Aldo Rossi, la storia di un libro. L'architettura della città dal 1966 ad oggi, Il Poligrafo

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a cura di Fernanda De Maio, Alberto Ferlenga, Patrizia Montini Zimolo

ALDO ROSSI, LA STORIA DI UN LIBRO L’architettura della città, dal  ad oggi

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materiali iuav collana di ateneo 2



Aldo Rossi, La storia di un libro L’architettura della città , dal 1966 ad oggi

a cura di Fernanda De Maio Alberto Ferlenga Patrizia Montini Zimolo

with english translation

ilpoligrafo


Comitato scientifico per le iniziative editoriali dell’Università Iuav di Venezia Guido Zucconi (presidente), Andrea Benedetti, Renato Bocchi Serena Maffioletti, Raimonda Riccini, Davide Rocchesso, Luciano Vettoretto I volumi della collana Iuav - Il Poligrafo sono finanziati o cofinanziati dall’Ateneo

Il presente volume raccoglie gli atti del Convegno internazionale di studi “L’architettura della città di Aldo Rossi nel 45° anniversario della prima pubblicazione” Venezia, Palazzo Badoer, 26-28 ottobre 2011 Scuola di Dottorato, Università Iuav di Venezia

ringraziamenti Archivio Progetti Iuav, Germano Celant, Fondazione Aldo Rossi, Peter Hefti, Marilena Malangone, Molteni&C, Fausto Rossi, Vera Rossi, Chiara Spangaro, Pietro Tomasi Salvo dove diversamente indicato, le immagini provengono dagli archivi personali degli autori

traduzioni Fulvia Andri Fernanda De Maio María García Garmendia Alexander Pellnitz Milvia Vallario progetto grafico Il Poligrafo casa editrice Laura Rigon copyright © dicembre 2014 Università Iuav di Venezia Il Poligrafo casa editrice Il Poligrafo casa editrice 35121 Padova piazza Eremitani - via Cassan, 34 tel. 049 8360887 - fax 049 8360864 e-mail casaeditrice@poligrafo.it www.poligrafo.it ISBN 978-88-7115-851-8


indice

11 Nota dei curatori

introduzioni 15 A due anni dal ’68 L’architettura della città e la conquista di una libertà intellettuale Alberto Ferlenga 23 Le lezioni veneziane Patrizia Montini Zimolo 39 Alla ricerca della propria architettura Fernanda De Maio Parte prima

il contesto culturale alle origini del saggio 49 Aldo Rossi e la Marsilio Cesare De Michelis 55 Il razionalismo esaltato di Aldo Rossi Antonio Monestiroli 63 «Eravamo tutti comunisti» Gianni Fabbri 71 Città, periferia, territorio Mary Louise Lobsinger

81 The Arezzo connection. Brevi note sul rapporto tra Ludovico Quaroni e Aldo Rossi Pippo Ciorra

87 Da “giovane delle colonne” a L’architettura della città Serena Maffioletti

103 Dal Manuale d’urbanistica a L’architettura della città: le radici del testo Elisabetta Vasumi Roveri


109 Progetti e contributi teorici di Rossi, 1962-1963: verso la fondazione di una “metodologia scientifica” per L’architettura della città Beatrice Lampariello 123 Cut-ups: L’architettura della città come collage Diogo Seixas Lopes 133 Da Barcellona a Santiago. Visioni della Spagna ne L’architettura della città Carolina B. García Estévez 143 La bella e moderna città policentrica veneta Manlio Michieletto

Parte seconda

la geografia della diffusione 155 Alcune precisazioni relative ai viaggi di Aldo Rossi in America Latina Tony Díaz Del Bó 163 Letture di L’architettura della città in America Latina: uno scambio tra argentini e cileni alla fine degli anni Settanta Horacio Torrent, Gisela Barcelos de Souza 177 Tradurre Rossi: da Buenos Aires a New York Ana Maria León 191 The architecture of the city: Rossi e gli “alleati” d’oltreoceano Ernesto Ramon Rispoli 201 L’architettura della città: da Zurigo a Nantes Thierry Roze 213 Rossi e la Germania. Traduzione e ricezione del libro L’architettura della città Alexander Pellnitz 229 L’architettura come fatto Vassiliki Petridou 237 Aldo Rossi in Svizzera Alessandro Pretolani

Parte terza

le conseguenze di un insegnamento 247 Se ogni città possiede un’anima Luca Ortelli 255 La città in sospensione: Aldo Rossi e la permanenza patologica Can Onaner


