Skip to main content

Documento1

Page 1


Io, Beda, detto Venerabile non per spontanea vanagloria ma per sedimentazione di secoli, polvere di scriptoria e una certa resistenza ossea alle intemperie della storia, mi trovo costretto, con qualche meraviglia e un principio di catarro metafisico, a discorrere della cosiddetta musica contemporanea, la quale, già nel nome, reca in sé una difficoltà. Poiché ciò che è contemporaneo a uno, è remoto a un altro; e ciò che oggi si proclama novissimo, domani giace, come aringa dimenticata, sul banco tiepido della consuetudine. Sicché chiamare contemporanea una musica equivale un poco a definir fresca una trota che già medita il proprio odore. E nondimeno di essa bisogna trattare, perché molta gente ne parla con la fronte corrugata, alcuni con zelo apostolico, altri con il risolino dell’oste che sa di aver annacquato il vino, e altri ancora con quella

specie di terrore reverenziale con cui i novizi osservano un abate che mastichi in greco. La musica contemporanea, per quanto ho potuto dedurre interrogando codici, spiriti, e un uomo di Utrecht che sosteneva di aver udito un quartetto per sedie e bestemmie trattenute, è arte nella quale il suono ha cessato di comportarsi come un servo ben addestrato ed ha cominciato a frequentare cattive compagnie.

Non si limita più a essere nota, melodia, concordanza, ordinata processione di intervalli come monaci nel chiostro all’ora terza; no: esso stride, raschia, s’incrina, ansima, fruscia, tossisce, percuote il legno, gratta la corda dietro il ponticello, soffia nel tubo, tace quando più ci si aspetterebbe che prorompesse, e prorompe quando il popolo sperava, assai modestamente, di riposare.

Che ciò scandalizzi non deve sorprendere. Anche ai miei tempi si levavano sopracciglia per minori deviazioni. Bastava un salmo un poco troppo ornato, una cadenza dall’aria levantina, un diacono col gusto del melisma e subito qualcuno, col ditino della disciplina, esclamava che la fine del mondo sarebbe giunta da un si bemolle mal custodito. Il che dimostra non tanto che i timorosi avessero ragione, quanto che l’animo umano, quando ode un suono non previsto, teme sempre di aver sbagliato porta entrando in chiesa.

Molti, infatti, obiettano: “Ma dov’è la melodia?” Domanda legittima, ma spesso posta con lo stesso tono con cui un contadino, trovandosi davanti a una cometa, chiede dove sia finita la sua gallina. La melodia non sempre è scomparsa: talvolta si è travestita, talaltra si è ritirata

per dignità, altre volte si è dissolta come nebbia sopra un acquitrino del Northumbria, lasciando dietro di sé una memoria, un sospetto, una forma interiore che non si canta ma si patisce. E vi sono musiche contemporanee che non chiedono di essere canticchiate mentre si affetta il porro: chiedono piuttosto di essere attraversate come si attraversa un bosco d’inverno, dove ogni ramo spezzato ha una sua teologia e ogni scricchiolio sembra il latino d’un angelo artritico.

Dico di più: l’errore principale dei detrattori consiste nel credere che la musica esista per confermare l’orecchio nelle sue abitudini, come il porridge conferma lo stomaco nella sua malinconica perseveranza. Ma la musica, quando è vera, ha il compito opposto: non quello di blandire, bensì di convertire. E la conversione, come sanno i santi, non è mai faccenda confortevole.

Nessuno mutò vita per aver udito soltanto ciò che già sapeva. Paolo cadde da cavallo non a causa di una gradevole romanza per liuto, ma per una voce che lo spezzò. E se oggi un compositore spezza il ritmo, corrompe la simmetria, dissemina il silenzio come una trappola per le pigrizie dell’ascolto, egli forse non sta distruggendo la musica: sta tentando di sottrarci al peccato della facilità.

Vi sono tuttavia, in questa faccenda, anche molti impostori.

