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INSIDEART

# 85

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Jean-Marc Bustamante, Villa Medici

foto © Claudio Abate

5 febbraio – 6 maggio 2012 da martedì a domenica 10.45-13.00 / 14.00-19.00 giovedì fino alle 21.00 [lunedì chiuso] Accademia di Francia a Roma – Villa Medici Viale Trinità dei Monti, 1 – 00187 Roma info [+ 39] 06 67 61 1 – www.villamedici.it catalogo

GUIDO TALARICO EDITORE

IL GRANDE SACRIFICIO

IL GRANDE SACRIFICIO

Poste italiane spa spedizione in a.p. 70% Roma

ANNO 9 # 85 04_2012 EURO 5

COPERTINA

EVENTI

INSIDE ARTIST

ARGOMENTI

ABRAMOVIC, LA CRISI E IL MANIFESTO PER LA CULTURA

MACRO, TIRELLI MONOGRAFICA ALLA PELANDA

GIOVANNI GAGGIA IL CUORE IN MANO DEL PERFORMER

DOPO IL BANDO IN CALABRIA PARLA CALIGIURI

GUIDO TALARICO EDITORE


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R 25–27 May 2012

M MACRO Testaccio —Piazza Orazio Giustiniani

O 5 Play Your Art Fair

A

ROMA CONTEMPORARY romacontemporary.it


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EDITORIALE_INSIDE ART 05

L’AGNELLO E IL BARATRO di GUIDO TALARICO

L‘AGNELLO DI MARINA ABRAMOVIC. QUALE IMMAGINE MIGLIORE PER PARLARE DEI SACRIFICI IMMANI CUI È SOTTOPOSTO IL SISTEMA CULTURALE ITALIANO?

L’

agnello di Marina Abramovic. Quale immagine migliore per parlare dei sacrifici immani cui è sottoposto il sistema culturale italiano? Non siamo, tutti noi operatori, sospesi in cima a un burrone, terrorizzati all’idea che da un momento all’altro l’accisa di turno, il taglio dell’ultimo minuto ci costringa a un volo senza ritorno? Da mesi assistiamo a un crescendo di gridi di allarme che artisti, curatori, direttori di musei e fondazioni varie lanciano nella speranza che qualcuno sappia coglierli. Ma ancora si è visto assai poco. Il Sole 24 ore di Roberto Napoletano, prima di lanciare il recente appello per la cultura da noi condiviso e sostenuto, era uscito con un titolo dedicato alla classe dirigente dal valore altamente emblematico: “Fate presto”. Ecco, c’è bisogno di fare in fretta e bene. Che è poi l’ossimoro che meglio si adatta a un’Italia da sempre costretta al gol in zona Cesarini, al colpo di reni, al miracolo. Il governo Monti, lo abbiamo scritto anche nel numero precedente, sta dimostrando impegno e concretezza. Ma non può essere lasciato da solo. Tutti i protagonisti del sistema culturale devono fare la loro parte. Abbandonare prudenza e silenzi e fare sentire la propria voce. È per questo che Inside Art ha moltiplicato il suo impegno in questa direzione, sostenendo, ad esempio, le proposte dei collezionisti, che l’avvocato Sterpi ci ha rivelato in anteprima (pagine 14 e 15), e amplificando tutte le iniziative, a cominciare da quella del Domenicale, che lottano per non far volare giù dalla rupe l’agnello della cultura, per impedire il grande sacrificio.


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Editore e direttore Guido Talarico (direttore@guidotalaricoeditore.it)

INSIDEART # 85

Caporedattore Maurizio Zuccari (m.zuccari@insideitalia.it)

In copertina: Marina Abramovic “Holding the lamb”, 2010

Redazione Francesco Angelucci, Giorgia Bernoni, Sophie Cnapelynck, Chiara Crialesi, Maria Luisa Prete (redazione@insideitalia.it)

a destra: “Black sheep”, 2010 entrambe dalla serie “Back to simplicity” copyright Marina Abramovic cortesia dell’autrice e Sean Kelly

Grafica Gaia Toscano (grafica@insideitalia.it) Foto & service La presse/Ap, Manuela Giusto, T & P Editori, Millenaria Amministratore delegato Carlo Taurelli Salimbeni (c.t.salimbeni@guidotalaricoeditore.it) Marketing & pubblicità Raffaella Stracqualursi marketing@guidotalaricoeditore.it I nostri recapiti via Antonio Vivaldi 9, 00199 Roma Tel. 0039 06 8080099 06 99700377 Fax 0039 06 99700312 www.insideart.eu (segreteria@guidotalaricoeditore.it) Stampa Arti grafiche Boccia via Tiberio Claudio Felice 7 84131 Salerno Diffusione Cdm Srl Viale Don Pasquino Borghi,172 00144 Roma Gestione rete di vendita e logistica Press Di Via Cassanese, 224 20090 Segrate (Mi) Abbonamenti Il costo per 11 numeri è di 55 euro mentre per l’edizione online è di 11 euro e può essere sottoscritto in qualsiasi momento dell’anno. Il costo dei numeri arretrati è di 11 euro. Per informazioni: abbonamenti@guidotalaricoeditore.it Inside Art, Reg. Stampa Trib. Cz n. 152 del 23/03/04, è una testata edita da Guido Talarico Editore srl (presidente Guido Talarico, a.d. Carlo Taurelli Salimbeni, cons. Anne Sophie Cnapelynck). Direttore responsabile e trattamento dati Guido Talarico. Le notizie pubblicate impegnano esclusivamente i rispettivi autori. I materiali inviati non verranno restituiti. Tutti i diritti sono riservati. www.guidotalaricoeditore.it Hanno collaborato Martina Adami, Deianira Amico, Checchino Antonini, Caterina Arcuri, Maria Letizia Bixio, Carmelita Brunetti, Massimo Canorro, Claudia Catalli, Alessia Cervio, Silvia Cirelli, Stefano Cosenz, Simone Cosimi, Andrea Dall’Asta, Giorgia Fiorio, Simona Ghizzoni, Manfredi Lamartina, Monia Marchionni, Antonia Marmo, Ornella Mazzola, Enrico Migliaccio, Silvia Moretti, Camilla Mozzetti, Bartolomeo Pietromarchi, Chiara Pirozzi, Andrea Rodi, Aldo Runfola, Francesco Sala, Carla Sanguineti, Elida Sergi, Giulio Spacca, Sabrina Vedovotto Numero chiuso in redazione il 20.03.2012

LIVING ART NEWS 10

ARTE LAGUNA, VINCE L’ORIENTE di Evaristo Manfroni

COPERTINA 12 14 16

CULTURA, UN MANIFESTO PER RIPARTIRE di M. Zuccari MADE IN ITALY, PROPOSTE PER UN RILANCIO intervista con Massimo Sterpi di Maurizio Zuccari ABRAMOVIC, IL CORPO COME DONO di Eugenio Viola

MONDO 18 26

FLUXUS, UN FLUSSO INARRESTABILE di Giorgia Bernoni GLI EVENTI DEL MESE di Giorgia Bernoni

ITALIA 24 26 28 29

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FERRARA, RISPOSTE ALLA VIOLENZA di Silvia Cirelli DONNE, LA FERITA COME CULTURA di Carla Sanguineti MACRO, PASSAGGIO TRA LE FASI DELL’ESISTERE di Bartolomeo Pietromarchi GLI OGGETTI IMMAGINABILI conversazione con Marco Tirelli di Maria Letizia Bixio GLI EVENTI DEL MESE di Silvia Novelli

MUSEI, GALLERIE & VERNISSAGE 34 39 42 48

MAG, UNA STORIA NELL’ALTRA di Francesco Angelucci «L’ARTE AMBASCIATRICE DI PACE» colloquio con Ermanno Tedeschi di Chiara Crialesi INDIRIZZI D’ARTE di Maria Luisa Prete LE INAUGURAZIONI DEL MESE di Zoe Bellini

PORTFOLIO 50

GRANDI COMBATTENTI INDIFESE di Simona Ghizzoni

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GIOVANNI G AGGIA, COL CUORE IN MANO di Monia Marchionni UN ’UNICA DANZA PER T UT TI GLI UOMIN I di Francesco Sala

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MATTEO BERGAMASCO, UN SEGNO ALCHEMICO di D. Amico


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SOMMARIO_INSIDE ART 07

ABOUT ART LETTURE & FUMETTI 86 89 90

KLEIST, L’AVANA VISTA DA UN TEDESCO di Checchino Antonini L’ENIGMA DELL’ARCHITETTO di Andrea Camilleri IL DRAMMA IN UN SORRISO di Luca Beatrice

VISIONI & MUSICA 92 94 96

VICARI, QUEL SANGUE COSÌ ITALIANO di Camilla Mozzetti GIORDANA, TRENTA ATTORI UNA SPONDA di Claudia Catalli GIARDINI DI MIRÒ, MELODIE ANTICRISI di Simone Cosimi

RUBRICHE 09 21 31 73 80 98

MATERIAL ART FORMAZIONE & LAVORO 62 63

VOGLIAMO UNA STORIA LIBERA E BELLA di Alessia Cervio RUFA, LA PRATICA OLTRE AL TALENTO di Massimo Canorro

MERCATO & MERCANTI 64 66 67

MUSUMECI GRECO, LA PEGGY CAPITOLINA di Ornella Mazzola IL BRASILE VOLA AL TOP di Elida Sergi OCCHI PUNTATI SU NEW YORK di Stefano Cosenz

ARGOMENTI 68 70 72

RISCATTARSI CON L’ARTE Intervista con Mario Caligiuri di M. L. P. VIAGGIO IN CALABRIA di Maria Luisa Prete L’ORA DELL’IMPEGNO di Caterina Arcuri

ARCHITETTURE & DESIGN 74 76 78 82 84

MARSIGLIA TRA TERRA E MARE di Andrea Rodi UNA PIAZZA SUL TEVERE di Simone Cosimi KE NAKO, IL PIACERE DI SENTIRSI A CASA di Maria Luisa Prete FUORISALONE, NON SOLO ZONA TORTONA di Silvia Moretti LOTTARE PER LA QUALITÀ parla Giuseppe La Spada di G. Spacca

IL LINGUAGGIO DEGLI OCCHI di Giorgia Fiorio LA FINESTRA SUL MONDO di Carmelita Brunetti QUI ITALIA di Sabrina Vedovotto SACRALITARS di Andrea Dall’Asta SEGNI PARTICOLARI di Antonia Marmo MIPIACENONMIPIACE di Aldo Runfola


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IV EDIZIONE SPAZIO EVENTIQUATTRO GRUPPO IL SOLE 24 ORE Via Monte Rosa, 91 20149 - Milano 12-13-14-15 APRILE 2012 ORARI: 12 APRILE 2012 dalle ore 19.00 alle ore 24.00 (inaugurazione) 13/14 APRILE 2012 dalle ore 12.00 alle ore 22.00 15 APRILE 2012 dalle ore 11.00 alle ore 20.00 ingresso gratuito www.arteaccessibile.com info@arteaccessibile.com

Arte Accessibile, evento organizzato da ARTE IPSE DIXIT Ltd


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IL LINGUAGGIO DEGLI OCCHI_INSIDE ART 9

COSÌ PRENDE FORMA L’INDETERMINATA PERCEZIONE DEL REALE COME LA POESIA, LA FOTOGRAFIA NON DESCRIVE NON TESTIMONIA NÉ RIDICE IL REALE, SUGGERISCE E RIMANDA A UN’ASSENZA, TUTTO CIÒ CHE ACCADE PRIMA, DOPO E INTORNO A OGNI IMMAGINE

di GIORGIA FIORIO (FOTOGRAFA)

Minny Lee “Twilight trees” Gillette, New Jersey 2008

I

l cellulare addosso con l’interfaccia alla rete perennemente connessa, siamo impigliati in una trama di riflessi condizionati sempre più fitta in cui la tecnologia induce una distrazione che ci traspone a un altrove continuo abbassando in maniera preoccupante la consapevolezza dello spazio-tempo circostante. Fotografare è un atto fisico che convoca uno stato di allerta e coscienza profonda in cui l’unica connessione davvero necessaria è quella con se stessi. Come la poesia, la fotografia non descrive, non testimonia né ridice il reale, suggerisce e rimanda a un’assenza, tutto ciò che accade prima, dopo e intorno a ogni immagine, interroga la diversa durata di una stessa misura di tempo, un istante infinito in una scheggia di presente e nell’enigmatica ubiquità dello spazio, quale sia il punto esatto, ciò che è dentro, ciò che è fuori, ciò che è dinanzi, ciò che è dietro, la sovrapposizione di geometrie asimmetriche e la compattezza – vuota, piena – di uno spazio. L’immagine mentale ossia come s’immagina di vedere ciò che si vuole dire, antecede la vista e animandosi dentro un ulteriore piano cerebrale dà origine alla “visione”. Proviamo a immaginare una tempesta tra gli alberi di una foresta: è notte o è giorno? È in lontananza all’orizzonte o invece vicinissima, sopra e tutt’attorno. Un’onda compatta, o nella convulsione un dettaglio di foglie e rami mossi? La tela del cielo è tesa nella cupa trepidazione che precede lo stormire del vento, o stracciata nella desolazione che segue uno sconquasso? Si tratta di una sola immagine o di molte, di una serie o di una sequenza… Con un nuovo esercizio proviamo ora a immaginare di venire a sapere che il

Primo ministro, poniamo, abbia dichiarato, che domani si arrampicherà su per la facciata del palazzo del governo. Nel momento in cui pronuncio queste parole ognuno – oltre a essersi fatto una precisa opinione in merito – ha istantaneamente pre-visualizzato (forse a sua insaputa) la propria immagine mentale di come andranno le cose. Avete immaginato di vedere il premier da vicino o da lontano, dall’alto o dal basso, o forse in linea d’aria dalla finestra di fronte e minuscolo sullo sfondo nello scenario dei tetti della città. Volendo scattare un’immagine memorabile, queste informazioni determinano la nozione di spazio, il punto di vista da dove guardare, la scelta dell’ottica e l’impostazione della profondità di campo. Quale momento dell’azione e per quale durata, determina a sua volta la nozione di tempo e la velocità dell’otturatore. Che poi il Primo ministro abbia un contrattempo, non arrivi, cada o qualcuno gli spari, ai fini dell’immagine è del tutto irrilevante: ciò che la rende unica fra tante, è quando e da dove la fotografia è scattata. Memoria dell’immaginario di cose mai viste, la consapevolezza di quella visione è l’immagine mentale, un’intuizione che stabilisce l’irriducibile specificità del soggetto e il punto di vista. Compito di ogni artista – ma lo stesso si potrebbe dire per ogni scrittore o compositore – è un lavoro d’introspezione che va oltre l’approccio critico del proprio lavoro: non si tratta di un merito di valore – buono o meno – ma di riconoscere l’essenza del soggetto e intravedere, a monte della contingenza, in quale maniera l’indeterminata percezione del reale possa compiersi nell’espressione in una forma definitiva.


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10 INSIDE ART_NOTIZIE

IN BREVE CINEFESTIVAL

PALAZZO TE

MACRO AMICI

COLOSSEO

Roma, arriva Muller

Mantova, Elkann va

Bulgari presidente

Antitrust: Della Valle ok

Gian Luigi Rondi, decano dei critici cinematografici italiani, ha lasciato la presidenza del festival del cinema di Roma. Alla direzione, nominato dal neopresidente Paolo Ferrari, è giunto l’ex direttore del festival di Venezia Marco Muller, col compito di rivitalizzare la rassegna capitolina, liti permettendo.

«Non ci hanno permesso di fare quello che volevamo, mi dispiace soprattutto per Mantova». È un addio tra le polemiche quello di Alain Elkann dalla presidenza del comitato scientifico di palazzo Te, ridotto da 25 a 5 membri dal presidente del centro, Angelo Crepi. Motivo: la riduzione dell’80% delle risorse disponibili.

È Beatrice Bordone Bulgari (in foto), un passato come costumista cine-teatrale, la nuova presidente dell’associazione Macro amici che raccoglie i sostenitori del museo capitolino. Una figura chiave per incrementare la rete dei sostenitori in vista della neonata fondazione, appena varata, con 1,5 milioni di euro.

Via libera dell’Antitrust alla sponsorizzazione del restauro del Colosseo da parte di Diego Della Valle. Gongola il sottosegretario ai Beni culturali Roberto Cecchi per i 25 milioni di euro sul piatto, ma è presto per dire se ”l’operazione Tod’s” si farà: l’ultima parola spetta infatti al Tar del Lazio, ai primi di maggio.

ARS DIXIT LUDOVICO PRATESI Salcedo, uno schiaffo all’oblio «L’artista colombiana Doris Salcedo è a Roma per presentare l’opera Plegaria Muda che si inaugura oggi al Maxxi, costituita da 120 tavoli di legno sovrapposti da cui crescono fragili fili d’erba. Vuole ricordare i 10mila giovani deceduti per morte violenta nei ghetti di Los Angeles negli ultimi vent’anni e i 1.500 giovani colombiani uccisi tra il 2003 ed il 2009 dall’esercito colombiano. Un’installazione asciutta, imponente. Uno schiaffo all’oblio». (Exibart, 14 marzo)

ROBA DA URLO/1 Ravello, lite per l’auditorium che non c’è

LORENZO RUDOLF Il sistema globale è da fare «Al mondo dell’arte non bastano più due o tre centri globali. Va bene che la Cina funga da locomotiva in questo momento, ma bisogna puntare già su altri paesi: Vietnam, Cambogia… Ora sono come la Cina di 15 anni fa. La situazione più interessante nei prossimi 10 anni sarà la Birmania. Il mancato punto di forza di queste nazioni, rispetto a quelle più sviluppate come Cina e India, è la carenza di istituzioni come gallerie e musei. Il sistema è da fare. E gli effetti si sono già visti con il mercato cinese: i grandi collezionisti locali prima comprano i loro artisti, poi quelli occidentali». (Flash Art, 14 marzo)

Un’opera architettonica firmata dall’archistar brasiliana Oscar Niemeyer, conclusa da due anni e lasciata nell’abbandono. È l’auditorium di Ravello, che la fondazione presieduta dall’ex presidente Renato Brunetta vorrebbe per sé e il comune non può dare, né sa usare.

ROBA DA URLO/2 Capocciate d’artista

EMMANUELE EMANUELE La cultura è come l’aria «Il mondo così come lo abbiamo conosciuto non produce più beni, e non può più produrli perché questo oggi è impedito da una concorrenza globale insostenibile. Di fronte a tutto questo, la cultura è un bene enorme, indispensabile. È come l’aria. Ci fa respirare, e quindi vivere, e ci salva dall’aridità del presente». (La lettura, 26 febbraio)

La più famosa capocciata del calcio, quella affibbiata da Zinédine Zidane a Marco Materazzi nel Mondiale del 2006, è un’opera d’arte. A firma dell’algerino Adel Abdessemed, tra i protagonisti della collettiva Elogio del dubbio a Punta della Dogana, è stata esposta nella galleria David Zwirner a New York, in una mostra dal titolo: chi ha paura del lupo cattivo?


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HIRST, UN MUSEO PER LA COLLEZIONE Sarà completato nel 2014 a Londra dallo studio Caruso «Sarà un po’ la mia Saatchi gallery. Un luogo per mostrare la mia collezione d’arte contemporanea». Così Damien Hirst ha annunciato in un’intervista all’Observer il progetto di un suo museo. A progettarlo sarà lo studio Caruso St John architects, tra i preferiti di Gagosian per le sue gallerie. La struttura dovrebbe essere completata nel 2014 e sorgerà a Newport street (nella foto), nel quartiere londinese di Lambeth; sarà il frutto della ristrutturazione di tre edifici con due nuovi corpi. La collezione di Hirst conta oltre 2.000 opere, tra cui vari Bacon.

LA PUGLIA RILANCIA IL CONTEMPORANEO Bari, nasce il Bac per un nuovo polo museale La Puglia si rilancia. Dal Must di Lecce al Bac, Bari arte contemporanea, la regione mira a dar vita a un polo museale nel capoluogo pugliese comprendente il teatro Margherita, la sala Murat e il Mercato del pesce. A favore del progetto è nata l’associazione Amici del Bac, primo passo verso una fondazione necessaria per gestire la struttura che sarà «un presidio dell’arte contemporanea come simbolo di crescita culturale e civile». Allo scopo la fondazione Morra Greco di Napoli ha presentato al comune di Bari uno studio di fattibilità. Intanto, si punta a un museo nell’area dell’ex caserma Rossani.

ARTE LAGUNA VINCE L’ORIENTE Tra i premiati Cristina Gardumi e Simone Bubbico Quasi 8.000 opere concorrenti, 110 esposte Sono Cristina Gardumi (pittura), Simone Bubbico (scultura), Torsten Schumann (fotografia), Luis Bezeta (video & performance) e Amelia Zhang (arte virtuale) i vincitori del premio Arte Laguna 2012. Il concorso ideato da Laura Gallon e Beatrice Susa, di cui Inside Art è “media partner”, si propone ormai come un punto di riferimento tanto in campo nazionale che internazionale. A questa sesta edizione hanno partecipato quasi 8.000 opere, delle quali 110 esposte all’arsenale di Venezia fino al primo aprile. I paesi di provenienza degli artisti sono stati 105, con una crescita considerevole di creativi dell’Est europeo ma soprattutto cinesi, coreani e indiani: loro sono, in maggioranza, i partecipanti alla nuova sezione dedicata all’arte virtuale. Tra i premiati dalla stampa, a pari merito l’esilarante video dell’israeliano Shahar Marcus, “The curator” (nella foto) e “Morris minor” di Frank Herholdt, fotografo di origini sudafricane attivo a Londra. La giuria, presieduta da Igor Zanti, ha visto la partecipazione di Alessio Antoniolli, Chiara Barbieri, Gabriella Belli, Ilaria Bonacossa, Soledad Gutierrez, Kanchi Mehta, Ludovico Pratesi, Maria Savarese, Ralf Schmitt, Alma Zevi. Superaffollate le Nappe, alla proclamazione dei vincitori, di tutto rispetto il gran party finale a palazzo San Zenobio, tra i siti armeni della città. Info: www.artelaguna.it (E. M.)


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Arte & sviluppo: un binomio irrinunciabile per superare la crisi e rilanciare l’economia A sostenerlo è un documento programmatico del Sole 24 ore che ha raccolto oltre tremila firme, tra cui la nostra. Un’idea benemerita, con qualche avvertenza

CULTURA: UN MANIFESTO PER RIPARTIRE di MAURIZIO ZUCCARI

Ulf K., “Hieronymus B.” edition 52, 2007 A destra: Johannes Aagaard “Culture”, s. d.


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a superato quota tremila la raccolta di firme promossa dal Sole 24 ore per il manifesto col quale il quotidiano rilancia l’importanza della cultura per la rinascita economica del Belpaese. Cinque i punti programmatici dell’appello lanciato a fine febbraio: una costituente per ribadire che senza cultura non c’è sviluppo; una strategia di lungo periodo; cooperazione tra i ministeri competenti (Cultura, Economia e Istruzione, tra l’altro firmatari della piattaforma); arte e cultura a tutti i livelli scolastici e, buon ultimo, intervento dei privati nel patrimonio del paese, per favorire appunto lo sviluppo di una cultura diffusa. Un’iniziativa benemerita, come segnala l’alto gradimento ottenuto tra i sottoscrittori – operatori culturali, intellettuali e qualche ministro – tra i quali la nostra testata, alla quale non si può che plaudere. Una sollecitazione volta a ribadire come, contrariamente a una certa visione della politica secondo cui con la cultura non si mangia, non solo si afferma il contrario ma si vuole sottolineare che senza di questa nessuno più potrà sfamarsi, nel nostro paese come nel resto dell’Occidente (ancora) consumistico, dove il capitale maggiore non sono più i beni, ma la circolazione delle idee. Una valutazione, questa, forte dei dati statistici che indicano come l’Italia, che da sola possiede oltre i due terzi del patrimonio storico artistico mondiale, sia assolutamente incapace di farlo fruttare. Due dati su tutti: nel dibattito sollevato si lamenta come l’insieme dei musei italiani fatturi poco più del solo Moma di New York (circa 40 milioni di

euro l’anno) e la metà dei circa 37 milioni di visitatori annui nel nostro paese vedano solo 8 grandi musei. Sicché, un settore che si vuole strategico quale quello delle aziende che operano nella cultura e nell’industria creativa occupa a malapena 500mila addetti, la percentuale più bassa d’Europa. Di qui la richiesta, a gran voce, di liberare il settore dalle pastoie che rendono difficile e antieconomico l’intervento dei privati per mettere in valore le risorse non sfruttate. Non più sussidi ma maggiore competitività, alla luce di quella che appare la panacea d’ogni male contemporaneo: liberalizzare. Fin qui, niente di nuovo. Stupisce, semmai, il colpevole ritardo della politica – del sistema paese, diremmo con pessima frase fatta – nell’affrontare con logiche economiche e moderne il tema che l’iniziativa del Sole rimette nel piatto. Ciò detto, alcune perplessità. Vediamole. Al di là degli esiti d’ogni liberalizzazione – il più grande equivoco della storia, dai tempi della nascita del cristianesimo – colpisce come l’appello allo spirito critico che la scuola dovrebbe favorire, insito nel manifesto, sia sottoscritto dagli stessi membri della compagine governativa che reclama mazzate verso ogni dissenso, dai no Tav fino ai fantasmi sindacali. Tali quisquilie a parte, l’idea che a un certo punto, smessa di produrre ricchezza reale, si passi sic et simpliciter a fare altro, si scontra col tracollo dell’economia reale. Ammesso che ciò riesca, il gioco delle tre carte a un certo punto finisce e il banchetto va all’aria, come ben sa chiunque non arriva a fine mese e non sa, né può, ricollocarsi altrove. Ma è davvero possibile una crescita

dell’offerta culturale avulsa dalla crescita economica strutturale? Non andiamo a confinarci, nella migliore delle ipotesi, nel ghetto di produttori di servizi culturali, persa ogni capacità produttiva? Non rischiamo d’essere una Venezia del futuro, estesa dall’Alpi all’Etna, incapace d’essere alcunché tranne che un paradiso dei flussi turistici a macchia di leopardo? E ancora, se la cultura è espressione di un patrimonio anzitutto economico o, per dirla come certi pensatori d’antan, è espressione del sistema dominante, come pensare che la crisi sia meramente economica e non coinvolga invece le basi della nostra cultura occidentale, vale a dire consumistica e – si passi il termine – capitalistica? O, piuttosto, si debba smettere di pensare a uno sviluppo sostenibile e passare a una decrescita, più equanimemente sostenibile? Farlo prima che, a furia di guerre infinite, si torni all’età della pietra? Comunque vada, abbiamo segnato di classicità e rinascimento la storia del mondo, in un momento in cui barbari e invasori passeggiavano tranquilli sulla nostra pretesa superiorità culturale. Che una rinascita sia ancora possibile, è questione che non tocca solo acchiappanuvoli e vendifumo, ma ciascuno di noi. In tal senso, il rapporto del governatore di Bankitalia Visco che denuncia nell’80% degli italiani tra 16 e 64 anni un’insufficiente “competenza alfabetica funzionale”, vale a dire che non padroneggia la propria lingua, figurarsi altre come il pur osannato inglese, non fa ben sperare. Un manifesto può servire, a patto che alle orazioni seguano le azioni, e si capisca che fare e dove si va.


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OLTREIL“MADEINITALY”: PROPOSTEPERUNRILANCIO Intervista con l’avvocato Sterpi, tra i firmatari di un documento rivolto al governo di MAURIZIO ZUCCARI

CREIAMO UN ”HUB” DELLA CULTURA CONTEMPORANEA, UN LUOGO D’INNOVAZIONE E NON SOLAMENTE UNA DISNEYLAND DEL PASSATO: PERMETTETECI DI DIVENTARLO

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a chioma l’avvicina più a un “rocker” che a un avvocato, ma forse è una concessione alla creatività, piuttosto che ai codici. La parlantina, ancora più fluente, è invece quella della professione legale. Specializzato sull’arte e la proprietà intellettuale, Massimo Sterpi è presidente del comitato di diritto dell’arte della International bar association e vicepresidente del comitato Collezionare il contemporaneo. Ristretto club di cui fanno parte Patrizia Sandretto Re Rebaudengo (presidente), Ludovico Pratesi (coordinatore) e varie personalità del collezionismo. E in questa veste Sterpi ha apposto la sua firma in calce alle Proposte per un rilancio internazionale dell’arte contemporanea italiana, come recita il documento che i sette intendono presentare al governo per risollevare le sorti dell’arte nel nostro paese, appunto. Chi meglio di lui, dunque, per un commento sul manifesto col quale il Sole 24 ore rilancia l’importanza della cultura per la rinascita economica del Belpaese, come dell’Europa? Dallo studio romano a due passi da piazza Barberini, tra foto della Beecroft, tele di Boetti e tagli di Fontana, l’avvocato Sterpi rivendica: «Per me si tratta di un tema storico. Mi fa piacere che sia giunto all’attenzione della politica, economia e cultura non vanno più considerate come animali separati. All’epoca in cui, con Michela Bondardo, ho fondato il premio Imprese cultura, ho scritto un saggio per chi voleva investire in questa, dal titolo: Dalla ciliegina sulla torta alla torta. Per dire che se in passato gli investimenti dell’azienda in campo culturale erano la ciliegina sulla torta, messa lì come decorazione, nella nostra economia postindustriale la cultura è parte del contenuto del prodotto. Non si può più parlare di separazione dall’attività aziendale, ma di integrazione che va favorita in ogni modo. Se vogliamo, un po’ tutto il “made in Italy” ne


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A sinistra, dall’alto: il ministro della Cultura Lorenzo Ornaghi Turisti in fila ai musei Vaticani Patrizia Sandretto Re Rebaudengo presidente dell’omonima fondazione Sponsor del restauro del ponte dei Sospiri a Venezia. In basso: l’avvocato Massimo Sterpi

IL PERSONAGGIO Arte & proprietà intellettuale, il suo pane Massimo Sterpi nasce a Savigliano (Cuneo) il 4 luglio 1966. Avvocato specializzato in questioni legate all’arte e alla proprietà intellettuale, è presidente del comitato di diritto dell’arte della International bar association, la maggior associazione mondiale di avvocati attivi in campo artistico, con 35mila membri in tutto il mondo. È tra i promotori del manifesto programmatico Proposte per un rilancio internazionale dell’arte contemporanea italiana, promosso dal comitato Collezionare il contemporaneo, di cui è vicepresidente. Sposato, padre di due bimbe, divide la sua attività professionale tra Torino, Roma e l’estero.

è un esempio: col prodotto si compra una storia, una stratificazione culturale millenaria, come per la moda e il vino. L’Italia dovrebbe essere la culla dell’integrazione tra economia e cultura, perché abbiamo entrambi i settori assai ben sviluppati». Nel dibattito sollevato si lamenta come l’insieme dei musei italiani fatturi quanto il solo Moma di New York, ventilando l’intervento dei privati per mettere in valore le risorse non sfruttate. Niente sussidi, più competitività. Ma in che modo? «Chiariamo l’equivoco di considerare il turismo come l’unico sbocco per la cultura. Il numero di visitatori di un museo non è rilevante ai fini dell’impresa. Lo sponsor sulla torta è appunto la ciliegina. Stiamo parlando di una relazione diversa, in cui l’azienda realizza, ad esempio, un partenariato col piccolo museo di una città, piuttosto che sovvenzionare un restauro o posizionare il logo su un invito. Quel che interessa è diffondere una politica di micro interventi delle piccole e medie imprese che costituiscono il nostro tessuto produttivo». Solitamente il soddisfacimento dei bisogni secondari qual è, nonostante tutto, la domanda di beni culturali avviene dopo quelli primari. Ma se la maggior parte delle persone non arriva a fine mese quello del Sole non è un manifesto dei sogni impossibili? «Amiamo piangerci addosso, in realtà c’è un allargamento notevole del consumo culturale. È un settore comunque in crescita nonostante la crisi, anzi è una delle poche speranze di uscire da questa. La fine della manifattura è nel nostro destino, la globalizzazione implica una ridislocazione delle risorse e il settore dove riutilizzare la forza lavoro è quello dell’offerta culturale, vale a dire dei servizi. Tra l’altro è un obiettivo sostenibile. In questo senso anche una forte crisi finanziaria ed economica come l’attuale può rappresentare un’opportunità di crescita autonoma, non le-

gata ai finanziamenti statali. Possiamo diventare produttori di cultura, oltre che rendere più fruibili i nostri giacimenti culturali. Ma al di là dell’incremento dell’offerta dovremmo sostenere in ogni modo l’arte contemporanea, essere noi il maggior mercato d’arte. Trovo paradossale che la nostra legislazione fiscale e la burocrazia facciano sì che le case d’asta e i collezionisti scappino a gambe levate. Questa normativa è un fardello perché il nostro paese possa ricoprire un ruolo di punta nell’offerta culturale. Di questo dovrebbe farsi carico la politica, di un taglio ai lacci e laccioli per poter respirare». Lei è al lavoro con un gruppo di esperti per proporre al governo un documento per rilanciare il comparto. Come? «Non andiamo col cappello in mano, elemosinando fondi e sussidi, chiediamo invece di creare le condizioni infrastrutturali e fiscali perché il settore dell’arte contemporanea possa svilupparsi. Anziché dare a destra e manca va chiarita la normativa sulla partecipazione delle aziende alla cultura, molto farraginosa, che spesso allontana i potenziali investitori. Si devono semplificare le procedure e rendere il nostro mercato competitivo, anche se l’adeguamento dell’Iva al livello più basso degli altri paesi europei è contrario alla normativa comunitaria. Ma così com’è, accompagnata al diritto di seguito, fa sì che i collezionisti sfuggano le nostre fiere come la peste. Poi bisogna incentivare i giovani artisti a entrare nel mondo economico con tasse a forfait, per evitare transazioni opache. Insomma, vogliamo allineare il settore alle “best practices” inglesi, per i quali l’arte è davvero un motore dell’economia. Questo è il messaggio al governo: creiamo un “hub” della cultura contemporanea, un luogo d’innovazione culturale e non solo una disneyland del passato, permetteteci di diventarlo». l’intervista integrale su www.insideart.eu


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LE MOSTRE Milano, dal Pac al film Con ”The Abramovic method”, al Pac di Milano fino al 10 giugno, è il pubblico a vivere e sperimentare le installazioni interattive, guidato dalla stessa artista serba. Fino al 12 maggio, alla galleria Lia Rumma, una seconda mostra dal titolo ”With eyes closed I see happiness”, dove i lavori offrono una sorta di chiave di lettura del suo ”metodo”. Infine, il film ”Marina Abramovic. The artist is present”, diretto da Matthew Akers, presentato in anteprima per la mostra milanese, segue l’artista nella preparazione della grande retrospettiva che il Moma di New York le ha dedicato nel 2010. Info: www.theabramovicmethod.com

Marina Abramovic, ”The kitchen I” omaggio a santa Teresa, 2009 copyright Marina Abramovic

IL CORPO COME DONO Regina della “performance”, la Abramovic mette in campo la sua vita e la sua opera

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ifficile approcciare il lavoro di Marina Abramovic senza correre il rischio di essere banali: fiumi d’inchiostro e un esercito di esegeti hanno popolato, nel tempo, una variegata agiografia che scandisce, tappa dopo tappa, quasi una via crucis, l’arduo cammino della “Gran dame” della “performance”, artista che ha trasformato il proprio corpo in un potente strumento di comunicazione visiva sfidando i concetti di spazio, tempo, durata e memoria. Un corpo ormai testimone della storia. Un corpo che si dona come scambio simbolico e psicofisico. Un corpo che attiva un rapporto empatico di energia con gli altri corpi per esistere. Un corpo che col tempo ha assunto una dimensione sempre più meditativa, volta alla contaminazione di tradizioni e saggezze arcaiche con le lacerazioni e le inquietudini della realtà con-

temporanea. Un corpo che ha consapevolmente trasformato la propria esperienza personale in un concetto di valenza universale. Un corpo che appartiene a un’artista complessa, irriducibile a ogni semplicistica interpretazione, la cui pratica si nutre di un gioco costante di rimandi: il presente modifica sempre il giudizio sul passato, costantemente reintegrato nella propria opera. Marina mette in campo un panorama aperto sulla vita e l’opera di Abramović, attiva un gioco infinito di riverberi, di autocitazioni e slittamenti, aggiornamenti e riutilizzi. Cortocircuiti spazio-temporali destabilizzanti, abilmente trasformati in elementi modulabili e declinabili all’infinito. Una strategia estetica affascinante, rilanciata negli ultimi anni, tesa a gettare un ponte tra il passato e il presente della sua ricerca che sfida il tempo e si proietta al futuro. Marina Abramovic è il

caso unico di un’artista che ha utilizzato negli ultimi quarant’anni – ininterrottamente – la “performance” come medium di espressione privilegiato. Declinandola in tutte le sue forme ne ha determinato inesorabilmente la storia e parallelamente gli esiti e gli sviluppi, li ha allo stesso tempo condizionati e forzati, ne ha fatto deflagrare consapevolmente i confini. Senza alcun dubbio il rapporto tra arte e vita è un elemento fondante e basilare del suo lavoro, come più volte evidenziato dalla critica, ma la vicenda artistico-esistenziale di Marina Abramovic rimanda soprattutto alla relazione stringente, sarei portato a dire osmotica, tra la storia dell’artista e la storia stessa della “body-performance art”.

