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Contemporary Art Exhibition Castello di Lajone 30.09.2018 — 04.11.2018


The Useless Land Castello di Lajone 30.09.2018 — 04.11.2018 Il Castello di Lajone si trova presso: strada vicinale di Piana Lunga n°1, Frazione Piepasso, 15028 Quattordio (AL). La mostra è visibile ogni weekend fino al 4 novembre (11:00 - 18:00) o su appuntamento. Visite guidate gratuite ogni sabato e domenica. La prenotazione è consigliata.


Contemporary Art Exhibition Castello di Lajone 30.09.2018 — 04.11.2018

A cura di Irene Sofia Comi ed Elda Maresca


The Useless Land “Massimamente utile è l’inutile”, afferma Heidegger. Intorno a questa riflessione nasce The Useless Land, mostra a cura di Irene Sofia Comi e Elda Maresca, in collaborazione con l’associazione Lajoneart e ospitata negli spazi del Castello di Lajone. Nell’immaginario collettivo il castello è percepito come un archivio di memoria storica, una realtà autonoma, lontana dalle logiche produttive e dai ritmi metropolitani. Perso il suo ruolo di presidio e di potere, il castello è oggi un microcosmo in cerca di ridefinizione. L’arte contemporanea, dal carattere fluido e ibrido, è percepita come sfuggente, aleatoria ed effimera. Anch’essa è alla ricerca di una sua ridefinizione costante. “Tutta l’arte è completamente inutile”, afferma Oscar Wilde nella prefazione di Il Ritratto di Dorian Gray.

Il castello diventa una realtà ideale per accogliere il mondo dell’arte, un luogo in cui l’otium riacquisisce importanza fino a diventare principio originario. Il tema della mostra si trasforma così in un antitema e l’inutilità diviene virtù: è nel tempo lento del castello che è possibile una riflessione sul contemporaneo.


Apparentemente inutili in termini meramente produttivi, il mondo dell’arte e il contesto del castello si incontrano, si evolvono, si ridefiniscono.

“L’opera d’arte può adempiere o meno a una funzione sociale ma essa non è questa funzione sociale [e se] è assolutamente necessario che l’arte serva a qualcosa […] deve servire ad insegnare alla gente che ci sono attività che servono a nulla e che è indispensabile che ve ne siano”, afferma Eugène Ionesco. Gli artisti, astraendosi dal contesto metropolitano volto all’ottimizzazione produttiva, sono invitati a riflettere su un’urgenza condivisa: ricercare il valore del disfunzionale nella contemporaneità. Inoltre, la specificità del luogo diventa condizione ideale per l’interazione con il “sistema Lajone” che privilegia il contatto diretto con la natura. The Useless Land si propone dunque come un percorso di esplorazione sul tema della tensione all’utile nella società contemporanea e, avvicinandoci a una dimensione più interiore, invita a ripensare il valore di ciò che è disfunzionale.


Artisti Partecipanti

1. Davide Allieri

2. Hermann Bergamelli

3. Mattia Bosco

4. Paolo Brambilla

5. Martina Camani

6. S. Comensoli_N. Colciago

7. Tobia De Marco

8. Ylbert Durishti


9. Lorenzo Fabietti

10. Giulia Fumagalli

11. Annaklara Galli

12. Matteo Gatti

12. Carolina R. Casanovas

13. Caterina Giansiracusa

14. Nicola Gobbetto

15. Luca Grimaldi


16. Marco La Rosa

17. Anonima Luci

18. Aldo Lurgo

19. Filippo Marzocchi

20. Daniele Marzorati

21. Stefania Mazzola

22. Nicola Melinelli

23. Stefano Ogliari Badessi


24. Hernรกn Pitto Bellocchio

25. William Raffredi

26. Fabio Ranzolin

27. Stefano Romano

28. Saggion - Paganello

29. Davide Sgambaro

30. Emiliano Zucchini

31. Annika Pettini


1. Davide Allieri (Bergamo, 1982) Vive e lavora tra Bergamo e Milano. Display on display, 2018, installazione site-specific, cartongesso, legno e materiali vari, dimensioni variabili.

Il lavoro dell’artista si muove tra la scultura e l’installazione, convogliando elementi relativi all’immagine, come il disegno, collage, fotografia e video in forme capaci di ribaltare la funzione che esiste tra l’opera d’arte e il suo display espositivo, in un rapporto alterato tra pieno e vuoto, forma precisa e l’eterno incompiuto. In occasione della mostra, l’artista realizza una installazione sulla enfatizzazione del concetto di display. L’opera è un display che espone altri display. Un sistema frammentario che allude ad una condizione di non fine, di non definito o finito. Un display che espone se stesso senza un’opera vera e propria da mostrare. Un display che si sostituisce all’opera e diventa lui stesso opera. In questa non-narrazione, l’osservatore è invitato a completare l’opera esprimendo la sua personale visione di contenuto mancante, alla ricerca del proprio oggetto del desiderio.

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2. Hermann Bergamelli (Bergamo, 1990) Vive e lavora a Bergamo. Ai giardini di velluto. Passeggiatore in blu, 2018, cucitura su tela, tele di lino, lenzuola, tovaglie, tappezzeria, 280 x 240 cm.