E sarebbe puerile tacere, per carità malintesa, ciò che perfino un vecchio monaco sente con chiarezza nei suoi ossi. Come in ogni secolo abbondarono reliquie dubbie, cappe ricamate da mani di dubbia castità e genealogie regali un poco troppo vantaggiose, così anche nella musica contemporanea non manca chi scambia la novità per grandezza, il rumore per profondità, l’arbitrio

per libertà, e l’incomprensibile per sublime. Costoro producono talvolta opere che paiono concepite non per essere ascoltate, ma per punire una colpa che il pubblico non ricorda d’aver commesso. Si siedono gli spettatori, il compositore li guarda con misericordia vendicativa, e per ventisei minuti vengono amministrate frustate acustiche, seguite da un programma di sala in cui si spiega che il trauma è parte integrante dell’esperienza. In tali casi, non è l’uditorio a peccare di rozzezza: è l’autore che ha confuso l’altare con il cavalletto di tortura.

Ma non giudichiamo il bosco da una radice marcia, né il secolo da un percussionista invasato. Vi sono infatti maestri in cui la contemporaneità non è posa, bensì necessità. Uomini e donne che hanno inteso come il nostro tempo, lacerato da macchine, guerre, memorie troncate, città elettriche, solitudini amplificate,

non potesse più cantare esattamente come cantava il mondo quando la pietra delle abbazie era nuova e il cielo, per quanto già ambiguo, non era ancora sorvolato da ordigni e pubblicità. Il suono del presente doveva includere la frattura.

Doveva accogliere l’ombra, il relitto, la scheggia, l’intermittenza.

Doveva ammettere che la bellezza, per restare vera, talvolta deve comparire con il vestito strappato.

Così accade che in certi quartetti d’archi si oda non la serenità dell’ordine ma la sua nostalgia; che in certe voci spezzate, sussurrate, estese fino al rantolo e al fiato nudo, si senta non l’abolizione del canto ma la sua prova estrema; che in certe percussioni, dove il tempo non marcia ma s’inabissa, si comprenda come il ritmo non sia più la disciplina del passo, bensì il tremito stesso dell’essere creaturale, il suo battere e

mancare, il suo persistere sull’orlo.

Mi si permetta qui un paragone liturgico, poiché l’età mia me ne concede licenza. Il gregoriano, che io amo, e amerei anche se mi fosse imposto di cantarlo con i piedi, ordinava il tempo secondo un’intelligenza celeste: ogni neuma saliva e scendeva come se il cosmo avesse fiato. La musica contemporanea, invece, mi pare spesso l’arte di registrare che quel fiato s’è fatto irregolare. Non per questo è meno degna: anzi, talora è più vera. Poiché v’è una santità anche nell’affanno. E non ogni anima giunge a Dio con passo misurato; alcune vi arrivano zoppicando, altre balbettando, altre in silenzio, altre ancora battendo sulle pareti come prigioniere che ignorino se fuori sia ancora mattino. Ricordo, a tal proposito, un giovane monaco di Jarrow, il quale, non comprendendo l’ornato d’un inno

ambrosiano venuto dal continente, dichiarò con rozza sicurezza che quella non fosse musica bensì “capriccio di gola”.

Gli imposi allora tre giorni di silenzio e una minestra assai istruttiva. Alla fine confessò di aver udito, nel secondo giorno, il vento passare tra le assi della cella con una modulazione che non sapeva nominare e che tuttavia lo aveva commosso. “Vedi,” gli dissi, “tu credevi che fosse musica solo ciò che potevi contare. Ma il cuore conta male.” Questa sentenza, che giudico tra le mie migliori benché non citata abbastanza, vale anche oggi. L’uomo mediocre vuole numerare il piacere; l’uomo attento accetta d’essere mutato da ciò che non sa ancora misurare.

Eppure non nego che l’ascolto della musica contemporanea richieda virtù particolari, quasi monastiche. Primo, la pazienza, senza la quale ogni suono insolito pare un’offesa personale.

