Page 1

PUBBLICAZIONI A CURA DELL'ISTITUTO LUIGI STURZO OPERA OMNIA SECONDA SERIE - VOLUME QUARTO

-

.........................

-.......

.......... -.......

. . . . .

..-p

.-...........

LUIGI STURZO

IL PARTITO LVIuLARE ITALIANO VOLUME SECONDO

POPOLARISMO E FASCISMO (1924)

NICOLA ZANICHELLI EDITORE BOLOGNA


IL PARTITO POPOLARE ITALIANO VOLUME SECONDO

POPOLARISMO E FASCISMO (1 9 24)


OPERA OMNIA DI

LUIGI

STURZO

SECONDA SERIE

SAGGI

-

DISCORSI

-

VOLUME I V

ARTICOLI


4 ' ,,q'+"

-'l,S .T U Ri,Zl- O l

1:

.l

8:

L'q

IL PARTITO POPOLARE .. I T A L I A N O - , -

a

. I

,

;

VOLUME SECONDO .L

POPOLARZSMO E FASCISMO (1924) 8

P1iMà EDIZIONE IT-A

BNPDUTA

NICOLA ZANICHELLI EDITORE BOLOGNA, 1956


L* EDITORE ADEMPIUTI I D o v e a r ESERCITERA I DLRI'TTi SANCITI DALLE LEGGI

-Belogni

-

- - - ---

Coop. Tip. M.re@iii

rii-1956

--

-


PIANO DELL'OPERA OMNIA DI LUIGI STURZO PUBBLICATA A CURA DELL' ISTITUTO LUIGI STURZO

P R I M A SERZE:

OPERE

- L'Italia e il fascismo (1926). - La comunità internazionale e il diritto di guerra (1928). - La Società: sua natura e leggi (1935). - Politica e morale (1936). - Coscienza e politica. - Note suggerimenti di politica pratica (1952). V - Chiesa e Stato (1939). VI - La Vera vita - sociologia del soprannaturale (1943). VI1 - L'Italia e l'ordine internazionale (1944). VI11 - Problemi spirituali del nostro tempo (1945). IX - Nazionalismo e internazionalismo (1946). X - La Regione nella Nazione (1949). XI - Del metodo sociologico (1950). - Studi e polen~ichedi socioI I1 111 IV

P

logia (1940-1950).

SECONDA S E R I E : I I1 I11

SAGGI - DISCORSI - ARTICOLI

- L'inizio della Democrazia in Italia. - Unioni professionali. Sintesi sociali (1900-1906). - Autonomie municipali e problemi amministrativi (1902-1915). - Scritti e discorsi durante la prima guerra (1915-1918). - I1 partito popolare italiano: Dall'idea al fatto (1919). - Riforma

statale e indirizzi politici (1920-1922). Il partito popolare italiano: Popolarismo e fascismo (1924). I1 partito popolare italiano: Pensiero antifascista. La Libertà in Italia. Scritti critici e bibliografici di politica C di sociologia. Miscellanea londinesc (1926-1940). VI VI1 - Miscellanea americana (1940-1945). VI11 La mia battaglia da New York (1943-1946). IX-XIII Politica di questi anni. Consensi e critiche (19%-1956). IV V

-

-

-

-

TERZA SERIE:

I I1

I11

IV V

-

-

-

SCRI'i'TI

VARI

- I1 ciclo della creazione (poema drammatico in ai). - Versi. - Scritti di letteratura e di arte. - Scritti religiosi e morali. - Scritti giuridici. - Epistolario scelto. - Bibliografia. - Indici.

qwtiro aiio-


POPOLARISMO E FASCISMO


PREFAZIONE

Il presente volume fa seguito al primo sul partito popolare italiano CC Dall'Idea al Fatto D (1919) C( R i f o r m a statale e indirizzi politici » (1920-1922). I n questo secondo viene ripubblicato per intiero K Popolarisino e Fascismo D. F u scritto i n gran parte nel 1923, d o p o che avevo lasciato la segreteria politica del partito, con l'intento d i fissare i dati più caratteristici del popolarismo sia in rapporto alla vecchia classe dirigente e ai socialisti, i quali per la pregiudiziale antiborghese n o n vollero partecipare al governo, sia in opposizione al movimento nazionale fascista sorto con intenti dittatoriali. Può dirsi oggi essere quella la testimonianza d i u n combattente, debellato m a n o n v i n t o ; ancora sulla breccia e pur alla vigilia d i prendere la via dell'esilio. I l v o l u m e , edito da Pietro Gobetti che lo sollecitò, ebbe fortuna e fu seguito d a Pensiero antifascista. A p i ù d i u n trentennio d i distanza e con problemi e orientamenti politici tanto diversi, rimangono ancor vive la i m p o stazione politica del popolarismo e la i m i t a polemica per la libertà e contro lo statalismo. Rimane anche viva per la lunga crisi economico-sociale derivata n o n tanto dalla povertà delle risorse nazionali quanto dall'incapacità della vecchia classe dirigente a comprendere i l nesso indissolubile fra problemi economici e problemi sociali, nonchè per la insistente tendenza socialistoide a u n a politica classista orientata verso la cosidetta dittatura del proletariato, ma realizzata con l'interventismo statale a vantaggio d i caiegorie profittatrici. sostenute da partiti, da corporazioni e da gruppi interessati. Il popolarismo f u un'esperienza c h e , a parte il passeggero fenomeno settennale italiano (gennaio 1919 novembre 1926).

-

-


s'irlseriva nel dopo-guerra nella scia delle attivitĂ dei cattolici europei, come uno dei fatti storici piĂš significativi. Gli aspetti politico-storici di tale partito vengono illustrati in questo volume dalla interessante Introduzione d i Gabriele De Rosa. Roma, 8 aprile 1956.


INTRODUZIONE DI

GABRIELE DE ROSA

Ancora oggi, se si vuole un testo che renda chiaro che cosa sia stato il popolarismo, che consenta di conoscere la sostanza politica e ideologica di quel complesso fenomeno politico, rappresentato dalla nascita e dalla vita del P.P.I., bisogna ricorrere al volume degli scritti e dei discorsi di Luigi Sturzo, edito per l a ' p r i m a volta da Pietro Gobetti, nel 1924, con i l titolo Popolarismo e fascismo. Volume di testimonianza etica e di documentazione politica; volume, cioè, dove la passione politica, condensandosi nella difesa, contro il fascismo, delle ragioni di vita essenziali e autonome del primo partito laico moderno, fondato da cattolici, raggiunge anche il massimo di tensione etica. Sebbene il libro sia composto da articoli e da discorsi, di varia data e di vario momento politico, le sue pagine conservano, nel complesso, una unità di tempo e di tono, che dà ad esso la dimensione e la forza d i u n dramma: i l dramma appunto di u n partito che, nato da una prepotente e insopprimibile esigenza di promuovere i l superamento, i n modi di più moderna e larga laicità, dell'idea stessa di stato, quale era stata sostenuta dal liberalismo risorgimentale, e dalla volontà ferma di dare u n contenuto e una base più ampia e civile alle moderne libertà politiche, seppe resistere a tutte le intimidazioni, a tutti i tentativi di corrompimento politico, seppe sopportare, secondo la sua vocazione storica di intransigenza, le pressioni e gli inviti dei clerico-moderati a disarmare, e i tradimenti dei conservatori nazionali, desiderosi di dare a l fascismo prova incondizionata di comprensione per le sue « finalità nazionali ». Partito, i l popolare, che, pure possedendo una propria carta program-


.

matica, ispirata alle migliori tradizioni della democrazia cristiana (abbattere l'accentramento statale, ridare coscienza giuridica agli organismi naturali, rinvigorire il senso di responsabilità e la capacità di intrapresa delle energie individuali, potenziare i l societarismo ginevrino ecc.), non riuscì a realizzare compiutamente, e come avrebbe voluto, nessun punto del suo programma, ma dovette combattere tenacemente, per difendere la propria personalità politica, prima, contro la democrazia giolittiana, che con la sua concezione individualistica e clientelare della vita parlamentare, non ammetteva un organico funzionamento dei gfuppi e la dinamica moderna dei partiti di massa; poi contro il fascismo, che, inutilmente, si sforzò di ridurre ad organismo clericale, subordinato alla sua volontà, il partito di Luigi Sturzo. Partito dunque, potremmo dire, che ebbe carattère eminentemente di resistenza: resistenza verso il socialismo massimalista, che con le sue manifestazioni estremistiche dopo il congresso d i Bologna, sembrava volesse travolgere, con una violenza sindacalista sistematica, l'ordinamento costituzionale dello stato insieme con i l potere delle vecchie classi dirigenti della borghesia; resistenza verso la democrazia giolittiana, che tentò, prima con le buone poi con le cattive maniere (blocchi nazionali del 1921), d i fiaccarne lo spirito intransigente; resistenza verso il fascismo, la più dura e la più difficile di tutte le resistenze, perchè questo, per sottomettere il partito popolare, non esitò a ricorrere a tutte le armi possibili: alla intimidazione, alla persecuzione, all'assassinio, alla distruzione delle sedi ; poi alla corruzione, alla diffamazione, alla pressione anche sul clero, a l quale fece intendere che ogni possibilità di una sistemazione della u questione romana )) era ostacolata dalla presenza del partito popolare. Un complesso, dunque, di circostanze obiettive e d i condizionamenti politici che impedirono al partito un vero dispiegamento programmatico dei suoi principi; che dettero alla sua battaglia parlamentare, un aspetto sempre più pesante e compromissorio, per evitare, da un lato, d i essere confuso obiettivamente, con la opposizione sovversiva, dall'altro, per la necessità d i assicurare una continuità, una base parlamentare ai governi del periodo prefascista. XIV


Che il problema della difesa contro l'attacco fascista, del resto, abbia costretto il partito popolare, ad un determinato momento, ad abbandonare o a porre in secondo ordine le preoccupazioni parlamentari e a concentrare ogni sforzo nella riaffermazione dei titoli originali e irrinunciabili della propria vocazione politica, venne riconosciuto esplicitamente a più riprese da Luigi Sturzo: « Gli avvenimenti dell'ottobre 1922 hanno attenuato la importanza dei gruppi parlamentari ed hanno rivalutato la pubblica opinione fuori dal campo parlamentare. I n questo senso la posizione dei popolari è più libera da preoccupazioni di equilibrio parlamentare e di continuità governativa, e può riprendere il suo punto di partenza indicato nel primo appello del gennaio 1919, cioè la lotta contro lo stato accentratore e panteista e per le autonomie e le libertà, come termini ideali e reali della vita dei popoli e del loro sviluppo democratico. n (pag. 47). Quattro problemi sono affrontati negli scritti di questo volume: 1) impostazione del popolarismo; 2) il cosidetto veto a Giolitti; 3) i l P.P.I. di fronte al fascismo (congresso di Torino); 4) il P.P.I. e il clerico-moderatismo. Sin dalle prime p ~ g i n eè definito i l significato « saliente n della fondazione del partito popolare: di avere portato la corrente cattolica, ufficialmente e senza sottintesi, a partecipare alla vita politica dell'Italia ». ~ f f e r m a i aancora Luigi Sturzo: « I1 partito popolare italiano parve e fu il reale pubblico e leale avvicinamento dei cattolici italiani alla nazione e allo stato; e la caduta completa del non expedit tolse l'ultima barriera di carattere religioso-politico che, separandoli dalla nazione, lasciava alla discrezione dei vescovi la possibilità di accedere alla vita parlamentare del proprio paese. » (pag. 181). Aggiungeva poi il leader popolare: « Se il partito popolare abbia commesso degli errori di tattica e di orientamento, lo dirà la storia; nessun partito, del resto, come nessun uomo che agisce nel campo della pratica, va immune da errori. Certo il partito popolare ha tentato e per quattro anni ( u n tempo non breve) ha realizzato il sogno dell'unità politica dei cattolici italiani sopra u n programma democratico ispirato alle idealità cristiane n. Dunque, il popolarismo n-on sol-


tanto rappresentò la via, i l mezzo politico, costituzionale e aconfessionale (*) con il quale i cattolici incominciarono a partecipare, con responsabilità dirette e con preciso impegno programmatico, alla vita politica dello stato unitario; ma ha anche rappresentato il modo politico con il quale i cattolici accettarono il terreno della democrazia, liberi da prevenzioni o suggestioni strumentalistiche, e con la convinzione che in esso avrebbe potuto fruttificare i l seme delle idealità cristiane. Perchè si apprezzasse la u novità del popolarismo, perchè si intendesse esattamente ciò che Luigi Sturzo e i suoi amici affermarono fino dal lontano 1919, sono occorsi quasi trenta anni. E non è detto nemmeno oggi che sia univocamente ammesso dagli storici i l carattere libero e moderno del partito popolare, che prese per insegna il motto « Libertas 11. Guglielmo Ferrero, scrivendo nel 1923, rappresentava con queste parole lo stato d'animo, fatto di sorpresa e perplessità, con il quale venne accolta la notizia che i l partito popolare era entrato in parlamento, dopo le elezioni del 1919, con 100 deputati: « Se domani le gazzette annunziassero che nella notte si è aperto.un cratere sulla vetta del Gianicolo, i romani proverebbero una sorpresa simile a qudlla provata dal maggior numero di loro, quando una bella mattina comparve in parlamento i l partito popolare, £orte di cento mandati. Chi ne aveva mai sentito parlare? )I A dire il vero, prima delle elezioni politiche del '19, del partito popolare si era parlato sulla stampa liberalborghese e socialista. Ma i termini non si possono definire nè corretti nè intelligenti. V'era chi allora affermò di non vedere nel P.P.I. nulla di nuovo o chi sostenne che si trattava, i n fine dei conti, di cosa vecchia, cioè, di « una truccatura del clericalismo, spinto dai

(*) Fu adoperato, ailora, il termine aconfessionale per indicare l'indipendenza politica da organizzazioni ecclesiastiche o d'azione cattolica. Oggi diremmo, laico, senza accentuarne i l vecchio spirito anticlericale. Ma in quegli anni il termine laico, conservava pnr sempre quel significato ideologico anticlericale conferitogli, nel corso del risorgimento, dalla tradizione liberale.

XVI


tempi ad assumere vesti ed atteggiamenti moderni per salvare la vecchia sostanza P. (Giornale del popolo, 21 gennaio). Altri si rallegrò perchè ritenne che con la fondazione del nuovo partito, la borghesia avesse finalmente 'guadagnato un nuovo partito dell'ordine (La Perseveranza, 23 gennaio 1919). Altri si ostinò a vedere nel P.P.I. una longa manus del Vaticano o almeno un partito che rimaneva in posizione equivoca, indeciso nella scelta tra l'Italia e il Vaticano (La Tribuna, 12 marzo 1919). u Nel momento i n cui si parlerà della questione romana, la coscienza degli italiani appartenenti al partito popolare si troverà in estremo imbarazzo, perchè il conflitto fra gli interessi materiali del Vaticano e quelli dell'Italia è evidente » (La Tribuna, 22 marzo). I giolittiani, in genere, mostrarono subito difidenza e sospetto nei confronti del partito popolare, a causa della sua intransigenza elettorale e politica, annunciata sin dai primi atti. I1 giolittismo aveva concepito il rapporto col mondo cattolico, sul -terreno politico, unicamente nei modi posti dal patto Gentiloni, modi che avevano consentito ad esso di trattare con il socialismo turatiano con margini di sufficiente sicurezza, vale a dire, senza il timore di perdere la egemonia dello stato, dopo la concessione del suflragio universale. Adattarsi all'idea, accettarla e capire che dal movimento cattolico intransigente era sorto un partito autonomo, laico e costituzionale; che il gentilonismo era stato vinto e battuto dalla tradizione democratica cristiana e da quella guerra mondiale, che aveva scosso dalle fondamenta il delicato edificio degli equilibrismi parlamentari gioliitiani, era chiedere troppo alla borghesia liberale dominante, pronta, come scriveva il Missiroli di Una battaglia perduta, a evocare gli spiriti magni del risorgimento, le tradizioni della destra storica e persino il martoriato spirito di Giordano Bruno. u Di fronte alle pretese di un liberalismo vecchio stile, che concepisce il partito popolare come elixir di lunga vita, come uno strumento servizievole, come una riserva di voti per la politica reazionaria, è naturale che il partito popolare difenda più che una posizione parlamentare, la sua stessa possibilità di vivere come partito auton o m o ~ .Parole che fanno dimenticare le altre, del Missiroli


delle Opinioni: essere il pariito popolare rispetto alla chiesa quello che è Tersite rispetto ad Achille. Dove si riaffaccia una vecchia idea, propria del « liberalismo vecchio stile »: che il cattolicismo militante fosse una specie di cattolicismo minore, preoccupato d i vivere alla giornata, e, per sua natura e costume, u servizievole D. Giorgio Sorel, anch'egli sorpreso dal forte numero dei mandati popolari, credeva d i trovarne le ragioni nel sentimento dell'elettorato, che aveva voluto premiare quei partiti che avevano avuto il « coraggio d i prendere le parti della povera gente contro gli sfruttatori d i guerra a. Ma poichè i popolari non volevano saperne d i coalizione con i socialisti massimalisti, Sorel aggiungeva, stizzito: « I n conclusione i popolari non hanno dimostrato nessuna originalità. I1 socialismo italiano è molto superiore ad essi I popolari dovranno rinunciare a vedere realizzato il loro programma scolastico; e forse tutti gli interessi della chiesa finiranno coll'essere difesi peggio adesso che nel tempo in cui i popolari non esistevano ancora ».L'articolo di Sorel venne pubblicato il 6 gennaio 1920 sul Resto del Carlino, poi raccolto nel volume L'Europa sotto la tormenta (pag. 67), curato dal Missiroli, tra l'altro e a momenti, anche soreliano. Dunque, due disegni egualmente sbagliati: che il partito popolare fosse un partito d'ordine, un partito del moderatismo clientelare giolittiano, o che esso dovesse essere una forza sindacalista cristiana, che avrebbe dovuto convergere verso le posizioni del socialismo. In realtà, illusioni sindacaliste a parte, quanto il socialismo fosse lontano da assumere atteggiamento di intelligenza politica, che potesse consentire una libera e promettente intesa tra i due partiti, lo dimostrò il Serrati. Egli vide nel popolarismo niente altro che u una nuova edizione del vecchio partito cattolico, del quale 'ha quindi da sopportare tutte le responsabilità di carattere politico di fronte alla guerra » (Avanti!, 27 maggio 1919, edizione milanese). I1 che, forse, nemmeno Sorel sarebbe stato disposto ad affermare. Gramsci intuì che il popolare era un partito nuovo, una forza autonoma, di liberazione dal passato, incarnato u diffusamente nelle grandi masse ».Ma sbagliò nello spiegarlo secondo premesse idealistiche, che dovevano impedirgli d i afferrare la vera

...


natura riformatoria, si, ma non protestantica, di rappresentatività organica d i forze sociali prima disperse in una molteplicità di interessi economici locali, ma non esclusivamente, nè soltanto questo (*). Egli considerò, inoltre, il popolarismo come strumento provvisorio di un'organizzazione destinata a lavorare obiettivamente per fatalità storicistica, a favore del movimento socialista, quindi come forza che doveva essere assorbita, u n giorno, dal partito della classe operaia. Valutazione, invero, che risentiva d i quel clima, di quella mentalità attualistica che impregnò un po' tutta la cultura dell'epoca, per cui il movimento cattolico venne, in genere, inteso come una specie di idealismo inferiore, come momento d i un determinato processo dialettico. Con maggiore verità, invece, Piero Gobetti, riconosceva che la posizione di Sturzo fu la prova più chiara che si sono elaborate tra i popolari, idee politiche e stati d'animo, che non è possibile confondere col vecchio clericalismo I1 clericalismo era stato una letteratura di nostalgia, e, nei suoi termini sociali, l'origine d i una tecnica di diplomatici Di fronte alla chiesa le sue abdicazioni e concessioni furono meno gravi di quelle alle quali si adattò Mussolini » (**). I1 popolarismo d i Sturzo piacque a Gobetti non solo per la sua intransigente etica, per il suo carattere morale, ma perchè la sua azioiie politica tendeva a fare agire delle coscienze, a suscitare in maniera metodica e coprendoli con un vivace concretismo riformistico, i problemi più vivi e più profondi dello sviluppo e dell'arricchimento spirituale delle libertà che rimasero sempre la ragione prima della nascita del nuovo partito. Appena, dunque, venne annunciata la fondazione del partito popolare, le vecchie classi dirigenti, superato il momento della sorpresa, mostrarono insufficienza e povertà d i giudizio politico e culturale nell'affrontare il nuovo partito. I n genere, preferirono ricorrere, nell'interpretarlo, ai vecchi schemi delle .ideologie positivistiche ottocentesche. Nel passato, la borghesia libe-

...

...

(*) L'Ordine nuovo, lo nov. 1919, n. 24, sotto la rubrica « La settimana politica », ora in L'Ordine nuovo, Torino, 1954, pag. 281. (**) P. Gobetti, La Rivoluzione liberale, Torino, 1948, pag. 86.


m

.

rale aveva conosciuto: u n movimento cattolico organizzato rappresentato dall'opera dei congressi, accusata dalle circolari del D i Rudinì d i sovversivismo e gravemente colpita durante i fatti del maggio '98; u n movimento democratico cristiano, assai vivace, entusiasticamente impegnato nelle lotte sociali accanto agli operai e a i contadini, movimento che aveva rotto con'la mentalità conservatrice dei vecchi intransigenti della maniera scottoniana, e che aveva elevata a sua bandiera la Rerum Novarum. Di questo movimento fece parte Luigi Sturzo (dal 1898 al 1906) fino a che il Murri non si impegolò nella avventura modernista, awentura, per altro, di poca .consistenza politica e spirituale, che in pochi anni svanì, i n seguito anche alla severa condanna d i Pio X. La borghesia liberale aveva, infine, conosciuto u n movimento clerico-moderato (fu l'unico che apprezzò), sviluppatissimo nelle regioni settentrionali, che aveva costituito la forza di riserva della democrazia giolittiana per contenere e controllare il movimento socialista. Ora il . l 8 gennaio 1919, appariva u n partito che indubbiamente era i l prodotto della evoluzione d i certi gruppi cattolici, ma che non era e non si presentava come cattolico; u n partito che si richiamava ai principi della democrazia cristiana, ma che democrazia cristiana non era ;un partito che aveva tra le sue file esponenti del vecchio movimento clerico-moderato, ma che clerico-moderato non era, non solo, ma che si presentava come avversario tenace di tutte le pratiche d i gentiloniana memoria. Si sarebbe tentati di credere che un partito così fatto, inedito come concezione e come impianto politico e organizzativo (fu il primo partito che ebbe struttura moderna, con una rete estesa e capillarmente profonda di sezioni, che dipendevano dal centro, e perciò sottratte, nella maggior parte, alle influenze clientelari locali, con la figura d i un segretario politico che aveva l a somma responsabilità della direzione del partito), sia stato unicamente il frutto della genialità di u n prete, dotato di singolari capacità di sintesi politiche. Indubbiamente, senza la personalità d i Luigi Sturzo, sarebbe. impossibile spiegare ciò che fu il popolarismo: l'uomo contò molto nella caratterizzazione programmatica e politica del par-

.


tito, e, ancora di più, nella scelta del momento e del modo con il quale le forze cattoliche uscirono dal chiuso delle loro tradizionali posizioni particolaristiche e si affermarono come movimento autonomo e moderno, alla pari degli altri partiti. Senza la lettura degli scritti di Luigi Sturzo non si potrebbe comprendere come molti cattolici, fedeli alla disciplina ecclesiastica, che agivano sul terreno politico, abbiano potuto compiere un sì grande passo, abbiano potuto superare, senza residui romantici e neoguelfi, quel complesso di inferiorità nel quale erano vissuti lungo il periodo risorgimentale. Resta però, comunque, da spiegarsi da quale passato e da quali esperienze politiche Luigi Sturzo trasse la forza per l a costituzione del suo partito, resta da spiegarsi su quale terreno e in quali forme gli riuscì di realizzare quell'operazione politica, che condusse all'appello a tutti gli uomini liberi e forti, e quindi alla fondazione di un organismo politico, che fu 'moderno, e salvando pertanto la verità più profonda del Sillabo, vale a dire della tradizionale intransigenza cattolica. Molti atti del partito popolare, e quindi molte delle cose che si leggono in queste pagine, non si apprezzano dovutamente se l'esperienza popolare non viene storiograficamente collocata secondo i termini originali, che le furono propri. Insomma, se si commette l'errore d i intendere il popolarismo come ultimo termine, poniamo caso, della cosidetta corrente cattolico-liberale, si fa chiaro come rimanga incomprensibile e, anzi, si possa giungere a condannare l'atteggiamento che esso tenne dinanzi alla democrazia giolittiana. Per questo, noi affermiamo che per avere una visione corretta di ciò che h il popolarismo, per afferrare il suo valore storico peculiare, occorrerà sempre rifarsi al periodo della sua lenta ma sicura elaborazione; occorrerà ricordare gli anni del lavoro duro, perseverante di Luigi Sturzo, anche se poco appariscente e privo di grandi awenimenti e di importanti date, attraverso i quali vennero liquidati e I'ibridismo politico-religioso del primo movimento dei cattolici organizzati e della stessa democrazia cristiana, e la condizione d'inferiorità politica del clerico-moderatismo, ristretta a puro elemento d'ordine, massa di manovra per l a classe dirigente giolittiana.

,


I1 primo testo fondamentale per la formazione del partito popolare è, come è noto, il discorso d i Caltagirone del 24 dicembre 1905. (*). È lo stesso Sturzo a indicarcelo, proprio nelle prime pagine d i questo volume, laddove si richiama all'intervista concessa al marchese Crispolti, qualche giorno dopo la pubblicazione dell'appello a tutti gli uomini liberi e forti. I n questa intervista, che apparve su Il Messaggero (29 gennaio 1919), Luigi Sturzo affermava che sino dal 1905 egli aveva sostenuto la necessità del partito nazionale, che non poteva definirsi cattolico perchè un partito cattolico come tale non può esistere a. Riprendiamo per qualche momento questo discorso: osserveremo, anzitutto, che esso, a sua volta, è la conclusione di una precedente elaborazione, che aveva 'consentito al Nostro di accogliere con prospettiva diversa anche da quella di molti seguaci dello scuola murriana, la sconfessione dell'opera dei congressi. Quando l'azione cattolica venne colpita, il 30 luglio 1904, dalle gravi sanzioni d i Papa Sarto, Luigi Sturzo fu tra i pochi, se non il solo, a rilevare la giusta portata politica del provvedimento: la decisione papale aveva stabilito « u n a specie di stacco organico tra movimento nazionale civile e sociale e movimento religioso 1). Per quanto potesse dispiacere, lo scioglimento dell'opera, in ultima analisi, era provvidenziale e positivo. u E da quando la lettera circolare del cardinale Merry del Va1 sciolse il comitato generale dell'opera dei congressi - disse Luigi Sturzo nel discorso del 24 dicembre 1905 a Caltagirone - si andò compiendo una vera trasformazione nella psiche dei cattolici: le nostre forze militanti, nello sfasciarsi del vecchio organismo e nel vedere sostanzialmente limitata l'attività delle associazioni cattoliche al movimento religioso, cominciarono a riacquistare la coscienza chiara dell'ibridismo costituzionale della organizzazione dell'opera dei congressi, e la conseguente impossibilità d i raggiungere in essa una posizione qualsiasi di partito nazionale » (**). (*) Se ne legge il testo in I discorsi politici di L. Sturzo. Roma, 1951, pag. 351. (W) L. Sturzo, op. cit., pag. 360.


Affermazione assai importante, se si considera il momento i n cui venne fatta. I1 campo cattolico era a rumore, per la fine dell'opera: speranze erano andate deluse, il Ia'voro della democrazia cristiana, che aveva mobilitato le energie dei giovani dietro i l programma d i una riconquista cristiana della società, quale scaturiva dalla Rerum Novarum, sembrava frustrato; il clericomoderatismo bloccardo perdeva ogni pudore, e, non più raffrenato dalla pressione intransigente, veniva compromettendo ciò che di valido aveva rappresentato nel passato la protesta astensionista. Molti giovani, e tra essi il Murri, credettero di potere reagire alla nuova situazione, procedendo immediatamente alla riorganizzazione della democrazia cristiana. Luigi Sturzo, al contrario, pure ritenendo che, in linea generale e di principio, l a decisione di Pio X rendeva possibile la distinzione, « lo stacco n del movimento politico da quello religioso dei cattolici militanti; pure comprendendo che, obiettivamente, della nuova situazione si sarebbero avvantaggiati i clerico-moderati, cercò di dissuadere gli amici dall'impegnarsi immediatamente sulla via della costituzione del partito politico. Forse le idee già c'erano, ma i tempi non erano maturi: occorreva « senno, maturità, prudenza, visione esatta dell'avvenire in coloro che assumevano la responsabilità delle iniziative », le quali iniziative non avrebbero dovuto più in alcun modo « contribuire alla creazione d i organismi ibridi, che all'urto sarebbero venuti meno » (La Croce di Costantino, l 4 agosto 1904). E a chi lo invitava a par~ecipareal lavoro per la formazione del partito, Luigi Sturzo rispondeva con una esplicitezza che era anche il segno di una valutazione ben precisa del momento. politico: a un nuovo tentativo di organizzare il partito D.C. D non doveva avvenire « dopo le esperienze del passato ». È necessario - egli aggiungeva - che molta acqua passi sotto i ponti, prima che si parli in Italia di riorganizzare il partito cattolico. Secondo me, è bene che sia caduta l'opera dei congressi, anche con Grosoli; che sia caduta la D.C., autonoma o no, non importa, che sia caduto i l non expedit. Ora per un PO' di tempo raccogliamoci a pensare sulle rovine del passato e del presente,


prima d i affrontare organizzazioni che riescono chiesuole n (*). Documento significativo, perchè ci dice che Luigi Sturzo non avrebbe mai costituito il partito nazionale contro o i n opposizione alla chiesa cattolica. I1 problema non era affatto quello che riteneva il Murri: che ormai i cattolici erano indipendenti e potevano agire liberamente sul terreno politico. Questa avrebbe potuto essere la risposta d i un laico di educazione, liberale e democratico-giolittiana, per il quale la chiesa e lo stato, la società politica e la società religiosa sono due parallele che non si incontrano mai. I1 concetto di laicità e quindi il principio stesso del partito nazionale, laico e moderno, non aveva nessun carattere esclusivista in Luigi Sturzo: società politica e società religiosa non coesistevano come corpi separati, ma erano dimensioni necessarie, per quanto distinte, di una stessa società civile. Essere laico, per un cattolico che voleva agire sul terreno politico, non voleva dire che dovesse lasciarsi alle spalle o riservare al foro della coscienza la realtà istituzionale del mondo cattolico, ma che i problemi d i questa realtà dovesse riguardare e tradurre opportunamente e correttamente in problemi moderni dello sviluppo della società civile e dello stato. I n altre parole, nei confronti del Murri, il futuro fondatore del partito popolare rivelava veramente una disposizione, un atteggiamento culturale di più ricca profondità storica: la politica, per Luigi Sturzo, non fu mai pura opposizione, chiusa, integralistica, non fu mai affermazione di tesi clericali o di tesi laicistiche, ma fu sforzo costante di nuova sintesi politica, che doveva trascendere la concezione clericale, non ignorando però o rifiutando le ragioni del mondo ecclesiastico. I1 partito nazionale doveva sorgere, pertanto, non prescindendo dalla realtà, dalla condizione storica obiettiva della Chiesa in Italia, e come elemento di un rapporto dinamico, dialettico tra le istanze di libertà, irrinunciabili, del mondo cattolico e quelle dell'autonomia, dell'indipendenza da ogni investitura, dello stato moderno. (*) Da una lettera di L. S. a G . B. Valente, datata da Milano 25 maggio 1905, sette mesi prima, dunque, del noto discorso di Caltagirone. Riporto la lettera, per gentile concessione degli eredi Valente.


Ben quattordici anni, durò, dunque, l'attesa di Luigi Sturzo, e quattordici anni sono davvero lunghi e pesanti per chi soprattutto aveva chiarezza d i idee politiche, per chi fino dal 1905 si era prospettata la linea del futuro partito, così come poi sarebbe stata, per chi aveva fatto già critica compiuta del passato, critica dura, severa verso sè stesso, verso gli amici e verso le organizzazioni in cui fino a ieri aveva militato, pure con tanto ardore e con tanta fede. Eppure Luigi Sturzo sapeva che se allora egli avesse tentato la via del partito avrebbe commesso errore, errore irreparabile non tanto perchè sarebbe incorso nella condanna ecclesiastica, quanto perchè al partito sarebbe mancata una condizione essenziale per essere partito in senso pieno e rigoroso, come egli avrebbe voluto: gli sarebbe mancata alle spalle la forza della unità del mondo cattolico, gli sarebbe mancato quel consentimento, quell'aderenza ecclesiastica che dovevano dare profondità e robustezza politica al partito medesimo, che dovevano farne appunto il luogo della convergenza obiettiva di speranze e di promesse di un rinnovamento civile e politico, che finalmente non avrebbe mai più implicato un'utilizzazione praticistica ed elettoralistica dell'istituzione ecclesiastica, e avrebbe sicuramente distaccato i cattolici dal vaneggiamento degli antichi assetti preborghesi o dal loro angoscioso isolamento i n una comunità civile nazionale, che si era compiuta malgrado loro e contro loro. Ciò non voleva dire, come volgarmente venne inteso e come insinuò la stampa socialista e liberalborghese dell'epoca, che il partito popolare sorse dietro ordine del Vaticano ed era strumento del Vaticano: i fatti, la realtà hanno invece dimostrato che se mai vi fu partito che, in nessuna maniera, fu vincolato alla organizzazione ecclesiastica, se mai vi fu partito di cattolici che agì liberamente, questo fu proprio il partito popolare. Esso nacque e operò lungo una strada d i autentica libertà e fu guidato da una interiore, altissima e scrupolosa fedeltà teologica alle ragioni fondamentali dell'unità del mondo cattolico. In altre parole, il partito di Sturzo seppe infondere nel mondo cattolico la certezza che, al di là d i tutte le programmazioni sociali ed economiche, il popolarismo era espressione sintetica della volontà d i affermazione di un principio di laicità moderna


e di libertà, che organicamente comprendevano le ragioni naturali e tradizionali d i vita della Chiesa. E fu proprio questa capacità espressiva sintetica a dare &ionomia singolare e omogenea al partito popolare. Lo Jacini, accettando il punto di vista della stampa liberale dell'epoca, ritenne che i postulati programmatici del partito popolare fossero troppi, e pletorici. Ma egli dimenticò, e la stampa liberale non vide, che quel programma popolare non fu pura elencazione concretista d i postulati, ma fu insieme d i principi che discendevano da un medesimo spirito rinnovatore, da una stessa votazione d i libertà, da una stessa fedeltà al patrimonio della intransigenza democratica dei cattolici. . Dell'esemplarità del popolarismo, d'altra parte, si ha ulteriore prova, considerando per un momento la sua composizione interna. Si pensi, così, ad alcune delle sue piii vivaci ed intemperanti correnti, alla a migliolina n ; si pensi alla vivacità dei congressi e dei consigli nazionali del partito, al cui con£ronto quasi impallidiscono i congressi della democrazia cristiana di questo secondo dopoguerra. Sembra incredibile che le diverse tendenze potessero essere tenute insieme e potessero ritrovare una loro unità espressiva ed organica. Eppure, migliolismo, clerico-moderatismo non poterono in nessun momento pretendere d i giungere al livello d i una espressività politica, tale da sostituirsi o mettere in minoranza il popolarismo, forse proprio perchè il popolarismo non fu mai tendenza o corrente di partito, come normalmente si intende, ma fu fenomeno d i peculiare intelligenza capace d i richiamare continuamente i cattolici, sul piano politico, alla coerenza e alla fedeltà con quella vocazione d i libertà e di rinnovamento civile che, per unanime consenso dei suoi medesimi oppositori, solo Luigi Sturzo sapeva esprimere, senza veruna indulgenza modernistica, ma con l'entusiasmo e la fede dei rinnovatori. Scomparsa l'Opera dei congressi, individuata la linea di impostazione e d i sviluppo del futuro partito costituzionale e democratico, ispirato alle idealità cristiane, ma accertata anche l'inopportunità, per quanto si riferisce al tempo, di una sua pubblica e dispiegata presentazione, come Luigi Sturzo riuscì


'

a conservare intatti, nonostante l'invasione dei metodi elettorali del clerico-moderatismo, i presupposti intransigenti del partito? Come egli riuscì a conservare la parte migliore e più concreta del patrimonio democratico cristiano, che pure era sembrata definitivamente compromessa dalle tendenze modernistiche? Come, infine, potè mantenere viva tra i cattolici la lezione delle trascorse esperienze politiche e sociali, e delle lotte combattute contro il centralismo statalistico? Dopo la fine dell'opera dei congressi, Luigi Sturzo ritenne che, messi da parte i grandi programmi, si dovesse però dare « u n colpo alla concezione dei vecchi quadri e delle vecchie formule 1). Non era il momento di pensare a nuovi organismi politici: era s d c i e n t e , nella nuova situazione, mettere su degli « uffici generali », creati da una forza intrinseca al movimento del cattolicismo militante e non esternamente, dal di fuori. Egli così esponeva il suo piano all'amico Valente, nella lettera già citata: «Passi il secondo gruppo generale come segretariato delle opere economiche; le quali piano piano (come ho fatto io stesso) dovrebbero aderire alle federazioni nazionali d i Maffi e pigliarvi col tempo posizione. Nulla chiediamo, nulla speriamo dal secondo gruppo, tranne di quello che è o meglio d i quello che non è (*). Esso (com'è adesso) non potrà mai nè fortemente volere nè fortemente lottare: è un ufficio burocratico che può rendere dei servigi e che in certi casi può anche essere utile n. ~accomandava che la murriana società di cultura, dove egli' pubblicava, ancora nel 1906, le Sintesi sociali, continuasse ad essere « il centro del pensiero dei giovani D, ma smettesse la critica che in quel momento di anarchia e di confusione nel campo cattolico era « dannosa D, e si preoccupasse, invece, di (C trovare un terreno libero, e non ingombro del passato D. Manifestava poi il desiderio d i avere, « se fosse possibile n, un segretariato per l'organizzazione politica e amministrativa. A tale fine, egli rivelava (siamo nel maggio del 1905, otto mesi prima cioè del convegno di Firenze per la fondazione dei nuovi organismi d i azione cattolica) d i stare lavorando con i promotori dell'associa(*) Ii secondo gruppo era l'economico, presieduto dal conte Stanislao Medolago-Albani.


zione elettorale, la quale, a suo parere, avrebbe dovuto ((ridursi alle modestissime proporzioni di un d c i o d'informazioni e di affiatamento n. I n ultimo, egli proponeva di « intensificare l'azione locale in tutti i sensi, e creare, se possibile, coalizioni circondariali, provinciali e regionali delle opere omogenee o quasi, secondo le tendenze locali, sia pure conservatrici: meglio che non ipocritamente democratiche ». La lettera così terminava: « tutto ciò creerà lo spirito di partito, che ci manca, e che potremo avere solo quando ci saremo affermati nella vita amministrativa e politica, con una certa serietà; altrimenti arrischiamo di essere quattro gatti di buona volontà, che si azzuffano pro e contro l'autonomia, pro e contro l'opera dei congressi e giù di lì)). Non si può negare che il giudizio di Luigi Sturzo sulle forze e sulle concrete possibilità di azione del movimento cattolico fosse preciso e circostanziato: in questa lettera, in effetti, nulla di più era prospettato di operativo, di pratico di quanto la situazione potesse offrire, dopo la grave crisi del luglio 1904. Però, dello stesso programma minore di Luigi Sturzo, che cosa si realizzò? Gli « uffici generali vennero istituiti, ma non come egli li avrebbe voluti, cioè come manifestazione di una forza intrinseca del movimento cattolico, all'inverso, come imposizione dall'alto. Si ebbe così una Unione popolare, ricalcata esternamente secondo gli schemi del Volksverein germanico, ma priva dell'anima del movimento centrista renano. A infondergli spirito nuovo non bastarono certo le lezioni di Toniolo, che nominato presidente, cercò di imprimere a quel movimento una personalità. Ma come potevasi dare slancio ad un organismo nato in ambiente d i diffidenza e trattenuto da timori e da scrupoli cautelativi? Luigi Sturzo partecipò al convegno d i Firenze (febbraio 1906), dove vennero presentati gli statuti delle nuove unioni. La lunga discussione non approdò a farne modificare I'impostazione, e Sturzo, che sperava in un largo decentramento e nell'autonomia del nuovo movimento, decise d i non iscriversi all'unione popolare, pur restando a far parte, come membro a vita, dell'unione economica-sociale, il solo gruppo sopravvissuto allo sconvolgimento dell'opera dei congressi. Mentre però, l'Unione suddetta ebbe compiti limitati, la Unione elettorale,

...


che Sturzo avrebbe voluto si limitasse a compiti di informazioni, ebbe, invece, notevole sviluppo e si incamminò a consacrare quei blocchi clerico-moderati che, se creavano un'atmosfera di reciproca tolleranza e pratica convivenza tra la classe dirigente della borghesia liberale e il mondo cattolico, tale vanta,gm10 ottenevano con la subordinazione delle forze cattoliche alla politica giolittiana. Dopo avere protestato al congresso d i Modena del 1910 contro la linea delle alleanze perseguita dall'unione elettorale, Luigi Sturzo cessò per qualche tempo di farne parte, fino a che vi rimase a capo il conte qentiloni. I n questo periodo Luigi Sturzo svolse prevalentemente la sua attività in seno all'associazione nazionale dei comuni, attività che gli consentì di mantenere il contatto con i suoi, sui problemi classici del municipalismo cattolico: difesa della autonomia comunale yontro l'invadenza burocratica e prefettizia (*). Nel 1914, partecipò a Genova al convegno pro schola. Finalmente nel marzo 1915 Benedetto XV lo nominava membro della giunta diocesana di azione cattolica, nuovo organismo elle doveva dare a l movimento cattolico un centro di coordinamento. Venne eletto segretario della giunta, carica che egli conservò fino alla fine della guerra. (Luigi Sturzo presentò le dimissioni dalla giunta diret(*) Luigi Sturzo, per preparazione e temperamento, fa ben lungi dal condurre quel tipo d i polemica solamente ideologica verso lo stato liberale, d i cui si erano deliziati gli intransigenti di destra, dell'antica scuola del teologo don Margotti. Egli aveva introdotto tra i cattolici il tipo della polemica di dati, di cifre, di fatti, così come si ritrovava tra i liberisti alla Giretti, alla De Viti De Marco. Conosciiore preciso sino allo scrupolo, e come difficilmente è dato di incontrare, della macchina burocratica e amministrativa dello stato, sapeva muoversi con disinvoltura in tutta la complessa materia legislativa elaborata dal parlamento italiano, sin dalle sue origini. La Gazzetta utficiale, i bilanci dello stato furono sempre considerati da lui i più importanti documenti della volontà e delle tendenze della classe politica dirigente: sapeva leggervi dentro, nell'intrico degli articoli, come in un libro aperto di politica. E le sue osservazioni, anche in materia che poteva apparire assai arida, non erano soltanto tecniche, ma conducevano sempre i l lettore a valutazioni d i fondo sulla radice politica, che era dietro un regolamento, un prowedimento, prefettizio o ministeriale che fosse. Quando anche il rilievo tecnico non gli offriva l'occasione di ribadire quel principio del decentramento amministrativo, che fu uno dei cardini del programma popolare.


tiva nel gennaio 1919, , p e r togliere, come disse allora il conte Dalla Torre, presidente dell'unione popolare, a ogni' parvenza di identità di interessi e di responsabilità n fra partito e azione cattolica) (*). Durante la guerra, Luigi Sturzo fondava l'Opera nazionale per l'assistenza morale e religiosa degli orfani di guerra, alla cui presidenza veniva nominato don Luigi Boncompagni Ludovisi; l'associazione degli istituti privati di istruzione (presidente fu il Montresor) ; la confederazione italiana dei lavoratori e la confederazione delle cooperative. Una serie d i organismi che formarono la tessitura del nuovo e grande movimento d i riorganizzazione del movimento cattolico, che doveva sfociare nella fondazione del partito popolare. Organismi indubbiamente distinti nei loro scopi e nelle loro funzioni, ma obiettivamente e necessariamente cospiranti verso u n partito, che, sul piano politico, ne avrebbe dovuto rappresentare e coagulare l e diverse esigenze i n un'adeguata sintesi politica. A questa intensificata attività di Luigi Sturzo sul piano pratico, faceva riscontro, in questi anni, una più fitta attività pubblicistica. La creazione degli organismi, che abbiamo più su ricordato, era accompagnata da una fervida e sistematica pubblicazione d i articoli,. che avevano di mira un obiettivo: combattere la tendenza a l particolarismo, che era diventata u n po' abitudinaria tra i cattolici, dal risorgimento in poi, e che si era aggravata, dopo lo scioglimento dell'opera, come effetto della dispersione e della disorganizzazione del movimento. Anche dopo l'intervento dell'Italia nella guerra, la tendenza al particolarismo resisteva, per quanto, obiettivamente, proprio il fatto della guerra avesse concorso ad eliminare il diaframma esistente, come eredità negativa delle lotte ideologiche de11'800, tra la responsabilità del cittadino e le ragioni fondamentali della protesta cattolica. C Quello che si deve cercare da tutti - scriveva Luigi Sturzo - per vincere la tendenza a l particolarismo ed evitare le conse-

(*) u L'azione cattolica e le attività politiche n, in L'Osservatore Romano, 28 marzo 1919. Contiene la risposta data dal presidente dell'unione popolare, al terzo convegno delle giunte diocesane, sul problema dei rapporti tra le attività deli'U. P. e l'azione politica.


guenti discordanze, nel nostro movimento cattolico, è la visione più larga e più complessa della portata della nostra azione: si deve cominciare con il sentire che si fa parte d i un organismo nazionale, e che l'unione di tutte le forze i n un sol vincolo rende il centuplo » (*). Insomma, scriveva Sturzo, il problema era d i restituire ai cattolici un N centro unico, vitale, sintetico n. È vero che la guerra, d i fatto, favoriva l'incontro dei cattolici organizzati con lo stato: ma quest'incontro eliminava, rendeva superflua, forse, l'idea della costituzione di un partito su basi autonome, secondo ispirazioni che non avrebbero dovuto ritenere nè del liberalismo conservatore nè del socialismo materialista? Certamente, per la pubblicistica clerico-moderata, una volta superata la pregiudiziale neutralista, non vi era più bisogno di fondare un partito moderno, intransigente e aconfessionale: i cattolici non erano forse diventati buoni patrioti, non compivano in maniera esemplare il loro dovere, un loro rappresentante, Filippo Meda, non era entrato nel ministero Boselli? I n realtà, a ben guardare, nella stampa dell'epoca, era possibile distinguere questo diverso atteggiamento tra gli articoli di intonazione clerico-moderata e quelli di Luigi Sturzo: nei primi era dominante la preoccupazione di superare la tendenza neutralistica per inserire attivamente i cattolici nello schieramento delle forze nazionali; negli articoli di Sturzo la preoccupazione dominante fu che il maggiore e più responsabile intervento dei cattolici organizzati nella vita pubblica e la loro partecipazione allo sforzo bellico, non significassero subordinazione agli interessi della classe liberale, che aveva nelle proprie mani la direzione dello stato. Insomma, per l'intransigenza sturziana non bastò che si uscisse comunque dal particolarismo, ma che si uscisse in modo da dirigere il movimento cattolico verso la costituzione di un « centro unico, vitale, sintetico n, vale a dire verso il partito democratico, fondato su idealità popolari e cristiane, nemico come della ideologia liberalborghese, così d i quella del socialismo materialista. Scriveva Luigi Sturzo, in quello stesso articolo che abbiamo più su ricordato: u È bene anzitutto tener presente ed affermare (*) In Il Coniere d'Italia, 18 gennaio 1917. XXXI


che ogni nostra attività nel campo dell'azione cattolica deve servire a metterci i n grado di far valere i principi cristiani come fecondatori di civiltà e di progresso nella vita comune... Tutte le esplicazioni concrete non sono che mezzi necessari nel perenne divenire della vita, che è complesso d i forze morali e materiali, adatte alle vicende dei tempi e cozzanti nel necessario sforzo del bene contro il male, che nella vita stessa è insieme ombra e ostacolo, vincolo e stimolo. Di fronte all'apostolato dell'azione cattolica sta l'egoismo d i molti che cattolici si chiamano e che non sentono l'appello della nuova vita che si è formata con noi e attorno a noi, che ha chiamato operante ogni forza ed ogni energia. Perchè la costituzione presente del viver civile, che dà voce ad ogni elemento di che è composta, nella sfera delle libertà acquistate; che dà la possibilità di rappresentanza ad ogni classe e ad ogni interesse, h a reso doveroso l'intervento attivo di tutti i cittadini nella vita pubblica, ed ha reso condizione necessaria di vita i l contrasto di tutte le attività e di tutte le forze. D

In che misura contò il conflitto mondiale nella preparazione e nella fondazione del partito popolare? Quale fu il giudizio d i Luigi Sturzo sulla.guerra e come egli giustificò la necessità d i creare il partito, appena cessò sui campi d i battaglia il fragore delle armi? Occorre tenere a mente due discorsi: uno, meno noto, ma non perciò meno importante, pronunziato a Caltagirone, il 26 agosto 1917, e in precedenza a Catania, sulla Nota pontificia per la pace, e l'altro discorso, sui problemi del dopoguerra, pronunziato a Milano il 17 novembre 1918, da cui si sviluppò una larga polemica giornalistica, intramezzata da discussioni e interviste e lettere che portarono ad una prima riunione d i amici a Roma, dove si concretò l'idea della fondazione del partito. A questo secondo discorso assistette anche il cardinale Ferrari, di cui Sturzo soleva essere ospite, durante i suoi soggiorni milanesi. I1 cardinale, che aveva apprezzato l'accenno discreto di Sturzo alla soluzione della questione romana, credette che l'amico l'avesse concordato con la segreteria d i stato. Alla risposta negativa di don Sturzo, il cardinale Ferrari sog-


giunse: « Andate subito a Roma, e parlatene con chi d i dovere D. Don Sturzo venne a Roma, e parlò con il card. Gasparri, che argutamente gli chiese se sua intenzione era di fondare u n partito con Sonnino. (I1 Sonnino aveva voluto l'art. 15 del patto di Londra, con il quale si escludeva a priori qualsiasi intermediazione della Santa Sede). Don Sturzo, che non era affatto sonniniano, ebbe assicurazioni che il non expedit sarebbe stato tolto. I1 che avvenne nelle elezioni politiche del '19. dunque, cominciò, possiamo Con il discorso d i Milano (I), dire, la fase operativa della formazione del partito popolare. Luigi Sturzo, allora, sottolineò questi aspetti nuovi della situazione: per quanto riguarda la questione romana, egli notava che la terribile prova della guerra aveva mostrato che può concepirsi e rispettarsi un'autorità così elevata e grande, anche entro uno stato belligerante, senza temere scosse e traversie 1). « Clero e cattolici avevano potuto servire la patria, viverne i dolori e le gioie, dalle trincee agli ospedali, dalle chiese alle città, dal parlamento al ministero, senza venir meno all'ossequio di figli devoti della chiesa D. I1 problema del riconoscimento pratico dcl diritto della libertà e indipendenza religiosa della chiesa veniva posto in £orma nuova, dopo la scomparsa dei vecchi regni, legati ancora diplomaticamente alla Santa Sede: scompariva l'Austria del veto al conclave del 1903; non esisteva più la Francia concordataria, quella che poteva sfruttare ancora la questione romana contro un'Italia che ricordasse Tunisi e il Mediterraneo. I1 problema della chiesa rimaneva così più spiritualizzato nella concezione pubblica, più sentito dai cattolici del mondo intero, più vicino ai criteri d i liberti, invocata dai popoli. I cattolici dovevano combattere ogni tentativo della classe politica che deteneva il potere dalla unificazione in poi, di rappresentare il pontefice come nemico d'Italia. Questa classe politica era stata sconfitta dalla guerra, la sua egemonia volgeva al tramonto. Essa però avrebbe fatto del tutto per prospettare alle classi lavoratrici come diversivo, la rinascita del pericolo clericale, avrebbe cercato di confondere le acque e di nascondere il proprio deca-

(2)

L.

pagg. 32-58.

Sturzo,

Dall'idea al fatto, 2' ed., Bologna, Zanichelli, 1956,


dimento. I n realtà, dopo la fine della guerra, la rivalutazione dei valori morali e religiosi della società si poneva come problema di libertà: le vecchie classi dirigenti non avrebbero più potuto rispondere a tale aspettativa, in quanto esse sentivano soltanto l'ansia d i difendere le loro posizioni egemoniche e le antiche prerogative. Di qui scaturiva come necessario suggerimento: che i cattolici, liberi da ogni impaccio con il passato, dovevano prepararsi ad affrontare i gravi problemi della ricostruzione organica della società. I1 discorso di Caltagirone, d i due anni prima (*), conteneva nella parte generale, ii, giudizio sul declino delle vecchie classi dirigenti, che venne poi ripreso a Milano, e la convinzione che la fine della guerra avrebbe prodotto certamente una palingenesi. I1 conflitto mondiale - disse Luigi Sturzo - non era che i l culmine d i cento anni di politica borghese, del capitale sul lavoro, dello stato sugli organismi sociali, della coalizione degli stati per la conquista dei mercati e dei mari, per il predominio sui popoli e sulle nazioni. a Nel 1814 - affermò il futuro leader del partito popolare - credevano i regnanti e i diplomatici, che assisi al tavolo della conferenza internazionale, potessero chiudere la parentesi dell'impero napoleonico, e rifare la carta geografica dell'Europa su ,basi stabili e durature. La vecchia società monarchica, aristocratica e feudale era caduta insieme all'organizzazione corporativa; e le due forze nuove, caotiche masse informi - la borghesia e il proletariato - movevano nell'aringo della lotta, in base al principio della libertà tradotto in disgregazione inorganica della società, che costrinse ad assommare nello stato ogni autorità e ogni forza, i l valore dell'organismo sociale e la rappresentanza d i tutte le classi e di tutti gli interessi Lotta gigantesca fra la forza del capitale e la ragione del lavoro, che nella disgregazione corporativa divenne semplicemente merce soggetta all'oscillazione del mercato, oppressa dalla potenza soverchiante del capitale Così insieme la lotta politica per la libertà e la interna unificazione; quella economica e sociale per il predominio della classe più forte e più

...

...

(*) u Ii diecorso del Papa e la Società delle Nazioni a, in Il Corriere d'ltoliu, 18 settembre 1917.

,


procacciante; quella commerciale per la conquista dei mari e dei mercati, sintetizza tutte le convulsioni e le rivoluzioni che dal 1814 al 1870 diedero un nuovo assetto all'Europa costituzionale e proletaria La nazione armata e la lotta fra le nazioni per il dominio dell'avvenire, ecco il culmine di cento anni di politica borghese del capitale sul lavoro, dello stato sugli organismi sociali, della coalizione degli stati per la conquista dei mercati e dei mari, per il predominio su popoli e nazioni soggette. E questa borghesia è quella stessa, che in u n secolo d i rifacimento di nazionalità e di rispetto dei popoli non ha saputo trovare modo d i salvare dalle oppressioni polacchi e armeni, quella stessa che conosce le tribolazioni e le amarezze del popolo irlandese, quella stessa che oggi h a violato la neutralità belga, che ha incrudelito contro vittime innocenti della prepotenza e della neutralità elevata a diritto 1). Discorso, quest'ultimo, che ci dice di un'altra differenza profondissima che divideva la tradizione intransigente, che approdò al popolarismo, da quella clerico-moderata, che si adattò, in maniera acritica, nell'alveo della politica della borghesia dominante. Anche nel momento in cui, di fatto, si compiva la conciliazione dei cattolici con lo stato unitario, creato dal risorgimento, non venivano dimenticate da Luigi Sturzo, le ragioni fondamentali d i un'opposizione, che pure non nutrendo nessun rimpianto per le forme della vecchia società monarchica preborghese, avvertiva in maniera acuta e denunciava coerentemente i limiti di quel sistema liberalhorghese, che tendeva a ridurre tutte le libertà a, funzioni della libertà economica per la conquista di mercati di sbocco o di sfruttamento. La guerra segnava, dunque, il fallimento, la fine, il crollo dell'egemonia l i b e r a l b ~ r ~ h e s esegnava , la conclusione catastrofica di u n dominio di classe rivelatosi incapace di guidare i popoli e il proletariato verso un migliore avvenire. Una vera e propria palingenesi si attendeva Luigi Sturzo dalla fine della guerra: « il popolo, rifatto da questa immane guerra, che torna dalle trincee o che è vissuto nelle ansie della lotta, il popolo che nell'agone e nella lotta con la società borghese, già vecchia e traballante nei suoi cardini, la soppianterà in forza di principi sociali ispirati al cristianesimo da una parte e al socialismo dall'altra, il popolo saprà negare con la forza della

...

...

XXXV


nuova società che viene affermandosi, saprà negare le ragioni dei predomini armati D. E se è vero che la convinzione che la fine della guerra avrebbe condotto a una palingenesi della società civile era comune a tutta la letteratura antigiolittiana, se è vero che fu comune l'attesa di una rinascita che avrebbe dovuto coinvolgere le basi stesse della vita sociale, se netta era la sensazione che le masse, che avevano sostenuto il peso del conflitto, non avrebbero più accettata la ricostruzione d i uno stato secondo i modi liberalpaternalistici del periodo prebellico, va fatta radicale distinzione tra la palingenesi d i cui parlava e scriveva Luigi Sturzo e la palingenesi dei socialisti e l'altra dei nazionalisti. La palingenesi dei nazionalisti era la medesima cosa del papiniano « caldo lavacro di sangue », era cioè la esaltazione della guerra come necessità per liberare le far-ze genuine della borghesia dal clima corruttore, proprio dell'epoca giolittiana, dei compromessi con la democrazia, era la speranza che l'atto di guerra in se stesso avrebbe ritemprato e restituito energia e potenza alla borghesia come classe. Per il socialismo, la palingenesi doveva incominciare con l'espiazione delle colpe della borghesia, responsabile della guerra e delle conseguenze di essa. Poco importava se l'espiazione sarebbe stata lunga: essa, però, era inevitabile perchè rappresentava, come disse Treves, « l'inesor'abile corollario del delitto D. L'espiazione si sarebbe conclusa con la fine del ciclo di vita della borghesia, e con la conquista del potere da parte del proletariato. Per Luigi Sturzo, la palingenesi aveva i contorni di una società a ispirazione cristiana, nella quale il popolo avrebbe riacquistato, pure nell'ambito delle istituzioni moderne, ia sua forza organica, avrebbe ridato vigore alle autonomie degli enti intermedi, dal comune alle classi professionali. Palingenesi dunque, come visione, come presentimento di u n rinnovamento prossimo di tutt3 la società politica, dopo il fallimento della borghesia, che aveva avuto la responsabilità massima di avere trascinato i popoli alla guerra: ciò sentivano, con diversa mentalità finalistica, sia cattolici che socialisti; i cattolici con la loro acuta esigenza d i vedere realizzata una nuova e moderna società organica, non basata nè espressione di principi di lotta di classe; i socialisti con la loro volontà di raggiungere il u sol dell'avve-

'


nire N , esasperando i motivi della lotta di classe e realizzando la dittatura del proletariato. Quello che interessa, però, sottolineare, al fine di fissare, per cosi dire, gli aspetti, gli elementi costitutivi della sostanza politica e ideologica del popolarisrno, è il giudizio, la premessa critica fondamentale da cui moveva la corrente popolare, per affermare con forza il proprio diritto a partecipare alla direzione della cosa pubblica, con autonomia d i programmi e con funzioni originali: la vecchia classe politica dirigente volgeva ormai a l tramonto, una nuova classe politica stava per sorgere e per sostituirsi, in nome di idealità popolari, ai gruppi liberali che avevano mantenuto, per cinquant'anni, il monopolio del potere in Italia. L'idea del tramonto della vecchia classe politica dirigente fu punto fermo nelle premesse del popolarismo sturziano, fu la molla che dette a d esso una estrema tensione politica. La raffigurazione dei gruppi dirigenti liberali, quali che fossero, nittiani o giolittiani, incapaci di controllare la spinta delle masse popolari che premevano alla base dello stato, dava ai cattolici della tradizione intransigente e democratica l'impressione che si fosse giunti al momento di trarre l'attesa rivincita contro quel passato che portava il segno dell'avvilente patto gentiloniano (*).

***

Sin qui abbiamo descritto, per linee assai generali, il processo ideologico attraverso il quale si giunse alla formulazione programmatica del popolarismo, fenomeno che non fu, semplicemente, un portato della guerra, come lo vide il Sorel, sebbene la guerra obiettivamente ne abbia favorita la nascita, e nemmeno fu fenomeno che si riallacciava alla tradizione clerico-moderata, o, peggio ancora, dei conservatori nazionali, come lo giudicò i l Serrati. I n breve, il popolarismo discendeva direttamente dalla cattolica, che le vecchie classi diritradizione dell'intran~i~enza genti avevano ritenuta finita con gli accordi Bonomi-Tittoni del 1904 e poi con il patto Gentiloni del 1913, e che nel gennaio (*) Fu, forse, questa istanza politica e culturale contro il mito di un risorgimento tutto eroico e contro gli schemi storiogafici di una tradizione liberalborghese eternamente inverantesi in ogni nuova condizione di vita politica e sociale, che attrasse l'attenzione del Gobetti sui fenomeno popolare.


del 1919 si presentò pubblicamente, partito tra gli altri partiti, con una organizzazione politica a sintetica e vitale D, democratica e costituzionale, senza più suggestioni integralistiche, ma animata dalla stessa volontà che fu propria dell'antica corrente astensionietica democratica cristiana, d i non piegarsi come riserva e forza d'ordine della borghesia. Occorre, dunque, tenere a mente questa storia e questa evoluzione del popolarismo per intendere pienamente il valore delle pagine che seguono, per intendere, cioè, più pienamente la portata della polemica antigiolittiana di Luigi Sturzo e il divario d i atteggiamenti tra popolari e clerico-moderati, e la mirabile forza di resistenza del P.P.I. contro il fascismo, che tentò fino all'ultimo di liberarsi con varie tattiche e con pressioni di vario genere, della fastidiosa presenza di un partito, che, i n quegli anni, dall'ottobre del '22 all'Aventino e anche oltre, fu la sola testimonianza politica di un rifiuto del fascismo da parte del cattolicismo militante, proprio per incompatibilità dottrinale, di principio. Tutte le altre correnti nel campo cattolico che agirono sul terreno politico, finirono per arrendersi al fascismo o per rinunciare alla battaglia, ritirandosi nuovamente nel dannoso particolarismo di un tempo. Come forza partitica sintetica e vitale, come forza cioè che riuscì ad esprimere un partito d i libertà e di linea democratica costituzionale, il popolarismo rimase la sola esperienza fatta dai cattolici, che seppe, nel periodo prefascista, difendere le ragioni della autonomia e della validità intrinseca al programma di un partito, che, sorto sul terreno della democrazia, con la democrazia cessò di vivere. Se questa fu la parabola dell'esperienza popolare, se questi furono i suoi caratteri, è fin troppo chiaro che esso non poteva avere nulla a che fare con la tradizione del cattolicismo liberale, con la storia del clerico-moderatismo, in una parola, con una qualsiasi delle correnti dei cosidetti transigenti. I n effetti il popolarismo non si richiama nè alle riunioni di casa Campello, nè agli scritti del secondo Curci, del Curci cioè del Ago&rno dissidio, nè alla linea conciliatorista d i mons. Bonomelli o d i mons. Scalabrini: ma appunto e solo alla corrente degli intransigenti, più precisamente a quella che venne detta di sinistra XXXVIII


o democratica-cristiana. Qui fu il punto di partenza, come abbiamo visto, della esperienza sturziana, la quale, nel suo svolgersi, si liberò d i quanto v'era di integralistico, d i mentalità neoguelfa e di politicamente romantico nel vecchio movimento della democrazia cristiana, che animò, negli ultimi tempi, l'Opera dei congressi.

Volendo, in conclusione, definire sinteticamente la n novità del popolarismo, rispetto alle altre grandi affermazioni politiche dell'epoca, possiamo dire che esso rappresentò la volontà di una determinata intransigenza di affermare in contesti programmatici costituzionali, quindi,. senza sottintesi, l'autonomia delle forze cattoliche che non potevano consentire nessuna sottomissione all'egemonia delle vecchie classi dirigenti borghesi, e nemmeno potevano adattarsi a fungere da riserva dei voti contadini, in attesa della palingenesi socialista. Se questa fu la cc novità 1) del popolarismo, anche gli atteggiamenti, i gesti clamorosi del partito popolare, che ebbero, cioè, più risonanza politica (il cosidetto veto a Giolitti, il problema della collaborazione con la democrazia e con il socialismo, il rifiuto di ogni accordo con il clerico-moderatismo), e che tanto scandalizzarono la stampa di quegli anni e non pochi storici, diventano logici e coerenti con le premesse medesime del programma di Luigi Sturzo. Quei gesti, cioè, non hanno più la misteriosità d i cui li si circondò, facendone quasi la manifestazione di un temperamento personalistico, quello d i Luigi Sturzo, aguzzo e puntiglioso. Lo stesso veto I), come impropriamente fu detta l'opposizione di don Sturzo che venne data come parere della direzione del partito riguardo all'eventualità di una nuova investitura giolittiana nel febbraio del '22, va inquadrato nella questione generale dei rapporti tra popolarismo e democrazia giolittiana, e tenendo conto della insofferenza del partito popolare verso ogni politica che avesse cercato di istrumentalizzarlo e ridurlo a organismo politico clericaleggiante. I n sostanza, scrisse Sturzo, u il tentativo del partito popolare, per logica conseguenza della proporzionale, mirava a costituire una maggioranza parlamentare sulla base dei partiti (o gruppi) e


della loro convergenza a determinati programmi pratici; e quind i negava la sua adesione a partiti (o gruppi) che questa convergenza non potevano realizzare anche per ostacoli personali (veto a Giolitti). Tutto ciò tendeva a inquadrare l'efficienza dei partiti nell'ingranaggio della costituzione ; perchè non si può non tener conto delle nuove forze che si affermano nel paese (pag. 147). Non C( veto D, dunque, contro la persona, ma contro una politica che non riusciva a intendere la realtà aiitonoma dei partiti di massa; che continuava ad adottare i metodi del clientelismo parlamentare e che res scindeva, pertanto, da ogni moderna esigenza di funzionamento organico dei gruppi parlamentari. Ciò va detto a chiare lettere, e senza nulla togliere alla positività della politica giolittiana negli anni che seguirono la triste fase liberticida del Pelloux. Ma di tale questione abbiamo detto ampiamente in altro saggio pubblicato, alla fine del 1955, presso la editrice Studium: ad esso ci permettiamo di rinviare il lettore che volesse documentarsi sulle ultime battute polemiche attorno alla questione del veto N e sulle puntualizzazioni di fatto e di principio stabilite, recentemente, dallo stesso Luigi Sturzo. Qui possiamo aggiungere che Giolitti sbagliò, in maniera grave e determinante, due volte nei confronti del partito popolare. Una prima volta decidendo le elezioni politiche del '21, d'accordo con la corona, ma senza attendere il parere dei popolari, che pure facevano parte del suo governo. Fece le elezioni con i famosi blocchi nazionali, che avrebbero dovuto ridurre alla ragione i popolari. Persino la Stampa di Frassati, che non nascondeva la sua sincera simpatia per lo statista di Dronero, ritenne quelle elezioni e quei blocchi, uno sbaglio: di più, sin da quel momento si può indovinare e seguire sul quotidiano del più aperto liberalismo piemontese, una linea di garbato, ma critico dissenso dalla politica giolittiana. È vero che i l quotidiano d i Frassati si preoccupò, allora, con gli scritti di Salvittorelli, di Ambrosini e con le cronache di Sobrero, d i giustificare la confusa e torbida alleanza dei liberali, dei radicali, dei democratici con i fascisti. fila. lo fece in modo da lasciare trasparire la sua contrarietà, la sua repulsione. Sostenne la Stampa, che i blocchi nascevano dalla necessità di riprendere l'iniziativa politica per


\

la carenza del partito socialista, in preda alle correnti estremiste. Ma il partito popolare rispondeva che i blocchi erano stati, in realtà, costituiti contro il partito di Sturzo e non contro il partito socialista, i l cui spirito insurrezionale e sovversivo era stato fiaccato. Ad ogni modo, la Stampa non si nascondeva i rischi della formazione dei blocchi: ad essa f u ben chiaro, fin dal primo momento, che i blocchi rappresentavano qualcosa di u assolutamente contrario alla necessità della vita pubblica italiana, che ha bisogno di rinnovarsi in sincerità e libertà d i valori e di opinioni » ( N I blocchi e il programma », La Stampa, 20 aprile 1921). E quando cominciò a verificarsi quanto essa aveva temuto, che cc aerti elementi, mantenutisi finora in margine al partito liberale, nelle idee e nella pratica, certi elementi che vagheggiano dittature e restrizioni delle libertà politiche e sociali n potessero entrare nei blocchi e farla da padroni, infischiandosene dei principi liberali ( C Concentrazione liberale n, La Stampa, 10 aprile 1921), quando, dunque, questi timori si appalesarono fondati, vanamente protestò: a È successo, invece, i n più luoghi piuttosto il contrario: sono stati questi elementi che hanno monopolizzato ostentatamente la direzione del blocco medesimo, accompagnando questa loro invadenza con parole svalutatrici o addirittura ingiuriose verso gli elementi liberali e democratici, che avrebbero invece dovuto formare il nucleo del blocco medesimo 1) (a Deviazioni n, La Stampa, 21 aprile 1921). L'altra presa d i posizione sbagliata d i Giolitti fu i n occasione della prima crisi del gabinetto Facta nel luglio del '22, crisi, come allora giudic,ò la direzione del partito popolare, originata dal sovrapporsi cc ai poteri e all'autorità dello stato, dell'organizzazione armata d i un partito, che attraverso l'unione delle destre faceva parte della maggioranza governativa paralizzando e compromettendo quell'azione di prevenzione e di repressione che il ministero Facta ha più volte rappresentato n. Perchè a Facta non succedesse d i nuovo Facta, i l Romolo Augustolo della democrazia italiana, sarebbe occorso un governo capace d i restituire autorità allo stato e di fare rispettare la legge: un governo di popolari, d i liberali, di democratici e d i socialisti collaborazionisti. Un tentativo del genere venne fatto dall'on. Orlando. Due ostacoli egli aveva da superare: primo, dissociare i liberali XLI


salandrini dal blocco delle destre (liberali, nazionalisti e fascisti avevano formato alla camera una unione delle destre) e limitarsi ad avere nel governo una a puntarella n della destra; in secondo luogo, convincere i socialisti turatiani a non ritardare i l gran passo e a d assumere chiaramente le loro responsabilità. Colloqui e trattative si erano avuti tra i rappresentanti del socialismo collaborazionista (Turati, Treves, Modigliani, Matteotti) e la direzione popolare. Un consenso popolare alla collaborazione con i socialisti allora ci fu. Per quanto la storia di quei giorni non sia stata scritta, certo è che vari fatti concorsero a fare tramontare presto questa possibilità. E tra questi avvenimenti non ci fu soltanto lo sciagurato sciopero deciso dall'alleanza del lavoro, frutto d i estremismo e d i provocazione; ci fu anche una lettera di Giolitti, assolutamente negativa sulla possibilità di una tale combinazione ministeriale. La lettera, indirizzata all'amico Malagodi, venne scritta da Vichy, il 20 luglio, e pubblicata dalla Tribuna. u Caro Malagodi, - scriveva Giolitti - stamane Facta e Soleri mi annunziarono per telegrafo le dimissioni del ministero, chiedendomi se venivo a Roma. Ho risposto di no. La situazione creata da ingiustificabili impazienze è così assurda, che se fossi stato a Roma, ne sarei partito immediatamente. Che cosa può venire di buono per il paese da un connubio don Sturzo-Treves-Turati? Che programma si può fare quando il movente della crisi è unicamente la paura? I1 nuovo governo o si getterà a capofitto nella lotta contro i l fascismo e porterà a guerra civile; oppure userà la necessaria prudenza e i paurosi che procurarono questa crisi l o rovescieranno n Anche questa volta era possibile notare una forma di dissenso della Stampa dalla opinione di Giolitti: u Riteniamo per conto nostro - si leggeva i n un commento redaaionale alla lettera - che il problema della legalità abbia un'importanza pregiudiziale e che a d esso vada conferito un rilievo ben netto... n. Aveva ragione: ma i democratici giolittiani erano stati awertiti da Vichy che nessuna collaborazione potevasi accettare con i socialisti, anche con quelli dell'ala turatiana, che sembravano disposti oramai a compiere quanto Giolitti aveva pure sempre sognato, ad assumere, cioè, la propria parte di responsabilità

...

...

L


al governo. La convinzione dello statista di Dronero apparve non già come l'abbaglio d i un momento, ma come una convinzione ben radicata: non potersi fare, nel luglio del 1922, nessun governo contro i fascisti. A ottobre farà sapere che egli non credeva possibile nemmeno u n ministero senza la diretta partecipazione dei fascisti.

Nonostante Luigi Sturzo avesse espresso il suo parere contrario (*), i deputati popolari decisero per due volte la collaborazione con Facta. Lo stesso avvenne per la partecipazione al gabinetto Mussolini. Sin da quando, in seno ai gruppi parlamentare e senatoriale, si delinearono le prime perplessità e i primi cedimenti dinanzi al fenomeno fascista e si incominciò a ritenere che, forse, sarebbe stato opportuno che il partito attenuasse la sua caratteristica democratica e intransigente, Luigi Sturzo 'aveva avvertito in u n mirabile appello, che egli redasse il 20 ottobre 1922, per conto del consiglio nazionale: u I n questo momento e nel terribile contrasto che tormenta il nostro paese, il partito popolare è anzitutto una salda riserva morale, quale viene data da una concezione cristiana della vita, non solo indiI1 partito popolare italiano è viduale, ma anche collettiva sostanzialmente organizzazione politica che vive dentro l'orbita delle istituzioni, che svolge la sua attività, anche quella trasformatrice delle leggi e degli istituti, nella legalità delle forme e dei metodi; che vuole contribuire a rinsaldare l'autorità dello stato e a rinvigorirne le funzioni essenziali pnlitiche e finanziarie, sfrondando quelle attribuitesi nel campo economico e amministrativo e semplificandone gli organi. I n questa attività il partito popolare italiano non può nè deve attenuare la sua caratteristica democratica, dalla quale ha escluso ed esclude ogni portata demagogica Le ragioni e gli atteggiamenti del nostro partito quali furono fissati nell'appello del 18 gennaio 1919, lanciato ai liberi e a i forti, integri rimangono, attraverso le alterne

...

...

(*) La prima volta con la decisione di appeilo al congresso; appello che non ebbe seguito, perchè il congresso dé1 '22 fu rinviato ali'aprile del 1923, sei mesi dopo la marcia su Roma. XLIII


vicende della nostra attività, le ragioni e gli atteggiamenti di oggi, mentre mutate le posizioni dei partiti non sono mutati i termini che travagliano la nostra vita politica; di fronte a l monopolismo in dissoluzione dello stato democratico e alle dittature tentate ieri e ritcntate oggi dai vari partiti, il concetto di libertà, quale è da noi voluto e perseguito, nel campo scolastico, amministrativo, economico e politico, è ancora i l termine della nostra grande e diuturna battaglia Nell'ora grigia del tormento politico, come nelle vicende delle battaglie pubbliche, non si può nè si deve disertare i l posto d i combattimento che abbiamo scelto per convinzione di coscienza, non si può nè si deve rinunziare a quel complesso di postulati e d i finalità che formano la ragione ideale e programmatica del nostro partito » (pag. 61-62). I disertori, purtroppo, ci furono in quell'c ora grigia del tormento politico », come, del resto, ci furono in tutti gli organismi politici democratici, liberali e socialisti. Ma il partito, nelle sue migliori forze, rimase fedele a quel complesso d i postulati e d i finalità che formavano « l a ragione ideale e programmatica » del popolarismo. È vero, c'è la partecipazione popolare a l ministero hlussolini, partecipazione decisa, come scrisse lo Jacini, dal gruppo parlamentare obtorto collo e con l'opposizione aperta d i Luigi Sturzo. In due corirunicati, della commissione direttiva del gruppo e della direzione del partito, trasparì il divario degli atteggiamenti. I1 primo diceva: u Date le straordinarie circostanze nelle quali fu necessario prendere una decisione, non riuscì possibile consultare regolarmente il gruppo 7tè riunire la direzione del partito ».I1 secondo comunicato, della direzione, emesso il 2 novembre, tre giorni dopo quello del gruppo, si limitava a registrare la avvenuta presa d i posizione del gruppo, mantenendo sul valore di essa significativo silenzio. Aggiungeva però gli auguri, perchè la ricostruzione economica e politica dell91talia awenisse « nell'ordine e nella libertà D. L'atteggiamento del gruppo parlamentare si spiega con il timore che u il governo fascista, abbandonato a sè stesso, senza contrappesi, avrebbe potuto minacciare nel modo più grave quel cospicuo patrimonio ideale, quel complesso di istituti ed organismi che facevano capo ai popolari ed a cui essi si sentivano spiritualmente avvinti più che ai loro stessi interessi di partito

...

...


(S. Jacini, Storia del P.P.Z., Milano 1951, pag. 148). Con la partecipazione al primo ministero Mussolini, si pensò, dunque, d i evitare almeno il peggioramento della situazione, si pensò anche di riuscire a separare Mussolini dalla parte turbolenta e facinorosa del partito, si ritenne insomma possibile, con un lavoro di pazienti, ma gravosi condizionamenti, d i rendere di nuovo responsabile il ministero dinanzi al parlamento, malgrado la marcia su Roma e il discorso sul19«aula sorda e grigia ». Ma non vi sono soltanto gli atti del gruppo parlamentare: si leggano questi, ma si leggano anche gli articoli del Popolo diretto da Giuseppe Donati, e di cui qui, nel volume dell'editore Gobetti, si riportano gli articoli di Sturzo. La partecipazione dei popolari al ministero Mussolini era giustificata come un apporto di collaborazione, che avrebbe potuto fungere da freno. Ma il fascismo non voleva collaborazione, perchè questo termine implicava, comunque, un riconoscimento delIa realtà istituzionale della democrazia dei partiti. I1 fascismo non poteva concepire una politica basata su accordi tra le parti perchè non si sentiva parte: esso voleva semplicemente attrarre, « assorbire » e quindi annientare la forza degli altri partiti. Dalla politica della collaborazione, dopo un breve periodo di schermaglie e d i equivoci, durante il quale Mussolini lasciò credere che le « baronie » farinacciane erano episodi destinati a rientrare e che il fascismo si sarebbe awiato gradualmente alla normalità costituzionale, si passò alla politica dell'assorbimento, caldeggiata, sostenuta anche dai cornaggiani e da quanti scambiarono quella politica con la prosget~ivadi un nuovo sistema patriarcale, fondato sul benessere delle classi medie, finalmente libere dall'ossessione della politica, dalla preoccupazione delle lotte proprie dei reggimenti democratico-parlamentari.. I1 fascismo, per queste classi, aveva oramai tutti i titoli e tutte le energie sufficienti per assicurare la « tranquillità D, la C( quiete degli spiriti », il silenzio della politica, che non era per Mussolini più politica sin dal momento in cui di essa si erano impadronite le forze che non avevano a educazione liberale ». I1 Popolo e gli articoli di Luigi Sturzo denunciarono questa pericolosa politica dell'assorbimento, che mirava oramai ad annullare la personalità dei partiti democratici; che mirava a svuo-


tare la forza, che Sturzo aveva definito di u riserva morale n della nazione, rappresentata dai principi del popolarismo. Due linee segui il fascismo nell'attacco al popolarismo: che il partito d i Sturzo era diventato, con l'awento del fascismo, inutile, perchè Mussolini avrebbe fatto per la chiesa cattolica ciò che il partito popolare non avrebbe saputo fare; che il partito popolare doveva scomparire perchè la sua presenza costituiva un elemento che turbava la formazione d i quel nuovo u spirito di solidarietà nazionale a, che era l'obiettivo del fascismo. Due linee d i propaganda che si intrecciavano e si completavano a vicenda: la seconda affermazione, difatti, suonava come ricatto nei confronti della chiesa, alla quale si voleva indicare il partito popolare come responsabile d i ogni eventuale crisi o ritardata evoluzione della promessa ~acificazionetra la chiesa e lo stato. Rispondeva Luigi Sturzo: u Per soffermarci però al problema dei rapporti fra stato e chiesa e all'ispirazione e al contenuto cristiano del nostro programma, noi nel profondo della nostra anima diamo una risposta assolutamente negativa circa la supposizione che il compito del partito popolare sia esaurito, e lasciamo che questa affermazione avversaria sia pretesto e scusa a quei clericaletti senza convinzioni, che ieri vennero a noi, e oggi se n e vanno, ripetendo inconsciamente che è già venuto meno il compito religioso dei popolari nella vita pubblica italiana n. Quindi Luigi Sturzo, in pochi ma precisi periodi, riassumeva la ragione d'essere autonoma e moderna del partito popolare: come i popolari non avevano mai fatto credere che solamente il loro partito rappresentava la coscienza cattolica degli italiani e che esso avesse mai parlato in nome della Chiesa, così non intendevano che altri in Italia, fascisti compresi, potessero assumere cr tale caratteristica politica e tale rappresentanza diretta ».In secondo luogo, aggiungeva Luigi Sturzo, u non crediamo che in una nazione moderna le questioni religiose ed i rapporti tra chiesa e stato si esauriscano in una sola vertenza e in una sola soluzione; sono problemi immanenti e dinamici, una soluzione crea altro problema; e l'awicendamento dei partiti spesso polarizza la lotta anche su vertenze a fondo religioso, quali il divorzio, la scuola laica, la beneficenza statizzata, l'esistenza delle corporazioni XLVI


religiose, la giurisdizione laica sul clero e simili n. I n terzo luogo, affermava il leader popolare, a per questa elaborazione del pensiero di politica religiosa ed ecclesiastica e per questa tendenza a penetrare nella coscienza, occorre avere u n organismo politico, qual'è il nostro partito, basato su un programma ispirato alle dottrine e alla filosofia cristiana n (pag. 102.103). Dopo il congresso di Torino, dove il partito riaffermò l'esigenza e il dovere assoluti d i a conservare la nostra ~ersonalità e il nostro patrimonio ideale ne1 campo ~ o l i t i c on, dove si respinse, come abbiamo detto sopra, il tentativo di rappresentare il partito come organismo politico inutile, a causa dell'atteggiamento assunto dal fascismo verso la chiesa, la partecipazione popolare al ministero Mussolini divenne impossibile. Quella pesante e cpmpromettente collaborazione, che aveva fatto temere un giorno al Turati, che il partito popolare avesse u rinunciato a vivere nellà storia, a fare e ad essere nella storia » (Intervista al Domani d'Italia, 14 dicembre 1922), finiva. I1 discorso di Luigi Sturzo al congresso di Torino, a il discorso d i u n nemico n, come lo definì Mussolini, divenne per il partito popolare u n sicuro punto d i riferimento per il restante tempo che visse. Lo riconobbe Alcide De Gasperi, al quinto e ultimo congresso del partito (Roma, 28-30 giugno 1925): « Ogni volta che in questi anni la spirale della politica mussoliniana si sposta di un giro, è al congresso di Torino che viene fatto riferimento. Di Torino il partito si ricordò quando, nove mesi dopo, dovette abbandonare la coalizione governativa. Torino venne rievocato da Mussolini dopo i l voto dei combattenti d i Assisi, la fine fatta dai popolari a Torino venne minacciata dal Popolo l'Italia ai liberali alla vigilia del congresso di Livorno; delle stesse manifestazioni di opposizione i partiti aventiniani concordi hanno visto nel congresso di Torino una data evolutiva del sistema fascista. Oggi Mussolini rivendica, a titolo d i onore, di aver dato prova, nella brusca rottura coi popolari, dei propositi intransigenti n. I n realtà, il discorso di Sturzo a Torino, non soltanto contribuì a togliere ogni equivocità alla collaborazione al ministero Mussolini e quindi a provocare, poco dopo, la fine d i un esperimento che risultava, per opposti motivi, pesante ai fascisti


e a i popolari, ma rappresentò anche la più organica espressione dell'antitesi dottrinale e politica del popolarismo nei confronti del fascismo, rappresentò la denuncia lucida, coerente ed acuta della impossibilità fondamentale che i principi, che erano stati alla base della formazione del partito popolare, trovassero accoglienza entro una concezione dello stato come assoluto e come primo etico, nemico delle libertà, di tutte le libertà, vera tomba di tutte le distinzioni culturali della vita civile moderna.


POPOLARISMO

E FASCISMO

1

- S~unzo-

I1 partito popolare italiano

-

11.


PREFAZIONE ALLA PRIMA EDIZIONE Piero Gobetti editore

- Torino 1924.

A i popolari Questa mia ~ubblicazioneè dedicata a voi nel ricordo del quinto anniversario della fondazione del nostro partito, perchè non sia vana l'esperienza del passato, e perchè il presente non ci faccia nè tiepidi nè sfiduciati. Oggi la mia parola non ha alcuna veste di ufficialità: ma spero che non per questo riesca meno efficace a quanti, amici e compagni d i lotte, da ogni parte d'Italia e con le speranze più fervide, sentono e vivono il nostro partito come una missione, come un'idealità, come una forza al servizio del nostro paese. Combattere, quando si è assistiti dai consensi e incoraggiati dai plausi è più facile che non combattere quando anche gli amici e i vicini sconsigliano, dissuadono, tendono a scompaginare le file; ma il merito è maggiore e lo sforzo più valido. Non ci spinge alla battaglia nè tornaconto personale, nè ambizione partigiana, nè faziosità incomposta; noi pensiamo che quel complesso d i idealità e di programmi che forma l'essenza del popolarismo D debba aver diritto di cittadinanza i n u n paese come l'Italia, che non può essere ridotto a vivere in una uniformità politica per compressione violenta, nè a soffrire d i un disinteressamento della vita pubblica delegata a pochi dominatori. La mente che pensa e il cuore che sente non possono venir surrogati da deleghe di fiducia, che a loro permettano di andarsene a spasso, fuori del campo della vita civile. Così da stranieri e da tiranni furono costretti gli italiani del secolo


XVIII; ma pochi e generosi maturarono fin da allora i germi del risorgimento. La saldezza del partito, non ostante defezioni e tradimenti, e il maggiore sviluppo del nostro pensiero politico nella vita italiana sono fenomeni significativi d i una forza spirituale che è viva nel popolarismo, il quale non è stato nè una improvvisazione personalistica, nè un fenomeno contingente del tradizionale clericalismo, travestitosi nel dopo-guerra in partito d i libertà e in organismo politico-sociale. Al di là degli avvenimenti e delle fortune politiche, il nostro partito h a una ragione permanente di attività per quel contenuto cristiano-sociale e democratico-cristiano che ne è il substrato vivificante. Coloro che oggi in nome del cristianesimo avversano le riforme e le tendenze sociali e affiancano i potenti della terra e i dittatori delle nazioni, dimenticano la vera tradizione della civiltà cristiana e popolare. Non è poco per noi mantenere viva la fiamma delle nostre idealità, il culto alla libertà, la fiducia nelle istituzioni democratiche, lo spirito in quella fonte perenne di vita che è la religione cattolica. Non bisogna credere che nella vita pubblica si sia più utili e si ottengano maggiori risultati quando si è al potere, sul ponte d i comando; anche quando le sorti esteriori mutano e le posizioni divengono più modeste, l'efficacia di un pensiero vivente più utilmente riesce a maggior comune vantaggio. I1 bene e solo il bene ci spinge a scegliere la via aspra di lotte, anzichè quella più tranquilla di pura attesa o d i semplice adesione. In questo volume ho raccolto gli scritti pubblicati, per lo più senza firma, dall'avvento del fascismo fino ad oggi; ho premesso uno scorcio storico del nostro partito, ho aggiunto in fine un capitolo sul nazionalismo e il fascismo, teoria e pratica, spirito e realtà. Qualcuno dirà che sono stato riservato nei giudizi e altri invece che sono arrivato a conclusioni affrettate. Ho cercato di essere obiettivo, di studiare i fenomeni a l lume di sicuri principi, e d i combattere ciò che a me è sembrato deviazione, esagerazione ed errore. Ogni raccolta risente del carattere di


discontinuità; ma non è inutile far sentire vive le impressioni e le polemiche, quali si sono avute nei momenti d i combattimento e d i lotta, più che ripensate a distanza e rivissute nella memoria. È così fremente e varia oggi la vita, che cercare d i fissarla almeno mentalmente nell'attimo che passa, e insieme sforzarsi di inquadrarla in principi che sopravvivano e indirizzi che debbono avere il loro sviluppo, può riuscire di sicuro vantaggio nello sforzo di una documentazione non morta e d i una corrente che vive e va verso il suo avvenire. Ho taciuto intorno a un avvenimento che amici e avversari cercheranno forse in queste pagine, avvenimento che mi riguarda e che culminò nella lotta popolare contro la riforma elettorale. Si tratta di un episodio che non esce dai limiti d i un fatto personale e che non interessa le posizioni e le battaglie del partito, nè modifica gli atteggiamenti della vita pubblica italiana. Perciò il silenzio è il miglior commento. Nella chiusa finale del congresso d i Torino, fra gli applausi frenetici di tutta l'assemblea, ebbi a dire: (< le vittorie non sono nostre ma dell'idea; le sconfitte sono nostre, non dell'idea ».Per questo io continuo l'opera mia costante, serena, fiduciosa, in mezzo a voi, come compagno e fratello, nella speranza di giorni più sereni per la patria nostra, ma col senso di piena responsabilità di quel che alla patria deve il partito popolare italiano. Roma, 18 gennaio 1924.