Hermann Bergamelli indaga la società contemporanea attraverso i suoi indumenti. Gli elementi che compongono i lavori dell’artista abbandonano infatti la loro funzione originaria entrando a far parte di un’opera d’arte, diventando quindi, da oggetti d’uso comune, un unicum e, allo stesso tempo, il feticcio di un passato intriso di memorie ed esperienze di vita. Per le sale storiche, l’artista realizza Ai giardini di velluto. Passeggiatore in blu, un’opera di dimensioni notevoli, composta da stoffe di seconda mano cucite sulla tela. Non sono tanto importanti le storie dei singoli tessuti recuperati (in parte trovati dall’artista, in parte donati), quanto il loro nuovo utilizzo, che consente di unire episodi decontestualizzati in un magma indistinto.

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3. Mattia Bosco (Milano, 1976) Vive e lavora tra Milano e la Val d’Ossola. Untitled, 2018, marmo e ferro, 144 x 180 x 36 cm.

“Il tempo passato, presente, futuro: la pietra, l’uomo, il robot. Questi sono gli scalpelli che uso”. La poetica di Mattia Bosco consiste nel rintracciare la forma che accade nella materia, facendola vivere senza opporla alla forma. L’artista preferisce la metamorfosi alla costruzione, consapevole dell’importanza del lato nascosto e profondo che si cela sotto la superficie delle cose. Per la mostra Bosco sceglie di realizzare una scultura in pietra, un materiale che è “tempo allo stato solido”. La sua opera, Untitled, incornicia una porzione di mondo, divenendo al tempo stesso sintesi del passato e anticipazione di quel che verrà.

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4. Paolo Brambilla (Lecco, 1990) Vive e lavora a Milano. Long Story Short - Project Room, 2018.

Screen #1, #2, 2017, 2 elementi, stampa digitale su forex tagliato a laser su foamcore, 165 x 220 x 2 cm ciascuno. Glinda, 2018, creta sintetica, tessuto, legno, acrilico, 70 x 70 x 40 cm. PP, 2017, creta sintetica, acrilico, pittura a olio, pvc, 50 x 50 x 13 cm.

In inglese “long story short”, sintetizzare una narrazione nei suoi punti principali, saltando dalle premesse alla conclusione, trascurando i dettagli. Può intendersi all’opposto come meccanismo narrativo anti-funzionale in cui premessa e conclusione rimangono non detti, e la narrazione si sviluppa seguendo una serie ponderata di dettagli ed eventi secondari. Allo stesso modo, la project room Long Story Short è una narrazione in cui immagini transitorie si incrociano nello spazio e tempo: coesistono fugaci e parziali visioni di passato e presente, realtà e finzione, naturale ed artificiale. L’artista compone figure retoriche che si sviluppano attraverso pause, dettagli, variazioni, rifiutando garanzie e gerarchie di valore, rinegoziando in senso poetico la complessità del contemporaneo.

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5. Martina Camani (Vicenza, 1994) Vive e lavora a Vicenza. Untitled (When a samurai is always ready to die, he masters life), 2018, installazione site-specific, plexiglas, 90 x 70 x 10 cm.

L’opera è un’installazione pensata per il giardino del Castello, e, in particolare, per la collinetta del parco ove giace una maestosa sofora giapponese, sotto cui si ritiene che sia sepolto a un valoroso cavaliere della famiglia dei Guttuari. Ispirandosi alla stratificata storia del luogo, l’artista intende riunire nell’opera tradizione occidentale e orientale. Un parallelepipedo di plexiglass rosa giace ai piedi dell’albero portando su di sé la scritta “When a samurai is always ready to die, he masters life”. L’opera funge da memoriale ed identifica uno spazio spirituale e meditativo. Attraverso il parallelo cavaliere-samurai, Oriente ed Occidente si incontrano nel culto dell’uomo guerriero che non rifugge dalla morte e va incontro al suo destino. Una vita vissuta a pieno non può esistere senza lo stretto contatto con la morte, perché una vita che non è in contatto con la morte è mortale, moribunda.

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6. Stefano Comensoli_Nicolò Colciago (Milano, 1990 / Garbagnate Milanese MI, 1988) Lavorano e ricercano insieme dal 2014. Sono artisti e co-fondatori del progetto Spazienne. Impalcature (Unisono, Armonia, Melodia, Accordo), 2018, installazione site-specific, 4 elementi, materiali vari, dimensioni variabili.

La ricerca di Comensoli e Colciago affonda le radici in un costante dialogo in codice binario, ritmato ed intuitivo. Questo atteggiamento diventa parte costitutiva di Impalcature, un’installazione composta da quattro sculture/palchi realizzati con materiali di risulta trovati nei dintorni del Castello. Il duo non guarda alle sovrastrutture della società contemporanea ma all’energia che si genera a partire dall’incontro tra oggetti e soggetti. Cosa succede quando si lavora sullo scarto tra strumento e opera d’arte, tra funzione e disfunzione? Impalcature vive in una terra di nessuno tra utilità e inutilità, è un’azione profonda sul quotidiano che ci invita a riflettere sull’importanza dell’idea di attivazione, con leggerezza.

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7. Tobia De Marco (Pieve di Cadore BL, 1990) Vive e lavora a Milano. 10 Sep 2016, 07.32 AM, 2018, video-loop, audio, televisori a tubo catodico, dimensioni variabili.

