I patriarchi di Venezia e l'architettura. La cattedrale di San Pietro di Castello nel Rinascimento

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Gianmario Guidarelli

I PATRIARCHI DI VENEZIA E L’ARCHITETTURA La cattedrale di San Pietro di Castello nel Rinascimento

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ILPOLIGRAFO



saggi iuav collana di ateneo 5



Gianmario Guidarelli

I patriarchi di venezia e l’architettura La cattedrale di San Pietro di Castello nel Rinascimento

ilpoligrafo


Comitato scientifico per le iniziative editoriali dell’Università Iuav di Venezia Guido Zucconi (presidente), Andrea Benedetti, Renato Bocchi Serena Maffioletti, Raimonda Riccini, Davide Rocchesso, Luciano Vettoretto I volumi della collana Iuav - Il Poligrafo sono finanziati o cofinanziati dall’Ateneo I volumi della collana sono soggetti a peer review

Questo volume è cofinanziato dalla Fondazione Studium Generale Marcianum di Venezia

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indice

9 Introduzione

15 i. la prima urbanizzazione dell’isola e il complesso episcopale di olivolo nel medioevo. secoli viii-xiv

15 1. L’isola di Olivolo 19 2. La cattedrale medievale 43 3. La costruzione del complesso episcopale

59 ii. la fondazione del patriarcato di venezia e la monumentalizzazione del complesso patriarcale. 1451-1524

60 1. La fondazione del patriarcato di Venezia. 1451 68 2. Maffeo Gerardo, Mauro Codussi e la costruzione del campanile 79 3. Tommaso Donà, Antonio Contarini e la riforma

105 iii. la facciata, il campo e la citt. 1534-1596 106 1. L’intervento del Consiglio dei Dieci nel 1534 110 2. Vincenzo Diedo, Andrea Palladio e la facciata

di San Pietro di Castello

121 3. Lorenzo Priuli e l’architettura della Controriforma a Venezia:

degli spazi sacri della cattedrale (1492-1524)

politica sepolcrale e decorum

145 4. Liturgia patriarcale: spazio sacro e processioni urbane

153 iv. giovanni tiepolo e la ricostruzione della cattedrale. 1621-1630

154 1. La ricostruzione della cattedrale 185 2. Il punto di equilibrio: la canonizzazione di Lorenzo Giustiniani

e la costruzione di un santuario di Stato nel presbiterio


197

appendici

199 199 220 239 248

1. Mauro Codussi e la costruzione del campanile (1478-1590) 2. La chiesa di San Pietro di Castello nel XVI secolo 3. La ricostruzione del XVII secolo 4. La liturgia patriarcale

251

bibliografia

277

abstract

283

Indice dei nomi

291

Indice dei luoghi

documenti


i patriarchi di venezia e l’architettura


Abbreviazioni ASVat

Archivio Segreto Vaticano Archivio di Stato di Venezia ASPVe Archivio Storico del Patriarcato di Venezia BCMCVe Biblioteca del Civico Museo Correr, Venezia BNMVe Biblioteca Nazionale Marciana, Venezia BSPVe Biblioteca del Seminario Patriarcale di Venezia ASVe


introduzione

Nous avons une impuissance de prouver, invincible à tout le dogmatisme. Nous avons une idée de la vérité, invincible à tout le pyrrhonisme. Blaise Pascal, Pensées, 406; b 395

La storia dell’architettura del Rinascimento veneziano, nella sua lunga e articolata tradizione di studi, ha fatto luce, soprattutto negli ultimi decenni, sull’intreccio tra architettura, moventi culturali e spirituali, politiche della gestione urbana, politica sociale ed economica. In un quadro così legato al cruciale e sensibilissimo rapporto tra tradizione e innovazione, il ruolo della committenza, con la sua differenziata cultura figurativa e le diverse aspettative attribuite alle imprese artistiche, diventa un contesto di studi obbligato per indagare la complessità del contesto veneziano. Lo studio delle specifiche committenze si è dispiegato su tutto l’arco della società e della cultura veneziana: dal mecenatismo pubblico a quello delle famiglie patrizie, dal ruolo delle confraternite (scuole piccole e scuole grandi) a quello delle parrocchie, fino ai conventi e ai monasteri della città. In questo quadro, è rimasto ai margini il problema storiografico della committenza patriarcale in quanto parte attiva del più generale sistema architettonico del Rinascimento veneziano. Nonostante studi specifici che hanno fatto luce sulle singole figure di patriarchi (Vincenzo Diedo, Lorenzo Priuli e Giovanni Tiepolo soprattutto) non esiste ancora un filone di ricerca che si sia interrogato sulla eventuale esistenza di dinamiche coerenti tra le diverse personalità che nel corso del XV-XVI secolo hanno