Eugenio Viola curatore, estratto dal catalogo, cortesia 24 ore cultura


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la fiera d’arte dedicata alla fotografia e al video Superstudio Più via Tortona 27 - Milano www.miafair.it venerdì 4 maggio 2012 ore 12.00 - 22.00 sabato 5 maggio 2012 ore 11.00 - 21.00 domenica 6 maggio 2012 ore 11.00 - 20.00

ESPOSITORI 2012 (LISTA NON DEFINITIVA)

ARTISTA / GALLERIA AA.VV. – ANONIMO / ITALIA / S.T. FOTO LIBRERIA GALLERIA ACKERMAN MICHAEL / ISRAELE/ USA / GALERIE VU’ ALEMANNO MARCO / ITALIA / GALLERIA FORNI ALLEN THOMAS / USA / 1000 EVENTI AMENDOLA AURELIO / ITALIA / FRITTELLI ARTE ART KANE / USA / WALL OF SOUND GALLERY ASCOLINI VASCO / ITALIA / VISIONQUEST GALLERY ATABEKOV SAID / KAZAKISTAN / LAURA BULIAN GALLERY BACKHAUS MARIA VITTORIA / ITALIA / SPAZIO MERIGGI BARBIERI OLIVO / ITALIA / PHOTOGRAPHICA FINE ART BARBIERI GIANPAOLO / ITALIA / WAVE PHOTO GALLERY BARCLAY PER / NORVEGIA/ FRANCIA / GALLERIA D’ARTE MAGGIORE G.A.M. BARONE ANGELO / ITALIA / C&H ARTSPACE BASILÉ MATTEO / ITALIA / GALLERIA PACK BASILICO GABRIELE / ITALIA / PHOTO & CONTEMPORARY BATTAGLIA NUNZIO / ITALIA / BUGNO ART GALLERY BELGIOJOSO ALESSANDRO / ITALIA / SPAZIOFARINI6 BERETTA MARCO / ITALIA / GALLERIA MELESI BEVAN WENDY / REGNO UNITO / CAMERA 16 ARTE CONTEMPORANEA BOURKE-WHITE MARGARET / USA / FORMA GALLERIA BRACHETTI PERETTI FERDINANDO / ITALIA / GALLERIA FORNI BRAMANTE DAVIDE / ITALIA / POGGIALI E FORCONI BUCAK FATMA / TURCHIA / GALLERIA ALBERTO PEOLA BUCCI RICCARDO / ITALIA / GALLERIA MANZONI BUETTI DANIELE / SVIZZERA / GUIDI & SCHOEN ARTE CONTEMPORANEA BURTYNSKY EDWARD / CANADA / ADMIRA CAMPIGOTTO LUCA / ITALIA / BUGNO ART GALLERY CAMPORESI SILVIA / ITALIA / PHOTOGRAPHICA FINE ART CASOLARO GEA / ITALIA / THE GALLERY APART CASTALDI ALFA / ITALIA / ARCHIVIO ALFA CASTALDI CASTELL GIOVANNI / GERMANIA / GALLERIA GOETHE CATTANEO ENRICO / ITALIA / GALLERIA 10.2! DIECI.DUE! INTERNATIONAL RESEARCH CONTEMPORARY ART /GALLERIA SPAZIOTEMPORANEO CATTANI BRUNO / ITALIA / VISIONQUEST GALLERY CECCARDI FABRIZIO / ITALIA / GALERIE EULENSPIEGEL CHIODI UMBERTO / ITALIA / STUDIO D’ARTE CANNAVIELLO CHONG KWAN GAYLE / REGNO UNITO / GALLERIA UNO+UNO CIAM GIORGIO / ITALIA / P420 ARTE CONTEMPORANEA

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CICOGNANI NICOLA / ITALIA / ARTISTOCRATIC COMTE MICHEL / FRANCIA / GALERIE ESTHER WOERDEHOFF CONTE VERONICA/BARONE UMBERTO / ITALIA / IL SEGNO DEL TEMPO CORNI GABRIELE / ITALIA / OLTREDIMORE COSTA GIACOMO / ITALIA / GUIDI & SCHOEN ARTE CONTEMPORANEA CRUZ ANTONIA / CILE / GALERÍA PATRICIA READY D’ORTA CARLO / ITALIA / ROMBERG DANIELE MARIO / ITALIA / GALLERIA GALLERATI DAPINO MARCO / ITALIA / RBFINEART DARZACQ DENIS / FRANCIA / GALERIE VU’ DE ANTONIS PASQUALE / ITALIA / ADMIRA DE BEIJER JASPER / OLANDA / STUDIO D’ARTE CANNAVIELLO DE VITO RAFFAELLO / ITALIA / GALERIE EULENSPIEGEL DONAGGIO FRANCO / ITALIA / GALLERIA BLANCHAERT DRAFFEHN CHRISTIANE / GERMANIA / GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI & MATTHIAS RITTER E2 / USA/OLANDA / ARPS& CO. FINE ARTS SINCE 1902 ELGAR ANNABEL / REGNO UNITO / METRONOM ERWITT ELLIOTT / USA / SUDEST57 ESSAMBA ANGELE ETOUNDI / OLANDA / ACQUESTARTE FANULI GIAMPIERO / ITALIA / GIAMPIERO BIASUTTI ARTE MODERNA E CONTEMPORANEA FIORESE MAURO / ITALIA / ARPS& CO. FINE ARTS SINCE 1902 FONTANA FRANCO / ITALIA / SABRINA RAFFAGHELLO ARTE CONTEMPORANEA FREED LEONARD / USA / ADMIRA FREIXA FERRAN / SPAGNA / GALERIA TAGOMAGO GASPARRI ICO / ITALIA / ICHOME GAZITUA TERESA / CILE / GALERÍA PATRICIA READY GEMELLI PIERO / ITALIA / AFORISMA GENOVESE LEONARDO / ITALIA / GIOVANNI ZIGGIOTTI GHADIRIAN SHADI / IRAN / PODBIELSKI CONTEMPORARY GHIRRI LUIGI / ITALIA / PHOTOGRAPHICA FINE ART GIACOMELLI MARIO / ITALIA / FORMA GALLERIA GIANNOBI MARINA / ITALIA / ROBERTA LIETTI ARTE CONTEMPORANEA GILLI LUCA / ITALIA / GALLERIA 10.2! DIECI.DUE! INTERNATIONAL RESEARCH CONTEMPORARY ART GIOBERTO/NORO / ITALIA / GALLERIA ALBERTO PEOLA GIOLI PAOLO / ITALIA / GALLERIA MASSIMO MININI GLASER/KUNZ / SVIZZERA / GAGLIARDI ART SYSTEM GLIGOROV ROBERT / MACEDONIA / GALLERIA PACK GORADESKY MATHIEU / FRANCIA / GALERIE PASCAL VANHOECKE GRUNI ZOÈ / ITALIA / GALLERIA IL PONTE

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SCIANNA FERDINANDO / ITALIA / ARTISTOCRATIC SESIA GIOVANNI / ITALIA / SABRINA RAFFAGHELLO ARTE CONTEMPORANEA SETTANNI PINO / ITALIA / LATTUADA STUDIO SIDIBÉ MALICK / MALI / KYO/MUSÉE DES ARTS DERNIERS SKOGLUND SANDY / USA / PACI CONTEMPORARY SMITH RODNEY / USA / CRISTINEROSE CONTEMPORARY ART SOBERÓN PILAR / SPAGNA / ARTEKO GALERÍA SOMOROFF MICHAEL / USA / FEROZ STRIZZI SERGIO / ITALIA / PHOTOMOVIE SUGIMOTO HIROSHI / GIAPPONE/ USA / DE PRIMI FINE ART TAGLIAFERRO ALDO / ITALIA / OSART GALLERY TARANTINI PIO / ITALIA / GALLERIA MONOPOLI TEUSSINK FEMKE / OLANDA / ACQUESTARTE THE SARTORIALIST / USA / DANZIGER GALLERY TIRAFKAN SADEGH / IRAN / NUOVA GALLERIA MORONE TOMMASOLI SIRIO / ITALIA / STUDIO TOMMASOLI TORTELLI RENZO / ITALIA / PAVESI FINE ARTS TRISTÁ LUNA / CUBA / GALERIA TAGOMAGO VALADE AURORE / FRANCIA / GAGLIARDI ART SYSTEM VANNICOLA VALENTINA / ITALIA / BICIGI PHOTOGRAPHY VIGEVANI PAOLO / ITALIA / GALLERIA BLANCHAERT VITALI FRANCESCO / ITALIA / IL CASTELLO ARTE MODERNA E CONTEMPORANEA VITTI EMMA / ITALIA / DIETRO LE QUINTE WARHOL ANDY / USA / DANZIGER GALLERY WATSON ALBERT / REGNO UNITO / PHOTOGRAPHERSLIMITEDEDITION WREDE THOMAS / GERMANIA / PHOTO & CONTEMPORARY YAMAMOTO MASAO / GIAPPONE / GALLERIA MASSIMO MININI YARIV AMON / ISRAELE / ROSENFELD GALLERY ZANTA MARCO / ITALIA / BUGNO ART GALLERY ZARDINI STEFANO / ITALIA / IKONOS ART GALLERY PROPOSTE MIA BALESTRA SILVIO / ITALIA BETOCCHI MARCO / ITALIA BORTOLUSSI NICOLA / ITALIA BOSSO FRANCESCO / ITALIA CANINI SILVIO / ITALIA CHIELI FILIPPO / ITALIA DADDI DAVIDE / ITALIA DAVOLI MAURO / ITALIA FEI CARLO / ITALIA FLAMINI FRANCESCO / ITALIA GUADAGNOLI GIOVANNI / ITALIA MAJNO GIORGIO / ITALIA MARCHI GIULIA / ITALIA MELI FAUSTO / ITALIA MUSSA PATRIZIA / ITALIA

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UN FLUSSO INARRESTABILE A Chiasso la modernità del movimento Fluxus e la sua lotta per un’utopica arte totale di GIORGIA BERNONI

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usica antiqua et nova. Con questo nome altisonante George Maciunas, estroso artista statunitense di origine lituana, racchiudeva il ciclo delle tre conferenze musicali organizzate nel 1961, grazie alle quali nacque il movimento Fluxus. Dall’anno seguente il movimento si mosse rapidamente, come un virus benigno, alla volta dell’Europa e non solo, coinvolgendo un numero sempre maggiore di artisti alle prese con un’ondata creativa in grado di disintegrare i noiosi limiti dei mezzi espressivi all’interno dei quali l’arte si era mossa fino ad allora. Essenziale per il suo fondatore, infatti, il fatto che il neonato movimento non doveva limitarsi a un solo ambito di attività. Da allora il Fluxus gioioso è stato inarrestabile e, in occasione dei cinquant’anni del movimento, il museo Max di Chiasso, in Svizzera, dedica una grande esposizione alle peculiarità della corrente artistica, concentrandosi sulla grafica, settore a cui il movimento diede grande importanza, realizzando studi che costituiscono le basi della comunicazione visiva contemporanea. Tutto è arte, arte è vita, purgare il mondo dalla cultura intellettuale, professionale e commercializzata: questi sono solo alcuni degli slogan che caratterizzano Fluxus. Antonio d’Avossa, curatore della mostra insieme a Nicoletta Ossanna Cavadini, illustra l’evento teso a promuovere lo sconfinamento dell’atto creativo nel flusso della vita quotidiana, in nome di una utopica arte totale. Fluxus una rivoluzione creativa: 1962-2012. In cosa consiste questa rivoluzione? «La parola flusso coincide con il termine di cambiamento e quindi stiamo parlando di un ribaltamento, una rivoluzione. Gli esponenti di Fluxus, soprattutto nella figura del fondatore Maciunas, di George Brecht, di Joseph Beuys e di tanti altri personaggi, la-


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EVENTI MONDO_INSIDE ART 19

George Maciunas Fluxfest, 1965 A sinistra: George Brecht Valoche, 1959-1975

LA MOSTRA In Svizzera, a Wiesbaden e Città del Messico Nella mostra Fluxus una rivoluzione creativa: 1962-2012 viene esposta a Chiasso una selezione delle opere grafiche prodotte dal movimento, arricchita da una personale sulla grafica di Joseph Beuys in programma dal 16 maggio al 21 giugno. La mostra, a cura di Antonio d’Avossa e Nicoletta Ossanna Cavadini, si relaziona con quella di Wiesbaden, città tedesca in cui si svolse nel 1962 la prima ufficiale manifestazione del movimento. Un terzo evento sarà allestito in autunno al Museo nacional de la estampa di Città del Messico: dalla cultura Maya il Fluxus ha tratto, infatti, alcuni dei principali simboli che lo connotano. Catalogo Skira Dal 21 aprile al 22 luglio, via Dante Alighieri 6, Chiasso (Svizzera). Info: www.maxmuseo.ch

vorano su un’apertura a tutti i generi, una miscela di differenti mezzi espressivi. Questa loro attitudine all’ibridazione si potrebbe definire un’utopia collettiva: il principio che sottende al collettivo è un principio che elimina l’ego che invece spesso e volentieri caratterizza l’artista e la sua produzione. Questo è un tentativo rivoluzionario enorme che al movimento riesce abbastanza bene, soprattutto per una certa parte della sua produzione, ossia quella collettiva». Cosa accomuna i molti artisti che hanno preso parte al movimento? «La rivoluzione concettuale alla base di Fluxus porta a un’apertura totale, a una sorta di sincretismo tra poesia, musica, cinema e arti figurative che si manifestano attraverso “happening“, azioni, con quelli che gli stessi artisti fluxus chiamavano eventi e che spesso consistevano semplicemente come delle indicazioni date al pubblico. Questo del “do it yourself”, formula che inventa Yoko Ono, altra grande rappresentante Fluxus, è un aspetto fondamentale che serve a farci meglio comprendere la fiolosofia del movimento: che la vita è arte e l’arte può essere totalizzante e che tutti la possono perseguire. Facile comprendere quanto questo è un aspetto che crea un problema nel sistema dell’arte dell’epoca, parliamo dei primi anni ’60 quando, per esempio, sulla scena newyorkese stava emergendo la Pop art. Pur essendo amici, Maciunas e Andy Warhol avevano idee diverse sull’arte: il progetto di Maciunas era, infatti, quello di vendere opere d’arte a un dollaro, il contrario di quello che il sistema dell’arte ha sempre proposto e ricercato». L’eclettismo professato dagli esponenti è un aspetto estremamente attuale. «Il loro sincretismo è un aspetto molto moderno, un progetto d’arte totale. Oltre questo però la cosa importante da capire è un’altra: da quando Fluxus nasce tutto


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A destra: George Maciunas Festum fluxorum, 1962 Sotto: George Maciunas “An anthology”, 1963

LA RIVOLUZIONE CONCETTUALE ALLA BASE DI FLUXUS PORTA A UN’APERTURA TOTALE A UNA SORTA DI SINCRETISMO TRA POESIA, CINEMA, MUSICA E ARTI FIGURATIVE

viene influenzato da questa corrente. Anche se spesso non ci si fa molto caso, il mondo dell’arte non può fare a meno di pensare a questo. La mostra a Chiasso vuole evidenziare proprio la modernità del movimento, oltre che la sua storia: in una sala del museo proiettiamo infatti dei video, alcuni storici altri recenti, e una lunga intervista a Maciunas in modo da far emergere il fatto che Fluxus si misura con tutte le realtà e lo fa non in maniera drammatica ma con grande “humor”». Come è stato pensato l’allestimento? «Insieme con Nicoletta Ossanna Cavadini abbiamo pensato l’allestimento in termini complessi e semplici insieme; esponendo in

un museo di grafica, privilegiamo questo aspetto. Per la prima volta, infatti, viene esposta la grande produzione di grafica di Maciunas, opere che rappresentano le radici della mostra. Accanto a questa selezione ci sono anche opere di Marcel Duchamp e John Cage, a cui gli artisti Fluxus si sono riferiti. Non volevamo però solo fare un omaggio al fondatore ma dare risalto a gran parte della produzione nel corso dei cinquant’anni: la mostra si sviluppa con opere di molti artisti internazionali in cui la valenza grafica è molto forte, è una mostra con pezzi scelti in modo tale da far emergere graficamente tutti gli aspetti, pittorici, poetici e musicali, toccati

dal movimento. Non avevamo intenzione di fare una mostra sul passato ma sul presente, l’unico modo era quello d’invitare gli artisti viventi a organizzare una serata nel teatro attiguo al museo». In Italia Fluxus come è stato accolto? «La presenza del movimento nel nostro paese, fin dai primi anni ’70, è stata fortissima per merito di diverse personalità tra cui Gino Di Maggio, della fondazione Mudima, Francesco Conz, Caterina Gualco con la galleria Unimedia di Genova, Rosanna Chiessi, e di curatori come Achille Bonito Oliva e Henry Martin. L’archivio Bonotto di Bassano del Grappa, infine, è il maggiore prestatore di tutta l’esposizione».


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LA FINESTRA SUL MONDO_INSIDE ART 21

QUANDO IL SONNO DELLA RAGIONE GENERA CREATIVITÀ APPUNTAMENTO CON IL TERZO FESTIVAL DI FILOSOFIA IN BASSA SASSONIA: QUANDO L’ARTE HA IL SAPORE DEL PASSATO E LA MALINCONIA DEL PRESENTE di CARMELITA BRUNETTI (CRITICA D’ARTE)

LA RASSEGNA Hannover: creatività e pensiero Organizzata da Assunta Verrone dell’accademia Ipazia, in occasione del festival di filosofia al museo di Hannover si tiene la rassegna Il sonno della ragione. Dall’11 al 29 aprile, Landesmuseum di Hannover (stato della Bassa Sassonia), WillyBrandt-Allee 5. Info: www.efa.de

Stefan Stettner, Der heilige Sebastian, 2005

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iunto alla terza edizione, il festival di Filosofia di Hannover quest’anno è ancora più interessante grazie alla rassegna internazionale di arte visiva Il sonno della ragione, organizzata da Assunta Verrone dell’accademia Ipazia in collaborazione con il Landesmuseum di Hannover e presentato dalla scrivente. La collettiva è particolarmente suggestiva perché ogni lavoro fa riflettere sul ruolo sociale dell’artista e sulla globalizzazione. Nella meravigliosa sala del museo sfileranno le opere di artisti provenienti da diverse realtà culturali: si tratta delle opere di Shura Born-Kraeff, Assunta Verrone, R. H. Geller, Rabe, Stefan Stettner, Mahmoud Satery, Svetlana Bertram-Belash, Ursula Jenss-Sherif. Come nuovi messia grazie ai colori e alle forme ricercate regaleranno emozioni e suggestioni tali da far riflettere sul senso della vita e sul ricercato bisogno di libertà. Stili diversi, dunque, che avvieranno l’osservatore verso il sentiero dell’anima, quell’anima che diventa come scriveva Leibniz specchio dell’universo. Il titolo della mostra nasce sull’esempio dell’opera di Goya Il sonno della ragione genera mostri, nella quale si esprime una ferma condanna all’oppressione del potere, all’ottusità della su-

perstizione e a ogni forma di sopraffazione. Gli artisti, basandosi su questo tema, grazie alle loro esperienze metteranno in discussione il metodo tradizionale di fare arte e di mescolare tecniche diverse per esprimere il loro senso di appartenenza a una società spesso corrotta, malata. È sulla scia della sperimentazione, dal figurativo all’astrazione, che con segni inusuali e primitivi, la pittrice e fotografa Shura Born-Kraef, cresciuta in Indonesia e Turchia e poi sbarcata in Olanda per studiare archeologia, oggi esprime tutto il suo estro creativo seguendo una linea di ricerca che la porta a realizzare opere come “Piggybank”. A rapire il nostro sguardo è anche l’opera di Stefan Stettner con “Der heilige Sebastian” perché ci porta nel Rinascimento: un san Sebastiano riletto in chiave contemporanea. Un’arte attuale, dunque, che ha il sapore del passato e la malinconia del presente. Un mal di vivere esorcizzato grazie alla creatività di artisti che strappano al presente la memoria del passato. Un festival da conoscere, dunque, per godere non solo delle conferenze tenute alla storica università Leibniz ma anche per conoscere e respirare l’arte ad Hannover, una città che non ha nulla da invidiare a Berlino.


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BERLINO La strada di Boris Mikhailov ”Time is out of joint, photography 1966– 2011” è il titolo della personale del l’artista ucraino Boris Mikhailov, oggi considerato il maggiore fotografo di scuola sovietica sulla scena internazionale. Dopo essere stato imprigionato dal Kgb negli anni ’60 a causa delle fotografie di nudo dedicate a sua moglie, ha scelto di abbandonare la professione di ingegnere per dedicarsi alla fotografia. Uno dei temi dominanti nella sua poetica è la vita di strada e forte è la confidenza che riesce a stabilire con i protagonisti dei suoi scatti. Fino al 28 maggio. Berlinische galerie, Alte Jakobstraße 124-128, Berlino. Info: www.berlinisc hegalerie.de

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HONG KONG Gilbert & George inaugurano la nuova sede della White cube Inaugura con la mostra ”London pictures” del duo Gilbert & George la nuova prestigiosa sede a Hong Kong della galleria londinese White cube. Fin dagli esordi, tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta, il duo inglese ama provocare e scuotere sia la critica che l’opinione pubblica, anticipando di gran lunga tutta la generazione degli ”Young British artists”. In queste ultime opere, molte esposte per la prima volta, Londra e le metropoli tornano protagoniste. Fino al 5 maggio. White cube, 50 Connaught road central, Hong Kong. Info: www.whitecube.com

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Il debutto di Keith Haring

Le sperimentazioni dei Kraftwerk

Keith Haring: 1978–1982, a cura di Raphaela Platow, è la personale dedicata all’artista statunitense, tra i grandi esponenti della ”street art”, che racconta i suoi primi anni trascorsi alla scoperta di New York. Haring giunge nella Grande mela nel 1978 per iscriversi alla ”School of visual art”. La ricca mostra espone 150 lavori su carta, numerosi video, e oltre 150 tra locandine, manifesti e oggetti dell’artista scomparso nel 1990. Fino all’8 luglio. Brooklyn museum, 200 Eastern parkway, New York. Info: www.brooklynmuseum.org

Per otto lunghe notti, tante quanti sono gli album realizzati dal collettivo, il Moma ospita le ”performance” del gruppo elettronico dei Kraftwerk, la cui musica è protagonista di uno speciale evento. Lo spettacolo a cura di Klaus Biesenbach, a metà tra installazione e concerto, ripercorre la carriera musicale e artistica del gruppo tedesco pioniere della musica elettronica. Immagini e giochi di luce guidati dagli inconfondibili e sperimentali suoni dei quattro veterani artisti. Per primi, inoltre, hanno usato la ”computer graphic” per le immagini giganti che scorrono alle loro spalle durante i concerti. Dal 10 al 17 aprile. Museum of modern art, New York. Info: www.moma.org

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PARIGI Le creature di Tim Burton

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La celebre mostra su Tim Burton ospitata in passato dal Moma di New York si trasferisce per la prima volta in un’altra città. Arrivano, infatti, a Parigi le bizzarre creature nate dall’immaginazione del regista statunitense. Ben settecento opere tra disegni, sculture, costumi, foto, modellini e qualche lavoro creato dal tenebroso artista proprio per la mostra. Il museo ospita in parallelo una retrospettiva della filmografia di Burton. Fino al 5 agosto. Cinémathèque française, rue de Bercy 51, Parigi. Info: www.cinematheque.fr

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TOKYO Le connessioni di Atsuko Tanaka ”The art of connecting” è la prima grande retrospettiva, a cura di Jonathan Watkins, dedicata ad Atsuko Tanaka (1932-2005), l’artista di Osaka fondatrice nel 1954 del gruppo Gutai che ha dato vita a una vera rivoluzione dell’arte contemporanea giapponese, con azioni e ”performance” innovative. Il lavoro di Tanaka si ispira all’elettricità: elabora e dipinge una sequenza ripetitiva di globi di luce e di colori con un’intensa trama di fili. Fino al 6 maggio. Museum of contemporary art, Tokyo. Info: www.mot-art-museum.jp

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LONDRA/2 Song Dong, oggetti di famiglia

L’eredità di Pablo Picasso

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1 Atsuko Tanaka “Electric dress” 1956 2 Song Dong “Waste not” 2011 3 Pablo Picasso “Girl before a mirror”, 1932 4 Takaschi Murakami “Welcome to Murakami ego” 2012 5 I componenti dei Kraftwerk 6 Keith Haring “Andy Mouse” 1986 7 Tim Burton locandina dell’evento 8 Boris Mikhailov “In the street” 2001-2003 9 Gilbert & George “Bleeding medals” 2008

”Picasso in Britain”, è l’esposizione a cura di Chris Stephens che celebra l’artista spagnolo, evidenziandone anche gli aspetti più forti e indimenticabili, fonte d’ispirazione per numerosi artisti inglesi dell’epoca, da David Hockney a Graham Sutherland. La Tate gallery ospita sessanta opere del pittore e scultore nato a Malaga, affiancandogli anche un’ottantina di quadri a firma dei due già citati autori inglesi. Fino al 15 luglio. Tate modern, Sumner street Bankside, Londra. Info: www.ta te. org.u k

Nelle sinuosità della Barbican gallery rivive, a cura di Robyn Hitchcock, la distesa di oggetti collezionati da Zhao Xiang Yuan, madre dell’artista cinese Song Dong che porta per la prima volta in Europa l’installazione monumentale ”Waste not”. Dong, nato a Pechino nel 1966, espone in galleria più di diecimila oggetti, testimoni di una raccolta avvenuta in più di cinque decadi nella casa di famiglia. Fino al 12 giugno. The Curve. Barbican centre, Londra. Info: www.barbican. org. uk

QATAR Murakami Massim iliano Gioni è il curatore della prima mostra di Takashi Murakami in Medio Oriente. Murakami ego, questo il titolo della retrospettiva, presenta una settantina di opere dell’artista giapponese e si apre con un gigantesco pupazzo gonfiabile di sei metri che rappresenta lo stesso fantasioso art ista. Spic ca inoltre Arhat , un dipinto lungo cento metri e composto da cento pannelli in c u i viene rappresentata la forza oscura della natura. Fino al 2 4 giu gno. Museo di arte islamic a di Doha, Info: www. mia. org.qa

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RISPOSTE ALLA VIOLENZA Alla Biennale donna di Ferrara le arti visive raccontano la sofferenza e i temi legati alla sopraffazione sessista di SILVIA CIRELLI*

Naiza H. Khan “Armour suit for Rani of Jhansi”, 2008 Collezione privata (Londra) cortesia Rossi & Rossi Ltd A destra: Loredana Longo “Floor #5, triangle shirtwaist fire”, 2012, cortesia dell’artista

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arte è da sempre una preziosa lente d’ingrandimento con la quale scrutare e raccontare la vita sociale, in tutti i suoi decorsi, anche quelli più scomodi e inquietanti. Li fa rivivere con sfacciata prepotenza, dando immagini e parole a tragedie intime e collettive consumate nel ventre di una società sofferente. Una società che sembra non guarire mai da quei malesseri antichi, ma sempre attuali, che spingono freneticamente verso una cultura del terrore. L’uomo osserva, subisce, ma con l’arte può anche coraggiosamente testimoniare. L’urgenza impellente di mostrare i disturbi dell’umanità non è nuova al mondo delle arti visive e trova nel panorama contemporaneo una grande varietà d’espressione e d’ispirazione. Fra le molteplici spie di questo malumore quasi cronico spiccano nozioni quali la violenza e il dolore, concetti che sono entrati di diritto nel vocabolario stilistico di molti artisti e che per alcuni ne hanno addirittura contraddistinto la cifra personale. Anche se l’estetizzazione della violenza non può essere di certo considerata


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come una predisposizione di genere – in molti si sono soffermati su queste tematiche, dal famoso Ai Weiwei al giovane franco algerino Abdel Abdsessemed, per citarne solo alcuni – è doveroso rilevare come sia ampio lo scenario di figure femminili che hanno preposto la complessa sofferenza umana come scelta intellettuale predominante. L’attenzione verso la violenza contro le donne e la sopraffazione sessista sono nodi centrali della poetica femminile già dalla fine degli anni ’60, quando artiste come Sue Coe, Judy Chicago e Nancy Spero incentrarono gran parte del loro lavoro sulla lotta contro la violenza di genere. Grazie ad audaci opere dall’alto tenore provocatorio, queste protagoniste hanno rotto il silenzio della subordinazione della donna, vittima inconfessata di una sottomissione non solo consumata fra le mura domestiche, ma ormai radicata sul piano sociale. Diventate icone di una rivoluzionaria sensibilizzazione socioculturale, queste storiche interpreti hanno stilato le basi di un’autorevole denuncia che ancora oggi vede importanti testimonianze, come l’iraniana Shirin Neshat, la fotografa statu-

nitense Nan Goldin, la turca Nil Yalter o la pakistana Naiza H. Khan, portavoce di un’emarginazione che purtroppo vede il Pakistan ai primi posti per l’aumento di crimini contro le donne, come la terrificante pratica dello sfregio con l’acido. Nonostante l’evidente interesse per questioni di stampo femminista, sarebbe sbagliato credere che la pratica artistica femminile sia ridotta alla sola violenza di genere. La narrazione del dolore e della coercizione viene infatti sviscerata nelle sue molteplici e differenti accezioni, intreccio di disagi anche politici, sociali e culturali. Il dibattito sulla violenza sociale e culturale è particolarmente sentito fra le artiste contemporanee, importanti esempi sono l’afroamericana Kara Walker, che ha caratterizzato il suo codice espressivo sulle crudeltà e barbarie del razzismo, Mona Hatoum, che si sofferma spesso sulla prevaricazione della società sull’individuo, e Cindy Sherman che invece propone soggetti miseramente ridotti a riproduzioni seriali, vittime di una sfrenata industria culturale. Coraggiosi attacchi contro le ingiustizie politiche e gli abusi di vertici governativi con-

taminati vengono poi svelati nelle intense opere della colombiana Doris Salcedo, della giovane sudafricana Nandipha Mntambo o di Regina José Galindo, simbolo delle dure proteste contro le sanguinose dittature militari del Guatemala e della pericolosa violenza di radice politica, purtroppo ancora presente in molti angoli del mondo. Numerose voci femminili s’incontrano anche nella comune denuncia di macabri conflitti presenti e passati, dove artiste come l’afgana Lida Abdul, la palestinese Emily Jacir, la stessa Marina Abramovic e la celebre Valie Export richiamano l’attenzione sull’esplicito orrore della guerra e sulle ferite incurabili che lascia dietro di sé. Violenze urlate e taciute, visibili e invisibili, ignorate e perdonate. In bilico fra rabbia e coraggio, l’arte urla la propria voglia di testimoniare, risponde alle guerre fisiche e mentali con una forza che, seppur intrappolata, continua a garantire l’immortalità della speranza, lasciando un’eredità tanto preziosa, quanto indispensabile. *critica, curatrice della Biennale donna


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DONNE: LA FERITA COME CULTURA È caduto il distinguo tra i sessi ma chi si ribella è sempre destinato all’isolamento e al sacrificio di CARLA SANGUINETI*