L’installazione audiovisiva di Tobia De Marco è un percorso di libera scoperta, sospeso nel tempo e nello spazio: tre video in loop mostrano l’estrema tenacia e la forza con cui una pianta di cardo spinoso resiste alla sua posizione sfavorevole, come in una sorta di pena auto-inflitta. La frammentazione dello sguardo, pratica cara all’artista, si presenta tanto nella reiterazione del movimento del soggetto ripreso, quanto nella ripetizione del processo stesso. Il soggetto dell’opera si disvela a poco poco, e i movimenti, che si inseguono, quasi ipnotici, ricordano i ritmi primordiali del corpo umano. “Dopo aver filmato sono rimasto in contemplazione, immerso nella natura, ammirando l’ossessività del movimento”. Quella che l’artista ci pone di fronte è una metafora dell’esistenza e del suo tempo.

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8. Ylbert Durishti (Tirana, 1980) #ZenMessageBottles 1.0. https://inthebottle.stream, 2018, installazione site-specific partecipativa, materiali misti, misure variabili. Natural, 2016, neon led, 200 x 40 cm.

Un pensiero, un sospiro, una rivelazione, è spesso pubblicato per via tecnologica, intercettato da chiunque o da una cerchia di persone. Il messaggio in bottiglia è invece una missiva rinchiusa in un contenitore che, abbandonata tra i flutti del mare, galleggia fino a raggiungere la terraferma. L’artista, ispirato dalla grande abbondanza di acqua presente nella “terra del Lajone”, realizza un’isola in stile giardino Zen con ghiaia di marmo bianco di Carrara, che contiene 31 bottiglie di acqua, con messaggi raccolti e trascritti su etichette personalizzate e inviati per via telematica (tramite WhatsApp, email e SMS) da altrettante persone legate al mondo dell’arte e della cultura, nonché buona parte degli artisti partecipanti alla mostra. Sullo sfondo, un ghirigoro di filo blu di neon indica la parola Natural. Il progetto ricerca una forma evocativa di comunicazione lenta in chiave interattiva, indagando cosa è – o potrebbe esserenaturale oggi. Sale Storiche | Sotterranei | Torre | Galleria | Parco


9. Lorenzo Fabietti (Milano, 1986) Papillon Garçon, 2017, spray su tela, 100 x 120 cm. Labyrinth, 2016, spray su tela, 50 x 60 cm.

La ricerca pittorica dell’artista appartiene “serialmente” a due campi: paesaggi (Spazi) e figure umane (Teste). Gli Spazi mirano a catturare quei luoghi nascosti dietro agli oggetti quotidiani, ai dettagli, ai ricordi, i non-luoghi dell’esperienza interiore in cui risiedono emozioni e memorie ineffabili. Le Teste esplorano l’identità personale ai confini tra unicità e serialità, tra dimensione del sé e immaginario collettivo: ogni testa è assolutamente unica e al contempo seriale, priva di volto, ma carica di personalità e rilievo emotivo. Nella sala storica del Castello, in dialogo con i ritratti presenti, l’artista propone una corale tensione tra spazi e teste in rapporto di contaminazione tra elementi cromatici ed esperienze tattili. Eredi di tempi e valori diversi, i dipinti si aprono al confronto.

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10. Giulia Fumagalli (Carate Brianza MB, 1990) Vive e lavora a Milano. È artista e co-fondatrice del progetto Spazienne. (a, b) Alterato. Per una visione oltre, 2018, installazione site-specific, 7 elementi, legno, plexiglas, lenti, dimensioni variabili. (c) Alterato. Per una visione zenitale, 2018, installazione sitespecific, legno, plexiglas, specchio, 25 x 45 x 80 cm.

Visori, lenti colorate, cannocchiali e periscopi. Sono gli strumenti ottici di Giulia Fumagalli, che si propongono come visioni trasformate, pronti a restituire una percezione quasi magica della realtà. Il progetto site specific Alterato è un percorso declinato su tre livelli che fa della quiete un culto. Nonostante l’estetica di stampo minimalista degli oggetti, l’artista affida al visitatore un ruolo fondamentale, attivo, nel processo d’osservazione. Per questo motivo le opere sono distribuite in diverse aree all’interno della tenuta - nel gazebo, sul terrazzo e sulla torre. Alterato è una scoperta ascensionale in nome del “dolce far nulla”.

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11. Annaklara Galli (Milano, 1989) Vive e lavora a Milano. PIO I – IV, 2018, 4 elementi, materiali vari, 30 x 26 x 140 cm ciascuno. Animali domestici, 5 elementi, materiali vari, dimensioni variabili.

L’uomo è un animale estremamente complesso e la sua complessità spazia dall’aspetto anatomico a quello spirituale, etico e morale. Nel viaggio che ogni uomo intraprende avviene un percorso di inspessimento: un accumulo di esperienze e saggezze crescono avvolgendo la propria struttura intorno ad un nucleo fatto di fragilità, dolori, gioie e innocenze. Che forma, che armatura potrebbero avere i pilastri dell’Io umano? I PIO sono sculture uniche realizzate in cemento armato e tondini di fragilissima resina simil vetro. Sostituendo il metallo con la resina, e utilizzando l’oro nel nucleo strutturale della interiorità, l’artista consacra ed esalta le fragilità a elemento distintivo della dimensione umana. La bellezza più grande si arma con ciò che è disarmante.

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12. Matteo Gatti e Carolina Rossi Casanovas (Olgiate Olona VA, 1989 / Napoli, 1985) Vivono e lavorano a Torino. Darti attenzione mi distoglie dai processi evolutivi della mia specie, 2018, sale, resine, pigmenti, oggetti trovati, glucosio, dimensioni variabili.

Cosa potrebbe succedere se l’evoluzione invece di dedicarsi a se stessa fosse distratta da altre attività? Il concetto darwiniano di “sopravvivenza del più adatto” lascerebbe spazio a forme di vita spontanee poco conformi ai luoghi che si trovano ad abitare. Se l’evoluzione biologica si rivolge in particolare alle specie viventi, una sua ipotetica interruzione potrebbe innescare un processo nel quale si troverebbero a coesistere elementi di natura diversa: forme zoomorfe, conglomerati minerali, solidi geometrici e formazioni coralline. Questo fenomeno porterebbe l’evoluzione a una orizzontalità tra le specie, ibridando elementi che hanno sempre obbedito a criteri morfologici distinti. Se questa ipotetica increspatura evolutiva dovesse manifestarsi in un contesto storico come quello di un castello, invece che negli abissi di un oceano o nei pressi di un cratere vulcanico, probabilmente essa includerebbe anche una componente antropica e, nel proprio orizzonte, persino un discorso sentimentale per il quale non è più l’uomo a parlare di evoluzione ma l’evoluzione a parlare - anche - dell’uomo. Sale Storiche | Sotterranei | Torre | Galleria | Parco


13. Caterina Giansiracusa (Moncalieri TO, 1989) (a) Per la creazione di un atlante delle nuvole immaginarie. Prototipo in fase di definizione di un dispositivo per la libera osservazione delle nuvole (e se Talete avesse avuto una sdraio?), 2018, installazione site-specific, tre postazioni, materiali vari, misure variabili. (b) Per la creazione di un atlante delle nuvole immaginarie. Kit portatile per la libera osservazione delle nuvole, 2018, installazione site-specific, materiali vari, misure variabili.

Caterina Giansiracusa studia le relazioni tra luoghi e persone, rivolgendosi in particolare al ruolo giocato dalla memoria nello spazio in cui viviamo. Nel progetto Per la creazione di un atlante delle nuvole immaginarie, ideato appositamente per il Castello, l’artista si concentra sulla pratica dell’osservazione delle nuvole come attività primaria e fondamentale di interazione con l’ambiente. L’opera è un osservatorio diffuso per potenziali nefologi, la messa in pratica di un otium attivo volto alla mappatura potenziale di un campo visivo sconfinato. Un paesaggio in continua trasformazione, un patrimonio visuale infinito.

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14. Nicola Gobbetto (Milano, 1980) Vive e lavora a Milano. Swan Lake, 2018, installazione site-specific, ombrelloni, smalto ad acqua, motorini disco ball, catene, audio, dimensioni variabili.

Nicola Gobbetto mette in scena narrazioni fantastiche che attingono al mondo del mito, delle favole e del cinema. L’installazione Swan Lake, realizzata appositamente per la sala della Galleria, fa riferimento al celebre balletto romantico composto da Čajkovskij tra il 1875 e il 1976. “Sono rimasto colpito dalla storia di una bambina, vissuta nel castello, di cui si persero le tracce mentre giocava nei pressi di un laghetto, come nella fiaba tradotta in musica e balletto, dove la principessa Odette viene inghiottita dalle acque del lago nell’ultimo atto”. L’artista dà vita a una scena onirica in cui gli ombrelloni, come i tutù delle ballerine, stemperano la drammaticità del reale e i misteri di una credenza tramandata.

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15. Luca Grimaldi (Roma, 1985) Vive e lavora tra Roma e Berlino. Landscaping - Project room, 2018

Wall, 2018, olio su pannello, 90 x 250 x 70 cm. Dutch Magazine, 2016, olio su tela, 260 x 210 cm. Finestra, 2017, olio su tela, 35 x 15 x 65 cm. Windows Xp wallpaper (downloadable background), 2017, olio su tela, 60 x 70 cm.

Il significato di Landscaping spazia dalla paesaggistica alla progettazione di giardini. L’artista presenta una serie di lavori di appropriazione di paesaggi o dell’idea di paesaggio, reale o illusorio, in dialogo col processo economico del consumo e la fruizione dell’immagine in una società ipermediata. In Wall, i cieli e i paesaggi urbani sono quelli della pubblicità progresso e comunicazioni di partito diffuse su banner e striscioni in Cina, dove l’artista ha stazionato. In Magazines, l’idea di paesaggio è legata a un grande dipinto orizzontale, immagine di scaffali di riviste di bassa lega in un supermercato olandese. Se il piccolo pezzo Finestra ritrae un cliché, il panorama di Windows si appropria del celebre wallpaper rendendolo scaricabile ed utilizzabile come sfondo del desktop.

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16. Marco La Rosa (Brescia, 1978) Vive e lavora a Brescia. I sette vizi capitali, 2018, 7 elementi, cemento, dimensioni variabili.