Secondo, l’umiltà, necessaria a riconoscere che non si comprende subito tutto ciò che non ci assomiglia. Terzo, una certa castità dell’orecchio, cioè la capacità di non desiderare immediatamente il compiacimento. Quarto, la memoria, che consente di percepire come anche l’apparente dispersione abbia ritorni, echi, corrispondenze segrete. Quinto, la carità, non tanto verso il compositore quanto verso sé stessi: poiché chi ascolta male spesso si accanisce, e chi si accanisce contro la propria iniziale incomprensione finisce per odiarla invece di educarla.

Molti brani contemporanei, in verità, non si aprono al primo ascolto. E questo irrita l’uomo moderno, allevato nella tirannide della pronta consegna e nell’idolatria del subito. Ma anche la Scrittura non si consegna intera a chi la sfoglia come un elenco di provviste. Occorre tornarci,

dimorarvi, lasciarvi decantare dentro di sé un’eco che prima pareva assente. Talune composizioni sono come abbazie in rovina: da lontano sembrano solo pietre scomposte; avvicinandosi, e tornando, e tornando ancora, si scopre la logica dell’arco, il peso della colonna, l’ostinazione della navata, e si comprende che perfino il crollo è parte del disegno.

Vi sono poi coloro che dicono: “Questa musica è cerebrale.” Ma l’accusa, pronunciata con disprezzo, mi diverte. Come se il cervello fosse un organo meno degno del fegato. Come se la complessità fosse colpa e non talvolta destino. Certo, esiste una musica che pensa troppo e sente poco: ma esiste anche quella che sente troppo e pensa niente, e di quest’ultima il mondo abbonda già, come di rape in annata umida. La vera opera non oppone

intelletto e sensibilità: li intreccia come fili di uno stesso saio. In certi autori il calcolo diventa

febbre, la struttura diventa vertigine, il numero diventa ferita. E allora ciò che sembrava astratto si rivela carnale, persino penoso, come una preghiera detta con i denti stretti.

Confesserò, per amore di verità, che alcune esperienze d’ascolto mi hanno lasciato interdetto. Udii una volta, per visione che mi fu concessa forse a scopo penitenziale, una composizione per nastro magnetico, ottoni dispersi e voce registrata d’una donna che ripeteva la parola “cenere” con inflessioni via via più amministrative. Pensai dapprima a un errore; poi a una possessione; infine a una parabola. E poiché il Signore spesso si serve anche delle perplessità ben disposte, conclusi che quella musica non voleva piacere né dispiacere, ma rendere udibile la desolazione

burocratica dell’anima moderna.

Non dirò che me la godetti. Dirò che mi rimase dentro come un cattivo sogno dotato di ragione. Il che, in certi casi, è forse più di quanto si possa dire di molte ariette amabili che, una volta finite, evaporano con la stessa nobiltà d’un rutto trattenuto.

Se dunque mi si domanda che cosa pensi Beda il Venerabile della musica contemporanea, rispondo così: essa è un campo irregolare, pieno di frodi e di rivelazioni, di ciarlatani e di profeti, di esperimenti che sarebbero dovuti morire in convento e di opere che hanno saputo estrarre dal nostro tempo un salmo frantumato ma vero. Essa non va adorata per dovere, né respinta per pigrizia. Va provata, ascoltata, talora patita, spesso contraddetta, e quando lo merita amata con severità.

Poiché la vera domanda non è:

“Perché questa musica non consola come quella di ieri?” La vera domanda è più scomoda:

“Che cosa del nostro presente sarebbe menzogna, se continuassimo a consolarci sempre allo stesso modo?”

E se talvolta, uscendo da un concerto contemporaneo, vi sentite meno rassicurati, un poco stonati dentro, come se qualcuno avesse spostato di pochi gradi il pavimento dell’anima, non disperate. Potrebbe essere un effetto collaterale della verità.

Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook