B. Churchill, Roosevelt e Stalin con una dichiarazione a tre accettarono « l a cooperazione attiva della nazione e delle horze armate italiane, Come cobelligeranti nella guerra contro la Germania D. Si è evitata la dichiarazione di allea&, per evidenti ragioni politiche e per attenuare il risentimento delle truppe poco disposte ad accettare la fraternità d'armi da quegli stessi contro i quali avevano combattuto fino a ieri. S . umano che sia cosi, anche se cosi non vengono ricordati gli inviti di Churchill, Roosevelt ed Eisenhower al popolo italiano di ribellarsi al fascismo per « potere l'Italia rientrare onorevolmente nella famiglia delle nazioni)) e altre frasi di questo tono l . Le sofferenze e gli eroismi di un popolo che si riprende forse non saranno apprezzati a sufiìcienza dagli Alleati (come normalmente non si suole apprezzare il contributo italiano nell'altra guerra e la parte avuta nell'impedire il crollo della Francia); anzi sembra naturale a tutti coloro che, fino a ieri esaltarono il fascismo e l'Italia fascista di dovere oggi trattare l'italiano e l'Italia con alterezza e disprezzo. Ci sono momenti nella vita degli individui come in quella dei popoli, nei quali un sacrificio fatto nel silenzio e nell'umiltà vale mille volte piii di ogni successo mondano (come quello del fascismo per venti anni) e di ogni riconoscimento da parte degli altri. L'Italia, nella miseria della disfatta e mentre ancora il suo suolo è occupato dai tedeschi, si solleva moralmente piu in alto della posizione che aveva prima del fascismo, anche se nel futuro non avrà il posto che le spetta. l la governo Badoglio nell'aprile 1944 avanzò istanza presso i governi d i Londra e Washington perché l'Italia fosse riconosciuta quale alleata. Da un comunicato di Londra si seppe che i51 governo inglese non riteneva opportuno il momento. Un'iniziativa simile è stata presa negli Stati Uniti dove il rappresentante Marcantonio ha presentato al congresso una risoluzione che chiede i l riconoscimento deU'Italia come alleata e come beneficiaria


Churchill, Roosevelt e Stalin si affrettarono a dichiarare che l'armistizio e le altre condizioni segrete restano fisse non ostante l'entrata ,in guerra dell'ltalia, salvo quelle mo'difiche che potranno essere arrecate «tenendo conto dell'aiuto che il governo italiano può dare alla causa delle Nazioni Unite». La questione della misura dell'aiuto che può dare l'Italia è già stata scontata da vari punti di vista, perché si sa che il principale apporto è quello della flotta mentre l'esercito non ha armamenti adeguati e dipende per intero dai capi militari americani e inglesi. Ma l'apporto morale che oggi dà l'Italia ha un valore di per se stesso, al di fuori di centomila uomini di truppa di piu o di meno da poter mettere in azione. Se la Francia di Pétain avesse fatto IQ stesso gesto dell'ha-. lia di Badoglio. e pur avendo i tedeschi in casa (come l'Italia), avesse dichiarato guerra alla Germania, essa non solo si sarebbe redenta (come I'XtaIia) da1 tradimento fatto d'alleata Inghilterra nel 1940, nel momento piu nero della guerra, ma avrebbe dato il colpo di grazia al regno nazista, anche se non poteva mettere in campo cento o duecento mila uomini, e anche se lo stesso Pétain avesse dovutb fuggire in Ispagna o fosse stato fatto prigioniero. I valori morali contano sempre piii di quelli materiali, specialmente in certi momenti decisivi della vita dei popoli. Contò per la Francia nel 1940 il gesto di de Gaulle; e se de Gaulle non ci fosse stato, bisognava inventarlo. Cosi ci fosse stato un de Gadle italiano! Ma chi l'avrebbe accettato allora? L'idea della legione, benché tardiva, non mancò agli italiani rifugiati in America ed ebbe molte adesioni e incoraggiamenti. Ma i governi d i Washington e di Londra, che sin da allora avevano concepito altra politica per l'Italia, non diedero il loro beneplacito. Cosi mancò quel i30conduttore che avrebbe potuto rilegare dal di fuori il popolo italiano al lato degli Alleati in guerra, senza poter essere accusato di avere tradito l'alleato di ieri né essere sospettato di approfittare dell'alleato di oggi. A parte ogni altra considerazione, sarebbe stato meglio che la dichiarazione di guerra alla Germania non fosse stata firmata


da Vktorio Emanuele 111, che ne aveva approvato il patto d'alleanza nel maggio 1939, né da uomini come Badoglio, che avevano la responsabilità della guerra contro gli Alleati. Ad alzare il vessillo della liberazione dell'halia dallo straniero dovevano essere i rappresentanti veri del popolo, che mai volle la guerra. Da quando fu concessa la cobelligeranza, le forze armate italiane hanno cooperato con gli Alleati nella misura che i capi militari alleati hanno fissato. Cosi la flotta ha fatto servizi nel Mediterraneo e nell'Atlantico (si ,disse anche nel Pacifico); l'aviazione - con mezzi dati dal governo britannico, come rivelò Churchill ai Comuni - ha servito brillantemente. Purtroppo l'esercito di terra è stato per molti mesi la cenerentola, h a avuto poche unità ben formate, che sono state impegnate in un settore del fronte tra la Campania e l'Abruzzo, ed hanno a loro conto vari episodi, che non si sa se per criterio politico, per prudenza militare o per disinteressamento giornalistico, non hanno avuto molto rilievo. Non sono note le ragioni della mancanza di armamenti per l'esercito italiano, oltre quella della preparazione dell'invasione in Francia. Ma anche si può supporre che si preferivano in Italia truppe francesi, polacche, anziché truppe italiane. Non sarebbe giusto tuttavia trar motivo da ciò per non rivedere le condizioni dell'armistizio l . Esiste inoltre il problema dei prigionieri italiani, i quali per effetto della cobelligeran'za non possono piu essere considerati come truppe nemiche, « p e r la contraddizion che no1 consente n direbbe Dante. Nel maggio 1944 fu annunziata, tanto in Inghilterra che in America, la formazione di varie unità volontarie di prigionieri italiani, sotto il comando immediato dei propri &ciali, ma alla dipendenza degli eserciti alleati, per vari seri Churchill, nel discorso del 2 agosto 1944, disse che il contributo militare deli'Italia sarebbe stato aumentato. Questa promessa aveva rapporto con la proposta, allora in corso di esame, di modificare lo stato politico dell'ItaPia, mediante una pace provvisoria, rimandando alla pace definitiva l e questioni territoriali e di indennità. Cosi l'armistizio sarebbe assorbito nel nuovo testo di pace.


