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NUMERO 27 | APRILE 2017

STORIE DI ECCELLENZA E INNOVAZIONE

VIAGGIO NELLA MULTIUTILITY 2.0

Alberto Irace, amministratore delegato del Gruppo Acea, spiega come l’azienda romana ha cambiato pelle all’insegna delle tecnologie digitali.

LA NUOVA MOBILITÀ

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Smartphone e tablet sono sempre più utilizzati per lavorare da remoto. Ma le imprese e gli impiegati italiani sono pronti?

COMPRARE SMART

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Le otto tecnologie più innovative che cambieranno il modo di acquistare in negozio e online.

ROBOT CHIRURGO

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Ab Medica commercializza i sistemi robotizzati più avanzati del mondo. E nei suoi laboratori studia la medicina del futuro.


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SOMMARIO STORIE DI ECCELLENZA E INNOVAZIONE

N° 27 - APRILE 2017 Periodico bimestrale registrato presso il Tribunale di Milano al n° 378 del 09/10/2012.

4 STORIE DI COPERTINA Alla scoperta della multiutility 2.0

9 IN EVIDENZA Il digitale italiano è in ripresa ma Bruxelles non ci promuove L’intervista: Lo smartphone fa più ricco l’hotel L’opinione: Così i Big Data diventano strumento di innovazione

Direttore responsabile: Emilio Mango Coordinamento: Gianni Rusconi Hanno collaborato: Alessandro Andriolo, Piero Aprile, Valentina Bernocco, Mattia Corbetta, Giuseppe Donvito, Carlo Fontana, Paolo Galvani, Claudia Rossi.

In caso di emergenza la radio batte il telefonino

16 SCENARI Mobile oltre i confini fisici dell’azienda Il lavoro piace di più se è molto “digitale” L’e-commerce italiano è multi-device

Progetto grafico: Inventium Srl Foto e illustrazioni: Istockphoto, Adobe Stock images, Martina Santimone

22 TECNOLOGIE Le magnifiche otto entrano in negozio Percorso a ostacoli verso l’omnicanalità

26 FOCUS SOFTWARE GESTIONALI Il punto di svolta Strada a senso unico, in direzione cloud Il futuro è intelligente e in real time

34 INNOVAZIONE Imprese avanti adagio Dalle auto ai pagamenti: ecco l’IoT alla bavarese Editore, redazione, pubblicità: Indigo Communication Srl Via Correggio, 48 - 20149 Milano tel: 02 36505844 info@indigocom.it www.indigocom.it Stampa: Elcograf S.p.A. - Verona

38 ECCELLENZE.IT Bolton Group - Schneider Electric Salvagnini - Microsoft

40 ITALIA DIGITALE Incentivi, nuovi impianti: una sfida di tutti La macchina funziona

© Copyright 2017 Indigo Communication Srl Tutti i diritti di proprietà letteraria e artistica riservati.

44 OBBIETTIVO SU Ab Medica


STORIA DI COPERTINA | Acea Perpiciatis

Le tecnologie digitali hanno portato il Gruppo Acea a nuovi livelli d'efficienza, modificandone i processi operativi per aumentare la qualità del servizio e incrementare i risultati di business. Eliminando del tutto la componente analogica.

ALLA SCOPERTA DELLA MULTIUTILITY 2.0

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rasformazione digitale senza se e senza ma. Così il Gruppo Acea ha deciso di rispondere alle sfide di un settore, quello delle multiutility, alla continua ricerca d’efficienza, centrando il doppio obiettivo di aumentare la soddisfazione dei clienti e di migliorare le performance del proprio business. Una rivoluzione digitale che nel suo percorso d’innovazione ha obbligato l’azienda romana alla riqualificazione dell’intero assetto informativo, costringendola alla riformulazione dei processi e dell’approccio ad ogni attività aziendale. “L’impegno richiesto dal progetto è stato enorme. Per diventare completamente 2.0 abbiamo dovuto infatti 4

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far convergere mondo transazionale e analitico su un’unica piattaforma, sostituendo contemporaneamente oltre 30 sistemi informatici” spiega Alberto Irace, amministratore delegato del Gruppo, che del progetto è stato lo sponsor principale. “La digitalizzazione è stata uno dei pilastri portanti dell’ultimo piano strategico di Acea, che ha voluto introdurre questo progetto nel proprio piano d’investimenti per i suoi enormi benefici”, afferma il manager, sottolineando come la trasformazione digitale della società abbia ridotto i costi di 20 milioni di euro su base annua, introducendo meccanismi incentivanti sulla qualità grazie a un incremento consistente delle perfor-

mance. E, non di meno, oggi in Acea si fa tutto mediamente in metà tempo rispetto a prima. Una trasformazione pervasiva

Il primo passo verso il modello 2.0 è stato compiuto con la digitalizzazione delle operations, un passaggio realizzato non solo con l’implementazione di un sistema di work force management, ma anche attraverso la sostituzione dei precedenti sistemi di billing e di gestione degli asset. In particolare, l’evoluzione del modello operativo ha introdotto l’utilizzo diffuso degli strumenti di mobilità per i tecnici sul campo, realizzando un’importante omogeneizzazione dei sistemi It per rendere fluido l’intero processo.


100 ANNI DI STORIA FRA ACQUA ED ENERGIA

Alberto Irace

“Una volta implementato anche il nuovo sistema di billing, siamo stati pronti per compiere il secondo tratto del percorso che ci avrebbe portato a una piena trasformazione digitale: il rapporto con gli utenti, gestito attraverso una nuova piattaforma inclusiva di tutti i servizi Acea” chiarisce ancora Irace, sottolineando l’importanza di riuscire a connettere il processo digitale delle operations alla

Fondata nel 1909 come Azienda Elettrica Municipale del Comune di Roma, oggi Acea è una delle principali multiutility italiane. Il Gruppo, quotato in Borsa dal 1999, è attivo nella gestione e nello sviluppo di reti e servizi nei settori dell’acqua, dell’energia e dell’ambiente. Le sue attività, in particolare riguardano il servizio idrico integrato (acquedotto, fognatura e depurazione), la produzione di energia elettrica (soprattutto da fonti rinnovabili), la vendita e la distribuzione di elettricità, l’illuminazione pubblica e artistica, oltre allo smaltimento e alla valorizzazione energetica dei rifiuti. Nel settore idrico Acea è il primo operatore nazionale con quasi nove milioni di cittadini serviti tra le Regioni Lazio, Toscana, Umbria e Campania, mentre nella distribuzione dell’energia figura tra i principali player italiani con 10 miliardi di kWh di elettricità fornita. Nel settore del “waste to energy”, infine, nel 2016 l’azienda ha trattato circa 820mila tonnellate di rifiuti.

componente di relazione con i clienti. Il risultato di questa connessione è che oggi, visitando il sito Web del Gruppo o utilizzando la sua app mobile, un utente può accedere a una serie di funzionalità di “self caring” (gestione del contratto, pagamenti, monitoraggio delle richieste di assistenza e altro), ottenendo informazioni in tempo reale grazie a un collegamento diretto con il sistema transa-

zionale dell’azienda. “Questo è possibile perché tutto il nostro processo è digitale e in nessuno dei suoi passaggi viene interrotto per lasciare spazio all’analogico” commenta l’amministratore delegato, che evidenzia l’importanza di aver scelto un fornitore di assoluto primo piano per garantirsi il presidio d’integrità e omogeneità di tutti i sistemi in uso. “Abbiamo deciso di affidarci a Sap anche per be5


STORIA DI COPERTINA | Acea

neficiare della sua tecnologia di database in memory, Hana, che garantisce un accesso in tempo reale a un’enorme quantità di dati virtualmente provenienti da qualsiasi fonte ed è in grado per questo di abilitare efficienze di processo e sinergie altrimenti inimmaginabili”. Ciò significa, per esempio, che quando oggi un tecnico Acea esegue un’attività sul campo, l’operazione viene prontamente aggiornata con una foto georeferenziata all’interno di un processo di cui possono entrare a far parte anche i team di sicurezza, l’appaltatore che segue l’intervento e il cliente interessato a verificare in real time ciò che sta accadendo. Prossimo passo: l’Internet delle cose

L’impatto della digitalizzazione sull’efficienza dei processi è stato immediato. A pochi mesi dal “go live” dei nuovi sistemi (rilasciati lo scorso dicembre),

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Acea ha ridotto infatti dell’8% il numero di clienti che richiedono un contatto con l’azienda, limitando la percentuale complessiva sotto il 15%. “L’obiettivo è trasferire sui canali digitali oltre il 40% delle richieste di contatto, abbattendo significativamente i costi legati alle classiche attività di customer care del call center” afferma Irace, pronto a fare leva sulla

nuova ossatura tecnologica per sviluppare servizi ancora più evoluti. “Attraverso l’interconnessione di tutti i nostri sistemi Scada stiamo realizzando nuovi percorsi in ottica Internet of Things, da cui trarre ulteriori dati utili al business - precisa il manager -. Il prossimo passo sarà correlare queste informazioni ai dati provenienti dai sistemi transazionali e da tutti i canali digitali, sfruttando ancora una volta la piattaforma real time di Sap per aprire la strada a un uso più intensivo dei Big Data”. Si tratta di un’evoluzione che richiederà un ulteriore sforzo implementativo da parte della società, impegnata a responsabilizzare da tempo tutte le sue linee di business nel disegno delle nuove architetture. “I manager di oggi devono avere competenze trasversali e saper contribuire a qualsiasi sviluppo: un’evoluzione di skill, indotta dalla digitalizzazione, che ha stravolto modalità organizzative e processi promuovendo una collaborazione sempre più stretta tra ambiti Ict e ambiti di business” , conclude Irace. Claudia Rossi


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IN EVIDENZA

l’analisi

IL DIGITALE ITALIANO È IN RIPRESA MA BRUXELLES NON CI PROMUOVE Nel 2016 la spesa Ict è cresciuta dell’1,8%, l'incremento previsto per il 2017 è del 2,3%. La Ue ci lascia però ancora in fondo alla classifica.

“La rincorsa al recupero dei ritardi accumulati negli anni scorsi è iniziata ma deve accelerare, perché il gap è ancora elevato, sia nelle imprese sia nel Paese”. Così parlò Agostino Santoni, presidente di Assinform (l’Associazione di Confindustria che raggruppa le principali aziende del settore Ict in Italia), al momento di annunciare (lo scorso mese) i dati di consuntivo 2016 relativi al mercato digitale italiano. La spesa complessiva in informatica, telecomunicazioni e contenuti è infatti cresciuta dell’1,8% superando i 66 miliardi di euro. Scorporando la componente dei servizi di rete di Tlc, il confronto diventa ancora più incoraggiante, con una crescita del 3,4% contro il 3% dello scorso anno. L’inversione di tendenza, se guardiamo all’andamento negativo registrato dal 2008 al 2014, c’è stata ed è pure significativa. Tanto più che le proiezioni per il 2017 dettate da NetConsulting Cube profilano un ulteriore incremento del mercato digitale del 2,3% (3,8% al netto dei servizi telco). Le prospettive per il futuro prossimo dell’innovazione nella Penisola sembrano buone, considerando che anche l’ecosistema delle startup innovative è in forte accelerazione (ne parliamo a pag. 42) e poteva contare a fine 2016 su circa 6.750 imprese, il 31% in più dell’anno precedente. Siamo quindi sulla strada giusta? La risposta è tendenzialmente affermativa, ma ci sono delle (non trascurabili) riserve. E non solo perché i progetti della Strategia Digitale nazionale stanno sì procedendo, ma molto len-

tamente, a cominciare dalla diffusione di Spid, il sistema pubblico di gestione delle identità digitali (solo 1,2 milioni quelle rilasciate fino a oggi). L’Italia – questa la fotografia più realistica e condivisibile dello status del Paese in merito alla digital transformation – rimane un cantiere aperto e in divenire. Lo è in iniziative chiave come il programma Industria 4.0, che pur avviato chiede ancora di sciogliere le incertezze sull’ammissione ai benefici fiscali di non poche componenti Ict. Lo è nel piano per la banda ultralarga, perché le gare per l’assegnazione dei bandi stanno risentendo dei temuti ricorsi di alcuni operatori (Tim e Fastweb in testa). In questo scenario, a raffreddare gli entusiasmi dei più ottimisti ha pensato

ancora una volta il Digital Economy and Society Index (Desi), edizione 2017. La “pagella” stilata a Bruxelles riconosce all’Italia passi in avanti, soprattutto sul fronte delle infrastrutture di rete in fibra ottica, ma non tali da evitarci il 25esimo posto in classifica fra i 28 Stati membri. Una posizione che lo stesso vicepresidente della Commissione Ue responsabile per il Digitale, Andrus Ansip, ha giudicato “non accettabile”. In effetti peggio di noi fanno solo Grecia, Bulgaria e Romania, siamo abbondantemente sotto l’indice medio (0,41 contro 0,52) ed esibiamo un deficit evidente in fatto di competenze digitali. In sintesi, il Paese migliora ma non abbastanza da ridurre la distanza accumulata fino a oggi. Nazioni come Danimarca, Finlandia, Svezia e Paesi Bassi, che primeggiano nel Desi 2017, sono l’esempio più virtuoso e probabilmente irraggiungibile ma basterebbe intanto avvicinarsi alle performance dei Paesi forti, e quindi Regno Unito, Francia e Germania. Il sottosegretario alle Comunicazioni, Antonello Giacomelli, amante delle metafore calcistiche, è convinto che la classifica sia bugiarda: “Nei prossimi mesi, con gli interventi già previsti e non ancora rilevati dal Desi, l’Italia è destinata a scalare il ranking e dall’attuale zona Europa League arriveremo in zona Champions”. Sperare non costa nulla, ma rimanere ancora a lungo fuori dall’Europa che conta (e non solo nel calcio) sarebbe un danno forse irrimediabile per le speranze di vera ripresa economica della Penisola. Gianni Rusconi

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IN EVIDENZA

POCA DIFESA, ATTENTE BANCHE

IL RISCHIO È FUORI CONTROLLO Quasi seimila incidenti informatici osservati (5.738) nel mondo, di cui 1.050 catalogati come “gravi” per il loro impatto sui costi delle aziende, sulla loro reputazione e sulla riservatezza dei loro dati. Il 72% degli attacchi perpetuati con lo scopo di sottrarre informazioni ed estorcere denaro. Crescite a doppia, tripla e addirittura quadrupla cifra per fenomeni come il Distributed Denialof-Service, il malware comune (+116%), le tecniche di phishing e social engineering (+1.666%). Sono alcuni dei numeri che descrivono il panorama del rischio informatico nel 2016 raccolti dal Clusit, l’Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica, con il contributo di Akamai e Fastweb. Per chi mastica un po’ di informatica, i nomi citati identificano fenomeni ormai familiari e nemmeno troppo nuovi: il ransomware non è altro che una tipologia di programma malevolo mirato a infettare un dispositivo (Pc o smartphone, tipicamente), a crittografarne il contenuto o a bloccarne il funzionamento per chiedere il pagamento di un “riscatto”. I DDoS sono attacchi che prendono di mira i server di un sito o di un provider e li sommergono di traffico in entrata, causando una sospensione del servizio. Il phishing è il tentativo di “prendere all’amo” un utente con un’offerta che giunge via email e induce a cliccare su un link o a scaricare un allegato. Il social engineering è infine l’at10

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Secondo il Rapporto Clusit, l'anno scorso quasi un quinto degli attacchi informatici ha provocato conseguenze pesanti sui conti e sulla reputazione delle vittime. Fra ricatti ransomware, assalti DDoS e truffe mirate. tività preparatoria di truffe confezionate su misura per un dato utente o gruppo di utenti. Temi non nuovi, quindi, ma che oggi assumono dimensioni preoccupanti e portano il problema della cyberinsicurezza a “livelli inimmaginabili ancora pochi anni fa”, come spiega Andrea Zapparoli Manzoni, uno degli autori del Rapporto Clusit edizione 2017. “I rischi”, dice l’esperto, “non solo stanno crescendo sensibilmente, ma continuano a non essere gestiti in modo efficace, ovvero sono fuori controllo”. Da un lato, è indubbio che il crimine informatico stia diventando sempre più sofisticato e imprevebile, tant’è che nel 2016 ben il 32% degli assalti è stato sferrato con tecniche fino a quel momento sconosciute. Dall’altro lato, però, nel 56% dei casi gli attacchi si basano su tecniche banali, come i DDoS, il malware sempice, il phishing e lo sfruttamento di vulnerabilità software già note. Valentina Bernocco

Solo un dirigente bancario su cinque confida nel fatto che la propria azienda sia capace di rilevare le violazioni informatiche. Lo dice uno studio di Capgemini, secondo cui solo il 32% degli istituti ha già modificato le proprie pratiche di conservazione dei dati in relazione al nuovo regolamento europeo General Data Protection Regulation (Gdpr), in vigore da maggio 2018. Non si può dire, tuttavia, che esistano problemi di budget: a detta di Kaspersky Lab, una banca spende in media il triplo in sicurezza It rispetto a una società non finanziaria di analoga dimensione. Eppure, fra terminali Pos, app di pagamento e online banking, gli eventi criminali si stanno moltiplicando.

