Teatralità e figurazione per la città. Scritti sul progetto e l'insegnamento dell'architettura

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anfione e zeto collana di architettura

francesca bonfante

teatralità e figurazione per la città scritti sul progetto e l’insegnamento dell’architettura

ilpoligrafo



ANFIONE e ZETO collana di architettura diretta da Margherita Petranzan 4



francesca bonfante

teatralità e figurazione per la città scritti sul progetto e l’insegnamento dell’architettura

ilpoligrafo


revisione immagini e impaginazione Chiara Somalvico progetto grafico e revisione editoriale Il Poligrafo casa editrice Laura Rigon copyright Š dicembre 2015 Il Poligrafo casa editrice 35121 Padova piazza Eremitani - via Cassan, 34 tel. 049 8360887 - fax 049 8360864 e-mail casaeditrice@poligrafo.it www.poligrafo.it ISBN 978-88-7115-925-6


indice

9 venerati maestri claudio d’amato

città e contesti. questioni intorno all’architettura e alla trasformazione delle città

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milano, barcellona, francoforte, lione: per una definizione di città scambiatrice

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declinazioni del progetto di architettura nella città scambiatrice

103 lione: il ruolo delle comunità italiane nella costruzione della “città cosmopolita” fra XVI e XVII secolo 111

lione e le “città bianche”

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la costruzione del nuovo centro dei les gratte-ciel a villeurbanne

129

barcellona: città, porto e front de mar

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milano: le proposte di giuseppe de finetti. un “piano per progetti di architettura”

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il paesaggio dei bacini fluviali della lombardia nel progetto della città futura

architettura, funzione, figurazione 167

architettura e “comunità”: il cantiere di ivrea

181

teatralità e paesaggio nella città del lavoro

191

progettare con i riferimenti: luogo, tipo, programma

209

”bridges”: riflessioni sulla figurazione di steven holl

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all’origine dell'architettura dello sport: figura, impianto, paesaggio

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nota ai testi



cittĂ e contesti questioni intorno all’architettura e alla trasformazione delle cittĂ



milano, barcellona, francoforte, lione: per una definizione di città scambiatrice

Città-capitale, città-industriale Per lungo tempo la città-capitale è stata il campo di applicazione e di verifica privilegiato degli studi sul rapporto tra morfologia urbana e tipologia edilizia, rapporto non solo teorico, ma concretamente permanente per tutto l’Ottocento e il principio del Novecento. Si è sostenuto che durante tutto il XIX secolo la città capitale è stata la città-tipica, la città-modello, nella quale si sono concentrate il maggior numero di attività complesse, in particolare quelle rappresentative, amministrative e direzionali1. D’altra parte, il postmoderno, abbandonando il radicamento contestuale e rivendicando la facoltà di ripercorrere l’intero repertorio del passato a prescindere dal contesto d’applicazione, ha trovato nel paesaggio della città-capitale, meno condizionato dai caratteri peculiari dell’industrializzazione, il luogo privilegiato per interventi monumentali e di embellissement, in elettiva affinità con la città storica. Il montaggio libero di idiomi differenti, richiamava, per la sua spregiudicatezza, la tecnica dello choc dei media televisivi. Analogamente la presunta modernità di certi terminali di circuiti culturali-commerciali, come il Centre George Pompidou o la Piramide del Louvre a Parigi, hanno teso a incentivare il consumo di massa del congegno-spettacolo architettonico. A partire dagli anni Settanta è tornato d’interesse il tema della città-industriale, a seguito dei fenomeni di deindustrializzazione, che hanno investito non solo le grandi fabbriche, ma l’intero sistema dei servizi e dei grandi impianti collocati entro lo stesso regime produttivo. Intere aree sottoccupate o abbandonate si sono rese disponibili all’interno delle periferie delle grandi città2. Da più parti, su queste aree, si è ritenuto di dover operare secondo linee di intervento, atte a perseguire i “principi” della densità limitata, della mescolanza di funzioni, in “un’immagine sufficientemente omogenea e ordinata”, che mantenesse un “equilibrio tra regole e flessibilità”, “tra partecipazione e controllo” e che mirasse a un risultato architettonico dove prevalessero “l’uniformità” piuttosto che la “confusione delle lingue”, la “semplicità” piuttosto che lo “schematismo” travestito con la decorazione, pensando che ciò costituisse un’alternativa alla disinvoltura postmoderna. Termini quali densità limitata, mescolanza di funzioni, omogeneità di immagine, sembrano affermare la possibilità o addirittura la necessità di regole e modelli, applicati indifferentemente alle aree dismesse (dalla Bicocca a Milano, al Lingotto a Torino, a Perrache a Lione ecc.). Ci si potrebbe domandare se questi modelli per la città-capitale e per la città-industriale (per inciso, queste dizioni schematiche non sono state usate per pervenire a una categorizzazione per modelli di città, ma per puntualizzare il ruolo prevalente in ogni 13