vizi anche in zona di guerra, con l'esclusione dai servizi di combattimento. I1 motivo di tale esclusione non è stato, come fu detto da alcuno, di carattere legale per via delle convenzioni dell'Aja e di Ginevra, si bene psicologico e forse anche .politico. È spiacevole notare ciò, tanto piu quanto è doveroso segnalare' la condotta umana e benevola degli Alleati non solo in genere verso tutti i prigionieri di guerra, ma specialmente verso gli italiani. A un osservatore italiano, anche se situato a cosi grande distanza dal proprio paese come chi scrive, appare senza dubbio gravida delle piu dannose conseguenze la situazione che si è andata sviluppando in Italia dal punto di vista economico e monetario dal settembre 1943 ad oggi. Il primo fatto, e il piu saliente, fu quello del cambio della moneta di occupazione fissato nella misura di cento lire contro un dollaro. Si disse che quella era una misura abbastanza favorevole per l'Italia, data l'enorme svalutazione della lira per causa della guerra. Difatti, a essire giusti, il valore di un centesimo di dollaro per lira sembrò assai equo; le inchieste fatte sui mercati neri ,di Lisbona, Berna e Parigi, davano risultati inferiori a un centesimo. I n questa valutazione monetaria commerciale ed estera, mancò l'elemento umano, sia sociale che politico. Prima del crollo de1178 settembre si aveva una specie di equilibrio, per quanto incerto, fra moneta e merci, si che l'operaio e il piccolo pensionato, I'impiegatuccio .di provincia, il redditiero modesto, potevano arrivare ad avere 'il pane quotidiano - per quanto fosse scarso e nero. In seguito e con l'immissione di moneta di occupazione in Italia liberata (e le esazioni tedesche nel nord assrimmanti a 10 miliardi al mese), i prezzi balzarono al cielo, la merce (già rara) si andò spostando in gran parte verso il mercato nero, mentre i commercianti favorivano (con i loro fondi di bottega) piii i soldati inglesi e americani, che non il poveraccio nato in Italia. Pertanto, l'inflazione monetaria dopo 1'8 settembre è andata e va crescendo a dismisura in tutta Italia, e per quanti sforzi

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si siano fatti dagli Alleati sul posto e dai governi di Badoglis e Bonomi per attenuare gli effetti del mercato nero e colpirne i profittatori, non ancora si sono ottenuti effetti tangibili. Francia si è applicato 11 fatto poi che tanto ad Algeri che il cambio di 50 franchi per dollaro, quando, nel caso 'della Francia occupata dai tedeschi, l'inflazione monetaria era arrivata a cifre astronomiche, ha portato uno squilibrio notevole con l'Italia, squilibrio che non potrà essere facilmente colmato. I1 fatto sociale piu grave che deriva dall'inflazione (da qualsiasi inflazione, ma specie da questa, poiché subitanea e senza ada~amentigraduali e provvedimenti congrui), è che la classe media e la piccola borghesia si trovano di punto in bianco proletarizzate. Lo stato in via normale non può elevare l'interesse del debito pubblico per andare incontro al deficit dei piccoli risparmiatori, che sono un numero stragande in Italia, né può rivedere ad ogni fase di luna le pensioni di quelli che passarono i migliori e lunghi a ~ al i suo servizio e al servizio di altri enti pubblici. Costoro sono tutti degli spossessati. E quando ad un paese si toglie la spina dorsale della classe media, si attenta all'equilibrio fra le classi e alla stessa consistenza della vita civile; il paese è cosi sbalzato da forze cieche nella lotta fra i due ,mppi di possidenti ricchi e di proletari. La classe operaia, con la propria organizzazione e con le agitazioni e gli scioperi, potrà recuperare la perdita per le categorie di lavori imprescindibili, ma il resto cercherà wll'emigrazione un sollievo alla propria miseria. Lo stato dovrà ricorrere a larghi prestiti esteri per riassettarsi. Ed ecco la situazione odierna. Le spese alleate per I'occupazione italiana dovranno, secondo alcuni, essere recuperate. La questione non è stata né dibattuta pubblicamente né certamente decisa, salvo che non si trovi già fissata nelle clausole segrete dell'armistizio. Ci sono, inoltre, gli anticipi che l'armata di occupazione ha fatto agli enti pubblici locali per dar da vivere alle popolazioni e per rimettere in funzione i servizi pubblici, e questi anticipi vanno giustamente a carico del paese.


Forse anche per l'Italia saranno affidati i servizi di riabilitazione industriale e commerciale alla UNRRA; ma dato il principio che il paese interessato deve assumersi il carico della spesa, l'Italia sarà ancora aggravata di nuovo debito. Non parliamo poi della ricostruzione di città e di villaggi distrutti per caiisa di guerra: enorme onere privato e pubblico che graverà per anni ed anni sul contribuente. Tutto ciò deve tenersi in conto dagli Alleati, che certo non hanno interesse che l'Italia vada completamente in rovina sotto un peso insopportabile, o che divenga economicamente soggetta al capitalismo estero, e legata a perpetua servitu. Non vorrei avere fatto un quadro troppo oscuro della situazione monetaria e del prospetto finanziario dello stato italiano e della politica alleata, che ancora o non è chiara o non è ben precisata. Era necessario che questi punti fossero toccati, perché daranno da pensare igli uomini responsabili dei due lati. Non tutti dicono: l'Italia è colpevole e deve scontare il malfatto; né tutti sono d'opinione che la rovina del191talia sia vantaggiosa per gli Alleati: molti invece riconoscono che la ricostituzlone di un'Italia sana, moralmente ed economicamente, sarà un bene per l'Europa e un interesse anche per la lontana America.

Come è faticosa e ardua la rinascita itaiisna dal yrinto di vista economico e finanziario, cosi lo è anche dal punto di vista politico. Per l'uno e per l'altro aspetto occorre che gli Alleati siano benevolmente disposti, fiduciosi degli uoniini che il popolo si sceglie, alieni dal dare un aiuto iniposto o nel pretendere quel che è loro interesse, senza mire nascoste, né troppo siibdoli accorgimenti. Fin dal momento in cui partiti liberamente formatisi e con un'aperta tendenza democratica han potuto esprimere la vo-


lontà popolare, nel modo permesso dalle difficoltà di guerra, è venuta a galla decisa e forte la volontà di romperla con il passato fascista e con gli uomini che ne furono responsabili. Fra costoro erano segnalati in primo luogo il re e Badoglio e allo stesso tempo quei funzionari e capi dell'esercito che aveano un passato fascista. Non è qui il caso di riandare la cronistoria della crisi politica che portò alla fine di gennaio 1944 al congresso di Bari, dove i sei partiti del comitato di liberazione unanimi richiesero l'abdicazione del re e la formazione di uni governo popolare. Ai rifiuto del re segui la formazione di un gabinetto di affari sempre sotto la presidenza del maresciallo Badoglio e senza il concorso dei partiti politici. Tale governo però, restando sotto il contro110 della commissione alleata, ebbe la diretta amministrazione di parte del Mezzogiorno liberato (a eccezione di Napoli) e delle isole di Sicilia e Sardegna. La sede del governo, che era stata a Brindisi, passò a Salerno. Ma dato l'atteggiamento ostile dei partiti riuniti nei comitati di liberazione, furono riprese le trattative attraverso l'onorevole De Nicola, già presidente della camera dei deputati prima del fascismo, il quale indusse il re a promettere di ritirarsi dall'esercizio del potere regio e dare al fjglio Umberto la luogotenenza. A questo punto s'inseriscono due fatti notekoli dovuti all'iniziativa di Sialin: lo scambio fra Mosca e Salerno degli ambasciatori, e il consenso dato da Badoglio e dalle aiitorità militari alleate a che il comunista Togliatti, rifugiato in Russia sotto il nome di Ercoli, rientrasse in Italia. Questi persuase il partito comunista a far cadere la pregiudiziale contro il re e a partecipare ad un governo presieduto da Badoglio. Alcuni dei capi liberali e democratici cristiani avevano già prima sostenuto tale tesi, ma il peso dei comunisti fu decisivo per indurre gli altri partiti di sinistra ad accettare la proposta; la rappresentanza alleata consenti, mettendo in evidenza che re e Badoglio dovevano essere conservati in carica fino alla presa di Roma. Cosi il 21 aprile 19&, risultato di un compromesso, fu costituito