TROPPI ALERT, AZIENDE IN CRISI Un’azienda su cinque, nel mondo, ha subito almeno un attacco informatico di significativa entità nel corso del 2016. Lo dicono gli oltre 2.900 professionisti della sicurezza It di 13 Paesi censiti da Cisco per il suo ultimo “Annual Cybersecurity Report”. Studio che evidenzia una contraddizione: gli investimenti per la difesa dal cybercrimine aumentano, ma il fenomeno non perde forza grazie al continuo allargamento del “campo d’azione” dei criminali, che oggi attaccano Pc e server ma anche dispositivi mobili e oggetti connessi dell’IoT. Il 55% delle aziende, inoltre, si affida a troppi vendor di sicurezza (più di cinque), con conseguenti complessità di gestione mentre il personale It è spesso sommerso di segnalazioni e allerte da verificare, riuscendo a valutarne in media solo il 56%.


l’intervista

LO SMARTPHONE FA PIÙ RICCO L’HOTEL Tink Labs Limited, startup di Hong Kong, scommette sull’Italia: sono già un centinaio le strutture della Penisola che “prestano” il telefonino ai loro ospiti offrendo connettività illimitata e servizi personalizzati.

Si chiama Terence Kwok, ha 25 anni e nel 2012, ancora studente universitario negli Stati Uniti, ha fondato un’azienda che ha saputo raccogliere ben 125 milioni di dollari di finanziamento (da investitori come Fih Mobile, Sinovation Ventures e Cai Wensheng) per portare la propria soluzione in cento diversi mercati entro il 2017, passando da 100mila a un milione di camere servite. La soluzione in questione si chiama Handy ed è uno smartphone che gli alberghi da tre a quattro stelle prestano gratuitamente a tutti i loro clienti per telefonare e accedere a Internet in modo illimitato. Il tutto è corredato da servizi alberghieri integrati e informazioni di pubblica utilità essenziali per il viaggio. Disponibile in venti città nel mondo e in catene come Ritz-Carlton e Sheraton, Handy è già stato utilizzato da oltre 12 milioni di turisti. In Italia ha già trovato posto in circa cento hotel delle principali città e destinazioni turistiche (per un totale di circa diecimila camere), con l’obiettivo di raggiungere quota 400 o 500 strutture entro la fine dell’anno.

Quali sono le tecnologie alla base della vostra piattaforma?

Sin dall’inizio abbiamo puntato su un sistema integrato di content management con cui aiutare gli hotel a creare la loro “esperienza Handy” da una singola piattaforma, che permette non solo di monitorare l’insieme dei device in esercizio ma anche di comprendere il comportamento degli ospiti e l’uso che essi fanno dei terminali. Il sistema innesca quindi un circolo virtuoso che stimola il miglioramento continuo dei livelli di servizio alla clientela. Terence Kwok

Perché Handy è un valore aggiunto per gli hotel?

sto, ma ciò sarebbe sintomo di un lavoro ben svolto e non il punto di arrivo.

Perché è non solo capace di generare valore, inteso come ricavi e come plus dell’offerta rivolta agli ospiti, ma anche di catalogare demograficamente i viaggiatori con un concept originale, versatile e modulare. Handy, inoltre, fornisce dati costantemente aggiornati sui comportamenti dei clienti grazie alla propria piattaforma di data analytics, completando così la nostra capacità di offrire soluzioni onnicomprensive sia agli ospiti sia agli hotel.

Credete di avere le potenzialità per diventare presto un “unicorno”?

Il vostro modello di business?

Quali novità avete in cantiere?

Aumentare la valutazione dell’azienda non è la nostra priorità, quello che ci interessa principalmente è alzare gli standard per i viaggiatori di tutto il mondo. È stato sicuramente incredibile osservare quanto gli investitori abbiano creduto nel nostro progetto, ma comunque consideriamo questo un aspetto secondario. Potenzialmente potremmo diventare un unicorno pre-

Lavoriamo su un modello B2B2C per servire i clienti degli hotel partner. L’obiettivo principale è quello di procurare agli ospiti un accesso totalmente gratuito a un offerta di connettività integrata che comprende contenuti e servizi utili per esplorare meglio la destinazione. In cambio, gli hotel partner aumentano l’engagement del cliente e la sua soddisfazione, incrementando i ricavi.

Stiamo esplorando applicazioni per l’intelligenza artificiale in collaborazione con alcune delle principali organizzazioni turistiche al mondo. Una di queste è la chatboard “predittiva” a cui stiamo lavorando in cooperazione con il Singaporean Tourism Board, che fornirà assistenza continuativa, 24 ore al giorno, ai clienti su qualsiasi fronte. Gianni Rusconi

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IN EVIDENZA

PMI DIGITALI E FLESSIBILI “C’è nelle aziende un problema di cultura riguardo all’importanza della pianificazione, che è un fattore fondamentale per saltare sul treno della rivoluzione digitale. C’è però anche consapevolezza sui benefici che le tecnologie possono offrire per cambiare le modalità di relazione con i clienti e per migliorare i processi di gestione”. Paola Cavallero, direttore marketing & operations di Microsoft Italia, ha così inquadrato il tema della trasformazione digitale nelle Pmi, presentando i risultati di una ricerca condotta da Ipsos Mori su circa 13mila imprese europee. La maggior parte delle realtà italiane considera le nuove tecnologie un alleato che può aiutarle a ottenere flessibilità, a rendere automatiche le operazioni di routine e a velocizzare i processi aziendali. La digitalizzazione riguarda per esempio l’adozione di app o servizi per la contabilità e il monitoraggio dell’inventario, nonché l’uso di strumenti per l’analisi dei dati di business. Ma c’è un rovescio della medaglia: le scelte legate all’It spesso non sono ancora frutto di processi decisionali strutturati. Solo il 26% delle Pmi italiane, infatti, dichiara di avere un modello ricorrente per discutere esigenze e tendenze tecnologiche. In tema di pianificazione, inoltre, siamo i primi in Europa per quota di piccole e medie imprese sprovviste di un business plan strutturato, limite che interessa il 30% delle aziende nostrane rispetto a una media Ue del 22%. Solo il 13%, inoltre, dispone di un piano da realizzare nei prossimi 12 mesi. E i motivi di questa mancanza di pianificazione strategica risiedono principalmente nella focalizzazione su priorità di breve termine (23%), nella mancanza di risorse (17%) e nelle dinamiche di cassa (15%). G.R.

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RETI 5G IN SALSA INDUSTRIALE

L’Industry 4.0 abbraccia il 5G. Ericsson e Comau, parte del gruppo Fca, hanno firmato un accordo di collaborazione per esplorare le potenzialità delle reti mobili di quinta generazione, declinate in salsa industriale. Le due società punteranno su tecnologie come l’Internet delle cose, il cloud e i Big Data, con l’obiettivo di aumentare la competitività e l’efficienza dello smart manufacturing, della manutenzione e del controllo

qualità. La partnership vuole inoltre porre le fondamenta per lo sviluppo di una community industriale e di un ecosistema in cui Comau ed Ericsson (oltre ai loro stakeholder) possano unirsi e collaborare per produrre nuove idee e condividere risorse. L’azienda del nostro Paese ha aderito anche all’iniziativa “5G for Italy”, il programma lanciato da Ericsson e Tim per sviluppare soluzioni 5G di cloud robotics e sicurezza.

L’ALLENATORE COGNITIVO

Anche il fitness può diventare smart. Ibm e Technogym hanno deciso di sviluppare una nuova generazione di piattaforme software per l’allenamento basate sull’intelligenza artificiale. L’obiettivo è dare vita a un coach virtuale in grado di interagire con le persone in linguaggio naturale, per offrire programmi personalizzati tarati su obiettivi e su alcune variabili di contesto: condizioni meteo, impegni personali e regime alimentare. La base di partenza sarà la soluzione Mywellness di Technogym, su cui verranno integrate tecnologie IoT e cognitive di Ibm, oltre a funzionalità di interazione con l’utente.


l’opinione

ADVANCED ANALYTICS: COSÌ I BIG DATA DIVENTANO STRUMENTO DI INNOVAZIONE

Gli strumenti di advanced analytics, a differenza di quelli di analisi tradizionale, non si concentrano solo sui dati storici ma permettono di raccogliere e studiare le informazioni in tempo reale e di predire comportamenti e trend futuri. L’analisi predittiva, infatti, è una sottocategoria degli advanced analytics contraddistinta da una caratteristica fondamentale: riuscire a padroneggiare queste tecnologie significa per le aziende avere un vantaggio competitivo enorme, perché integrare le informazioni di tipo predittivo nelle strategie di business significa poter influenzare le tendenze prima ancora che queste si formino. Gli advanced analytics, quindi, più che una vera e propria tecnica sono un insieme di tecniche (predictive analysis, data/text mining, machine learning, sentiment analysis, reti neurali, solo per citarne alcune) che permette, per esempio, di comprendere meglio comportamenti e preferenze dei consumatori attraverso grandi volumi di dati. Le analisi “avanzate” sono uno strumento relativamente nuovo, ma le grandi aziende stanno già cercando di integrarlo nel proprio flusso operativo. Secondo il “Data & Analytics Report 2017” del Mit Sloan Management Review, il 2016 ha visto un aumento sensibile del numero di società che utilizzano questo tipo di analisi per ottenere un vantaggio sulla concorrenza. Stando allo studio in questione, nel periodo 2013-2015 si è verificato un rallentamento nell’utilizzo dei Big Data e de-

Giuseppe Donvito

Cresce l’importanza dei dati in azienda e con essa matura la necessità di analizzarli e utilizzarli in maniera consapevole. Perché una più profonda comprensione delle informazioni è sinonimo di sviluppo del business. gli analytics (dal 67% al 51%), dovuto in parte a un surplus di informazioni e alla difficoltà di metterli a frutto in maniera competitiva. L’anno passato, invece, le aziende prese in esame hanno iniziato a implementare sistemi di advanced analytics che hanno permesso loro di superare questo scoglio e di utilizzare dati approfonditi, in chiave strategica, per l’innovazione dei modelli di business. Oggi que-

ste realtà sono in grado di accedere a pool di dati sempre più grandi e hanno finalmente incominciato a integrare gli strumenti di analisi nei processi decisionali. Un impegno, quello messo in atto dalle aziende più attente al valore dei dati, che sta già portando a risultati soddisfacenti. Il report “Data & Advanced Analytics: High Stakes, High Rewards”, pubblicato il mese scorso da Forbes Insights, evidenzia come, fra le organizzazioni che hanno posto al centro della propria strategia un uso sapiente degli advanced analytics, quasi due terzi abbiano riportato nel 2016 un incremento di utili o ricavi pari o superiore al 15%. Nel dettaglio, il 66% delle aziende ha visto crescere il fatturato mentre il 63% ha conseguito una crescita dei margini operativi. Il 60% di queste imprese, infine, ha dichiarato di aver migliorato grazie agli advanced analytics il proprio profilo di rischio. Non c’è da stupirsi, insomma, se più della metà dei dirigenti intervistati ha in programma di investire nei prossimi due anni in Big Data e in strumenti avanzati di analisi cifre che partono da un minimo di 10 milioni di dollari. E non c’è da sorprendersi neppure se gli esperti del settore (e in modo specifico gli analisti di Zion Research) si aspettano che il mercato degli advanced analytics possa crescere del 33% entro il 2021, fino a raggiungere (dai 10,7 miliardi del 2015) un giro d’affari globale di oltre 60 miliardi di dollari. Giuseppe Donvito, partner di P101

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IN EVIDENZA

STARTUP SULLA NUVOLA Far premere il tasto “play” alle giovani aziende innovative. È questo l’obiettivo di “We START you UP”, programma internazionale voluto da Aruba Cloud per sostenere le startup con un percorso formativo e di assistenza economica di tre anni. L’iniziativa si articola in quattro fasi: Formula Start (accesso), Training (formazione), Pitch Day (presentazione dei progetti) e Formula Up. Quest’ultimo gradino verrà riservato alle startup che dimostreranno, con le loro idee, di poter sfruttare al meglio la potenza della nuvola: in palio per loro 50mila euro di credito cloud e la consulenza di Aruba.

LE AUTO FANNO RETE E se fossero le auto a rilevare lo smog in città invece di emettere particelle tossiche? È l’obiettivo di EcowatchIntelligent Seed, progetto congiunto di Fastweb (in veste di fornitore dell’infrastruttura di connettività) e Amat (Agenzia per la Mobilità, l’Ambiente e il Territorio di Milano) basato sull’utilizzo della flotta di veicoli elettrici di Share’ngo per trasmettere fino a 250 GB di dati ambientali all’ora. L’iniziativa prenderà il via nel capoluogo lombardo il primo maggio, con otto veicoli dotati di rilevatori di inquinamento acustico ed elettromagnetico, oltre che di sensori per misurare temperatura e umidità dell’aria. La seconda fase del progetto prevede, per il futuro, di trasformare ogni auto in un hotspot WiFi mobile, per garantire una copertura con un raggio superiore ai 300 metri. Grazie alla rete “mesh” creata, verrà offerta connettività gratuita a passeggeri e cittadini nelle vicinanze delle auto.

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IN CASO DI EMERGENZA LA RADIO BATTE IL TELEFONINO Massimo Sangiovanni

Era il 1930 quando Motorola commercializzava la sua prima radio destinata alle forze dell’ordine (in particolare ad alcuni distretti di polizia dello stato dell’Illinois). Da allora la tecnologia è talmente cambiata da non essere nemmeno più riconoscibile, con dispositivi di controllo e di comunicazione integrati nell’abbigliamento e negli accessori (pensiamo a occhiali e visori per realtà aumentata e virtuale, già a disposizione di eserciti e polizia). Sorprendentemente, però, le trasmissioni radio, nell’era dei cellulari e del 5G, sono ancora vive e vegete e vengono utilizzate con successo proprio nell’ambito della sicurezza e del controllo. “Quando si verifica un evento drammatico come un terremoto o un attentato”, dice Massimo Sangiovanni, vice presidente e marketing manager di Motorola Solutions, “la prima a cadere è la rete cellulare. Gli apparati radio, invece, funzionano e restano sicuri e affidabili. E’ per questo che Motorola continua a investire in ricerca negli standard radio (che sono sostanzialmente due: P25 negli Stati Uniti e Tetra in Europa e

Mentre i cellulari diventano sempre più smart, in alcuni ambiti viene ancora utilizzata con successo la tecnologia radio, nata all’inizio del secolo scorso Asia), migliorando continuamente l’ergonomia e l’efficacia degli apparati, che di fatto somigliano sempre più a telefoni cellulari”. Lo spettro di banda dedicato alle trasmissioni radio è limitato, se confrontato con quello utilizzato dagli smartphone, ma la ricerca si è concentrata sull’affidabilità e la sicurezza delle informazioni, per poter servire sempre meglio organismi come le forze di polizia, i vigili del fuoco, la protezione civile e così via. Sul futuro della tecnologia radio, che Motorola Solutions utilizza commercialmente con successo anche in settori come le utilities e la logistica, Sangiovanni è ottimista: “anche se le reti radio e cellulari non sono compatibili perché utilizzano frequenze e standard diversi, sono di fatto complementari, e si parlano attraverso dispositivi, chiamati bridge, che permettono alle soluzioni basate su radio di sfruttare quando serve la potenza delle reti cellulari”. L’ibridizzazione delle due tecnologie è tra l’altro comprovata dalla presenza nel catalogo di Motorola Solutions, anche di un cellulare vero e proprio: il Lex10, basato su Android ed equipaggiato di un pulsante “push to talk” simile a quello presente sulla radio e utilizzabile dalle forze dell’ordine in caso di emergenza. E.M.


spunti

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FINTECH: AMICO O NEMICO?

I TRE PILASTRI DEL GDPR

Oltre a ridisegnare l’esperienza digitale dei consumatori, l’intelligenza artificiale si appresta a diventare l’insieme di tecnologie più importanti da offrire alla forza lavoro. Grazie all’automazione delle attività più semplici o ripetitive, le persone avranno più tempo a disposizione e potranno concentrarsi su elementi a maggior valor aggiunto. Sono cinque le azioni che le aziende possono intraprendere per vincere la sfida. Innanzitutto, proporre l’intelligenza artificiale come nuovo paradigma di esperienza, senza limitarsi solo ad app e Internet. In secondo luogo, sarà necessario far “aumentare” i lavoratori, supportandoli con l’Ai. Inoltre, le organizzazioni dovranno essere pronte ad aderire alle piattaforme aperte di intelligenza artificiale anche in altri settori. Sarà poi fondamentale adottare un approccio DesignOps, unendo design thinking e principi di ingegneria moderni per garantire la trasformazione digitale dell’impresa e la “user-centricity”. Le aziende dovrebbero iniziare, ora, a creare cultura, mentalità e modelli di business predisposti per il DesignOps. Infine, sarà necessario agire responsabilmente: le aziende devono sviluppare un quadro etico digitale che affronti questioni come sicurezza dei dati, fiducia e privacy, con linee guida su come ottenere e utilizzare le informazioni. Roberto Chinelli, chief technology innovation officer, Avanade Italy

Le startup del Fintech e le digital bank, così come la concorrenza legata alle normative di open banking, stanno stravolgendo le solide basi del settore bancario tradizionale. Piuttosto che muoversi velocemente per costruire sistemi innovativi, le banche puntano ad acquisire proprio quelle tecnologie che stanno stravolgendo il loro business. Il fenomeno è già iniziato, basti pensare alla Investment Management Division di Goldman Sachs, che lo scorso anno ha comprato la piattaforma digitale di previdenza Honest Dollar. Le banche di ogni dimensione hanno incredibili opportunità di accelerare la digitalizzazione tenendosi strette le nuove rivali nel settore. Due sono le sfide che si troveranno ad affrontare una volta effettuata questa scelta. La prima riguarda come integrare in modo sicuro le nuove funzionalità, per poter trarre profitto nel più breve tempo possibile. La seconda è meno evidente e riguarda le culture aziendali, che possono essere significativamente diverse. La ragione è ovvia: molte delle realtà Fintech hanno come fondatori ex-banchieri tradizionali. Ma i competitor digitali non sono l’unica sfida che attende gli istituti di credito. Nell’elenco ci sono anche le analisi dei dati, la liquidità e la nuova direttiva europea Psd2, che entro il 2018 richiederà alle banche di rendere trasparenti le proprie Api a terze parti. Laura Crozier, Cfa, global industry director, Banking, Software AG

Il nuovo regolamento europeo sul trattamento dei dati personali (Gdpr) pone sfide consistenti, perché da maggio 2018 si applicherà ad aziende di qualunque dimensione e comparto economico: non solo a quelle residenti all’interno della Ue, ma anche a chi tratta o gestisce i dati riferiti ai cittadini europei. Il rischio di incorrere in multe che possono raggiungere 20 milioni di euro o una cifra pari al 4% del fatturato globale dell’azienda rappresenta una spinta ulteriore verso l’adeguamento. Sono tre gli aspetti sui quali soffermarsi. Innanzitutto la visibilità, perché le imprese hanno raccolto un numero di informazioni sempre maggiore per ottenere una comprensione migliore dei propri clienti, ma si tratta di dati spesso condivisi e spostati tra più sistemi. Segue poi il controllo. Una delle principali sfide del Gdpr è il diritto all’oblio, che obbliga le organizzazioni a eliminare i dati di un utente su richiesta, ma il problema è che per cancellare queste informazioni bisogna prima identificarle: nel labirinto di database dell’ecosistema digitale la cosa è più facile a dirsi che a farsi. Infine, il consenso esplicito degli utenti per utilizzare i dati in ambito diverso da quello di raccolta, come nella fase di sviluppo software: non considerare questo aspetto significa non rispettare parte della normativa europea. Veronique Dufour-Thery, vice president di Compuware

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SCENARI | Business mobility

MOBILE OLTRE I CONFINI FISICI DELL’AZIENDA

Siamo entrati in una nuova fase della mobilità in azienda. Le imprese studiano come sviluppare app sicure e integrate nei processi per favorire la propria trasformazione digitale. Ce ne parla Daniela Rao, senior research and consulting director di Idc Italia.