265 Che fine ha fatto l’architettura analoga? Il significato dell’immagine in Aldo Rossi e Valerio Olgiati Cameron McEwan 299 Il fatto urbano e il frammento architettonico. Note su alcune congetture della forma urbana 1963-1973 Roberto Damiani 309 Attualità della città per parti Lina Malfona 315 L’architettura della città e l’architettura dei luoghi. Per una possibile costruzione rossiana della nozione di paesaggio Chiara Visentin 325 >1966>architettura razionale_1973>oggi Renato Capozzi, Ivano La Montagna, Federica Visconti 337 «La città ha per fine se stessa» Jean-Philippe de Visscher 349 Che cosa significa “l’architettura della città”? Pier Paolo Tamburelli 355 Autonomia dell’architettura e dispositivi critici. Per una genealogia di figli unici Francesca Belloni

Parte quarta

mostra 367 L’architettura della città: dal libro alla mostra Antonella Indrigo

373 Aldo Rossi: cenni biografici 375 Abstracts 381 Note biografiche degli Autori



Aldo Rossi, la storia di un libro



a due anni dal ’68. l’architettura della citt e la conquista di una libert intellettuale Alberto Ferlenga

La coincidenza tra testo teorico e racconto autobiografico, in uno scritto redatto attorno ai trent’anni da un giovane intellettuale in cerca di collocazione nel mondo dell’architettura e dell’insegnamento universitario, rende L’architettura della città un saggio complesso e di difficile interpretazione. Per molti versi il tentativo di cui è testimonianza può essere paragonato a quello di un geografo alle prese con un mondo da ri-nominare e con paesaggi da dover descrivere di nuovo, dopo che i presupposti teorici delle passate letture sono venuti meno. È indicativo che proprio geografi come Pierre Lavedan, Jean Tricart, Georges Chabot costituiscano una parte rilevante dei riferimenti contenuti nel libro anche se, volendo indagare nei meandri delle fonti “non dichiarate”, tracce significative porterebbero ad altri autori che, nel corso del Novecento, e con strumenti differenti da quelli dei geografi, avevano intravisto nelle città e nell’arte i prodromi di un nuovo paesaggio fisico e culturale. Tra questi, Oswald Spengler e Hans Sedlmayr, frequentazioni certamente anomale per un militante comunista della metà degli anni Sessanta, i cui scritti erano ben noti a Rossi che ne aveva parlato sulle pagine di «Casabella». Sono stati senza dubbio i geografi e gli storici, più degli architetti, ad aver letto nel modificarsi dei lotti o nel permanere dei monumenti la specificità del fenomeno urbano. E ancora a geografi come Jean Gottmann, le cui ricerche vengono citate in L’architettura della città in appoggio alla tesi che la dimensione dilatata non modifica la sostanza del “fatto urbano”, si deve l’analisi del passaggio da “metropoli” a “megalopoli” svolta nel vivo dei processi in corso, dentro alle aree più intensamente sviluppate del pianeta. La centralità e la complessità della questione urbana, che gli architetti avevano intuito nella prima parte del Novecento con i disegni di Le Corbusier, le prospettive di Hilberseimer, i progetti di Behrens o Perret, per poi limitarla nella considerazione degli aspetti funzionali, era stata, nel corso dello stesso secolo, trattata scientificamente da geografi, antropologi, sociologi. La loro analisi rigorosa si contrapponeva alla cultura architettonica prevalente nel dopoguerra che, esaurita la vena visionaria di inizio Novecento, appariva piuttosto impegnata nella conservazione dei miti razionalisti o nella pratica di un professionismo di qualità. Anche a causa di questa situazione di contorno L’architettura della città è stato un testo difficile da scrivere ancor prima che un testo difficile da comprendere. Nel campo da cui il suo autore proveniva non vi erano esempi prossimi che potessero guidarlo nello sforzo di esprimersi con un rigore che non era congeniale agli architetti e, insieme, con quell’apertura dello sguardo che la situazione richiedeva. Il progetto ambizioso che è alla base del libro consisteva nel