Il lavoro dell’artista trasforma l’idea del vizio, secondo l’Inferno dantesco, in forma scultorea. In un viaggio nella profonda natura umana, i sette vizi capitali rappresentano inclinazioni morali e comportamentali dell’anima, potenziali distruttori della stessa, in contrapposizione alle virtù, promotrici della crescita. Le sculture sono “corpi” di cemento sottoposti a forze esterne che ne modificano la forma. Entrano in gioco vari fattori come la gravità, il peso, lo schiacciamento, la pressione, la deformazione, la contrazione: agenti esterni imprimono un segno o un condizionamento estremo nel momento stesso della creazione. Le opere rendono visibili forze altrimenti invisibili, con l’idea di rappresentare al meglio ciò che un corpo può sentire per l’eternità.

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17. Anonima Luci Fondato da Alberto Saggia (Novara, 1978) e Stefania Kalogeropoulos (Atene, 1988), Anonima Luci è uno studio di Lighting Design e Light Art, con sede a Milano. EffimeroEffetto, 2018, installazione site-specific, circuito laser temporizzato montato su griglia metallica, magneti, effetto nebbia, 200 x 200 cm.

Le vite frenetiche che tutti noi conduciamo ci portano a soffermarci sul superfluo, senza sentire il bisogno di andare oltre. I modelli proposti dalla società ci inducono ad accontentarci di un contenitore senza contenuto. L’apparenza pesa più dell’essenza delle cose stesse. Pensata volutamente per essere ospitata in uno spazio angusto, l’opera EffimeroEffetto è mutevole: assume un’identità propria e totalizzante, ma la sua valenza si esaurisce dopo un solo istante. Il progetto di Light Art di Anonima Luci vuole farci riflettere sulla possibilità dell’immateriale di creare un contenuto, definendo spazi fisici e temporali che, una volta conclusi, rimangono ombre nella memoria.

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18. Aldo Lurgo (Canale CN, 1992) Vive e lavora a Milano. (a) Dove non esiste un unico sole, 2018, elementi vari, cemento e pigmenti colorati, dimensioni variabili. (b) Dove non esiste un unico sole, 2018, installazione sitespecific, due elementi, cemento e pigmenti colorati, 350 x 120 x 20 cm e 50 x 200 x 20 cm.

Dove non esiste un unico Sole si compone di più elementi che idealmente collaborano insieme per la creazione di un immaginario chimerico. Il contatto con l’aura e la natura mistica del Castello hanno spinto Aldo Lurgo a ragionare sull’idea di alchimia associata al processo creativo. Il perno fisico e concettuale dell’intero progetto site-specific è un altare su cui, per poter fare un’opera d’arte, è necessario compiere un rito. In un tacito dialogo a distanza, nelle sale storiche gli oggetti scultorei si presentano come reliquie, tra il reale e il fantastico, in uno sdoppiamento d’identità: forme archetipo o esperimenti magici? Una soluzione la può forse dare la decifrazione del testo scritto dall’artista, ispirato a frammenti di testi ermetici ed esoterici.

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19. Filippo Marzocchi (Forlì, 1989) Vive e lavora a Bologna. Limen, 2018, alluminio e silicone, 32 x 17 cm. Gogol, 2017, smalto su tela,100 x 70 cm. 3,3, 2018, spray su tela, 33 x 23 cm. Dirty gradient, 2017, 33 x 23 cm.

I lavori dell’artista selezionati per The Useless Land appartengono alla serie Icon, il cui design è volutamente ispirato alle forme dell’immaginario tecnologico-digitale, come devices, app, tasti, schermi. L’oggetto del quadro è modificato sagomando gli angoli e rendendo la superficie della tela lucida e piatta. In tal modo, l’artista lavora su un processo che trasforma la percezione dell’osservatore. Il parallelismo estetico è funzionale alla fruizione della pittura in una chiave iconica: i quadri diventano oggetti riferiti ad un immaginario altamente riconoscibile dallo spettatore. Mentre il supporto è elaborato in maniera iconica, il linguaggio pittorico è intuitivo e provvisorio.

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20. Daniele Marzorati (Novedrate CO, 1988) Vive e lavora a Milano. Sezioni, 2015-2016, 3 elementi, stampe UV su airtext, 180 x 140 cm da negativi 20 x 25 cm ciascuno.

Sezioni è un lavoro che riflette al contempo sull’idea di cesura come atto sottrattivo e produttivo. Nelle immagini proposte, la fotografia-considerata sia come linguaggio che come strumento- si fa territorio. Da un lato, infatti, le immagini mostrano foreste demaniali della Sardegna, luoghi in cui le specie endemiche e i rimboschimenti eseguiti in epoca sabauda partecipano alla formazione del paesaggio attuale; dall’altro, il lavoro utilizza il linguaggio stesso della fotografia come operazione che continuamente pratica delle sovrapposizioni, accostando più inquadrature su un solo negativo. Per Marzorati rovesciare l’idea colonialista che contagia la visione del mondo occidentale è dunque possibile, cominciando da un’indagine sul paesaggio naturale attraverso le specificità del medium fotografico.

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21. Stefania Mazzola (Rovereto TN, 1992) Vive e lavora a Venezia. (a) Playground/Battleground (Assalto alla fortezza, Filetto medioevale, Gioco della tigre, I ladroni, La volpe e i polli, Mulinello greco, Mulinello quadruplo, Mulinello semplice, Punti di intersezione, Tonchino), 2018, 10 elementi, grafite su carta, 68 x 68 cm ciascuno. (b) Playground/Battleground, 2018, installazione sitespecific, scotch nero a pavimento, 392 x 392 cm.