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a rivoluzione dei dispositivi mobili ha innegabilmente portato scompiglio nel mondo delle aziende: più libertà e produttività per i dipendenti, ma anche problemi di sicurezza, uso di applicazioni non approvate dall’It e facili fughe di dati. Invertire la rotta è impossibile, ma il concetto ormai non più nuovo di Byod (Bring Your Own Device, cioè l’uso di telefoni, tablet e Pc personali per svolgere mansioni lavorative, da casa o in ufficio) ha lasciato in eredità alle aziende qualcosa di buono. Nuovi acronimi e modalità di adozione del mobile si fanno strada, come ci racconta Daniela Rao, senior research and consulting director di Idc Italia. 16

| APRILE 2017

Come sta cambiando il fenomeno della mobility nel mondo aziendale italiano?

Per le aziende con personale e strutture distribuite sul territorio, consentire l’accesso ai dati ovunque, in ogni momento e da qualsiasi dispositivo, è diventato un imperativo strategico. Di conseguenza, fornire device e applicazioni aziendali per svolgere attività specifiche è diventato il focus dei progetti evoluti di Enterprise Mobility e presupposto essenziale per ottenere concreti benefici di produttività, qualità della vita dei dipendenti e anche migliori performance di mercato. Dato che non è più sufficiente comunicare solo con email, voce o messaggistica, ora il focus è sullo sviluppo delle appli-

cazioni, inclusi gli aspetti dell’interfaccia utente e dell’usabilità. La protezione dei beni aziendali resta un cruccio, ma è l’evidente agilità guadagnata che ora rende ovvi gli investimenti in sicurezza. A proposito di sicurezza, come è stato affrontato negli ultimi anni questo tema?

A partire dal 2016 in Italia si sta adottando un approccio più maturo e orientato a considerare flessibilità e agilità operativa come benefici irrinunciabili. Un numero sempre maggiore di realtà sta adottando soluzioni come il Cyod, (Choose Your Own Device) o il Cope (Corporate Owned, Personally Enabled) per la gestione e la distribuzione


di smartphone per scopi lavorativi: modalità con cui l’azienda, per non essere sopraffatta dall’onda della consumerizzazione, va incontro al dipendente permettendogli di scegliere il proprio device all’interno di una lista di modelli preventivamente approvati. Dal punto di vista dell’offerta, i confini fra le soluzioni di sicurezza (Mobile Enterprise Security) e di gestione (Enterprise Mobility Management) sfumano sempre più, mentre le crescite più interessanti le otterranno le Mobile Application Development Platform, che saranno fondamentali per lo sviluppo di applicazioni sicure e integrate con i processi aziendali, in ottica di trasformazione digitale. Le medie e grandi realtà impegnate su progetti strategici e di ampio respiro hanno spostato l’attenzione dalla protezione del device a quella dell’intera organizzazione, oltre i confini fisici dell’azienda, fino al personale e ai sensori distribuiti sul territorio. Pensano a riprogettare i processi per ottenere vantaggi di flessibilità, recupero di efficienza e qualità della vita lavorativa. L’attenzione dei Cio si sta spostando dal controllo e dalla gestione delle infrastrutture Ict verso l’identificazione delle soluzioni che permettono di gestire i nuovi processi aziendali e i flussi di informazioni. A che punto siamo per quanto riguarda l’adozione di app specifiche per il proprio contesto e non semplicemente mutuate dal mondo consumer?

La spesa in tale ambito crescerà ancora, soprattutto nelle medie e grandi imprese, dove applicazioni mobili customizzate saranno correlate all’esigenza di moltiplicare i canali di comunicazione, supportare la collaborazione, l’evoluzione e la gestione razionale dei processi di business. L’attenzione sarà sempre più attratta dai social media come canale di interazione professionale al posto dell’email. Alcune indagini di Idc rivelano che oltre otto aziende italiane su dieci sono al lavoro su app mobili rivolte ai

Daniela Rao

propri addetti, agli utenti finali o a società partner. Nel 2019, inoltre, più del 60% delle app aziendali sarà “mobile native”, presenterà interfacce utente e usabilità sempre più intuitive. Attualmente le imprese italiane sono interessate soprattutto alle applicazioni di produttività, di accesso e sincronizzazione file, di comunicazione e collaborazione; seguono le app strettamente legate a processi aziendali, come il Crm, la vendita, le operations. Come immaginate il futuro del lavoro in azienda?

Comunicazioni, interfacce, processi e interazioni fra colleghi continueranno a modificarsi in ottica “mobile first” e in modo fluido, passando sempre più dalle app e slegandosi dal singolo dispositivo. Mentre sfuma sempre di più il confine tra smartphone, tablet, e Pc, che si uniformano in termini di form factor, sistemi operativi e funzionalità; i contenuti diventeranno “agnostici” rispetto al dispositivo, cioè saranno fruiti a prescindere dal mezzo. Nel prossimo triennio, inoltre, gli indossabili e i visori di realtà aumentata e virtuale proseguiranno la contaminazione tra ecosistema informativo privato e aziendale. Gi assistenti virtuali si prenderanno sempre più cura di noi, a casa e in azienda, impiegati per gestire processi, pagamenti e customer care. Valentina Bernocco

FRA APP E SENSORI Grazie ai dispositivi personali e alle app oggi si lavora di più, meglio e in modo differente. Come cambierà ancora lo scenario? A detta di Idc, i “lavoratori mobile” cresceranno da qui al 2020 fino a rappresentare in media i tre quarti dei dipendenti delle aziende. Le app non saranno solo una variante di strumenti già disponibili su Pc, ma diventeranno l’interfaccia predefinita per molte attività lavorative. Il numero di oggetti connessi alle reti aziendali continuerà a crescere, includendo anche sensori, macchine industriali e veicoli. Nell’insieme dei terminali da monitorare e gestire, accanto a Pc, smartphone e tablet, entreranno anche i primi dispositivi indossabili nati per scopi aziendali.

LAVORO SMART, REGOLE CERCANSI In 44 aziende su cento, le modalità di lavoro flessibile sono apprezzate e incoraggiate. Così dice un’indagine svolta da Ales Market Research per conto di Citrix, intervistando oltre 300 responsabili delle risorse umane. Il 61% delle organizzazioni ha già tracciato policy definite, mentre un ulteriore 5% lo farà a breve. Il modello smart certamente piace: si apprezzano i vantaggi di flessibilità concessa ai dipendenti (citati dall’84% dei rispondenti), ma anche la maggiore produttività che saprebbe favorire (81%). C’è però un 57% di Hr manager che vede nella mancanza di controllo un potenziale rischio.

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SCENARI | Business mobility

Smartphone, servizi cloud, virtualizzazione: gli strumenti che trasformano il modo di lavorare piacciono alla maggior parte delle aziende, come racconta uno studio di Vmware.

IL LAVORO PIACE DI PIÙ SE È MOLTO “DIGITALE”

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asciare la strada vecchia per la nuova, se si tratta di strumenti e modalità di lavoro, spesso è una buona idea. L’adozione di piattaforme e servizi cloud, della virtualizzazione e dei dispositivi mobili ha prodotto effetti positivi nella maggioranza delle aziende interpellate da Vmware nello studio “The State of the Digital Workspace”: fra coloro che avevano effettivamente modificato la propria dotazione e i propri modelli operativi (per esempio, prevedendo l’utilizzo di smartphone e tablet), il 57% ha detto di aver osservato “miglioramenti nell’efficacia della forza lavoro mobile”, mentre il 54% ha visto migliorare il rapporto fra i dipendenti e il personale It. L’indagine ha coinvolto 1.263 fra decisori e responsabili It di organizzazioni appartenenti a diversi settori di mercato. I vantaggi osservati sono anche altri. Poco meno della metà degli intervistati, 18

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il 49%, ha anche potuto risparmiare sui costi gestionali, mentre il 52% ha ridotto i costi totali dell’azienda proprio in seguito a iniziative di “digital workspace”. Il ritorno sugli investimenti dunque c’è, rapido, in un caso su due ed è dovuto a una combinazione di fattori, fra cui il più veloce rilascio di applicazioni (citato dal 34% degli intervistati), la maggiore sicurezza di Pc, smartphone e tablet (29%) e la maggiore produttività degli strumenti in dotazione ai lavoratori (28%). Il cambiamento è tracciato

Su questo scenario non mancano però le ombre, una in particolare: solo il 43% dei responsabili d’azienda ritiene che i cambiamenti abbiano potenziato la sicurezza informatica. È proprio questo elemento, anzi, l’ostacolo alla trasformazione più citato, ancor prima dei problemi di budget e di man-

cate competenze. Nonostante questi superabili intoppi, il cambiamento è tracciato perché oggi “il mercato si sta muovendo verso una nuova fase di mobilità aziendale in cui le imprese devono fornire accesso alle applicazioni e alle risorse di tutti i tipi a utenti finali, clienti e partner, utilizzando qualsiasi dispositivo connesso”, come commenta Ian Evans, vice presidente delle divisione end-user computing Emea di Vmware. Ma che cosa serve alle aziende per poter dire di aver davvero realizzato un “digital workspace” completo? Oltre ai già citati smartphone e tablet e oltre al cloud, nell’indagine sono stati menzionati i software di gestione per dispositivi mobili (considerati necessari dal 38% degli intervistati) e quelli per le postazioni di lavoro (35%). Per le imprese del settore finanziario, inoltre, è prioritario l’impiego di software di gestione delle identità (38%). V.B.


TECHNOPOLIS PER WOLTERS KLUWER TAX AND ACCOUNTING ITALIA

GENYA DICHIARATIVI, IL FUTURO È ADESSO

Prosegue il cammino del Progetto Genya di Wolters Kluwer Tax and Accounting Italia. Nella scia di Genya Bilancio, applicativo presentato a novembre dello scorso anno che sta conquistando il mercato per completezza, facilità d’uso e semplicità di accesso, ecco Genya Dichiarativi che assicura le stesse performance nel campo delle dichiarazioni di società di capitale, di società di persone, Irap e gestione di immobili. Completamente aderente alla filosofia che sta decretando il successo del progetto Genya, Genya Dichiarativi è anch’esso un software destinato a innovare l’attività delle dichiarazioni fiscali di società e dei professionisti che le gestiscono. L’ R&D di Wolters Kluwer Tax and Accounting Italia ha ingegnerizzato Genya Dichiarativi mettendo al centro l’operatore e la customer experience. “Voglio avere tutto sotto controllo”, “voglio inserire i dati come se li scrivessi sul modello” sono affermazioni che l’utente fa correntemente durante la preparazione delle dichiarazioni, ma che non trovano grande rispondenza sul mercato. Una dashboard chiarissima consente un controllo visivo globale e un comodo accesso alle singole dichiarazioni. Il software consente la navigabilità sulle segnalazioni, con la possibilità di accedere direttamente al campo in cui poter sistemare le incongruenze o i dati mancanti. Un modo veloce e sicuro per controllare i dati. La visione della dichiarazione nel software permette l’inserimento dei dati con il layout del modello ministeriale e dà la possibilità di inserire per ogni campo prospetti

Wolters Kluwer, prospetti personalizzabili e file di Excel direttamente collegati alla cella. L’utente si potrebbe lamentare: “Ho tanti file esterni che oggi gestisco a mano”. Come fare? Semplice. Genya Dichiarativi consente l’inserimento dei dati e delle informazioni da fonti esterne tramite un collegamento diretto da una cella di un file Excel a un campo specifico: l’aggiornamento è automatico e si possono creare prospetti di dettaglio. La gestione degli immobili è da sempre considerata molto dispendiosa. In Genya Dichiarativi è stata progettata con la logica del “Catasto di Studio”. La visualizzazione nella griglia distingue tra fabbricato e terreno, il software è dotato di potenti database di ricerca ed è concepito per il mantenimento dell’anagrafica immobili nel tempo. La vista grafica dei diritti di proprietà è molto chiara, come anche quella delle variazioni intervenute nel fabbricato. Nella logica del Catasto di Studio, la gestione immobili vive di vita propria e quindi rappresenta anche una base per gestire contratti d’affitto e fare consulenza, proprio come fosse un catasto che ha vita indipendente da chi lo possiede. Genya Dichiarativi rappresenta un secondo importante tassello del progetto Genya di Wolters Kluwer Tax and Accounting Italia immediatamente dopo e nell’alveo di Genya Bilancio. L’usabilità dell’applicativo, i concetti alla base dello sviluppo dell’intero progetto, controllo, semplicità, immediatezza e collaborazione hanno coinvolto e convinto un’enorme moltitudine di professionisti. Il Progetto Genya sta cambiando il mondo del professionista, accompagnandolo fin da subito nel futuro.

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SCENARI | Data journalism

L’E-COMMERCE ITALIANO È MULTI-DEVICE Ripartizione del mercato e-commerce, previsioni 2017

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ALTRO FOOD & GROCERY

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ARREDAMENTO E HOME LIVING EDITORIA

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ASSICURAZIONI ABBIGLIAMENTO INFORMATICA ED ELETTRONICA

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QUOTA %

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Lo shopping online interessa oltre 20 milioni di consumatori. Boom per gli acquisti da smartphone. Ma il 40% del giro d'affari arriva da utenti multipiattaforma.

Fonte: Netcomm

o shopping online è un’abitudine che abbraccia sempre più consumatori italiani. Tendenza più che nota, ma che si rafforza ulteriormente con la crescita della spesa media e la frequenza d’acquisto nel canale digitale. Gli acquirenti che si servono del Web sono saliti a 20,7 milioni a fine 2016 e quelli abituali (che effettuano in media almeno un acquisto online al mese) sono poco meno di 16 milioni, in crescita del 25% anno su anno. Aumenta in modo considerevole, e questo è forse il dato più importante, il valore delle transazioni, in salita del 18% e prossimo a sfiorare i 20 miliardi di euro. Le spese degli e-shopper abituali pesano per il 94% sul giro d’affari totale. Si tratta di un mercato di dimensioni già importanti, ma destinato a svilupparsi ulteriormente: per il 2017, stando alle previsioni del Consorzio Netcomm, gli acquisti per via digitale potrebbero crescere ancora del 19%, arrivando a circa 23 miliardi e mezzo di euro. Tra i settori che evidenziano le migliori tendenze al rialzo per l’anno in corso spiccano l’arredamento e l’home living (con una prospettiva di crescita del 48%), il food & grocery (30%) e l’editoria (16%). Di particolare importanza, secondo Netcomm, sono i canali scelti dagli utenti italiani per effettuare acquisti su Inter-


net e la loro redditività. Se il personal computer resta lo strumento preferito da chi compra online, i dispositivi mobili stanno guadagnano rapidamente terreno: a dicembre 2016, infatti, il 26,1% degli acquisti è stato effettuato da tablet o smartphone, con incrementi rispetto all’anno precedente del 14% e dell’80% rispettivamente. Gli acquisti da telefonino, dunque, hanno conosciuto un vero e proprio boom, aprendo il fronte a una più decisa attenzione dei commercianti sul mobile. In realtà, come osserva Roberto Liscia, presidente del Consorzio Netcomm, “l’obiettivo degli operatori

dell’e-commerce non deve essere quello di migrare interamente il traffico verso smartphone e tablet, occorre piuttosto puntare all’omnicanalità. La possibilità di acquistare ovunque offre una migliore esperienza all’utente, ma ha anche dei chiari ritorni economici per il merchant perché il consumatore che può contare su strumenti pratici e flessibili sarà più soddisfatto e quindi più propenso a ritornare”. Dati alla mano, gli acquirenti multipiattaforma generano in effetti il 40% del valore complessivo, pur essendo circa il 25% del totale. I cosiddetti “everywhere shopper”, e lo dicono le elaborazioni

di Human Highway, sono un universo di un milione di individui e il 5,6% degli acquirenti online, principalmente uomini (64%), di età compresa tra i 25 e i 44 anni (70%) e residenti in grandi centri urbani (43%). Per questa categoria di utenti gli strumenti online non sostituiscono gli acquisti offline, ma anzi li supportano: il 33,7% di loro dichiara infatti di utilizzare lo smartphone per orientarsi nell’acquisto in un negozio. Il che significa sostanzialmente una grande verità “nascosta”: l’e-commerce non è una minaccia per i punti vendita fisici. Gianni Rusconi

DONNE E TECNOLOGIA: UN MATRIMONIO ANCORA DA CELEBRARE In Italia la componente femminile all’interno delle professioni Stem (Science, Technology, Enigeering and Math) è ancora piccola. Lo dice un’indagine realizzata da NetConsulting Cube per conto di Ca Technologies e Fondazione Sodalitas. Dal campione di sessanta fra responsabili Hr e Cio di aziende di vari settori emerge come la presen-

za femminile si limiti al 13% degli occupati in area Stem. Osservando i soli ruoli executive, la quota scende al 10%. Come giustificano questo gap i direttori delle risorse umane? Il 43,2% si lamenta della mancanza di donne laureate in discipline tecnicoscientifiche, il 27% parla di insufficienti esperienze lavorative precedenti e il 21,6% di resistenze culturali interne

all’organizzazione. Le differenze di opportunità potrebbero inoltre accentuarsi in futuro, perchè i profili professionali più richiesti in Italia da qui al 2020 saranno proprio quelli in cui la quota rosa è oggi più ridotta. E cioè data protection officer, digital strategist/digital information officer, esperti in cybersicurezza, data scientist e sviluppatore di app. V.B.

