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soggetti rivelati

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la scena inospitale genere, natura, polis a cura di Saveria Chemotti

ILPOLIGRAFO


soggetti rivelati ritratti, storie, scritture di donne collana di studi coordinata da Saveria Chemotti

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la scena inospitale genere, natura, polis a cura di Saveria Chemotti

ilpoligrafo


Atti del Convegno “La scena inospitale. Genere, natura, polis” Padova, 23-26 ottobre 2013

Il volume viene realizzato con un contributo dell’Università degli Studi di Padova nell’ambito delle iniziative promosse dal Forum d’Ateneo per le politiche e gli studi di genere Copyright © dicembre 2014 Il Poligrafo casa editrice srl 35121 Padova piazza Eremitani - via Cassan, 34 tel. 049 8360887 - fax 049 8360864 e-mail: casaeditrice@poligrafo.it www.poligrafo.it ISBN 978-88-7115-882-2


INDICE

9 Prefazione Saveria Chemotti 15

Architettura, urbanistica e genere. Un’impostazione ambientalista Corrado Poli

41

A chi appartiene la Terra? Segnavie di un cammino storico-filosofico Bruna Giacomini

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Dio, donna, natura e le sfide dell’ecofemminismo Benedetta Selene Zorzi

75

«Un lento divenir paesaggio del mondo». Il corpo-paesaggio e la scena negli scritti di Rainer Maria Rilke Cristina Grazioli

105

Ingeborg Bachmann: dal deserto all’arena Maria Luisa Wandruszka

117

«Il mondo grande e terribile» nelle lettere dal carcere di Antonio Gramsci Saveria Chemotti


157

La scena inospitale. Fra silenzi e disprezzo Raffaella Failla

181

Legislazione e tutela della donna nella dimensione domestica: un lungo cammino nella conquista dei diritti Carla Nardacchione

193

L’ospitale e l’inospitale nella donna d’oggi tra “preziosi” aspetti psicologici e giuridici Marzia Banci

199

Chi sta al centro? Lo spazio della mediazione in Grecia Davide Susanetti

213

Acqua bene comune: diritto o bisogno? Anna Milvia Boselli

221

Le “streghe” di Burcardo. Credenze popolari e cultura ufficiale attorno all’anno Mille Sonia Maura Barillari

245

Casa, città, territorio: da scena inospitale a progetto di genere Claudia Mattogno

261

Il pane e l’argilla: far rinascere un territorio Emilia Bersabea Cirillo

275

Natura selvatica e gender: l’intoccato, il sesso e il sangue. Le Metamorfosi di Ovidio e La Belva di Cesare Pavese Jacqueline Fabre-Serris

289

Qui hic mos est in publicum procurrendi? Spazio e ruolo nella Roma di Tito Livio Francesca Cavaggioni

325

Creatività al femminile nei processi di rigenerazione dei luoghi: relazioni, ascolto e spiritualità. Spunti per una riflessione Elena Rigano


339

Gli oceani fioriti di Pipilotti Rist. Note su Ever is over all Guido Bartorelli

353

Da un caso africano: la casa, spazio d’azione della donna Mara Mabilia

369

Un gelido inverno: percorsi in un paesaggio inospitale Rosamaria Salvatore

377

Dalla campagna alla città: un percorso per la Betia di Ruzante Elena Trentin

401

Il giardino e il bosco: luoghi e metafore nella letteratura per l’infanzia Donatella Lombello

415

Scrittrici del limine. La campagna di Angela Veronese, l’isola di Grazia Deledda Patrizia Zambon

433

Genere e disastri: conseguenze e consapevolezza Mimma De Gasperi

441

Smarrirsi/trovarsi: prospettive erranti e fluttuazioni relazionali in road movie al femminile. Tra Thelma & Louise e Just like a woman Farah Polato

457

Viaggiatrici e giornalismo nel secondo Ottocento italiano Ricciarda Ricorda

473

Le lacrime di Manto per la scena dei Gonzaga Simona Brunetti

487

Note sugli autori


la scena inospitale


«Il mondo grande e terribile» nelle lettere dal carcere di Antonio Gramsci*

Saveria Chemotti

Da dieci anni sono tagliato dal mondo (che impressione terribile ho provato in treno, dopo sei anni che non vedevo che gli stessi tetti, le stesse muraglie, le stesse facce torve, nel vedere che durante questo tempo il vasto mondo aveva continuato ad esistere coi suoi prati, i suoi boschi, la gente comune, le frotte di ragazzi, certi alberi, certi orti, – ma specialmente che impressione ho avuto nel vedermi allo specchio dopo tanto tempo: sono ritornato subito vicino ai carabinieri) A. Gramsci, 20 gennaio 1935