L. STURZO


I PRIMI QUATTRO ANNI

-

1. I1 fenomeno popolare nella vita pubblica italiana, dai primi del 1919 ad oggi, non è stato studiato nella sua caratteristico speciale e nella sua funzione radicale, perchè non ha acquistato completamente quella sua autonomia politica, sì da essere disimpegnato da ogni elemento non proprio e da ogni possibilità di equivoco anche solo apparente. Gli sforzi per conquistare una personalità per sè stante ed una autonomia ideale e pratica sono stati notevoli; ma non si perviene alla maturità d i pensiero e d i azione, senza quelle prove, che manifestino la vitalità ingenita e le ragioni naturali e non fittizie dell'esistenza e dello sviluppo d i una corrente e di u n partito politico. I fatti quali si sono svolti in questi cinque anni, e l'elaborazione della nuova coscienza politica del popolarismo hanno contribuito a plasmare nelle masse cattoliche un'anima politica ben individuata, operante e forte, verso la quale convergono diverse e notevoli forze della vita del paese. Sorto l'indomani della guerra, quando ancora i palpiti della vittoria militare ( e non politica) davano all'Italia il senso d i una coscienza nazionale rinnovellata, e quando i disagi della lunga guerra agevolavano il fenomeno d i un socialismo bolscevizzante e messianico, il partito popolare interpretò il pacifismo non rinunciatario della media e piccola borghesia e il sinda-


calismo morale e sociale della corrente cattolica, affermata con l'enciclica Rerum Novarum di Leone XIII e identificata nella democrazia cristiana. I1 significato più notevole della creazione del nuovo partito fu quello d i aver portato la corrente cattolica, ufficialmente e senza sottintesi, a partecipare alla vita politica dell'Italia. Questo avvenimento, sottolineato dalla stampa e chiarito dallo spirito informatore del partito, era in realtà un corollario d i tutto u n passato, più che un punto d i partenza per l'avvenire: difatti l'intransigenza negativa dei cattolici, per i quali il non expedit era divenuto una proibizione positiva (non expedit prohibitionem importat) (1895), si era notevolmente attenuata dopo i moti del 1898 e l'uccisione d i re Umberto (1900) e specialmente dopo gli esperimenti delle elezioni generali del 1904 (nei quali furono eletti i cattolici Cornaggia e Cameroni, e poi Micheli); e dopo le disposizioni del caso per caso date da Pio X con le direttive contenute nell'enciclica u Il fermo proposito )) (1905), che ebbero u n primo notevole effetto nelle elezioni generali del 1909, dalle quali venne fuori la piccola pattuglia dei cattolici deputati (con a capo Meda), e ancora di più nelle elezioni del 1913 d i gentiloniana e giolittiana memoria. La guerra aveva chiaramente e distintamente posta la posizione dei cattolici italiani in confronto alla nazione, distinguendoli dalla posizione del Sommo Pontefice in confronto alle varie nazioni belligeranti, ed aveva rinsaldato i vincoli del popolo con la madre patria; sicchè fu possibile nell'immediato dopo-guerra poter scindere il problema della libertà pontificia da quello dell'attività politica dei cattolici come cittadini, senza per questo venir a togliere a l primo problema le sue ragioni spirituali immanenti, anzi aumentando le considerazioni di ordine spirituale e attenuando ed eliminando le pregiudiziali politiche, che attorno al problema del papato i n Italia si erano sviluppate come elemento parassitario e d i turbamento. A chiarire simile posizione occorreva avere il coraggio, contro tutte le tradizioni del passato, di assumere non solo i n apparenza, ma i n realtà, u n atteggiamento autonomo e indipendente. Onde f u escluso che il partito si chiamasse e fosse cattolico, sia nel senso di una dipendenza organica e gerarchica dall'autorità


ecclesiastica, sia nel suo fine diretto e prevalente, sia nella caratteristica programmatico-politica. Che questo fosse non solo la intenzione dei promotori, ma lo stesso spirito della Santa Sede, si arguisce dal fatto che mai essa intervenne nè ad approvare e incoraggiare nè a regolare e dirigere il partito popolare italiano, come cosa che non rispondesse alle sue mansioni, troppo alte per piegarsi a una concezione politica e di partito. Nè poteva rispondcre ai criteri delle direttive vaticane affidare ad un partito, sotto qualsiasi forma diretta o indiretta, la difesa degli interessi e dei diritti della chiesa e dello stato. Espressi questa idea in un'intervista, che, nei primi giorni della formazione del nuovo partito, credetti bene concedere all'uopo al marchese Crispolto Crispolti per il Messaggero e altri giornali del regno, idea che non era di pura opportunità politica, ma rispondeva ad una concezione mia e della corrente da me espressa fin dal 1905 nel discorso: (C Problema della vita nazionale dei cattolici italiani e confermata dal discorso del 1918 I problemi del dopo guerra (t).

-

2. Che questa sia Stata la condotta voluta e pensata dai dirigenti del partito popolare italiano e che ciò rispondesse alla concezione generale, si deduce dalle manifestazioni chiare e inequivocabili del congresso di Bologna (giugno 1919) ove furono posti nettamente due problemi importanti: il primo sulla natura cattolica del partito, che fu esclusa, l'altro sulla mozione riguardante la questione romana, che fu proposta da alcuni congressisti e non messa in discussione. Ma non si volle con ciò creare alcun distacco nè secondare alcun equivoco in materia religiosa e nelle direttive etico-programmatiche del partito. Questo aveva come base la scuola cristiano-sociale, come linea ispiratrice la democrazia cristiana, e come suo caposaldo la libertà religiosa della chiesa cattolica; non era quindi agnostico d i fronte ai problemi dello spirito e di fronte alla fede cattolica del popolo italiano; ammetteva pertanto un concetto nuovo nella vita dei partiti costituzionali moderni o laici o indifferenti ovvero ostili al pensiero religioso, (*) L. Stnrzo, Dall'idea al fatto, 2. pagg. 32-58.

ed., Bologna, Zanichelli, 1956,


cioè il principio che lo stato non fosse una totalità, un assoluto, fonte della eticità; e che la religione dovesse penetrare del suo valore etico-spirituale tutti gli istituti sociali, pur rispettando la loro autonomia. Onde il partito popolare italiano riconobbe la ispirazione cristiana dei suoi ideali sociali-politici e la sua funzione specifica nella vita moderna degli stati retti a democrazia. Sembrò questo tentativo un volere nella politica la quadratura del circolo: una libertà che fosse corretta dalla eticità, una eticità determinata dai fini della società umana; una società organizzàta su basi di democrazia; una democrazia ispirata ai valori cristiani di giustizia e carità: sarebbe questa una linea progrediente, fu detto, che non si risolve più nello stato etico, (sia materialista sia idealista) ma mena diritto a risolversi nella chiesa; il che costituirebbe un ritorno a l medio evo larvato d i democrazia sociale. Questa obiezione è quella dei teorici, i quali, affetti da mania monista, non trovano che una soluzione al problema dell'autorità sociale: cioè la reductio ad unum nella totalità delle cause, e poichè questo uno è l'individuo associato, trasmutano l'organismo degli associati in fonte dell'essere sociale ed in ragione assoluta della società. Sia lo stato, come fanno i democratici, sia la nazione, come fanno i nazionalisti; questo per loro è il principio di autorità, il termine della libertà, la ragione della società. Ora, senza volere qui discutere sulla teoria monista, è bene ammettere che esiste anche nel nome, ed ha i suoi seguaci, la teoria dualista, per la quale non si confondono l'individuo con la società, lo stato còn la religione, l'uomo con Dio; ma è ammessa la diversità delle cause umane e delle divine; e quindi si può fare u n processo politico come quello surriferito cioè: « libertà, etica, società, democrazia cristiana N, senza per ciò riportare lo stato al comune denominatore di chiesa, nè confonderne le mansioni e le caratteristiche. Tutto il problema che affatica l'anima moderna, ammalata d i areligiosità e quindi in cerca d i un surrogato del cristianesimo, la religione della civiltà presente, è proprio quello dell'ubi consistam. Lo stato-dio, la nazione-dio, l'individuo-dio, non reggono alla critica positiva e alla critica idealista; sono limiti


tragici, che ogni giorno manifestano la loro insufficienza e la loro contingenza; ed è impossibile comprendere neppure la vita politica, se essa è avvinta dal preconcetto della sua totalità vi'vente. Perchè lo stato e non la nazione? E perchè la nazione e non I'internazione? e perchè la razza e non l'interetnicità? e perchè il continente e non il mondo? La verità è questa: l'istinto umano perviene dove è conoscenza; e la conoscenza è spinta dall'istinto, e questo dall'interesse, morale o materiale, non importa. Quando non c'è la conoscenza, non esisie la relazione, non interessa che esista, vale quanto il nulla: così per l'Europa era l'America prima di Cristoforo Colombo. Dopo che questa è stata scoperta, la conoscenza e gli interessi hanno creato una più vasta zona dei rapporti umani. Non c'è limite geografico o limite scientifico o limite politico che non venga superato e che non crei altre ragioni umane di vita e di sviluppo. 11 divenire umano supera l'uomo, supera lo stato, supera la nazione; la democrazia è uno stadio della vita sociale, come in altri tempi lo fu la feudalità o la monarchia elettiva o dinastica ; la sovranità popdlare è una espressione come fu in altri tempi il diritto divino dei r e ; il relativo incombe e non si risolve nell'assoluto inventato per uso dei monisti. Abbiano quindi la bontà di ammettere almeno che esistono anche i dualisti, i quali non hanno nessuna voglia di far ritornare il mondo al medio evo, di sottoporre gli stati al diritto politico della chiesa cattolica ;essi credono di poter sviluppare le attività della vita moderna basate sui principi di libertà e di democrazia, e inserirvi un indirizzo di etica privata e pubblica rispondente allo spirito e agli ideali del cristianesimo, il quale non rinnega la natura umana, ma la eleva; non abolisce gli stati ma li rafforza; non abbatte ma fa sanabili le nazioni; non opprime ma aiuta l'umanità a salvarsi. Se i teorici accolsero con sospetto il partito popolare italiano, i politici e i pratici ci intravidero il vecchio clericalismo cammuffato, e vollero ostinarsi a crederci in pieno rapporto col Vaticano ai danni dell'Italia moderna. Dopo cinque anni d i prova che i popolari non sono clericali e che non si sono mai arrogati di essere interpreti del Vaticano, questa accusa dovrebbe essere caduta. Per fortuna (in mezzo a molti malanni)


Mussolini si è preso l'incarico speciale d i persuadere il pubblico che il partito popolare italiano non è u n organismo cattolico e non dipende dalla Santa Sede. Questo fatto, voluto come linea essenziale alla vita del partito, oggi è più che mai sentito e compreso; e mentre può essere per Mussolini u n mezzo di affermare i l fascismo nel campo religioso, è certo un elemento del processo di purificazione del nostro partito da quegli elementi, che, coscientemente o incoscientemente, davano motivo a equivocare sulla natura politica e non religiosa del popolarismo e sulla sua caratteristica sociale e non conservatrice.

-

3. Le linee del programma, oggi immutato nella sua sostanza e formulazione, apparivano anche allora molto chiare; coloro che nel 1919, pur essendo nell'anima conservatori, entrarono nel partito popolare, lo fecero principalmente perchè l'onda bolscevica li spingeva verso u n partito d i ordine, quale nel fatto era il popolare, che si proclamava costituzionale, legalitario, eticamente cristiano; il loro disagio per le affermazioni teoriche e pratiche nel campo economico-sociale era attenuato dall'ambiente nel quale allora si viveva. Ma appena si delineò e prese corpo il fenomeno agrario-fascista essi sentirono una nuova attrazione, e si distaccarono prima spiritualmente e poi organizzativamente dal popolarismo. Essi non diedero mai al partito un7adesione completa, nè molti di essi ebbero una percezione esatta della natura sociale e democratica del popolarismo. Al congresso di Bologna (giugno 1919) questa natura e questo spirito aleggiò in tutte le manifestazioni, ed ebbe la sua principale espressione nella relazione d i Achille Grandi sui problemi economico-sociali. E proprio in quel congresso, come fu combattuta una prima battaglia contro i confessionalisti, tendenti larvatamente verso u n partito cattolico, allora capeggiati dal gruppo milanese di Olgiati e Gemelli; così altra affermazione si ebbe contro la sinistra migliolina (anch'essa cattolicizzante), che tendeva a costituire un partito di classe, cioè d i lavoratori cristiani. F u opposta da chi scrive una dichiarazione fondamentale; essere cioè i l partito popolare interclassista e non d i una sola classe; i n quanto la società è formata di classi differenti, che nella varietà delle forze morali ed economiche svi-


luppano le energie sociali, e tendono attraverso le h t t e , individuali e parziali, verso una solidarietà umana insopprimibile. A questo termine di solidarietà (che cristianamente si traduce in giustizia e carità) tendono le forze politiche organizzate non su basi parziali e analitiche ma su basi generali e sintetiche. Con questa dichiarazione di principio, che è stata salda base del nostro movimento -politico e sociale, fu superato un equivoto iniziale che poteva condurci ad un parzialismo classista, errore fondamentale dei socialisti. Ciò non ostante la corrente « migliolina », detta di sinistra, tentò prima di costituire organizzazioni speciali di gruppi d i avanguardia o di estremismo popolare, sulla base dell'idea semplicista della rappresentanza della classe lavoratrice, ma poi si orientò verso tentativi agrari dei quali si farà cenno i n seguito. Lo sviluppo pratico dei movimenti specifici e tecnici promossi da popolari e affiancati politicamente dal partito popolare, fece capo alle confederazioni bianche, la sindacale, la cooperativa e la mutualistica; e alle organizzazioni specifiche degli impiegati pubblici e privati, i l cui programma cristianosociale era identico, mentre distinte e autonome erano le funzioni e l'organizzazione. I1 problema dell'apoliticità d i tali movimenti, come ha affaticato i socialisti, così affaticò i popolari, e come tutti i problemi di ordine contingente e relativo può dirsi risolto e insoluto: in quanto che non vi può essere organismo collettivo che non abbia direttive programmatiche, le quali perciò si risolvono i n direttive di azione politica; e in quanto che organismi economici e tecnico-specifici debbano tutelare la loro esistenza. I1 partito popolare italiano risolse il problema con un accordo di rapporti, attraverso naturali oscillazioni, sempre esistiti; i quali però, secondo i periodi e i momenti, nelle vicende alterne di ogni attività pubblica in sviluppo, produssero o u n soverchiamento degli interessi politici su quelli economici o al' contrario degli economici sui politici. Per tale fatto non mancò al partito popolare l'accusa di bolscevismo bianco, nè ai sindacati bianchi l'accusa d i politicantismo popolare. Ai due movimenti non poteva mancare qualche eccessività di corrente nell'agitarsi delle questioni e nello sviluppo dei contrasti; ma le esagerazioni furono nella maggior parte dei


motivi polemici hirw et inde, naturalissimi in un periodo caotico e difficile quale quello del dopo-guerra. I n verità la maggior parte delle attività sociali e politiche del popolarismo vennero .inquadrate in una realistica visione dei fatti, in u n equilibrio programmatico sempre presente, e in una ben composta audacia quale ad un partito giovane e idealista non poteva mancare.

-

4. La terza battaglia al congresso d i Bologna fu vivacissima: si trattava della impostazione dell'autonomia politica del popolarismo dalle vecchie consorterie clerico-moderate, che avevano sfruttato per tanti anni i cattolici sociali nel campo amministrativo e in quello politico. Le elezioni col suffragio universale del 1913 (le ultime) erano state inficiate dal gentilonismo in stretta alleanza col giolittismo. La massa democratica cristiana era stata portata al voto politico del 1913 senza una coscienza propria, a puro vantaggio del liberalismo e d i quella pseudo-democrazia, impari a lottare in nome proprio contro .il socialismo (che blandiva a danno del sindacalismo cristiano) e nello stesso tempo legata alla economia parassita che sfruttava le stesse risorse nazionali. Era impossibile un disimpegno dal passato elettorale dei cattolici, mandati a votare per altri in nome di un intervento ecclesiastico (la sospensione caso per caso del non expedit), senza una prova d i indipendenza e d i autonomia elettorale, fatta per sè e trascurando qualsiasi successo e tornaconto personale. E ciò presupponeva anche un preciso orientamento politico, i n nome del quale venisse assunta quella linea intransigente. I1 problema della guerra, che aveva diviso i cattolici italiani come aveva diviso tutti i partiti politici italiani in neutralisti ed interventisti, non fu posto nè'poteva essere posto al congresso di Bologna, perchè il nostro non era nè combattentismo e arditismo, da una parte, nè disjattismo e antimzionalismo dall'altra. F u invece posto il problema della pace: cioè il problema internazionale per la revisione dei trattati e per l'equilibrio europeo, il problema interno per la libertà economica, per la libertà scolastica, per la libertà sociale e per la libertà politica: un programma questo di rivendicazioni che non poteva essere assunto in solido con i democratici liberali nè con i socialisti. Perciò in


una memorabile battaglia congressuale si votò per la proporzionale come sistema elettorale politico, che garantisse l'esistenza delle nuove correnti politiche; e per la intransigenza, come linea d i massima nella tattica elettorale, con qualsiasi sistema si fossero fatte le prossime elezioni politiche. I1 l 4 giugno 1919 fu così decisa a Bologna la introduzione della proporzionale, che la camera approvò nel luglio successivo, perchè Nitti mantenne l'impegno assunto con i popolari che la posero come condizione per l'entrata nel suo primo ministero degli onorevoli Nava e Sanjust, allora iscritti al nostro partito. Così nel 1919 fu inserito il partito popolare italiano nella vita del paese. Nelle elezioni politiche del 16 novembre 1919 fu scelto, come sintesi delle sue battaglie, lo scudo crociato con il motto « Libertas D; e arrivarono alla ribalta parlamentare i suoi cento deputati, segno di un orientamento politico nuovo e sentito, che non invano si era rapidamente diffuso in dieci mesi di attività e di lavoro, perchè rispondeva ad una reale aspirazione e ad una effettiva innovazione dello spirito pubblico italiano dopo la guerra.

-

5. Le elezioni politiche del 1919 furono principalmente un successo del partito socialista che aveva portato alla camera 157 deputati, fra i quali quasi un centinaio di visi nuovi, ubriachi di una crcscente potenza, fiduciosi nel prossimo crollo borghese, agognanti ad una dittatura di classe senza le noie d i una rivoluzione, anzi con l'aiuto dello stato. Già questo aiuto avevano avuto molto a buon mercato con la disposizione del go,verno Nitti secondo cui i soldati smobilitati, anche se non iscritti nelle liste elettorali, potevano essere ammessi al voto politico. F u una massa insperata che si riversò alle urne cantando u bandiera rossa 11, come protesta della lunga ferma post-bellica i n servizio militare. La prima idea socialista dopo la vittoria elettorale fu quella d i arrivare ad una costituente, più o meno larvata, tanto per avere il mezzo, nella confusione d i un ordine pubblico crollato e da rivedere, di insinuare alcune delle con-


quiste bolsceviche, nel momento in cui il nuovo sole spuntava da Mosca. Non pochi dei democratici, sempre incerti fra il parere radicali e l'essere opportunisti, inclinarono verso una revisione parlamentare della costituzione; ma i popolari fecero sapere a l governo che erano contrari a qualsiasi costituente, e che avrebbero, sul terreno della resistenza a tentativi extracostituzionali, appoggiato il governo e la monarchia. E quando fu posto in discussione se fosse prudente in quelle condizioni che il re intervenisse in parlamento all'apertura della XXV legislatura e leggesse il discorso della corona, e vi fu chi fece la proposta d i u n decreto, perchè si potesse aprire la legislatura con u n semplice messaggio reale scritto e comunicato dalla presidenza alle due camere, i responsabili del partito popolare si opposero, ficendo conoscere al governo che i deputati popolari partecipavano alla seduta inaugurale disposti, occorrendo, alla difesa personale della dignità del re. Così, con queste trattative e assicurazioni, che non furono ignote ai dirigenti socialisti (con .i quali trattavano gli emissari del governo) si potè ottenere che (salvo la muta dimostrazione dell'estrema) la tradizionale cerimonia non fosse turbata, nè offeso il capo dello stato. Purtroppo non era possibile che la marea socialista fosse dominata da u n ministero debole e incerto; al quale, dopo le elezioni, il nostro .partito non volle dare altri uomini, lasciando che Nava ministro e Sanjust sottosegretario, senza una piena corresponsabilità (che non era del resto possibile assumere), rimanessero nel gabinetto Nitti. Le awisaglie non mancarono, e nel gennaio 1920 lo sciopero postelegrafonico prima e quello ferroviario poi, furono le grosse manovre socialiste, che trovarono il governo impreparato e insulliciente, incline a favorire i socialisti, che temeva, e senza godere alcuna fiducia nè dall'esercito, nè dalla borghesia, la quale non sentiva più come esistente e resistente la forza dello stato. La vigliaccheria del ministro Chimienti di fronte ai postelegrafonici fu tale che non si cancellerà mai, neppure se egli facesse un lavacro fascista da capo a piedi. Nitti era all'estero, e mandava i soliti telegrammi che possono essere interpretati in ambo i sensi. Mortara era i l vice-presidente; e gli aforismi dei giurisperiti non lo aiutavano nelle ditlicoltà di un'aspra


lotta. Sole a resistere furono le organizzazioni postelegrafoniche bianche, le quali, reputando quello uno sciopero politico, non vollero aderirvi e, aiutate e sorrette dai popolari, seppero sostenere I'urto per quasi due settimane, lavorando in tutta Italia con la fede di servire la patria. Via Ripetta era u n centro d i ordini e di corrispondenze telefoniche con le varie parti d'Italia e con i gabinetti dell'interno e delle poste. Così la sera del 20 gennaio 1920 alle ore 22, si poteva scrivere la seguente lettera:

N. 18006

- Pos.

Roma, 20 gennaio 1920 (sera).

4. A.8.C.

A S. E. l'on. Mortara f.f. Presidente del Consiglio dei Ministri Roma Mi affretto farle conoscere che i n seguito alle notizie avute ~ g g dai i diversi centri dalle organizzazioni aderenti alla confederazione italiana dei lavoratori e dalle ultime telefonate dei deputati del P.P.I., interessati da questa segreteria, lo sciopero postelegrafonico può dirsi virtualmente finito. I1 centro di Bologna non ha ancora deciso di riprendere il servizio; ma questa sera stessa ho telefonato in tal senso, in seguito alle decisioni prese dalla commissione di questo gruppo parlamentare già rese pubbliche a mezzo della stampa, che mi pregio comunicare. Ossequi distinti. Il segretario politico

L'indomani il ministro Chimienti, autorizzato dalla presidenza, cedeva alle pretese del sindacato rosso e per di più ordinava il pagamento delle giornate di sciopero, cosa inaudita e unica; e i poveri postelegrafonici bianchi avevano per premio della resistenza la lotta negli &ci, il disprezzo e l'ingiuria dei rossi, la beffarda indifferenza dei superiori, il disagio d i facili trasferimenti d i &ci e di sedi, col pretesto che non erano tollerati e che quindi con la loro presenza disturbavano (!) il servizio. Dopo così luminoso esempio lo sciopero ferroviario diveniva più minaccioso. La resistenza che oppose il governo fu incerta

2

- B~unzo-

Il partito popolare italiano

-

17 11.


e debole; temeva l'aggravarai della situazione, ed aveva poche forze sulle quali contare. L'associazione sindacale dei ferrovieri bianchi non aderì allo sciopero, perchè questo aveva carattere politico, e resistette affiancato e sostenuto dal partito popolare italiano; e poichè la categoria dei macchinisti era in gran parte aderente allo sciopero, circa cinquecento fuochisti, quasi tutti dell'organizzazione bianca, assunsero la responsabilità dei treni, e il 27 gennaio, penultimo giorno dello sciopero, potevano viaggiare in tutta Italia circa duemila treni. La sera del 28 gennaio è per chi scrive indimenticabile. LO sciopero ferroviario nella sua finalità poteva dirsi fallito; le questioni economiche e di classe, pretesto politico, dovevano trattarsi con il governo a sciopero cessato, e questo doveva lasciarsi finire per esaurimento anzi che per concessione; ma il governo d i Nitti ebbe paura di una vittoria completa dei ferrovieri bianchi e dei non scioperanti, e volle troncare la resistenza riprendendo le trattative dirette con D'Aragona e Bombacci. Dopo un'intesa con i socialisti, lo stesso giorno in cui l'on. Nitti assicurava che ogni intesa economica sarebbe stata trattata insieme con tutti i rappresentanti dei ferrovieri, e prima di tutti con i bianchi come non scioperanti ; in contrasto con tali assicurazioni, vengo avvisato alle 10 di sera che il governo aveva già fissato i termini dell'accordo. Questi termini mi vengono letti dal comm. Magni, presenti i sottosegretari Grassi e Masciantonio, i quali assistettero anche al vivace colloquio che ne seguì. Mi si consigliò di andare da S. E. De Vito al ministero delle comunicazioni in via Torino; e difatti a quell'ora (quasi le 23) questi era nel gabinetto e attendeva notizie dalla provincia circa l'andamento dello sciopero: convenne con me dell'errore che si commetteva; ma egli, ministro tecnico e non politico, non aveva altro compito che studiare le modalità d i quella che io chiamavo cr resa D; tentai d i far introdurre nel celebre concordato qualche disposizione che salvaguardasse le condizioni dei ferrovieri non scioperanti pur insistendo nel rimando a ventiquattro ore, per aver tempo di riparlare con il presidente, quella sera irreperibile. Era con me l'on. Cavalli che non ostante i suoi rapporti personali con l'on. Nitti, quella notte non fu ricevuto e ritornò in via Torino. Anche il telefono dell'on. Nitti non rispondeva.


Era la mezzanotte; il ministro De Vito mi lasciò nel suo gabinetto, si assentò; si chiusero a chiave di lì a poco tutte le porte intorno intorno là dove io ero rimasto. Bombacci con una commissione veniva a trattare la resa, della quale io mi trovai ad essere quasi testimonio non gradito fino alle tre del mattino. Ma non eran finite le debolezze del governo verso i ferrovieri rossi. Le stesse promesse dell'on. De Vito per i ferrovieri bianchi furono annullate d i li a poco dal successore on. De Nava, il quale nel suo breve passaggio al ministero dei lavori pubblici, come tutte le persone deboli, volle cancellare perfino il ricordo della resistenza che i bianchi avevano osato fare contro i rossi. Nè men coraggioso f u il successore on. Peano, che in u n momento in cui egli temeva che i ferrovieri rossi occupassero le ferrovie, nei giorni in cui gli operai delle industrie avevano occupato le fabbriche, in un notevole colloquio avuto con me, presente Meda, all'H6tel Minerva, mi comunicò che era costretto a promettere ai ferrovieri rossi che neppure i diritti acquisiti da quei fuochisti che avevano fatto andare i treni durante lo sciopero, sarebbero stati rispettati. E la triste vertenza, risoluta in parte dall'on. Micheli, fu finalmente composta dall'on. Martini, sottosegretario con Riccio ai lavori pubblici, con quei ripieghi che erano necessari a regolare delle questioni già compromesse. Due anni d i resistenza della democrazia liberale, impaurita per un piccolo atto di giustizia e di gratitudine verso chi aveva resistito all'anarchia e al bolscevismo!

-

6. Questi due episodi, che caratterizzano il momento gravissimo passato dal nostro paese, avevano già completamente messo in urto il partito popolare con il governo, e si attese il ritorno d i Nitti dall'estero, dove si era recato la seconda volta in quell'anno, perchè venisse affrontata la crisi del gabinetto, non intendendo più che Nava e Sanjust restassero al governo. Pertanto fu deciso il rimpasto del marzo 1920; i popolari non volevano nè potevano passare all'opposizione, per non rendere impossibile il funzionamento d i qualsiasi governo, e quindi obbligare il paese ad aflrontare altre elezioni generali, appena dopo quattro mesi, con esito ancora più favorevole ai socialisti, i quali con i due scioperi generali l'avevano vinta sul governo


borghese; i popolari credettero opportuno fissare per conto'loro e i n confronto all'on. Nitti i loro criteri direttivi d i politica nei famosi nove punti che dovevano essere l'inizio d i un rivolgimento programmatico e tattico nelle coalizioni ministeriali. A questo tentativo, del quale è stato accusato il partito popolare come di un'offesa alle pure tradizioni costituzionali e perfino ai diritti della corona, fa riscontro l'altro del 1922 detto il veto n Giolitti. I nove punti rappresentavano un gruppo d i riforme pratiche che.erano, come si sa, i primi elementi del programma popolare applicato al momento; la sostanza dell'atteggiamento politico in confronto alle debolezze e oscillazioni del ministero Nitti era segnata nell'affermazione del punto primo ove si diceva: u politica interna d i rispetto alla libertà individuale e collettiva e d i salda resistenza agli elementi d i disgregazione anarchica della compagine sociale ». Tutti sanno l'esito di quel rimpasto; i popolari uscirono dal ministero, e solo promisero di dare il voto alla camera sulle comunicazioni del governo, nella speranza che il ministero così rifatto e sotto la minaccia di un voto contrario dei popolari fosse più energico verso i socialisti. Era il periodo in cui alla camera l'urto quasi quotidiano £ra le masse dei deputati socialisti e dei deputati popolari era acuto, e l'assenza voluta degli altri settori - come se liberali e democratici non fossero interessati a tutelare la vita del paese -, dava l'impressione essere in loro il proposito tacito e segreto di fare esaurire i popolari nella guerriglia anti-socialista; per poi arrivare essi democratici ad un'intesa con i socialisti, senza il terzo incomodo popolare, che molti ritenevano solo un fenomeno transitorio ed eccezionale del dopo-guerra, basato sull'equivoco e quindi destinato a spezzarsi e confondersi con gli altri partiti. L'on. Nitti (nessun altro l'avrebbe fatto) accettò quella posizione incomoda di essere di fatto i n minoranza come governo, e di stare alla mercè del voto dei popolari. Egli però, che i n tutto quel periodo d i governo mostrò una incomprensione straordinaria del fenomeno popolare, a parecchi che lo awicinavano diceva che contava sempre sul voto dei popolari, i quali per intervento vaticano (secondo il pensiero d i Nitti) dovevano votare a suo favore. Perciò continuò in questo secondo esperimento la


sua solita politica e dal marzo al maggio del 1920 lasciò che i socialisti, specialmente dell'Emilia, dell'umbria e della Toscana, facessero tutte le peggiori violenze nelle campagne, e preparassero quel che allora si temeva, il tentativo di settimane rosse, o per lo meno l'asservimento pratico di tutte le altre classi sociali. Perciò il congresso nazionale del partito popolare italiano, tenuto a Napoli nell'aprile di quell'anno, riuscì una manifestazione anti-nittiana, sì che non rimaneva alcuna possibilità a l gruppo parlamentare di continuare a dare il suo voto favorevole al ministero. Onde, riaperto Montecitorio nel maggio successivo, fu iniziata la discussione sulla politica interna col proposito di rovesciare il gabinetto. Non si arrivò nemmeno alla fine della discussione, e sopra una particolare riguardante i postelegrafonici, popolari e socialisti uniti insieme provocarono la crisi. I1 fatto diede luogo ad una nota dell'Osservatore Romano contro la crisi e poco benevola per i popolari, il che fece ritenere per parecchio tempo vera la leggenda, che Nitti diffondeva ad arte, che i suoi buoni rapporti col Vaticano avrebbero tenuto a posto i popolari nonostante quel secondo scontro. Mussolini in questo ha avuto un meno abile predecessore! Come mai, dopo sei mesi d i distacco e d i lotta dei popolari contro il governo di Nitti, nella crisi del maggio 1920 essi decisero di partecipare al suo secondo ministero? È questo un punto oscuro della storia del nostro partito, che nei suoi primi passi era costretto da u n intimo travaglio di varie correnti e dalla situazione parlamentare e politica, a dibattersi fra le maggiori difficoltà; è natiirale che non tutte seppe o potè superare. Dal 16 novembre 1919 al 22 ottobre, per ben tre anni, non fu possibile costituire un qualsiasi governo parlamentare, senza la partecipazione dei popolari. I1 tentativo Nitti, dal 13 marzo al 14 maggio del 1920, di governare senza i popolari, mostri> tale debolezza che nessuno ci volle più ricadere; l'on. Bonomi, incaricato di comporre il nuovo ministero, quando ricevette la lettera dell'on. Micheli, segretario del gruppo, che gli offriva i voti e non gli uomini, saviamente declinò il mandato, che ~ l t r i non volle e che Nitti riafferrò a volo, sollecitando con tutti i mezzi il consenso degli stessi popolari.


La lettera d i Micheli a Bonomi fu provocata dalla opposizione che l'elemento neutralista dei popolari fece, sia nel consiglio nazionale ( i n quei giorni convocato a Roma), sia nel gruppo parlamentare; tale elemento di sinistra voleva evitare Bonomi perchè esponente dell'interventismo e appoggiato dalla destra; e voleva a m v a r e a Giolitti, i cui emissari tastavano il terreno per vedere se fosse maturo l'ambiente per u n ritorno dell'uomo d i Dronero con pieni consensi della camera. D'altro lato Meda e con lui non pochi sostenevano che Giolitti non fosse ancora deciso al passo, e che quindi occorreva tornare a Nitti come il minor male e come una passerella, sicchè alla ripresa Giolitti potesse fare il suo ritorno e ottenere l'agognata soddisfazione. Ma gli eventi ebbero più Getta di quella che non avesse Giolitti; perchè in quei giorni di nervosismo Nitti fece in modo di riunire contro di sè in unica offensiva tanto i nazionalisti e i liberali, con i fatti disgraziati del 23 maggio, quanto i socialisti, con il decreto sul prezzo del pane. I n quel momento gli unici a sostenere il decreto sul prezzo del pane furono i popolari; ma la loro sincerità fu detta ingenuità, e Nitti, preso dal panico, decise di cadere senza risorse, perchè si presentò alla camera dimissionario e per giunta con il ritiro del decreto sul prezzo del pane, cosa che costò all'erario circa sette miliardi. I n queste circostanze l'avvento di Giolitti fu una conseguenza; neutralisti giolittiani e interventisti antinittiani batterono le mani; gli uni perchè era una loro rivincita, e gli altri perchè credettero l'uomo forte, non ricordando il-verso di Dante:

...

l'opere mie non furon leonine ma d i volpe

a

D.

Non per rivendicare un mio modo personale di vedere, nè per un'inopportuna voglia di fare anzi tempo una storia di avvenimenti interni del nostro partito, ma per una migliore comprensione di quel primo punto oscuro della politica parlamentare popolare, credo necessario segnalare le due fasi del mio contegno. Fui contrario all'entrata dei popolari nel secondo ministero Nitti, e la mia tesi rimase in minoranza nel direttori0 del gruppo, perchè accolta solo da tre deputati contro otto; e avversai un ritorno di Giolitti. La mia situazione, dopo esser


rimasto in minoranza in confronto al direttori0 del gruppo e nel primo e nel secondo caso, portava naturalmente o ad una crisi nella segreteria politica, owero mi dava la facoltà d i aprire un conflitto fra la direzione del partito e il gruppo parlamentare, conflitto che avrebbe dovuto esser deciso dal consiglio nazionale. In ambo i casi preferii tacere, nel caso Nitti perchè la immediata crisi del gabinetto mi tolse dall'imbarazzo; nel caso Giolitti, perchè il paese, stanco delle crisi avvenute dal marzo al luglio, in un ambiente d i grave tensione, nel quale si preparavano le giornate di agosto per l'occupazione delle fabbriche, e quando tutti i giornali inneggiavano al governo forte e al vecchio parlamentare risuscitato, non avrebbe affatto compresa la ragione del mio atteggiamento, che tendeva a d impedire l'esperimento Giolitti, nel quale io con pochissimi italiani, non avevo alcuna fiducia. Infine il ritirarmi, cioè aprire una crisi nel partito, sboccava in una facile conferma nella mia carica di segretario politico, il che significava dare sanzione d c i a l e al dualismo fra gruppo parlamentare e direzione del partito. Tacqui; e i giornali politici da allora ad oggi han sempre segnalato come pericoloso per il paese il mio nittismo, e mi hanno addossato la responsabilità dei prowedimenti economici e finanziari di Giolitti.

-

7. In questo così agitato periodo politico che va dal dicembre 1919 al luglio 1920, i popolari non si erano lasciati avvolgere e stritolare nelle spire parlamentaristiche e di gabinetto; avevano precisato quegli elementi pratici, che han servito a dare la linea e l'elemento di discussione e di attuazione alla loro prima attività politica. Non che essi abbiano inventato le questioni o abbiano trovato la pietra filosofale delle soluzioni; non è sul terreno politico che ciò possa mai farsi ; essi erano gli esponenti d i un nucleo di interessi e di dottrine, e le esprimevano in un modo che rispondesse alla reale situazione del paese, secondo il loro punto di vista. I1 così detto problemismo era per loro realtà e vita. Riassumendo i n poche linee quel che fu lo sforzo di allora e accennando ai successivi sviluppi dell'azione legislativa e pratica, mi fermerò su alcuni punti principali significativi che ca-


ratterizzarono il contrasto sostanziaIe del programma pratico popolare con le vedute e gli interessi rappresentati dalle altre correnti e dagli altri partiti. La più forte azione dei popolari è stata nel campo agrario; il dissenso con i conservatori e con i socialisti è stato da ambo le parti fondamentale e irriducibile, e la nostra azione h a perciò avuto uno svolgimento contrastato ed imprevisto. Nel febbraio 1920 i deputati popolari presentarono alla camera dei deputati tre progetti d i legge: uno sulle camere regionali di agricoltura, l'altro sul latifondo, il terzo per favorire la piccola proprietà; e ne prepararono u n quarto sui contratti agrari. I1 problema agrario appassionò i l congresso nazionale di Napoli, e divise nettamente la corrente estrema, che faceva capo all'on. Miglioli, da quella media che fu ben rappresentata dall'on. Martini. Le direttive del congresso di Napoli furono riassunte dal consiglio nazionale i l 15 maggio successivo in un importante ordine del giorno, che fin oggi è stato la base di tutta l'azione agraria dei popolari, sia nel campo puramente organizzativo e sociale, sia in quello parlamentare legislativo e governativo. I tre ministri che dal maggio 1920 all'ottobre 1922 ten. nero il ministero dell'agricoltura, Micheli, Mauri, Bertini, seguirono con razionale audacia le direttive del partito. I provvedimenti da loro adottati o fatti approvare dal parlamento furono principalmente di carattere transitorio, come quelli dei fitti ed escomi, quelli sull'occupazione delle terre, quelli sul credito agrario, quelli sulle commissioni agrarie di conciliazione e simili, ma tendenzialmente sviluppavano le tesi popolari avversate dagli agrari; i quali in quel periodo perdettero d i mira i socialisti per combatterci aspramente nel campo politico e in quello sindacale. E questa fu non ultima causa per cui le più importanti iniziative non furono condotte a compimento. Ma non per questo tali iniziative cessano di essere di attualità; i lavori legislativi e pratici dei popolari per il latifondo e la colonizzazione interna (discussi alla camera dei deputati nel luglio 1922) e quelli sulle camere regionali d i agricoltura (già discussi dalla commissione parlamentare nel dicembre 1922) e quello sui patti agrari (disegno di legge Bertini, giugno 1922) non andranno perduti, perchè si tratta di problemi immanenti nella economia


pubblica italiana, che nessun agrarismo e nessun fascismo può sopprimere. Ed è indiscutibile il merito popolare di avere, fin dai primi del 1920, nel marasma e nel comune abbandono delle questioni più vitali, precisato i termini e il valore economico e tecnico delle iniziative agrarie e obbligata l'opinione pubblica a seguirci o a combatterci, ma sul terreno scelto da noi. Ci han chiamaii bolscevichi bianchi, non tanto perchè qualche episodio locale, esagerato sulla stampa avversaria, anche in contrasto con la verità e per passione politica, con i colori dell'illegalismo e della violenza, potè fare impressione anche alla parte popolare più temperata; quanto per una ragione più profonda, quella stessa ragione per cui fu avversato, combattuto e sopraffatto il tentativo democratico cristiano del 1896-1906 ; perchè l'elemento conservatore sa di poter combattere o blandire i l socialismo e servirsene a scopi politici e di ricatto; ma non tollera che qualsiasi movimento a base cristiana tocchi l e viete forme e gli abusi del diritto di proprietà, perchè allora cesserebbe per loro l o sfruttamento della religione invocata a torto, a garanzia del più esoso conservatorismo. E questo spiega il filo-fascismo degli agrari, dei moderati e dei clericali, il cui odio politico per il movimento sindacale bianco non ha tregua, anche oggi, s£ruttando certi errori ed inesperienze che non potevano mancare, principalmente per l'improvvisazione inevitabile, dopo cinque anni di assenza dalla vita comune di una enorme massa di mobilitati e della gioventù attiva e idealista. agrario popolare, sirondato dalle agitazioni Oggi, l'i~~dirizzo del dopo-guerra e dalle naturali esagerazioni del momento, rimane integro nella sua oggettività; e rimane integro anche quel lodo Bianchi tanto avversato e biasimato, nel quale, come elemento di pacificazione, sboccò l'agitazione in u n primo tempo incomposta ed esagerata dell'on. Rliglioli. I1 lodo Bianchi nel complesso significa lo sforzo generoso e realistico di tentare d i trasformare il salariato agricolo della va1 Padana in u n partecipante collaboratore dell'impresa agraria. Chi crede che il problema agricolo sia i l principale problema economico dell'Italia, e chi osserva come, anche senza leggi e contro l e leggi, la popolazione agricola, impedita ad emigrare, vada rea-


lizzando il suo sogno della piccola proprietà, e come si sviluppino, anche contro ogni aiuto legale, i tentativi d i bonifica idraulico-agraria, si persuaderà che i popolari bene seppero porre la loro principale attività nel campo agrario, e bene seppero impostarne i problemi. Chè se l'iconoclastica fascista h a impedito fin ora di arrivare ad una legge di organizzazione agraria con le camere regionali di agricoltura, e a un mezzo di avviamento a trasformazioni terriere con quella sulla colonizzazione interna e a un regime di equilibrio nella regolamentazione dei patti agrari, noi non dubitiamo che il ritardo e la negazione politica restino solo una parentesi che dovrà essere presto chiusa ; e la nostra battaglia non sarà stata vana (*).

-

8. Altro problema posto e imposto da noi politicamente fu l'esame di stato e la libertà scolastica; dico cc politicamente », perchè come programma e come teoria era patrimonio del pensiero cattolico. Nei nove punti del marzo 1920, nelle contrattazioni del maggio e del giugno 1920 prima con Nitti e poi con Giolitti, l'esame di stato (affermato solennemente al congresso d i Napoli, su relazione dell'on. Anile) divenne realtà politica. L'on. Torre, nei brevi giorni del suo ministero, fece discrete dichiarazioni in proposito; e l'on. Croce fu l'elemento di garanzia dato ai popolari per una riforma scolastica con ampio respiro di libertà. Sono note le traversie e le opposizioni scatenate contro i progetti Croce; anche il b u ~ nvecchio Boselli, presidente della nona commissione parlamentare, d i fronte al disegno di legge sui corsi paralleli, si stracciò le vesti come un personaggio biblico, protestando contro l'offesa all'autorità dello stato. Come dirò più sotto, I'on. Giolitti si giovò di questo episodio per il suo gioco parlamentaristico, e fece cadere i disegni d i legge Croce con lo scioglimento della camera. Nè maggior fortuna ebbe il progetto Corbino, sul cui art. l 4 si battagliò fra popolari e democratici, durante la crisi del febbraio 1922; la lotta ebbe fine con la transazione Amendola e

(*) Sulla fine di dicembre è stato approvato dal consiglio dei ministri un R.D. s d e camere provinciali di agricoltura, con nn timido inizio di rappresentanza locale. (Nota alla 1. edizione, 1924).


con la successiva nomina di Anile a ministro dell'istruzione ; ma anche il progetto Anile non fu fortunato; ebbe, è vero, l'approvazione della commissione parlamentare, ma capitò alla camera a metà luglio 1922, quando già la situazione politica stava per precipitare; e lo stesso Facta aveva negato ai popolari che in quello scorcio d i sedute parlamentari e col solleone all'esterno e all'interno di Monteciiorio si potesse discutere sull'esame di stato. Così tre crisi tolsero a tre ministri la possibilità di realizzare una riforma, che doveva poi essere ripresa e condotta a termine da Giovanni Gentile, sotto l'etichetta d i quel fascismo, che aveva negata la libertà della scuola proprio nel congresso d i Napoli dell'ottobre 1922 che preludiava la marcia su Roma. A parte i molti errori tecnici e psicologici d i Gentile e lo spirito idealista che traspare da ogni suo atto, il principio dell'esame d i stato 2 una conquista popolare, la quale non può essere travisata neppure da quella tendenza accentratrice, che non fa dello stato solo l'amministratore. della scuola, ma addirittura lo eleva a stato-educazione, a stato-filosofia, a stato-spirito, e che Gentile esalta. I1 pensiero e l'attività popolare in materia scolastica non si limitava all'introduzione dell'esame di stato, ma si estendeva a tutto l'ordinamento scolastico; e dal congresso di Napoli con la relazione Anile (aprile 1920), a quello di Venezia con la relazione Piva (ottobre 1921), a quello d i Torino con la relazione Bosco-Lucarelli (aprile 1923), e con le varie proposte di legge, fra le quali interessante quella di Cappa e altri sui comuni autonomi, e quella sulle scuole professionali, fu ed è pensiero costante del nostro partito imprimere attraverso la libertà didattica e organica dei nostri istituti pubblici e il maggior incremento di quelli privati, una coscienza e una disciplina scolastica nazionale più profonda, più sviluppata, più rispondente ai bisogni del nostro paese e alle ragioni educative e morali del nostro popolo. I n proposito le affermazioni di Anile al senato sulla università cattolica allora sembrarono eresie in quel consesso: egli non ebbe un applauso nè una stretta d i mano, neppure da qualche senatore popolare presente, tanto fu accolta ostilmente la parola


del nostro ministro; oggi Mussolini le proclama conquiste fasciste del pensiero italiano rinnovellato e rinfrancato, e tutti applaudono.

-

9. Molti non si resero conto delle ragioni per le quali il pensiero popolare nel 1920 insistette perchè la proporzionale fosse introdotta nelle elezioni amministrative, e perchè ne facesse u n caposaldo del proprio programma, tanto in confronto a Nitti (nei nove punti) sì da indurlo a redigere un disegno di legge; quanto in confronto a Giolitti, che da vecchio parlamentare navigato, prima fece le elezioni amministrative evitando nell'agosto 1920 la battaglia parlamentare, e poi consentì che nel novembre successivo fosse approvato il disegno' di legge proporzionalista dalla camera dei deputati, e poscia che fosse seppellito a l senato, dove cadde con la fine della XXV legislatura. È da notare, per intendere bene questo divertente episodio parlamentare, che alcuni deputati popolari fra i dirigenti del gruppo erano poco convinti della necessità della legge, e dividevano i l loro spirito fra la disciplina esterna al deliberato del congresso di Napoli e il desiderio d i non urtare il presidente del consiglio; il quale, subodorato questo stato d'animo, fu felice d i mostrare di non essere decisamente contrario, e insieme d i non dare alcuna soddisfazione al partito, che come organismo operante, anche fuori del parlamento, non entrava nella sua mentalità e nelle sue abitudini (non dico convinzioni) politiche. Non ostante ciò, i popolari vollero battersi sulla proporzionale amministrativa, anzitutto per affermare la necessità che una buona volta in Italia le amministrazioni degli enti locali fossero sottratte all'influsso e al dominio delle forze politiche centrali, e la proporzionale riusciva una difesa delle autonomie locali; i n secondo luogo per preparare l'ambiente alla tattica intransigente decisa per le prossime elezioni amministrative; in terzo luogo per precostituire u n rincalzo alla proporzionale politica, della quale Giolitti non era affatto entusiasta, e contro la quale cominciava di già l'offensiva democratica. Anche la battaglia formale serviva agli scopi, e dava elemento a considerare come la conquista assoluta dei grossi comuni e delle provincie da parte dei socialisti fosse per questi ultimi una nuova spinta


verso la dittatura di classe. Le ragioni della tattica intransigente nelle elezioni amministrative, osservata quasi dappertutto dai popolari, erano squisitamente politiche. Non si voleva che il partito popolare, dopo appena un anno e mezzo di vita, si accodasse al carro dei liberali e dei democratici, i quali in quel periodo, come sotto Nitti così sotto Giolitti, continuavano la politica delle concessioni e delle blandizie ai socialisti nel campo economico-sociale, e contrastavano completamente alle affermazioni sociali dei popolari e delle confederazioni bianche; nè si voleva che i l partito popolare nei blocchi amministrativi divenisse uno strumento di reazione, come Giolitti tentò di fare con il nascente fascismo. Per questo i popolari posero nettamente come proprii i problemi della parità sindacale e della rappresentanza di classe nei consigli superiori e nei corpi amministrativi dello stato; donde poi vennero i progetti Labriola, Beneduce, Dello Sbarba e Cavazzoni sul consiglio superiore del lavoro, detto oggi della economia nazionale, e il decreto Dello Sbarba sulla registrazione delle associazioni sindacali. L'idea popolare è quella d i arrivare al riconoscimento giuridico della classe e alla rappresentanza delle classi nel senato elettivo. Punti programmatici e affermazioni di congressi, realtà sentita di organizzazioni, lotta quotidiana presso i ministeri, nel parlamento, nel campo sindacale, specialmente in confronto alle due confederazioni dell'industria e dell'agricoltura, formarono il diuturno travaglio dei popolari nei periodi più acuti della lotta di classe e nella deformazione politica dei gravi problemi economici che incombevano nel torbido periodo post-bellico. E proprio in quel tempo la lotta popolare contro le sovrastrutture statali di enti autonomi, consorzi, commissioni, consigli, commissariati, che turbarono la ricostruzione economica, fu lotta quotidiana per la libertà. Sarà utile opera poter riandare a tutto il nostro lavoro d i quel tempo, e ricostruirlo oggi, nel facile declamare d i quanti hanno poi trovata spianata la via alle tumultuanti realizzazioni. In modo speciale due problemi ebbero il maggiore nostro studio e le più larghe affermazioni: quello amministrativo del decentramento e delle autonomie, con la vivace battaglia per la costituzione della regione; e quello.


finanziario per il quale tre uomini popolari lasciarono notevoli tracce del loro indefesso e probo lavoro: Meda, Bertone e Tangorra. Sono cenni indicativi di lavoro e di battaglie, che riuscirono a dare al partito popolare italiano il suo vero volto di partito politico militante, e a impostarlo nella larga corrente di democrazia, senza esagerazioni e senza pentimenti, con deciso carattere sociale e con spiccato senso d i libertà.

-

10. Giolitti arrivato al governo impostò la sua politica sui noti prowedimenti finanziari ed economici; semplicista d i razza, egli riduceva ogni provvedimento alle espressioni politico-parlamentari al d i là e al disopra del valore oggettivo del provvedimento. Egli volle Meda al tesoro, e pose allo stdsso Meda, chi: giorni prima aveva scritto contro la nominatività dei titoli di stato sostenendo altra tesi, uno strano aut-aut; o Meda accettava il portafoglio del tesoro e il progetto della nominatività dei titoli d i stato, o egli, Giolitti, non accettava d i costituire il ministero. Meda cedette; sentì in quel momento un obbligo superiore all'amore di una tesi, cioè quello di dare al paese un governo forte, perchè egli credeva, e forse crede tuttora, che in quel momento Giolitti fosse indispensabile, anzi l'unico, e fosse un uomo forte. È vero che gli organi dirigenti del partito erano contrari a una legge antieconomica e che per giunta politicamente si sarebbe scontata; ed è ormai nota la lettera che io stesso diressi a Meda e Bertone (e comunicai a Giolitti) di una proposta intermedia che non fu accolta (**); lettera che poi giustificò la campagna dei popolari per la non applicazione d i tale legge, e che diede luogo al progetto d i legge BoggianoMarconcini; ma in quel momento nessuno volle assumersi la responsabilità di contraddire alla iniziativa giolittiana. Anzi, il gruppo popolare, con poche osservazioni approvò anche l'inasprimento della tassa di successione, la confisca dei soprapro(*) Sulla questione del « veto a Giolitti D si veda in Appendice un elenco dei più recenti articoli. (W) Il Popolo Nuovo, 20 febbraio 1921.


fitti e la inchiesta sulle spese di guerra; progetti che avevano la mira politica d i ingraziarsi i socialisti e placarne le ire, e davano a Giolitti il mezzo di prendersi una discreta rivincita sui guerrafondai. La camera approvò come sempre, a tamburo battente sotto il solleone, con il solito ragionamento dell'interesse nazionale (non è una invenzione mussoliniana questa); e i socialisti soddisfatti affrontarono l'occupazione delle fabbriche, mentre i liberali democratici con i nazionalisti e i fascisti si davano a preparare i blocchi amministrativi. L'auspicio di Giolitti, divenuto l'uomo di fiducia dell'una e dell'altra parte, faceva così il gioco dei borghesi e dei proletari. Chi in questo periodo può dirsi abbia sofferto di più fu la corrente popolare, perchè non so10 aveva dovuto approvare, ma addirittura avallare con i suoi uomini (Meda, Bertone, Tangorra) i provvedimenti finanziari, sotto la minaccia d i venir ritenuti i responsabili di una crisi che avrebbe gettato il paese nell'anarchia; assisteva al più audace progresso dei social-comunisti, che conseguivano tutti i privilegi e impedivano ai sindacati bianchi qualsiasi azione e qualsiasi libertà; e doveva da sola combattere nelle elezioni amministrative, con la tattica intransigente e avversata contemporaneamente dal governo e dai socialisti con le più fervide armi. La lotta fu vivacissima, e i popolari da soli conquistarono 1500 maggioranze, 2000 minoranze comunali e 700 seggi provinciali. L'occupazione delle fabbriche fu il tragico esperimento del bolscevismo, e determinò il risveglio dei borghesi; la tattica di Giolitti, se valse a evitare 10 spargimento di sanguc, sanzionò clamorosamente, più che non avesse fatto l'on. Nitti, la debolezza del governo democratico e la insufficienza dello stato a vivificare la coscienza collettiva nell'osservanza delle leggi; e diede la spinta a quell'illegalismo che doveva trionfare nei due anni successivi, fino ad essere proclamato come merito nazionale ed essere consacrato in marmi e in bronzi. Ciò non ostante, quella di Giolitti, come piccola politica di ripiego, piena di accorgimenti dilatorii e d i scaltri infingimenti, può dirsi riuscita, come può riuscire una schermaglia parlamentare, nella quale il vecchio burocrate era un tempo abilissimo. Infatti, non è colpa di Giolitti se la camera, mutati i


tempi, non arrivò ad approvare il progetto d i controllo nelle fabbriche, nè è colpa sua se un tale progetto poteva danneggiare ancora d i più la già in crisi industria italiana; ciò non poteva entrare nei suoi calcoli; certo pensava egli che non sarebbe mancato, una volta passato il temporale, chi avesse potuto modificare o abolire la legge siil controllo operaio, come avvenne per la nominatività e per la tassa di successione. Giolitti ebbe pochi meriti i n questo periodo così difficile della vita italiana; ma bisogna riconoscere a lui quello d i avere conchiuso i l trattato di Rapa110 ed avere cercato di risolvere, anche con un doloroso atto di energia, la situazione di Fiume; e in questo merito i popolari non hanno alcuna parte diretta, tranne quella di avere secondato favorevolmente l'opinione pubblica e avere assicurato il loro appoggio a l ministero. Ma in confronto a questo reale merito egli ha il demerito notevole d i avere svalutato l'Italia nell'incidente di Valonu. L'uno e l'altro fatto rivelano la mentalità dell'uomo, forte con i deboli e debole con i forti; temeva le minaccie dei socialisti e non era sicuro della disciplina di qualche reparto militare; e allora esclamava: u A Valona nè un soldato, nè un cannone! » mentre, sicuro dell'appoggio dei socialisti, e valutando non ancora troppo forti nazionalisti e arditi, trovava il coraggio d i sparare su Fiume. Altro atto che bisogna segnare a merito d i Giolitti è l'abbandono del prezzo politico del pane, p e r , i l quale affrontò anche l'ostruzionismo. Ma merito principale di ciò è dovuto a i popolari che fin dal decreto Nitti (giugno 1920), furono apertamente favorevoli, e seppero resistere alle loro masse e sostenere il governo con la maggior compattezza, al disopra di qualsiasi altro partito; e se essi biasimarono Giolitti fu per la tardività del provvedimento, che doveva essere preso nel luglio-agosto 1920, insieme con quelli finanziari, e non ritardato di otto mesi, facendo così perdere sette miliardi all'erario dello stato. Ma dopo questa memoranda battaglia, fatta l'indomani della scissione dei comunisti dai socialisti, Giolitti volle tentare il supremo colpo delle elezioni politiche per galvanizzare, con l'aiuto dei fascisti, il partito democratico-liberale e ridurre a ragionevole numero, sì da dominarli, popolari e socialisti, sui quali fare il doppio gioco della sinistra e della destra; e arri-


vare, attraverso questo piano, al vieni meco (suo vecchio sogno accennato prudentemente nella relazione a l re pe; il decreto d i scioglimento della camera dei deputati) e chiamare i socialisti unitari e temperati con lui al governo. Giolitti nega d i avere consentito o tollerato che i fascisti fossero armati con l'ausilio d i alcuni elementi dell'esercito, e di avere agevolato l'illegalità e la violenza squadrista, che già aveva funzionato nei blocchi amministrativi dell'autunno precedente; la storia ci dirà fino a qual punto il gioco governativo si fosse spinto; ma evidentemente le elezioni generali furono impostate dal governo sul pernio fascista, e Giolitti pensò d i manovrare sul serio, come abile regolatore, le tre vere forze politiche del momento: socialisti, popolari e fascisti; ma questa volta non vi riuscì. Nei giorni che precedettero lo scioglimento della camera alcuni deputati pensavano che il nostro partito dovesse opporsi alle elezioni generali, che non si reputavano necessarie nè utili; e certo avrebbe potuto farlo, provocando una crisi. Nè mancava il motivo a giustificare il ritiro di Micheli e Rodinò (allora assunto al ministero della guerra); bastava il fatto che il progetto Croce sull'esame d i stato era caduto in commissione con i voti dei giolittiani, e che Giolitti non si decideva a portarlo alla discussione della camera, come gli fu richiesto dal segretario del gruppo; questa ragione avrebbe giustificato il partito popolare di fronte al paese; ma gli organi dirigenti del partito non vollero assumersi tale responsabilità, nella convinzione che la manovra elettorale giolittiana non sarebbe riuscita a danno dei popolari, i quali pcr mezzo di una elezione potevano liberarsi da un dominio ormai insopportabile. Difatti il 15 maggio 1921 furono eletti 108 candidati delle liste popolari, e gli eletti sarebbero stati di più se in oltre venti collegi la lotta contro i popolari (pur collaboranti al governo) non fosse stata aspra e subdola, rendendo famose fra le altre le elezioni d i Benevento, Caltanissetta, Catania e Perugia. Così Giolitti fallì al suo scopo, e ad elezioni compiute trovò una camera non più sua, perchè i popolari erano d a d e n t i , i fascisti, forza nuova e impetuosa, ricordavano Rapa110 e Fiume, i democratici erano scissi, mentre l'agitazione degli impiegati

3

- S~unzo- I l partito popola~a italiano

-

31.


imperversava ostilissima. Egli, come sempre, senza affrontare la situazione, prese la scusa del voto sulla politica estera e provocò la crisi, lasciando a Bonomi la tristé eredità del suo anno , d i governo; nel quale i popolari avevano sostenuto due battaglie fortissime, con due notevoli vittorie elettorali; ma nel quale essi avevano subito lo scacco d i non avere realizzato quasi nessuna delle proprie iniziative, da quella scolastica a quella agraria (meno la legge Micheli dell'aprile 1921), da quella del consiglio superiore del lavoro alla riforma amministrativa e finanziaria degli enti locali. Sembrò, e forse fu vero, che Giolitti avesse un proposito segreto di non lasciare ai popolari il vanto di avere iniziato nel campo legislativo la loro vasta riforma politica ed economica.

-

11. La nomina di Rodinò a guardasigilli scatenò una bufera, che pose i n pericolo il ministero Bonomi al suo primo presentarsi; e ci volle la minaccia ufficiale del partito, che se Bonomi fosse caduto i popolari non avrebbero partecipato ad altro ministero (*), a far superare quel difficile momento e tenere a freno i malcontenti. Però da quel giorno l'urto morale fra i democratici e i popolari fu segnato, e il ministero Bonomi, debole per la sua struttura e poco sicuro per la indecisa natura del presidente, subì la lotta fra socialisti e fascisti che si sviluppava in provincia come per un piano prestabilito. Superato formalmente (ma non sostanzialmente) con le leggi del l 4 e 21 agosto, il problema immediato della burocrazia e della disoccupazione, e vinta (per merito dei popolari) la resistenza per la libertà d i commercio dei cereali; i due problemi formidabili che Bonomi ereditava da Giolitti erano quello dell'ordine pubblico, per gli eccessi dei socialisti e dei fascisti, ambedue tollerati e vellicati dai governi deboli; e quello della economia nazionale, che per naturale collasso post-bellico e per insipienza governativa minacciava l a vita delle industrie e delle banche. Su ambedue i problemi i popolari presero posizione e cercarono di rafforzare i l ministero perchè adottasse una politica decisa; cioè legalità e forza all'interno; abbandono delle leggi (*) Il Popolo Nuouo, 6 IngIio 1921.

34


Giolitti e intervento statale limitato ma rapido e sicuro per la crisi economica che incombeva. Le incertezze e i pentimenti, i contrasti e le paure portarono in politica interna a consentire il congresso fascista a Roma nel novembre 1921, e i n economia alla caduta dell'Ansaldo e della Banca di sconto. Ne ebbero buon gioco i giolittiani, per rialzare la testa e far cadere Bonomi, convinti che nessuno osasse contrastare il ritorno d i Giolitti. Così, sicuri del colpo, prepararono il pronunciamento extra parlamentare del 31 gennaio 1922. Ma i popolari - contro i quali era diretta la mossa sotto il pretesto dell'articolo 14 del disegno di legge Corbino che consentiva agli istituti privati la sede di esami -, dichiararono che non avrebbero collaborato con Giolitti, negando di partecipare ad un suo ministero. Questo fu detto il veto a Giolitti. Si discusse se questo gesto popolare fosse o no costituzionale, ci si accusò d i volere gettare il paese nell'anarchia, si minacciò di far fallire il Banco di Roma, come se l'economia del paese fosse una posta di lotta politica; si tentò (invano) la via del Vaticano; si mossero i soliti popolari (oggi ex-popolari amici di tutti i governi); ma, battaglia singolare e nei dettagli interessante, non si riuscì a rimettere Giolitti a galla e a riportarlo signore dell'aspro gioco parlamentare. A rigor di logica costituzionale al posto di presidente del consiglio doveva andare un popolare, e l'indicato moralmente era Filippo Meda, il quale fu anche invitato dal r e ; ma egli rifiutò. Fu un errore: in quei giorni socialisti, fascisti e popolari vi consentivano; e i democratici avrebbero alla fine piegata la testa; in caso contrario, il solo tentativo di un ministero popolare avrebbe capovolta la situazione. Meda non volle; il suo temperamento è lontano dai colpi di audacia, e quello era certo un colpo d i audacia ; e purtroppo il suo senso di fiducia in Giolitti, come non lo fece associare con entusiasmo alla lotta che combatteva il partito popolare, così lo allontanava da una soluzione che poteva anche preludiare ad un'altra battaglia antigiolittiana. A pensarci dopo, se un gabinetto Meda non poteva realizzarsi . in quel momento per le sue personalissime vedute, egli doveva trarsi in disparte e lasciare che il partito popolare facesse il suo esperimento di potere, breve o lungo non importa, con altro uomo, che poteva essere scelto fra i più provetti della nostra


vita parlamentare. Certo la peggiore soluzione fu quella d i Facta, imposta dal rifiuto di De Nicola e di Orlando, e caldeggiata come ripiego dai giolittiani, e accettata per stanchezza da Cavazzoni e De Gasperi, pur con il dissenso di altri dirigenti del partito, che anche questa volta ( e forse fu un errore) non vollero aprire il c o d i t t o fra gruppo parlamentare e direzione del partito. Così una battaglia memoranda nel suo significato e nella sua portata parlamentare e politica, potè dirsi frustrata; perchè solo l'accettazione da parte dei democratici dell'esame di stato e della conseguente nomina di Anile a ministro della pubblica istruzione fu il vantaggio della lotta; la quale però determinò il piegarsi dei democratici verso i fascisti come un punto fermo dell'avvenire, contro un gruppo popolare stimato a torto torbido, irrequieto, prepotente, da mortificare e ridurre all'impotenza.

-

12. Quando si farà la storia senza le passioni e la retorica del presente, non si potrà comprendere come e perchè l'Italia abbia mandato un Facta a presiedere 1a.conferenza d i Genova, e come e perchè sia potuto essere Schanzer, con le sue timidità e le sue paure, a sostenere a Genova la parte della politica estera italiana, non così francese da soddisfare Poincaré nè così inglese da dar ragione a Lloyd George; ma amletica e inconcludente. Quella grande parata di Genova si sapeva che era u n tentativo lloydgiorgiano per la politica interna inglese, e doveva arrivare ad avvicinare la Russia all'Europa, perchè l'Inghilterra aveva bisogno d i penetrare in Russia. La questione centrale della poiitica europea, cioè Francia e Germania, non poteva far parte della conferenza, e pure tutti la sentivano presente e incombente come il fato. La questione russa, che allora fece versare fiumi di inchiostro e sollevò le ostilità di tutti i nazionalismi indignati, con a capo la Francia, perchè l'Inghilterra voleva avvicinare l'eretico civile del secolo XX con le mani purissime dei popoli occidentali, la questione russa ha oggi preso il suo

'


abbrivo; le nazioni vincitrici, con più o meno puritanismo, ripigliano i traffici e abbandonano le pretese di compensi e d i indennità e sono disposte anche al riconoscimento de iure dei Soviets; e invece la questione franco-tedesca è al suo stadio acuto quanto non era stato previsto neppure a Genova. I1 partito popolare volle contribuire alla preparazione morale e politica della conferenza d i Genova come nessun partito i n Italia e fuori; e le sue proposte e il suo indirizzo ebbero una notevole eck nella stampa nostrana e straniera, e i suoi uomini cercarono d i seguire una linea di condotta uguale e precisa. La pubblicazione d i Vincenzo Mangano (*) è un notevole documento al riguardo. I problemi d i politica estera sono stati seguiti e sentiti dai popolari in tutta la loro imponenza e con linee e vedute proprie; del resto, all'infuori dei nazionalisti e dei popolari, nessun partito italiano ha portato sulla politica estera un suo indirizzo e u n suo piano teorico e pratico. I1 concetto che la politica estera fosse terreno riservato al governo era prevalente nel campo liberale e democratico; ed è stato sempre un vero alibi per non pensare nè studiare. I socialisti, alla loro volta, partendo dalla pregiudiziale antiborghese, dicono, o meglio dicevano, che tutta la politica estera è forzatamente borghese, e che fino a che non si soppianta l'attuale regime con la dittatura proletaria, è inutile pensare ad una concezione di politica interstatale: i laburisti inglesi li disinganneranno molto rapidamente. Invece i popolari hanno superato subito una qualsiasi pregiudiziale di internazionale religiosa, che resta per loro al di fuori della politica militante interna od estera; ed hanno impostato la loro politica sul piano rigoroso della realtà internazionale e con una marcata e programmatica tendenza pacifista e universalista. Quel che è nuovo per molti si è che i popolari cercano nella politica estera la chiave della politica interna e della politica economica; mentre il realismo piccolo borghese dellYItaliademocratica, al contrario, ha cercato nella politica interna e in quella economica la chiave della politica estera. (*) V . Mangano, La crisi della pace Roma, 1922.

-

Da Genova all'Aja, Ferrari,


La prima affermazione pratica fu fatta a l congresso di Bologna (1919) a favore della società delle nazioni e contro il trattato di Versaglia, e l'on. Longinotti portò alla camera dei deputati l'eco d i quella deliberazione. Allora re valeva fra i popolari la pura tendenza pacifista, ma non rinunciataria, si che per Fiume Si tenne un contegno profondamente italiano senza però cadere negli errori dei nazionalisti e si avverti subito i l pericolo (anche tra le esagerazioni dei plausi ad Orlando per il suo gesto retorico d i aver abbandonato Parigi) di ~ e r d e r ed i vista i problemi della nostra economia e dell'equilibrio del Mediterraneo e in Oriente. Al congresso d i Napoli (1920) fu impostato e favorevolmente risolto il quesito dei nostri rapporti con la Russia, con la Germania e i paesi vinti. Al congresso di Venezia (1921) fu d'1scusso a fondo il tema sulla società delle nazioni e deciso in senso favo-. revole, pur con le riserve necessarie per l'intervento degli stati assenti e per le riforme organizzative e politiche. Fu in quel congresso decisa la creazione di u n organo permanente di studio della politica estera; organo che funziona da due anni presso la segreteria politica del partito; e che preparò il lavoro per la conferenza di Genova, ed ha avuto la sua maggiore espressione a l congresso di Torino (1923) con la relazione del principe Rufo Ruffo (*) nella quale sono in forma limpida e chiara disegnate le linee della nostra politica estera, con senso realistico e idealistico insieme. Giova qui riportare in nota l'ordine del giorno votato dal congresso popolare di Torino (aprile 1923) che riassume le linee generali e gli apprezzamenti particolari di politica estera quale oggi è vissuta nel caos europeo del dopo-guerra (**). (*) Rufo Rnffo, Indirizzi di politica estera, Roma, 1923. Ecco l'ordine del giorno sulla politica estera approvato dal congresso di Torino: a 11 4 O Congresso Nazionale &l Partito Popolare Italiano: preso atto della relazione sulie direttive di politica estera e sulia azione della speciale Commissione e della Direzione del Partito; riufferma come indirizzi generali di politica estera del Partito Popolare Italiano : 1. che d o svolgimento della politica estera di ogni stato ed ai problemi internazionali, debban sempre maggiormente e più largamente essere interessate le correnti politiche e popolari di ogni paese, che quindi debba (W)

,


Come si rileva dagli atti della commissione esteri e dalla relazione Ruffo, il partito popolare fu l'unico che nel gennaio 1923 prese posizione a favore della soluzione di massima pospettata da Bonar Law e contro la dichiarazione d i inadempienza,volonammettersi il principio della politica estera palese per quanto ciò sia possibile, e con le necessarie garanzie che riguardino specialmente il periodo preparatorio ed elaborativo; 2. che la politica estera debba essere ispirata ai principi di cooperazione e di fratellanza fra i popoli, applicando anche alle relazioni internazionali i principi fondamentali della morale cristiana, pnr sostenendo i diritti nazionali con vigilanza e fermezza; 3. che alla politica dell'equilibrio delle forze armate, politica instancabile e insidiosa e che, dove ancora applicata, conduce alla rovina dei bilanci statali, si tenda a sostituire la politica del diritto e della giustizia internazionale, come forma e aspirazione ad m a società interstatale superiore; 4. che perciò convenga valorizzare la Società delle Nazioni opportunamente trasformata e adattata a rendere quei servizi che l'umanità ne aveva sperato, come fu deliberato dal 3 O Congresso Nazionale tenuto a Venezia; 5. che per tale scopo possa riuscire di sommo vantaggio alle aspirazioni internazionali popolari l'azione del B.I.T. anche per coordinare le organizzazioni operaie e togliere alle correnti estreme il motivo rivoluzionario e antinazionale della loro propaganda sociale, e per m a più realistica valutazione delle condizioni del lavoro in rapporto all'economia generale, e che sia pure opportuno mettere i n rilievo l'attività dell'istitnto internazionale d'agricoltura, realizzato con intuito previdente da S. M. il r e Vittorio Emanuele 111, come aspirazione a quella unità di produzione e di scambi che sia indispensabile ad assicurare l'equilibrio pacifico nella soddisfazione dei bisogni dei vari popoli; 6. che inoltre per il miglioramento reciproco delle economie nazionali sia necessario mutare l'orientamento economico internazionale e instanrare una politica economica e demogafica ispirata a maggiori criteri di libertà contro le rovinose tendenze protezioniste. A far si che questi indirizzi generali siano divulgati ed entrino nella coscienza politica generale internazionale fa voti: che presto poesa essere realtà compiuta la iniziativa della Direzione del Partito per una u Intenrazionale Popolare r, come una più intima intesa fra i partiti affini che partendo dal concetto di patria desiderino collaborare per un migliore awenire cristiano dei rapporti internazionali; riconosce che m a politica, la quale, applicando questi principi, tenda alla ricostruzione pacifica dell'Enropa e a M più tranquiiio assetto mondiale corri-


taria della Germania, contro il tentativo insano d i montare l'opinione pubblica italiana contro l'Inghilterra, prendendo pretesto dal deposito dei 450 milioni-oro; e contro la proposta d i un blocco continentale antinglese che ebbe lo spazio di u n giorno e un'articolessa di Rastignac. Lo sviluppo d i questa visione politica dei popolari, affermata sponda alle necessità fondamentali dell'ltalia, che deve svolgere nel mondo la sua missione civilizzatrice, deve trovare lavoro all'estero per l'esuberanza della sua popolazione, deve comprare all'estero materie prime e vendere all'estero prodotti nazionali; 1. che perciò sia sommamente utile una rinnovata attività di politica estera rivolta a creare nuovi e più saldi legami con gli stati del19America Latina dove già tanta forza italiana coopera a valorizzare ed accrescere, insieme con una sempre maggiore diffusione della nostra civiltà, anche grandiose risorse per i bisogni dell'umanità; 2. che la politica italiana debba tendere a cooperare con Inghilterra e Stati Uniti, egualmente interessati per la ricostruzione dell'economia europea e per conservare la pace all'Europa, per risolvere il problema delle riparazioni, connesso con quello dei debiti interalleati e dell'occupazione della Ruhr, tenendo conto delle giuste necessità finanziarie francesi, valorizzando, nell'ambito politico, le iniziative delle organizzazioni sindacali cristiane che prospettano il lato più realistico del problema nell'interesse diretto del popolo lavoratore; 3. che la ricostruzione dell'economia degli stati danubiani con i1 fine di avvicinare e di unire il loro sistema economico con quello italiano sia di fondamentale interesse per l'Italia, di reciproca utilità e &dispensabile per una più prospera vita dei porti di Trieste e Fiume; 4. che l'Italia debba avere nel Mediterraneo quella posizione eminente che la situazione geografica e la storia le assegnano per sviluppare i rapporti commerciali e culturali fra l'Europa e l'oriente; 5. che si debba esigere per Fiume la difesa del suo carattere nazionale magnificamente affermatosi attraverso le maggiori ditncoltà; 6. che l'Italia debba svolgere nel Mediterraneo la politica delle libertà nazionali, ove questa possa adattarsi al grado di coltura dei popoli e alla politica generale italiana verso le potenze europee; 7. che specialmente in Tunisia, Algeria e Marocco i diritti dei nostri connazionali debbano essere tutelati; 8. che occorre siano riconosciuti e garantiti diritti cristiani, specialmente quelli cattolici italiani, nella Palestina; 9. che possa essere presto coronata da successo l'attuale politica coloniale tendente all'assetto completo della Libia, che tutte le nostre colonie possano essere messe i n valore e che siano completate con quei compensi spettanti all'ltalia per l'art. 13 del patto di Londra.


più volte alla camera dei deputati, è stato segnato dalla battaglia giornalistica fatta dal Popolo d i Roma, battaglia singolare e importante, quando gli altri organi della pubblica opinione tacevano o seguivano le comunicazioni di Palazzo Chigi (*). Una iniziativa non ancora realizzata, che nel 1921 e 1922 incontrò notevoli consensi, è stata la proposta di una internazionale popolare, cioè di un'intesa fra i vari partiti cristianosociali e popolari dei vari paesi. All'uopo diversi uomini politici popolari ebbero abboccamenti in ripetuti viaggi con i centri europei più importanti e tentarono avvicinamenti notevoli in Italia e aIl'estero. Durante la conferenza d i Genova si ebbero scambi di idee molto proficui; per lettera furono stabiliti rapporti vantaggiosi con la stampa estera e con i partiti organizzati. R/la il tentativo non ha avuto ancora un esito concreto per vnrie ragioni, non esclusa la situazione franco-tedesca, che rende aspri rapporti fra il centro germanico e ì cattolici Erancesi, i ciiia!i ;litimi rinn han fin oggi una vera organizzazione politica antouoiiia e pcr sè stante, direttamente responsabile come gli altri pariitì ito:iticj affini in Europa. Ciò non oslante, il pensiero politico popolare italiano, il programma-base, la forma di organizzazione autonoma, le battaglie combattute e le sorti ora prospere ed ora avverse, hanno avuto non poca influenza presso i cattolici sociali dei vari stati, specialmente europei; e non è piccolo vanto se la novità dello spirito e la vivacità delle lotte italiane abbiano potuto avere all'estero un rilievo, o abbiano potuto far considerare come efficiente e costante una linea d i politica estera che (pur rimanendo in ciascuno stato nazionale) tende a divenire una base ideale della politica dei cattolici militanti, specialmente d'Europa. È notevole che ciò avvenga, perchè al di là delle condizioni realistiche di ogni nazione, uno spirito cristiano ci guida e una luce morale ci illumina, ed u n senso di dovere sociale verso il popolo ci è iden-

(*) per Ia politica mediterranea ed europea-centro orientale vedere il libro di L. Stnrzo, R i f o r m statale e indirizzi politici (in particolare a me=zogiorno e la politica italiana D), 2L ed., Bologna, Zanichelìi, 1956. Riguardo l'emigrazione e le scuole italiane all'estero vedere la collezione del Popolo Nuovo e gli atti parlamentari e dei quattro congressi nazionali.

n


.

tic0 in ogni angolo di questa agitata Europa; spirito che fa negare anche gli eccessi nazionalistici di cattolici e d i ecclesiastici, i quali si fanno influenzare da correnti pseudo-economiche e di idee paganeggianti, purtroppo in nome del più elevato amore terreno, quello verso la patria. Accanto a questa linea politica si è svolta l'azione del partito popolare favorevole verso l'indirizzo sociale internazionale ; sia sostenendo il B.I.T. di Ginevra (congresso di Venezia), sia favorendo l'unione internazionale dei sindacati d i Utrecht, sia appoggiando i l movimento internazionale delle cooperative bianche che ha sede a Roma, sia partecipando con uomini popolari e confederali ai congressi internazionali del lavoro di Washington e di Ginevra, e in varie altre forme affermando e approvando il pensiero cristiano sociale, che si va propagando e sviluppando in ogni parte del mondo. Tutto questo lavorio, che ha avuto anche qualche eco alla camera dei deputati a mezzo dei popolari, non va perduto ora che ogni movimento internazionale è sospetto; e le più salde correnti nostre si rafforzano nella speranza che il movimento democratico internazionale finirà per vincere sulle sovrastrutture nazionaliste e sugli egoismi capitalistici che tentano di soffocare la vecchia Europa.

-

13. La conferenza di Genova fu chiusa con il più caldo elogio all'Italia ospitale e con gli auguri di migliore avvenire. Quei primi tre mesi den'avvento d i Facta a l potere furono una sosta quasi tranquilla nella politica interna, e il parlamento potè riaprirsi come se la vita scorresse ordinata e senza scosse. Ma non appena gli ospiti internazionali si diedero il saluto del nulla aver concluso, anzi prima ancora, i prodromi delle agitazioni fasciste si fecero sentire, come a preludiare l'enorme crisi dell'autorità dello stato. Era di fatti difficile tenere ancora a freno le squadre fasciste, che da un anno, dopo le elezioni Giolitti, aspettavano l'immancabile sviluppo. Tutti pensavano che Facta fosse una parentesi: doveva tornare Giolitti, oltre che per aver la rivincita sui popolari, per dare il senso che lo stato non crollaese sotto l'urto delle masse armate. Infatti la va1 Padana, il centro dell'agrarismo, era in fiamme; nell'Emilia si movevano i gio-


vani fascisti armati e incendiavano cooperative e leghe, assalivano paesi interi, invadevano città. La manifestazione più importante fu l'occupazione di Bologna per protestare contro il prefetto Mori, reo di avere preso dei provvedimenti che potevano riuscire favorevoli alle leghe socialiste riguardo alla mano d'opera agricola. I n quel periodo la camera dei deputati, per volere dei popolari, discuteva il disegno di legge sul latifondo e la colonizzazione interna, e la mancanza di una guida politica da parte del governo, rendeva caotica ed esasperante la discussione; l'attenzione pubblica, aliena da quel problema agrario tutto affatto meridionale, era rivolta al movimento fascista, come decisivo nella lotta fra borghesia e socialismo; e mentre i deputati tecnici discutevano d i latifondo e di provvidenze agrarie - senza convinzione, come chiamati ad una vecchia discussione bizantina perchè nessuno credeva che quel, progetto andasse in porto -, nei corridoi di Montecitorio e nei ritrovi privati si discuteva di collaborazione socialista come necessario sbocco per una soluzione alla preoccupante situazione. Anche nelle file dei popolari e fra alcuni deputati più in vista si pensò alla possibilità d i una collaborazione con i socialisti per un governo forte che fronteggiasse l'illegalismo e le violenze fasciste e la reazione di destra. Però gli organi responsabili del partito popolare si opposero decisamente a questa corrente, sia per la enorme difficoltà programmatica, sia per la malsicura consistenza di una coscienza collaborazionista presso i socialisti, divisi in tre correnti diverse, sia per la valiitazionr: oggettiva dello spirito pubblico. Però la stampa, alimentata dall'ambiente pieno d i incertezze e di diffidenza, diede come prevalente la corrente collaborazionista; opinione questa avvalorata dal fatto che più volte popolari e socialisti si trovarono sullo stesso terreno durante la discussione del disegno di legge sul latifondo; e più che altro ~ e r c h è i popolari e socialisti d a d a v a n o della politica interna del ministero Facta e volevano non arrivare alle vacanze senza una chiarificazione. La realtà era molto diversa; e quando la camera dei deputati si eccitò per il caso Miglioli nella seduta del 15 luglio e proruppe in una dimostrazione ostile al governo, la colpa della crisi va attribuita prevalentemente all'on. Facta il quale, molto


,

malcautamente, volle quel giorno impostare la discussione sulla politica interna. Avvenne infatti quel che doveva avvenire; non ostante il franco dissenso deila segreteria politica del partito popolare, il gruppo parlamentare non potè sottrarsi ad un voto contrario al governo, espresso nell'ordine del giorno Longinotti combinato con cinque gruppi della maggioranza governativa, eccetto i democratici giolittiani. Questa eccezione dei giolittiani indicava chiaramente il pensiero del loro capo, che era andato i n cura a Vichy; cioè che il vecchio parlamentare, pur volendo ritornare a l potere, non credeva opportuno che ciò avvenisse in luglio e in seguito ad una crisi sulla politica interna. Ciò come impostazione non poteva certo piacere a chi per lunghi anni aveva sempre preferito evitare e non affrontare i problemi aspri e d i ferrea logica, comportanti una precisa conseguenza politica; era infatti stata sua costante cura quella di trovare il terreno delle crisi su questioni marginali e di pura formalità parlamentare. Coloro che promossero la crisi non ebbero la sincerità di chiarirsi vicendevolmente il proprio pensiero sulla non facile soluzione. Erano stati uniti nell'abbattere, ma moralmente e politicamente non erano uniti nel ricostruire. La maggior parte dei deputati, inclusi i popolari, principalmente per suggestione dell'on. Meda, credevano alla possibilità e peggio alla consistenza d i un ministero Orlando, e non fu affatto ascoltato chi, facile profeta, negava in radice una tale possibilità; altri si illuse che fosse scoccata l'ora della collaborazione con i socialisti; ma la direzione del partito popolare si incaricò subito di disilluderli, fissando come criterio alla partecipazione dei popolari nel nuovo gabinetto l'esclusione della destra filofascista e della sinistra socialista (*). Alcuni giudicarono esagerato e inane questo centrismo, quando mancavano nella posta i democratici giolittiani, i quali in quel momento avevano meglio degli altri fiutato il vento e facevano all'amore con l'on. Salandra. Questi per6 non volle staccarsi dai fascisti, nonostante che i fascisti si fossero differenziati dalla destra e avessero detto alla camera e senza replica del (*) Il Popolo Nuovo, giugno-luglio 1922 del P. P. I.

-

Deliberati deiia direzione


capo del governo, che essi erano pronti tanto alla legalità quanto alla insurrezione. Così l'on. Orlando, il designato a gran voce da tutti, fece come l'asino di Ruridano, e alla destra Glofascista e alla sinistra socialista, escluse dai popolari, ripeteva dolente: nec c u m te, nec sine te, vivere valeo; e cedette il mandato. De Nicola ebbe paura della situazione e non accettò il mandato. Meda non ebbe audacia e non accettò il mandato. Bonomi si mostrò inizialmente ben disposto, parlamentò con alcuni; ma Di Cesarò, memore del fatto che Bonomi aveva contato troppo sui popolari, dichiarò recisamente che i demo-sociali non avrebbero partecipato ad un suo ministero (piccolo veto d i due ore!) e Bonomi declinò l'incarico. De Nava anche lui ci pensò, sembrò disposto, indusse i popolari a consentire che un liberale di destra partecipasse al ministero, e i popolari fecero un passo avanti, per non essere accusati di irrigidirsi su criteri teorici; ma De Nava ebbe paura e corse a Fiuggi a riprendere Orlando perchè proprio questi ritentasse di comporre il ministero. E Orlando, per una seconda volta e senza un vero mandato del re, per un tacito accordo con De Nicola, Meda, Bonomi e De Nava, si rimise all'opera, quando avvenne il colpo di scena d i Turati che va al Quirinale. La inconsistenza del gesto del deputato socialista si vide subito; perchè nè la partecipazione socialista al governo, nè la promessa del voto, nè l'impegno dell'astensione fu potuta strappare ai socialisti divisi e ondeggianti, mentre dietro le spalle di Turati, o con la sua tolleranza, si preparava lo sciopero generale. D'altro lato i fascisti invitati a dare a Orlando un micistro senza portafoglio, riSutnvano, disintcrcssandosi dclla soluzione legale, e minacciando soluzioni illegali se la crisi perdurasse. Così fu che mentre l'on. Orlando, sfiduciato dopo l'inutile tentativo di intesa con socialisti e fascisti, era tra il sì e il no di fare un ministero senza di loro, e cercava di combinare i nomi, venne chiamato al Quirinale per una decisione immediata; anzi, se la versione è vera, per sentirsi dire che non era più il caso di aspettare le sue decisioni e quelle di De Nicola; perchè urgeva quella stessa sera avere una soluzione definitiva; e questa non poteva essere che un ritorno a Facta. Ciò avvenne per volontà dei giolitiiani, che ebbero buon gioco, con le notizie dello sciopero generale, di dimostrare al Quirinale come fosse

.


necessario un secondo ministero Facta, colui che solo poteva tenere il posto di presidente fino a novembre, quando il vecchio di Dronero contava di poter sicuramente tornare desiderato e invocato, come nel giugno '20. Lo sciopero generale, moralmente un delitto che agitava in modo inconsulto il paese, e politicamente un errore, offri un motivo ragionevole ai fascisti di opporsi con la violenza, aiutati in ciò dalla polizia, che li tiovava buoni alleati, e dal consenso morale d i gran parte della grossa e piccola borghesia, la quale per diverse ragioni aveva in quei giorni temuto una partecipazione di socialisti al governo e per giunta vedeva rivivere, con lo sciopero generale per le città d'Italia, i nefasti giorni del 1919. Facta fu obbligato dal re, dai giolittiani, dalla destra e dagli eventi a dire di sì; pose come condizione la permanenza dei popolari, i quali lasciarono ministri e sottosegretari quelli che erano in carica e nei posti che occupavano, e domandarono solo che vi fosse all'interno un ministro responsabile, che fu scelto nella persona del mite e incerto senatore Taddei. Questa crisi, non ponderata bene nei suoi elementi politici e solo fatta di sentimentalità e di impulsività parlamentare, ebbe una soluzione illogica, peggiore di quella del febbraio, rese più vivo il conflitto morale fra parlamento e paese, sfiancò il partito popolare, che ne sopportò più di ogni altro le conseguenze. I1 gruppo parlamentare popolare volle dar ragione al consiglio nazionale del suo modo di valutare la situazione, col messaggio del 16 agosto, redatto dall'on. Meda, nel quale sono delineate la crisi profonda della politica del paese e le direttive dei popolari in confronto ai movimenti socialisti e fascisti. I1 messaggio non sembrò conclusivo, perchè .oramai il secondo gabinetto Facta non era per nessuno una soluzione; l'urto formidabile tra social-comunisti e fascisti imponeva un altro sbocco; che già si sentiva necessario e fatale nel giorno stesso nel quale Facta riassumeva il potere. Perciò alcuni senatori popolari, con lettera diretta al segretario politico del partito, vollero interloquire anch'essi; cosa che diede l'inizio a quel movimento di destra che doveva sboccare nel distacco del luglio 1923. Ai due documenti rispose il consiglio nazionale, con l'appello del 20 ottobre, alla vigilia della marcia su Roma;


l'appello in quei giorni sembrò superato dagli avvenimenti ; oggi è più vivo nelle sue linee rigorose e nella valutazione di un alto compito morale che incombe ad un partito come il popolare. Di fatti non era una crisi ministeriale quella del luglio, ma una crisi d i stato: declinava la vecchia classe dirigente; e le rapide e volpine mosse con le quali Mussolini tenne in iscacco il ministero, fece la conversione dalla tendenzialità repubblicana verso il filomonarchismo, trattò e giocò contemporaneamente Giolitti, Orlando e Salandra, mentre compiva la marcia su Roma, dimostrarono come già moralmente fosse caduta dalla coscienza della classe dirigente la fiducia in sè e nello st,ato, fiducia necessaria per potere parare i colpi di mano fatti di violenze e di illegalismo e le rivoluzioni senza idee e i rivoluzionari senza martirio. I1 torto, se torto c'è, del partito popolare italiano fu quello di aver puntellato per quattro anni i governi democratici, che esso per istinto e per programma avversava; ma il suo merito fu quello di avere allora impedita una rivoluzione di classe da parte dei socialisti, e d i avere dato la spinta ad una nuova classe dirigente, moralmente sana e intellettualmente preparata, benchè politicamente ancora incerta e non del tutto fidente d i sè. L'esperienza di questi quattro anni non è stata vana e non è stata inutile, e neppure è stato senza frutto il latente dualismo fra gruppo parlamentare e organizzazione direttiva del partito; il quale, del resto, ha mostrato lo sforzo d i realizzazione parlamentare ed ha elaborato una coscienza politica che La conquistato la sua piena autonomia e p u i dirsi arrivata ad una non affrettata maturità. Gli avvenimenti dell'ottobre 1922 hanno attenuato I'importanza dei gruppi parlamentari ed hanno rivalutata la pubblica opinione fuori del campo parlamentare. In questo senso la posizione dei popolari è più libera da preoccupazioni di equilibrio parlamentare e di continuità governativa, e può riprendere il suo punto di partenza indicato nel primo appello del gennaio 1919, cioè la lotta contro lo stato accentratore e panteista e per le autonomie e le libertà, come termini ideali e reali della vita dei popoli e del loro sviluppo democratico.