Veduta aerea di Barcellona con il Mercato del Born e la Stazione di Francia, 1970


contesto, che ne ha condizionato fisiologicamente il divenire nel tempo) non fossero ormai superati da una sorta di spartizione della città, dove le diverse “parti” dovevano assolvere a precise “destinazioni”: il centro storico all’ambientismo volto alla conservazione, alla mimesi, alla riproduzione dell’antico; le aree dismesse all’appariscenza del moderno quasi per evocare un ormai anacronistico ordine razionalista; le aree interstiziali a un riscatto decorativo mediante saggi di arredo urbano; i nuovi recinti a centri direzionali, città-mercato, parchi scientifici, cittadelle dello sport, “disneyland”. Viceversa il fallimento o l’impraticabilità di modelli quali il decentramento di talune attività o le difficoltà di realizzazione di alcuni progetti strategici – a Lione il fallimento del decentramento dell’università, a Milano le difficoltà incontrate dai progetti d’area – al di là della stessa volontà amministrativa e della cultura architettonica dominante – hanno costituito indizi importanti per approfondire una linea di ricerca che ha individuato, nella resilienza fisiologica di alcune città a certa omologazione delle correnti modalità di intervento, un carattere specifico e non transitorio. Città che, come vedremo più avanti, sono state identificate con il termine di città-scambiatrici. La città scambiatrice come caso-studio La ricerca, applicata alla città scambiatrice, ha confermato l’attendibilità e l’interesse di una rilettura dei caratteri insediativi e architettonici di determinati contesti attraverso un’interpretazione “strutturale” delle trasformazioni territoriali e delle conformazioni tipologiche che ne hanno caratterizzato la formazione storica. Essa altresì ha cercato di dimostrare la propellenza conoscitiva di un simile approccio ai fini di una progettazione che ambisse ad incidere significativamente alla scala di città sull’assetto fisico, funzionale, formale dei rispettivi contesti di intervento. Propellenza conoscitiva che si può ottenere sia attraverso la sperimentazione progettuale, sia attraverso il riconoscimento nella storia di progetti e realizzazioni, che – più o meno consapevolmente – non hanno eluso il quadro strutturale. Rispetto a questa enunciazione, per così dire riassuntiva degli assunti della ricerca, vanno quanto meno aggiunte due precisazioni. La prima riguarda l’uso del termine “strutturale”, dove forse è sufficiente ricordare che per strutturale si intende qui l’accezione marxiana che ha trovato un riscontro nell’osservazione dei fatti urbani dell’architettura in certi autori – da Carlo Cattaneo a Giuseppe de Finetti a Lucio Stellario D’Angiolini a Guido Canella, per restare nell’ambito di una specifica tradizione milanese – che, nell’interpretazione degli assetti tipologici e morfologici della città, si sono sforzati di risalire alle risorse della produzione e agli scambi come cause primarie di lungo periodo. La seconda riguarda i contesti d’indagine, la cui scelta – necessariamente limitata – è stata fatta sulla base di un criterio di confrontabilità ben preciso, il quale finalmente esplicita anche la definizione di “città scambiatrice”. I contesti presi in esame sono le città di Milano, Barcellona, Francoforte e Lione, con le rispettive aree di influenza lombarda, catalana, renana, rodanese. Quali sono i caratteri di confrontabilità e quali quelli in assenza dei quali non è possibile parlare di città-scambiatrice? La configurazione fisica e strutturale è caratterizzata da una sorta di coefficiente di “portualità”, non solo reso possibile dalla condizione geografica, ma dall’essere queste città, storicamente, i terminali dinamici di itinerari di lungo corso, dove si sono integrate produzioni, tradizioni, etnie, comportamenti, che hanno consentito la formazione di culture ad alto tenore produttivo, più suscettibili a convertirsi che a stabilizzarsi entro assetti convenzionali. A Milano, vero e proprio “porto in terra” – secondo la definizione di Carlo Cattaneo – convergono itinerari mediterranei e centroeuropei, che hanno originato un policentrismo culturale, con la compresenza delle culture lombarda, veneta, e delle valli alpine; a Francoforte, porto fluviale, 14

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confluiscono le correnti dall’Europa anseatica e da quella meridionale, generando non solo momenti di integrazione, ma anche di conflittualità, come quella manifestatasi nel XVI secolo fra luterani tedeschi e calvinisti olandesi; a Lione, porto fluviale, posto al centro dell’istmo di Francia – secondo la definizione data da Vidal de la Blache e ripresa da Fernand Braudel – si congiungono gli itinerari provenienti dal Mediterraneo e dal Mare del Nord, dando luogo a un baricentro culturale e virtuale, dove “colonie” di mercanti-imprenditori hanno trovato la loro ragione insediativa, è il caso ad esempio dei mercanti fiorentini e lucchesi nel XVI secolo; a Barcellona, enclave produttiva della penisola iberica, di cui costituisce anche l’affaccio sul Mediterraneo, si è sviluppata l’autonoma cultura nazionale catalana. Complementare a questo carattere, riferito alla scala continentale, alla scala regionale si ritrova una tendenziale integrazione produttiva – in relazione a reti interne di infrastrutture per la mobilità che facilitano certi rapporti di scambio fra città e campagna – all’interno di una originale condizione metropolitana che di fatto attribuisce alla campagna un ruolo paritetico a quello della città. Nella campagna vi è infatti la presenza di colture specializzate e di complessi cicli produttivi che organizzano l’agricoltura (dalle colture foraggere all’allevamento, al vigneto) e di una rete di navigazione interna (canalizia e fluviale), sulla quale poi si innesta la più moderna infrastrutturazione stradale e ferroviaria. Fatti che nel complesso hanno consentito un precoce sviluppo dell’attività manifatturiera (in particolare quella tessile), da considerarsi come il primo passo verso forme originali di industrializzazione diffusa. Questa tensione attiva tra città e campagna fa sì che l’insediamento periferico non sia mai pura tracimazione dal centro della città, ma sedimentazione delle relazioni dalla lunga distanza, tanto che la periferia assume caratteri autonomi, secondo un regime insediativo dualistico nei confronti del centro. Dato questo così caratteristico che la cultura urbanistica progressista si è trovata polarizzata sulla capacità di interpretare questo “dualismo” e farlo diventare il fondamento delle strategie di intervento. È il caso di Carlo Cattaneo che, riconoscendo nel Comune dei Corpi Santi attorno a Milano la seconda città di Lombardia, ne vuole scongiurare l’annessione e ne propone l’incentivo in qualità di porto franco; è quello di Ildefonso Cerdà che, a Barcellona, progetta l’ensanche come nuova città giustapposta al nucleo antico; è ancora quello di Tony Garnier che propone l’espansione di Lione come segmento della Cité Industrielle, progettata alla scala regionale. Strettamente connessa a una “portualità” così definita si può leggere una radicata cultura municipale – nazionale nel caso catalano – propria della borghesia commerciale e industriale che, malgrado le evoluzioni contradditorie generate dai tentativi di centralizzazione nelle città capitali e in conflitto o competizione con queste, non rinuncia mai a giocare un ruolo di rilievo nazionale e internazionale; si pensi alla cultura federalista o a quella radicale-socialista che, rifiutando dogmi o principi non verificati e un ordine prefissato di valori sociali, punta alla realizzazione di un assetto civile articolato in una molteplicità di centri di potere, nel quale le iniziative di rilievo pubblico implichino una partecipazione – e la necessaria acculturazione – allargata di persone. La cultura municipale confederativa si manifesta, con modalità caso per caso differenti, ai livelli istituzionali della gestione della città (ad esempio quando negli anni Venti e Trenta gli architetti razionalisti, direttamente coinvolti nella gestione urbana, pervengono a Barcellona e a Francoforte a un progetto complessivo per la città); oppure si esprime attraverso l’impulso dell’imprenditoria privata (è il caso delle iniziative promosse dal paternalismo industriale degli industriali del cotone a Gallarate o a Barcellona). I rapporti di produzione e di scambio fra città e campagna danno luogo ad elevati gradi di stretta interdipendenza e di reversibilità tipologica tra contesto urbano e contesto agricolo (per esempio l’innesto nella cascina e nella villa della manifattura; il tipo della villa adottato per il palazzo milano, barcellona, francoforte, lione: per una definizione di città scambiatrice