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el 1965 Franca Viola, in Sicilia, rifiutò il matrimonio riparatore con il suo stupratore; difesa da Franca Lagostena Bassi, al processo, ottenne la condanna per l’uomo. Da allora il movimento delle donne conobbe, negli anni ’70 e ’80, una crescita di consapevolezza straordinaria. Ci furono le civilissime discussioni, per tutto il paese, intorno ai temi del divorzio e dell’aborto, del lavoro e dell’educazione dei figli, della partecipazione alla vita sociale e politica Intensa era l’attività per una cultura in difesa della pace: si creavano centri e associazioni, si organizzavano manifestazioni ovunque si giudicasse di dover intervenire. Prima che lo scoppio della guerra nella ex Jugoslavia arrivasse come una pugnalata nel cuore dell’Europa, proprio come nel 1914, avevamo davvero sperato di poter creare strutture forti contro la guerra e la violenza. Molte di noi avevano ben chiara la connessione violenza subita e violenza riproposta. In un Centro donna della provincia della Spezia decidemmo di stampare, dal 1980 in poi, una collana editoriale La ferita e l’arma, edita dal Centro internazionale della grafica di

Venezia, che studiava l’identità maschile e femminile nella storia in relazione alla guerra e alla violenza. I volumi tentarono una risposta all’eterna domanda: da dove viene la violenza sulle donne? Perché gli uomini stuprano? Fu chiaro a tutte noi che lo stupro nasce con la guerra, prima della storia, e continua poi in epoca storica, e cambia modalità, di epoca in epoca, e si ripresenta come un raptus anche in situazioni non belliche. Come dimostrano le stragi di studenti impazziti nelle scuole americane o i delitti dei reduci, o gli stupri di branco in tutto il mondo. L’uomo guerriero, lo scienziato pianificatore di stragi, il politico servo di gruppi economici che vivono sulla miseria o sulla morte degli altri, i compratori e venditori di corpi, sia con tratte criminali che con l’esposizione mediatica, sono realtà umane su cui non riflettiamo mai abbastanza. Eppure non solo esistono ma vengono continuamente ricreati con opportuni addestramenti all’interno di una cultura come la nostra che continua a vivere sulla guerra come motore economico. Leroi Gourhan ha infatti parlato di due culture contrapposte e complementari; la cultura maschile o dell’arma, e la cultura

femminile o della ferita, dal momento che nelle grandi raffigurazioni preistoriche l’uomo e la virilità appaiono sempre rappresentate con un corredo di armi, mentre la donna e la femminilità sono sempre accompagnate da segni ambivalenti, leggibili sia come segni di fecondità, vagina-vulva, sia come segni di morte-ferita. Le civiltà che escono dalla preistoria sono guerresche e le loro armate trionfano su tutte le aggregazioni sociali pacifiche che pure esistevano; la guerra e la rapina diventano il motore dell’economia, il terreno da cui germinano istituzioni e ruoli; e i maschi vengono talmente asserviti alla macchina bellica da perdere ogni identità che non sia violenta. La femminilità si definisce in relazione alla violenza subita e alla guerra. Il sacrificio di Ifigenia, la bimba che il padre sceglie di uccidere pur di non rinunciare al comando di una ingiusta spedizione di guerra, compare, in Omero, all’inizio della storia. Ed esprime, appunto, la convinzione che la guerra è una scelta criminale, dettata dalla volontà di alcuni uomini o popoli, di distruggere e uccidere, violentare e asservire altri, e al tempo stesso assimila l'immagine della bimba che il padre uccide, alla ferita,


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al sangue, al sacrificio utile per il potere. Nei miti e nelle fiabe, i popoli delle civiltà mediterranee piangono il proprio destino di guerra in cui lo stupro è premio e miraggio. E al tempo stesso sognano, ricordano, antiche civiltà di pace sconfitte. Gli uomini che si ribellano sono combattuti e destinati alla sconfitta, anche se assurgono poi a immagini eroiche o divine. La vita delle donne vale in quanto generatrici di maschi: e deve consumarsi nella serie interminabile dei parti. Abortire è sempre proibito, anche di fronte al rischio di morte. Il sangue delle mestruazioni, del parto, del puerperio, delle emorragie sue e dei suoi figli sui campi di battaglia, con il suo corredo di riti e di tabù, connota la femminilità e la assimila in modo pregnante all’immagine della ferita. Non c’è via di scampo: il successo di tante donne all’ombra del potere, le compromissioni in nome del denaro, il servilismo con le sue possibilità di rivalsa dispotica su altre donne, sono solo un aspetto, quello dorato, della servitù. La rassegnazione è l’unica via possibile, proposta come virtù, e l’autolesionismo ne è la risultante più vistosa. In ogni caso, la ribellione è destinata alla condanna sociale e alla sconfitta. Si pensi alle streghe,

ai milioni di donne analfabete e incapaci di difendersi, bruciate perché non avevano voluto, o saputo, introiettare completamente la religione e la virtù di stato. Compenso alla condizione di schiava era la delega all’elaborazione del lutto, al pianto lungo, consolatorio, liberatore, e il ruolo gratificante di moglie o madre di caduti. Questo il destino della donna in tutte le civiltà del passato e in gran parte di quelle attuali. Solo nei paesi industriali, in una cultura planetaria, i ruoli del maschio e della femmina oggi quasi coincidono. Sono infatti necessari individui colti, duttili, dinamici, sempre meno prolifici perché sempre più tesi ad ammassare energie e risorse; non schiavi, apparentemente liberi di mostrare la felicità dell’essere ricchi, capaci di trasformarsi in soldati killer a comando o in donne conigliette al servizio della chirurgia estetica. Impediti solo a percorrere le vie giuste per edificare una società pacificata. È caduta la necessità di mantenere la distinzione tra i sessi ma i ribelli sono destinati all’isolamento o al sacrificio, dentro agli schemi di una cultura della ferita. *artista e scrittrice

LA MOSTRA Biennale donna Dal 22 aprile al 10 giugno il Padiglione d’arte contemporanea di Ferrara (corso Porta Mare 5) ospita la collettiva ”Violence”, l’arte interpreta la violenza, scelta per la XV edizione della Biennale donna e organizzata dall’Udi – Unione donne in Italia e dalle gallerie d’arte moderna e contemporanea di Ferrara. La Biennale si prefigge il compito di esplorare tematiche legate a problemi socioculturali, identitari, comportamentali e geopolitici, interpretati grazie all’acuta creatività di alcune delle più note voci femminili dell’arte contemporanea. Curata da Lola Bonora e Silvia Cirelli, l’esposizione propone i lavori di: Valie Export, Regina José Galindo, Loredana Longo, Naiza H. Khan, Yoko Ono, Lydia Schouten e Nancy Spero. Info: www.artecultura.fe.it

A sinistra: Regina José Galindo, Peso, 2006 Santo Domingo Repubblica Domenicana cortesia Prometeo gallery Milano/Lucca


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UN PASSAGGIO TRA LE FASI DELL’ESISTERE Macro, prima monografica dedicata a Tirelli a cura del direttore del museo capitolino di BARTOLOMEO PIETROMARCHI*

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ll’interno dei due padiglioni dell’ex Mattatoio, il Macro presenta la prima grande monografica a Roma dedicata a Marco Tirelli, co-organizzata dal Musée de Saint Étienne Métropole, che la ospiterà nel 2013. All’interno di un percorso in costante evoluzione, la mostra si propone come un momento di riflessione sugli sviluppi più recenti del lavoro dell’artista, in cui si manifesta una sintesi matura delle tematiche affrontate nel corso della sua carriera, insieme a una rinnovata capacità di sintesi e a una raffinata tendenza all’essenzialità. Circa una ventina di tele inedite, realizzate per l’occasione tra il 2011 e l’inizio del 2012, costituisce un corpus coerente, ripartito tra i padiglioni A e B a dare corpo a un dialogo tra due ambienti dalle atmosfere e temperature estremamente differenti. Da una parte, in un allestimento ordinato e razionale, sono raccolte le opere in cui è più evidente il processo di registrazione di dati reali, distillati tramite un complesso procedimento intellettuale ma comunque ben riconoscibili. Sulla superficie della tela, concepita da sempre come apertura su una dimensione virtuale e punto di contatto tra spazio reale e spazio potenziale, Tirelli materializza forme geometriche pure, elementi monumentali e strutture architettoniche, trasformandole in apparizioni pulviscolari colte nel pieno di un crescendo luminoso. Per il secondo padiglione, l’artista ha concepito una vera e propria installazione ambientale modellata sulle caratteristiche del contesto architettonico che la ospita e volta a creare uno spazio chiuso e raccolto, palcoscenico ideale per la messa in scena di un “teatro della memoria”. Al suo interno, un nucleo di tele che spaziano dalla piena monocromia del bianco e del nero – estremi opposti della percezione – per esplorare una gamma potenzialmente infinita di suggestioni giocate sul rapporto tra luce e visione. All’interno di questo particolare percorso espositivo, il pubblico ha modo di assistere a quello che Tirelli definisce un “passaggio tra le fasi del suo esistere”, reso concreto da una serie di opere che riescono nel tentativo di elencare il manifestarsi della realtà nelle sue innumerevoli possibilità, e che proprio nel rapporto privilegiato con lo sguardo dell’osservatore trovano il loro principio fondante. *direttore del Macro

I LAVORI REALIZZATI RIESCONO NEL TENTATIVO DI ELENCARE IL MANIFESTARSI DELLA REALTÀ NELLE SUE INNUMEREVOLI POSSIBILITÀ

Bartolomeo Pietromarchi foto Manuela Giusto In alto: un’immagine del Macro A destra: Marco Tirelli foto Valentina Larussa e accanto Senza titolo, 2012 cortesia dell’artista


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GLI OGGETTI IMMAGINABILI L’artista romano protagonista alla Pelanda: «Nella spazio più bello della capitale opere frutto di un processo di riduzione» di MARIA LETIZIA BIXIO

uella di Marco Tirelli per il Macro Testaccio non è solo una personale, ma una prova di forza superata con successo. In cinque mesi di durissimo lavoro, dalle otto di mattina a mezzanotte nell’ultimo piano dello storico studio di via degli Ausoni a Roma, l’artista romano, classe 1956, ha portato a termine la creazione di 26 opere di grande formato pensate appositamente per i due padiglioni dell’ex mattatoio. «Non ho voluto riempire quei grandi spazi con i miei lavori passati, le antologiche le lascio a chi ha più di 90 anni – dichiara Tirelli guardando la piantina dell’area A e B dello spazio espositivo capitolino – in quel luogo, che a mio avviso è la

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dimensione espositiva più bella di Roma, a dispetto di altre sedi, trofei dell’architettura contemporanea, dove però le opere tendono a perdersi, ho disposto i miei lavori lasciando che si approprino ciascuno di un antro, poi scoperto dalle prospettive scelte dallo spettatore». La pittura di Tirelli svela l’ambiguità della superficie, tradisce l’occhio, come del resto la pittura in generale, che «secondo Dürer – dice l’artista – è un per-spicere, guardare attraverso». Ma qual è il senso delle geometrie rappresentate? «La geometria è solo il mezzo che mi consente di sintetizzare l’immagine, è lo strumento per arrivare all’essenza della forma; l’oggetto riprodotto è come una goccia di un prezioso distillato al termine di un lungo

processo di riduzione. Nella mia mente si rappresentano le infinite ipotesi oggettuali, ognuna con la sua storia, caricata di significati mutanti a seconda dell’interazione dell’oggetto nei diversi contesti possibili e nelle sue relazioni con lo spazio; quello che riproduco è un oggetto ridotto all’osso, che però rimanda alla pluralità degli immaginabili». Per leggere Tirelli occorre dimenticare il minimalismo e la mera funzione utilitaristica dell’oggetto recuperando, piuttosto, un’analisi platonica delle cose, dove ciò che resta è il simbolo, nell’accezione più aperta alla molteplicità di sensi e significati profondi. l’intervista integrale su www.insideart.eu


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MACRO CITTÀ APERTA Un ricco programma espositivo Nuova sfida per il neodirettore MARCO TIRELLI Opere inedite Attivo dalla fine degli anni Settanta, Marco Tirelli è oggi uno dei più apprezzati artisti italiani. La sua pittura, fin dagli esordi a Roma nel gruppo di San Lorenzo, è frutto di un complesso processo intellettuale che, partendo dalla registrazione di dati reali, arriva a distillare forme pure e allusioni spaziali e luminose. I due padiglioni di Macro Testaccio ospitano circa 25 opere incentrate sul tema della luce e della forma. La mostra è a cura di Bartolomeo Pietromarchi. Fino al 13 maggio.

MARCELLO MALOBERTI “Blitz” Marcello Maloberti ha ideato per il grande spazio bianco della sala Enel due azioni in cui si confrontano e intrecciano in modo spettacolare energia fisica e immaginazione, resistenza e velocità, ordine e disordine. Due installazioni animate dalla presenza di ”performer” completano la mostra, a cura di Bartolomeo Pietromarchi e Stefano Chiodi, che è la più complessa e ambiziosa tra quelle sin qui realizzate dall’artista. Fino al 6 maggio.

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er il Macro, Bartolomeo Pietromarchi è in campo, alla battuta del suo secondo set, per una nuova strategia di gioco che mira a trasformare lo spazio in un luogo aperto a scambi e dialoghi con altri musei, professionisti, fondazioni. “Roma città aperta” potrebbe essere lo slogan di un’istituzione, quale il Macro, che sta puntando a divenire vero e proprio riferimento della cultura artistica capitolina. Una primavera impegnativa per le due sedi che alternano ai numerosi eventi della sezione Macro live, i progetti di Macro lab e le esposizioni dell’area Macro expo. La “lab” novità vede la realizzazione di quattro studi, ricavati al secondo piano dell’ala storica del museo, assegnati come residenze ad artisti italiani e stranieri. I primi ospiti sono: Carola Bonfili, Graham Hudson, Luigi Presicce, Ishmael Randall-Week. La loro permanenza tra le mura di via Nizza sarà interrotta da momenti di visita da parte del pubblico, al fine di stimolare un costruttivo confronto. Sempre per Macro “lab”, un ospite d’eccezione, noto per le sue ricerche in ambito di “new media”, ha invaso il tetto dell’auditorium – denominato Area – con nuove tecnologie: Macro Eo (“electronic orphanage”) è la terrazza a firma di Miltos Manetas. A Testaccio, largo ai giovani ricercatori e agli studiosi al “project archive”, luogo dove attingere a documenti, dossier e dati. Quanto al programma espositivo, la sala Enel accoglie Sic transit gloria mundi, suggestiva monografica di Mircea Cantor, affiancata dal Blitz di Marcello Maloberti, mix di energia e dinamismo istallativo. Infine, oltre ai percorsi dedicati alla collezione Berlingeri e alla “project room” omaggio a Vettor Pisani, il Macro Testaccio ospita la prima monografica dedicata a Marco Tirelli. E intanto, al via la fondazione con 1,5 milioni di euro. Macro, via Nizza 138, Macro Testaccio, piazza Giustiniani 4, Roma. Info: 060608, www.macro.roma.museum Maria Letizia Bixio

MIRCEA CANTOR Sic transit gloria mundi La mostra, prima personale in un museo italiano di Mircea Cantor, a cura di Bartolomeo Pietromarchi e Stefano Chiodi, presenta opere appositamente concepite per il Macro. Il titolo, il motto latino Sic transit gloria mundi, fornisce un indizio sui temi esplorati dall’artista – la bellezza, il tempo, la vita e la morte – e del carattere dei lavori, in cui si mescolano, come in un’antica rappresentazione allegorica, sacro e profano, serietà e ironia. Fino al 6 maggio.

VETTOR PISANI Un omaggio La mostra omaggio a Vettor Pisani, a cura di Bartolomeo Pietromarchi e Stefano Chiodi, dedicata all’artista a pochi mesi dalla scomparsa, ripropone i lavori che lo imposero all’attenzione internazionale tra il 1970 e il 1980, dando rilievo alla collaborazione con Michelangelo Pistoletto con opere esposte nel 1971 alla galleria Sperone a Torino. Completa l’esposizione una serie di fotografie di Claudio Abate ed Elisabetta Catalano. Fino al 2 settembre.


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LA POETICA FRAGILITÀ DI UNA CAMICIA MOSSA DAL VENTO I SUOI ABITI, UTILIZZATI PER RICORDARE IL PADRE SCOMPARSO, ORA SEMBRANO LÌ A RACCONTARE UNA MEMORIA COLLETTIVA, UNO IATO TRA CIÒ CHE SI VEDE E CIÒ CHE È DENTRO OGNUNO DI NOI

di SABRINA VEDOVOTTO (CRITICA D’ARTE)

LE MOSTRE Da Maramotti al Maxxi Duplice appuntamento con Kaarina Kaikkonen ad aprile: prosegue fino al 15 del mese la personale alla collezione Maramotti di Reggio www.colleEmilia (w zionemaramotti.org); il giorno precedente viene inaugurata al Maxxi di Roma l’installazione ad hoc: fino al 15 luglio; www.fondazionemaxxi.it

Kaarina Kaikkonen “Are we still going on?” 2012 cortesia Dario Lasagni e collezione Maramotti

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aarina Kaikkonen, artista finlandese, ama realizzare le sue installazioni in luoghi particolari, ma in qualche modo vicini alle sue opere. L’ingresso all’ex fabbrica di abbigliamento Max Mara a Reggio Emilia è quanto di meglio potesse sperare di trovare per ricreare la carena di una barca, una poppa e una prua che si solleticano, fatta di tante, tantissime camicie. Un’installazione che segue la struttura che la ospita, catene orizzontali in cemento armato che collegano pilastri, che sembrano far parte del lavoro. Un lavoro potente ma delicato che racconta tanto solo attraverso il cotone delle camicie, colori tenui ma decisamente divisi in toni maschili e femminili, a evocare due mondi paralleli ma distanti. Uno di fronte l’altro. Il lavoro dell’artista emoziona lo spettatore che grazie a una sorta di corridoio si trova posto al centro dell’installazione e ne vede la poppa e la prua, il maschile e il femminile, appunto. Camicie che si toccano, una inscindibilmente legata all’altra in un unico, grande abbraccio. La collezione Maramotti presenta un lavoro dell’artista dalle caratteristiche peculiari, eppure diverse da tutti gli altri lavori del passato anche recente, e l’attesa in fila per poterlo vedere ne sottolinea la forza ma allo stesso tempo la fragilità installativa. I suoi abiti, utilizzati la prima volta per ricordare il padre scomparso precocemente, ora sembrano essere

lì a raccontare una memoria collettiva, uno iato tra ciò che si vede e ciò che è invece dentro ognuno di noi. E ciò che si vede è esattamente quello che ti aspetteresti da un’artista come lei, dall’aspetto fragile ma composto, serio ma evanescente. L’opera così allestita permette al fruitore una vera e propria presa di coscienza della forza installativa e della poetica fragilità, che sono lì, a disposizione di chiunque ne voglia prendere. L’artista, oltre all’opera alla collezione Maramotti di Reggio Emilia, ha realizzato una personale nella galleria romana Z2O, conclusa il 31 marzo, e in questo mese presenta un’installazione nella piazza del Maxxi. Nel museo romano l’artista crea un lavoro “site specific”, questa volta all’aperto, dal titolo “Towards tomorrow”. Una grande vela che si muove col vento e mette a confronto in un ideale dialogo il vuoto della sua evanescenza con il pieno del museo. I materiali utilizzati, ancora una volta vestiti, sono anche per questa occasione dei vestiti di bambini, recuperati con un grande progetto educativo di raccolta fra le famiglie del quartiere Flaminio, dove appunto si trova il Maxxi. In occasione della presentazione dell’opera, sabato 14 aprile, viene anche organizzata una festa nella piazza del museo che vede l’incontro fra le famiglie e l’artista in occasione di un “workshop” in cui la Kaikkonen condividerà con il pubblico il suo progetto.


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a cura di SILVIA NOVELLI

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TORINO/1 “Strangers” La mostra ”Strangers”, a cura di Riccardo Passoni, oltre a offrire l’opportunità di scoprire un importante segmento per lo più sconosciuto della ricca collezione del museo, permette di approfondire la storia della politica di acquisizioni, in questo caso di arte straniera, che negli anni ha permesso di annoverare la Gam tra i primi musei d’arte moderna e contemporanea in Italia e tra i più conosciuti in Europa. Fino al 10 giugno, Galleria civica d’arte moderna e contemporanea, via Magenta 31, Torino. Info: 0114429518; www.gamtorino.it

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GENOVA

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TORINO/2 Etienne De France

Lucas, Giacomelli e Ninfa

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1 Angela Loveday “Biltmore”, 2011 cortesia dell’artista e di mc2 gallery 2 Antony Gormley “Space station” 2007 foto Oak Taylor-Smith 3 Evan Penny con Aerial #2, 2006 4 Salvador Dalì immagine dell’artista per la locandina della mostra 5 Bruno Donzelli Dal casellario dell’arte, 1978 6 Urs Fischer “Untitled”, 2010 cortesia The Brant foundation, e dell’artista foto Mats Nordman 7 Uliano Lucas Immigrazione a Milano, 1968 8 Roy Lichtenstein “Sweet dreams, baby!”, 1965 9 Etienne De France “Tales of a sea cow” 2012

Tre grandi mostre fotografiche caratterizzano la primavera di palazzo Ducale a Genova. Fino al 29 aprile Storie africane, gli scatti di Pino Ninfa in Sudan, e Uliano Lucas con Migrazioni, il lungo viaggio: circa 70 fotografie di uno dei più grandi fotoreporter italiani, il racconto per immagini delle grandi migrazioni al Nord degli anni ‘50/60. Dal 28 aprile al 19 agosto va in scena Mario Giacomelli, un maestro della fotografia del Novecento. Palazzo Ducale, piazza Matteotti 9, Genova. Info: 0105574071; www.palazzoducale.genova.it

Narrazione di un’avventura ma anche esercizio di metodologia, il progetto multimediale dell’artista Etienne De France (Parigi, 1984) intreccia realtà e finzione, cercando e creando le tracce di un mondo virtuale ma possibile, un verosimile altrove, specchio e metafora del reale. La mostra, dal titolo ”Tales of a sea cow”, è a cura di Annick Bureaud. Fino al 24 giugno, Pav-Parco arte vivente, via Giordano Bruno 31, Torino. Info: 0 1 1 31 8 2 2 35; www.parc oartevivente.it

VENEZIA Urs Fischer La mostra dedicata a Urs Fischer inaugura una serie di monografiche dedicate ai più importanti artisti contemporanei che saranno presentate a palazzo Grassi in alternanza e complementarietà con le mostre tematiche della collezione. Ideata da Urs Fischer e Caroline Bourgeois espressamente per gli spazi di Palazzo Grassi, la mostra raccoglie una trentina di opere dell’artista e comprende lavori provenienti da collezioni internazionali, realizzati a partire dagli anni ’90 sino a oggi, e alcune nuove produzioni. La mostra è accompagnata da una pubblicazione curata dall’artista e un programma di film da lui selezionati. Dal 15 aprile al 15 luglio, palazzo Grassi, Campo San Samuele 3231, Venezia. Info: 0424600458; www.palazzograssi.it 6


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MILANO “Photo festival” Giunge alla sesta edizione ”Photo festival”, l’importante circuito espositivo esclusivamente dedicato al medium fotografico, che per più di un mese (dal 3 aprile al 12 maggio) coinvolge le più importanti gallerie d’arte e gli spazi espositivi di Milano, attraverso un percorso di mostre storiche e contemporanee. L’evento attraversa capillarmente tutta la città, con iniziative di grande qualità, sicuro fascino ed estrema varietà, regalando un programma espositivo che conta oltre 50 appuntamenti che spaziano tra la proposta sia di autori già affermati che di talenti emergenti. Info: www.photofestival.it

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SAN GIMIGNANO “Vessel” di Antony Gormley

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Con le sue esplorazioni del corpo, dello spazio e del tempo, Antony Gormley, sottoponendo a una continua indagine l’ambiente, la forma e le emozioni, non manca di metterne in evidenza le discordanze. Con la mostra, dal titolo ”Vessel”, in una sequenza di dodici nuove opere, lo scultore inglese articola le tensioni e le convergenze esistenti tra l’animale uomo e il suo habitat. Dal 28 aprile al 20 agosto, galleria Continua, via del Castello 11, San Gimignano (Siena). Info: 0577943134; www.galleriacontinua.com

ROMA

CATANZARO

Salvador Dalì

Realismo dell’inganno

Dopo quasi sessanta anni dall’ultima retrospettiva, ritorna nella capitale una grande esposizione dedicata a Salvador Dalì, uno degli artisti più celebri di tutti i tempi. La mostra, attraverso oli, disegni, documenti, fotografie, filmati, lettere, oggetti, vuole tessere il filo tra l’artista e il genio per restituire a tutto tondo il Dalì che ha saputo creare un universo affascinante e suggestivo di immagini plastiche e letterarie davvero uniche. Fino al primo luglio, complesso del Vittoriano, via San Pietro in Carcere, Roma. Info: 066780664

Il Marca di Catanzaro ospita, dal 21 aprile, la prima mostra in Italia di Evan Penny, tra i maggiori interpreti dell’arte plastica contemporanea, da titolo Realismo dell’inganno. Presentate oltre 40 sculture accompagnate da una selezione di disegni e stampe fotografiche. I lavori sono in silicone, resina e bronzo e molti di essi hanno una dimensione monumentale. Fino al 15 luglio, Marca, via Alessandro Turco 63, Catanzaro. Info: 0961746797; www.museomarca.info

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NAPOLI Bruno Donzelli

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Inaugura il 14 aprile negli spazi del Palazzo delle arti di Napoli un’antologica di Bruno Donzelli, a cura di Enzo Battarra. L’esposizione presenta 45 opere, tra le più significative realizzate tra il 1964 e il 2012, dell’artista napoletano, conosciuto per il suo segno pittorico e cromatico, quasi da graffitista. Donzelli crea un universo espressivo fatto di audaci commistioni, utilizzando un linguaggio pittorico ironico e dissacrante. Fino al 6 maggio, Pan, via dei Mille 60, Napoli. Info: 0817958608; www.palazzoartinapoli.net

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UNA STORIA NELL’ALTRA Mag, museo Alto Garda, e i suoi due spazi, dal Paleolitico al contemporaneo di FRANCESCO ANGELUCCI

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isitare una delle due sedi del Mag significa vivere una storia dentro l’altra. Camminare fra corridoi secolari e osservare opere che coprono un arco temporale vastissimo, dal Paleolitico al contemporaneo. Entrare nel Mag significa vivere il territorio sul quale è costruito, scoprirne il paesaggio, l’interpretazione che di questo danno i vari artisti e i modi in cui lo stesso è stato vissuto e adattato. Le due sedi della struttura, un museo e una galleria, permettono di passare dall’arte moderna a quella contemporanea senza perdere il filo rosso del territorio che passa e unisce le varie espressioni. È una storia che parte da lontano e che non ha nessuna intenzione di fermarsi adesso. Giovanni Pellegrini, responsabile del museo Riva del Garda, così risponde quando raggiunto al telefono gli chiediamo di raccontarci la storia delle due strutture che compongono il Mag. «Il museo nasce nei primi anni ‘50 con la precisa volontà dell’amministrazione comunale di dotare la città di un’importante istituzione culturale. La sede scelta è Rocca di Riva del Garda, antico castello medievale a specchio sul lago, dove sono custoditi preziosi documenti storici e artistici che raccontano i luoghi e le genti del territorio. La storia della fortezza risale al XII secolo e fra conquiste straniere e riprese assume l’attuale struttura tipica degli edifici fortificati. Le torri angolari incorniciano la rocca e regalano una vista aperta sul lago sottostante, una corte interna suggerisce atmosfere antiche. La strut-

tura è posizionata nel centro storico, circondata da un canale, superabile da un ponte e accoglie i suoi visitatori nella corte dell’antica fortezza, con tanto di parco affacciato sul lago. È fra queste pareti, in questi corridoi che al visitatore viene offerta l’intera collezione. La galleria civica di Arco ha, invece, una storia più recente ed è legata alla volontà dell’amministratore della città di ricordare la figura dell’artista Giovanni Segantini, nato proprio fra queste mura. La galleria, infatti, realizzata sul finire degli anni ‘90, porta il nome del famoso pittore italiano. Lo spazio espositivo è ospitato dal seicentesco palazzo dei Panni, edificato da Giovambattista d’Arco. Alla fine del Settecento nell’architettura fu collocato un lanificio e da allora la costruzione porta questo nome. Situata nel centro storico, nel cuore della città di Arco, la galleria offre una serie di eventi espositivi dedicati all’arte contemporanea». Precisamente, quindi, di cosa si occupano le due sedi e qual è, se c’è, il legame tra di loro? «Il museo Riva del Garda si occupa della conservazione e valorizzazione del patrimonio storico e artistico del territorio. I percorsi espositivi permanenti conservano importanti documenti e reperti fortemente legati alla zona dell’alto Garda. Tre sono le sedi della struttura che coprono un periodo storico dal medio paleolitico ai pittori ottocenteschi. Si possono incontrare resti di antiche zone di culto pagano e reperti funebri, godere


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A destra: la galleria Segantini con, sotto, la planimetria In basso: planimetria del museo Riva del Garda e un esterno A sinistra: vista dal mastio della rocca

PIANO TERRA

PRIMO PIANO

SECONDO PIANO

TERZO PIANO

LA SEDE Fra storia e attualità Il Mag è composto da due sedi separate e con vocazioni diverse. La sede di Riva del Garda ha tre collezioni permanenti su quattro piani: la pinacoteca, una sezione storica e una archeologica. Un percorso dedicato ai bambini e mostre temporanee completano l’offerta della sede diretta da Monica Ronchini. Riva del Garda vanta, inoltre, una storica struttura, è costruito sulla rocca, architettura fortificata risalente al 1124 e rimasta intatta nella sua imponenza. La seconda sede si trova ad Arco, dove il palazzo dei Panni ospita la galleria Giovanni Segantini, diretta da Giovanna Nicoletti e votata all’arte contemporanea. Eventi espositivi e proposte didattiche hanno come scopo il territorio inteso come memoria. L’intento è quello di rileggere la storia e la contemporaneità attraverso il paesaggio. Giovanni Pellegrini è il responsabile organizzativo del Mag nelle sue due sedi. Museo, piazza Cesare Battisti 3, Riva del Garda. Galleria, via Giovanni Segantini 9, Arco. Info: 0464573869; www.museoaltogarda.it


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LA MOSTRA Roberto Floreani Decorazione e movimento, astrazione e spiritualità sono i temi che caratterizzano la mostra di Roberto Floreani. Sala dopo sala le grandi tele dell’artista riempiono e definiscono gli spazi della galleria. Grandi cerchi concentrici, ovali e rettangoli coprono le sue tele. Il pittore non fa fatica a confessare la sua formazione futurista compiuta sulle opere di Balla e Boccioni. Nelle sue tele la profondità non esiste, la prospettiva è assente, un solo piano è l’unica soluzione per il suo operato. L’esposizione si conclude il 10 giugno con una ”performance” dello stesso artista in perfetto stile futurista. A seguire, la mostra del pittore Umberto Maganzini. Sopra: Roberto Floreani XIV Alchemico In alto a sinistra: Le sale della galleria Giovanni Segantini con le opere di Federico Pietrella e Roberto Floreani

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Subito a sinistra: Sala archeologica del Mag

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LA COLLEZIONE PERMANENTE Alcune opere Maffeo Olivieri (1) Pietà, s. d.

Pietro Ricci (2) Ultima cena, 1644-1645

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Francesco Hayez (3) ritratto di Clara Maffei, 1845

Statue e stele (4) età del Rame

della pinacoteca che illustra, secolo dopo secolo, l’evolversi della cultura figurativa in area gardesana, documentandone la peculiarità. E ancora mappe geografiche, topografie e planimetrie testimoniano l’evolversi e la storia del territorio lombardo. A questa collezione permanente si affianca una programmazione temporale che sulla prima si fonda e si ispira. Anche la galleria civica è dotata di più progetti, legati, invece, all’arte contemporanea, come ad esempio quello sui maestri, volto a indagare importanti protagonisti dell’arte trentina, quale Luigi Bonazza. Un’altra iniziativa è Profili dedicato alle ultime tendenze dell'arte e ai suoi protagonisti, Federico Pietrella, Roberto Floreani, Robert Gschwantner e Roger Ballen. Il programma di quest’anno conferma questa doppia linea con una grande mostra di taglio storico dedicata a Umberto Maganzini, e altri tre eventi espositivi legati a Roberto Floreani e Koen Van der Broek. Alcune iniziative nascono come dei veri e propri “site specific”, come quella di Anna Scalfi. Anche in questo caso il territorio è tema imprescindibile sviluppato come un dialogo con partico-


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PENSIAMO A PROGETTI SPECIFICI CREDIAMO IN UM MUSEO VIVO E APERTO CHE POSSA INSEGNARE E STUPIRE QUALUNQUE VISITATORE

lare riferimento al paesaggio e alla natura. La programmazione culturale delle attività nelle due strutture è comune, il territorio è il minimo comun denominatore, luogo in cui queste due realtà sono chiamate a operare». Qual è la mostra in corso nella galleria e quale altre sono previste per quest’anno? «Le sale della galleria ora ospitano la personale di Roberto Floreani, un artista che attraverso la geometria tenta di rappresentare la natura. L’opera del pittore è legata al movimento futurista, ed è infatti con un evento ispirato alle serate di Marinetti e soci, che si concluderà la mostra con una “performance” dello stesso Floreani. Il futurismo lega il pittore a un altro artista italiano, Umberto Maganzini, e a lui sarà infatti dedicata la seconda personale di quest’anno. Maganzini è nato proprio a Riva del Garda, è stato amico di Marinetti e nelle sale della galleria verranno presentate le sue scomposizioni futuriste. La terza mostra prevista è questa volta di respiro internazionale. Sarà, infatti, Koen Van der Broek a coprire le pareti delle nostre sale. È stato scelto per la grande

capacità che ha di sottolineare dei particolari di un qualsiasi ambiente. La sua opera può essere definita uno zoom sulla realtà della quale prende dei dettagli e li reinterpreta secondo la sua personalissima visione del mondo». Cosa significa essere un museo con una programmazione del genere in un territorio come il vostro? «Per cominciare non siamo soli, esistono altre realtà che si interessano di arte contemporanea. Per lo più sono piccole gallerie che non hanno una vera e propria continuità, ma aprono solo in occasioni di mostre non tanto frequenti. L’ideale sarebbe collaborare con queste gallerie, tentare di proporre veramente qualcosa di unico e originale che rappresenti la nostra gente e il nostro territorio. Sarebbe bellissimo riuscire a superare la logica delle stesse mostre che si spostano di sede in sede. Il nostro sforzo è quello di pensare a progetti specifici che hanno un senso solo se inseriti in un luogo e in modo preciso. Crediamo in un museo vivo e aperto che possa insegnare e insieme stupire qualunque visitatore».