DALLA CRISI DI LUGLIO ALLA MARCIA DI OTTOBRE

1 PROBLEMI

DELLA POLITICA ITALIANA

Dopo la crisi Facta del luglio 1922, credetti opportuno riassumere il mio pensiero in un'intervista concessa al Secolo d i Milano nel mese di agosto. Riprodiicendola oggi, in questo volume, credo di potere completare lo scorcio storico fissato nel primo capitolo, e segnare il punto di partenza alla crisi statale dell'ottobre successivo. Ecco l'intervista: « D a parecchio tempo avevo cercato di intervistare don Sturzo, ma egli mi era sempre sfuggito, con quel suo sorriso fine e bonario, che evita di rispondere senza divenire scortese. Oggi no: crisi chiusa, camera chiusa, senato chiuso, non h a argomenti d i delicatezza (dato il posto d i segretario politico del partito popolare italiano) per potere di nuovo sfuggirmi. - Come vede lei la nostra situazione politica? Don Sturzo è per temperamento e per esperienza un nttimista; egli valuta il fenomeno, ma non lo esagera; crede che le forze reattive del popolo italiano, anche nei momenti d i profonda crisi, siano ancora vivc e sane. La politica affiora in Italia come sentimento, non distrugge le attività individuali, ancora prepotenti e fresche nello sforzo di vivere, di produrre e di creare. Ancora una volta l'individuo salva il nostro paese dal morbo collettivo. Egli prosegue: - il problema gravissimo per l'Italia oggi è quello economico; ed è il problema centrale di tutti i movimenti convulsivi. Di fronte ad un « deficit D annuale, tra finanza pubblica, bilancia commerciale e cambi, di oltre venti miliardi

4

- STunzo -

I1 p a r t i t o p o p o l a r e i t a l i a n n

- 11.

49


all'anno, oggi non è proporzionato lo sforzo produttivo, la disciplina delle economie pubbliche e private, l o studio di una politica lungimirante e realizzatrice, all'interno e all'estero. Si direbbe che si dubiti oramai dell'impresa e l a fiducia in noi stessi vacilli. Dopo la guerra l'Italia ha fatto la politica (quale essa sia) della distribuzione della ricchezza, più che quella della produzione; perchè si è avuta una economia fittizia, formata da una notevole inflazione monetaria e da un intervento statale esagerato e rovinoso, per sorreggere industrie in crisi e per riaffermare le posizioni vacillanti dello stato centralizzatore e burocratico. Così il paese si è ancora d i più polarizzato inconsciamente verso un interventismo di stato, che ha alterato i rapporti economici, ha favorito speculazioni parassitarie, ha tolto il senso della responsabilità delle imprese, h a imposto spese irrazionali ; mentre dall'altro lato la politica finanziaria di Giolitti voleva essere i l correttivo demagogico alla spinta demagogica della economia associata. - Abbiamo interrotto il nostro egregio interlocutore, di. cendo con voluta ingenuità che questa critica è piuttosto in ritardo. - No, replica egli: l'ho fatta i n un discorso tenuto a Milano nell'ottobre 1920, l'indomani dell'occupazione delle fabbriche (*); e rileggendola a due anni d i distanza, non ho che da veder confermate varie previsioni, e ribadita quella critica fatta nel momento culminante del bolscevismo e del demosocialismo d i stato. Son tornato a parlarne poi a Firenze nel discorso del gennaio di quest'anno, sotto il punto di vista della crisi d i stato. . Oggi il problema è ancora identico: non ha fatto dei passi notevoli sul cammino della soluzione. Dal punto d i vista economico, vi sono stati vari tentativi onesti, quale quello del prezzo del pane e la libertà di commercio dei cereali, e la fine (speriamo completa) delle gestioni fuori bilancio; dovrei aggiun( 8 ) L. Stnrzo, Riforma sr<itoIe e indirizzi politici, F ed., Bologna, Zanichelli, 1956.


gere la riforma amministrativa dei servizi statali, se i l governo, o meglio i governi, la commissione parlamentare e la bamera stessa non avessero sciupata questa legge, mostrando di non aver fede nella riforma, d i non voler affrontare le responsabilità ai essa, di non saper ottenere da uno strumento, per quanto difettoso, però molto utile, i maggiori vantaggi possibili. Ma di fronte a così modesti tentativi quale pazza coma alla svalutazione, allo sperpero, alla confusione! Si doveva creare una marina mercantile e la legge Giolitti che toglie il privilegio per il reimpiego dei profitti di guerra, rimette in primo piano il problema della marina d i stato; Bellotti ne è stato il profeta, e ora Giuffrida sembra se ne faccia paladino, dopo che era stata seppellita per la validi opposizione dei ~ o ~ o l a r I1 i. problema da due anni si trascina nelle spire delle commissioni, mentre il governo sperpera milioni. Le tariffe doganali imposte col decreto'del luglio 1921 hanno creato u n regime insopportabile e sperequativo, che nessuna commissione, nessun parlamento corregge. 11 problema agrario è insoluto, attraverso i decreti d i occupazione e quelli di proroga, acuendo il dissidio fra conduttori e lavoratori e alterando le condizioni atte ad una maggiore produzione; sono favorite le industrie d i consumo e non quelle d i esportazione; l'emigrazione è resa d s c i l e non solo dalle condizioni generali del mercato, ma anche dallo spirito regolamentarista e proibizionista, che animò la politica del commissariato sotto l'influenza del socialismo. I n questa atmosfera malsana, l'economia privata stenta a risorgere e a vivere, e l'industrialismo paraseitario agogna a mantenere il regime dell'economia associata, per utilizzare i profitti u politici )I, e il problema economico generale, nel turbamento istintivo del u deficit D in aumento, diventa problema squisitamente politico, il problema dell'oggi, del socialismo e del fascismo. - Ho fermato don Sturzo ne1 suo rapido dire, perchè esprimesse bene il suo punto di vista su un simile passaggio. - È chiaro: - egli ha ripreso - il motivo sentimentale e goliardico del fascismo contro l'oppressione bolscevica dei socialisti, il motivo di difesa della libertà del lavoro, la coalizione degli agrari della va1 Padana con i fascisti, l'appoggio aperto -

-


che vi dàn gli industriali. hanno un fondamento economico che domani può essere superato, oggi non lo è ancora; e il movimento economico oggi si chiama non fascismo, ma C filofascismo n, il che è una cosa del tutto diversa e discretamente egoistica. È l'istinto d i difesa della ricchezza che si trasforma; di quella ricchezza che dalle antiche posizioni d i difettosa distribuzione, sulle quali si adagiava prima della guerra, ha subito le sperequazioni e le alterazioni imposte e create dalla guerra (da ogni guerra); ed oggi tenta di vincere il moto economico, polarizzato nella politica dello stato; è il superamento delle forme coattive, che hanno ritardato il ritmo e rotta la normalità delle leggi della economia; è insieme la rivincita forte e vivace, contro la « dittatura economica » della classe proletaria organizzata che doveva preludiare la dittatura politica. Questo è il « filofascismo n, cioè il moto d i simpatia, l'ambiente di favore, la ragione degli aiuti economici che la classe borghese, dall'industriale all'agraria, dalla massonica alla clericale, dà al fascismo, non tanto a quello politico che è in elaborazione, quanto a quello goliardico squadrista e armato che è in funzione. - Ma qual'è la distinzione tra fascismo e filo-fascismo nel suo contenuto economico e politico? - ho soggiunto, tanto per precisare il pensiero di don Sturzo. - I1 fascismo non è economicamente il carabiniere o la guardia regia della borghesia industriosa, ricca e procacciante; nè sarà il manutengolo dell'industria parassita che vive alle spalle dello stato, 'o meglio a carico del contribuente. I1 moto rapido e violento con il quale trasforma le leghe socialiste, comuniste ed anarchiche in fasciste, mentre giova a sostituire i capi politici e i dogmi dell'internazionale rossa, con altro organamento o altri miti a base patriottica e nazionale, nel senso sentimentale della parola; nulla modifica delle posizioni sindacali già conquistate, nè modifica la base economica della lotta d i classe, nè sposta i termini ferrei della distribuzione della ricchezza, nè attenua il gravissimo problema della sovrapopolazione operaia, alla quale restano ancora chiusi gli sbocchi della emigrazione e riesce i n d c i e n t e l'offerta del lavoro all'interno. In queste condizioni economiche si sovrappone, come sbocco d i un movimento convulso e violento, quello politico; i1 quale


si traduce in una tendenza soverchiatrice e monopolistica; il mezzo violento si esaurirà quando diminuiranno le resistenze; ma tornerà di nuovo sul terreno delle competizioni di classe l'impero della fazione, ieri socialista e comunista, domani fascista e squadrista; tornerà il problema della dittatura economica che tende a diventare dittatura politica. Allora i filofascisti saranno di molto diminuiti rispetto a quanti ora sognano la rivincita della borghesia e la scompaginazione dell'organizzazione del lavoro. Economicamente sarà tardi; lo sarà anche politicamente? Sembrava che con questa interrogazione il prof. Sturzo volesse finire l'intervista, ma io ho insistito perchè rispondesse egli stesso a tale domanda. Era alquanto perplesso. - È così difficile fare il profeta - egli soggiunge, però continua subito: - i l problema politico sta sostanzialmente in questi termini: può l'attuale democrazia come organismo statale, e con questa parola intendo anche i liberali puri (se ve ne sono), assorbire i l fascismo? Questo si proclama antiliberale e antidemocratico e tenta la riforma anche istituzionale dello stato liberale; e in ciò è una forza antistatale; però ancora non ha precisato i suoi termini; vuole di sicuro sovrapporre uno stato di classe allo stato democratico delle varie classi, e in ciò è aristocratico e nazionalista; ma insieme tende alla organizzazione corporativa e in ciò è democratico e sindacalista; sono le due anime in contrasto, oggi unificate nell'assalto, ma non certo nella ricostruzione. Questo contrasto dialettico sarà superato dal soverchiamento dell'una delle due forme; e dipende dallo stato democratico far sì che precipiti politicamente l'una o l'altra forma. - Come sarebbe a dire? - Ecco; mai si sono avute vere rivoluzioni fatte dal proletariato; l'aristocrazia militare o la borghesia conquistatrice e agraria han fatto sul serio le rivoluzioni. Gli altri movimenti di masse, anche i più vivaci, sono sboccati nelle reazioni, quando non hanno saputo realizzare le conquiste lente nell'assorbimento riformistico. Così sarà domani: il fascismo violento, divenendo organizzazione di masse, ritenterà la conquista delle vecchie posizioni proletarie in condizioni peggiori di quelle avute per venti anni dal socialismo, perchè l'economia italiana, dal momento


florido dell'ante-guerra, è nella fase d i seria e profonda crisi del dopoguerra; e le classi borghesi, nello sforzo d i rifare l'economia, tenteranno anche violentemente di ritornare nelle vecchie posizioni di prevalenza politica; vi saranno due fascismi (se piace la parola) uno borghese e uno proletario. Lo stato democratico se avrà il tempo e l'arte d i disintegrare i due fascismi, e di assumere esso la revisione dei suoi postulati economici e la tutela della libertà, potrà tentare sul serio l'assorbimento delle forze in lotta contro lo stato; e sarà questo un compito nuovo e vasto, se troverà l'uomo che rinnovellerà le sue fortune. - Altrimenti?... - Altrimenti, la crisi investirà anche le istituzioni, e quel che oggi è fenomeno economico prima e politico dopo può divenire anche fenomeno istituzionale, cioè rivoluzione. - E i popolari cosa faranno i n tutto questo tramestio? - Hanno un compito importantissimo: centralizzare i problemi e polarizzare le forze di equilibrio. Essi da tre anni combattono i vecchi postulati della democrazia, nel campo economico contro il socialismo di stato e la così detta economia associata, i monopoli statali, le violazioni dell'economia privata, la burocratizzazione dello stato, e sostengono il decentramento amministrativo e lo sviluppo delle forze libere morali ed economiche. In confronto al liberalismo sostengono la organizzazione e la rappresentanza di classe, come organismo non solo sindacale ma politico, sostengono la £ormazione della piccola proprietà e la stabilizzazione delle piccole economie liberamente associate. In confronto al socialismo sostengono i valori morali e spirituali del paese, l'abolizione dei monopoli di carattere proletario e parassitario dello stato. I n confronto al fascismo sostengono la necessità dei mezzi pacifici, l'abolizione delle forze armate e il ripristino dell'autorità dello stato. Lavoro penoso, misconosciuto da una stampa avversa che ha paura della forza politica del partito popolare, a cui non vuole riconoscere il merito di avere portato a servizio del proprio paese la maggioranza democratica dei cattolici italiani e di avere ripreso le posizioni logiche e storiche del liberalismo italiano (quello non anticlericale, nè settario) ma ispirato ad una concezione organica e sintetica dello stato politico.


La centralizzazione dei fattori della vita italiana nel campo politico ed economico è sostanzialmente una riaffermazione dei valori dello stato, che avvicina e rappresenta anche le masse, nelle caratteristiche sociali e nel valore organizzativo. È la parola d i una sana democrazia, che noi per il fondamento etico che non deve mancare abbiamo chiamata a democrazia cristiana n. - Sia pure - ho ripreso - però l'internazionalismo popolare attenua all'estero i valori nazionali dell'Italia, come l'internazionale rossa. Don Sturzo nega un simile paragone; - i popolari, egli dice, ammettono la patria e la nazione, mentre i socialisti la negano; e l'internazionale popolare ha un valore morale di fratellanza e unità di vedute basate sulle teorie democratiche cristiane, che non negano i valori nazionali. Quel che all'Italia manca, non per colpa dei popolari, venuti da poco tempo nella vita del nostro paese, è una politica estera; cioè quel frutto d i tradizioni, d i interessi e di valori che dànno unità di indirizzo alla nostra vita nazionale. Quando Giolitti proclamò alla camera: Nè un cannone nè un soldato a Valona! » non solo segnò la perdita della così detta Gibilterra dell'ddriatico, ma annullò di u n colpo venti anni d i politica italiana; come quando fu proclamata la politica delle mani nette da Cairoli, non solo si perdette Tunisi, ma si annullarono in un momento tutte le aspirazioni italiane nel Mediterraneo. La Triplice alleanza fu una politica, ma visse nell'equivoco e cadde col neutralismo. La politica verso la Jugoslavia non ebbe una linea ben precisa: tentennò tra Orlando e Sonnino, tra Roma e Parigi, tra Fiume e Rapallo. La politica economica sia della guerra (auspici Salandra e Sonnino) sia del dopo-guerra, ha visto insuccessi continui per inabilità e imprevidenza, perchè è mancata una visione economica seria e costante, e una direttiva spiritualmente intesa nel nostro paese; non era possibile vincere così sui fronti diplomatici del dopo-guerra. Questo non lo dico da ora, ma sono molti anni che lo dico e lo scrivo; nel campo avverso'però pochi leggono i miei scritti; ho viste le critiche benevole di Guglielmo Ferrero e di Vilfredo Pareto; ma la stampa liberale si foggia un don Sturzo mitico, inesistente, irreale; perciò qualcuno si meraviglia e dirà che h@


...

cambiato pensiero purtroppo sono da ventitrè anni nella vita politica e giornalistica e non ho scritto un rigo del quale oggi abbia a pentirmi o da vergognarmi, nè come popolare, nè come italiano Con una forte stretta di mano, mi ha lasciato; l'intervista era troppo interessante, per sembrarmi lunga e farmi perdonare dai lettori ».

-.

(dal Secolo di Milano, 19 agosto 1922).

-

Così deve definirsi quello che ha fatto mai-tedì scorso (*) il consiglio dei ministri, approvando il decreto-legge che sopprime l'ufficio centrale e i commissari generali e locali nelle nuove provincie: un atto d i viltà. Sono bastati gli incidenti di Bolzano e Trento a risvegliare i ministri del nostro governo e a renderli accorti che esisteva un problema dell'ordinamento provvisorio delle terre redente e a irovare, tamburo battente, una soluzione, mai intravista in tre inni, e della quale il governo italiano (quale che ne fosse i1 nome) si sarebbe dovuto preoccupare sul serio; risoluzione oggi accelerata attraverso una commissione di ministri che hanno deciso infra quarantott'ore come se... Annibale fosse alle porte! Ad onore del vero, e per giusta soddisfazione $nostra, dobbiamo dire che i nostri amici Bertone e Bertini si sono battuti vivamente perchè l'atto d i viltà non fosse compiuto; Anile era assente, e ce ne dispiace anche per l'imboscata che il consiglio dei ministri gli ha fatto per un certo decreto da scriversi ancora, riguardante le scuole secondarie della Venezia Giulia. Non sappiamo degli altri ministri, nè abbiamo interesse di saperlo; certo vi furono i tiepidi e vi furono i convinti; questi ultimi, come accade sempre, furono coloro che non conoscono l'ordinamento delle terre redente neppure sulla carta geogra-

...

(e) 10 ottobre 1922.

56


fica. La sostanza è stata semplice e meschina; non si sapeva come fare a risolvere il caso Credaro, mandato via dai fascisti o meglio dallo stato fascista, come ormai viene chiamato; Amleto nella veste di Facta h a ridiscusso il tema dell'essere e del ed ha ceduto su Credaro. non essere... del governo italiano Ma sapienza o ipocrisia vuole che non apparisca questo atto, diciamo così, di debolezza, e allora si maschera (molto bene!) con la soppressione degli &ci, anche di quello centrale. Così non ha fatto la Francia: ma da noi è esistita una vecchia controversia, nata quando Nitti ebbe la infelice idea di mandare Ciuffelli e Credaro (due ex-ministri) nelle terre redente: controversia di rango; gli ex-ministri non potevano sottostare al commendator Salata, capo dell'ufficio centrale, appena neo-senatore e non mai ministro! Di questa miserevole gelosia tra uftici locali e ufficio centrale è intessuta la storia dei rapporti fra Roma e Trieste, anche quando Mosconi sostituì Ciuffelli; e la maldicenza reciproca non era conosciuta solo sul limitare degli &ci alle orecchie discrete degli uscieri centrali e locali, ma trasbordava con tale facilità, che nessuno si è meravigliato nel leggere le accuse pubbliche che Credaro, trascinato davanti al tribunale fascista a Trento, alla presenza impassibile dei generali Assum e Ghersi, balbettò a sua difesa dicendo che egli era in regola con le sue carte, ma che Roma o meglio l'ufficio centrale non gli aveva dato ascolto. E questa rivalità è arrivata al punto che l'opinione pubblica era assuefatta a ritenere che non vi fosse per le terre redente una politica di gabinetto o u n ministro responsabile, ai quali costit-~zionalmentefar risalire le colpe e gli errori, no; ma che invece vi fossero u n Salata e un Credaro e un Ciuffelli o un Mosconi, capri espiatori ed attori della tragicommedia. I1 ministro non si è visto mai: si sia chiamato Bonomi o Giolitti, Nitti o Facta, non importa; non è esistito nè nella realtà nè nella pubblica opinione. Essi, presidente e ministro dell'interno (meno Facta secondo) in mille faccende di governo impegnati, ignari (non è colpa loro) della realtà dei problemi delle nuove provincie e senza avere il tempo per rendersene conto, hanno curato tale ramo della loro amministrazione come una cosa superflua piena d i seccature; e senza nutrire grande fiducia nel dirigente d i Roma, l'on. Salata, insi-

...


diato per giunta dagli ex-ministri governatori e dalla burocrazia dei singoli ministeri (ai quali i problemi delle nuove provincie venivano prospettati al difuori della naturale routine), hanno secondato ora l'ufficio centrale ora quelli locali, senza una linea precisa, secondo il momento politico e la impressionabilità estera delle varie questioni. Così si è vissuto per tre anni in un profondo equivoco organico; nessuno lo ha mai approfondito; pochi se ne sono resi conto; e le popolazioni venute a noi da una amministrazione seria, sicure. e ben fondata, quale era quella austriaca, hanno stentato a comprendere come l'amministrazione italiana fosse a loro riguardo tarda, ignorante e anarchica; e per questo hanno diretta la loro fiducia a l senatore Salata, verso il quale uomini e partiti del posto avevano già notevoli difìidenze, e lo hanno reputato uomo adatto a garantire quel nucleo di diritti, tradizioni, istituti a i quali essi tengono nella quasi totalità. . I1 decreto ministeriale lascia le commissioni consultive e non poteva farne a meno; dà a i prefetti i poteri che avevano i governatori, ed è necessità amministrativa; limita a l 31 dicembre i l tempo del passaggio delle funzioni ai vari ministeri e forse sarà troppo breve; e c0s.ì alcuni credono che la sostanza, almeno in parte, sia salva ; ciò non ostante la forma ancora offende: un decreto simile nelle condizioni in cui è stato emesso è un atto di viltà del governo di quello stato che Mussolini chiama stato liberale, e a l quale ogni giorno dà una scudisciata o lancia lo sputo del disprezzo. (dal Popolo Nuovo di R o m , 15 ottobre 1922).

L'APPELLO AL

PAESE DEL

P.P.I.

L'occasione formale di questo appello fu data dal messaggio del gruppo parlamentare popolare e dalla lettera dei senatori popolari, che nell'agosto e settembre manifestavano in quel modo il disagio politico; ma la ragione d i simile appello era data dal fermento generale e dal turbamento politico vivacissimo che in


quei giorni preludiava la marcia su Roma. Come segretario politico del partito presentai al consiglio nazionale il seguente appello, nel quale fu precisato il pensiero del partito e la posizione politica che esso assumeva. a La situazione del paese, estremamente delicata, impone ai partiti un rigore d i disciplina patria e uno spirito d i abnegazione quale nei più difficili momenti della nostra storia. I l fenomeno più saliente è il disprezzo della legge, la libera ed esaltata violazione del diritto nella sua espressione umana e nella tutela della libertà individuale e collettiva, la sovrapposizione violenta d i u n diritto economico e politico i n elaborazione e i n fermento a quello stabilizzato e formale. La debolezza dello stato accentratore fa sognare come possibile, utile e razionale l'azione diretta, sia economico-sindacale, sia politica, perfino organizzata in milizie, e ciò in dispregio dell'azione legalitaria dello stato nella sua funzione rappresentativa, legislativa e amministrativa. Pertanto n o n è vano timore che siano in pericolo le istituzioni dello stato italiano, mentre è venuto meno il rispetto allo statuto, come ragione viva della nostra costituzione, ed è discussa la monarchia, come sintesi d i rappresentanza, come forza unitaria e come funzione giuridica; anche perchè il governo è portato a tollerare ogni atto d i sedizione e ogni violenta rappresaglia d i fazioni, nella insufficienza dei suoi mezzi e nella poca rispondenza dei suoi organi più delicati nel campo delta difesa del diritto e dell'ordine. Il fenomeno è così grave che n o n può risolversi semplicemente con metodi d i governo e con effimere combinazioni parlamentari; esso rappresenta uno stato psicologico generale, al quale hanno contribuito molte delle cause che, durante e dopo la guerra, hanno depresso i valori morali del nostro popolo, hanno ridotto in crisi d i fallimento la nostra economia, ed hanno alimentato una nostra politica estera fatta d i contraddizioni e d i svalutazioni, pure essendo noi stati necessari e validi fattori della vittoria dell'lntesa nel conflitto mondiale. La nostra situazione economica deve preoccupare tanto più i n quanto la incertezza della situazione interna e il turbamento


prodotto d a uno stato antilegale impediscono che si torni al ritmo normale della produzione e dei commerci, fan diminuire la fiducia all'interno e all'estero, e tolgono alle rappresentanze statali la possibilità d i contribuire efficacemente e con precise direttive alla ripresa economica. Tanto più occorre fiducia e autorità nello stato, quanto più le altre cause d i crisi, dipendenti dalla mancata pace europea, dall'eccesso d i barriere doganali, dalle limitazioni e dai divieti d i immigrazione, paralizzano l e nostre forze esuberanti, che hanno bisogno d i lavoro, d i attività e d i sviluppo. Mezzi necessari ed urgenti perchè tale fiducia nello stato ritorni sono il risanamento finanziario del bilancio e la sicurezza interna per l'impiego d i capitali, anche esteri, e per la formazione &i risparmi attraverso il lavoro. Questo deve volersi e ottenersi con ogni sacrificio, perchè qui incomincia l'opera d i salvezza del paese. I n queste condizioni oggi s'invocano le elezioni generali politiche come u n mezzo d i ripresa della vita normale, con il significato d i revisione della politica democratica seguita da oltre un trentennio. Certo che oggi mancu completamente quell'atmosfera d i libertà nella quale l'atto d i sovranità popolare deve essere compiuto. Che se potesse garantirsi il corpo elettorale da ogni forma d i coazione morale e fisica, e nel rispetto della legge proporzionale che assicura l'effettiva rappresentanza delle forze operanti nel paese, nessuno potrebbe opporsi ad un nuovo appello che avesse la sua espressione politica nella restaurazione finanziaria dello stato ed economica del paese, e nel rinsaldamento delle istituzioni costituzionali; nelle quali dovrebbero decidersi a vivere quelle nuove forze della nazione, che sappiano a t e m p o rinunziare a velleità insurrezionali e ad organizzazioni armate. Ogni altro risultato elettorale, basato sopra la violenza e la dittatura, toglierebbe alla futura rappresentanza nazionale la fonte della sua autorità e la ragion d'essere della sua esistenza. Ma quali esse siano le future sorti elettorali, non è oggi nè domani possibile che i partiti, anche conservatori, non si preoccupino sul serio delle condizioni sociali della massa lavoratrice. Essa non può essere sfruttata politicamente, imponendo alle organizzazioni d i classe un colore d i bandiera che dia diritto al lavoro; mentre nessuno può negare che come esiste un diritto


alla vita, esiste un conseguente diritto al lavoro senza limitazioni politiche e senza monopoli d i sindacati e d i partiti. Per d i più, il pioblema sindacale è anche u n problema d i organizzazione statale e d i pacificazione sociale; n o n si può ritornare indietro e credere d i poter governare senza assorbire nella vita dello stato l e categorie delle classi lavoratrici e senza mantenere saldo il regime democratico, non nella forma inorganica e accentratrice d i ieri, m a nella forma organizzata e decentrata d i domani. Per questo, mentre si deve combattere il pregiudizio fatale all'ltalia d i una dittatura economica e politica del proletariato che avvelenò ieri la massa operaia, si deve anche combattere la pretesa d i oligarchie dominatrici attraverso gli interessi economici e le violenze politiche. I n questo momento e nel terribile contrasto che tormenta il nostro paese, il partito popolare italiano è anzitutto una salda riserva morale, quale vien data d a una concezione cristiana della cita, n o n solo individuale ma anche collettiva; per essa il diritto è etica, la giustizia è anche amore, il concetto del bene e del male l ~ al e sue profonde radici nella coscienza personale, per cui è fondamentale principio individuale e sociale che non possa farsi il male perchè ne venga il bene. Ma il partito popolare italiano è sostanzialmente organizzazione politica che vive dentro l'orbita delle istituzioni, che svolge la sua attività, anche quella trasformatrice delle leggi e degli istituti, nella legalità delle forme e dei metodi; che vuole contribuire a rinsaldare l'autorità dello stato e a rinvigorirne l e funzioni essenziali politiche e finanziarie, sfrondando quelle attribuitesi nel campo economico ed amministrativo e semplifìcandone gli organi. I n questa attività il partito popolare italiano n o n può nè deve attenuare la sua caratteristica democratica, dalla quale ha escluso ed esclude ogni portata demagogica, perchè esso si basa sopra una ragione d i solidarietà fra tutte l e classi e d i elevazione morale dei lavoratori, quali nel concetto d i democrazia cristiana vengono perseguite in tutte le nazioni da partiti affini al nostro, che traggono ispirazioni programmatiche dalla scuola cristiano-sociale. . Le ragioni e gli atteggiamenti del nostro partito quali furono fissati nell'appello del 18 gennaio 1919, lanciato ai liberi e ai forti, integri rimangono, attraverso le alterne vicende della no-


rtra attività, l e ragioni e gli atteggiamenti di oggi, mentre mutate le posizioni dei partiti non sono mutati i termini del problema che travaglia la nostra vita politica; d i fronte al monopolismo i n dissoluzione dello stato democratico e alle. dittature tentate ieri e ritentate oggi dai vari partiti, il concetto d i libertà, quale è da noi voluto e perseguito, nel campo scolastico, amministrativo, economico e politico, è ancora il termine della nostra grande e diuturna battaglia. Z nostri amici, le organizzazioni afini, a noi legate dalla stessa concezione programmatica, che oggi sotrono sotto il peso degli avvenimenti ( i quali turbano non solo la vita politica, ma anche la vita familiare, sacra nei suoi atetti e nei suoi dolori), debbono sapereuche di dolori e d i sacrifici, anche ignoti, è fatta la redenzione della nostra patria. Nell'ora grigia del tormento politico come nelle vicende delle battaglie pubbliche, non si può nè si deve disertare il posto d i combattimento che abbiamo scelto per convinzione d i coscienza, non si può nè si deve rinunziare a quel complesso di postulati e di finalità che formano la rugione ideale e programmatica +l nostro partito. Questo abbiamo fatto noi quando, quasi soli, nel campo sindacale per i primi, abbiamo sostenuto l'impeto del movimento bolscevico, che culminò negli scioperi del gennaio e febbraio 1920 e nella susseguente crisi ministeriale; questo è stato il compito dificile degli uomini nostri messi a collaborare nei governi, per disciplina parlamentare e per necessità di vita delle istituzioni, anche quando l'interesse di parte l i chiamava a starne fuori; questo è stato lo sforzo d i u n partito giovane che ha avuto fin dal primo giorno u n delicato posto di combattimento e d i responsabilità. E anche oggi a questo nostro supremo dovere, dal campo parlamentare a quello amministrativo e organizzativo, rispondiamo con ogni sforzo, con piena unità e con la maggiore saldezza, per contribuire al ritorno d i quella pace interna, che tutti debbono volere nella urgenza di risolvere l'aspra crisi del momento, perchè essa è base della sicurezza dello stato, mezzo necessario per tentare e conseguire il risorgimento economico e politico, e per rivalutare più amato e rispettato all'estero il nome dell'ltalia. r> Roma, 20 ottobre 1922. IL CONSIGLIO NAZIONALE DEL P. P. I.


I1 26 ottobre sera i ministri mettono i loro portafogli in mano a Facta, che tratterà con i fascisti, i quali avevano intimato le dimissioni entro ventiquattro ore, pena la mobilitazione delle squadre. I1 27 ottobre sera il gabinetto Facta decide di presentare le dimissioni, perchè le trattative suddette non si erano potute avanzare, e non restava chescedere al fato. I1 28 ottobre nelle prime ore della mattina il ministero dimissionario, saputa nella notte la mobilitazione fascista, decide lo stato d'assedio. I1 28 ottobre alle 10 il re nega la firma al decreto d i stato d'assedio, e chiama l'on. Salandra per dargli l'incarico di formare il nuovo gabinetto destro-fascista. I1 29 ottobre verso mezzogiorno l'on. Salandra, in seguito al rifiuto fascista di partecipare con lui al governo, declina l'incarico e il re dà, per interposta persona, l'incarico all'on. Mussolini di comporre il nuovo ministero. I1 30 ottobre verso mezzogiorno l'on. Mussolini arriva, accetta l'incarico, si abbocca con gli esponenti dei vari partiti per comporre il ministero, che la sera ha già formato. I1 31 ottobre le squadre fasciste sfilano per le vie di Roma. I1 26 ottobre era già stato superato un gabinetto Giolitti, ed era caduto nel vuoto un gabinetto Orlando; il 28 ottobre falliva un gabinetto Salandra: tre uomini, tre sconfitte; e quel Mussolini che a Napoli il 24 ottobre domandava ai costituzionali cinque portafogli, veniva dopo sette giorni di grandi manovre ad essere il capo d i un governo con cinque portafogli: due per sè e tre per i suoi amici, e con la cooperazione delle maggiori cariche dell'esercito, e le rappresentanze di quattro gruppi: i liberali, i nazionalisti, i popolari e i democratici-sociali. Così si è chiusa la crisi cominciata dai giolittiani a febbraio, con due parentesi Facta, che stessi giolittiani imposero il 25 febbraio e il lo agosto.


\

Si crede che l'avvento fascista abbia segnato la fine della democrazia o della sinistra, che prese il potere alla destra nel 1876; quarantasei anni di governo non sono u n giorno; sarebbe stato un compito ben grave e lungo di quasi mezzo secolo, che a guardarlo per bene (meno le parentesi del 1898 e del 1915) ha in sè una gran parte della storia d'Italia in un processo di evoluzione economica e sociale assai notevole. La verità si è che la democrazia d i Crispi e quella di Giolitti hanno poca o nessuna a5nità; e che la sinistra storica non ha vera parentela con la democrazia filibustiera dell'ultimo ventennio; e che infine la pressione sociale dei gruppi bolscevizzanti e la formazione militaresca dei fasci sono fenomeni del dopo-guerra, che non hanno riscontro nella storia nostra; come non ha riscontro la stessa guerra nella intensità delle sue ripercussioni economiche, politiche e psicologiche. L'avvento del fascismo è colorato dall'azione spicciola e brava, che per più di due anni ha potuto svolgersi entro e contro lo stato democratico, infrollito dalla congestione burocratica e dall'accentramento amministrativo, per la saturazione di idee di forza e d i resistenza nazionale determinatasi nella vita della borghesia e negli organi vitali dello stato, quali l'esercito, la magistratura, la polizia, durante la reazione alla marea bolscevica e al sogno di dittatura proletaria. Giolitti, che diede figura e ragione politica a l fascismo e lo inquadrò nei blocchi dell'ottobre 1920 e del maggio 1921, pensò di servirsene come afide contrario al socialismo dell'occupazione delle fabbriche ; Bonomi cercò, accarezzandolo o sferzandolo, d i limitarne l'azione, ma continuò nei cpmpromessi; Facta ne divenne succube, e credette di governarlo, cedendo, ogni giorno più che esso imbaldanziva. Il bambino di ieri era divenuto adulto, forte e irresistibile; terrore d i avversari, specialmente socialisti, nella giovanile baldanza del potere e dello strapotere, senza freni sociali e legali, esso concepì il disegno di ottenere il potere, rapidamente, senza esaurirsi ancora nella guerriglia, con un'azione in grande, quando il governo, preso alla sprovvista, avrebbe capitolato. I1 26 ottobre, quando la Nazione di Firenze annunziava l'intesa fra il re e Mussolini, il nuovo popolo dalla camicia nera aveva fatto


la sua professione di lealismo monarchico e costituzionale e relegava fuori del consorzio politico l'ultimo inonorato avanzo di 46 anni di sinistra (vera o falsa) Facta, il Romolo Augustolo della democrazia ! Tutto ciò sembra medio evo o quattrocento, compreso l'olio d i ricino, la berlina e l'archibugio e la compagnia di ventura; invece è storia presente, che l'Italia dopo 74 anni d i costituzione ha vissuto nelle ansie che non degenerasse in guerra civile. Oggi vi è u n governo: - il capo mostra volontà ferma; si sente uno che comanda: - dopo circa due anni che non si sentiva la parola voglio, c'è uno che vuole: - l'Italia ha bisogno di chi comandi e di chi voglia, e dimentica i torti. I1 Corriere della Sera domanda se per fare un governo, sia pure un governo che comandi, ci fosse bisogno di incomodare centomila fascisti ad armarsi, ad occupare edifici pubblici, a commuovere le città e a marciare su Roma. Anche il Guerrin Meschino in fondo, nella sua bonarietà meneghina, insinua la stessa domanda. Però, data l'azione i n grande stile d i un rovesciamento di uomini, di metodi e di interessi, per far capire agli italiani che qualche cosa di sostanziale mutava nella loro vita pubblica, anche la scenografia doveva servire. Oggi molti si domandano se con la caduta della vecchia impalcatura della democrazia, siano caduti gl'interessi parassitari che attorno a industrie fittizie e pesanti, nei vari significati della parola, hanno creato una economia statale mancipia di grosse speculazioni bancarie. L'italiano ancora ingenuo spera che non ci sia più chi « goda i frutti del mal di tutti E. E spera: di &onte ad un governo volitivo, si h a il diritto di sperare assai meglio che non di £ronte ad un governo mollusco. Questo quesito è legato ad un altro, che in parole usuali e di senso equivoco, si suole precisare come destra o sinistra: si doaanda se il governo andrà a destra o a sinistra. Non si tratta più di destra o sinistra parlamentare, perchè l'attuale governo ha superato il parlamento, che resta in piedi se ciò non turba la linea d i conquista: la camera dei deputati ha i giorni contati; più o meno numerosi secondo la convenienza politica; perciò destra o sinistra, più che il significato parlamentare, hanno il significato delle cose; cioè politica di reazione o politica d i assorbimento delle forze

3

- STURZO . I l

p a r t i t o p o p o l a ~ e italiano

-

65 11.


sociali; politica tributaria sintetica alla quale tutti contribuiscono entro i margini della produttività; politica di avventure militariste o politica pacifica di sviluppi commerciali con l'estero-; politica d i valutazione delle forze del lavoro nel riconoscimento delle classi organizzate, o politica individualistica nel gioco delle forze libere; politica d i decentramento o politica d i accentramento; politica di libertà alla stampa, alle riunioni, alle espressioni della volontà popolare, o politica d i compressione e d i dittatura di partito o d i gruppi d i partiti coalizzati. Questo è il bivio a cui è arrivato il nuovo Ercole della politica italiana. Vedremo la via che sceglierà. Ogni forza politica proverà la' sua vitalità e il vigore e la realtà del suo programma in questo alto agone, ove non avranno posto i molluschi, i vili', i senza pensiero, i senza anima, i senza volontà. Gli altri proveranno che nella trasformazione della vita italiana hanno il' diritto all'esistenza, perchè rispondono a realtà vive e a idealità imperiture. Questa è la fede del partito popolare italiano. (dal popolò Nuovo di Roma, 5 novembre 1922).


PRIMI TRAVAGLI DI FRONTE AL FASCISMO

La prima è per la proporzionale politica; dopo averla conquistata nel 1919, come elevazione del nostro costume politico, come espressione di giustizia elettorale, come liberazione delle classi medie e lavoratrici dal dominio d i cpnsorterie locali e di interessi capitalistici, oggi non possiamo cedere di fronte alla lotta, senza fare la nostra battaglia. Intanto, per buona fortuna, il collegio uninominale, cioè il feudo politico, a vantaggio di poche persone e di vecchie coalizioni, è scomparso e non torna. Si dice che sarà studiata una riforma che corregga la proporzionale, si da rendere possibile una maggioranza. Almeno ciò risulterebbe dal comunicato del consiglio dei ministri dell'altro giorno; difatti la campagna contro la proporzionale è oggi impostata così: il sistema attuale non forma una maggioranza parlamentare omogenea, costringe perciò a costituire gabinetti d i coalizione, il che vuol dire paralisi di governo. L'errore del ragionamento si coglie subito; la divisione delle forze politiche è nel paese, e da questo si trasporta nel parlamento, dove deve avere congrua espressione; se ciò non accade, ogni compressione di una delle forze vive nel paese per impedirne la naturale espressione parlamentare, diviene elemento di disgregazione, di lotta, d i sopraffazione. È la storia d i ieri del socialismo, è la storia d i oggi del fascismo. Del resto il vecchio sistema maggioritario col collegio unino-


minale, non diede altro risultato nel periodo del dominio incontrastato della democrazia, che, fortissima nel parlamento, dal '900 ad oggi non fece che cedere alle correnti socialiste fino alle più imprudenti attuazioni del socialismo di stato. Ecco perchè il sogno d i una maggioranza omogenea nel parlamento non è realizzabile, quando non si ha una maggioranza omogenea nel paese. Nè questa può aversi attraverso blocchi: ricordiamo i blocchi giolittiani prima demo-libero-radicali, poi demo-libero-clericali, tutti e due i n regime maggioritario ; ricordiamo i blocchi giolittiani del 1921, che a detta dei vari giornali d'Italia, dovevano dare i l cosidetto governo nazionale. Mai s i ebbe nel primo e nel secondo caso maggioranza omogenea, ma solo elementi in collaborazione., con tutte le transazioni, più d i persone che d i idee, perchè le idee mancarono nelle ragioni della lotta ; e la sorgente elettorale della nostra camera dei deputati fu inquinata dall'equivoco dei blocchi personalistici. Domani, a sistema maggioritario e a base bloccarda, il fascismo sarà costretto a piegare decisamente a destra e a unirsi in stretto nesso con liberali, agrari e nazionalisti, e quindi segnare la fine o il' distacco del suo movimento sindacale e della sua caratteristica d i partito di massa; ovvero (cosa ancora più grave per l'Italia) giolitteggiare, facendo i blocchi misti, qua con la destra, là con la democrazia color rosa, su con la socialdemocrazia verde, in altro posto con gli agrari, tornando all'inquinamento delle origini elettorali, ove industriali, agrari, protezionisti, conquisteranno il successo reale per il loro dominio dei gruppi parassiti dello stato e insieme dirigenti p e r interposta persona. I1 problema quindi della maggioranza omogenea non si risolve così, ma si risolve in altro modo; avvicinando senza confonderle le rappresentanze degli interessi della maggior parte degli italiani (piccoli e medi commercianti, impiegati, lavoratori agricoli) che vivono al di fuori del parassitismo statale, e che hanno interesse a che prosperino agricoltura, industria e capitali di ogni specie, senza accaparramenti monopolistici; e avvicinandoli sopra una base di programma nazionale, che dalla periferia salga allo stato e lo integri e lo completi. Ecco il perchè della proporzionale, che resta il mezzo più


efficace, attraverso i grandi partiti, di unificazione nazionale delle correnti locali e regionali, in espressioni programmatiche e in concezioni pratiche di interessi generali. Questa è opera lenta di molti anni che oggi non deve essere spezzata. La maggioranza numerica d i u n governo è altra cosa; quando un partito è arrivato nel paese ad assommare una rete di interessi locali e di categorie e inquadrarli nella cornice nazio'nale s i che divengano maggioranza o quasi, avrà unificato e fatto prevalere il proprio programma e quindi la propria forza politica, quello dominerà: gli altri partiti o collaboreranno o saranno all'opposizione. Sin qui questo è mancato, perchè è mancata la forza unificatrice. Vedremo se sarà possibile col fascismo, quando, cessato il fracasso della conquista fatta a mezzo dello squadrismo, avrà dato prova di essere u n partito che non solo governa in forza e per l'arbitrio d i u n uomo, ma governa con u n sistema d i idee e con una base programmatica e realistica nella vita stessa del paese. Altra battaglia: i l decentramento organico e le autonomie locali. È conseguente alla prima: negando il centralismo statale occorre che dentro l'organismo politico si sviluppi l'organismo amministrativo attraverso le forme più naturali per noi, cioè: regione, provincia, comune, come vita vissuta delle forze locali, e ciò per tutti i servizi, che non debbono rimanere statizzati e centralizzati. Il partito popoiare italiano cominciò la sua battaglia decentratrice con il progetto sulle camere regionali d i agricoltura; seguì con la riforma della legge comunale e provinciale; affermò l'esistenza della regione; sostenne le rivendicazioni autonomistiche delle terre redente; le quali ultime rivendicazioni entrano nel quadro della lotta per le autonomie locali, non come leggi e istituti di eccezione, ma come esperimenti pratici già fatti e rispondenti a u n piano generale; perchè le autonomie vengono in tutto i l regno affermate e volute contro il centralismo statale, contro la burocratizzazione dei servizi, contro l'ipertrofia amministrativa della capitale, contro l'abuso politico della nostra vita locale.


Ci hanno accusati di volere disintegrare lo stato e quindi rendere meno salda la compagine nazionale. Errore e falsità: tanto più salda è la nostra vita nazionale, quanto più fiducia merita la sua organizzazione statale; e questa tanto è meglio sviluppata, quanto più allontana da sè quello che ha usurpato alla economia privata e alla vita delle provincie e dei comuni, i n materia d i lavori pubblici, d i comunicazioni, di scuole, di agricoltura, di lavoro. È il grido della vita contro la paralisi; è il grido della massa degli italiani delle campagne e delle città, contro il parassitismo della capitale o delle capitali che dominano attraverso lo stato e la burocrazia tutta la vita del nostro paese. Terza battaglia: la legislazione agraria. I1 partito popolare ha tre punti fermi che non può dimenticare: camere d i agricoltura, colonizzazione del latifondo, patti agrari. I nostri progetti, quelli fatti dal gruppo o quelli fatti dai ministri popolari, con tutti i difetti che si vorranno rilevare, sono la più organica espressione della nostra battaglia. Oggi il governo accetta le camere agrarie, ma rinuncia alla legge sul latifondo e abolisce le commissioni mandamentali per i patti agrari. Errore che si sconta, e al quale noi ci associamo. I1 disegno di legge sul latifondo ha parti pregevolissime, come quelle della bonifica agraria, dello spezzamento e dell'enfiteusi delle zone suscettibili a coltura intensiva arborea e suffrutticosa, e dei prowedimenti economici e fiscali: buttare a mare la legge vuol dire tradire il mezzogiorno e una parte del centro d'Italia. I fascisti ricordino il giuramento fatto in Campidoglio il 2 aprile 1921. Noi torneremo a parlare ai contadini a viso aperto. Ci accusano d i demagogia agraria: altri fa il demagogo a rovescio quando dimentica che il mezzogiorno e le isole sono 'ancora la terra ferace da bonificare con le braccia d i quanti non possono andare all'estero, e debbono però vivere in Italia, se questa non vorrà essere loro matrigna, e quando sotto la figura della libertà agraria fa gl'interessi delle industrie protette o parassite, tacitando con la difesa i proprietari sonnolenti e assenti. Noi vogliamo che il mezzogiorno abbia le sue strade, Le sue bonifiche, i suoi corsi d'acqua come li ha avuti il nord


d'Italia, per creare alla nostra agricoltura la possibilità di alimentare il lavoro e di legarlo alla terra in un cointeresse, che non è solo dato dal salario giornaliero. Questo tentativo di associare il lavoro agricolo col capitale, riducendo le proporzioni numeriche del salariato, non con mezzi coercitivi, ma attraverso giuste riforme anche dei patti agrari, d i cui onesto tentativo è il disegno di legge Bertini, è un dovere di quanti servono la patria nostra con disinteresse, ed è il programma più volte riaffermato dal nostro partito. Noi non possiamo rinunziare al nostro passato; e le nostre battaglie di ieri sono le battaglie di oggi. Ieri la democrazia 'imperante, nella sua altalena politica ci ha messo bastoni fra le ruote, e noi abbiamo tentato; oggi il fascismo al potere dovrà riconoscere il nostro sforzo, e rivalutare le ragioni ideali del nostro programma. Ma favorevoli o contrari ai nostri punti di vista, sappiamo che le grandi conquiste non si fanno senza diuturne battaglie, e senza passare attraverso le fasi d i favore, di lotta, di oblio, d i insidia. Ma più che ad un successo politico della nostra parte, noi miriamo a contribuire al bene del paese, per il quale il nostro programma resta un fermento di vita, anche quando molti interessi economici e politici tentino di soffocarlo. Oggi riaffermiamo con la stessa volontà del passato le ragioni delle nostre battaglie. '

(dal Popolo Nuovo di Roma, 26 novembre 1922).

Così li vogliamo tutti i nostri tesserati, nella buona e nell'avversa fortuna, popolari senza mimetismi e senza P i e ! Quando siamo sorti nel 1919, il nostro maggiore sforzo fu quello d i differenziarci dagli altri e d i crearci una figura, un'anima nostra, etica, politica e sociale, sì che nessuno potesse equivocare sulla nostra fisionomia chiara, sulle nostre caratteristiche decise e inconfondibili. I1 nostro programma h a tutto un


significato organico, razionale, realistico, frutto d i elaborazione cosciente o inconscia di molti anni di esperienze non solo in Italia ma all'estero nel campo cristiano sociale, ed è la più completa espressione politica della democrazia cristiana; il nostro nome u popolare », la nostra insegna libertas scolpiscono chiaramente la sintesi e la ragione specifica del nostro essere come partito. I1 primo atto di differenziazione da noi compiuto fu al congresso di Bologna con la tattica della intransigenza elettorale. Le difficoltà erano enormi; il passato clerico-moderato d i molte regioni d'Italia pesava su quelli che venivano dall'antica azione elettorale dei cattolici; il movimento sindacale e cooperativo delle masse bianche era all'inizio e doveva affrontare le difficoltà della prepotenza e del monopolio socialista nel campo dell'organizzazione dei lavoratori; la difesa della società dal tentativo bolscevico incombente consigliava molti a unire le nostre forze con quelle dei partiti che per antonomasia si appellavano d'ordine. Se la intransigenza veniva respinta, il tentativo d i un partito autonomo e differenziato quale il nostro sarebbe subito caduto nel vuoto a vantaggio delle democrazie e del liberalismo, allora imperanti; la intransigenza prevalse; questa diede la spinta alla battaglia proporzionalista, che superò tutte le ostilità e potè garantire la nostra esistenza di partito anche nell'ambito parlamentare. Ma il tentativo della dittatura socialista era divenuto imponente; alla camera, di fronte al silenzio e alla codardia d i molte frazioni della democrazia, il nostro gruppo era alle prese con i socialisti, i quali aggredivano con ingiurie e con tentativi di pugilato i nostri; e nelle organizzazioni delle città e delle campagne le migliori lotte con i socialisti furono sostenute dalle nostre leghe e dai nostri sindacati; basta ricordare gli scioperi del gennaio e febbraio 1920, e la ostinata lotta socialista contro i hochisti bianchi che furono sopraffatti per la viltà e la insincerità dei ministri democratici del tempo di Nitti e Giolitti. I1 primo a cadere sulla piazza vittima dell'odio bolscevico fu il nostro studente Del Piano a Torino al grido di u Viva l'Italia !n. Così il 1919 ci differenziò nella pratica dal vecchio libera-


lismo e dalle democrazie, il 1920 ci differenziò nella battaglia politica e sindacale dal socialismo; e l'una e l'altra differenziazione furono consacrate sul finire del 1920 con la intransigenza nelle elezioni amministrative, che furono il più abile sforzo delle nostre organizzazioni a provare la propria esistenza non solo come idee programmatiche, ma come azione pratica e responsabilità politica. Tale sforzo organizzativo è stato accompagnato dallo sforzo di realizzare i postulati del nostro programma sia al parlamento sia fuori. Chi oggi trova che nella pratica legislativa poco si sia .ottenuto non valuta quale diiricile vita sia stata quella della camera italiana nell'ultimo triennio, e non osserva come a cambiar le leggi e l'indirizzo generale occorra una sufficiente preparazione dello spirito pubblico e una formazione seria della coscienza politica del paese. Le battaglie fatte da noi nel campo della scuola non sono perdute: esame di stato e libertà d'insegnamento, libertà scolastica ai comuni, valorizzazione della scuola privata, rispetto della religione nella scuola, affermazioni teoriche e pratiche nel campo legislativo e amministrativo, sono affermazioni fin ieri avversate dalla opinione generale, dalle classi interessate e dalle coalizioni politiche: l'atmosfera creatasi attorno è uno dei maggiori meriti del partito nostro anche quando ancora non si sia ottenuta la vittoria. Così la battaglia per le autonomie locali, per il decentramento organico e per la proporzionale amministrativa; - così le battaglie per le camere regionali di agricoltura, la riforma dei patti agrari, la colonizzazione del latifondo, la soiuzione degli usi civici, la demanializzazione delle miniere; - così per la riforma tributaria Meda e per la riforma dei tributi locali, lavoro speciale di nostri amici; - così per l'abolizione dei monopoli industriali e commerciali dello stato, degli enti autonomi, dei consorzi parassitari, del commissariato dei consumi, della marina .di stato; - così per la libertà economica del nostro paese. Questo lavoro specialmente nel 1920 e 1921 diede al nostro partito non solo il secondo successo nelle elezioni del maggio 1921, ma diede il diritto di entrare ad essere elemento integrante del governo nelle direttive politiche, e rompere la cerchia di ferro fatta attorno ai ministeri della giustizia e del-


l'istruzione che la democrazia teneva come roccaforte della vecchia massoneria; e si potè arrivare nel febbraio 1922 ad affrontare in pieno i l giolittismo, che imperava da ventidue anni in Italia, e dire il basta in nome del partito popolare italiano. Nel campo internazionale la nostra figura si è andata sviluppando, come una forza nuova, come elemento di polarizzazione dei partiti cristiano-sociali o popolari o cattolici del mondo; ed ha avuto larga eco la nostra azione a Genova durante la conferenza. Questo cumulo d i attività, di lavoro, d i attuazioni programmatiche è oggi un patrimonio d i esperienze, un elemento di solidarietà, una ragione di sostanza politica, che non solo cementa vecchie e' nuove forze, ma dà una coscienza vissuta e reale della nostra esistenza d i partito e della nostra viva personalità. L'avvento del fascismo che in alcune provincie, specialmente dell'alta e media Italia, ha avuto con noi contrasti e urti notevoli, e la partecipazione nostra al governo Mussolini, non hanno affatto confuso, nè nell'opinione pubblica nè nel concetto dei nostri tesserati, la figura del partito popolare italiano con quello fascista. Restano per noi intatti il programma, le finalità, l'organizzazione, la rdgion d'essere nostra politica, economica ed etica. Lo sforzo che il fascismo fa verso la valorizzazione d d l a religione è una conseguenza dello spirito sereno e dell'autonomia confessionale del nostro partito; il quale per intimo convincimento delle nostre coscienze non ha mai fatto della religione strumento d i attività politica od elettorale; ha solo avuto il merito d i affermare e sostenere i diritti della religione anche nella vita collettiva del nostro paese. Se oggi il governo fascista regolerà meglio del passato il cateschismo nelle scuole e i l rispetto della religione cattolica e del culto esterno con i crocifissi e le preghiere con più appariscenza che nelle circolari Anile, se definirà i rapporti dello stato col clero facendo un passo più largo che il decreto Rodinò; se riconoscerà la parità alla nostra università cattolica, più che non fece l'elogio di Anile al senato; e arriverà ad atfrontare i rapporti fra stato e chiesa, cosa che noi non abbiamo mai cre-


a

duto di fare, per un profondo senso della realtà, che tutti debbono comprendere ;i primi e forse i più sinceri a goderne saremo noi popolari che ai valori delle fede crediamo al d i sopra di qualsiasi valore o tornaconto politico. Ciò non diminuisce (come qualcuno VUOIfar credere) le ragioni specifiche della nostra personalità, che non è quella e non è mai stata quella di un partito clericale (nel senso d i confessionale o di semplice tutela religiosa con qualsiasi indirizzo politico ed economico) ma quella di un partito politico a base realistica democratica cristiana, rispondente alle condizioni politiche ed economiche della nostra patria, ove i ceti medi e le classi lavoratrici sono la profonda struttura e il vero nesso connettivo, e la vita agraria e la vita locale si uniscono nella loro sorte ai valori democratici e alle tradizioni cristiane della nostra nazione. Perciò noi non possiamo nè dobbiamo avere nè mimetismi, nè filie! Questo è un vezzo di chi vive una vita di imitazione, una vita parassita, una vita di appoggi. Noi no; o al potere con altri in collaborazione o all'opposizione, prima di tutto occorre avere fede nel proprio programma, nelle sorti del proprio partito e negli uomini che lo guidano e nelle finalità immediate o mediate da raggiungere. Se questo manca, si cerca l'altrui appoggio, inconsciamente o coscientemente: e coloro che vivono nel partito senza sentirne le intime ragioni e la salda struttura, ma rimanendo alla superficie o ai margini, soffriranno sempre di tale difetto, di cercare cioè al di fuori un appoggio temporaneo o un orientamento esterno. È naturale che quando vi sono correnti di opinione pubblica decise e prevalenti, tutto l'organismo sociale ne resta influenzato; ma solo gli organi forti e vitali sanno e possono reagire a quell'eccesso che turba l'equilibrio e che vince i piìz deboli. Ieri, mentre il nostro partito reagiva al socialismo bolscevizzato, vi erano alcuni nostri amici che soffrivano d i mimetismi; le frasi forti, le cravatte svolazzanti, il canto di bandiera bianca sul ritmo d i bandiera rossa non erano forse indici di un mimetismo ispirato a certe forme socialistoidi? Debolezze che non toccavano la nostra forte azione di resistenza, ma che


attenuavano nell'apparenza esteriore la linea di una personalità propria, di una propria direttiva. Altro mimetismo, subito corretto da decisivi ordini, fu quello d i creare gli arditi bianchi e d i costituire i corpi d i camicie bianche. Per fortuna il tentativo sporadico e insulso cadde, e fu una gran fortuna per noi, che anche nei momenti della più di5cile lotta mai abbiamo cercato ragione colla violenza; e sarà la nostra gloria quando potremo ricordare la nostra azione d i questi anni come basata sul principio della libertà e dei valori etici, senza nessun atto violento contro altri. Oggi è i n auge il fascismo e lo segue a una certa distanza i l nazionalismo; non discutiamo i loro meriti nel campo nazionale; ma vi sono spiriti irrequieti e incerti, anime d i conservatori rispettabili, giovani non maturi alla vita politica o che d i essa non vedono che l'esteriore successo, i quali, visto superato il vieto anticlericalismo, si orientano verso le forme politiche d i una dittatura d i classe o di una aristocrazia di comandi, e credono d i sentirsi vicini a l fascismo e a l nazionalismo. Costoro, sia pure dentro u n partito organizzato come il nostro, han pertuto di vista il punto centrale di differenza e la ragione d'essere proprio, e vivono di filie mal compresse e d i nostalgie inconscie. La ventata d i oggi ha fatto nascere dei filofascisti e dei filonazionalisti come ieri vi erano e forse vi sono ancora i filosocialisti; molti però dimenticano i valori spirituali profondi del nostro partito anche nel campo nazionale, e si impressionano della forza delle nuove correnti. Noi rispettiamo gli altri, ma vogliamo essere noi: ricordarci sempre del nostro sforzo poderoso e della nostra alta missione; valorizzare i nostri uomini e le nostre battaglie; proseguire la nostra attività e superare le difficoltà che ci impediscono il cammino. Lo studio del metodo adatto a i vari momenti è dovere dei dirigenti; la selezione avviene più rapida e più sincera nei momenti d i maggiore di5coltà; la caduta delle scorie esterne è un segno di vita: occorre la convinzione che un partito è forte quando ha i suoi seguaci tutti di un pezzo ; e noi vogliamo essere tutti di un pezzo, popolari senza mimetismi e senza filie! (dal Popolo Nuovo di Roma, 3 dicembre 1922).


PARTITI CHE

SI SFASCIANO,

PARTITI CHE SI FONDONO,

PARTITI CHE RESTANO

Ieri la cronaca giornalistica recava che il gruppo parlamentare socialista riformista aveva deliberato di sciogliersi. La notizia è passata come quella di u n suicidio per dissesti o per nevrastenia; dopo si è letto che i l partito riformista tenterà di restare ancora in vita e cerca l'ossigeno. Piccolo sintomo, che rivela u n disagio e un travaglio che si è creato nelle file più larghe e meno precisabili della democrazia. L'on. Labriola, in un interessante articolo sul Secolo, si domanda: La democrazia può risorgere? Egli ama i paradossi, e conclude che la democrazia, quella che ha usurpato quel nome, non è stata' mai democrazia; oggi è caduta anche come etichetta; quella che risorgerà sarà la democrazia laburista. Comunque la si giudichi, la democrazia politica italiana, meramente esteriore e di sola etichetta, è caduta. I suoi maggiori esponenti non hanno avuto voce, sono divenuti fiochi e muti d i fronte all'avvento del fascismo. Noi ci domandiamo come mai u n partito, che ha governato l'Italia per vari decenni, possa a un tratto scomparire, eclissarsi senza aver tentato la difesa del suo passato e senza precisare la posizione del suo presente ma nessuno ci dà la risposta, perchè nessuno è autorizzato a rispondere, e nessuno, anche non autorizzato, può prendere la posizione di battaglia per risponderci. I1 peggio si è che ormai è venuta meno la forza di attenzione e di polarizzazione, perchè non c'è più nè u n nome, nè un'idea, nè u n uomo che attiri le simpatie, che desti la fiducia, che riorganizzi le forze, che agiti il paese, e c'è da esclamare...

...

«

...povera

e nuda vai

... democrazia! D.

Quelli che ieri si gloriavano di tale nome - e non c'era un democratico - ora si solo nella vita politica che non fosse affrettano a far onore al sole che sorge rimettendo in valore il nome di liberale (se non possono addirittura vestire la camicia nera o azzurra) perchè tanto quella di liberale è una qualità

...


-

vecchia e nuova, che può servire per il buono e per il cattivo tempo. È d a c i l e trovare una ragione plausibile al fenomeno; non può essere la viltà, che è vizio degli uomini, ma non delle idee; nè può essere la mancanza di interessi, che fino a ieri hanno sorretto i governi democratici, e che, fino a prova contraria, sussistono anche oggi. Non sappiamo bene se era la democrazia politica parassita di determinati interessi, o viceversà, determinati interessi parassiti della democrazia politica. L'on. Orlando, parlando nella sua Partinico, nel fare l'analisi del decadimento dell'istituto parlamentare si è ben guardato dal dirci se la democrazia, che aveva creato il parlamentarismo italiano e che aveva piegato il ginocchio al socialismo d i stato, abbia oggi come partito ragione d'esistere e quale ne debba essere la funzione. Eppure egli appartiene proprio alla democrazia, anzi alla più pura, quella che non prese altri aggettivi specificativi, come i suoi colleghi dei vari settori della camera che si chiamano o si chiamavano, democratici-liberali o democratici-italiani o democratici-sociali. Certo si è che i partiti vivono fino a quando rispondono a ragioni ideali e pratiche d i quel gruppo di persone, molte o poche non conta, che ne sono i dirigenti, gli esponenti e i cointeressati. I1 mutare di posizione o d i atteggiamenti può essere fenomeno esterno e relativo, mentre la sostanza .rimane, se rimangono le ragioni ideali e pratiche che fecero sorgere e alimentarono la vita dei vari partiti. Oggi si domandano molti: a quale fine può rispondere la democrazia in Italia? E il più strano fenomeno è questo: la volontà, il bisogno, l'istinto prepotente a livellar tutte le differenze politiche, per farle assorbire dal partito trionfante; il quale un bel giorno si troverà con tanta gente estranea al proprio spirito, alla propria disciplina, alla propria ragion d'essere; e desidererà d i essere liberato da tanti nuovi seguaci, che diventeranno u n peso morto per una qualsiasi azione decisa e bersagliera quale è stata la caratteristica iniziale. L'errore del fascismo sarebbe quello di annullare l'opposizione costituzionale, per avere di contro a sè solamente l'opposizione anticostituzionale; perchè quest'ultima polarizzerebbe

...


tutti i malcontenti e tutti i diffidenti, che mano a mano vengono creati dall'opera d i un governo, che deve per forza di cose operare in Italia col ferro chirurgico, sia in materia funzionale amministrativa e burocratica, sia i n materia tributaria, sia nel campo della politica interna e della polizia. La funzione dei partiti in un paese a regime libero quale il nostro, si distingue in funzione conservatrice, funzione progressista, funzione equilibratrice e funzione di opposizione. Questa ultima o la fanno i partiti organizzati o le ali e i gruppi d i partiti non organizzati o la pubblica opinione, al di fuori d i ogni azione parlamentare, come correnti di idee e di interessi generali e particolari. Ciò è immanente e insopprimibile, ed ha una profonda ragion d'essere; cambieranno le proporzioni, lo spirito pubblico avrà orientamenti divel-si, le spinte degli interessi varieranno da sinistra a destra ; ma quel che rimane è la necessità d i espressione delle forze vive di un paese, che debbono creare nella lotta la vita. Ebbene, cadono quelle forme e quei sistemi che non hanno contenuto d i vita e ragione d i esistenza, che hanno finito la loro funzione; non hanno più vigore quegli uomini, che nel loro bagaglio non trovano elementi di lotta e di affermazione. È inutile che dica di sì colui che non può anche dire d i no; la sua affermazione non è vita, la sua attività non è forza. Così dei partiti: - la democrazia ha detto d i sì al fascismo e si è prosternata ad esso; ne cerca l'alleanza, in alcuni posti si annulla per partecipare al nuovo ordine di cose, cambiando nomi e atteggiamenti - essa dice di sì ma non può dire d i no, e quindi non ha valore; cade o si confonde con altri, h a finita la sua funzione: - non è più sua quella d i conservazione, perchè nulla ha da conservare nella vita politica e lascia distruggere quel che ieri sembrò conquista; - non è quella d i progresso, perchè non continua nella sua traccia nè evolve il suo programma; - non è di equilibrio perchè non assume una funzione per sè stante sì da influire sugli altri; - non è di opposizione perchè nel dire il suo sì non h a forza d i dire domani il suo no. Resta così, l'ombra del passato!


Fascismo e nazionalismo si fondono? (*) Ecco una domanda che fin oggi non ha risposta. Ciascuno dei due partiti evita di mettere in evidenza le differenze; fin oggi il fascismo è un metodo che ha influito sul nazionalismo; il nazionalismo è un sistema che h a influito sul fascismo. O le due forze si completano e allora la destra risorge nello spirito e nella teoria individualista: ovvero si disintegrano, e ciascuna delle due forze assimilerà quelle parti della ex-democrazia borghese, più affine o più trasformabile. Ma quale ne è l'orientamento? Quale ne sarà la linea? Di programmi se ne fanno molti, disse Mussolini, occorrono le opere. Però neppure Mussolini può essere un pragmatista, u n esperimentatore del caso, un semplice distruggitore del parassitismo statale; deve ricostruire e per ricostruire occorre il programma. Egli è anti-democratico e anti-parlamentarista. Arriverà fino alla concezione dei governi paterni del secolo XVIII? Egli è un sindacalista. Arriverà fino alla concezione integrale del sindacato economico? Egli è un individualista. Arriverà fino alla soppressione delle leggi sociali e fino al liberalismo doganale? Queste domande esigono una risposta, che è programma; nè vi può essere programma se non vi è un'idea centrale, ragionata, vissuta su cui si basa; non basta il metodo, occorre il sistem.a ; noi lo aspettiamo. I1 nostro partito resterà quale è sorto, popolare senza alterazioni. I1 programma nostro, alla prova del fuoco degli avvenimenti è ancora lì come una costruzione adamantina, e nessuna revisione è necessaria, tanta ne è la saldezza, la organicità, la rispondenza alla crisi di ieri e di oggi. L'azione pratica dei nostri ha avuto plausi e critiche secondo i vari punti di vista; noi però nella sostanza nulla abbiamo da disdire e tutto da sostenere, dalla proporzionale all'esame di stato; dal movimento sindacale e cooperativo alla lotta contro i monopoli statali; dagli atteggiamenti etici della vita pubblica alle caratteristiche sociali della nostra economia.

(*) L'articolo fn scritto prima della fusione dei due partiti.

80


La bella battaglia ideale dei popolari continua anche oggi. Strana posizione però quella dei popolari! Siamo sorti contro lo stato accentratore e contro il socialismo statale ed abbiamo collaborato e dovuto collaborare con quella democrazia, che sempre abbiamo combattuto nei suoi presupposti ideali e nel suo organamento pratico. Siamo sorti contro il socialismo, contro i suoi monopoli nel campo delle organizzazioni sindacali e contro la sua propaganda anticristiana materialistica; e ci siamo dovuti accostare ai socialisti per difendere alcuni postulati nostri quali la registrazione delle organizzazioni di classe, la colonizzazione interna, la proporzionale, la revisione dei trattati d i pace. Siamo d'accordo col fascismo nell'abbattere tutta la vecchia costruzione statale, ma abbiamo dovuto differenziarcene, non approvando il metodo di violenza armata e la tendenza alla dittatura che ne ha costituito la caratteristica nella conquista del potere. Tutto ciò non è compreso da molti, perchè non tengono presente che il partito popolare italiano ha la sua fisionomia autonoma, e, per il suo programma sintetico e di ricostruzione, deve poter inserire nella vita pubblica non solo la sua forza di equilibrio, ma i suoi postulati, il suo orientamento, le ragioni della sua esistenza. Poteva quest'opera essere fatta alla bersagliera, passando all'opposizione, sfondando gli argini, imponendo un sistema? I1 fronte unico della democrazia e del socialismo, tante volte tentato ai nostri danni (si ricordino le questioni scolastiche e il disegno di legge sul divorzio agli nffici) avrebbe impedito ogni attività onesta, ogni esperienza nella vita pubblica, e la nostra forza iniziale, nel periodo bolscevizzante, non avrebbe impedito nè la costituente nel 1919 nè la dittatura socialista nel 1920. Chi farà a suo tempo la serena storia dei fatti, lo rileverà di sicuro. Tutti dimenticano che questa democrazia che oggi bussa alle porte del fascismo per vestire almeno una camicia nero-sbiadita, ieri cedeva tutto al socialismo, e negava a noi la rappresentanza nel consiglio superiore del lavoro e negli altri organi della vita economica del paese; e tutti ricorderanno le tesi di Abbiate e d i Soldini, contro il confessionalismo delle organizzazioni bianche: e tutti debbono conoscere le lotte fatte

81 6 - STunm

-

I l partito popolare italiano

11.


fino ad oggi alle nostre mutue operaie per il monopolio socialista-statale in tutte le forme d i assicurazione e previdenza. Dopo quattro anni circa di sforzi la nostra battaglia ideale e la nostra propaganda contro tali monopoli, per la libertà scolastica, per la libertà economica, oggi trovano i consensi generali, anzi molti non vogliono neppure riconoscere il merito a noi di tali battaglie; ma che serve? L'inserire un programma nella coscienza generale è tale un vantaggio, che non importa se non sia lo stesso chi semina e chi raccoglie. Sic vos non vobis La funzione nost'ra nella vita pubblica è a l disopra d i interessi personali e di parti, una funzione integrativa, eqtcilibratrice, propulsica; noi siamo il centro, non nel senso disintegrato di equidistanza tra l'affermazione e la negazione, ma nel senso positivo di sintesi di forze nuove, di valori etici e di programma vitale; ecco perchè noi non siamo un partito che si sfascia, nè un partito che si fonde, ma un partito che resta.

...

(dal Popolo Nuovo di Roma, 10 dicembre 1922).

È il partito popolare italiano: non ha avuto tregua nei suoi quattro anni di vita. Una stampa avversa, numerosa, agguerrita, acida, non ha fatto altro che combatterlo, diffamarlo, svalutarlo, in tutti i modi, con ogni metodo, senza discernimento, senza attenuazioni. La tribuna parlamentare della camera e del senato non ha aiuto riserbo, ha colpito con la voluttà di ferire il nemico; la massoneria di soppiatto e palesemente ha ispirato e sostenuto la canèa politica. È un ienomeno assai interessante nella nostra vita pubblica, questo, che merita un qualche esame, per quanto è possibile, oggettivo. Vale la pena prima di tutto analizzarlo nei suoi aspetti contraddittori almeno nell'apparenza. Sorse il nostro partito nel gennaio 1919, e l a sua caratteristica precipua fu l'entrata dei cattolici italiani nella vita politica e parlamentare, senza alcuna riserva di ordine ecclesiastico,


nè alcuna dipendenza diretta dalla gerarchia. Fatto di straordinaria importanza nazionale, che doveva essere bene valutato da tutti. Invece fu subito detto che questo era la a longa manus B del Vaticano, che i popolari erano dei clericali camuffati, e che la loro attività politica nel campo nazionale andava sorvegliata. 'I1 primo scontro dei popolari e delle organizzazioni bianche fu contro il socialismo che monopolizzava il movimento proletario e creava i privilegi alle proprie organizzazioni sotto l'egida dello stato. Ma il meno che capitò ai popolari fu l'essere chiamati a bolscevichi bianchin, l'azione sociale nostra era presa per una concorrenza perfino sleale a l socialismo imperante; la burocrazia fu avversa, sempre, anche quando al governo erano uomini nostri; si sfondarono solo piccole porte, ma la resistenza contro d i noi fu quasi sempre invincibile. I1 pericolo religioso clericale per l'Italia d i ieri eravamo noi, solamente noi. La nostra azione unica allora ed efficiente, negli scioperi del gennaio e febbraio 1920 e la nostra uscita dal ministero Nitti nel marzo 1920 fu messa sotto silenzio, disconosciuta, svalutata. Leggere i giornali del tempo per crederci; e quando i deputati popolari nel maggio 1920 fecero cadere Nitti, la canèa contro d i noi non ebbe limiti. Eppure basta sfogliàre i resoconti della camera, e si troveranno segnati gli urti quasi quotidiani fra deputati socialisti e popolari, nell'impassibile e agnostico silenzio d i tutti i settori, per persuaderci quale fu il nostro coraggio in quei giorni per l'Italia così tristi, al punto d i invocare tutti a gran voce Giolitti come a salvatore D. Sotto Giolitti furono votate le leggi economiche, tutti i partiti si inchinarono al fato del vecchio uomo e cedettero, primi quelli che, dopo averlo maledetto, lo riportarono sugli scudi. I1 gruppo popolare (in dissenso con la segreteria politica), votò e sostenne quelle leggi; lo fece per civica disciplina, perchè l'opposizione di questo gruppo avrebbe riaperto la crisi. Questo atto, che ha la corresponsabilità della intera camera e del senato, fu addebitato al gruppo popolare come una colpa specifica; e non potendo colpire in ciò nè i giornali del partito nè la segreteria politica, non hanno mai risparmiato Meda, Bertone e Tangorra, che dovettero sostenere le proposte sulle quali, era noto, Giolitti poneva la questione di fiducia.

...


Se i popolari usavano una intransigenza elettorale amministrativa, erano additati come alleati dei socialisti; se entravano nei blocchi avevano la parte del parente povero; se chiedevano quanto rispondeva alla loro posizione, erano dei pretenziosi, i quali non cercavano altro che vantaggi elettorali e portafogli ministeriali. Questa accusa fu portata a l grado estremo per la composizione del gabinetto Bonomi, solo perchè i ministri popolari da due che erano divennero tre, fra i q a l i il guardasigilli; apriti cielo! I popolari dovevano collaborare, ma in sottordine; prendendo le briciole, ridotti ad un minimo: alzare la testa e parlaie da pari a pari era un delitto: dalli ai popolari! Quando poi questi popolari vollero fronteggiare Giolitti, e dichiararono d i non voler collaborare con lui, allora le grida delle oche scandolezzate arrivarono alle stelle. Si era violata perfino la costituzione, perchè si era 'precostituito un impedimento al re di incaricare il vecchio di Dronero! E pensare che oggi la costituzione è passata sotto le forche caudine tra il plauso dei liberali ! I1 partito popolare vuole l'esame di stato, si combatte l'esame di stato; vuole la colonizzazione del latifondo, si va contro la colonizzazione del latifondo; vuole le camere regionali d i agricoltura, la regolamentazione dei patti agrari, il consiglio superiore del lavoro: contro, in tutti i modi. La più contraddittoria condotta dei giornali liberali riguarda i rapporti col Vaticano: chi legge i giornali liberali di prima del 1918 (ricordiamo le polemiche sull'art. 15 del patto di Londra, e sull'appello alla pace nell'agosto del 1917) vi trova u n contegno normalmente ostile al Vaticano, anticlericale, antireligioso. L'avvento del partito popolare fu u n vantaggio evidente per la chiesa, perchè spostò il bersaglio: un obiettivo politico è più vulnerabile e più responsabile di un obiettivo religioso; è questa una gloria e un merito che noi popolari sentiamo come cattolici e come italiani. Anche se la lotta contro di noi diventerà ancora più dura e più implacabile, e ne sia risparmiata la chiesa, noi ne saremo lieti e orgogliosi. I giornali liberali però inventano il gioco delle pretese sconfessioni, dei conflitti, degli urti, quando il lodar la chiesa vuol


dire condannare il partito popolare; e invece parlano di tacite intese, di (C longa manus vaticana D, d i luogotenente, di partito clericale, quando vedono che la sconfessione non viene e che il conflitto non esiste. L'avvento del fascismo h a accentuato questa situazione di lotta; anzi la filia cattolica dei giornali liberali, perfino della massonica Tribuna, è arrivata al punto d i accusare i popolari di avere trescato con la massoneria, di non aver avuto coraggio religioso e di aver fatto del puro materialismo. La parte comica e truffaldina è quella dei giornali che valorizzano i transfuga del partito Fopolare, come quelli che hanno avuto il coraggio di abbandonare una ria congrega: così vediamo fare la réclame a buon mercato a tutti gli (C speranzini D, che facevano un tempo i neutralisti e gli estremisti, e che oggi si rifanno, attraverso i giornali liberali, all'ombra discreta del marchese Cornaggia, la verginità cattolica e patriottica! Si potrebbe continuare all'infinito, e non vale la pena: questa stampa, dalla fascista alla socialista, dalla liberale alla democratica, locale e centrale, combatte, odia il partito popolare: se il giornale è intimamente anticlericale, come il Corriere della Sera, per disprezzo ci chiama, o ci chiamava, CC partito cattolico o clericale D ; quando invece il giornale amoreggia con i cattolici, come I l Giornale d'Italia del 1923, ovvero vuol passare per quasi cattolico come l'Idea Nazionale, e allora ci chiama cc partito popolare D, o peggio, sinistrismo popolare ». I1 fenomeno, che- abbiamo esaminato nelle sue linee generali, deve avere delle ragioni, perchè sarebbe inspiegabile che mentre i giornali liberali accusano i po*polari, si trovano nello stato d'animo d i esaltare gli altri quando fanno quello che i popolari volevano. Infatti quando i l ministro Anile mandò la circolare per il catechismo nelle scuole, nessuno ebbe il coragzio di protestare, ma cestinarono la circolare stessa, che fu pubblicata solo dai giornali popolari: e dire che l'aveva diramata l'« Agenzia Stefani D ; invece quando il ministro Gentile ha deciso l'insegnamento catechistico, nell'esaltarlo ( e fanno bene) accusano i popolari di non averlo fatto. Ma peggio! quando i popolari a Venezia deliberarono di voler la regione scolastica, i liberali scrissero contro parole


amare e ingiuste; anzi nelle polemiche antiregionaliste posero in dubbio perfino la sincerità nazionale e unitaria dei popolari; Gentile delibera la regione scolastica, e i liberali stampano inni all'innovatore. C'è di più: le ire dei liberali contro i popolari per la regGlamentazione dei ,patti agrari sono state violente; Micheli, e più d i Micheli, Mauri è stato il bolscevico. I1 senato monta sul cavallo d'orlando! Leggere la prosa di Bergamini di allora, per comprendere lo stato d'animo del fremebondo senatore, che minacciò perfino a chi poteva farlo sapere, una campagna contro il banco d i Roma (credendo d i colpire il partito popolare) se non venivano ritirati il decreto Mauri e il progetto Bertini sui patti agrari. E il povero De Capitani, seguendo la reazione agraria di quei signori, ebbe i plausi e gli osanna per la fretta con la quale abolì le commissioni mandamentali arbitrali. Però che succede? L'altro giorno Farinacci richiede, Mussolini consente, il gran consiglio ratifica: e la questione dei patti agrari obbligatori è già sul tappeto, per merito fascista ! Credete che Bergamini abbia protestato? Che ci sia stato uno solo, dico u n solo giornale liberale che abbia avuto il coraggio di opporsi? Molti han seguito il comando del Giusti: Loda, torna a lodare e poi riloda! Altri esempi? ce ne sono e ce ne saranno; basta essere discretamente osservatori per rilevarli. Scommettiamo che se domani Mussolini troverà che bisogna fare le prossime elezioni politiche con la proporzionale, i giornali suddetti con a capo Ber. camini, dimenticando quanto hauno scritto in proposito contru i popolari, diranno che Mussolini avrà fatto bene. Questo stato d'animo anti-popolare dipende principalmente, da due valutazioni realistiche e sub-coscienti del campo liberale; cioè che il partito popolare è un partito che poggia si; alcuni sentimenti generali, quali la tutela del lavoro, il rispetto della religione e la difesa della libertà, che trovano convergenza sentita e quindi saldo valore; e che il partito popolare è sorto in mezzo e per opera dei cattolici militanti, quelli sempre awersati dai liberali (che ieri vi contrapponevano i cattolici mode-


rati o i cattolici liberaleggianti e simili); essi ben sanno quale radice profonda abbiano i popolari in Italia e nel campo dell'organizzazione sociale e in quello strettamente religioso. Pertanto la forza sintetica dei popolari, pure nella incipiente azione politica che ha appena quattro anni, ha intaccato fortemente quelle posizioni che i liberali avevano conquistate in tutta la vita pubblica italiana quando per cinquant'anni e più i cattolici erano stati o assenti o puntellatori (come singoli, non come organismo) delle loro situazioni personali; la comoda posizione rotta dall'avvento popolare li ha obbligati a trattare questo partito d a pari a pari, e si son sentiti diminuiti nella loro indiscussa padronanza della vita dello stato. Tutto ciò fino all'avvento del fascismo. Oggi il nuovo idolo detronizza anche i liberali, i quali si inginocchiano e lodano: ma il veleno contro i popolari resta. Essi pensano d i rifarsi; mutano la democrazia di ieri con il fascismo di oggi: conservatori o radicali? Poichè il fascismo h a due facce, così son tanto conservatori che radicali; e penetrano nelle due correnti fasciste. Da noi questa penetrazione non è possibile; perciò essi vogliono che i popolari lascino la politica autonoma, siano clericali e servi in alleanze obbligatorie, staccati dal popolo lavoratore; abbandonino le questioni sociali in nome del cattolicesimo, quello dei padroni e degli interessi materiali. È tanto comodo parlare di religione per fare i propri affari! Col fascismo c'è da rifarsi: si cambia casacca; con i popolari non è facile, perchè c'è un programma fondamentale etico sociale e politico che ci differenzia, ci conferisce una precisa fisionomia e ci spinge alla lotta. Perciò siamo un partito combattuto da tutti. -

(dal Popolo N u o v o di Roma, 25 febbraio 1923).

I1 diavolo si è fatto frate! finalmente! È una convinzione? B una finzione? È una manovra?


Chi lo sa? certo è che si è fatto frate! Noi mandiamo il nostro biglietto da visita a l Giornale d'Italia o alla Tribuna ovvero ad altro giornale (ce ne son tanti) perchè finalmente si sono messi sulla via... d i Damasco! Hanno un bel gioco i popolari a non crederci; essi sono gli aconfessionali, i reprobi, in questa frontiera filo-cattolico-conservatricenazionale che arriva fino alla Nazione di Firenze e al Mattino d i Napoli; essi sono quelli che non seppero, nel momento della loro ultrapotenza ( ! ) approfittare per gettare un ponte (politico, s'intende) sul Tevere e congiungere l'Italia al Vaticano. È merito dei fascisti, e per essi dei cugini nazionalisti, e attraverso questi dei lontani parenti liberali e, così così, anche dei democratici, se finalmente il ponte si va costruendo, sia pure attraverso l'idillio Finzi-Clementi! Una sosta, egregi giornali filo-cattolici eccetera, eccetera ; vi ricordate quando i popolari iniziarono la campagna per la libertà della scuola, cosa scriveste? Che quel zelo per la libertà non era altro che precostituire l'asservimento .dell91talia al Vaticano; che il Vaticano voleva, attraverso i popolari, riprendere il suo dominio sul popolo, cioè sulla nazione; che gl'immortali principi (oggi messi in soffitta) impedivano un ritorno del clericalismo dàlli agl'incomodi popolari e alla libertà d'insegnamento. Allora, in una giornata melanconica, l'Epoca intervistava il prof. Raulich, e si chiedeva, non senza una nota melodrammatica: « Il ciclo della rivoluzione liberale italiana è dunque compiuto? ; la Tribuna pubblicava articoli di protesta per le pregiudiziali politiche del progetto sull'esame di stato che portavano all'uintorbidamento e perturbamento della scuola italiana » e così d i seguito. Le più divertenti furono le esasperate parole scritte dagli stessi giornali sull'azione e sulle intenzioni dei popolari quando Rodinò fu nominato guardasigilli. Era stata troncata la tradizione laica dell'Italia del 1866 (abolizione delle corporazioni religiose), del 1870 (breccia d i Porta Pia), del 1895 (monumento a Giordano Bruno); e così per lungo e per largo, contro il partito popolare italiano a longa manus n del Vaticano. Come piace (per il senso della coerenza invidiabile che esso dà) ricordare il florilegio d i quelle insolenze e, tra queste, un

...

...


ameno discorso alla camera dell'on. Petrillo, il quale si faceva applaudire dalla destra con affermazioni di questo genere: «Mentre il problema romano, il problema cioè dei rapporti tra l'Italia ed il Vaticano era sul punto di risolversi, l'andata dei popolari al potere mette in guardia tutti gli italiani D. Quando i deputati ~ o ~ o l a insistevano ri per l'approvazione della legge sul clero, e la commissione parlamentare tentò l'ostruzionismo e non fu in numerg sufficiente, e quindi nominò una sottocommissione e stava per bocciare il progetto, che poi Rodinò pubblicò per decreto-legge; fu detto che i popolari volevano imporre ad ogni costo il riconoscimento giuridico ed economico di alcune categorie di ecclesiastici curati, non contemplati nelle leggi eversive; che a far ciò rispondevano ad ordini vaticani; che era una delle solite imposizioni di via Ripetta! Ora che il pericolo popolare è passato e il proselitismo del clero può farsi da tutti i partiti filo-cattolici o quasi, è molto opportuno declamare: (C il partito popolare non ha mai pensato al clero povero; esso h a obliato ogni concetto religioso, per allearsi ai massoni D. Già anche questa è carina ; l'alleanza popolare-massonica ! Infatti! per l'alleanza popolare-massonica Anile da sottosegretario andò ad inaugurare l'università cattolica d i Milano, con quelle insinuazioni giornalistiche che tutti ricordano: - rappresentava sì o no il governo? a nome di chi parlò? - E quando poi in senato lo stesso Anile, allora ministro, difese la cultura cattolica e fece entrare, in quell'ambiente ammuffito, un soffio d'aria nuova spalancando con violenza una finestra, i rumori e le proteste dell'alta assemblea furono notevoli e registrate con compiacenza dalla stampa allora non filo-cattolica; nessun senatore, nessun ministro presente strinse la mano ad Anile dopo il notevole discorso, non ebbe applausi bensì segni d i disapprovazione: così coraggiosamente egli adempì il suo dovere. Oggi i giornali filo-cattolici gridano contro il materialismo del partito popolare, che deve rivedere i suoi postulati! I Girella di Giusti non siamo noi; no ! Consigliamo ai nostri implacabili avversari di leggerli quei versi immortali: sono vivi oggi come ieri, e si attagliano al mondo libero-democratico che è un piacere.

...

...