Le professioni del futuro: figure presenti nelle aziende

DATA PROTECTION OFFICER DIGITAL STRATEGIST DIGITAL INFORMATION OFFICER CYBER SECURITY EXPERT BIG DATA ENGINEER MOBILE APPLICATION DEVELOPER DATA SCIENTIST ESPERTI IN AGILE COMPETENZE CERTIFICATE SAFE ESPERTI DI IOT

% DONNE OGGI

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Fonte: NetConsulting cube

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| | Retail & Logistic TECNOLOGIE SCENARI

LE MAGNIFICHE OTTO ENTRANO IN NEGOZIO INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Con una maggiore comprensione dei comportamenti dei consumatori, le soluzioni di intelligenza artificiale e di machine learning (apprendimento automatico) porteranno a un aumento dei ricavi e, in parallelo, alla riduzione dei costi associati alla supply chain. I benefici derivanti dall’applicazione di sistemi smart, abbinati a consigli predittivi, saranno sensibili sia per le aziende sia per i clienti. Serviranno, però, fino a cinque anni per osservare uno sviluppo completo e diffuso dell’intelligenza artificiale in ambito retail, soprattutto a causa dell’attuale immaturità di molte tecnologie di “sintesi” dei dati.

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ROBOTICA

Secondo Accenture, Internet delle Cose, intelligenza artificiale, robotica, droni e veicoli autonomi saranno le tecnologie più impattanti per la vendita al dettaglio nei prossimi dieci anni. Ma non sono le uniche.

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INTERNET DELLE COSE

L’Internet delle Cose è forse l’insieme di tecnologie più pervasivo ed è ormai sulla bocca di tutti. Adatto potenzialmente a qualsiasi contesto, l’IoT permetterà al retail di creare esperienze personalizzate e di fornire insight specifici sui dati raccolti, ottimizzando i costi di gestione dell’inventario. La maturità dell’IoT si raggiungerà tra due-cinque anni, ma saranno necessari standard universali e maggior sicurezza nel trattamento dei dati.

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Meno visibile all’utente finale, l’impiego dei robot risulterà determinante soprattutto nel magazzino e nella distribuzione merci. Attenzione anche agli automatismi a livello software: i cosiddetti bot potranno portare a termini compiti ripetitivi, liberando risorse umane che potranno dedicarsi quindi ad altre mansioni. Gli ostacoli principali alla diffusione su larghissima scala della tecnologia, prevista nei prossimi due-cinque anni, sono le ancora scarse abilità “manuali” dei robot e la durata delle batterie. Miglioramenti su questi fronti ne faciliteranno l’adozione.

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VEICOLI AUTONOMI/DRONI

TRACCIABILITÀ DIGITALE

Fra le tecnologie oggi meno mature (Accenture le prevede in arrivo sul mercato tra sei-dieci anni), i veicoli a guida autonoma e i droni ottimizzeranno il trasporto delle merci, grazie per esempio a camion senza autista, e copriranno il cosiddetto “ultimo miglio” delle consegne: i piccoli velivoli, già sperimentati sul campo da colossi come Amazon, faciliteranno il recapito di pacchi in zone difficilmente raggiungibili con i mezzi di trasporto standard. Uno dei maggiori problemi? Le leggi: non è detto che i regolatori nazionali diano il via libera all’utilizzo di droni commerciali.

Strettamente collegata all’Internet delle Cose e al mondo della sensoristica, la tracciabilità digitale è quasi pronta all’adozione massiva da parte della vendita al dettaglio (orizzonte temporale stimato, due-cinque anni). Poter risalire in modo immediato lungo la filiera dei componenti, fino al produttore, aumenterà le responsabilità di quest’ultimo in caso di problemi. Uno degli scenari ipotizzati da Accenture è in ambito alimentare: riuscire a rispondere in tempi molto brevi a criticità sui prodotti (come scadenze e contaminazioni) ridurrà il rischio di contraccolpi provenienti dai consumatori. Seppur la maturazione sia stata praticamente raggiunta, per sfruttare tutto il potenziale della tracciabilità digitale serviranno funzionalità di analytics più avanzate di quelle odierne.

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REALTÀ VIRTUALE

I negozi del futuro sapranno offrire interazioni dinamiche con i prodotti esposti ed esperienze digitali in-store. I visori di realtà virtuale o aumentata faranno la parte del leone: combinati con l’IoT e gli analytics, potenzieranno i primi “camerini smart” capaci di prevedere i gusti dei clienti sulla base di precenti interazioni. I consumatori potranno usare i visori per “indossare” diversi outfit virtuali e procedere poi all’acquisto. Tempi di maturazione previsti? Dai due ai cinque anni.

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BLOCKCHAIN

Sconosciuta ai più, anche la tecnologia blockchain (un “libro mastro” digitale per la verifica delle transazioni) entrerà a gamba tesa nella vendita al dettaglio. Perché consentirà di mantenere un archivio decentralizzato e praticamente inviolabile su acquisto e vendita di prodotti, riducendo quasi a zero anche i rischi legali. Senza contare i benefici per i pagamenti digitali.

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STAMPA 3D

Nel mondo retail, fra una decina d’anni, i sistemi di additive manufacturing faranno rima con “personalizzazione”. L’impiego di stampanti 3D capaci di realizzare un oggetto secondo i precisi gusti del cliente inaugurerà l’era della produzione customizzata su piccola e piccolissima scala: un processo fino a ieri impensabile a causa di costi esorbitanti e non sostenibili da nessuna azienda. Non è escluso che un giorno si arrivi addirittura alla stampa di generi alimentari, ordinabili liberamente sul Web. Per fare questo serviranno, però, macchine maggiormente performanti e in grado di utilizzare in contemporeanea materiali di natura diversa. Alessandro Andriolo

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LO SHOPPING DIVENTA VIRTUALE Passare dall’e-commerce al vcommerce. È l’idea di Else Corp, startup italiana che ha sviluppato la piattaforma in cloud Exclusive Luxury Shopping Experience per fondere i vantaggi dello shopping online con quello fisico. La ”3D Virtual Boutique” permette di visualizzare l’intera collezione di capi e di scegliere, per ogni modello, finiture e dettagli. L’esperienza digitale è composta da app, catalogo, configuratore e foot scanner: tutto a tre dimensioni. La soluzione si integra negli ambienti e-commerce di qualsiasi realtà della moda.

UN ROBOT PER I SUPERMARKET Un cervello fatto di chip, occhi composti da videocamere. È Tally, il primo robot-commesso al mondo. Realizzato da Simbe Robotics in collaborazione con Intel, che ha fornito processori, videocamere Realsense e servizi di gestione dei dati, questa colonnina mobile si sposta in autonomia nei corridoi dei supermercati e riconosce gli oggetti che vede. Il robot perlustra gli spazi di un negozio per verificare la presenza degli articoli e la correttezza dei prezzi in cartellino. La macchina è abbastanza discreta da non interferire con le attività di acquisto dei clienti e non richiede all’esercente alcuna modifica di infrastruttura. Tally raccoglie informazioni su quello che le persone acquistano e sfrutta gli analytics per aumentare i profitti.

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TECNOLOGIE | Retail & Logistic

PERCORSO A OSTACOLI VERSO L’OMNICANALITÀ I confini tra negozio fisico e online continuano ad assottigliarsi, rendendo sempre più marcata l'esigenza di una chiara strategia multicanale.

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rasformazione digitale, senza se e senza ma. Il 69% dei Ceo di aziende del retail afferma di voler aumentare nel 2017 gli investimenti su tecnologie come Internet delle Cose, Big Data, robotica e realtà aumentata: soluzioni che aggiorneranno questo settore alla versione “2.0”. Ma la volontà di fare si scontra con la realtà: oltre la metà degli intervistati (52%) di una ricerca commissionata da Jda a Pwc non ha ancora definito o iniziato a implementare alcuna strategia digitale. Per le aziende che già si muovono, invece, l’obiettivo primario è comprendere e migliorare l’interazione con i clienti, offrendo loro un motivo per utilizzare tutti i canali. Big Data (86%), applicazioni mobile (85%) e utilizzo delle informazioni ricavabili dai social media (85%) sono le principali tecnologie sulle quali gli intervistati stanno puntando o intendono investire nel corso dei prossimi 12 mesi. La ricerca “Ceo Viewpoint 2017: the Transformation of Retail” ha sottolineato, inoltre, come i confini tra negozio fisico e online continuino ad assottigliarsi, rendendo sempre più marcata l’esigenza di una chiara strategia omnicanale. Un’area in cui continuano a esserci lacune e in cui la redditività costituisce ancora una sfida è quella dell’evasione degli ordini: solo il 10% degli intervista24

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ti riesce a soddisfare questa domanda in modo profittevole per il retailer. Soltanto il 12% dei Ceo intervistati, inoltre, ritiene che la propria azienda offra un’esperienza di acquisto fluida sui diversi canali. L’opzione su cui le società stanno investendo di più è quella di acquisto online e ritiro presso il punto vendita, con il 51% dei chief executive officer che offre o intende offrire questa possibilità nei prossimi 12 mesi (dato in aumento rispetto al 47% del 2016). Al contrario, tutte quelle opzioni di fulfillment che stanno diventando più costose e meno redditizie corrispondono alle aree su cui i Ceo diminuiscono gli investimenti. Una curiosità: quali sono i retailer più propensi ad attuare una strategia di trasformazione? Sono i cinesi (58%), che staccano nettamente i competitor statunitensi (40%). A.A.

FARE SHOPPING NEI CAMERINI 2.0 Ogni rito ha le sue norme, anche lo shopping. Per rendere più interattiva la “selling ceremony”, Diesel, Samsung e H-Farm si sono alleate: il risultato è uno store interattivo del marchio di abbigliamento, che ha aperto i battenti in piazza San Babila, a Milano. Affidandosi a smartphone, soluzioni di digital signage, camerini 2.0 e ad un’app, è possibile gestire i pagamenti in mobilità all’interno del punto vendita, mostrare sul cellulare dell’utente contenuti extra e abilitare funzioni avanzate di Crm.


IL DIGITALE RIDUCE LA COMPLESSITÀ Per continuare a innovare nel retail mettere al centro la user experience non basta. Serve ottimizzare i processi e aumentare la produttività. Ecco la ricetta di Supertronic.

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emplificare il processo di innovazione accompagnando il cliente nel viaggio verso la digital transformation, attraverso soluzioni verticali e interamente gestite. Sono questi i pilastri su cui costruire una proposta tecnologica che punta a rendere gli operatori del retail più competitivi in un mercato in costante evoluzione, dove la chiave di volta è rappresentata, per l’appunto, dalla pervasività del digitale. Le nuove tecnologie sono una grande opportunità anche per gli stessi vendor It per superare la dicotomia hardware-software e riproporsi come player “ibridi”. È il caso di Supertronic, azienda milanese con trent’anni di vita alle spalle, nata commercializzando computer e cresciuta interpretando le sfide dell’informatica per ritagliarsi uno spazio come provider di soluzioni di classe

data center (hosting e cloud). “Quello del retail è un settore che nel nostro Paese fa fatica a innovare e si limita a seguire i competitor stranieri, perdendo terreno”, spiega Iolanda Sala, Ceo di Supertronic. “Sostenere la sfida con realtà del calibro di Amazon è ovviamente difficile per tutti, tanto più se non è presente una chiara strategia di digitalizzazione”. Che, per l’appunto, deve porre al centro un’innovazione accessibile a tutti, e quindi semplice, arricchita dalle esperienze di nuova generazione. “Oggi si parte da qui per capire cosa migliorare, compiendo un percorso inverso rispetto al passato, quando si monitorava il data center per individuare spiragli di perfezionamento”. Le radici di Supertronic rimangono comunque saldamente nel mondo delle sale macchine aziendali, per cui l’azienda propone una serie di servizi declinati e spendibili in settori diversi: dal manifatturiero al finance, passando per la sanità e le telecomunicazioni, la logistica e il retail. “Le nostre soluzioni software, completamente gestibili in cloud e sviluppate con un’impronta di forte verticalità, vengono integrate dal cliente nei propri processi e nascono per facilitare e alleggerire le operazioni, dando loro valore aggiunto”, aggiunge Sala.

Iolanda Sala

Le ultime novità dell’offerta Supertronic sono Look&Go (vedi il box a fondo pagina) e OnePosCloud, che abbina alle capacità di gestire i pagamenti elettronici presso i punti vendita quelle per agevolare la diffusione dei buoni pasto in formato elettronico. A fine 2015, secondo un’indagine di Altroconsumo, i ticket aziendali venivano accettati solo da 23mila dei 150mila esercizi che incassavano anche quelli cartacei. Il motivo? La scarsa interoperabilità tra i vari lettori di card. OnePosCloud opera come un broker che si interfaccia verso tutte le realtà che emettono buoni pasto elettronici, riducendo la complessità del processo. Perché è questo, conclude Sala, l’obiettivo primario del digitale. Alessandro Andriolo

ADDETTI IN PUNTA DI APP Look&Go è una soluzione in cloud che gestisce i turni di lavoro attraverso una console Web di amministrazione e un’app mobile per Android e iOs per l’invio di notifiche in tempo reale. L’interfaccia user friendly velocizza il processo attraverso funzioni come la pianificazione automatica,

con un risparmio di tempo del 50% rispetto a una soluzione tradizionale. Gli addetti possono inviare richieste di ferie, permessi e cambio turno e visualizzare il calendario aggiornato. Look&Go è integrabile con le applicazioni di controllo timbrature e paghe già presenti in azienda.

PIANIFICAZIONE TURNI

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FOCUS | Software gestionali

IL PUNTO DI SVOLTA La domanda è stagnante, ma l’offerta di soluzioni per la gestione dei processi aziendali “core” è dinamica. Si prova a cambiare pelle con il cloud e con le verticalizzazioni, per spingersi fino all’integrazione della componente di automazione industriale.

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alma piatta sul mare dell’Erp, almeno dal punto di vista della domanda. Questa l’ultima fotografia scattata da Sirmi, società del Gruppo NetConsulting Cube, al segmento delle soluzioni gestionali di Enterprise Resource Planning: alla fine del 2016 il mercato italiano valeva 1.276,6 milioni di euro, cifra poco distante dai 1.267,4 milioni del 2015. Ad accusare la maggiore sofferenza è stata soprattutto la componente dei servizi professionali, che generando un giro d’affari pari a 555,8 milioni di euro ha registrato un calo del 2% rispetto a due anni fa. La flessione è stata causata da più fattori, come il ribasso delle tariffe, la maturità raggiunta dai progetti e la crescente

concorrenza del cloud. Non a caso ad arretrare sono stati soprattutto i servizi professionali legati alle soluzioni gestionali, ovvero a quella fascia Erp più “leggera”, indirizzata a piccole aziende e microimprese in calo del 2,5% rispetto al 2015). “Nella maggioranza dei casi, l’adozione di questi prodotti software non comporta l’avvio di progetti complessi”, spiega Annamaria Di Ruscio, amministratore delegato di NetConsulting Cube. “Si tratta, infatti, di gestionali generalmente disponibili ‘off-the shelf’, i quali non richiedono alcuna customizzazione ma solo un’installazione che in molti casi può essere svolta autonomamente dalle risorse aziendali. Al contrario, l’implementazione di soAPRILE 2017 |

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luzioni Erp richiede rilevanti attività di personalizzazione e parametrizzazione, che in genere devono essere veicolate da grandi system integrator, outsourcer o società di consulenza globali. Questo contribuisce a limitare il downpricing delle tariffe professionali, i cui servizi calano in modo meno significativo, -1,7% rispetto al 2015”.