1. L’8 novembre 1926 alle ore 22.30 Antonio Gramsci, deputato del Partito comunista d’Italia eletto nel 1924 nella circoscrizione del Veneto (dallo stesso anno era segretario generale del partito), nonostante goda dell’immunità parlamentare, viene arrestato e chiuso, in isolamento assoluto e rigoroso, nel carcere romano di «Regina Coeli» in seguito ai «provvedimenti eccezionali» adottati dal regime fascista. Il giorno dopo la Camera dichiarerà decaduti i deputati aventiniani e anche i parlamentari comunisti. Il 18 novembre, in base all’art. 184 del Testo unico della legge di pubblica sicurezza, viene assegnato al confino di polizia per cinque anni. Il 7 dicembre giunge a Ustica dove abita in una casa privata insieme con Bordiga, Conca, Sbaraglini. Organizza celermente una scuola tra i confinati, divisa in vari corsi, di cui dirige la sezione storico-letteraria, mentre a Bordiga affida quella scientifica. * Il presente contributo è dedicato alla memoria di Silvio Lanaro, recentemente scomparso.

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saveria chemotti

Il 14 gennaio 1927 il Tribunale di Milano spicca contro di lui un mandato di cattura: il primo febbraio comincia a funzionare il Tribunale speciale per la difesa dello Stato. Il 28 maggio 1928 si apre il cosiddetto «processone» contro il gruppo dirigente del PCd’I (Gramsci, Terracini, Scoccimarro, Roveda ecc.). Riconosciuto colpevole dei reati di cospirazione e di incitamento all’odio di classe, di incitamento alla guerra civile, all’insurrezione e al mutamento violento della Costituzione e della forma di governo, come auspicava il Pubblico Ministero Michele Isgrò, il 4 giugno Gramsci viene condannato a 20 anni, 4 mesi e 5 giorni di reclusione. Dietro domanda della madre, ottiene una visita medica speciale che diagnostica e certifica il suo stato precario di salute (uricemia cronica): viene destinato alla Casa penale speciale di Turi, in provincia di Bari, dove giunge il 19 luglio dello stesso anno. Riceve il numero di matricola 7047 e, dopo un breve periodo di permanenza in una camerata multipla, riceve il permesso di vivere in una cella da solo, la n.1, situata accanto al posto di guardia e perciò continuamente sorvegliata dai secondini. Può scrivere solo ai familiari ogni quindici giorni. Dal primo gennaio 1929 ottiene il permesso di scrivere in cella e inizia la stesura di note e appunti che raccoglie in un quaderno numerato I e datato 8 febbraio 1929; è il primo dei trentatré Quaderni del carcere. Il 19 novembre 1933, in seguito all’aggravarsi delle sue condizioni di salute, è trasferito all’infermeria del carcere di Civitavecchia e da qui ricoverato, in stato di detenzione, nella clinica del dottor Cusumano a Formia. Il 25 ottobre 1934 ottiene la libertà condizionale. Il 24 agosto 1935 si trasferisce nella clinica «Quisisana» di Roma.  Cfr. D. Zucaro, Vita del carcere di Antonio Gramsci, Edizioni Avanti!, RomaMilano, 1954; Il processone, a cura di D. Zucaro, Editori Riuniti, Roma, 1961; Il processo Gramsci, a cura di G. Fiori, Editrice L’Unità, Roma, 1994.  Cfr. la lettera del 30 luglio 1928 dove si legge, a opera del direttore del carcere Parmegiani, che Tania «dovrà dimostrare quale grado di parentela vi sia tra Lei e il Gramsci, senza di che non potrà né intervistarlo, né scrivergli, né soccorrerlo» e quella del 27 agosto dello stesso anno, trattenuta «affinché giungessero notizie dalla Questura a sistemare la vostra posizione di parentela». Tania si fece mandare da Giulia il certificato di matrimonio e lo stato di famiglia.

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le lettere dal carcere di Antonio Gramsci

Il 25 aprile 1937, terminato il periodo della libertà condizionale, Gramsci acquista la piena libertà; la sera stessa viene colpito da emorragia cerebrale e il 27 aprile, nelle prime ore del mattino, muore. 2. Aprendo le Lettere dal carcere ci troviamo dinanzi a un epistolario quanto meno singolare, per ragioni diverse, interne ed esterne. Innanzitutto perché la maggior parte delle lettere proviene da un luogo di costrizione dove la comunicazione con l’esterno diventa, per chi scrive, condizione primaria per la difesa e la conservazione dell’identità biopsicologica (le prime portano, infatti, la data del novembre 1926, le ultime risalgono all’inizio del 1937); inoltre perché, nonostante i molteplici tentativi di avvicinamento alla mole complessiva delle lettere che lo compongono (all’archetipo?), manca ancora un’edizione critica più volte annunciata e in corso d’opera (a cura di Aldo Natoli e di un’equipe che ha già affiancato Valentino Gerratana nella preparazione di quella dei Quaderni del carcere) e, ancora, perché recenti, roventi e, in qualche caso, avvelenate, polemiche hanno riproposto, in prima pagina, vecchi interrogativi sulla carcerazione di Gramsci e sulle iniziative intraprese per liberarlo, con un dispiegato schieramento di penne che hanno avuto, almeno, il merito di ridestare interesse per una figura e dei testi quasi dimenticati, fatti salvi gli anniversari, dopo un boom di studi che li aveva visti cucinati in tutte le salse, alcune, a dir la verità, davvero indigeste.