Neppure la morte di Benedetto XV fu risparmiata: Rodinò ministro della giustizia, andò a fare le condoglianze sì o 'no a nome del governo? dispute e insinuazioni; e Mauri, ministro dell'agricoltura, anche lui passò il portone di bronzo: interviste e discussioni; il partito popolare voleva strafare, voleva rompere le tradizioni italiane le più pure; anzi la segreteria politica d i via Ripetta impose perfino a Bonomi la commemorazione del defunto pontefice alla camera, e per ciò egli colse l'occasione e si presentò dimissionario, e i popolari dovettero subire quest'altro meritato affronto. Così, a leggere i giornali, oggi latte e miele e ieri aceto e fiele, c'è da domandare: - Scusi, non è lo stesso Bergamini che dirige il Giornale d'Italia? E non è lo stesso Malagodi che dirige la Tribuna? Ah! sì; ma essi si sono convertiti? E quei fascisti fiorentini che andavano a devastare i circoli cattolici per protestare contro l'atto inconsulto degli onorevoli Mauri e Rodinò andati in Vaticano, inscenando in varie città dimostrazioni anticlericali, non erano gli stessi fascisti d i oggi? Conversioni? ! Una cosa è uguale e interessante; ieri si combatteva il partito popolare italiano perchè avvicinava il Vaticano in un atto d i omaggio doveroso di fronte a un grande Papa scomparso; oggi si combatte il partito popolare italiano perchè non curò, quando era potente, di fare esso... la conciliazione! La frase, buttata là, u quand'era potente D, è un comodo alibi, ma è una falsità; il partito popolare collaborò con Giolitti in condizioni d i inferiorità di fronte al vecchio parlamentare; con Bonomi ebbe una maggiore partecipazione al potere; però la debolezza del governo in confronto alla camera e alla situazione generale era nota, come era nota l'indecisione del capo del governo; la crisi del febbraio 1922 non fu per l'esame di stato e l'art. 14 del progetto Corbino? Sotto Facta c'era poco da fare per tutti i partiti; la preoccupazione interna era l'incognita generale. Questo ritornello della potenza del partito popolare italiano fa comodo. alla polemica ingiusta ed astiosa! Ma, si dice, il fascismo oggi fa quel che ieri non fece il partito popolare. Sicuro; oggi il fascismo non solo è al potere, ma comanda senza domandar nulla a nessuno; può far questo e


può fare anche l'opposto; i liberali (anche quando non sentono) approvano e lodano e tempestano sulla testa degli altri. e quando i liberali comandavano essi, Una domanda: prima che sorgesse il partito popolare, cosa fecero mai? L'art. 15 del patto di Londra è di Salandra e di Sonnino! Non r i c o r d a n ~il mal fatto: oggi, i n forza del predicatore quaresimalista Benito &Iussolini, i liberali tipo Malagodi e Bergamini si sono convertiti al più puro e ideale cattolicesimo. Anzi noi abbiamo il diritto di domandare ad essi uno spirito più religioso e meno politico nel trattare un tema così delicato e di così alte vibrazioni spirituali, quali i rapporti dell'Italia con la Chiesa. I1 popolo, tutto il popolo, anche quello umile dei lavo.ratori, deve in ciò vedere il contatto morale degli italiani col cattolicesimo, non mai un volgare tornaconto politico ed economico di marca conservatrice. In quest'ultimo caso, il diavolo fatto frate, mostrerebbe sempre la coda. Oggi la coda politica è subito visibile: la lotta al partito popolare italiano come espressione della concezione cristiana sociale o democratica della società messa in contrapposizione al cattolicesimo conservatore. Forse per questo non approveremo quel bene che verrà al paese da un avvicinamento con la Santa Sede? Saremo degli stolti: questo avvicinamento lo abbiamo auspicato sempre e lo auspichiamo anche oggi; e siamo sicuri che d'oltre il Tevere non sarà mai dato a ciò un significato politico o economico a vantaggio di partiti O di classi, ma solo significato morale e religioso 11 Giornale d'Italia e la Tribuna forse allora, di fronte al caso religioso e morale, avranno lascia'ta la cocolla del frate, per tornare a fare il diavolo laico. I1 lupo perde il pelo. ma cori il vizio!

...

(dai Popolo Nuovo i; Roma, 1febbraio 1923).


VI.

Dopo più di un mese dalla dichiarazione di incompatibilità fra massoneria e fascismo proclamata dal gran consiglio fascista, ora che è subentrata una certa calma nella pubblica opinione commossa, non sarà inopportuno studiare serenamente la portata e gli effetti. Perchè nessuno possa accusarmi di tentare di sminuire il fatto e di sillogizzarvi attorno a scopo disfattista (è il meno che potrebbe capitare oggi a chi ha voglia di studiare con serenità), voglio porre subito fuori combattimento l'importanza morale che ha avuto tale dichiarazione per un partito che aveva (si dice) almeno un terzo di persone tra professionisti, borghesi e impiegati contemporaneamente iscritti al fascio e iscritti alla massoneria. La differenza tra la dichiarazione dei fascisti e quella fatta nel 1912 dai socialisti è notevole anzitutto per il gran numero di fascisti (specialmente dell'ultima ora) che erano (o sono?) massoni, e perchè fatta dal partito fascista nel momento della sua potenza, essendo esso stesso governo e quindi sensibile a tutto l'intrigo d i che vive la massoneria, burocratica, affarista, ebraica; mentre il socialismo (specialmente del 1912) non aveva che un numero limitato di borghesi e professionisti, ove si sviluppa il baci110 massonico, e non aveva ancora il vento in poppa, come capitò dal 1917 al 1920. Fatta questa constatazione, è necessario, prima di proseguire, porsi una domanda: - quale effetto ha avuto l'ordinanza nel campo interno del fascismo? I giornali politici cominciarono a riportare qualche notizia d i notevoli dimissioni dalla massoneria; alcuni rimasero nell'uno e nell'altro organismo, attendendo con una certa spavalderia (vedi il caso Cappello) di essere espulsi da qualche parte. Dei più non se ne ebbe cenno: la ricerca giornalistica e piccante si fermò d'un tratto ; qualche 'guizzo nei giornali locali, qualche polemica astiosetta, e nulla più. Forse questo silenzio è una parola d'ordine data per calmare l'opinione pubblica? comunque sia, poco importa. Ben


diverso è il fatto sostanziale che giova mettere i n rilievo nei suoi elementi. E cioè, se ha efficacia nella compagine sociale un fenomeno di carattere superficiale esteriore improvvisato, per cui il massone d i ieri non è più massone oggi, senza che per questo abbia mutato la mentalità, lo stato d'animo, la convinzione della sua coscienza, l'orientamento della sua attività. Trasportato questo massone nel campo del fascismo, e costretto ad operare con metodi diversi, o subisce l'ambiente come per un semplice processo esterno, senza potersene impadronire; ovvero per le qualità personali diviene esso attivamente operante, con tutto il suo bagaglio massonico con i vecchi tentacoli e col prevalente settarismo del suo metodo. Nel primo e nel secondo caso, l'uscita dalla loggia non è un cambiamento sostanziale e perciò efficace; può invece essere u n pericoloso cavallo d i Troia per la presa di Ilio e dei suoi Numi. Così si spiega facilmente la condotta delle loggie, che, dopo l'aut aut fascista, non hanno preso l'attacco in mala parte, non hanno affacciato le loro teorie umanitarie e di solidarietà in contrasto con il violento pestar di calli dei fascisti, non hanno assunto posizioni antitetiche e di dignitosa difesa, ma piegando la schiena han fatto atto di omaggio, han cercato d i dimostrare che tra i fascisti dei massoni, almeno come maggioranza, era difficile trovarli in tutto il paese. Un caso di coscienza in tutto questo lavorio visibile, oltre quello sott'acqua, che si dice sia stato notevole, non è affatto afliorato, non si è mostrato; un caso che avesse fatto comprendere che la massoneria ha anche uomini tutti di un pezzo, che sanno sfidare le più difficili situazioni. Quel clie inficia la nostra vita politica è la penetrazione massonica nella compagine funzionale dello stato: magistratura, esercito, scuole, burocrazia sono avvinti da fitta rete massonica irresponsabile, non perfettamente conosciuta, procacciante, dominatrice. I massoni, in così vasti ambienti, sono rimasti cheti, accovacciati, silenziosi, fra le carte polverose dei ministeri, all'ombra dei capi del personale e dei consigli interni, nelle discrete conoscenze di gabinetti e di corridoi, aspettando che passi la ra5ca del momento; mentre i più audaci oggi sfoggiano


all'occhiello il fascio littorio e dicono male della massoneria, secondo il savio precetto del Giusti a e se mi torna,

ne dico corna D. Un fenomeno molto strano è il cambiar d i tono e d i colore delle vecchie cricche massoniche d i provincia, che si sono direttamente o indirettamente, intrufolate nei fasci; esse ne dirigono l'azione spesso irresponsabile, ottengono scioglimenti d i consigli comunali e d i opere pie, trasmutamento d i funzionari e favori nuovi, tutto in nome d i una balda gioventù, che non conosce l'intrigo e che ignora la cazzuola e il triangolo. Alla resa dei conti, sono i vecchi massoni che godono nuovi favori e che cantano giovinezza! a squarciagola, e inneggiano alle sorti del cattolicesimo, del quale si sono improvvisati paladini. Questi signori ignorano il loro caso d i coscienza, perchè, se il caso c'è, manca l'altro termine: la coscienza. Essi inneggiano alla politica, che per loro è così provvida nel nuovo tumulto; sicchè non sentono più levarsi le berze per la sconfessione già avuta. Acqua passata non macina più!


IL CONGRESSO DI TORINO

-

1. Più che una relazione dei passi notevoli della nostra storia di partito dal 3" al 4 O congresso, i cui dati salienti segnerò con il richiamo agli atti del consiglio nazionale, della direzione del partito e del gruppo parlamentare, credo che risponda meglio alla nostra coscienza di parte, prospettare nel quadro generale della politica italiana, come è vissuta oggi da noi, la realtà viva presente e futura del nostro partito nei suoi compiti essenziali e nella m a funzione storica, come derivanti non solo dal complesso del nostro programma e degli indirizzi ideali, ma anche dalla forza reale dei criteri pratici d'azione e dalla posizione politica assunta ieri ed oggi e preparata per il domani. Non voglio con questo tramutare la mia relazione i n un discorso, che reputerei fuori posto in questa assemblea, squisitamente politica e deliberante. Essa oggi ha una ben grave responsabilità, pari o forse superiore a quella del primo congresso d i Bologna, quando si consacrò l'esistenza e la realtà del nostro partito, e vi si diede chiara impostazione che fedelmente abbiamo mantenuta i n quattro anni di aspre vicende politiche e di difficoltà straordinarie. Oggi la nostra assemblea h a il compito delicato, non facile e importantissimo, d i riconsacrare l'unità, l'autonomia, le finalità del nostrb partito, in momenti in cui non mancano insidie interne ed esterne opposizioni; e (*) Relazione al

IV congresso nazionale, Torino, 12 aprile 1923.


quando una nuova corrente, che è divenuta potere, tende ad assorbire in sè le forze e i valori di ogni partito nazionale, come in u n crogiolo, per formare una nuova classe dominante e d i governo. La mia relazione non investe il problema dei rapporti politici con altri partiti, nè investe il problema dell'attività parlamentare nel suo compito specifico; la mia relazione riguarda più da vicino e nella sua sostanza il partito nostro come espressione ~ o l i t i c adel pensiero democratico cristiano, e come funzione di forza organica e .quindi specifica e di ragione autonoma e quindi individualizzata, nell'attività politica dell'Italia 'di oggi, come conseguenza dell'ieri e come premessa del domani; in una parola, forse troppo sonante: la funzione storica del partito popolare italiano.

-

.

2. Gli amici che fremono d'impazienza di procedere alla discussione immediata, avranno la bontà di tollerare che questa impostazione venga fatta qui in congresso, in un'ora d i eccezionali responsabilità per tutti in Italia; perchè nessuno possa, dentro o fuori del partito, falsare il nostro pensiero; e perchè, se avrò bene e con chiarezza precisato quello della direzione del partito, l'approvazione di questa relazione, oltre che dell'ordine del giorno che la segue, valga ad essere il documento basilare della rinnovellata attività del partito, l'atto d i solenne e reciproca fiducia fra le varie e necessarie tendenze che vivono e possono vivere nell'unità del partito, la inequivocabile volontà d i operare e d i agire con la nostra personalità; senza bisogno di domandare a nessuno un riconoscimento o una integrazione qualsiasi, per poter credere in noi stessi e nelle ragioni ideali della nostra specifica attività di partito. Oggi è attesa in Italia la parola chiarificatrice del nostro essere di uomini politici e di organismo d i parte militante nella vita italiana; e questa parola va detta nella forma più sincera e più elevata, dimostrando di saper assumere le necessarie responsabilità e di saper vivere con fede la difficile, tumultuosa ora della patria nostra, gravida di awenimenti e rivolgimenti che auguriamo segnino un migliore avvenire.


-

3. Ci sentiamo ormai da vari mesi ripetere da molte parti, che il partito popolare italiano non h a più ragione d i esistere, e che se vuole continuare a vivere una qualsiasi modesta vita politica, deve trasformarsi, rivedere i suoi orientamenti, intonarsi all'ambiente, modificare le sue basi; i meno esigenti parlano solo d i revisione d i posizioni; è vero che non dicono quali siano queste posizioni; ma a comprenderne i l senso, questa £rase ha u n insignificante rapporto con la vecchia ingiuria lanciata ai popolari ed alle nostre confederazioni, di bolscevichi bianchi o neri ( il colore non conta), per l'attività politica ed economica nel campo sociale, attività che ha avuto contrasti notevoli, battaglie ideali, qua e là errori ed eccessi, insieme a sani accorgimenti e a slanci generosi e fervidi di bene. Fin dalle prime battute è bene dichiarare che noi non solo sentiamo di non aver finita la nostra giornata politica d i popolari, appena dopo quattro anni di vita; ma che mai come ora ci sentiamo « popolari », e reputiamo che il nostro partito abbia una sua ragione profonda e storica di esistenza in Italia e una sua particolare funzione. E diciamo ciò non per u n naturale senso e istinto di vita, istinto che non vuol cessare neppure quando la vita è all'occaso; ma per iin convincimento profondo e per un'affermazione sintetica della realtà vissuta. Tralascio qui ogni considerazione teorica già illustrata abbondantemente in varie pubblicazioni e in molte manifestazioni chiare di pensiero e di realtà; non ho ragione di dilungarmi in ricordi storici che sentiamo come vibrazioni di vita dentro d i noi; solo mi permetto fugacemente un accenno alle ragioni e alla natura della nostra esistenza di partito, per poi riferirla al clima politico nel quale oggi viviamo.

-

4. Anzitutto la nostra costituzione di partito coincise, e fu effetto e causa insieme, con la partecipazione completa, senza riserve politiche e senza sottintesi antinazionali, dei cat-tolici italiani alla vita del nostro paese, dalla quale eravamo stati avulsi per posizioni religiose e storiche, le quali ebbero il loro ciclo, il loro crescendo, e la loro attenuazione in più d i un cinquantennio di lotte religiose, morali e politiche.

7 - STnnzo

-

I l partito popolare italiano

-

31.


Le cause più o meno remote furono il sorgere della democrazia cristiana prima, l'attenuazione del non expedit poi e la possibilità della partecipazione di uomini cattolici al parlamento, il che formò una prima schiera di deputati ben preparati alla vita pubblica e in gran parte al di fuori di compromessi pregiudizievoli, non ostante l'episodio gentiloniano. Poscia la guerra italiana unì nella difesa della patria uomini religiosi e uomini politici, la cui più significativa espressione fu l'assunzione nel ministero Boselli di Filippo Meda, primo ministro di parte cattolica dalla unificazione italiana in poi; a breve distanza seguì Cesare Nava, come sottosegretario. Cogliere il momento nella sua maturazione, proprio l'indomani dell'armistizio (il mio discorso a Milano, che preludiava il partito, è del novembre 1918, a quattordici giorni d i distanza da Vittorio Veneto, e la prima riunione a Roma fu tenuta il 22 dello stesso mese, mentre l'appello veniva pubblicato nel gennaio seguente), voleva dire saper valutare il fenomeno nuovo nella sua incidenza storica, e fare un atto coraggioso, il quale dava alla patria nostra il frutto d i lunghe speranze, sanava nella espressione politica interna un dissidio civico, nella fiducia che venisse presto il momento i n cui anche il dissidio religioso, che ne era stata la causa sostanziale, se non completa e assoluta, potesse in u n giorno essere risolto, senza più l'ingombro d i un atteggiamento politico ohe, anche nella sua negazione, potesse essere giudicato fazioso e antinazionale. Oggi ( e non è la prima volta in Italia) che si riprende con più insistenza e con meno pregiudizi (benchè in forma un po' grossolana) l'esame dei rapporti fra chiesa e stato, l'ostacolo dei cattolici cosidetti antinazionali non esiste più; e una gran parte d i merito o meglio la cagione politica immediata è proprio la costituzione e l'esistenza del partito popolare italiano.

-

5. Perchè il nostro partito fu detto u aconfessionale »? Perchè non si chiamò addirittura u partito cattolico n ? Ecco l'errore primordiale! -- Così qualcuno va ripetendo, come a richiedere d i sanare una lacuna, o meglio, d i correggere un errore. La risposta mi è molto facile: rileggo quel che i n proposito


dissi nella mia relazione al primo congresso del partito tenuto a Bologna, ove fu sanzionata la natura, lo spirito e l'organizzazione a popolare a, e lo trovo d i una attualità così viva, che non posso sottrarmi alla tentazione di rileggerlo in questa assemblea : « È superfluo dire perchè non ci siamo chiamati partito cattolico: i due termini sono antitetici; il cattolicesimo è religione, è universalità; il partito è politica, è divisione. Fin dall'inizio abbiamo escluso che la nostra insegna politica fosse la religione, ed abbiamo voluto chiaramente metterci sul terreno specifico di un partito, che ha per oggetto diretto la vita pubblica della nazione. Sarebbe illogico da ciò dedurre che noi cadiamo nelllerrore del liberalismo, il quale reputa la religione un semplice affare d i coscienza, e cerca quindi nello stato laico u n principio etico informatore della morale pubblica; anzi è questo che noi combattiamo, quando cerchiamo nella religione lo spirito vivificatore di tutta la vita individuale e collettiva; ma non possiamo trasformarci da partito politico in ordinamento di chiesa, nè abbiamo il diritto di parlare in nome della chiesa, nè possiamo essere emanazione e dipendenza di organismi ecclesiastici, nè possiamo avvalorare della forza della chiesa la nostra azione politica, sia in parlamento che fuori del parlamento, nella organizzazione e nella tattica del partito, nelle diverse attività e nelle forti battaglie, che solo in nome nostro dobbiamo e possiamo combattere, sul medesimo terreno degli altri partiti con noi in contrasto. « Con questo noi non vogliamo disconoscere il passato d i quella azione elettorale, che dal 1874 in poi le organizzazioni cattoliche italiane sotto diversi nomi, con adattamenti locali e con limiti imposti nel campo elettorale politico, poterono tentare e svolgere - non solo sotto il concetto di difesa dei principi religiosi contrastati da una politica nazionale sospettosa dell'influenza della chiesa e del papato nella vita italiana, ma anche con una formazione iniziale pratica di un contenuto sociale e amministrativo che è servito a maturare un vero e vasto programma d i riforme politiche, quale è stato formulato oggi dal partito popolare italiano. E si deve anche riconoscere


che l'aspro e difficile cammino compiuto in quarant'anni d i tentativi e di sforzi nella vita pubblica italiana dalle organizzazioni cattoliche, senza la vera figura di un partito politico, in condizioni impari e con tutte le diffidenze e i pregiudizi antipatriottici creati da una scuola anticlericale, è valso a far rivalutare nella coscienza d i tutti il dovere morale di partecipare alla vita pubblica della nazione, senza restrizioni, per portarvi quello spirito cristiano di riforme sociali, economiche e politiche che possano contrastare al materialismo e a l laicismo d i cui è imbevuta la società presente, che ne ha fatto così triste esperimento in cinque anni di cataclisma, e che ne vede gli effetti in quella conferenza d i Parigi, che si sperò invano dovesse segnare il trionfo dei principi morali e spirituali nel mondo. u Qggi era maturo u n atto, che, senza costituire una ribellione, fosse invece l'affermazione nel campo politico della conquista della propria personalità, e potesse chiamare a raccolta quanti, senza nulla attenuare delle proprie convinzioni religiose da u n lato, e senza menomazioni esterne nell'esercizio della vita civica e politica dall'altro, potessero convenire in un programma e in u n pensiero politico, non di semplice difesa, ma d i costruzione, non solo negativo ma positivo, non religioso ma sociale. u Così nell'appello lanciato a i liberi e ai forti i promotori hanno. inteso chiamare non solo quelli che hanno militato fin oggi e militano ancora nelle organizzazioni cattoliche o nelle leghe sociali cristiane e in qualsiasi altra forma di associazione economica o religiosa, le quali hanno finalmente visto valorizzato nel campo politico quel contenuto ideale e pratico che era ragione e forma della loro attività; ma anche coloro che, non militando nelle unioni di azione cattolica, sia pure per diffidenze o per pregiudizi diffusi e non controllati nell'ambiente nel quale sono vissuti, consentono e mentalmente e praticamente a l programma e alle finalità del partito popolare, e trovano nel campo politico la polarizzazione naturale delle proprie tendenze e delle proprie convinzioni. Agli uni e agli altri, già entrati fidenti nel partito, e oggi uniti in questa prima grande affermazione nazionale, io dico che con la loro adesione, essi cementano quella unità politica che deve esser fatta di con-


vergenze ideali, di animosa fattività, di spirito di lotta e d i ferrea disciplina. » Così dicevo a Bologna nel 1919. Da allora quante volte i giornali liberali, democratici, socialisti, cioè tutti i nostri avversari di ieri, ci accusarono di essere alle dipendenze del Vaticano? Quante volte hanno predetto le sconfessioni ecclesiastiche che essi desideravano a nostro danno a, scopo puramente parlamentare o elettorale? Venuti i fascisti sono cambiate le posizioni ma non è cambiata la tattica. Costoro dicono che fino a ieri il partito popolare rappresentava gli interessi della chiesa in u n ambiente politico anticlericale e laico; oggi non occorre, perchè il fascismo che è oggi governo, assume esso questa posizione di tutela degli interessi religiosi, con l'aggiunta in meglio d i aver sgombrato se non distrutto la vecchia concezione anticlericale; e quindi è superfluo che esista un partito a tinte cattoliche come il popolare, il quale anzi può essere un ingombro inopportuno per le relazioni fra chiesa e stato. Tanto la posizione dei democratici verso di noi quanto quella dei fascisti ha dato varie volte occasione a spiegazioni ufficiose o ad interventi diretti del Vaticano per far comprendere come la Santa Sede sia estranea al dibattito politico dei partiti italiani; e come cssa, per la sua missione religiosa e universale, non possa nè intenda assumere atteggiamento di partito, nè avvallarne l'azione; e a proposito del clero che si occupa d i organizzazioni politiche, la Santa Sede ha rinnovato per l'Italia le antiche istruzioni date per gli altri stati europei, non volendo nè implicare la gerarchia quando una propria azione diretta non s'imponga per la necessaria difesa della religione e della morale; nè d'altra parte togliere alla vita civica delle nazioni l'opportuno influsso e contributo di uomini ecclesiastici, i quali possono anche far del bene alla patria loro. Prevenendo questo giusto equilibrato e sapiente contegno della chiesa, il nostro partito volle al suo nascere dichiararsi aconfessionale », brutta e impropria parola corrente, per significare la propria autonomia e responsabilità organizzativa e politica, senza pretendere nè di rappresentare la chiesa, nè d i monopolizzare gli interessi religiosi nella vita politica del paese. È sorto oggi un altro partito, che guarda i problemi religiosi

'


con lo stesso modo di sentire? Se sì, non avremo che da congratularci; così come (e certo, con soddisfazione maggiore per la nostra coscienza di credenti) ci compiacemmo quando il partito democratico un giorno divenne proporzionalista e fu con noi nella battaglia parlamentare per la riforma della legge elettorale politica; cosi come ci compiacemmo quando i fascisti divennero favorevoli alla libertà d'insegnamento, così come ci compiaceremo quando essi diverranno favorevoli alla costituzione dell'ente regione; e cosi, infine, per tutti gli altri postulati del nostro programma.

-

6. Ci si fa osservare, anzi ci si ripete con l'insistenza d i una vecchia canzone, che per l'atteggiamento assunto dal fascismo verso la chiesa, il nostro partito viene svuotato del suo contenuto principale; e quindi come partito che ha portato i cattolici nella vita pubblica italiana, ha già adempiuto al suo compito storico nazionale, e non ha più ragione d'essere, almeno come espressione politica dei cattolici italiani. Non saremmo noi a dolercene, qualora fosse così; ce n e , glorieremmo, e ben utile in tal caso sarebbe stata la nostra giornata politica e la nostra funzione nazionale. Ma a parte il fatto che ancora molto cammino deve farsi per una parziale risoluzione di un problema così vasto e difficile nella sua ragione politica; ben più complessa è la funzione del- partito popolare italiano, in tutta la vita del nostro paese. Per soffermarci però al problema dei rapporti h a stato e chiesa e all'ispirazione e al contenuto cristiano del nostro programma, noi nel profondo della nostra anima diamo una risposta assolutamente negativa circa la supposizione che il compito del partito popolare italiano sia esaurito, e lasciamo che questa affermazione avversaria sia pretesto e scusa a quei clericaletti senza convinzioni, che ieri vennero a noi e oggi se ne vanno, ripetendo inconsciamente che già è venuto meno il compito religioso dei popolari nella vita pubblica italiana. I n proposito credo opportuno fare tre affermazioni precise: a) primo: come non abbiamo mai fatto credere nè affermato che solamente il partito popolare rappresenti la coscienza cattolica degli italiani, nè mai abbiamo parlato in nome della


chiesa, anzi ci siamo affermati perciò r aconfessionali D, così non intendiamo che altri in Italia, nemmeno i fascisti, possano assumere tale caratteristica politica e tale rappresentapza diretta. Ciascun partito deve assumere quella posizione che meglio rispecchi la coscienza nazionale, la quale è nella sua enorme maggioranza religiosa e cattolica. Quindi .noi auspichiamo che al riguardo tutti i partiti sentano il problema religioso e cattolico come lo sentono i popolari; b) secondo: purtroppo non crediamo che in una nazione moderna le questioni religiose ed i rapporti fra chiesa e stato si esauriscano in una sola vertenza e in una sola soluzione ; sono problemi immanenti e dinamici, una soluzione crea altro problema; e l'avvicendamento dei partiti spesso polarizza la lotta anche su vertenze a fondo religioso, quali il divorzio, la scuola laica, la beneficenza statizzata, l'esistenza delle corporazioni religiose, la giurisdizione laica sul clero e simili. Così in Francia, nel Belgio, in Austria, in Germania, in Inghilterra, nelle Americhe, in ogni stato. Così oggi è e domani sarà in Italia; ogni partito ha il mio posto di lavoro e di combattimento, e cerca, per far adottare la propria tesi, d i avere quanti più alleati è possibile, ed elabora il proprio pensiero per farlo divenire coscienza pubblica ; C) terzo: per questa elaborazione del pensiero d i politica religiosa ed ecclesiastica e per questa tendenza a penetrare nella coscienza pubblica, occorre avere un organismo politico, qual'è il nostro partito, basato su un programma ispirato alle dottrine e alla filosofia cristiana; che abbia quella che nel coogresso di Bologna fu detta r anima cristiana del partito e, per essere più precisi, che segua d'etica e morale cristiana D anche nell'azione del partito come valutazione dei costumi individuali e collettivi, come scelta di mezzi e come criteri finalistici della nostra azione pubblica; e quindi come fondamento dei rapporti sociali e del giure, nel criterio di a giustizia cristiana D e nella concezione della « funzione etica dello stato n. Posto ciò, senza volere per nulla attenuare la concezione d i politica ecclesiastica dell'attuale governo, che auguriamo di cuore possa portar del bene alla patria nostra, e preparare, se non risolvere, il problema dei rapporti pubblici tra lo stato e


l a chiesa cattolica romana; non possiamo trovare l'identità di vedute e uguaglianza di posizioni, fra la nostra filosofia ed etica cristiana ed i nostri presupposti programmatici sui quali è costruito il nostro partito (come sono costruiti i partiti a fondo cattolico in Europa e in America), e i presupposti programmatici e teorici degli altri partiti, anche i più filo-cattolici, come furono ieri i nazionalisti. Quei cattolici, che così facilmente passano sotto le bandiere degli altri partiti, oggi come ieri, scindono, nella realtà politica, la loro coscienza e la loro sintesi etica e sociale, in u n momentaneo atteggiamento esteriore. Noi abbiamo un ben più grave compito nella vita politica d i tutti gli stati civili: realizzare entro la vita pubblica e con l'esercizio delle attività civili e politiche, il programma nostro in antitesi al liberalismo laico, al materialismo socialista, allo stato panteista e alla nazione deificata, che formano nel loro complesso la grande eresia che abbiamo ereditato dal secolo XIX e che giganteggia negli spasimi del dopo-guerra.

7. - Questi accenni mi dànno lo spunto per precisare un'altra nostra caratteristica che oggi, come ieri, ci dà il diritto all'esistenza come popolari: è la u nostra scuola sociale D. Come per il fatto della nostra entrata nella vita politica nazionale ci differenziammo da altri cattolici, ieri ben pochi, che questa non sentivano per u n tradizionalismo clericale, ovvero per una concezione legittimista, l ' u n i e l'altro sentimento già sorpassati; così per il fatto del nostro programma cristiano-sociale, ci differenziammo anche da quei cattolici che hanno un orientaménto puramente conservatore in economia e nelle attività sociali reazionario. Nel campo della vita politica militante è u n po' difficile trovare e identificare tali cattolici; nel campo dei puri rapporti economici ve ne sono di p i ù ; e in fine al di fuori di ogni ritmo politico ed economico ve ne sono degli altri, che formano una massa grigia e inerte e facilmente spostabile. Da costoro siamo positivamente o negativamente differenziabili e differenziati; ma poichè tutti costoro non sono e non formano un nucleo politico ben definito, restano ai margini di ogni movimento, generale o parziale, sol che abbia accenni conservatori o tentativi

.


reazionari. Così, strano a dirsi, questo elemento clericaleggiante, mentre in religione stava agli antipodi del liberalismo di ieri, in politica ed i n economia ne formava spesso una forte intelaiatura elettorale. Fra questi vi sono vari, molti o pochi non so, io credo pochissimi, che desidererebbero u n buon partito cosidetto clericale, ricco di adattamenti locali amministrativi ed elettorali, senza responsabilità diretta di governo nè aspirazioni tanto audaci ; un partito clericale che tenga a freno le masse operaie con il concorso della religione; che contrasti, anche con la forza, ogni aspirazione popolare; e faccia da puntello, per gli utili servizi, a quel partito dominante, che si compiacesse d i tenere u n certo equilibrio fra politica e religione. Noi non siamo di questo parere; abbiamo scelto una via aspra, abbiamo affrontato le nostre battaglie, abbiamo cercato d i avvicinare le masse lavoratrici alle classi borghesi professioniste e capitalistiche, non in nome del concetto di dominio, ma nel tentativo di portare una parola di giustizia nella valutazione sociale etica ed economica del lavoro. I tre partiti d i massa sono i popolari, i socialisti ed i fascisti. C'è qualcuno che possa affermare che noi nel campo sociale abbiamo le identiche vedute degli altri due partiti? Con i socialisti no: la concezione materialista della vita, il principio della lotta d i classe ci differenziano sostanzialmente dai socialisti. Ma neanche è possibile la confusione con i .fascisti. Questi, e lo hanno ammesso, han preso da noi il principio che l a lotta di classe non è ragione fatale assoluta, ma un episodio contingente, limitato e superabile; hanno ammesso i nostri postulati della collaborazione di classe nella economia, e della ragione superiore della nazione e dello stato, come sintesi politica anche delle forze economiche e sindacali; ma diverso è in loro il concetto di eticità da quello che deriva dal cristianesimo e che dà il fondamento a i rapporti di giustizia e di carità. Questo' punto è per noi spiritualmente sostanziale, e caratterizza l a ragion d'essere del partito popolare, perchè dà la struttura etica alla nostra concezione economico-sociale, e quindi alle lotte da noi impostate, alle soluzioni pratiche da noi volute, al finalismo sociale di tutta la nostra azione politica.


SU questo terreno siamo d'accordo con il movimento sindacale e cooperativo bianco o sociale cristiano, il quale è lo stesso, non solo in Italia, ma in tutto il mondo, dovunque vi sia un qualsiasi risveglio sociale ispirato dal cristianesimo, e con quella parte di movimento cattolico sociale che si rifà alle medesime ispirazioni e ai criteri direttivi della medesima scuola. Anzi, così spesso i dirigenti degli uni e degli altri organismi sono gli stessi uomini, che l'opinione pubblica comprende assai bene come i popolari siano l'espressione politica dei cattolici sociali, mentre le leghe e le cooperative bianche ne sono l'espressione economica e sindacale; mentre d'altra parte il movimento puramente cattolico è l'espressione etica e religiosa dei cattolici in genere. Quando si dice che gli avversari fanno spesso delle notevoli confusioni sui nostri atteggiamenti e sulle nostre posizioni di popolari, e non comprendono la divisione delle responsabilità fra i popolari, cattolici e sindacalisti bianchi, si dice una cosa perfettamente vera per quanto riguarda l'interno delle singole organizzazioni, che sono non so10 distinte, ma autonome e con precisa responsabilità direttiva e pubblica. Ma quando gli avversari vedono che nessuno di noi, per il fatto che è popolare, intende aver scissa la propria coscienza dall'attività morale e religiosa alla quale si onora appartenere, nè ha rinunziato a cooperare per quel che può, direttamente o indirettamente, al movimento sociale economico e sindacale, è chiaro che la sintesi di politica sociale non solo è formata nella nostra coscienza, ma è visibile, valutabile, sincera e realistica al d i fuori; e nessuna sottigliezza formale la può scindere nell'apprezzamento del pubblico. La nostra personalità è così non solo precisata, ma completa, tanto che, un'attenuazione o una confusione in qualsiasi campo d i attività la falserebbe e toglierebbe forza alla nostra propaganda, la ragione d'essere alla nostra organizzazione, la possibilità d i successo al proselitismo popolare, le finalità al nostro programma sociale.

-

8. Altra differenza sostanziale fra noi e tutti i partiti politici operanti in Italia, e quindi col fascismo, è nella concezione dello stato. Siamo sorti a combattere lo stato laico e lo stato


panteista nelle concezioni del liberalismo e della democrazia; combattiamo anche lo stato quale primo etico e il concetto assoluto della nazione panteista o deificata, il che è lo stesso. Per noi lo stato è la società organizzata politicamente per raggiungere fini specifici; esso non sopprime, non annulla, non crea i diritti naturali dell'uomo, della famiglia, della classe, dei comuni, della religione; solo li riconosce, li tutela, li coordina, nei limiti della propria funzione politica. Per noi 40 stato è il primo etico, non crea l'etica, la traduce in leggi e le conferisce forza sociale; per noi lo stato non è la libertà, non è al disopra della libertà; la riconosce e la coordina e ne limita l'uso, perchè non degeneri in licenza. Per noi lo siate non è religione; esso la rispetta, ne tutela l'uso dei diritti esterni e pubblici. Per noi la nazione non è un ente spirituale assorbente la vita dei singoli; è il complesso storico di un popolo uno, che agisce nella solidarietà della sua attività, e che sviluppa le sue energie negli organismi nei quali ogni nazione civile è ordinata. Tutto ciò parte da una concezione teorica ben precisa, da una filosofia inconfondibile e differenziata, da una valutazione oggettiva della realtà storica; e crea la corrente politica che vi si approssimi, che vi si avvicini, che operi in conseguenza, che lotti cadendo o vincendo, secondo i momenti storici del divenire umano. Tutto ciò è nostra convinzione; la quale si traduce i n atto politico, che crea il partito con tutte le sue interferenze, e che ci obbliga a non lasciare il nostro posto di combattimento. Chi pensa, fra di noi, che i popolari abbiano compiuta la loro ora, pur pretendendo di restare attaccati aila nostra filosofia, alla nostra etica, alla nostra concezione sociale, alla nostra ispirazione cristiana, o afferma un assurdo ovvero combatte con le ombre, cioè combatte solo « il nome del partito, lo statuto del partito, la parte formalistica della nostra organizzazione a, non mai la sostanza reale e permanente della nostra vita politica. E pure anche il nome, l'organizzazione, la parte formale ha la sua ragion d'essere, quando rappresenta il pensiero, la continuità dell'azione, lo spirito unitario, la forza realizzata e concreta, lo slancio dell'attività e del sacrificio, quando questo ha una storia intima, vissuta, realistica; e questo per noi è il partito popolare italiano.


-

9. Sento dirmi subito: nessuno pensa di confondere il partito popolare. con altri partiti, neppure col fascismo; solo intende rivedere la sua posizione politica, e inquadrarla nel nuovo spirito nazionale, che si è affermato in Italia con l'avvento del fascismo; e quindi intende, con atto solenne, che solo il congresso può fare, ripudiare quel sinistrismo antinazionale, che l'ha inficiato fin sul suo primo sorgere, aderire cordialmente a l a novus ordo » apparso i n Italia e divenuto stato fascista. Ho voluto adottare una formula che rappresenta l'accusa comune dei nostri avversari politici di qualunque tinta e colore, come se fosse qui dentro assunta da una corrente particolare del congresso; però tengo a dire che non credo ci sia alcuno che la possa formulare, almeno con parole così taglienti e recise. Suppongo però che parecchi possano, attenuando la forma, domandare che se ne valuti la sostanza. Non intendo entrare nella questione di un atteggiamento politico e d i una tattica parlamentare od elettorale; intendo mantenermi nella sostanza della8polemica antipopolare. L'atteggiamento sinistroih e antinazionale ci è stato rimproverato : a) per la nostra azione sociale e per la sua naturale ripercussione nel parlamento; in modo speciale per le questioni agrarie da noi agitate; b) per il tentativo parlamentare di collaborazione con i socialisti ; C) per l'atteggiamento di opposizione prima della marcia su Roma e d i critica dopo, nei confronti del fascismo; d) per una politica internazionale pacifista, interpretata come tiepidamente nazionale. Ci sono molti dei nostri che, di fronte a queste precise accuse, sentono i l disagio spirituale d i appartenere ad un partito così diffamato e s'intiepidiscono o addirittura ne escono, foglie morte d'autunno, senza umore vitale che li leghi alla pianta. La risposta investe la nostra attività di partito i n tutti i suoi quattro anni, ma specialmentc l'ultimo anno da Venezia a Torino; farò accenni brevi, quali mi sono consentiti dai limiti della relazione.


a) Nel campo sociale.

-

. 10. L'azione sociale del partito popolare, come esplicazione ufficiale dei suoi organi: congressi di Bologna, Napoli e Venezia, consiglio nazionale, direzione del partito e gruppo parlamentare, a guardarla oggi a mente fredda e con spirito critico, non offre argomenti a revisioni di sostanza, nè dà luogo a rilievi oggettivi di deviazione, nè giustifica l'accusa di demagogismo. Qualcuno, anche nel nostro campo, fece riserve circa la legge delle otto ore di lavoro che anche noi sostenemmo; ma a parte l'organamento tecnico della legge, sul quale è lecito discutere, oggi anche i critici più malevoli non dicono che sulle otto ore popolari e socialisti fossero uniti a scopi demagogici e per concorrenza sul terreno sociale; ci ha pensato a disilluderli l'attuale governo con i l recente decreto-legge. Anche la questione dell'impiego privato diede luogo ad osservazioni; ma oggi lo stesso ministero ha prorogato i l precedente decreto, e la legge è stata promessa. Non si dirà che la questione sociale varia di significato, se varia la marca di fabbrica politica! Così continueremo lo stesso le nostre campagne per le assicurazioni sociali, per il consiglio superiore del lavoro, per la migliore tutela igienica, morale e sociale del lavoratore, per ogni opera di previdenza e di assistenza dell'operaio dentro e fuori della patria nostra, e per ogni istituto di carattere sociale. La questione dei salari e del caroviveri ha tenuto agitata la niassa operaia in molte parti d'Italia pcr : ~ t t igli anni dopo la guerra. I bianchi han curato la tutela degli interessi legittimi dei lavoratori; il partito' popolare, localmente e nelle vertenze generali, ha portato ausilio, appoggio morale e politico. Ci sono stati eccessi da parte delle organizzazioni bianche e da parte di sezioni popolari e di uomini politici? I n questa sede di congresso si giudica delle direttive e dell'azione degli organi responsabili, e non degli episodi locali ovvero dell'azione di organizzazioni autonome. Dobbiamo dire che siamo sempre stati in rapporto con i dirigenti delle confederazioni bianche per contenere nella legalità, nel senso cristiano, nel giusto equilibrio economico le gravi agitazioni, che


scossero le masse lavoratrici dopo la guerra. Lo scopo d i immunizzare le masse stesse dalla propaganda bolscevica fu sempre perseguito. Vi furono difetti, deviazioni, momenti difficili, azioni riprovevoli; mai come direttive generali, ma solo come episodi locali, più o meno contenuti nei limiti d i una lotta che ha le sue dasi e le sue difficoltà, sì che è più facile giudicare dal d i fuori e a distanza, che nelle angustie dell'azione pratica e della pressione collettiva. Mai perciò abbiamo giustificato errori e colpe, ma abbiamo portato quel senso d i equilibrio che li fa valutare nell'ambientc e nella cornice propria, senza farli assurgere a indirizzi generali, che mai esistettero. Uno degli episodi più notevoli che ci vien rimproverato, C che è stato rilevato anche dai nostri, è quel voto all'ordinc del giorno Reina, che i deputati popolari nel dicembre 1919 diedero i n maggioranza, per l'avviamento alla socializzazione dei mezzi di produzione. Ricordino gli amici che l'on. Meda, nel fare le dichiarazioni a nome del gruppo parlamentare, precisò la portata del voto entro i limiti d i un concetto socialmente e cristianamente ortodosso. A simile indirizzo fu sempre ispirata l'azione parlamentare dei nostri amici: e nel votare le leggi economiche e agrarie mai venimmo meno, pur nel vario apprezzamento pratico, a1 sano criterio d i qiiistizia sociale e d i equa valutazione economica. L'episodio fu esaurito ; pur dissentendo, come feci, dalla opportunità di quel voto, non ho a rilevare nessuna conseguenza politica o 2arlamentare.

-

11. Ma l'accusa più notevole vien mossa nel campo agrario. Ricordo che questa questione fu affrontata argamente al congresso d i Napoli, ove, In confronto alla teiidenza estremista che rimase in notevole minoranza, venne una chiarificazione teorica, che anche oggi regge a qualsiasi critica: cioè tendenza a favorire l'incremento e :a costituzione della piccola proprietà; a trasformare il salariato in partecipante all'azienda; a precisare la funzione sociale della grande proprietà. È tutta la storia antica e nuova del nostro movimento sociale-cristiano. Nell'azione parlamentare gli appunti furono contro tre iniziative: la prima quella degli escomi o disdette; la seconda quella della regolamentazione &i patti agrari; la terza quella della colonizzazione del latifondo.


La questione delle disdette o escomi fu impostata come una legislazione straordinaria del dopo-guerra, in conseguenza dei decreti d i guerra; apprezzamento sociale e politico di un fenomeno economico straordinario, e i n parte pari a quello delle abitazioni cittadine. Personalmente io sostenni un graduale ma deciso smobilizzo della terra, come lo sostenni per le case; perchè la funzione economica del regime d i libertà avrebbe dato, secondo me, meno scosse, anche nel campo del lavoro, che non l'eccessivo prolungamento del regime vincolativo. Di fronte ai vincolisti esagerati prevalse una soluzione intermedia con la legge Micheli, sostenuta dall'onorevole Merlin quale relatore, e applicata con discreta temperanza prima da Micheli e poi da Mauri. Quest'ultimo fu accusato di avere largheggiato assai più con i contadini richiedenti il mantenimento del vincolo. La questione fu ridotta a cinque o sei provincie, ed ebbe conseguenze limitate. La campagna vincolista del- 1922, ripresa da varie parti, fu fermata a tempo e, dico io, opportunamente; i nostri amici confederali ne ebbero u n notevole disappunto, che per un momento li pose in parziale dissenso con la segreteria politica; ma con una azione locale, più o meno ben riuscita, si superò il punto morto del regime vincolistico delle terre. Questa questione non avrebbe dovuto avere una grave ripercussione politica, se non veniva unita con quella del regime dei patti agrari, per il quale si tendeva dai popolari (d'intesa con gli organi della confederazione bianca) a introdurre per legge tre disposizioni di massima: il principio del contratto agrario poliennale, quello della giusta causa nella risoluzione dei contratti, e l'arbitrato per le vertenze collettive con la giurisdizione speciale. Quest'ultima era stata creata durante la guerra, e venne ampliata ed estesa con decreti-legge successivi. Pur convenendo nelle d a c o l t à di organizzazione tecnica di simili disposizioni legislative e pur preferendo, come partito politico, che ciò venga demandato alle future camere regionali di agricoltura, per le valutazioni locali dell'economia rurale; nessuno crede che si traiti d i demagogismo quando si parla di contratti agrari poliennali o di risoluzioni di essi per giusta causa o di arbitrato obbligatorio. Sulla giurisdizione speciale si possono avere opinioni diverse; però bisogna convenire che le commissioni mandamentali e provinciali istituite per decreto,


in molti posti funzionarono utilmente a vantaggio dell'agricoltura; e l'atto iconoclasta dell'on. De Capitani fu una piccola soddisfazione data agli agrari, con u n gesto che per la sua improvvisazione peccava purtroppo di demagogia al rovescio. (*) Infine la questione della oolonizzazione del latifondo ci procurò un rifiorire di accuse, anche a causa della formula adottata, secondo la quale l'esproprio potrà dichiararsi ai fini sociali. E l'agrarismo conservatore ha applaudito a De Capitani, il quale dichiarò che la legge votata dalla camera dei deputati dovrà essere bocciata dal senato. Convengo con molti che la legge approvata abbia delle imperfezioni; aggiungo, che leggi perfette non ve ne sono, specialmente nel campo dell'economia; sostengo c h e . fece bene il partito popolare ad agitare la questione del latifondo, e farà bene a continuare a studiarla e a sostenerla. Così solo potrà contribuire a far sì che una legge venga anche migliore di quella votata dai deputati, e a far sì che il problema meridionale agrario si avvii alla sua soluzione. Dicono alcuni dei nostri oppositori: gli indirizzi agrari del partito popolare sono teoricamente sostenibili e oggettivamente equilibrati, ma in molti dettagli le soluzioni proposte sono o sbagliate o inopportune o irritanti. Rispondo: chi non affronta i problemi non sbaglia nei dettagli, ma, quel che è peggio, sbaglia però nella sostanza; chi poi affronta problemi scabrosi, irrita gli oppositori e, più che gli oppositori, gli interessati; e l'opportunità invocata è spesso u n giudizio a posteriori. La questione agraria h a agitato l'Italia e l'agiterà per un pezzo; perchè è la più generale, la più interessante per la produzione, la più assorbente per il lavoro, ed è resa oggi la più tormentata dall'eccesso di popolazione, che non può emigrare. Essa non si sopprime nè con la dittatura politica, nè con le violenze agrarie, nè con la negazione teorica. Mentre noi oggi ,dobbiamo rivedere la sostanza delle nostre Lattoglie agrarie, non possiamo non affermare che il problema delle camere regionali di agricoltura, quello del latifondo e (*) Il governo fascista in seguito ha rimediato in parte alì'atto inconsulto deli'on. De Capitani.


'T

quello dei patti agrari sono immanenti, e tali che debbono presto O tardi essere risolti nella loro integri&. L'esperienza del passato ci gioverà nella impostazione pratica dei problemi per le battaglie future. Così rispondo alla prima critica all'azione popolare nel campo sociale e agrario, sia politico che parlamentare. Non ho accennato all'episodio delle occupazioni delle terre, perchè nei passati congressi e nei miei discorsi, dal 1919 in poi, ebbi a chiarire il mio pensiero, senza reticenze e con efficacia; e spetta esclusivamente al gruppo popolare l'iniziativa se nella legge sul latifondo venne escluso definitivamente l'istituto della occupazione temporanea delle terre, perchè antieconomico e nella sua struttura anche antigiuridico. b) Nel campo parlamentare.

-

12. La seconda accusa è il cosidetto tentativo parlamentare d i collaborazione con i socialisti. Dire che questo tentativo non sia mai esistito è contraddire a un assioma, prestabilito e sicuro nella coscienza degli avversari. Gli stessi senatori popolari, nella loro lettera a l segretario politico del partito, mentre convennero che non vi fu questo tentativo, non si poterono sottrarre dal dire che almeno ve ne fu la parvenza; tale era in quel momento l'opinione pubblica, tanto che un membro del direttori0 del gruppo, che ne segui i passi, in una recente intervista par che insinui cautamente se non i l fatto, certo almeno la tendenza. La interessante pubblicazione del dott. Giuseppe Petrocchi (1 Collaborazionismo e ricostruzione popolare » (*) mette i n evidenza con documentazioni e con fatti la posizione assunta dai popolari nel '21 e nel '22 circa la questione collaborazionista, e ne descrive l'ambiente e il clima politico attorno a l quale si è battagliato. Se c'è stato un partito i n Italia, che ha vigorosamente e razionalmente affrontato i l movimento soci-dista, è stato proprio il nostro, e dal punto di vista teorico ed etico e dal punto di (*) G. Petrocchi, Roma.

8

Collaborazionismo e ricostruzione popolrrre, Ferrari,

- S~unzo- Il partito popolare italiano

-

I1


vista politico ed economico. Questo non vuol dire che parecchi postulati sociali non possano essere comuni a vari partiti e quindi a noi e ai socialisti, come il postulato delle otto ore d i lavoro, quello dell'istituzione del consiglio superiore del lavoro, quelio delle assicurazioni sociali, o la tutela delle donne e dei fanciulli nel lavoro. La nostra posizione politica contro il socialismo e contro il governo liberale-democratico, che al socialismo cedeva, fu presa a l sorgere del partito e fu confermata al congresso d i Bologna del 1919 con l'ordine del giorno Grandi. La resistenza popolare agli scioperi generali postelegrafonico e ferroviario del gennaio e febbraio 1920 fu fatta quasi esclusivamente dalle organizzazioni bianche appoggiate politicamente dal partito popolare ; e la nostra uscita dal primo ministero Nitti nel marzo successivo f u dovuta alla condotta del governo in quegli scioperi. La nostra ferma posizione nel dicembre 1919 impedì il tentativo demo-socialista della costituente. Alla camera le battaglie popolari avvenivano con i socialisti, quando tutti gli altri gruppi stavano fermi a guardare i contrasti, ovvero disertavano il loro posto. L'unico partito che durante l'occupazione delle fabbriche non aderì alla tattica di Giolitti, nè alla proposta del controllo delle fabbriche, ma sostenne il postulato cristiano-sociale dell'azionariato e del partecipazionismo, affermato già nel congresso di Napoli dell'aprile 1920, fu il nostro. Tutta l'impostazione nostra della battaglia elettorale politica del 1921 fu antibolscevica e insieme contro il partito liberale-democratico, in quanto queste due forze tendevano, sia pure nell'equivoco. bloccardo, a un visibile riavvicinamento, preannunziato da Giolitti nella relazione-discorso della corona all'inizio della XXVI legislatura. Così fu posto nel '21 il problema collaborazionista dai liberali democratici, anche per l'esito delle elezioni politiche, molto diverse da quelle che i promotori dello scioglimento della camera speravano. Noi affrontammo il problema collaborazionista per conto nostro al congresso di Venezia; e precisammo i limiti della collaborazione come avevamo fatto sempre; cioè mettendo le idee, i programmi, gli indirizzi davanti alle persone e ai partiti. A


rileggerle oggi, nulla vi è da modificare a quelle decisioni così limpide e chiare, come direttive politiche del nostro partito; e la direzione del partito, in tutti i suoi atti, nel vario e contingente mutar della vita politica, specialmente sul problema collaborazionista, vi si è attenuta con ogni diligenza, ed h a limpidamente pre&sate le posizioni dei popolari in confronto ai socialisti negli ordini del giorno del giugno e' del luglio 1922, come una visione concreta e come una direttiva ideale insormontabile e insormontata. Gli episodi d i due o tre provincie, dove alcuni uomini politici o leghe bianche o amministrazioni popgari favorirono e accettarono intese transitorie con socialisti, furono dalla stampa fatti passare per preludi collaborazionisti. Ma tanto la confederazione italiana dei lavoratori per la parte sindacale, quanto la direzione del partito per .la parte politica, esclusero dai fatti puramente locali e contingenti qualsiasi significato politico e prestabilito, e non diedero mai alcuna approvazione. Quel che ha contribuito enormemente a far credere a un tentativo collaborazionista~coni socialisti è stata la stampa avversa, che raggiungeva così d u e effetti politici molto tangibili: quello d i gettare il sospetto antinazionale sul partito popolare, e quindi tentare di scindere la compagine o indebolirne l'azione; e l'altra di polarizzare contro i popolari le ire fasciste, che già si esercitavano in prevalenza contro i socialisti. , La stranezza dell'atteggiamento di tale stampa era la seguente: quando si parlava di collaborazione dei socialisti e dei democratici insieme, con l'esclusiune dei popolari, allora l'alleanza era auspicata o almeno minacciata con compiacenza, e non veniva qualificata come antinazionale, anzi era gabellata come l'avvicinamento delle masse alla nazione; quando invece era proposta (mai dai nostri giornali nè dai nostri organi politici), ma sempre dalla stessa fonte avversaria fra socialisti, popolari e parte della democrazia, allora la coloritura antinazionale feriva direttamente il nostro partito. La verità era ed è ben altra: la posizione dei popolari, partito necessario a l funzionamento dei ministeri di coalizione, riusciva incomoda ai democratici liberali, che essendo stati al governo da trent'anni, volevano essere anche dopo la guerra i - -


padroni e i profittatori dello stato; e quindi la loro mira era quella di eliminare o almeno di ridurre i popolari, e perciò il loro gioco era quello di favorire ora i socialisti e ora i fascisti a danno del gruppo necessariamente loro alleato, ma come terzo incomodo. Così si spiega tutta la d a c i l e posizione nostra, che si può riassumere da parte dei governi Giolitti, Bonomi e Facta a nostro riguardo con la celebre frase: « nec cum te nec sine t e vivere valeo 1). Sarebbe molto strano che se un tentativo collaborazionista vi fosse stato da parte nostra, o fosse stato coltivato come speciale orientamento degli organi responsabili, lo si venisse a negare nel nostro congresso; sarebbe un atto di pusillanimità e d i insincerità, dico meglio, d i vigliaccheria, che ci dovrebbe meritare il vostro e l'altrui disprezzo. È vero, vi furono amici nostri che valutarono come necessaria e a non lontana scadenza una collaborazione di democratici, popolari e socialisti, come avviene in Germania oggi e come accadde nel Belgio durante la guerra; valutazione oggettiva rispettabile e certo da loro auspicata nell'interesse generale. Questa opinione non fu mai del partito come organismo responsabile e come direttiva pratica; nè mai influì sulle nostre decisioni. L'opinione era discutibile; tanto che nessuno in Italia si formalizzò che Giolitti l'abbia messa nel più notevole documento parlamentare. L'accusa fallace, ripetuta con accanimento, a puro scopo d i denigrazione come un atto di tradimento patrio, non tocca nè il partito come tale, e neppure quei pochi nostri amici che credettero ad una prossima realtà collaborazionista con i socialisti d i destra. C)

-

Riguardo al fascismo.

13. La terza accusa è stata ed è la seguente: i popolari hanno avversato il fascismo prima che questo fosse arrivato al potere; dopo han fatto delle riserve pur partecipando al governo; oggi sono dei tiepidi collaboratori, con uno sguardo rivolto al passato che non torna. I popolari dissentirono dal movimento fascista quale ci apparve sotto Giolitti (prima non aveva un carattere preciso e un


contorno politico ben definito) per l'esercizio della violenza e per l'organizzazione delle squadre armate, e ciò per criteri d i etica generale e per la concezione fascista dello stato, come unico detentore della potestà coercitiva. E pur riconoscendo (come nei miei discorsi di Roma del maggio. '21 e di Firenze del gennaio '22) il tentativo nazionale, e caratterizzandolo come movimento di massa ( e perciò sulla medesima linea politica del popolarismo e del socialismo) non potevano ammettere u n movimento che fosse al di fuori del terreno costituzionale sul quale noi operavamo. Posizione chiara, legittima, fuori discussione in tutto il campo nostro, salvo qualche leggera sfumatura d i maggiore o minore simpatia, che dipendeva dal colore locale del movimento, contro l'insopportabile ed esosa dittatura bolscevica e la inefficace azione statale. Dopo l'avvento del fascismo, le dichiarazioni del nostro gruppo alla camera e i l mio discorso a Torino del 20 dicembre scorso (*), precisarono la nostra posizione, che poi il consiglio nazionale del 7 febbraio scorso ratificò. È legittimo che un partito che muove da premesse politiche ed etiche differenti, che ha postulati propri non accettati nello spirito e nella sostanza da altri partiti, che usa metodi puramente legali e costituzionali e dissente da metodi illegali e violenti, che ha una sua storia, una sua tradizione, u n suo contenuto, una sua personalità, abbia u n suo modo di vedere e d i valutare la posizione dei vari partiti concorrenti o antagonisti, e quindi di riferire o no ad essi la propria posizione e la propria tattica. Così abbiamo fatto ieri con il partito democratico-liberale, da tanti anni al governo, così facciamo con questo, valutando oggettivamente e serenamente la convergenza o la divergenza, senza per questo cadere sotto le categorie assolute dell'on. Celesia della patria e dell'antipatria: anche ieri il liberale s'identificava con la patria, ed oggi è detronizzato dal fascista. Non tentiamo metodi monopolistici, che sono sempre ingiusti e irrazionali. (*) Vedi: Riforma statale e indirizzi politici, 2' ed., Bologna, Zanichelli, 1956, pagg. 264-308.


La guerriglia locale che ha imperversato prima della marcia su Roma, e che ha avuto dei notevoli strascichi dopo, ha turbato moltissime delle posizioni popolari, sia amministrative che sindacali, ha abbattuto uomini nostri, ha perseguitato organizzatori, ha tormentato famiglie, disseminando odii e fomentando rancori. È questo uno dei punti più delicati della situazione che vi accenno, per lo stato d'animo dei nostri amici; e quindi non è facile valutare adeguatamente il fatto ~ o l i t i c oe il valore nazionale dell'avvento fascista, quando si è in condizioni di tormento e d i lotta sopraffattrice. È vero che i1 capo del governo, e altri in suo nome, ha insistito sul richiamo alla disciplina e alla legalità; è questa una manifestazione della quale abbiamo preso atto, e della sincerità della quale non abbiamo ragione di dubitare. L'effetto non è dappertutto uguale, ma ha una spiegazione psicologica: il senso cioè di dominio, che ha naturalmente u n partito dopo avere operata la sua rivoluzione; senso d i dominio, che i più intelligenti e i più equilibrati frenano e correggono con il nuovo esercizio della legalità, ieri negata in confronto al governo debole e avversario, oggi affermata in nome del governo proprio e forte. Per gli altri che non sanno frenarsi, nel tormentoso divenire locale del partito fascista, occorre tutta l'autorità del governo centrale, a mezzo degli organi legittimi dello stato, per l'esercizio completo della legalità e il ritorno all'ordine. Noi, partito a base e ispirazione cristiana, che ha la sua azione strettamente legata alla legalità e alla costituzionalità, anche nel tentativo della più larga riforma statale, aggiungiamo un più profondo senso spirituale che non sia l'esercizio coercitivo del potere da parte dello stato, cioè il senso di fratellanza umana e d i amore del prossimo; e in nome d i questo elevato principio, invochiamo la pacificazione interna e il rispetto alla personalità umana, e alla libertà civile, sia pure nel vario e necessario atteggiamento dei partiti politici. Questo modo di valutare la situazione non può essere elevato ad atto d i accusa contro di noi, come tiepidi, dubbiosi, anzi subdoli estimatori del nuovo ordine di cose; e perciò come auspicanti al ritorno del passato dei partiti liberali democratici


o ad un avvento del socialismo. Ciò è falso; noi sappiamo bene apprezzare lo sforzo del governo attuale per una rivalutazione dello spirito nazionale, per l'attuazione d i una riforma statale in gran parte ispirata ai nostri criteri, per un nuovo orientamento economico, che, abbattendo il socialismo d i stato, riporti al loro ritmo naturale le libere forze produttive, per la riforma scolastica e per u n maggior rispetto alla vita religiosa e morale del nostro popolo. Ma ogni valutazione degna d i uomini liberi è fatta nella libertà del giudizio e della critica, senza servilismo e senza adulazioni, senza infingimenti e senza dedizioni. Un partito che ha le sue idee, il suo programma e i suoi indirizzi, riporta a questa guida il programma, le idee e i giudizi degli altri; ne valuta le ragioni, e ne cerca la risultante. Oggi non lieve turbamento, che deve essere superato e che noi auspichiamo sia presto superato, produce in noi la campagna contro il concetto e il valore d i libertà. Noi popolari abbiamo sventolato il programma d i libertà contro il governo democratico-liberale e contro l'oppressione socialista; nel '19 per nostro stemma fu scelto lo scudo crociato con la parola libertas; nel '21 la triplice libertà morale, organica ed economica fu sostenuta come meta della nostra battaglia elettorale. Sulle libertà politiche è fondato il nostro regime costituzionale e la vita dei partiti politici; la libertà dal17America civile alla civile Europa è la base della vita pubblica. Sembrò strano ai liberali che i popolari parlassero in Italia d i libertà nel 1919 quando vi era licenza; ebbene noi vogliamo la libertà ma neghiamo la licenza, che si traduce in disordine, anarchia, violenza. La libertà è diiitto, è ordine e legalità, è disciplina interiore. Speriamo che l'intesa su questo terreno sia possibile e seria fra tutti i partiti; e che il governo fascista, pur nelle più ardite riforme, si ispiri alla tradizione più sana del nostro risorgimento e al rispetto della nostra costituzione.

-

d) Re1 campo internazionale.

14. Ultima accusa: l'internazionalismo pacifista. È un'accusa fatta sì e no, nelle polemiche vivaci, che qualche volta influisce su alcuni dei nostri, perchè ci dipingono


come tiepidi patrioti e filo-internazionalisti. E siccome oggi I'internazionalismo è in ribasso, e crescono le azioni dei nazionalisti (non più come partito) anzi degl'imperialisti, ogni criterio di movimento internazionale è sospetto e svalutato. È superfluo dire che noi per le nostre idee internazionali non neghiamo la patria e la nazione; e che ci sentiamo patrioti più e meglio degli altri, anche quando perseguiamo un ideale d i concordia internazionale. Noi neghiamo la concezione della nazione-impero, non solo come concezione egocentrica esasperante e al d i fuori della realtà, come l'ebbero ieri e oggi non pochi francesi, ma anche neghiamo che l'Italia possa orientare su questa concezione la sua attività politica. Noi siamo di tendenza internazionale per quanto riguarda la questione della ricostruzione europea; perchè è impossibile, senza una convergenza internazionale di forze e di attività, senza una valutazione economica realistica dei debiti e dei crediti, senza la rinascita economica degli stati vinti, avere pace e benessere in Europa e quindi risolvere i più gravi problemi italiani, specialmente economici e finanziari. Infine noi tendiamo verso forme più larghe di internazionalismo, che sono nel divenire umano, come una necessità di unificazione e d i universalità. Nel medio evo era la città e il comune la patria vera d i ciascuno; si combatteva fra città e città, come fra nemici, finchè l'una cadeva e si assoggettava al dominio dell'altra: allora l'economia era artigiana, cittadina, rurale; la patria si chiamava Firenze o Siena, Pisa o Genova, ' ~ a l u z z oo Torino. Quando l'economia si sviluppò, la patria s'ingrandì: lo stato monarchico si sovrappose ai baroni del sud o ai comuni del nord. La patria si chiamò Piemonte o Liguria, Sicilia o Venezia. Così nel resto d'Europa. Quindi si riunirono queste monarchie e questi ducati, in centri più vasti; la patria si chiamò la Francia o la Spagna prima, la Germania e l'Italia dopo. Si spostò anche il termine di riferimento; prima della rivoluzione francese era il re, dopo fu il popolo; così si arrivò alla nazione, concezione democratica e liberale, che oggi vive nella nostra coscienza. Domani potrà dissolversi la barriera nazionale in un interesse e in una vita internazionale? Vi osta la lingua, la razza, il costume; ma queste barriere non sono


insormontabili; i piccoli staterelli creati dalla guerra sentiranno la necessità d i coalizioni economiche, di intese intellettuali, di difese politiche; e più i commerci e le industrie si troveranno sul medesimo piano d i attività tecnica e d i interesse economico ed esasperanti saranno le esigenze di vita, e più forte sarà l'istinto di trovare in più larghi territori e in più fervidi scambi e in più intimi contatti la nuova realtà dei popoli. La vita è dinamismo, e nessuna forza vi si disperde; la piccola patria d i ieri, non è perduta nella grande patria d i oggi; il fiorentino e il senese, il torinese e il genovese sono italiani, ma non hanno perduto usi, costumi, sentimenti patrii; li hanno coordinati ed elevati in un tutto nazionale. La storia h a le sue leggi; non si perde nulla, e la nuova attività migliora la valutazione della precedente sfera d'azione; e la larghezza dei confini tende a rendere più nobili i sentimenti di £ratellanza. Questa visione, legittima per una corrente nazionale, dà il significato della nostra tendenza internazionale che è u n più elevato, un più sincero, un più saldo sentimento patrio. E corrisponde all'indole italiana che è la più tendenzialmente universale, per la sua tradizione, per la sua cultura, per l'equilibrio del temperamento, per l'esercizio della universalità cattolica della religione, per la temperanza del diritto, per l'abbondanza della sua popolazione, che deve alimentare con le sue forze le patrie altrui, restando nell'anima e nel cuore insieme italiana e universale. È una concezione realistica la nostra, che ci rende più fortemente nazionali in questo nostro internazionalismo.

-

15. Questa chiara posizione programmatica e storica del partito popolare italiano, come corrente e come realtà politica, ci dispensa dal discutere sulla pretesa di alcuni ad una pura e semplice adesione alla concezione teorica che affiora in Italia con l'avvento del fascismo al potere. Qui però occorre che io faccia una chiara distinzione anche per coloro che vogliono elevare un problema tattico D, qual'è quello .del collaborazionismo o meno col governo, ad un problema « ideologico » e quindi ad un caso di coscienza.


I n varie manifestazioni giornalistiche e in qualche ordine del giorno d i sezioni popolari ho notato affermazioni come questa: u i popolari non possono collaborare con i fascisti perchè le teorie fasciste sono antitetiche al popolarismo e sostanzialmente anti-etiche e anti-cristiane D. Questa formula può adattarsi a tutti i partiti avversi a noi: al liberalismo prima, contro il quale combatterono i nostri padri cattolici in nome del u Sillabo D; ai democratici poi; ai socialisti con maggior ragione degli uni e degli altri; ed a quanti partiti presenti e futuri pulluleranno dalla concezione laica e materialista e monista e panteista della filosofia anticristiana o semplicemente areligiosa. Chi non vede in questo stato d'animo, che per alcuni sarà anche stato di coscienza, un errore fondamentale, pari a quello che ebbero molti cattolici e legittimisti del '48 e del '60 i n Italia, i quali non vollero entrare nell'ordinamento costituzionale perchè le libertà politiche avevano in quel momento una caratteristica antireligiosa? Bisogna leggere le polemiche del tempo fra cattolici-legittimisti o assolutisti o papali, come si chiamavano, per rendersi conto del loro tormento, Oggi non ripetiamo l'errore, perchè l'inserzione dei cattolici nella vita nazionale è avvenuta; e la partecipazione alla vita politica ci obbliga ad avere contatti e perfino alleanze con coloro (come poi abbiamo fatto con i liberali-democratici) che negano i presupposti o le conclusioni politiche ed etiche del nostro partito. Anche nel Belgio durante la guerra i cattolici si unirono con i socialisti, come oggi in Germania il centro è al governo con i maggioritari e con i democratici. Nessuno per questo rinunzia ai moi presupposti teorici; valuta solo quale, in un determinato momento storico, possa essere la coincidenza di postulati pratici, che può fare unire i partiti per una risultante politica. Ecco il sistema iniziato da noi con i quattro punti del primo ministero Nitti del giugno 1919 e i nove punti della crisi successiva nel marzo 1920, e così via fino ad oggi; cioè la base programmatica dell'attività politica con la collaborazione diretta o indiretta con altri partiti. Detto ciò, mi preme precisare che la nostra posizione di par-


tito rimane perciò nella propria figura, senza bisogno di avallare una cambiale in bianco a nessuno nè nell'ordine teorico nè nell'ordine pratico, ma anche senza creare falsi casi d i coscienza, per non ripetere l'errore di quelli che determinarono il distacco per cinquant'anni della vita politica italiana dalla influenza del nostro pensiero etico-sociale e della nostra attività pubblica. Dobbiamo convenire che siamo in un periodo rivoluzionario; questo ci spiega molte cose, e ci dà i l senso delle nostre responsabilità gravissime per il presente e per l'avvenire. A coloro che biasimano la direzione del partito che ha tollerato o consentito o approvato alleanze amministrative con i fascisti e liberali, io rispondo che l'intransigenza élettorale è una tattica. F u voluta dai nostri congressi, come un mezzo vivace e arduo per costruire e imporre la nostra personalità; e questa norma generale è stata rispettata nella maggior parte dei casi fino a ieri. Oggi ha avuto notevoli attenuazioni, anzitutto nella speranza di concorrere, in u n periodo di turbamento, alla pacificazione degli animi; in secondo luogo per tutelare interessi morali amministrativi locali; infine 13.r far rispettare la nostra personalità di partito, che in molti luoghi non avrebbe avuto altro mezzo di espressione e di resistenza. Invece la tattica intransigente è rimasta salda ove ogni attenuazione poteva sembrare dedizione, e raggiungere quindi l'effetto opposto. Errori locali molti o pochi? Ancora nbn è dato rilevarlo; è così vertiginosa la vita attuale, molto cade e molto rinasce, e la condizione degli enti locali è turbata e minacciata il giorno dopo che si crede sistemata c sicura. Lo stesso è a dirsi per le leghe e per i sindacati. Offensiva di assorbimento, assicurazioni di rispetto variano ogni giorno, in u n turbine di movimenti superficiali, contraddittori, travolgenti. Cosa sarà domaui?

-

16. Per noi è esigenza assoluta e dovere assoluto conservare la nostra personalità e i l nostro patrimonio ideale nel campo politico, più che conservare le nostre posizioni materiali. Però abbiamo il dovere di coordinare l'azione pratica e contingente agl'interessi generali e alla vita della nazime, perchè il paese non solo non cada nell'anarchia, ma ritorni nell'ordine


e affronti i più gravi problemi politici, economici e finanziari, per la vita stessa della nlzione. D a c i l e perciò i l nostro compito, pieno di responsabilità, sospettato e combattuto più o meno aspramente. Perchè possa essere adempiuto bene ( e l'avvenire apprezzerà questo sforzo di devoti figli della patria) ci vogliono tre condizioni: unità, disciplina, sacrificio. Le parole così enuzziate solo di per sè così vive e sentite che non occorre illustrazione. Solo credo opportuni alcuni chiarimenti molto precisi. Unità non m01 dire che si debba sopprimere la diversità di vedute e d i correnti; vuol dire che questa diversità non deve tentare di divenire elemento d'azione fuori degli organi del partito e di sboccare in contrasti irriducibili. All'uopo il congresso deve servire di chiarificazione a far superare il disagio fra la concezione teorica e l'attività pratica; fra la posizione mentale e la possibilità realistica; fra il sentimento e il risentimento per le difficoltà locali e la valutazione degli interessi generali. Ci saranno coloro che dissentiranno dalla risultante congressualc, e quindi dalla direttiva pratica del partito? È necessario che vi siano, se non sono automi e se non hanno rinunziato a pensare. Però fino a che il dissenso non tocchi la coscienza (non mi rivolgo ai tornacontisti che non conosco e quindi credo non esistano in quest'aula) e fino a che resti nel campo della realtà pratica, coloro che sono rimasti in minoranza si pieghera::no ai voleri del congresso e degli organi del partito. Gli altri o tisciranno da sè o saranno pregati di andarsene. Ecco coEe sozgc i l problema della disciplina. Questa sarà sentita e' accetteta, perciò non sarà nè dura nè costrittiva; ma dovrà anche poter essere prudente ed eliminatrice ad un tempo. I1 sacrificio per la patria non si fa a parole; un partito che sta al S U D posto di combattimento, perchè crede che i suoi postulati programmatici e la sua azione politica siano utili alla patria, adt.rr,:)ie ad un obbligo civico e per noi anche ad un obbligo cristia:io. E quest'obbligo è sentito da noi, non come un piccolo c trascurabile dovere, ma come uno dei più alti dovcri, perchè la patria è uno dei più alti affetti. C'è corrispondenza ins'oppri-


mibile tra il termine afletto e il termine dovere, senza necessità di sanzioni nè precisione di comandi.

-

17. Nel difficile momento che si attraversa, cosa potrà mai significare che non vi siano state deficienze, imprevidenze, perplessità, dubbi? Chi può presumere di avere sempre fatto bene? Chi può credere di fare sempre bene? Ciò non ostante è mio dovere domandare oggi a voi una espressione di fiducia per la direzione che rappresento e per il suo consiglio nazionale, come un visibile atto di solidarietà che lega oggi il partito radunato in congresso a tutto i l passato di quattro anni di vita e di attività politica popolare. Questo passato si vuole quasi cancellare, perchè qualcuno teme ci sia rinfacciato; altri perchè crede che meriti revisione; altri perchè dubita della vitalità di quanto abbiamo detto, scritto e fatto in questi quattro anni. Come i popoli vivono per la loro storia, e sarebbe antipatriottico dire che la vera, la grande Italia comincia da oggi; così anche i partiti vivono per la loro storia; e mentre noi ricerchiamo la nostra derivazione spirituale e politica dal pensiero dei neo-guelfi del risorgimento, e la tradizione sociale dalla democrazia cristiana, non rinunziamo a quattro anni d i lotta, di lavoro, di attività, alle pagine storiche che abbiamo scritte nella vita italiana. Ma questo ci deve far vedere bene il nostro avvenire; per questo dobbiamo riaffermare le ragioni della nostra esistenza e le finalità delle nostre attività; Torino segna tra il pasuatu e l'avvenire il riiinovellaio patto e la rafforzata sintesi della coscienza cristiana e politica italiana. E Torino è bene scelta: fattrice del nostro risorgimento italiano, segnò la prima caduta di formule passate dell'assolutismo e fu la cellula-forza della nostra unità nazionale. Oggi occorre all'Italia l'unità morale, rotta dalla lotta fra la borghesia e il proletariato, fra le fazioni dei partiti e i tormenti della crisi politica ed economica del dopo-guerra. Noi vogliamo cooperare a che l'unità morale degli italiani si rifaccia nella base intangibile delle libertà costituzionali e delle autonomie locali, nello sviluppo delle attività economiche, ove le classi sociali trovino interessi di convergenza e collaborazione


morale, e nella sintesi della vita nazionale, che è insieme sintesi statale di ordine e d i autorità e di rispetto all'interno e all'esterno, e sintesi cristiana e morale nello sviluppo culturale etico e religioso delle forze della nazione. A questo vogliamo cooperare, popolari di ieri e di oggi, liberi e forti. (*)

Lo dicono, nella maggior buona fede, alcuni amici; sono pochi, o che non presero parte al congresso e non ne sentirono il palpito delle grandi giornate; ovvero altri che vi assistettero, e che troppo presto ne hanno dimenticato il fascino. (*) Ecco l'ordine del giorno, che a nome della direzione del partito f u presentato al congresso, come conclusione di questa esposizione: Il IV congresso nnzionale del P. P. I . approvando la relazione del segretario politico e l'opera della direzione; conferma di nuovo con rinnovellata fede, anche dopo gli ultimi awenimenti politici, il carattere democratico cristiano, lo spirito, la sostanza e i termini del programma, l'autonomia della organizzazione, la ragione specifica della esistenza e le altre finalità etiche politiche ed economiche del partito popolare italiano, operante nella vita del paese, come forza rispondente alle esigenze nazionali e alle ragioni costituzionali di stato moderno; riufferma la volontà della sua fondamentale battaglia iniziata nell'atto costitntivo e bandita nell'appello del 18 giugno 1919 per la libertà nell'esercizio dei diritti naturali - personali, familiari, culturali, scolastici, religiosi - e organici della società; e contro ogni pervertimento centralizzatore in nome dello stato panteista o della nazione deificata; richiama la propria organizzazione d a più rigida disciplina, contro ogni deviazione teorica e pratica e contro ogni tentativo di confusione e di svalutazione della propria personalità, si da scindere le forze e attentare alla unità del partito; esprime la propria solidarietà con coloro che sanno soffrire nel sacrificio per l'idea e per la pacificazione interna, e invoca pel bene deli'ltalia, il rispetto della personalità umana e lo spirito di fratellanza cristiana, pnr nel vario atteggiamento dei partiti, specialmente oggi che ai valori religiosi si tende a dare quella cittadinanza che era stata negata dalla concezione laica e dall'odio settario; afferma la più salda fiducia, anche per i'opera e la cooperazione costante ed elevata dei popolari, nelle sorti deila nostra patria.


Ma dietro uomini sinceri e veramente devoti e fedeli al partito, vi sono altri, i malevoli detrattori, i piccoli speculatori politici, gl'infingardi di spirito, i disfattisti di professione, che ripetono in sordina e all'orecchio dei nostri avversari, come a farsi perdonare un grande peccato: il congresso non si doveva tenere; e aggiungono, per lavarsene le mani e togliersi una ben grave responsabilità: io ero stato contrario prima! Si può ragionare come costoro? È un po' d a c i l e : l'on. Pestalozza che ripetè ai capi fascisti e ai giornali liberali, che non .si doveva tenere il congresso, h a avuto il coraggio di andarsene; era già fuori dello spirito del partito prima del congresso; e non poteva presumere d i persuadere i congressisti con la sua eloquenza. Meglio tardi che mai ! Ragioniamo con i primi, con quelli in buona fede, i quali non credono di dover ripetere oggi che il congresso non si doveva tenere, solo perchè come conseguenza politica, se non logica, si è arrivati all'uscita dei popolari dal ministero. Essi erano anti-congressualisti prima, e crediamo per altre ragioni; almeno questi amici devoti e fedeli al partito non hanno l'animo dei giolittiani e dei neutralisti del '17, quando, dopo Caporetto, si fregavano di nascosto le mani e andavano sussurrando alle orecchie di molti con aria compunta: C( l'avevamo detto noi che non si doveva entrare in guerra! n - indegna soddisfazione settaria in u n momento in cui l'Italia doveva prepararsi lo spirito alla grande resistenza. Ragioniamo quindi con l'animo sereno e con gli amici veri. Il congresso può essere p e r d a t o u iiell'interno del partito, o nel suo effetto esterno nella vita politica del paese. I1 partito, nella quasi totalità, richiedeva il congresso, non solo perchè il nostro statuto lo esigeva (uno all'anno) e già si era in ritardo d i almeno quattro mesi: ma principalmente perchè dalla crisi Facta del luglio e dagli avvenimenti dell'ottobre, il partito soffriva nel suo interno di un contrasto latente fra le varie correnti, che valutavano la situazione politica da diversi punti d i vista, e talvolta in forma quasi contraddittoria. Gruppo parlamentare, direzione del partito e consiglio nazionale avevano, i n varie circostanze da novembre a febbraio, deciso del loro contegno; ma il dibattito contenuto i n campi


chiusi e non controllati, e il travaglio locale, amministrativo e sindacale, organizzativo e politico, creavano una situazione di incertezza, che non poteva superarsi senza l'autorità di un con. gresso. Tanto più che la nostra stampa, centrale e locale, non aveva una forma ed una sostanza concorde; e i processi rivoluzionari turbavano molte coscienze che avevano bisogno di orientamenti. I n un caso solo doveva sospendersi il congresso; se I'ambiente nazionale (ovvero quello locale della sede scelta) fosse così agitato da non consentirci l'uso ragionevole d i riunione e d i parola. Ma questo non era il caso nostro; e prendere un simile pretesto era 1ecar.e gratuita offesa .al governo che aveva assicurato i nostri dirigenti del dovuto rispetto, e aveva dato ordini precisi alle autorità politiche locali. Nè vi era alcun timore che i nostri amici, che sarebbero venuti a congresso, avrebbero abusato dell'ospitalità torinese, o del diritto alla parola. Sotto questo punto di vista, per quanto si possa dire che tenere il congresso sia stato un atto di ardire della direzione del partito, i fatti hanno dato ragione a coloro che lo hanno voluto, e non a coloro che desideravano che non avvenisse. L'effetto poi interno del congresso ai fini della compagine, l'unità, la disciplina, i'orientamento poiitico, la vitalità del nostro partito è stato notevole e sarà duraturo. E mentre era da prevedersi che senza congresso, cioè senza la manifestazione d i forza, compattezza e volontà, il partito avrebbe potuto soffrire le scosse dei secessionisti e i tentativi d i soffocamento; con i l congresso invece la tonizzazione delle forze è avvenuta rapida e sicura; e le tossine vengono facilmente espulse dal corpo sano e fortificato. Per queste ragioni, i nostri amici devoti e fedeli diranno con noi: o felix culpa! cioè: il congresso si doveva tenere. Passiamo alle questioni che chiameremo di uso esterno! Dicono: il congresso non si doveva tenere per ragioni politiche; tanto è vero che la conclusione è stata l'uscita dei popolari dal governo. Gli antichi scolastici risponderebbero : è un sofisma ! post hoc ergo propter hoc.

...

,


Vediamo se è proprio sofisma. Prima ipotesi: è vero che il congresso h a rivelato l'anima popolare antifascista? I deputati testimoni (Tovini e Pestalozza), citati dall'on. Mussolini nella lettera conclusiva della crisi, affermano ciò: anzi Tovini, nell'intervista all'lmpero, ha messo questa affermazione fra i cinque capi d i accusa contro il congresso. Per u n momento vogliamo ammettere per vero questo pretesto esopiano della celebre favola del lupo e dcll'agnello. EbLene? Potevano i dirigenti di un partito monopolizzare l'opinione generale dei propri tesserati e dei propri amici, e, costringendoli al silenzio (dal punto di vista del loro organismo naturale, che è il congresso), agire di fronte al governo gabellando un consenso che non vi era? Se questo potevano fare (nella ipotesi toviniana e pestalozziana) dirigenti irresponsabili e audaci, staccandosi dall'anima del proprio partito, non lo avrebbe a lungo tollerato un partito come il fascista o un capo come Mussolini, che non -può consentire che un inganno si perpetui e un equivoco si crei attorno al suo governo. I dirigenti popolari presto o tardi si sarebbero esposti (sempre nella ipotesi suddetta) alla sconfessione dei propri amici e alla rottura con il governo fascista. Perchè allora cercare la maschera, la finzione? occultare la coscienza del partito? far passare per aderenti al governo quelli che non lo erano? Ammessa quindi'l'ipotesi toviniana e pestalozziana, il congresso si doveva tenere per chiarire la reale posizione del partito d i fronte al governo, e determinare onestamente la rottura della collaborazione. Seconda ipotesi. Ma il congresso ha detto al paese un'altra parola, ha detto così: (C noi siamo e restiamo popolari: abbiamo un programma che non muta; siamo spesso avversati dai fascisti in provincia, dissentiamo su vari criteri generali e su varie questioni pratiche; ciò non ostante, per il bene del paese e perchè indietro non si deve tornare, e perchè abbiamo fiducia nell'avvenire, vogliamo collaborare col governo e cooperare con esso ai fini della vita nazionale n. Ragionamento limpido, semplice, onesto, logico, serio. Non è piaciuto?

9

- S ~ u s z o-

I1 partito popolare italiano

- n.

129

.


Solo i cortigiani cercano d i piacere ai loro signori: noi non siamo cortigiani; Mussolini non vuole cortigiani. Del resto u n siffatto ragionamento era noto a Mussolini prima del congresso, perchè lo aveva detto De Gasperi alla camera dei deputati nel novembre 1922, lo aveva ripetuto il segretario politico a Torino nel suo discorso del dicembre 1922, lo aveva confermato il consiglio nazionale nel febbraio 1923, era il linguaggio comune dei nostri amici al governo. Ci si domanda: - Se è così, per quale ragione convocare un congresso, per far ripetere quel che era già stato detto? Si risponde: - Per una ragione semplicissima, per unificare attorno a questa tesi la coscienza popolare d'Italia, con un atto autorevole e collettivo; semplicemente così. Ad un amico nostro che gli domandava se avrebbe preferito nella collaborazione un partito popolare scisso e prono ad un partito popolare unito e dignitoso, l'on. Mussolini rispose: il secondo. Che colpa ha il congresso o che colpa h a Mussolini, se i n questi giorni vi fu chi lavorava a scindere il partito? F u Michele Bianchi che chiamò Martire o fu Martire che pregò Michele Bianchi di diramare con telegrammi a mezzo dei prefetti l'invito ai deputati per riunirsi alla Minerva? Fu Tovini che fece comprendere a Mussolini, passeggiando insieme nelle sale del Quirinale, che si poteva fare la breccia nella compagine del partito? Misteri di sale e di corridoi: certo che il tentativo della scissione rimonta alla riunione in casa Montresor, quando al nostro amico senatore fu carpita la buona fede da quelli che pensavano alla destra nazionale o al partito popolare nazionale. Da cosa nasce cosa! E quando Michele Bianchi nel discorso d i Milano annunziava la prossima crisi del partito popolare, i1 congresso non era stato tenuto, ma le conversazioni con uomini tesserati del partito erano avvenute. Perchè la stampa dell'alta Italia non rivelò mai il preteso tono antifascista del nostro congresso e invece ne sottolineò i criteri d i collaborazione? E perchè invece la stampa romana filofascista gli attribuì un tono acre di ostilità prima ancora del voto, e prima della discussione? E perchè il discorso del segre-

-


, tario politico al congresso prima che fosse conosciuto per intero fu detto: il discorso d i un nemico? - Ecco, ecco, mi sento dire, la ragione per non tenere il congresso: proprio lo stato d'animo di sospetto diffuso tra i fascisti; stato d'animo giustificato dalle riserve programmatiche e pratiche che non pochi popolari fanno sulla rivoluzione fascista. - Ho capito: chi interrompe è uno di quelli convinti che il sospetto si cancelli con lo stare i n silenzio e col mantenere un equivoco, con il far credere che non vi sono divergenze, far pensare che siamo tutti d'accordo, che non v i sono più idee in contrasto, non vi sono più sentimenti diversi. I1 nirvana politico! Per far così basta diventare nazionalista e farsi assorbire dal fascismo ! In questo caso il tormento della distinzione delle idee per gli uomini che pensano (non sono molti) e della critica dei fatti . . p e v gli i-~emhiche Cporz=n, ~cm_:=~:n da!!'i;;:ci;;~i; e i: &lmento della scissione tormenta le false unificazioni. Noi avevamo il dovere di un atto di sincerità nei nostri riguardi e nei riguardi del governo; sia perchè non potevamo ridurci al silenzio e all'assorbimento, sia perchè dovevamo fare la ricognizione della nostra collaborazione. Ecco il perchè del congresso. Le conseguenze politiche, le logiche e le illogiche, non possono valutarsi oggi; può essere che del nostro atto di sincerità, il quale continua anche dopo l'uscita dei popolari dal governo, il paese ci dovrii essere grato, quaodo altri atti d i sincerità s'imporranno a tutti, come un dovere di coscienza. Allora i nostri contraddittori si ricorderanno del congresso popolare di Torino, e riconosceranno che si doveva tenere! (*). (dal Popolo Nuovo di Roma, 6 maggio 1923).

(*) Sulle interpretazioni del congresso, si veda in Appendice la recente comispondenza di don Stnrzo con « Il Borghese D, i l prof. A m o Carlo Jemolo e « La Civiltà Cattolica 9.