Annamaria Di Ruscio

La nuvola sale più in alto

In decisa controtendenza va il mercato dei servizi cloud SaaS che, pur realizzando un balzo in avanti attorno al 35%, muove ancora un giro d’affari dal valore molto contenuto, solo 45,3 milioni di euro nel 2016. “Caratterizzato da una grande penetrazione di soluzioni ‘as-a-service’ è soprattutto il segmento delle soluzioni gestionali: i prodotti di questa fascia, infatti, sono tipicamente standardizzati e la loro fruizione in cloud rappresenta una valida alternativa all’on-premise” chiari-

Ad essere caratterizzato da una grande penetrazione di soluzioni as-a-service è soprattutto il segmento delle soluzioni gestionali: prodotti tipicamente standardizzati, la cui fruizione in cloud rappresenta una valida alternativa all’on premise

sce Di Ruscio, evidenziando come sul fronte delle licenze tradizionali l’intero mercato Erp/gestionale abbia chiuso il 2016 con un valore pressoché identico a quello dell’anno precedente: 666,5 milioni di euro contro i 666,8 milioni del 2015. Alla piccola flessione registrata soprattutto dalle licenze dei prodotti gestionali (-0,6%) e in misura inferiore da quelle Erp (-0,2%) hanno contribuito in parte la situazione di crisi del sistema imprenditoriale italiano e in parte la maturità ormai raggiunta da tale segmento d’offerta.

In questo scenario sottotono spicca l’andamento positivo delle licenze dei gestionali indirizzati agli studi professionali, ambito che sta beneficiando di una congiuntura di mercato decisamente più stabile: le aziende continuano, infatti, a richiedere servizi, obbligate dalle cicliche scadenze tributarie che devono essere rispettate. “Ll’obbligo di ottemperare a normative sempre nuove spinge le aziende ad adeguare costantemente i propri applicativi”, sottolinea l’analista. “Va detto, tuttavia, che nel caso delle grandi aziende si tratta in genere di investimenti incrementali, mentre nel segmento degli studi professionali l’effetto è più evidente. Qui, infatti, l’adozione dei gestionali è guidata proprio dall’esigenza di supportare efficacemente i clienti nel rispetto della legislazione nazionale”. Per Di Ruscio, i player destinati ad essere vincenti in questo mercato saranno soprattutto quelli capaci di presidiare non solo gli aspetti tecnologici (database e cloud), ma anche quelli legati all’integrazione con la parte di automazione industriale (dettata da Industria 4.0) e con l’analisi dei dati (Big Data, oltre che Business Analytics). Claudia Rossi

ERP: LE RICETTE PER VINCERE “Per quanto riguarda le soluzioni di Enterprise Resource Planning, gli sviluppi futuri dell’offerta saranno principalmente riconducibili all’abilità dei fornitori di incrementare la propria base commerciale, facendo leva sul concetto di lockin tecnologico. Emblematica, a questo proposito, è la concorrenza già in corso tra i primi due player internazionali, oggi focalizzati proprio sulla conquista di quel parco clienti che non ama forme di potenziali vincoli, preferendo cambiare soluzione”. La sintesi di Annamaria Di Ruscio di NetConsulting Cube per inquadrare l’evoluzione lato vendor dei sistemi Erp è chiara. “Per i prodotti gestionali”, precisa ancora l’analista, “gli aspetti che garantiranno gli sviluppi dell’offerta saranno invece sempre più legati all’ambito cloud, per attrarre l’utenza maggiormente propensa a logiche on demand, alla capacità di monitorare la legislazione e la normativa nazionale, per garantire soluzioni efficaci, e infine all’estensione dell’offerta verso suite di Unified Communications and Collaboration, in grado di permettere un collegamento con i sistemi It delle aziende clienti”. Accanto agli sviluppi di matrice più tecnologica, si registrerà a livello locale una forte spinta all’acquisizione tra i diversi player attivi sul mercato, nel tentativo di aumentare il proprio parco installato e di arricchire ulteriormente il portafoglio d’offerta.

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FOCUS | Software gestionali

La rivisitazione degli Erp in chiave “as-a-service” rappresenta ormai un cambio di paradigma indispensabile. E oggi molte aziende sono obbligate a rivedere le scelte del passato.

STRADA A SENSO UNICO, IN DIREZIONE CLOUD

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er essere abbracciata con successo, la trasformazione digitale delle imprese non può che partire dal cuore dei processi, da quelle soluzioni Erp e gestionali che governano ogni attività. D’altra parte, se il sistema chiave dell’azienda non è pronto a lavorare in “real time” o non è in grado di elaborare quantità crescenti di dati indipendentemente dalla fonte, è davvero impensabile riuscire a sfruttare i benefici prospettati dalle nuove tecnologie Internet of Things o le opportunità create dai Big Data. 28

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“Il mercato sta attraversando una rivoluzione”, esordisce Stefano Ceccarelli, Innovation Sales Director di Sap Italia. “Oggi molte aziende sono obbligate a rivedere scelte passate per garantirsi un sistema informativo in grado di accompagnarle nella cosiddetta era digitale. Si tratta di un rinnovamento trasversale, che sta toccando tutte le industry e tutte le aziende indipendentemente dalle loro dimensioni, consapevoli che l’Erp rappresenta davvero il motore di tutto”. Ma come ci si sposta verso il cloud? “La migrazione verso la nuvola prose-

gue ormai a ritmi elevati, anche se con approccio spesso ibrido”, spiega Ceccarelli. “Per valorizzare il patrimonio dei propri dati, molte aziende preferiscono infatti optare per questo modello, basato da un parte su architetture in cloud dedicate alla distribuzione delle informazioni e dei documenti, e dall’altra su infrastrutture server on-premise, su cui far risiedere i dati. In questo modo è possibile ottenere un veloce ritorno sugli investimenti, garantendo alle nuove applicazioni tutta la flessibilità necessaria per riuscire a tenere il passo con l’eAPRILE 2017 |

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marketing di TeamSystem, attento a evidenziare come le start up, o comunque le aziende in fase di avvio, siano tendenzialmente le più inclini a dotarsi fin da subito di prodotti in cloud. “Si tratta di soluzioni con cui sperimentare senza possedere competenze specifiche o un ufficio It dedicato e che richiedono investimenti iniziali limitati, garantendo costi proporzionali al loro reale utilizzo”, chiarisce Ottina. Si stanno diffondendo sul mercato anche le soluzioni ibride: molti clienti TeamSystem dispongono, infatti, di gestionali on premise che si integrano con funzionalità Crm o soluzioni di gestione documentale in cloud, oppure con specifici servizi come la conservazione elettronica sostitutiva o la fatturazione elettronica. L’ibrido è vincente

voluzione del business”. A detta di Sap, un importante stimolo a muoversi verso il cloud è rappresentato anche dalle prime tecnologie di intelligenza artificiali che oggi iniziano ad affacciarsi sul mercato. Per poterle utilizzare sono, infatti, necessarie infrastrutture sicure e aperte, che mettano a disposizione tutti i dati del patrimonio aziendale per consentire l’analisi delle informazioni e, contestualmente, l’automatizzazione delle decisioni di routine. Del fatto che la trasformazione digitale incida sui sistemi gestionali ed Erp è convinta anche TeamSystem. “La digital transformation abilita importanti cambiamenti nei processi delle aziende, in particolare relativamente alla collaborazione interna ed esterna con fornitori e clienti, che attraverso il cloud beneficiano di un’iniezione di efficienza e produttività”, afferma Renato Ottina, responsabile mercato aziende product

“Il cloud ibrido piace molto perché le aziende possono scegliere di delegare al fornitore solo alcuni processi gestionali e amministrativi, mantenendo parte delle informazioni all’interno, in base alle proprie necessità”, commenta Giorgio Mini, vicepresidente di Zucchetti, pronto a riconoscere come la digitalizzazione rappresenti oggi un forte elemento di discontinuità per le imprese. “Oggi l’Erp rappresenta ancora il fulcro del sistema informativo aziendale, ma è indispensabile una sua integrazione con altri applicativi come Crm, e-commerce, Business Intelligence, gestione documentale, applicazioni mobile, sistemi di Unified Communications, in modo da promuovere una condivisione in tempo reale delle informazioni tra tutti i soggetti che interagiscono con l’impresa”. Il vicepresidente sottolinea che, per ottenere questo risultato, la tecnologia Web è una condizione necessaria ma non sufficiente: è fondamentale, infatti, che alla base di tutte le soluzioni esista un framework applicativo che permetta loro di scambiare dati e documenti in modo nativo, eliminando rischi di ridondanze e di perdita di informazioni. “Indubbiamente le busi-

ness app saranno un elemento trainante di cambiamento, perché il luogo di lavoro diventerà sempre più virtuale e le informazioni aziendali dovranno essere accessibili da tutti ovunque e in qualunque momento, indipendentemente dalla presenza fisica in ufficio. Si tratta di applicazioni che da subito dovranno essere pensate per un utilizzo facile e immediato, anche mediante dispositivi mobili: in prospettiva sarà, quindi, sempre più importante offrire interfacce responsive e garantire la possibilità di sincronizzare i dati sia online sia offline”, afferma Mini. Per quanto riguarda il timore di affidare questi dati all’esterno, il vicepresidente di Zucchetti è sicuro che si tratti di un tema ormai superato da quasi tutte le imprese, di qualsiasi settore e dimensione: i vendor offrono sufficienti garanzie di sicurezza e privacy. “Chi ha un Erp in cloud non ha necessità di tenere i documenti nei server e non ha neppure bisogno dei server fisici per il proprio Erp”, sintetizza Martina Pietrobon, direttore marketing Dynamics di Microsoft Italia. “Occorre, però, tenere presente che anche se tanti software gestionali oggi possono essere fruiti in modalità SaaS, il cloud è tutt’altro. La nuvola rappresenta il vero cambiamento di paradigma e la sua killer app sarà sempre più rappresentata dall’integrazione dell’Erp con l’intelligenza artificiale e con l’Internet of Things”. Secondo la manager, oggi in Italia le più pronte ad abbracciare le soluzioni Erp in cloud sono sono le aziende mediograndi, affiancate da tutte le realtà attive in ambito B2C. “Dal nostro punto di vista”, conclude Pietrobon, “le soluzioni ibride trovano invece ancora spazio là dove debba essere garantita la business continuity o negli ambiti in cui la legislazione nazionale lo impone, come in alcuni contesti tedeschi, russi e asiatici”. Circostanza, quest’ultima, che può riguardare le aziende italiane con filiali estere. Claudia Rossi 29


FOCUS | Software gestionali

IL FUTURO È INTELLIGENTE E IN REAL TIME

Dal deep learning a Industry 4.0, passando per il miglioramento dell’esperienza utente e le analisi in tempo reale. Così sta cambiando e cambierà il panorama degli Erp.

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ntelligenza artificiale, machine learning, user experience e collaborazione: queste alcune delle linee guida su cui corre oggi lo sviluppo di Erp e soluzioni gestionali. Elementi che, in tutti, i casi puntano ad innalzare il livello d’efficienza dei tanti processi vitali di ogni azienda. “Oggi l’evoluzione delle nostre soluzioni sta seguendo più direttrici di marcia”, afferma Renato Ottina di TeamSystem. “Per quanto riguarda le applicazioni core, stiamo per esempio introducendo nuove funzionalità tese a perfezionare la nostra offerta sui settori verticali, fino a una sua estrema specializzazione per tutte quelle aziende che affrontano tematiche legate a Industry 4.0. Ma la novità più importante che ci prestiamo

ad annunciare sarà legata al lancio di uno Smart Desktop, trasversale a tutte le soluzioni TeamSystem, pensato per migliorare la user experience dei clienti”. Con questo prodotto, all’interno di un ambiente Web completamente parametrizzabile, si potranno trovare informazioni condivise, analisi in real time, elenchi “to-do list” operative e flussi di lavoro trasversali alle aree: funzionalità capaci di garantire la collaborazione fra tutti i soggetti coinvolti nei tanti processi delle aziende estese. Massima focalizzazione, invece, sulle tematiche legate all’Intelligenza artificiale e al machine learning per due colossi internazionali come Microsoft e Sap. Risale, in particolare, all’inizio di marzo l’annuncio della nuova Cloud APRILE 2017 |

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Platform del vendor tedesco, una soluzione Platform-as-a-Service che promette di semplificare e velocizzare sia la creazione di app, l’estensione e l’integrazione delle app Sap, sia la realizzazione di progetti IoT e Big Data, così come lo sviluppo di applicazioni dotate di intelligenza artificiale. “La nostra tecnologia basata sul deep learning si

L’evoluzione di Erp e sistemi gestionali passerà attraverso tecnologie quali l’intelligenza artificiale e il machine lerning, puntando ad aumentare il livello di efficienza dei processi

chiama Sap Clea ed è già disponibile per i clienti di Sap S/4Hana”, illustra Stefano Ceccarelli di Sap Italia. “Con Sap Clea è possibile automatizzare molte attività comuni come le riconciliazioni, le checklist e le interazioni con utenti e clienti in modalità chatbot. Da questo punto i vista, siamo solo agli albori di una tecnologia che avrà impatti inimmaginabili sulla nostra economia e sulla nostra società”. In considerazione della mole crescente di documenti generati, condivisi e archiviati, gli sforzi di sviluppo di Zucchetti si stanno concentrando, invece, sullo sviluppo di nuove funzioni di ricerca, pensate per agevolare il lavoro degli utenti. “Con InfinitySearch”, spiega Giorgio Mini, “abbiamo lanciato proprio di recente un motore di ricerca interno agli applicativi, che consente di trovare facilmente e velocemente qualsiasi tipologia di documento, in qualunque formato sia stato generato. Uno dei valori aggiunti di InfinitySearch è rappresentato dalle impostazioni di ricerca, stabilite per contenitore logico di appartenenza, attributi, descrizione, parole chiave, autore, relazioni con clienti, fornitori, prodotti, oltre che per libera ricerca nel contenuto dei documenti. C.R.

FATTURAZIONE ELETTRONICA: PARTE LA CORSA TRA PRIVATI Con l’inizio di gennaio è ufficialmente partita anche in Italia la fatturazione elettronica tra privati, iniziativa faro della Commissione Europea per la realizzazione del Mercato Unico Digitale. Naturalmente, la reazione dei vendor di soluzioni gestionali è stata immediata, così da garantire alle aziende un veloce adeguamento alle nuove disposizioni. Sap ha, per esempio, avviato in Italia una collaborazione con InfoCert, società del gruppo Tecnoinvestimenti e Certification Authority leader a livello europeo, che ha dato come risultato la disponibilità dell’interfaccia standard di integrazione tra Sap eDocument e LegalInvoice di InfoCert. Un’interfaccia “capace di rendere il processo di fatturazione elettronica semplice e possibile in tutti gli ambiti: sia tra enti pubblici sia tra operatori del settore privato”, afferma Stefano Ceccarelli di Sap Italia. Si chiama, invece, Agyo la soluzione con cui TeamSystem promuove una filiera digitale che leghi i soggetti coinvolti nel processo di fatturazione. La piattaforma permette non solo di inviare fatture

elettroniche a tutti i clienti scegliendo se passare o meno dal Sistema D’Interscambio, ma anche di riceverle dai fornitori e di registrarle automaticamente, controllando la coerenza tra la fattura, il relativo ordine e il Documento di Trasporto. La possibilità dell’archiviazione automatica delle fatture nel sistema di gestione documentale è prevista anche da Zucchetti, che nel proprio Erp integra nativamente anche tutto il processo relativo alla creazione e all’invio dei documenti. “Abbiamo predisposto diverse modalità di vendita della soluzione”, precisa Giorgio Mini di Zucchetti. “Con la formula pay-peruse ‘Outsourcing’ il cliente può inviarci le sue fatture che saranno, poi, integralmente gestite dal nostro personale; tramite il servizio Web ‘Digital Hub Zucchetti’ è possibile, invece, coordinare dal proprio gestionale Zucchetti l’intero processo di fatturazione elettronica; mentre il servizio ‘Onsite’, che richiede un’installazione in locale, è pensato per chi deve gestire fatture generate anche da Erp diversi da quelli di Zucchetti”.

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SPECIALE | Software gestionali

LA SPECIALIZZAZIONE CHE PORTA VALORE La trasformazione digitale accompagna la migrazione verso il cloud. L’innovazione punta sulle soluzioni asa-Service. Partendo dalla semplicità d’uso degli applicativi.

Pierfrancesco Angeleri

Quali innovazioni avete recentemente introdotto nelle vostre soluzioni o state attualmente mettendo a punto?

Wolters Kluwer Tax and Accounting punta moltissimo sull’usabilità e sulla customer experience delle soluzioni. D’altra parte, il successo di un prodotto digitale e la sua utilità per le aziende che l’adottano dipendono soprattutto dall’entusiasmo di chi lo utilizza. Un software ingegnerizzato con competenza ma privo di fruibilità immediata è destinato a essere usato con poca convinzione. Per questo i nostri prodotti sono ineccepibili per quanto riguarda funzionalità e integrazione, oltre ad essere di facile e immediata usabilità.

L‘

evoluzione dell’offerta Erp di Wolters Kluwer Tax and Accounting non è solo l’innovazione tecnologica, ma è diretta a migliorare continuamente la semplicità d’uso e potenziare la specializzazione. Pierfrancesco Angeleri, managing director della filiale italiana, ne illustra i risvolti concreti, puntando il dito sull’importanza crescente della fruibilità on demand e da dispositivi mobili. In un mercato Erp dall’andamento tendenzialmente piatto, come si può stimolare la ripresa della domanda?