 In questo saggio le lettere di Gramsci saranno citate solo con l'indicazione della data e del destinatario: il riferimento è all’edizione curata da A.A. Santucci, 2 voll., Sellerio, Palermo 1966. I passi espunti dai Quaderni del carcere saranno citati in forma abbreviata con la sigla Q, seguita dall’indicazione della pagina. Il riferimento è all’edizione critica, in quattro volumi, curata da V. Gerratana, nel 1975, per Einaudi.  Cfr. M.L. Salvadori, Gramsci e il problema storico della democrazia, Einaudi, Torino 1970, p. 164 e S. Chemotti, L’uso di Gramsci nel dopoguerra ovvero l’alibi della disorganicità, in Gli intellettuali in trincea. Politica e cultura nell’Italia del dopoguerra, Cleup, Padova 1977, pp. 81-99; L. Canfora, Gramsci in carcere e il fascismo, Salerno Editrice, Roma 2012; G. Vacca, Vita e pensieri di Antonio Gramsci (1926-1937), Einaudi, Torino 2012. Cfr. anche L. Paulesu, Nino mi chiamo. Fantabiografia del piccolo Antonio Gramsci, Feltrinelli, Milano 2012 e il bel romanzo di L. Tancredi, La vita privata di Giulia Schucht, evcasaeditrice, Treia (MC) 2012.

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saveria chemotti

Le lettere scritte da Gramsci dopo il suo arresto sono in maggioranza lettere familiari e private, pochissime sono spedite agli amici; si può, anzi, dire che sono indirizzate, per lo più, a due nuclei familiari, la famiglia sarda e la famiglia russa. Quella d’origine vive a Ghilarza; Gramsci era nato ad Ales in provincia di Cagliari il 22 gennaio 1891 da Francesco e Giuseppina Marcias, quarto di sette figli, Gennaro, Grazietta, Emma, Antonio, Mario, Teresina, Carlo; si era trasferito a Ghilarza nel 1897-1898, a seguito dell’arresto del padre. I corrispondenti da casa sono la madre (1861-1932), due delle tre sorelle, Teresina e Grazietta, e il fratello minore, Carlo, che vive a Milano; di Mario è stata ritrovata recentemente una sola lettera, mentre nessuna è di Gennaro, che gli fa visita in carcere nel giugno 1930, anche se Gramsci lo nomina spesso nelle sue. L’altra famiglia, quella acquisita, la famiglia Schucht, è formata da Apollon (1860-1938), ricco signore russo che per contrasti politici col regime zarista era stato deportato in Siberia negli anni 1884-1887. Emigrato, egli era vissuto con la moglie e i figli, Nadine, Anna, Evgenia («Eugenia», «Genia»), Tat’jana («Tatiana», «Tania») a Montpellier e a Ginevra, dove nascono gli ultimi due figli Juliia («Giulia», «Julka», nel 1896) e Viktor e dove, nel 1895, ha occasione di ospitare Lenin nella sua casa di via Malanenin. All’inizio del Novecento gli Schucht si trasferirono in Italia, a Roma: qui Giulia studiò al Liceo musicale, presso l’Accademia di Santa Cecilia, diplomandosi in violino nel 1915; studiò musica anche Anna, mentre Tatiana ed Eugenia erano iscritte all’Accademia di Belle Arti; Tatiana si laureerà poi in scienze naturali e continuerà a studiare medicina frequentando la cerchia del professor Raffaele Bastianelli.  Sono Giuseppe Berti, Virginio Borioni, amici di Gramsci e compagni di confino a Ustica, la padrona della casa di Roma Clara Passarge e Piero Sraffa; nessuna lettera sarà indirizzata ai «fuorusciti politici» o ai compagni di partito per sua precisa scelta: «Io non voglio scrivere fuori; forse me lo concederebbero, ma io non voglio per principio» – scrive a Giulia il 30 aprile 1928.  Francesco Gramsci, impiegato all'Ufficio del registro a Sòrgono, fu condannato a cinque anni di carcere per irregolarità amministrative. La madre di Gramsci andò ad abitare in casa della sorellastra Grazia Delogu, provvedendo da sola ai figli. Egli ricorderà questo episodio in una lettera a Grazietta il 31 ottobre 1932.