PROPORZIONALE E COSTITUZIONE

I1 progetto governativo della riforma elettorale politica si basa sopra un errore sostanziale e storico, che molti dei suoi fautori non vedono, perchè sono accecati dallo stato di potenza e di predominio fascista: l'errore è il credere che si possa artificiosamente creare alla camera dei deputati una maggioranza omogenea, ove questa maggioranza non esista nel paese, per poter quindi consolidare un governo di partito, senzs che questo si trasformi in governo dittatoriale. I1 nocciolo della questione sta qui, ed è il punto tragico fra coloro che sentono la vita costituzionale e la forza degli istituti parlamentari e ne ammettono i l dinamismo; e coloro che credono si possa sorpassare impunemente la fondamentale caratteristica costituzionale, e formare un s i s t e m ~ meccanico che assicuri il potere. Anzitutto il primo errore è credere alla possibilità d i una maggioranza omogenea formata da un solo partito. La vita moderna delle nazioni è solcata da molte correnti vive, che non possono sopprimersi, e che dividono le popolazioni in partiti per ragioni di cultura, di economia, d i classi, di interessi. L'Inghilterra ha tre partiti alla camera dei comuni: conservatori, liberali e laburisti; ma questi partiti hanno l e loro fatali suddivisioni, che creano il gioco dei gruppi e l'eterogeneità delle correnti. Nel fatto non esiste nessun paese i n Europa ove un solo partito abbia la maggior'anza; perchè anche


là dove appare così, la realtà è diversa; come i n Inghilterra, ove il partito conservatore, che risultò in maggioranza nelle ultime elezioni, è minato da tale debolezza politica, da non avvantaggiarsi del numero dei suoi adepti e da dover invece fare i conti con i laburisti, con gli asquittiani e con i lloydgeorgiani. (*) Ora tutto il meccanismo dell'attuale progetto di legge si basa sopra una finzione di maggioranza omogenea, una finzione banale, perchè, posto il principio che la lista prevalente divenga, per ciò stesso, lista maggioritaria, crea il processo logico e fatale che obbligherà a costituire due o tre coalizioni d i partito, che si contenderanno questo premio di maggioranza: coalizioni d i partito che potranno bene indicarsi con i soliti termini topografici d i coalizioni di destra, di centro e di sinistra. Come si vede l'idea semplice della maggioranza omogenea e del conseguente governo d i partito, dalla quale partono i teorici fascisti propugnatori del progetto di riforma, cade in non essere appena il nuovo meccanismo entra in funzione e sviluppa il suo logico dinamismo. Ma, si dice oggi, i n questo cosidetto momento storico, il mec: canismo adempirà alla sua funzione, perchè creerà una maggioranza omogenea fascista. Anche qxestu E iiu altro errore che i fatti si affretteranno a dissipare. Anzitutto la facilità che il governo avrà a crearsi una maggioranza dipende dal fatto che oggi i partiti che faranno liste proprie non possono tentare una coalizione antigovernativa, perchè non hanno fra di loro un nesso connettivo, e quindi una ragione di unione sia pure elettorale e transitoria: i popolari faranno lista a sè qualunque sia il sistema elettorale, e basta questo atto positivo dei popolari a rendere impossibile una coalizione di battaglia. Così il governo avrà facile e preventiva ragione delle liste opposte, perchè sul terreno della conquista della maggioranza non ha concorrenti. Vince senza combattere. Ma le vittorie senza combattimento non sono nè meritorie n è durature, neppure nella vita politica; la scissione morale, (*) Le ultime elezioni del 6 dicembre confermano qnanto l'A. acrivevi nel giugno 1923. (Nota alla .1 edizione, 1924).


che sostanzialmente avviene dopo tutte le vittorie clamorose, qui avviene preventivamente, perchè la vittoria è sentita prima della lotta; e a tutti piacerà di essere introdotti nella terra promessa di Montecitorio (non ostante lo schifiltoso disprezzo dei puritani e degli ipocriti) senza colpo ferire. Per giunta, non si può dire in realtà che il fascismo abbia oggi raggiunto un'unità morale e programmatica; è un po' come l'ex-impero austro-ungarico, nel quale i due regni erano uniti non fra di loro, ma nella persona dell'imperatore, che, nel caso nostro, è il duce. Infine, poichè i valori personali in qualsiasi partito giovane non abbondano, e poichè è pur necessario, per salvare le apparenze, avere un discreto consenso per divenire maggioranza ( i l « cosidetto » pregiudizio parlamentare fa capolino!) i fascisti saranno obbligati a imbarcare, nel listone dei 356, almeno un centinaio di democratici orlandiani e denicoliani e (perchè no?) di democratici giolittiani. Si aggiungeranno (premio di disciplina) i l manipolo dei pochi transfughi alla Pestalozza o alla Carapelle o alla Boncompagni! Sarà questa una maggioranza omogenea? Senza voler far profezie, si ha il diritto d i negarlo: ben sicuramente sarà una maggioranza abbastanza eterogenea e avrà in sè i germi della disintegrazione. Dico « i germi D, perchè il loro sviluppo più o meno precoce dipende dalle condizioni di ambiente e di uomini. Se Mussolini conserverà il suo fascino e avrà perfezionato il suo metodo personalistico, potrà awenire che si consolidi attorno a lui quella schiera che forma la zona sicura, impermeabile e quindi forte, come furono i crispini o i giolittiani di ieri, che resero possibile, anche in regime uninominalista, dei governi quasi dittatoriali. Ma perchè ciò avvenga non sono necessarie le maggioranze pletoriche, anzi queste sono cagione di maggior debolezza. Forse oggi Mussolini ha alla camera una maggioranza di partito? Avrebbe un bel da fare se gli scappassero fuori vari Misuri e diversi Calza-Bini e un certo ,numero d i Padovani a tuonare dalla tribuna parlamentare! I1 che vuol dire che occorrono due elementi per poter governare con una linea efficace: le qualità personali e la fiducia pubblica: ma se manca la seconda, non


basta ad alcuno, per sostenersi in piedi, la maggioranza parlamentare: bisogna far ricorso alla forza e alla violenza. Da queste considerazioni, che tutta la storia parlamentare d'Europa prova come sicure e lineari, balza una conseguenza: non è possibile che si regga u n governo di partito, basato sopra una maggioranza parlamentare artificiosa, se non h a i consensi morali e la cooperazione pratica di altri partiti, e quindi se non si basa sulla reale maggioranza del paese. Sarebbe concezione stolta (che sembra sia coltivata da diversi fascisti infatuati del loro successo), rifiutare qualsiasi collaborazione, nel senso vero della parola; cioè: lavoro insieme e non mai lavoro subordinato; ed isolarsi in un governo personalista e d i partito, guardando gli altri partiti come sotto-specie o razza inferiore, divisi i n due grandi categorie di cortigiani e d i nemici. Fin che resta un poco d i libertà politica e civile, anche i tentativi di ridurre di numero i rappresentanti politici al disotto della loro reale efficienza, sono destinati a fallire e non sarà duraturo u n governo che voglia sovrapporsi al pensiero e alla volontà della nazione. E questo vale tanto per la coalizione governativa, quanto per quella inevitabile e logica futura coalizione antigovernativa, che, evitata nelle prossime elezioni per volere dei popolari, diverrebbe i n seguito eiemento necessario d i reazione e di lotta, per disimpegnarsi da un governo di partito che conti sopra una maggioranza fittizia e artificiosa. I1 fine quindi, che il progetto governativo d i riforma elettorale vuole raggiungere, è una chimera; perchè manca la base realistica nel paese, ove una maggioranza omogenea non esiste; e quindi nessun meccanismo elettorale la può creare. La maggioranza sarà eterogenea, e per operare deve contare o sui consensi o sulla forza. Così è in tutta l'Europa, e così sarà per moltissimi anni ancora, fin che non cambiano la struttura economica, la base culturale e gli stimoli degli interessi, quali sono in ogni nazione civile. Ecco perchè fu più facile a Mussolini (che non aveva alcuna maggioranza parlamentare nè omogenea nè eterogenea) trovare molti consensi alla sua azione illegale del 1922 fino alla marcia su Roma, perchè una parte del paese, quella che in Italia domina ed è perciò maggioranza, vedeva allora nell'azione d i lui


una realtà politica: mentre sarà d a c i l e allo stesso Mussolini avere i consensi del paese (quand'anche avesse una maggioranza parlamentare cosidetta onrogenea) se egli si allontanerà dalla coscienza nazionale, calpestandone la maggioranza reale. In tal caso il parlamento potrà servire a crear leggi e a dare voti di fiducia, e il governo di partito potrà continuare a illudersi di potere esprimere la vita del paese; ma il tentativo o farà cadere il paese nel collasso o sboccherà nella dittatura. (dal Popolo Nuovo di Roma, 10 giugno 1923).

-

,

1. Ci vuole la lanterna di Diogene perchè fa buio, molto buio; anche i filosofi perdono il filo della loro logica. Fino a ieri si riteneva che l'autorità statale si basasse o sopra il principio piiramente popolare [repubbliche) ovvero sulla contemporaneità del principio popolare con quello monarchico (regni costituzionali). Almeno ciò era ammesso per l a civiltà occidentale nel suo processo storico, al disopra delle teorie che scrutano come e perchè e da chi r e e popoli fossero investiti di autorità. L'Italia ha per base di autorità statale il monarca e il popolo; la Francia ha solo il popolo. I1 primo sistema risponde meglio alle nostre esigenze e alla nostra costituzione. Fra i due termini di re e popolo non vi può essere u n terzo incomodo, si chiami pure presidente, come un'autorità per sè stante, che non derivi da ambedue le fonti e che non ne sia emanazione logica e legale. Ecco i l perchè della tradizione, non solo italiana ma d i tutti gli stati a sistema misto, secondo cui il re nomina i ministri, i quali cureranno d i avere la fiducia del popolo espresso dalla camera elettiva. Non c'è bisogno di leggi per dire che quando la camera elettiva non abbia più fiducia nel governo, questo debba rassegnare le dimissioni; sarà il r e a giudicare se l a camera sia ancora l'espressione reale del popolo e allora cambiare i suoi ministri, ovvero se non lo sia più, e allora sciogliere la camera e chiamare il popolo nei comizi elettorali.


I n questo sistema, logico e storico, la fonte d i autorità, perchè sia reale, deve essere indiscussa nel soggetto concreto in cui l'autorità risiede: cioè nel r e e nel parlamento. Un re non legittimo e usurpatore, la cui autorità regale sia messa in dubbio, non è fonte d i autorità, finchè la sua posizione non venga legittimata. Così è per una camera non legittima, che cioè non sia espressione nè legale n è morale della volontà del popolo; una camera, per esempio, eletta con le violenze e col terrore, manca d i autorità, come una camera eletta con un sistema che falsa e altera la volontà collettiva. Per questa ragione sostanziale la legge elettorale politica deve avere la stessa portata e la stessa limpidità della legge monarchica; e dovrebbe anche avere la maggiore stabilità possibile, perchè la tradizione, nella sua diuturnità, legittima anche gli istituti originariamente difettosi e contribuisce ad accrescervi autorità e fiducia.

-

2. Quel che è fondamentale perchè l'autorità popolare sia tradotta dalla potenza all'atto si è anzitutto avere uno strumento di espressione che risponda ai consensi del popolo. La legge elettorale deve essere una legge relativa al tempo, ai costumi, alle tradizioni, alla civiltà dei popoli, perchè poggia principalmente sulla fiducia e sulla coscienza generale. Così si spiegano le varie fasi del suffragio popolare sia nell'antichità greca e romana, sia nel medio-evo, sia nell'epoca moderna, specialmente in quella posteriore alla rivoluzione francese. Oggi la coscienza generale poggia sul suffragio universale; se ne può dire tutto il male o tutto il bene che si voglia, ma non si può negare che esso risponda al grado presente di evoluzione storica ed abbia il consenso teorico e pratico delle nazioni civili. I1 problema che affatica uomini studiosi e uomini politici è come si possa ottenere l'espressione della volontà collettiva con la base del suffragio universale; qui soccorre u n altro principio, derivante dalla logica e suffragato dalla storia, cioè l'istituto della maggioranza. È questo u n istituto complicatissimo e semplice insieme, secondo che viene applicato a corpi elettivi o a corpi deliberativi, a corpi univoci o a corpi equivoci, a quelli d i primo o a quelli d i secondo grado.

.


Anzitutto si domanda: h a diritto la maggioranza di essere decisiva, e quindi di legare i dissenzienti? Si risponde: nella parità gerarchica sì: nella disparità gerarchica, no. Un esempio: il padre non è legato dal voto della maggioranza dei figlioli nella esplicazione del suo diritto paterno, perchè gerarchicamente superiore; ma se il padre con i figlioli hanno costituito, per esempio, una società cooperativa per vendita d i prodotti, i soci cooperatori, siano pure padre e figli, sono uguali e deliberano a maggioranza. Ora col suffragio universale, tutti gli uomini 'sono guardati sotto il minimo comune denominatore di cittadini, e quindi sono uguali nella loro esplicazione di attività elettorale; onde il diritto di maggioranza è il fondamento della loro espressione. Coloro che avversano questa conseguenza siano logici, parlino contro il suffragio universale, non parlino contro la legge della maggioranza. Gli antichi, che tenevano alle gerarchie di classe, costituivano le differenze del corpo elettorale: ne facevano due, tre, quattro corpi distinti che chiamavano curie, e ad ogni curia attribuivano un numero più o meno uguale di eligendi; così per esempio 500 proprietari terrieri della prima curia potevano eleggere 20 rappresentanti, come i 10.000 contadini della terza curia ne eleggevano 20; ogni voto di un proprietario valeva quanto u n voto di venti contadini. Però, qualunque sia il sistema elettorale, o classificato per curie o universalizzato ed egualitario per suffragio universale, il risultato è stato sempre ottenuto sulla base della maggioranza come tradizione e forza della coscienza umana, che tra gli eguali dà il diritto al numero maggiore. L'antico diritto parlava di major et sanior pars. Chi giudicava della parte più sana? Un organo gerarchicamente superiore, che poteva annullare il deliberato della maggioranza. E questo avviene anche nelle nostre elezioni politiche, quando la maggioranza ha usato violenze, ha disobbedito alle leggi, non ha osservato le formalità; ma il giudizio di merito, perchè un corpo sia giudicato major sed non sanior pars, è solo ammesso quando vi sia altro organo gerarchicamente superiore; ora il popolo come base di autorità politica non ha altro organo superiore, ed è allo stesso livello della monarchia; quindi la major


pars si presume sia la sanior pars; allo stesso modo che il monarca si presume sia saggio. I1 sistema misto di popolo e di monarchia, con la compensazione dei due istituti, tende ad esprimere meglio in atto quell'autorità, la quale nella sua sostanza non h a origine positiva e convenzionale, ma è data da natura, e quindi da Dio, principio supremo d i autorità e di ordine. Nel concreto dell'òrganismo sociale l'autorità derivante da natura viene espressa da istituti positivi; quanto più questi sono logici ed hanno fondamento tradizionale, tanto più restano inseriti nella coscienza umana e divengono elementi d i consensi e d i forza negli stati. Oggi l'istituto del sufiragio universale e quello della maggioranza elettiva e deliberativa sono i mezzi più accreditati della espressione legittima e storica dei popoli civili.

-

3. Ma procediamo ancora di un passo: il principio di maggioranza non elimina, come se fosse elemento fuori legge, la minoranza, che è invece una parte, più o meno notevole ma sempre integrante; della volontà popolare. E poichè il bene ed il male nella vita non sono divisi con un colpo di spada; e le correnti d i pensiero e di interessi possono modificare la volontà popolare; così l'influenza della minoranza ha sempre efficacia attiva e per lo più rappresenta l'elemento di spinta o dinamico, su coloro che per avere raggiunto la maggioranza, e quindi il potere, rappresentano per naturale conseguenza l'elemento di conservazione o statico. E poichè il popolo non fa le leggi e non è corpo deliberante (salvo i casi di referendum), ma è corpo elettorale e sceglie coloro che in sua rappresentanza deliberano e legiferano, così h a diritto ad avere tanto i rappresentanti della sua maggioranza, quanto quelli della sua minoranza; i quali nella pienezza del mandato del quale vengono investiti, possano alla loro volta essere interpreti della coscienza nazionale e quindi operare nel dinamismo dell'assemblea che .vengono a costituire, non come agglomerato d i numeri, ma come corpo organico. Da questi principi risulta chiaro che un sistema elettorale per essere legittimo e logico deve rispettare tanto la maggioranza quanto la minoranza popolare.


Qui si parla di maggi0ranza.e d i minoranza, come se il corpo elettorale fosse diviso i n due, come i n definitiva avviene per un corpo deliberante. Ora è fondamentalmente erroneo assimilare il corpo elettorale, che nomina i suoi rappresentanti, ad un'assemblea che approva e disapprova una proposta di legge o una spesa. I1 corpo elettorale deve potere scegliere i suoi rappresentanti; perciò i sistemi elettorali debbono rispondere alla coscienza generale del popolo, e nell'assicurare la maggiore libertà di voto, debbono tentare di fare convergere la scelta sopra uomini che sinteticamente esprimono le tendenze e le correnti del corpo elettorale, e ne meritano (bene o male) la fiducia. Per questo fatto la maggioranza spesso non è omogenea, ma è invece una risultante; e la minoranza può essere omogenea, ma anche eterogenea e frazionata; la maggioranza e la minoranza più che essere organiche nel corpo elettorale, così mobile nei sentimenti e negli indirizzi, creano l'organicità nella assemblea che ne risulta, come espressione ragionata e pensata dei ceti di governo, interpreti dei bisogni, degli istinti, degli interessi della nazione. Onde - è l'ultimo passo nel processo logico e fatale della teoria base dell'attuale vivere civile -.la maggioranza e la minoranza del corpo elettorale non possono essere meccanizzate e alterate da sistemi elettorali, ma debbono essere lasciate al dinamismo della propria legge, nella più sincera e giusta loro espressione.

-

4. I sistemi principali sono due: uninominalismo e proporzionalismo; il primo è più adatto col suffragio ristretto, con le piccole circoscrizioni, con la valorizzazione di poche classi borghesi e dirigenti; il secondo è più adatto col suffragio universale, con il collegio largo, con la valorizzazione delle classi popolari. I sistemi misti non dànno espressioni univoche, genuine, sincere del corpo elettorale; ma espressioni alterate, equivoche e insincere. Se poi questi sistemi misti alterano uno dei cardini dell'azione popolare, o il suBragio universale o il diritto della maggioranza, allora si avrà un corpo che manca di autorità legittima, perchè manca della base logica per la


quale l'espressione popolare può essere ritenuta volontà collettiva e quindi una delle due basi dell'autorità statale. Tutto questo ragionamento, si comprende, è diretto contro il criterio giuridico o meglio antigiuridico del progetto Acerbo (così viene indicato nella stampa) sulla riforma elettorale; perchè ivi la base della maggioranza, eome fonte di diritto, è trasportata ad una minoranza eventuale, fingendo che questa sia vera volontà collettiva. Ma si dirà: anche voi popolari peccate del medesimo peccato, quando attribuite i tre quinti dei seggi alla lista che abbia ottenuto il 40 per cento dei voti. Bisogna riconoscere che a fi1 di logica, è così: il progetto De Gasperi attenua ma non elimina il criterio anti-maggioritario della riforma fascista; allo stesso modo che oggi in Inghilterra il sistema uninominale (senza l'istituto del ballottaggio), nel caso di candidature multiple al disopra di due può dare la palma della vittoria al candidato che non abbia ottenuto la maggioranza dei voti. Però in questi casi, il mancato raggiungimento della maggioranza in un collegio singolo è compensata dalla eccedenza di a l t r i ' c ~ l l e ~sicchè i, la presunzione d i diritto e, nella maggior parte dei casi, la convergenza del fatto corrispondono con la risultante maggioritaria. Ciò non ostante, anche in Inghilterra, dopo le vittorie del partito laburista e i'accrescimento del corpo elettorale con il voto alle donne, si pensa sul serio ad una riforma che superi la concezione dei due partiti e dei due candidati in lotta (sistema uninominale) e arrivi alla concezione complessa e realistica dei tre e più partiti organizzati in lotta, come sbocco naturale del suffragio universale. (*) I1 progetto Acerbo invece, unendo il sistema minoritario e il .collegio nazionale, non solo' altera le risultanti locali, ma altera ( e non compensa) le risultanti nazionali, per cui si potrà avere come espressione legale della volontà popolare una minoranza elettorale trasportata a funzione di maggioranza parlamentare; il che vuol dire che si scardina così una delle basi dell'autorità statale. (*) Dopo le ultime elezioni, in Inghilterra si torna a parlare di riforma elettorale. (Nota alla '1 edizione, 1924).


5.

- Vediamo

adesso quale sarà la ripercussione legale d i questo fatto sull'altra base dell'autorità statale; cioè sulla monarchia. Quando una minoranza comanda, ed ha in mano lo strumento di tale comando, lo spostamento politico non avviene più entro la camera, ma fuori: e il monarca, se vuole tener conto della maggioranza del paese (quando è i n contrasto con la pretesa maggioranza della camera), o deve sciogliere la camera, con la prospettiva, dato lo strumento elettorale, che la stessa minoranza riprenda il potere; ovvero deve lasciare il paese in mano a fazioni armate, o correre anche il pericolo di essere sopraffatto dalla reazione. L'esperimento dell'ottobre 1922 un re lo fa una volta sola; la seconda volta mette i n pericolo il trono ; perchè la stessa autorità del re viene meno quando quella del popolo è trasportata dalla camera nel paese, dalla discussione parlamentare alla fazione armata, all'insurrezione o alla congiura. I costituzionalisti, quali Orlando e Salandra, cerchino nella loro scienza una soluzione diversa al problema giuridico e storico d'oggi; i popolari non possono che ammettere il diritto popolare con le sue conseguenze del suffragio universale e del diritto della maggioranza reale. Fingere di volerlo e negarlo nel fatto è far uscire l'Italia dal ruolo delle nazioni civili; è sovvertire le basi di autorità statale su cui poggia il sistema italiano della monarchia costituzionale. -

-

(dal Popolo Nuovo di Roma, 17 giugno 1923).

Un non indifferente episodio della vita parlamentare e costituzionale inglese è passato quasi sotto silenzio, o meglio con tocchi discreti sui giornali di Londra; mentre un altro episodio in Italia, che h a con questo punti di contatto e di somiglianza, divenne centro d i battaglie parlamentari, d i polemiche giornalistiche, di violente diatribe, e d i tanto i n tanto si ricorda come


un grave precedente anticostituzionale: è utile il confronto del veto a Curzon e del cc veto a Giolitti D. L'episodio inglese è in questi termini: il Labour Party dopo le dimissioni di Bonar Law, fece sapere al r e d'Inghilterra (con un comunicato che il Daily Telegraph chiamava « insolente n) che non avrebbe tollerato quale capo di governo lord Curzon (che il re preferiva) essendo egli lord; e questo con rapida mossa veniva sostituito con Baldwin. Precedenti anche recenti d i lords a capi del governo inglese non mancavano, mancava allora un partito laburista forte; e questo è il fatto nuovo che ha dato luogo alla esclusione che noi, col facile linguaggio italiano, chiamiamo «veto n. I n Italia non accadde tanto; non vi fu alcun comunicato di partito, tanto meno «insolente », che avesse messo in mora il r e ; solo si fece conoscere, nelle consultazioni reali e nella discussione giornalistica, che i popolari non credevano opportuno un ritorno di Giolitti al potere, e che essi per loro conto non avrebbero partecipato ad un gabinetto da lui presieduto: niente altro. Questo gesto fu detto incostituzionale. Quando mai la costituzione obbliga u n nucleo di deputati a partecipare ad un determinato governo costituito con uomini a cui non credono d i poter concedere la loro fiducia? E se i popolari, invece di aspettare l'avversario ai varco e fario cadere i n una votazione qualsiasi, credettero più corretto farlo sapere tanto al re quanto ai capi dei gruppi parlamentari, forse per questo limitarono il potere della corona nella scelta del^ capo di. governo? Essi invece lasciarono al re e al futuro presidente la responsabilità di costituire o meno anche un governo di minoranza. L'accusa principale, sfrondata da tutte le aspre polemiche dél momento, si riduce a questo, che la mossa dei popolari del febbraio 1922 era diretta a costituire un governo di coalizione invece d i un governo d i gabinetto; il che trasferiva dal r e ai partiti o ai gruppi la designazione del capo del governo. Se i costituzionali del febbraio 1922 avessero allora preveduto il metodo spiccio dell'on. Mussolini a farsi designare dal r e o meglio a farsi investire dal re del mandato presidenziale, sarebbero slati più cauti difensori dei diritti della corona e meno corrivi a a


cercare le coercizioni e le limitazioni nell'atteggiamento dei popolari. Ma a parte questa piccola considerazione retrospettiva, la limitazione alla designazione del re, se è nelle cose e negli eventi, la subisce anche lui ;la sua scelta viene limitata tanto da quel leader che chiamato rinunzia per non aver potuto trovare la base del futuro gabinetto, quanto da quei gruppi che lo prevengono che il leader non potrà contare su di essi; - forma e non sostanza! perchè se la situazione politica impone il leader prescelto dal re, questi può benissimo indurlo a costituire un gabinetto di minoranza e per giunta gli darà anche l'affidamento di poter fare appello al paese scioglieudo la camera. Se il re non fa ciò, vuol dire che giudica la situazione diversamente; e ritenendo che nessun uomo è necessario neppure per fare il presidente del consiglio, ricorre (bene o male) a Baldwin o a Facta. Posto ciò fuori discussione, l'accusa che i popolari abbiano avuto e abbiano la tendenza, e la facciano valere, a che invece che ad un governo di gabinetto si vada ad u n governo d i coalizione, è un'accusa che dal punto di vista costituzionale, non h a alcun valore; perchè, mentre restano integre e .intatte le pr? rogative della corona, la tendenza suddetta entra come nuovo coefficiente nella dinamica della costituzione e nella evoluzione realistica degli istituti pubblici. Si potrà discutere se è un bene o un male la proporzionale o il collegio uninominale; se valgono più o meno i partiti organizzati o i partiti personalistici e i clubs aristocratici; se sarà un vantaggio per il paese la prevalenza di un partito proletario o di quello militarista; ma posta u r a di queste premesse re! fatto storico della vita dcl paese, le conseguenze logiche rientrano nel quadro costituzionale e determinano gli elementi, più o meno necessari, più o meno fatali, del suo divenire. Così in Inghilterra; due momenti della logica del fatto odierno - il primo momento fu nella vertenza lloydgeorgiana fra camera dei comuni e camera dei lords, che fu vinta dalla borghesia liberale (noi diremo radicaleggiante o democratica); il secondo momento è nel veto a lord Curzon, momento che è finito con l'accettazione in pieno e senza discussione della tesi laburista. La quale tesi ha come precedente e come motivo la tradizione che un lord (sia pure premier o come diciamo noi

10

- STUEZO-

Il partito p o p o l r e italiano

-

11.


presidente del consiglio), non possa discutere alla camera dei comuni e ciò per il fatto che la camera dei lords era ereditaria e sostanzialmente di casta. Le eccezioni della scelta dei capi del governo britannico fra i membri della camera alta non mancavano (l'esempio di lord Palmerston è ancora recente); ma lo sviluppo finale del a veto n è stato sanzionato dal fatto che il partito laburista (cioè socialista a l modo inglese) non avrebbe potuto fare l'opposizione diretta a l premier nella camera dei comuni, perchè.in tale sede questi non avrebbe potuto rispondere; nè avrebbe potuto farla nella camera dei lords, perchè i n questa il partito laburista non ha alcun rappresentante proprio nè potrebbe avere la posizione morale e politica che ha nel paese e nella camera dei comuni. I1 ragionamento è così logico, il diritto dell'opposizione (altro che il diritto d i maggioranza, come era il caso dei popolari!) è così sentito i n u n paese di tradizioni costituziona1i - e nessuna voce si è levata a protestare contro questa applicazione diqamica d i premesse realistiche ncll'ambito delle forme sratutarie - che lo stesso r e non h a creduto che ciò fosse una limitazione a l suo diritto di scelta e vi h a aderito, a secondando il sentimento popolare D, come dice il Times. Posizioni diverse, non tanto politiche ma psicologiche, fra il caso Curzon e ii caso Giolitti; fra 1'Ingiiiiterra e l'Italia. Da noi l a lotta non era fra la tradizione aristocratica e il popolo lavoratore, fra i diritti della corona e l'opposizione socialista, come potrebbe sembrare il caso inglese ai superficiali e a coloro che si mettono gli occhiali dei costituzionalisti italiani, uso Miranda; ma fra il predominio di una cotery parlamentare che aveva il suo leader incontrastato dominatore, e un partito, il popolare, che pretendeva scuotere un giogo parlamentaristico e d egemonico nella vita del paese; ecco il perchè del silenzio severo i n Inghilterra e del vocio incomposto in Italia. Eppure i due casi hanno un fondo comune: anzitutto il rapporto fra evoluzione costituzionale e sviluppo di partito ;la costituzione è una carta morta e ben conservata come reliquia da museo del risorgimento, ma è sempre vivificata dallo spirito pubblico, che tenta in ogni tempo, per l e forze storiche in atto, la adeguazione alla realtà pur nel rispetto della forma.


11 tentativo del partito ~ o p o l a r eitaliano, per logica conseguenza della proporzionale, mirava a costituire una maggioranza parlamentare sulla base dei partiti ( o gruppi) e della loro convergenza su determinati programmi pratici; e quindi negava la sua adesione a partiti ( o gruppi) che questa convergenza non potevano realizzare anche per ostacolo personale (veto a Giolitti). Tutto ciò tendeva a inquadrare l'e5cienza dei partiti nell'ingranaggio della costituzione; perchè non si può non tener conto delle nuove forze che si affermano nel paese; come nel fatto inglese si è tenuto conto della realtà laburista parlaméntare. Altro fondo comune è l'atteggiamento della corona. I1 re d'Italia negò a Giolitti la possibilità della formazione di un governo di minoranza e del possibile scioglimento della camera e si rivolse prima a Orlando e poi a De Nicola; colpa di costoro se la soluzione non fu la più felice: essi erano i veri designati dalla maggioranza parlamentare; ad ogni modo il re tenne . conto della forza dei parlamentari popolari che in quel momento si affermava come forza nella costituzione. Così ha fatto il r e Giorgio d'Inghilterra, rispetto all'e5cienza parlamentare del partito laburista. Coloro ai quali questo dinamismo legale dei fatti storici nella costituzione non entra in testa, vadano pure a cercare l'immobilità costituzionale frugando nella storia tanto dei nostri uomini politici del risorgimento, quanto nello sviluppo costituzionale di Francia e d'Inghilterra; ma si accorgeranno molto facilmente al lume della storia che gli statuti e le magne carte non possono essere imbalsamati e messi nelle piramidi d'Egitto come la mummia d i Tutankamen. Qualcuno dirà: questo ragionamento costituzionale sul a veto a Giolitti r è ormai sorpassato di cento anni: gli avvenimenti ' s i sono vendicati di Giolitti e dei popolari; il dinamismo costituzionale come fenomeno storico e logico ha accelerato il ritmo al tempo fascista; la riforma più vera e maggiore sta i n mano a Michelino Bianchi ! Per chi crede che la storia d'Italia cominci il 29 ottobre 1922, il discorso fila, e non c'è che l'attesa apocalittica della riforma a suon di bacchetta magica, con una volontà che tutto disfà e crea. Ma per chi crede invece che la nostra storia costituzionale


abbia come data concreta d'inizio il 1848, maturata attraverso le aspre attese e i sacrifici dal 1815 in poi, la realtà è ben diversa nè è riducibile ad atto di volontà dominatrice, perchè la storia ha le sue evoluzioni, le sue pause e le sue vendette; e non si può violentare il corso logico degli eventi. Il « veto a Giolitti e la tendenza dei popolari ad un governo di coalizione, s'inquadra in tutto il processo della nostra vita costituzionale; ed anche oggi è un episodio non sorpassato, ma sensibile, nel ciclo e nella funzione della vita dei partiti. Resti o no la proporzionale, venga o no il sistema maggioritario, i partiti organizzati non si sopprimono; e il primo partito organizzato è oggi il governo. Quando anche il fascismo tenda a realizzare un governo personalistico ovvero di maggioranza, non potrà chiudersi nella « torre d'avorio » dell'isolamento, nè potrà servirsi degli altri partiti come organismi di razza inferiore classificati fra cortigiani e nemici. C'è i l limite della realtà e c'è il limite dello spirito costituzionale: questi limiti obbligheranno a considerare possibili di nuovo o i governi d i gabinetto o quelli di coalizione; ma questa possibilità è data dai partiti e dalla loro evoluzione. Le riforme costituzionali non si impongono come un atto violento d i dittatura, ma come una coscienza collettiva che si sviluppa nella vita. E ia vita ha ie sue leggi: le ferite si rimarginano se il sangue circola ancora sano nelle vene. Così per i popoli sani,. come il nostro; anche quando hanno avuto ferite a l loro regime, essi rimarginano presto le loro piaghe, e si evolvono col ritmo della loro storia. (dal Popolo Nuovo di Roma, 3 giugno 1923).

I1 26 settembre il presidente del consiglio ha comunicato, con la sua relazione, alla presidenza del senato il disegno di legge sulla riforma elettorale politica; e tosto è stata nominata la commissione senatoriale, per effetto dell'autorizzazione data dal senato stesso in forma anticipata al proprio presidente;


quindi la commissione ha nominato suo presidente il senatore Perla, segretario il senatore Berio, e, dopo rapida discussione, ha nominato relatore il senatore Bonicelli; tutto in otto giorni. Come si vede, anche i senatori lavorano fascisticamente. La relazione Mussolini merita qualche rilievo; egli anzitutto ripete la vecchia affermazione che « il decadimento della funzione parlamentare del consesso elettivo sia dovuto alla introduzione della rappresentanza proporzionale nelle elezioni politiche ».Vecchio cliché degli antiproporzionalisti, che per affermare ciò negano la testimonianza dei più eminenti parlamentari di tutti i tempi e di tutti i settori, i quali parlavano allora, con le stesse parole di oggi, di decadimento e di parlamentarismo, di gruppi e di sottogruppi, come una canzone monotona, che nessun metro e nessun tono ha saputo variare o modificare. Allora non era stato introdotto il metodo proporzionalista nelle elezioni politiche, anzi non era neppure applicato il suffragio universale; ma la critica era identica. I1 che vuol dire che le cause non vanno ricercate nel sistema elettorale, ma sono ben altre e ben più profonde. Non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire; e la migliore confutazione dell'errore dei feroci antiproporzionalisti l'avremo dal tempo, chc è un galantuomo non invano invocato; e la stessa riforma Mussolini ci darà i medesimi risultati che si attribuiscono alla proporzionale, perchè in questa Italia senza profonda educazione politica, senza una classe dirigente per sè stante e autonoma, quando non si incappa nella dittatura larvata o palese, si incappa nel parlamentarismo verboso e sconclusionato. E passiamo oltre. La relazione Mussolini si sforza di dimostrare che la riforma della legge elettorale votata dalla camera dei deputati, con l'entusiasmo che tutti sanno, non è anticostituzionale; per provare questo piccolo assurdo egli tira fuori una pre6unzione d i legge, argomento nuovissimo e specioso, che va girato ai professori Orlando e Salandra, perchè lo riportino sulla cattedra universitaria come un prodotto della nuova scienza politica. Dice la relazione: I1 sistema proposto, con l'attribuire la maggioranza dei mandati parlamentari a quel partito che ottiene il maggior numero dei voti, anche se non raggiunge la maggioranza assoluta, applica il principio della sovranità


popolare in base ad una presunziomq di legge affatto estranea alle transazioni parlamentari e al tornaconto degli uomini; e dal punto d i vista politico risponde alle concrete esigenze della funzione d i governo, universalmente riconosciute e reclamate, d i assicurare cioè un'azione d i governo stabile e sicura, senza la quale non possono adeguatamente essere tutelati gli interessi del paese n. Come si vede, la difesa del principio della sovranità popolare è debolissima, ed è fatta quasi per incidens; il che in bocca dell'on. Mussolini, che non ci crede, potrebbe sembrare un'ironia; tranne che non lo faccia per comodità polemica e per uso esterno; per difendersi cioè dall'accusa fatta all'estero, specialmente in Inghilterra e i n America, che con questa legge venga sowertito il principio su cui è basato lo stato moderno, cioè la sovranità popolare. Ma la presunzione d i legge, per cui qualsiasi maggioranza relativa, e nel caso nostro anche del venticinque per cento, venga ritenuta come espressione del Popolo sovrano (con la P maiuscola), non lo salva dalla critica che egli voglia mettere l'Italia fuori di quel costituzionalismo, che d i qua e d i là deil'oceano ha avuto u n secolo e mezzo quasi d i realizzazione e d i formule, sempre basate sul criterio maggioritario. L'Italia oggi fa un passo (non so se avanti o indietro) per creare un'altra base alla sovranità popolare; cioè quella della minoranza più forte che diviene espressione maggioritaria della volontà popolare. Ecco la formula mussoliniana del nuovo diritto costituzionale; ed è inutile orpellarla con la presunzione che non esiste nè nella coscienza collettiva, nè nella tradizione storica, e neppure nella costituzione logica del sistema costituzionale. Egli giustifica la sua tesi con lo scopo d i u assicurare un'azione di governo forte e sicura D. Ma la stessa storia costituzionale dell'Europa e dell'America è una riprova contraria alla asserita necessità; che sia cioè indispensabile pervertire la base comune e conosciuta della sovranità .popolare per avere un'azione di governo forte e sicura, e affrontare una riforma elettorale a base minoritaria, come cyueila votata dalla nostra camera dei deputati. Un tale esperimento assurdo non è stato tentato i n nessun


paese del mondo; e ci voleva proprio il nostro parlamento per fare sull'Italia l'ezperimentum in corpore vili. Ma l'ezperimentum non potrà riuscire. Infatti due sono le ipotesi: o Mussolini mantiene la sua milizia fascista, come un corpo armato dipendente da un capo-partito, e allora novanta volte su cento impedirà a qualsiasi parlamento d i tentare .di rovesciarlo (esempio la giornata del 15 luglio 1923). I n questa ipotesi anche la diffamata camera dei deputati della XXVI legislatura, eletta col sistema proporzionale, manterrà costante, bon gré mal gré, la sua maggioranza favorevolissima e (perchè no?) plaudente al governo fascista. Ovvero (seconda ipotesi) Mussolini abbandonerà ogni presidio militaresco e trasformerà la milizia volontaria in una vera milizia d i stato, aperta a tutti e. con il giuramento al re, inquadrata nell'unico esercito nazionale; e allora anche una camera eletta col suo sistema minoritario, potrà dare non uno, ma diversi voti d i sfiducia e rinnovare i ministeri secondo il deprecato e maledetto uso parlamentare. Anche in Francia vige un sistema maggioritario, e la maggioranza governativa è più omogenea o meno eterogenea d i quella che sarà in Italia col nuovo sistema la futura maggioranza libero-nazionale-fascista con qualche pizzico clericale e democratico; ebbene, anche in Francia la durata dei ministeri dipende dagli uomini e dagli eventi più che dalla compagine della maggioranza; Poincaré governa dai primi del 1921 ad oggi, cioè da più di due anni; mentre nei precedenti due anni cambiarono ben tre ministeri, in numero pari cioè a quelli che nel medesimo periodo si cambiarono in Italia. I1 senato sarebbe oggi chiamato a riesaminare principalmente il carattere giuridico-costituzionale della riforma ; perchè, mentre per vecchia consuetudine si lascia alla camera elettiva la facoltà d i precisare il meccanismo della elezione dei propri membri, non può il senato non affrontare, con la serietà e competenza che debbonsi riconoscere all'alto consesso, il problema sostanziale della vita costituzionale di un paese. Purtroppo non sembra che sarà questa la linea maestra che intende percorrere la commissione senatoriale. Da alcune dichiarazioni del senatore Perla, pubblicate sul Popolo Veneto, si rileva che la preoccupazione maggiore della commissione è


quella politica, anzi della politica contingente. La parola politica in Italia ha significati varii e contraddittori; qui s'intende non il complesso della vita pubblica o le ragioni supreme e sintetiche della nazione, ma il puro contingentismo ministeriale o meglio la volontà trunseunte del presidente e duce. I1 senatore Perla, dopo aver detto che la « legge elettorale testè approv a t e dall'altro ramo del parlamento risponde ad una necessità politica contingente N, afferma che la discussione della commisaione e atzta «. prevalentemente politica » ed aggiunge: (C abbiamo fissato il principio che la riforma elettorale debba essere adottata per ragioni politiche contingenti D. La dichiarazione è significativa e tradisce la preoccupazione dell'illustre giurista, quale è il presidente del consiglio di stato; e poichè la riforma non ,si può giustificare dal punto d i vista giuridico e costituzionale, viene appellata politica e contingente. Cioè essa è valutata come uno strumento che serve al governo, oggi e non domani, per giustificazione normale d i una artificiosa creazione di maggioranza. Dello stesso parere sarà quell'illustre costituzionalista che è i l senatore prof. Gaetano Mosca dell'università di Torino. Vedi sorte di questi illustrissimi uomini del diritto, professori e consiglieri d i stato, quaii Saiandra, UrTando, Peria e Mosca. Essi, appartenenti alla più pura tradizione liberale, e Orlando per di più democratico di razza, sono obbligati a cancellare il loro passato, a dichiarare la bancarotta del liberalismo, a forzare la storia del diritto pubblico, a proclamare il dogma del diritto delle minoranze soverchiatrici, per arrivare a costituire u n governo che non è più il governo del r e nè il governo del popolo, ma il governo della fazione dominante vestita dalla legalità di pseudo-maggioranza. E costoro, tutti convinti assertori della funzione monarchica nella costituzione dello stato italiano, sono, loro malgrado, costretti a cooperare nella creazione di uno strumento, in mano al governo, d i soverchiamento della stessa monarchia, la quale d'ora innanzi non può risolvere un conflitto fra governo e corona appellandosi alla camera elettiva che è costituita con 356 eletti da palazzo Vimiiiale; nè può risolvere un conflitto tra corona e parlamento t


appellandosi a l paese, che ci avrà poco a vedere, non potendo da sè nominare che appena 179 deputati di minoranza. Questi giuristi rinnegano la loro stessa dottrina costituzionale per la quale affermano che il cambiamento di goverzo a mezzo del Parlamento evita il cambiamento di governo imposto con le rivoluzioni d i piazza e con i pronumiamenti militari. La « politica contingente D, illustre senatore Perla, oggi serve perchè non c'è la possibilità della coalizione elettorale antigovernativa, come sarebbe i l così detto blocco della libertà. Rla quando si affacciasse in Italia solo la possibilità di una tale coalizione, allora altra politica contingente consiglierebbe d i buttare a mare la presente riforma e tentare vie più sicure e meno pericolose. Tranne non sia nei piani del governo quello che disse u n giorno Michele Bianchi, che la XXVII legislatura, eletta col sistema minoritario, debba tentare la riforma costituzionale, con il governo del presidente o il cancellierato, e ridurre i l parlamento italiano come i vecchi parlamenti continentali dei governi paterni antecedenti alla rivoluzione francese. Sarebbe bene parlare chiaro, perchè credo che fino a quel punto non andrebbero nè Perla, nè Mosca, nè Orlando, nè Salandra. Ma chi sa mai quali saranno in avvenire gli sviluppi del fascismo dopo che sarà eletta la nuova camera dei deputati in regime minoritario e con lo spirito anticostituzionale che anima lii nuova riforma? (*) (dal Popolo di Roma, 23 ottobre 1923).

(*) Il penato, com'era facile prevedere, approvò la riforma, che è oggi legge di stato, redatta in Testo Unico con R. Decreto del 13 dicembre 1922, n. 2694; in base al qnale sono state indette le elezioni generali per il 6 aprile. (Nota alla l a edizione, 1924).


PARTITO POPOLARE E CLERICO-FASCISMO

Da parecchio tempo si vedono i segni d i una involuzione o d i una crisi nel pensiero politico d i alcuni cattolici italiani, che è interessante indagare con obiettività e sincerità, per trarne insegnamenti ed ammonimenti utili a tutti. Al di fuori e a l di sopra delle vivaci polemiche che improvvisati cattolici alimentano su giornali avversari, vale la pena rilevare qualche voce che timida viene affacciando dubbi o manifesta u n disagio di coscienza tanto più rispettabile quanto più sincero. Prima però d i entrare in questo argomento, occorre spiegare il fenomeno di quelli che, non accettando la linea politica dei popolari, sentono il bisogno di parlare d i organismi cattolicopolitici, tanto che più volte l'Osservatore Romano e le curie ecclesiastiche locali (come a Venezia) sono intervenuti a chiarire che l'azione cattolica non è azione politica, e che i cattolici in Italia non debbono prendere la religione nè il nome religioso come specificazione e indicazione d i una loro organizzazione politica. I n verità è la stampa avversa che insiste sulla parola cattolici data ad organismi elettorali o politici o semi-politici per piccola e vana speculazione d i lotta contro il partito popolare italiano; ma alcuni cattolici lo fanno istintivamente, quasi inconscia-. mente; sia, i più vecchi, per abitudine, per avere direttamente o indirettamente fatto parte di antiche organizzazioni elettorali


cattoliche amministrative, che allora dipendevano dai centri dell'azione cattolica; sia per mancanza d i una concezione politica autonoma del cittadino, che, pur traendo ispirazione anche nella vita pubblica dall'etica cristiana, si forma una teoria tica a sè stante, come e a par di quella che si formano i liberali o i democratici o i nazionalisti o i fascisti o i socialisti e così via. Invece la specificazione politica di questi nuclei, più o meno nebulosi, non ha una base autonoma; essi, per essere e per vivere, hanno bisogno di u n appoggio, e lo domandano alla chiesa cattolica da un lato e al governo dall'altro. I1 fenomeno è interessante: questi nuclei o questi uomini, che vengono classificati in politica come cattolici (non ostante le smentite dell'Osservatore Romano) per differenziarsi dai popolari, sono invece dei governativi in nome della religione cattolica, e sono dei politico-cattolici (la maggior parte estranei all'azione cattolica stessa), in nome del governo. Se venisse meno o il filocattolicesimo del governo, o l'appoggio d i questo ai loro nuclei, tornerebbero allo stato latente di larve. Però, mentre la loro efficienza politica si confonde con quella d i altri partiti, e lo sbandieramento cattolico non denota una concezione politica; nel fondo ( a parte ragioni personali) essi sono dei conservatori in economia sociale, dei liberali nazionalisti in politica, dei cattolici in religione; e poichè la religione non è caratteristica d i partito, essi di fatto sono dei conservatorinazionalisti, o dei conservatori-liberali, o, come un tempo si chiamavano, dei clerico-moderati. Tipo costante ed autorevole l'on. Cornaggia. È difficile che sul terreno clerico-moderato si costruisca una teoria politica autonoma; perchè il clerico-moderatismo è più che altro una tradizione di adattamento alle correnti conservatrici con in aggiunta il più aperto rispetto religioso e una ben nota avversione alle organizzazioni operaie e sindacali cristiane. Non si nega, però, che in un clima reazionario come oggi è in Italia, questa corrente possa svilupparsi; solo si nota che il terreno delle classi di proprietari, industriali e professionisti, è più adatto allo sviluppo di partiti liberi da ogni concezione eticoreligiosa (anche per l'antica tradizione liberale italiana) anzichè di un partito clericaleggiante e a tinta marcatamente religiosa.


Questo fenomeno ha quindi e nel tempo e nello spazio una durata limitata, anche perchè il periodo dell'azione cattolicopolitica deve dirsi sorpassato, non ostante recenti nostalgie conservatrici. Chiarito ciò, questo scritto non è rivolto a uomini che già han preso o tentato questa via, con appelli ai cattolici italiani, O con polemiche astiose contro i popolari; ma a quegli altri che nel dubbio tra l'adesione e la lotta al governo, temono che per i cattolici non ci sia posto oggi, e che occorra trarsi in disparte. I1 conte Lovera di Castiglione, sul Momento d i Torino, i n un articolo Nè tollerati nè annessi N, conchiude che se non è opportuna l'opposizione dei popolari al governo nè risponde a utile o a dignità il passaggio di quasi-annessione desiderato dai clerico-moderati ( l i chiamo così per intenderci), sarà meglio che i cattolici trovino nell'attività moralizzatrice al di l à dei partiti la loro unità di opere e di sforzi. L70n. Bresciani, in un articolo, che potrebbe dirsi il canto dell'amarezza, dal titolo (C La disciplina che noi invochiamo D, sostiene che poichè la collaborazione dei fascisti con altri partiti (compresi i popolari) non è possibile (perchè non è fatta da pari a pari) e l'opposizione non è utile nell'interesse del paese, è meglio che il fascismo assuma tutta la responsabilità del potere (dittatura?) e i cattolici sapranno ubbidire con la disciplina del tempo di guerra. Ora qui c'è u n forte equivoco che viene da u n travaglio nohile d i coscienza. ma che non deve ingenerare nè perplessità nè confusioni. Nessun cittadino, n% tanto meno il cattolico, deve negare la sua partecipazione alla vita del proprio paese (specialmente nei momenti più aspri e più difficili) secondo che coscienza gli detta; nè è lecito imporre al cittadino-cattolico obblighi d i disciplina politica che non vengono dal17etica cristiana e dalla sua coscienza. Nè è affatto giusto separare dalla vita politica il cattolico, come tale, per una auto-lesione dei propri diritti civili e politici, sia pure temporaneamente. Ma intendiamoci su questa parola cattolico, per non cadere nel fariseismo. Per noi sono cattolici, dal punto di vista reli-

,


gioso, tutti i fedeli della chiesa cattolica e quindi la maggioranza degli italiani, e d i fronte ad essi non vi è casta religiosa privilegiata; cattolici militanti invece sono quelli iscritti all'azione cattolica, ma come tali essi non formano u n partito politico. Se il Lovera e il Bresciani intendono parlare dei cattolici italiani, cioè dei credenti nella fede cattolica, cadono in un grosso errore; perchè lascierebbero la vita italiana i n mano alla minoranza acattolica e irreligiosa, e spingerebbero l a grande maggioranza a disinteressarsi (almeno momentaneamente) della vita politica, che nel suo complesso è vita degli interessi morali e materiali d i ciascun italiano e della nazione. Ma l'errore è maggiore se essi credono di costringere il cittadino cattolico ad una disciplina politica uniforme. Ognuno per esercitare i suoi diritti politici e per influire nella vita pubblica sceglie quel partito che crede più consentnneo alle proprie convinzioni civili, economiche e morali e che non ripugni alla fede religiosa. I1 valore d i questa ripugnanza è teorico ed è pratico, e risponde al grado d i conoscenza dei-rapporti fra etica cattolica e partiti. I n questo campo occorre usare un metodo approssimativo e relativo: anche per non far cadere i cittadini in coscienza erronea, e allontanarli .più che avvicinarli alla chiesa. Ricorderanno i nosiri amici che il vescovo d i Potenza firmò nel 1919 ia presentazione della lista elettorale politica democratica d i Nitti, e il vescovo d i Vicenza giorni fa votò nelle elezioni amministrative d i quella città per l'unica lista, quella del fascio Nessuno dei due, nel far ciò, intese sottoscrivere e approvare le teorie che quei partiti sostengono. Molti cattolici praticanti e d i delicata coscienza si trovano in tutti i partiti; nessuno vorrà imporre loro un giogo religioso che nè i nostri padri sostennero nel tempo dell'astensionismo, nè i loro figli sopporterebbero. La ripugnanza a i principi etici del liberalismo, del nazionalismo, del fascismo, per quel che hanno di antitetico alla religione cattolica, non è a conoscenza d i tutti, anche per le facili teorie pratiche del meno male e dell'adattamento, per la visione dei problemi politici generali attraverso le lotte locali,, e per quella temperanza che nasce nella pratica, anche per la influenza e l a interferenza dei principi d i morale religiosa quando

...


sono sostenuti con coscienza e franchezza. Vedi il caso del divorzio e del catechismo nelle scuole. Nè può ammettersi che il Bresciani e il Lovera abbiano inteso parlare dei cattolici militanti. Costoro, come quelli che più sentono il cattolicesimo nella vita sociale e nelle ripercussione dell'etica collettiva, hanno una maggiore comprensione dei doveri del cittadino e dell'armonia di questi doveri col concetto integrale del cattolicesimo. Ma questa comprensione non li mette in condizioni di inferiorità verso gli altri cattolici italiani non militanti; nè li obbliga, perchè e in quanto tali, a limitare la loro attività d i cittadini; la quale al contrario è u n dovere verso la patria, dello stesso valore morale del dovere verso la famiglia: dovere che essi debbono sentire più vivo in funzione di una più profonda e attiva concezione etica della vita sociale. Bel guadagno che farebbe la vita politica e amministrativa del nostro paese, se si dovesse assecondare u n simile secessionismo passivo; e ciò dopo che nel 1904 in forma di eccezione e nel 1919 in forma generale i cattolici (astensionisti per mezzo secolo), rientrarono nell'alveo della vita nazionale e ne han fecondato con la loro attività i germi sani e ristoratori. Sarebbe questo un errore identico a quello di don Margotti; il quale, nel duello con il conte di Cavour - quando questi con un colpo illegale corresse l'esito effettivo delle elezioni generali politiche del regno sardo - invece di insistere nella lotta sul terreno costituzionale, proclamò come protesta il a non eletti nè elettori! » che erroneamente si suole confondere col non-expedit venuto fuori circa un decennio dopo e a semplice titolo d i consiglio. Ora nessuno vorrà in nome dei principi cattolici o come tattica religiosa (si badi bene) togliere a cittadini italiani, col pretesto di una nuova disciplina passiva o sotto l'aspetto d i un apostolato moralizzatore (che deve ben potersi unire con ogni altra attività) quell'esercizio di diritti e di doveri politici, che non viene negato ad altri, i quali si professano fascisti o liberali, nazionalisti o democratici, anche essi cattolici, e qualche volta cattolici praticanti. L'azione cattolica è per noi un vero terziariato; il quale non toglie agli iscritti l'uso della vita del mondo, ma tenta di cor-.


reggerne i difetti, rende le finalità umane coordinate alle superiori, imprime a ciascuno di noi una disciplina intima allo sviluppo passionale, dà elementi per una più elevata comprensione etica. Così è per la vita politica di ciascun cattolico militante. Oggi è difficile questa vita? impone sacrifici? determina rotture, obbliga a scelta? Oh! si crede forse che la vita politica sia solamente onori, glorie, soddisfazione di ambizioni, mezzo d i guadagni? La religione deve purificare, nel credente, anche quel che di impuro si mescola alla vita politica; ma questa è principalmente lotta sul terreno delle competizioni civili e delle affermazioni direttive e delle ragioni pratiche degli interessi comuni. Ognuno sceglie il suo posto; ed è da vile disertare ! Altri sceglierà il posto che crede più adatto; noi abbiamo scelto il posto nella « compagnia » dei popolari. Convinzione e fede, lavoro e sacrificio ce lo rendono caro, questo posto, specialmente nei momenti difficili e nelle più aspre lotte. I n tutte le lotte c'è la tattica dell'attacco hontale, quella dell'avvolgimento, quella del ripiegamento, quella dell'attesa, quella del lungo combattimento. E allora, è meglio parlar d i tattica e discutere d i essa, e discuterla anche in confronto aIl'attuaIe governo, ed ai suoi propositi, ai suoi metodi, alle sue concezioni. Ogni partito ha la sua tattica ;e i popolari hanno scelto la loro, che il congresso di Torino approvò, e che gli organi del partito attuano con responsabilità e perseveranza. (dal Popolo Nuovo di Roma, 8 luglio 1923).

Anche per u n partito ci sono i momenti della prova: in quei momenti le idee sorreggono gli uomini, e gli uomini rappresentano le idee, forze vive dell'anima collettiva; e quando questa unione tra idee-forza e gli uomini rappresentativi è più intima


e più efficace, tanto più la prova viene superata trionfalmente anche nella apparente sconfitta e nella momentanea mortificazione. Così è oggi per il partito popolare italiano. La nostra idea fondamentale, la democrazia cristiana, non è solo l'aspetto sociale del cattolicesimo nei rapporti fra le classi, è anche un'idea ispiratrice del nostro contenuto politico, che abbiamo chiamato popolarismo, e che oggi nel contrasto interno ed esterno si afferma come idea-forza e diviene materia nella coscienza politica del nostro paese. Prima si credeva da molti che il partito popolare fosse la riunione di tutte le correnti cattoliche in difesa di principi religiosi, un partito perciò operante come un tempo Iknione elettorale cattolica. Le nostre affermazioni di aconfessionalismo e d i autonomia non erano bastate a dimostrare che non p6teva costituirsi un partito politico sopra una posizione di pura difesa religiosa; e che un partito politico presupponeva un contenuto politico per sè stante ed operante ncll'orbita d i determinati criteri politici ed economici; la prova dei fatti e il costante contegno dell'autorità ecclesiastica nei nostri riguardi, ha indotto i più a distinguere i popolari ed il popolarismo da ogni altra organizzazione cattolica, che non assume in quanto cattolica alcuna veste e alcuna finalità politica. Ancora un passo: alcuni confondevano il partito popolare con i l movimento sindacale ed economico cristiano, cosidetto bianco, e quindi attribuivano al popolarismo un quasi esclusivo carattere di classe e una ragione soltanto economico-sociale. Mentre il primo equivoco veniva dal fatto che il partito popolare riconosceira (contro il liberalismo agnostico) la funzione della religione nei rapporti della vita collettiva; il secondo equivoco derivava dal fatto che tanto i l sindacalismo quanto il partito popolare riconoscevano la medesima fonte ideale della scuola cristiano-sociale nei rapporti fra le classi e nell'economia generale. Ma il popolarismo è vita politica, e trasporta le vedute e gli indirizzi che animano azione cattolica e azione cristianosociale, nel campo politico, e ne fa elementi vitali del suo programma. Questo programma si basa sopra la concezione democratica dello stato, assimila le correnti internazionali pacifiste, utilizza

11 - Sruau,

-

I1 partito popolare italiano

-

161 11.


le tradizioni autonomiste e libere del nostro paese, e tende a realizzarle in una sintesi neo-guelfa contro l'imperialismo ghibellino, di cui sono portavoce oggi i l nazionalismo e il fascismo. Questa idea politica, oggi in elaborazione e in contrasto, è fatta segnacolo d i lotta, poichè è idea-forza e perchè è generatrice d i altre idee e di altre forze, e aesurge ad una personalità che sostanzialmente è in contrasto coll'idea predominante del nostro momento politico, ieri chiamato liberalismo democratico e oggi fascismo nazionale. Hanno compreso ciò certi amici o ex-amici dissidenti? Essi si dicono ancora popolari; ma hanno essi sentito, nel momento dinamico del contrasto, tutto il significato del popolarismo, come partito e forza autonoma e politica? Un primo dovere dei popolari, dopo l'avvento del fascismo, era quello di mantenere una personalità propria, distinta, chiara. La persona fisica o morale è un tutto completo e vitale, inconfondibile, insopprimibile in quanto esiste; essa può prendere atteggiamenti diversi in rapporto ad altri, senza cambiare la sua fisonomia, senza alterare le ragioni della sua esistenza. Questo ha fatto il partito popolare con il congresso d i Torino, che ben può dirsi la cresima della nostra esistenza e della nostra gioventù; ebbene quegli amici o ex-amici, tiepidi e timidi, non volevino il congresso d i Torino, perchè avrebbe segnato una differenza di esistenza e di finalità con il fascismo, perchè avrebbe condotto anche ad un aperto dissenso, su alcuni. problemi di impostazione, primo fra tutti quello della libertà; e la paura del dissenso faceva rinunziare al diritto delle proprie responsabilità, in momenti così gravi per il nostro paese: essi , perciò furono assenti a Torino. Infatti il dissenso sorse, e i nostri amici al governo lasciarono il posto d i collaborazione; di questo dissenso vi furono colmo che non intbsero l'intima ragione di vita, e si affiancarono al fascismo; furono i Tovini, i Pestalozza, i Carapelle e gli altri pochi, che non trovavano più l'adeguazione fra il pensiero popolare e la realtà. Ma la seconda prova doveva venire, ancora più forte; la difesa della proporzionale era un impegno del partito, sentita dalla coscienza popolare italiana, al disopra del puro schema d i un congegno elettorale, come un'idea d i giustizia e d i libertà. Nel-


l'aspra lotta u n duello impari era ingaggiato fra partito popolare e governo, e con esso tutte le vecchie consorterie liberali e democratiche che attendevano l'ora della vendetta contro il partito popolare. La lotta continua; ma al primo scontro altri nostri amici ù del nostro programma ponon hanno sentito ~ i l'adeguazione polare con la realtà presente, ed han disertato il posto di combattimento: e sono i Cavazzoni, i Martire, i Mattei Gentili e gli altri, che vanno a far compagnia ai Tovini e ai Pestalozza del congresso d i Torino. Non è stato il loro u n puro dissenso tattico; perchè ci sarebbe sproporzione fra la causa e l'effetto; non si tradisce il proprio partito nel momento stesso della battaglia per un dissenso tattico, nè si eleva il dissenso tattico a caso di coscienza. C'è stato u n lungo processo di elaborazione, per cui questi amici erano già fuori dell'anima del partito, man mano che l'urto della vita politica imponeva al nostro partito di completare la sua figura, attuando e affermando le sue idee nella realtà dei contrasti e nella vitalità delle posizioni. Ora essi si dichiarano ancora popolari, e rivendicano una disciplina formale del partito; ma di quale partito essi parlano quando tentano (sia pure inconsciamente) di mortificarlo, d i spezzarlo, facendo credere a l governo che i l partito era la volontà di uno solo, e che il gruppo parlamentare si sarebbe diviso, e che la forza del popolarismo era non intima, ma forza mutuata da altri organismi: o finanziari (banco di Roma) o giornalistici (Ediirice) o ecclesiaslici (azione cattolica); e che bastava staccare il partito da queste forze, per ridurlo a fare da puntello al governo fascista, come un qualsiasi partito clericale? La forza del popolarismo era ed è per sè stante, perchè e una idea politica autonoma e dinamica; e queste selezioni, dolorose selezioni, giovano a rendere l'idea, nella mente dei nostri e in quella degli altri, più chiara e più luminosa. Ricordino i nostri amici che la democrazia cristiana ebbe le gloriose pagine d i Toniolo e l'efficace propaganda giovanile, e che sembrò colpita a morte da due forze intime contrastanti; i modernisti che ne volevano fare un'idea religioso-sociale e i cattolici moderati che ne temevano le teorie economiche. Cadde


I

come organizzazione, ma rivisse come idea purificata dagli uni e dagli altri. Oggi il popolarismo è insidiato da quelli che ne vorrebbero fare una dipendenza clericale del fascismo (tipo Tovini e Mattei Gentili) e da quelli che ne avversano il programma sociale nel campo economico, i soliti conservatori cattolici (tipo Malvezzi e Misciatelli). Ma la dinamica di u n partito vivente e di un programma storico non può che essere meglio determinata da simili lotte; perchè di £ronte a tutte le confusioni, le dedizioni, l e aberrazioni, rimane una forza in elaborazione, un organismo in sviluppo, una teoria in applicazione, una coscienza in atto. Le selezioni dolorose mostrano agli altri quell'intimo lavorio d i chiarificazione e quelle posizioni definitive, alle quali un partito come i l nostro, veramente popolare, ha il diritto di aspirare, nell'interesse del paese. Perciò è consolante il fatto, che mentre cadono o vanno via come elementi disintegranti alcuni deputati più o meno rappresentativi, alla periferia rimangono integri, disciplinati, pieni di speranze e d i coraggio i nuclei del nostro movimento, quelli provati alle lotte e alle rappresaglie, convinti che se u n problema tattico ci ha fatto approvare la tesi del collaborazionismo da pari a pari, un problema sostanziale insopprimibile eleva l a nostra coscienza popolare al d i là della visione contingente d i governo, alla difesa della vita politica italiana, nella sua trincea democratica, nel suo spirito cristiano e nella sua tradizione guelfa e popolare. Cadono i Tovini e -i Cavazzoni, vengono meno gli aiuti di organizzazioni economiche o i favori di governo, le aspre difese del gruppo popolare potranno dar luogo ad equivoci e a divisioni momentanee di tattica; ma non muore l'idea popolare, nella sua politica, nella sua autonomia organizzativa. Aspra è la lotta; ma non manca la fiducia nell'idea che ci unisce e negli uomini che ci dirigono. (dal Popolo Nuovo di Roma, 22 luglio 1923). (*) (*) L'articolo fu scritto dopo le dimissioni di don Sturzo da segretario del partito. Si veda in Appendice il testo del discorso pronunziato da Gronchi alla camera in quell'occasione.


IL NOSTRO

« CENTRISMO n

L'accusa che si ripete con insistenza da avversari e da examici è quella secondo cui il partito popolare italiano va a sinistra, e non è più un partito d i centro. Questa topografia di destra, sinistra e centro deriva da un semplicismo politico troppo banale; e poichè manca di contenuto specifico, crea confusioni, equivoci ed errori, e forma pregiudizi deplorevoli. Vediamo di portare un po' d'ordine i n queste idee confuse, anzitutto per intenderci fra noi, e poi per obbligare gli altri a non fraintenderci, almeno quelli in buona fede, e non sono pochi.

-

1. Andiamo per eliminazione: il nostro centrismo non è una linea mediana fra i destri e i sinistri, come a dire un colpo alla botte ed uno al cerchio, ovvero una specie di giudizio d i Salomone, un'altalena di teoria e di pratica politica, atta a scontentare tutti o a contentare un po' per uno. Politica da equilibrista, che si ridurrebbe in fondo a non sapere che pesci pigliare ed essere a Dio spiacente ed ai nimici sui. Questa concezione è semplicemente esclusa; sia perchè sarebbe un vero nullismo o un semplice opportunismo; sia perchè mancherebbe della logica programmatica, che fa discendere da alcuni principi ideali e da vari postulati fondamentali, le ragioni pratiche dell'azione e le posizioni politiche di lotta e di realizzazione. 2. Altra eliminazione: destra e sinistra nell'iinerno di un partito, di qualsiasi partito, che abbia un'omogeneità sia pure elementare, cioè quella schematica del programma, dello statuto e delle finalità, non possono significare due correnti irriducibilmente awerse, ognuna delle quali pretende avere ragione e sopraffare l'altra; poichè in questo caso si tratterebbe di due partiti o di due fazioni; non mai di tendenze nel seno dello stesso partito, sia che tali tendenze fossero stabilizzate attorno


ai problemi generali, sia che fossero invece eventuali atteggiamenti su determinate soluzioni.

3. Terza eliminazione: il centrismo dei popolari non è una pura posizione parlamentare, come elemento di equilibrio fra una destra reazionaria e una sinistra socialista, o come semplice integrazione d i governi liberali-democratici; simile integrazione o figurazione topografica è stata smentita dalle diverse combinazioni e dai vari orientamenti dei partiti in quasi cinque anni di esistenza del nostro partito; il quale alla camera s i è trovato per tre anni di seguito (novembre 1919-ottobre 1922) nella necessità di partecipare a tutti i governi per formare la maggioranza governativa, ed ha cercato di inserire, nei vari programmi d i governo, alcuni dei suoi postulati pratici, quali l'esame di stato, le leggi agrarie, la libertà di commercio, il riconoscimento dei sindacati, la funzione del movimento cooperativo e simili. Per questo il'nostro gruppo parlamentare è stato avversato e tollerato dai vari partiti di governo, che avrebbero fatto a meno dell'esistenza di questo terzo incomodo nell'attività parlamentare; ma che per ragioni di numero erano costretti a cercarlo, a blandirlo, per poi spesso sopraffarlo. Questa posizione pariamentare puo non ripetersi; ciononostante il nostro partito resterà anche in parlamento u n vero partito d i centro.

-

4. Spieghiamo allora cosa intendiamo per centrismo. Per noi il centrismo è lo stesso che popolarismo, in quanto il nostro programma è un programma temperato, e non estremo: - siamo democratici, ma escludiamo le esagerazioni dei demagoghi; - vogliamo la libertà, ma non cediamo alla tentazione di volere la licenza; - ammettiamo l'autorità statale, ma neghiamo la dittatura, anche in nome della nazione; - rispettiamo la proprietà privata, ma ne proclamiamo la funzione sociale; - vogliamo rispettati e sviluppati tutti i fattori d i vita nazionale, ma neghiamo l'imperialismo nazionalista; e così via, dal primo all'ultimo punto del nostro programma ogni affermazione non è mai assoluta ma relativa, non è per sè stante ma condizionata, non arriva agli estremi ma tiene la via del centro.

-


Questa posizione non è tattica, bensì programmatica, cioè non deriva da una posizione pratica di adattamento o d i opportunità; ma da una posizione teorica di programma e di idealità. E la ragione d i questa posizione teorica ha la sua origine in un presupposto, che caratterizza la ragione etica della vita quale la vediamo al lume del cristianesimo: noi neghiamo che nella vita presente si possa arrivare ad uno stato perfetto, ad una conquista definitiva, ad un assoluto di bene. I socialisti dicono: il male viene dall'ordinamento borghese della società; bisogna abbatterlo, dopo verrà il novus ordo: essi sono estremisti, perchè arrivano ad una concezione assoluta. I fascisti dicono: la nazione potrà prosperare solo quando sarà « fascistizzata » negli ordinamenti, nel pensiero, nella vita sociale ; essi tendono ad un assoluto e quindi sono anch'essi « estremisti ».. Chiamiamoli, per pura comodità, gli uni estremisti' di sinistra, gli altri estremisti di destra, e ciò in riferimento alla società borghese; ma la tendenza « monopolista D, <r,assolutista D, « estremista D è nella natura del loro movimento. Nel movimento popolare invece non c'è la futura età d i Saturno, la città del Sole, il 2000, la repubblica di Platone e simili ottimismi; perchè la nostra fede cristiana e il nostro senso storico ci portano a valutare la vita presente come un « relativo D di fronte ad un « assoluto », e quindi diamo valore fondamentale, anche nella vita pubblicn, all'etica, che è per noi norma insopprimibile, e superiore a quella che si chiama (t ragion politica )) o « ragione economica » ; e questo ci dà il senso di relatività, che incentra i problemi, e non li fa come per sè stanti, come fini assoluti da dover raggiungere per un logico predominio e per una ferrea legge. La mancanza di estremismo programmatico e finalistico, e il suo fondamento etico, che deriva dalla concezione cristiana del popolarismo, contribuiscono fortemente ad escludere nei popolari l'estremismo d i metodo ; cioè la realizzazione di mezzi rivoluzionari o violenti o antilegali. E mentre tutti i partiti, che non appoggiano la loro etica sul cristianesimo, possono divenire rivoluzionari, nel senso di sovvertire gli ordinamenti legali con la violenza, con l'illegalismo e con la dittatura, il nostro partito non può mai divenire rivoluzionario o violento, e se accede in


casi concreti alle ragioni che muovono altri a far le rivoluzioni, esso rimane sempre quello che il consiglio del partito, nell'appello del 20 ottobre 1921 (alla vigilia della marcia su Roma), chiamò riserva morale della nazione! - Sempre! Questa è la natura e la ragione sostanziale del nostro centrismo come partito politico.

-

5. Ma se è così, perchè mai ci dicono che il partito ora va a destra, ora invece va a sinistra? Lasciamo stare i motivi polemici; ce ne son tanti e servono sempre agli avversari. I socialisti diranno sempre che il partito popolare va a destra, e a furia d i dirlo, in cinque anni dovremmo essere già all'estrema destra; e lo stesso vale per i liberali conservatori e oggi anche per gli ex-amici; per tutti costoro il partito cominciò ad andare a sinistra appena sorto, e via via avremmo già superato i comunisti: infatti ci dissero u n tempo che eravamo peggio dei bolscevichi. La verità è un'altra: mentre il programma e la natura del partito creano una ragione centrista sia di sostanza che di metodo; la necessità d i affermare il partito nella vita e 'di realizzarne i postulati crea quelle che si chiamano posizioni d i battaglia; ed è naturale che ogni posizione di battaglia trovi coloro che resistono e che quindi fanno da antagonisti: altrimenti non vi sarebbe più lotta. I n f a t ~ iquando nel i919 e nel 1920 ci opponemmo agii scioperi generali, i nostri antagonisti furono i socialisti; quando nel 1920 iniziammo la campagna per la colonizzazione del latifondo e la riforma dei patti agricoli, furono gli agrari ed i conservatori; quando nel 1921 iniziammo la lotta contro i provvedimenti finanziari, il nostro antagonista fu Giolitti; quando nel 1922 sostenemmo l'esame di stato, i nostri antagonisti furono i democratici sociali; quando nel presente anno abbiamo combattuto la riforma elettorale politica, i nostri antagonisti sono stati i fascisti. Destra o sinistra? Ma che c'importa della topografia! chiamatela come vi pare, per noi è battaglia oggettiva, concreta, logica, che risponde ai nostri principi, ai nostri postulati, alle esigenze politiche del nostro partito. Se nel caso concreto, una


-

nostra posizione di battaglia giovi o nuoccia ad una delle frazioni politiche del paese, sia o non sia opportuna in u n determinato momento, tutto ciò fa parte della valutazione politica, spetta ai dirigenti, ma non sposta la posizione di un partito che segue la sua linea e tenta le sue realizzazioni; anzi manifesta una ragione di polarizzazione di altri partiti e gruppi che vengono così costretti a valutare e rivalutare le posizioni da noi assunte. Solo così siamo noi e tendiamo a far sì che il nostro pensiero e il nostro programma vengano discussi, dagli altri, e possano in parte o in tutto realizzarsi.

6. Qualcuno dirà che perchè un modo di esprimersi entri nell'uso comune deve avere una ragione; non per nulla da parecchio tempo in Italia si parla d i destra e di sinistra: ci deve, .essere una ragione. L'osservazione è giusta, ma bisogna spiegare la portata di questa formula sintetica. Dopo la guerra, come sinistra fu caratterizzato i l movimento socialista e quell'altio social-democratico che lo favoriva; come destra invece fu caratterizzato quello che si opponeva e che poi sboccò nel nazional-fascismo. Fra questi due poli si svolse la nostra politica; e il terzo elemento, il popolare, per potersi piazzare nell'opinione pubblica così orientata, avrebbe dovuto saltare il fosso e presentarsi o come sola destra o come sola sinistra; i l fatto che invece volle restar centro, cioè quello che era, diede alle due ali avverse la spinta o a favorirlo o ad avversarlo. Ora tutto i l problema sta qui: c'è posto nella lotta politica per u n terzo termine? Noi diciamo di sì, e perciò vogliamo mantenerlo puro; questo negano invece oggi i fascisti che ci vorrebbero frazionati e ridotti a massa di manovra clericale per comodo dei destri; questo negarono e negano i socialisti, che ci hanno sempre conteso la possibilità dell'organizzazione operaia; e questo negano in parte anche gli amici o ex-amici di dentro e di fuori, affetti dal morbo della filia, che tenta creare nel partito l'orientamento e la stabilizzazione delle tendenze, le quali come gruppi a- sè sono stati sempre combattuti e riprovati. La filia è un morbo, che deriva dalla poca fiducia e dalla


'

poca convinzione della nostra ragione politica di partito e dei suoi destini; perciò ci sono quelli che credono che è meglio dare al partito popolare un po' di tinta democratica e sociale e fanno i filo-socialisti; i quali un tempo eccedettero in cravatte nere e in canti di bandiere bianche e in filippiche antipadronali. Altri invece che credono che il mondo può essere salvato dal manganello meglio che dalla croce, almeno il mondo della proprietà e della ricchezza; oppure che a metter l'ordine, anche senza giustizia e senza libertà, può essere tollerabile la dittatura, e . perciò divengono filo-fascisti; fino a votare la legge di riforma elettorale che lede nel suo fondamento i principi costituzionali. Ecco che gli uni e gli altri diranno che il-centrismo del partito non è stato un bene; e che bisognava andare o a destra o a sinistra. Superate le vostre filie, abbiate fiducia nel partito popolare, come termine raggiungibile d i attività politica e quindi anche di dominio delle nostre idee e delle nostre forze, e allora vi accorgerete, che l'attività del partito segue la sua linea, la sua natura, la sua responsabilità puramente centrista, perchè popolare. La filia è come gli occhiali colorati che fanno vedere negli oggetti i colori che non ci sono. Oggi è la volta del sinistrismo del partito; coloro che lo vedono oono proprio i popoiari o gli ex popolari filo-fascisti. Ieri quegli altri, i sinistri, i filo-socialisti, vedevano invece che il mondo popolare andava troppo a destra. Sono le due piccole ali del partito che fan rumore, perchè hanno troppe cose da dire agli altri, e quasi mai delle cose serie e importanti d a dire a noi. Questa è la storia, per noi -ormai superata, della destra e della sinistra. Parliamo invece del popolarismo che non piega nè a sinistra nè a destra: questo è il nostro partito, il vero partito di centro; in questo partito abbiamo fiducia e vogliamo che esso superi le difiicoltà dell'oggi nella chiara visione del nostro programma e delle nostre finalità politiche e morali. (dal Popolo Nuovo di Roma, 26 agosto 1923).


I1 problema della collaborazione con il governo fascista d i tanto in tanto ritorna in campo sia nella stampa governativa che nell'altra, specialmente in confronto ai confederali e in confronto ai popolari. Anche liberali e democratici-sociali ne riparlano a modo loro. C'è una incomprensione tale dei veri termini della questione, che vale la pena affrontarla in pieno, anche perchè i l ritornello « collaborazionista » si fa insistente ora che bfontecitorio riapre i battenti e si appresta a votare volente o nolente - i pieni poteri. (*) Come intendono la collaborazione i fascisti? È presto detto: p e i loro non c'è una collaborazione bilaterale, a parità morale, sulla base di u n xdeterminato indirizzo, sul quale si formi il consenso dei vari gruppi parlamentari, partecipanti al governo. No: questa concezione è passatista, parlamentaristica, antinaziopale; oggi il partito al potere è il solo che ha il diritto ad avere una linea politica, a la fascista » ; un programma politico, (C il fascista D; il potere politico, a il fascista »; gli altri partiti o aderiscono, e possono collabora re,^ non aderiscono, e sono avversari anzi nemici. Non c'è posto per loro. Si tratta perciò d i adesione » non d i «collaborazione »: l'adesione può essere completa, intima, organiziata come è avvenuto dei nazionalisti che si sono fusi, creando il « nazionalfascismo n ; ovvero può essere giustapposta, convergente, subordinata, come fanno i liberali di Giovannini e i demosociali di Cesarò; in questo caso (salvo gli equivoci e i dissidi particolari) l'adesione si traduce in subordinazione politica e in collaborazione tecnica, perchè prevale in loro l'elemento di fiducia del fascismo, anche al disopra dei principi direttivi del liberalismo e della democrazia. Così espressa la collaborazione al governo non può dirsi politica, nel senso cioè che due politiche convergono in un'azione risul( 8 ) I1 ministero, dopo avere deciso la presentazione del disegno di legge sulla proroga dei pieni poteri, per ragioni non precisate, preferì chiudere la sessione parlamentare. (Nota alla 1. edizione, 1924).


tante; ma deve dirsi morale, come forma di adesione, e tecnica, come contributo d i collaborazione amministrativa e pratica. Simile collaborazione tecnica e non politica è quella che sarebbe stata voluta, non si sa bene se da Mussolini o da Baldesi e Colombino, tra governo e confederali. Ma temendo tanto i nazionalfascisti quanto i socialisti, che in ultima analisi la semplice collaborazione tecnica si sarebbe trasformata in collaborazione o per lo meno in corresponsabilità politica, hanno messo reciprocamente il fermo ai malcauti promotori. I1 congresso popolare d i Torino dell'aprile scorso contribuì a svelare questo trucco collaborazionista; il gesto d i Mussolini che licenziò Cavazzoni non ebbe altro significato che quello di dire: qua dentro non ci sono altri padroni che mi stiano a pari; scendete a ragionevole distanza, servitori che siete, elementi tecnici e non politici, fuori dalle responsabilità di direttiva; non ammetto che un altro partito mi tratti da pari a pari e indaghi sui miei voleri e sui limiti della mia potestà! ».Così avvenne il distacco e cessò una collaborazione alla normalizzazione della vita politica italiana nel difficile passaggio dall'illegalità alla legalità, dalla violenza al rispetto altrui, dall'anticostituzionalismo alla costituzione. Lo stato d'animo dei fascisti è chiaro e logico perchè essi vogiiono u n governo di partito, e intendono il loro partito come maggioranza espressa o tacita del paese, anzi ritengono che il partito proprio si confonda con il regime e con lo stato. Gl'illogici sono gli altri, i collaborazionisti impenitenti, i quali non si rendono conto che per la collaborazione vera non c'è posto per quel partito politico che vuole avere la sua personalità e la sua ragion d'essere, di vivere e di operare; il quale, se consente, vuole esprimere ciò come propria convinzione; e, se dissente, intende poterne dire le ragioni e farle valere. Ed è naturale che non ci sia posto per tale partito, che, essendo un tpalche cosa a sè e distinto dal fascismo, diviene nel pensiero dei dominatori i1 partito-ontistato. I n questo dualismo non c'è altra soluzione che l'adesione, la confusione, l'annichilimento del partito, dei suoi uomini, (le1 suo programma, in quello del fascismo che resta unico pre(iominante politico.


Che cosa giova a l partito liberale avere per vecchia insegna

il principio della libertà individuale e della legge eguale per tutti? Proprio nel momento che tali principi servono d i più, e che dovrebbero essere difesi e fatti rispettare, sono cacciati in soffitta e sostituiti con la piena fiducia in Mussolini, per via, s'intende, dei tempi non propizi, dell'eccezionalità dei casi, della transitorietà degli avvenimenti e di mille altre cose che finiscono in « tà » ! CPie importa se i demo-sociali credono ancora alla sovranità pòpo!are e a l sufragio universale? Roba da museo! Oggi questi principi non servono, anzi disturbano! Questa autolesione politica rende più facile la connivenza ma ne altera i rapporti. I popolari non sono, per grazia di Dio, autolesionisti! riconoscono la realtà presente, ne sentono tutta l'importanza, ma non barattano i favori dei potenti con le proprie idee e con i propri convincimenti. Questo significò il congresso di Torino, vera voce della coscienza italiana; questo significò i l quotidiano sforzo per difendere il nostro programma e le nostre posizioni morali e la nostra dignità, contro le insidie, le blandizie e le persecuzioni. Occorre però chiarire anzitutto perchè, non ostante l'uscita dal governo, nonostante la ~confittanella difesa della proporzionale, non ostante l'ofiensiva « rassista » provinciale contro il partito, non ostante che più volte siamo stati chiamati in atti diciosi o quasi d c i a l i dei nemici, non siamo passati, come si dice, all'opposizione, nè crediamo di doverci passare. L'opposizione, nel senso che si dà alla parola, è quella sisteiua~icapoliiica e parlamentare, che mira a sostituire un governo con un altro, e a far valere un indirizzo politico attraverso il mutamento dei dirigenti e dei partiti al potere. Quando l'opposizione ha di mira anche il cambiamento di regime, è detta opposizione anticostituzionale, come è stata sempre quella dei socialisti e dei comunisti; quando invece si limita al cambiamento di governo è detta costituzionale, come quella della sinistra storica contro la destra e di Sonnino contro Giolitti. Ora la nostra opposizione non sarebbe mai anticostituzionale, bensì in ogni caso costituzionale. Ma oggi nepprire questa è una linea di condotta che i popolari hanno scelto o credono di potere scegliere, perchè non hanno di mira iui mutamento di go-


verno, anzitutto perchè allo stato attuale delle cose una tale opposizione non avrebbe sbocco; e se per caso lo avesse, riporterebbe sulla ribalta quel passato democratico da Nitti a Facta, che noi abbiamo combattuto e reputiamo che non debba più ritornare; e infine perchè realisticamente pensiamo che l'attuale esperimento mussoliniano debba fare il suo corso, e tendere verko il ritorno alla legalità. Questo fu il ragionamento del congresso d i Torino, quando i nostri erano al governo; questo il ragionamento del consiglio nazionale del 25 luglio ultimo, cioè dopo l'uscita dei popolari dal governo, dopo le dimissioni del segretario politico, dopo la non fortunata battaglia per la difesa della proporzionale. Ragionamento obiettivo, sereno, degno di u n partito, che non cerca sè, ma studia i fatti, nella loro realtà vivente. Si domanda: collaborazione, no; non la concepiscono i fascisti nè sarebbe dignitoso per i popolari: opposizione, no; non risponderebbe alla realtà presente, non avrebbe sbocco passibile o vantaggioso per il paese. Allora che cosa debbono volere i popolari? I1 consiglio nazionale del nostro partito rispose, proprio i l 25 luglio, dichiarando che i popolari « nell'attesa della pacificazione del paese (alla quale aveva fatto appello l'on. Mussolini alla camera dei deputati il 15 luglio) pure conservando la loro linea d'azione per la difesa del loro programma e delle ragioni fondamentali della vita civile, ieri come oggi, con ogni sforzo, intendono contribuirvi n. Questo punto fermo del nostro atteggiamento non è ben sentito nè dai collaborazionisti nè dagli opposizionisti, le solite estreme di destra e d i sinistra del partito; ma occorre che ci si intenda bene per non equivocare. Sia o no stata una rivoluzione quella dell'ottobre '22, certo si è che la vita italiana ha lasciato il binario costituzionale e parlamentare, ed ha preso u n altro binario divergente. Lo sforzo di uomini coscienti del pericolo d i uno sconvolgimento insanabile e di una dittatura politicopersonale è stato quello di salvare la forma esterna per incidere del legalismo e della costituzionalità la sostanza del nuovo governo. Questo dualismo iniziale tra forma e sostanza, dura anche oggi non solo nel linguaggio e nello spirito dei conquistatori,


ma anche nello svolgimento in atto del programma di governo. Ma è evidente che questo dualismo non si potrà reggere in un perpetuo equilibrio: o va verso la dittatura rivoluzionaria (sia la seconda o la terza o la quarta ondata), o va verso u n maggior legalismo e una maggiore responsabilità. Noi ottimisti impenitenti amiamo credere che il secondo corno del dilemma abbia più ~robabilitàe sia più attuabile, tanto più quanto più si va avanti nelle difficoltà pratiche e insormontabili della pubblica amministrazione e specialmente della politica estera e della politica finanziaria, nei quali rami gli errori e gli esperimenti difficilmente si riparano e molto spesso si scontano, e come! Ebbene, è doverosa opera di cittadini illuminare la pubblica opinione, influire su di essa, a mezzo della stampa e nelle varie affermazioni di partito, dentro o fuori del parlamento, perchè si segua la via dei vari interessi del paese, perchè la legge sia osservata, perchè le libertà civili e politiche siano rispettate, perchè la finanza sia risanata, perchè la politica estera abbia una linea e risponda a reali esigenze italiane. La critica pubblica agli atti del governo ha una funzione importantissima, e tanto maggiore oggi che il parlamento è ridotto nella sua influenza e limitato nella sua libertà. La stampa ha una missione più delicata, in quanto è ridotta ad essere quasi la sola tribuna dove qualche parola libera e onesta può essere registrata. I1 circolo politico, il congresso di partito, il convegno di studiosi ha tanto maggior valore quanto più difficile è reso l'esercizio elettorale, coartato e quasi annullato dalla idiozia violenta d i quelli che vogliono far credere di essere in ogni città ed in ogni comune110 maggioranza e minoranza insieme. Tutta questa azione esterna ed ai margini della vita politica diretta - poichè in regime di pieni poteri la manipolazione legislativa è fatta nel geloso segreto dei gabinetti ministeriali, ed è poi diffusa nel mondo al suono di tube e di sinfonie come i bandi di Nabucodonosor -, acquista un'importanza nuova e vivificatrice: è l'ultima trincea della democrazia reale e della libertà sostanziale, dalla quale trincea si cerca di influire nell'ambiente strettamente politico, senza altro scopo che quello di contribuire alla normalizzazione della vita pub-


blica ed al ritorno dell'impero della legge e della eguaglianza d i tutti i cittadini. Questa azione fu detta dal consiglio nazionale: (C valorizzazione dei motivi di consenso ed attenuazione dei motivi di dissenso D; non negazione quindi di questi motivi, ma vigile senso per il rilievo utile al paese, il quale ha bisogno di pace, d i tranquillità, e desidera che cessi la seminagione di odio, il turbamento della violenza, lo sconfinamento della forza bruta sui diritti della coscienza e della personalità umana. E questa è stata l'opera assidua, la preoccupazione giornaliera d i tutti i popolari, i quali, al centro e alla periferia, hanno saputo discernere con serenità quel che di buono ha fatto o ha promesso di fare i l governo; e quel che non rispondeva secondo noi agl'interessi del paese e ai sani principi di una politica illuminata. I1 Popolo ha fatto ed ha tentato d i fare di più per la sua caratteristica di giornale nazionale popolare di battaglia. Oltre l a giusta difesa della riforma Gentile (non disgiunta da sana critica non preconcetta nè astiosa), oltre la battaglia per la difesa delle opere pie, ha creduto suo dovere impostare due buone campagne; una per la politica finanziaria e l'altra per la politica estera. La prima è sembrata ad alcuni troppo insistente e qualche volta vivace; ma non ci voleva di meno di quel che abbiamo fatto dal congresso di Torino ad oggi per svegliare la coscienza pubblica addormentata in una fiducia messianica sull'azione di De Stefani, iI quale deve ringraziare il Popolo d i questa vera collaborazione per far capire agli italiani che oggi il primo problema nostro è quello finanziario, e che proprio oggi non è ancora risolto, nè è facile risolvere. Finalmente anche i l Mondo e il'corriere della Sera se ne sono accorti. Lo stesso è a dirsi della politica estera; quel che Mussolini ha detto in senato, la commissione esteri del partito popolare disse in gennaio, ed il Popolo ha ripetuto per oltre sette mesi. Sono queste le battaglie che valgono, non le discussioni sul collaborazionismo o sull'opposizione. I popolari, che mostrano così squisita responsabilità politica, non possono perciò accordarsi nè ai fascisti dell'era nuova collaborando, nè ai socialisti dell'era vecchia opponendosi ; debbono fare parte a sè; l a funzione centrista dei popolari nella


vita politica risponde al carattere di riserva morale che noi abbiamo assunto nel nostro appello alla vigilia della marcia su Roma. Quell'appello è un documento vivo oggi più di ieri; faranno bene gli amici a rileggerlo ed a meditarlo: comprenderanno come certe situazioni non si risolvono nè disertando il posto di combattimento e cedendo a l più forte, nè passando all'opposizione sterile e senza sbocco; ma preparando la coscienza, ~ u b b l i c aalle sue benefiche e ~ r o f i c u eevoluzioni, prima morali e poi politiche. (dal Popolo di Roma, 29 novembre 1923).

