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SE TI PIACE QUESTO RACCONTO TI INVITIAMO A CONDIVIDERLO CON I TUOI AMICI TRAMITE I SOCIAL NETWORKS, E’ L’UNICA COSA CHE CHIEDIAMO IN CAMBIO DEL NOTEVOLE SFORZO PROFUSO PER PRODURRE QUESTO TESTO. UN SEMPLICE “MI PIACE” SULLA PAGINA FACEBOOK DI ZENVIOO, RAGGIUNGIBILE ANCHE CLICCANDO SUL LOGO QUI SOTTO, CI AIUTERA’ IN FUTURO A DIVULGARE CONTENUTI SEMPRE MIGLIORI. Corcianvm è stato scritto da Stefano Possenti e dallo staff di zenvioo.com con l’intento di promuovere il territorio di Corciano, splendido borgo a pochi chilometri da Perugia e che merita assolutamente una visita, magari di più giorni. Godere delle meraviglie offerte da questa spettacolare area dell’Umbria, ricca di storia, arte, cultura, natura e tradizioni non ha realmente prezzo. Si ringraziano: Massimo Maiarelli, proprietario e direttore dell’Hotel El patio di Corciano Valentina Biscarini, proprietaria di Colleverde Country House Antonio Pagana, Presidente dell’Associazione Albergatori di Corciano Federica Matterani, Promozione Corciano

Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale. Il racconto utilizza alcuni elementi storicamente accertati e assemblati dagli autori al solo scopo ludico, ricreativo e narrativo.

Pro manuscripto MMXIII Copyright 2013

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Prologo

12 Settembre 1506, alle porte della Città

I due uomini, in sella ai rispettivi cavalli, scrutavano il profilo del borgo fortificato che si stagliava sulla vetta della collina innanzi a loro. I soldati, che costituivano l’imponente esercito alle loro spalle, approfittarono della breve pausa per riposare e far abbeverare gli animali stremati dalla lunga marcia. Erano giunti a Corciano e si sarebbero fermati qualche giorno, in attesa di poter fare il loro ingresso trionfale a Perugia. Uno dei due, abbigliato come si conveniva alle personalità di spicco a quel tempo, era Niccolò Macchiavelli, uomo di un’intelligenza fuori dal comune e fondatore della scienza politica moderna. L’altro, con una pesante armatura da combattimento, era Giulio II il Papa guerriero.

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Si guardarono negli occhi per un istante interminabile e, senza proferire una sola parola, compresero di aver trovato il luogo in cui nascondere il prezioso carico che trasportavano fin dalla loro partenza.

3 Aprile 1508, nei pressi di Corciano

Una insolita foschia avvolgeva gli ulivi sul colle e la debole illuminazione concessa dalla luna, quella notte, contribuiva a rendere la marcia dei confratelli di San Sebastiano e San Rocco assai discreta. Procedevano lentamente, appesantiti dal fardello che due anni prima, era stato loro affidato dal Pontefice perché venisse custodito senza mai rivelarne l’esistenza. La peste, sopraggiunta alla fine del ‘400, aveva sterminato la quasi totalità della popolazione e per questo motivo, all’uomo che precedeva il corteo, era stato assegnato il compito beneaugurante di trasportare il gonfalone realizzato da Benedetto Bonfigli, custodito

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nella Chiesa di Sant’Agostino e realizzato come ex voto per la grazia concessa dalla Beata Vergine, che debellò il flagello dalla città. Bisognava procedere con cautela, le spie della famiglia Medici erano ovunque ed i Signori di Corciano, i Duchi della Corgna, non avrebbero avuto pietà nei confronti di chiunque si fosse reso complice di attività sospette, specialmente se

riferibili

ad

una

Congregazione

religiosa. Giunsero fin quasi alla sommità del colle, nei pressi di un ulivo le cui contorte radici avvolgevano un grande masso, alla base del quale, si apriva il dissimulato imbocco di un cunicolo che conduceva ad una camera ovale costruita in gran segreto dagli stessi confratelli. Furono necessari molti sforzi per sigillare, senza lasciare traccia della loro opera, l’accesso a quella che, nell’animo speranzoso dei presenti, sarebbe stata la definitiva

dimora

del

segreto.

Nessuno

poteva

immaginare il tradimento da parte dell’uomo che portava il Gonfalone, Antonio di Cristoforo Ciacci, procuratore

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della Chiesa di Santa Maria in Corciano, che pochi anni più tardi avrebbe rivelato alcuni importanti indizi e costruito un ingegnoso sistema di enigmi, tracce e indovinelli che conducevano al nascondiglio.

18 Dicembre 1512, Collegio dei Calzolai di Corciano

Antonio di Cristoforo Ciacci era seduto dinnanzi ad uno dei più grandi pittori del Rinascimento, Pietro Vannucci, detto il Perugino. L’atto notarile con cui si commissionava all’artista una grande pala per l’altare centrale della Chiesa di Santa Maria Assunta in Corciano era da poco stato stipulato alla presenza di Luca Matteo Baroni, rappresentante della comunità. I committenti indicarono la Pala Oddi, realizzata da Raffaello Santi, come modello da cui trarre ispirazione e fissarono la festività dell’Assunta del successivo anno come data limite per la consegna dell’opera, il prezzo pattuito era di 100 Fiorini.