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le lettere dal carcere di Antonio Gramsci

Nel 1913 la famiglia Schucht cominciò a lasciare l’Italia, l’ultima a partire fu Giulia, dopo il diploma, mentre Tatiana rimase in Italia dove trovò lavoro prima come insegnante di scienze naturali in un istituto privato, Crandon, in via Savoia, a Roma, poi, a partire dal 1927, come impiegata, presso la rappresentanza commerciale sovietica a Milano. Nell’estate del 1922 Gramsci, che era a Mosca come rappresentante del PCd’I nel Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista, venne ricoverato nella casa di cura di «Serebrjanyj bor» (il “Bosco d’argento”) per curare uno stato di grande prostrazione fisica; qui conosce Eugenia, anch’essa ricoverata per una forma di esaurimento nervoso e incontra Giulia che viene spesso a trovare la sorella. Si innamorano, si sposano. Nell’agosto 1924 nascerà Delio, ma Gramsci lo conoscerà solo nel febbraio 1925 durante un secondo viaggio a Mosca. Giulia venne in Italia nell’ottobre del 1925 e vi rimase fino all’agosto 1926. Poco dopo il suo rientro a Mosca, il 31 dello stesso mese, darà alla luce il secondo figlio, Giuliano, che non conoscerà mai il padre. Giulia non rivedrà più Antonio. Dopo l’arresto sarà Tatiana a preoccuparsi per lui, assistendolo con dedizione e devozione assoluta, visitandolo frequentemente a Milano, a Turi, a Formia e a Roma: salvare la vita di Gramsci, «nel senso pieno della parola, salvarlo dalla morte fisica e da quella spirituale, dalla disperazione e dal degrado» non sarà davvero facile e richiederà alla giovane copiosa energia, pazienza e volontà. Questa donna, ingiustamente dimenticata, seppe esprimere «al livello insieme più nobile e più umile gli ideali della solidarietà umana [...] seppe [...] divenire letteralmente “sorella” di Gramsci nella lotta e nel dolore». Alla fine, quasi per continuare il suo compito al di là della morte, «combatté per lui la sua ultima battaglia. Fu un’Antigone di quei tempi di ferro». È la corrispondente più costante del detenuto, diventa tramite tra lui, la moglie e i familiari e tra lui e Piero Sraffa, l’amico più caro,  A. Natoli, Antigone e il prigioniero, Editori Riuniti, Roma 1990, p. 184: sarà infatti lei a salvare il prezioso materiale dei Quaderni del carcere, battendosi anche in questa circostanza per le idee del prigioniero.  Cfr. per esempio «Carissimo Carlo, unisco alla presente la lettera di Nino a te» (26 febbraio 1930) in T. Schucht, Lettere ai familiari, a cura di M. Paulesu Quercioli, Editori Riuniti, Roma 1991.