 Foscari 2010; Guerra 2010; Guerra 2008; Cooper 2005; Guerra 2002; Tafuri 1994; Furlan 1981; Sabbadin 1986.


introduzione



assunto la guida del patriarcato di Venezia. Questo studio si propone di riempire questi vuoti con delle domande. Il campo di elezione per indagare sulla cultura e sulla committenza architettonica dei patriarchi veneziani è l’isola di San Pietro di Castello: dall’VIII al XVIII secolo la residenza prima episcopale poi patriarcale si trasforma progressivamente in un complesso monumentale formato da un sistema di edifici (cattedrale, palazzo patriarcale, battistero, campanile, complessi residenziali per i canonici), di spazi urbani (il campo, il giardino patriarcale, la vigna) e di infrastrutture (canali e ponti). Tutti questi elementi architettonici soltanto nel corso dei secoli diventano parte di un sistema urbano coerente, grazie a una strategia perseguita dai vescovi di Castello e poi dei patriarchi di Venezia che ha nella definizione di una peculiare liturgia patriarcale il più visibile e simbolico elemento di connessione. È per questo che episodi eccezionali di questo processo di monumentalizzazione della sede patriarcale, come la costruzione del campanile di Mauro Codussi e la facciata costruita da Francesco Smeraldi seguendo in parte il progetto di Andrea Palladio, non possono più essere studiati in modo isolato, senza interrogarli sullo sfondo di una ipotesi storiografica che mira a verificare una continuità di intenti. D’altronde, quando la formazione della sede patriarcale di San Pietro di Castello è stata indagata interrogandosi sulla eventuale esistenza di un filo rosso che lega interventi apparentemente isolati in un contesto di longue durée, i diversi paradigmi interpretativi si sono concentrati di volta in volta sul tema della marginalizzazione dell’isola rispetto alla formazione della città, e sulla lettura di una secolare competizione con il polo civico-rituale di San Marco; entrambi, secondo me, sono aspetti di un fenomeno più vasto e articolato, che vede patriarcato e patriziato veneziano intrecciare i loro interessi in una complessa dinamica che si sviluppa soprattutto tra XV e XVII secolo.

Marina, 2011a; Cooper 2005; Amendolagine 1993; Cattaneo 1880-1893.


introduzione 

Questo studio si propone di interrogarsi sul senso e sulla modalità delle trasformazioni che gli spazi sacri della cattedrale romanica e dell’insula episcopale hanno subito con la fondazione del Patriarcato di Venezia, nel 1451. Per cercare di rispondere a questi quesiti, è necessario prima di tutto misurare il grado di discontinuità che questo evento ha costituito nella percezione da parte dei patriarchi di una sede che potesse visualizzare la nuova dignità di centro di una diocesi metropolitana; e questo nel contesto di un insieme di edifici e spazi urbani, che anche prima del XV secolo si era costituito come un unico, organico e monumentale complesso episcopale degno di competere con analoghi insediamenti di Terraferma come Padova, Verona e Treviso. Le trasformazioni innescate dalla erezione di una semplice cattedrale suffraganea a sede di una delle più antiche istituzioni ecclesiastiche dell’Italia nord orientale avvengono apparentemente senza continuità, almeno cronologica, dispiegandosi nel corso di più di due secoli con momenti alternativamente di grande fervore costruttivo e di lunghe stasi. In questa complessa vicenda, la discontinuità è legata soprattutto al diverso ruolo dei singoli patriarchi le cui differenti strategie come committenti di architettura devono essere indagate di volta in volta rispetto alla loro peculiare azione pastorale, al contesto storico-culturale in cui operano e alla loro stessa cultura architettonica. Eppure, nonostante la discontinuità della loro azione, la eterogeneità dei singoli risultati e le differenti linee di sviluppo della loro azione di committenza, penso che sia possibile individuare una linea comune, che come un fiume carsico appare e scompare continuamente, che interagisce su vari piani in modo talmente dialettico con l’autorità statale da imporre uno sguardo molto più flessibile e antidogmatico di quello troppo spesso assunto dalla storiografia. Se esiste un programma di formazione della sede patriarcale di Castello, la continuità e la coerenza della sua attuazione sono il risultato corale e sul lungo periodo di una serie di personalità e di diverse istituzioni ecclesiastiche, di poteri statali e di famiglie patrizie che di volta in volta intervengono sulle decisioni architettoniche e di gestione dello spazio sacro della cattedrale. Una trama di istanze, interessi e culture, che trova nella costruzione della