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Alcune immagini di repertorio di AsiloBianco Sotto: Gioberto Noro ”Civilization D-Zone #3”, 2007 cortesia Alberto Peola Arte Contemporanea

DIAMO ASILO ALLE IDEE Il piccolo borgo di Ameno diventa un museo a cielo aperto per la crescita del territorio

L’

associazione culturale Asilo bianco nasce nel 2005 ad Ameno, sul lago d’Orta in Piemonte, in provincia di Novara, dalla volontà di un gruppo di artisti: Enrica Borghi, Fausta Squatriti, Angelo Molinari sono alcuni dei fondatori del progetto, che si ritrovano a condividere un luogo – il piccolo borgo di Ameno – e un’idea. Il progetto, ambizioso e affascinante, è quello di dar vita a un vero e proprio motore di crescita culturale, radicato sul territorio tra il lago d’Orta e il lago Maggiore, aperto al dialogo, allo scambio di esperienze e attento a ogni tipo di sperimentazione artistica. Si spazia da progetti di mostre, come Duplice paesaggio, attualmente in corso fino al 3 giugno (vedi box) a convegni, come Futura, un “meeting” multidisciplinare sui grandi temi del domani (a maggio). In estate, tra i vari appuntamenti, spicca il festival Studi aperti: per tre giorni il borgo diventa un museo a cielo aperto, coinvolgendo artisti italiani e stranieri. Ogni estate inoltre prende vita il progetto Fogli e scritte, una residenza per artisti e scrittori, invitati a scrivere o realizzare un’opera d’arte. E ancora, a settembre tre giorni per Corto e fieno, un festival dedicato al cinema rurale che si propone di in-

dagare la persistenza del mondo rurale nella società contemporanea. Dal 2009 Asilo bianco gestisce inoltre lo spazio museale palazzo Tornielli (piazza Marconi 1), nel centro di Ameno, organizzando mostre temporanee e promuovendo incontri e “workshop” sui temi più stretti della contemporaneità. Enrica Borghi, artista e oggi presidente di Asilo bianco, presenta così il percorso dell’associazione: «Asilo bianco è nato con una sfida, partire da un piccolo paese – un territorio molto bello ma relativamente marginale rispetto al mondo della cultura – e riuscire a parlare il linguaggio della contemporaneità. In pochi anni Asilo bianco si è trasformato in una realtà importante nel panorama della cultura contemporanea in Piemonte e in Italia, grazie al sostegno di molti attori, ma soprattutto grazie a un quotidiano lavoro sul territorio, cercando di unire le esperienze e condividere i percorsi». Dal 2007 l’associazione è inoltre capofila del progetto Cuore verde tra due laghi, una rete nata per la promozione culturale e turistica del territorio compreso tra la sponda piemontese del lago Maggiore e il lago d’Orta, insieme a enti e associazioni locali. Info: www.asilobianco.it

LA MOSTRA Duplice paesaggio La mostra Duplice paesaggio, a cura di Giovanna Nicoletti, indaga il tema del rapporto tra l’uomo e la natura attraverso la lente dell’arte. La mostra ha una doppia valenza: invita l’arte di fine Ottocento a essere termine di riflessione e di spunto per i nuovi artisti della scena contemporanea. Da notare è poi il nuovo allestimento dello spazio museale a palazzo Tornielli, per gli interventi di ammodernamento nelle sale dedicate all’accoglienza dei visitatori. La Stanza del cuore verde – punto informativo ideato da Da-A architetti con il contributo tecnico di Sikkens – illustra le bellezze di questa area collinare tra il lago d'Orta e il lago Maggiore. Fino al 3 giugno. Info: www.museotornielli.it


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Gli spazi della nuova Et gallery in via Pomba, a Torino In basso a sinistra: il gallerista Ermanno Tedeschi

IL GALLERISTA Un attivista culturale Ermanno Tedeschi è nato a Torino il 20 settembre 1961. Laureato in giurisprudenza, è stato vicepresidente della commissione cultura del comune. Collezionista, curatore di mostre e organizzatore di eventi culturali, nel 2004 ha fondato la galleria che porta il suo nome con sedi a Torino, Milano, Roma e Tel Aviv. È membro dell’Associazione galleristi italiani, degli Amici del castello di Rivoli, della fondazione Merz di Torino e presidente della fondazione Elio Toaff di Roma.

«L’ARTE AMBASCIATRICE DI PACE» Ermanno Tedeschi cambia sede a Torino nella continuità della sua linea artistica di CHIARA CRIALESI

L

a galleria Ermanno Tedeschi ha inaugurato lo scorso gennaio la sua nuova sede torinese con la mostra di Enrico De Paris, artista storico in una galleria in continuo movimento ed espansione. Dall’originaria ubicazione in via Giulio, nei pressi del quadrilatero, si è trasferita in via Pomba, vicino al palazzo della Borsa, in pieno centro storico. «Ci spostiamo nel cuore della città, aperti al cambiamento pur nella continuità della ricerca artistica», afferma Tedeschi. Dal

17 aprile la galleria ospita per la prima volta a Torino la personale dell’artista catanese Emilia Faro, dal titolo Regole d’oro. Al centro dell’ispirazione della pittrice troviamo l’infanzia, raffigurata attraverso acquerelli e disegni. L’interesse per l’arte contemporanea da parte di Ermanno Tedeschi risiede in una passione giovanile, da quando all’età di diciassette anni ha acquistato il suo primo quadro e ha inaugurato la sua collezione. Si può dire che quel momento ha segnato simbolicamente l’inizio di un’affascinante


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GLI ARTISTI IN GALLERIA Alcune opere Riccardo Gusmaroli (1) Senza titolo, 2010 Tobia Ravà (2) Foresta alchemica azzurra, 2010 Barbara Nahmad (3) Da ultimo tango a Parigi, 1972 Robert Sagerman (4) 6644, 2010 Emilia Faro (5) ”On the chair-blue vest”, 2010 Valerio Berruti (6) Senza titolo, 2011 Kazumasa Mizokami (7) Mare dei Caraibi, 2010

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avventura nel mondo dell’arte contemporanea. «Tutto nasce da un’iniziale passione giovanile – dichiara – poi cresciuta negli anni e realizzatasi nell’apertura prima di una piccola sede a Torino poi nell’esperienza come presidente dell’associazione amici della Gam e dell’Amata, amici del museo d’arte di Tel Aviv». Il torinese Tedeschi crede da sempre fermamente nell’importanza di costruire relazioni internazionali fra artisti perché lo scambio di idee e di visioni è in grado di favorire il dialogo e, soprattutto, quel messaggio di pace che solo attraverso l’arte si può esprimere nel suo senso più pieno. Anche prima di diventare gallerista ogni tappa del percorso professionale lo ha visto impegnato per la cultura. Agli inizi della carriera ha ricoperto il ruolo di amministratore pubblico a Torino, occupandosi degli aspetti culturali e artistici della città, poi è stato per cinque anni presidente dell’associazione Amici della galleria d’arte moderna di Torino, e in seguito ha realizzato il suo sogno di aprire una sede in Israele, a Tel Aviv, in un quartiere che in italiano significa “oasi di pace”. La galleria in Italia ha tre sedi, a Roma, Milano e Torino, e una quarta in Israele, aperta nel giugno 2011 a Tel Aviv. Città molto diverse tra loro, ma nella varietà degli artisti proposti «la


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Gli interni della nuova sede di Torino della galleria Ermanno Tedeschi In basso: Emilia Faro “Do not play with electricity”, 2012

LA SEDE Un nuovo spazio Il nuovo spazio espositivo della galleria Ermanno Tedeschi a Torino, inaugurato a gennaio, si trova nel cuore del centro storico, al pianterreno di via Pomba 14, fa angolo con via Doria, vanta cinque ampie vetrine e ha un’estensione di 16 metri per 5. La galleria Ermanno Tedeschi ha anche una sede a Milano, in via santa Marta 15 (entrata da via san Maurilio) a Roma in via del portico d’Ottavia 7, e a Tel Aviv. Info: 0 11 43 699 17; www. etgallery. it

linea artistica è univoca per tutte le sedi», afferma Tedeschi che tiene a mantenere criteri di gestione comuni, perchè sono l’essenza stessa del suo concepire la galleria come uno spazio di incontro tra diverse culture. Importante nel dettare le scelte artistiche del gallerista è l’esperienza di presidenza della fondazione Elio Toaff, impegnata nella promozione della cultura ebraica, tanto è vero che i suoi spazi espositivi si caratterizzano per la costante attenzione all’arte israeliana. «Gli artisti israeliani sono accolti in Italia con grande interesse e curiosità », afferma il gallerista. «In merito alle collaborazioni avviate con istituzioni israeliane – continua – tra le iniziative più importanti ricordo la personale di Valerio Berruti al museo di Herzljia e la mostra curata da Arturo Schwarz al Tel Aviv museum sull’arte italiana. I progetti in cantiere sono numerosi ma preferisco scaramanticamente non parlarne». La libera espressione della creatività da parte dei giovani talenti che Ermanno Tedeschi scopre può offrire un grande contributo per favorire il dialogo e la risoluzione dei conflitti. «L’arte è il miglior ambasciatore per la pace», afferma il gallerista. Tedeschi è spesso promotore e ideatore di iniziative culturali anche al

LA MOSTRA Regole d’oro La galleria Ermanno Tedeschi ospita la prima personale a Torino di Emilia Faro dal titolo Regole d’oro. Attraverso una serie di acquerelli e disegni l’artista catanese sceglie il mondo dell’infanzia come elemento iconografico privilegiato per un’indagine che colga l’essenza della natura umana nella sua verità primigenia. I bambini sono raffigurati nel loro incontro col mondo adulto. Dal 17 aprile al 9 giugno.

di fuori delle sue gallerie. Infatti crede sia importante che l’arte esca da queste in modo che tutti possano avere la possibilità di vederla in altri spazi. «Il ruolo del gallerista è quello di portare gli artisti, soprattutto giovani, nei musei e all’esterno e non coltivarli solamente nel proprio circuito», afferma, animato dall’intento di non limitarsi a coltivare gli aspetti commerciali del suo lavoro, per conferire invece a ogni iniziativa un valore culturale e la portata della novità dei talenti che scopre. Ma quali sono, secondo Tedeschi, gli artisti da promuovere e quelli da riscoprire? «Non credo nelle mode nell’arte e penso che un artista debba essere riconosciuto per la valenza espressiva delle sue opere e non per le tendenze del momento». Lavorando sia su Roma che su Torino e Milano, il gallerista ha il termometro dello stato dell’arte contemporanea nel nostro paese, ma non è pessimista: «Il mercato dell’arte non è indenne dalla crisi, ma ritengo che i momenti difficili come questo possano essere molto stimolanti e non solo negativi». Infine, cosa offre nel nuovo spazio Ermanno Tedeschi? «Al momento è in corso la mostra di Enrico Tommaso De Paris Cosmos, dal 17 aprile abbiamo la prima personale a Torino di Emilia Faro e a seguire una collettiva dei nostri artisti».


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MILANO Lazzi, sberleffi, dipinti

MILANO Bazan Cuba

Milano realizza la prima mostra dedicata all’opera pittorica di Dario Fo con oltre 400 lavori realizzati dal grande genio della satira, a cura di Felice Cappa. L’esposizione è lo strumento per capire come la pittura abbia costituito un punto cardine nel linguaggio espressivo di Fo che, accanto all’attività teatrale e letteraria, ha costantemente coltivato il rapporto con l’arte rivisitando contenuti, tecniche e stili dei grandi maestri del passato. Lazzi, sberleffi, dipinti, fino al 3 giugno, palazzo Reale, piazza del Duomo 12, Milano. Info: 02 549 13; www. mos trada rio fo.it

«Per tanti anni Cuba l’avevo fortemente desiderata come si desidera una donna che incontri e non riesci più a togliertela dalla testa. Sono quasi certo d’esserci vissuto in un’altra vita». Prende idealmente il via da queste parole, scritte da Ernesto Bazan nelle pagine del suo diario, la mostra dal titolo Bazan Cuba. Esposte ventidue fotografie a colori (e alcuni scatti vintage) che raccontano il periodo trascorso dall’autore, tra il 2001 e il 2005, con i contadini dell’isola caraibica ritraendo la loro vita quotidiana. Dal 23 aprile al 31 maggio, Byline photo, via Ariberto 31, Milano. Info: www.bylinephoto.com

AOSTA

TORINO

“Icons”

“Dreamer”

L’esposizione ripercorre la carriera e i temi principali della poetica del fotografo e artista statunitense Elliott Erwitt, attraverso 42 scatti da lui selezionati quale sintesi della sua arte. Esposti per la prima volta alcuni autoritratti. Fino al 24 giugno, hôtel des États, piazza Chanoux 8, Aosta. Info: www.regione.vda.it

In mostra le opere, al confine tra fotografia e illustrazione, della statunitense Maggie Taylor, un’artista che si è inserita nel panorama dell’arte contemporanea dimostrando quanto il mezzo fotografico sia capace di evolversi. Fino al 22 aprile, galleria Pirra, corso Vittorio Emanuele II 82, Torino. Info: 011543393

GENOVA

BRESCIA

Schiene a terra sull’asfalto

Sam Francis

Personale di Alessandro Ligato, vincitore della prima edizione del concorso ”Art is clear as clouds are”. Il progetto fotografico, a cura di Francesca Paola Merega ed Elena Saccardi, indaga l’immaginario collettivo delle nostre città. Fino al 20 aprile, Open lab artisti oggi, vico Giannini 1/1, Genova. Info: www.openlabgallery.it

La personale di Sam Francis, a cura di Dominique Stella, presenta una trentina di opere che ripercorrono la sua intera esperienza pittorica, dai primi dipinti dell’espressionismo astratto all’influenza impressionista francese. Dal 23 aprile al 14 luglio, galleria Agnellini, via Soldini 6/a, Brescia. Info: www.agnelliniartemoderna.it

MILANO Non non non

“Setting for white”

Hangar Bicocca riapre le porte l’11 aprile, con spazi rinnovati e due nuove mostre: Non non non, dedicata agli artisti visivi Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, e un inedito lavoro di Hans-Peter Feldmann. Dal 12 aprile al 10 giugno, Hangar Bicocca, via Chiese 2, Milano. Info: 0266111573; www.hangarbicocca.org

I lavori di Kees Goudzwaard possono essere letti sia come quadri astratti che come nature morte. Le sue composizioni dimostrano come la complessità pittorica possa essere raggiunta anche attraverso un vocabolario ristretto. Fino al 19 maggio, Cardi black box, corso di Porta Nuova 38, Milano. Info: www.cardiblackbox.com

Laura Fiume

Madre Terra

Antologica dedicata a Laura Fiume, pittrice e designer. Nelle opere in mostra è possibile riconoscere il suo inconfondibile segno grafico bianco e nero che decora oggetti ispirati alle svariate forme del pesce. Dal 6 al 22 aprile, spazio Oberdan, viale Vittorio Veneto 2, Milano. Info: 0277406300; www.provincia.milano.it/cultura

La mostra, a cura di Francesca Porreca, presenta le opere di Mario Paschetta. Nei suoi lavori si perde la rigida bidimensionalità e la supremazia dell’immagine sulla materia, conquistando una terza dimensione concreta. Dal 4 al 21 aprile, fondazione Matalon, Foro Buonaparte 67, Milano. Info: www.fondazionematalon.org


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pagine a cura di MARIA LUISA PRETE

BERGAMO

IL SILENZIO DELLO SPAZIO Gli scatti esistenziali di Morucchio di CESARE COLOMBO*

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ono chiari, a chi osserva le inquadrature di Andrea Morucchio, i modelli di linguaggio visivo che lo ispirano. L’indagine urbana che i fotografi, in tutto il mondo, stanno oggi conducendo, è un’indagine artistica e contemporaneamente esistenziale. Il segno strutturale è netto. In certi casi prevede campiture geometriche, in altri viene chiuso in aree curve molto ben profilate. I materiali ferrosi, arrugginiti, i muri intonacati o verniciati, i graffiti, i lembi di stoffa o plastica ci riportano (se l’occhio non è distratto) alle visioni dell’arte non figurativa. Ma non illudiamoci. La fotografia non è mai astratta, malgrado ogni apparenza. Di questi scenari noi ricono-

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sciamo la collocazione, le ore del giorno e della sera, le funzioni dell’abitare. I ragazzi pronti a giocare a basket, le donne che stenderanno il bucato, le coppie abbracciate sui divani: tutti sono per ora nascosti, ma possiamo immaginarli senza fatica. Queste fotografie non sono decorative, malgrado tutto. Sono il frutto di un recupero raffinato di forme, dentro cui stanno però chiusi dei pezzi della nostra vita. *critico, testo per la mostra Andrea Morucchio, ”Enjoy the silence”. Fino al 3 maggio, Shots gallery, piazzetta del Santuario 2d, Bergamo. Info: www.shotsgallery.it

Domesticheria

L’unico e la serie 1951-1962

Oggetti carichi di storia, soggetti seducenti e teneri ma al tempo stesso sinistri e ambigui. Andrea Guerzoni mette al centro la memoria e l’evocazione di piccole tracce di vissuto, nell’odierna era digitale, regno dell’immateriale. Dal 17 al 29 aprile, Tac Temporary art cafè, via San Agostino 25, Torino. Info: 0115692009

La mostra di Franco Meneguzzo rinnova un tema centrale del dibattito tra design e arte: la questione dell’unicità dell’opera e la contemporanea possibilità della serie. La mostra è a cura di Marco Meneguzzo e Riccardo Zelatore. Dal 12 aprile al 12 maggio, gallerie Terre d’arte, via Maria Vittoria 20/a, Torino. Info: www.terredarte.net

CANNETO SULL’OGLIO “Winter: work in progress”

Come una bestia feroce

Nuova personale di Sandy Skoglund, nota per le immagini surrealistiche e pioniera della ”staged photography”. Le sue opere si collocano al confine fra fotografia e installazione. La mostra è a cura di Giampaolo Paci e Vanessa Valerio. Fino al 5 giugno, Paci contemporary, via Trieste 48, Brescia. Info: www.pacicontemporary.com

La mostra nasce dal lavoro di 4 curatori – Andrea Bruciati, Daniele Capra, Federico Mazzucchelli, Alberto Zanchetta – e presenta le opere di 16 artisti. È una riflessione sulla forza primigenia della pittura. Dal 23 aprile al 14 luglio, Bonelli lab, via Cavour 29, Canneto sull’Oglio (Mantova). Info: www.bonelliarte.com

“Intimacy”

Ai Weiwei

Ali Kazma presenta tre video: ”Taxidermist”, ”Cuisine” e ”Absence”. L’anima di questi lavori è il risultato di una tensione tra uomo e natura. Una battaglia frutto della reciproca appartenenza delle due dimensioni che l’artista sa riunire. Fino al 3 maggio, Francesca Minini, via Massimiano 25, Milano. Info: www.francescaminini.it

Una mostra dedicata alle opere in ceramica e marmo di Ai Weiwei. Il valore storico e culturale delle tecniche e dei materiali utilizzati è un elemento essenziale nella maggior parte delle sue sculture. Dal 12 aprile al 25 maggio, Lisson gallery, via Zenale 3, Milano. Info: 0289050608; www.lissongallery.com

Tecnica mista

Il sole mi costrinse ad abbandonare il giardino

Tre appuntamenti al museo del Novecento: Tecnica mista, a cura di Marina Pugliese (fino al 9 settembre); Beppe Devalle, a cura di Flavio Fergonzi (fino al 7 ottobre); Il disegno della scrittura, i libri di Gastone Novelli, a cura di Marco Rinaldi (fino al 17 giugno). Via Marconi 1, Milano. Info: www.museodelnovecento.org

Alessandro Ro ma restituisce la duplice forma del paesaggio e del giardino. La pittura vive in equilibrio tra figurazione e astrazione. Dall’11 aprile al 24 maggio, Brand new gallery, via Farini 32, Milano. Info: 028 9053 083; www.brandnew-gallery.c om


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TRENTO

VENEZIA

Naturalia & mirabilia

Gustav Klimt

Il curatore Alberto Panchetta ha affiancato l’erbario di Elena Brazzale all’insettario di Aura Zecchini perché si completino a vicenda. Forme e cromie nella pittura delle due artiste sembrano attingere ai segreti scrigni della natura. Fino al 22 maggio, galleria Il castello, via degli Orbi 25, Trento. Info: www.galleriailcastello.it

Gustav Klimt nel segno di Hoffmann e della Secessione, questo il titolo della rassegna, a cura di Alfred Weidinger, che presenta un ciclo eccezionale di dipinti, disegni, mobili e gioielli, ma anche elaborate ricostruzioni e documenti storici. Fino all’8 luglio, museo Correr, San Marco 52, Venezia. Info: www.mostraklimt.it

TRIESTE

VERONA

Figlia di briganti, assassini...

“Familiar/familial”

Figlia di briganti, assassini, fate e contadini è il titolo della personale di Francesca Martinelli, a cura di Marco Puntin. L’artista scruta nelle pieghe più nascoste delle memorie familiari, contadine e profondamente culturali delle proprie radici. Fino al 19 maggio, Lipanje Puntin, via Diaz 4, Trieste. Info: www.lipanjepuntin.com

Prima personale in Italia di Jonny Briggs, uno degli esponenti più interessanti della nuova scena artistica inglese. Briggs lavora con il passato e la memoria sperimentando una sorta di riappropriazione dell’infanzia. Fino al 19 maggio, Fama gallery, corso Cavour 25/27, Verona. Info: 0458030985; www.famagallery.com

VENEZIA Ecfrasi

www.insideart.eu ad aprile on line il nuovo sito

Inaugura il 21 aprile la mostra di fotografie di Teresa Emanuele a cura di Luca Beatrice, dall’enigmatico titolo Ecfrasi. Il termine, di derivazione greca, indica la descrizione verbale di un’opera d’arte. La fotografa cerca di riqualificare l’estetica del bello, soffermandosi su particolari e dettagli del meraviglioso che esiste in natura e che uno sguardo distratto non riesce a catturare. L’artista romana considera la fotografia una vera e propria scrittura attraverso la luce. Fino al 23 settembre, galleria Contini, San Marco 2765, campo Santo Stefano, Venezia. Info: 0415207525; www.continiarte.com

MODENA “Penguin series”

“Close observer”

Harland Miller prende le copertine più amate di opere classiche come punto di partenza. Nel momento in cui le trasforma in dipinti a olio le fa diventare commenti contemporanei, spesso satirici sulla vita e la letteratura. Fino al 4 maggio, galleria Marabini, vicolo della Neve 5, Bologna. Info: www.galleriamarabini.it

Prima mostra in Italia dell’artista finlandese Sanna Kannisto, a cura di Daniele De Luigi. Il lavoro di Kannisto è un'acuta esplorazione del rapporto tra arte e scienza, e tra natura e cultura. Dal 14 aprile al 16 giugno, Metronom, viale Amendola 142, Modena. Info: 059344692; www.metronom.it

PRATO

SIENA

“Works and interview through sculpture”

Genealogia

Il progetto nasce dalla collaborazione tra due artisti rumeni: Alex Mirutziu e Razvan Sadean. Entrambi usano il proprio corpo come una sorta di macchinario per sviscerare aspetti oscuri della realtà. Fino al 6 maggio, galleria Vault, via Genova 17/15, Prato. Info: www.spaziovault.com

Il progetto, a cura di Ludovico Pratesi, è un percorso che mette in comunicazione i mondi di artisti distanti per generazione ma vicini per sensibilità. Giovanni Ozzola ha scelto di dialogare con il maestro Remo Salvadori. Fino al 30 aprile, Fuori campo, via Salicotto 1, Siena. Info: www.galleriafuoricampo.com


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Limiti

Doppio gioco

Alberto Zamboni presenta una nuova serie di figure sfocate e indistinte, dai colori sbiaditi. Anna Zemella presenta singolari ritratti di limiti a Venezia, porzioni di masegni resi erbosi dal flusso delle maree. Fino al 10 maggio, galleria Traghetto, campo Santa Maria del Giglio, San Marco 2543, Venezia. Info: www.galleriatraghetto.it

La collettiva, a cura di Filippo Maggia, presenta immagini solo in apparenza scherzose, ma che in realtà affrontano temi controversi. Spunti di riflessione su argomenti difficili come la manipolazione dell’informazione. Dal 3 aprile al 24 giugno, fondazione Bevilacqua La Masa, Dorsoduro 2826, Venezia. Info: www.bevilacqualamasa.it

BOLOGNA “Dark Island”

Segnoluce

Personale dello scultore neozelandese Guy Lydster, a cura di Lodovico Pignatti Morano. ”Dark Island” si compone di una ventina di opere che evocano un viaggio metaforico alla riscoperta di quel terreno oscuro chiamato infanzia. Dal 21 aprile al 9 giugno, galleria B4, via Vinazzetti 4B, Bologna. Info: www.galleriab4.it

È come se non ci fosse un prima e un dopo nel lavoro di Antonella Zazzera. Il suo fare si situa in una dimensione fluida, dove i confini sono evanescenti, incerti, non necessari. Il segno incontra il rame nel suo farsi esperienza scultorea. Fino al 24 aprile, galleria Studio G7, via Val D’Aposa 4a, Bologna. Info: www.galleriastudiog7.it

MODENA

LA TRADIZIONE CONTEMPORANEA Roncaglia riflette sul passato di ELISABETTA MODENA E MARCO SCOTTI*

a tradizione, argomento complesso, pieno di chiaroscuri e incongruenze che l’arte contemporanea ha da sempre affrontato rompendo regole o polverose nostalgie in modo sottile o dirompente. Questo il tema della XXXII edizione della biennale Roncaglia che rappresenta per molti versi un delicato momento di passaggio, di cambiamento: ma come in ogni momento di crisi è necessario che, per affrontare il presente, ci si confronti con il passato, e quindi con la tradizione. Un primo livello è quello del confronto con la propria storia, la storia di una biennale che – nata nel 1955 – si è radicata nel territorio con una predilezione

L

nei confronti delle forme espressive ritenute tradizionali. Ma il confronto con questo tema esplora anche il rapporto con la nostra identità nazionale e artistica e il passato che, oltre a non essere più socialmente unico e condiviso, è stato sorpassato da ritmi impensati, nuove modalità di produzione, di pensiero e di relazione. *curatori, estratto dal manifesto della rassegna Passato prossimo, biennale di Roncaglia, a cura di Elisabetta Modena, Marco Scotti, Ilaria Bignotti, Valentina Rossi. Dal 15 aprile al 20 maggio, Rocca estense e Torre borgo, San Felice sul Panaro (Modena). Info: www.biennaleroncaglia.it

FIRENZE Hans Hartung

La poesia della distruzione

La mostra di Hans Hartung, curata da Leonardo Farsetti, Carlo Repetto e Giulio Tega, presenta 32 opere. Il pittore ha saputo fondere gli insegnamenti dell’espressionismo e dell’astrattismo informale. Fino al 28 aprile, galleria Frediano Farsetti, lungarno Guicciardini 21/23 rosso, Firenze. Info: www.galleriafredianofarsetti.it

La mostra è dedicata all’artista tedesco Günther Uecker, con opere recenti e un video prodotto da Michael Kluth. L’esposizione, curata da Lorand Hegyi, è un omaggio a un grande esponente dello storico gruppo Zero. Dal 28 aprile al 23 giugno, galleria Bagnai, via del Sole 15/r, Firenze. Info: www.galleriabagnai.it

ANCONA

PERUGIA

“I don’t understand contemporary art”

Citerna fotografia

La rassegna, a cura di Chiara Ronchini, propone tre personali: Stefano Pasquini (dal 14 aprile al 13 maggio), Cristiano Carotti (dal 19 maggio al 10 giugno), Giulio Zanet (dal 16 giugno all’8 luglio). Quattrocentometriquadri, via Magenta 15, Ancona. Info: www.quattrocentometriquadri.eu

È lo stato di crisi che investe l’Italia il tema della quarta edizione di Citerna fotografia. Esposizioni, incontri, ”workshop”, proiezioni, installazioni, letture portfolio. Tra gli ospiti principali Emiliano Mancuso. Dal 28 aprile al 6 maggio, Citerna (Perugia). Info: www.citernafoto gra fia .org


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roma L’angolo del “dandy”

La luce e l’ombra di Caravaggio

Karen Blixen, luigi ontani, erik Satie, luchino visconti per il loro stile di vita rientrano nella categoria dei ”dandies”. la mostra, a cura di tiziana Gazzini e maria Grazia massafra, ricostruisce il loro profilo. Dal 3 aprile al 6 maggio, Casina delle Civette di villa torlonia, via Nomentana 40, roma. Info: www.museivillatorlonia.it

moreno Bondi ha sempre cercato il confronto con la grande tradizione artistica, utilizzando con competenza pittura e scultura. Si ispira alle icone dell’arte: le rappresenta in un’atmosfera astratta che produce una figurazione neocaravaggesca. Fino al 25 aprile, palazzo venezia, piazza venezia, roma. Info: www.morenobondi.it

Progetto anonimo

Ginnastica dei ciechi

muovendo da alcuni fondamentali accadimenti internazionali, Nemanja Cvijanović restituisce una personale visione della geografia politica ed economica contemporanea. Fino al 12 maggio, Furini arte contemporanea, via Giulia 8, roma. Info: 0668307 443; www.furiniartecontemporanea.it

Ginnastica dei ciechi – la corsa al cerchio di marzia migliora da il via a toccare l’arte, interventi di ”public art” a cura di Chiara de’ rossi, marina Cimato e anna Butticci. l’installazione rimanda all’idea di mancanza. Fino al 30 maggio, giardino di Sant’alessio, via di santa Sabina 22, roma. Info: www.giardinosantalessio.org

NaPolI

BeNeveNto

Janus travestito

“Lichtkammer”

l’identità è il ”leitmotiv” della ricerca dello statunitense Carter. l’artista ne indagata i tratti mediante la rappresentazione della testa, porzione anatomica che più d’ogni altra identifica la vita di un corpo, raccontandolo. Fino al 30 aprile, anna rumma, via Carlo Poerio 98, Napoli. Info: www.annarumma.net

a cura di antonella Palladino, la personale del designer altoatesino Harry thaler. l’artista riparte da ”knowhow” esistenti e rinnova le forme con citazioni dal mondo rurale o reinterpretazioni di elementi tradizionali. Fino al 5 maggio, Swing, via arcivescovo Pacca 14/16, Benevento. Info: 0824040900; www.spazioswing.it

Palermo Alessandro Bazan

Madì, oltre lo spazio

alessandro Bazan introduce con la sua pittura schizzante, ironica, rabbiosa, a una sua personale visione del mondo. la mostra è a cura di Francesco Gallo mazzeo. Fino al 30 aprile, Galleria d’arte moderna e contemporanea, via Sant’anna 21, Palermo. Info: www.galleriadartemodernapalermo.it

Spazio al movimento madi con la mostra a cura di laura Bica e Daniela Brignone. In esposizione le opere più rappresentative della corrente. Giochi di luce, sinergia di forme, sperimentazione: alcune delle prerogative del madi. Fino al 21 aprile, galleria monteleone, via monteleone 3, Palermo. Info: 0916119756

roma Arte programmatica e cinetica la mostra arte programmata e cinetica, curata da Giovanni Granzotto e mariastella margozzi con la collaborazione di Paolo martore, vuole estendere il confronto tra le opere del movimento cine-visuale sia in europa che fuori, con l’intenzione di mostrare gli esiti estetici ai quali gli artisti e i gruppi sono giunti, intersecando e suffragando le proprie tesi con il pensiero di filosofi, critici e scrittori del calibro di Umberto eco, Frank Popper, Giulio Carlo argan. Fino al 27 maggio, Gnam, viale delle Belle arti 131, roma. Info: 06322981; www.gnam.beniculturali.it


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“The 5-7-9 series”

Soliloqui

In mostra un’installazione di Walter De Maria, tra i massimi rappresentanti della ”minimal" e "land art". De Maria espone un lavoro articolato in 27 elementi scultorei, esemplificativo delle sue ricerche nel campo delle progressioni numeriche. Fino al 29 maggio, Gagosian gallery, via Francesco Crispi 16, Roma. Info: 0642086498

Secondo appuntamento del progetto ”unconventional twins”, doppio personale, curato da Flavia Montecchi. Le opere dell’artista Claudio Adami dialogano con i lavori di Giorgia Fincato. Dal 16 aprile al 18 maggio, studio d’arte Pino Casagrande, via degli Ausoni 7a, Roma. Info: 064463480; www.pinocasagrande.com

“Pop rhapsody”

“Syntax Parallax”

Ron English svela i meccanismi del marketing che manipolano la percezione collettiva contrastando queste dinamiche con ironia. Elio Varuna è una vivace personalità del nuovo surrealismo contemporaneo. Fino al 29 aprile, Mondo bizzarro, via Reggio Emilia 32c, Roma. Info: 0644247451; www.mondobizzarrogallery.com

Arthur Duff si concentra sulle potenzialità derivate dalla sperimentazione e da giochi semantici sul linguaggio. Differenti livelli di lettura si posano su una stessa opera sprigionando una sottile eloquenza. Fino al 28 aprile, Oredaria arti contemporanee, via Reggio Emilia 22-24, Roma. Info: 0697601689; www.oredaria.it

SALERNO

BARI

Parole al vento

Quo vadis

La retrospettiva dell’artista Marcello Diotallevi, a cura di Sandro Bongiani, presenta novantuno opere che ripercorrono oltre quarant’anni di ricerca, dagli esordi figurativi dei primi anni ’80, fino alle ultime proposte del 2011. Fino al 30 giugno, spazio Ophen virtual art gallery, via Calenda 105, Salerno. Info: www.ophenvirtualart.it

Lo spazio espositivo Edicolarara, antico semiipogeo nel centro storico di Terlizzi, ospita l’istallazione Quo vadis di Caterina Arcuri. Forme eteree e levitanti, risucchiate nello spazio da un’energia spirituale che dissolve la materia. Fino al 20 giugno, Edicolarara, via De Cristoforis, Terlizzi (Bari). Info: 3387674491

AGRIGENTO La pittura, isola

Novecento siciliano

Collettiva di opere di Pierluigi Antonucci, Enzo Cucchi, Angelo Mosca e Michele Tocca. Una discussione sulla pittura, una ricerca alla riscoperta della vera essenza di un linguaggio, percepito spesso, come anticontemporaneo. Fino al 28 aprile, Bianca arte, via Garzilli 26, Palermo. Info: www.galleriabianca.com

Da Guttuso a Consagra, dalla Accardi a Pirandello, da Trombadori a Isgrò, Migneco, Guccione, Sanfilippo, Marchegiani e molti altri ancora. Un’antologica dedicata ai maggiori artisti siciliani del ‘900. Fino al 18 giugno, Fabbriche Chiaramontane, piazza San Francesco 1, Agrigento. Info: www.ottocentosiciliano.it

ROMA

LA LUCE E I COLORI DELLA RELIGIONE Le visioni di Andrea Pacanowski di DIEGO MORMORIO*

uce e colore sono gli elementi del felice sposalizio delle immagini di Andrea Pacanowski, che si mostra limpidissimo nel lavoro All’infuori di me. Al di là dei molti ragionamenti che il tema può alimentare, il punto da cui muove l’autore è la fascinazione delle folle per gli eventi religiosi. Egli ha ripreso alcune manifestazioni delle tre più importanti confessioni monoteistiche – ebraica, cattolica e islamica – senza alcun intento documentativo, ma col suo solito interesse artistico: coloristico e compositivo. La materia in oggetto è per lui un elemento visivo. Nel suo sguardo non c’è pregiudizio né volontà di giudicare. C’è solo il piacere di vedere. Ve-

L

dere come le masse, col loro partecipare a un rito, condividono un’esperienza che formalmente si presenta quasi come un’opera d’arte. Le immagini di Pacanowski sono come un fiume che scorre placido e sul quale scivolano le più variegate ombre. Dobbiamo solo guardarle, accarezzare i colori e sentirci da essi accarezzati. Tutto il resto è inutile, e forse anche dannoso. *curatore della mostra, testo in catalogo All’infuori di me, la folla e l’esperienza religiosa, a cura di Diego Mormorio. Fino al 22 aprile, museo di Roma in Trastevere, piazza S. Egidio 1b, Roma. Info: 060608; www.museodiromaintrastevere.it


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a cura di ZOE BELLINI

MILANO Petrantoni

MILANO Debora Hirsch

MILANO Collettiva

Tante immagini assemblate fra di loro formano una scritta di cinquanta metri: ”Timestory”. L’artista la definisce un’opera di taglia e cuci, neanche stesse parlando del golfino della nonna. In realtà quello di Petrantoni è un ”tour” pop sulle bellezze che la vita nasconde e che l'arte riconsegna. Info: www.stelline. it (M. L.)