un nuovo governo sotto la presidenza di Badoglio, e con la partecipazione di tutti e sei i partiti. Awenuta la liberazione d i Roma, il re cedette i poteri al luogotenente suo figlio; il quale accettò la proposta del comitato di liberazione di Roma e nominò Bonomi presidente del consiglio (pur dop? aver in un primo tempo chiamato Badoglio). Bonomi riusci a comporre un ministero formato di elementi borghesi (salvo i ministri della marina e dell'aeronautica), di fede democratica e di opposizione al fascismo. L'esclusione di Badoglio e la decisione di non prestare il giuramento di fedeltà alla corona inquietarono gli Alleati; e piii ancora il crescente allarme degli italiani circa le condizioni segrete dell'armistizio. Naturalmente la commissione di controllo aveva posto come condizione del riconoscimento del governo Bonomi l'impegno ad osservare tali condizioni e a tenerle segrete. Circa il giuramento i l governo tenne ferma la nuova formula l. Allo stesso tempo, avendo deciso di posporre la questione monarchica fino alla liberazione dell'Italia dallo straniero, s'impegnò formalmente di astenersi da qualsiasi atto che ne pregiudicasse la soluzione fino alla convocazione dell'assemblea costituente.

I n Italia oramai si ,discute sulla futura costituente. Fu presto superato il pregiudizio che la costituente fosse un atto rivoluzionario. Per uno stato che ha subito un periodo anticostituzionale, arbitrario e tirannico essa entra nella linea costituzionale '. l I membri del governo giurano sul loro onore di esercitare la loro fmzione nell'interesse supremo della nazione e di non compiere fino alla convocazione dell'assemblea costimente atti che comunque pregiudichino la solnzione della questione istituzionale n. a I1 ministero Bonomi come uno dei suoi primi atti emise nel giugno 1944 un decreto-legge sulla Costituente, i l testo del quale non è ancora amvato in America.


Lo statuto albertino, dato nel 1848 al Piemonte e alla.Sardegna, aveva un'origine ~aternalisticae in fondo di diritto feudale: era il re che dava la carta al popolo e la giurava; i l popolo, a mezzo dei suoi rappresentanti, l'accettava e giurava fedeltà al re. Questo fatto rispondeva al periodo storico della Santa Alleanza da'un lato e delle agitazioni costituzionali a tinta liberale dall'altro: il risultato fu un compromesso che con scosse e rivolte si attuò in piU di metà d'Europa. Lo statuto albertino f u accettato, a mezza di plebiscito, dalle altre province italiane a mano a mano che si andavano riunendo al Piemonte si da costituire0 la legge fondamentale del nuovo regno d'Italia. Dall'unificazione in poi lo statuto del 1848 fu un simbolo di libertà e rimase intangibile nella lettera, benché subisse per via d'interpretazioni teoriche o pratiche delle variazioni adatte allo spirito dello stato liberale che andava Terso, la democrazia. I periodi degli stati d'assedio, anticostit~ionalinello spirito sebbene non nella forma, furono corretti con successivi allargamenti nella partecipazione. politica del popolo e nello stesso uso dei diritti della corona. La marcia su Roma fu una rivolta anticostituzionale piU che una rivoluzione; il re venne meno ai suoi doveri di custode della costituzione quando accettò il fatto della rivolta armata di un gruppo di cittadini decisi a prendere il potere con la forza e imporre al paese la loro volontà. Le leggi fasciste intaccarono lo spirito e la lettera dello statuto fino alla soppressione di ogni libertà politica e di ogni garenzia civile. Errano coloro che pensano che con la caduta del fascismo e con l'abolizione delle leggi fasciste sia automaticamente ritornato in vigore lo statuto albertino. Le due fonti di autorità che dal 1848 al P870 vi diedero vita: la concessione monarchica e i plebisciti popolari, non hanno piu lo stesso rapporto giuridico. La monarchia di allora si basava sulla triplice tradizione del diritto feudale da cui traeva origine, del diritto divino delle monarchie assolute dei secoli XVI-xvnte del diritto storico


affermato al congresso di Vienna. Ai plebisciti, che espressero l a volontà popolare, partecipò solo una minoranza che, per mancanza di meglio, si credette interprete delle popolazioni delle varie provincie, che venivano annesse al Piemonte per virtu delle armi. Il processo ulteriore dell'adattamento costituzionale verso la democrazia venne a risolvere l'origine dualistica dello statuto in quella, piu naturale e modernamente piu sana, della volontà del popolo. Per questo la monarchia (o la presidenza di ui?a repubblica) non è altro che un organo istituzionale, dotato d i facoltà e sottoposto a doveri, responsabile come tuni gli altri organi (e non mai irresponsabile), che quindi può essere dimesso, come i r e feudali dell'antichità o come i re d'Inghilterra .del 1934. Questo è stato l'intimo significato del gesto 'dei ministri del gabinetto Bonomi a non voler prestare il tradizionale giuramento. Quale sia stato il compromesso, per un adattamento immediato e sotto l'imperi0 di forza maggiore (la volontà dei governi alleati), riniane il fatto in tutto il suo valore di asserzione di principio bei il futuro. La conseguenza hetta si è che il popolo riassume il diritto di darsi uno statutd nuovo, senza piu rapporto con quello del 1848. Se i delegati popolari nella futura costituente vorranno conservare la monarchia, questa non sarà la stessa del passato, perché non è essa che dà la carta al popolo, è il popolo che fissa i diritti e i doveri della monarchia; non sarà piii i1 re il vero garante dello statuto, sarà invece i1 popolo che controllerà il re nell'esercizio della sua alta funzione, perché si mantenga nei limiti assegnati. In sostanza i l re sarebbe un presidente di repubblica a vita (salvo rimozione); mentre il presidente sarebbe un re costituzionale per un numero limitato di anni e con la possibilità della rielezione, secondo i casi. Infatti, a parte l'appannaggio ecclesiastico che ancora è di diritto dei re d'hghilterra, il re può dirsi, nella evoluzione costituzionale di quel regno, un presidente a vita che porta corona. Chiarito questo punto, e senza tener conto delle note sim-


patie di chi scrive, il problema di monarchia o repubblica dovrebbe essere messo bene nei suoi termini dinanzi alla costituente, per evitare all'Italia le tristi conseguenze che awelenarono la vita politica e religiosa della Francia di dopo il 1870. Sia che la metà piii uno dei membri della costituente siano per la repubblica e la metà meno uno per la monarchia, o viceversa, il paese, dopo l'esito della decisione, non dovrebbe essere cosi profondamente diviso fra monarchici e repubblicani da perpetuare per generazioni una lotta acre e tempestosa. Dovrebbe esservi un'intesa morale fra i partiti, tale da far aderire la minoranza vinta al voto d ~ l l amaggioranza vincitrice e accettare o la repubblica o la monarchia nel nuovo spirito costituzionale d'una vera democrazia. Nel caso opposto, si'avrà la triste conseguenza di una perenne divisione politica,' proprio quando i1 paese dovrà essere ricostituito, e garentito da manomissioni esterne e reintegrato nella sua posizione internazionale. Quanto abbiamo detto per la questione monarchica, diciamo per quella religiosa. I rapporti fra stato e chiesa possono non far materia di disposizioni della nuova costituzione, dove basterebbero due clausole fondamentali, quella della libertà delle coscienze e l'altra del rispetto dei dirini e della posizione del sommo pontefice come capo della chiesa cattolica, rimandandone l'attuazione pratica agli organi legislativi ed esecutivi dello stato. Ma a parte i problemi del trattato del Laterano e relativo concordato, di cui ci siamo occupati nel capitolo VII, sorgerà di sicuro la questione dell'articolo lodello statuto albertino circa la religione di stato, con discussioni pro e contro che turberanno l'ambiente e renderanno d s c i l e l'intesa fra i partiti. A mio modo di vedere, quell'articolo era un residuo del periodo della Riforma e Contro-riforma, quando il principe adottava una religione propria e l'imponeva allo stato, dando la scelta alle minoranze religiose o di emigrare in cerca di un principe benevolo o di sottostare alle restrizioni civili e religiose dell'epoca. Cosi in Francia gli ugonotti dopo il ritiro del decreto di Nantes, cosi in Irlanda i cattolici (che erano la maggioranza