introduzione



cattedrale nel 1621-1630 e nella definizione del “culto di Stato” di san Lorenzo Giustiniani nel 1690 la doppia visualizzazione architettonica di un equilibrio precario e sempre in movimento, tra accelerazioni improvvise e lunghe pause. La ricerca di cui questo libro è esito editoriale è stata resa possibile da un assegno di ricerca biennale presso l’Università degli Studi di Padova (Dipartimento di Ingegneria civile, edile e ambientale) e da un contratto di ricerca presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “San Lorenzo Giustiniani” e presso la Fondazione Studium Generale Marcianum, che ne ha anche cofinanziato la pubblicazione. Alcuni risultati sono già stati pubblicati in tre saggi e sono stati sottoposti alla discussione nel corso di un seminario da me tenuto presso la Scuola Normale Superiore di Pisa nel giugno 2011 ed esposti in un paper presentato nel marzo 2014 al 60th Annual Meeting of the Renaissance Society of America (sessione “Sacred Space in the italian church interior II: Venice and Rome”): ringrazio tutti coloro che in queste occasioni mi hanno dato suggerimenti e spunti di riflessione, in particolare Howard Burns, Mauro Mussolin e Joanna Allen. L’approccio metodologico che ho potuto perfezionare nel corso della ricerca risente profondamente delle esperienze maturate rispettivamente nel campo delle Digital Humanities con la partecipazione al progetto “Visualizing Venice”, e nell’ambito degli studi interdisciplinari sul tema degli spazi sacri con il progetto “Chiese di Venezia. Nuove prospettive di ricerca”: ringrazio per questo tutti i colleghi con cui, in questi contesti, mi sono confrontato nel corso degli anni e soprattutto Caroline Bruzelius, Donatella Calabi, Andrea Giordano e Fabio Tonizzi. Un esercito di amici e colleghi mi ha fornito costante supporto e preziosi consigli, aiutandomi a districare molti e svariati problemi guardandoli sempre da punti di vista per me inattesi: ringrazio per questo soprattutto Michela Agazzi, Xavier Barral I Altet, Ester Brunet, Ennio Concina, Tracy Cooper, Patricia Fortini Brown, Martina Frank, Andrew Hopkins, Elisabetta Molteni, Manuela Morresi, Andrea Guerra, Deborah

Guidarelli 2013; Guidarelli 2014a; Guidarelli 2014b.


introduzione 

Howard, Giuliana Mazzi, Chiara Paone, Damiana Paternò, Mario Piana, Diego Sartorelli, Luca Scappin, Richard Schofield, Jacopo Tiso, Carlo Tosco, Elena Svalduz, Stefano Zaggia, Maria Francesca Tiepolo, Giovanna Valenzano e Deborah Walberg. Grazie a Rita Deiana del Dipartimento di Beni Culturali dell’Università degli Studi di Padova ho potuto usufruire dei risultati della indagine georadar sul pavimento della chiesa; grazie a Marco Pedron, Elisa Bastianello, Alina Surduleasa e Anca Neculoiu che hanno fornito il modello digitale del complesso medievale e i relativi rendering; grazie anche al laboratorio di fotogrammetria dell’Università Iuav di Venezia, che nelle persone di Francesco Guerra, Caterina Balletti e Paolo Vernier mi hanno fornito il rilievo fotogrammetrico della facciata di San Pietro di Castello. Un ringraziamento anche a tutti coloro che hanno agevolato le mie ricerche in archivio, in particolare Davide Trivellato dell’Archivio Storico Patriarcale di Venezia, Franco Rossi e Alessandra Schiavon dell’Archivio di Stato di Venezia, Maria Grazia Fumo e Annalisa Bristot della Soprintendenza ai Beni Architettonici di Venezia e Laguna e al geometra Paolo Vianello dell’archivio dell’Ufficio Beni Culturali del Patriarcato di Venezia. Un ringraziamento particolare anche a tutti coloro che mi hanno agevolato nell’accesso alla chiesa di San Pietro di Castello: a Gianmatteo Caputo e Irene Galifi dell’Ufficio Pastorale per il Turismo del Patriarcato di Venezia, ai funzionari di Chorus (in particolare Andrea Busta), a don Narciso Belfiore SDB, parroco della chiesa, e al signor Bruno Tomasini.