Barack e Michelle Obama, Sarkozy e Carlà, papa Benedetto XVI, Ahmadinejad, Putin e Berlusconi insieme? Succede alla vernice della personale di Debora Hirsch che inaugura con una carrellata di volti pop la nuova sede espositiva della Effearte. Di vip in carne e ossa, però, non c’è neanche l'ombra. Info: www.effeartegallery. com (D. A.)

I curatori Chiara Gatti e Andrea Dall’Asta con la gallerista Chiara Cardini hanno condotto i visitatori Al termine della notte nella collettiva che ha esposto Käthe Kollwitz, Mario Raciti e Bernardì Roig. Tra i presenti: gli artisti Mario Raciti e Claudio Olivieri e la collezionista Giuseppina Panza di Biumo. Info: www.sanfedele.net (G. B.)

FIRENZE Nencini e Tessandori allo spazio Otto Nuovo spazio espositivo per Otto luogo dell’arte , la galleria fiorentina diretta da Olivia Toscani Rucellai. A inaugurare la sede la doppia personale di Elisabetta Nencini e Livio Tessandori, dal titolo Duo: un confronto tra gli artisti e la bidimensionalità. La prima (nella foto di Andrea Ruggeri col presidente del consiglio regionale Riccardo Nencini), artista poliedrica, privilegia l’uso di materiali di scarto; il secondo, pittore fiorentino, presenta un lavoro che si confronta con il colore e la luce. Alla vernice molti i curiosi intervenuti, tra questi Agneta Hols, l’”art director” Mauro Lovi, Ornella Pontello, il presidente del consiglio comunale Eugenio Giani e Costantino Ruspali. Info: www.ot tolu ogodellarte.it (G. B.)

ROMA Kaikkonen

ROMA Ján Vasilko

NAPOLI Ryan Gander

Riattivazione di spazi e abiti alla Z2o Sara Zanin. Inaugura la nuova sede con i lavori della norvegese Karina Kaikkonen, creati con scarpe, vestiti usati, portatori di una memoria silenziosa. Alla vernice si offrono birre seguendo il ”London stile”. In molti accorrono, tra cui volti noti come Pio Baldi e la collezionista romana Bianca Attolico. Info: www.z2ogalleria.it (M. A.)

In un appartamento con luci e mobili demodé c’è chi, in tempi di crisi, fa una galleria. L’apertura di Anteprima d’arte contemporanea con le tele di Ján Vasilko (foto di Manuela Giusto) richiama una nutrita rappresentanza di avvocati. Il mondo dell’arte si trovava da Volume per Navarro. Info: www.anteprimadartecontemporanea.it (M. L. B.)

Non tradisce le aspettative la vernice della personale ”Lost in my own recursive narrative” di Ryan Gander. Dal video alla scultura, dalla foto all’installazione, l’artista convince con la sua ricerca. Il fascino della decadenza dello spazio espositivo non fa solo da cornice, ma si offre come interprete delle memorie personali dell’artista. Info: www.fondazionemorra. org (C. P.)


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LAFOTOGRAFAELAMOSTRA Impegnata nei reportage Simona Ghizzoni (sotto) è nata a Reggio Emilia il 12 marzo 1977. Nel 2006 viene selezionata per Reflexions Masterclass, seminario per giovani autori tenuto da Giorgia Fiorio. Si dedica a progetti di reportage sociale, con attenzione alla condizione della donna. È terza al ”World press photo” con lo scatto di una donna ferita nella Striscia di Gaza, nella categoria Storie di attualità. Tutte le foto premiate sono in mostra a Roma dal 27 aprile al 16 maggio, al Museo di Roma in Trastevere. Info: www.worldpressphoto.org

S

ono arrivata per la prima volta nei territori palestinesi nel 2010, quasi per caso, con un’amica giornalista. Volevamo entrare anche nella Striscia di Gaza, avevamo fatto tutte le richieste, compilato tutti i moduli, parlato con tutte le ambasciate, non sembravano esserci problemi. Ma alla fine, il governo israeliano ci ha negato il permesso di entrare, respinte per “ragioni di sicurezza”, siamo rimaste intrappolate a Gerusalemme. Ho ancora fresco il ricordo della rabbia e della frustrazione. Da tempo ormai sentivo il bisogno di capire, vedere coi miei occhi, cosa accade

L’immagine finalista al ”World press photo” A fianco: Simona Ghizzoni foto Stefano Masetti A sinistra: la serie dedicata alle donne di Gaza cortesia Simona Ghizzoni/Contrasto


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IL BOOK RACCONTATO DALL’AUTORE

GRANDI COMBATTENTI OFFESE E DISARMATE Finalista al “World press photo”, l’autrice emiliana racconta le donne di Gaza di SIMONA GHIZZONI

dopo che una guerra finisce, quando i riflettori si spengono, quale vita ci può essere dopo la catastrofe. Ma avevo paura, non l’avevo mai fatto prima. Solo dopo che mi è stato impedito di entrare, ho deciso che avrei trovato il modo per farlo. Più o meno così, per testardaggine, è iniziato il mio lungo e non ancora terminato progetto sulle conseguenze della guerra. Sto cercando di raccontare questa storia attraverso la vita delle donne, che sono da sempre terreno di battaglia nella battaglia, che vengono offese, violate, e allo stesso tempo, sono quelle che restano, quelle che devono ricostruire, tenere assieme la famiglia, guarire le ferite

proprie e degli altri. Ho tentato un’operazione forse folle, quella di provare a raccontare delle storie piccole, intime, in uno dei territori con la più grande copertura mediatica del mondo. Volevo sapere cosa succede a queste donne che compaiono per un attimo sulle “news” di tutto il mondo, per scomparire il giorno seguente. Dove sono finite? Cosa è successo loro dopo? Come riescono a ritrovare la normalità? E a quale normalità si ritorna dopo una tragedia? Così è andata che a Gaza ho abitato per quasi due mesi nel 2011. Ho assistito a due “escalation” di violenza che ci costringevano a chiuderci in casa per

giorni, ho bevuto innumerevoli caffè, fatto mille volte la strada costiera da Gaza city ai tunnel di Rafah sulla vecchia Mercedes gialla di Munir, il mio autista, che mi raccontava di quando da piccolo lavorava al mercato a Tel Aviv e di quanto gli mancano i suoi amici “là fuori”. Ho portato dei bambini allo zoo, un sabato, uno zoo triste, ma i bambini erano felici. Ho perso un amico, Vittorio Arrigoni, all’improvviso. Ho pianto il giorno in cui ho riattraversato il confine a Erez per tornare in Italia e ho lasciato Sami, il mio fixer e grande amico, dall’altra parte. Mi sono persino innamorata a Gaza.


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È STATO UN PERCORSO LUNGO NON È STATO FACILE DECIDERE DI METTERE IN BALLO ME STESSO SONO PASSATO DALL’UTILIZZO DI ATTORI AL MIO CORPO FOTOGRAFATO E, INFINE, AL MIO CORPO IN MOSTRA

L’ARTISTA

GIOVANNI GAGGIA

1977 Nasce il 7 dicembre a Pergola (Pesaro Urbino)

2002 Si diploma in pittura all’accademia di Belle arti di Firenze

2002 ”The bridge”, prima personale a cura di Roberta Ridolfi

2005 Partecipa alla XII Biennale dei giovani artisti d’Europa e del Mediterraneo nel comitato scientifico Achille Bonito Oliva ed Eduardo Cicelyn

2008 Prima ”performance” Ali squamose allo Studio dieci city gallery di Vercelli a cura di Maria Rosa Pividori

2008 Fonda e dirige Sponge arte contemporanea

2009 Apre la finale del premio Celeste con Ali squamose alla Fabbrica Borroni, Bollate

2011 Doppia personale Corpo fisico corpo etereo alla galleria Factory art di Berlino, a cura di Roberta Ridolfi

2012 Doppia personale ”Where is your brother?” con Domenico Buzzetti a cura di Davide Quadrio e Francesco Sala di Studio Rayuela

Ali squamose, 2009 “performance” fabbrica Borroni Bollate, Milano A destra: Sanguinis suavitas, 2010 “performance” Mc2 gallery, Milano foto Alessandro Giampaoli


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COL CUORE IN MANO Il sacrificio come liberazione: la poetica del “performer” marchigiano Giovanni Gaggia in bilico tra un positivo memento mori e la catarsi di MONIA MARCHIONNI

Q

uello con Giovanni Gaggia è un incontro che deve ancora avvenire. È uno di quei pochi casi in cui si conosce prima l’opera dell’artista, per poi accorgersi che l’artista è l’opera e che, a volte, la conoscenza interpersonale è superflua. Gaggia è un artista “performer” marchigiano, abita in un casolare sui colli pesaresi che ha trasformato in associazione culturale, Sponge arte contemporanea: un “living space” che promuove la sperimentazione nell’arte, da lui considerata il suo progetto condiviso e tanto amato, la sua soddisfazione, la sua fatica. Gaggia alterna momenti di intensa ricerca artistica, e profondi conflitti sentimentali emozionali, a momenti di stasi quasi invalicabili; ha un’ossessione per il corpo e le problematiche dell’umano esistere a esso connesso, è un fumatore ma cerca di limitarsi perché soffre d’asma da sempre. Sviluppa la passione per il disegno proprio da bambino, quando era spesso costretto a letto e alla domanda se ci fosse un disegno ricorrente risponde come un fiume in piena. «Sì che c’era, la pista di un circo con i trapezisti all’opera. Tutto sommato stare male era un vantaggio, ottenevo con più facilità ciò che volevo, in più stavo con mia nonna che era, ora meno, una donna sopra le righe: potevo cucinare con lei, in totale libertà creativa. Quando la febbre scendeva stavo in negozio da mia mamma parrucchiera. Per un asmatico non è il massimo ma altro non si poteva fare. Lì venivo viziato da amiche e clienti, spesso facevo il piccolo giullare, saltellavo e cantavo pur non avendo il minimo senso del ritmo ed essendo stonato come una campana. Mi piaceva e mi piace

tutt’ora vedere donne brutte che scelgono acconciature che le rendono ancora più brutte, si atteggiano a dive fuori dal negozio, si sentono bellissime. Tra quelle acconciature il volto si perde. Tornando ai malanni, all’asma che ancora è con me, sentire che il respiro si blocca lentamente è come prendere coscienza del corpo e dei propri limiti». Facile è presupporre che nell’infanzia dell’artista risieda l’incipit della sua poetica, è come se attraverso il disegno avesse cominciato a progettare la propria rivalsa. Ma non bisogna pensare che la sua salute cagionevole possa averlo confinato o costretto in casa, nulla di più sbagliato a suo dire. «Non è così – precisa Gaggia – nego tutto. Godevo a pieno della mia infanzia ma spesso preferivo la mia costrizione alla quotidianità degli altri ed è così anche oggi. Spesso penso dove potrà arrivare la mia carcassa, per me queste domande sono nate nell’adolescenza». Una delle prime forme ironiche di esorcizzazione della morte da lui adottata è ben rappresentata nelle opere su carta fotografica e acetato, realizzate tra il 2002 e il 2004: “Mummie clown”, L’amor perduto, “The bridge” , Resurrezione. Sono fotografie di lapidi con l’immagine del defunto sulle quali l’artista interviene dipingendo soggetti presi in prestito dal mondo circense, dai cartoni animati, dalle favole e dai manga. Gaggia spiega perché ha utilizzato questa tecnica espressiva e sorride mentre si passa le mani tra i capelli. «Qui andiamo indietro nel tempo, queste opere nascono da una ricerca che mi spingeva a non accontentarmi della pittura, tanto meno della fotografia. È così che le unisco


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“Giovanni Gaggia, con “I need you”, ci invita a far parte della sua arte ma con la nostra partecipazione, i nostri pensieri e le nostre emozioni che possiamo condividere, scrivere, o solo tenere dentro noi, custodi gelosi di pensieri troppo personali. Basterà la nostra presenza, la scelta di partecipare e diventare noi stessi performance (Claudio Composti, da ”I need you”, 2011)

Sanguinis suavitas 2010 “performance” White cellar, Torino foto Emilia Faro A destra: Sanguinis suavitas 2010, sangue e matita su carta cotone

e diventano un racconto unico nella serie delle Mummie. Attraverso la pittura dò a quel corpo una nuova vita, quella che mi ero immaginato, mentre alle mummie decido di abbinargli un banale “clown”. L’amor perduto gioca sulla stessa linea ma in questa serie ho voluto chiudere simbolicamente il ciclo vitale, si passa letteralmente dal sesso vita alla vita morte. In “The bridge” e Resurrezione le immagini e soggetti dell’infanzia sono associati alle foto commemorative dei defunti creando un positivo memento mori. Le foto dipinte rientrano nella fase di sperimentazione dell’artista, prima di dedicarsi completamente alla “performance art”. Il segno e l’azione sono i suoi mezzi espressivi e spesso per Gaggia i disegni assumono un valore terapeutico. «Non c’è sempre prima la matita e poi l’azione, spesso è il contrario, il disegno arriva dopo, per smorzare la sofferenza e la fatica della “performance”: lo sento come una via di salvezza. È stato un percorso lungo, non è stato facile decidere di mettere in ballo me stesso: sono passato dall’utilizzo di attori al mio corpo fotografato, al mio corpo ripreso in video e, infine, al mio corpo in mostra». Identità, ritualità, sacrificio, condivisione sono le tematiche che ritornano in ogni sua azione performativa: «Sì, è vero – continua l’artista – ed è ciò che mi interessa. La mia identità si contamina con quella dell’altro, in questa collisione muta, effettua una sorta di transito tra il mio corpo e il corpo dello spettatore. Il sacrificio è metaforico, quello è il mio e del pubblico nelle azioni riservate per una persona alla volta, come per esempio in “I need you” ma è un sacrificio che porta a una grande liberazione per entrambi. Condivisione sì, sempre del corpo: il mio si apre, si dipana a completo appannaggio di chi guarda». Nelle arti performative esiste un rapporto di conflitto e di condivisione tra l’artista e il suo pubblico. Gaggia svolge una sorta di rito per ri-vivere momenti della sua esistenza, per condividerli e per arrivare a una rinascita, creando così istanti nuovi e irripetibili, per se e per lo spettatore attivo. Quest’ultimo, sentendosi chiamato in causa come parte della vicenda assorbe le emozioni e i sentimenti provati dal “performer”, è un esempio palese di come l’arte si confonda con la vita, di come la vita sia una “performance” continua. Non siamo forse costipati di sovrastrutture quali retaggio della nostra società e cultura? Non siamo forse noi stessi degli attori involontari del nostro vivere quotidiano e la nostra identità non dipende forse dalla difesa di quella della comunità di appartenenza? In linea con il ragionamento, dunque, la “performance art” è una macchina dove artista e pubblico concorrono a ripresentare l’identità umana e dunque il ciclo della vita: nascita, conflitto, mancanza, dolore, morte, epifania, e così via. Il senso


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Quale una lieve increspatura nelle onde di un mare apparentemente calmo, il lavoro di Giovanni Gaggia è il sintomo di un moto profondo che emerge da un intenso travaglio interiore. Credo che questo dilemma tra postorganico e organico sia l’origine di quel travaglio interiore e fulcro dal quale sorge la logica del contrappunto nel suo lavoro

GALLERIA Factory art, Berlino www.factory-art.com

QUOTAZIONI Da 300 a 2.000 mila euro

(Anton Roca, dal catalogo della mostra Aforismi simpatetici, 2009)

SITO www.giovannigaggia.it

BOTTA & RISPOSTA L’arte della vita in 10 domande Cosa sognavi di diventare da grande? «Due cose, di partire con un circo come trapezista o alla più brutta come stalliere, ciò che contava era la pista colorata, le luci e il nomadismo. L’altra di disegnare sempre». Come sei diventato artista? «Non so se lo si può diventare, forse sì. Una base credo ci debba essere. Una mano me l’ha data la storia dell’arte, l’altra la maniacale passione per il segno, un aiuto le persone che ho incontrato nel mio cammino, il colpo di grazia credo l’abbia dato la mia tenacia». Cosa vorresti essere se non fossi artista? «Un trapezista: ho provato a fare il ”clown” mi annoiavo, dai trampoli son caduto». Hobby, passioni? «Faccio quasi sempre cose che riguardano l’arte, altrimenti sistemo le piante, ho dei cactus meravigliosi. Adoro cucinare per gli altri». Come definiresti la tua arte? «Uno studio ossessivo sul corpo e le problematiche dell’umano esistere a esso connesso». Come definiresti la tua vita? «Irregolare, spesso sono una trottola impazzita che si muove per ogni dove». Ci sono valori eterni, nell’arte o nella vita? «Sono strettamente partitici: il sacrificio nella vita e nell’arte, il lavoro nella vita e nell’arte». Chi sono i tuoi maestri nell’arte o nella vita? «Nell’arte, tra gli altri, Antonello da Messina, Beato Angelico, Gina Pane, Marina Abramovic, Alighiero Boetti, Gino De Dominicis, Andrea Pazienza. Nell'arte. Nella vita Gianni Colosimo e Roberto Paci Dalò». Cosa trovi interessante oggi? «Ciò che sta succedendo ora in Italia nel sistema arte, dove i detentori di ”potere” sono in crisi e l’unico spiraglio di luce arriva dalle strutture no profit». Cosa non sopporti di questo tempo? «Nella vita questioni sociopolitiche, nell’arte ciò che non sopporto mi scivola addosso».


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della “performance art” risiede proprio nella struttura estetica e psicologica che l’artista costruisce con lo scopo di far vivere al testimone ignaro un trauma emotivo, una variante improvvisa che spezza la sua logica di pensiero lasciandolo disarmato, basito e vuoto. Gaggia instaura con lo spettatore un rapporto interdipendente: l’artista ripercorre metaforicamente dei momenti critici dell’esistenza servendosi di una gestualità rituale, a metà, tra una funzione religiosa e un rito pagano. Lui non si ferisce, non si taglia, non porta il suo corpo ai limiti della sopportazione. Quello che attua è un sacrificio psicologico, è un voler resistere alla tensione nervosa che si accumula mentre compie movimenti lenti, semplici e ripetitivi. Quando in Ali squamose con una lama di ceramica taglia a metà il cuore di un maiale per poi spremerlo del suo sangue fino all’ultima goccia, l’azione che compie è quella metaforica di riaprire una ferita ulcerosa nella vita, è come se da quell’organo uscissero dei ricordi personali che come schiaffi ridestassero il pubblico da una cronica indifferenza. Ma quello stesso gesto può assumere un altro significato. L’artista effettua un taglio con la sicurezza di un chirurgo e con la delicatezza di chi è consapevole di essere l’artefice di una metamorfosi. Le due parti del cuore somigliano alle ali di una farfalla liberata da quello stesso taglio operato sulla carne, prima crudele ora benefico. Il sangue nell’ampolla non è dell’artista ma simbolicamente è di un’umanità fragile e di passaggio. La donna che ricuce la ferita non è l’artista Rita Vitali Rosati ma è il simbolo della madre che tenta l’ultimo atto d’amore, perché come ben scrive Fernando Pessoa nel Libro dell’inquietudine “il cuore, se potesse pensare, si fermerebbe”. In ogni azione Gaggia compie un atto di generosità, ricompensato dal flusso energetico che assorbe dallo spettatore. «Mi piace pensare – conclude – che le sensazioni diventino un messaggio, non necessariamente il mio». Nel suo percorso performativo l’artista è alla ricerca di trasformazioni emotive e spirituali, ben rappresentato anche nelle carte Sanguinis suavidas: un ciclo di disegni su carta cotone del 2010, di sangue e matita, che ritrae santi e farfalle come a voler ricordare che il corpo, con la vanitas, senza il nutrimento dello spirito è solo un’immagine, non ha sostanza ed è privo di valore.

In alto: Esisti per Dio 2010 “performance” riserva naturale del Furlo (Pesaro Urbino) foto Massimo Antognoli A destra, in alto: Oltrepassare in volo, 2011 In basso: Miratus sum, 2011 “performance” Oratorio della passione basilica di sant’Ambrogio Milano foto Roberta Donato

Nella poetica di Gaggia riescono a fondersi in un nodo inestricabile tre linguaggi del corpo: quello oggettivo (del meccanismo corporeo incarnato dalla “body art”) quello psicologico e psichico (sul corpo vissuto in prima persona), e quello ontologico (il corpo come “carne”, come veicolo espressivo dell’essere al mondo, nel senso dell’ultima filosofia di Merleau-Ponty)

(Chiara Canali, dal catalogo della mostra Aforismi simpatetici, 2009)

SPONGE LIVING SPACE Un ritirato spazio espositivo Sponge arte contemporanea è un’associazione culturale che nasce nel 2008 per promuovere l’arte in uno spazio ai margini del circuito convenzionale. L’associazione si concretizza in ”Sponge living space”. Il proprietario Giovanni Gaggia apre le porte del casolare per eventi, mostre, discussioni. Il 2012 vede la realizzazione del ciclo ”Where is your brother?”, cinque doppie personali e l’evento conclusivo della stagione espositiva, a cura di Francesco Sala e Davide Quadrio. La ”performance” di Gaggia e Domenico Buzzetti si tiene a Milano, dal 12 al 14 aprile, in un’abitazione privata in viale Lazio 27. Info: www.spongeartecontemporanea.net


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Gaggia e Buzzetti riflettono sull’umanità nella mostra “Where is your brother?”

UN’UNICA DANZA PER TUTTI GLI UOMINI di FRANCESCO SALA*

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er una generazione senza futuro diventa quasi automatico affondare le unghie nel proprio passato, aggrapparsi con commovente e tenace disperazione alla costruzione di un immaginario capace di dare logica ai frammenti della memoria. Sia essa privata, orgogliosamente individuale; oppure comune, drammaticamente collettiva. Seguono percorsi visivi differenti, ma puntano verso lo stesso orizzonte Giovanni Gaggia e Domenico Buzzetti uniti nella mostra “Where is your brother”: incantati dalla profondità del mistero unico e irripetibile che è ogni uomo. Sempre più limpido e pulito, nelle sue violenze incruente, è Gaggia: l’esercizio costante del linguaggio performativo lo ha portato ad un dialogo

maturo con la materia, all’aggiornamento di riti fondamentalmente animisti, basati sul grado zero di un culto panico capace di esaltare l’uomo come terribile e magnifico ingranaggio del tutto. Gesti antichi che proiettano la propria ombra rassicurante sul domani, radici insondabili ma ineludibili: poetiche come le sceneggiature dei film di Terrence Malick, brutali come i romanzi di Jean Giono. L’uomo di Gaggia è, alla fine dei giochi, simbolo di tutti gli uomini. Prosegue in maniera simmetrica il viaggio di Domenico Buzzetti che pur continuando a trovare nella fotografia un ambito di grandi possibilità espressive procede con sempre maggiore sicurezza anche nel video. Non abbandona del tutto le architetture catacombali e i riferimenti iconografici alle atmosfere

gotiche con superfetazioni di facile impatto empatico: orchestrandole però, e ammaestrandole, nel racconto di una natura genuinamente arcadica, unico e ultimo spazio libero dal disfacimento indotto dalla società. Uno spazio in realtà sotto assedio, messo in pericolo dalla debolezza propria dell’uomo: cieco e sordo quando si tratta di riconoscere la sua stessa voce, dettata da una carne e da un sangue che battono lo stesso ritmo della terra, in una sintonia disturbata dalle alte frequenze di un tempo che ha effetti abrasivi sulla memoria. Per Buzzetti tutti gli uomini sono, alla fine dei giochi, simbolo dell’io. *direttore artistico di studio Rayuela e curatore della mostra


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la storia della lira

PIER PAOLO PUXEDDU+FRANCESCA VITALE STUDIO ASSOCIATO

nella

repubblica Italiana

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Nei lavori di Matteo Bergamasco l’indagine sulla percezione ha un ruolo fondamentale

UNSEGNOALCHEMICO di DEIANIRA AMICO

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l tempo dedicato alla visione dei quadri è a volte di pochi secondi: le opere di Matteo Bergamasco invitano lo spettatore a ridare tempo al tempo, a cogliere la ricchezza dei dettagli e la profondità dei diversi livelli di lettura. Nelle grandi tele del giovane artista milanese si ha l’impressione di scoprire un territorio sconosciuto, quello dei sognatori lucidi, coloro che mantengono la propria orbita, distanti dalla realtà ma coscienti dei meccanismi che la regolano. La sua è una pennellata avventurosa che procede attraverso un paesaggio interiore e simbolico insieme, in cui si riconosce un rapporto con la natura e uno con il tempo: i paesaggi sono realtà introdotte in un universo di sogno, sono i luoghi della mente e della coscienza. «L’indagine sulla percezione – afferma Bergamasco – è sicuramente uno dei punti cardine della mia ricerca. Non stiamo parlando di percezione visiva ma di percezione del mondo a un livello più profondo. Il mondo è un’immagine: per questo la pittura è una disciplina perfetta per capire molte cose, un non luogo ottimale per ritrovarsi; la pittura è un attimo senza tempo, è un adesso eterno. Non credo che ci possa essere un’operazione più concettuale, reale e allo stesso tempo raffinata della pittura che rispecchia i meccanismi stessi sui quali si regge il cosmo». Tra i suoi soggetti più frequenti ritroviamo

IL MONDO È UN’IMMAGINE PER QUESTO LA PITTURA È UNA DISCIPLINA PERFETTA PER CAPIRE MOLTE COSE UN NON LUOGO OTTIMALE PER RITROVARSI LA PITTURA È UN ATTIMO SENZA TEMPO È UN ADESSO ETERNO


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LA MOSTRA Doppia personale Le opere di Matteo Bergamasco dialogano e si confrontano con quelle di William Marc Zanghi nelle suggestive sale dell'Esedra a Villa Manin, Passariano di Codroipo (Udine). In mostra una selezione dei lavori più rappresentativi dell’artista, tele di grandi dimensioni che ritraggono suggestivi interni simbolici, scenari esoterici, paesaggi onirici, stregati o psichedelici. Fino al 20 maggio. Villa Manin, Esedra di Levante, Passariano di Codroipo (Udine). Info: www.villam anin-event i. it

interni ricchi di oggetti, dal sapore antico: a un primo livello di lettura ciascuno di essi racconta una storia e il vissuto di chi li abitava; a un esame più approfondito possono essere detti “interni della coscienza”, come li definisce l’autore, metafora della condizione esistenziale per cui ogni essere umano, dovunque si trovi, è sempre in un interno, quello del proprio sé o coscienza. La pittura alchemica di Bergamasco delinea scenari esoterici, paesaggi onirici, stregati o psichedelici popolati da demonietti e mostriciattoli che ricordano Hieronymus Bosch e Mathis Grünewald, nonché i particolari pittoreschi dei racconti di Gustave Flaubert e Anatole France. Tuttavia i dettagli folkloristici svelano simboli e messaggi, chiedono allo spettatore di aprirsi all’idea di porsi in una posizione di ascolto nei confronti dell’opera. «Nel mio lavoro – sostiene Bergamasco – cerco di non essere troppo specifico: affronto generi, soggetti e stili

sempre diversi e contraddittori. Penso che nell’occhio non esista uno stile, la definizione di stile rispecchia uno stato di prigionia. Crediamo di vivere ma la quantità di vita su altri piani è per noi inimmaginabile, anche un solo scintillio da questi luoghi altri è una boccata d’aria fresca ed è quello che cerco di comunicare». La tecnica di realizzazione delle sue opere rivela il processo concettuale che le sottende: inizialmente l’artista realizza delle macchie di colore, da cui inizia a tirar fuori forme e oggetti, quindi da una materia informe, o “energie pure”, riorganizza una percezione tridimensionale, reale, riconoscibile, cominciando a dare una collocazione alle entità e ai soggetti; procedimento che è alla base dell’elaborazione della mente umana nella percezione del mondo. A volte i dipinti rappresentano sogni, come nel caso della serie di disegni dal tema apocalittico esposti alla Kit Schulte gallery di Berlino all’inizio del-


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NEL MIO LAVORO CERCO DI NON ESSERE TROPPO SPECIFICO E AFFRONTO GENERI SEMPRE DIVERSI PENSO CHE NELL’OCCHIO NON ESISTA UNO STILE E QUEST’ULTIMO RISPECCHIA UNO STATO DI PRIGIONIA

l’anno, in cui emerge un abbandono all’ignoto e un innamoramento verso lo spettacolo naturale del sublime. Lo studio dell’artista a Milano appare come un santuario dove sono collezionati utensili rituali, maschere o sculture di saggi e divinità che sottolineano la ricerca di un comun denominatore nella tradizione della spiritualità occidentale e orientale. «Nasciamo in un contesto ricco di tracce – continua l’artista – sicuramente ho cercato di scovare le impronte buone in qualsiasi ambito culturale potessi rinvenirle. Un’architettura visiva, un sistema di simboli o un linguaggio sono degli strumenti per aggregare un mondo. L’unica arte che vorrei realizzare è quella che ancora non è entrata nel mio orizzonte cognitivo, quella di cui al momento non sospetto nemmeno l’esistenza». Nella sua libreria ritroviamo cataloghi di Hokusai, Picasso, Peter Doig, Hockney, Hammershoi, Dana Schutz, Ligabue, Gauguin, Tiziano e i

A destra: Matteo Bergamasco Sopra: Lo spirito degli antenati, 2011 A sinistra, dall’alto: La fine del mondo vista come una pulsar 2012 Ma il piccolo Giulio lo sapeva già, 2006 A pagina 59: Cena a base di ravioloni alle seppie 2003 premio Cario

L’ARTISTA Milanese, classe 1982 Matteo Bergamasco è nato il 13 giugno 1982 a Milano, dove vive e lavora. Dopo aver frequentato l’accademia di Belle arti di Brera, nel 2002 è vincitore del premio Lissone e nel 2003 si aggiudica il premio Cairo. Dal 2002 espone in collettive e personali in Italia, Europa e Usa. Tra le personali più recenti si segnalano la mostra di disegni apocalittici alla Kit Schulte gallery di Berlino. Nel 2011 ha partecipato alla 54esima esposizione d’arte internazionale Biennale di Venezia, Padiglione Italia. La sua galleria di riferimento è la Bonelli arte contemporanea (Mantova). Quotazioni da 2.000 a 16mila euro. Info: www.matteobergamasco.com

“diagrammi spirituali” di Emma Kunz, le cui linee e geometrie influenzano gli aspetti più sottili della percezione umana; tra le letture I gladiatori di Dio di Stuart Wilde, Nisargadatta Maharaj, Yogananda, Il cuore cherubico di Florenskij. «Ho faticato anni per riuscire ad armonizzare il lavoro di pittore con il cammino della conoscenza – conclude Bergamasco – ciò che conta è una meta superiore. Per questo è fondamentale riuscire a strutturare un corretto modo di vivere e quindi di lavorare. Una volta fatto questo si può essere di qualche utilità a sé stessi e al mondo. Prima di aver fatto questo, cosa posso offrire agli altri? Che senso ha condividere cose di scarsa qualità essenziale? Meglio stare zitti, non servono altre distrazioni nel mondo. L’obiettivo dell’arte oggi deve essere anche quello di salvare gli uomini; come artisti, dopo aver sofferto possiamo finalmente iniziare a guarire gli altri».


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ARTE E TECNOLOGIA Un progetto per giovani artisti Kernel festival seleziona giovani artisti ”under” 35 impegnati nella ricerca tecnologica applicata all’arte contemporanea. ”Electronic sound & music”, ”audiovisual mapping”, ”interactive & digital art”, ”temporary architecture” sono le sezioni del concorso. In palio l’esposizione del proprio progetto, ospitalità e ”pass” per i tre giorni della manifestazione che si terrà a Desio dal 29 giugno al primo luglio. Candidatura online. Scadenza 30 aprile. Info: www.kernelfestival.net

STRATEGIE ECOLOGICHE Un master tutto in verde Il Naba di Milano organizza il master in ”Landscape”, un corso che affronta i temi della conservazione, valorizzazione e progettazione del territorio attraverso i concetti chiave di ecologia, ambiente e sostenibilità. Il master coinvolge varie figure tra cui architetti, designer, artisti, paesaggisti e ”filmaker” nella costruzione delle strategie ambientali. Scadenza 15 aprile. Info: www.paesaggistraordinari.info

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a cura di ALESSIA CERVIO

VOGLIAMO UNA STORIA LIBERA E BELLA Prima edizione per “In my art” a Torino Il concorso premia racconti per immagini di ogni genere Il racconto per immagini è al centro della prima edizione di “In my art”, un’iniziativa dell’associazione “no profit” Nuovi orizzonti di Torino per promuovere l’accademia internazionale di Arte musica e spettacolo. Il progetto prevede che la tassa d’iscrizione sovvenzioni corsi di formazione e gli stessi premi del concorso saranno didattici. Il tema è appunto raccontare una storia, una scoperta, una scena, un mondo, la scelta è assolutamente libera, attraverso singole immagini o fumetti brevi di sei tavole realizzati in tecnica digitale o tradizionale. “Fantasy”, “dark”, “gothic”, surrealista, favolistico, fantascientifico, realista sono alcuni dei generi in cui è possibile cimentarsi. Il concorso si svolge on line, con l’esposizione delle opere sul sito dell’associazione Nuovi orizzonti. Tutti i concorrenti riceveranno un attestato di partecipazione e ai primi classificati per ogni categoria sarà data la possibilità di esporre le proprie opere in una sala messa a disposizione dall’organizzazione. I vincitori selezionati dalla giuria potranno inoltre partecipare a mini corsi di perfezionamento. Scadenza 30 giugno. Info: www.nuovi-orizzonti.info/inizio1

CREATIVI UNDER 30 Per una personale alla Ghiggini Sono aperte le iscrizioni per partecipare al concorso promosso dalla Ghiggini 1822 di Varese. Il premio promuove l'arte contemporanea giovane ”under” 30 ed è aperto a tutte le espressioni artistiche, dalla pittura alla scultura, dalle installazioni spaziali e audiovisive ai lavori realizzati con l’ausilio di strumenti digitali. In palio per il vincitore l’organizzazione in autunno di una personale alla galleria Ghiggini 1822. Scadenza 14 aprile. Info: www. ghiggini.it

BREVI RACCONTI SOCIALI In palio una bici d’alluminio riciclato I Racconti della Csr è un concorso letterario inserito nel programma del Salone della responsabilità sociale d’impresa che si svolgerà a maggio alla Bocconi di Milano. Gli studenti possono presentare un racconto inedito sul tema della responsabilità sociale. In palio uno ”stage” offerto dal quotidiano Affaritaliani.it e una bicicletta in alluminio riciclato. Scadenza 30 aprile. Info: www. da ldirealfare.eu

CORTOMETRAGGI SOCIALI ITALIANI E STRANIERI In gara tutte le categorie tranne la fiction Ares film & media festival è una manifestazione per la promozione cinematografica e l’innovazione multimediale con la responsabilità sociale. Il concorso è aperto agli artisti italiani e stranieri che presentino un corto o un lungometraggio sperimentale. Ad eccezione della fiction, sono accettate tutte le categorie, purché realizzate dopo il primo gennaio 2010. Un comitato selezionerà le opere per il concorso, che si terrà a Siracusa nei mesi di luglio e agosto. Verranno premiati il miglior film e le migliori opere di responsabilità sociale, d’innovazione del linguaggio, d’interpretazione della contemporaneità. Durante la manifestazione previste anche conferenze, laboratori, ”performance” e una mostra d’installazioni multimediali. Scadenza 20 maggio. Info: www.aresfestival.it


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Professionalità e creatività, i pilastri della Rufa Così la ”Rome university of fine arts” guarda al mondo

LA PRATICA OLTREILTALENTO

Alcuni lavori degli studenti A sinistra: Il direttore Fabio Mongelli foto Manuela Giusto

IL DIRETTORE Fabio Mongelli L’architetto Fabio Mongelli è nato a Roma il 25 dicembre 1968. Dirige la ”Rome university of fine arts”, dove è docente di metodologia della progettazione e curatore di allestimenti. Ricopre la carica di consigliere del ministero dell’Istruzione, università e ricerca nell’ambito del Consiglio nazionale per l’alta formazione artistica e musicale.

L’OFFERTA FORMATIVA Una pioggia di diplomi Con sede centrale in via Benaco, la ”Rome university of fine arts” conferisce diplomi accademici di primo livello in pittura, scenografia, scultura, design, graphic design e cinema; di secondo livello in pittura, scenografia, scultura, decorazione. Propone diversi corsi di formazione professionale, corsi liberi e ”workshop” con esperti del settore. Info: 06 85 86 591 7; www.u niru fa.it

U

n iter didattico volto allo sviluppo della sensibilità artistica dello studente, conscio di voler adagiare la sfera dell’espressività al centro della propria vita, lavorativa e non. «Creatività e professionalità devono viaggiare su due binari paralleli», spiega l’architetto Fabio Mongelli, direttore della Rufa, libera accademia Belle arti di Roma. Riconosciuta dal ministero dell’istruzione, università e ricerca, la “Rome university of fine arts”, presieduta da Alfio Mongelli, conferisce diplomi accademici di primo e di secondo livello, titoli di studio equipollenti alle lauree triennali e magistrali, nel campo delle arti visive, progettazione e arti applicate, nuove tecnologie per l’arte. Istituita nel 1998, la Rufa «è nata per

fornire una preparazione di livello universitario in grado di conciliare lo sviluppo delle potenzialità creative degli studenti con le esigenze di una professionalità legata anche alla figura dell’artista», dice Mongelli che dal suo studio nella sede centrale dell’accademia ha visto passare negli anni un numero imponente di studenti, italiani e stranieri, intenzionati a sviluppare il proprio talento. «Ma il talento da solo non basta – si affretta a precisare – occorre supportarlo con un metodo d’indagine di ricerca da applicare in ambiti differenti. Se lo studente ha qualcosa da comunicare attraverso un video, un dipinto oppure un’installazione, deve avere gli strumenti necessari per realizzare il suo progetto». Da qui l’importanza che la Rufa attribuisce «sia all’aspetto della formazione,

delle lezioni e dei laboratori, sia ad altre iniziative artistiche e culturali come mostre, concorsi e convegni organizzati all’interno dell’accademia oppure promosse dalla struttura in collaborazione con altri enti e istituzioni». Ma quale predisposizione occorre avere per iscriversi alla Rufa? «Curiosità e spirito d’iniziativa sono fondamentali – spiega il direttore – ma può accadere che lo studente, intenzionato a intraprendere un determinato iter in accademia si accorga, frequentando il corso, di essere più portato nei confronti di un’altra offerta formativa. A quel punto, d’accordo con l’interessato, viriamo verso diversi percorsi interni. Sensibili nel voler valorizzare le attitudini di ciascuno». Massimo Canorro


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LA COLLEZIONE Alcune opere

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Mariagrazia Pontorno (1) Spighe comete 2011 2

Luigi Ontani (2) Tazio Nuvolari, anni Sessanta Giacinto Cerone (3) Senza titolo, 1999 Mario Schifano (4) ”Aureliair”, 1991

5

Francesca Montinaro (5) ”Lib”, 2011

4

LA PEGGY CAPITOLINA Ines Musumeci Greco apre la sua casa piena di tesori «L’arte dà grande forza, aiuta a restare giovani» di ORNELLA MAZZOLA

U

n grande appartamento nel centro di Roma: parquet chiaro, pareti bianche, opere disseminate ovunque, grandi finestre senza tendaggi. La casa di una collezionista, ma con un quid in più. L’abitazione privata è spazio espositivo e insieme sede di eventi: dall’incontro al dibattito, dal vernissage alla “performance”. È tutto questo la casa di Ines Musumeci Greco, poliedrica figura di collezionista, promoter e mecenate che fa rivivere, unica in Italia, il modello ameri-

cano di Peggy Guggenheim. Una donna dinamica e immersa in una intensa vita di relazione, ma al contempo schiva e riservata. Con lei non funziona la classica intervista “vis à vis”. Si può entrare nel suo mondo solo chiacchierando in modo informale, mentre si passeggia per vedere le opere e studiare le inquadrature per le foto. Siamo di fronte a una passione totalizzante: «Senza l’arte non si può vivere. Dà grande carica, grande forza». A volte sono incontri straordinari a segnare un destino per sempre. A Ines è capitato così alla fine degli

anni Settanta, con Mario Schifano, nel suo studio in via della Mantellate: «Ricordo ancora il suo sorriso mentre faceva capolino da un’enorme opera appoggiata alla parete: “Questa è per te”, mi disse porgendomi una tela ancora fresca. Mario era un uomo veramente speciale. Quella tela è stata il primo pezzo della mia collezione d’arte». In seguito, amicizie illustri ma soprattutto nuove leve saranno lo stimolo più forte per la novella collezionista, d’ora in poi fortemente orientata a valorizzare e lanciare i giovani: «Con il loro entusiasmo


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A destra: Ines Musumeci Greco foto Giovanni De Angelis a sinistra: Carlo Lococo Senza titolo, 1997 La scultura sopra è di Kendell Geers Toti (110), 2005 foto Manuela Giusto

LA COLLEZIONISTA Gallerista e curatrice Ines Musumeci Greco è nata a Roma, ma non ama svelare l’anno. Nella capitale vive e lavora condividendo le sue passioni con il marito Giuliano e la figlia Aurelia. Già collaboratrice della rivista Terzocchio e direttrice della galleria L’isola, ha curato molte mostre, tra cui Eliseo Mattiacci ai Mercati di Traiano (2001), Roberto Almagno a Palazzo Venezia (2006), Giacinto Carone alla Galleria nazionale d’arte moderna e Giovanni De Angelis al Macro (2011). Ha prodotto per la Rai i filmati ”Selfportraits” e curato il ciclo di interviste Perché non parli. Tra le iniziative imminenti una conversazione tra gli artisti Andrea Galvani e Gian Maria Tosatti, in programma a casa Musumeci Greco prima dell’estate.

hanno definitivamente catturato la mia sensibilità, spingendomi a vivere l’arte nella vita quotidiana. Così è nata la mia casa galleria, una casa che mi assomiglia molto, un abito su misura che ho sempre sognato di realizzare insieme ai miei artisti». In effetti qui sono vari gli interventi “site specific” che fanno dell’installazione un elemento di arredo: la magnifica scala di ferro di Carlo Lococo, il Giardino di aloe di Maria Dompè, sorta di mini-serra sotto un lucernario, una parete rivestita dalla carta da parati firmata Francesco Simeti, la

Costellazione grande carro di Eliseo Mattiacci, per l’illuminazione del corridoio, i lampadari di cristallo rivisitati da Flavio Favelli, che ama giocare con oggetti obsoleti. E poi sculture: Luigi Ontani, Giacinto Carone, Chen Zhen, Tom Burr. Fare nomi è davvero un’impresa: la collezione è vastissima e composita, in parte non esposta e in parte allestita tra la casa romana di via della Mercede e quella abruzzese di Rocca di Mezzo. Le celebrità sono tante, da Schifano a Boetti, dalla Abramovic a Kounellis, da Muniz a Paladino, ma altrettante le perso-

nalità di volta in volta emergenti, come oggi è il caso in particolare di Andrea Galvani, Emiliano Maggi, Maria Grazia Pontorno. E se si sbaglia? Ines rivendica anche questo diritto: «La collezione cresce con te. Un’opera nel tempo può non piacere più o un’artista non rivelarsi all’altezza delle aspettative, ma anche questi pezzi hanno comunque un loro valore: le opere sono tutte piezz’e core». Quello che conta infatti è il rapporto personale con l’artista e, soprattutto, il divertimento: «L’arte è un gioco, un gioco che aiuta a restare giovani».


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IL BRASILE VOLA AL TOP Venduta per 626.500 dollari la tela “Nu azul” dell’artista Beatriz Milhazes

“N

Elida Sergi

Nella pagina a fianco da sinistra: Lucio Fontana Concetto spaziale attese, 1960 Alberto Burri Nero plastica, 1965

Beatriz Milhazes

Rudolf Stingel Senza titolo, 2004

Edward Ruscha ”Blue scream’ 554.500 dollari

2 Emilio Scanavino Il rosso e il nero 35mila euro

PODIO ESTERO

”Nu azul” 626.500 dollari

1 PODIO ITALIA

u azul” di Beatriz Milhazes, artista brasiliana che realizza dipinti dal carattere seducente e nostalgico, e a seguire “Blue scream”, avveniristica tela di Edward Ruscha. In terza posizione una creazione originalissima, nata dall’immaginazione di Jim Hodges, particolare già dal titolo: “Here’s where we will stay”. Sono queste le battute d’asta più ricche del mese a livello internazionale. L’aria di primavera si sente a fa aumentare la voglia di arte: per questo può accadere che un collezionista newyorkese s’innamori di un dipinto divertente, per certi versi ipnotico e intriso di nostalgia come quello di Beatriz Milhazes, portandoselo a casa per 626.500 dollari, una cifra cinque volte più alta del valore di stima del dipinto. Può accadere anche che un altro collezionista in sala durante la stessa battuta d’asta decida di spenderne 554.500 di dollari per aggiudicarsi “Blue scream”, un “grido” blu che assomiglia a un dipinto di Andy Warhol, che in qualche modo richiama alla mente la pop art. Dal dipinto che diventa quasi una versione “pubblicitaria” (e anche molto diversa) di un urlo famoso, quello di Munch, si passa poi a un dipinto che è altrettanto originale: si chiama “Here’s where we will stay”, in sostanza Qui è dove staremo e l’autore è Jim Hodges, un artista newyorkese che si occupa di installazioni. Il quadro è stato battuto per una cifra ottima, 482500 dollari, ed è davvero particolare il gioco di colori che regala: in quella che sembra una tenda costruita a mo’ di “patchwork” c’è un’esplosione deliziosa di colori, forme e fantasie: si ha proprio l’impressione di trovarsi di fronte a pezzi di stoffa messi insieme un po’ per caso ma che nell’insieme danno un bellissimo colpo d’occhio. A livello italiano questo mese protagonista assoluta delle battute d’asta del Belpaese è una realtà importante e che si è ingrandita nel tempo assumendo un ruolo di primo piano nel settore, cioé la Meeting art, casa d’aste di Vercelli. Superficie blu, di Enrico Castellani, è stato venduto a un collezionista per l’ottima cifra di 120mila euro (un valore al di sotto di quello di stima, che si aggirava tra i 160mila e i 170mila euro, ma pur sempre una cifra importante). Si tratta di un dipinto molto bello, di un intenso colore blu attraversato da pennellate che sembrano quasi ferite conficcate nell’opera, che è stata molto contesa dai collezionisti in sala. Staccato davvero di molto, è stato infatti battuto per 35mila euro, Il rosso e il nero di Emilio Scanavino, una tela che si può dire sia visivamente divisa in due dal colore che cambia. Linee di disegno abbastanza semplici, improntate alla razionalità e alla semplicità, rendono quest’opera molto armonica e adatta ad essere inserita in qualunque tipo di contesto. Tra i più venduti di questo mese sul mercato delle aste italiane c’è anche Vice=Wise di Luigi Ontani, un’opera nella quale un misticismo quasi religioso si mischia con un po’ di irriverenza che porta a introdurre persino alcune figure del gioco delle carte, come il “jocker”. La cifra alla quale è stato venduto è abbastanza buona: 33mila euro. Area di primavera, dunque, anche per le aste italiane questo mese: un’aria che deve essere confermata anche nelle prossime settimane, quando la stagione entrerà finalmente nel vivo.

Superficie blu Enrico Castellani 120mila euro

Jim Hodges ”Here’s where we will stay” 482.500

3 Luigi Ontani Vice=Wise 33mila euro


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Chiuse le aste londinesi con protagonisti autori italiani Grande attesa per le prossime battute statunitensi

OCCHI PUNTATI SU NEW YORK

I

risultati delle recenti aste di Londra di “post war” e arte contemporanea parlano chiaro: nei “ten top” i grandi maestri italiani del dopoguerra si affermano con realizzi milionari: nella vendita serale di Christie’s del 14 febbraio sono di artisti italiani storicizzati ben 4 dei 10 più prestigiosi lotti, due di Piero Manzoni (un suo Achrome del 1958-59 supera i 2,7 milioni di sterline) e due di Lucio Fontana (un Concetto spaziale attese del 1967, “cinque tagli” su tela rossa supera i 2 milioni di sterline, contro una stima di 0,9-1,2 milioni). Nella vendita di Sotheby’s del 15 nuova grande performance di Alberto Burri che si afferma al 6° posto con Nero Plastica del 1965 venduto per oltre 2 milioni di sterline contro una stima di 0,8-1,2 milioni. Infine il 16 da Phillips de Pury si attesta in prima posizione un Concetto spaziale, Attese del 1960, “sei tagli” su tela bianca di Lucio Fontana, appartenuto alla collezione personale di Andy Warhol fino alla sua morte nel 1987 e venduto per oltre 1 milione di sterline. In seconda posizione, nella stessa vendita, di Rudolf Stingel, nato in Italia a Merano e residente a New York, uno degli artisti contemporanei più ambiti sulla scena internazionale, un monumentale Senza titolo del 2004 della sua serie minimalista “carta da parati” è stato aggiudicato per 505 mila sterline. Le aste londinesi hanno dato ulteriori conferme al mercato internazionale del-

l’arte contemporanea: in primis Gerhard Richter uscito ulteriormente rafforzato dalla sua grande recente retrospettiva al Tate modern di Londra. Tra i cinque più cari lotti della vendita di Sotheby’s del 15 febbraio sono comprese ben quattro opere di questo artista tedesco: al top un suo olio del 1992, per la prima volta all’asta e appartenente alla serie astratta “Abstaktes Bild” (768-4), che supera i 4,8 milioni di sterline contro una stima di 3-4 milioni. Anche nella vendita serale di Christie’s del 14 febbraio un capolavoro assoluto di Gerard Richter appartenente al momento più creativo della sua serie “Abstaktes bild”, il 1994, caratterizzato dalla sovrapposizione di accesi strati di colore azzurro, smeraldo e malva, raggiunge i 9,9 milioni di sterline, contro una stima di 5-7 milioni. Grande attesa rivestono le prossime aste di arte contemporanea, in programma per maggio a New York: un’importante anticipazione è rappresentata da “Sleeping girl”, uno dei capolavori assoluti di Roy Lichtenstein, acquistato dai celebri collezionisti Beatrice e Phillip Gersh (membri fondatori del Moma di New York) alla Ferus gallery di Los Angeles nel 1964, anno in cui l’opera venne realizzata: verrà proposta da Sotheby’s a New York il 9 maggio con una stima di 30-40 milioni di dollari. Stefano Cosenz

IL CALENDARIO Gli appuntamenti del mese Tajan Parigi, 3 aprile Arte moderna e contemporanea: ”Trois papillons”, olio su masonite del 1996 di Bernard Buffet (46x55 cm) stima 30-40 mila euro. Info: www.tajan.c om Phillips de Pury New York, 4 aprile Collezione di fotografie dei principali maestri dello scatto, tra cui Alfred Stieglitz, Eward Weston, Edward Steichen, André Kertész, Paul Strand: Young Farmer, Po Valley, 1953 di Paul Strand, stima 20-30 mila euro. Info: www.phillipsdepury.com Christie’s Dubai, 17 e 18 aprile Arte moderna e contemporanea araba, iraniana e turca. ”Top lot” una bellissima e monumentale opera calligrafica dell’artista iraniano Nasrollah Afjehe, ”Wave” del 2010, raffigurante il movimento e l’energia dell’onda che si scontra con le parole scritte in modo ermetico, stima 80-120 mila dollari. Siriano è invece Saad Yagan: il suo ”The newspaper seller”, raffigurante un astratto venditore di giornali ha stima 6-8 mila dollari. Info: www.christies.com Besch Cannes, 8 aprile Dagli impressionisti all’arte contemporanea: ”Moutons de pierre” di Francois-Xavier Lalanne, sculture in pietra epossidica, bronzo, patina naturale (42x84x94 cm) del 19771983, provenienti da una residenza sul golfo di Saint Tropez, stima 50-60 mila euro ciascuna scultura. Info: www.cannesauction.com Bonhams Los Angeles, 16 aprile ”The urban oasis”, asta di arte decorativa e design del XX secolo: ”Blanket cylinder”, vetro soffiato di Dale Chihuly (altezza 52,7 cm, diametro 39,4 cm) stima 25-35 mila dollari; una ”Ricking chair” in legno di noce e abano di Sam Maloof, stima 30-50 mila dollari. Info: www.bonhams.com


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RISCATTARSI CON L’ARTE Per rilanciare l’economia calabrese si punta sul contemporaneo di MARIA LUISA PRETE


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In basso: l’assessore alla Cultura della regione Calabria Mario Caligiuri a sinistra: Jan Fabre “De man de wolken meet”, 1998 Parco internazionale della scultura di Catanzaro

IL BANDO

3 MILIONI e 500MILA Gli euro stanziati per progetti di promozione dell’arte contemporanea nel territorio calabrese. Il piano prevede una spesa di circa 5 milioni di euro fino al 2013. Uscito a metà marzo, c’è tempo fino a fine aprile per presentare i progetti. Tra gli obiettivi dell’iniziativa la valorizzare dei beni e delle attività culturali per aumentare l’attrattività territoriale. Possono partecipare amministrazioni provinciali e comunali della Calabria, istituti centrali e periferici del ministero per i Beni e le attività culturali, fondazioni e associazioni culturali, università, enti pubblici di ricerca e accademie di Belle arti. Le proposte dovranno prevedere la realizzazione di due edizioni, una per anno da realizzarsi nel biennio 2012-2013.

80% È la copertura delle spese prevista dal finanziamento

250MILA È il finanziamento massimo in euro per ogni edizione proposta nel biennio 2012-2013. Info: 0961857927 www.assessoratoculturacalabria.it

L

a convinzione che si sente ascoltando le sue parole proviene non solo dalla caparbia tempra meridionale, ma anche dal tono risoluto e dalle affermazioni inequivocabili. Mario Caligiuri, assessore alla Cultura, vuole rilanciare l’economia calabrese investendo sull’arte contemporanea. Una scommessa che può sembrare azzardata agli osservatori distratti, quelli che magari non sanno neppure che nella regione esistono prestigiosi luoghi espositivi e fervono iniziative, progetti e imprese nel settore in questione. Dal Marca di Catanzaro al Maca di Acri, dalla fondazione Rocco Guglielmo a palazzo Arnone: il territorio propone eventi competitivi e di qualità. Esempi isolati e realtà ancorate nel territorio e sostenute dalle amministrazioni locali, ma anche privati desiderosi di diffondere una passione o far conoscere inedite visioni dell’arte. A tutti questi operatori si rivolge il bando, lanciato a metà marzo, che mette a disposizione 3 milioni e 500mila euro da investire in progetti ed eventi di risonanza nazionale, capaci di attrarre visitatori, creare ricchezza e dare, così, impulso all’economia della regione. «È l’investimento pubblico più importante che si stia realizzando in Italia, in questo momento, nel settore dell'arte contemporanea», ha dichiarato, soddisfatto Caligiuri presentando l’iniziativa. «Si tratta di un investimento triennale – ha specificato – pianificato nell’ambito

dei fondi e prevede la possibilità di organizzare eventi, iniziative, manifestazioni e attività tese a promuovere l’arte contemporanea, che abbiano ricadute positive sia in ambito culturale che economico. L’arte come fattore di sviluppo e crescita economica». Mentre la crisi deprime, minimizza le speranze e attenua la fiducia nel futuro, una regione del sud, obiettivo da recuperare per la comunità europea e “peso morto” da abbandonare a se stesso per la frangia padana, decide di puntare sulla cultura per riscattarsi. «La Calabria ha un grande patrimonio che dobbiamo valorizzare, anche attraverso mirate strategie di comunicazione. L’arte è un attrattore economico, turistico e di immagine», continua Caligiuri. In qualità di coordinatore nazionale degli assessorati alla Cultura delle regioni, dopo l’esperienza della Biennale regionale, ospitata a villa Zerbi di Reggio Calabria, l’assessore calabrese è sempre più convinto dell’importanza della cultura per risollevare le sorti della regione. La situazione, comunque, presenta delle lacune: alcune strutture, come il Mack di Crotone, hanno difficoltà a operare per mancanza di risorse e personale. «I problemi – replica Caligiuri – si possono presentare in qualsiasi altro luogo in Italia, ci sono posti meravigliosi in Calabria, aperti tutto l’anno che racchiudono grandi tesori». Tesori da proteggere e su cui investire in maniera oculata.

LA CALABRIA HA UN GRANDE PATRIMONIO CHE DOBBIAMO VALORIZZARE, ANCHE ATTRAVERSO MIRATE STRATEGIE DI COMUNICAZIONE


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Marca

Parco di Scolacium

Parco della scultura

Il Marca è un museo multifunzionale dove convivono espressioni artistiche differenti, dall’arte antica al contemporaneo. Al suo interno, China, il bar realizzato da Flavio Favelli. Via Turco 63, Catanzaro. Info: www.museomarca.info

Il parco archeologico di Scolacium, a Roccelletta di Borgia (Catanzaro) ogni estate ospita la rassegna Intersezioni, progetto espositivo incentrato sull’incontro tra archeologia e contemporaneo. Info: www.intersezioni.org

Il Parco internazionale della scultura ospita le opere dei protagonisti di Intersezioni, l’evento che ogni anno a Scolacium propone una differente contaminazione tra arte e archeologia. Via Cortese 1, Catanzaro. Info: www.intersezioni.org

VIAGGIO I INCALABRIA La geografia del contemporaneo nella regione: tra spazi gestiti dagli artisti e grandi musei lo sviluppo del settore trova nuovo impulso ma i problemi da risolvere sono tanti di MARIA LUISA PRETE

l bando per progetti di arte contemporanea in Calabria schiude uno scenario complesso. Innanzitutto, come hanno reagito all’iniziativa dell’assessorato alla cultura gli operatori del settore? A questa domanda, la risposta è unanime: entusiasmo e soddisfazione. «È un ottimo progetto, in questo momento economicamente difficile ci si rende conto che la cultura è un elemento profondo di trasformazione, crescita e innovazione», dichiara, tra gli altri, il direttore del Marca di Catanzaro Alberto Fiz. «Il bando attiva una rete di risorse che possono dare grande impulso all’arte contemporanea in Calabria», replica il notaio Rocco Guglielmo dell’omonima fondazione. Ma chi sono i promotori artistici nella regione? La fotografia scattata vede emergere in primo piano il capoluogo. A Catanzaro, infatti, opera da anni con successo il Marca e intorno al museo gravitano il parco di Sco-

Fondazione Rocco Guglielmo

Palazzo Arnone

Maca

La fondazione, presieduta da Rocco Guglielmo e nata nel 2011, si definisce una ” filiera creativa in Calabria”. Promuove le giovani promesse e l’arte più innovativa. Corso Mazzini 4, Catanzaro. Info: www.fondazioneroccoguglielmo.it

Palazzo Arnone è uno dei più prestigiosi di Cosenza. È sede della soprintendenza per i Beni storici, artistici ed etnoantropologici della Calabria, diretta da Fabio De Chirico, e della Galleria nazionale d’arte. Via Gian Vincenzo Gravina, Cosenza. Info: www.comune.cosenza.it

Il settecentesco palazzo Sanseverino è sede del Maca, nato per volontà di Silvio Vigliaturo: trenta stanze, tremila metri quadrati dedicati agli artisti del Novecento e ai giovani talenti. Piazza Falcone 1, Acri (Cosenza). Info: www.museovigliaturo.it


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IL CONCORSO Talenti in mostra In occasione della XIV Settimana della cultura indetta dal Mibac, il Maca di Acri ha deciso di aumentare ulteriormente i propri sforzi per la promozione dell’arte regionale con il concorso ”Young at art”, dando la possibilità a cinque giovani artisti operanti nel suolo calabrese di esporre le proprie opere nella sala estemporanea del museo. La mostra, in programma dal 14 aprile al 26 maggio, in concomitanza con l’importante retrospettiva dedicata a Francesco Guerrieri, presenta le opere dei finalisti, rigorosamente under 35. Inoltre, in collaborazione con Alphabeti, azienda attiva nel settore della promozione dei beni culturali e dei new media, e la Bcc Mediocrati, verrà realizzata una nuova sala virtuale della collezione Bancartis (www.mediocratitour.it), in cui i cinquei artisti potranno esporre una selezione delle loro opere. Info: www.m useovigliat uro. it

Casa della memoria Nel 2000 viene costituita, per volontà di Mimmo Rotella, una fondazione (oggi presieduta da Rocco Guglielmo) è un centro propulsore dell’opera del maestro calabrese. Vico dell’Onda 7, Catanzaro. Info: www.fondazionemimmorotella.net

lacium (sede della rassegna estiva Intersezioni) e il Parco internazionale delle sculture. Da qui sono passati nomi del calibro di Cragg, Fabre, Paladino, Gormley e Quinn. Cioè il ghota dell’arte. La provincia sostiene le iniziative senza riserve. «Il Marca ha cambiato lo scenario del contemporaneo in Calabria – ribatte Fiz – sviluppando una sinergia con il settore pubblico capace di competere ed essere un esempio per il resto del paese». Sempre a Catanzaro, la Casa della memoria, voluta da Mimmo Rotella, lavora in tandem con la fondazione impegnata a catalogare l’intera produzione dell’artista calabrese. La fondazione Rocco Guglielmo, attiva da gennaio 2011, propone un programma incentrato sulle forme più innovative del contemporaneo. Le mostre sono ospitate nel complesso del San Giovanni a Catanzaro o alla Casa della memoria. A Crotone il Mack è una realtà più piccola che

la provincia cerca di far progredire. Vanta una collezione di opere dal dopoguerra a oggi e nel 2012 propone la rassegna Obiettivo sud che avrà il suo culmine a giugno con la collettiva dedicata al neorealismo fotografico presentando autori del calibro di Berengo Gardin e Giacomelli. A Cosenza, il panorama del contemporaneo vede protagonista palazzo Arnone, sede della galleria nazionale, con una collezione classica, anche se dedica sempre spazio all’arte di oggi. Il Maca di Acri, diretto dall’artista Silvio Vigliaturo, è impegnato nella promozione dei grandi nomi del Novecento, in attività divulgative e nella promozione dei giovani talenti calabresi. «Il nostro – dice Vigliaturo – è un piccolo museo, ma ogni anno registra 15mila presenze». Sempre in provincia di Cosenza, a Rende, il Museo del presente ospita mostre, cineforum, spettacoli, convegni e presentazioni di libri. A Mammola, in

provincia di Reggio Calabria, sorge, per volontà di una coppia di artisti, Nik Spatari e Hiske Maas, il Musaba: museo, laboratorio, parco e “art hotel”, dove vivere l’arte in connubio con la natura e l’archeologia. «Siamo impegnati in progetti e attività per scuole, università, turismo culturale», dice La Maas. Infine, da ricordare, la Camera di commercio di Vibo Valentia impegnata nella promozione dell’arte contemporanea attraverso il premio internazionale Limen arte: un’iniziativa, apprezzata da Vittorio Sgarbi, che cerca di fare dell’esperienza artistica un catalizzatore di sviluppo del territorio. Dunque, un panorama dalle potenzialità inattese. Il terreno è fertile e le forze in campo pronte a cogliere le opportunità offerte. Bisogna solo evitare di perdere una grande occasione. I Bronzi di Riace giacciono ancora in attesa del nuovo ricovero, con conseguente danno al turismo e all’immagine della regione.