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Barcellona 1855 1. Ildefonso Cerdà, Piano di ampliamento,1855

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Francoforte 1863 1. Infrastrutturazione ferroviaria al 1863; 2. Friedrich Peipers, Borsa, 1840-1844

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cittĂ e contesti. questioni intorno all’architettura e alla trasformazione delle cittĂ


Jacques-Germain Soufflot, Progetto di ampliamento dell'HĂ´tel-Dieu, Lione, 1739-1741: prospetto, planimetria generale, veduta dal Rodano, veduta del passage nel 1910 Jacques-Germain Soufflot, Teatro, Lione, 1753-1756: sezione trasversale, pianta al livello del primo ordine di logge, particolari del soffitto e delle logge

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Matthäus Merian, Der Grosse Plan der Stadt Frankfurt, 1628 Plan von der Stadt Höchst, 1860 Johann Christian Müller, Höchster Neustadt, 1772: planimetria generale Franz Ludwig Madler, Bolongaro Palast, Höchst, 1782-1783, in un disegno di J. Schlieshahn del 1870

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il paesaggio dei bacini fluviali della lombardia nel progetto della città futura

Premessa L’intervento si propone di restituire, seppure in forma parziale, un lavoro di ricerca condotto in ambito universitario sul tema dell’architettura del paesaggio fluviale; ricerca tesa a dimostrare, a partire da diversi punti di vista – della composizione, dell’urbanistica, dell’architettura del paesaggio ecc. – il ruolo decisivo del paesaggio storico nel determinare la concreta configurazione della “città futura”1. Si è voluto leggere e interpretare il paesaggio, e quindi il territorio, fuori da uno schema che li vedesse come semplici proiezioni di fatti economici, bensì come realtà fisiche attive capaci di condizionare le modalità della produzione, degli scambi ecc.; in tale quadro si è messo in luce il rapporto fra il carattere dell’architettura e le strategie di governo del territorio, sottese a programmi insediativi della committenza (pubblica e privata), storicamente sedimentate e in continua trasformazione, capaci di corrispondere al mutare dei bisogni delle popolazioni insediate, e quindi delle comunità. Nel tentativo di superare un’ottica burocratica e tecnicista sul tema del paesaggio, si è posta in primo piano la questione del progetto, in quanto progetto integrato di trasformazione, capace di farsi carico dell’architettura del paesaggio, valorizzandone i caratteri e l’identità attraverso innesti appropriati alle diverse scale, volti ad incrementare il quadro delle risorse. La ricerca si è applicata a due contesti assai diversi per caratteri e consistenza dimensionale, ma fra loro confrontabili: le valli del Serio e del Ticino. In una prima fase sono state prodotte istruttorie sui casi studio, base di partenza indispensabile per la sperimentazione progettuale, che ha assunto ruolo centrale nella seconda fase del lavoro. I progetti dimostrativi messi a punto su alcune aree-problema sono stati elaborati anche al fine di alimentare laboratori didattici volti alla formazione di nuove competenze e nuove professionalità e più in generale a una diversa educazione sui temi del paesaggio2. Punti di vista sul paesaggio In anni recenti la complessa e controversa questione del progetto del paesaggio ha visto una significativa intensificazione di contributi e confronti. In primo luogo alcune iniziative istituzionali3 hanno messo in evidenza la volontà di superare un atteggiamento solo vincolistico e difensivo, la necessità di confrontarsi con i caratteri specifici di ciascun territorio e l’opportunità di far convergere molteplici punti di vista al fine

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Antonio Acuto, Francesca Bonfante, Vincenzo Donato, Gian Paolo Semino (con U. Bloise, M. Meriggi, A. Negrisoli, C. Pallini, F. Redaelli, A. Scaccabarozzi), Ricerche per l’architettura della Città Ticino, 2003: Città Ticino e il sistema delle città frontaliere nel loro teatro geografico