Oggi le attività ludiche vengono considerate un passatempo pressoché inutile, pur avendo in realtà un valore fondamentale per la cultura umana. Da queste considerazioni muove il progetto sitespecific di Stefania Mazzola, pensato “su misura” per il Salone della Galleria. Il soggetto di Playground/Battleground è il gioco della Tria, uno spazio fatto di regole e di divertimento, la cui scacchiera veniva raffigurata sulle mura di diversi castelli medioevali. Come un re con i suoi combattenti, il giocatore muove delle pedine sulla scacchiera, escogitando strategie di movimento. Pianificare degli spostamenti attraverso uno schema è una pratica propria delle tattiche militari, così il campo da gioco si trasforma in un campo di battaglia, e noi ne siamo spettatori. Sale Storiche | Sotterranei | Torre | Galleria | Parco


22. Nicola Melinelli (Perugia, 1988) Vive e lavora a Bologna. Red Run, 2018, legno, carta, nastro adesivo, palline di vetro, colore ad olio, dimensioni variabili. Untitled, 2018, olio su tela, 30 x 40 cm.

ll lavoro dell’artista si muove nell’ambito della ricerca pittorica, affiancando una parallela coltivazione della pratica scultoreo-installativa. Red Run è una forma nello spazio pensata per il torrione del castello. La struttura di carta e legno è al contempo una pista per biglie. Una linea rossa permette movimento al suo interno ma al contempo lo devia e lo forza secondo il suo percorso tortuoso e intrecciato. Forme e movimenti sinuosi, di forza di gravità, di sospensione, indicano quanto possa essere lungo il tragitto che parte da un punto e arriva ad un altro nello spazio, e quanto questa lunghezza dipenda dalla complessità e sinuosità del percorso. All’osservatore si offrono “paesaggi metafisici” nelle tele, così come nello spazio attraversato dall’installazione.

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23. Stefano Ogliari Badessi (Crema, 1984) Vive e lavora a Crema. Let me out, 2017, 2017, sacchetti di plastica, nastro da pacco, ventilatore, 500 x 500 x 300 cm.

Le creazioni di Stefano Ogliari Badessi sono strutture leggere e trasportabili, realizzate con materiali prelevati dalle città o dalla natura, in una continua sperimentazione. Pensata per l’Ex ospedale psichiatrico Maria Adelaide di Torino, Let me out è una grande installazione percorribile, fatta di sacchetti di plastica provenienti da diversi Paesi. Al suo interno, come in un’ipotetica stanza dei sogni, l’artista ricrea un habitat immaginario fatto di segni grafici e immagini. L’opera diventa così un universo di simboli rielaborati in maniera del tutto personale, una narrazione onirica che cerca di spingerci oltre i limiti del reale.

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24. Hernán Pitto Bellocchio (Santiago del Cile, 1984) Vive e lavora a Milano. (a) Trespass, 2018, installazione site-specific, fili tubolari elastici, cavi d’acciaio, misure variabili. (b) Tension, 2017, stampa in quadricromia su carta fotografica, 40 x 30 cm. Utopias Elasticas, 2017, stampa in quadricomia su carta fotografica, 40 x 30 cm. Antenas Utopicas, 2017, stampa in quadricomia su carta fotografica, 30 x 40 cm.

Per il parco del Castello, Hernán Pitto Bellocchio presenta un’installazione di grandi dimensioni, pensata come un contro paesaggio in costante dialogo con la natura. Trespass è un giardino immaginario che si lascia attraversare e si disvela nell’inconscio. È una riflessione per la mente che nasce nella soglia tra cielo e terra. Il tentativo è quello di armonizzare il fisico e l’immateriale in un linguaggio trasversale, riempire un vuoto invisibile e dare così spazio a nuovi tipi di vivibilità. Il lavoro si sviluppa a partire dal 2017 dopo un viaggio nei boschi millenari del Cile, terra natale dell’artista. In mostra sono esposte alcune fotografie- testimonianza di quest’esperienza estratte dalla serie Utopie Dissonanti. Sale Storiche | Sotterranei | Torre | Galleria | Parco


25. William Raffredi (Milano, 1986) Vive e lavora a Milano. Forse un’estensione attonita spazio temporale infinita e insoddisfatta, 2018, argilla cruda e materiali vari, dimensioni variabili.

Ponendo un personaggio su una superficie si definisce un luogo. Tale luogo non esisterebbe se non fosse per la presenza della Vita che attua lo spazio circostante come realtà. Abitando, l’uomo rende visibile ciò che è altrimenti celato. La presenza attiva muove l’aria e il suono, attua la coscienza e il sentimento creandone un ricordo altrimenti impossibile. L’ esperienza contemplativa dona un particolare momento di cognizione della propria libertà. L’atto di osservazione paziente è nutrimento utile. Nel lavoro per il Castello di Lajone, l’artista affianca ad un gruppo di sculture un microintervento diffuso: con l’inserimento di un piccolo elemento narrativo tra le corrugazioni delle mura, invita il visitatore a cercare l’intervento nel castello e a soffermarsi su certe parti affascinanti nascoste riscoprendo l’attonita reciproca ammirazione.

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26. Fabio Ranzolin (Vicenza, 1993) Vive e lavora a Vicenza. To my progenitors, 2017, portaoggetti da camion, armadio in tessuto con i suoi componenti, 73 x 85 x 71,5 cm.

Il lavoro è incentrato sulla comunicazione tra due bagagli, uno dentro l’altro. Il primo è un vecchio e rovinato portaoggetti esterno di un camion rimorchio, ripulito con cura dal grasso e del catrame e restaurato: un “dinosauro” industriale destinato a custodire materiale necessario per la manutenzione, integrità e trasporto del veicolo, in fondo del viaggio. All’interno è disposto un armadio in tessuto nuovo, pulito, comprato in internet, proveniente dalla Germania e ancora imballato dal trasporto: un potenziale guardaroba funzionale mai stato montato, un oggetto ancora inespresso, non costruito. Affiancando il vecchio e il nuovo, un oggetto sporco ed usurato dal tempo del viaggio al secondo trasportato dalla modernità contemporanea frenetica della consegna in 24h, l’installazione è un monito alla cultura contemporanea di “tradizione tradita” e sempre in viaggio. Una storia di bagagli frammentati, inseriti uno dentro l’altro. Un passaggio del testimone inceppato e lasciato a pezzi. Sale Storiche | Sotterranei | Torre | Galleria | Parco


27. Stefano Romano (Napoli, 1975) Vive e lavora a Bergamo e Tirana (Albania). Study for a monument, 2014 - in corso, performance partecipativa e fotografie, 9 stampe in quadricromia su carta fotografica, 20 x 30 cm ciascuno.

Study for a monument si sviluppa come un archivio fotografico che riflette sull’attualità del monumento e sulla condizione dell’uomo come “esule culturale”. Storicamente il monumento è una testimonianza imposta dall’alto, che mostra al popolo i valori da seguire, ma Stefano Romano cerca di invertire questa direzione, mettendo su un piedistallo le proposte di persone qualsiasi. Si serve di una scaletta rossa per stimolare la partecipazione attiva dei passanti, chiedendo loro di interpretare la propria idea di monumento. I percorsi personali diventano strategie di cooperazione per reagire a una realtà inadempiente e l’arte diventa uno strumento chiave per leggere la contemporaneità e capire le nostre risposte agli stimoli attuali. Il progetto è tuttora in corso.

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28. Saggion - Paganello (Zevio VR, 1991 / Gemona del Friuli, UD,1979) Simona Saggion e Paolo Paganello vivono a Bologna. Lavorano insieme dal 2015 nel duo artistico Saggion - Paganello. Fizer, 2016-2017, sette video in loop, 7’ 04’’. (Fizer 1, 1’ 15’’; Fizer 2, 0’ 48’’, Fizer 3, 1’ 17’’; Fizer 4, 0’ 59’’; Fizer 5, 0’ 49’’; Fizer 6, 0’ 38’’; Fizer 7, 1’18’’).

L’uso continuo di un vocabolario e di un immaginario scientifico nella pubblicità crea un senso di fiducia e rassicurazione, di verità e esattezza, di salute e di efficienza che produce una fittizia e indiscutibile credibilità. Partendo da questa riflessione, gli artisti hanno creato una serie di video, dei found footage in loop, dove le immagini di corpi scolpiti, stereotipi di salute, vengono accompagnati nel loro susseguirsi da una voce maschile. La voce è creata facendo leggere ad un sintetizzatore vocale un testo fittizio composto, tramite collage di vari spot, da quei tipici termini scientifici che rendono il prodotto un “vero prodotto affidabile”. Giocando sulla credibilità e retorica di questi elementi, che quotidianamente ci siamo abituati a vedere ed ascoltare, rappresenta la perfetta “pubblicità del nulla”. Sale Storiche | Sotterranei | Torre | Galleria | Parco


29. Davide Sgambaro (Cittadella PD, 1989) Vive e lavora tra Torino e Milano. Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno, 2015/2016, installazione, skydancer di recupero, nastro isolante, ventilatore, dimensioni variabili.

Con le sue opere Davide Sgambaro esplora le abitudini e le ossessioni umane e l’urgenza comunicativa che deriva da esse. L’installazione qui proposta è un oggetto di recupero, considerato scarto dalla società, che l’artista riporta in vita. Lo skydancer è performer di se stesso alla ricerca di una libertà che porta all’auto-distruzione progressiva: una volta attivato per mezzo di un ventilatore, diventa padrone della scena, prende e perde forma, pur rimanendo in balia dello scorrere del tempo. Un video accompagna il ready-made e documenta l’inesorabile lotta di una materia incontrollabile. L’installazione dialoga con il contesto storico che la ospita e che rimanda all’iconografia cristiana, come accade anche nel titolo ironico dell’opera: Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno.

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30. Emiliano Zucchini (Frascati RM, 1982) Vive e lavora a Roma. Void forest - Project Room, 2018

Nei sotterranei del castello, lo spazio è invaso da piramidi appuntite che rendono il suolo dell’ambiente, o parte di esso, invivibile e non calpestabile. I poliedri hanno impresso un pattern a scacchiera bianca e grigia, ossia il motivo decorativo replicato all’infinito che nel web e computer grafica rappresenta l’inesistente, il non colore, il vuoto. Mosso nella volontà di scoprire cosa significhi essere materia, il vuoto digitale diventa forma: il pattern, normalmente nascosto dietro ogni pixel dell’immagine digitale, è in primo piano e non intende affatto nascondersi. Il lavoro presenta “l’ingombro fisico della virtualità” che quotidianamente avanza nella nostra vita reale che, talvolta minacciosa, irrompe prepotentemente nel nostro spazio vitale.