Oltre all’innovazione tecnologica, conteranno soprattutto la specializzazione e la semplicità. La pianificazione delle risorse d’impresa è una sorta di colonna vertebrale dell’azienda e deve essere il più possibile integrata. Indubbiamente la digitalizzazione ha portato efficienza, ma ora siamo in una fase in cui l’efficienza dev’essere resa accessibile e facile. Il secondo punto che ritengo possa essere di stimolo alla ripresa della domanda è la specializzazione. Per quanto ci riguarda, siamo in grado di offrire prodotti verticali molto dinamici. La nostra soluzione Arca Evolution, oltre a essere sottoposta ad aggiornamento costante, è concepita per soddisfare numerosissime specializzazioni verticali. 32

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zazione mobile per qualunque dimensione aziendale.

Siete pronti per la fatturazione elettronica fra privati in ambito B2B? Il software gestionale si sta spostando progressivamente nel cloud, ma i documenti rimangono nei server. A quando il vero cambiamento di paradigma, e grazie a quale “killer application”?

Il cloud si sta affermando e questo è sicuramente un grande cambiamento, soprattutto se pensiamo che fino a pochi anni fa una scelta simile era considerata molto rischiosa. La trasformazione digitale sta aiutando la migrazione sulla nuvola, che rappresenta anche una scelta vantaggiosa in termini di costi operativi. In prospettiva, l’innovazione sarà quindi sempre più rivolta alle soluzioni SaaS, anche perché la mobilità si sta progressivamente diffondendo e i nuovi modelli di business esigono strumenti adeguati. La necessità di operare ovunque e con qualsiasi supporto scandirà, dunque, il processo della digitaliz-

Wolters Kluwer Tax and Accounting ha già completato la propria offerta software per la digitalizzazione del processo di fatturazione. Oltre alla gestione automatica e organizzata dell’intero flusso di fatture verso la Pubblica Amministrazione, oggi la nostra soluzione consente di governare anche gli scambi B2B. Questo significa che, sia in fase di fattura elettronica sia in caso di ricezione ordini e di conseguente emissione del documento di trasporto, siamo in grado di gestire in maniera automatica e organizzata l’intero flusso dei documenti. In particolare, le nostre soluzioni creano e inviano le fatture in formato Xml, appongono firma e riferimento temporale, trasmettono il file, ricevono le notifiche dal Servizio di Interscambio e predispongono nativamente il documento per la conservazione legale sostitutiva. C.R. APRILE 2017 |

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TECHNOPOLIS PER GRENKE

NOLEGGIARE È MEGLIO CHE COMPRARE

Il valore di tecnologie e attrezzature per imprese e professionisti è strettamente legato al loro utilizzo e alla loro capacità di produrre risultati e risolvere problemi. Detenere la proprietà di queste risorse non crea valore aggiunto, bensì intacca il capitale aziendale. Per questo GRENKE LOCAZIONE supporta manager, aziende e liberi professionisti con un servizio di locazione operativa che consente di noleggiare i beni necessari alla propria attività. La gamma di soluzioni noleggiabili è estremamente vasta. Comprende, infatti, hardware IT, software, strumenti audio/video, macchine per stampa, attrezzature ho.re.ca (macchine per caffè, forni, frigo, altre dotazioni per cucine), arredo per ufficio, arredo per esterni, impianti di allarme, sistemi di cassa, elettromedicali, carrelli elevatori, macchinari per industria, controllo elettrico, sistemi di navigazione e molto altro ancora. I vantaggi del noleggio, rispetto all’acquisto, sono evidenti:

e non costituisce un indebitamento; nessuna segnalazione in centralerischi; si evitano intermediazioni bancarie. OPERATIVI La durata dei noleggi è allineata al ciclo di vita dei prodotti; si evita l’obsolescenza assicurando rinnovamento tecnologico; si lavora con beni sempre assicurati; si eliminano i costi di smaltimento dei beni.

CONTRATTO DI NOLEGGIO GRENKE Durata: da 24 a 60 mesi Importo minimo: 500,00 € Iva esclusa Costi: no spese di incasso, no adeguamenti Istat Fatturazione canoni: trimestrale anticipata di default Assicurazione: beni con copertura “All Risks”

FISCALI I canoni di noleggio sono totalmente deducibili ai fini IRES e IRAP; viene eliminata ogni problematica su ammortamenti e gestione dei cespiti aziendali, indipendentemente dalla durata del contratto. ECONOMICI Si mantiene liquidità in azienda, aumenta la capacità di spesa e investimento; si costituiscono linee di credito alternative; i costi sono fissi e programmati. FINANZIARI Migliora il cashflow societario; il bene noleggiato non è iscritto a bilancio

IDENTIKIT GRENKE Presente in Italia dal 2001 14 filiali sul territorio 150 dipendenti 327,8 milioni di € di asset locati nel 2016 (+30% vs 2015) Oltre 90mila clienti attivi Circa 5.500 distributori partner www.grenke.it 33


INNOVAZIONE | Internet of Things

L’adozione dell’Internet delle cose in Italia è frenata dall’ancora scarsa percezione dei suoi benefici e dalla limitate competenze necessarie allo sviluppo. La priorità delle aziende è l'innovazione dei processi.

IMPRESE AVANTI ADAGIO

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nternet of Things: sono pronte le imprese italiane?”: il titolo di un recente studio curato da The Innovation Group (Tig) rappresenta un ottimo spunto di riflessione per capire il livello di conoscenza e di diffusione delle tecnologie IoT fra le aziende della Penisola. Quali sono dunque gli aspetti critici che ne limitano lo sviluppo e le ripercussioni sull’implementazione di progetti sistemici a livello di sistema Paese, a cominciare dal piano Industria 4.0? Dal campione di circa 300 aziende (soprattutto del settore industriale) attive in Italia con una propria sede, emerge come siano sostanzialmente tre le problematiche che caratterizzano il fenomeno. In primo luogo, fanno notare gli analisti di Tig, spicca la mancata percezione dell’utilità dell’Internet of Things all’interno delle 34

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singole organizzazioni: una fetta considerevole di rispondenti fa infatti fatica a individuare gli obiettivi e la valenza strategica/ trasformativa di queste tecnologie per l’azienda in cui operano. Riducendo di conseguenza la spinta all’innovazione legata all’adozione di queste tecnologie. La mancanza di competenze necessarie allo sviluppo di progetti IoT è il secondo grande ostacolo che devono affrontare le imprese, le quali partono dalla consapevolezza di essere carenti soprattutto in termini di skill in ambito Ict e digitale. Minore attenzione, invece, viene posta sulle conoscenze di tipo manageriale e gestionale. Il rapporto, infine, evidenzia con particolare rilevanza anche il tema della frammentarietà dell’offerta tecnologica, e più precisamente la ridotta capacità dei fornitori e dei vendor Ict di proporre

soluzioni “chiavi in mano” e di guidare i propri clienti nella gestione della complessità dei progetti IoT. Frammentarietà che dalle aziende viene percepita, giustamente, come un fattore critico. In linea generale, sono in effetti in minoranza (il 41%) le imprese che hanno già intrapreso progetti legati all’Internet delle cose: il 59% non ha dunque ancora avviato alcuna attività in tal senso e, fra queste, meno della metà (il 42%, il 17% del totale dei rispondenti) ha confermato di aver già completato lo sviluppo di almeno una soluzione IoT. L’atteggiamento verso questa “tecnologia” va in generale giudicato positivo in virtù del fatto che, nel complesso, solo il 32% del campione dimostra una chiusura a priori e netta nei confronti del fenomeno, suddiviso tra coloro che non hanno ancora sviluppato alcun progetto


e coloro che non hanno intenzione di muoversi in tale direzione. La reticenza, spiega in proposito lo studio, è diffusa soprattutto nelle piccole imprese, con il 35% di queste che ribadisce di non avere al momento alcun piano IoT in cantiere. Una grande azienda su due (il 49% per la precisione), invece, afferma di avere sviluppato o di stare sviluppando iniziative al proprio interno. Le realtà di medie dimensioni, infine, appaiono per il momento in una fase di diffidenza, in cui la componente di studio è ancora relativamente elevata: solo il 29% del campione dichiara infatti di stare valutando progetti in questo ambito, mentre il 38% non ha avviato alcuna iniziativa e non ha in programma di avviarne. Industria driver, Gdo in ritardo

Se guardiamo al settore di appartenenza delle imprese oggetto di studio, è interessante notare come la grande distribuzione organizzata risulti la meno attiva sull’Internet of Things (con il 40% di realtà che non ha alcun progetto dedicato a questa tecnologia) e come l’industria, all’opposto, sia quello più sensibile. Il 49% delle aziende di questo comparto ha infatti già sviluppato o sta sviluppando progetti legati a sistemi e macchine connesse e il 20% ci sta pensando (solo il 31% si conferma non interessato). Quanto, infine, ai principali ambiti applicativi dell’Internet of Things in Italia, la ricerca di Tig ci dice che la maggioranza (il 63%) delle aziende già attive con progetti dedicati punta sull’innovazione dei propri processi, mentre una componente minoritaria (il 37%) ha utilizzato oggetti connessi e sensori per innovare i propri prodotti. Dati, questi ultimi, che suggeriscono un utilizzo della tecnologia più a uso interno piuttosto che esternamente, per generare maggiore efficienza e incrementare la produttività piuttosto che per rinnovare l’offerta di servizi e prodotti rivolta al mercato. Ed è proprio sul mercato che si gioca la vera sfida per vincere. Piero Aprile

L’ANALISI PREDITTIVA AI BOX DI DUCATI Il reparto corse della casa di Borgo Panigale ha sviluppato con Accenture un sistema per utilizzare l’IoT e gli algoritmi di machine learning nelle sessioni di prova delle gare di MotoGP. Moto che devono essere non solo sempre più veloci, ma anche più intelligenti a ogni giro di pista. Il reparto corse di Ducati Motor Holding ha abbracciato questa filosofia dando vita con Accenture a un progetto che prevede l’impiego di sensori, strumenti di analytics e tecnologie di intelligenza artificiale. L’obiettivo di fondo è quello di misurare nel dettaglio le prestazioni nelle prove pre-gara della MotoGP, per capire come ottimizzare il “setting” della moto intervenendo su ogni singolo parametro di configurazione. Una minuziosa opera di raccolta e analisi dei dati, dunque, che trova sponda negli algoritmi di machine learning (apprendimento automatico) deputati a interpretare questi dati per dare vita a previsioni di performance sempre più accurate nel tempo, simulando in pochissimi secondi lo scenario ideale ottenibile rispetto alle condizioni di gara

e una serie di altri dati. Più aumentano le informazioni processate, più il sistema migliora progressivamente la qualità delle indicazioni (visualizzate su una dashboard intuitiva consultabile da diversi membri del team) fornite agli ingegneri e ai meccanici chiamati a decidere i correttivi da apportare alla moto. Il plus? Ridurre drasticamente i tempi, i costi e l’impegno richiesti dai collaudi tradizionali, rivoluzionando il modo in cui vengono gestite le apparecchiature di testing. Il punto di partenza sono i dati che vengono registrati durante i giri di prova in pista e provenienti da circa un centinaio di sensori IoT montati sulle moto per rilevare velocità, traiettoria, giri del motore, temperatura degli pneumatici e freni. Ad oggi sono già finiti sotto osservazione dei tecnici Ducati una trentina di scenari di gara e l’intento è quello di portare avanti il progetto con un rollout sempre più ampio. “Questo strumento innovativo”, ha detto Luigi Dall’Igna, general manager del reparto Corse, “renderà le nostre prove un processo più intelligente indipendentemente dalle condizioni meteo o dal circuito”. G.R.

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INNOVAZIONE | Internet of Things

DALLE AUTO AI PAGAMENTI: ECCO L’IOT ALLA BAVARESE

Il centro di sviluppo di Monaco di Ibm, costato 200 milioni di dollari, porterà avanti progetti in diverse industry con partner come Bmw, Capgemini, Bnp Paribas e Visa.

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opo il battesimo di fine 2015, l’hub tecnologico di Monaco di Baviera, costato 200 milioni di dollari e forte del cervellone Watson come suo cuore pulsante, è entrato nella fase operativa per funzionare da fulcro globale della ricerca e sviluppo di Ibm nel campo dell’Internet of Things. Nel centro in questione, in un’ottica di vero e proprio ecosistema dell’innovazione, lavoreranno al fianco dei mille professionisti di Big Blue diversi clienti e partner attivi in vari settori, fra cui le “new entry” Avnet, Bnp Paribas, Capgemini e Tech Mahindra. A sfruttare la potenza di calcolo di Watson presenzierà inoltre anche EEBus, l’ente di standardizzazione europeo per l’IoT, finanziato dal governo tedesco. Esplorare e oltrepassare i limiti delle pos36

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sibilità offerte dall’Internet delle cose e dalle tecnologie di computing cognitivo è l’obiettivo dichiarato, con un occhio di riguardo alle applicazioni per lo smart building e la smart home, l’Industry 4.0 e i trasporti, la sanità e l’automotive, il banking e le assicurazioni. Con Visa, per esempio, il centro lavorerà su tecnologie per trasformare virtualmente ogni oggetto connesso e intelligente in un Pos: implementando sistemi di pagamento integrati in orologi, anelli, automobili e così via, le aziende potranno sfruttare la piattaforma Token Service di Visa per fornire ai clienti nuovi metodi per concludere transazioni in mobilità. L’idea di Bmw, invece, è quella di collocare parte delle sue attività di ricerca e sviluppo presso il Watson IoT per accelerare progetti legati a nuove esperienze di guida,

VALIGIE SICURE IN PUNTA DI APP Si chiama Track&Go, vede la collaborazione fra Samsonite e Vodafone ed è un progetto che sfrutta la tecnologia IoT Narrowband per tenere costantemente sotto controllo i propri bagagli, grazie a un’app per smartphone. Si tratta di un dispositivo telemetrico da inserire nella borsa da viaggio o da lavoro, facilmente e privatamente monitorabile dal proprietario. La soluzione si basa su due principi, l’alert di prossimità, che abilita l’invio di una notifica sullo smartphone qualora la valigia esca dalla “vista” dell’utente, e la geolocalizzazione per rintracciare la posizione dell’oggetto anche in caso di smarrimento o furto.


vedi le notifiche relative alla scadenza dell’assicurazione auto che il sistema di infotainment riceverebbe dal super computer di Ibm o la possibilità che il veicolo possa “parlare” con la pompa di benzina e saldare il conto del rifornimento in automatico. Un colosso del mondo bancario come Bnp Paribas esplorerà invece le modalità con cui le tecnologie cognitive e dell’Internet of Things possono stimolare l’innovazione di nuovi prodotti e servizi finanziari, mentre l’obiettivo di Capgemini è quello di appoggiarsi alle capacità di Watson per sviluppare e

commercializzare a beneficio dei propri clienti soluzioni cognitive IoT specifiche per diversi mercati verticali. Un esempio

è quello di Faurecia, uno dei maggiori produttori mondiali di componenti per automobili. P.A.

L'INDUSTRIA GUIDA LA CORSA Uno studio di Aruba Networks ha svelato che i benefici delle implementazioni IoT sono spesso superiori alle attese. Il 57% delle aziende li ha già concretizzati, l’85% lo farà entro il 2019. Ma non tutti i settori sono al passo.

U

n fenomeno reale per oltre un’azienda del pianeta su due. L’Internet of Things sta diventando una rivoluzione su vasta scala in diversi campi e lo conferma un nuovo studio condotto da Aruba Networks su un campione di oltre tremila professionisti (manager e decisori It) di imprese di 20 Paesi, Italia inclusa. Fra i tanti indicatori emersi, spicca in assoluto quello che vede l’85% delle aziende a livello globale, e addirittura il 92% di quelle italiane, dichiararsi intenzionato ad adottare soluzioni legate ai sensori connessi da qui al 2019, con l’obiettivo di trarne benefici in termini di innovazione e di efficienza. Altrettanto rilevanti sono

le percentuali che esaltano i vantaggi già ottenuti a valle dell’adozione di queste tecnologie, ben superiori alle aspettative. Solo il 16% delle aziende aveva infatti previsto di ottenere grandi ricavi dagli investimenti IoT, mentre in realtà questo ritorno è stato osservato dal 32% delle imprese; il 29% si attendeva di raggiungere miglioramenti di efficienza, riscontrati invece nel 46% dei casi. Se entriamo nello specifico dei campi di applicazione dell’IoT, la penetrazione dell’Internet delle cose in ambito industriale ha raggiunto il 62% e per lo più si tratta di progetti di monitoraggio e manutenzione dei sistemi di fabbrica. Gli apparati di videosorveglianza per la sicurezza fisica degli ambienti sono stati adottati solo dal 6% delle realtà, con una domanda però in forte crescita. In questo settore, i benefici di incremento di efficienza riguardano ben l’83% delle organizzazioni, mentre l’80% ha ottenuto una migliore visibilità sulle proprie risorse informatiche. Fra le aziende del settore sanitario, invece, l’IoT è stato adottato nel 60% dei casi, trainato soprattutto dalla

domanda di oggetti e apparati di monitoraggio della salute dei pazienti, tecnologie che hanno permesso di ottenere risparmi di costo nel 73% dei casi e di introdurre innovazioni di processo nell’80%. La marcia degli oggetti connessi è invece un po’ più lenta nel retail e nella Pubblica Amministrazione. Nel primo caso la penetrazione è pari al 49% (fra le implementazioni più diffuse vi sono i servizi location-based all’interno del punto vendita, mirati a creare offerte personalizzate o a fornire informazioni sui prodotti), ma i benefici ottenuti sono notevoli e nell’81% dei progetti si osserva un miglioramento della customer experience, con ricadute positive sulla fidelizzazione del cliente e sul fatturato. Quanto alla Pa, solo il 42% delle realtà pubbliche coinvolte nello studio ha già adottato tecnologie IoT. Per le altre gli ostacoli sono di vario tipo, da quelli di natura tecnologica, a cominciare dall’integrazione dei nuovi progetti con le infrastrutture esistenti, a quelli culturali, con il 35% dei decisori It convinti che i propri dirigenti non abbiano competenze informatiche adeguate. 37


ECCELLENZE.IT | Bolton

Group

DATI DI QUALITÀ PER LA PRODUZIONE FLESSIBILE L'intelligenza del software è alla base dei processi della multinazionale lombarda: una piattaforma aperta gestisce il controllo, la tracciabilità e la sicurezza dell'intera catena manifatturiera. bilità e scalabilità sono i parametri che indirizzano la scelta della tecnologia più adatta, rispetto a un modello che premia la cooperazione fra reparto It e reparto produttivo e rispetto a una strategia comune di valorizzazione del dato. “Chi sviluppa la soluzione”, conclude Ceruti, “e gli utenti aziendali che la utilizzano devono essere allineati perché l’informazione è sempre più importante e il dato viene già visto sin d’ora, anche in assenza di specifiche capacità di machine learning, in un’ottica di asset management e di manutenzione predittiva”.