di costituire una solida cultura del paesaggio, base di partenza di un più incisivo governo e progetto delle trasformazioni. In secondo luogo nei diversi ambiti disciplinari che si sono occupati di paesaggio si sono registrati importanti sviluppi dei punti di vista. Se ne richiamano alcuni a titolo di esempio. Si può riscontrare l’evoluzione dell’approccio percettivo rappresentativo, che dalla considerazione della “veduta” in quanto espressiva del “carattere” dei luoghi4 è pervenuto a più incisive correlazioni tra rappresentazioni pittoriche e quadri reali5 e tra tecniche descrittive e livelli di conoscenza6. La riflessione propriamente estetico-filosofica ha trovato nel paesaggio un tema capace di emanciparsi da puro oggetto di contemplazione, prendendone in considerazione la struttura insediativa da apprezzare nella costruzione e nella frequentazione7 fino a porre esplicitamente il problema del progetto del luogo complessivo della vita umana8. Da storici e geografi è venuta una significativa convergenza nell’indagine sulla successione delle strutture antropiche che fanno di un paesaggio l’espressione dell’identità delle comunità insediate9 fino a sviluppare, nei contributi della cosiddetta “geografia culturale”, un interesse al rapporto fra idea di paesaggio e suoi fondamenti materiali10, alla costruzione intellettuale e materiale che consente di passare dal paesaggio vissuto a quello rappresentato11, alle forme mitologiche e simboliche del culto della natura e della sua appropriazione12. Sul versante della cultura urbanistica e architettonica si sconta invece una difficoltà a dare seguito agli apporti – assai differenziati per approccio, ma convergenti nello stagliare l’originalità di un contributo italiano fondato sui caratteri delle “cento città” di Cattaneo13 – di maestri quali Muratori, Quaroni, Rogers e Samonà. Maestri che, di fronte a un bilancio dell’esperienza della Ricostruzione seguita alla Seconda Guerra mondiale, coscienti dell’impraticabilità di alcuni principi di progettazione relativi al rapporto fra edificio e città messi a punto dal Movimento Moderno, hanno maturato una diversa consapevolezza dell’unità architettura-urbanistica14. Di fronte alla drammatica accelerazione dei processi di degrado ambientale e alla rilevanza assunta dai problemi di recupero dell’ingente patrimonio architettonico, urbanistico e infrastrutturale sedimentato e stratificato sul territorio, conseguente anche ai rapidi cambiamenti economico-produttivi – per esempio il destino delle aree industriali dimesse –, l’architettura del paesaggio si è spesso costituita in disciplina autonoma, formalizzata in corsi di studio, insegnamenti, riviste specializzate, manualistica, secondo statuti teorici ed operativi legati a un orizzonte assai ristretto. Così nell’ambito del restauro la tendenza prevalente ha sviluppato un atteggiamento di pura conservazione del “bene-paesaggio” in quanto archivio congelato di forme storiche. Anche dove si affrontano le problematiche di nuovi fenomeni in atto prevale un’attitudine descrittiva e modellistica15, piuttosto che fondante una progettualità contestualizzata. I tentativi di stringere intorno a un’operante cultura del progetto esperienze e apporti conoscitivi differenziati – di architetti e urbanisti, ma anche di geografi, storici, economisti, fotografi, artisti, letterati16 – scontano alcune difficoltà nel correlare il riconoscimento delle strutture monumentali dei paesaggi storici con la produzione (e non solo l’appropriato consumo) di nuovi quadri paesistici e insediativi. Paesaggio e progetto In un rapporto dialettico e critico con il dibattito in corso, la ricerca ha considerato il paesaggio nel suo farsi. Il paesaggio è stato osservato e interpretato come espressione (sicuramente la più potente e complessa) del processo di radicamento di una comunità dentro un preciso contesto e della sua attitudine a collocarsi dentro un più ampio intreccio di relazioni. 152

città e contesti. questioni intorno all’architettura e alla trasformazione delle città