Un giornale fascista polemizzando con gli avversari diceva: bisogno c'è di far della politica? Basta che la faccia uno per tutti e d i quella buona; gli altri guastano; vadano a fare il loro mestiere! - Altro giornale £ascista auspicava l a riforma dello stato fatta in modo che i n Italia non ci fossero più partiti. Non sappiamo che razza di riforma statale sia quella, ma la finalità della soppressione dei partiti vale quanto l'augurio che in Italia non ci sia bisogno di far politica, perchè basta a farla uno per tutti. Di questa opinione sembra debbano essere quelli che desiderano che i giornali cattolici cerchino di diventare quanto più apolitici possibile; e che i cattolici, anche come singoli, vadano man mano disimpegnandosi da funzioni politiche di responsabilità. Sotto due punti di vista diversi e con altre finalità, fascisti ubriachi di sè e cattolici di pasta frolla, intonano insieme il ritornello: ((Abbasso la politica! n. Gli uni perchè vogliono esclusivamente loro fare della politica (troppo attivi); gli altri perchè credono che la politica comprometta, specialmente col vento che tira (troppo passivi). « Abbasso l a politica! ».I confederati e i cooperatori socialisti sono venuti ad aiutare il coro; essi si affrettano a Jichia-

- Che

12

-

-

STU~ZO

I1 partito popolare italiano

-

11.


rare che le feghe sindacali e le cooperative sono apolitiche, e che i loro rappresentanti fanno della tecnica e non della politica e che i lavoratori sono stufi di fare della politica; essi vogliono fare semplicemente dell'economia. A questi autentici rappresentanti del siqdacalismo e del cooperativismo socialista, fa rara eco qualcuno degli organizzatori bianchi, ieri popolari, perchè conveniva, e oggi cattolici e apolitici perchè torna più comodo. Anche questi adunque gridano in coro (ma più i rossi che i bianchi) u abbasso la politica! n. Ma che cos'è mai questa politica, che così in fretta e a gran voce da tanta parte del genere umano... della bella Italia, viene ripudiata e maledetta? Deve essere d i sicuro una gran brutta femmina, vecchia, lacera, sporca, sordida, bagascia, ignobile, spudorata, megera, indegna del consorzio degli uomini per bene. Vediamo un poco di conoscerla anche noi. Che cos'è la politica? Molti ne parlano e pochi la sanno definire; alcuni credono che sia il mezzo di sostenere alcuni uomini che governano alle spalle dei gonzi, che sarebbero il popolo. Altri la vedono attraverso la lotta elettorale, I'alfa e I'omega degli uomini politici, quelli che hanno la medaglietta e quelli che aspirano ad averla. È la medaglietta un tale talismano, che per averlo gli uomini non guardano al caldo o a l freddo, ai travagli e alle lotte; per loro la menzogna e la verità acquistano lo stesso valore. La medaglietta oggi è svalutata quanto il marco tedesco, ma fate che si riaprano presto le elezioni e vedrete come si rialza pari al dollaro e alla sterlina. Ma d'altro lato, come fare senza la medaglietta, dalle sottospecie comunali e provinciali alle specie nobili deputatizie e senatoriali? Finchè ci devono essere governanti e governati e finchè i governati debbono scegliere (sia pure attraverso palazzo Viminale) i governanti, la corsa alla medaglietta è necessaria come l'acqua e come l'aria. Si potrebbe farne a meno, dicono alcuni. Oh, sì! provare in tutti i comuni e le provincie i commissari regi; a Montecitorio fare il bivacco delle camicie nere; ridurre il senato ad un reclusorio d i invalidi, e u mussolinizzare n il paese! Sembrerebbe la riproduzione della celebre vignetta del trionfo di Luzzatti, ove quel gand'uomo, messo i n uaa berlina di lusso, veniva acclamato da una folla interna-


zionale di uomini, donne e bambini tutti con le facce d i Luzzatti; e la medesima effige portavano gli staffieri, il cocchiere, i cavalli del cocchi0 e perfino il cagnolino che abbaiava dietro la carrozza. Non c'è che cambiare la faccia e mettere quella d i Mussolini. La dittatura! ma non è anche la dittatura una politica? Gli altri tacciono e parla uno solo; ma quelli che tacciono non fanno essi pure una politica, sia approvando, sia mormorando, sia preparando le reazioni del futuro? Che cos'è la politica? Quando il ministro Gentile riforma la scuola e tra le proteste e le imprecazioni d i molti, impone il suo programma, non fa una politica scolastica? Possiamo disinteressarcene? E che fa De Stefani se non squisita politica finanziaria quando mette e leva tasse e balzelli, cambia istituti finanziari, sperpera denaro e racconta al pubblico che fa economia? I1 povero contribuente che sa di aver speso due miliardi per sistemare il banco d i Roma, fa o no della politica, se esamina a quale prezzo viene pagato il governo ricostruttore? Le barriere doganali a vantaggio dei siderurgici del nord e a danno degli agricoltori del sud sono o no materia d i politica economica? Perchè il cittadino cattolico, sindacalista, cooperatore, indipendente non deve interessarsene come di cosa che non tocca nè lui, nè la patria in cui vive, nè la classe cui appartiene, nè la tradizione culturale e religiosa che ne alimenta le energie spirituali? Ma si, ma sì, rispondono; occupatevene, ma per carità non guastate le uova nel paniere; non vi piacciono nè la riforma Gentile, nè le cifre De Stefani, nè le tariffe Corbino, nè i carrozzoni Carnazza, nè le teorie postelegrafoniche Cesarò? Pazienza: c'è d i mezzo una questione nazionale per cui bisogna abbozzare D,.. Fate pure la critica misurata, spicciola, all'acqua di rose; mormorate pure, ma basta. Ho capito! Si può fare la politica specifica, tecnica, anali-' tica. Quando invece si arriva alla sintesi, cioè all'origine della politica, al suo quadro generale, alla sua ragione di vita, al suo indirizzo sostanziale, cioè alla concezione dello stato, alla sostanza e ai limiti della libertà, al fondamento costituzionale e alla sua rappresentanza, e quindi alla vita dei partiti e alle loro


funzioni: allora acqua in bocca: - Parum de Deo, nihil de Principe! Proibito toccare! pericolo d i morte! col solito teschio e le frecce delle saette. - Non correre, mi sento dire; si può anche parlare di ciò; però in senso favorevole all'attuale ordine di cose, cioè: Marcia su Roma, stato fascista, Mussolini for ever n ; il resto è il nulla; che cos'è il nulla?. ebbene, il resto è il non-politica. Sta bene? Ora si capisce perchè sindacalisti e cooperatori socialisti, ex liberali ed ex democratici, vecchi clericali filo-fascisti, gli uni in nome dei sindacati, i secondi in nome delle cooperative, i terzi i n nome delle forniture di stato, gli ultimi in nome delle banche, quelle perdute e quelle riconquistate, vadano gidando: abbasso la politica D. Fa comodo; c'è da star tranquilli; gli affari sono gli affari, ma sicuro, nihil de principe, e via libera! Basta uno per tutti; gli altri sono di troppo: C( abbasso la politica n !

...

...

...

..

(dal Popolo di Roma, 14 ottobre 1923).

VI.

AUTOLESIONISMO Queste mie parole sono dirette ai cattolici militanti, retti di cuore, amanti del bene, che nei limiti delle proprie forze lavorano con fede nel campo dell'azione cattolica. Se chi legge non appartiene a tale schiera eletta di uomini, può saltarle a piè pari perchè non lo riguardano. E poichè presumo che molti seguiranno questo mio consiglio, immagino che la cerchia dei miei lettori rimarrà molto ristretta ed intima, e quindi parlerò loro con la maggior confidenza, per studiare insieme il fenomeno che mi preoccupa, cercarne le cause ed additarne i rimedi. I1 fenomeno, non molto esteso ma notevole, è questo: cattolici militanti che occupano cariche nell'organizzazione cattolica, studiosi diligenti e buoni cristiani ferventi, di fronte alla vivacità delle contese politiche, alle asprezze della polemica, alle intimidazioni e alle violenze, reputano opportuno appor-


tarsi dalla lotta sostenuta in seno ai partiti, e propriamente in seno al partito popolare italiano, e si ritirano sulla trincea dell'azione cattolica, o definitivamente o in attesa di tempi migliori. È veramente una trincea l'azione cattolica? Qui c'è da dissipare un equivoco alimentato dallo spirito dell'anteguerra. Allora non era consentito ai cattolici formarsi un partito politico e parteciparvi a viso aperto; però quell'azione elettorale che faceva capo all'unione elettorale cattolica, quell'attività sociale che si incentrava nell'unione economico-sociale, quell'indirizzo di politica religiosa e scolastica, che dava l'unione popolare, erano una estrinsecazione della vita politica dei cattolici italiani, quando ancora mancava loro la completa libertà di cittadini, perchè vigeva il non expedit, sia pure nella forma attenuata. I1 partito popolare italiano parve e fu il reale, pubblico e leale avvicinamento dei cattolici italiani alla nazione e allo stato; e la caduta completa del non expedit tolse l'ultima barriera d i carattere religioso-politico che, separandoli dalla nazione, lasciava alla discrezione dei vescovi la possibilità di accedere alla vita parlamentare del proprio paese. Se il partito popolare italiano abbia commesso degli errori d i tattica e di orientamento, lo dirà la storia; nessun partito del resto, come nessun uomo che agisce nel campo deiia pratica, va immune da errori. Certo il partito popolare ha tentato e per quattro anni ( u n tempo non breve) ha realizzato i i sogno dell'unità politica dei cattolici italiani sopra un programma democratico ispirato alle idealità cristiane. Una unità non scevra d i varietà e formata da tre tendenze, ma di fatto una unità reale e operante. Nel quinto anno l'unità sostanziale rimane, ma vi sono tentativi per una scissione: il primo tentativo è stato l'unione costituzionale dell'on. Cornaggia, il quale dopo la marcia su Roma, rinnega la parola costituzionale e mette quella più attuale: nazionale; questa potrebbe passare per i l piccolo nucleo dei conservatori cattolici che ha avuto poco successo. II secondo tentativo è quello dei dissidenti ex-popolari che potrebbero .essere classificati filo-fascisti. Anch'essi piccoli asteroidi d i una grossa cometa, che non formano nucleo a sè stante, m2 vagano nella scia della coda dell'astro incandescente.

...


I cattolici militanti, quelli che vivono non ai margini ma nel seno dell'azione cattolica, oggi rifatta su basi solide e larghe e dotata d i -maggiori mezzi, si trovano i n uno stato psicologico molto complesso. Non possono tornare a concepire la politica come facevano prima della creazione del partito popolare, perchè non vige più il non ezpedit, l'esercizio politico non è affidato all'unione elettorale cattolica nè regolato da vescovi; non possono assumere come tali atteggiamenti politici, perchè ciò ripetutamente è stato proibito dall'altissima autorità dalla quale dipendono. Però, mentre la gran maggioranza d i essi è popolare, e dell'animo democratico-cristiano è alimentata la recente tradizione dell'azione cattolica (che ebbe quasi sempre avversari i conservatori cattolici come i clerico-moderati del 1898), debbono con ogni cura separare la responsabilità politica da quella cattolica di azione, evitando confusioni ed interferenze dannose. D'altro lato essi come buoni cittadini non possono disinteressarsi delle sorti della patria e debbono anzi contribuirvi con tutte le loro forze, affinchè la vita politica si ispiri ai giusti e sani principi della scuola cristiano-sociale. La soluzione semplice sarebbe una sola: che cioè l'azione cattolica venga riguardata come fuori della traiettoria politica; e ogni cattolico come cittadino italiano lavori nel partito politico che crede più affine alle sue aspirazioni etiche, politiche ed economiche, e più rispondente all'indirizzo finalistico della religione cattolica. La soluzione sembra facile, ma facile non è. L'azione cattolica non è solo educazione e preparazione alla vita sociale, è anche azione pratica e difesa realistica di istituti e tradizioni, e quindi è attività concreta. Come farà quando un suo problema, dal campo della pura attività cattolica trasbordi in quello della collettività associata, cioè della politica? Esempio: il problema scolastico; ogni partito lo vede a suo modo; il liberale invoca lo stato laico; il fascista ci vede l'etidella nazione; il democratico e il socialista negano la libertà di insegnamento, che invece il popolare proclama come necessaria conquista. L'azione cattolica o si disimpegna dal problema scolastico o sostiene la tesi popolare. È così. Tutti i suoi iscritti che even-


tualmente militassero nel campo liberale o fascista o democratico (non credo che ce ne siano molti), debbono emendarsi O uscire dall'azione cattolica. Altro esempio : il divorzio. Terzo esempio: l'organizzazione di classe. Quarto esempio: la difesa delle opere pie. Gli esempi abbondano e tutti hanno la stessa soluzione: O sostenere il programma politico dei, popolari, o disimpegnarsi da ogni influenza nella questione specifica che agita il campo pubblico. Ma c'è un altro equivoco: quale attività può fare nel campo pubblico l'azione cattolica non essendo essa organizzazione politica? Un puro lavoro di propaganda e di persuasione. Se si arriva al conflitto fra la coscienza cattolica e il potere pubblico, occorre servirsi delle armi politiche. Allora l'azione cattolica farà appello ai suoi iscritti; ma al solito potranno rispondere i popolari per convergenza programmatica, gli altri per convenienza momentanea se questa convenienza vi sarà. Rla non basta: l'azione cattolica organizza circoli. Quando un giovane cattolico vuol fare della politica dove andrà? dai liberali? l'azione cattolica italiana ha combattuto principalnerite i! liberalismo; - dai socialisti? sono atei; - dai democratici? sono massoni; - dai nazional-fascisti? sono violenti e non rispettano il prossimo ;- dai cornaggiani conservatori? sono vecchi e non attraggono; - dai popolari? sono diffamati e sospetti. - Dove andranno? È un problema cui la realtà risponde in due modi: o vanno dai popolari o restano apolitici. Non basta: il pubblico vede che la medesima persona è popolare, è nel circolo cattolico, è cooperatore o sindacalista bianco, promuove gli scoutisti cattolici, sostiene ogni movimento improntato a spirito religioso; e giudica che in tutto questo movimento c'è una convergenza d'idee e di sentimenti. Infatti non si trovano, a contarli con lc dita di una mano, nemmeno i soliti quattro gatti che partecipino all'azione cattolica e siano liberali o democristiani o nazionalisti o fascisti. Perchè tutto ciò? Per varie ragioni: una principalmente perchè i liberali, democratici, nazionalisti e fascisti ( a parte la

183


credenza e la pratica cattolica) non hanno le idee fondamentali del cattolico militante nè in filosofia, nè in sociologia, spesso neppure nel catechismo. Come volete che divengano cattolici militanti, cioè sacra milizia, terziariato pubblico, strumento della chiesa cattolica nell'attività religiosa e cooperatori del sacerdozio cristiano? Tutti questi elementi messi insieme danno motivo a credere che vi sia una stretta interferenza ideale e morale fra azione cattolica e partito popolare italiano; pur essendo quest'ultimo autonomo e aconfessionale. Ogni altro partito può eventualmente agevolare le opere e le finalità dell'azione cattolica; non però come insieme operante, come parte di un corpo spirituale, come elemento vivente nella stessa atmosfera, bensì come estraneo, come forza aliena, che si piega per ragioni diverse e per motivi non sentiti allo ntessn modo, a =egli0 cume potere che concede e che spera il contraccambio in moneta sonante di utilità politica. La realtà è questa che abbiamo descritta e non altra; di fronte a questa realtà serpeggia fra i cattolici inconscia la tendenza a disertare il campo politico (che oggi è quello popolare), sotto il pretesto che è avversato dal governo. I n questa tendenza vi sono i sinceri, quelli che per abitudine non hanno fatta mai la politica di battaglia, quelli che temono per la chiesa e i suoi ordinamenti; e vi sono invece quelli che nell'abbandono da parte dei cattolici di ogni politica militante troverebbero il campo libero e fertile per tentare una politica clericale, fatta di compromessi, di tornaconti, di interessi e di transazioni, alla maggior gloria della chiesa e degli affari propri. Questi diranno di non far politica, ma faranno di sicuro la politica di Tartufo. I1 pericolo è dei primi, non dei secondi, che è augurabile non vadano ad ingrossare le file dell'azione cattolica. E il pericolo sta nel disimpegno da ogni attività politica, autonoma e per sè stante. Anche nel 1857 don Margotti proclamò il non eletti nè elettori; allora i cattolici si appartarono dalla vita olitica contro il liberalismo, e per mezzo secolo furono assenti, con grave danno della nostra vita nazionale e degli stessi interessi religiosi che essi volevano difendere. Oggi si rifarebbe la stessa


strada: appartarsi dalla vita pubblica, per timore di lotta e di rappresaglia. Per fortuna c'è il partito popolare che resiste e sta fermo sulla trincea politica: però se questa conceziorre astensioaista si estendesse nel campo cattolico, ci sarebbe da temere l'indebolimento morale della posizione nostra nella vita pubblica, cosa che toglierebbe agli estranei (non dico gli avversari) ogni freno di carattere politico nei nostri riguardi, e ridurrebbe il campo dell'influenza della stessa azione cattolica. Perchè, sino u che questa giova a creare un equivoco a danno dei popolari, potrà essere aiutata e sostenuta dal governo e dai partiti estranei, ma quando per l'astensionismo politico dei molti, l'eficienza popolare dovesse naturalmente diminuire (e lo vedremo nelle prossime elezioni politiche), allora l'azione cattolica, nulla avendo per sè da offrire in compenso sul terreno parlamentare e politico a questo o ad altri governi, non potrà che perdere di considerazione nel campo delle pubbliche attività. Nel17ipotesi invece che i popolari resistano e superino i l grave momento di crisi, ci sarà un altro pericolo, grave anch'esso ; cioè che vada accentuandosi la scissione nel campo politico fra i cattolici italiani; e mentre gli organi e gli uomini dell'azione cattolica, magnificando i contatti col governo e i patti d'intesa con i prefetti sviIuppano ii filo-fascismo dei transfugiii, dei deboli, degli accomodanti; il partito popolare, costretto a difendere le sue posizioni, i suoi uomini ed il suo programma sia spinto ancora d i più ad assumere posizioni antifasciste. Ecco perchè ho chiamato autolesionismo questo tentativo d i disimpegno del cattolico militante dalla sua funzione di cittadino operante in un partito per i l bene del paese. Sarebbe una mutilazione del cittadino cattolico, in nome di un'azione che non è politica, riportando i cattolici italiani nella condizione d i inferiorità in cui erano in Italia durante il periodo della rivoluzione liberale fino a l 1919. (daila Politica Nazionale di Roma, 31 onobre 1923).


VII.

Nel secolo XIX la parola cattolico acquistò un significato che non aveva mai avuto; prima indicava solamente la qualità del cristiano seguace della chiesa romana o cattolica (che è lo stesso); quindi si usò anche in senso più ristretto a indicare coloro che, aderendo ai principi della chiesa cattolica, ne facevano una professione pubblica e una difesa sociale. Come è naturale, il nuovo uso della parola a cattolico » ebbe varie estensioni, anche figurative, che vale la pena esaminare. L'origine di un tale significato così ristretto della parola cattolico si può facilmente rintracciare fin dai primi momenti di reazione dei cattolici contro le teorie liberali applicate alla vita degli stati e alle leggi contrarie alla chiesa, alle congregazioni religiose, alla educazione scolastica a base cristiana. Sorsero cosi associazioni fra cattolici, che per chiaramente identificarsi presero tale nome in Francia prima e poi in altre nazioni. Nei paesi di origine protestante, la parola cattolico ebbe contemporaneamente il doppio significato di .differenziazione religiosa e di opposizione alla corrente liberale. E poichè la corrente liberale divenne partito e governo in tutti gli stati costituzionali, così la parola cattolico, dal puro campo associativo di difesa religiosa, passò a designare una corrente e perfino un partito politico. Più noti e organizzati il centro cattolico d i Germania, e il partito cattolico del Belgio. Nell'uno e nell'altro paese la parola cattolico divenne cosi segno di un partito politico, a cui l'elemento ecclesiastico conferiva aiuto, forza e perfino inquadramento (almeno nella prima formazione) per la tutela degli interessi religiosi. Perciò in Francia questo movimento fu detto clericale, e cosi passò a essere chiamato in molti altri paési, e anche oggi, non ostante così diversi mutamenti, viene chiamato ancora clericale con tutti i pregiudizi che la parola contiene. Infatti la parola clericale, nella sua accezione storica e nel senso attribuito da coloro che l'hanno usata, significherebbe un movimento politico, più che un partito autonomo, che, appoggiandosi alla chiesa, ne tutela gli interessi,


insieme agli interessi della classe conservatrice reazionaria. Così erano clericali i borbonici di Napoli, come i carlisti di Spagna, comc i monarchici e anti-repubblicani d i Francia. Oggi chiamar clericali i partiti a base democratica cristiana è un non senso, che perdura o per disprezzo o per incomprensione o per abitudine. Tornando alla parola cattolico » oltre l'estensione a una corrente politica, qua e là cristallizzata in partito, man mano che le varie associazioni di educazione, d i cultura, di assistenza, d i economia, d i propaganda . e le opere annesse si andavano moltiplicando, prendevano quasi tutte lqiiell'aggettivo, per specificarsi e chiarirsi. Era il tempo in cui a far professione di religiosità e a difendere gli interessi della chiesa, specialmente dopo i l 1848, ci voleva non poco coraggio; e più che altrove i n Italia per il disprezzo, l'odio, la lotta al papato e alla chiesa. Quindi poter riunire dei laici, che all'infuori d i ogni utilità diretta o indiretta, personale o si professassero cattolici, era una eccezione nobilissima e non priva di inconvenienti; i cattolici d i alloka erano chiamati i nemici della patria, tedeschi, borbonici, temporalisti, codini e così via. Ecco il perchè \%niva messo in chiaro quel glorioso aggettivo d i cattolico e il perchè si battagliò in nome del cattolicesimo. Sorsero allora, a parlare d'Italia, riviste e giornali che si chiamarono civiltà cattolica, scuola cattolica, unità cattolica, osservatore cattolico, associazione per gli interessi cattolici, comitati cattolici, cong e s s i cattolici, società della gioventù cattolica, e molte altre. Quando il movimento di opposizione al liberalismo, che era anche opposizione allo stato liberale o costituzionale (opposizione che culminò dal 1870 al 1880 con varie oscillazioni), cominciò a rallentare, e cominciò invece a concepirsi distintamente una propaganda ostile al liberalismo, e insieme un'azione conciliante con lo stato italiano, come un tempo eraqo sorti i circoli cattolici religione e patria, così vennero fuori l'unione cattolica italiana e altri titoli'allora sensibilizzati da quel movimento di avvicinamento, che doveva svilupparsi in seguito. Era anche il tempo in cui sorgevano banche promosse dai cattolici, sia per combattere l'usura della campagna (casse rurali) sia per consolidare posizioni locali dei clericali moderati. Da prin-


cipio, per buona tradizione medioevale, la banca si intitolava col nome di qualche santo: cosÏ banca San Marco a Venezia, S. Paolo a Brescia, S. Gimignano a Modena e simili. Ma poi si volle addirittura usare anche per quegli istituti la qualifica impropria e inopportuna di cattolica: le casse rurali cattoliche, le banche cattoliche, le cooperative cattoliche, dal 1890 in poi si moltiplicano in Italia. Quell'aggettivo fu una differenziazione morale, u n segno d i battaglia, u n mezzo di conquista, un'utile insegna. Da parecchi quell'uso e abuso fu combattuto, ma senza troppa fortuna. Poco dopo il 1890 e specialmente dopo i l 1898 sorsero le leghe cattoliche; fu il primo segno di organizzazione operaia in antagonismo alle leghe e alla propaganda socialista. Spuntava allora il movimento democratico cristiano, e si tentava la revisione della posizione dei cattolici italiani in confronto allo stato, al liberalismo, alla democrazia e a l socialismo. L'interferenza di una organizzazione naxinnale dei cattolici italiani, a base religiosa, per la difesa morale e civile, ma al di fuori della vita pubblica, soffriva di un equivoco sostanziale, e ci vollero degli anni, dall'enciclica Graves de communi re (1901), all'enciclica il Fermo proposito (1905) alla fondazione dell'unione popolare (1906) e a l riordinamento della giunta direttiva dell'azione cattolica (1915), per maturare mano mano la partecipazione dei cattolici alla vita pubblica senza assumere alcuna responsabilità religiosa; e oggi si vede quanto fosse opportuno il divieto di Pio X a costituire alla camera u n gruppo cattolico e come fosse fondata la nota distinzione di cattolici deputati sÏ e deputati cattolici no. I n questo periodo di elaborazione fu superata l'antica discussione sul conjessionalismo delle leghe operaie e sulla loro qualifica di cattoliche, e si potè arrivare a costituire una confederazione italiana dei lavoratori (settembre 1918) senza l'indicazione della professione religiosa, che non solo ostacolava allora il riconoscimento legale, ma che impegnava con quella parola la chiesa verso una corrente sociale, che pur senza proclamare la lotta di classe, operava sul terreno della difesa e quindi anche occasionalmente della lotta d i classe. Quattro mesi dopo (gennaio 1919) sorgeva il partito popolare italiano, cadevano i ruderi dell'unione elettorale cattolica di gentiloniana memoria,


e cessava il non expedit; e cosi, mentre i cattolici italiani acquistavano completa libertà politica, compivano l'importantissimo atto storico di staccare ogni loro responsabilità politica dalla chiesa cattolica. Ciò non ostantè la parola cattolico, nel suo significato d i attività pubblica, non cessò di essere usata, o per identificare i popolari,' o per indicarne un movimento interno dei cattolici dissidenti e spesso conservatori, e ultimamente per ari per cui più volte 1'Osserdesignare gli e ~ - ~ o ~ o lfilo-fascisti; vatore Romano ha dovuto autorevolmente intervenire diffidando tutti dall'assumere questo nome come indice d i partito cattolico o di coalizione politica. Le ragioni dell'insistenza nell'attribuire la qualifica d i cattolici ai vari movimenti politici dei cattolici sono diverse; la prima è la seguente: i popolari affermano la ispirazione cristiana del loro programma politico; e la difesa di determinati interessi religiosi come valori perenni della società, basati sulla dottrina cattolica che essi professano. Questo nesso sostanziale, che per .i popolari rappresenta una concezione. programmatica nel libero campo politico, per gli estranei è invece confessionalismo, e quindi fenomeno religioso nella vita politica. Ad evitare ciò il partito popolare italiano fin da principio volle insistere sulla sua natura autonoma e aconfessionale. L'altra ragione è inversa; è data cioè dalla lotta, iniziata coU3avvento del fascismo, di togliere a l popolarismo qualsiasi caratteristica cristiana, credendo cosi d i ammazzare ii germe della sua ragione politica. Perciò l'on. Cornaggia e altri insistettero sulla natura cattolica della loro unione costituzionale o nazionale; e per la stessa ragione alcuni dissidenti popolari vollero chiamarsi cattolici, sempre nel campo della vita politica. Così si parlò d i unione cattolica veneziana, del partito cattolico calabrese e simili. E poichè Pio XI, riprendendo il pensiero d i Pio X, esclude questo sfruttamento politico della parola cattolico; si è voluto dagli avversari far passare l'azione cattolica come una espressione politica antitetica al popolarismo, e con un orientamento filo-fascista. Onde da alcuni mesi in qua si parla d i popolari e cattolici come d i due termini distinti messi sul medesimo piano politico. A dare una sensazione concreta e una giustificazione plausibile d i questo nuovo equivoco sulla parola ..


cattolico concorrono i . giornali quotidiani, detti tendenzialmente giornali cattolici per le loro origini anti-liberali; infatti sotto questo nome fecero la politica anti-liberale e poi clericomoderata e anti-socialista e poi filo-nazionale prima della formazione del partito popolare; e dopo questi avvenimenti, fecero una politica filo-popolare più o meno accesa, ma sempre si sono differenziati dagli altri giornali non cattolici per la franca e aperta difesa degli interessi religiosi e morali. Orbene questi giornali, che sono detti cattolici in quanto difendono la chiesa cattolica, le sue dottrine e i suoi altissimi interessi morali; quando invece fanno della politica (ed è impossibile che un giornale quotidiano non faccia della politica) non sono cattolici, ma o popolari o filo-popolari o clerico-moderati e conservatori o filo-nazionalisti e filo-fascisti o fascisti e simili. Non ho detto che possano fare della pnlitica filo-liberale, perchè non è possibile, data l'origine del giornalismo cattolico che fu antiliberale; e tali tradizioni, per quanto attenuate, influiscono i n certo modo anche oggi. Ciò nonostante, a vincere questa barriera, i giornali detti cattolici nel passato pre-popolare, quando facevano della politica, la facevano dal punto d i vista governativo, cioè: o giolittiana o salandriana o nittiana. L'azione cattolica non è una espressione politica e tanto meno una espressione antitetica al popolarismo; e se h a qualche preoccupazione di ordine che chiameremo etico civile, e se tende a difendere nei contatti con qualsiasi governo di ieri e di oggi le proprie organizzazioni, questo non assume oggi nessuna caratteristica politica, ma solo una partecipazione indiretta alle ragioni religiose della chiesa nella vita sociale. Riassumendo :

-

1. Oggi la parola cattolico va perdendo nell'uso e nella volontà della chiesa qualsiasi significato politico, e tende a classificare quelli che nell'azione esterna educativa, informativa e organizzativa, concorrono ad aiutare lo stesso ministero religioso della chiesa. Sarebbe bene che aggiungessero un aggettivo, un tempo molto più usato di ora, e si chiamassero cattolici militanti per differenziarsi, senza dispregio, da quegli altri cattolici


che professano la nostra santa religione, che anche la praticano, ma che non hanno o la volontà o la possibilità o la opportunità d i essere iscritti e d i agire pubblicamente nei ranghi dell'azione cattolica, sia maschili che femminili. E perchè lo spirito e l'impronta religiosa, quasi un pubblico terziariato fosse più sensibile, si auspica che le antiche indulgenze concesse da Pio IX alle associazioni cattoliche siano rinnovate e ampliate, e che nelle pubbliche opere d i pietà si rinfranchino sempre lo spirito i cattolici militanti.

-

2. Oltre l'organizzazione dliciale e non politica dei cattolici italiani detta « azione cattolica n, sussistono molte opere o istituti o associazioni che usano d i questo nome così alto e delicato. Alcuni, come i giornali detti cattolici, possono creare l'equivoco politico, e purtroppo anche sfruttare l'attività religiosa d i vescovi e sacerdoti (vedi il caso del Momento d i Torino) per poi passare in mano ad estranei e tentare d i fare una politica indipendente e senza rapporti di responsabilità. Secondo me la parola d i giornale cattolico non potrebbe darsi che ad organi come l'Osservatore Romano e l'Unità cattolica che dipendono dirett.amente o indirettamente dalla S. Sede, oppure ad organi dell'azione cattolica come sembra dovrebbe essere classificata L'ltnliu di Milano. Gli altri giornali, essendo prevalentemente politici ovvero operando in terreno politico, non possono comodamente invocare il titoio d i cattolico, che oggi potrebbe servire come alibi a contrabbandare qualsiasi merce politica; ma debbono declinare la loro natura e qualità politica, come prevalente dal punto di vista giornalistico, pur facendo risaltare e la loro perfetta intonazione alla dottrina cattolica e la loro libera cooperazione allo sviluppo dell'azione cattolica. Altrimenti tornerà a essere consolidato l'equivoco, che oggi giova alla polemica fascista, che cioè i cattolici sono filo-fascisti e che i popolari sono antifascisti; e ad approfondire perciò l'antitesi d i azione cattolica filo-fascista da un lato e di partito popolare antifascista dall'altro. Secondo, queste idee si potranno così individuare i vari tipi d i giornali ispirati a sentimenti cattolici: Corriere d'Italia (filo-fascista), Eco d i Bergamo (conservatore), Popolo (popolare).


-

3. Ancora un passo: il movimento sindacale bianco è detto anche cattolico. Oggi meno di ieri; però qua e là si riprende e si accentua l'uso di chiamare cattoliche le unioni del lavoro e le leghe operaie. È u n uso deplorevole, che fa confondere molte cose. Infatti esse operano sul terreno economico, a scopo di tutela di classe, ed usano anche mezzi di difesa che possono essere per sè valutati come rappresaglie (diritto allo sciopero). Ebbene, tutto ciò è fatto secondo le norme della scuola cristianosociale, ma non è fatto in nome della religione cattolica. Altrimenti dovrebbe darsi anche ai datori di lavoro cattolici il diritto di chiamarsi tali e di far la serrata sotto l'insegna cattolica. Perciò anche oggi si sconsiglia la ripresa di questo uso, che crea confusione, è inadatto, dà luogo ad enormi equivoci e crea responsabilità religiose indesiderabili. Molto di più è a dirsi nel campo economico. Purtroppo ormai le banche che si chiamano cattoliche sono diverse, hanno una ditta accreditata ed una tradizione; è difficile cambiar quel nome di punto in bianco. Ma sarebbe desiderabile che da oggi in poi chiunque voglia istituire banche, casse, cooperative, aziende commerciali si astenga da tale uso. Non c'è più la ragione di difesa morale ed anche politica, che li fece chiamare così da cinquant'anni a ieri. Per giunta alcune dolorose esperienze hanno provato che non tutte le istituzioni tra cattolici hanno mantenuto quell'assenza di affarismo e quella sicurezza morale, che deve caratterizzare il cattolico anche quando fa la eticamente difficile professione del banchiere; per cui la parola cattolica, ché si legge nell'intestazione della banca e che suole essere un mezzo di accreditamento finanziario, si è risolta in grave iattura non solo economica per i creditori, ma anche morale per la chiesa. Perciò non si può approvare la rivendicazione delle sue tradizioni cattoliche e cristiane fatta in un recente comunicato del banco di Roma'; infatti il banco di Roma è stato salvato due volte dalle sue non liete speciilazioni, le quali non sono state fatte certo in nome della religione cattolica e dello spirito cristiano. 4. Restano altre iniziative locali che si chiamano cattoliche, dal tipo commerciale al tipo di cultura. Le uniche che abbiano diritto a chiamarsi così, oltre le opere strettamente


religiose, sono le scuole confessionali e le opere di beneficenza, d i assistenza e d i cultura: perchè il loro oggetto è prevalentemente morale e legato alle tradizioni pie e di educazione della chiesa cattolica. Per tutte le altre che non siano veramente religiose o di azione cattolica sarebbe bene che .l'uso fosse talmente discreto da essere quasi completamente eliminato. (dal Popolo Nuovo di Roma, 21 ottobre 1923, sotto forma di intervista).

VIII.

POLITICA u CATTOLICA

-

1. L'intervista pubblicata dal Popolo Nuovo di Roma SU L'uso e l'abuso della parola « cattolico (*), ha avuto un seguito polemico, che non interessa rilevare, tranne per una battuta, che ha ancora una base non indifferente nella tradizione del secolo passato; cioè la concezione di una politica u cattolica )).La battuta può riassumersi in questi termini: « i giornali cattolici indipendentemente dalla politica contingente dei partiti fanno una politica cattolica; e del resto anche l'azione cattolica fa una politica; e la sua è una politica cattolica D. È ciò esattu? rispimde ad una realtà? Occorre anzitutto chiarire la portata e il significato della parola politica: essa @ arte d i governo, sistema dello sviluppo della società, attività d i partiti, risultante statale delle forze sociali: e può riferirsi ai vari rami dell'organamento e dell'azione pubblica, per cui si dice esservi una politica estera, o interna, finanziaria o economica, scolastica o ecclesiastica, militare o agraria, e così via. Sotto queste categorie non trovo possa dirsi che vi sia una politica cattolica, ma una politica che si ispiri ai principi etici del cattolicesimo e una politica ecclesiastica che rispetti i diritti cattolici; fuori di questi tcrmini, una affermazione diversa porterebbe a d una confusione che non gioverebbe nè al cattolicesimo nè alla politica. (*) Vedi paragrafo precedente, pag. 186.

13

- SrnBzo

- I1 partito

popolare italiano

-

11.


Ma poichè la frase « politica cattolica D sussiste e non è stata inventata oggi, è bene che sia chiarita nella sua portata. A parte il significato di politica di un partito cattolico, significato oggi superato quasi dappertutto, il pensiero che vi possa essere un'azione dei cattolici, per la difesa dei principi religiosi ed etici, che più che patrimonio di partiti politici, vecchi o recenti, è tradizionale patrimonio della coscienza religiosa e cattolica, non è fuori della realtà, anzi risponde ad un bisogno sentito nella società moderna. Questa difesa non prende per sè la caratteristica politica, nè la insegna di partito, che è quella direttamente efficace nella vita costituzionale, in quanto il partito è partecipe diretto del pubblico potere, ma è invece un'azione informativa, persuasiva, di resistenza morale e, occorrendo, d i protesta; ed è emanazione della stessa autorità religiosa che si muove e che opera pell'ambito della sua gelosa competenza. Un esempio vivo e ancora efficace è la questione culturale in Francia. Rotto il concordato e applicate le leggi laiche, la chiesa di Roma protestò; l'episcopato francese e i cattolici si opposero all'attuazione dei provvedimenti, con i mezzi legali e con la resistenza passiva, e fecero appello ai pubblici rappresentanti d i ogni partito. La lotta dura da circa un ventennio, con le varie sue fasi; la guerra e l'union sacrée hanno agevolato la ripresa dei rapporti diretti fra il governo francese e la Santa Sede, ed è già matura la regolamentazione delle associazioni di culto (*). Altra questione grave che turba la coscienza cattolica di tutto il mondo, è quella dei rapporti fra lo stato italiano e la chiesa nei riguardi della libertà del papato; sono cinpuantaquattro anni che una soluzione s'invoca e si studia, e, sia pure insensibilmente, molte difficoltà sono state superate e m d t o cammino si è fatto. Ora questi argomenti, se si guardano nei rapporti diretti f r a stato e chiesa, entrano nell'ambito della politica ecclesiastica ; se si guardano nella ripercussione di un'azione esterna e distinta dai due poteri, che investe la coscienza pubblica, sono indicati (*) Con il recente atto della S. Sede la solnzione preparata a n i il suo pratico esperimento. (Nota alla 1' edizione, 1924).


come problemi cattolici, verso i quali i partiti politici orientano la loro azione. È cura dei cattolici illuminare il pubblico, difendere le ragioni religiose, dare i loro consensi morali e seguire le diretiive della chiesa stessa, che ne è la principale responsabile. Guai a convertire questi argomenti delicati in dibattito politico e, peggio, guai a costruire dei partiti su questi elementi religiosi; si falserebbe la portata dei problemi, e si creerebbe una forza politica alla dipendenza della chiesa, cioè si porterebbe la chiesa al livello dei partiti. Se da questi esempi tipici si passa agli altri punti, che nel secolo XIX hanno formato argomento di preoccupazione religiosa, come il divorzio e la scuola laica, si vedrà come sia identica la posizione e analogo il risultato; che, cioè, questi problemi, in quanto impongono una valutazione di ordine religioso, sorpassano le ragioni politiche dei partiti, e si adergono a problemi sostanzialmente etico-religiosi, alla cui soluzione è principalmente interessata la chiesa, che ha diritto di rivolgersi a governanti e governati per la soluzione rispondente alla fede e alla morale che essa rappresenta. . E se in uno stato vi sono cattolici non solo isolati ma riuniti in associazioni di propaganda e di azione, che difendono i principi religiosi, essi, con u n risultato tanto più sensibile quanto più fortemente organizzati, non fanno che seguire quell'azione che la chiesa svolge nel campo dell'influenza morale, ma sviluppano un'attività religiosa, informano la pubblica opinione e ridestano nella coscienza d i molti i problemi della vita collettiva nei suoi aspetti etici e nelle sue ragioni di fede. Quest'azione è impropriamente detta politica, come si potrebbe dire politica ogni attività culturale, intellettiva, scoIastica, morale, che tende ad influenzare l'opinione pubblica e ad ambientare l'azione cattolica che ne dipende, non sboccano i n un'attività politica, ma restano nel proprio campo d j influenza morale e d i difesa religiosa. Ci sboccano invece i partiti, che lottano nel campo costituzionale e che. realizzano nella vita pubblica le idee che fermentano nel paese. Sta ai centri di idee e d i sentimenti d i sapere e potere influire efficacemente a mezzo dello studio, della scuola, della ~ropagandae della stampa a che gli uomini politici ed i partiti siano orientati verso il pen-


siero cattolico e ne sentano tutta l'importanza. I1 chiamare politica questa azione superiore, eminentemente spirituale, può essere una figura retorica, ma d i quelle figure che impiccioliscono, limitano, travisano un contenuto diverso e sotto vari aspetti di ordine superiore.

-

2. Passando da questa considerazione teorica a quella pratica, cioè dall'attività corrispondente ai postulati d i ordine morale e religioso, i cattolici nei vari paesi europei hanno seguito diverse vie, secondo le loro tradizioni, le condizioni d i ambiente, le strutture economiche, i dibattiti morali, le divisioni confessionali. Ma poichè i fenomeni sostanziali d i ordine politico e morale sono stati il liberalismo e il socialismo, il primo trionfante nella borghesia industriale e agraria, e il secondo in lotta d i conquista da parte del proletariato, tutte le correnti politiche dei cattolici nella metà del secolo scorso e in questo quarto d i secolo si sono sviluppate nella difesa dell'idea religiosa nella società, contro la laicizzazione dello stato e quindi degli istituti cattolici che lo stato mano mano prendeva di mira o per distruggerli o per asservirli o per sfruttarli a vantaggio dei dominatori; e nella tutela delle esigenze morali e materiali delle classi lavoratrici, che il liberalismo prima ignorò e poi temette. Così si sono andate svolgendo le correnti intellettuali e politiche dei cristiano-sociali o dei cattolici-sociali o dei democratici-sociali o dei democrtitici-cristiani e infine dei popolari; superando con lungo lavorio d i formazione ideale e d i organamento politico, quelle correnti conservatrici, che in nome della religione prima vollero negare la partecipazione allo stato liberale, poi si opposero alla concezione democratica cristiana, legarono spesso l'attività cattolica a determinati regimi, temettero a volta a volta infiltrazioni liberali e socialistoidi, e tentarono in ogni tempo di limitare qualsiasi attività pubblica di cattolici alla pura difesa religiosa e alla conservazione dello stato politico ed economico del presente, di qualunque presente. Furono gli antidinamici, che fecero sempre appello ad una politica conservatrice, detta da loro anche cattolica, in confronto ai dinamici che perseguono l'idea di una politica sociale detta anche democratica-cristiana.

'


Oggi là dove le correnti cattoliche sono cristallizzate in partiti politici, la sostanza programmatica e lo spirito prevalente è democratico. Dal Belgio all'olanda, dalla Germania all'Austria ed Ungheria, dall'Italia a i paesi della piccola intesa, alla Polonia e alla Lituania, e anche con tenui inizi alla Spagna, sono tutti partiti a base democratica, con programmi consimili, come un prodotto politico d i una elaborazione d i pensiero e d i coscienza che ha fonte e ragioni morali ed economiche pressochè identiche. E in Francia, dove per le lotte fra le due correnti cattoliche di repubblicani e di monarchici, non superate dal ralliement e sboccate nella lotta anticlericale, non potè formarsi un partito unitario, la corrente morale e intellettuale più autorevole e più cosciente dei cattolici è. quella sociale, per quanto non abbia potuto sottrarsi alle esagerazioni nazionaliste della guerra e del dopo-guerra. Questi fatti storici, imponenti nella vita europea, hanno superato e in sè e nella considerazione esterna la concezione detta clericale, cioè d i raggruppamenti personali d i laici e d ecclesiastici, i quali, a l di fuori della diretta responsabilità politica e di partito e della partecipazione alla vita dello stato, assumevano come proprio compito la difesa cattolica, in compenso dei buoni servizi elettorali resi a l governo, a qualunque governo, e insieme in compenso dell'appoggio religioso alle classi dirigenti. Per conseguenza è stata superata nei fatti quella specie d i monopolio morale e politico che tali nuclei cattolici credevano d i avere, anche per l'appoggio che loro veniva allora dall'autorità ecclesiastica locale, perchè isolata e avversata dai liberali e democratici; onde avveniva non di rado che nella pubblica opinione erroneamente si accomunavano gli interessi religiosi come legati indissolubilmente o a dinastia e regimi già caduti o a l parassitismo bancario o a l conservatorismo agrario C industriale, compromettendo così la stessa causa che essi difendevano, non raramente con nobiltà e con convinzione, I1 terreno quindi naturale dell'esercizio politico, dalla tribuna -parlamentare a l banco di ministro, dalla stampa alla libera voce del comizio e del voto elettorale, doveva assumere anche per i cattolici l'intera sintesi degli interessi civili e sociali della uazione, ove si inquadravano quelli religiosi, non come ele-


mento d i compromesso o di mercato (Gesù cacciò i mercanti dal Tempio) ma come elemento vitale efficiente integrante la stessa struttura della società, e come forza e diritto vivente entro l'ambito dello stato. La diuturna astensione dei cattolici italiani dalla pqlitica fece vedere e sentire, tanto a noi che ai diversi partiti, che un vuoto reale e incolmabile vi era nella nostra vita pubblica, vuoto che il partito popolare italiano ebbe la sorte di poter colmare chiudendo oltre mezzo secolo d i divorzio. Ma questo esperimento, anzi questa lunga vigilia, che i cattolici italiani seppero con fede e con serena coscienza vivere per tanto tempo, produsse, in mezzo ai molti inconvenienti, due beni: - ci fece superare la concezione clericale senza un diretto esperimento, nel quale si sarebbero deviate molte forze nostre, con danno della chiesa e della patria; - si sviluppò la concezione sociale della politica dei cattolici, come fondamentale alla iormazione d i un partito politico, e ci fece porre come centro della nostra sintcsi politica il problema dello stato, in opposizione alla tesi liberale ed a quella socialista. Gli altri partiti poi, operanti in Italia dal risorgimento al 1919, sentirono sempre il vuoto e l'assenza di un'attività dei cattolici nella vita pubblica, perchè tale assenza indicava i n forma visibile e permanente il dissidio fra chiesa e stato, che essi non potevano nè moralmente nè politicamente risolvere, senza che i cattolici partecipassero da cittadini eguali agli altri alla vita del paese. Per queste ragioni nel partito popolare italiano conversero altre forze, oltre quelle dei cattolici sociali (che ne furono il nucleo centrale e più fattivo); e il partito assunse una manifesta e ben combattiva caratteristica autonoma e democratica, e diede alla sua politica un carattere sintetico, dalla inanziaria a quella economica, dalla internazionale a quella scolastica, ispirandosi a principi cristiani, ma escludendo in sè una qualsiasi figura o posa di essere un rappresentante diretto d i interessi cattolici o dell'organizzazione della chiesa; non volendo per ciò assumere il molo di partito cattolico o clericale. I1 partito popolare così rese il miglior servizio alla chiesa, quando portò le masse cattoliche a partecipare alla vita della


nazione, e separò dalla propria responsabilità la chiesa; la quale, al disopra della politica militante, guida le coscienze d i tutti i fedeli senza distinzione d i parte.

-

3. Oggi d i fronte alle correnti nazionaliste dell'Europa vinta e dell'Europa vincitrice (meno l'Inghilterra) sembra ad alcuni che le correnti liberali e socialiste (dalle quali si sono sviluppate le democrazie dell'ante-guerra) siano superate o stiano quasi per essere superate ;e che quindi gli stessi partiti democratici cristiani e popolari o cristiano-sociali debbano rivedere le loro posizioni e subir l'influsso nazionalista, sotto il quale influsso la stessa corrente d i pensiero cattolico tende a modificarsi ed evolversi. Infatti, i tentativi di far aderire lo spirito ed il pensiero religioso del nostro secolo alle esasperazioni nazionaliste non sono da oggi; tutta la politica dell'dction Francaise mira a nazionalizzare la religione ed ipotecarla ai fini statali; e i nazionalisti italiani, pur nell'ambiente scettico della nostra borghesia pseudo-intellettuale, 'han tentato d i rifar la copia dell'indirizzo francese. I1 fascismo nella sua improvvisazione, e più che altro nell'atteggiamento ultimo d i Mussolini, deputato e presidente del consiglio, passò rapidamente e senza mezzi termini dall'anticiericalismo demagogico al clericaiismo nazionalista. Per questo la sua non può dirsi una reazione di governo alla tradizione laica dello stato, fatta d i avversione e d i d a d e n z a alla chiesa; perchè l'ultimo vero atto d i spirito anticlericale del governo italiano fu l'art. 15 del patto d i Londra (Sonnino e Salandra, 1915); dopo d i che tutti i governi italiani, pur senza il gesto d i Mussolini, cercarono d i avvicinare la chiesa ed evitarono contrasti ed offese; e sono noti sia i propositi d i Nitti per una soluzione della questione romana, sia la funzione del barone Monti quale ambasciatore segreto fra il mondo laico e quello ecclesiastico. Mussolini ha fatto d i più e di meglio, ha affrontato il problema dell'insegnamento religioso, vero colpo di jondo per il significato politico dell'atto. Ed ha fatto bene. Però l'equivoco, che turba molti, consiste nella concezione centrale e mitica della nazione-idea, della nazione-etica, della nazione-divinità; a questo mito si sacrifica tanto la libertà dell'individuo


,

che la libertà della chiesa: la minaccia più grave è l a pretesa del fascismo di monopolizzare l'azione educativa, dai balilla alla scuola, dai fasci all'associazione combattenti, alla quale azione si vuole che il sacerdote dia il prestigio religioso, non il pensiero e la pratica del cristianesimo. I1 centro di questo orientamento è il nazionalismo come etica e dogma. È questo un fenomeno della guerra, che si protrae nel dopo-guerra, e fa concepire la religione (sacrificio e purezza, amore e fraternità) come semplice servizio, non delle anime, ma della nazione, che ieri combatteva i n trincea e oggi combatte all'interno. Nè durante la guerra nè dopo la guerra, la borghesia ieri anticlericale e oggi cattolicheggiante, ha compreso la vera missione della chiesa e le ragioni spirituali del suo contegno; per essi l a chiesa è uno strumento d i dominio e d i conservazione. 11 fenomeno è interessante nei popoli vinti; i n alcuni il ciclo anticlericale non è superato (Jugoslavia e Cecoslovacchia); e vi prevale la diffidenza verso la chiesa cattolica, specialmente dell'elemento nazionalista; in altri come in Germania, i reazionari, gli agrari, i nazionalisti, se sono protestanti, accusano il cattolicesimo di indebolire la Germania con le teorie sociali del centro, e celebrano la teoria della violenza, alla quale attraggono la stessa borghesia cattolica e i piccoli proprietari agrari. Questo fenomeno è anche sensibile in Ungheria e in Austria, benchè i n questi due paesi - essendo la direttiva del potere i n mano ai cristiano-sociali, e facendo essi una politica di difesa dal bolscevismo e dal socialismo e d i rivalutazione dei loro stati - vengano abbastanza fronteggiate le avversioni dei nazionalisti. Nella sostanza le correnti sociali dei cattolici guardano con diffidenza e con ostilità i nazionalismi di prima e d i dopo la guerra; sia quelli teorici che quelli pratici. Mentre i conservatori cattolici - i quali mai poterono costituire un partito politico per sè stante, ma vissero sempre parassiti di altro partito, e diedero alternativamente forza alle correnti più moderate di ogni partito dominante - oggi si avvicinano a l nazionalismo, come ad una corrente reattiva alle esagerazioni socialiste ed alle teorie democratiche e popolari. I1 duello in tutte le nazioni europee è oggi impegnato fra


l a democrazia ed il nazionalismo; questo il perno della politica, d i ogni politica. I1 vecchio cliché anticlericale servirà ancora per qualche tempo alle democrazie laiche od a l socialismo ateo; mentre d i contro il nazionalismo (sia o no fascista) ed i l conservatorismo tenteranno di soffocare la chiesa e i suoi istituti tra il favore insidioso, la minaccia protettiva e la sopraffazione cortese. Ma la politica non sarà nè anticlericale nè clericale; sarà pro o contro la libertà, pro o contro la rappresentanza popolare, pro o contro le leggi sociali, pro o contro il protezionismo economico, pro o contro l'interventismo statale, pro o contro la concezione internazionale. I n questa sfera politica d i attualità saranno rivalutate dalle due correnti l e questioni religiose ed i rapporti fra chiesa e stato. I partiti democratici-cristiani o dei cattolici-sociali o dei popolari contribuiranno validamente, per la posizione da loro acquisita in Europa, a che le democrazie si svincolino dalle tradizioni anticlericali, ed i nazionalismi superino i tornacontismi 'clericali. Ma sarà necessario sempre, che tutti, anche le persone animate dalla più schietta e sincera disciplina verso la chiesa, sappiano scindere quella che è la difesa morale e religiosa - che ogni cattolico, qual che sia i l suo partito, e anche fuori d i qualsiasi partito, può e,deve fare, nella stampa, nella scuola, nella tribuna politica, nella organizzazione sociale - da quella che è la politica, nel vero e generale senso della parola, sia essa politica ecclesiastica (rapporti fra la chiesa e lo stato) sia essa politica integrale, cioè la vita e le ragioni sostanziali dello stato e della società civile. Nella quale, tanto stando a l di fuori che lottando dentro i partiti, ciascun cattolico non può non volere e non contribuire a che gli istituti pubblici e le leggi, non solo si ispirino a l rispetto religioso, ma rispecchino tutto il contenuto sostanziale della nostra civiltà, che è insieme latina e cattolica. (da La Rassegna Nazionale di Roma, ottobre 1923).


CAPITOLO SETTIMO NAZIONALISMO E FASCISMO

La parola u nazionalismo D, come tutte quelle che hanno I'ismo per desinenza ( e se ne creano ogni giorno tante) sta ad indicare un sistema teorico e pratico che poggia sulla ragiope di nazione o di nazionalità. Però è spesso usata per vari significati, e riferita a questioni diverse e vive nei popoli europei, tanto che non fa meraviglia se nelle risposte pubblicate fin oggi nell'inchiesta promossa dalla rivista Les Lettres di Parigi si trovino giudizi contraddittori, sì da definire il nazionalismo- un'eresia, o affermare che il nazionalismo è corrente di idee così buone che può essere appoggiato e sostenuto dai cattolici. Sarà bene precisare i significati, che con maggiore o minor esattezza vengono attribuiti alla parola nazionalismo, perchè, eliminati o chiariti quelli non completi o equivoci, si possa fare l'analisi chiara e obiettiva di quel nazionalismo che risponde alla concezione politica oggi prevalente.

1. I1 principio d i nazionalità affermato come elemento giuridico e storico per la costituzione di nazioni in stati autonomi è detto nazionalismo: alcuni, per distinguerlo da ogni altro sistema e togliere ogni anfibologia, hanno inventato la parola nazionalismo, la quale però non h a molto corso. I n questo senso è meglio usare la frase a principio d i nazionalità n ; infatti questo non è un sistema politico o filosofico, ma solo un prin-


cipio giuridico pubblico, i n quanto indica una potenzialità a costituire lo stato sulla base della nazionalità. Tale diritto si realizza nel processo storico e dal campo astratto o potenziale passa al campo della realtà, quindi anche della attuazione legittima, quando le condizioni politiche ed economiche sono mature per la possibilità della creazione dello stato nazionale. Esempio: lo stato irlandese ; vi è il fondamento giuridico e storico; i l processo di realizzazione è maturato, attraverso moltissime crisi, in coridizioni possibili per l'esistenza. Altro esempio: lo stato armeno; il fondamento giuridico esiste, ma il processo di realizzazione è arrestato, perchè le condizioni non sono state nè sono oggi favorevoli alla sua esistenza. Mentre sul principio di nazionalità in astratto oggi non si discute più, nei casi concreti si può e si deve discutere sul fondamento giuridico, sulle ragieui storiche, sulla pcssibiliti politica ed economica; e trarne le conseguenze sia della legittimità sia della convenienza. Perciò ogni questione di nazionalità può divenire nel fatto una tendenza, che affermi o neghi, che lotti e che tenga desti i sentimenti e il culto delle nazionalità oppresse o mortificate. I n questo senso ogni nazionalismo o nazionalmilitarismo ha i l suo significato e la sua portata particolare secondo le diverse condizioni dei vari popoli. Sempre innestate sul principio di nazionalità in ogni paese altre questioni danno luogo a correnti, tendenze e aspirazioni d i carattere nazionale. Tali sono le questioni connesse a l compimento deilhnità nazionale, ia riunione in u n solo stato dei popoli della stessa razza che abbiano continuità o quasi continuità geografica. Le correnti politiche che nel secolo XIX hanno meglio alimentate queste aspirazioni si sono chiamate irredentiste, cioè aventi lo scopo d i redimere i popoli £ratelli dal servaggio straniero. Ciò ha per fondamento giuridico il principio d i nazionalità; ma i casi particolari possono anche fondarsi su tradizioni e diritti storici. Tali diritti sono limitati o corretti da trattati, convenzioni e intese fra stati che formano elemento notevole nel diritto pubblico. Così per l'Italia possono riguardarsi i casi di Malta, Corsica e Nizza. Ma le tendenze nazionali, superando la valutazione del di204


ritto positivo, restano come sentimento del quale si alimentano i popoli più che i partiti politici. Valga ad esempio il caso dell'Alsazia e ,Lorena per la Francia e di Trento e Trieste per l'Italia. I1 fondamento giuridico e storico di tali sentimenti nazionali non può essere generalizzato nè valutato in assoluto, perchè i processi storici, sovrapponendo e confondendo le razze, rendon difficile o quasi impossibile presso certi popoli la formazione mono-etnica degli stati; infatti si arriverebbe così ad una polverizzazione in staterelli che non potrebbero svolgere una sufficiente vita politica ed economica, e lo smembramento danneggerebbe la consistenza degli stati già formati; ad esempio la Ceco-Slovacchia che ha quattro milioni di tedeschi, la Polonia che ha circa quattro milioni di ucraini della Galizia occidentale. Nei due casi tedeschi ed ucraini sono degl'irredenti, e formano delle correnti nazionali allo stesso modo che i tedeschi dell'Alto Adige uniti all'Italia; ma la geografia politica h a suoi diritti, i quali spesso si basano su fondamenti positivi d i diritto e di fatto in contrasto con quelli puramente etnici e nazionali. Sempre d i questo genere di nazionalismo o nazionalmilitarisr;it: :GLI:) ie 6,:icstioni che si sollevano fra popoli diversi uniti i n uno stesso stato, i quali senza volersi scindere, anzi confermando la necessità e l'utilità di stare aderenti allo stato unitario o federale, intendono far valere i diversi diritti d i razza, d i lingua, di religione, d i cultura. Così i nazionalisti maltesi, senza essere irredentisti, sostengono e difendono l'uso -e l'insegnamento della lingua italiana; così i nazionalisti fiamminghi difendono i loro diritti di cultura nella università, certo senza volere scindere il Belgio. Anche gli slovacchi non tendono ad unirsi con l'Ungheria, ma fanno questioni di autonomia, in confronto ai cechi. Queste questioni creano lotte politiche e di fazioni fra i nazionalismi delle diverse razze conviventi, fin che si arriva o all'equilibrio e a l rispetto reciproco, cosa molto d S c i l e , o alla tolleranza legale, ovvero alla sopraffazione della razza predominante. Da questa ultima fase si sviluppano gl'irredentismi e


gli autonomismi che durano secoli e maturano i rivolgimenti degli stati. I n tutti i casi sopraccennati la parola nazionalismo 2 usata i n u n significato derivante dal principio d i nazionalità, senza includere o escludere altri signifiSati di sistema politico o di concezione di partito o d i teoria generale dell'ordinamento nazionale o internazionale degli stati.

-

2. Ma alcuni intendono per nazionalismo anche il sentimento patriottico, nella sua espressione più viva o più vivace; è u n po' una figura retorica ( e nel caso la retorica abbonda) ma ha il suo addentellato figurativo in due elementi: nel fatto che nazione e patria oggi spesso si identificano, almeno in confronto agli stranieri; e nel fatto che le varie questioni di nazionalità o di espansione e valorizzazione nazionale sono più seutite e perciò danno i1 tono slle correnti patriottiche. Questo ultimo fatto in altro periodo, quando per esempio esser liberale voleva dire anche esser patriota, non avrebbe avuto molta efficacia; invece ne ha avuta, perchè nell'ultimo periodo prebellico le classi democratiche dominanti avevano messo in non cale molte delle attività che giovano allo sviluppo delle sane energie nazionali. Comunque sia: la confusione dei termini: « nazionalismo e patriottismo » crea degli equivoci; l'amore di patria che genera il patriottismo è come l'amore della famiglia; il sentimento di amore, se concorda con i valori etici della famiglia, è ordinato, sincero, profondo e r i s p ~ n d ea b c ~ ;cma se vi contraddice è difettoso e disordinato. L'amor d i patria non è monopolio di nessun partito e d i nessuna corrente; nè la valutazione diversa dei mezzi atti al maggior bene della patria o dei sistemi meglio rispondenti alla organizzazione sociale e politica di una nazione dipende da maggiore o minore amore di patria; ma è originata da ragioni, da sentimenti e da interessi che diversamente appresi, diversamente fanno operare, pur nel comune intento di servire la patria. Dove però I'amor d i patria h a una riprova, in confronto a tutti i partiti e alle diverse correnti di vita pubblica, si è nell'esercizio volonteroso della disciplina patria quando, superata la verità delle opinioni, una legittima deci-


sione degli organi supremi impone a tutti moralmente più che coattivamente una linea di condotta: allora i1 sacrificio della opinione personale vale quanto il sacrificio della propria attività o della propria vita, per una solidarietà patriottica che diviene nel fatto cooperazione ordinata delle singole forze operanti nell'organismo dello stato. Non è men patriota chi reputa errata la politica di PoincoriÈ. d i quegli che la reputa buona; nè è men patriota chi crede che la repubblicana sia per la Francia la forma piu adatta di governo, d i colui che crede lo sia invece la monarchica. Però la disciplina patriottica imporrà dei limiti tanto agli antipoincaristi quanto ai monarchici, perchè all'interno e all'esterno la compagine dello stato francese mantenga la sua efficienza e svilÙppi i suoi valori a vantaggio di tutti. Per la medesima ragione non vi può essere confusione fra patriottismo e nazionalismo neppure in quegli stati dove si combatte o si lotta per una causa nazionale determinata. Non sono più patrioti i fiamminghi dei valloni che combattono nel Belgio attorno all'università di Gand, nè più patrioti i sinnenfeiners dei nazionalisti legalitari irlandesi; nè più patrioti i bavaresi dei prussiani. Che se questa larghezza di giudizii e di valutazione ai usa in paesi dove le questioni concrete di nazionalità accendono gli animi e le speranze, che dire di quei paesi dove le divergeoze sono basate semplicemente su sistemi e criteri d i direttiva politica generale? Al disopra dunque di sterili recriminazioni di patriottismo più o meno fervente, che può cadere nel patriottardismo, sua degenerazione, occorre che siano bene valutati i mezzi e i sistemi con i quali si sviluppano le forze morali ed economiche di ogni singolo paese, e le ragioni collettive dei popoli e le tendenze e le azioni dei vari partiti se rispondono o no alle leggi morali dell'umanità.

-

3. Sgombrato così il terreno di significati o storici e locali o figurati o comunque parziali e incompleti, vediamo d i precisare la vera portata della parola nazionalismo. Questa è oggi


usata, più che altro, per indicare un determinato sistema politico basato sulla valorizzazione dell'idea di nazione ch,e crea una corrente nella vita pubblica e determina la formazione d i un partito politico detto « nazionalista D. Così guardato il nazionalismo non è un semplice sentimento che si tradvce in amore alla nazione, come il liberalismo non era' u n semplice sentimento che si traduceva in amore alla libertà; ma un prodotto storico-sintetico, che della nazione fa centro e fondamento del sistema, come il liberalismo del secolo XIX fece centro e fondamento del sistema la libertà. A sentire i profeti del nazionalismo di qua e di là delle Alpi, la nazione è per essi un'entità etica, spirituale, vivente; la nazione è il tutto, il p a n ; la nazione è più che la ragion di stato, l'assoluto. I1 monarchismo deificò il re. I1 liberalismo deificò l'individuo. La demnrraxia deifich il popolo. I1 sindacalismo deificò la classe. I1 socialismo di stato deificò lo stato. I1 nazionalismo deifica la nazione. L'apostasia religiosa e il pervertimento morale nel campo della vita collettiva, accentuano le forme dell'egocent~ismo politico, trasferendo i l concetto dell'assoluto nella forza o nell'organismo che è predominante e a l quale viene attribuito il carattere d i primo-etico e insieme di primo-politico; in quanto si cerca i n esso l'origine della legge morale (vincolo interno di coscienza) e l'origine dell'autorità (vincilo sociale pubblico). La loira fra il principio uionarcliico e 17individiia!e generò la democrazia liberale atomistica; la necessità di superare l'alomismo liberale sviluppò il sindacalismo di classe e il centralismo di stato; la debolezza delle democrazie sindacali e sociali di stato dà luogo alle reazioni conservatrici e nazionaliste. Questo processo logico e storico, che ha determinato i grandi duelli del secolo XIX fra monarchismo e liberalismo e socialismo, e che oggi inizia il duello fra democrazia e nazionalismo (fase presente di un unico problema), questo processo è reso tragico, quasi un fato, dalla ricerca dell'assoluto; nessuno ha trovato nella concreta realtà l a formula dell'assoluto, da quando Luigi XIV disse u Zo stato son io n, a quando fu adorata a Parigi sugli altari


la dea ragione, e poi i comunardi abbatterono la colonna d i Vendome e infine il prussianismo alla Treitschke creò l'impero germanico panteista. Anche i nazionalisti cercano la formula dell'assoluto, e la cercano contro il principio d i sovranità popolare e contro quello di libertà, nella nazione intesa come u n complesso finalistico assoluto, cui subordinano individuo popolo e stato, confondendoli in una valutazione panica o meglio panteista. Ma che cosa è mai i n realtà la nazione? Essa è fondamentalmente una unità etnica e storica, che può coincidere con lo stato e può non coincidere, poichè lo stato come organismo politico può essere costituito da una sola popolazione o da parte della popolazione etnicamente una, oppure da varie popolazioni riunite entro una unità territoriale e politica. L'organismo vivente e operante è lo stato in quanto esso è la società organizzata e legittima. La Svizzera è uno stato poli-etnico, come era l'Austria, come la Ceco-Slovacchia e la Iugoslavia; mentre la Francia e l'Italia, pur con qualche alterazione, sono vere unità etniche e storiche e i loro stati coincidono con la nazione. Una entità nazionale come organismo vivente e operante finalistico al disopra dello stato non risponde a realtà. I problemi di irredentismo e d i nazionalità debbono essere guardati, dal punto d i vista storico, giuridico, economico e politico, come ogni altro problema d i carattere contingente, ordinato allo sviluppo morale e materiale dei popoli, e non come prevalente ed assoluto. Perchè altrimenti, esasperando tutti gli egoismi nazionalisti dei vari popoli, non può che crearsi un contrasto permanente e insanabile fra gli stati; e l'Europa che per millenni è stato il terreno della maggiore esperienza dei popoli e del maggiore sviluppo d i civiltà, cioè d i storia, e quindi del maggiot contatto e commistione di razze e selezione di forze, diverrebbe sempre più terreno acceso d i contese e di lotte anticivili e antistoriche in nome d i un diritto che farebbe delle nazioni moderne quel che il medioevo iaceva delle città e dei castelli feudali, il campo trincerato permanente di lotte guerresche ed economiche. I1 concetto d i nazione come valore storico e morale degli stati moderni è sorto con la formazione teorica dello stato moderno, ed in sostanza è un prodotto del concetto di libertà e

14

- Szcnzo

- Il

209 partito popolare italiano

-

11.


di democrazia, nel superamento del concetto di regno assoluto e di dinastia dominante; e la ragion d'essere del concetto d i nazione è nell'affratellamento dei popoli della stessa razza e della stessa storia e nella liberazione da ogni altra servitù. Questo concetto, molto prima del sorgere del nazionalismo come sistema e come partito, alimentò le aspirazioni italiane, greche, polacche, irlandesi e armene a redimersi dal servaggio straniero; e diede coscienza e forza alle colonie del sud e del nord America p e r divenire libere ed indipendenti. La teoria ed il sistema nazionalista porta un capovolgimento d i valori morali, sì da negare I'affratellamento e la libertà dei popoli, per esaltare l'idea di nazione che diviene u n bene per sè stante, e quindi un idolo. E poichè la realtà concreta sarebbe proprio la lotta permanente fra tutti i nazionalismi, contrastanti e rivali, gli stessi nazionalisti ne sentono tutta l a crudezza e la fallacia delle conseguenze, e ricorrono ( i nazionalisti delle grandi nazioni, non quelli delle piccole nazioni) alla teoria dinamica. Cioè: che la propria nazione, coincida o no con lo stato, deve sviluppare la propria potenza, sì da ottenere sulle altre nazioni il predominio economico e politico; e che a questo fine, come termine assoluto sempre in progresso, devono convergere tutte le forze sociali, dalle materiali alle culturali e alle religiose. È questo l'imperialismo teorizzato attraverso l'egocentrismo nazionale; per arrivare al predominio di un popolo e alla soggezione o servitù degli altri, entro la sfera d'azione e d i influenza dei popoli in lotta. Questa tendenza mostra anzitutto come nel nazionalismo manchi una teoria umana, universale, uguale per tutti, quali le teorie ispirate alla civiltà cristiana; ma come invece esso si basi su principi egoistici e particolari, prassi e non dottrina, forza e non morale, predominio e non diritto. Per poter trovare un principio teorico, su cui appoggiarsi ( e gli uomini han bisogno d i questi puntelli) il nazionalismo ha ripreso il principio, ebraico e tedesco, del popolo eletto; cioè quel popolo che ha per le sue qualità, le sue ricchezze e le sue tradizioni la possibilità ( e quindi il diritto!) d i comandare agli altri popoli. Come nella società statale, per ragioni di cultura, d i ricchezza, d i tradizione si forma la classe dirigente, la quale di


fatto diviene la detentrice del potere, la responsabile dell'indirizzo della vita pubblica, la altrice delle forze vive e la sintesi delle aspirazioni generali; così fra i popoli, divisi in nazioni e organizzati in stati politici, predominano quelli che per condizioni geografiche, per virtù d i razza, per evoluzioni storiche, per condizioni economiche divengono di fatto gli stati egemonici e gli imperi d i dominio. I1 fatto crea il diritto (passaggio rapido); così dominarono Roma, Bisanzio, Venezia, Costantinopoli, Madrid, Vienna, Pietroburgo, Parigi, Londra, Berlino. L'impero effettivo d i questi centri non è semplicemente territoriale e politico, ma economico, mercantile, coloniale, secondo gli sviluppi e le ragioni potenziali degli stati dominanti. Attorno a questo fenomeno, che la storia ripete per la naturale tendenza umana a superare i confini propri, a espandersi, e formare nuovi centri di vita; il nazionalismo crea una teoria antistorica e antiumana, in quanto da una parte assegna alla nazione una funzione definitiva, mentre nella storia l'elemento predominante (città e repubblica, regno, impero, nazione) non è mai definitivo, ma si evolve e si trasferisce sempre secondo gli stadi della civiltà e gli elementi di forza e di esaurimento; e in quanto dall'altra parte a questo preteso elemento definitivo (la nazione) concede u n diritto assoluto ideale d i elezione, mentre l'espansione umana politica o economica è un fatto più o meno legittimo, più o meno buono nelle cause o negli effetti, che crea dei diritti relativi e mai assoluti. La storia coloniale del nord e del sud America e le rivendicazioni di autonomia e d i libertà di quei popoli, in confronto ai diritti d i espansione e d i conquista della Spagna, della Francia e dell'Inghilterra, mostrano quali limiti politici, morali ed economici siano imposti all'attività espansiva degli stati e come nessun diritto o privilegio abbiano alcuni popoli sugli altri, quasi per una investitura divina, e infine come ogni limite all'azione di un popolo sugli altri (come ogni limite all'azione degli uomini fra loro in qualsiasicampo d i attività) sia costituito dagli imprescrittibili diritti individuali alla personalità umana, alla vita, alla libertà; nei quali si risolvono tanto le elezioni politiche internazionali, quanto le piccole attività d i ogni uomo, nella sua minuscola vita fra gli nomini. La teoria fondamentale del nazionalismo, basato sulla iper-


valutazione della nazione come entità spirituale superiore agli stessi uomini, si ripercuote in pieno nella concezione che i nazionalisti hanno dello stato. Questo è per loro lo strumento della nazione nella sua ragione assoluta di dominio; lo stato militarista, lo stato appoggiato alle classi industriali e bancarie; lo stato protezionista, lo stato governato da un'oligarchia o da iina monarchia assoluta o quasi; quindi lo stato anti-liberale, anti-democratico. Come le idee universaliste sono contraddette dalla concezione imperialista ed egemonica; così le idee democratiche, popolari, e le loro esplicazioni del suffragio universale, del parlamentarismo, del liberalismo, della protezione operaia, dell'ascensione delle classi popolari alla vita sociale sono O mortificate o combattute o addirittura contraddette e negate, secondo l'ambiente e il clima storico in cui il nazionalismo si svolge, dall'rnghilterra all'Italia. I fenomeni interni di maggiore o minore efficienza e rigoglio sono i sintomi della nuova 'teoria, dai. Die Hards inglesi ai camelots du roi francesi ai fascisti italiani; tutti rappresentano il pensiero in evoluzione della costituzione e attività dello stato nazionalista in antitesi alle concezioni liberali democratiche e popolari o cristiano-sociali. Ma questi sintomi non sono che elementi superficiali delle convulsioni dei popoli europei dopo la guerra; la quale ha alterato l'economia generale, ha turbatt equilibri sociali e politici, ha fatto cadere regni e imperi, per sostituirvi altre combinazioni internazionali, che poco reggono entro l'impalcatura creata dalla conferenza della pace.

-

4. Poichè il movimento nazionalista si va sviluppando nei vari stati secondo il clima storico di ciascuno di essi, Eenomeno complesso basato sulla teoria suespressa, si presentano all'osservatore tre domande: a) domanda allo statista: I1 movimento nazionalista risponde ad una realtà politica che abbia il segreto dell'avvenire? D b) domanda all'economista: u I1 movimento nazionalista ha una base economica per potersi sviluppare? C) domanda al moralista: 11 movimento nazionalista contraddice alle norme dell'etica pubblica e alla tradizionale morale cristiana? r>

L


t

Risposta alle tre domande: a) politicamente il nazionalismo è una reazione alle demagogie democratiche o d i sinistra, ed è demagogia borghese o di destra; è stato esasperato dalla guerra, ma aveva un fondamento politico nell'anteguerra militaresco; ingaggia un formidabile duello con tutte le democrazie dalle più temperate alle più accese; sviluppa gli istinti di violenza e di predominio delle classi e delle forze bancarie internazionali; tende a riportare gli stati a forme assolute di potere e a monopolizzare in mano d i pochi. I n Europa quasi dappertutto (meno in Inghilterra) trova u n clima adatto a sviluppi complessi e gravidi di pericolo anche perchè le ricchezze rimaste dalla guerra sono assai limitate e stremate, e quindi più feroce è l'accaparramento dei pochi a danno dei molti. Le democrazie resisteranno trasformandosi là dove gli stati sono meglio organizzati ed hanno solide basi e forti tradizioni, come in Francia. Ma il duello impegnato occuperà non piccola parte del presente secolo. b) Tutte le guerre spostano un'enorme massa di ricchezze e determinano l'accentramento in mano di pochi; in questa fase dell'economia pubblica il problema principale diviene la produzione e il secondario la distribuzione, perchè si deve ricostruire quel che è stato distrutto. Perciò i grandi monopoli d i ricchezza o industriali o commerciali o bancari tendono al consolidamento. I n un primo tempo questo fenomeno favorisce e accelera i movimenti nazionalisti, come quelli che si appoggiano ed appoggiano decisamente le grandi ricchezze. I1 più significativo prodotto dell'accentramento della ricchezza è il protezionismo ad oltranza che peserà per lungo tempo sui costi della vita. I grandi trusts internazionali quali quelli del carbone, del ferro, del petrolio, hanno interesse ad alimentare le industrie belliche e quindi ad acuire le lotte fra le nazioni. I1 nazionalismo esagera questo regime economico, sviluppa l'industria parassita, aumenta le spese militari, crea un'economia di speculazione particolarista in nome della nazione. La questione economica, specialmente nei paesi a scarsa produzione e senza materie prime come l'Italia, o anche i paesi ricchi ma oberati d i debiti come la Francia (simile politica negli stati vinti ha una ripercussione più forte e un ritmo più accelerato)


determina in un secondo tempo una controreazione per il depauperamento delle classi medie, dei piccoli redditieri, degli impiegati e dei lavoratori, cioè delle cospicue masse popolari. Nella controreazione democratica le masse proletarie socialisioidi saranno forse l'elemento d i gioco di plutocrati, pur nella persuasione che esse servono alle proprie ideologie; il socialismo più acceso cadrà nelle convulsioni comuniste, a vantaggio della reazione conservatrice; finchè le forze delle >lassi medie della nazione non diventeranno la nuova classe politica dirigente. Ogni stato avrà lo sviluppo d i un simile fenomeno rispondente alle proprie particolari condizioni, ma tutti i n Europa risentono e risentiranno delle gravi crisi. C) Le forze di resistenza alle due correnti estreme - dei nazionalisti e dei democratici - saranno le forze morali, quali la famiglia, la religione, la cultura, la tradizione politica, l'educazione del carattere: perciò sarà necessario valutare i fenomeni suddetti al lume della morale. I1 principio teorico del nazionalismo ha un fondamento pagano ed è immorale in quanto considera la nazione primo-etico e ragione assoluta della società umana; i n quanto sottopone l'individuo alla legge ferrea di un dominio collettivo: la nazione fine a sè; in quanto sopprime l'eguaglianza morale degli uomini e dei popoli nelle condizioni fondamentali della natura umana; in quanto eleva la forza e la violenza a meezi legittimi di ordinamento sociale e le sovrappone allo stato e alle leggi. Nell'ordine pratico non tutte le conseguenze concrete del nazionalismo seguono la ferrea logica della teoria; come in generale avviene di tutte le teorie esposte nel loro rigore logico e nel loro valore assoluto, perchè nella vita umana molte altre forme conscie ed inconscie reagiscono e modificano le correnti pratiche, che dalle teorie prendono nome e consistenza. E poichè la morale cristiana arriva alla valutazione soggettiva e concreta delle azioni individuali ed influenza della sua perenne forza e della sua tradizione la coscienza umana, mentre condanna le teorie che le contrastino e le opere che ne violino le leggi supreme, esercita una perenne azione trasformatrice secondo l'insegnamento di S. Paolo: noli vinci a malo sed vince in bono malum. Così è avvenuto del liberalismo, condannato


come dottrina dell'assoluta libertà; sotto l a spinta delle reazioni morali del tempo ha corretto nella pratica la portata delle sue conseguenze, e se n e son tratti elementi di bene nello sviluppo della vita collettiva. Ma, per far ciò, la lotta nel campo dei principi e nelle conseguenze che dall'errore dei principi deriva, non deve cessare u n momento; perchè l'errore e il male, anche travestiti, non debbano inficiare la moralità delle azioni umane e le ragioni sostanziali della vita collettiva. È qui doveroso notare come l a chiesa cattolica abbia sempre reagito agli errori morali che sotto la veste politica, patriottica o di ragion di stato, imperversano i n ogni tempo. Però a proposito del nazionalismo certi centri culturali e politici dei cattolici sono troppo condiscendenti e non vedono tutta la immoralità dei suoi principi, forse perchè esso si mostra molto favorevole alla religione. Ma per il nazionalismo teoria ( e . spesso anche pratica), la religione h a valore in quanto concorre a i fini della nazione; i l conflitto fra stato e chiesa è per esso superato in quanto a l disopra dell'uno e dell'altro sta la nazione come processo dialettico, valore spirituale assoluto, centro finalistico; allo stesso modo che per il nazionalismo è superato il conflitto morale delle azioni illecite, i n quanto che queste, volte ai fini nazionali, divengono lecite, perchè si adeguano alla nazione primo-etico. Lo sforzo moralizzatore del cristianesimo, sorto in nome d i una divina fraternità, cerca di vincere tutti gli egoismi (compreso quello nazionalista) che nel tempo e nello spazio predominano sugli uomini, e trasforma in bene le costruzioni inique del mondo; perchè mundus totus in Maligno positus est (*). Così il cristianesimo nascente trasformò il paganesimo grecoromano e poi quello barbaro; così nel secolo XIX ha tentato d i rendere cristiana In democrazia. La sua azione moralizzatrice perenne dovrà pertanto affrontare le forti pressioni che ogni nazionalismo naturalmente suscita e condurre così le nazioni dagli egoismi e dagli egocentrismi egemonici a una migliore e più sana valutazione dell'universalismo umano e cristiano.

( f ) I Giov.,

V, 19.

,


-

,

5. I1 problema delle nazioni, visto dal punto politico, economico e morale, viene ripreso e sintetizzato nell'affermazione internazionale universalista. Oggi questa affermazione non può esporsi in forma decisa e concliisiva; un nuovo processo dinamico ha avuto inizio dalla guerra. Lo sviluppo economico e politico delle grandi nazioni fatalmente va sboccando in una nuova forma di imperialismo; la democrazia pacifista ha creato la società delle nazioni, la quale dovrebbe iniziare il nuovo stato giuridico internazionale; ma essa fin dalla sua formazione è minata dalle diffidenze e dalle sovrapposizioni. Però l'una e l'altra concezione, la imperialista e la pacifista, tendono a, superare le barriere nazionali ed economiche, e a tendere verso più larghe unità internazionali. Quei nazionalisti che credono alla fissità e all'assoluto della singola nazione sono dei ciechi che non hanno mai studiato i l processo storico della concezione di patria e de!!'r;nità politica dei popoli. Ogni nazione moderna proviene dalla disintegrazione delle piccole patrie che coincidevano con i comuni o le repubbliche cittadine o i municipi o i centri feudali o i principati e i regni di dinastie locali; i quali sono stati e sono spinti ad un continuo allargamento di confini e di poteri e ad una partecipazione sempre crescente e più diretta di uomini, d i caste e di classi, fino alla costituzione degli stati moderni democratici, i quali han generato insieme alla concezione di popolo quella di nazionalità. I1 dualismo presente fra democrazia e nazionalismo è un elemento del processo storico e del superamento necessario del confine nazionale verso una formazione confederale a grande base economica. Come c'è una confederazione americana del nord, che tende verso il Messico o il Canadà; come c'è un impero britannico tra madre patria e dominions autonomi e liberi (oggi l'Irlanda e domani l'India arriveranno al rango di regni liberi), perchè non potrà esservi una confederazione europea? Forse la società delle nazioni, consolidata in vari decenni d i prove e di alterne vicende, non potrà divenire un centro politico ed economico non più nominale ma effettivo ed autorevole? I1 sacro romano impero, con tutte le sue deficienze e colpe forse non realizzò nel medioevo una confederazione morale d i popoli


cristiani, la sola possibile allora in regime feudale e in una economia localizzata? I1 processo economico precede quello politico: oggi le ricchezze hanno varcato l'oceano e sono accumulate in America; l'impoverimento del19Europa esaspera tutti gli istinti e tutte le passioni particolari, sgretola le antiche compagini politiche o rende per lo meno incerte e paralizzate le forze d i resistenza e d i ripresa. Una solidarietà economica s'impone di qua e di l à dell'oceano; ed a nulla valgono i gesti di resistenza, gli sforzi d i autonomia, fra le convulsioni dei popoli vinti e le esigenze più o meno legittime dei popoli vincitori; la solidarietà dell'Europa con l'America è legge di salvezza, che presto o tardi, con gravi sacrifici d i tutti e non ostante tutti gli organi nazionalisti, si imporrà. I popoli europei d i oggi, in confronto alle Americhe, sono come i latini dell'impero romano-bizantino minacciato e invaso; debbono contribuire con le forze intellettive e morali della vecchia civiltà, mentre il nuovo mondo dà ricchezze, metodi d i affari e valutazione politica. I1 cristianesimo e i l latinismo han dato una unità culturale a questi popoli così dissimili e oggi in condizioni così economicamente e politicamente diverse dalle nostre; e i l centro cattolico di Roma mantiene, nel disfacimento di economie e di ideologie, una unità e una forza morale intitte e in aumento presso tutti i popoli civili; ed è destinato a salvare di nuovo l'Europa dall'imbarbarimento e dalla rovina. La politica internazionale, entro queste forze attive e reattive, non può esser quella delle egemonie nazionali, che h a generato la guerra mondiale, nè quella dei sogni imperialisti di predominio, nè quella del feroce protezionismo e dell'accumulo di ricchezze e dell'accentramento d i poteri in poche mani; ma deve essere una politica di convergenza fra i popoli, d i cooperazione economica, d i elevazione morale, allargando così la cerchia dci confini umani. I1 cattolicesimo, non rimpicciolito come una religione nazionale, nè favorito come uno strumento di potere, nè legato alle sorti d i alcune nazioni contro delle altre, continuerà l a sua missione morale nel mondo, mentre la lotta fra i popoli segnerà le sue tregue e l'internazionalismo svilupperà i suoi progressi.


II.

-

1. Molti provvedimenti adottati dal governo fascista e molti atti politici non sono che conseguenza di precedenti amministrativi o politici ai quali esso non si poteva sottrarre e non si è sottratto, Li avrebbe fatti lo stesso (con molto più tempo) qualsiasi altro ministero sia in regime di pieni poteri, sia con il consenso della camera; sia con l'uso od abuso dei decretilegge; però il metodo di farli conoscere al pubblico è alquanto diverso: i precedenti ministeri borghesemente si contentavano di un comunicato «: Stefani » più o meno stringato, burocratico, insignificante; e di qualche articolo illustrativo piatto e normale; l'attuale ministero fa lunghi comunicati elogiativi, e gli organi amici dan fiato alle. trombe e gridano che un altro miracolo è stato compiuto; ma le cose sono su per giù le medesime, frutto di quel lavoro burocratico anonimo, d i quella necessità amministrativa consueta, di quelle speciali iniziative che saranno nuove nei nomi, ma che pullularono e morirono in ogni tempo, con il solito passivo a carico dell'erario. Non possono quindi fornire elementi caratteristici e degni di studio del primo anno dell'era nuova. Perchè era nuova? Si dice così anche in un decreto reale che autorizza i francobolli commemorativi della marcia su Roma, ma non per questo può giustificarsi l'uso; soprattutto perchè, a segnare le « e r e » occorrono gli storici, e per queslo deve passare il gran tempo che distanzia l'inizio delle « ere n e ne sanziona la reale esistenza. Ma ragioni d i novità e &indi di studio vi sono d i certo i n questo primo anno del governo fascista; ne accenno alcune; non fraccio colonne di attivo o di passivo, perchè gli avvenimenti ci penseranno essi a dirci quel che di utile e quel che di dannoso ci ha portato il fascismo al potere. Un primo elemento che va entrando nella coscienza pubblica e anche nella coscienza di molti fascisti, ed è un gran bene, si è che l'attualismo, il volontarismo, il miracolismo trovano 'una forte negazione nella realtà. Così la folla di speranze destate presso gli entusiasti e gli ignari, per cui in poco tempo si sarebbero risolti fascisticamente i pro-


blemi più assillanti della nostra vita pubblica, per fortuna è venuta meno; ciò ha fatto rientrare gli animi del nostro nella realtà. I pieni poteri, che dovevano darci in un anno il novus ordo della vita amministrativa e finanziaria, hanno sì dato luogo ad una produzione notevole di decreti, ma i problemi sono immanenti, d i lunga portata, implacabili, e per superarli occorre esperienza, consensi e disciplina, il che si traduce i n a tempo D. Hanc occupationem pessimam Deus dedit filiis hominum (*) dice Salomone; e purtroppo in molte cose si tratta di un vero lavoro d i Sisifo, favola adatta ad indicare questo perenne sforzo, questa lotta d i secoli, per procedere nel cammino della civiltà con tutti gli indietreggiamenti, con tutti i circoli viziosi, con tutta la inanità; che l'uomo ha l'obbligo di sentire reale per non illudersi e per saper misurare le forze umane più alla stregua della nostra anima infinita, che delle cose e degli esseri che ci circondano e con i quali lottiamo, vincendo e soccombendo. Questa esperienza era necessaria ai fascisti, e non è ancora compiuta, perchè in loro è vivo l'orgoglio della violenza, e credono (anche nella inesperienza della vita pubblica) che basti il mostrar la forza materiale per vincere ogni ostacolo. E quindi essi non tollerano la critica, l'opposizione, il dissenso, che è per loro disfattismo e negazione della onnipotenza fascista. Per questo occorra del tempo, un anno non lasia, non 6olu per abituarsi alle critiche e ai dissensi, ma per rispettarli e per arrivare a credere alla utilità e al vantaggio della opposizione. C'è una misura che più volte manca ai fascisti, ed è la legalità e il senso del rispetto alla legge; questa misura deve servire a limitare le proprie attività e la potenza dei propri seguaci, e a far distinguere fra gli oppositori coloro che sono da rispettarsi e coloro che invece sono da obbligare al rispetto della legge anche con la forza legale. Quando però la legge non è sempre rispettata, manca la misura comune, subentra l'arbitrio dove ci deve essere la norma, e si cade nell'anarchia quando si invoca l'ordine. &fa noiì invano un anno è passato: l'illegalismo fascista dei tempi di Facta era contro lo stato e tendenzialmente voleva proteggere la borghesia conservatrice; l'illegalismo at(*) Ecclesiaste,

I, 13.


tuale è contro i cittadini e tende a proteggere un partito. Certo il primo era peggiore del secondo, ma il secondo semina l'odio civile e prepara di nuovo altre convulsioni statali.