ii. la fondazione del patriarcato di venezia e la monumentalizzazione del complesso patriarcale. 1451-1524

Nel corso del XIV secolo, le vicende ecclesiastiche veneziane delineano un complesso panorama di poteri, interessi e sfere di influenza spesso sovrapposti e in conflitto. Ancora più che nel secolo precedente, le tre massime autorità religiose della città, patriarca di Grado, primicerio di San Marco e vescovo di Castello, sono in un continuo stato di conflitto per rivendicare la propria autorità in termini, di volta in volta, di giurisdizioni su singole chiese, particolari privilegi o immunità. Il quadro è reso ancora più complesso dalla crescente influenza religiosa (e sociale) degli ordini mendicanti e, soprattutto, dal rapporto tra Stato e Chiesa, che nella prima metà del secolo conosce una mutazione che avrà importanti e durature conseguenze. In particolare, la sempre più frequente presenza di canonici del Capitolo della cattedrale di Castello nelle celebrazioni a San Marco è un segno della volontà da parte del patriziato di coinvolgere il clero secolare nelle funzioni della chiesa di Stato, subordinandolo però alla giurisdizione del primicerio, e quindi del doge. In questo senso, la delibera del Senato del 27 agosto 1336 che avoca a sé la nomina del vescovo di Castello, più che una norma di sottomissione della Chiesa allo Stato, appare come la formalizzazione di un legame tra élites civili ed ecclesiastiche veneziane, che, tra l’altro, è particolarmente evidente nell’interesse da parte di alcune famiglie patrizie alla carica vescovile castellana, ancora di più che per la dignità patriarcale gradense. Se è vero, infatti, che nel Trecento soltanto quattro su quattordici patriarchi di Grado 

Rigon 1997, p. 937.


capitolo secondo



provengono dalla nobiltà veneziana, tra i vescovi di Castello (otto nobili su dodici) la proporzione è invertita. Questa osmosi tra sfera religiosa e civile, segnata da grandi famiglie patrizie (come i Dolfin, i Morosini, i Foscari, i Correr, i Loredan, i Falier, i Bembo) e questo precario equilibrio tra poteri non vennero incrinati neanche dalle ripetute vertenze sulle decime mortuarie, che costituivano l’unica fonte di reddito della curia castellana, ma che, soprattutto nel caso della peste del 1347-1348, rischiavano di far passare all’episcopato gran parte della ricchezza privata dei veneziani. In questo modo, tra contrastanti rivendicazioni, conflitti di poteri e sovrapposizioni, la crescita dell’influenza e del prestigio della carica episcopale di Castello, insieme alla perdita di autorità del patriarca di Grado, portarono un secolo dopo alla nascita del patriarcato di Venezia. 1. La fondazione del patriarcato di Venezia. 1451 Con la bolla Regis aeterni dell’8 ottobre 1451, il papa Niccolò V decretò la estinzione del patriarcato di Grado e il passaggio del titolo metropolitano alla diocesi di Venezia. Già da secoli il titolo patriarcale, anche nominalmente, tendeva a confondersi con quello di Venezia, ma è soprattutto in nome di motivi demografici (la “populi moltitudo” di una città di più di 200.000 abitanti), politici (la “magnitudo illius domini” dopo la formazione dello Stato da Terra nel corso del XV secolo) e rappresentativi che il papa decide di insignire Venezia del titolo patriarcale. La fondazione del patriarcato di Venezia innescò una serie di dinamiche che investirono anche la basilica di San Marco nel ruolo che fino ad allora aveva avuto come principale chiesa della città. Infatti, allo spostamento nominale della sede patriarcale da Grado a Venezia il doge rispose, probabilmente proprio nel 1451, con la traslazione fisica della cattedra cosiddetta di San Marco dalla chiesa patriarcale gradense di Santa Eufemia alla basilica

 

Rigon 1997, pp. 935-942. Bullarum 1857-1872, 5, pp. 107-109.