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ricostruire una cultura in frantumi e tracciare un programma d’azione che permettesse all’architettura di fare la sua parte nel processo di rinnovamento della cultura italiana; i modelli erano da cercare lontano, da Milizia a Boullée, mentre, a pochi anni dal ’68, era piuttosto l’impegno politico che portava Rossi a trovare nella città – nella sua comprensione e trasformazione – quel luogo della società in cui gli architetti avrebbero potuto svolgere la propria “militanza”. Rossi considerava, infatti, l’architettura come la sola disciplina in grado di misurarsi con l’insieme della questione urbana grazie alla sua capacità di interpretarne il “dato ultimo”: la forma, la cui autonomia costituisce il tema centrale del testo. La questione, solo abbozzata nelle pagine di L’architettura della città, avrebbe dovuto portare, secondo il suo autore, alla creazione di una scienza specifica che per sostanziarsi si sarebbe dovuta appoggiare a ricerche che verificassero sul campo la correttezza delle intuizioni contenute sulla carta: l’esistenza di una riconoscibilità “per parti” della città, la permanenza nel tempo di alcuni rapporti come quello tra tessuto urbano e monumenti, il nesso tra tipologia edilizia e morfologia urbana. Concepito come piano di lavoro per la costruzione di una scienza della forma urbana, il libro ebbe, in realtà, un altro destino: fu considerato come prodotto finito quando non aveva mai preteso di esserlo, divenne una sorta di bibbia o di trattato, usato come bandiera o come bersaglio da opposti schieramenti dentro la battaglia più ampia attorno al ruolo dell’arte nella società scoppiata nell’epoca del neorealismo nascente. Nella Milano dei primi anni Sessanta, che vedeva il fiorire di vicende artistiche importanti ma anche, ad Architettura, la prima occupazione di una facoltà in Italia (1963), era inevitabile che il libro scritto da un giovane intellettuale impegnato riflettesse questo clima. Nelle pagine vi è, dunque, l’eco dei serrati dibattiti a cui facevano da sfondo la Casa della cultura e le pagine di periodici come «Il Contemporaneo» e «Rinascita», con la dura contrapposizione tra rigore scientifico e libertà creativa, tra marxismo e anarchismo, tra impegno politico e autonomia artistica, tra realismo e avanguardia. È certo che, come ha giustamente rilevato Antonio Monestiroli nel suo intervento al convegno veneziano, il libro rappresenta il tentativo di Rossi di coniugare architettura e vita ma questo legame, nato sicuramente da originarie istanze politiche, va sicuramente molto oltre le premesse. L’intuizione di Carolina García Estévez che L’architettura della città sia il vero testo autobiografico di Rossi e che, per estensione di ragionamento, l’Autobiografia scientifica abbia più il carattere del trattato ci mette sulla buona strada per comprenderne la natura. L’architettura della città è sicuramente un esempio di impegno civile applicato alla teoria architettonica ma, ancor più, esso rappresenta una personale ricerca di libertà. Il libro è più comprensibile, infatti, se lo si considera come l’autobiografia intellettuale, o il diario di viaggio, di un architetto che cerca di orientarsi tra gli immensi territori delle discipline che hanno lambito il fenomeno urbano usando la bussola del proprio mestiere o, per meglio dire, di quello che avrebbe voluto che il proprio mestiere fosse. In una sorta di gioco delle appartenenze Rossi ripeteva spesso di sentirsi parte della famiglia culturale dei letterati piuttosto che di quella degli artisti. Considerata l’esplicita connotazione artistica del suo lavoro la frase poteva apparire come un vezzo, assieme a quella, altrettanto frequentemente ripetuta, di sentirsi architetto un po’ per caso. Chi l’ha conosciuto personalmente sa, però, come fosse difficile, con lui, parlare di architettura e come, per contro, fosse continua e mai scontata la sua riflessione sul cinema o sul romanzo. L’architettura della città può essere letto, in questa luce, come il tentativo di prefigu-