-

2. Che l'Italia dei liberali e dei democratici non meritasse miglior fortuna è purtroppo vero in rapporto alla infinita viltà della classe dirigente disfatta e decadente; ma grazie al cielo l'Italia vera è un altro paese, molto migliore, che vuole ordine e pace per lavorare e produrre e tentare di sanare le piaghe della guerra. Le ripetute dichiarazioni del capo del governo d i volere la pacificazione degli animi e d i volere un'Italia nell'ordine e nel lavoro, sono state contrastate dal fenomeno del rassismo locale, che è un prodotto logico dell'ordinamento del partito-governo e del partito-nazione. Questa concezione crea istintivamente due categorie, una di dominatori e l'altra di dominati, non in rapporto alla unità sostanziale della classe dirigente, come prodotto dinamico della lotta legge di progresso, ma come organamento statico di un partito sovrapposto agli altri. Questa posizione ha dato motivo costante alla eliminazione di tutti i partiti dalle amministrazioni locali, sia con la forma dell'assorbimento, sia con quella della sostituzione, prendendo in qualsiasi forma, legale o illegale, maggioranze e minoranze insieme, con uno spirito di predominio e di intolleranza uniche nel genere; soppiantando organismi sindacali e cooperativi; obbligando per forza a tesserarsi nel fascio come una leva i n massa ; costringendo prefetti a prestarsi a far occupare da fascisti tutte lc amministrazioni e gli organi della vita amministrativa economica e tecnica locale; superando qualsiasi forma, qualsiasi rispetto, qualsiasi pregiudiziale, per arrivare a trasformare in sè tutte le appartenenze della vita pubblica, tutti gli organismi statali, parastatali, comunali e provinciali, di enti morali e liberi. Questo stesso spirito di dominazione determina u n maggiore accentramento statale, in quanto tutto si incentra nel partito e perciò stesso nel capo del partito che è anche capo del governo ed elemento dittatoriale. E se in Italia l'accentramento statale ha una storia dolorosa di più di mezzo secolo ed ha prodotto l'impoverimento psicologico e morale della classe dirigente e


la essiccazione d i gran parte delle fonti libere ed esuberanti della vita locale; oggi la compressione degli spiriti è tormentosa, l'accaparramento delle forze economiche delle varie regioni diviene sistema di corsa all'affare, la speculazione attorno a i ministeri arriva all'imponenza del fenomeno del basso impero; e nella quasi assoluta mancanza di competenti nella vita pubblica, quale è quella del così giovine e così impreparato fascismo, la burocrazia o meglio i burocratici cortigiani versipelle, affaristi e gingillini dominano tutta la sostanza reale della vita pubblica. Molti confondono la forma dittatoriale e l'accentramento amministrativo con le esigenze dell'autorità dello stato, e credono che in ciò il fascismo abbia reso un servizio al paese. Certo oggi i l paese sente di più e con estrema docilità l'influsso dell'autorità del governo, ieri negato tanto dai fascisti che dalle correnti bolscevizzanti; ma nessuno può e deve confondere il governo con lo stato, nè la valutazione dell'autorità con quella della legittimità. Un fatto estraneo alla costituzione dello stato e all'organamento civile è ancora in sviluppo nel paese, ed è la milizia nazionale che non presta giuramento al re e che ha funzioni pubbliche. È doveroso riconoscere lo sforzo del governo per ridurre a forma legale e a disciplina nazionale lo squadrismo; ma si è fermato a metà, forse per ie ciitficoità interne di coioro che pensano che la forza extra-legale sia insita alla concezione del Ioro partito; e forse anche per la considerazione che l'opposizione a l governo, specialmente la social-comunista, non sarebbe compressa ed eliminata, senza il timore che il partito fascista possa usare in ogni tempo della sua organizzazione armata. Comunque sia, questo dualismo contrastante nella realtà politica italiana d i u n governo che per la legge ha l'esercito e l a polizia, e per il partito, anche extra-legalmente, ha la milizia e può fare risorgere lo squadrismo, mina alle basi l'autorità dello stato e la sicurezza della legge; e non conferisce maggiore forza a i governo d i quelia che avrebbe per sè e con più ragionevole fiducia e con più larghi consensi, se la sua autorità si poggiasse solo sulla rigida osservanza della legge uguale per tutti e sull'uso della forza legale (giudiziaria e coercitiva) che questa legge faccia osservare.


Questo primo anno di governo fascista ha dato la riprova che si può arrivare alla legalità senza scosse e senza pericoli nè pel governo nè per lo stato; le critiche e le opposizioni, contenute nel loro ruolo dalla forza degli avvenimenti, possono illuminare, stimolare, correggere, ma, date le presenti condizioni generali, non arrivano a impedire u n esperimento che ormai molti ritengono debba fare il suo corso nella vita politica italiana.

-

3. Il fatto più saliente di questo primo anno è stata la riforma elettorale politica, non perchè abbia in sè u n contenuto positivo, ma in quanto modifica le basi del nostro regime costituzionale riguardo la manifestazione della volontà popolare. Professori di diritto costituzionale, quali Mosca, Salandra e Orlando, uomini provetti ed esperimentati nella vita politica, quali Giolitti e Tittoni, giuristi d i alto valore, quali Perla, non hanno avuto alcun dubbio a votare la legge; questo fatto in certo modo assicura moralmente il governo e il fascismo della caratteristica costituzionale della legge che è stata già firmata dal re. E poichè la forma è salva, anche questa legge entra nel divenire costituzionale, allo stesso modo con il quale formalmente potrebbe dirsi costituzionale l'attuale governo di Mussolini, il quale, venuto a Roma con largo seguito di giovani armati, ebbe dal re il mandato di comporre il ministero e dal parlamento il voto d i fiducia e i pieni poteri. Gli italiani hanno in questo un'esperienza millenaria di adattamento; e la forma giuridica aiuta e presidia anche quello che nella fonte iniziale o nello spirito e nella portata mal si concilia con il diritto. Però la formula giuridica aiuta l'adattamento dello spirito, ma non lo vince quando l'impero della logica nega e quando la realtà si ribella. Onde avviene che il problema d i legittimità e d i costituzionalità, che si crede superato, risorge e turba lo svolgersi obiettivo della vita pubblica e fa ritornare sui propri passi, per un'impellente spinta alla revisione, che è prodotto insieme d i coscienza e di vita. Qual esso sia il primo esperimento elettorale, la nuova legge non potrà più reggersi il giorno i n cui questo governo vedrà schierarsi contro il suo partito e i partiti a h i e aderenti, un qualsiasi blocco di opposizione, che


abbia la volontà decisa di conquistare quel premio d i maggioranza che è riserbato, nell'intenzione degli autori, al governo fascista. Così avviene in Francia, dove non si volle introdurre la proporzionale e si creò artificiosamente il premio di maggioranza; oggi le opposizioni che intendono bloccarsi e vedono per le prossime elezioni sicura la vittoria, negano quel proporzionalismo che i n altri tempi difesero; e l'attuale maggioranza invece propende, per istinto d i difesa, verso la proporzionale ieri combattuta. La ragione fondamentale della proporzionale, con o senza alterazioni, è nella natura del suffragio universale applicato negli stati che hanno un'anima politica complessa, fatta di cultura, d i tradizioni, di interessi di classi, divisioni religiose, di caratteristiche regionali e locali. Negli stati europei non è possibile, come avviene negli Stati Uniti d'America e come fino a ieri avveniva i n Inghilterra, la divisione del paese i n due grossi partiti alternantisi al potere, uno conservatore e l'altro progressista, ma occorre la proporzionale, che contemperi ed equilibri quel che in sè è caotico e indeterminato. Questa immanente realtà può essere mortificata con la violenza materiale d i elezioni non libere, quali tutte le elezioni amministrative del 1923 ; ma risorge sempre come stato d'animo e di coscienza, che troverà o il suo riconoscimento da parte di coloro stessi che l'hanno contrastata o d i altri che se ne faranno i rivendicatori. Perciò il senato, approvando il disegno d i legge sulla riforma elettorale, ha voluto dare il senso della transitorietà e della opportunità, e non ha cercato titoli palliativi per dire che era u n prodotto dell'era nuova. È appena un mezzuccio politico per tirare avanti con meno illegalità possibile, cercando una legalità formale, che rinsaldi l'attuale dominio. I1 domani è sulle ginocchia di Giove!

-

4. Tra i fatti salienti si deve registrare in questo primo anno la riforma finanziaria e il promesso pareggio. Non sarebbe giusto negare al ministro della finanza volontà e attività; e sarebbe fatuo attribuire all'opera sua alcuni effetti negativi, che ritardano e ritarderanno il pareggio. Però d'altro lato bisogna eliminare le esagerazioni adulatorie e il miracolismo ingenuo. De Stefani ha fatto con i suoi criteri quel che al suo posto


avrebbero fatto con i loro criteri De Nava, SoIeri, Bertone, tanto più se costoro non avessero avuto l'impaccio d i un ministero debole, nè il perditempo d i una camera svogliata. Del resto la graduale diminuzione del passivo dal 1919 in poi e i tentativi audaci ( e qualche volta demagogici) dei predecessori di De Stefani, dimostrano che i ministeri del tesoro e della finanza, oggi riuniti, anche nel periodo funesto e debole del dopo-guerra, hanno funzionato per virtù di impiegati, per direttive di ministri e per consenso dei contribuenti come nessun altro dicastero preso nell'ingranaggio della politica di ogni giorno. Con queste constataziòni si può arrivare ad una conseguenza preliminare: che i pieni poteri finanziari sono stati superflui per i provvedimenti adottati, é sono stati dannosi per le speranze fatte concepire e non soddisfatte. I passati ministeri, dalla guerra in poi, procedevano nell'attuazione rapida e urgente dei provvedimenti finanziari e di tesoro col metodo spiccio dei decreti-legge, i quali per lo meno lasciavano la possibilità alle due camere d i interloquire nel merito e di modificarli occorrendo, in sede di conversione; di fatti, tranne le leggi finanziarie Giolitti e i provvedimenti Bertone sulle esattorie, i l parlamento per molti anni aveva quasi rinunziato a l suo specifico compito di fare o mcidificare i tributi; SoIeri aveva presentato buoni disegni d i legge, rimasti a lungo presso la commissione terza. Q ~ e s t oera irn male assai grave, ma non riparato affatto con i pieni poteri, perchè il parlamento non ha segnato, nel concederli, un indirizzo realistico e pratico in materia di finanza. I predecessori, non ostante il disegno di legge della riforma Meda, che rimane come sostanziale punto di riferimento, furono per lo più analitici, parziali, fiscali; essi lasciarono una gran quantità di imposte e tasse senza coordinazione, senza omogeneità, sperequatrici nel caos finanziario precedente. Però vi erano elementi fondamentali che potevano servire a dissipare il caos ed a rimettere ordine. Uno dei punti d i maggior turbamento e disquilibrio era l'imposta straordinaria sul patrimonio, che per una serie d i errori è .divenuta una vera imposta sul reddito, punto morto della riforma. De Stefani non affrontò questo problema, e cercò


invece altre entrate con la imposta di R.M. sui redditi agricoli organici), e sui salari (non bene inquadrati in ed ha continuato nel sistema empirico dei predecessori. Per giunta, demagogia a rovescio, invece d i rettificare le aliquote della tassa di successione, l'ha abolita per i primi gradi, facendo getto di circa 250 milioni. Questa tendenza antidemocratica del ministro De Stefani è segnata in tutto il suo faticoso processo di sistemazione tributaria: l'abolizione delle imposte sugli amministratori, l'abolizione delle imposte a carico di ditte nazionali, aventi filiali all'estero, l'esonero della complementare concesso alle società e ditte azionarie, sono elementi sicuri dell'orientamento industriale capitalistico del nuovo regime tributario. Si comprende bene che l'aggravi0 debba pendere verso i consumi e verso l'agricoltura. Politica sperequatrice e antiproduttiva quanto aitra mai. Le due esposizioni del ministro, quella fatta alla « Scala D di Milano nel maggio e l'altra a l senato nel dicembre scorso, hanno destato le più vive speranze nel pareggio, ma hanno turbato l'ambiente degli studiosi, i quali non si sono mostrati molto convinti delle varie affermazioni ottimiste ivi contenute, in non perfetta armonia con le cifre degli allegati e con i documenti ufficiali. Tolta la parte retorica, che purtroppo si è infiltrata nelle rigide pieghe delle esposizioni finanziarie, permangono le constatazioni di incertezza e insufficienza di criteri diretrivi specialmente nei riguardi del tesoro. I1 risanamento del nostro bilancio statale è ancora lontano, e le cause non possono attribuirsi tutte ai governanti.

-

5. I pieni poteri amministrativi (meno che per la scuola) non furono negati a Bonomi; l'esile e tenue controllo parlamentare, con una commissione consultiva, non impediva al governo di adottare quello che esso avrebbe voluto. Giolitti ebbe ombra d i una simile innocua commissione, e (dicono i suoi amici) per così poco si dimise; Mussolini più svelto la mandò a spasso. La differenza fra il presente governo e i due precedenti in materia d i riforme amministrative è questa; che gli impiegati

15

--

Srunzo

- Il

partito popolare italiano

- II.

225


attualmente hanno paura e stanno zitti accettando ogni e qualsiasi provvedimento, buono o cattivo; mentre al tempo di Giolitti facevano i comizi all'orto botanico e strappavano i provvedimenti straordinari; e che i deputati e i senatori oggi fanno finta di non vedere o al più borbottano, come Salandra per il tribunale di Lucera, ma ai tempi di Bonomi tentarono sollevarsi per la soppressione delle preture e dei tribunali, ovvero per il collocamento a riposo di alcuni magistrati, voluto da Rodinò. Al di fuori di questo stato psicologico importantissima, e che va riportato nel quadro politico generale, le riforme su per giù hanno lo stesso ritmo, e come tutte le riforme hanno i l lato buono e quello cattivo, alcune resisteranno altre cadranno, non poche saranno il germe di altre riforme e così via. Tutto il problema sta nello spirito e nel fondamento della riforma, se cioè essa risponda a stati d'animo generali e diffusi, se tocchi ragioni fondamentali del viver civile, se avvii a concezioni etiche e politiche diverse e sostanzialmente migliori. Perciò valgono più le linee fondamentali delle riforme, che ogni singolo provvedimento, d i sua natura contingente e caduco, e per lo più necessaria conseguenza d i premesse amministrative od ecoxiomiche. Fin oggi un solo problema ha appassionato il pubblico: non solo per interessi particolari, ma anche per i l problema in sè: il problema della scuola. Già da quattro anni i popolari lo evevano impostato politicamente, mentre il pensiero di Gentile era solo penetrato in quel cenacolo di idealisti, che per ispirata fortuna, dovevano arrivare con Croce e più con Gentile a dominare la Minerva, soppiantando nell'indirizzo il vieto positivismo e la concezione laico-burocratica che ebbe campo in Italia per quasi mezzo secolo. Attorno alla riforma Gentile si battaglierà per un pezzo, toccando essa la radice della cultura della nazione; e non poche delle modificazioni decretate nel campo della scuola oon reggeranno alla critica e a l contatto con la realtà, più per colpa dei difetti della riforma, per via dell'indole umana, che non consente le trasformazioni rapide, senza che lo spirito collettivo si adagi e le senta come mature anzi logiche conseguenze del processo dialettico. Natura non facit saltum, e neppure l'arte,


sia anche l'arte di governo; così il conflitto del passato con il presente, della riforma col suo spirito, degli interessi con le idealità, non avrà tregua, finchè questa novità non diviene passato, con tutte quelle modifiche che le esigenze della vita imporranno anche contro la volontà degli uomini; e finchè le nuove aspirazioni che vi si saranno determinate attorno non formeranno il programma delle conquiste future. L'elemento che sostanzia la riforma gentiliana è l'esame d i stato e la parificazione morale della scuola privata con la scuola pubblica; sono conquiste esistenti in tutto il mondo civile, e solo l'Italia, per un preconcetto settario, era alla coda delle altre nazioni. Lo spirito hegeliano che vivifica programma e indirizzi scolastici è messo alla prova del fuoco dalla corrente dualistica che in Italia si va risvegliando dopo tanti anni di positivismo e di panteismo. Ma non creda alcuno che il pensiero e le correnti scientifiche possano essere forgiate dalla Minerva; nè creda alcuno che una setta bianca possa sostituirsi alla verde. Se nel campo degli ordinamenti pratici purtroppo ciò può essere ed è stato di fatto, nel campo dello sviluppo della cultura e del dibattito delle idee ciò è un non senso, è una negazione radicale della civiltà; e Gentile, se intende giungere a questo fine, ha perduto la sua battaglia. Uno dei più formidabili problemi insinuati nella riforma scolastica è stato quello dell'insegnamento religioso. Perchè in Italia vi si è battagliato attorno per sì lunghi anni? Mistero dell'anima collettiva! furono certo ragioni politiche, insieme a pregiudizi anticattolici, che sviluppati durante il nostro risorgimento, sboccarono nei tentativi anticlericali di politica interna della sinistra laica massoneggiante, e portarono la lotta sul terreno dell'insegnamento religioso. L'assenza dei cattolici dalla vita pubblica rendeva non controllato politicamente ogni attentato alla coscienza cattolica del popolo italiano. Nessuno negherà che la trasformazione lenta ma sicura dell'ambiente italiano verso il cattolicesimo, pura religione, e verso i cattolici entrati quali ~ o ~ o l anella r i vita politica, abbia preparato la ~ossibilità di trattare senza eri colo e con molto rispetto il problema religioso in. Italia, non solo nella questione dell'insegnamento elementare, ma anche in altre non meno interessanti e delicate.


I1 vecchio mondo democratico, pur con estrema diffidenza, ci sarebbe arrivato anch'esso; Mussolini ruppe gli indugi, e con uno d i quei passaggi rapidi e sintetici così frequenti in lui, dal vieto anticlericalismo socialistoide, fascistizzato col programma del '19, ne è venuto a gesti che hanno sorpreso, ma che hanno trovato consensi rapidi se non tutti sinceri. In cuor loro i democratici liberali avranno detto: « c h e sciocchi! potevamo farlo anche noi ! D Socialisti e vecchi anticlericali possono sfruttare questo avvicinamento morale del governo fascista alla chiesa, insinuando, a danno di quest'ultima, che essa accetti i favori e perciò consenta nell'oppressione della libertà e nella violazione dei principi di democrazia e di popolarismo; ma al solito questo argomento (che nel futuro sarà sfruttato) troverà ben chi risponde che la chiesa lascia gli uomini seguire nella vita pubblica quei sistemi che .nella contingenza terrena valgono meglio a tutelarne gli interessi e a determinare lo sviluppo; essa invece interloquisce quando si violano i principi etici e reIigiosi; e mai essa approvò le violenze, nè consentì all'oppressione dei deboli, nè fu connivente con i violatori delle leggi umane e divine. Chi scambia la prudenza con la connivenza e il silenzio con l'approvazione erra d i grosso; e chi crede che le conquiste morali della coscienza cattolica, quali l'insegnamento religioso, debbano guardarsi come graziosi regali (come un incauto giornale milanese scrisse), ignora d i quanti sacrifici e di quale vigore di lotte è fatta la preparazione ambientale di ogni duratura vittoria. Per questo il clerico-fascismo di Mussolini e dei vecchi clericali, risorti nemici dei popolari, se preoccupa il vero ambiente cattolico, non riesce di certo a gettare catene alla chiesa, la quale vigila perchè nulla venga compromesso da calorosi abbracci. L'Italia nel 1923 ha solo guadagnato in proposito una esperienza, e cioè che non valeva la pena lottare per tanti anni contro quel catechismo, nel quale credono la maggioranza dei suoi figli. (*) (*) A proposito della riforma scolastica, il consiglio nazionale del partito popolare italiano, nelia seduta del 20 dicembre 1923, votava il seguente


Le altre riforme amministrative, da quella degli impiegati a quella della corte dei conti, hanno avuto poco rilievo nella pubblica opinione, tranne che in una certa sfera d i persone o direttamente interessate o studiose d i simili problemi. Solo la questione delle opere pie ha appassionato il campo popolare e gli organi dell'azione cattolica, per la ripercussione inevitabile nella parte religiosa ed educativa ;le proteste sono state notevoli; il governo con visibile malafede ha giocato con parole cortesi e con assicurazioni generiche, proseguendo il suo piano di riforma a fondo laico e accentratore, sotto il pretesto di un più efficiente coordinamento e d i una maggiore utilizzazione dei redditi degli enti pii e di beneficenza. I popolari hanno anche agitato il problema delle autonomie locali e della regione; ed hanno contribuito alla migliore impostazione della riforma dei comuni e delle provincie; riforma che è soprattutto monca e inficiata di indirizzo accentratore. Ma l'opinione pubblica non si è sensibilizzata alle ragioni vive e profonde dell'esistenza

ordine del giorno, che può dirsi un sereno giudizio complessivo: « I l consiglio nazionale del P . P . I . nell'esame della riforma scolastica attuata dal ministro Gentile, precisa il punto di vista dei popolari italiani nei seguenti termini: l. approva l'introduzione dell'esame di stato nelle scuole medie e nelle università, come awiamento alla completa libertà della scuola; 2. plaude alla integrale restituzione dell'insegnamento catechistico nelle scuole elementari; 3. riconosce vantaggioso lo sforzo di dare alla scuola privata maggiore, libertà, il che tende ad elevarla nella considerazione del paese; e trova utile l'esperimento nel campo delle scuole elementari di associare maggiormente alle attività comunali e statali quelle degli enti e dei privati per combattere l'analfabetismo ; 4. ritiene approvabili le disposizioni atte al ritorno verso una maggiore serietà di studi e una più efficace disciplina morale; 5. augura che siano presto emanate le invocate disposizioni per la parificazione finanziaria dei comuni autonomi in confronto ai non autonomi; e per il ritorno (sia pure graduale) dell'amministrazione delle scuole elementari ai comuni. D'altra parte, senza entrare i n dettagli tecnici, ritiene doveroso rilevare le disposizioni manchevoli o difettose della riforma, perchè queste al più presto vengano opportunamente corrette e modificate; facendo voto: 1. amministrazione scolastica: che sia evitato l'accentramento statale

.


delle autonomie della vita locale, delle quali erano così gelosi gli uomini del risorgimento pur nel travaglio politico della unificazione; e l'indirizzo burocratico e affaristico dell'accentramento statale prevale anche oggi, anzi oggi più di ieri, per unyerrata concezione dello stato, che per giunta nella mente dei dominatori è identificato e confuso con il governo fascista.

-

6. La politica estera non è un campo di esperimenti nè si presta ai facili successi e ai rapidi risultati; e il fascismo, come l'anticlericalismo, non è merce di esportazione nè nella sostanza nè nei metodi. Fiume, fin ieri spina al fianco d'Italia, finalmente ha avuto la sua soluzione legittima. Le premesse di Rapa110 e -d i Santa'Margherita, così avversate da nazionalisti e fascisti, hanno avuto il logico epilogo. Già Mussolini aveva detto al senato una £rase realistica, che nella sua bocca acquistava inusitato valore, che a Fiume non si esaurisce la politica estera italiana; chi scrive aveva detto nel discorso di Milano

e siano ridate ai consigli scolastici e al consiglio superiore le rappresentanze elettive; 2. scuole elementàri: che tutti i comuni autonomi e non autonomi abbiano la facoltà di scelta dei propri maestri entro l'elenco dei dichiarati idonei nei concorsi sia comunali che regionali; 3. scuole professionali: che invece di moltiplicare inutili corsi popolari (6V,7u ed W) o compiemantari, le relative somme bilanciate siano passate ad aumentare e sviluppare ancora di più le scuole professionali, specialmente nel mezzogiorno; 4. scuole medie: che sia lasciata integra la libertà nella compilazione dei programmi e nella scelta dei libri alle scuole medie, escludendo la imposizione di programmi dettagliati e fissi da parte del ministero; 5. università: che si ritorni alla libertà didattica che in gran parte è lesa dalla nomina dei retiori delie università e dei presidi delle facoltà da parte del governo, dal modo di concorso e di ucelta dei professori e dalle condizioni fatte alla libera docenza. Infine formula il voto, che lo spirito hegeliano che sembra ispirare la riforma, sia combattuto nel campo degli studi e nelle pratiche realizzazioni, come contrario alla chiara coscienza del pensiero italiano e come in antitesi alla fede cattolica; invita comitati e sezioni del partito a discutere il problema scolastico per formare nel campo popolare una coscienza completa nei riguardi della riforma attuata e del vero concetto della liberti della scuola.


del lo ottobre 1920 (*): n Nei primi sei mesi dell'armistizio u il pensiero italiano si incantò sulla questione d i Fiume ; i nostri (C fratelli di quella nobile e tormentata città avevano posto il u problema il 30 ottobre 1918 in base all'autodecisione; ma la u soluzione, ostacolata con tutte le male arti della diplomazia u di qua e d i là dell'oceano, non poteva essere il centro d i tutta u la politica italiana, fino al gesto d i Orlando di lasciare Par rigi mentre i mercanti della guerra' curavano la divisione u del bottino n. Quanti allora affermavano con franchezza queste verità passavano per antinazionali; e dopo tre anni que6to stesso può ripeter al senato il capo del governo, che ha sperimentato per dodici mesi la vessazione dilatoria della Jugoslavia. Questa esperienza fece risoluto e ardito l'on. Mussolini nella vertenza con la Grecia, nella quale il buon diritto italiano ad una solenne ed esemplare riparazione fu la sostanza della mossa governativa. Certo non concorsero a conciliare verso l'Italia le simpatie estere nè il bombardamento di Corfu, nè la minaccia di venir via dalla società delle nazioni; e l'urto dell'opinione pubblica 'italiana contro l'Inghilterra fu prodotto da un eccessivo sentimentalismo, che i n politica estera non giova. L'aiuto della Francia in questa occasione fu sincero e disinteressato? Poichè in politica estera gli egoismi nazionali e statali non si attenuano ma si esasperano, non c'è da credere nè alla sincerità nè a l disinteresse. Però, il punto culminante della politica estera del primo anno di governo fascista fu nel gennaio 1923, quando la Francia, ottenuta la dichiarazione di inadempienza volontaria della Germania per le riparazioni in natura, si oppose a l famoso progetto delle riparazioni presentato da Bonar Law. L'Italia assunse allora un colorito antinglese mai avuto; la stampa fu quasi tutta montata come mai; si fece una ben trista campagna per la questione del deposito-oro dell'Italia consegnato dalla banca d'Inghilterra al17America; autorevoli giornalisti scrissero invocando un blocco continentale. I1 contegno delia stampa governativa pareva simile all'ammutinamento di creduli e sospetti con(*) L. Stnrzo, Riforma stotale e indirizzi politici, 2. ed. Bologna, Zanichelii, 1956, pag. 145.


tadini di villaggio contro qualche astrologo, diffamato di aver commercio col diavolo. Non fu mai vista per alcuni giorni cosa più tragica e più buffa. Della Torretta, Romano Avezzana, Salvagno Raggi secondarono a perfezione il gioco francese, e la Ruhr fu occupata, e l'Italia fece come Ponzio Pilato, se ne lavò le mani, mandò sei ingegneri e si garantì una certa quantità di carbone. Quella pagina non può segnarsi all'attivo d i Mussolini e purtroppo neppure all'attivo dellYItalia; il nostro governo troppo tardi se n'è accorto, come appare dal discorso del novembre in cui Mussolini mostrò di avere una visione diversa dell'immane problema franco-tedesco, e lo disse al senato con frasi inequivocabili. Si dice che quel discorso abbia destato malumori in Francia e non abbia creato completa fiducia in Inghilterra, la quale nel 1923 ha dovuto notare troppi cambiamenti a Palazzo Ghigi. La mancanza in politica estera di un serio e ben studiato orientamento italiano ci produce dei danni notevoli e non ci reca nemmeno il vantaggio d i una politica mediocre ma costante. Questo appunto non si può fare solamente al governo fascista; deve farsi anche ai governi precedenti e alla stessa tradizione della consulta. Onde è potuto accadere il fatto che nella conferenza per langeri i'itaiia sia stata esclusa a ragione veduta dalla Francia ed abbia visto tiepidamente disinteressata l'Inghilterra; e che i'una e l'altra, prendendo a pretesto I'occupazione d i Corfù prima e la Gisita dei reali di Spagna dopo, abbiano cercato d i garantirsi da imaginarii propositi italiani d i alterare l'equilibrio mediterraneo. È questa una presa d i posizione del lupo verso l'agnello per un non precisato futuro? Ma tant'è, l'Italia non riesce che a farsi credere una nazione che affoga nell'imperialismo. E dire che nè la questione del Giubaland, nè quella dei confini coloniali, accennati nel trattato d i Londra, nè quella del Dodecanneso possono dirsi risoluti; e per giunta ie condizioni dei nostri emigrati i n Tunisia si sono fatre più d a c i l i che mai, alla mercè completa della Francia. Col trattato di amicizh con la Jugoslavia, conchiuso in questi giorni, la nostra politica verso la Piccola Intesa e gli altri stati danubiani può dirsi abbia fatto un passo in avanti; ma il


perno d i questa politica non va cercato a Belgrado o a Praga, ma a Parigi o a Londra. Le ratifiche parlamentari dellè convenzioni commerciali non sono che atti di ordinaria amministrazione per la regolamentazione iniziale del commercio. La situazione politica è immutata; fallito il tentativo di un'intesa economica con l'Austria (Schanzer e Paratore ne sanno qualche cosa) che preludiava ad un più largo sviluppo, i rapporti con gli stati successori dovevano e devono mirare a crearvi una corrente di amicizia e di commerci verso l'Italia, la quale, non avendo tendenze egemoniche e militari, può servire di contrappeso pacifico alla penetrazione francese, che a mezzo della Cecoslovacchia e della Polonia intende formarsi un predominio stabile nel nord-est Europa. E poichè la gravitazione dei piccoli stati deve poter avere una dualità d i scelta, non c'è che l'Italia che in questo senso possa controbilanciare la Francia. Mussolini ha fatto sanzionare dal parlamento i trattati doganali che ha trovato o preparati o applicati con larghezza d i vedute, anche perchè non è sentito nelle sfere industriali italiane che premono molto sul governo fascista. I1 grave problema doganale, pur esaminato dalla camera dei deputati, rimane inceppato alla tariffa Alessio, frutto di un compromesso troppo chiaro fra lo stato e i grossi industriali dell'alta Italia. E il ministero non ha prestato attenzione alla mossa della camera dei deputati, che, quasi all'unanimità, proponeva l'abolizione del dazio protettivo della ghisa e derivati, cosa che sarebbe una vera rivoluzione in bene nell'economia del nostro paese e nei nostri rapporti commerciali internazionali. La politica estera ancora non è nella coscienza del paese; e i nuovi venuti alla ribalta politica non la sentono ancora nella sua realtà economica e nel suo valore morale, ma solo nell'apparenza esterna e coreografica e nelle affermazioni retoriconazionaliste, che tanto danno producono presso le altre nazioni, specialmente presso la Francia, che non vuole offuscato, neppure nella più minuta parvenza, il suo ruolo di prima potenza nel continente europeo. La convinzione che giovi all'Italia una politica estera nazionalista cadrà del tutto anche dalla mente di Mussolini quando vedrà in azione la politica dei laburisti inglesi, i quali, come


tutte le razze puritane, sotto la parvenza pacifista e democratica, cureranno gli interessi prevalenti dell'impero britannico, al pari di qualsiasi altro governo borghese; ma difideranno d i ogni nazionalismo, anzi lo prenderanno ad utile pretesto per precostituire a nostro danno il loro vantaggio; lo stesso farà la democrazia francese, se, come sembra, riuscirà a soppiantare Poincaré. E l'Italia avrà per sè il balocco delle belle frasi e l'isolamento o la diffidenza delle nazioni potenti e d i quelle piccole. Inoltre non si vede ancora (come è da augurare per l'Italia) che l'on. Mussolini attraverso la vertenza franco-tedesca, si avvicini sul serio all'rnghilterra ed al19America per una politica risoluta; in questo caso dovrebbe anzitutto togliere un fondamentale motivo di diffidenza dei popoli anglosassoni, il suo anti-democraticismo ed il suo anti-costituzionalisnio. Lo farà egli? L'errore fondamentale del fascismo arrivato al potere è stato quello d i legarsi al nazionalismo e d i farne una bandiera d i politica estera. La formula errata del sacro egoismo d i Salandra è divenuta il niente per niente di Mussolini; nel fatto nè l'una nè l'altra formula hanno una base realistica, quando si impone invece per la salvezza dei popoli vinti e dei popoli vincitori la formula chiara e necessaria della solidarietà europea e ,della cooperazione americana. La tendenza egemonica della Francia ha rotto iiequilibrio che deve essere restituito; e ciò non sarà possibile se l'Italia non esce dall'equivoco nazionalista. La politica interna non può essere ben fondata se non è una conseguenza naturale dell'orientamento della politica estera.

-

1. Della realtà fascista come d i tutta la realtà umana, si può dire bene o male, secondo i punti di vista e secondo le varie fasi di questo enorme tentativo che non è senza conseguenze sulla vita del nostro paese. La esaltazione giovanile e la rinascita dello spirito nazionale, così tormentato e depresso nel periodo bolscevizzante, non possono non lasciare notevoli traccie nella coscienza collettiva. Però


lo spirito pubblico, abituato nel periodo bellico alla violenza e all'uso delle armi per una causa di difesa nazionale, non prova tutta la ripugnanza morale per l a violenza usata in lotte interne e in conflitti economici e politici, e la seminagione dell'odio e del rancore, che dalla violenza e dalla prepotenza nasce in quanti ne soffrono, non può non dare effetti perniciosi nella educazione morale e politica del nostro popolo. Più volte ci si domanda la ragione del perchè si continua, e in vari luoghi si esaspera questo sistema di minacce, d i violenze e di oppressione; e mentre si comprende (benchè non si possa giustificare) tale metodo del fascismo prima di arrivare ad essere governo e a tentare l'assimilazione dello stato; dopo che potere politico, militare e regio sono stati concordi nella consacrazione dell'avvenimento, e che la maggior parte delle forze economiche e della stampa si sono orientate alla nuova vita, non si trova una ragione politica (se ragione vi possa essere mai) per cui il metodo di violenza abbia a continuare. Qualcuno osserva che per una concezione esagerata della propria realtà, la tendenza prevalente è quella della trasformazione totalitaria di ogni e qualsiasi forza morale, culturale, politica, religiosa in questa nuova concezione: « l a fascista D. E poichè le menti non d i piegano nè le coscienze si trasformano, è fatale che si pieghino le teste e le ginocchia con l'uso della forza esterna. I n questa tendenza totalitaria e dominatrice vi è anzitutto un errore sostanziale: quello di credere che il movimento fascista abbia una teoria che convinca le menti e attragga i cuori; purtroppo la contingenza del suo movimento è data dalla mancanza d i una concezione teorica che comunque possa attrarre le menti e disporre gli animi ad una confidenza e sicurezza nella sua realtà. Perchè la realtà vera non è materia ma spirito; non è fatto ma idea; non è corpo ma anima. Nessuno vuole fare il processo alle idee e alle teorie che il fascismo dal 1919 ad oggi ha messo avanti e poi ha ritirato dalla circolazione, perchè, essendo un movimento convulso e ' un'espressione sentimentale di stati d'animo e d'interessi contrastanti, non poteva fare altro che fissare nella sua lastra fotografica le impressioni esterne del momento, e ingrandirle sullo schermo di proiezione, per determinare la folla a suo favore.


Oggi l'ultima forma assunta, nel periodo del primo anno d i governo, è la clerico-nazionalista e la hegeliana; ma ci avvertono d i non essere conseguenziarii, e d i non arrivare quindi a tutte le applicazioni pratiche d i simili teorie, chè l'indole del capo del fascismo no1 comporta. Questi per giunta ha introdotto nel suo sistema il corporativismo, che è un elemento contrastante e sul terreno politico non riducibile, come sembrò i n un primo tempo, nè alla dialettica della risultante del superiore interesse economico delle due classi, nè alla risultante degli interessi nazionali come superiori alle ragioni della classe e dell'interclasse. I1 movimento fascista ci si presenta come pragmatista ed insieme egocentrico ; sperimentale ed insieme hegeliano ; perssnalista ed insieme totalitario; perciò nega la libertà e ne conserva una particella; combatte la democrazia e non sopprime il parlamento; cerca i consensi generali, ma mantiene l'arma di una forza extralegale; ha tendenze repubblicane ed è monarchico; rispetta la chiesa e ne vuole asservite le forze morali a scopo di dominio. I n questa permanente e intima contraddizione il capo del fascismo è unico centro, fonte di autorità nel suo partito, la pernana che desta simpatie e Gdricle anche fuori del partito; onde molti distinguono il fascismo da Mussolini; e, per l'abitudioe italianicoima di voler vedere pi-5 gli uomini che le idee, oggi si guarda a questo uomo con la medesima fiducia d i molti e con la stessa asperità di pochi, come guardarono per anni e decenni a Depretis e a Giolitti; i quali poterono dominare al disopra dei propri partiti e al di fuori delle proprie idee politiche, da dittatori senza dirlo, domando parlamenti e disintegrando partiti, .accarezzando o minacciando la chiesa: arte politica, non teoria nè fede. Così non pochi pensano, ovvero desiderano che sia- l'on. Mussoiini, nei superamento delle violenze verbali e del rassismo locale: le prime ridotte a stile parlamentare, ma sostanzialmente le stesse; e il secondo riportato al livello dei mazzieri d i De Bellis e dei camorristi di Peppuccio Romano o dei maffiosi di Vittorio Emanuele Orlando. Come si vede, una conce-


zione paesana e passatista, di marca giolittiana e di stile Acridionale. Oggi governa l'Italia l'agrarismo della Va1 Padana e con maggior efficacia l'industrialismo lombardo-ligure ; i loro metodi sono più in grande stile; si spendono milioni per mantenere giornali e per sfruttare lo stato. Ieri gli industriali e finanzieri lombardo-liguri facevano lo stesso aiutando i socialisti, per far da contrappeso alle correnti della piccola borghesia, che finiva per pagarne i costi e concorrere a determinare i profitti politici della grande industria parassita. Oggi, capovolte le situazioni, è il fascismo che giova;e concorre a creare uno spirito pubblico in sostanza analogo al precedente che, superando le aberrazioni violente dei rossi (la solita biscia che morde il ciarlatano), è servito e serve alla medesima industria parassita e alla stessa speculazione bancaria. Così nel fondo si ritrovano i medesimi attori e i medesimi interessi, che nè Giolitti ieri dominò nè oggi Mussolini domina.

-

2. Ciò nonostante quasi tutti i partiti e gli uomini politici più in vista convengono che l'esperimento Mussolini - sia o no identificato o identificabile col fascismo, e sia o no il fascismo un semplice fenomeno contingente o una teoria in formazione - che l'esperimento Mussolini debba avere il suo naturale sviluppo e il suo ciclo; e quindi sconsigliano tanto le opposizioni decise e implacabili, quanto il fronte unico o il blocco della libertà. I n politica non c'è nulla di definitivo, e quindi questo modo di valutare il fenomeno Mussolini oggi può essere realistico ed esatto e domani non più. In generale questa concezione mussoliniana parte da due presupposti: che Mussolini sia l'uomo forte di fronte agli altri che ancora si trovano sulla ribalta politica, e che Mussolini sia un elemento politico per sè stante al di fuori della vitalità che a lui ha dato il fascismo. Può essere che i presupposti abbiano qualche fondamento reale, ma in questa valutazione non si può prescindere da tutto quel complesso che è oggi insieme partito-governo-stato, che tenta un'assimilazione faticosa di altri valori esterni e di altre forme estranee.


Per questa ragione la gran massa del popolo italiano ( a l di fuori dei militanti nei vari partiti) non ha oggi un orientamento chiaro, e fuori del fascismo stesso nen vede nuclei potenti che facciano da punto di polarizzazione e di opposizione e creino i l dualismo dinamico e risolutivo. Quindi è naturale che da molti si pensi che ~ u s s o l i n i ,come capo del partito fascista e capo del governo insieme, debba fare il suo esperimento e debba sviluppare ancora d i più le sue attività. L'espressione della volontà popolare, sia pure alterata da una legge arbitraria, e sia pure agitata da paure di violenze e d a speranze d i vantaggi, potrà forse essere u n elemento di maggiore chiarezza di idee, di responsabilità, di posizioni politiche e determinare l a crisi. I1 tormento post-bellico dell'Italia per trovare i l suo assetto, la sua vita, la sua finalità non è finito, anzi è appena all'inizio; i fenomeni post-bellici del bolscevismo e del fascismo hanno una base economica interna e paesana; e sono destinati a finire col non trovare sè stessi, e col generare altri fenomeni più complessi e più travagliati. Mussolini è uomo capace di rimanere al disopra del suo stesso partito in evoluzione, e di cogliere i momenti che passano per realizzare la novità dello spirito? Se ciò sarà, il sbo esperimento potrà dirsi conciusivo; egii dovrà poter superare tanto l'illegalismo della sua massa, quanto I'affarismo degli industriali e degli agrari, che premono sui suo partito, e dovrà tentare di assurgere ad un'idea. Egli purtroppo è tratto dal suo stesso egocentrismo a sopravalutare i vantaggi della dittatura, perchè non ne'conosce e non ne sente gli svantaggi. La sua superficialità lo allontana dalla ricerca e dal senso realistico d i un'idea. La speranza quindi che egli sappia sollevarsi a dominare con un'idea, sulla quale far convergere i consensi, non sembra, almeno oggi, realizzabile ; tanto più che egli non può trovare altra idea fondamentale che non sia la libertà nel grande significato tradizionale e storico. Si è voluto, in questo caos intellettuale, trovare un'antitesi pratica fra libertà e autorità; come se questi due elementi costitutivi dell'unità organica dello stato potessero esser posti in antitesi di negazione reciproca; invece debbono trovarsi sul


medesimo piano d i concretezza e rivalutarsi a vicenda. Invocare l'autorità per comprimere la libertà è un errore di impostazione e contraddice alla storia dei popoli. Autorità e libertà sono invece i due poli del mondo politico: il prevalere dell'un elemento sull'altro ha generato sempre il disordine. Lo spirito di dittatura, che oggi pervade l'Italia, è un elemento di disordine morale , e sociale. I1 processo psicologico e politico dei popoli può subire delle involuzioni; ma queste a lungo andare si scontano.

-

3. La sessione parlamentare è chiusa; questo atto preludia l o scioglimento della camera dei deputati e le elezioni politiche a breve scadenza. Ma siano o no prossime le elezioni politiche, una cosa è sicura, che presto o tardi questa larga consultazione del paese dovrà avvenire, e che allora il governo di Mussolini dovrà guardare I'awenimento come un altro passo verso la legalizzazione della sua posizione politica. La nuova legge elettorale altera la volontà ,del paese a vantaggio di un partito o d i un blocco; e quindi è lesiva del giusto fondamento costituzionale. Ciò nonostante la ricerca della formula esterna d i volontà popolare e la rinnovazione dei comizi elettorali, indicano d i per sè il tentativo d i un avvicinamento del governo alla legalità costituzionale e al principio democratico. (*) Lo spirito sarà contrastante con la realtà; ma questa avvince di sè anche coloro che la vogliono negare. La morsa in cui è stretto fi#ussolini è questa fortissima realtà democratica, clie non è isolabile in Italia per poterla distruggere, ma che vive e lotta in tutto i l mondo moderno, nel cui ritmo non può non vivere l'Italia, oggi più di ieri, per lo spostamento di ricchezze e di economie avvenute in Europa per causa della guerra; e per la ripresa di interessi morali e politici che debbono avere per base la solidarietà internazionale. I1 movimento nazionalista chiuso in sè, la corrente agrario-

(*) Mentre si va in macchina il decreto di scioglimento è stato pubblicato; e i discorsi di Mussoliii non mostrano in Ini la tèndenza ad m ritorno alla legalità costituzionale. Ma si sa che le manifestazioni mnssoliniane sono spesso contraddittorie. (Nota alla 1' ed., 1924).


reazionaria, il culto della violenza post-bellica sono anacronismi di popoli vinti e poveri; non possono essere la base della politica italiana senza retrocedere d i un secolo. Per queste considerazioni, dal punto di vista della politica italiana, l'esperimento Mussolini non può avere uno sbocco imperialista, egemonico, dittatoriale: .ma deve avere uno sbocco liberale-democratico, cioè deve percorrere le fasi involutive del fenomeno fascista; e dopo avere operato una specie d i massaggio sul corpo della nazione, ritornare al punto di partenza. Occorre però rinunziare allo spirito totalitario e riconoscere la necessità e le funzioni dei partiti; disdire l'illegalismo dei fatti e l'illegalismo dei decreti e ritornare alla legge atto d i parlamento e alla eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge; comprimere la tendenza alla violenza come diritto del più forte e come metodo persuasivo, rivalutare i consensi morali e dare all'ordine statale la forza della disciplina nazionale; togliere la confusione fra partito, governo e stato, e ridurre a piena espressione statale ogni organizzazione di forza armata; rimettere nella sua realtà libera e non alterata la volontà popolare espressa nelle elezioni politiche. Tutto questo è democrazia, sana, vitale, insopprimibile: è realtà che balza dalle cose e che non verrà annullata da nessuna volontà umana, ma dalla presente mortificazione trarrà vigore novello. È da augurare alla patria nostra che i l conflitto h a democrazia e reazione rimanga nelle sfere della legalità. I1 popolarismo che non ammette la violenza privata e che sostiene essere il processo naturale dei popoli civili nella propaganda delle idee, nella convinzione dei programmi, nella realtà delle cose, nella rispondenza degli istituti alla realtà; il popolarismo esclude dalla sua azione l'illegalismo, ma vuole agire moralmente per modificare la corrente fascista e determinare le forze più coscienti e in evoluzione verso più sani concetti di stato costituzionale e verso una più umana concezione del rispetto altrui. Certo non si può negare che un tale processo sia lento; gli avvenimenti, nel loro insegnamento e nella loro necessità, concorrono a non breve scadenza a far rientrare nell'alveo sociale coloro che ne sono usciti.


Ma il fascismo del 1923 non può per l'Italia che essere una parentesi; quello del 1924 già sente i mutamenti attorno a sè e dentro di sè. Ha la forza di vincersi e di mortificarsi? Ancora è possibile sul fascismo l'opera di alcuni uomini, quali Mussolini, dato che le idee non hanno salda base di convinzioni e gli interessi che vi si son formati attorno sono ancora su un piano instabile? I1 facile passaggio di masse socialiste, di democratici e liberali sotto il fascio littorio non contribuisce certo al rassodamento di direttive e alla formazione d i idee; e quindi lo spostamento dei dirigenti e specialmente del capo, porta con sè troppo facilmente i gregari e determina nuove correnti. Per gli ottimisti, e non son pochi, c'è ancora speranza che il buon senso si riprenderà da tutte le esagerazioni, e che la realtà vivente farà sentire le sue leggi e il suo influsso. I1 vantaggio che dalla nuova esperienza dovrà trarre l'Italia è quello di potere con ogni sforzo superare forme esagerate d i vita esteriore, e d i poter comprendere che ogni indisciplina collettiva si sconta. Verrà fuori una classe dirigente che non sarà strettamente fascista, ma che avrà fatto giustizia dei vecchi infrollimenti e di declamazioni demagogiche e retoriche, di esagerati nazionalismi e d i turbolenze squadriste; e se le mancherà sufficiente preparazione, avrà avuto un'esperienza notevole che ha inizio col 1915. Al disopra di vedute particolari di partito, l'augurio fervido d i ogni italiano è che questa nuova classe dirigente porti la nostra patria ad un periodo d i pace interna e di sviluppo estero, quale quella cui le condizioni morali dei popoli europei ci danno diritto. Ogni periodo ha il suo male e il suo bene: spetta agli uomini volonterosi e coscienti anche dal male trarre il bene e dalle convulsioni l'ordine. Un fenomeno nuovo e notevole è l'orientamento dello spirito pubblico verso i valori intellettuali, morali e religiosi. I1 movimento è generale ed è stato prodotto dalla grande guerra; il fascismo vi si è orientato più come forma esteriore che per interna evoluzione. Però, a parte ogni valutazione politica, per la vecchia mentalità anticlericale della borghesia democratica si è rotto un incantesimo di pregiudizi


e di avversioni, e si è superato, anche nella politica, un punto morto della vita italiana. Per i cattolici il fatto può avere una notevole importanza a una sola condizione,. che si sappiano sviluppare i germi interiori per l'avvicinamento spirituale dell'anima italiana verso la chiesa, e che le masse lavoratrici e le correnti democratiche non abbiano a temere, neppure per colpa od errore d i uomini, che la chiesa appoggi, con la, sua influenza, correnti reazionarie o tentativi dittatoriali.


APPENDICE

Nella prima edizione, del 1924, come opportuna documentazione al capitolo primo « I primi quattro anni P, veniva pubblicata in Appendice la relazione che il prof. don Luigi Sturzo aveva tenuto, quale segretario politico del partito popolare italiano, al 3O congresso svoltosi a Venezia nell'ottobre del 1921. Veniva poi aggiunto l'appello, redatto da don Sturzo, rivolto dalla direzione del partito popolare italiano ai popolari d'Italia per le elezioni politiche del 1924. In questa seconda edizione, oltre ai due suddetti testi, si riproduce la corrispondenza avuta nel 1955 da don Sturzo con il direttore de a I1 Borghese D, con il prof. Arturo Carlo Jemolo, e con il direttore de « La Civiltà Cattolica D, circa la linea tenuta da don Sturzo, quale segretario politico del partito popolare italiano, durante e dopo la marcia su Roma. Sul medesimo argomento si aggiunge una lettera di don Sturzo diretta nello stesso periodo all'aw.Artnro Assante, allora direttore del a Corriere di Napoli n. Altra precisazione sul colloquio avuto con l'on. C. Corradini circa un possibile ministero Giolitti i n collaborazione con Mussolini (settembre-ottobre 1922) è contenuta nelia lettera diretta al prof. Nino Valeri i n occasione della pubblicazione del suo ultimo volume a Da Giolitti a Mussolini o (Firenze, Parenti, 1956). I1 10 luglio 1923 don Sturzo rassegnò le dimissioni da segretario del partito. I1 fatto fu commentato ostilmente da Mussolini alla camera dei depntati, provocando una manifestazione di solidarietà dei depntati popolari con il segretario uscente, e un discorso di Gronchi, il quale entrava a far parte del triumvirato chiamato a dirigere il partito., Si riporta in Appendice il testo stenografico di tale discorso, che chiarisce la posizione di tutto il partito popolare nei confronti del fascismo. Si aggiunge infine un breve elenco di articoli relativi alia questione del Veto a Giolitti P, di cui si tratta nel presente volume.


DA NAPOLI A VENEZIA (1920-1921)

-

1. L'attività del nostro partito nel eri odo dal secondo a l terzo congresso fu assorbita in buona parte da due grandi battaglie elettorali, quella amministrativa dal settembre a l novembre delf'anno scorso e quella politica nell'aprile e maggio di quest'anno. Due battaglie che, con caratteristiche diverse, ma con ambientazione psicologica e politica quasi identica, hanno nuovamente provato come la forza del nostro partito abbia salde basi e radici profonde nel popolo; come il suo carattere specifico abbia precisi contorni che rispondono ad una personalità viva ed operante; come le sue finalità superino le contingenze di una politica esteriore e occasionale, perchè basate sopra un programma veramente organico. A più di u n anno di distanza i vari partiti e l'opinione pubblica generale hanno modificato atteggiamenti e apprezzamenti in modo da far sì che molti si siano potuti rendere conto esatto di come la formazione del partito popolare italiano non fu semplice fenomeno passeggero del dopo-guerra, ingigantito dalla proporzionale politica conquistata di sorpresa; nè una leggera variante della posizione politica dei cattolici per la difesa dei principi morali nella vita pubblica, nè un accostamento negativo di difesa di elementi eterogenei senza unità spirituale e politica, che si mettono reciprocamente a disagio; sì bene un vero partito che risponde ad una diversa e nuova concezione politica nella vita del paese.

-

2. La lotta elettorale per il rinnovamento generale dei consigli comunali e provinciali venne dopo la campagna fatta, dentro e fuori del parlamento, per la proporzionale amministrativa, che ebbe a l congresso di Napoli una forte affermazione e una indicazione programmatica. Accettata dal ministero Nitti, che aveva presentato un modesto progetto, fu anche accettata


da Giolitti, senza convinzione, come pn atto d i condiscendenza verso i popolari, ma fino a u n certo .punto, segnato dalla improrogabilità delle elezioni. F u così che, dopo una sterile battaglia parlamentare, Giolitti, sicuro nella sua convinzione che a i blocchi avrebbero alla fine d i buon grado o costretti partecipato anche i popolari, come preludio della sua politica di apparente reazione contro i socialisti, indisse le elezioni amministrative generali. F u quello uno dei momenti più d a c i l i del nostro partito; si era nel periodo che precedette e seguì l'occupazione delle terre e delle fabbriche; i tribunali rossi incutevano terrore, la economia industriale ebbe paura, denaro emigrò all'estero, si temette della consistenza dello stato. Autorevoli amici dubitarono dell'opportunità di mantenere la tattica intransigente, che per la rigidezza dei contenuto disciplinare e la tonalità politica assunta, fu creduta una rappresaglia contro il governo e i partiti liberali che avevano, più o me'no lamatamente, negata la proporzionale amministrativa. Si cercò di rappresentare tutto il movimento socialista come invaso da una grande offensiva comunista-bolscevica, dalla quale difendere la società col fronte unico amministrativo, si pregentavano con vivi colori i pericoli religiosi e morali di vittorie socialiste nelle città e nelle provincie, per portare il partito popolare italiano sul terreno, essi dicevano, della realtà; dal quale credevano si allontanasse con una tattica non sentita nè utile. La direzione del aartito maotenne la sua linea di intransigenza elettorale, confortata anche da un esplicito voto del consiglio nazionale e dallo spirito dei nostri tesserati, che diedero alla lotta u n mirabile impeto di giovinezza e una valida fiducia nella bontà della tattica; s i che le poche defezioni poterono avere scarsa influenza e apprezzamenti non benevoli, e le poche eccezioni autorizzate trovarono alla fine giustificazioni e consensi. Il aartito ne uscì rinsaldato e fiducioso. anche là dove la preveduta sconfitta diede a i dissenzienti motivo di aspre rampogne, e alimentò in alcuni la speranza di u n ritorno a l passato delle alleanze clerico-moderate. Tale fiducia ebbe vita brevissima ;i blocchi amministrativi furono facilmente minati, com'era ovvio prevedere, da congenita tabe di disgregazione di uomini e di propositi, mentre non aveva reale efficacia ed era sproporzionato allo scopo l'eccesso d i una pretesa politica antisocialista nel puro campo elettorale ed esteriore, quando nella politica realistica del17economia privata e pubblica, dell'organizzazione locale e statale, autonoma e riconosciuta, continuava col medesimo sistema e con la medesima connivenza, neppure a titolo di collaborazione a parità di condizioni, una dedizione e servitù di governo e d i amministrazione a l vecchio socialismo L


procacciante e monopolista, che tenta realizzare in tutti i modi i l socialismo d i stato. La medesima politica portò Giolitti alle elezioni generali per la nomina dei deputati al ~ a r l a m e n t o ,nel favorire intese più O meno sincere con il fascismo e il liberalismo, nel tentativo di galvanizzare con i blocchi u n fronte di resistenza democratico-liberale. Tutta l'impostazione della campagna fu antisocialista, e con meno violenza, ma con arte diplomatica, fu antipopolare. F u sognata da molti una modifica della configurazione di Montecitoria, che avrebbe assegnato ai socialisti appena ottanta seggi e meno d i settanta ai popolari; onde facile sarebbe riuscito il predominio assoluto dei partiti non organizzati, demo-liberali, a base esclusivamente borghese, e sarebbe stato possibile realizzare il sogno dell'on. Orlando di abolire la proporzionale politica per la riconquista indiscussa della camera elettiva.

-

3. L'esito delle elezioni interruppe bruscamente quel sogno ; e strano a dirsi, appena dopo pochi giorni dalla battaglia del fronte unico e dei blocchi saldi, si cominciò a discutere appassionatamente sulla possibilità e probabilità della collaborazione dei democratici con i socialisti, più o meno insieme ai popolari, e si vide scosso il governo che la battaglia aveva voluta e imposta al paese, col solito doppio sistema di Giolitti di far credere ad una reazione e darvi mano, e continuare nello stesso tempo una politica economica demagogica e socialistoide; pronto, se i socialisti avessero voluto, a far egli per i l primo i1 connubio di collaborazione anche all'indomani di una lotta nell'apparenza antisocialista. I n questo enorme equivoco elettorale il nostro partito rimase immune da compromessi, forte nella sua saldezza, riaffermando la sua personalità, il suo programma e la sua funzione nella vita pubblica italiana. E ciò oggi riconoscono assai più facilmente quelli che lo negavano ieri, non tanto per comodità e vantaggio polemico, quanto per mancanza d i una visione chiara d i quel che fossero la natura, il metodo e le ragioni sostanziali di lotta del partito popolare italiano meglio apprezzandolo, ed è umano, attraverso i successi elettorali. Nè 6 a dire che questi fossero stati facili: un'atmosfera d i diffidenza, un lavorio di insidie tenta ogni nostra posizione, conquistata spesso con gravi sacrifici. 'In ogni campo abbiamo avversari e nemici: i socialisti ci contrastano sul terreno sindacale e cooperativo, dove essi hanno il dominio indisturbato, e favorito anzi, dalla burocrazia per abitudine, dalla democrazia per debolezza, dalla plutocrazia per tornaconto. Gli agrari hanno il mo-


nopolio della confederazione padronale, e dimenticando il colpo mancino e grave dato all'agricoltura dalle tariffe doganali Alessio, muovono in guerra contro il partito popolare al motto: u meglio i rossi che i bianchi! D. Le democrazie stanno in agguato: è un vecchio metodo; nelle provincie e nei comuni ove hanno una base tradizionale, lottano contro i popolari col sistema dei favori e delle rappresaglie attraverso prefetture, consorzi, enti, istituti, che costituiscono o disfanno sotto l'aspetto del vantaggio immediato di parte; vivendo la piccola politica, meridionale specialmente, che ha culminato nelle lotte elettorali, e che mantiene ancora in piedi certi proconsoli politici, cui tutto è lecito quel che loro giova nella vita locale. Comunisti e fascisti hanno insanguinato le campagne e le città con uno spirito di violenza che ha turbato profondamente le ragioni e le basi del viver civile ed ha scosso fortemente l'autorità dello stato e l'impero della legge. I1 partito popolare italiano, estraneo alla lotta, e quindi estraneo a l patto di pacificazione che Bonomi e De Nicola tentarono fra socialisti e fascisti, ha subito localmente ora la rappresaglia comunista, della quale è doloroso ricordo la tragedia di Abbadia San Salvatore: ora l a spedizione punitiva dei fascisti che ebbe notevoli episodi contro la nostra stampa a Verona, a Udine e Treviso; e che purtroppo ha aumentato il numero delle vittime umane. Diciamo che il partito popolare italiano ha subito le violenze, che mai provocò, perchi: è contro il nostro spirito e il nostro programma i l metodo della violenza, contrario ai nostri principi morali e sociali; anzi noi reputiamo un pervertimento etico e giuridico la organizzazione della violenza privata, sia contro lo stato, come la interdono i socialisti piii accesi e i comunisti, sia a difesa dello stato, come credono con maggiore o minore convinzione non solo i fascisti, ma anche i liberali che hanno moralmente diviso con i fascisti le responsabilità dei loro eccessi, col loro appoggio materiale e morale. Non intendo con ciò negare la complessità del fenomeno fascista che non può essere guardato dal solo lato della violenza organizzata, lato che per il bene e l'amore alla patria nostra, per il suo buon nome e per la pacificazione degli animi deve scomparire; ma intendo le varie ragioni e fasi di lotta, che hanno dovuto affrontare localmente le nostre organizzazioni, in un faticoso contrasto di uomini, di metodi e di interessi, premuti da un lato dal movimento liberale per una unione contro i socialisti e comunisti; dall'altro da una comunanza di difesa d i libertà con i socialisti, contro le violenze agrario-fasciste; dall'altro a contatto con i fascisti contro il prepotere tirannico delle leghe rosse; in un'alterna situazione d a c i l e e per il suc-


cedersi di problemi posti e non risoluti, e per la nervosità continua di un ambiente eccitato, e per la mobilitazione elettorale quasi permanente, per il succedersi di crisi economiclie, che arrivano all'ingigantirsi del fenomeno della disoccupazione in ogni categoria di lavoratori, acuendo ancora di più tutte le più aspre situazioni di lotta.

-

4. I n questo ambiente il partito popolare italiano ha sempre affermato la sua personalità distinta, il suo programma organico, la sua organizzazione progediente; è questa doverosa constatazione che noi facciamo per dire che non il fittizio, ma il reale, non la galvaniezazione, ma la vita è in noi, quale politicamente e socialmente la concepiamo e la vogliamo realizzare nei fatti. E di fatti è stata maturata tutta la nostra attività dalla data della nascita del partito ad oggi, di fatti che nella loro realtà non possono sfuggire a nessuno, neppure al più permaloso critico interno ed esterno dell'opera nostra. Per ben valutare questi fatti occorre osservare che nella vita collettiva talvolta ha più efficacia una battaglia non ancora rinta che cento risultati pratici, che crediamo definitivi perchè circoscrivibili e oggettivabili. Accenno a tre battaglie che abbiamo combattute nel paese, come conseguenza dei deliberati del congresso di Napoli, cioè l'esame d i stato, la proporzionale amministrativa, la riforma agraria: .tre battaglie delle quali nessuna ha avuto ancora il suo esito, ma che per me oggi rappresentano delle reali conquiste, specialmente la prima e la terza, acquisite dalla pubblica opinione e insopprimibili dal ruolo delle pratiche e immediate realizzazioni. L'esame d i stato ha avuto una prima battaglia parlamentare attorno al progetto Croce; ma più interessante è stata la battaglia extra-parlamentare combattuta sui giornali di tutti i colori, dal conservatore al comunista, che vi si sono appassionati. Giolitti ha avuto il merito di sentirlo., il ~ r o b l e m adella libertà scolastica, prima ancora degli altri del suo partito e d i averlo accettato come patto di alleanza con i popolari; e Benedetto Croce ha avuto il merito ancora maggiore di offrire in pascolo alle ire dei professori massoni e liberali un suo progetto rigorosamente logico, che partiva da premesse angolose e arrivava a conseguenze taglienti, sì da urtare tutto l'irritabile genus degli adoratori della scuola monopolistica d i stato. Neppure i nostri eran contenti del progetto, creduto monco e difettoso; però con varie modifiche esso veniva accettato e caldeggiato come un primo e notevole passo verso la libertà d'insegnamento. Non dirò dell'azione svolta dal gruppo parlamentare: altri ne L


parlerà: nè accennerò alla circolare della segreteria politica del partito, all'attività spiegata da comitati provinciali e da sezioni, alle pubblicazioni sollecitate e favorite per diffondere' i capisaldi della riforma, tutto un movimento appassionato e oculato, perchè l'opinione pubblica, scossa e divisa, si orientasse decisamente verso il principio della libertà scolastica, sì che per oltre tre mesi questo divenne un argomento predominante in Italia. Nel discorso della corona all'inizio della XXVI legislatura, nelle successive dichiarazioni di Giolitti, e poi nel discorso di governo dell'on. Bonomi, tornò chiara e precisa l'affermazione dell'impegno, come u n problema moralmente risolto, che attende in Italia solo la realizzazione concreta. E nessuno nega in Italia che l'impostazione politica di tale problema non sia dovuta esclusivamente ai popolari, e nessuno oggi può negare che mai in Italia il problema della scuola, specialmente elementare e media, nell'azione della vita politica e nell'impostazione programmatica dei governi ebbe un significato così caratteristico di libertà E se ancora dobbiamo credere al dinamismo delle idee come creante di per sè una realtà, anche coloro che accuseranno gli organi del nostro partito di non aver saputo o potuto realizzare questo cardine della vita italiana, quale è la libertà di insegnamento, riconosceranno che i l passo fatto fin'oggi è d i capitale importanza e preludia ad una prima soluzione concreta, alla quale il ministro Corbino e il sottosegretario Anile in questi giorni dedicano la vigilia della riapertura parlamentare. È da augurare che il nuovo disegno di 'legge eviti le diEcoltà del progetto Croce, e secondi le aspirazioni dei migliori istituti del regno.

...

-

5. La proporzionale amministrativa ebbe una battaglia vivace prima e dopo le elezioni generali dei consigli comunali e provinciqli, ed ebbe sulla stampa e nel paese una ripercussione assai forte. È noto, il motto di battaglia lanciato dalla direzione del nostro ~ a r t i t ol'indomani del voto di rinvio dell'a~osto 1920 deliberato dalla camera dei deputati: La battaglia per noi continua! Alla r i ~ r e s a~arlamentare.in mezzo al mare burrascoso e alle infide sirti e scogliere di Montecitorio, i nostri amici condussero in porto il disegno di legge, frutto di transazione senza convinzione, quando la legge stessa perdeva il sapore della realtà immediata, dovendo avere la sua applicazione alle prossime abbastanza lontane elezioni generali quadriennali del 1924. Con la fine della XXV legislatura il disegno di legge cadde. Facendo un bilancio obiettivo, dovremmo segnare la partita al passivo per due ragioni: perchè i1 problema, passate le elezioni, non C,

.


appassiona più l'opinione pubblica, nè gli stessi uomini politici, tranne quelli di parte nostra che s'interessano ai problemi amministrativi; e perchè la soluzione quasi intermedia adottata col disegno di legge approvato dalla camera nella XXV legislatura, sembra a non pochi una contraffazione della proporzionale anzichè una legge organica. Non farò una discussione sulle due ragioni; solo mi preme manifestare i l mio pensiero, alquanto ottimista: io credo che oggi mentre le elezioni amministrative sono lontane, convenga riprendere l'argomento della proporzionale amministrativa, non solo come problema di realtà elettorale, ma come istituto connesso alla riforma delle autonomie locali, e il pubblico ripiglierà tosto il suo interessamento alla cosa; e sono d'avviso che il disegno di legge approvato alla camera dei deputati nella XXV legislatura non sia affatto, come si afferma, una contraffazione della proporzionale, ma che, nel suo spirito di transazione fra le varie correnti, resti u n istituto vitale e serio, pel quale si tien conto, almeno per u n primo tempo, delle d i 5 coltà di formare nelle amministrazioni connubi vitali. Per noi la battaglia per la proporzionale amministrativa continua ancora, convinti che per vincere le battaglie occorre quella pazienza che sola opus perfectum habet.

-

6. La riforma agraria quale fu deliberata dal congresso di Napoli, come l'argomento più appassionante e interessante, aveva cinque problemi in sè riuniti: il latifondo, le camere regionali di agricoltura, le tariffe doganali, la riforma dei patti agrari e i provvedimenti immediati per gli escomi. Solo quest'ultima parte ebbe in mezzo a gravi difficoltà una conseguenza legislativa, ad un anno di distanza, con la legge Micheli D 7 aprile u. S. nella quale fu relatore l'on. Umberto Merlin: e solo due decreti legge promossi dal ministro Micheli ebbero, benchè parzialmente, pratico effetto in materia di latifondo: quelli del 7 giugno e del 10 ottobre 1920, sul credito agrario fondiario in Sicilia e gli acquisti di terre fatti da enti pubblici e sul1'~ccupazione delle terre e lo scioglimento dei contratti d i gabella. Gli altri provvedimenti invocati, quali lo spezzettamento del latifondo e le camere regionali d i agricoltura, sono ancora tra le spire dell'ingranaggio molto pesante e impacciato della camera dei deputati; la riforma dei patti agrari ebbe una discussione alla camera con la nota mozione Martini e una elaborazione di progetti da parte degli on. Martini e Giavazzi che, per le vicende parlamentari, non arrivò allo stadio di presentazione; e per giunta il peggio si è avuto nella questione delle tariffe doganali, che, approvate con decreto legge, non sono

'


ancora state esaminate dal parlamento e intanto sono in vigore con danno evidente della nostra agricoltura. I1 bilancio dell'esito legislativo dei problemi agrari, posti dal congresso di Napoli, non è soverchiamente brillante, bisogna convenirne; però debbo onestamente soggiungere che nè al gruppo parlamentare, nè ai nostri uomini al governo si può fare il torto e l'addebito di mancanza di energia e d i volontà nel realizzare almeno parte dei nostri voti 'di Napoli; e posso aggiungere che da parte del presidente del consiglio ho avuto confermate le promesse dell'amico Mauri, d i far discutere a novembre il disegno di legge Falcioni-Micheli sulla colonizzazione interna e il latifondo; e all'uopo è stato sollecitato il relatore on. Cermenati a presentare subito la sua relazione. Anche i l disegno di legge sulle camere regionali di agricoltura verrà tosto alla discussione della camera, secondo che ha promesso il relatore on. Giuseppe Beneduce. fu già sollevata alla caLa cmestione delle tariffe doganali " " mera dall'on. Mauro, che in questo congresso torna a parlarne nella sua relazione : e il nostro ministro dell'aericoltura sta " studiando u n disegno di legge sui patti agrari. Chi crede che in parlamento si possa camminare sotto pressione a cento chilometri all'ora, si inganna: lì si va ancora con la celebre vettura d i Negri; non c'è da farsi illusione; vi sono problemi di poca o di molta importanza che aspettan.0 la soluzione da moltissimi anni, come i l paralitico di Gerusalemme che da trentotto anni aspettava il momento di poter essere gettato nella probatica piscina quando l'angelo agitava le acque. Spetta ai partiti far divenire ragione e interesse politico d i immcdiata soluzicze cpe!!o che è annoso problema tecnico; quale quello del latifondo o degli usi civici, che dopo l'unità nazionale hanno avuto le wrime affermazioni olit ti che con lacelebre inchiesta Jacini; e questo ha cercato di fare i l partito popolare italiano. I1 consiglio nazionale del maggio 1920, in esecuzione dei voti d i Napoli, precisò in u n famoso ordine del giorno la portata dei provvedimenti invocati, i termini delle richieste d i carattere giuridico, sociale e tecnico, e con la circolare n. 39 furono date le istruzioni per la pratica attuazione e per l'ambientazione del punto di vista popolare. La politica agraria nostra è stata la più discussa in Italia; e una serie di re giudizi e d i accuse infondate han fatto le spese delle più vivaci polemiche, che investono anche l'azione svolta dai nostri ministri all'agricoltura. Non posso non rilevare ciò in questa relazione, che non è una semplice. esposizione u5ciale degli atti nostri, ma un'ana-


lisi delle nostre attività al complesso lume della vita pubblica del paese. Le vivaci accuse dei latifondiuti siciliani contro il nostro progetto sul latifondo furono confutate, al congresso di Napoli. dall'on. Pecoraro con argomenti che poi, essendo egli uno dei più intelligenti e coscienziosi agricoltori siciliani, ha saputo tradurre in atto nello spezzamento del latifondo di pro. prietà della sua famiglia. Ma da allora ad oggi non ci si perdona l'iniziativa per lo spezzamento del latifondo e per la colonizxaxione interna, che senza la pertinace volontà dei ~ o p o l a r i non arriverebbe alla sua concretizzazione: perchè ai socialisti non giova politicamente la piccola proprietà, e i liberali e i democratici non avrebbero in sè stessi la spinta a risolvere un problema di così pericolosa natura, senza uno slimolo politic<) e senza il tumultuare di plebi, secondo il vecchio sistema di un governo decadente e non volitivo. Per questa ragione gli agrari hanno fortemente accusato i popolari di aveie invaso i latifondi del mezzogiorno e della Sicilia; essi isolano un fenomeno politico di grave importanza. e perciò hanno quasi sempre taciuto che anche i combattenti e i socialisti invasero le terre sotto la pressione dell'agitazione contadina ottenendo'più facilmente di noi protezione e aiuti; hanno dimenticato che già attraverso l'opera dei combattenti si procede all'espropriazione dei latifondi, che purtroppo anche oggi va a costituire una specie di manomorta, poichè di rado si procede alla costituzione delle piccole proprietà coltivatrici; e muovono in guerra contro i popolari, perchè pensano che noi. e solo noi possiamo costruire la realtà di una legge che essi avversano. &fa la principale impostazione dei problemi agrari che h a avuto ripercussione notevole nel nostro organismo politico, è etata la questione dei patti agrari: la quale ha dato luogo, in quasi tutta l'alta e media Italia ed in alcuni luoghi della bassa kalia, ad agitazioni sindacali assai forti e a momenti molto aravi per l'eccitamento delle masse lavoratrici e per la resi,;lenza degli agrari. In queste questioni il partito popolare italiano, attraverso i suoi organi e i suoi uomini, si è limitato a prestare ausilio politico alle lotte economiche, cooperando a rendere meno aspro il conflitto e a portarlo ad una soluzione equa e pacifìcatrice. Questa opera fu più visibile e più discussa nelle agitazioni toscane e cremonesi; la nomina di commissio~~: speciali e i loro rapporti tecnici e i loro lodi restano a provarfx la bontà della causa della difesa sostenuta dalle nostre organizzazioni sindacali; ed i fatti e gli episodi particolari di violenze e di eccessi, che spesso si rivelano esagerando, per quanto non giustificati nella loro portata morale, bisogna metterli nel


quadro delle condizioni generali di ambiente, nello stato psicologico di turbamento, nel contrasto di resistenze eccessive, nell'insidia di patti clandestini fatti con organizzazioni avverse per mortificare i popolari. A noi non si perdona il fatto d i aver impostato i n Italia un problema agrario, che tende non tanto all'aumento d i salario - che i margini d i ~ r o f i t t o assai sottili rendono difficile, quando tale aumento non si può facilmente e immediatamente (come oggi avviene) riversare sul consumatore -; ma per avere affrontato il ~ r o b l e m adel patto agrario nella sua struttura sociale, per tendere a trasformare il salariato agricolo i n compartecipante; per dare al colono e al mezzadro la maggior stabilità possibile; per formare l ' e d teuta, il piccolo proprietario, dove questo risponde a110 sviluppo dell'agricoltura; per sostituire la cooperativa al gabellotto; per contribuire alla pacificazione su basi sociali e d i giustizia e tendere quindi ad una maggior produttività e a un più intenso lavoro. A questo criterio è stata ispirata la campagna per la proroga degli escomi. Pur partendo dalla necessità d i tornare anche in agricoltura alla libera contrattazione, bisognava evitare il pericolo del passaggio brusco e repentino senza la sufficiente preparazione economica e psicologica e quello peggiore della rappresaglia contro i leghisti, agevolata dall'abbondanza d i mano d'opera agricola, che la limitazione dell'emigrazione costringe a rimanere in Italia al d i là delle necessità e della elasticità del capitale nelle nostre culture. Di qui la !egge sugli escomi; la quale è divenuta un capo d'accusa contro di noi, e oggi il mezzo di una campagna contro l'on. Mauri, anche da parte di coloro che la legge votarono, sperando che non venisse applicata. Ho creduto opportuno fare questa lunga analisi delle condizioni nelle quali si è svolta la nostra azione da Napoli ad oggi, non tanto per un giusto apprezzamento del fenomeno politico, che ci tocca così da vicino, ma per derivarne una considerazione di ordine organizzativo che credo di primaria importanza. A Napoli sembrò che proprio sul problema agrario si dividesse il partito; l'onorevole Martini, che sostenne la tesi basilare del nostro successivo lavoro, fu accusato di non aver s u 5 ciente audacia; le mie affermazioni a favore della proprietà individuale e contro uno spirito equivocamente collettivo ebbero varia interpretazione; l'onorevole Miglioli, che aveva nel suo carnet un progetto d i quasi demanializzazione municipale della terra e d i uno spezzettamento meccanico, passò alla struttura associativa della grande azienda. E il pubblico credette che i due antagonisti del congesso, Martini e Miglioli, avessero capeggiato due fazioni, delle quali aveva vinto quella riformista di fronte alla rivoluzionaria.


L'azione pratica ha dissipato molti pregiudizi: ha dimostrato anzitutto che la gran maggioranza, senza eccezioni, non ostante varie manifestazioni di dissenso, seguì anche per convinzione oltre che per disciplina il deliberato del congresso d i Napoli: cosa notevole se si ricorda tutta la vivacità d i quella discussione. E l'esperienza posteriore ci fa rilevare che certe campagne che hanno uno sbocco giuridico e legislativo, possono venire impostate dai sindacati, ma non possono formare oggetto d i pura azione sindacale e diretta, senza accrescere involontariamente il turbamento psicologico del paese, ma debbono divenire oggetto di vera azione parlamentare, cosa che crea un più preciso obbligo del nostro partito verso quelle organizzazioni. Del resto nelle grandi riforme l'attività politica deve essere preceduta e assistita dalla convinzione che si forma nella pubblica opinione, attraverso l'impostazione dei partiti, delle organizzazioni e della stampa. Oggi i postulati deliberati a Napoli sul problema agrario sono più vivi che non fossero l'anno scorso, e vanno conquistando l'ambiente politico del nostro partito, in confronto a tutti gli altri, anche per la posizione negativa del partito o gruppo agrario, il quale sul terreno della realtà e nella valutazione tecnica dei problemi sarà costretto dai fatti ad approvare la politica agraria del partito popolare italiano, politica che è la più rispondente alle ragioni sociali ed economiche della produzione e della ~ r o p r i e t à .

-

7. I1 congresso di Napoli ebbe altre affermazioni importanti, che fornirono la traccia dell'azione del partito e che brevemente riassumo. Rappresentanza di classe: è uno dei postulati fondamentali del nostro partito, è gloriosa bandiera della democrazia cristiana e rispondente ai principi della nostra scuola sociale. A Bologna ebbe la prima solenne affermazione, a Napoli f u concretizzata in vari provvedimenti, che dai consigli di fabbrica e dall'azionariato operaio, attraverso il riconoscimento delle organizzazioni sindacali, arrivavano all'organizzazione del lavoro per provincie e regioni, alla riforma del consiglio superiore del lavoro e alla riforma organica elettiva del senato. Per la prima azione pratica del partito furono scelti tre obiettivi: la creazione del ministero del lavoro, la registrazione dei sindacati e delle leghe e la riforma del consiglio superiore del lavoro. Ciò fu concretizzato belle trattative del terzo ministero Nitti, nel quale fu nominato l'on. Longinotti a sottosegretario del lavoro, e furono studiati i progetti suindicati con il primo ministro del lavoro on. Abbiate, progetti che


poi l'on. Labriola con varianti e modifiche presentò a l parlamento. Nè il testo u Abbiate n nè quello (C Labriola D ci potevano soddisfare: e la nostra mira. d'accordo con la confederazione italiana dei lavoratori, fu diretta a introdurre quanto serviva a garantire il principio fondamentale d i libertà organizzativa, a togliere esagerati formalismi e inopportune ingerenze statali, e ad ottener la parificazione organica di tutto il movimento sindacale, abolendo i privilegi, legali e di fatto, che. la borghesia ha regalato ai socialisti. Le dichiarazioni dei ministri Nitti, Giolitti e Bonomi sono state esplicite; però - pur reputando tali dichiarazioni frutto, non solo d i opportunità politica per avere con sè i popolari, bensì di onesta convinzione, le difficoltà concrete per l'attuazione sono di una gravità eccezionale. E le abbiamo vissute, queste difficoltà, giorno per giorno, ora Der ora. insieme alla nostra confederazione bianca. in tutti gli sforzi piccoli o grandi, locali e generali, nel campo prettamente politico e parlamentare, ottenendo insieme successi e insuccessi, consensi e ripulse, in uno sforzo continuo, assillante, vigilante, perchè le organizzazioni fossero pronte e pari all'importanza dei compiti; perchè gli uomini al governo, nostri O d i altri partiti, fossero non solo convinti delle nostre ragioni, ma preparati a sostenerle in confronto ad altri; i l gruppo parlamentare, ben armato di argomenti e di voti, abile e pronto, la direzione del partito eficece, !E coofederazione prudente e ardita, la stampa nostra vigile e cosciente, tutto ciò in uno sforzo assillante per prendere posizione, e dopo conquistata per mantenerla; il che veramente indica la mirabile volontà unitaria di salvare la personalità delle masse sindacate nel campo del lavoro e dell'economia nazionale. Questa salda cooperazione di forze è stata notevole nella difesa dei ferrovieri perseguitati dal sindacato rosso, perchè non parteciparono allo sciopero del gennaio 1920; e anche oggi si trascinano alcune uuestioni non risolute *Der debolezza d i un organismo amministrativo ammalato e corroso qual'è quello delle ferrovie. Nella soluzione legislativa e nelle vertenze amministrative delle varie categorie di postelegrafonici, di impiegati d i riformatori e convitti nazionali, di operai statali, pensionati, impiegati privati, non è mai mancata l'assistenza politica, l'iniziativa parlamentare e l'attività di partito. Nella grave agitazione degli impiegati della pubblica amministrazione del giugno scorso il partito popolare italiano prese netta posizione e fece da intermediario per una pacifica soluzione, mantenendo fermo il principio del17autorit&dello stato.

,


È superfluo continuare in questi accenni, perchè tutta l'attività nostra è quotidianamente impegnata in quest'opera d i valorizzazione politica dello sviluppo sindacale e delle ragioni di classe, non come fine a sè stessa, ma come elemento ricostitutivo della società, inquadrato nella sintesi degli altri valori sociali e degli altri fini nazionali. Il nostro pensiero ebbe una affermazione di notevole importanza per il momento prebccupante della nostra vita politica ed economica. L'appello al paese, fatto dal nostro consiglio nazionale nel settembre 1920 in occasione dell'occupazione delle fabbriche, è un documento che, riletto oggi a più di un anno di distanza e i n condizioni ambientali diverse, dato il grave fenomeno della disoccupazione, rimane nella sua impostazione e nei suoi termini il problema dell'oggi. Non accennerò all'azione del governo in quel momento, alla nomina della commissione paritetica, alle nostre proteste per l'esclusione della confederazione sindacale bianca. all'owera di quella cooperativa italiana, il cui mirabile sviluppo è pari allo sforzo dei suoi dirigenti e alle simpatie generali delle quali è circondata. Si comprende che il terreno della cooperazione è meno aspro come elemento di conflitti di classe, è invece molto difficile nello sviluppo di una economia seria, tecnicamente ben basata e moralmente sorretta dall'onestà dei cooperatori e dei dirigenti. Invece la lotta è stata nella conquista legittima del proprio posto negli organismi statali o quasi statali, che, come nel campo sindacale, era monopolio socialista con la connivenza della burocrazia e il facile appoggio di tutte le gradazioni del liberalismo. I n parlamento il disegno di legge sulla cooperazione non ha avuto la fortuna di passare alla discussione, come tutti i progetti di carattere sociale e ideale. Però fu merito dei popolari ottenere l'approvazione dello stralcio di progetto, con la prima affermazione di parificazione dei vari organismi confederali. Le nostre rappresentanze cooperative negli istituti della cooperazione, nell'opera dei combattenti, nell'istituto federale veneto, in altri consorzi o rappresentanze d i commissioni ministeriali conquistate con non piccoli nè lievi sforzi, hanno dato il senso di una maturità amministrativa e di una preparazione intellettuale veramente notevole. Non il merito della nostra organizzazione, ma la valorizzazione politica spetta al partito, ai suoi deputati e ai suoi uomini di governo. Lo stesso è a dire nel campo mutualista e assicurativo; la nostra confederazione ha avuto ieri una notevole affermazione a Venezia; e l'opera politica nostra si è svolta non solo per penetrare nei vari organismi tecnico-sociali, quali quello della previdenza, quello delle giunte locali della disoccupazione, quello delle assicurazioni; ma principalmente per la difesa della

17

- S~unzo-

I l partito popolare italiano

-

257 11.

.


libertà dell'organizzazione mutualista e assicurativa, senza i soliti monopolii, senza le esagerate ingerenze statali, senza i formalismi assideranti. E auguriamo che presto in parlamento venga la discussione sul terreno della libertà, contro il sottinteso social-democratico della conquista assoluta degli organismi riconosciuti anche nel campo della mutualità e delle assicurazioni sociali. Per questo lavoro così grave occorreva affrontare la questione dei rapporti fra partito e confederazioni. Un primo cenno fu fatto nello statuto a proposito della nomina di alcuni membri aggiunti delle grandi organizzazioni; però dal congresso d i Napoli f u modificata la composizione e la nomina del consiglio nazionale, abolendo ogni rappresentanza indiretta. Nel fatto, prima e dopo il congresso d i Napoli, le intese al centro e alla periferia erano continue ed efficaci fra organizzazioni e partito; e la collaborazione riusciva a d evitare equivoci e dissensi non difficili £ra coloro che operavano in due campi che hanno contatti e a h i t à , però sotto angoli visuali diversi. I1 fenomeno che nel nostro campo dava u n certo senso d i meraviglia era l'inverso di quel che avviene nel campo socialista - ove il partito tende alle vie estreme fino al comunismo e le organizzazioni operaie e gli organizzatori sono in maggioranza la parte più temperata -; cosa che nel campo nostro poteva qualche volta e localmente determinare diffidenze verso lo svolgersi delle attività parlamentari e verso i nostri uomini politici. Tutto ciò oggi è assai modificato in meglio; u n senso di maggiore fiducia si è reciprocamente stabiiito fra partito e erganizzazioni, e il concordato deliberato dal consiglio nazionale, nel marzo scorso, per le confe- . derazioni sindacali e cooperative e poi esteso alla confederazione mutualistica e assicurativa è stato un buon passo che ha meglio precisato l e competenze e la linea di convergenza, ed ha riaffermato come punto d i partenza e come ragione sintetica l'integrità del programma sociale del partito e delle confederazioni ispirate ai medesimi ideali della democrazia cristiana. (*) (*) Premesso che il partito popolare italiano ha lo stesso programma cristiano sociale da realizzare nell'attività politica, di quello che la confederazione italiana dei lavoratori ha nel campo sindacale e la confederazione cooperativa italiana e la mutaalit8 assicuratrice nel campo economico, nel rispetto reciproco dell'antonomia urgazica, si stabilisce una intesa permanente per la realizzazione del programma comune sia nel campo parlamentare e politico che in quello organizzativo, e in modo speciale si stabilisce: a) che il partito non appoggia nel campo sindacale che la confederazione italiana dei lavoratori e l e federazioni e l e unioni del lavoro ad essa aderenti, e nel campo cooperativo e mutualista la confederazione cooperativa


Quel che è necessario riaffermare, e che forma il substrato spirituale e programmatico nostro e delle confederazioni bianche, pur partendo nell'azione pratica da punti diversi e guardando le questioni sotto vari angoli visuali, è la gerarchia dei valori, la subordinazione e coordinazione, secondo i casi, degli interessi economici agl'interessi morali e di quelli particolari e di classe o categoria a quelli generali del paese. In questa valutazione possono errare o gli organi del partito o quello delle organizzazioni bianche : l'assoluto non può invocarsi nella relatività della vita; però sono garanzia efficace nel campo nostro la comunanza del programma sociale, la rettitudine di intenzione, l'amore alla nostra bandiera, il bisogno di unità, l'autonomia degli organismi e il senso d i responsabilità. Debbo Dertanto con tutte le forze della mia convinzione e del mio animo rigettare l'accusa che, con una monotonia che non ha più il gusto dell'invenzione, vanno ripetendo gli avversari: che noi facciamo concorrenza ai socialisti, senza valutare i1 danno del paese, e che nel campo del lavoro subordiniamo a una speculazione elettorale gli interessi collettivi: insomma che facciamo della demagogia. L'incomprensione del nostro programma non deriva dalla di5coltà di apprenderlo, ma dall'abitudine mentale d i considerarlo avulso da una realtà che è la nostra, che si differenzia dai socialisti e dai liberali, e che rappresenta il complesso organico del nostro tentativo nella riorganizzazione sociale. Perciò spesso sfugge agli avversari il motivo d i coordinazione del fenomeno particolare e dell'episodio locale al complesso direttivo; essi difettano del senso di proporzione e d i misura negli apprezzamenti, e deformano nell'opinione pubblica il noitaliana mutuale assicurativa e quelle federazioni, consorzi ed enti che a queste fan capo; ogni altro movimento è considerato dissidente; b) che la direzione del partito insieme con la commissione direttiva del gruppo parlamentare, sentiranno gli organi direttivi confederali prima di decidere sull'atteggiamento e su proposte generali che involgano problemi sindacali e cooperativi di classe; C ) che le confederazioni suddette non assumano atteggiamenti politici, e quando la loro azione involge problemi politici gli organi direttivi confederali prima di decidere sentiranno la direzione del partito; d) nel caso di dissensi locali e di singole federazioni su questioni pratiche, sindacali, economiche e politiche, è rimessa la decisione ad una intesa degli organi centrali della confederazione e del partito; nel caso di dissenso su questioni generali decideranno i rispettivi consigli nazionali. (Ordine del giorno approvato ciai consiglio nazionale del P. P. I . 1'8 marzo 1921).


stro partito come un qualiasi prodotto d i una demagogia di classe, anzi della classe lavoratrice, che nella mente degli awersari non ha altra espressione economica che il socialismo. Invece, se c'è u n partito che ha più degli altri questo potere sintetico e d i coordinazione di valori, è proprio il nostro, che è u n partito interclassista e che ha una base etica nella tradizione della cultura e della civiltà cristiana, che tende alla elevazione dei valori morali e spirituali anche nel campo politico, e che ha un programma sociale largamente e audacemente riformatore. Chiudo la parentesi polemica, che mi ha dato occasione d i illustrare un punto importante della nostra attività; e passo agli altri argomenti posti dal congresso di Napoli e sviluppati dall'azione degli organi direttivi del partito.

-

-

8. Questione del mezzogiorno. I miei cari amici meridionali. nella loro anima calda di affetto Der auelle terre benedette da Dio e dimenticate dagli uomini, diranno alla direzione del partito: che cosa si è fatto d i pratico da Napoli ad oggi per il nostro mezzogiorno? Che cosa si può mettere all'attivo nella nostra azione politica? La loro domanda è giustificata dal fatto che di fronte al moltissimo che l'Italia deve fare per il mezzogiorno come dovere e programma nazionale, quel che si fa è poco o nulla. Noi abbiamo svolto un'opera modesta, ma reale di bene. Tralascio le afferneuioni che sono parole di fronte a sessant'anni d i promesse: il voto del consiglio nazionale del maggio 1920 e il successivo ordine del giorno alla camera dei deputati presentato dai popolari per un prestito di dieci miliardi per Ia rinascita del mezzogiorno non ebbero effetto. Alcuni ne parlarono benevolmente, altri sorrisero alla parola dieci miliardi, accusandoci d i una bassa speculazione elettorale. Oggi, dopo che lo stesso programma presentato dai popolari nel maggio del 1920, è stato r i*~ e t u t oda Turati. i liberali s'inchinano al nuovo verbo d i risanamento del mezzogiorno. Però bisogna a nostro conforto prendersi un po', con il coraggio delle verità, il merito delle iniziative e del lavoro. Così citerò i decreti-legge Micheli per il credito agrario della Sicilia e della Calabria, quand'era ministro dell'agricoltura; i provvedimenti per il latifondo, già sopra accennati; l'ultimo decreto Micheli per le ferrovie siciliane, alle quali da molti anni ho dedicato parte della mia attività ed infiuenza; i provvedimenti per il porto di Napoli ottenuti dal ministro Rodinò; i provvedimenti per la Sila e il Simeto affrettati dal ministro Micheli e favoriti dalle disposizioni della leggc sulla disoccupazione e L

A

.


sollecitati da me, ottenendo vari provvedimenti preliminari e necessari dal ministro Peano e dal sottosegretario di allora, I'on. Bertini. I n questi giorni i l ministro Micheli sta facendo elaborare il regolamento dei nuovi enti di bonifica creati dalla legge 20 agosto ultimo, per favorire la bonifica del mezzogiorno. Altro provvedimento è stato emesso dal ministro Corbino, d'intesa con l'on. Anile, per l'ente contro l'analfabetismo del mezzogiorno, nel quale coopera con ogni attività e zelo il consorzio nazionale di emigrazione e lavoro, dove è segretaria l'esimia signora Novi-Scanni, che fa parte del consiglio del partito, e la cui opera è ispirata alle più pure idealità d i bene. Sono piccoli inizi di una politica d i valorizzazione del mezzogiorno, che molto aspetta da noi. Ma un altro grave problema assilla il mezzogiorno: l a politica centralistica, inframmettente, di consorteria, che arriva ad appoggiarsi anche alla camorra ed alla maffia con i compromessi elettorali e le speculazioni di questura. Solo la nostra voce è stata forte contro questo costume politico, che mantiene depresse le popolazioni del mezzogiorno e aggioga ai voleri, più che del governo, dei deputati, i quali assumono la figura di proconsoli e d i dispensatori di favori e di vendette, oppressori d i ogni libertà attraverso gli stessi organi governativi. L'elezione politica del collegio di Girgenti fu tipica, ed ebbe clamorosa eco alla camera e sui giornali per l'opera dei popolari che hanno il dovere di fare una campagna spietata per superare sessant'anni d i inferiorità politica in cui si è voluto tenere il mezzogiorno. E noi, noi soli, abbiamo la libertà della riscossa. Quel che manca è una stampa e un nucleo di propagandisti; ma l'avvenire è pieno di fiducia e d i speranze.