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saveria chemotti

a cui trascrive le lettere di Antonio, trasmettendo anche ragguagli, informazioni dirette, richieste culturali, o giuridiche. Piero Sraffa (Torino 1898 - Cambridge 1983) è stato uno dei maggiori economisti contemporanei. Figlio di Angelo Sraffa, autorevole giurista, rettore dell’Università Bocconi ed esponente dell’establishment della Banca commerciale italiana, amico personale dell’allora presidente Raffaele Mattioli; era, nel 1927, primo Presidente della Corte di Cassazione lo zio materno Mariano D’Amelio senatore del regno. Professore universitario, prima a Perugia poi a Cagliari, nel 1927 si trasferì in Inghilterrra, a Cambridge su sollecitazione di John Maynard Keynes e qui avviò un lungo e fondamentale lavoro nel campo della teoria economica che culminò, tra l’altro, nell’edizione critica dell’opera di David Ricardo. Conobbe Gramsci nel 1919 a Torino tramite Umberto Cosmo (1868-1944), professore di letteratura italiana all’Università, di cui entrambi, in tempi diversi, erano stati allievi,  Cfr. P. Sraffa, Lettere a Tania per Gramsci, a cura di V. Gerratana, Ed. Riuniti, Roma 1991, a p. 12, dove si pubblica una lettera di Tania del 15 aprile 1931 in cui ricopia esattamente quello che le scrive Sraffa; a p. 24, dove dal testo integrale di una lettera di Tania a Sraffa del 16 agosto 1931 si evince: «ho ricevuto la vostra ultima, e subito ho trascritto la “copia” a Nino. Da quelle che trasmetto a Voi, vedrete che [...]»; a p. 108, dove in una lettera di Sraffa del 7 febbraio 1933 si scrive tra l’altro: «ricevo la vostra del 30 [...] con le copie di Nino. [...] Un’altra cosa vi prego di fare è di ricopiare l’acclusa e di mandare la copia, scritta da voi, a Nino come vostra lettera». Segue la lettera «da ricopiare», pp. 109-111.  Nel caveau della Banca vennero custoditi i Quaderni gramsciani prima di essere spediti a Mosca: Tatiana li consegna il 6 luglio 1937. Arriveranno a Mosca solo nel luglio dell’anno dopo. Li ritira personalmente, per consegnarli a Togliatti, Vincenzo Bianco, rappresentante del PCd’I al Komintern e amico personale della famiglia Schucht. Cfr. P. Spriano, Gramsci in carcere e il partito, Editrice L’Unità, Roma, 1988, p. 105. Il libro era già stato pubblicato una prima volta dagli Editori Riuniti nel 1977; in questa edizione si aggiungono alcuni documenti nell’Appendice. Si veda ora lo scambio di lettere del maggio 1937 tra Giulia e il «Commissario del popolo per gli affari esteri dell’Urss» per ottenere la restituzione degli oggetti, della corrispondenza e degli scritti di Gramsci rimasti in Italia dopo la sua morte: I documenti degli Archivi Sovietici, in L’ultima ricerca di Paolo Spriano, Editrice L’Unità, Roma 1988, pp. 32-33.  Cfr. la lettera del 14 luglio 1929 in cui Gramsci accenna alla possibilità di chiedere a lui consigli per un eventuale ricorso contro la sentenza.  Umberto Cosmo, studioso di San Francesco, redattore de «La Stampa» tra il 1917 e il 1918, insegnante di lettere italiane presso il liceo d’Azeglio di Torino, tenne per qualche anno corsi liberi di letteratura italiana all’università in sostituzione di Arturo Graf. Nel dopoguerra visse a Berlino come consigliere d’ambasciata, nel 1926 fu allontanato dall’insegnamento e nel 1929 assegnato per qualche tempo al confino. Nel 1932 fu eso-

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le lettere dal carcere di Antonio Gramsci

come ricorda lo stesso Gramsci in una lettera del 23 febbraio 1931: «Piero...mi fu presentato la prima volta proprio dal prof. Cosmo». Durante la detenzione di Gramsci gli aprirà un conto illimitato presso la Libreria Sperling & Kupfer di Milano e diventerà l’unico canale permanente di collegamento tra Gramsci e il centro estero del PCd’I a Parigi a cui trasmetteva le lettere del detenuto ricopiate da Tatiana. Si creerà così quel «triangolo Antonio-Tatiana-Piero» che caratterizza e connota la storia interna ed esterna di tutta la corrispondenza dal carcere e verso il carcere. Prima di affrontare il nucleo centrale di questo ‘testo’ e la questione nodale delle sue edizioni, è indispensabile soffermarsi su alcuni dati esterni che descrivono la sua fisionomia documentaria quali, per esempio, le caratteristiche della carta fornita per la corrispondenza, le limitazioni quantitative e, soprattutto, la scansione e la progressione periodica delle missive. Nel periodo di confino Gramsci ha il permesso di scrivere senza limitazioni mentre per tutto il periodo seguente la frequenza delle lettere sarà legata alle norme carcerarie in vigore nei diversi luoghi di detenzione. A Milano, dove viene trasferito dopo il mandato di arresto (14 gennaio 1927), e a Roma, dove viene trasferito per il processo (1928), può scrivere due lettere alla settimana. Dalla Casa penale di Turi può scrivere solo ai familiari, dapprima (luglio 1928 - luglio 1931) ogni quindici giorni, successivamente ogni settimana (cfr. la lettera del 13 luglio 1931 a Tatiana). La carta reca il timbro rotondo con lo stemma sabaudo contornato dalle parole «Casa penale speciale di Turi» oppure «Casa penale per minorati fisici e psichici. Turi (Bari)». nerato dalla libera docenza. Cfr. N. Bobbio, Tre Maestri. Umberto Cosmo, Arturo Segre, Zino Zini, Ilte, Torino 1953.  «L’amico Sraffa mi ha scritto che ha aperto per me un conto corrente illimitato presso una libreria di Milano, alla quale potrò chiedere giornali, riviste, e libri; mi ha offerto inoltre tutti gli aiuti che voglio», lettera a Tania, da Ustica, il 19 dicembre 1926.  P. Spriano, Un foglio bianco ogni quindici giorni, in A. Gramsci, Lettere dal carcere, Editrice L’Unità, Roma 1988, I, p. 8.  La carta era fornita da Tatiana soprattutto nel periodo di Turi, come risulta da numerosi riferimenti contenuti nelle lettere. Si veda, per esempio la lettera del 10 agosto 1931, dove Gramsci scrive: «Ieri ho ricevuto le buste e la carta che mi hai spedito, con

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Acqua bene comune: diritto o bisogno?