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rare, a partire da passioni intellettuali “collaterali”, una professione che non esisteva, da parte di un giovane che, pur avendo svolto studi d’architettura, non era particolarmente attratto dalla retorica corrente del mestiere e diffidava delle sue convenzioni. Si trattava, quindi, di attribuire al progetto di una pratica inedita dell’architettura la teoria che potesse sostanziarla, ricostruendo un sapere debole e usurato, e questo può essere considerato il principale obiettivo del libro. Non potendo l’architettura di quegli anni fornire materiali utili per superare quel rinchiudersi su se stessa che la caratterizzava, non restava che cercare in altri territori nuova linfa per restituirle dignità culturale oltre che un ruolo civile. Nasce da qui la necessità di scardinare la parzialità dell’urbanistica corrente, di combattere l’arbitrarietà del gesto architettonico, di restituire profondità ad un sapere indebolito dalle ripetizioni, di costruire strumenti per leggere ciò che lo attorniava allo scopo di dare sostanza ai progetti. In L’architettura della città possiamo trovare tutto ciò e l’impegno culturale si intreccia costantemente con un percorso di emancipazione personale intrapreso attraverso la costruzione di un punto di vista collettivo. D’altronde, le ragioni pubbliche e private del libro anticipano di pochissimi anni ciò che l’esplosione del ’68 avrebbe reso evidente – sul piano politico e culturale – nella rivolta di un’intera generazione. Rossi a quella generazione non sarebbe appartenuto, era troppo “vecchio” per essere annoverato tra i protagonisti dell’“anno degli studenti” come era stato troppo giovane per essere considerato parte della stagione resistenziale. Una sorta di latente senso di esclusione – sociale, politica, culturale – a cui reagire è tra le chiavi per comprendere la vicenda rossiana e il libro è parte di questa reazione provocata dalla necessità di trovare un ruolo. Prima della sua stesura avevano avuto questo stesso scopo i “ripescaggi” effettuati nella storia del moderno che mettevano in discussione le genealogie correnti, l’istituzione di affinità elettive che attraversavano la storia, il gusto della provocazione. Anch’essi sono il segno della volontà di scrivere un diario personale e generazionale, di costruire una propria storia dell’architettura, diversa da quella usata dalla generazione precedente. Riconsiderare Loos o Behrens attraverso le pagine di «Casabella», eleggere Boullée a maestro traducendone il testo ormai dimenticato, esaltare i grattacieli sovietici, il Karl Marx-Hof di Vienna o la Stalinallee di Berlino non è solo il frutto di uno snobismo culturale, indubbiamente presente in Rossi, o la voglia di épater le bourgeois ma l’affermazione della necessità di rimescolare le carte per uscire da una impasse culturale. Il materiale che Rossi elabora, negli scritti che porteranno al libro e nel libro stesso, era in gran parte già nell’aria, oggetto di discussioni, seminari, altre pubblicazioni: le prime analisi urbane, le riscoperte architettoniche, le passioni politiche e quelle intellettuali erano già patrimonio di molti. Ciò che costituisce una sua esclusiva capacità è fare di tutto ciò un paesaggio teorico, lo sfondo di una disciplina intesa in modo nuovo. Il suo apporto più importante consiste nel ricollocare idee, luoghi e personaggi ed istituire tra di essi nuove relazioni; ancor meglio, perfezionare le relazioni intuite e portarne alla luce di nuove corroborando il tutto con una autentica e personale passione per lo studio delle vicende umane che lasciano impronte nelle pietre e negli spazi delle città. Il suo libro mostra come sia possibile leggere le città con occhio diverso dal passato e trarre da ciò un piacere che è lontano dalla pedanteria degli specialisti e che già prelude allo sguardo poetico di quell’architetto “anomalo” che Rossi sarà negli anni successivi, impegnato in prima linea nell’opporsi alla banalità dell’esistente dopo averlo per anni fatto oggetto di studio.


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Ma se L’architettura della città rappresenta la sintesi di una stagione di discussioni, sarà a sua volta all’origine di altri percorsi. Alcuni, troppo diretti e “osservanti”, annulleranno presto la spinta vitale dell’insegnamento di Rossi segregandola nel chiuso delle aule universitarie, altri condurranno ad avventure librarie di non minore importanza per lo studio del rapporto tra architettura e città e resteranno fino ad oggi ineguagliati nella capacità di cambiare la prospettiva dello sguardo architettonico rispetto al fenomeno urbano. Learning from Las Vegas di Venturi, Scott Brown e Izenour, Collage City di Rowe e Kotter, e Delirious New York di Koolhaas escono, infatti, a pochi anni di distanza da L’architettura della città. I legami spesso non dichiarati ma evidenti che li tengono uniti potrebbero essere oggetto di ricerche specifiche, ma anche se non fossero percepiti una semplice lettura mostrerebbe come quei testi siano il risultato di un processo di costruzione teorica e di emancipazione professionale e generazionale non molto diverso da quello praticato dall’architetto milanese. Altre strade che si dipartono dal libro di Rossi portano a frammenti di teorie, a percorsi professionali imprevisti o al rinnovamento degli studi inerenti l’architettura in molte parti del mondo, conducendo anche ad una certa idea dell’architetto come sacerdote massimo della questione urbana che ebbe la sua apoteosi nell’epoca delle archistar, inaugurata, tra i primi, dallo stesso Rossi. In tempi di ripresa dell’attenzione sul post-modern forse tutto ciò tornerà di moda e se ne riparlerà, correndo il rischio di un’ennesima imbalsamazione. Non è questo che conta; ciò che conta è capire in che modo un libro – o, come piuttosto lo considerava il suo autore, il primo schizzo di una teoria – concepito per interpretare una città ben specifica come quella storica possa contenere strumenti per affrontare qualcosa che oggi torna ad apparirci come fondamentale: il rapporto tra l’architettura, l’uomo, e l’ambiente. E, nell’ambiente, le città, in cui sempre più l’umanità si concentra dentro a scenari in continua mutazione ma in cui, come costanti, ritornano questioni troppo presto date per chiuse.