nell'isola ma una minoranza nella Gran Bretapa) fin; al decreto di emancipazione. Dal secolo X ~ Xin poi i paesi cattolici concordatari hanno conservato questa politica con varie disposizioni circa gli altri culti, mentre nello spirito *dello stato moderno (come negli Stati Uniti, in Francia, dopo 17abolizione del concordato, e in Olanda e nel Belgio) era rev valso il sistema della eguaglianza dei diritti religiosi e-la tolleranza civile dei culti. L'Italia ha oggi un concordato: ogni modifica che si vorrà apportare dallo ,stato dovrà, secondo l'autore di questo libro, essere trattata amichevolmente con la Santa Sede. Certo è doveroso (e desiderabile) che i . un documento come la legge fondamentale dello stato vi sia un riferimento a Dio, quale autore dei diritti umani, cosi come fecero i fondatori della democrazia americana, oltre che il riconoscimento del diritto del culto pubblico divino secondo le tradizioni del paese. Non pretendo risolvere il problema; spero, come cattolico e come prete, che sia trovata quella formula che acquieti le coscienze di tutti, tanto della grande maggioranza càttolica che delle minoranze protestante ed ebrea l . Una o due camere? I o sono per il sistema bicamerale: è piu sicuro, integra il potere le&slativo e forma la tradizione di stabilità. La camera dei deputati va eletta direttamente, col sistema del suffragib universale maschile e femminile di tutti i cittadini arrivati a ventun anno età. I1 sistema elettorale non fa parte della costituzione: chi scrive preferisce il sistema di rappresentanza proporzionale, con scelte individuali, a circoscrizioni di due o piti province riunite assieme. Il numero dei rap-

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l Gaetano Salvemini si è dato cura di provare agli americani che i cattolici credenti non sono i n Italia che una minoranza di circa il 20' o 25 per cento, e che molti di essi sono dei veri idolatri che adorano l e immagini e le statue dei santi; e basandosi sulle statistiche del precetto pasquale e sulle lamentele dei vescovi, conchiude che l'Italia non può dirsi piese cattolico. Egli stesso però conviene che se si tratta di gente battezzata che si sposa in chiesa e che ha sepoltura religiosa, la percentuale cattolica è superiore al 90 per cento. Teniamo F e s t a nltima cifra agli effetti legali, lasciando alla chiesa di curare l e sue pecorelle.


presentanti non dovrebbe eccedere mai i seicento. La rinnovazione periodica quinquennale sembra preferibile, salvo il caso di scioglimento della camera prima della fine del periodo, per accertare l'opinione pubblica nelle questioni piu gravi, o quando non c'è altro modo per diminuire un conflitto di vedute o fra le due camere, o fra il parlamento e il governo, o con lo stesso capo dello stato. Per lo scioglimento della camera basta il parere del consiglio dei ministri; ma il capo dello stato dovrebbe avere la facoltà di chiedere in proposito anche il parere del consiglio di stato, prima di prendere una decisione definitiva nel3'uno o nell'altro senso. Non c'è piu dubbio che il senato sarà elettivo: il partito popolare nel suo programma del 1919 propose un'elezione di secondo grado a mezzo di rappresentanti di province e comuni, università e corpi accademici, unioni professionali dei datori di lavoro e degli operai. Oggi non trovo di meglio, salvo ad includere i rappresentanti del corpo giudiziario, i capi burocratici dello stato e qualche rappresentante della chiesa. Quest'ultime categorie dovrebbero essere scelte dallo stesso senato per cooptazione, in un numero limitato, per esempio di un decimo. Pare che 300 senatori sia già un numero adeguato per la funzione di controllo. Si esclude che il senato possa prendere iniziative in materia fiscale. Un terzo corpo dovrebbe essere il consiglio di stato formato in parte da funzionari dello stato, per diritto di posto, in parte eletto dal senato fra i propri membri e in parte nominato dal governo periodicamente. A tale consiglio dovrebbe spettare di decidere sul ricorso di costituzionalità di qualsiasi legge, sia il ricorso fatto da un numero di cittadini o da un numero di consigli comunali o altri enti pubblici, o anche dal governo stesso. La nomina del presidente (in caso di regime repubblicano), sarà bene venga fatta per un settennlo dalle due camere riunite insieme, a due terzi di voti nel primo e secondo scrutinio ed a maggioranza di voti nel terzo scrutinio. Con lo stesso sistema andrebbero fatti gli emendamenti alla costituzione. È parere di


chi scrive che dovrebbe essere introdotto l'istituto del referendum, nel caso che un numero stabilito di elettori lo richiedesse, ovvero se il governo lo reputasse opportuno per decidere sulle vertenze importanti controverse, per evitare lo scioglimento della camera e allo stesso tempo conoscere meglio l'opinione generale. L'istituto della regione andrebbe contemplato nella costituzione per non essere lasciato alle fluttuazioni legislative. Secondo chi scrive, la regione avrebbe còmpiti civili, amministrativi ed economici come ente autonomo è come organo di decentramento statale. Fissato questo nella costituzione, o,gni altra disposizione dovrebbe essere lasciata alla cura del parlamento per la parte che interessa lo stato, e all'iniziativa locale per quel che riguarda l'organizzazione propria di ogni singola regione. S'intende che il consiglio 'di stato potrebbe intervenire per ricorso di violata costituzione '. Non è qui il caso d'insistere su punti che nessuno oggi mette in discussione, su quelli che si chiamano diritti dei cittadini (bill of rights). Probabilmente da qualche gruppo sarà messo in discussione i l diritto di proprietà e di successione. Su questo punto si deve essere precisi e non lasciare adito a dubbi. Occorre conciliare il diritto di proprietà e di successione con l'intervento di stato, non solo per ragioni fiscali o di pubblica utilità come per il passato, ma anche per ragioni sociali. Queste ,dovranno essere ben qualificate per togliere motivo ad arbitri, e per evitare la insictirezza dei patrimoni individuali e familiari, che sarebbe un dando per lo stesso incremento della produttività e l'utilizzazione delle fonti di ricchezza. Indietro non si torna, ma dall'altro lato, nel bisogno e nella spinta di andare ava.nti, occorre graduare di sforzi e dare tempo alla maturazione deip problemi. L'Italia oggi è un corpo ammalato, non è un corpo sano. Dopo venti anni di totalitarismo,

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Dall'agosto 1943 c'è in Sicilia un forte grnppo che sostiene la tesi della separazione dal regno dzitalia e la costituzione di una repubblica siciliana. Chi scrive ha espresso la sua opinione in nn motto. accettato dai democratici cristiani di Sicilia: autonomio se, sepmatismo no.


prima di tutto occorre respirare la libertà, averla e attuarla. Chi scrive non ha paura delle grandi riforme politiche ed economiche; ha paura del caos e delle demagogie di destra e di sinistra, e soprattutto ha paura di una ricaduta nel totalitarismo.

XII. CONCLUSIONE I1 preambolo della nuova costituzione dovrebbe contenere non solo il chiaro rigetto delle teorie e dei metodi fascisti, contrari ad un'elementare concezione della civiltà, ma anche l'affermazione di quei principi di convivenza politica che sono l'acquisizione della vera democrazia e della tradizione cristiana, e le premesse per un ordine internazionale basato sopra la solidarietà umana. 11 popolo italiano, che per primo cadde negl'inganni di -un nazionalismo esagerato (per usare la definizione di Pio XI) e di un totalitarismo larvato di rispetto verso la chiesa, ha il dovere di ripudiare il fascismo, non solo per i mali che ci h a cagionati, ma perché ha alterato lo spirito della triplice universalità del jure romano, dell'idea cristiana e della gemtilezza italiana. Non lasciamoci ingannare di nuovo dalle suggestioni nazionaliste, che saranno tanto piU forti dopo la presente guerra, quanto piU umiliata e depressa ne uscirà la nostra patria. .È piu degno per un popolo far fronte all'avversità propria che godere dell'avversità altrui ed esaltarsi dei danni recati ad altri popoli in nome di una falsa grandezza. Dal giorno in cui incominciò la liberazione della Sicilia, a mano a mano progredendo verso il Nord, la richiesta di purificare il paese dalle leggi, dai metodi e dalla gente responsabile dei nostri mali, è stata continua e vivace anche quando sembrava che gli Alleati esitassero e il governo improwisato nel


luslio 1943 cercasse ancora appoggi da quella parte. Oramai una grande aerazione si è f'atta nella nostra casa, che per venti anni fu thsformata in un carcere con porte e finestre chiuse e le catene pronte per coloro che volevano evaderne non solo fisicamente, ma anche spiritualmente. I1 lavoro di pulizia continua, parte sotto la pressione popolare, parte per iniziativa governativa o alleata. Guardiamoci dall'alimentare quei pregiudizi e quei risentimenti che diedero spinta al fascismo prima di arrivare al potere e che lo sostennero nel suo crescere. Io dico del continuo credere e far credere che l'Italia sia stata malvista e avversata da tutti; che ci sia stata e ci sia una congiura delle potenze contro (di essa; che pur avendo tutti i meriti per divenire grande potenza, essa non ci arrivò mai perché o la Francia o la Gran Bretagna e prima l'Austria o la Germania vi si opposero, e oggi in questa guerra l'Italia soffre per aftrui malvolere e non per le proprie colpe. Cosi non manca chi pensa che non potendo ottenere giustizia l'Italia debba rompere le dighe sociali e ripagare gli altri con nuovi attentati alla convivenza dei popoli per non divenire la serva dell'inglese o del francese o dell'americano o del russo. Simile orientamento involverebbe un complesso *d'inferiorità. che andrebbe curato o da precettori di fanciulli indocili o dal psichiatra delle malattie nervose. L'Italia non ha bisogno né dell'uno né dell'altro. La lezione presente è ben dura e tragica I'esperienza. Sarà sua virtu emergere come un paese rifatto moralmente prima che materialmente; e pur domandando l'aiuto della solidarietà, cercare di risolvere i propri problemi con autodisciplina e con saciifici di amore, che sono il vero retaggio di un popolo civile. Questa volontà ,di rinascita per virtu propria non va appoggiata all'orgoalio nazionale o al blasone di tremila anni, ma ai principi saldi di una concezione etica della libertà e della dernocra~i~a,e alla tendenza universalista dell'italianità, che marca la missione specifica del nostro popoSo. Non sappiamo quel che ci resterà delle nostre colonie; quali


saranno i nostri confini nelle Venezie Giulia e Tridentina; quali risorse . economiche ci resteranno intatte nel futuro europeo e mondiale. L'attuale guerra ha alterato l'assetto della vecchia società che è moribonda ed ha aperto nuovi orizzonti agli sviluppi tecnici e alle sistemazioni economiche e politiche della nuova società. Quali possano essere le condizioni fatte all'Italia, una cosa è certa, che il patrimonio etico dell'umanità è sempre lo stesso e che sta a noi scavarne i tesori e utilizzarli secondo le circostanze. In questo campo l'Italia non deve essere seconda a nessun altro paese, sol che insisterà per mantenere un alto livello educativo, culturale e artistico, una salda organizzazione sociale e una cosciente auto-disciplina. Smettere l'idea che l'Italia per il suo benessere debba essere una grande potenza militare, con imprese capitalistiche protette dallo stato per poter fare concorrenza all'estero,.con potenti alleanze per -farsi valere nei concerti inteyiiazionali. Oggi la misura delle grandi potenze si è talmente. accresciuta che la stessa Francia sarà lasciata indietro e la dran Bretagna avrà bisogno di altri domini o di parecchi stati satelliti, per mantenere la sua vecchia posizione dominatrice. Ma c'è una felicità anche per i piccoli e i medi stati, se questi sanno bene mantenere il loro posto, la loro dignità, i loro diritti, il loro carattere speciale, la loro influenza nella vita internazionale. Ci sono coloro che pensano al millennio per tutti i popoli grandi e piccoli, un millennio materiale ed economico, basato sopra un'eguaglianzai irraggiungibile e sopra un'uniformità inumana: errore questo che la diversità di popoli, di razze e di classi dissipa facilmente. Ma c'è un'eguaglianza che nessuna potenza può attenuare ed è quella della personalità umana che ogni individuo e ogni popolo ha in sé e deve sempre rivendicare di fronte a coloro che la vorrebbero manomettere a loro vantaggio. Se eroiche resistenze di minoranze oppresse, se lotte secolari


di piccole nazionalità, se l'emergere nella vita politica di paesi creduti scomparsi per sempre hanno un significato per tutti, lo hanno di piu per l'Italia che, dopo secoli di oppressione, di dominio straniero e di divisioni politiche, venne fuori nel nostro glorioso Risorgimento. Riteniamo che oggi ci vorrà piii eroismo di quello che non fu necessario un secolo fa; perché le lotte del secondo Risorgimento saranno piii dure e piu impari; e anche perché sarà difficile eliminare ptesso i popoli oggi alleati, ieri nemici, non solo il risentimento per il passato di guerra dal lato dell'Asse, ma anche la preoccupazione del futuro-che pesa troppo a danno del171talia. Sta a noi dissipare l'uno e l'altra, non con debolezze ingiustificate, né cod intrighi subdoli, ma con la sincerità onesta e franca verso tutti e insieme la ,dignitosa gratitudine verso coloro che son venuti a liberarci dalla tirannia interna ed estera.

Garibaldi malediva quegl'italiani che avrebbero combattuto contro l'Inghilterra. Nella sua concezione elementare e sentimentale della politica, egli sapeva bene che gli ideali di libertà e gl'interessi dell'Italia erano assicurati dall'amicizia con l'Inghilterra; dal 1860 in poi mai quest'aqicizia era venuta meno. L'orgoglio e l'insipienza mussoliniana la trasformò in gelosia e odio; ma il motto fascista: Odiare gl'inglesi! » non entrò mai nel cuore del popolo. Ora, dopo cosi tragici eventi, l'Italia, oltre il dovere di rifare l'amicizia con l'Inghilterra ha anche il dovere di serbarle gratitudine eterna, che deve far superare tutti i risentimenti che psicologica dell'anima italiana son derivati dall'in~om~rensione e della posizione politica del paese nel triste periodo del fascismo e della sua guerra. L'America poi è stata sempre amata dagl'italiani come paese di libertà e d'iniziativa, dove vivono piii di cinque milioni di


cittadini che per discendenza e per afferto possono anche dirsi italiani, La Francia, sorella d'Italia per cultura, arte, religione e interessi comuni, è anche unita nel fato tragico della guerra quasi simile nella caduta e nel risorgimento. Francia e Italia hanno una missione civile e politica nel nuovo ordine europeo e mondiale che non può essere disgiunta senza danno. La Polonia, di cui Mussolini si affrettò a segnare l'atto di decesso dopo la spartizione fra la Russia e la Germania nel 1939, è stata sempre in legame di affetto e di c+tura con l'Italia. I vincoli antichi devono rinnovarsi nella buona e nella triste sorte. Alla Grecia, alla Jugoslavia, all'Albania, l'Italia (dovrà unirsi, oltre che per interessi di buon vicinato, per sentimento di fraterna amicizia, che sia anche segno di perdono e di pace. La Cecoslovacchia deve ritrovare in Italia i suoi fratelli. del patto di Roma del 1918. L'Abissinia fu la .prima grande vittima del fascismo, dopo il popolo italiano. Mi inchino al negus, nobile figura cristiana, le cui parole a Ginevra nel 1935 e 1936 meritano di essere ricordate per il loro senso di dignità, di giustizia, di universalità l. Per quali ragioni il soldato italiano doveva combattere sul fronte russo? Forse in nome di una falsa crociata contro il comunismo? Al popolo russo che ha mostrato al mondo come si difende la propria patria invasa dallo straniero, l'Italia deve una riparazione di giustizia e una pronta richiesta di rinnovata amicizia '. Ancora un altro: il piii torturato di tutti i popoli, l'ebreo. L'Italia fascista si è macchiata anch'essa di antisemitismo, ben-

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L'opposizione del ntgus alla cobeI!igeranza si comprende: basta pensare che chi ottenne la cobelligeranza f~ il vincitore delIa guerra abissina, poi nominato vicerè. Lo scambio degli ambasciatori fra Russia e Italia, benché sia stato giustificato da Stalin come un espediente politico, in fondo. indica la eessazione diplomatica dello stato %i rottura di inimicizia o conflitto: auguriamo che Londra e Washington facciano l o stesso.


ché con minore ferocia di altri paesi. Come poter riparare tanto male fatto calcolatamente per distruggere un popolo che è il testimonio perenne dell'Antico Testamento? L'italiano, che mostrò fin dal primo giorno dispiacere e risentimento per le leggi antisemite, e aiutò in tutte le maniere le famiglie colpite dalle inique disposizioni, ne riparerà per quanto è possibile i danni loro inflitti e darà la mano ai concittadini ebrei che ritorner.uuio dopo la guerra sul suolo della loro patria. Di fronte a tanti mali che soffre l'umanità, verrebbe vogjia di cessare questa vita, se non vi fosse la voce del dovere che c'impone un sacrificio tanto maggiore quanto sono piu g a n d i e urgenti i bisogni e l e miserie. Certo che i sacrifici sono da ambedue le parti che combattono; ma altro è resistere all'aggressione in nome della civiltà e dei valori cristiani, altro è volere una dominazione barbarica e tirannica sul mondo, e per essa non solo fare guerre ma tiranneggiare, uccidere, massacrare, distruggere. Perciò oggi l'Italia che resiste e combatte contro il nazismo e il fascismo, nonostante tutti i pericoli, le miserie e le tristizie dell'ora, si redime dalle colpe passate e ritorna purificata nella famiglia delle nazioni. Quella catarsi che doveva awenire colla sconfitta completa sul campo di battaglia, sta or,a avvenendo con la resistenza al tedesco e al fascista. Quella visione di libertà e d'indipendenza ch'era offuscata da venti anni di dittatura, ora brilla come speranza dell'avvenire, sia sul campo di battaglia, sia nella tormentosa guerriglia, nelle pene della fame e della sete, nelle angoscie delle mafdri e delle spose, nello sconforto degli operai e dei soldati deportati o prigionieri, nella tragica distruzione,di città belle e gloriose e di monumenti storici e d'arte icsuperabili. È orribile il quadro: tutti pregano che le armi alleate superino gli ostacoli, vincano le battaglie, inalberino le bandiere vittoriose sulle torri e i campanili. Roma, Pisa, Firenze, Siena, Bologna, Ravenna, Ferrara, Modena, Mantova, Milano, Venezia, Pavia, Genova, Torino, Trento, Trieste, Palermo, Napoli,


Bari, Salerno, Cagliari, Benevento e cento altri nomi sacri alla civiltà, alla libertà, alla religione, che vi riveda belle come prima ! La vostra storia è la storia umana e universale; le vostre glorie sono glorie di tutti; l e vostre voci risuonano nel mondo come voci perenni. O mia bella Italia, ritornerai anche piii bella e piu felice di prima, nell'amicizia con tutti i popoli che vogliono la pace, nello spirito di progresso civile, di attività sociali ed economiche, di moralità cristiana, contribuendo al nuovo ordine che sarà stabilito con la capacità, l'esperienza, la prontezza e l'in- , telligenza del tuo popolo. E se il nuovo ordine non sarà quello che l'ideale di pace ispira i cuori piii generosi, tanto maggiore sarà necessaria la buona volontà e la fede nell'awenire, quanto sono difficili, i primi passi di una nuova vita.

LA LEGA DELLE NAZIONI Molti hanno un forte ritegno a chiamare Lega delle Nazioni qnell'organizzazione internazionale che dovrà seguire la guerra e la vittoria. degli alleati. La diremo: Comunità delle Nazioni? o Società degli Stati? o World Commonwealth? o Federazione Internazionale? Si va in cerca di nomi per dire che si vuole costituire una Lega delle Nazioni migliore della passata. Non facciamo qbestione di nomi, teniamoci alla sostanza. Intanto per intenderci ed in attesa di un bel nome, la continueremo a chiamare Lega delle Nazioni, perché intendiamo che non tutto il passato perisca e quel che fu buono a Ginevra o all'Aja ritorni in essere e, si utilizzi per il meglio. E poiché vogliamo tentare, in questo studio, di delineare i caratteri della futura Lega delle Nazioni, faremo come si fa in ogni esperienza scientifica e pratica: riterremo il passato come fatto e il futuro come


il $a fare; vedremo cosi quali i criteri del nuovo edificio e quali le modifiche piu interessanti l. Gli stati membri della Lega. - Tutti gli stati potranno essere membri della Lega, ma di fatto lo saranno solo quelli che accetteranno lo spirito e la lettera del nuovo Covenant. L'errore del passato, piii di fatto che di $diritto,fu quello di ammettere come membri della Lega certi stati che non erano moralmente e politicamente capaci ad assumerne la corresponsabilità, o che in seguito ne divennero awersari e perfino sabotatori. Cosi fu del Giappone, che preparò la prima aggressione alla Manciuria e per questo fatto non fu espulso dalla Lega come ,doveva. Lo stesso accadde per la Germania e per l'Italia. A Ginevra stayano insieme i futuri nemici, e, quel che è piii strano, quelli che preparavano l'attuale guerra a i davano cura di smantellare la Lega delle Nazioni, senza che gli altri avessero pensato di correre ai ripari. La nuova Lega dovrà essere formata anzitutto dagli stati alleati firmatari della dichiarazione di Washington che oggi sono trenta, c0mpres.a la Francia combattente. Gli Alleati si sono impegnati a combattere per la libertà, la giustizia, i diritti dell'uomo, l'ordine e la cooperazione internazionale; essi, ottenendo la vittoria, hanno l'obbligo di attuarli. Si dubita della Russia: abbiamo espresso piii volte la nostra opinione in proposito: la vittoria collettiva segnerà anche per la Russia una nuova era; è legittimo oggi pensare ch'essa, nel suo stesso interesse, coopererà lealmente con la Lega e meriterà aiuti e fiducia. Facciamo anche l'ipotesi opposta, che la Russia cercherà di turbare l'ordine internazionale, sia con la propaganda comunista, sia con armamenti superiori al limite fissato di accordo. Sarà proprio la Lega a dovere prendere posizione e richiamare la Russia all'osservanza dei patti, come avrebbe dovuto l I1 conte Sforza, acrivendo in C( Foreign Affairs n (ottobre 1943), propone come sede della Lega la città di Fiume, da essere internazionaiizzata con snfnciente retroterra. Si tratta di ottima idea, dato che Fiume è sul mare e al centro deli'Enropa.