Anna Milvia Boselli

In questi ultimi tempi crescono l’attenzione e la preoccupazione delle Comunità, degli Stati, delle Organizzazioni Internazionali e dei cittadini attorno alle problematiche ambientali e, in particolare, alla qualità delle risorse idriche, dell’uso razionale delle acque e della loro tutela. Per la prima volta nella storia dell’umanità ci troviamo ad affrontare alcune crisi che riguardano tutti i Paesi e che accomunano il loro futuro: emergenze ambientali, quali cambiamenti climatici, crisi idriche, perdita di biodiversità, aumento degli inquinamenti, siccità al Sud, aumento dei rischi da alluvioni e inondazioni al Nord, flussi migratori legati agli squilibri della crescita demografica ed economica, esaurimento delle risorse energetiche. Oggi, in tempi “umani” si stanno distruggendo risorse ambientali formatesi in tempi “biologici”, per cui trasformazioni che prima avvenivano in milioni di anni possono ora verificarsi, per lo squilibrio indotto dalle attività umane, in pochissimo tempo. Sono problemi che riguardano tutti i paesi e che accomunano il loro futuro. L’umanità nel suo insieme, specialmente i paesi industrializzati, utilizza risorse e servizi della natura in quantità di più di un terzo superiore alla capacità di rigenerazione della natura stessa. Se non useremo le risorse in modo sostenibile, adottando stili di vita e modelli di sviluppo che si muovano entro i limiti della capacità di carico delle risorse stesse, rischiamo di compromettere il futuro della terra. In questo millennio l’acqua, “oro blu”, sostituirà il petrolio come risorsa più preziosa e potrà provocare livelli senza precedenti di care-

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Anna Milvia Boselli

stie, malattie, sete, inondazioni, frane e smottamenti e persino conflitti, coinvolgendo l’intero pianeta. L’11 febbraio 2011 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha dichiarato il 2013 “Anno Internazionale della Cooperazione per le risorse idriche”. Nella Risoluzione si dichiara che l’acqua è essenziale per lo sviluppo sostenibile, per la difesa dell’ambiente, per l’eliminazione della povertà e della fame, è indispensabile per la salute e il benessere degli uomini e riveste una importanza cruciale per la realizzazione degli Obiettivi del Millennium

contenuti nel patto di impegno congiunto sottoscritto nel settembre 2000 da 191 capi di Stato. Il settimo obiettivo, in particolare, prevede di dimezzare entro il 2015 la percentuale di persone che non hanno accesso all’acqua potabile e ai servizi sanitari. Nonostante il rapporto 2013 sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio riveli i grandi passi avanti fatti in questo decennio garantendo l’accesso all’acqua potabile a due miliardi di persone, ancora oggi circa 900 milioni di persone sono privi di acqua sicura, 2,5 miliardi di persone non hanno accesso a servizi sanitari adeguati e circa 5 milioni di persone muoiono ogni anno per malattie collegate all’acqua, in particolare donne e bambini. Nel 2030, si prevede che metà della popolazione mondiale dovrà affrontare gravi difficoltà nell’approvvigionamento idrico, specialmente in Africa e in Asia occidentale, poiché le falde sono consumate più rapidamente di quanto riescano a ricostruirsi e da tale minaccia non è immune neppure il Nord del mondo. Fondamentale è il ruolo che, da sempre, svolgono le donne nella conservazione e nell’amministrazione delle risorse idriche. In Africa le donne e le ragazze impiegano più di tre ore al giorno per andare a cercare acqua. Sono costrette a lunghe marce per raggiungere le sorgenti non inquinate e al trasporto di pesanti contenitori e non hanno, quindi, l’opportunità di apprendimento e di crescita rappresentata dall’istruzione. ONU, Unicef, Unesco riconoscono che l’esclusione delle donne dal processo di pianificazione delle condotte idriche e dai programmi per il miglioramento delle condizioni igieniche costituisce una delle ragioni principali dell’elevata percentuale di malfunzionamenti che in esse si verificano.

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Acqua bene comune: diritto o bisogno ?