Museo del presente

Mack

Musaba

Il Museo del presente, diretto da Tonino Sicoli (otto sale espositive su una superficie di 2.500 metri quadrati) ospita mostre, cineforum, spettacoli, convegni e presentazioni di libri. Piazzale Kennedy, Rende (Cosenza). Info: 0984462493

Il Mack, struttura gestita dall’amministrazione provinciale di Crotone, ha una collezione permanente che ripercorre la storia dell’arte italiana dal secondo dopoguerra a oggi. Per tutto il 2012 ospita la rassegna Obiettivo Sud. Piazza Castello 20, Crotone. Info: 0962905714

Nato dall’iniziativa degli artisti Nik Spatari e Hiske Maas, il Musaba ospita una collezione di pitture, disegni e grafiche. Organizza laboratori e stage. Viale Parco museo Santa Barbara, Mammola (Reggio Calabria). Info: www.musaba.org


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L’ORA DELL’IMPEGNO Dal mondo accademico agli spazi privati, la regione educa alla contemporaneità di CATERINA ARCURI*

I

l mio sguardo sull’attualità dell’arte contemporanea in Calabria ha tre diversificate segmentazioni: il mio lavoro d’artista, la didattica che svolgo all’accademia di Belle arti del capoluogo calabrese e il contributo alla promozione culturale con il Centro per l’arte contemporanea “Open space” di Catanzaro. La Calabria, crocevia di innumerevoli scambi socio-culturali, da sempre caratterizzata da infinite contraddizioni sul piano politico, economico e sociale, transito di numerose e variegate culture, si manifesta oggi nella sua particolare complessità – problematiche di varia natura, tra criminalità organizzata e povertà materiale che incidono sull’intero territorio – nonostante le potenziali risorse di natura ambientale e culturale. È un momento di grande impegno e fervore, nonostante la crisi. La Calabria tenta di risalire la china con particolari progetti in divenire. Forse si potrà recuperare la gloria della sua storia millenaria. La produzione artistica contemporanea oggi è una grande risorsa culturale ed economica. Nel passato – come scriveva il critico Filiberto Menna – la differenza tra centro e periferia, tra nord e sud, era ciclopica, oggi, invece, le distanze spazio-temporali si sono notevolmente accorciate grazie ai processi virtuali e tecnologici e non per le infrastrutture che restano ancora sospese nel limbo. Grazie a un rinnovato impegno di nuove forze culturali e

istituzionali (assessorati alla Cultura, università, accademie di Belle arti, conservatori, gallerie e spazi alternativi), la Calabria offre nuove possibilità a quanti operano nello specifico della cultura e dell’arte. La statoregione si sta accreditando sempre più come territorio emergente nel campo delle arti con significativi interventi di valorizzazione del suo patrimonio culturale e artistico e con progetti di promozione che rafforzano sempre più la propria identità storica e culturale. E l’attuale mega bando per l’arte contemporanea ne è una conferma. Circa dieci anni fa volevamo realizzare uno spazio aperto all’arte e a tutti i suoi diversificati linguaggi, nel segno della qualità e dell’attualità. Credo che l’impegno per il futuro non debba arrestarsi, deve semmai triplicarsi affinché si realizzi un sistema istituzionale permanente che favorisca una rete di sinergie tra le varie realtà regionali. L’attività culturale di “Open space” insieme ai progetti di ricerca interdisciplinare, svolti con l’accademia di Belle arti di Catanzaro, hanno avuto l’obiettivo di “educare” un pubblico sempre più ricettivo e propositivo ai processi innovativi della fenomenologia artistica contemporanea favorendo la nascita e lo sviluppo di altre realtà culturali, in modo da implementare sempre più l’offerta formativa e culturale della città e dell’intero “hinterland” calabrese. È giusto ricordare una cordata di artisti, intellettuali e docenti

Caterina Arcuri Origine, 2011

(Toni Ferro, Giulio De Mitri, Guglielmo Gigliotti, Donella Di Marzio, Anna Russo, Francesca Miglietti, Tonino Sicoli, Gabriella Dalesio, Vittoria Biasi, Angela Sanna, Dimitrios Kozaris, Andrea La Porta, Letizia Paonessa, Salvatore Brancato, Giancarlo Chielli, Gianluca Murasecchi) che hanno realizzato, in quest’ultimo ventennio, mostre, eventi, seminari, rassegne, conferenze, “workshop” di notevole valenza artisticoculturale. Progetti che hanno innescato dinamiche di scambio tra storie, linguaggi e culture differenti. L’attività culturale e di ricerca interdisciplinare Parola e immagine dell’accademia, per esempio, ha stigmatizzato momenti importanti di didattica pubblica evidenziando il ruolo che l’arte ha nella società contemporanea. Il progetto ha promosso e organizzato seminari, incontri e laboratori con artisti, intellettuali, critici, operatori culturali al fine di approfondire e divulgare il dibattito artistico contemporaneo, creando momenti di riflessione, discussione e confronto, convinti del valore della cultura e dell’arte per una maggiore crescita culturale e per un rinnovamento istituzionale e politico. I giovani hanno così avuto modo di conoscere e confrontarsi con note personalità del mondo dell’arte e della cultura e nel contempo fruire di eventi espositivi ideati nel solco dell’attualità dell’arte. *artista e docente all’accademia di Catanzaro


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L’ANNUNCIAZIONE MANCA LA SFIDA DEL CONTEMPORANEO ALL’ESPOSIZIONE D’ARTE SACRA DELLA FONDAZIONE STAUROS LA MAGGIOR PARTE DEI LAVORI APPARE SCONTATA NEL TENTATIVO DI MODERNIZZARE UN TEMA CHE RICHIEDE UNA RIFLESSIONE DI GRANDE PROFONDITÀ

di ANDREA DALL’ASTA S. I. (DIRETTORE GALLERIA SAN FEDELE)

LA MOSTRA Di annuncio in annuncio È l’evento della XV Biennale d’arte sacra contemporanea la mostra Di annuncio in annuncio, dove una novantina di maestri si misurano col tema dell’Annunciazione. Fino al 30 giugno, museo Stauros, santuario di San Gabriele (Teramo). A cura di Giuseppe Bacci. Info: 08619772176; www.stauros.it Alessandro Kokocinski Annunciazione, 2012

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n occasione dell’apertura delle manifestazioni per i 150 anni dalla morte di san Gabriele dell’Addolorata, religioso della congregazione dei Passionisti, proclamato santo nel 1920 da papa Benedetto XV, si è aperta l’11 marzo, alla presenza del cardinale Gianfranco Ravasi, la mostra dal titolo Di annuncio in annuncio. Artisti contemporanei reinterpretano un’Annunciazione del Rinascimento fiammingo nella sede della fondazione Stauros a Isola del Gran Sasso (Teramo). La mostra, a cura di Giuseppe Bacci, accoglie opere di autori che hanno indagato il tema dell’Annunciazione, nell’ambito della XV Biennale d’arte sacra contemporanea. Il soggetto non è facile, essendo stato trattato da secoli di storia con immagini di grande intensità espressiva. La sfida è in questo senso temeraria e coraggiosa. Forse, proprio per questo, la mostra risulta interessante per comprendere come l’Annunciazione è stata reinterpretata: quali sono infatti le modalità con le quali può ancora interrogare il nostro presente, che appare sempre più lontano da preoccupazioni di carattere teologico e biblico? La tentazione di rendere con super-

ficialità e approssimazione questi soggetti è sempre forte. Quando si vogliono affrontare tematiche sacre, infatti, il pericolo di cadere in uno sterile e vacuo devozionismo, incapace di dialogare con la cultura e i problemi della contemporaneità, e di lasciarsi sedurre da una facile e vuota teatralità si fa sempre strada. Tantissimi sono gli autori in mostra, alcuni poco noti, altri più conosciuti nel mondo dell’arte. La mostra si presenta come una serie affollata di opere, forse troppe in relazione agli spazi. Se alcune cercano di raccogliere la sfida come il lavoro di Marcello Mondazzi che riflette sul tema delle mani o la scultura di Hidetoshi Nagasawa che appare indagare su quello dell’incontro, o ancora la tela-scultura di Alessandro Kokocinski che riprende l’iconografia tradizionale ma filtrata e rivissuta con un profondo senso di nostalgia, la maggior parte dei lavori appare scontata nel tentativo di “modernizzare” un tema che al contrario presupporrebbe una riflessione di grande profondità. In questo senso, la mostra è interessante come cantiere di sperimentazione che andrà tuttavia necessariamente approfondito e ripensato.

Alla conquista di nuovi orizzonti: parte la Project Room. La sede di EcoArt Project a Roma apre le porte del suo spazio a creativi ed artisti per lo sviluppo, l’esposizione e la promozione internazionale dei loro progetti. Barbara Nati 2011 - Futuribili ritorni. Urano, 1 dicembre 1955 - Stampa Lambda su carta Kodak endura metallic

Chiedi come fare a info@ecoartproject.org

EcoArt Project è un sistema di sinergia tra arte e stili di vita eco-sostenibili che sviluppa iniziative di comunicazione creativa e sensibilizzazione. www.ecoartproject.org


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MARSIGLIA TRATERRAEMARE Lo studio italiano 5+1AA si è aggiudicato il concorso internazionale per la riqualificazione dell’area dei “Docks” della cittadina francese di ANDREA RODI

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arsiglia, la seconda città di Francia, si sta preparando a dovere alla prossima investitura a città della Cultura, che avverrà nel 2013. A livello architettonico la città si sta vestendo a festa, chiamando a sé alcuni dei più grandi nomi del settore. Il progetto di recupero del vecchio fronte del porto, intrapreso ormai da anni, coinvolge nomi eccellenti quali Zaha Hadid, Jean Nouvel e Rudy Ricciotti. In una città così affine all’Italia, sia per storia che per indole, non potevano certo mancare le “archistar” nostrane. Mentre Massimiliano Fuksas e Stefano Boeri si stanno occupando rispettivamente dell’Euromed center e del centro regionale del Mediterraneo, lo studio genovese 5+1AA di Alfonso Femia e Gianluca Peluffo si è aggiudicato il bando per la riqualificazione dell’area portuale dei “Docks” marsigliesi. Un progetto ambizioso che coinvolge una superficie di 20mila metri quadrati che lo studio intende trasformare in un filtro tra le due anime della città: quella urbana e quella marittima. Proprio il mare sembra essere una costante nei progetti di Femia e Peluffo, i quali hanno realizzato sia il “ma-

IL PROGETTO Ventuno milioni di euro Nel 2009, lo studio 5+1AA di Alfonso Femia e Gianluca Peluffo si è aggiudicato il concorso internazionale indetto da JPMorgan e Constructa per la riqualificazione dell’area dei Docks di Marsiglia, una cortina di mattoni a vista di ben 365 metri di lunghezza che congiunge l’area urbana della città al porto. L’inizio dei lavori è previsto per la primavera di quest’anno ed è composto di interventi sui 10mila metri quadri del pianterreno, gli 8mila del seminterrato, i 500 dello stoccaggio e gli oltre 1400 delle corti, per una superficie totale di oltre 20mila metri quadri e un costo complessivo di 21 milioni di euro. Info: www.5piu1aa.com


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LA PIAZZA DEL MAXXI CAMBIA LOOK Urban movement design vince lo Yap 2012 A partire da giugno, la piazza antistante il Maxxi di Roma sarà attraversata da un lungo nastro di legno circondato da una lussureggiante vegetazione. L’opera, realizzata dallo studio romano newyorkese Urban movement design composto da Simone Zbudil Bonatti, Robyne Kassen e Sarah Gluck, vincitore del progetto Yap Maxxi 2012, s’intitola Unire/unite e ha convinto i giurati per la sua particolarità interattiva che permette al pubblico di approcciarsi allo spazio museale da inediti punti di vista: perfetto esempio della filosofia architettonica dello studio, sempre volto alla progettazione di ambienti che promuovano il benessere e l’attività fisica all’interno della realtà urbana. «I confini della percezione sensoriale – si legge in una nota del museo capitolino – sono superati attraverso le sinuose curve della scultorea seduta e delle pergole vegetali appoggiate su un piano lievemente inclinato per unire le diverse parti della piazza». Sempre a partire da giugno, il Maxxi ospiterà una mostra dedicata ai cinque progetti finalisti di Yap. Info: www.fo ndazionemaxxi.it (A. R.)

In alto e a sinistra: rendering dei “Docks” e la pianta dell’intera area cortesia 5+1AA Alfonso Femia Gianluca Peluffo A destra: rendering del progetto Unire/unite dello studio Urban movement design

sterplan” della città di Palermo che il “waterfront” di Tangeri. «Il mare ci accompagna sempre – spiega Alfonso Femia – essere cresciuti in una località marittima e aver scelto Genova e il suo particolare rapporto con l’acqua fatto di ibridazione continua tra natura e artificio, ci ha permesso di instaurare un rapporto profondo, viscerale, intimo, sentimentale con esso. Orizzonte, linea e superficie, riflesso e variazione continua, colore cangiante e luogo impenetrabile, il mare è con noi, dovunque, anche a Parigi». Confrontarsi a livello architettonico con una città di mare significa anche essere in grado di veicolare, e non ostacolare, la naturalezza di elementi quali la luce e il vento. Nel realizzare il centro polifunzionale dei “Docks”, lo studio 5+1AA è stato particolarmente attento a queste importanti risorse naturali. «L’involucro storico – continua l’architetto – risponde direttamente nel migliore dei modi ai requisiti energetici che un edificio dovrebbe avere e pertanto il nostro intervento non aveva la stretta necessità di utilizzare il sole e il vento come dispositivo energetico ma prevalentemente come occasione architettonica. Nel nostro progetto, occupandoci prin-

cipalmente del grande piano terra e del recupero dello spazio parzialmente ipogeo abbiamo cercato di portare il sole, come luce, calore e riflesso e controllare il vento, come animatore di diversi spazi, dialogando con esso attraverso un sistema di tende vele su rue de Docks e tende drappi sulla corte del Mercato». Le quattro corti che il progetto intende far rinascere, destinate a uso commerciale e culturale, sono degli affascinanti spazi vuoti sormontati da vetrate su cui si affacciano i sei piani dell’edificio in mattoni a vista. Si susseguono una all’altra creando degli intervalli di ampio respiro tra le gallerie commerciali e sfociando in due piazze, di cui quella sul lato nord, place de la Mediterranée, in fase di realizzazione e la cui facciata non mancherà di stupire. «Oggi, il fronte nord dei “Docks”, guarda verso il futuro, verso la città che verrà e il suo nuovo rapporto con il mare. Un grande muro, un insieme di poesie incise nell’acciaio ed evidenziate da lettere in ceramica realizzate dall’artista Danilo Trogu, ci introdurrà a Marsiglia, lascerà intravedere i “Docks” e il suo nuovo cuore pulsante. I luoghi parlano», conclude Femia.


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UNAPIAZZASULTEVERE Nella capitale lo studio Lad propone un piano di recupero dello storico ponte Bailey di SIMONE COSIMI

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l ponte Bailey, battezzato col cognome dell’ingegnere britannico Donald, è una struttura che gli esperti di guerra e di genio civile conoscono bene: sviluppato nel corso della Seconda guerra mondiale per sostituire i ponti distrutti durante le operazioni belliche, come accaduto a Roma nei primi anni Sessanta coi lavori al ponte Flaminio, è stato in seguito utilizzato per sopperire ai consolidamenti di strutture più imponenti rimaste a lungo inservibili. I nove piloni conficcati nel Tevere per sostenere il Bailey capitolino, tre per gruppo, sfigurano Tor di Quinto, all’altezza della collina Fleming, dal 1964. Grigi fenicotteri azzoppati di un’epoca che non c’è più, inchiodati in un pantano di degrado. Un progetto firmato dai giovani architetti Francesco Napolitano e Simone Lanaro dello studio Lad ha vinto il premio Vocazione Roma, proponendo di farne una piazza sospesa sul fiume e rinfocolando così il dibattito sulle architetture dimenticate della capitale: «Nel letto del fiume si ergono

tre misteriosi piloni in calcestruzzo armato, che erano in realtà i supporti del vecchio ponte Bailey, smantellato negli anni Sessanta – dice Napolitano – la nostra idea prevede un accordo tra la pubblica amministrazione e un finanziatore privato che sia pronto a investire nella demolizione di due dei tre gruppi di piloni. A fronte di questo sforzo, gli enti pubblici concedono al privato di recuperare il terzo gruppo e di riutilizzarlo, posandovi sopra una struttura rimovibile a sbalzo sul Tevere. Questa piattaforma è una vera e propria piazza pubblica in mezzo al fiume, accessibile a tutti e munita di una struttura polifunzionale coperta sul retro. Al termine della concessione il comune può decidere se rimuovere la struttura e quindi demolire anche il terzo pilone o se rinnovare la concessione». Non male per le casse comunali e per lo sviluppo locale in tempi di ristrettezze: zero i costi per il Campidoglio, una nuova attività fra cultura e ristorazione nonché un punto d’osservazione inedito sul (già) biondo corso

d’acqua. Insomma, l’idea – protocollata e bloccata negli archivi della regione Lazio ormai da tempo – potrebbe dare il via a un interessante percorso di recupero interstiziale e di qualità ai troppi relitti mai digeriti della città: «Lo scorso 15 dicembre – conclude Napolitano – dopo tanti anni di silenzio sulla situazione di degrado, il comune di Roma ha dato notizia di voler indire un “project financing” per un progetto che riguarda una struttura sospesa su tutti e tre i piloni, per un costo di 35 milioni di euro. La nostra idea prevede di liberare il letto del fiume dai piloni con un progetto più semplice, molto meno costoso e meno invadente; ciononostante rimaniamo fiduciosi nelle istituzioni, e non perdiamo la speranza di vedere un giorno risolta questa strana disfunzione ambientale e urbana. Tutto dipenderà dal convergere di tempi e intenti da parte del comune di Roma e della regione Lazio. Ci auguriamo che nei prossimi mesi la situazione si sblocchi in modo da poter dare avvio ai lavori di riqualificazione».


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In alto: vista del ponte Bailey A destra: l’intero progetto architettonico A sinistra: il pilone da demolire

IL PROGETTO Da Zingaretti il premio Vocazione Roma Insignito dal presidente della provincia di Roma Nicola Zingaretti del premio Vocazione Roma, il progetto dello studio Lad (fondato nel 2006) prevede il recupero di un gruppo di piloni dell’ex ponte Bailey, chiaramente visibili da chiunque percorra corso Francia, l’arteria automobilistica che passa sul vicino ponte Flaminio, nella zona nord della capitale. Proprio in supplenza dell’adiacente ponte il Bailey venne montato e smontato nella prima metà degli anni Sessanta, lasciandosi dietro vistose tracce della breve esistenza. La terrazza sul fiume prevista dalle carte dello studio Lad – che ha già messo a punto lavori interessanti come l’Olgiata ”shopping plaza” e la ”Blue church” di via Tieri a Roma o un ”cohousing” sperimentale ad Aarhus, Danimarca – misura 420 metri quadrati mentre gli spazi coperti sulla sponda circa 130. La destinazione dovrebbe essere divisa fra attività sociali, culturali e ricreative. A realizzarlo l’architetto Francesco Napolitano e il designer Simone Lanaro, fondatori dello studio capitolino che si occupa anche di design d’interni. Fra i progetti ultimati gli hotel Isa e Vatican di Roma e diversi appartamenti fra Parigi e New York. Info: www.lad.ro ma.it


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KE NAKO, IL PIACERE DI SENTIRSI A CASA Nel quartiere capitolino di San Lorenzo, un ex magazzino si fa spazio polivalente Un mix di arte, musica e cucina per riuscire ad accontentare tutte le esigenze di MARIA LUISA PRETE

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na casa grande e accogliente nel cuore di San Lorenzo, quartiere popolare e universitario di Roma. Così si può definire il Ke Nako. E proprio con queste parole lo presenta Sabine Aherns che, insieme al marito Claudio Ciambella, gestisce il locale. Un luogo inusuale, pensato e realizzato con idee ben precise. «È nato per essere un posto aperto a tutti, a gente di qualsiasi età ed etnia, tutto a prezzi molto popolari», dice Sabine. Fino a poco più di un anno fa era un magazzino abbandonato. Oggi, grazie ai proprietari e ai loro amici artisti, è diventato uno spazio culturale vero e proprio, dinamico e flessibile, attento alle esigenze di un pubblico variegato. Già nella scelta del nome, si

trova l’originario spirito che lo anima. “Ke Nako”, espressione del popolo Pedi, utilizzata da Nelson Mandela in occasione dei Mondiali per affermare l’arrivo del riscatto per il Sud Africa, significa appunto “è arrivato il momento”. In questo caso, di uno spazio nuovo, attento all’ambiente e alle sue risorse. E si comincia con le piccole cose, come la scelta di non utilizzare bottiglie di plastica, di riciclare con stile utilizzando, per esempio, i sacchi di caffè per comodi ed eleganti cuscini, vecchi mobili sapientemente restaurati o sculture realizzate con materiale povero. Ma anche valorizzando le caratteristiche della struttura originaria, come il montacarichi al centro della sala, dietro al bancone, che riesce a trasmettere tutto il fascino della struttura


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KE NAKO Via dei Piceni 22-24 San Lorenzo, Roma Tel. 064465780 www.kenako.eu

Gli spazi del Ke Nako e alcuni particolari dell’arredo foto Manuela Giusto

architettonica preesistente. Archeologia industriale rivisitata e reinterpretata con intelligenza e fantasia. Piccoli accorgimenti in un mix di stili che riescono a integrarsi perfettamente, trasformando un ex magazzino di 350 metri quadri in una grande casa capace di adattarsi a tutte le esigenze. Una dimora che ospita le persone e le loro passioni: buona musica, creazioni artistiche, cucina di qualità in un’atmosfera intima e rilassata. Senza lasciare nulla all’improvvisazione. Rocco De Rosa si occupa della parte musicale: «La proposta del Ke Nako si pone al confine tra i generi, privilegia la sperimentazione e le “performance” multimediali, un luogo dove la musica incontra le altre arti per eventi sempre unici». Il programma prevede un paio di

concerti a settimana, mentre la domenica propone una “matinée”, di solito concerti in solo o in duo, a volte accompagnati da proiezioni. Gianluca Murasecchi, infine, artista e docente all’accademia di Belle arti di Urbino, cura la parte espositiva. Ogni due mesi, il locale si rinnova ospitando artisti italiani e internazionali. «Ad aprile – annuncia Murasecchi – al Ke Nako viene esposto il lavoro del giovane creativo pugliese Giovanni Forleo». Sempre ad aprile il locale si apre anche alla presentazione di libri e verrà predisposto un angolo dedicato ai bambini. Perché non venga tradita la sua vocazione, continua a trasformarsi per riuscire nell’intento principale: essere un rassicurante rifugio per tutti gli avventori.


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Lepel Design Luca Nichetto per Casamania. Collezione di sedute imbottite e rivestite in tessuto, con parti facilmente impilabili

Off cut Design Nathan Yong per Living divani. Libreria con struttura in legno a incastro e piani di vetro

RHO, PROPOSTE IN FIERA PER UN QUOTIDIANO DI CULTO E CONVIVIALITÀ LA PRIMAVERA DEL DESIGN TORNA A MILANO CON IL SALONE DEL MOBILE, TRA FIERA E CIRCUITI CITTADINI. TONI INTIMISTICI, ECHI MODERNISTI E LESSICO FAMILIARE PER UN NUOVO BENESSERE

a cura di ANTONIA MARMO (SIGNDESIGN)

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Design Fabio Novembre per 36 h, 56 h di Driade Collezione di poltroncine con struttura in alluminio rivestita con intreccio in plastica, proposte in varie versioni bicolore

Cucina Alessi by Valcucine Design Wiel Arets per Valcucine Cucina monoblocco in Corian Glacier White, proposta in tre tipologie: a isola, a isola ampliata e a muro

Design Nendo 1% Collezione di cento pezzi di oggetti combinabili in ceramica (”wintea” ”cup”, ”top-tea” ”set”, ”block-vase”, ”stack-sake set”, ”shrink-plate”)

Att horizontal shower Sieger design Applicazione su piano orizzontale del sistema di Ambiance tuning technique con combinazione regolabile di getto e temperatura

uperato brillantemente il mezzo secolo di vita, il Salone del mobile rinnova anche quest’anno le sue promesse sulle tendenze del design. L’appuntamento come sempre è a Milano dal 17 al 22 aprile alla Fiera di Rho e nei circuiti cittadini dedicati. Si riconferma il consueto “layout” fieristico con le aree dedicate al mobile e al complemento d’arredo e la presenza dei giovani al salone satellite. Tornano, poi, Euro cucina (salone internazionale dei mobili per cucina) e il salone internazionale del bagno. Tante le proposte tra innovazione tipologica e tecnologia che pongono al centro un concetto di nuovo benessere tra culto, funzionalità e rassicurante convivialità. Questo focus sulla dimensione più domestica e quotidiana della nostra vita, con la capacità del salone di essere specchio dei tempi, porta a delineare un panorama di oggetti fatto di note intimistiche e ritrovata sensibilità, espresse attraverso toni naturali, forme organiche, usi trasversali, orizzonti lontani e memorie reinterpretate. Richiama creature fantastiche la collezione di poltroncine che Fabio Novembre immagina per Driade: il loro nome, 36 h e 56 h, è il dato temporale richiesto per la loro realizzazione, in onore alla ricercata lavorazione a mano. Esperienze d’infanzia e leggerezza d’Oriente nella libreria “Off cut” disegnata da Nathan Yong per Living divani: pezzetti di legno a incastro per una costruzione eterea che lavora per sottrazione. Soffici rotondità per Lepel, la linea di sedute di Luca Nichetto per Casamania, evoluta nel design e nell’ottimizzazione di produzione e trasporto: sedia e “armchair” utilizzano in parte lo stesso stampo, cambiando solo lo schienale. Una mostra fuori Salone a palazzo Visconti per Nendo, il collettivo di design giapponese, che presenta la collezione “Limited edition 1%”, dove ogni pezzo rappresenta appunto l’uno per cento di un universo di poetici minimi oggetti combinabili. Minimalismo, sperimentazione e qualità artigianale per la seconda cucina Alessi by Valcucine, stavolta a firma di Wiel Arets, concepita per il mondo del “contract”: un monoblocco con spigoli e angoli raggiati e totale assenza di giunzioni a vista. Nuove sensorialità per l’esperienza doccia ridefinita in orizzontale, espressa dal sistema “Att (Ambiance tuning technique) horizontal shower” di Dornbracht, per vivere anche a casa il piacere dell’acqua in una dimensione inaspettata.


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II Fuorisalone in cifre (dati 2011)

IL FUORISALONE NON È SOLO IN ZONA TORTONA Brera si propone come attivo epicentro dell’evento meneghino Paolo Casati: «Un fenomeno spontaneo e radicato sul territorio» di SILVIA MORETTI

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avorare sul territorio, fare rete, mappare gli eventi. Queste le parole d’ordine del Fuorisalone, il sistema integrato di eventi e progetti che anche quest’anno, dal 17 al 22 aprile (info: fuorisalone.it), ci porta fuori dal Salone ufficiale e dentro la città di Milano alla ricerca delle realtà più vivaci del design contemporaneo. Paolo Casati, uno dei titolari di Studiolabo, la società che ha dato vita ai progetti di Fuorisalone, Brera design district, Porta Romana design e Mecenate area design, sotto l’insegna di Milano design network, offre una bussola per orientarsi. Non solo Zona Tortona, dunque? «È sbagliato dire che il Fuorisalone nasce con Zona Tortona perché questa è relativamente recente. Fuorisalone nasce con due presupposti: gli “showroom” in centro,

quindi Brera, San Babila, il quadrilatero, e i grandi ex spazi industriali riconvertiti a location espositive in quartieri periferici come Mecenate, Bovisa, Lambrate. Il segreto è coniugare interesse da parte del pubblico con un’offerta bilanciata tra spazi temporanei e gallerie. Se viene meno uno dei due il luogo perde d’interesse e non genera traffico. Poi deve esserci una capacità del territorio di costituirsi a “network” perché se non c’è collaborazione il gruppo si indebolisce. Questa è stata la carta vincente di Brera. Abbiamo definito un marchio, una “mission”, degli obiettivi e mappato i soggetti presenti. Ecco la prima cosa da fare: leggere il territorio». Come nasce l’esperienza di Brera? «Tutto parte da un’idea di Marco Torrani: animare dal punto di vista del commercio il quartiere. Nel 2010 siamo arrivati a una

In alto e a destra: il perimetro di Brera e una strada del distretto Nel box, da sinistra: Franco Grignani Poster 1964 Lora Lamm poster La Rinascente,1959


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GRAFICA ALLA TRIENNALE A Milano il quinto allestimento è firmato da Fabio Novembre Il percorso nella creatività italiana imboccato dal Triennale design museum di Milano continua con la nuova edizione, quella che si sviluppa dal 14 aprile a febbraio 2013, dedicata alla storia e ai segreti della grafica tricolore. Proprio Grafica s’intitola non a caso il quinto allestimento, che esordisce in contemporanea all’atteso Salone del mobile meneghino, quest’anno alle prese con le ristrettezze della crisi. Curato dal trio Giorgio Camuffo, Mario Piazza, Carlo Vinti, il progetto è firmato dal pluricelebrato architetto Fabio Novembre, che ha siglato ultimamente l’allestimento dell’imponente mostra del fotoreporter Steve Mc Curry alla Pelanda del Macro Testaccio di Roma. L’idea del museo guidato da Silvana Annicchiarico è quella di presentare vicende, figure e fenomeni che hanno distinto la comunicazione visiva nostrana negli anni, restituendole la giusta considerazione. La collezione è organizzata secondo nove sezioni: lettera, libro, stampa periodica, pubblicità e propaganda, segno, veste dei prodotti, stampato d’uso comune, misura del tempo e architetture grafiche. Triennale di Milano, viale Alemagna 6, Milano. Info: www.triennaledesignmuseum.it (S. C.)

quarantina di eventi, l’anno scorso a novantasei, quest’anno le aziende hanno un “budget” più basso del solito. Sono previste tra le cinquanta e le sessanta adesioni, ma la qualità sarà quella consolidata». A che cosa rinunciano più volentieri le aziende pur di esserci? «Alla metratura dello spazio. Le sedi sono aumentate perché molte gallerie d’arte di Brera hanno messo in affitto il loro spazio per aprirsi al design e avere una fonte di guadagno inedita». Ci consigli qualche evento? «Sicuramente il Brera outdoor village a palazzo Cusani, il palazzo che si apre ai cittadini. Poi la mostra su Giò Ponti all’ordine degli Architetti di Milano voluta da Molteni. Guardando agli “showroom”, Valcucine, che quest’anno porta avanti un discorso le-

gato alla sostenibilità ambientale, e l’appartamento Lago: un nuovo modello espositivo che si sta imponendo, quello in cui il prodotto viene vissuto non messo in mostra. Il pubblico non è passivo e la vetrina diventa così un luogo di aggregazione». Immagini un Fuorisalone fuori Milano? «Il Fuorisalone è un fenomeno spontaneo e radicato su questo territorio e non è replicabile in un’altra città. La contaminazione di spazi espositivi avvenuta a Berlino, New York o Parigi non ha dato gli stessi risultati. È un fatto di massa critica e di costruzione del territorio. Milano ha le dimensione giuste per ospitare un evento del genere». Progetti per il futuro? «Sarebbe bello esportare il modello al tema dell’Expo 2015. Molte aziende interessate ci hanno già interpellato in merito».


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LOTTARE PER LA QUALITÀ Intervista col creativo Giuseppe La Spada: «Non bisogna affidarsi solo al talento ma studiare, fare ricerca e arricchirsi» di GIULIO SPACCA

A destra: "Underwater", uno scatto dall'ultimo progetto di Giuseppe La Spada A sinistra: ”Mono no aware" opera con la quale nel 2007 La Spada ha vinto il Webby award, realizzata a supporto del progetto "Stop Rokkasho" del premio Oscar Ryuichi Sakamoto

IL PERSONAGGIO Da Palermo a Sakamoto

L’ARTE È IL VERO SENTIRE DELL’UOMO KANDINSKY DICEVA CHE LA SOCIETÀ È UNA PIRAMIDE CHE SI MUOVE LENTAMENTE NELLA PARTE SUPERIORE RISIEDONO GLI ARTISTI

Giuseppe La Spada nasce a Palermo il 12 gennaio 1974. Nel 2002 si diploma col massimo dei voti in ”digital design” allo Ied di Roma, in cui resta come docente fino al 2004. Nel 2007 vince il prestigioso Webby awards per il sito ”Mono no aware”. Nel 2008 continua la collaborazione con Sakamoto e Fennesz. L’anno successivo realizza ”A fleur”, un ”live show” che nel 2011 rientra tra le opere esposte al Digitalife 2 di Roma. È membro dell'”International academy of digital arts” and sciences” di New York e del consiglio direttivo dell'”Art director club italiano”. Info: www.giuseppelaspada.com


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ra gli artisti contemporanei ce ne sono alcuni che sono riusciti a comunicare in modo unico sensazioni ed emozioni attraverso innovazioni strumentali e visive. È il caso del direttore artistico Giuseppe La Spada, autore di importanti videoclip e mostre fotografiche. Quale formazione consiglierebbe a un giovane che vuole diventare “art director”? «Di non affidarsi solo al talento, alla sensibilità personale ma di studiare, fare ricerca ed esperienze che possano arricchire anche a discapito delle comodità a cui oggi siamo abituati. Poi lottare sempre per la qualità». E la collaborazione con Ryuiki Sakamoto? «È nata con una mail per supportarlo in un progetto. Sembra una favola internettiana e in realtà lo è. Sono passati quasi sei anni, Ryuiki è una grande persona, per me è un riferimento da tantissimi punti di vista, un maestro unico». In lavori come “A fleur”, arte, natura, musica sembrano esprimersi tutte insieme, quasi un ritorno alla ricerca della bellezza primordiale. «Ho sempre vissuto l’arte come momento catartico, un ponte fra il sé e l’immensità della natura. Cerco la sospensione, il distacco da un reale sempre più privo di valori e con sempre meno tempo per approfondire. Per me è un fermarmi e sentire, senza retorica. L’acqua è l’involucro di questo processo, che ovatta e protegge dalle intrusioni. I miei lavori sono molto semplici, attimi molto veri in cui cerco di unire in armonia sinestetica i singoli attori». La Sicilia è la sua terra d’origine, ricca di arte e di storia. Quanto ha influito sulla sua formazione e sul suo lavoro? «Tantissimo, dico sempre sia una culla meravigliosa dove crescere. Ti porti dentro dei riferimenti pazzeschi, sei marchiato a vita e cerchi con ossessione di riprovare sensazioni che sembrano perdute nel tempo, odori, voci, colori e letture. La luce siciliana rende tutto degno di essere uno spettacolo a cielo aperto». Stiamo vivendo un momento di crisi economica e di valori. L’arte in passato ha segnato la rinascita dell’uomo: può farlo ancora oggi? «L’arte è il vero sentire dell’uomo. Kandinsky diceva che la società è una piramide che si muove lentamente e nella parte superiore risiedono gli artisti, che hanno l’arduo compito di spingere in avanti la piramide. Oggi si insegue la materialità con troppa veemenza, forse non cogliamo i segni catastrofici nelle crepe che abbiamo sotto agli occhi. Ho paura che l’arte sia vista come l’ennesima fonte di investimento o di gioco, pochi sentono l’arte». I suoi video hanno come base la natura, l’uomo, la cura estrema dell’immagine. «Più che l’arte credo sia la presa di coscienza dei sé assopiti a poter cambiare le cose. I miei lavori nascono per placare me stesso e cercare la scoperta dell’interno attraverso l’esterno».


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L’ENIGMA DELL’ARCHITETTO In anteprima il romanzo dedicato alla misteriosa fine di un maestro del razionalismo di ANDREA CAMILLERI*

TRA FASCISMO E ANTIFASCISMO Dentro il labirinto di una vita

Andrea Camilleri Dentro il labirinto Skira 163 pagine 15 euro

Carlo Levi Ritratto di Edoardo Persico 1930 A destra: Pablo Picasso Capra, 1950

I

fatti sarebbero andati in questo modo. Persico, Rientrando, sorprende qualcuno che conosce molto bene ma del quale, dato il buio, non identifica i tratti. Quello, per evitare di farsi riconoscere, reagisce colpendolo al corpo senza neanche dargli il tempo d’accendere la candela all’ingresso. Ma Persico è in precarie condizioni di salute e quel colpo, probabilmente al fegato, l’uccide. Allora l’assassino involontario trascina il corpo fino al bagno, fa un disperato tentativo di rianimarlo usando gli asciugamani, poi, visti vani i suoi sforzi, l’abbandona. Perché dovrebbe essere stato colpito al corpo? Perché Gabriele Mucchi dichiara che quando lo ritrasse sul tavolo dell’obitorio non c’erano tracce di ferite sulla testa e nemmeno di lividi intorno al collo. Però la testa e la parte superiore dell’abito è tutto quello che può vedere del corpo, essendo il resto coperto dall’abito. Ma non avrebbe dovuto accorgersene il medico legale, il professor Cazzaniga durante l’autopsia? Certamente sì, il segno di quel colpo c’era ma il professore non l’ha evidenziato come avrebbe dovuto perché forse gli è

pervenuta, prima dell’autopsia, una comunicazione riservata da parte della polizia. [...] Insomma, sto mettendo le mani avanti. Il lettore, giunto a questo punto, si sarà reso conto che ho portato alcuni esempi che possono essere letti tanto in un verso quanto nel verso diametralmente opposto. Perché nella vita personale, privata, di Persico quasi tutto è sfuggente, ambiguo. Parafrasando Melville, una sua eventuale biografia potrebbe intitolarsi “Persico o dell’ambiguità”. Ho scritto eventuale biografia perché questa mia non lo sarà. Dichiaro onestamente che non era nemmeno nelle mie intenzioni. Oreste Del Buono scrisse su di lui due lunghi, memorabili articoli apparsi su La Stampa, intitolandoli “L’enigma Persico”. Ecco, il mio sarà il tentativo di percorrere il labirinto di un enigma, che mi costringerà a formulare ipotesi e supposizioni e a pormi di continuo domande senza risposta, e di uscirne infine con l’aiuto dell’unico, possibile filo d’Arianna, vale a dire l’invenzione narrativa. *estratto dal volume, cortesia Skira

Si legge come un giallo, e in effetti lo è. Solo che, stavolta, il decano dei giallisti nostrani si diverte non solo a dipanare un filo d’Arianna tra le intricate trame che hanno visto Edoardo Persico morire per mano d’ignoti. Non risolve il caso ma si limita a suggerire un esito plausibile, più che possibile, alla fine di un personaggio trovato morto nel suo appartamento milanese una fredda mattina di gennaio del 1936, in pieno fascismo. Persico, animatore della vita artistica e figura ai margini del sistema, costretta a vivere in miseria, cattolicissimo eppure militante socialdemocratico, a tratti in buoni rapporti col regime ma legato a molti personaggi avversi a esso, primo fra tutti Gobetti, fu davvero un campione d’ambiguità, come spiega mastro Camilleri. Un esempio di come fosse difficile barcamenarsi, allora più che sempre, tra onestà intellettuale ed etica morale, ambizioni e necessità del vivere. Un nodo inestricabile per chi, alla fine, volle farsi ”agnus dei”. Una volta tanto coerentemente. (M. Z.)