1968 two years away. the architecture of the city and the conquest of intellectual freedom Alberto Ferlenga

The convergence of theoretical treatise and autobiographical narrative in a book written by a 30-year-old intellectual intent on carving out his place in the worlds of architecture and academia makes for a difficult interpretation of a complex work. In many ways, the task Aldo Rossi set himself in writing The Architecture of the City is like a geographer being asked to rename a world and re-describe landscapes after the collapse of previous theoretical assumptions. Interestingly, it is geographers such as Pierre Lavedan, Jean Tricart and Georges Chabot who make up a substantial part of the references contained in the book. An investigation of Rossi’s “undeclared” sources provides significant leads to other authors who, during the 20th century, and using different tools to a geographer’s, presaged in the city and in art the coming of a new physical and cultural landscape. Among these authors were Oswald Spengler and Hans Sedlmayr – unusual acquaintances for a militant communist of the mid1960s. Their writings were familiar to Rossi, who had referred to them in the pages of «Casabella». Without a doubt, it was the geographers and historians, more than the architects, who had seen in the modification of building lots or in the permanence of monuments the specificity of the urban phenomenon. Again, it is geographers, such as Jean Gottmann (whose research is cited in The Architecture of the City in support of the theory that expansion does not substantially alter the fact of “being urban”), who we must thank for an analysis of the transition from “metropolis” to “megalopolis”, which they worked on even as the process of transition was happening in some of the most intensively developed areas of the planet. The centrality and complexity of the urban state – which architects had grasped intuitively in the first part of the 20th century (Le Corbusier’s drawings, Hilberseimer’s perspectives and the projects by Behrens and Perret) but later considered only from a functional point of view – had, in the same century, also been addressed scientifically by geographers, anthropologists and sociologists. The latters’ rigorous analysis was in contrast to the prevailing architectural culture of the post-war years that, with the conclusion of the visionary period of the early 20th century, appeared all too committed to the conservation of rationalistic myths or the attainment of high professional standards. This context was another factor that made The Architecture of the City difficult to write before it was difficult to understand. In his field there were no role models for rigorous self-expression, so uncongenial to architects, or for the broadness of outlook that the situation required. The basis of the book was an ambitious project: to reconstruct a shattered Italian culture and to have a plan for architecture to play a



il fatto urbano e il frammento architettonico. note su alcune congetture della forma urbana 1963-1973 Roberto Damiani

Noi possiamo studiare la città da molti punti di vista: ma essa emerge in modo autonomo quando la consideriamo come dato ultimo, come costruzione, come architettura. Aldo Rossi, 1966 The city is a plan of tarmac with some red-hotspot of urban intensity Rem Koolhaas, 1969

Quando L’architettura della città viene pubblicata nel 1966 la città vive un momento di grande espansione incontrollata davanti alla quale lo stesso significato della parola sembrerebbe non avere più senso. Con il concetto di “fatto urbano”, Aldo Rossi propone la possibilità di ripensare alla “città come architettura”, nei termini di un’ecologia formale e spaziale tra parti diverse, proprio come alternativa architettonica alla condizione indeterminata di “paesaggio urbano”. Fin da subito il libro si configura come un vero e proprio “progetto di architettura” anche grazie a un’impostazione teorica che ridiscute in termini dialettici il rapporto tra analisi e progettazione, di cui il “fatto urbano” diventa la congettura più importante. Sullo sfondo c’è la lucida consapevolezza che nessun “sistema logico” può essere proposto in modo immediato all’architettura. Negli anni successivi le ipotesi presentate nel testo, che in realtà erano considerate dal suo autore come lo «schizzo di una fondata teoria urbana» piuttosto che alimentare una nuova ricerca sui fenomeni urbani diventano uno strumento critico per interpretare l’architettura di Aldo Rossi, dove i contenuti del testo sono letti come base per una “tendenza” nella progettazione. Alla conoscenza della città attraverso il “fatto urbano” si sostituisce progressivamente la ricerca personale dove la “parte” diventa “frammento” architettonico. La relazione tra teoria urbana e progettazione, introdotta dall’architettura di Rossi, diventa una maniera interpretativa a partire dalla quale, nel corso degli anni, si costruisce una “scuola”, di cui la Tendenza e la Triennale del 1973 rappresentano le manifestazioni più significative. La conseguenza di questa “circolarità” è un processo di lenta consunzione delle potenzialità del paradigma urbano-architettonico che rimarrà inespresso anche perché troppo legato alle sorti del suo autore. 1.