la monumentalizzazione del complesso patriarcale



palatina. La dignità quasi episcopale del primicerio acquistava così, proprio nel momento della sua più delicata messa in discussione, una ulteriore giustificazione dalla presenza dell’evangelista nella sua specie di reliquia, deliberatamente ed esplicitamente contrapposta all’altra cattedra, quella di Pietro, conservata nella chiesa che da cattedrale era appena stata elevata al ruolo di sede patriarcale. In questo modo, il confronto a distanza tra il vescovo di Castello (poi patriarca) e il primicerio, attivo, come abbiamo visto, fin dal XIII secolo, continuò a essere reso visibile dalle stesse campagne edilizie che tra XV e XVI secolo avrebbero trasformato radicalmente da una parte l’area marciana, dall’altra la sede patriarcale. Questo processo, reso ancora più significativo dall’interesse per le famiglie patrizie alla carica castellana, che era cresciuto nel corso del secolo precedente, aveva assunto una efficace immagine architettonica nella cappella costruita come proprio luogo di sepoltura da Marco Lando. Appartenente a una delle più antiche famiglie patrizie, il vescovo veneziano era fratello del cardinale Francesco e, una volta eletto nel 1417, si adoperò soprattutto per migliorare la disciplina del clero nel sinodo appositamente convocato nel 1420. In campo architettonico, oltre a una completa ristrutturazione del tetto della cattedrale, Lando affidò la propria memoria a una cappella sepolcrale, che i propri esecutori testamentari (i procuratori di San Marco de citra) avrebbero dovuto costruire sul fronte settentrionale della chiesa, verso l’area destinata a camposanto. La cappella, dedicata a Tutti i Santi, è un vano quadrato coperto da una volta a crociera (figg. 24, 25) e originariamente comunicante

 Sulla cosiddetta “cattedra di San Marco”, cfr. Grabar 1954; Dorigo 1989; Tavano 2000. Sull’analogia del significato delle due cattedre, Modesti 2006.  Su Marco Lando, Corner 1749, decas XVI-2, p. 132; Orsoni 1828, pp. 154-156; Piva 1960, II, pp. 244-245.  Pelliccioli di Poli 1960.  «Ecclesiae Cathedralis tectum magna ex parte propriis sumptibus restituisse, & sacellum Omnium Sanctorum in ea erexisse, atque alia ad utilitatem...», Corner 1749, decas XVI-2, p. 132.  Sulla cappella Lando si vedano Perniceni 2001-2002, Markham Schulz 2008 e BCMCVe, ms. Cicogna 2158.


capitolo secondo

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con la navata laterale sinistra grazie a un’apertura ad archivolto (fig. 26) decorato nell’intradosso da un affresco con temi floreali, ancora oggi ben visibile (fig. 27). Le panche in pietra d’Istria, che corrono lungo tutte le pareti, sottolineano il carattere funerario della cappella, il cui centro focale è la lapide marmorea al centro del pavimento. Il recente restauro ha restituito l’originale policromia, data dal contrasto tra la pietra d’Istria (usata per peducci, cornici e basi) e il laterizio (per i costoloni della volta e le cornici delle finestre). Nella seconda metà del XVI secolo, il discendente Girolamo Lando si attivò per il suo completamento, dato che «la [...] capella non fu mai interamente perfezionata, et ornata, anzi disfatta per la nuova fabbrica di essa chiesa». Il rifacimento cui si fa cenno è quello impostato nel secondo decennio del XVI secolo dal patriarca Antonio Contarini, che, come esito della costruzione della cappella della Croce, aveva comportato anche lo spostamento della porta di accesso al camposanto. È dunque a Girolamo Lando (1520-1565) che si deve il completamento della cappella con la sistemazione della lastra tombale e, forse, anche l’allestimento del mosaico (fig. 28). L’esempio di Marco Lando non venne seguito da Lorenzo Giustiniani, il primo vescovo di Castello ad assumere la carica patriarcale. Costui, infatti, durante i trentatré anni di episcopato (di cui quattro da patriarca) si concentrò soprattutto sulla disciplina del clero (celebrò a tal fine un sinodo) e (per usare un’espressione di Giorgio Cracco) sulla «tutela della ortodossia» in senso evangelico, attuata grazie a una poderosa produzione teologica e a un’attenzione per la predicazione che ne fanno uno dei più interessanti riformatori della Chiesa italiana del XV secolo. 