A

dispetto del nome esterofilo, Bolton Group è una delle più grandi holding italiane: produce e commercializza in 125 Paesi un’ampia gamma di beni di largo consumo, attraverso una trentina di società e una decina di unità produttive, raggiungendo una clientela di circa 100 milioni di famiglie. Nel suo portafoglio ci sono marche note al grande pubblico nel campo della cosmetica e della cura della persona (come Collistar, Neutro Roberts e Bilboa), dell’alimentare (Rio Mare, Palmera e Simmenthal) e dei prodotti per la casa (Wc Net, Vetril, Bostik e Omino Bianco). Nel complesso sono oltre cinquanta le linee di prodotto destinate alle catene della grande distribuzione, alle profumerie, alle farmacie e ai negozi faida-te. Bolton punta sulle tecnologie per massimizzare l’efficienza a ogni livello, a cominciare dal ciclo produttivo: qui sono utilizzate le soluzioni Wonderware di Schneider Electric per il controllo, la tracciabilità e la sicurezza della catena manifatturiera e di trasformazione. “I sistemi informatici non devono costituire 38

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e portare vincoli di nessun genere, bensì soddisfare esigenze e velocizzare i processi puntando sulla flessibilità garantita da piattaforme software standard, personalizzate in funzione dei business e dei prodotti del Gruppo”, spiega Gianluca Ceruti, direttore Ict di Bolton Group Services. Aumentare l’efficienza di processo, per esempio nell’ambito delle conserve di pesce che hanno una filiera lunghissima (dalle navi che pescano il tonno negli oceani alle linee di produzione della fabbriche europee), è vitale. E la tecnologia, in tal senso, è l’elemento fondamentale per trasportare nel modo più opportuno l’informazione, attraverso portali Extranet sviluppati ad hoc, lungo l’intera filiera. “Il dato che arriva dalle macchine e dal campo”, precisa Ceruti, “deve essere immediatamente fruibile, perché facciamo un uso trasversale dell’informazione. In Bolton la componente It è molto presente anche nella fabbrica e conosce i dati che muovono le linee produttive, li gestisce, li rende disponibili in modo automatizzato sfruttando l’intelligenza del software”. Porta-

LA SOLUZIONE La Wonderware System Platform di Schneider Electric è il cuore del sistema informatizzato implementato da Bolton Group nel proprio ciclo produttivo: un ambiente unificato per l’acquisizione dei dati, il calcolo, la visualizzazione e l’integrazione dei diversi applicativi. Il processo di gestione coinvolge il dispaccio degli ordini, gli avanzamenti in quantità e tempo, il versamento a magazzino, nonché il collegamento ai macchinari per raccogliere informazioni utili alla tracciabilità e al monitoraggio delle performance della produzione. Aperta e indipendente dall’hardware, la piattaforma funge da vero sistema operativo industriale, in grado di garantire l’integrazzione e l’interoperabilità tra i sistemi di business (l’Erp) e i sistemi di produzione Scada e Mes (Manufacturing Execution System).


ECCELLENZE.IT | Salvagnini

I MACCHINARI “PENSANTI” CAMBIANO LA FABBRICA Il cloud computing, l'IoT e l’intelligenza artificiale hanno trasformato la storica azienda specializzata in progettazione, produzione e vendita di macchine per la lavorazione della lamiera. E si punta alla manutenzione predittiva.

P

unzonatrici, pannellatrici, pressopieghe, macchine taglio laser in fibra, linee Fms, magazzini automatici e software: il pane quotidiano di Salvagnini, un nome importante nel campo della progettazione, produzione e vendita di sistemi per la lavorazione della lamiera. Nata cinquant’anni fa, oggi è un gruppo internazionale che lavora attraverso la sede italiana di Sarego, nel vicentino, cinque fabbriche (in Italia, Austria e Stati Uniti) e una trentina fra società operative (deputate alla vendita e al supporto tecnico) e centri di assistenza dislocati nel mondo. I numeri di questa storica realtà manifatturiera nostrana oggi sono i 320 milioni di euro di fatturato, gli oltre 1500 dipendenti, le circa seimila installazioni realizzate in 75 Paesi. Salvagnini l’anno scorso ha avviato un progetto di Industria 4.0, riguardante cioè la trasformazione della fabbrica attraverso il continuo monitoraggio degli impianti (diventati parte di un rete Internet of Things) e l’assistenza da remoto. Raccogliendo e analizzando i dati provenienti dalle macchine, si puntava a trasformarli in informazioni utili per

LA SOLUZIONE La piattaforma cloud di Microsoft, Azure, consente a Salvagnini di gestire il servizio di monitoraggio in modo flessibile, scalando in base ai picchi di utilizzo, e garantisce sia la business continuity, sia il disaster recovery e la riservatezza di tutti i dati. La soluzione realizzata per l’azienda vicentina include anche strumenti di archiviazione e analisi che variano in funzione dei dati da gestire: Azure Table per l’archiviazione di dati non strutturati sul cloud, Sql Elastic Pool per i dati relazionali e Power BI per la visualizzazione interattiva delle analitiche su una serie di dashboard intuitivi.

anticipare eventuali anomali, prevenire i malfunzionamenti e perfezionare le macchine stesse in base alle specifiche destinazioni d’uso dei clienti. Per farlo l’azienda ha scelto Microsoft, mettendo in piedi un progetto denominato “Links” e basato sul cloud di Azure e sulle tecnologie di IoT e di machine learning della società di Redmond. Dalla prima fase prototipale, in cui è stata definita l’architettura della soluzione, si è passati alla fase pilota, conclusa a fine 2016, e poi alla vera e propria implementazione. Oggi Salvagnini può elaborare migliaia di eventi al giorno, campionando numerose variabili di processo ogni dieci secondi e potendo monitorare costantemente i parametri di funzionamento. La manutenzione degli impianti si è trasformata da reattiva a proattiva: si interviene sul campo prima della rottura di una macchina. Ma l’azienda punta a fare di più, con una manutenzione che consentirà di intuire in anticipo quali interventi o sostituzioni sia necessario compiere, basandosi sulle correlazioni tra eventi e su modelli predittivi. Questo si tradurrà in una migliore assistenza e, dunque, in un miglior rapporto con i clienti. “Siamo partiti con l’obiettivo di estrarre valore dai dati, di poter osservare tutte le variabili del processo produttivo intorno alla nostra tecnologia”, racconta Roberto Franchini, digital innovation manager di Salvagnini. “Il cloud di Microsoft ci ha rapidamente portato a voler comunicare in maniera nuova con il cliente, cercando di garantirgli supporto costante durante tutto il ciclo di vita post-vendita del prodotto”. Traendo valore dai dati, inoltre, l’azienda vicentina ha potuto migliorare le attività di ricerca e sviluppo e velocizzare la messa a punto di nuovi prodotti capaci di maggiori prestazioni. APRILE 2017 |

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ITALIA DIGITALE | Industria 4.0

INCENTIVI E MACCHINARI: UNA SFIDA PER TUTTI Il lento rinnovo degli impianti rischia di frenare il decollo della fabbrica intelligente, le misure del piano potrebbero non bastare. Ma il manifatturiero mostra segni di vivacità.

LA FABBRICA PILOTA È APERTA Un concept plant in cui vedere all’opera le capacità della fabbrica intelligente, un ambiente sperimentale ma realmente funzionante in cui le aziende possono toccare con mano le soluzioni che ridisegnano gli impianti manifatturieri in ottica 4.0: è questo il fine di Pilot Factory, progetto nato dalla cooperazione fra università, istituzioni pubbliche, vendor tecnologici (come Atos, Sap

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e Siemens) e multinazionali come Bmw, Renault, Daimler, Cocacola, Continental e Michelin. La struttura situata nel nuovo Polo Tecnologico di Vienna e accoglie le più avanzate tecnologie per le linee produttive, modelli avanzati di analisi e controllo delle performance, interfacce uomo-macchina di nuova generazione e sistemi di augmented reality e additive manufacturing.

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econdo uno studio di Ucimu (l’associazione dei costruttori italiani di macchine utensili, robot, automazione) relativo al 2015, negli ultimi dieci anni il parco macchine delle imprese della Penisola ha raggiunto un’anzianità media di 13 anni, dato peggiore rispetto al decennio precedente (quando era di dieci anni). Un dato che conferma come dal 2008 a oggi le imprese abbiano interrotto gli investimenti in macchinari e attrezzature, tanto che solo il 2% di esse si può considerare digitalizzato rispetto ai canoni di Industria 4.0. Dalla nona edizione


del rapporto annuale di Intesa Sanpaolo (che ha monitorato quasi 15mila realtà appartenenti a 149 distretti industriali e 45mila imprese non-distrettuali attive negli stessi settori di specializzazione) emerge invece come la presenza di un centro di ricerca e sviluppo interno alle aziende, di una rete di relazioni con i fornitori locali di tecnologia e la collaborazione con il sistema universitario siano gli elementi che hanno spinto l’introduzione di soluzioni di Industria 4.0 nei distretti italiani. Due facce dello stesso fenomeno, insomma, che confermano come il processo di digitalizzazione delle fabbriche sia solamente iniziato e debba superare ostacoli non indifferenti. Un processo che non manca di casi di eccellenza, come testimonia l’indagine pilota condotta (sempre nell’ambito del rapporto di Intesa Sanpaolo) sul distretto della meccanica di Vicenza, che vede un buon numero di imprese dichiarare di produrre macchinari 4.0 e di realizzare con questi una quota rilevante di fatturato. Ma che evidenzia anche zone d’ombra, testimoniate per esempio dal ritardo nell’adozione di tecnologie di smart manufacturing e dal fatto che solo una minima parte delle imprese ha reso interconnessi i principali impianti di produzione, anche a causa dell’elevata età media dei macchinari. Serve dunque un’accelerata sugli investimenti e le misure varate dal Governo con il piano Industria 4.0 vogliono sostenere la spesa in innovazione. Ma non è certo scontato che le aziende manifatturiere possano cavalcare i benefici fiscali degli incentivi in tempi rapidi, con progettualità strategica e non tattica. Lo scenario del nostro Paese, allo stato attuale, non si presenta particolarmente confortante in attesa che gli iperammortamenti, i progetti per la formazione delle competenze e la posa delle nuove reti ultrabroadband diano la spinta in avanti prevista. L’ultimo rapporto di Federmeccanica, che prende in considerazione 11 tecnologie abilitanti per l’industria (robotica, IoT, Big Data, cloud, stam-

pa 3D e altre), ci dice che il 36% delle nostre imprese non ne adotta nemmeno una. Il restante 64% però si è già mosso e rispetto alle aziende tecnologicamente meno preparate e sensibili, esporta di più, investe maggiormente in R&D e formazione e ritiene il “pacchetto” qualità-innovazione-personalizzazione più rilevante della variabile prezzo. Il comparto manifatturiero presenta dunque segni di vivacità rispetto alla sfida della trasformazione digitale, ma deve anche saper evitare alcune “trappole”.

Il piano Industria 4.0 prevede incentivi fiscali senza precedenti per le imprese che investono in ricerca e innovazione. I fondi ora ci sono, mancano i progetti

Stefano Firpo, direttore generale delle politiche industriali del Mise

Secono Pietro Paganini, presidente di Competere.eu e professore aggiunto alla John Cabot University, occorre un piano culturale ed economico e serve la partecipazione delle imprese in un ecosistema supportato da azioni efficaci di politica industriale. Un appunto già sentito, che trova fondamento nella genesi del piano elaborato dal Ministero dello Sviluppo Economico, che poco o nulla ha attinto dall’analisi comprensiva sulla quarta rivoluzione industriale svolta dal Parlamento nel corso del 2016. Il piano vorrebbe promuovere la nuova fase attraverso lo strumento dell’incentivo fiscale ma questo, a detta dell’esperto, non è sufficiente. O perlomeno è un passo troppo breve e che per molti potrebbe trasformarsi anche in boomerang. Se le grandi aziende, questo l’allarme lanciato da Paganini, hanno un management (o consulenti) competente e hanno maggior potere negoziale con i fornitori di servizi di digitalizzazione, lo stesso non vale per la maggioranza delle piccole e medie imprese. Piero Aprile

ROBOT E UMANI, INSIEME SI PUÒ Si chiama iLevator ed è un nuovo progetto a firma di Eit Digital, organizzazione europea che raccoglie nel proprio ecosistema oltre 130 realtà (fra multinazionali, piccole e medie imprese, startup, università e istituti di ricerca) attive sul fronte dell’innovazione. L’obiettivo è quello di sviluppare una piattaforma modulare e plug-andplay per la logistica di fabbrica che integrerà al suo interno robot fissi e mobili e assicurerà, allo stesso tempo, che gli operatori umani continuino a ricoprire un ruolo centrale in attività ad alto valore aggiunto. Apripista dell’iniziativa è Comau, la società torinese del gruppo Fca, che al fianco di diversi partner – Centro Ricerche Fiat, Fondazione Bruno Kessler, Fraunhofer-IML, Università di Edimburgo, Reply e Fortiss – metterà a punto una soluzione pensata per quei settori in cui c’è bisogno di maneggiare componenti in modo ripetitivo, come la raccolta e lo spostamento dei container vuoti dai magazzini alla linea di produzione e viceversa. La soluzione di iLevator, che si caratterizza inoltre per compiti specifici come la sostituzione e il riempimento dei contenitori vuoti, verrà implementata inizialmente negli impianti produttivi di Fca ma ne è già confermata l’introduzione anche in altri settori oltre all’automotive: dall’industria manifatturiera agli ospedali, dalla grande distribuzione alle case farmaceutiche.

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ITALIA DIGITALE | Startup & Pmi innovative

LA MACCHINA FUNZIONA

A quattro anni dallo Startup Act, il bilancio sulla dimensione e sulle prospettive di sviluppo dell’ecosistema italiano delle nuove imprese appare positivo. Ecco dove siamo arrivati secondo il Ministero dello Sviluppo Economico.

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A

l Mise, negli ultimi mesi, abbiamo vissuto un periodo particolare, con un avvicendamento di un ministro prima (da Federica Guidi a Carlo Calenda, nel maggio 2016, ndr) e di un Governo poi (da Matteo Renzi a Paolo Gentiloni, lo scorso dicembre, ndr). Turbolenze che non ci hanno impedito di consolidare quanto costruito finora per sostenere l’ecosistema nazionale dell’innovazione. Ecco una sintesi dei risultati ottenuti. A metà febbraio il Direttore Generale per la Politica Industriale, Stefano Firpo, ha presentato la relazione annuale 2016 sullo Startup Act italiano, offrendo nuove chiavi di lettura per interpretare lo sviluppo del fenomeno. La relazione rappresenta un’imponente risorsa di dati per conoscere lo stadio di sviluppo delle oltre 7.300 startup innovative italiane

(il dato è aggiornato a metà marzo, ndr) iscritte nell’apposito registro curato dal Mise in collaborazione con le Camere di Commercio. Tra le novità più eclatanti presentate nell’ambito di questo studio spicca certamente la nuova modalità di costituzione digitale e gratuita. Per dare conto della performance di questo nuovo, dirompente strumento – le forti resistenze corporative da esso incontrate giustificano l’aggettivo – insieme a InfoCamere abbiamo lanciato un nuovo report a carattere trimestrale. Al 31 dicembre 2016 le startup innovative costituite online erano 180, coprendo ormai una quota significativa delle nuove nascite degli ultimi mesi. Una misura cui tengo particolarmente, per i messaggi che incarna e per la sua innovatività, è il programma Italia Star-


tup Visa: a fine 2016, ben 161 imprenditori da 32 Paesi non europei si erano candidati al visto che viene concesso secondo una procedura user-friendly: online, centralizzata, bilingue e accelerata, con tempi di rilascio inferiori a 30 giorni. Nel corso dell’anno passato sono giunte 99 candidature, più del doppio di quanto ricevuto nell’anno e mezzo precedente. A inizio marzo è stata raggiunta quota 200. Un strumento più tradizionale, ma protagonista di una performance davvero impetuosa, è rappresentato dal Fondo di Garanzia per le Pmi, che per le startup innovative è accessibile in modalità gratuita e semplificata. A fine dicembre 2016, oltre 1.100 nuove imprese avevano ricevuto quasi 360 milioni di euro in prestiti agevolati, ben 50 milioni in più rispetto al dato rilevato solo tre mesi prima. Nel complesso, l’ultimo rapporto congiunturale sulle performance economiche delle startup – che ogni tre mesi offre dati aggiornati sui principali indicatori di occupazione, fatturato e redditività – evidenzia che a fine 2016 il valore totale della produzione è giunto a sfiorare 600 milioni di euro. Oltre al riconoscimento che viene dai dati, una delle maggiori soddisfazioni del 2016 è stata il secondo posto che l’Italia ha raggiunto nella speciale classifica, promossa dalla Commissione europea, sulle policy nazionali dei 28 Paesi membri per giovani imprese, lo Startup Nation Scoreboard. Il 2017 si preannuncia altrettanto intenso, con la prevista attuazione delle nuove misure a favore delle imprese innovative e dell’attrazione di capitale finanziario dall’estero introdotte dall’ultima Legge di Bilancio, sotto l’impulso del Piano Nazionale Industria 4.0. Misure che includono un’ampia gamma di soluzioni per favorire gli investimenti in innovazione, alcune delle quali del tutto inedite come il nuovo visto per investitori. Mattia Corbetta, Mise, Direzione Generale per la Politica Industriale, la Competitività e le Pmi

IL PROBLEMA? FATTURATI E PROFITTI Una crescita del 112% in due anni non basta. Secondo la Relazione annuale del Mise, le startup e le Pmi innovative sono più che raddoppiate fra 2014 e 2016 (anche grazie a un tasso di mortalità molto contenuto) arrivando oggi a superare abbondantemente quota 7mila, ma solo il 42,8% del totale chiude il bilancio in utile. Una percentuale per certi versi “normale”, trattandosi di un fenomeno che presenta per sua natura un indice di rischio elevato, ma a non far tornare i conti all’ecosistema delle nuove imprese italiane sono i fatturati. Meno di 300 startup esibiscono infatti ricavi superiori a 500mila euro, per una media complessiva di 144mila euro, rispetto a un valore della produzione totale di 584 mi-

lioni; a preoccupare è però il dato mediano che non considera i valori più alti e più bassi e che si attesta a soli 30mila euro per impresa. Se consideriamo inoltre la capacità di scalare verso l’alto delle nuove imprese emergono i limiti di un fenomeno che deve ancora trovare la maturità necessaria per poter crescere in modo strutturato. Nell’arco di tempo fra il 2013, anno dell’entrata in vigore del programma di governo dedicato alle startup, alla redazione dei bilanci 2015 (relativi all’esercizio 2014 e gli ultimi a disposizione), la maggioranza delle imprese che partivano da zero ha raggiunto un valore della produzione inferiore ai 100mila euro, mentre solo il 3,4% è riuscito a superare il milione.

EQUITY CROWDFUNDING: IL 2017 SARÀ L’ANNO DELLE PMI? Uno strumento alternativo di finanziamento per le imprese e di investimento per i privati: questa la definizione “tecnica” dell’equity crowdfunding, che nel 2016 ha conosciuto, in Italia, una sostanziale accelerazione rispetto ai primi timidi tentativi registrati l’anno precedente. Si è passati infatti da 1,7 milioni di euro a favore di sette imprese, a 19 fra startup e Pmi innovative finanziate per complessivi 4,4 milioni. Gli investitori sono cresciuti invece da circa 260 a quasi 800, tra individui e aziende, attraverso le nove piattaforme (sei le new entry) autorizzate dalla Consob, il cui nuovo regolamento ha semplificato

notevolmente il processo di investimento. La conoscenza dello strumento è quindi maturata anche grazie all’impulso del Governo, le cui misure previste dalla nuova Legge di Bilancio allargano l’accesso all’equity crowdfunding alle Pmi innovative e sanciscono per gli investitori privati la possibilità di detrarre il 30% sui finanziamenti erogati alle piccole imprese. Di conseguenza i presupposti per vedere nel 2017 un ulteriore sviluppo del fenomeno ci sono tutti. E secondo alcuni esperti non è utopia pensare che i numeri dell’equity crowdfunding italiano possano avvicinarsi a quelli di Francia e Germania.

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OBBIETTIVO SU | Ab Medica

IL FUTURO È ROBOT, MA L’UOMO FA LA DIFFERENZA L'azienda italiana, leader nella produzione e distribuzione di tecnologie medicali, punta sull'hitech ma fonda il suo successo sull'intuizione e la determinazione del suo fondatore.

I

l focus è la robotica, in tutte le sue declinazioni (ovviamente in ambito medicale). Poi c’è la cura a domicilio, un altro segmento dove la tecnologia già regna sovrana ma potrà in futuro giocare un ruolo ancora più importante nel migliorare la qualità della vita delle persone. Infine le comunicazioni wireless. Questi sono i tre pilastri su cui Aldo Cerruti, fondatore e presidente di Ab Medica, ha costruito il suo team e la sua azienda, che oggi arriva a dare lavoro a oltre 200 persone e a fatturare 116 milioni di euro (dato, quest’ultimo, relativo al 2016). La nuova sede di Cerro Maggiore, in provincia di Milano, dice molto di quanto, nonostante la tecnologia e la robotica in particolare costituiscano il core business dell’azienda, la componente umana sia fondamentale, a partire dal paziente, sempre al centro della strategia, per arrivare ai professionisti, che commercializzano o sviluppano le soluzioni. Sì, perché se è vero che la distribuzione esclusiva di alcuni dei sistemi robotizzati per la chirurgia più avanzati al mondo (tra cui l’ambiente 44

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Da Vinci) rappresenta l’area di business di maggior successo dell’azienda, è anche vero che nei laboratori del Gruppo (Ab Medica è cresciuta anche per acquisizioni) si studiano soluzioni ad alto tasso di innovazione, come il polimero Degrapol, utilizzato nella rigenerazione dei tessuti, o il caschetto wireless Cyberbrain, che oggi è in grado di aiutare pazienti epilettici o disabili ma che un domani potrebbe leggere gli impulsi cerebrali facilitando la comunicazione e l’interazione tra uomo-macchina anche di individui perfettamente sani. Emilio Mango


Foto degli esterni: Maurizio Montagna. Space Planning, Interior Design by Degw. Foto degli interni: Dario Tettamanzi. Immagini Da Vinci: Intuitive Surgical Inc.

Nel 2016 Ab Medica ha espresso un fatturato di 116 milioni di euro, il 3% del quale re-investito in ricerca e sviluppo. I prodotti dell'azienda sono presenti in 430 ospedali italiani e 1.160 diversi reparti.

L'AZIENDA IMPIEGA 220 DIPENDENTI. LA NUOVA SEDE DI CERRO MAGGIORE OCCUPA 8.500 METRI QUADRI DI SUPERFICIE. 45


OBBIETTIVO SU | Ab Medica

Cyberbrain è un caschetto indossabile leggero e poco ingombrante, in grado di monitorare in tempo reale alcune funzioni cerebrali. Può aiutare pazienti epilettici o disabili a migliorare sensibilmente la propria qualità della vita, rilevando in anticipo l'arrivo di una crisi o elaborando gli impulsi destinati ai muscoli per poter compiere i piccoli gesti quotidiani, normalmente impossibili per chi, ad esempio, è stato colpito da ictus o lesioni alla colonna vertebrale.

IL DEGRAPOL, UN POLIMERO BREVETTATO E SINTETIZZATO NEI LABORATORI DI AB MEDICA, FA DA SUPPORTO ALLA CRESCITA CELLULARE.

Il sistema Da Vinci di Intuitive Surgical è la più evoluta piattaforma al mondo per la chirurgia mini-invasiva. Introdotta in Italia nel 1999, è oggi distribuita in esclusiva da Ab Medica anche in Spagna e Portogallo.

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CYBERBRAIN È STATO SVILUPPATO DALL'EQUIPE SCIENTIFICA DI AB MEDICA ED È DESTINATO IN FUTURO A DIVENTARE UN OGGETTO DI AMPIO UTILIZZO.

Mako è la piattaforma robotica ad alta tecnologia prodotta da Stryker per la chirurgia protesica in ambito ortopedico. Garantisce minima invasività, precisione assoluta e quindi tempi di recupero postoperatorio molto più rapidi rispetto alle tecniche convenzionali.

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VETRINA HI-TECH

L'ultima ondata di annunci ha regalato prodotti che pescano nel passato e "new entry" che puntano a contrastare l'egemonia di Apple e Samsung fra i top di gamma e diventare dei best seller nella fascia media.

SMARTPHONE ALTERNATIVI

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alaxy S8 e iPhone 8: il primo è stato annunciato da poche settimane, il secondo arriverà sul mercato in autunno. Le nuove ammiraglie di Samsung e Apple sono le icone di un duopolio che anche per quest’anno marchierà la storia dei telefonini intelligenti. Ma se volessimo per assurdo cancellarle dai negozi, su quale apparecchio sarebbe giusto mettere gli occhi? Meglio puntare sui nuovi top di gamma di Huawei, Lg e Sony o accontentarsi (spendendo ovviamente molto meno) dei terminali di fascia media a firma delle varie Lenovo, Alcatel o della rediviva Nokia, che al Mobile World Congress di Barcellona ha anche ridato vita a un vecchio classico come la serie 3310? L’edizione 2017 della kermesse qualche novità utili alla scelta di acquisto ce le ha portate e le vediamo nella pagina a fianco. 48

| APRILE 2017

Dal punto di vista tecnologico, in generale, la sensazione è che i produttori di smartphone si giocheranno “seriamente” il jolly dell’intelligenza artificiale più avanti, quando le capacità dei diversi assistenti virtuali (Siri, Google Assistant, Amazon Alexa o quelli sviluppati in house da Huawei e Samsung) avranno imparato a soddisfare le richieste degli utenti meglio, e in modo più completo, di quanto non lo facciano ora. La sfida si gioca al momento sul piano dell’estetica, della modularità d’uso (la scelta di Motorola di puntare su add on come i Mods per dotare il cellulare di funzionalità extra merita attenzione) e degli attributi fotografici. Le funzionalità software, visto il denominatore comune del sistema operativo Android, si possono considerare simili; la differenza la fanno l’interfaccia, l’accuratezza delle personaliz-

zazioni e l’esperienza d’uso: un fattore quest’ultimo in cui il melafonino continua a fare scuola. Gli apparecchi di fascia premium, sopra i 650 euro a listino, come il P10 di Huawei e il G6 di Lg hanno dalla loro vezzi, vedi le nuove colorazioni del telefono cinese o lo schermo in formato 18:9 di quello coreano, che possono probabilmente intercettare i gusti di chi vuole uno smartphone che sia realmente diverso dagli altri. Parliamo di apparecchi molto ben ingegnerizzati, belli da vedere, con una dotazione hardware equiparabile a quella degli illustri rivali. Ma costano tanto. Chi è in cerca di un cellulare con buoni requisiti tecnici può tranquillamente evitare scomodi paragoni (con i Galaxy S8 e gli iPhone di ottava generazione) e mettere sul tavolo circa 300 euro per sentirsi comunque più smart. Gianni Rusconi


LG G6

HUAWEI P10 PLUS La batteria da 3750 mAh con autonomia dichiarata di oltre due giorni in condizioni di utilizzo normale è uno dei pregi “nascosti” del nuovo top di gamma cinese con schermo curvo da 5,5 pollici e copertura Gorilla Glass 5. Ancora più curato del suo predecessore in fatto di design, ne replica il plus della fotocamera con doppio sensore (quello per gli scatti in bianco

e nero è di 20 megapixel) e lenti prodotte su specifiche Leica. Tante le nuove funzionalità apportate al comparto fotografico (vedi il sistema di facial detection 3D) e non trascurabili anche quelle inerenti la connettività, con il supporto alle reti Lte 4,5G grazie alle quattro antenne integrate, la tecnologia Mimo e una doppia antenna Wi-Fi. Costa 830 euro.

Lo schermo da 5,7 pollici di diagonale con risoluzione Quad Hd+ (2.880×1.440 pixel) e in formato cinematografico 18:9, con bordi praticamente inesistenti (lo spazio utile occupa poco più del 90% della superficie frontale), è il suo punto di forza, al pari del comparto fotografico. La presenza di un rivestimento in allumino e vetro lo eleva invece a prodotto di fascia alta anche dal punto di vista dei materiali. Costa 749 euro.

NOKIA 6 ARTE BLACK LIMITED EDITION

MOTO G5 PLUS Scocca in metallo lucido, processore octa-core, batteria da 3.000 mAh, fotocamera da 12 megapixel con doppio autofocus e una funzione (One Button Nav) che consente di navigare rapidamente attraverso le schermate utilizzando il lettore di impronte digitali. In futuro arriverà anche Google Assistant. Costa 300 euro, in esclusiva con TIM.

Dallo chassis ricavato da un unico blocco di alluminio per arrivare all’amplificatore smart audio con dual speaker, di motivi per farsi apprezzare questo smartphone ne ha diversi. La chicca di questa edizione speciale è la finitura nera high gloss. In vendita a circa 350 euro.

SONY XPERIA XZ L’etichetta con la quale si presenta è la seguente: primo smartphone al mondo con funzionalità video super slow motion grazie alla tecnologia della fotocamera mutuata dalle macchine Cyber Shot. Dalla sua anche uno schermo da 5,5 pollici a risoluzione 4K con tecnologia Hdr (High Dynamic Range). Nei negozi lo vedremo da maggio.

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VETRINA HI-TECH

LA RIVINCITA DEL SOFTWARE Il router Synology RT2600ac ha tra i punti di forza un sistema operativo user-friendly e le velocità di picco.

SYNO

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RT260 GY 0ac

PRO: • Synology Router Manager • Funzionalità e gestione avanzate • Diventa un ottimo disco di rete CONTRO: • App mobile elementare • Solo quattro porte Lan LE CARATTERISTICHE A COLPO D’OCCHIO Cpu: dual core 1,7 GHz Memoria: 512 MB Ddr3 Antenna: 4x4 MIMO dual band WiFi: 802.11a/b/g/n/ac Porte Lan: 4 Usb: 3.0 x 1; 2.0 x 1 Lettore card Sd: sì

PREZZO: 256,20 EURO

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| APRILE 2017

Con estrema coerenza rispetto a quanto proposto in campo storage, Synology ha ampliato la propria offerta anche lato networking proponendo il nuovo router dual band RT2600ac, che presenta tutti i marchi di fabbrica del produttore sul fronte dei Nas. Innanzitutto la semplicità d’uso, affiancata però a strumenti di gestione avanzati e potenti, in grado di soddisfare anche i bisogni dell’utente più esigente. Come il precedente RT1900ac (di cui rappresenta di fatto un potenziamento in termini di hardware e di larghezza di banda), anche questa soluzione è costruita attorno a un’interfaccia basata su Web tra le più ricche e lineari del mercato, chiamata Synology Router Manager (Srm). Tra le altre cose, RT2600ac mette a disposizione funzionalità come 4x4 Mu-Mimo, Quality of Service avanzato e un pacchetto (opzionale) per implementare e gestire reti virtuali private (Vpn). Al cuore del dispositivo batte un processore a doppio core a 1,7 GHz unito a 512 MB di memoria, per offrire prestazioni teoricamente doppie rispetto all’RT1900ac. Sulla banda a 5 GHz la velocità di picco è di 1.733 Mbps, mentre su quella a 2,4 GHz si arriva a 800 Mbps. Dopo la rapida configurazione iniziale, che dura all’incirca 15 minuti, si ha accesso all’interfaccia del Srm attraverso la quale è possibile impostare i vari parametri. Si tratta di un ambiente molto simile a quello desktop che si utilizza tutti i giorni, con finestre, menu e applicazioni aggiuntive da installare. Perché il router permette di scaricare dal marketplace app sviluppate da Synology (come Cloud Station Server e Intrusion Prevention) per estendere le funzionalità, ma è possibile anche utilizzare pac-

chetti di terze parti o creare software completamente personalizzato per risolvere esigenze specifiche, aziendali o domestiche. In ottica condivisione file, grazie allo slot Sd e alle due porte Usb (3.0 e 2.0), è possibile trasformare il dispositivo in un vero e proprio disco di rete, accessibile anche da remoto, con cui effettuare per esempio lo streaming di audio e video su terminali certificati Dlna, come smart Tv, cellulari e tablet. I device connessi al router sono numerosi e di genere diverso? Nessun problema, l’RT2600ac è pensato proprio per questo genere di scenario. Dal centro di connessioni di rete si possono impostare le priorità per garantire una banda adeguata al televisore che sta riproducendo un film in streaming in 4K, senza però influire sul computer collegato a Spotify. Per chi preferisce l’esperienza da mobile, Synology fornisce anche l’app DS Router per gestire da smartphone e tablet le principali impostazioni di questo dispositivo di networking. Il software in questo caso è abbastanza elementare. In sintesi, l’RT2600ac si presta all’utilizzo sia in ambienti professionali sia domestici, anche se in quest’ultimo caso l’utente deve sapere di trovarsi di fronte un prodotto avanzato, che diventa inutile se a essere sfruttate sono soltanto le funzioni “basiche” di router e di access point. Anche perché il prezzo è ovviamente correlato al livello della soluzione. Fossimo in Synology, però, lavoreremmo per rendere il design di questo router un po’ più accattivante e, soprattutto, per limitare per quanto possibile l’ingombro. Non è facile, considerate le quattro antenne, ma forse ci si può provare. A.A.


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15/03/17 10:50


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