Teoria, analisi e progettazione

Con L’architettura della città Rossi sembra voler fornire un’idea diversa di “città come conoscenza”, mutuata da altre discipline scientifiche come la geografia o l’economia, capace di proiettare le singole scelte architettoniche nella dimensione della


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città vista come un’opera d’arte collettiva, oltre le ansie di una figurabilità che tende ad associare l’idea di qualità urbana ai soli caratteri estetici dell’edificio. L’ambizione scientifica del testo è confermata dal ripetersi delle parole “ipotesi”, “ricerca”, “studio” fin dall’introduzione ed è sostenuta dalla scelta abbastanza radicale di sospendere la progettazione, intesa nei suoi aspetti più compositivi, per presentare le architetture come “fatti” e non come progetti. Questa decisione ha lo scopo di ridiscutere criticamente il significato della progettazione in ambito urbano attraverso una reinterpretazione del rapporto tra teoria, analisi e progettazione, in cui il secondo termine compie una mediazione critica tra la tensione verso l’oggettività della teoria e la particolare, concreta, dimensione soggettiva dell’intervento. Attraverso l’ipotesi del “fatto urbano” Rossi mette a punto un dispositivo cognitivo capace di proporre una dialettica tra “analisi” e “progettazione” che premette la conoscenza dei fenomeni urbani all’intervento e raggiunge una sintesi ulteriore proprio come “teoria”, quando si pone come scelta rispetto a un’idea precisa di città. All’interno di una teoria dell’architettura, la teoria urbana si pone come “ricerca” piuttosto che come “soluzione”, capace di ridiscutere ogni volta le premesse e i fini, tra conoscenza e intervento, oltre l’idea di trattato – Vitruvio – e contro il “metodo” moderno cui si ispirava nel suo insegnamento E.N. Rogers. 2.

La “città per parti”

Come ha chiarito Bernard Huet, L’architettura della città rappresenta la sintesi di una ricerca sulla città – e la sua teorizzazione – in cui le ipotesi prendono forma molti anni prima nell’esperienza di «Casabella Continuità» e nell’insegnamento universitario. I due lavori Aspetti e problemi della tipologia edilizia e La formazione del concetto di tipologia edilizia, cui Rossi partecipa mentre è assistente presso lo IUAV nel biennio 1963-1965, aiutano a chiarire la dialettica tra l’analisi e la progettazione. Rispetto all’interesse di Costantino Dardi e Carlo Aymonino di legare l’analisi tipologica alla progettazione architettonica in merito ai nuovi contenitori terziari e culturali, nel suo breve testo Considerazioni sulla morfologia urbana e la tipologia edilizia Aldo Rossi pone le premesse di un’analisi tipologica dell’architettura come fattore determinante della morfologia urbana. La città vista come “struttura spaziale” si pone come paradigma conoscitivo di una lettura del fenomeno urbano finora analizzata solo come risultato di sistemi funzionali, economici o politici. Gli studi condotti allo IUAV rappresentano l’inizio di una fase di conoscenza dei “fatti urbani” che può essere vista come alternativa agli esperimenti didattici sulla “nuova dimensione” portati avanti negli stessi anni alla Sapienza di Roma. La riflessione romana sviluppata da Carlo Aymonino e Manfredo Tafuri e definita come “città-territorio” postula la megastruttura del centro direzionale come l’unica capace di intercettare la nuova scala della città e porsi come antipolo del centro di Roma. La revisione critica delle due grandi ipotesi architettoniche del pensiero utopista (Fourier e Howard), da un lato porta all’idea più realista di un “progetto sulla città”, dall’altro non impedisce di pensare l’architettura come modello sociale che si sovrappone all’esistente attraverso una struttura unica, anche se aperta e modificabile nel tempo. L’architettura alla scala dell’intera città in termini di dimensione fisica rischia di raggiungere una continuità funzionale attraverso una grande infrastruttura al prezzo di una


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reale discontinuità, incolmabile rispetto alla dispersione urbana della zona di Centocelle. Al contrario del progetto di Kahn per Philadelphia, nessuna densità, in questo modo, è più raggiungibile. Attraverso i lavori degli studenti Rossi cerca di contrapporre la conoscenza dei fatti alla soluzione del progetto: la dimensione e la localizzazione dell’intervento è legata alla definizione dell’area-studio come “fatto urbano”, che determina la dimensione del campo in base ad una dialettica più formale che economica, influenzata più dalle permanenze che dalla mobilità dei trasporti. Nelle tesine degli studenti il confronto tra il Plano Piloto (1957), l’espansione murattiana a Bari (1813) e il piano di William Penn per Philadelphia (1682) dà l’opportunità di analizzare la forma della città attraverso esperienze concrete, definite storicamente, accomunate dal piano costruito su una griglia che individua una topografia urbana di edifici ed elementi naturali. La dimensione del campo definito dal “quartiere” stabilisce attraverso la singolarità dell’architettura un’immagine della città fatta di parti definite e continue al loro interno; così facendo pone il tema del “limite” e del “centro” in opposizione a una crescente idea di “città come infrastruttura”. 3.