NELLA VITA PRIVATA, PERSONALE DI PERSICO QUASI TUTTO È SFUGGENTE, AMBIGUO. UNA SUA BIOGRAFIA POTREBBE INTITOLARSI PERSICO O DELL’AMBIGUITÀ


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LETTURE_INSIDE ART 87

SUGLI SCAFFALI

PER FAVORE LASCIATE IN PACE I BAMBINI Serena Giordano mette sotto accusa l’insegnamento della storia dell’arte: dall’infanzia all’età adulta Fra alti e bassi il nuovo saggio dell’insegnate artista

Serena Giordano Disimparare l’arte Il mulino 210 pagine 15 euro

Se da piccoli vi costringevano a disegnare come un pittore d’accademia e adesso non capite Pollock, prendetevela con le maestre elementari, che secondo l’autrice vi hanno inculcato una visione del mondo incompatibile con quella dell’arte contemporanea. Il saggio di Serena Giordano, Disimparare l’arte, convince a tratti. Ottime le parti dedicate ai libri di testo per la storia dell’arte, sempre inappropriati e banalizzanti; condivisibili anche le tesi sull’intoccabilità dei nostri monumenti che diventano piombo e noia sulla schiena dei studenti. Ma da qui a pensare che l’arte contemporanea non venga capita per via delle ore di disegno alla scuola elementare, in mezzo ci passa un abisso. Una cosa va chiarita: Pollock può piacere o meno ma per comprenderlo bisogna studiarlo. È necessario capire il percorso che dal rinascimento ha portato al “dripping” e solo così lo si potrà capire. Non esiste, ovvio, una sola lettura di un’opera e questa può essere apprezzata anche da chi non ne sa nulla, ma a chi dice “lo so fare anche io” forse andrebbe spiegato perché non è così. L’arte può e deve essere insegnata e non comunicata come dice l’autrice. Le elementari in questa storia centrano poco e paragonare il disegno di un bambino alla capra di Picasso significa forse travisare e l’uno e l’altro. (F. A.)

Achille Bonito Oliva L’ideologia del traditore Electa 256 pagine 39 euro

Isabella Pedicini Francesca Woodman Contrasto 136 pagine 19,90 euro

Lorenzo Cantore Edoardo Sassi Palma Bucarelli Palombi editori 286 pagine 29 euro

BRUNO OSIMO Bar Atlantic Marcos y Marcos 320 pagine 15 euro

La nuova edizione aggiornata del volume, uscito per la prima volta nel 1976, comprende una postfazione inedita, scritta da Andrea Cortellessa. L’estrema attualità del contenuto del libro rispetto alla situazione dell’artista di oggi, e che fu profetico per gli anni ‘70, è motivo di attenta rilettura: un’opera seminale e fondamentale nella storia della critica. La rilettura dell’Ideologia del traditore ispira una profonda riflessione sulle complesse relazioni tra arti visive, design, architettura, letteratura in un’epoca di crisi come quella attuale.

Tra pelle e pellicola l’autrice racconta la vita della fotografa soffermandosi soprattutto sul suo periodo romano. Woodman infatti ha avuto con il Belpaese un rapporto profondo che risale alla sua infanzia passata fra le colline della Toscana, dove la lezione dei grandi del rinascimento le dà le misure della sua fotografia geometrica. Pedicini cerca di rileggere le opere dell’artista senza vederne solo le testimonianze della sua morte precoce, quando nell’81 si tolse la vita. Analizzati anche i rapporti che l’artista intrattiene con la scuola romana di San Lorenzo.

La vita di un personaggio del nostro tempo può essere raccontata in tanti modi. Per Palma Bucarelli si è deciso stavolta di far parlare soprattutto le immagini. L’idea è quella di dimostrare come, a partire dai documenti contenuti nel volume, fosse possibile ripercorrere anche molti dei passaggi significativi della storia italiana del XX secolo: gli anni del fascismo, la Liberazione, lo scandalo Montesi, il boom economico, il Sessantotto e altro, restituendo un volto a personaggi che un tempo fecero parlare di sé ma che oggi sono pressoché dimenticati.

Adàm ogni giorno ricomincia da capo: un treno diverso, un'università diversa, una donna diversa. Ogni settimana si ripete come una giostra infinita, come un viaggio in tondo da un microcosmo all’altro. Finché un giorno, del tutto inaspettata, si apre anche per lui una via di fuga: la speranza di un’unica vita, di un mondo solo, dove potersi abbandonare in pace. Bar Atlantic è la storia di un precario della scuola, della vita, dell'amore: di un casalingo inquieto che venera sua moglie e ha un’amante diversa in cinque città.


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acconta Reinhard Kleist che in Germania c’è un grande interesse per tutto ciò che riguarda Cuba. E lui è solo un tedesco tra gli altri. Per questo s’è messo in testa di scrivere una biografia di Castro a fumetti. E quando dice che un editore l’ha pagato per andare a Cuba a documentarsi, nella piccola fumetteria del quartiere romano di San Lorenzo che lo ospita, si sprecano gli sguardi stupiti e sognanti degli astanti. Forse invidiosi. Nel panorama editoriale italiano è difficilissimo rintracciare un’esperienza simile a quella di questo quarantaduenne di Colonia che ha traslocato da un po’ nella più vivace Berlino, città dove l’attività di fumettista è tenuta in alta considerazione anche se non è ben pagata. E questo riporta il marziano nello stesso pianeta di Comics boulevard, la fumetteria collegata alla Scuola romana dei fumetti. Di fronte a lui alcune pile di libri, ciascuno ha un postit con un nome sopra. Kleist, con tratti veloci e colpi di pennarello, realizza le dediche assorto nei suoi pensieri. Poco prima dichiarava di non voler parlare di politica. Eppure l’ultimo libro tradotto in italiano è proprio Castro che segue ad Habana, arrivato da noi qualche mese prima sempre grazie a Black velvet. Appunti disegnati di un viaggio nell’isola, quattro mesi senza permesso e ritorno con una montagna di materiali. Da Berlino, Kleist ha portato le immagini dell’atelier che divide con alcuni colleghi, le ha proiettate la sera prima di questo incontro nella presentazione della mostra che gli sta dedicando il Goethe institut che sta concentrando la sua attenzione sul tema del fumetto. Il video rivela lo spessore della sua voglia di documentarsi e gli studi per entrare nel personaggio. Il disegnatore spiega gli sforzi per dare a Castro un volto riconoscibile finché, a forza di studiarne i tratti, ne scopre «il naso classico greco – così dice – la linea centrale della fronte che prosegue lungo quella del naso». Kleist, di cui conosciamo in Italia anche la biografia di Johnny Cash, passione rock di alcuni suoi amici, è abituato a muoversi tra cronaca e fiction ottenendo, così, una sorta di verità immaginaria. Divide il suo tempo tra “comics”, illustrazioni, pubblicità e animazione. Predilige il bianco e nero e rifiuta di adoperare il computer anche solo per colorare usandolo, invece, per altri aspetti del suo lavoro. Per scrivere Castro racconta di aver chiesto una mano a un giornalista tedesco, Volker Skierka, autore di una monumentale biografia del lider maximo. Nella lunga fase di ricerca s’è sciroppato una buona dose di libri, di lungometraggi post rivoluzione e di filmati originali. Voleva capire a fondo la gestualità del personaggio. Tutto ciò finché non s’è ritrovato con una roba che somiglia molto alla sceneggiatura di un film: dialoghi, appunti per cinepresa, montaggio, “location” e altro. Seguiranno gli schizzi dei personaggi e dei luoghi e le pagine grezze disegnate a matita prima dell’inchiostratura. Per Karl, il personaggio di fantasia del volume, spiega che ha il volto di un vecchio cronista conosciuto a un raduno della gioventù comunista ma la sua vita è l’impasto delle biografie di molti cronisti rimasti impigliati nel fascino della rivoluzione cubana. In quello di lui che è giunto fino a noi si riconoscono gli echi di Eisner e di Baru. Infatti, se gli domandi chi siano i maestri del suo tratto realistico, Kleist li cita assieme a Paul Pope e Mckean. Presto, molto presto, diventerà un libro la storia di Hertzko Haft, boxeur ebreo sopravvissuto al lager che riuscì a fuggire durante la marcia della morte e a rifugiarsi negli Usa dove combatterà da professionista contro Rocky Marciano. Speriamo che arrivi anche in Italia.

Reinhard Kleist matita alla mano racconta la cultura e le genti della sua amata Cuba di CHECCHINO ANTONINI

L’AVANA VISTA DA UN TEDESCO


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I VOLUMI La passione per un’isola Kleist disegna attraverso Castro e Havana il suo amore verso Cuba. Il primo, infatti, illustra la vita del rivoluzionario socialista rigorosamente in bianco e nero e con un approccio decisamente satirico. Havana, invece, si presenta come un vero diario di viaggio. Schizzi, appunti e colori sono colti dal vivo fra le strade cubane. L’isola che presenta l’autore è senza sfumature o ammorbidimenti, ma colta nella sua estrema contraddittorietà.

L’AUTORE Esponente del “graphic journalism” Reinhard Kleist nasce a Hürth, in Colonia, nel 1970. Dopo aver studiato grafica alla Fachhochschule Münster si trasferisce a Berlino dove apre un atelier di fumetto. Ha realizzato molti libri, disegnato su diverse facciate di edifici e curato illustrazioni per romanzi e cd musicali. Esponente di spicco del cosiddetto ”graphic journalism” l’autore arriva in Italia il 18 aprile per l’evento Comic manga & co. che il Goethe institut di Torino ha deciso di ospitare. Saranno infatti esposte, fino al 20 giugno, alcune delle tavole originali del suo lavoro Castro, recentemente tradotto in italiano. Info: www.reinhard-kleist.de

A sinistra: Reinhard Kleist In alto: una tavola tratta da Habana A destra: Fidel Castro tratteggiato dall’autore

Reinhard Kleist Castro Black velvet 288 pagine 19 euro

Reinhard Kleist Habana Black velvet 104 pagine 15 euro


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IL DRAMMA IN UN SORRISO Il giornalismo a fumetti si sfoglia a Tolentino di LUCA BEATRICE*

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Paola Cannatella e Giuseppe Galeani Illustrazione per Maria Grazia Cutuli Dove la terra brucia (Rizzoli, 144 pagine 16 euro)

L’EVENTO Nuvole di confine Dal 14 aprile al 16 settembre, in occasione della rassegna ”Tolentino humour”, la città marchigiana ospita la mostra Nuvole di confine: ”Graphic journalism”, l’arte del reportage a fumetti, a cura di Luca Beatrice. Museo internazionale dell’umorismo dell’arte, Palazzo Sangallo, piazza della Libertà, Tolentino (Macerata). Info: 0733969797; www.biennaleumorismo.org

on è un caso (…) che oggi, a fronte di molteplici scenari fortemente conflittuali ancora irrisolti, uno spazio prestigioso come quello di “Tolentino humour” abbia deciso di dedicare la prima rassegna italiana, con significative presenze internazionali, all’emergente fenomeno del “Graphic journalism”, l’arte del reportage a fumetti, una costola della “Graphic novel” divenuta, a tutti gli effetti, la mutazione genetica dell’illustrazione d’autore nell’istante in cui vignette e nuvole incontrano la parola scritta con ambizioni chiaramente letterarie. Il nostro è il tempo del meticcio linguistico, della contaminazione tra i generi, del mix e dell’ibrido. Nessuno, neppure il grande Art Spiegelman, ha voluto prendersi la paternità (dunque la responsabilità) di una nuova disciplina di cui ancora non si definiscono i confini. Se non ci fossero stati quei maestri che hanno elevato a dignità artistica la “pratica bassa” del fumetto (da Hugo Pratt ad Andrea Pazienza fino a Craig Thompson) forse non si sarebbero generate forme così innovative e sperimentali, ma a ciò deve aggiungersi il contributo fondamentale delle arti visive: negli ultimi due decenni uno degli strumenti più praticati è stato proprio il disegno, per la sua immediatezza, la leggerezza, il senso dell’umorismo, la capacità di non prendersi troppo sul serio, pur trattando temi e argomenti davvero scabrosi e scomodi. [...] Proprio perché considerata arte minore (anche se stentiamo a considerare tale il sarcasmo di William Hogarth, il coraggio degli illustratori satirici di “Simplicissimus”, la cattiveria di Mino Maccari, le allegorie di Honoré Daumier, il surrealismo di Topor, le mirabolanti avventure di Jacovitti, molti di loro sono presenti nelle collezioni del Miumor, Museo internazionale della caricatura di Tolentino), la grafica ha potuto assumere su di sé il peso della testimonianza drammatica dietro la leggerezza di un sorriso. *curatore della mostra estratto dal catalogo, cortesia Rizzoli Lizard


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GIOVANNI MALAGĂ’

Storie di sport, storie di donne con Nicoletta Melone In una galleria di ritratti, il segreto dello sport al femminile Vincenti, nonostante tutto: perchĂŠ le atlete italiane hanno raggiunto negli ultimi anni traguardi eccezionali, superando pregiudizi e ostacoli maggiori dei loro colleghi maschi.


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QUEL SANGUE COSÌ ITALIANO Daniele Vicari racconta in Diaz i pestaggi nella violenta notte del G8 nel 2001 «C’è grande incapacità nell’affrontare cose accadute nella nostra storia recente» di CAMILLA MOZZETTI

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ttenzione a chiamarlo semplicemente “film”, il lavoro di Daniele Vicari Diaz non pulire questo sangue è un cazzotto che ti arriva dritto allo stomaco. Vincitore al festival di Berlino del premio del pubblico, la pellicola parla di quello che Amnesty international ha definito come la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale: il massacro di decine di migliaia di persone al G8 di Genova. Un argomento ancora scottante, nonostante siano trascorsi più di dieci anni, che Vicari è riuscito a realizzare dopo mesi di lavoro e grazie a un produttore indipendente come Domenico Procacci. Diaz non lo voleva nessuno, affossarlo sarebbe stato meglio, ma il regista di Velocità massima e il produttore più quotato del momento sono andati avanti. Il 13 aprile il film arriva nelle sale con cento copie. Avete impiegato tre anni per fare il film, tanto da dover “fuggire” a Bucarest per gi-

rarlo. Qual è la paura nel parlare ancora della Diaz? «Non c’è una difficoltà solo nel parlare di fatti come la Diaz, c’è un’enorme incapacità collettiva nell’affrontare le cose che sono accadute nella nostra storia recente. Ogni forma di discussione è politicizzata tanto da rendere gran parte della produzione culturale vittima di posizioni aprioristiche e prive di libertà. Quando decidi di fare un film su un fatto storico ma anche politico con questo contesto, rischi di far film incapaci di toccare il cuore della gente». Perché hai deciso di fare un film sulla Diaz? «La vicenda del licenziamento di 25mila operai della Fiat nel 1980 e la conseguente marcia dei 40mila, Tangentopoli nel 1992 e nel 2001 il G8 di Genova sono le tre svolte fondamentali della nostra storia recente. Quello che è accaduto a Genova è qualcosa di molto più grave di quello che noi possiamo immaginare, non tanto per i fatti in sé, che restano di una gravità assoluta, quanto per le conseguenze che hanno deter-

minato. È venuto fuori uno scollamento totale tra le istituzioni e i cittadini. Diaz non vuole dare delle risposte, neanche io sono riuscito a trovare dei perché; sono certo, però, che la vicenda ha molti significati sui quali riflettere. Una delle cose più incredibili che è accaduta in quei luoghi è stata la violenza sulle donne. Chiedendomi perché le forze dell’ordine siano arrivate a compiere atti così gravi mi interrogo sul significato di democrazia e spero che il pubblico si ponga le mie stesse domande». Non credi che con il film possa aumentare l’ostilità dei cittadini nei confronti delle forze dell’ordine? «No, assolutamente. Non è un film contro la polizia, la gente lo sa che quella parte protagonista alla Diaz non è la totalità. Il film è duro ma ti posso assicurare che non lo è quanto gli atti dei processi. Dentro quegli atti ci sono storie irraccontabili». Torni a lavorare con Elio Germano e scegli Claudio Santamaria come controparte. «Il protagonista del film è la storia che rac-


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Il libro Noi della Diaz ricostruisce l’assalto alla scuola genovese attraverso le parole del giornalista Lorenzo Guadagnucci che era dentro l’edificio ed è stato egli stesso vittima del pestaggio. Un’ampia prefazione ricostruisce i processi degli ultimi anni. In appendice Il diario dal carcere di Paolo Fornaciari, arrestato e aggredito nel 2001. Info: www.altreconomia.it

IL REGISTA Classe 1967

Lorenzo Guadagnucci Noi della Diaz Altreconomia 200 pagine 12 euro

DOPO LA TRAGICA VICENDA DI GENOVA È VENUTO FUORI UNO SCOLLAMENTO TOTALE TRA LE ISTITUZIONI E I CITTADINI

conta e questa riguarda le decine di migliaia di persone coinvolte. Di queste ho scelto centoquaranta vicende. Intorno a loro ci sono circa 10mila comparse che popolano questo mondo, una collettività proveniente da ogni angolo del pianeta. Alla Diaz c’erano solo 14 italiani su 93 persone. Per questo definirei il film un lavoro corale e internazionale». A Berlino hai dedicato la vittoria «al cinema italiano a cui sta tornando finalmente la forza di raccontare cosa davvero accade in questo paese». «Il reale è, come diceva Calvino, il midollo della nostra cultura. La cinematografia si è sempre cibata di questo e la sua massima espressione l’ha raggiunta raccontando proprio la realtà storico-sociale dell’Italia. Da qualche tempo, però, continuare a lavorare in questa direzione è stato molto difficile per via dell’enorme ingerenza politica ed economica». l’intervista integrale su www.insideart.eu

Daniele Vicari è nato a Collegiove (Rieti) il 26 febbraio 1967. Laureato in storia e critica del cinema all’università La sapienza di Roma, dal 1997 inizia l’attività di regista firmando documentari per il piccolo e grande schermo. Ha all’attivo otto lavori e diversi riconoscimenti, come il David di Donatello nel 2003 per miglior regista esordiente con il film Velocità massima e quello del 2007 per miglior documentario di lungometraggio, Il mio paese. Al 62esimo festival di Berlino vince con Diaz il premio del pubblico nella sezione Panorama. Nel film di Vicari, di cui sono ancora sospesi i diritti per la compravendita televisiva, figurano come attori protagonisti Elio Germano, Claudio Santamaria, Jennifer Ulrich e Renato Scarpa. Sui progetti futuri il regista dichiara: «sto ultimando un documentario intitolato La nave dolce che racconta l’arrivo a Bari del 1991 dell’imbarcazione Vlora con a bordo 22mila persone provenienti dall’Albania. Il più grande carico di clandestini arrivati in Italia».

Il regista Daniele Vicari foto Manuela Giusto A sinistra: immagini tratte dal film Diaz non pulire questo sangue


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TRENTA ATTORI UNASPONDA Giordana riadatta e dirige la trilogia di Tom Stoppard All’Argentina di Roma in scena “The coast of utopia” di CLAUDIA CATALLI

importante credere nel teatro: se gli attori sono bravi e la storia è convincente è un ottimo modo di passare il tempo». Un appello accorato che viene direttamente da Marco Tullio Giordana, cineasta impegnato, lo dimostra, tra gli altri, il suo ultimo Romanzo di una strage, e coraggioso regista teatrale di “The coast of utopia”, dal testo di Tom Stoppard, trilogia (Viaggio, naufragio, salvataggio) già rappresentata sui palcoscenici statunitensi, russi, giapponesi e londinesi. Finalmente, su progetto dell’attrice Michela Cescon e Giordana, approda anche in Italia: dopo esser passato per lo Stabile di Torino, va in scena all’Argentina di Roma dal 10 al 29 aprile. Com’è dirigere, di fatto, tre spettacoli? «La decisione di farne tre risiede nella voglia da parte di Stoppard di non scrivere uno spettacolo unico di 8-9 ore, anche perché i tre momenti sono separati non tanto dal cambiamento di spazio e tempo ma dal mutamento psicologico dei protagonisti. Le indicazioni di viaggio, naufragio, salvataggio sono quasi musicali, si riferiscono allo stato d’animo dei protagonisti». Ci descrive i personaggi? «Sono tutti diverse declinazioni del tema dell’utopia. C’è un intellettuale democratico, rivoluzionario e non violento, una figura di pensatore molto vicina all’attualità, poi uno scrittore eccelso, un critico che vive il rapporto con la letteratura come se ne facesse parte, come fosse lui stesso creazione letteraria. C’è un continuo rapporto di scambio con gli scrittori, i poeti: sono figure del pensiero europeo, non solo russo, fondamentali. E si parla anche di anarchia, intesa come il principio di non credere all’arché: non accettare che un uomo debba sottomettersi a un altro, principio del tutto diverso da ciò che vedremo materializzarsi nella storia». Quanto è intervenuto nel testo? «Poco: sono stato assolutamente rispettoso verso questo capolavoro. Non capisco perché i registi amino tanto stravolgere i testi. Io non ne ho tagliato neanche una virgola, anzi mi sono sforzato nella traduzione di restituire tutte le sfumature più sottili della lingua originale, ben più comoda per il teatro: l’inglese è sintetico rapido efficace, l’italiano ha bisogno di più circonlocuzioni, così ho cercato di togliere, diciamo così, le parole in più». La soddisfazione più grande? «Aver lavorato con trenta attori, tutti eccellenti: al cinema la schiavitù del tempo non ti permette di andare così a fondo, a teatro invece a fine prove tutto il lavoro di costruzione è già come fosse uno spettacolo in sé, meraviglioso».


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SI PARLA ANCHE DI ANARCHIA INTESA COME PRINCIPIO DI NON CREDERE ALL’ARCHÉ NON ACCETTARE CHE UN UOMO DEBBA SOTTOMETTERSI A UN ALTRO PRINCIPIO DEL TUTTO DIVERSO DA CIÒ CHE VEDREMO MATERIALIZZARSI NELLA STORIA

IL REGISTA Debutta nel 1980 con Maledetti, vi amerò

VINICIO MARCHIONI SUL PALCO L’ex Freddo è il burbero Stanley nell’opera di Tennessee Williams

Giordana nasce a Milano il primo ottobre 1950. Si iscrive alla facoltà di Lettere e filosofia ma l’abbandona per trasferirsi a Parigi e dedicarsi alla pittura. Con Roberto Faenza collabora al documentario Forza Italia e nel 1980 debutta con il suo primo film Maledetti, vi amerò presentato a Cannes e vincitore a Locarno. Da allora realizza una serie di film che lo inquadrano nell’ambito di cinema civile e impegnato: da Pasolini un delitto italiano ai Cento Passi, da Buongiorno notte a Sanguepazzo passando per Romanzo di una strage, Giordana e la sua macchina da presa raccontano e immortalano i retroscena storici e politici del nostro paese.

A sinistra: Marco Tullio Giordana Michela Cescon e gli interpreti dello spettacolo foto Fabio Lovino In alto, a destra: Vinicio Marchioni e Laura Marinoni foto Brunella Giolino

Non è da tutti accettare la sfida e il rischio di cimentarsi in un ruolo appartenuto a sua maestà Marlon Brando. Eppure Vinicio Marchioni, ex Freddo della serie tv Romanzo criminale e prima ancora attore dalla pluriennale carriera teatrale, ha indossato senza esitazione i panni del suo ”scimmione maschilista” Stanley Kowalski in Un tram che si chiama desiderio, piéce teatrale tratta dal (capo)lavoro di Tennessee Williams lontana dal realismo e dall’omonimo film. In tournée questo mese tra Pavia, Asti, Grosseto, fino a scendere allo Stabile di Catania, lo spettacolo diretto da Antonio Latella vede protagonista, in un disorientante vortice di problematicità e attrazione fisica, la coppia Marchioni Laura Marinoni, quest’ultima nel delicato e disperato ruolo di Blanche, che fu di Vivien Leigh. Tanto impeccabili le loro interpretazioni, quanto discutibili le scelte di messa in scena e allestimento, con scenografia essenziale, microfoni e riflettori a vista, costumi ridotti a tute, felpe, ”t-shirt” e poco più, oltre a monologhi dai tempi fin troppo dilatati. Ma ciò che conta, sottolinea lo stesso Marchioni, è assumersi oggi il rischio di fare arte di un certo tipo, non per forza adatta a tutti i palati. «Negli ultimi anni – ha dichiarato l’attore – tutti fanno teatro, compresa Manuela Arcuri: c’è un appiattimento culturale incredibile. Occorre scegliere progetti di qualità, ci vuole più impegno, ma è la stessa differenza che sussiste tra pensare la recitazione come qualcosa di solo commerciale o come un mestiere antichissimo. Nel secondo caso, serve un lungo apprendistato, al pari dei maniscalchi, e imparare ogni giorno con umiltà». (C. C.)


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UNAMELODIA ANTIDOTO ALLA CRISI Quinto album per i Giardini di Mirò Poesia e muscoli a braccetto nei nuovi testi della ”band” emiliana di SIMONE COSIMI

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a spiritualità della fascinosa campagna emiliana. Fatta di minimalismi, essenzialità e geometrie che popolano quello strano impasto sonoro che è il “post rock” dei Giardini di Mirò. Tutto questo sgorga dal quinto album della tortuosa “band” di Cavriago, un paesello dove dal 1917 il sindaco onorario è Vladimir Lenin, e vorrà pur dire qualcosa. Al piglio anglosassone di una musica che punta a farsi europea si unisce un approccio più disteso e poetico. Come se l’energia di lavori ormai seminali quali “Dividing opinions”, uscito nel 2007, si fosse sciolta in un approccio multiforme. Dopo Il fuoco, sinfonia in tre movimenti per lo storico film di Giovanni Pastrone, tornate a un disco dalla forma più o meno classica: sensazioni? Jukka Reverberi: «Siamo indubbiamente contenti del nuovo album e del tour che ci vedrà protagonisti da primavera. Dopo qualche tempo di ritmi rallentati è giusto seguire nuovamente la stella polare che dovrebbe guidare ogni musicista: il palco. Un disco di canzoni ti porta dritto lì, a ingaggiare ogni sera una battaglia per lasciare il segno in qualche spettatore». Un titolo semplice: “Good luck”. A chi augurate buona fortuna? Corrado Nuccini: «A chi come noi ne sente il bisogno. Il motivo? Non lasciarsi andare al disfattismo. Sono momenti difficili: la crisi economica, i segnali del fallimento del modello occidentale aggravati dallo sfascio tutto nostro portato da Berlusconi ma, prima di mettersi un cappio al collo, cerchiamo di analizzare la situazione. Ci

I sei componenti del gruppo Giardini di Mirò


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IL DISCO “Good luck” ”Good luck”, pubblicato per Santeria e distribuito da Audioglobe, è il quinto lavoro sulla lunga distanza dei Giardini di Mirò, gruppo ”post rock” di Cavriago (Reggio Emilia) insieme dal 1995. Arriva dopo Il fuoco, uscito nel 2009. Numerosi Ep e progetti speciali, in particolare in vinile, hanno arricchito il quasi ventennale lavoro del gruppo, il cui suono è apprezzato anche oltre confine, in particolare in Germania e Grecia. A comporre la formazione sono Jukka Reverberi (voce, chitarra e basso), Corrado Nuccini (voce e chitarra), Luca Di Mira (tastiere e piano elettrico), Emanuele Reverberi (violino e tromba), Mirko Venturelli (basso, clarinetto e sassofono) e il nuovo batterista Andrea Mancin, subentrato allo storico Francesco Donadello. I Giardini di Mirò sono in ”tour” fino a maggio. Info: www.giardinidimiro.com

sono generazioni che hanno affrontato guerre, carestie, penso a chi ha fatto la Resistenza, a chi non ha chinato il capo, prendiamo a modello chi ha saputo reagire e andare avanti con grinta». Dite di non aver avuto influenze esterne: da dove è venuta, dunque, l’ispirazione? J. R.: «Non essendo più dei ragazzini abbiamo un bagaglio di ascolti molto ampio e siamo meno permeabili alle mode. Non rifuggiamo le influenze ma queste sono meno forti rispetto agli esordi. “Good luck” segue “Dividing opinions” alla luce del Fuoco: le esperienze di quei due album sono sintetizzate nel nuovo. Ci siamo ispirati a noi stessi. Ma non per pigrizia». Le vostre usuali cavalcate “post rock” sembrano poste sotto controllo per lasciare posto a un’ambientazione poetica e sognante. J. R.: «Ai tempi del nostro primo album usavamo descrivere il nostro suono come “pop visto da sdraiati sul divano”, forme allungate e tempi dilatati. Poi abbiamo anche introdotto brani più muscolari e decisi. L’essenza dei pezzi però sta nelle melodie: malinconiche, sognanti e non troppo zuccherose. Che vogliono essere inseguite dall’ascoltatore per essere assaporate». Quinta prova e tanti progetti collaterali: qual è il bilancio di una vita trascorsa a far musica in Italia puntando all’Europa? C. N.: «I bilanci vanno fatti alla fine e noi siamo qui a parlare di qualcosa di nuovo. Di sicuro fare musica è un privilegio, ci sentiamo estremamente orgogliosi del nostro percorso. Siamo un gruppo che è rimasto quasi sempre quello, che non è in balia delle ondate e delle mode, che suona quel che gli va».


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PRIMATO DELLA PRASSI TRA ETICA MUTA ED ESTETICA NEUTRALE DOVREBBE ESSERE CHIARO: TUTTO È LECITO IN ARTE NESSUNA LEGITTIMAZIONE È NECESSARIA E QUESTA POTREBBE NON ESSERE DI ALCUNA UTILITÀ TANTOMENO UN INVITO ALLA RIFLESSIONE

di ALDO RUNFOLA (ARTISTA)

Mori Hiroharu “A camouflaged question in the air” 2003 copyright Mori Hiroharu

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ovrebbe essere chiaro: tutto è lecito in arte, nessuna forma esterna di legittimazione è necessaria. Tuttavia, quando l’alternativa tra “posso” e “cosa posso” diventa essa stessa parte dell’intelligenza dell’opera, sorgono dubbi giustificati. A che cosa serve interrogarsi sulla libertà? Una palestra per la critica d’arte, simile a quelle figure nelle sale da ginnastica che corrono ma non vanno da nessuna parte. L’estetica è neutrale senza etica, l’etica muta senza politica. Si ridia alla prassi il primato che le è dovuto, una prassi socialmente orientata le cui muse ispiratrici siano l’etica e l’estetica. Economia e politica vanno a braccetto su una cosa: fare, ma è fare solo per sé. L’inazione è interdetta, pena l’emarginazione dal consesso sociale, a costo della vita stessa. Essa non serve né all’economia né alla politica. Inammissibile sarebbe non fare nulla, negarsi all’azione. Le arti contemporanee seguono alla

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lettera l’indicazione di una società sguaiatamente manchevole: parlare di tutto, prendere posizione su tutto, fuorché della e sulla sola cosa rilevante: perché, invece, non tacere? Non è raro sentire – sono ciarlieri gli artisti – che il senso riposto dell’opera sia nell’attirare l’attenzione su un problema planetario, per esempio l’inquinamento. Si può essere più grossolani? Che cos’è grossolano? La morte, il tempo, il potere, il sacro, il profano, la libertà, il corpo, la sessualità, qualsiasi argomento ad hoc pescato tra i fatti del giorno. Non mi illudo, fino al poeta giunge il canto delle sirene: saprà resistere? Terrà fermo che l’arte potrebbe non essere di alcuna utilità, tanto meno un invito alla riflessione? Continuerà a fare ciò che non somiglia a nessun altro tipo di fare, più simile a un non fare che a un fare vero e proprio? Qualcosa che riguarda lui soltanto, non un gioco di società, come tutti sembrano preferire?

EVENTI

OUTSIDE ARTIST

FONDAZIONI

MUSEI

ROMA, THE ROAD IL CONTEMPORANEO TORNA NELL’URBE

FRANK HERHOLDT DA ARTE LAGUNA A THE APARTMENT

NUOVI MECENATI DALLA FRANCIA CON PASSIONE

MILANO, SPAZIO ALL’HANGAR DELLA BICOCCA


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Jean-Marc Bustamante, Villa Medici

foto © Claudio Abate

5 febbraio – 6 maggio 2012 da martedì a domenica 10.45-13.00 / 14.00-19.00 giovedì fino alle 21.00 [lunedì chiuso] Accademia di Francia a Roma – Villa Medici Viale Trinità dei Monti, 1 – 00187 Roma info [+ 39] 06 67 61 1 – www.villamedici.it catalogo

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ABRAMOVIC, LA CRISI E IL MANIFESTO PER LA CULTURA

MACRO, TIRELLI MONOGRAFICA ALLA PELANDA

GIOVANNI GAGGIA IL CUORE IN MANO DEL PERFORMER

DOPO IL BANDO IN CALABRIA PARLA CALIGIURI

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Inside Art #85