Michalsky 2005.

 ASVe, Procuratori di San Marco de citra, Commissarie, n. 66; cit. da Perni-

ceni 2001-2002, pp. 9-10.  Vedi infra, cap. IV.  Barral 1985. Sui restauri della cappella si veda Kryza-Gersch 2001.  Su Lorenzo Giustiniani vescovo e patriarca, Piva 1951; Piva 1960, II, pp. 246-250; Tramontin 1963; Niero 1976; Tramontin 1983; Tramontin 1989; Tonizzi c.s.  Cracco 1983, p. 128.


la monumentalizzazione del complesso patriarcale



Uno dei principali impegni assunti da Giustiniani a partire dal 1451 era quello di dare dignità a un ruolo di patriarca che non fosse solo il risultato di un passaggio formale dal titolo gradense, ormai desueto, a quello veneziano. La scelta stessa di fissare a Castello la sede patriarcale è sicuramente il segno di una continuità, densa di significati indentitari, con la figura del vescovo della città, ma è anche, secondo me, il sintomo della volontà di continuare la politica dei suoi predecessori castellani di fare del complesso di Olivolo il polo religioso della città. La marginalizzazione della nuova sede patriarcale, allora, non sarebbe soltanto l’esito di quella politica urbana complessiva, attuata soprattutto nel XV secolo, di definire centri e periferie della città, con le rispettive, ben distinte funzioni (Elizabeth Crouzet Pavan parla di zonizzazione a tal proposito), ma sarebbe avvenuta in realtà con il concorso stesso del patriarcato, che come nuova, più autorevole, istituzione ecclesiastica avrebbe avuto soltanto vantaggi a essere associata a una sede certamente isolata, ma al centro di una porzione di città ben controllata dal punto di vista della proprietà fondiaria e anche della immagine urbana, monopolizzata in quel lembo di città dalla grandiosa mole della cattedrale romanica. Nel momento, quindi, in cui si insedia il primo patriarca di Venezia, l’architettura, prima di tutto nel suo intreccio con lo spazio urbano, viene coinvolta in un processo di costruzione identitaria basata sulle memorie episcopali; e questo avviene senza determinare eccessivi traumi nei rapporti con l’autorità statale, in quanto programma coerente e in equilibrio con la politica urbana da essa impostata già da diverse generazioni. Dunque, nonostante la sostanziale inattività in campo edilizio, sottolineata nella biografia compilata dal nipote Bernardo, Lorenzo Giustiniani è il primo che imposta una strategia, che pur essendo soltanto abbozzata nel poco tempo concesso al suo mandato, verrà raccolta dai suoi successori, i quali la tradurranno in un vero e proprio processo di monumentalizzazione del

 

Crouzet-Pavan 1992, pp. 741 ss. Giustiniani 1712, pp. 107-108; Marina 2011a, p. 377, nota 66.


capitolo secondo

ďœśďœ´

24. San Pietro di Castello, cappella Lando, planimetria 25. San Pietro di Castello, cappella Lando, sezione trasversale (Soprintendenza BAV, archivio fotografico)


la monumentalizzazione del complesso patriarcale

26. San Pietro di Castello, cappella Lando, apertura tamponata di comunicazione con la chiesa

ďœśďœľ


capitolo secondo

27. San Pietro di Castello, cappella Lando, l’arco originario di collegamento con la chiesa e la volta a crociera

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la monumentalizzazione del complesso patriarcale

28. San Pietro di Castello, cappella Lando, veduta verso l’altare

ďœśďœˇ


capitolo terzo

39. Andrea Palladio, progetto per la facciata di San Pietro di Castello, ipotesi di Manfredo Tafuri (da Tafuri 1994)




la facciata, il campo e la citt



40. Andrea Palladio, facciata di San Francesco della Vigna, 1560 41. Andrea Palladio, facciata della chiesa del Redentore, 1576 (da Borgherini, Guerra, Modesti 2010)


capitolo terzo




la facciata, il campo e la citt



nella pagina a fianco 45. San Pietro di Castello, rilievo della facciata (da Borgherini, Guerra, Modesti 2010) 46. San Pietro di Castello, veduta della facciata (Archivio Alinari, Firenze) in questa pagina 47. San Pietro di Castello, vista del complesso patriarcale, 1600, ricostruzione ipotetica (modello di Alina Surduleasa e Anca Neculoiu, rendering Marco Pedron) 48. San Giorgio Maggiore, veduta