Il gruppo di ricerca e la crisi dell’oggettività

Dopo la pubblicazione di L’architettura della città, la ricerca di Aldo Rossi si sposta verso una verifica dei rapporti tra la scienza urbana e la progettazione nei termini che lui stesso definisce come scelta di “tendenza”. La riforma dell’università iniziata nel 1964 arriva, dopo la contestazione del ’68, a un periodo di transizione che durerà fino al 1971, e organizzata sulla nuova impostazione dei gruppi di “ricerca”. Fin dall’inizio della “sperimentazione”, il gruppo coordinato da Rossi si configura dichiaratamente come gruppo di “tendenza”. Le ipotesi della teoria urbana presentate in L’architettura della città sono applicate al progetto di una “Milano per parti”, all’interno di un programma di ricerca più ampio sulla città lombarda che comprende anche Pavia e Alessandria. L’analisi della città, come sostiene lo stesso Rossi, è strutturata per mettere in evidenza due grandi temi: il “monumento” e “l’idea della città per progetti”. Dalla scelta delle parti, interne alle mura borboniche, la ricerca si configura come una “città analoga” alla Milano in espansione. All’assenza di una struttura spaziale della periferia il gruppo di ricerca contrappone la dialettica tra gli elementi primari e la residenza individuata attraverso le grandi permanenze del duomo, dell’ospedale di Filarete e della basilica di San Lorenzo. I casi studio mirano a dimostrare come la scala urbana non è definibile considerando sempre l’intera città ma si costituisce ogni volta in base alla dimensione del campo dell’area studio dove l’individualità di una parte stabilisce il suo carattere anche come alternativa rispetto alla città. L’analisi del progetto del duomo di Milano di Vincenzo Seregni (1534) mostra il passaggio storico dai piccoli spazi della basilica medievale al grande “vuoto” della piazza moderna che si proietta sull’intera dimensione della città viscontea, diversamente dalla dimensione della dialettica tra le chiese e le abitazioni gotiche che articola le parti di accesso alla città da Porta Ticinese e da Porta Tenaglia. Ma le tesi di laurea anticipano i rischi di costringere i principi di L’architettura della città nella ricerca personale di Aldo Rossi. Il progetto per Porta Ticinese si so-


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Due paradigmi per la città contemporanea: la “città come architettura” e la “città come paesaggio” 1. Aldo Rossi, Schizzo per il Cimitero di Modena, 1971-1984 (© Eredi Aldo Rossi, da Aldo Rossi Building and Projects, Rizzoli, New York 1985) 2. Rem Koolhaas - OMA, Concorso per il Parco de la Villette, Parigi, 1982-1983 (da The Landscape Urbanism Reader, Princeton Architectural Press, New York 2006)

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La soluzione Megastrutturale 3. C. Antonioli, B. Berardi, M. Cocco, S. Groppo, G. di Salvo, C. Ettorre, A. Sebasti, F. Tegolini, M. Luisa Tondi, G. Tonelli, progetto per il Centro Direzionale di Centocelle, Roma (da La città territorio,Leonardo Da Vinci, Bari 1964) 4. Studio AUA, La Città Territorio. Verso Una Nuova Dimensione, «Casabella Continuità», 270, 1962

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Il concetto di parte: teoria urbana e Progettazione 5. Aldo Rossi, Architettura analitica (© Eredi Aldo Rossi / Getty Research Institute, Los Angeles, da A. Rossi, I quaderni azzurri. 1968-1992, ed. anast. a cura di F. Dal Co, Electa, Milano 1999, Quaderno 7) 6. Aldo Rossi, Mappe dell’Area Studio (© Eredi Aldo Rossi, da Contributo al problema dei rapporti tra tipologia edilizia e morfologia urbana: esame di un’area di studio di Milano con particolare attenzione alle tipologie edilizie prodotte da interventi privati, ILSES, Milano 1964)

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La “città sulla città” 7. In alto a sinistra: Le Corbusier, Plan Voisin, Parigi 1925; al centro George Candilis, Alexis Josic, Shadrach Woods, Bonne Nouvelle, 1967, progetto per Parigi; a destra M. Fortis, E. Levi Montalcini, P. Marzoli, D. Vitale, J. Charters, A. di Marco, Intervento nella zona di Porta Ticinese, progetto di laurea, relatore Aldo Rossi 1969 8. Aldo Rossi, Le Due Città (1975) (© Eredi Aldo Rossi / Getty Research Institute, Los Angeles, da A. Rossi, I quaderni azzurri. 1968-1992, ed. anast. a cura di F. Dal Co, Electa, Milano 1999, Quaderno 15