Nonostante l’acqua sia alla base della vita sulla Terra, il diritto all’acqua non appare nella Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo del 1948 e si affermerà negli accordi internazionali solo recentemente, dopo un lungo confronto iniziato nel 1968, quando emerge la consapevolezza che le risorse naturali della Terra devono essere tutelate attraverso pianificazioni strategiche e che la natura ha un ruolo fondamentale nell’economia. Nel 1972, a Stoccolma, alla I Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente, viene per la prima volta adottata una Dichiarazione sui diritti e le responsabilità dell’uomo sull’ambiente, e, in particolare, si afferma che le risorse naturali devono essere protette e preservate per il beneficio delle generazioni future. La conservazione della natura deve avere un ruolo importante all’interno dei processi legislativi ed economici degli Stati. Tra gli esiti più importanti di questo incontro vi è la nascita dell’UNEP, il programma ambientale delle Nazioni Unite. La Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile del 1992 a Rio de Janeiro si concluse con la ratifica di due Convenzioni, una sui cambiamenti climatici, l’altra sulla biodiversità, e con l’approvazione del programma d’azione in materia ambientale denominato Agenda 21. Nel capitolo 18 dell’Agenda si individuano priorità, obiettivi, attività e strumenti attuativi per assicurare una corretta gestione delle risorse idriche a livello sia locale sia globale. Seguono altri Summit mondiali, il Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre nel febbraio 2002, il Summit delle Nazioni Unite sullo Sviluppo sostenibile a Johannesburg, ai cui lavori ho avuto il privilegio di partecipare nell’agosto 2002, il IV Summit delle Nazioni Unite, Rio+20 nel giugno 2012 e i Forum mondiali dell’acqua a Marrakesh (1997), l’Aja (2000), Kyoto (2003), Città del Messico (2006), Istanbul (2009), Marsiglia (2012). È importante ricordare che a Porto Alegre, in occasione del secondo Forum Sociale Mondiale, nella Dichiarazione finale, per la prima volta si afferma che l’acqua è un diritto individuale e collettivo inalienabile, che non può essere sottoposto a nessuna costrizione né di natura sociale, né di natura politica, religiosa o finanziaria.

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Anna Milvia Boselli

La comunità internazionale e le comunità locali hanno la responsabilità primaria di garantire che l’acqua sia considerata e trattata come un bene, un patrimonio comune. A Johannesburg si riafferma che l’acqua rappresenta un diritto umano di base e si assumono gli impegni di dimezzare, entro il 2015, il numero di persone che non hanno accesso all’acqua potabile, di facilitare l’informazione e la partecipazione della popolazione, incluse le donne, a tutti i livelli, nella politica e nelle decisioni relative alla gestione delle risorse idriche e di adottare misure per promuovere un uso sostenibile delle risorse idriche. Un passo indietro si registra al Forum Mondiale di Istanbul nel 2009. Nella Dichiarazione finale si afferma che l’acqua non è un “diritto universale dell’Umanità” ma un “bisogno fondamentale” per le popolazioni, il cui accesso va “ampliamente favorito”. A Rio+20 nel 2012 il diritto all’acqua e ai servizi igienici è l’unico “diritto umano” esplicitato con uno specifico paragrafo nella Dichiarazione finale. Il comma 121 recita: riaffermiamo i nostri impegni rispetto al diritto umano all’acqua potabile e ai servizi igienico sanitari a progressivamente realizzarlo per le nostre popolazioni nel rispetto delle sovranità nazionale.

Diritto che viene ribadito nella Dichiarazione finale di Marsiglia: «acqua diritto umano essenziale e inalienabile». La distinzione fra bisogno e diritto, apparentemente sottile, è in realtà radicale. Un diritto deve essere garantito sempre; un bisogno, per quanto fondamentale, può essere soddisfatto se sostenibile economicamente. Sostenere che l’accesso all’acqua è un diritto umano e sociale significa affermare che è responsabilità della comunità assicurare le condizioni necessarie e indispensabili per garantire un tale diritto a tutti. Affermare, invece, che l’accesso all’acqua è un bisogno vitale non comporta nessuna responsabilità collettiva. In questo caso, spetta a ciascun individuo darsi i principali mezzi per soddisfare il bisogno, come succede per tutti gli altri bisogni vitali quali, ad esempio l’alimentazione, l’alloggio. (Riccardo Petrella)

Si tratta dunque di un bene pubblico comune, da utilizzare secondo i criteri della sostenibilità e solidarietà. Questo è l’obiettivo principale che i governi nazionali e locali, le organizzazioni non gover-

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Acqua bene comune: diritto o bisogno ?