capitolo quarto



Le cerimonie di canonizzazione del 1690-1691 sancirono l’avvenuta comunanza di interessi tra Repubblica e Papato e, nella figura del nuovo “santo di Stato”, costituirono una sorta di visualizzazione dell’avvenuto completamento dello spazio sacro della cattedrale. Il rituale romano, che precedette quello veneziano, fu proposto il 16 ottobre 1690 e celebrò contemporaneamente la canonizzazione di cinque nuovi santi (oltre a Giustiniani, Giovanni da Capestrano, Pasquale Babylon, Giovanni di San Facondo e Giovanni di Dio) e il primo anniversario dell’incoronazione di Alessandro VIII. In quella occasione, gli stendardi raffiguranti i singoli santi erano stati portati in processione dal palazzo Apostolico alla basilica vaticana, dove, sullo sfondo di uno scenografico apparato temporaneo, si svolse il rituale con cui si emetteva la sentenza di canonizzazione dei nuovi santi. L’arrivo da Roma dello stendardo raffigurante Lorenzo Giustiniani, l’8 gennaio 1691, venne celebrato con un rituale organizzato congiuntamente dal patriarca e dal Senato veneziano. Lo stesso itinerario dello stendardo, trasportato da Roma a Venezia, nella basilica di San Marco, e da qui alla cattedrale di San Pietro di Castello, visualizzava simbolicamente una raggiunta comunanza di intenti tra Santa Sede, Stato e patriarcato che nella processione risultava ancora più evidente, con il doge e il patriarca ad aprire il corteo e la famiglia Giustiniani a concluderlo. L’ottavario che in questa occasione si svolse nella cattedrale, «addobata con suppellettili ed argenterie [...] con li musici della maggiore qualità», vide, tra gli altri, la partecipazione di molti vescovi suffraganei del patriarca e si svolse tra messe e recite di orazioni che celebravano la vita e le virtù del santo. Le celebrazioni del 1690-1691 portavano a compimento anche un processo di riforma interno alla Chiesa veneta, che era stato promosso soprattutto da Gregorio Barbarigo. Il vescovo di Padova, negli anni immediatamente precedenti al patriarcato

 Sulle cerimonie di canonizzazione a Roma e a Venezia, De Rossi 2009, pp. 99-108.  De Rossi 2009, p. 106.


giovanni tiepolo e la ricostruzione della cattedrale

74. San Pietro di Castello, veduta del presbiterio




capitolo quarto



di Badoer, aveva condotto la sua opera di riforma del clero ispirandosi alle figure di Carlo Borromeo e di Lorenzo Giustiniani, in una originale sintesi tra temi tridentini (fondazione di nuove istituzioni ecclesiastiche, magnificenza degli apparati celebrativi) e giustinianei (opere di sostegno ai poveri, promozione delle predicazioni pubbliche, riforma dei monasteri). La stessa devozione ai due santi caratterizzò il ministero di Badoer che seguì, anche in questo aspetto, la pastorale del suo mentore padovano. Così alla figura di San Carlo Borromeo Badoer dedicò l’apparato decorativo della cappella presbiteriale della Croce, mentre alla celebrazione di Lorenzo Giustiniani era già stata consacrata la cappella maggiore, che, grazie al patriarca, divenne un vero e proprio santuario di Stato. In vista della canonizzazione, infatti, Badoer si attivò immediatamente restaurando gli scranni del coro e «facendo lastricare il pavimento di finissimi marmi ed adornare il soffitto con pitture di grande valore». Il ciclo di teleri e affreschi raffiguranti la vita di Lorenzo Giustiniani è comprensibile soltanto nel contesto del lungo processo di trasformazione del presbiterio, a partire dalla costruzione dell’altare votivo; nell’arredo del sacrario della cattedrale si gioca l’ultimo passaggio dei travagliati rapporti tra Repubblica e patriarcato: una dialettica in cui l’architettura della sede episcopale gioca un ruolo decisivo e che a fine Seicento si risolve in un compromesso “visivo” tra le esigenze di un culto di Stato e la rinnovata autoenunciazione dell’identità della istituzione patriarcale. Alla realizzazione dell’imponente opera pittorica, pensata in vista della canonizzazione del santo, furono chiamati da Giovanni Badoer artisti del calibro di Girolamo Pellegrini, Gregorio Lazzarini, Antonio Bellucci, Antonio Molinari, Daniele Heintz, Domenico Bergamasco e Giovanni Segala. La narrazione della vita del protopatriarca avviene tracciando una sorta di “agiografia