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autonomia dell’architettura e dispositivi critici. per una genealogia di figli unici Francesca Belloni

Nessuno sa che la peculiarità del linguaggio è proprio quella di preoccuparsi solo di se stesso. Perciò esso è un mistero così portentoso e fecondo, se infatti si parla solo per parlare allora si pronunciano le verità più splendide e originali. Se invece si vuol parlare di qualcosa di determinato, allora il linguaggio, questo spiritoso, ci fa dire le cose più ridicole e insensate... Potessimo far capire alla gente che per il linguaggio accade lo stesso che per le formule matematiche. Costituiscono un mondo a sé, giocano solo con sé stesse, non esprimono altro che la loro meravigliosa natura e proprio perciò sono così espressive, proprio perciò vi si rispecchia l’insolito gioco dei rapporti tra le cose... soltanto nel loro libero moto si manifesta l’anima del mondo. Novalis, Monologo, 1798-17991

Il presente contributo indaga il lascito di L’architettura della città nel tentativo di istituire un confronto, certamente parziale e tendenzioso, tra il primo Rossi e certe esperienze successive di Peter Eisenman (dalle Houses al progetto per Cannaregio) e di Bernard Tschumi (da The Manhattan Transcripts al Parc de La Villette). Il riferimento diretto a Novalis e in particolare al rapporto che la poesia istituisce con il linguaggio consente di legare questo tema a quello dell’autonomia dell’architettura, marcando la corrispondenza spirituale di Novalis con il Surrealismo e, per via indiretta, con Aldo Rossi. Se per Novalis il linguaggio poetico assume come oggetto se stesso e la poesia diventa un momento di autoriflessione del linguaggio, una sorta di rispecchiamento della lingua e del suo statuto autonomo rispetto alla corrente costruzione semantica e semiotica2, allo stesso modo si potrebbe dire per l’architettura a proposito della sua reiterata petizione di autonomia, in contrasto con le interpretazioni di matrice semantica che vorrebbero far prevalere il valore simbolico delle forme. È forse superfluo ricordare che qualunque genere di indagine su L’architettura della città, proprio in quanto momento fondamentale nella costruzione di una teoria della progettazione, non può prescindere dagli specifici nessi che il libro istituisce non solo con i progetti del Rossi degli anni Sessanta e Settanta, ma con la sua intera produzione teorica e progettuale. In particolare il tema dell’autonomia dell’architettura e la questione delle “possibilità di autonomia della scienza urbana” – affrontata da Rossi, seppur non apertamente, fin dai primi saggi sulla «Casabella» di Rogers a partire dal 1955 – sembrano aver prodotto, alla luce delle tendenze architettoniche contemporanee, risultati apparentemente distanti dalle premesse originarie, ma che in realtà sono frutto delle estreme conseguenze della tesi autonomista3. Svolta logicamente la tesi autonomista apre alla questione della contingenza della forma; cioè al fatto che la forma pone sempre il problema della propria necessità. Tale aspetto assume un peso rilevante in architettura rispetto alle altre arti e si pone a fondamento della lettura rossiana della “città come manufatto”.


francesca belloni

1. Aldo Rossi, Giorgio Grassi, Quartiere San Rocco, Monza, 1966. 2. Peter Eisenman, House III, 1969-1971. 3. Bernard Tschumi, The Manhattan Transcripts, 1976-1981.

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autonomia dell’architettura e dispositivi critici

4. Aldo Rossi, L’Architecture Assassinée. A Manfredo Tafuri, 1975 (© Eredi Aldo Rossi, stampa tratta da Aldo Rossi in America, 1976 to 1979, prefazione di P. Eisenman, Institute for Architecture and Urban Studies, New York 1979) 5. Aldo Rossi, Architettura domestica, 1974 (disegno tratto da Autonomous Architecture, «The Harward Architecture Rewiew», 3, 1984, numero monografico per il quindicesimo anniversario della pubblicazione del libro di Aldo Rossi) 4. Aldo Rossi, L’Architecture Assassinée. A Manfredo Tafuri, 1975 (© Eredi Aldo Rossi, print published in Aldo Rossi in America, 1976 to 1979, introduction by P. Eisenman, Institute for Architecture and Urban Studies, New York 1979) 5. Aldo Rossi, Architettura domestica, 1974 (drawing published in Autonomous Architecture, «The Harward Architecture Rewiew», 3, 1984, monographic issue for the 15th anniversary Aldo Rossi book publication)

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ISBN ----

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