-

-

9 . Terre liberate e redente. L'argomento fu accennato a Napoli, come fu accennato a Bologna. In questo congresso gli è riservata una sezione speciale e una parola di maggiore autorità e competenza. La presenza nostra a Venezia ha tutto il significato della solidarietà nazionale e dell'amore del nartito Der queste terre, che hanno sofferto la guerra più che ogni altra regione d'Italia. Nessuno dei nostri amici può accusare d i tiepidezza noi che abbiamo in tutti i campi assistito e coadiuvato l'opera persistente e sagace della deputazione popolare veneta, l'opera dei nostri amici trentini prima anche di avere una rappresentanza politica al senato e alla camera dei deputati, l'opera dei nostri amici di Trieste, dell'Istria e del Goriziano. A questo sforzo si deve la mirabile organizzazione cooperativa e la rinascita dei A

-


comuni e delle borgate rovinate dal nemico, con uno slancio che messinesi e calabresi invidiano. A questo sforzo si deve la partecipazione dei nostri allo sviluppo dell'istituto federale; e l'intesa di auesto con gli amici d i Trento e di Gorizia. intesa " favorita dalla segreteria politica del partito; a questo sforzo si deve i l rispetto fin oggi delle libertà e delle autonomie delle terre redente; e la p$ leale cooperazione alla soluzione delle gravi questioni della vita amministrativa e economica delle Venezie; alle quali prima l'on. Nava, poi l'on. Degni, oggi l'on. Merlin hanno dedicato con passione le loro energie. Però di fronte all'immane disastro della loro terra, al pericolo della disoccupazione, ad una politica sbagliata in confronto alle terre redente e alle popolazioni italiane ed eteroglosse, i nostri amici protestano ed insistono che l'opera del partito popolare italiano venga loro incontro con maggiore efficacia, superando tutte le difficoltà che vi si frappongono. Dico loro quel che ho detto anche agli amici del mezzopopolare italiano, come a giorno, che non è data al partito nessun altro partito, come a nessuna combinazione d i partiti, la bacchetta d i Mosè, che percuoteva la pietra facendone fluire l'acqua; la realtà è più forte dell'atto di volontà quando è emesso; e l'atto d i volontà supera la realtà quando il tempo e lo spazio ne hanno circoscritto lo sforzo, dandovi l'energia corrispondente alle difficoltà. Questi sono i miracoli che possono fare gli iiomi~ii;più che nella protesta, r;el lavoro costante e nella coordinazione efficace delle forze. nella loro misura col tempo che ne è successione e con lo spazio che ne è coesistenza. Per questo oggi torniamo assieme a riaffermare la nostra volontà decisa. comé alto dovere nazionaie Der ie Venezie tormentate, di prodigare, ancora meglio che non si è saputo e non si è potuto, le nostre attività politiche, quale atto di fraterna solidarietà, d i cui i l congresso vuole essere autorevole espressione.

10.

- Ma l'opera

del partito in questo suo terzo anno di vita

non è stata limitata alle grandi lotte elettorali o all'attuazione

dei voti e delle direttive del congresso nazionale di Napoli; ha dovuto svolgersi, sia attraverso la realtà imposta dagli avvenimenti, sia eseguendo le iniziative che hanno preparato il terzo congresso. Non posso farne nè un arido riassunto nè una larga esposizione. Darò dei rapidi cenni d'insieme, come punti di riferimento per coloro che qui convenuti hanno con noi vissuta la stessa vita d i lavoro, di speranze, di di5coltà e di sacrifici. La preparazione spirituale e politica verso il problema delle autonomie locali .e il decentramento amministrativo a base regio-


nale, è stato u n vero elemento di vita. I n altra mia relazione (*) parlerò a lungo, non solo del tema, ma dell'azione specifica del partito, qui accenno alla posizione politica dei nostri parlamentari di fronte al problema dell'assestamento giuridico ed amministrativo delle terre redente, e di fronte all'atteggiamento della democrazia, posizione chiaramente e nettamente autonomista e decentratrice. Accenno alla situazione in cui si sono trovati di botto, dopo la conquista di undici consigli provinciali e di 1500 consigli comunali (oltre 2000 minoranze consigliari) i nostri amici, nella maggior parte prima delle elezioni, fuori della vita amministrativa locale. Essi han trovato molte provincie ed i comuni grandi e piccoli in una situazione disastrosa e in una disorganizzazione senza pari; essi han sentito l'assurdo dell'attuale ordinamento amministrativo e finanziario degli enti locali; e il loro stato d'animo istintivamente si è volto verso il problema delle autonomie locali nel senso più vasto della parola; e la formazione di u5ci provinciali o di associazioni e leghe provinciali, di amministrazioni comunali popolari, e il riunirsi e lo studiare i loro problemi, e lo sforzo per secondare i bisogni dei loro amministrati, non poteva non sviluppare la tendenza verso una riforma, che si impone come una chiarificazione definitiva e come un'azione decisiva. E il nostro consiglio nazionale ritenne maturo questo problema e lo pose allo studio e alla deliberazione del terzo congresso. Al problema dell'autonomia è anclie legato in gran parte quello della scuola, specialmente della scuola elementare e popolare. Un accenno fu fatto a Napoli nella relazione Anile; altri non pochi segni del pensiero del partito sono stati fatti dai nostri deputati, specialmente con l'émendamento Fino e col progetto Piva-Cappa ed altri sui comuni autonomi; ma il problema, per sè maturo nel pensiero nostro, e non solo come espressione politica del partito, ma come coscienza generale dei cattolici italiani, non è stato ancora concretato sotto i tre aspetti della riforma tecnica della scuola pubblica elementare, dello stato giuridico ed economico dei maestri e dei rapporti amministrativi e tutori con i comuni e i consigli scolastici. L'associazione magistrale Nicolò Tommaseo », che ha con noi comune il principio dell'educazione cristiana della scuola, ma che è giustamente autonoma nel suo organismo, ha dato alle questioni tecniche e a quelle professionali della scuola notevoli contributi, dei quali teniamo il giusto conto nella nostra attività politica; ma il problema dell'ordinamento scolastico (*) L. Stnrzo, Riforma statale e indirizzi politici, 2' ed. Bologna, Zanichelli, 1956, pagg. 194.231.


sotto il punto di vista dell'autonomia locale non può essere ripreso che politicamente dal nostro partito, dopo che la legge del 4 giugno 1911, detta Daneo-Credaro, ha fatto prova così infelice. Perciò il tema messo all'ordine del giorno d i questo congresso, del quale è'relatore l'on. Piva, mentre solleva critiche e appassiona i partiti, per noi assume il significato di una delle più importanti riforme della nostra vita politica e amministrativa.

-

11. Altro problema portato alla discussione del congresso è quello della sistemazione del patrimonio ecclesiastico. Non è u n tema improvvisato, per quanto sia stato ristretto allo studio dei nostri competenti; fra i quali l'onorevole Degni, oggi relatore, che fece parte della commissione di riforma creata nel 1919 dal ministro Mortara, e gli onorevoli Fino e Martire, che furono nominati dal " governo membri del consialio d'ammini" strazione del fondo per il culto. Presso la direzione del partito fu costituita una commissione composta in maggior parte di deputati che fiancheggiarono l'opera assidua dell'associazione del clero, alla quale si deve i l merito di aver posto chiaramente nell'opinione pubblica italiana questo problema. È recente e nota la fase dei provvedimenti economici a favore dei parroci, emessi col decreto legge « Rodinò D, in base al progetto Fera D,; e la parte di quel progetto, già approvato dal senato su relazione dell'onorevole Montresor, che fu sospesa per le vicende parlamentari, è da augurare venga approvata subito alla camera dei d e ~ u t a t i . La direzione del partito, che d i questi e degli altri problemi del clero italiano nei rapporti con l'amministrazione pubblica (fra i quali importante il ripristino della personalità giuridica alle corporazioni religiose) si occupa con speciale cura e studio, h a seguito e segue il sistema di non farne una questione d i partito, reputando che tutti gli uomini onesti e non settari di qualsiasi partito debbono riconoscere, insieme alle benemerenze anche civili del clero italiano, il dovere nazionale di provvedere alla sistemazione di quel che furono in suo confronto le leggi eversive del patrimonio ecclesiastico; e di quel che è l'attuale condizione economica e giuridica del clero stesso. " Aver posto il tema al congresso ha u n significato morale, h a una ragione d i interesse sociale, non ha e non può avere una interpretazione partigiana, anche per l'alto rispetto che ciascuno d i noi ha per la missione e I'apostolato sacerdotale.

-

12. La questione che ha tentato le varie correnti del nostro pensiero, e ci ha costretto a meditare l e nostre vie e a dare loro una base realistica, senza cedere alla demogogia e alla improv-


visazione, è stata quella economica, che ci è apparsa fin dai primi passi del nostro partito predominante anche per i riflessi psicologici e morali che essa ha. Ed era necessario n0.n solo un orientamento, attraverso i postulati della nostra scuola economico-sociale (che non solo non è astratta ma dà il maggiore studio ai fattori e ai rapporti morali), ma un vero e proprio indirizzo politico, da essere attuato dai nostri uomini al parlamento e al governo e dai dirigenti delle nostre organizzazioni economico-sociali. I problemi assillanti e continui sono venuti incontro a noi quasi a volere anche la nostra soluzione e l'opera nostra per una possibile soluzione. Ci si è posto subito in prima linea il quesito se lo stato economico del dopo-guerra dovesse essere avviato verso maggiori complicazioni con la così detta economia associata », cioè con l'intensificare la funzione economica dello stato e accettare la costruzione di enti misti quasi sempre monopolistici e burocratici, che dirigessero l'economia nazionale. Un piccolo accenno al ritorno della libertà economica fu fatto dal congresso di Bologna (giugno 1919); altro più deciso, ma graduale, fu messo nei celebri nove punti, fissati durante la crisi del secondo ministero Nitti (marzo 1920); più chiare furono le successive affermazioni del gruppo parlamentare e della direzione del partito dopo il congresso di Napoli, ed ebbero una notevole manifestazione alla sezione d i Milano il loottobre 1920, dove tentai, nel discorso « Crisi economica e crisi politica », di riassumere il pensiero direttivo del partito. L'atteggiamento nostro assunse un chiaro significato nella questione del prezzo del pane, che fece affondare il terzo ministero Nitti; e che poi, ripresa da Giolitti, vide la farsetta delI'ostruzionismo socialista al latte e miele; ma che segnò una delle più importanti tappe del pensiero popolare verso la libertà economica, come fu bene affermato alla camera dagli onorevoli Tangorra e Boggiano. Alla cooperazione convinta dell'on. Bertone, allora sottosegretario alle finanze, si deve in parte l'abolizione dei monopoli commerciali di stato e non a lui si deve la conservazione del posto d i direttore generale. d i tali monopoli. Nella discussione sulla questione siderurgica e a proposito dell'occupazione delle fabbriche. con vari atti della direzione del partito e del gruppo parlamentare, oltre che nel noto appello al paese del consiglio nazionale, si tornò ad affermare il principio della libertà insieme alla ricostruzione organica delle forze economiche contro ogni protezione di industrie passive e parassitarie. Ma la lotta più significativa fu quella per l'abolizione del regime statale del grano, che, impostata audacemente dal gruppo A


parlamentare popolare all'inizio della XXVI legislatura, ottenne dopo incertezze e tentennamenti, dal commissario generale, la libertà d i commercio del grano e la liquidazione dei consorzi granari. Altra lotta sul terreno della libertà economica oggi combatte il partito popolare italiano contro la proposta dell'on. Belotti che verrebbe a creare, direttamente o indirettamente, una marina mercantile di stato. Contro questa statolatria in materia economica fu impostata la battaglia elettorale del maggio scorso sotto il motto della triplice libertà. Anche i l problema del costo della vita ha formato oggetto di studio e di affermazioni wolitiche del wartito e dei suoi uomini; esso non può essere trattato avulso dal problema della ripresa economica e dell'aumentu della ~ r o d u z i o n ee del commercio, e solo può divenire, nello sforzo di attività e d i propaganda, un problema morale. Lo vede bene l'on. Cascino nei suoi sforzi per migliorare il regime inutile della legge Alessio. Così fu sempre impostato negli atti della direzione del partito e dalle circolari della segreteria politica, specialmente quella del giugno 1920. Connesso al problema economico è quello finanziario dello stato, sul quale nel maggio 1920, sopra la mozione del dott. Vigorelli, ebbe a pronunziarsi il consiglio nazionale preludiando i provvedimenti dell'on. Giolitti, sui quali si discusse e si discute ancora. Gli sforzi fatti dai governi fin oggi verso il pareggio sono stati notevoli, e la cooperazione dei popolari con i governi è stata leale, anche quando certi provvedimenti potevano sembrare non completamente idonei tecnicamente e solo opportuni p~liticamente,.come la nominatività dei titoli, owero molto opportuni tecnicamente e poco opportuni politicamente, come la tassa sul vino. Anzi i popolari han servito come elemento di correzione e d i equilibrio, portando insieme il senso della realtà e il contatto con la popolazione sana e lavoratrice. Così il partito ha cercato di fare evitare i danni economici derivanti dalla legge sulla nominatività dei titoli, sulla quale io personalmente ebbi ad esporre a suo tempo riserve notevoli ed ebbi a fare proposte che non poterono esser accolte, ma che avrebbero potuto dare risultati vantaggiosi per l a finanza dello stato e per l'economia nazionale insieme; il partito ottenne che fossero esentati dalla tassa sul patrimonio le piccole fortune fino a 50 mila lire; e che la tassa sul vino fosse impostata sul consumo e non sulla produzione, e ne fosse meglio regolata la pressione tributaria. Non posso non ricordare a questo punto l'opera personale di un nostro eminente amico, l'on. Meda, che lega il suo nome alla


migliore riforma finanziaria, che dovrebbe subito esser attuata, e per la quale più volte i l gruppo e gli organi del partito han fatto pressioni e voti. La questione economica e finanziaria resta sempre in primo piano nella nostra vita politica; oggi a l persistente « deficit n del bilancio dello stato, ed a l grave passivo delle importazioni sulle esportazioni, la questione delle tariffe doganali, pregiudicata dal decreto Alessio, e quella della disoccupazione, danno alla crisi stessa altri elementi di grave turbamento. Era naturale che per la imponenza del fenomeno, per la sua importanza nei rapporti dell'agricoltura, per lo sviluppo della cooperazione come elemento integrativo e produttivo delle energie economiche, il tema dovesse essere portato al congresso, quasi a riassumere tutti gli sforzi fatti per trovare una linea programmatica e pratica, e prospettarla come direttiva concreta del partito ; e fu affidato all'on. Mauri di riferire a questa importante assemblea.

-

13. Ci hanno accusato di non fare una politica estera; è difficile farne in Italia, anche alla diplomazia e agli uomini politici del tradizionale campo liberale; un partito che ne fa come suo speciale compito è il nazionalista, ma la sua politica estera non convince e turba, per quanto sia utile il controllo che esercita e la volgarizzazione di problemi, che dovrebbero interessare gl'italiani. I1 nostro recente avvento nella politica italiana come partito responsabile, ci crea il difetto e il privilegio di non avere nè tradizioni nè legami; e quindi la nostra politica estera non può ancora non essere o piena affermazione idealiqtica, ovvero frammentario studio d i problemi particolari; però ha una linea chiara nella valutazione degli interessi italiani morali ed economici, al disopra di qualsiasi pregiudizio imperialistico o rinunciatario. La prima manifestazione del nostro partito fu a Bologna, contro lo spirito del trattato di Versaglia, e l'on. Longinotti si fece eco del nostro pensiero nella speciale commissione parlamentare, presentando le note riserve a nome del nostro gruppo. Non accennerò nè agli ordini del giorno del consiglio nazionale O della direzione del partito, nè ai discorsi dei nostri deputati alla camera, nè alla loro azione nel seno della speciale commissione parlamentare degli affari esteri e coloniali, nè ai vari problemi combattuti fra d i noi, nè all'azione spiegata per la soluzione del problema fiumano e adriatico; sono atti pubblici, noti, discussi; solo accenno al pensiero nostro dominante che l'Italia deve fare principalmente una politica mediterranea di


espansione morale ed economica; deve fare una politica rispondente alla valorizzazione della nostra emigrazione, necessaria per la stessa vita interna del nostro paese; deve fare una politica di materie prime e d i scambi commerciali come suo prevalente interesse nazionale; deve fare una politica di pacificazione fra i popoli. A auesta ~ o l i t i c aestera nazionale non contraddice I'iniziativa presa dal nostro partito per una u internazionale popolare n. Fin dal 1919 se ne fece un primo cenno, però la direzione del partito solo nel 1920 nominò una speciale commissione d i studio per il difficile problema, e inviò all'estero prima l'on. Cnvazzoni, poi don Giulio De Rossi, quindi l'on. Tovini per l e ~ r i m econsultazioni. Altre ne condussi io stesso a Roma con a colti rappresentanti della vita politica estera; e recentemente insieme ad una commissione composta dagli on. De Gasperi e Jacini, e dagli amici Ruffo della Scaletta e Bianco, mi sono recato all'uopo i n Germania. Le mie interviste sono note. Uno schema provvisorio è stato diramato ai più significativi uomini politici dei partiti esteri, che sotto qualsiasi denominazione hanno sostanzialmente il medesimo nostro programma; e molti hanno risposto favorevolmente. L'iniziativa, fondata su direttive politiche e sociali a base democratica, dovrebbe riuscire utilissima per la pacificazione dei popoli e per l'affermazione del programma cristiano sociale nel mondo civile. Come preparazione morale e ambientale a questo importante tentativo nella vita internazionale, sono state molto opportune le organizzazioni bianche gli! mature e concrete e vive nell'opera e nell'azione: l'unione internazionale delle confederazioni sindacali dei lavoratori, che ha sede al1'Aja (*), e l'unione internazionale cooperativa che ha sede a Roma. Era pertanto opportuno che da questo tentativo di movimento internazionale, venisse prospettato al congresso uno dei problemi più discussi e più vivi, che ci interessano come italiani e come popolari, quello della società delle nazioni e dell'ufficio internazionale del lavoro, che ha sede a Ginevra, sui quali riferirà alla quarta sezione del congresso I'on. Tovini. È un primo tentativo di sintesi e di indirizzo dei nostri problemi esteri, non solo strettamente nazionali. nel senso articolaristico della parola, ma visti nazionalmente nel largo ritmo della vita internazionale. A

(*) Oggi ha sede a Utrecht. (Nota alla lo edizione, 1924).


-

14. Così viene impostato il nostro 3" congresso nazionale, non come una sterile revisione del nostro breve passato ; ma come u n utile e fecondo studio dei problemi posti da noi e da altri nel duro e vivo crogiolo della realtà, a l lume di quel poco che abbiamo potuto fare, e di quel molto che dalla visione concreta del nostro programma si può trarre, e che dalla vita che ci spinge e fruga si deve apprendere. Arrivati a questo punto ci domandiamo se a così vasto lavoro, se a così invidiata posizione politica in Italia, tale da renderci i l necessario fulcro non solo d i ogni combinazione parlamentare, ma d i ogni naturale sviluppo della vita ~ u b b l i c alocale e centrale, rispondano organismi, preparazione intellettuale e morale, senso di responsabilità, convinzione e fiducia programmatica e pratica. utilità di indirizzo e di forze. Saremmo dei superficiali o dei non sinceri, se a tutte queste richieste riswondessimo affermativamente. se non facessimo nessuna riserva e nessuna critica. Noi siamo una forza i n divenire, e abbiamo i pregi e i difetti della giovinezza, le naturali crisi di crescenza, le inesperienze della non formata tradizione politica, insieme all'esuberanza delle energie in sviluppo. Noi tentiamo con ogni sforzo di rispondere, quanto più possiamo, al nostro compito: d i qui critiche più o meno sobrie e fondate, di qui discussioni e dissensi, di qui tendenze e raggruppamenti. Ma ciò non tocca nè la nostra solidità e compagine d i partito, nè la nostra organizzazione unitaria, nè la nostra fiducia nell'ideale popolare. A Napoli fu riaffermata l'unità del partito non solo ideale e politica, ma anche organizzativa e disciplinare; è stata cura della direzione e del consiglio nazionale mantenere fermo ed efficace lo spirito del deliberato di Napoli, anche attraverso spiacevoli ma doverosi provvedimenti, l a cui necessità fu generalmente riconosciuta. La minoranza del consiglio ha esposto in u n rapporto il suo . pensiero sullo stato del partito e sui problemi più importanti; pur partendo da punti diversi, molto del cammino è stato fatto insieme, molte delle aspirazioni sono comuni, lo spirito di bene è lo stesso, e le differenze danno motivo e alimento ad utili discussioni. Così la vita del consiglio nazionale tra maggioranza e minoranza è stata fatta di reciproca stima e di volontà di lavoro, nei consensi e nei dissensi delle nostre discussioni e dei nostri voti. Quel che in tutto lo sforzo immenso di lavoro ancora non abbiamo conquistato completamente nè dappertutto è la sicurezza e stabilità dei nostri quadri, lo spirito organizzativo delle nostre sezioni, dei gruppi femminili, dei fasci di cultura e di propaganda, degli &ci di assistenza politica a comuni, a orga-


nizzazioni, a privati; eppure un discreto cammino si è fatto. Le di5coltà di uomini e di mezzi sono notevoli; la posizione presa nella vita dei comuni e anche delle provincie in vari posti è stata i n perdita, per una insufficiente preparazione tecnica degli esponenti, qualche volta improvvisati e purtroppo infedeli. È la storia dei partiti giovani, di quelli che non ebbero l'allenamento delle responsabilità pubbliche, di quelli che si appartarono dalle lotte per lunghi anni e ad altri sfidarono le loro attività civili, e non formarono le giovani energie ad assicurare la continuità del pensiero e dello spirito. Noi dobbiamo colmare le lacune del passato, formarci una suiliciente cultura, e intanto supplirvi con l'onestà dei nostri intenti e la forza della nostra volontà. Che meraviglia se qualche volta ci si abbatte, se non si sente vicina sempre la voce del centro, che è impari, nelle richieste di tutta Italia, ad essere presente in ogni posto a invitare, a incoraggiare, plaudendo a quanto si fa di bene in ogni campo? Alcuni credono che accorrano ancora regolamenti più dettagliati, modifiche di statuto, e perfino chiarimenti programmatici. Io resto nel mio modo di vedere e di sentire, che la vita è sforzo dinamico, e che attraverso i fatti della vita vissuta si creano spontaneamente i regolamenti e le leggi; e che gli schemi servono come binari per non deragliare, ma che la macchina è quella che fa camminare i l treno, cioè l'azione mossa da una volontà attiva. A Napoli furono introdotte due modifiche allo statuto, la proporzionale nella nomina del consiglio nazionale, che avrà ii primo esperimenio in questo congresscj, E i! «. r e f e r e n d ~ mD, che ancora non è stato esperimentato. Inoltre mano a mano che i fatti si sono svolti, norme e circolari hanno segnato la via agli amici; il consiglio nazionale nell'approvarli ha stabilito una commissione permanente del regolamento, per una maggiore garanzia nelle modifiche e nelle aggiunte. I1 resto è attività, è realtà. Non bisogna smarrire il senso della personalità e organicità del partito distinto dagli altri; che, pur con gli altri O in lotta o in collaborazione, ha sempre un'alta finalità specifica, che nessun partito può sentire quanto noi e come noi: la elevazione dei valori morali e sociali della vita politica e il coordinamento delle ragioni particolari, locali e di classe, agli interessi generali e alla vita spirituale del noetro paese. Per questo noi cerchiamo con ogni sforzo di f ~ r m a r ein mezzo a noi un'unità di pensiero e una educazione politica omogenea, perchè anche l'attività costante e generosa delle organizzazioni economiche e sindacali trovi, in questo substrato morale e intellettivo, la convergenza spirituale nella valutazione del nostro programma politico, il consenso della nostra azione e la solidarietà dei nostri


sforzi. Perchè anche gli esponenti delle varie tendenze, e coloro che dissentono da metodi pratici o da concezioni tecniche fin qui seguite, abbiano in questa convergenza e in questa valutazione fortemente sentita, lo stimolo dell'azione e.la forza della solidarietà nella lotta; perchè anche che al di fuori di noi con simpatia ci guardano, pur dubbiosi se poter avere in noi completa fiducia, possano valutare e secondare il nostro pensiero e i nostri sforzi, fatti con il fine onesto, chiaro, sentito, di concorrere al bene della patria nostra, alla sua ripresa economica e morale, al suo migliore avvenire. Questa forte sintesi della vita del nostro partito oggi riaffermiamo a Venezia nel nostro 3" congresso. Da tutta l'Italia qui convenuti, cerchiamo con ansia e con fede le migliori vie per potere con il vantaggio più sicuro servire la patria. I n questa dolce parola di patria, che noi ripetiamo con l'affetto di figli, includiamo tutta la somma delle sue fortune, tutta la ragione delle sue speranze; tutto lo sviluppo delle sue energie, tutta l'attività delle sue classi, lavoratrici e laboriose, delle sue famiglie ancora cristiane, dei suoi comuni che conoscono le grandezze della storia e i fastigi dell'arte, delle sue regioni varie e unite, belle sempre, dalle asprezze delle Alpi al dolce languore lagunare e allo scintillio delle luci meridionali e insulari; tutto il tesoro di tradizioni morali e cristiane; infine la sua missione civilizzatrice e cattolica nel mondo. E noi di questa Italia siamo stati e siamo sempre figli devoti; l'accusa vana e stolta che noi abbiamo nella nostra attività subordinati agli interessi del partito quelli del paese non ci tocca, perchè è falsa; abbiamo spesso ferito interessi di gmppi, d i consorterie politiche e di classi dominatrici, che per abitudine mentale e per l'abuso del monopolio della vita nazionale, confondevano sè con la patria; ecco perchè ci accusano. Noi ci sforziamo di ispirare con purezza di intendimenti e con ardimento d i finalità, l'opera nostra al bene della patria che per noi è anche, senza sottintesi, bene del popolo. I1 rafforzamento delle nostre organizzazioni, lo sviluppo del nostro partito, l'affermazione politica del nostro gruppo parlamentare alla camera e al senato, l'attuazione del nostro programma, per noi deve coincidere, abbiamo fede e vogliamo che coincida, col bene del nostro paese; per questo lavoriamo e combattiamo. Quando nei momenti torbidi e tristi pochi credevano alle sorti della patria, molti, anche democratici, turbati dagli avvenimenti, ritenevano o necessario o inevitabile un mutamento nelle basi istituzionali del nostro paese, l'avvento del bolscevismo sovietico, il disgregamento dello stato, noi abbiamo per i primi in Italia presa la posizione insieme di resistenza e d i


rinnovamento, e primo fra i nuovi martiri per la patria, senza aver mai fatto violenze o rappresaglie o spedizioni punitive, è il nostro Del Piano di Torino, che morì per un atto d i amore verso la patria, per aver gridato: « Viva l'Italia D. Quando tutte le fedi crollano, quando l'ordine è turbato, lo stato è minato dalla stessa violenza che vuole esserne difesa, noi qui studiamo programmi, elaboriamo idee, e, negando la violenza che è forza bruta, proclamiamo la forza perenne delle idee e' dei programmi; e con questa forza torniamo a parlare alle masse di una libertà che eleva e che purifica, e di una patria che sull'ordine e sulla libertà progredisce. Così noi, aprendo il terzo congresso nazionale del partito popolare italiano, sappiamo e vogliamo gridare a tutti: Viva l'Italia! B.


L'APPELLO DELLA DIREZIONE DEL P. P. I. PER LE ELEZIONI POLITICHE DEL 6 APRILE 1924 Ai popolari d'Italia. Le elezioni generali indette pel 6 aprile impongono a tutti i partiti chiarezza di posizioni -politiche e precise affermazioni piogrammatiche. I1 nuovo metodo elettorale, che i popolari hanno combattuto e non cesseranno di combattere, mette i n condizioni d i inferiorità i partiti autonomi di fronte alla lista governativa, che può dirsi eletta prima ancora che venga dato il responso delle urne; ed altera il vero risultato della volontà popolare in modo che la XXVII legislatura non potrà considerarsi che come una parentesi nella vita costituzionale d'Italia dal 1848 ad oggi. Ciò non pertanto il partito popolare italiano partecipa alle elezioni generali con lista propria nazionale, perchè vuole contribuire a fare ritornare la vita nubblica alla sua normalità costituzionale, ed opporsi ad ogni attentato contro l'istituto parlamentare e contro le libertà politiche della nazione. La posi. zione di minoranza nella nuova assemblea legislativa darà agli eletti-della lista popolare carattere d i maggiore autonomia e funzione d i controllo; ma non ci esonera, di fronte a noi stessi, nè di fronte alla coscienza pubblica, dal dovere, comune ad ogni partito,. di tendere a rappresentare più efficacemente le correnti che a noi fanno capo e di agitare le nostre idee, perchè diventino elementi direttivi d i governo. I1 nostro programma politico rimane identico oggi come nel 1919, nella sua caratteristica democratica e nella sua isnirazione cristiana. nella sua finalità * patriottica e nella sua visione d i solidarietà internazionale. La bandiera allora spiegata per la libertà, l'insegna allora assunta: « Lo scudo crociato con il motto libertas D, sono oggi la nostra bandiera e la nostra insegna. La lotta contro lo stato accentratore e panteista, iniziata col primo appello ai u liberi e forti » è la lotta nostra ancor oggi, -

18

-

STUnZO

-

Il partito ~ o ~ o l a ritaliano e - 11.


quando .si moltiplicano i tentativi d i centralizzazione e d i interventismo statale, che invadono e turbano ogni attività individuale e collettiva. Lo stato da noi allora invocato, organico e popolare, contempera la sua autorità con la libertà, il suo potere centrale con l e autonomie locali, il suo fine sociale con le organizzazioni d i classi, il suo compito direttivo e integrativo con le libere iniziative. La sua autorità, da noi sempre sostenuta, è basata sulle libertà civili e sulla legge uguale per tutti e resa effettiva dai consensi morali del paese. A b c h è ritornino l'ordine e la pace nel viver civile, questa autorità vogliamo reintegrata di Gonte all'illegalismo e alla violenza, esercitate in nome e sotto l'insegna dei partiti. E perchè nessuno attenti all'qutorità dello stato, l'esercito dev'essere riconosciuto come unica forza militare, dalla quale debbono dipendere le milizie volontarie e ogni altra organizzazione armata, e solo il re loro legittimo capo. I1 nostro sentimento religioso, mentre ci fa lieti d i quanto, anche da avversari, anche con altro spirito, viene a vantaggio della fede cattolica, altrettanto ci fa rigidi contro ogni tentativo di asservimento morale che in nome della religione, cercata a puntello di partiti e di classi, possa essere compiuto a danno dei diritti del popolo e delle libertà della chiesa. E nell'invocare l'abolizione dei placet e degli exequatur, nel volere autonoma l'amministrazione del patrimonio ecclesiastico e una legge che ristabilisca la personalità giuridica delIe corporazioni religiose, non domandiamo privilegi per il clero, ma l'abolizione d i iincoli che derivano da perniciose lotte tra stato e chiesa. La politica estera è da noi intesa in piena rispondenza alla dignità e agli interessi della nostra nazione, politica di espansione pacifica e di commerci, d i emigrazione e di valorizzazione coloniale; politica lontana da egoismi nazionalisti e da utopistico internazionalismo d i classe: diretta al risanamento europeo, alla maggiore eficienea della società delle nazioni e alla pacificazione dei popoli. La libertà della scuola, iniziata con l'esame d i stato, deve essere completa; la beneficenza privata . e pubblica garantita contro ogni violazione dei suoi scopi morali e religiosi e del rispetto alla volontà dei testatori; restituita e integrata l'autonomia dei comuni e delle provincie; riconosciuto l'ente regione nella unità statale. 11 risanamento finanziario è da noi voluto senza privilegi e con giusta distribuzione dei tributi a tutte le classi. Noi domandiamo la creazione dei consigli elettivi dell'economia e del lavoro, alla periferia ed al centro, sulla base del-


-

l'organizzazione d i classe riconosciuta e resa libera da coazione politica. L'agricoltura deve essere favorita come la principale fonte di ricchezza nazionale e come mezzo della rinascita del mezzogiorno; e la ~ o l i t i c adoganale deve tendere al regime liberista, limitando la protezione ai fini strettamente fiscali o d i carattere transitorio, che non danneggino la produzione e i commerci agricoli. Noi riprendiamo la nostra battaglia 'per le camere regionali d i agricoltura, la trasformazione del latifondo e la regolamentazione dei patti agxari. Cinque anni d i lavoro e d i attività del partito popolare italiano, i n mezzo a gravi e incessanti difficoltà, hanno temprato molte coscienze ed hanno determinato correnti vive nel pensiero politico del nostro paese. I1 fascismo h a cercato di assimilare alcuni postulati del popolarismo, ma vi ha contraddetto col suo spirito antidemocratico. L'esperienza del potere di fronte alla realtà ha fatto tuttavia superare ai dirigenti molti pregiudizi e preconcetti, e la soluzione adriatica è un effetto di questo senso realistico che si sviluppa; lo sbocco elettorale potrà condurre sulla via della costituzionalità, la sola via che può far ritornare l'Italia alla sua unità morale. Pertanto sentiamo il dovere di ripetere, non solo ai nostri amici, ma anche a coloro che hanno oggi il governo del paese, che l'Italia non può e non deve smentire le sue origini democratiche e deve mettersi in condizioni di far valutare all'interno e all'estero la forza delle supreme leggi morali ed i principi della fraternità cristiana fra gli uomini e fra i popoli. La fiducia nel nostro paese non ci viene meno; perchè superati i fenomeni del dopo-guerra, vinto I'illegalismo bolscevizzante, rifatta una nuova coscienza politica attraverso debolezze di partiti e tentativi rivoluzionari, l'Italia troverà sicuramente nel regime rappresentativo il mezzo idoneo e legittimo dell'ordine e del progresso. Popolari, per il bene d'Italia, invocando ed esigendo libertà d i propaganda e di voto, tutti concordi al nostro posto. Roma, 26 gennaio 1924.

LA

DIREZIONE DEL PARTITO


111. DON STURZO E I L PRIMO MINISTERO MUSSOLINI CORRISPONDENZA DEL 1955 I1 25 maggio 1955, a seguito d i un articolo di Mario Tedeschi dell'aprile ~recedente,don Sturzo inviava al direttore de Il Borghese » la seguente lettera, pubblicata nel numero del 3 giugno 1955, p. 843: Illustre Direttore, mi affretto a smentire che io abbia scritto o detto, sia prima che dopo il congresso del partito popolare, tenuto a Torino nell'aprile 1923, sia in altra qualsiasi occasione, sia in Italia che all'estero, che « il congresso del partito popolare era stato sinceramente, chiaramente ed esplicitamente favorevole ad una fiduciosa collaborazione con il governo fascista n. Ignoro dove Mario Tedeschi abbia preso simile citazione riportata fra virgolette; desidero conoscerne la fonte, per identificarne il trucco. Del resto, chi legge, anche a trentadue anni di distanza, il discorso da me letto a quel congresso, pubblicato quasi immediatamente (Popolarismo e Fascismo, Gobetti, 1924) e ripubblicato in Discorsi politici (Istituto Luigi Sturzo, 1951), potrà bene rilevare perchè Mussolini intitolò il suo articolo non firmato su Il Popolo d'Italia (aprile 1923), (C I1 discorso di un nemico 1). LUIGI STURZO

A questa lettera Mario Tedeschi così rispondeva, sullo stesso numero de « Il Borghese n: Sono dawero spiacente di non essere andato a confrontare i documenti citati dal senatore Sturzo, e di aver prestato fiducia a quanto ha scritto lo Jemolo nel suo Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni. A pagina 605 del predetto volume, lo Jemolo riporta fra virgolette la frase che attribuisce al senatore Luigi Sturzo; ed io l'ho ripresa perchè non avevo mai saputo di smentite o rettifiche ad un libro che, per quanto scritto da persona di idee diverse dalle mie, mi pare per alcuni versi degno di considerazione.

'


D'altra parte, sono lieto di constatare come il senatore Luigi Sturzo si limiti a rettificare una piccola cosa che personalmente lo riguarda, e non altro, evidentemente concordando .sulla esattezza della tesi da me sostenuta: cioè l'importanza della collaborazione del partito popolare per l'affermazione del regime fascista, e l'appoggio fornito dalla chiesa a Mussolini. Questo è, a mio modesto giudizio, il punto fondamentale; perchè l'accordo fra chiesa e fascismo sopravvisse a l P.P.I., e l a democrazia cristiana, riallacciandosi alla fase antifascista del partito popolare, ha finito per ignorare vent'anni di storia, non soltanto italiana, ma anche vaticana, cattolica. Io non ho la fortuna d i conoscere personalmente il senatore Sturzo, d i cui però seguo con profonda stima l'attività. Mi permetto quindi d i pensare che probabilmente il senatore Sturzo, se nel 1923 avesse potuto immaginare ciò che poi è venuto fuori dalle file del cattolicesimo politico, avrebbe forse rinunziato a pronunziare quello che Mussolini chiamò « il discorso d i u n nemico n. Mussolini sbagliò, nessuno lo nega; ma anche i preti che vollero essergli « nemici n insieme al nascente comunismo ebbero l a loro parte d i responsabilità. E ciò sia detto, ripeto, con tutto il rispetto dovuto a l senatore Sturzo che, dopo aver tanto contribuito a far nascere la democrazia cristiana, sta oggi facendo l'impossibile per diminuire i danni causati all'Italia dai democristiani.

MARIOTEDESCHI Dopo questa precisazione, don Sturzo inviava a l prof. Ariuro Carlo Jemolo la seguente lettera, in data 12 giugno 1955: Chiarissimo Professore, Non Le nascondo la sgradita sorpresa avuta nel leggere a pag. 605 del suo volume: Cltiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni le parole a me attribuite dove sta scritto: - don Sturzo dichiara di non comprendere l'atteggiamento intransigente d i Mussolini, perchè il voto di Torino è stato u sinceramente, chiaramente ed esplicitamente favorevole ad una fiduciosa collaborazione con il governo fascista n. Non mi era occorso d i leggere tale passo, pur avendo percorso quasi tutto il volume che Lei con affettuosa dedica mi aveva inviato i l 19 settembre 1949. Al punto, che avendo Mario Tedeschi su Il Borghese riprodotto tale passo senza citare la fonte, inviai in data 25 maggio scorso una netta smentita, come potrà leggere su Il Borghese del 3 giugno c.m. che le invio insieme alla presente. Sicuro che Lei avrà riportato il passo da qualche documento


del. tempo, La prego di darmene notizia per potere rintracciare l'originale e rendermi conto dei motivi della invenzione. Mi permetto inviarle il volume de I discorsi politici, tenuti tra il 1919 e il 1923, dove si trova il mio discorso a l congresso di Torino, che Mussolini due giorni dopo attaccò sul Popolo d'Italia con u n articolo di fondo dal titolo: Il discorso di un nemico. Accetti i miei sinceri cordiali sensi d i stima

Il prof. lemolo rispondeva, in data 1 4 giugno 1955: Illustre Senatore e Reverendo Professore, in risposta alla Sua del 12 corrente n. 46652: La ringrazio molto del volume I discorsi politici, e sono dolente che in un mio libro Le sia attribuita una frase ch'Ella disconosce, e che è stata utilizzata da un foglio ostile. La Sua parola non si discute, e cercherò di ottenere da Einaudi che in successive edizioni modifichi in qualche modo. Però io non ho inventato; è ~ n e l l aCiviltà cattolica, 1923, vol. 11, quad. 1749 del 5 maggio, pag. 269, che in un articolo dedicato al congresso del partito popolare, si legge: « don Sturzo stesso conversando a Roma con i giornalisti diceva non potersi comprendere un atteggiamento intransigente del presidente del consiglio, perchè il voto di Torino era stato « sinceramente, chiaramente ed esplicitamente favorevole a una fiduciosa collaborazione col governo fascista ». La cosa non mi era apparsa inverosimile, perchè in effetto guardando a tutte le manifestazioni del partito in quel periodo, mi sembrava ch'esso non ritenesse opportuna una uscita dal governo nè un atteggiamento di dissenso. Gradisca i sensi della mia sincera deferenza e mi creda con rispetto Suo dev.

Don Sturzo si riuolgeva allora a l direttore de « La Civiltà Cattolica », in data 18 giugno 1955, con la seguente lettera: Rev.mo Padre, Dalla lettera del prof. dr. C. Jemolo (che le invio in copia), apprendo che l'articolista del tempo di cotesta spettabile rivista diede credito all'affermazione di qualche informatore il quale gli riportò la notizia che io, poco dopo il congresso di Torino dell'aprile 1923, conversando con dei giornalisti, ebbi a dichia-


rare che i l voto d i quel congresso era stato «sinceramente, chiaramente ed esplicitamente favorevole ad una fiduciosa collaborazione con il governo fascista ». Escludo che simile affermazione sia stata da me fatta, sia per l'atteggiamento da me preso a l congresso e dopo il congresso; sia per la direttiva, da me seguita senza deflettere nei due anni che dalla marcia su Roma vanno fino alla mia partenza per Londra, direttiva palese nei miei scritti del tempo pubblicati sia in Italia che all'estero. Debbo aggiungere che non era affatto mio sistema conversare con giornalisti e commentare loro gli atti del partito; non andavo mai in ambienti pubblici; nè mi fermavo a chiacchierare per. le vie. Per giunta, in quel periodo era noto il mio dissenso con u n gruppo parlamentare circa gli atteggiamenti del partito riguardo il disegno d i legge elettorale, in corso d i esame; dissenso che due mesi dopo diede occasione alle mie dimissioni dalla segreteria politica del partito. Non è per niente del mio stile l'affermazione attribuitami dalla Civiltà Cattolica; quei tre avverbi messi in fila « sinceramente, chiaramente ed esplicitamente » e quell'aggettivo « fiduciosa » premesso a «collaborazione » suonano falsi, come se quei giornalisti stentassero a credermi. A che fine, lei dirà, una smentita a trentun'anni di distanza? Per il fatto che avendo allora evitato di proposito d i leggere quel che la stampa mi attrihuiva perchè convinto della inopportunità o impossibilità di polemiche in materia, non mi venne mai i n mente che La Civiltà Cattolica avesse potuto fare affermazioni che in altri fogli avrei giudicato insinuazioni. Ora però che q.~ellab a t t ~ t adi cronaca fa motivo di storia e di polemica postuma, ho diritto a interessarmene. La mia recisa smentita dell'affermazione di Mario Tedeschi su Il Borghese, la mia conseguente lettera al prof. Jemolo e la presente a lei rev.mo Direttore, mostrano chiaramente la mia sorpresa d i un'accusa che non supponevo esistesse. Qualcuno valuterà esagerata la mia reazione alla piccola mormorazione giornalistica consacrata su Civiltà Cattolica. A parte il diritto a ristabilire la verità dei fatti, c'è anche da parte mia il dovere d i non lasciare solo ai comunisti e ad altri avversari della chiesa il merito della resistenza al fascismo. Non le domando una rettifica, non essendo in vita l'articolista; lascio al suo apprezzamento l'opportunità o meno d i pubblicare questa mia lettera. I n ogni caso, la prego d i darmene atto. Ringraziamenti e devoti omaggi.

LUIGISTURZO


E contemporaneamente ne informava il prof. Jemolo: Chiarissimo Professore, Mentre la ringrazio vivamente della lettera di risposta del 14 corrente giugno e della promessa di eliminare, in successive edizioni del suo volume « Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni D, l'accenno alla pretesa mia dichiarazione, le fo tenere, per sua informazione, copia della lettera da me inviata al direttore della Civiltà Cattolica. Distinti saluti. LUIGI STURZO

11 22 giugno 1955 « La Civiltà Cattolica » così rispondeva alla lettera d i don Sturzo: Reverendissimo don Luigi, rispondo alla Sua del 10 c.m., n. 46.896. Sono spiacente della segnalazione che mi fa. Nel quaderno 1794, maggio 1923, si trova infatti la frase indicata, in un articolo che peraltro è benevolo nei Suoi riguardi. Senza dubbio, l'autore dell'articolo avrà prestato fede a qualche giornalista, la cui citazione non possiamo riscontrare. Del resto tale lavoro sarebbe inutile dopo l'affermazione in contrario di V. R. In uno dei prossimi numeri della rivista si troverà modo di rettificare quanto nel 1923 fu scritto. La prego di gradire i sensi della mia vivissima stima e molti religiosi ossequi devotissimo P. GLIOZZO

A seguito d i tale corrispondenza, nel numero della « Civiltà Cattolica » del 16 luglio 1955, p. 216-217, appariva la seguente precisazione, per mano dello stesso articolista del 1923: Mario Tedeschi aveva affermato sul Borghese che don Luigi Sturzo, i n un primo tempo, si era mostrato favorevole a una collaborazione con il governo fascista; e don Sturzo gli oppose una recisa smentita. I1 Tedeschi allora si appellò alla autorità del prof. A. C. Jemolo; e questi, dolente di avere in un suo libro attribuito a don Sturzo espressioni d i cui questi negava la paternità, citò a proprio discarico un articolo sul congresso del partito popolare, pubblicato dalla Civiltà Cattolica (1923, 11, 269), dove si legge: « D . Sturzo stesso conversando a Roma con giornalisti diceva non potersi comprendere u n atteg-


giamento intransigente del presidente del consiglio, perchè il voto di Torino era stato u sinceramente, chiaramente ed esplicitamente favorevole a una fiduciosa collaborazione col governo fascista n. Ora don Sturzo, dolorosamente meravigliato che a l'articolista del tempo D u abbia dato credito all'affermazione di qualche informatoren, i n una lettera cortese a l nostro Direttore esclude nettamente d i aver espresso simile approvazione e ne adduce in prova l'atteggiamento da lui tenuto e al congresso e dopo il congresso, e la direttiva da lui seguita, senza deflettere, nei due anni che dalla marcia su Roma vanno fino alla sua partenza per Londra; direttiva palese nei suoi scritti di quel tempo, pubblicati in Italia e all'estero. Che se la rimostranza non venne mossa subito, ciò fu perchè soltanto in questi giorni don Sturzo era venuto a conoscenza delle affermazioni attribuitegli. A trentadue anni di distanza, rintracciare la fonte giornalistica a cui l'articolista attinse la notizia contestata non sarebbe forse possibile, certo sarebbe inutile, trattandosi qui non dell'origine ma del contenuto di essa. Di fronte dunque alla netta e documentata denegazione d i don Sturzo non resta che prenderne lealmente atto. Un solo rilievo si può fare al cortese nostro rimostrante. Egli scrive nella sua lettera: u Non le domando rettifica. non essendo in vita l'articolista D. Ecco: l'articolista di allora è ancora in vita e non è per nulla scontento che proprio a lui sia toccato rettificare il passo incriminato. Dopo di che don. Sturzo si compiacque con l'articolista tuttora in piena attività e lo ringraziò della cortese nota.

A completare la nota polemica, viene pubblicata la lettera di don Sturzo, in data l1 giugno 1955, inviata a l dott. Arturo Assunte, quale direttore del u Corriere di Napoli D. Egregio Direttore, La ringrazio della cortesia usatami nell'inviarmi i tre articoli d i C. Rossi sui popolari nel primo governo Mussolini. La prego d i far notare all'autore: a) che io, quale segretario del partito, mai diedi il consenso alla partecipazione di popolari al ministero costituito da Mussolini nel novembre 1922. Secondo la prassi del partito, l'attività del gruppo parlamentare non era subordinata a l segretario politico; questi aveva il diritto di esprimere il proprio parere (e questo fu contrario alla partecipazione), e in caso di


divergenza appellarsi al congresso; cosa che f u fatta (aprile 1923) con quella discrezione che era imposta dalle circostanze. Ciò non sfuggì all'on. Mussolini, il quale definì il mio discorso di Torino del 12 aprile 1923 come u il discorso di un nemico n (V. Il Popolo d'Italia): b) che io non iartecipai alla riunione del gruppo D. C. dopo le dimissioni, e mi rinchiusi in un. assoluto riserbo. -L'informazione data dal sig. Mario Tedeschi su Il Borghese e che egli, in nota alla mia lettera, dichiara aver tratta da un libro del Prof. Jemolo, non h a base. (v. Il Borghese del 3 giugno corrente) ; C) che dal 10 luglio 1923, pur dimettendomi da segretario politico, rimasi nella direzione del partito, e ne diressi la parte organizzativa ed elettorale. L'appello del 26 gennaio 1924 (riportato su C Popolarismo e fascismo P, Gobetti) è di mio pugno. La gita a Montecassino nel luglio 1923 fu semplicemente per riposo fisico (due settimane) e per sottrarmi, dopo le dimis. sioni, alle premure degli amici e alle malevolenze degli avversari. In agosto andai a Grado per i bagni e in settembre passai il mio ufficio a Piazza Mignanelli. Per l'esattezza, potrei continuare nei rilievi. Lei faccia degli articoli quel che crede; terrà conto, in ogni caso, d i quanto l e ho scritto e mi permetterà anche altre rettifiche, se lo crederò necessario. LUIGISTURZO Distinti saluti.


IV. LETTERA AL PROF. NINO VALER1 I n occasione della pubblicazione del volume del prof. Nino Valeri, « Da Giolitti a Mussolini », don Sturzo inviò all'autore una lettera d i precisazione riguardo a d afiermazioni contenute in una lettera dell'on. Camillo Corradini, riportata integralmente m 1 volume suddetto (pp. 146-149, dall'drchivio centrale dello stato, Giolitti I , busta V I , fasc. 103). Ecco la lettera di don Sturzo: Chiarissimo Professore, Desidero darle atto della benevola interpretazione da lei prospettata sulla mia posizione politica dell'ottobre 1922 in confronto al contenuto della lettera dell'on. C. Corradini, riportata per intiero nel suo libro « Da Giolitti a Mussolini ». Non mi piace polemizzare con persona che alle mie osservazioni non potrà replicare, sia essa ancor vivente o già passata di là. Mi limito ad alcuni rilievi di fatto, che dovrebbero dare motivo a storici e filologi per bene interpretare siffatto documento. . lo) Corradini afferma essere venuto al convegno non di sua iniziativa, ma pregato, per mio espresso desiderio, dall'avv. Gaetano Scavonetti mio amico e conterraneo e già capo gabinetto di Bonomi. Io ho sempre creduto che l'iniziativa fosse stata dalla parte di Corradini; escludo, per quel che mi riguarda, una mia iniziativa pur non escludendo la mia adesione. L'equivoco, in questi casi, non è d a c i l e dall'una o dall'altra parte. 2") Della collaborazione dei popolari con Giolitti senza o con i fascisti, tema centrale della conversazione, non è fatto cenno dall'on. Corradini; e, se l'orientamento di Giolitti in quel periodo era (come io ritenevo e come è dimostrato dai documenti) per una collaborazione con i fascisti, non è riportata la mia risposta recisa, tale quale pubblicai in Ztaly and Fascismo. I1 silenzio d i Corradini, secondo me, è voluto di proposito,


forse perchè altre persone (senza avermi mai interpellato) supponevano essere io pronto a dare il mio appoggio ad u n ministero Giolitti, senza precisare 'il tipo di coalizione, per il fatto che la coalizione Giolitti-Mussolini si dava come scontata. Corradini in quella lettera dà l'impressione di avermi awicinato per la prima volta, anzi di avermi scoperto, mentre egli mi conosceva da molti anni, come sindaco di Caltagirone, vice presidente dell'associazione dei comuni, e negli ultimi tre anni come segretario politico del partito ~ o p o l a r e .Ho l'impressione che Corradini con quella lettera mirasse più a persuadere Giolitti a decidersi che a svalutare Sturzo e i popolari che, secondo lui, sarebbero entrati nel gioco per questa o per altre vie. 3") Circa il mio atteggiamento nella crisi Facta del 15 luglio, Corradini è esatto sia nell'affermare che io non l'approvai, . perchè (si trova nei miei scritti) non ne era stata preparata la soluzione, provocata come fu da un incidente d i seduta parlamentare e in u n momento inopportuno (vigilia delle vacanze estive); sia nel ricordare che in quei giorni (il 12 luglio) era avvenuta in Caltagirone, quasi improvvisamente, la morte di una mia sorella mentre io mi trovavo a letto per influenza. 11 Corradini ebbe l'impressione che si trattasse di scuse per sctiricare la mia persona e incolpare il gruppo, il che era da c3cludersi. 4") Può darsi che io, nella conversazione avuta con Corradini, abbia detto non avere motivo personale per la mia opposizione a Giolitti; non ne ho chiaro ricordo ; ma io non ho avuto mai risentimenti personali per nessuno, Mussolini compreso. Escludo che abbia potuto affermare d i non conoscere Giolitti, con il quale avevo aiuto dei contatti diretti o per interposte persone, e non molto prima, promosso dall'on. Bertone, un colloquio di carattere politico, a parte la cura a seguirne le attività politiche e amministrative dal punto d i vista dei problemi del mezzogiorno, cosa che facevo da un ventennio. 5") Infine, Corradini insiste che io negassi di aver favorito l'entrata di socialisti (Turati) al governo. Farmi fare la figura del mentitore e dello sciocco forse poteva servirgli; ma dopo il ' voto del congresso popolare di Venezia (ottobre 1921), dopo la polemica giornalistica di quel periodo, dopo le note e ripetute visite di Turati e Treves a casa mia (via Principessa Clotilde) - e la stessa lettera di Giolitti da Vichv che. unendo i nomi di Sturzo-Turati-Treves vi faceva riferimento inequivocabile infine, dopo i miei contatti con Orlando per un ministero nel quale vi fossero sfati popolari e socialisti, come potevo io affermare a Corradini che tutto ciò era stato da me contrastato? Sospetto che Corradini abbia frainteso i miei rilievi di impossi-


bilità di collaborazione socialista per la posizione ufEciale dei capi di quel partito contrari a qualsiasi partecipazione e a qualsiasi impegno con Orlando o Bonomi, e per la controprova data con la loro adesione allo sciopero generale del loagosto, e così mi rappresentò come se mi fossi dimenticato dei miei stessi atti, dei quali egli non aveva esatta conoscenza. Prendo l'occasione della presente lettera per rettificare due supposizioni o informazioni correnti nella stampa di quel tempo e riprodotte anche adesso: a) nessuna restrizione di curia nè avvertimenti ecclesiastici circa l'indirizzo politico mi erano mai venuti, riguardo la mia condotta e quella del partito, e in particolare sia circa il movimento fascista, sia circa la composizione del governo, e 'neppure, come più volte si ripete, sulla legge per la nominatività dei titoli. A proposito, chi vuole potra leggere nel mio discorso di Milano del 19 ottobre 1920 (del quale sarà bene ricordare quanto ne scrisse Vilfredo Pareto nella Vita italiana del novembre 1920) dove tratto dei provvedimenti finanziari di Giolittj e fo un accenno anche alla nominatività dei titoli mettendomi, obiettivamente, sul terreno finanziario, e non certo come portavoce dei desideri del Vaticano; il quale aveva i suoi canali e i suoi mezzi per arrivare al governo, senza ridurre le alte questioni religiose a problemi politici di partito. Fu questo l'indirizzo che diedi al partito popolare, e questa è stata, sul terreno politico, la mia condotta di allora e d i semme. * Mi è gradita l'occasione, chiarissimo professore, per presentarle i miei ringraziamenti e i più distinti saluti.


I L DISCORSO DI GRONCHI DOPO LE DIMISSIONI DI DON STURZO Don Sturzo presentò le dimissioni da segretario del partito popolare italiano il 10 luglio 1923. I n quell'occasione, a dichiarazioni ostili che l'on. Petrillo fece alla camera dei deputati, il gruppo parlamentare popolare rispose levandosi in piedi e acclamando Sturzo, e Gronchi pronunciò il seguente discorso: « Questo nostro partito, anche per gli avversari di tutti i colori, deve essere oggi un esempio alto e nobile d i attaccamento al proprio pensiero e alla propria fede. Non c'è partito che da cinque mesi a questa parte sopporti - come il popolare - tale urto, occulto e palese, di dissensi interni e di disgregazioni esterne; non c'è partito contro il quale sia stata levata la intimidazione e la calunnia, come contro il nostro. Voi ricordate, prima del congresso di Torino, quello che altre frazioni d i cattolici, accusandoci d i monopolio del cattolicesimo, hanno fatto contro d i noi; ricordate dopo i tentativi palesi e nascosti di nemici a cui accedettero purtroppo anche uomini della nostra fede, ricordate l'accanimento nel coinvolgere in una disputa politica la più alta autorità religiosa, che resta per noi al di sopra di ogni competizione interna d i una nazione. Noi non abbiamo voluto monopolizzare questo pensiero religioso, noi non abbiamo voluto farcene scudo per protezione o per richiamo ;altri ha inteso coinvolgere la chiesa nella arroventata polemica antipopolare, e ha creato dolorosi problemi d i coscienza. Non è un funerale allegro, onorevole Petrillo, questo di cui oggi il gruppo vi dà lo spettacolo; è una manifestazione d i serena fermezza che anche voi dovete rispettare. Il nostro è u n reparto in battaglia, cui è caduto, per fortuna solo metaforicamente, l'alfiere! Ma altre mani hanno sollevato la bandiera e la difendono con sereno ardore. Non vorrei che oggi si cadesse nello stesso errore in cui dalla parte opposta della camera si cadeva sul terreno economico, quando nel 1919 e 1920 ci si urlava: Banco d i Roma! Banco d i

...

19

-

- S ~ m m I1 partito popolare italiano

- 11.

289


Roma!, come se la forza della nostra azione fosse dovuta ad interferenze finanziarie e ad appoggi bancari. I1 Banco d i Roma è oggi estraneo anche visibilmente dalla nostra sfera d i azione politica, e il partito è rimasto. Non ci sono idoli. nè feticci. tra noi! C'era un uomo che è' la sintesi viva del nostro pensiero e della nostra fede e che il nostro partito levava sugli scudi perchè nell'onestà dei suoi intendimenti, nel fervore della sua attività, vedeva vivere e risplendere le proprie idealità! Esso manca oggi al partito, ma,per questo il partito non muore e non cede. I1 partito rimane: perchè, onorevoli colleghi, la divisione che si è voluta creare fra cattolici così detti nazionali e cattolici popolari è tutt7altra cosa che una divisione profonda di pensiero e d i azione d i fronte al problema occasionale della collaborazione fascista. Per u n lato è posizione tattica d i convenienza (non da parte nostra s'intende), e per l'altro è u n vecchio e perenne stato d'animo conservatore. Per quali premesse ideali questi cattolici così detti nazionali, firmatari o non d i manifesti celebrati, dovrebbero essere più aderenti al governo che noi? Forse per una più alta valutazione idealistica della guerra? Ma se i neutralisti e i dispregiatori deua guerra tra loro, hanno nomi che sono sulle bocche e nel ricordo d i tutti. Fra noi, onorevole Mussolini, accanto a coloro che possono aver dissentito dalla guerra, vi sono coloro che l'hanno interamente compresa e sofferta. Anzi una delle parti 2% vive del partito è quella che deriva dalla democrazia cristiana che fu interventista. Voi dimenticate i Vaina, i Borsi, e i Cacciaguerra che venivano dal movimento d i idee democratico cristiano di cui parlo. E se mai, egregi colleghi dell'estrema destra, neutralisti sono tra noi, ma anche fra loro. Quindi non ad una migliore comprensione della guerra, ci si deve rifare per spiegare il filofascismo oltranzista dei u nazionali m. La divisione vera tra noi e loro è invece suila concezione economica, che essi conservano anche nel momento attuale. Si tratta del vecchio processo dinamico del nostro partito: sono i conservatori, ieri come oggi, contro i democratici. A costoro piace del governo attuale l'apparenza diciamo dittatoria, antidemocratica, non la sostanza del pensiero. Se voi considerate quali sono gli esponenti d i questo movimento, li vedrete appartenere a classi molto abbienti che hanno per temperamento, per tradizione, per situazione economica, l'ostilità larvata contro le conquiste operaie, conquiste che il governo non vuole comprimere, ma che quella parte dei vostri sostenitori come altri che sono in questa aula, sperano che vi decidiate a comprimere.

..


Essi sono per il potere a pochi ceti privilegiati; voi siete invece, i n forza di'enunciazioni programmatiche, per il potere più largo possibile, salvi la gerarchia, l'ordine, l'autorità. Essi non coincidono dunque su questo terreno con voi, e la loro adesione è puramente opportunistica. Si ispirano inoltre ad una concezione, la quale d i cristiano non ha che i l nome, che basti esserci un governo come l'attuale che rivaluta i fattori religiosi, perchè i cattolici possano rinunziare ad ogni specifica attività nella vita pubblica, tranquilli d i aver compiuto il proprio dovere. È i n loro il concetto della vita comoda, che rimane inerte nel cosidetto santuario della coscienza. È in noi invece il dovere d i portarla nella vita pubblica, dove diventa fervore d'amore per gli umili, che vuol dire azione politica in senso democratico, elevazione delle classi lavoratrici, educazione delle coscienze. Noi siamo tutti per una fede attiva e sentita che ci avvicina fraterni a queste moltitudini lavoratrici che non vogliamo utilizzare come numero bmto, ma redimere come entità morale, nel pensiero cristiano, idea animatrice del nostro programma; un dovere sociale che è nostro, come della intera collettività nazionale. Non sono dunque, nemmeno sul terreno sociale, questi « cattolici nazionali sulla linea del governo. I1 governo sa che non è necessario essere politicamente conservatore oggi; è la stessa situazione economica che riduce il tono del salari e contiene le esigenze delle classi lavoratrici; non c'è bisogno che u n governo faccia opera di compressione e l'attuale governo non può e non vuole farla, prestandosi a utilizzazioni interessate d i ceti padronali. In questa linea e su questo terreno convergiamo noi democratici che abbiamo le nostre organizzazioni sindacali accanto alle vostre, colleghi fascisti, mentre ne dissentono intimamente coloro che dispregiarono fino a ieri o guardarono con diffidenza il movimento operaio. Non risponde dunque alla realtà affermare che v'è divisione tra noi e gli altri perchè essi possono adire più facilmente alla realtà politica di oggi, e noi no; e che si è in presenza d i un nuovo orientamento prodotto dal regime attuale. È la continua azione del processo che si svolge da quando un movimento democratico cristiano ha diviso nel campo cattolico, i conservatori e i democratici. Questa la fisionomia politica delle presunte secessioni, ed io credo che voi, onorevole Mussolini, non vorrete augurarvi d i avere u n tal genere d i sostenitori, voi che sapete quale è il compito di un governo e di una classe dirigente verso le classi lavoratrici. Ed è perciò che secessioni e disgregazioni non possono farci temere.

20

- 8TURZ0 -

I1 partito popolare italiano

- 11.


Noi abbiamo una funzione storica. Non è la funzione d i coloro che credono la politica d i oggi dover essere per i cattolici una politica d i adattamento; noi sentiamo che nessuno ci può sostituire; noi alla nostra fisionomia, alla nostra azione, non possiamo rinunziare perchè rappresentiamo la permeazione religiosa della democrazia, che è il contenuto più vivo del nostro atteggiamento. I1 partito popolare non è se non la propaggine e lo sviluppo d i quel movimento democratico cristiano che in Italia come in Francia, in Olanda come in Germania e nel Belgio, è un movimento politico caratteristico che non può essere nè assorbito nè annullato. Così intendiamo collaborare col vostro governo, onorevole Mussolini, chiedendovi solo la libertà di essere noi, di rimanere quali siamo con la nostra concezione della vita sociale, della vita economica e della vita politica, che riteniamo possa efficacemente aiu!arvi al ripristino della legalità e della libertà; ed è reale collaborazione, se anche talvolta noi dobbiamo dissentire da problemi tecnici o particolari. I o credo che onestamente e realisticamente considerata, questa nostra situazione non possa prestarsi alla deformazione che molti oggi ne fanno ;debba essere considerata come il nobilissimo esempio d i un partito che tiene fede al proprio pensiero, e senza iattanza e senza temerità vuole mantenere il suo posto: come lo sforzo di uomini che, pur dissentendo idealmente e praticamente in vari punti con l'indirizzo politico attuale, dicono però che ragioni di interesse superiore nazionale rendono utile con piena lealtà una linea generale di collaboraziune. Non vi paia diminuzione del vostro prestigio se così noi parliamo, ee diciamo interamente il nostro pensiero, a differenza d i molti vostri devoti, di coloro che non parlano o non lo dicono interamente. Se dovessi cogliere una immagine testamentaria dell'onorevole Petrillo, e dovessi raffigurare l'atteggiamento d i alcuni wartiti con voi collaboranti, direi che sono un DO' come i nipoti che aspettano che sia morto lo zio ricco, per raccogliere l'eredità. Preferite, onorevole presidente, uno stato d'animo così poco augurale? O non piuttosto dovete esser condotto ad apprezzare la nostra dritta lealtà, a valutare nella loro portata certe reazioni che nel nostro campo qua e là si sollevano? Un partito come il nostro che ha veduto dispregiare le sue idealità; che ha avuto alle calcagna tutta la canea giornalistica, insultante quella che è l'essenza animatrice della sua attività, h a diritto ad un alto rispetto, se riafferma fieramente la sua ragione d i vita. La sua ragione d i vita è una fede che non può essere cancellata da nessun accomodamento tattico, mortificata


da nessuna intimidazione. E in fondo lo stesso spirito che, se interpreta istintivamente anche lo stato d'animo dei combattenti, h a animato le nostre vigilie e il nostro sacrificio d i guerra, quando abbiamo sognato unlItalia rinnovata alla quale ciascuno, nell'ambito delle leggi, potesse portare il contributo della propria fede; affinchè dal civile contrasto delle idee e delle fedi, contenuto dall'autorità dello stato, che è nello stesso tempo limite e garanzia della libertà di tutti, si sprigionasse quel largo consenso nel dovere comune che solo dovrà portare alla vera unità morale del paese. Questa funzione tendente ad arrestare prima le forze dissolvitrici, noi l'abbiamo compiuta, noi la continuiamo oggi, volendo che il parlamento rimanga non solo al presidio della libertà, ma nella sua sana funzione, un mezzo sicuro per cui si attenuino e si distruggano le cause dei rivolgimenti sociali. Noi vogliamo far sentire alle masse che con il loro diritto elettorale assumono un'alta educatrice responsabilità; vogliamo perciò un sistema, una legge che non permetta un'incontrastata preponderanza ad un partito, contro lo spirito stesso della nostra costituzione; e non mortifichi le minoranze, annullando ingiustamente il loro diritto ad esercitare un'adeguata funzione. Conclusione evidente delle mie modeste osservazioni si è che il gruppo parlamentare popolare di fronte alla riforma, quale è stata presentata dal governo ed elaborata dalla commissione, non può consentire. Esso perciò rimane fermo nel suo atteggiamento, convinto d i non aver trascurato tentativi di equo adattamento, e persuaso di non potere per un senso alto del dovere, per la propria concezione degli interessi nazionali, per la propria stessa dignità, aderire ad una riforma elettorale, che noi riteniamo non rispondere ai fini medesimi per cui il governo la desidera, e pone il paese in una situazione da cui non è poi detto se possa essere tratto senza gravissimo suo danno. Noi consideriamo questa riforma come uno strumento che debba durare, così come noi consideriamo il governo capace di durare quanto dalla sua stessa saldezza e dalla sua azione gli sia consentito; ma appunto perciò desideriamo una legge equa, che dia al popolo nostro la sensazione che nel parlamento esso troverà ancora il presidio dei suoi diritti, come trova nel diritto elettorale l'adempimento di un suo alto dovere. s Alla fine della seduta tutti i deputati popolari si recarono alla sede del partito in via Ripetta a rendere omaggio al fondatore del partito.


VI. ELENCO DI ARTICOLI SUL COSIDETTO VETO A GIOLITTZ E SUI RAPPORTI FRA STURZO E GIOLITTI

-

LUIGISTURZOI1 mito del veto a Giolitti (La Stampa, 24-11-1946). LUIGI STURZO Giolitti, Mussolini e don Sturzo. Lettera al Direttore del a Giornale d'Italia D (Il Giornale d'Italia, 20-2-1950). LUIGI STURZOGiolitti e il fascismo (La Via, 14-6-1952). LUIGI STURZO Ancora ÂŤ Giolitti e il fascismo 1) (Note per Gaetano Natale) (La Via, 12-7-1952). LUIGI SALVATORELLITestamento d i De Gasperi (La Stampa, 21-8-1955). LUIGI STURZO I1 veto a Giolitti (con risposta di Salvatorelli) (La Stampa, 26-8-1955).. GABRIELE DE ROSA Giolitti e Sturzo (Il Giornale del Mattino, 31-8-1955). ALFREDOFRASSATI Don Sturzo e la n visione dell'imminente catastrofe n (La Stampa, 10-9-1955). LUIGI STURZO Giolitti ottobre 1922 (con una risposta d i Frassati) (La Stampa, 16-9-1955). LUIGI STURZO La polemica sul a veto a Giolitti D nel 1922 (La Stampa, 23-9-1955). LUIGI STURZO I1 veto a Giolitti. Lettera a Nino Valeri (con un commento d i Valeri) ( I l Resto del Carlino, 15-10-1955). NINOVALERI La polemica sul veto d i Sturzo (Il Resto del Carlino, 29-10-1955). GABRIELE DE ROSA La crisi dello stato liberale in Italia (Studium, Roma, 1955). LUIGISALVATORELLI Liberali e popolari (Lo Stampa, 26-1-1956). GABRIELEDE ROSA Gli anni che prepararono la nascita del P. P. I. (Rassegna di politica e storia, Roma, n. 17, marzo 1956).

-

-

-

-

-

-

-

-

-


INDICI


INDICE ANALITICO ACONFESSIONALISMO, 9, 11, 12, 75, 88-91, 98-102. P

,

,

- Legislazione

agraria, 43, 110-113, 251-255.

70-71,

225.230. AMMINISTRAZIONE,

- Riforma

elettorale, 133-137, 142143, 148-153, 222-223, 273. - Sistemi elettorali, 140-143.

- Sistema

proporzionale, 28-30, 6769, 162-163, 250-251.

- Suffragio ESAMED I

LOCALI, 56-58, 69-70. AUTONOMIE

CHIESA (Rapporti con l o stato), 9, 98, 101-104, 199, 228, 264, 274.

DEMOCRAZIA: .regime, 53, 77-78, 173, 201, 216.

- principi,

10, 240.

universale, 138.

STATO,

26-28? 33, 36, 227,

249-250.

FINANZE,35, 50-51, 223-225.

- RELIGI0SA, 74, 274. - SCOLASTICA, 26-28, 228-230, 274.

182, 226-227,


PABLAMENIO, 18, 137, 148-153, 239. P A ~79,, 133-137, PARTITO LIBEBALX, 73, 111-173. PARTITOPOPOLARE ITALJANO: azione sociale, 109-113, 148-153, 225-230, 255-260.

- compito,

54, 61-62, 80-82, 95-126, 162-164, 198-199.

PAFtTl'ID SOCIALISTA, 15-16, 31, 34, 46, 50, 72, 73, 113.116, 246-248. POLITICAESTEBI, 32, 34, 36-42, 108, 119-121, 230-234, 267.268, 274.

SCIOPEEI, 15-19, 46. SCUOLA (Problemi della), 226-227.263264. SINDAWISMO,13, 61, 106, 192, 255260.

- natura,

SOCIALISMO, 14, 54, 73, 81, 92, 105, 108, 196, 201.

- programma,

STATALISMO, 50, 61, 106-107, 220.221.

9, 12-15' 75-76, 160-165, 165-170, 269-272.

73, 80, 126, 167-168, 173-177, 249-275.

- storia,

XIII-XLVIII,

188, 245-272.

82-81, 126-131,

STATO,59, 107-108, 137-143, 274.

Vem

A

295.

G I O L I . ~xxxix-XLIII. ~~, 34-36,


INDICE DEI NOMI

ABBIATE on. Mario, 81, 255, 256. ACERBO on. bar. Giacomo, 142. A t ~ s s r oon. prof. Giulio, 233, 248, 266, 267. AMBROSINI prof. Gaspare, XL. AMENWLA on. prof. Giovanni, 26. ANILEon. prof. Antonino, 26, 27, 36, 56, 74, 85, 89, 250, 261, 263. ASSANTE aw. Arturo, 243, 282. ASSUM gen. Clemente, 57.

BALDESI on. Gino, 172. BALDWIN Stanley, 144, 145. BELLOTTI on. Pietro, 51. B s ~ o r non. Giuseppe, 266. BEN ED^ XV, xxrx, 90. BENEDUCE on. Giuseppe, 29, 252. BERCAMINI sen. Alberto, 86, 90, 91. BERIOsen. Adolfo, 149. BERTINIon. Giovanni, 24, 56, 71, 261. BERTONE on. G. Battista, 30, 31, 56, 83, 224, 265, 286. BIANCHIrag. Luigi, 25. BIANCHIMicbele, 130, 147, 153. BIANCO on. Augusto, 268. BOCCIANO-PICO on. Antonio, 30, 265. BOMBACCI on. Nicola, 18. BONARLnw Andrew, 39, 144, 231. BONCOMPAGNI LUDOVISI on. F;ancesco, 135. BONICEUIsen. Giacomo, 149. BONOMELLI mom. Geremia, XXXVIII.

BONOMIon. Ivanoe, X ~ ~ V I I , 21, 22, 34, 35, 45, 57, 64, 84, 90, 116, 225, 226, 248, 250, 256, 285, 287. on. G. Battista, 27. Bosco LUCARELLI BOSELLIon. Paolo, xxx, 26, 98. BRESCIN~I on. Carlo, 157, 158, 159. BRUNOGiordano, XVII, 88.

CAIROLI Benedetto, 55. CALZA-BINI Gino, 135. CAMERONI on. Agostino, 8. CAMPELMconte Pompeo, XXXVIII. CAPPAon. Paolo, 27, 263. CARAPELLE on. Aristide, 135, 162. CARNAZ~~ on. Carlo, 179. CASCINOon. Calogero, 266. CAVALLI on. Carlo, 18. CAVA~ZONI on. Stefano, 29, 36, 163, 164, 172, 268. CAVOUR BENSOconte Camillo, 159. CELESIADI VECLIASCO on. Giovanni, 117. CEIIMENATl on. Mario, 252. CHIMIENTImin. Pietro, 16, 17. CIUFFELLIon. Angusto, 57. CLEMENTI on. Bartolomeo, 88. COLONNA or CESARÒduca Giov. Antonio, 45, 171, 179. ~oae1No on. Epicarmo, 26, 35, 90, 179, 250, 261. COBNAG~IA-MEDICI Crsmoc~rom marchese Carlo Ottavio, 8, 85, 156, 181, 189. Conmomi on. Camillo, 243, 285, 286.


'

CREDMO on. Luigi, 57, 264. CRISPIFrancesco, 64. CRISPOLTI marchese Crispolto, XXII, 9. CROCEBenedetto, 26, 33, 226, 249,

FINOon. Francesco Saverio, 263, 264.

FINZIon. Achille, 88. F u s s n n sen. Alfredo, XL, 295.

250. G CURCIpadre Carlo Maria, XXXVIII. cAsPlinai card. pietra, CURZONof KEDLESTON lord G e o r ~ e cEMELLI padre ~ ~12. ~ Nathaniel, 143, 144, 145, 146. GENTILEGiovanni, 27, 85, 176, 179, 226, 227, 229. D

GENTIMNIconte Vincenzo Ottorino,

DALLATORREconte Giuseppe, XXX. DANEOmin. Edoardo, 264. DANTE,22. D'ARACONA on. Lndovico, 18. DE BELLISon. Vito, 236. DE CAPITANI on. Giuseppe, 86, 112. DE GASPERI. Alcide, xLvn, 36, 130,

142, 268, 295. DEGNIon. prof. Francesco, 262, 264. DELLOSBARBA on. Arnoldo, 29. DEL PIANOPierino, 72, 272. DE NAVAon. Giuseppe, 19, 45, 224. DE NICOLAon. Enrico, 36, 45, 147,

248.

.

DEPRETISAgostino, DE ROSAGabriele. XIX,XLVIII, 295. DE ROSSIdon Ginlio, 268. DE STEFANIon. Alberto, 176, 179, 223, 224 225. DE VITI-DE MARCOAntonio, XXIX, DE VITO on. Roberto, 18, 19. DI R U D I NSTAWBA ~ marchese Antanio, XX. DONATIGiuseppe, u v .

231

F

XVII, XXIX, XXXVII.

GHEBSI gen. Giov. Battista, 57. GIAVAZZI on. Callisto, 251. G I O L I ~Giovanni, xv, xxx~x, XL,

mi,

20, 22, 23, 26, 28, 29, 30, 34y 359 429 479 50* 559 57* 639 64* 72v 839 M* 9" 116, 143, 144, 146, 147, 148, 168, 173, 222, 224, 225, 226, 236, 237, 243, 246, 247, 249, 250, 256, 265, 266, 285, 286, 287, 295. G1ORc10 V 147G1OvmNIN1 Giuseppe, 171. 319

XLII,

321 339

519

GIRETTIon. Edoardo, xxix. GIUPFRIDA on. Vincenzo, 51. GIUSTIGiuseppe, 86, 89, 94. G~~rozzo padre Calogero, 281.

xlll, xlx, xxxvII,

GOBETT1 XLV.

GuMscl Antonio* xvlll. GRANDI Achiile, 12, 114. GRAssl On' Giuseppe* GRONCHI on. Giovanni, 243, 288. GROSOLI conte Giovanni, XXIII.

J

conte Stefano, =VI, U N , XLV, FACTA on. Luigi, XLI, XLII, XLIII, 27, JACINI 268. 36, 42, 43, 45, 46, 49, 57, 63, 64, JEMOLO prof. A r t ~ r oCarlo, 243, 277, 65, 96, 116, 145, 174, 219, 286. 278, 279, 280, 281, 283. FALCIONI on. Alfredo, 252. FA~INACCI on. Roberto, 86. L FEEAon. Luigi, 264. FERBARI card. Andrea, -1. L ~ ~ R I Oon. L AArturo, 29, 77, 256. FEMERO GngIielmo, xvi, 55. LEONEXIII, 8. .

~


LLOYD GEORCE David, 36. LONCINOT~I on. Giovanni, 38, 44, 255, 267. LOVERA conte di CASTICLIONE Ottavio Federico Costanzo, 157, 158, 159. LUICIXIV, di Francia, 208. LUZWTTILuigi, 178, 179.

MAFFIon. Fabrizio, XXVII. MACNIcomm. Mario, 18. M~UCODI sen. Olindo, XLII, 90, 91. MALVEZZIDE' MEDICINeri, 164. MANCANO aw. Vincenzo, 37. MARCONCINI on. Federico, 30. M n ~ c o mdon Giacomo, 159, 184. MARTINIon. Mario Augusto, 19, 24, 251, 254. MA~TIRE on. Egilberto, 130, 163, 264. MASCIANTONI on. Pasquale, 18. & ~ E I GENTILIon. Paolo, 163, 164. MATTEOTTI on. Giacomo, XLII. MAURI on. Angelo, 24, 86, 90, 111, 252, 254, 267. MAURO on. Clemente, 252. MEDAon. Filippo, ~ X I 8, , 19, 22, 30, 31, 35, 44, 45, 46, 73, 83, 98, 110, 224, 266. MEDOLACO ALBANI conte Stanislao,

-

MORTARA on. Ludovico, 16, 17, 264. M o s a prof. Gaetano, 152, 153, 222. MOSCONIon. Antonio, 57. Mumr don Romolo, xx, ~ I I I ,xmv. MUSSOLINIBenito, xrx, XLIII, xLrv, XLV, XLVI, XLVII, 12, 21, 28, 47, 58, 63, 64, 74, 80, 86, 91, 129, 130, 135, 136, 137, 144, 149, 150, 151, 172, 174, 176, 179, 199, 222, 225, 228, 230, 231, 232, 233, 234, 236, 237, 238, 239, 240, 241, 243, 277, 278, 279, 282, 283, 285, 286, 290, 291, 292, 295.

NAVAon. Cesare, 15, 16, 19, 98, 262. NEGRIDE SALVIon. Edoardo, 252. NITTI Francesco Saverio, 15, 16, 18, 19, 20, 21, 22, 23, 26, 28, 29, 30, 31, 57, 72, 83, 114, 122, 158, 174, 199, 245, 255, 256, 265. NOVI-SCANNI Giuseppina, 261.

OLCIATIdon Francesco, 12. ORLANDO Vittorio Emanuele, XLI, 36, 38, 44, 45, 47, 55, 63, 78, 86, 143, 147, 149, 152, 153, 222, 231, 236, 286.

XXVII.

MERLINon. Umberto, 111, 251, 262. MERRYDEL VAL card. Rafael, XWI. MICHELIon. Giuseppe, 8, 19, 21, 22, 24, 33, 34, 86, 111, 251, 252, 260, 261. MICLIOLIon. Guido, 24, 25, 43, 254. MIR~NDA Lnigi, 146. MISCIATELLI conte Piero, 164. MISSIROLI Mario, XVII, XVIII. MISURIon. Alfredo, 135. MODICLIANI on. Emmannele, xtrr. M o ~ nbarone Gustavo, 199. MONTRESOR sen. Luigi, XXX, 130, 264. h l o ~ iprefetto Cesare, 43.

PADOVANI on. Giulio, 135. PALMERSTON lord Henry John, 146. PARATORE on. Giuseppe, 233. PARETO prof. Vilfredo, 55, 287. PWNOon. Camillo, 19, 261. PECORARO on. Antonino, 253. PELLOUX on. gen. Lnigi, XL. PERU on. Raffaele, 149, 151, 152, 153. PESTALOZW on. Antonio, 127, 129, 135, 162, 163. PETRILLOon. Alfredo, 89, 289, 292. PETROCCHI dott. Giuseppe, 113.


Pro IX, 391. PIO X, xx, xxrii, 8, 188, 189. Pro XI, 189. PIVAon. .Edoardo, 27, 263, 264. POINCARÉ Jules Henri, 36, 151, 207.

SOWLGiorgio, XVIII, xxxvrr. STURZO don Luigi, NII, XIV, XIX,

XX,

XXV, XXVI,

XXII,

XXI,

xxVII,

XXIV,

XXVIII, XXIX,

XXXI, XXXII, XXXIII, XXXIV,

XMVI, XXXVIII,

XV, XVI,

XXIII,

XXX,

MXV,

X M X , XL, XLI, XLII,

XLVI, XLVII, 17, 49, 51, 55, 277, 278, 279, 280, 281, 282, 283, 285, 286, 287, 289, 295. XLIII,

RASTIGNAC (psend. Vincenzo Moreilo), 40.

XLIV,

XLV,

RAULICHprof. Italo, 88. REINAon. Ettore, 110. RICCIOon. Vincenzo, 19. RODINÒ?n. Giulio, 33, 34, 74, 88, 90, 226, 260, 264. R o n n ~ oPeppuccio, 236. RUFODELLA SCALETTA principe Ruffo, 38, 39, 268.

TADDEIon. Paolino, 46. TANGORRA on. Vincenzo, 30, 31, 83, 265. TEDESCHI Mario, 277, 278, 281, 283. T I ~ N on. I Tommaso, XXXVII, 222. . TONIOLO prof. Giuseppe, XXVIII, 163. T o m on. Andrea, 26. TOVINIon. &io, 129, 130, 162, 163, 164, 268. T~EITSCHKE von Heinrich, 209. TREVES on. CIaudio, XXXVI, XLII, 286. TURATIon. Filippo, XLII, x~vri, 45, 260, 286.

SAUNDBA Antonio, 44, 47, 55, 63, 91, 143, 149, 152, 199, 222, 226, 234. SALATA comm. Francesco, 57. SALVAGO-RAGGI sen. march. Giuseppe, 232. SALVATORELLI prof. Luigi, XL, 293. SANJUSTor TEULADA on. Edmoudo, 15, 16, 19. Sc~i~a~ rriona. n r Giovanni Dattista,

UMBEETOI di Savoia, 8.

XXXVIII.

SCAVONETTI avv. Gaetano, 285. SCHAN-~E~ on. Carlo, 36, 233. SERRATI on. Carlo Lucio, xviir, xxxvii. %BRERO Cesare, XL. SOLDINI on. Giuseppe, 81. SOLEDIon. MarceUo, xwr, 224. SONNINOGiorgio Sidney, XXNII, 55, 91, 173, 199.

'

VALENTEavv. Giov. Battista,

XXIV,

XXVII.

VALERIprof. Nino, 243, 285, 295. VIGORELLI dott. Remo, 266. VIIMRIOEMANUELE I11 di Savoia, 39.


TAVOLA DELLE MATERIE

. . . . . . . . . . . . Pag.

PREFAZIONE

INTRODUZIONE DI GABRIELE DE ROSA

. . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . .

PRIMO. I PRIMI QUATTRO ANNI I . L'impostazione politica I1. Nitti e i popolmi I11 Dalla crisi Nitti al veto a Giolitti IV Dalla conferenza di Genova alla crisi Facta

&I~LO

. . . . . . .

. .

. . .

CAPITOLO SECONDO . DALLA CRISI DI LUGLIO ALLA MARCIA DI OTTOBRE I . I problemi della politica italihna I1 Un atto di viltà dopo tre anni di equivoco I11 L'appello al paese del P P I IV . Eventi politici

. . . . . . . . . .

. . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . .

. .

CIpim~oTERZO. PRIMI TRAVAGLI DI FRONTE AL FASCISMO I . Tre battaglie I1. Popolari senza mimetismi e senza fìlie I11 Partiti che si sfasciano. partiti che si fondono. partiti .

. . . . . . . . . . . . .

.

. . . . . . . . .

che restano 1V.Unpartitocombattutodatutti V Utili ricordi VI Politica e casi di coscienza

. . . . . . . . . . . . . . . . . . C I ~ r n u ,Q u m . IL CONGRESSO DI TORINO . . I . La funzione storica del partito popolare italiano . .

Nel campo sociale b)Nelcampoparlamentare C ) Riguardo al fascismo d ) N e l campo internazionale Il congresso non si dotieva tenere! a)

.

II.

... .

.

.

.

. . . . .

.

D

XIII

D

n

7 7

D

l5

n n

30 36

n

n

49 49 56

D

58

D

63

D

67 67 71

D

D

D

n n D

D

77 82 87 92

D

95 95

D

109

D

113 116 119 126

D

D

.

XI

D D

e


.

. . Pag. 133 . . . . n 133

CAPITOLOQUINTO PROPORZIONALE E COSTITUZIONE I Partiti. maggioranza e governo 11 Alla ricerca delle basi del principio d i autorità III Il veto a C w z o n e il veto a Giolitti IV.Lariformaelettoralealsenato

. . .

.

. .

. . . .

. . . . .

CAPITOLO SESTO. PARTITO POPOLARE E CLERICO-FASCISMO I. Perplessità e confusioni I1 Selezione e dinamismo I11 Il nostro a cenhismo n

. . . . . . .

. . . . . . .

. .

. . . . . . . . . . . . .

IV. Collaborazione e opposizione

. u Abbasso la politica! n . . . . . . . Autolesionismo . . . . . . . . .

V Vl VI1 VI11

. Dell'uso e dell'abuso della parola « ca~iolicou . . . Politica u cattolica u . . . . . . . . C~~ITOL SETTIMO O . NAZIONALISMO E FASCISMO . . .

. . . . . . . . . . .

. .

I Che cos'è il « nazionalismo u I1 Dopo il primo anno di governo I11. Spirito e realtà

. . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . a l 3" congresso nazionale. Venezia (18 ottobre 1921) . iI. L'Appello della direzione del P.P.I. per l e elezioni poli-

APPENDICE

I. Da Napoli a Venezia (1920.1921) .Relazione d i don Sturzo tiche del 6 aprile 1924

. . . . . . .

. Corrispondenza del 1955 n7 Lettera a l prof Xino Valeri V Il discorso d i Gronchi dopo Ie dimissioni d i don Sturzo VI Elenco d i articoli sal cosida::~ vc:o a c i d i t t i ;> C s u i rapporti fra Sturzo e Giolitti

111. Don Sturzo e il 1 ministero Mussolini

. . .

INDICE ANALITICO

. . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . .

. . . . . . . . . . .

a

137 143 148


Prezzo al pubblico L. 6.800 6415 prezzo d

Partito popolare popolarismo e fascismo