native, i movimenti dovranno raggiungere nei prossimi anni, agendo insieme, ognuno secondo le proprie capacità e responsabilità, uniti dalla comune determinazione ad arrestare il degrado ambientale, migliorare la qualità della vita, garantire l’equità tra le attuali generazioni e impedire l’impoverimento di quelle future. Come esempio di questo impegno comune illustro brevemente un progetto che l’Università di Padova porta avanti in Nepal, nella Valle dell’Everest, sin dal 1992. Alla fine degli anni Ottanta è nato il Progetto Strategico Ev-K2-CNR denominato “Rilievi geografico-fisico-naturalistico e medico-fisiologico in Himalaya e Karakorum”. L’iniziativa, promossa per volontà del celebre geologo ed esploratore Ardito Desio, si è sviluppata sul versante nepalese dell’Everest sin dal 1989. A Lobuche, nella Valle del Khumbu a 5050 metri, è stato installato un Laboratorio per ricerche in alta quota, con struttura a forma di piramide, frutto della tecnologia italiana. In questo Laboratorio Piramide sono state avviate e sviluppate numerosissime ricerche multidisciplinari di Medicina, Fisiologia, Biologia, Genetica delle popolazioni, Geologia, Meteorologia, Antropologia ed Etnologia. Nell’ambito di questo progetto, io e i colleghi Alberto Baroni e Gianumberto Caravello abbiamo costituito una unità operativa di ricerca dell’Istituto di Igiene dell’Università di Padova che si è impegnata in ricerche sulla valutazione delle risorse idropotabili, della salute umana, della qualità dell’ambiente e dell’impatto del turismo sulla salute dell’ecosistema montano nella Valle del Khumbu, la Valle degli Sherpa, appartenente al Parco Nazionale Sagarmatha. Nell’ultimo decennio questa parte meravigliosa del mondo è stata interessata da una sempre più intensa e aggressiva presenza turistica costituita da spedizioni alpinistiche e “commerciali”, da trekker attratti dal fascino della montagna più alta della Terra, il cosiddetto Tetto del Mondo. Se negli ultimi 50 anni hanno scalato l’Everest non meno di 5000 persone, l’area del Parco è stata interessata da un crescendo di presenze, ora giunte a circa 30.000 l’anno. Lungo le principali strade di trekking, molte abitazioni sono state trasformate in lodge, a Namche, Khunde, Khumjung, Tengboche, Pang-

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Lo spazio pubblico, dominato da figure maschili, è lo spazio del potere politico, dell’interesse economico, delle manipolazioni scientifiche, spesso teatro di gravissime prevaricazioni ai danni di una natura sempre più indifesa e di individui che per età, sesso, provenienza, classe sociale, religione sono considerati maggiormente deboli e vulnerabili. Di fronte a uno scenario tanto desolante, numerosi sono gli interrogativi che emergono. È possibile leggere e interpretare la realtà attraverso uno sguardo diverso da quello che per secoli ha rappresentato il mondo del potere? Lo spazio inospitale, da scenario di emarginazione, isolamento, anaffettività può trasformarsi in un luogo in cui la vita e la creatività si possano dispiegare pienamente, libere da qualunque forma di violenza? Il paesaggio, dalla sua condizione di locus horribilis, può rivestirsi dei connotati dell’ospitalità e dell’armonia? Lo sguardo femminile sul mondo porta con sé una sensibilità che suggerisce molteplici vie di uscita: non solo la cura e la dedizione, ma anche la creatività e la solidarietà possono rappresentare strumenti di salvezza e riscatto. Ecco che, attraverso tali atti di umanissima pietas, la natura, la città, i luoghi della vita quotidiana da “scene inospitali” possono finalmente assumere una fisionomia accogliente. Un mondo a misura d’uomo – o meglio, a misura di uomini e donne – è possibile, come viene suggerito dagli studi qui raccolti, in cui discipline eterogenee si pongono in dialogo, con l’auspicio che “la scena dove si vive possa diventare paese dell’ospitalità e del diritto, una nuova città non utopistica, ma realizzabile con l’impegno di tutti”. Saveria Chemotti insegna Letteratura italiana di genere e delle donne all’Università di Padova. Ha pubblicato saggi su Foscolo, sul Romanticismo italiano ed europeo, sulla narrativa del primo Novecento, su Antonio Gramsci, Tonino Guerra, Giuseppe Berto, su numerosi altri autori e temi otto-novecenteschi, sulla letteratura delle donne. Tra i suoi numerosi scritti, per le edizioni Il Poligrafo ha pubblicato: La terra in tasca: esperienze di scrittura nel Veneto contemporaneo (2003); L’inchiostro bianco. Madri e figlie nella narrativa italiana contemporanea (2009); Lo specchio infranto. La relazione tra padre e figlia in alcune scrittrici italiane contemporanee (2010); A piè di pagina. Saggi di letteratura italiana (2012); ha inoltre curato la riedizione di Vigilie (1914-1918) di Antonietta Giacomelli (2014). Nel 2014 ha esordito come narratrice con La passione di una figlia ingrata (L’Iguana).

in copertina René Magritte, La Victoire 1939, collezione privata

e ,

ISBN ----

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La scena inospitale. Genere, natura, polis, Il Poligrafo  

Lo spazio pubblico, dominato da figure maschili, è lo spazio del potere politico, dell’interesse economico, delle manipolazioni scientifiche...

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Lo spazio pubblico, dominato da figure maschili, è lo spazio del potere politico, dell’interesse economico, delle manipolazioni scientifiche...

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