Si sono ricondotte, in via prioritaria, le configurazioni di un determinato paesaggio agli interventi posti in atto per sviluppare l’insediamento umano (ma anche quello faunistico e vegetale) in rapporto attivo con l’ambiente. L’architettura del paesaggio assume allora una propria irripetibile identità figurativa, che si è venuta formando attraverso il ridefinirsi nel tempo – tra continuità e rotture – del rapporto tra ordine naturale di un territorio e ordine civile della sua popolazione. L’idea di fondo è che il progetto possa essere un limitato ma decisivo incremento a una struttura insediativa, e alla architettura ad essa sottesa, nella quale esiste già “quasi tutto” e che quel “quasi tutto” vada riscoperto e portato in luce per costruire la città futura. Si tratta di perlustrare il paesaggio17 con l’intenzione di capire se il suo specifico carattere non sveli un ordine rispetto al quale l’architettura si possa rapportare. Un ordine non da riciclare tout court nel progetto, ma col quale confrontarsi. Nel momento in cui prende avvio una perlustrazione tesa a scoprire quest’ordine, si vanno cercando prevalentemente due aspetti: l’ordine naturale e l’ordine civile, nel loro reciproco rapporto; ossia si cerca la natura operatrice, secondo la locuzione impiegata da Carlo Cattaneo nell’indagare il contesto lombardo18. Per comprendere i caratteri del paesaggio dei bacini fluviali della Lombardia presi in esame si è fatto ricorso ad esperienze messe a frutto in altri ambiti disciplinari. In primo luogo il fiume è stato considerato come «strada e legame»19, strada che organizza flussi di relazioni di lunga portata, lungo le quali si sono attestati flussi trasversali. Per tale ragione si è ritenuto di non confinare la valle entro il bacino idrografico del fiume, ma di estenderla ai territori che storicamente I’hanno configurata. Allora per “Corridoio Ticino” si è inteso il territorio delimitato a ovest dal Sesia, a est dall’Olona, a nord dal Gottardo, a sud dall’innesto delle valli appenniniche del Taro e dello Scrivia. Per Bacino del Serio si è inteso il territorio delimitato a ovest dall’Adda, a est dall’Oglio, a nord dalle Prealpi Orobie, a sud dal Po. In secondo luogo si sono considerati gli ambiti territoriali in una visione di “lunga durata”20. Attraverso un processo di scavo, sotto il paesaggio attuale, si è voluta riconoscere la stratificazione di diversi paesaggi che persistono nel lungo periodo e possono essere una importante risorsa per innescare un nuovo progetto di paesaggio per la città futura. Queste stratificazioni ci parlano innanzitutto di due paesaggi: un paesaggio della territorialità, potremmo dire di “antico regime” – per esempio quello messo a punto in epoca viscontea-sforzesca – e un paesaggio tecnico sovrimpostosi ad esso a partire dall’Unità d’Italia, costituito da ferrovie, centrali idroelettriche, industrie, provvidenze ecc. In terzo luogo, nella prospettiva della lunga durata, il territorio è stato considerato come “immenso deposito di fatiche”21, che questi paesaggi ci restituiscono se attentamente perlustrati; un ordine del paesaggio non diffuso e stemperato sul territorio, bensì discontinuo e difforme, che una coralità di comunità ha saputo tramandare migliorato alle generazioni successive, laddove i “beni comuni” delle popolazioni (acque, strade, città ecc.) sono stati visti come risorse. Per far ciò la necessità di federarsi delle comunità in un progetto comune di governo del territorio, cui sottende un’idea di città e un disegno dell’architettura. In tale discontinuità ruolo fondamentale ha giocato la fitta rete di relazioni. Sono stati, quindi, individuati alcuni ambiti territoriali con una loro specifica architettura. Per esempio, lungo il “Corridoio Ticino”, i paesaggi portuali di Arona e di Pavia, uno presso l’emissione del Ticino dal Lago Maggiore, l’altro presso la confluenza del fiume nel Po; lungo il Bacino del Serio, l’emersione dall’acquitrino di isole architettoniche segnate dalla presenza di chiese e santuari a pianta centrale, frutto della contaminazione fra cultura veneta e cultura lombarda. In quarto luogo l’uso dell’edificio è stato colto per il suo rappresentare «quasi inconsapevolmente l’indole della civiltà»22. A partire proprio da un bene comune, l’acqua – portata da il paesaggio dei bacini fluviali della lombardia nel progetto della città futura

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Antonio Acuto, Francesca Bonfante, Vincenzo Donato, Gian Paolo Semino (con U. Bloise, M. Meriggi, A. Negrisoli, C. Pallini, F. Redaelli, A. Scaccabarozzi), Ricerche per l’architettura della Città Ticino, 2003: “Stazioni” di Novara e Malpensa e loro connessione attraverso il medio corso del Ticino tra Sesto Calende e Boffalora; Porti interni di Arona e Pavia, progetti di insediamento e di architettura con il montaggio delle architetture storiche e del “paesaggio tecnico” del Ticino La riconfigurazione dell’approdo a Crema: stazione, fiera e università tra Serio e Moso, tesi di laurea, Facoltà di Architettura Civile, Politecnico di Milano, 2006, allievi P. Capuano, G. Facchini, V. Mauri, M. Soriani, relatori F. Bonfante, V. Donato, correlatori S. Greco, A. Scaccabarozzi

il paesaggio dei bacini fluviali della lombardia nel progetto della città futura

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e 28,00

isbn 978-88-7115-925-6