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31. Annika Pettini (Alba CN, 1990) Vive e lavora a Milano. Crisalidi, Un racconto di Annika Pettini, Castello di Lajone, 2018.

“Più che un racconto è l’insieme dei sapori e delle visioni che ho condiviso con gli altri artisti tra le mura e i prati del Castello di Lajone”. Nato durante il periodo di residenza d’artista, il progetto di scrittura Crisalidi è pensato come una modalità di fruizione altra, che coinvolge silenziosamente il visitatore. La volontà della scrittrice è quella di trasmettere una sensazione tacita, una percezione sottile del paesaggio e delle persone che le stanno intorno. Il lavoro inizia scivolando tra profumi e colori del luogo, tra pensieri e idee di chi dedica la propria vita all’arte. Il risultato è una narrazione sussurrata: da un lato l’immenso “sacrificio” che la creazione richiede, dall’altro la consapevolezza e la luce che la creazione stessa regala. Dal 2013 Annika Pettini gestisce un blog di racconti, Ephemera, e collabora con alcune riviste culturali e d’arte. Porta avanti solide collaborazioni con artisti e collettivi italiani, con i quali tesse un lavoro incentrato sulla scrittura fantastica e sulla poesia. Sale Storiche | Sotterranei | Torre | Galleria | Parco


Ringraziamenti Si ringrazia la famiglia Farronato per aver dato vita a questa iniziativa e per aver supportato le curatrici in tutte le fasi di realizzazione della mostra e della residenza 2018. In particolar modo si ringraziano tutti gli artisti in mostra per aver avuto l’opportunità di collaborare con loro, per aver accolto con entusiasmo il progetto e per le stimolanti occasioni di dialogo e confronto che si sono create. Si ringraziano i partner per la loro generosità e fiducia: Artoday, Artupia, Comune di Quattordio, FAI - Delegazione di Alessandria, Ottica km0, Regione Piemonte, Ve.Co srl, Venature. Per l’eccezionale collaborazione di amici e collaboratori durante lo sviluppo della mostra grazie a: Abbatino Aldo, Fausto Assandri, Paola Ascoli, Stefano Boldorini, Valerio Burini, Sara Caselli, Sergio Comi, Conservatorio A. Vivaldi di Alessandria, Massimo D’Agostino, Alessandro Delle Cese, Guglielmo Di Marcelli, Renato Diez, Paolo Favero, Gianni Foddai, Gabriella Gabrielli, Stefano Giabbanelli, Vittorio Gulino, Darina Ion, Alberto Lima, Michela Macchia, Federico Montagna, Adriana Maletta, Riccardo Massarelli, Melina Morriello, Simone Nolgo, Davide Pollini, Giovanni Scotti, Simona Squadrito, Gianni Tedeschi, Alessandro Venezia, Anna Venezia, Giacomo Venezia, Nonna Lucia, Zampediverse. Un grazie speciale a: Ramona Ioana, Giacomo Morriello, Marco Testore, Jacques Heinrich Toussaint, Marius Vasile e Maddalena Villa.


The Useless Land a cura di Irene Sofia a Comi e Elda Maresca Progetto editoriale a cura di: Irene Sofia Comi Testi e contributi critici di: Irene Sofia Comi (Hermann Bergamelli, Mattia Bosco, Stefano Comensoli e Nicolò Colciago, Tobia De Marco, Giulia Fumagalli, Caterina Giansiracusa, Nicola Gobbetto, Anonima Luci, Aldo Lurgo, Daniele Marzorati, Stefania Mazzola, Stefano Ogliari Badessi, Stefano Romano, Hernan Pitto Bellocchio, Davide Sgambaro, Annika Pettini).

Elda Maresca (Davide Allieri, Paolo Brambilla, Martina Camani, Ylbert Durishti, Lorenzo Fabietti, Annaklara Galli, Matteo Gatti e Carolina R. Casanovas, Luca Grimaldi, Marco La Rosa, Filippo Marzocchi, Nicola Melinelli, Fabio Ranzolin, William Raffredi, Saggion - Paganello, Emiliano Zucchini). Grafica: Tobia De Marco Crediti Fotografici: ritratti © courtesy of the artists fotografie © Marco Farronato Questa pubblicazione è stata realizzata in occasione della mostra The Useless Land e della residenza d’artista che ha permesso la realizzazione di dieci opere. L’edizione 2018 di Lajoneart è stata curata da Irene Sofia Comi e Elda Maresca e organizzata in collaborazione con la no-profit. Milano, settembre 2018


L’associazione Lajoneart è un ente no-profit che promuove la cultura artistica giovanile ed i beni storici dentro e fuori i confini nazionali italiani, con impatto sull’ambiente prossimo allo zero. Lajoneart svolge attività di organizzazione di eventi culturali come mostre, convegni, congressi, seminari e laboratori artistici. Il progetto nasce nel 2016 dall’intuizione di Marco Farronato di mettere a disposizione del pubblico il Castello di Lajone, con i suoi terreni e le tenute annesse, per creare un consapevole dialogo tra antico e contemporaneo, quindi tra storia ed arte. www.lajoneart.com


Profile for Irene Sofia Comi

The Useless Land - Contemporary Art Exhibition - Castello di Lajone (30.09.2018 - 04.11.18)  

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