 Nella cappella della Croce, Giovanni Badoer promosse la pittura del soffitto con un San Carlo in gloria e della pala d’altare, dispersa, raffigurante la Madonna del Rosario, San Carlo, Sant’Ignazio e San Francesco Saverio, De Rossi 2009, p. 118n.  De Rossi 2009, p. 107.


giovanni tiepolo e la ricostruzione della cattedrale

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visiva” in cui vengono ripercorsi tutti gli attributi della sua santità, sotto i due affreschi delle volte, dipinti da Gerolamo Pellegrini e raffiguranti rispettivamente la Gloria di San Lorenzo Giustiniani e la Gloria della Santissima Trinità. Innanzitutto la narrazione si concentra sui miracoli di cui Giustiniani fu protagonista o spettatore, con le opere di Antonio Molinari (Lorenzo Giustiniani libera un’ossessa), Daniele Heintz (Gesù appare sull’altare a Lorenzo Giustiniani durante la celebrazione della messa di Natale) e Domenico Ghislandi (Miracolo della bilocazione). Inoltre le vicende biografiche di Giustiniani (Giovanni Segala, Transito di Lorenzo Giustiniani) si dispiegano sottolineando le sue virtù spirituali (Carità di Lorenzo Giustiniani di Lorenzo Lazzarini), del suo ruolo di protettore dalla peste (Antonio Vellucci, Il voto di Niccolò Contarini a Lorenzo Giustiniani affinché interceda per la liberazione dalla peste del 1630). Il ciclo giustinianeo si inserisce nel contesto di un presbiterio dove il fulcro visivo è costituito dalle sue spoglie esposte nello scenografico allestimento dell’altare longheniano e porta a compimento un programma di ricostruzione della sede patriarcale iniziato con la nascita della istituzione voluta dallo stesso Giustiniani. Le alterne vicende, che vedono di volta in volta protagonisti i singoli patriarchi, seguono però una linea rossa costituita dalla ricerca di una propria identità istituzionale in un contesto politico che ben poco spazio avrebbe lasciato alla visibilità del patriarca rispetto al doge. E così, progressivamente, nel corso del Seicento è proprio attorno alla figura di Lorenzo Giustiniani che tutte le parti in gioco, sia civili (doge, Senato, Procuratori di San Marco) che religiose (patriarchi e Santa Sede), trovano un sostanziale punto di equilibrio; una figura che segna un momento di svolta nella

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De Rossi 2009, pp. 183-196. De Rossi 2009, pp. 197-210.  De Rossi 2009, pp. 211-230.  De Rossi 2009, pp. 231-245.  De Rossi 2009, pp. 129-155.  De Rossi 2009, pp. 156-182. 


capitolo quarto

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storia della chiesa veneziana, ma anche la sintesi tra la le virtù del patriziato veneziano e le istanze di riforma che fin dal XV secolo hanno distinto la chiesa veneziana rispetto alle direttive romane. È proprio su questo asse problematico che si sviluppa la dialettica tra la Repubblica, l’istituzione patriarcale e la Santa Sede. I patriarchi sono da sempre espressione del patriziato al governo e la sostanziale giurisdizione del Senato sulla scelta del vescovo della città condizionava lo stato ecclesiale dell’eletto (quasi sempre proveniente dal clero regolare) fino alla selezione, come abbiamo visto, di personalità non ancora consacrate. Le vicende costruttive del complesso patriarcale di San Pietro di Castello si dipanano proprio nel contesto di un processo dove il punto di equilibrio tra diverse istanze, interessi e culture progettuali viene continuamente perseguito e messo in discussione; dove il protagonismo dei singoli patriarchi, per spiegarne l’esito architettonico, deve essere continuamente interrelato a un programma di monumentalizzazione della sede patriarcale che, nonostante tutte le contraddizioni e le interruzioni, si dipana dalla fine del XV alla fine del XVII secolo.


giovanni tiepolo e la ricostruzione della cattedrale

75. San Pietro di Castello, veduta dal canale (Archivio Alinari, Firenze)

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,

ISBN ----

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