fare in tempo verso la Germania quando questa si ritirò dalla conferenza del disarmo e abbandonò Ginevra. È bene tenere presente che alla Lega non mancavano i mezzi per farsi valere. Quel che mancò fu la buona volontà ora dell'Inghilterra e ora della Francia, e spesso delle due insieme. Mancò sempre la cooperazione americana, che rese debole la Lega fin dal suo nascere. Si potrà redigere il piii perfetto Covenant di questo mondo; se manca la volontà di eseguirlo, sarà lettera morta. Gli stati rimasti neutrali durante tutta la guerra dovranno essere scrutinati uno ad uno se degni o no di fiducia e quindi di far parte della Lega. Quelli tra di essi che avranno tendenze totalitarie, che negano la libertà ai loro cittadini, che perseguitano le minoranze di religione, di razza o di lingua, non sono dello stesso spirito dei paesi fondatori della Lega, non dovranno avervi accesso fìnché non sarà modificato il loro sistema politico e il loro stato d'animo. Circa i paesi vinti, occorre attendere che siano formati i nuovi governi e fissate le relative costituzioni, per potere decidere se e a quali condizioni dovranno essere ammessi a far parte della Lega. Questa non è un corpo formale, ma una comunità vivente. Come il cittadino deve essere leale al suo paese, cosi lo stato-membro deve essere leale alla Lega. Dopo una crisi mondiale quale la presente, la lealtà si presume nei vincitori, ma non nei vinti. 1 primi hanno combattuto per un ideale opposto a quello dei paesi dell'Asse e satelliti; questi ultimi debbono quindi dare sicura prova ,di aver cambiato idee, di aver rinunziato al loro ordine e di aver adottato quello della nuova Lega. Solo allora potranno farne parte. Uguaglianze e disuguagtianze. - Nella Lega wilsoniana si cercò di conciliare il principio individuale con quello gerarchico. I1 consiglio fu formato di seggi permanenti dati ai grandi stati, e di seggi elettivi; questi ultimi parte a scelta e parte a turno. La prevalenza dei grandi interessi fu conservata. Ma per rispettare gli stati singoli si arrivò all'assurdo che per la validità


degli impegni hall'assemblea fosse necessaria l'unanimità dei voti. Bastava un solo voto a paralizzare il meccanismo della Lega; spesso si ricor~evaai sotterfugi dell'assenza o dell'astensione e ai cornpromessi dietro le quinte. Ciò proveniva 'da un errore fondamentale, forse allora inevitabile data la mancanza di esperienza di simile Lega; oggi sarebbe imperdonabile, dopo venti anni di prove assai dure. L'errore consisteva nel concepire la Lega come ian'assernblea di delegati; essa come tale non aveva poteri effettivi al di là del suo ordinamento interno; i poteri erano dati da ogni governo in singolo; solo la totalità unanime faceva somma, perché gli stati non cedettero un ette della loro sovranità. Sono oggi America, Gran Bretagna, Russia e Cina disposte a cedere un poco della loro sovranità e, in materia internazionale, piegarsi, sia pure con tutte le cautele, alla legge della maggioranza, che supponiamo dei due terzi? Se tali potenze diranno di si, anche le altre diranno di si, anche i neutri, anche i vinti diranno di si. Ma se America o Gran Bretagna o anche Russia e Cina diranno di no, la nuova Lega sarà piti disgraziata della precedente e finira nel fahimento. Supponiamo l'affermativa; la conseguenza ne sarà che queste grandi potenze vorranno i posti permanenti nel17esecutivo (ed è giusto); vorraono anche guardar meglio chi sono i loro comp a p i di responsabilità (ed è ancor giusto). Ciò non: fecero né Francia né Gran Bretagna vereo una Germania nazista e una Italia fascista perché, in sostanza, la Lega non le impegnava affatto e Ginevra serviva di paravento. Ma qnando l a Lega avrà dei poteri propri, che potranno obbligare Londra o Mosca o Washington o altro pzese anche al di là della presente volontà dei rispettivi governi, allora si che si guarderà con che compagnia si marcia. Quel clie si dovrii evitare ad ogni costo si è che un gruppo possa fare blocco e dominare la h g a ; sia un tal gaiippo LondraWashin~orn-Mosca,o Londra-Washingon-Parigi o Lcndra-MoscaParigi o Londra-Washington-Berlino, o altra simile combi-


nazione, occorre che essa sia evitata ad ogni costo! Allo steqso tempo è anche da evitare che qualsiasi coalizione di stati piccoli o medi possa paralizzare il funzionamento della Lega. Poteri della Lega. - Nessuno mette in dubbio che la futura Lega abbia poteri consultivi e giudiziari come quelli della Corte di Giustizia Internazionale dell'Aja; nessuno vorrà togliere all'Aja una tale Corte: ci vorranno solo delle modifiche per allargarne la competenza e migliorarne la struttura. Nessuno, anche, minimizza i servizi resi .dall'Ufficio Internazionale del Lavoro; né quelli delle speciali commissioni tecniche ed economiche che han funzionato cosi bene, benché troppo impacciate da una certa burocratizzazione the ha anchilosato Ginevra. Quel che s'intende per poteri della Lega riguarda il campo politico; ed è qui che ci si presentano tre problemi di decisiva inaportanza. Per primo, la definizione dell'aggressione: definizione non teorica ma pratica, pattuale e statutaria. Gli stati associati dovranno ritenere come aggressione, ,non importa quali ne siano i motivi giuridici e politici, ogni atto offensivo contro uno stato fatto a mano srmata, ogni sconfinamento militare in territorio altrui, o& preparativo militare al di là del normale e che si presuma una minaccia di aggressione. La Lega avrà il diritto e il dovere di intimare la sospensione di ogni ostilità fra gli stati: quello dei due che non accetti l'intimazione dentro i termini fissati sarà ritenuto aggressore e sarà passibile delle sanzioni. Covenant della Lega del 1919 prevedeva quattro casi legittimi per una guerra: il nuovo Covenant dovrà escludere che qualsiasi guerra fra gli stati possa essere legittima; solo al12 Lega spetterà i1 diritto di intervento armato, come polizia di ordine. come misura di sanzione e come difesa del diritto; solo la Lega potrà chiamare gli altri stati per concorrere in ima azione militare in difesa dell'aggredito. Ci sono uomini politici, pensatori e giornalisti, che, dopo il fallimento delle sanzioni economiche contro l'Italia per la gurrra

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abiasina, dubitano della praticità di & tale sistema. Altri vi sono addirittura opposti. Costoro o non hanno un'idea chiara sulla Lega futura o<pensano di rifare una Lega senza poteri. Ci sembra inutile discutere con essi; solo vogliamo dire loro che il fallimento delle sanzioni contro l'Italia fu colpa non del sistema ma delle incertezze dei gabinetti di Londra e Parigi. In verità non si voleva andare a fondo. Lasciando da parte le sanzioni economiche che potranno essere efficaci a lunga scadenza, sono le sanzioni militari quelle che veramente potranno arrestare sul principio ogni velleità di un governo a ricorrere alla guerra. Delle due l'una: o uno stato sarà cosi forte da sfidare la Lega e gli stati che essa rappresenta, e allora sarà già esso solo un pericolo permanente per la pace mondiale onde occorrerà subito ridurne il potere offensivo. Ovvero esso non avrà afl'atto la possibilità di affrontare la Lega e in tal caso non potrà pensare a una guerra. Solo una Lega debole, divisa, senza poterì, può essere teniita in iscacco come fece non solo l'Italia ma persino la città di Danzica. Disarmo e poteri militari. - Si va diffondendo l'opinione che le Nazioni Unite dovraiino affermare il principio del disarmo unilaterale per- un periodo di tempo non prevedibile che dia agio alle nazioni \inte di riformare la loro mentalità aggressiva. Non è qui i1 Ir~ogodi discutere sul periodo piii o meno lungo del disarmo dei paesi vinti. Quel che ci sembra evidente si è che esso non potrà prolungarsi al di là dell'accettazione di un paese vinto come membro della Lega delle Nazioni. Dentro la Lega non ci dovrnntio essere piti vinti e vincitori, ma membri che cooperano ad uzi fine. Il sistema militare che sarà fissato per tutti i membri della Lega, ,dovrà essere applicato anche ai paesi vinti, una volta che saranno giudicati degni di esservi ammessi. Ma quali saranno per essere i limiti della riduzione degli armamenti, sia dopo aver completamente disarmato i paesi vinti, sia in accordi posteriori fra le nazioni alleate, il certo si è che non potrà coetitr~irs+una vera Lega delle Nazioni senza che le si attribuiscano dei poteri militari propri e organismi militari


da essa dipendenti. Se si vuole la pace nel mondo, bisogna saltare il fosso e creare un vero e' vivente organismo sopra-naWonale. Alla Lega bisogna attribuire la sorveglianza superiore d a polizia dell'aria e dei mari e la responsabilità dei punti internazionali. Ben s'intende che non tutte le marine da guerra né tutte le aviazioni militari passeranno sotto il comando centrale; ma ci saranno dei corpi internazionalizzati che avranno la propria autonomia e la propria sfera d'azione, per il mantenimento della sicurezza e dell'ordine. Potrà prevedersi anche la delega dei poteri dalla Lega ad uno o piii stati particolari per servizi speciali, m a specie di mandato militare; rosi anche potrà essere organizzato dalla Lega, affidandola agli stati interessati, una specie di cordone militare verso quello stato che, mancando ai patti, si r i m a e prepara un'aggressione. Controllo internazionale. Ogni stato, e non solo gli stati vinti, deve accettare il principio del controllo internazionale. Gli stati vinti subiranno uno speciale controllo, quello fissato dall'armistizio, fino a che ne saranno adempiuti tutti gli obblighi. Al momento che saranno reputati degni di essere nella Lega, passeranno sotto il controllo comune a tutti d i stati. Tale controllo è necessario perché la Lega si assicuri che i 'suoi membri osservino i patti, mantengano la lealtà alla Lega e ai principi morali e giuridici sui quali la Lega è fondata. Il punto cardinale della nuova Lega è che i membri debbono essere tutti of like m i d . Se qualcuno cambia si che ripudia i principi della Lega, dovrà essere messo in condizione di mon nuocere. Se nei casi del Giappone, dell'Italia e della Germania, la Lega fosse corsa ai ripari in tempo, agli inizi dei loro armamenti e preparativi di guerra, o meglio del mutamento dei loro sistemi. anzi della loro mentalità totalitaria, la presente gaerra sarebbe stata evitata. Ci sono inglesi e americani che si spaventano .al pensare a simile Lega che per loro sarebbe una rivoluzione. Ma se non è

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v e s t a guerra per se stessa una rivoluzione, quale altro fatto lo 1 sarà? Del resto o p r . paese avrà il regime che si sceglierà. Quel che interessa la Lega sarà che i principi morali, giuridici e culturali per cui sì combatte oggi e nel cui nome si vincerà domani, siano a base della Lega: libertà politica e religiosa, indipendenza, diritti della persona Ùmana, giustizia, rispetto dei diritti delle minoranze di razza, d i religione, di lingua, awiamento delle colonie ad acquistare la loro personalità economica e politica, solidarietà e sicurezza internazionale. La Lega avrà la tutela dell'ordine internazionale quale sarà formato (dal nuovo Covenant con s d c i e n t i poteri e diritti riconosciuti da tutti. Lo stato che non mantiene i patti e che mina il nuovo ordine anche nell'interno del proprio territorio, deve essere escluso dalla Lega e soggetto d e sue sanzioni. Gli stati fuori detla Lega. - È a prevedere che ci saranno vari, e forse non p b h i , stati fuori della Lega, o temporaneamente o anche indefinitamente. Parecchi saranno piccoli stati a struttura speciale. Può darsi, per esempio, che la Svizzera, persuasa ancora domani che la neutralità sia per'esaa la migliore delle soluzioni, ne resterà fuori. Sarebbe sciocco ricominciare con le mezze misure: Lega e neutralità sono antitetici. Ciò non pertanto, tra Svizzera e Lega ci saranno quei rapporti di amicizia che lo spirito democratico dei rispettivi paesi renderà effettivo e cooperante. Se invece si tratta di stati grandi, la Lega ne starà in guardia come da un nemico potenziale. Invero, mettiamo che Tokio, dopo la sconfitta, pur accettando i termini dell'armistizio, o non corregge il proprio sistema politico 'che resta in mano ai militaristi e ultra-nazionalisti, ovvero non si cura di far .parte della Lega, è chiaro che sotto ci cova l'idea di una rivincita. Un paese che ahmenti sotterraneamente tali sentimenti, è piu pericoloso se farà parte delIa Lega (con la compiacenza di Londra O Washington o Mosca) che non se ne rimarrà fuori ben sorvegliato. Il vecchio motto cc accetto la libertà per poter avere la libertli di negarla a non deve avere pi6 corso nel nuovo


ordine. La Lega deve avere il potere tanto di rifiutare l'accettazione a membro di quello stato che non dà fiducia, quanto di mettere alla porta quello stato che viene meno all'osservanza degli impegni assunti. Trattandosi di stati vinti, è evidente che ad essi sarà concessa la parità di diritti (anche per gli armamenti e nella misura concordata) se faranno parte della Lega; ma se non ne faranno parte o perché essi non vogliono, o perché non adempiono alle condizioni dell'armistizio, o perché non osservank i patti della Lega, non avranno neppure diritto alla parità proporzionale e relativa negli armamenti. Edificare l'ordine sui principi etici cristiani e di diritto internazionale è lo scopo della guerra che combattono gli Alleati. I1 mezzo ne sarà una Lega delle Nazioni creata sugli stessi principi e attuata con poteri politici e militari che nessuna futura coalizione potrà distruggere.


Finito di stampare nel mese di novembre 2001 presso la EST in Torino


Vol viii l'italia e l'ordine internazionale (1944)  
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