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Fu allora, dopo il congedo del funzionario, che il Procuratore rivelò, quasi sussurrando, l’incredibile storia all’artista che per tutto il tempo ascoltò in silenzio, annuendo con il capo di tanto in tanto. La loro conversazione fu interrotta saltuariamente da qualche fugace sguardo alle spalle dello stesso Ciacci che, consapevole del pericolo, raccontò, a scopo cautelativo, solo una parte della verità e suggerì anche quanti e quali elementi dovevano essere inclusi nell’opera. Se mai il Perugino lo avesse tradito non avrebbe avuto sufficienti elementi per condurre gli inquisitori alla soluzione dell’enigma. L’artista ricevette quindi un compenso aggiuntivo di 200 Fiorini per il Suo silenzio e, quando l’indomani si salutarono a Porta Maria, altro non ci fu tra i due che un intenso sguardo di complicità. Mai tornarono sull’argomento, anche quando la pala venne messa a dimora sull’altare maggiore della Chiesa di Santa Maria.

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Capitolo 1 - La vacanza

Agosto 2012, Chiesa di Santa Maria in Corciano

Ho sempre adorato le vacanze di contenuto, quelle che ti trasmettono emozioni ed esperienze, quel genere di viaggi che fissano nella tua memoria ricordi indelebili e che ti accompagnano per tutta la vita. Non ho mai apprezzato, per contro, le spiagge estive affollate, le colonne di auto ed il fastidioso rumore di fondo, tipico delle località troppo frequentate, e per questo ho scelto l’Umbria come meta per i pochissimi giorni di relax che mi sono potuto concedere quest’anno. Ed eccomi lì, davanti ad un capolavoro dipinto esattamente 500 anni fa da Pietro Vannucci, detto il Perugino.

La

pala

di

Corciano,

mirabile

opera

raffigurante l’assunzione di Maria. Quante persone hanno pregato dinnanzi a questo splendore? Se avessi chiuso gli occhi sarei riuscito ad

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immaginare il momento in cui fu svelato al popolo, lo stupore e la meraviglia degli astanti oltre all’invidia delle vicine comunità per un’opera tanto bella quanto enigmatica. Si, perché documentandosi sulla vita del Maestro, buona norma quando si viaggia per le grandi citta’ d’arte e gli stupendi Borghi storici d’Italia, si notano piccole ma importanti differenze rispetto a tutto quanto “prodotto” in precedenza dalla stessa mano. Ciò che inizialmente catalizzò la mia attenzione furono il terzo Apostolo da sinistra e il Suo speculare sul lato destro che, ad un attento osservatore, non guardano la Vergine Assunta in cielo ma in direzione della navata centrale, quasi a scrutare coloro che contemplano la pala, qualcosa sulla parete di fondo o anche oltre. Altri lavori antecedenti presentano similitudini, come l’Ascensione di Cristo (1496, 1498) conservata al Museo municipale delle Belle Arti di Lione, ma mai si riscontra questa duplice e simmetrica particolarita’.

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Bisogna considerare che ai tempi del Perugino si dava ampio risalto al significato dei numeri, ciò che noi conosciamo come Cabala, e la cifra tre rappresenta gli averi e le proprieta’. Vi è anche un terzo Apostolo, quello all’estrema destra, il cui sguardo taglia diagonalmente verso il centro della rappresentazione o, come nel caso precedente, anche oltre. La Vergine è collocata entro una mandorla, solitamente utilizzata per palesare la divinità, ed è difficile immaginare

Maria,

per

quanto

venerabile

e

fondamentale nella religione Cattolica, elevata ad un tale rango, notoriamente riservato al solo onnipotente o al figlio che si e’ fatto carne. Vi è poi una ulteriore anomalia nel numero di Cherubini (14), in sovrannumero rispetto alla consuetudine e che, se accostato nuovamente al significato numerico, indica equilibrio e fa riferimento anche ai contenitori ed agli oggetti che ne imprigionano altri.

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Incuriosito da queste osservazioni decisi di avvicinarmi e,

seppur

impropriamente,

salire

sull’altare

per

osservare anche le sottostanti predelle raffiguranti l’Annunciazione e l’Adorazione del Bambino. Un dettaglio della seconda, in particolare, desto’ la mia attenzione:

il

cosidetto

pastore

della

meraviglia,

rintracciabile anche nel presepe Napoletano e ritratto, in questo caso, alle spalle della Sacra Famiglia, intento ad osservare una collina con alcuni alberi e un Angelo che la sovrasta. Cosa guardano gli Apostoli? Perche’ la Vergine è ritratta in un’iconografia che non le è propria? Gli schemi numerici rimandano a qualche verità nascosta? Cosa scruta esattamente il pastore alle spalle della Sacra famiglia? Troppe domande interessanti per lasciare cadere la cosa per cui, l’indomani, armato di pazienza, mi sarei recato all’archivio di Stato di Perugia per indagare. Fu uscendo dalla Chiesa che notai, sulla parete di sinistra, un’ altra raffigurazione della Vergine Maria

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sovrastante un borgo fortificato che, con tutta probabilità era la Corciano di fine Medioevo. A prima vista sembrava uno di quei Gonfaloni che venivano collocati in testa alle processioni religiose, molto in voga a quei tempi e che oggi, purtroppo, sono sempre piu’ relegate al ruolo di feste di paese dove tutto importa tranne gli aspetti squisitamente spirituali che le hanno originate. Non vi e’ piu’ grande tragedia per un popolo che la perdita del proprio passato. Fortunatamente non è così a Corciano, dove ancora si assiste a rievocazioni storiche ed eventi di culto che rinvigoriscono ogni volta le origini, e che contribuiscono a renderlo uno dei Borghi più belli e meglio conservati d’Italia, anche sul piano culturale. Tornai in albergo per la cena, una buona dose di materie prime di qualità, sapientemente accostate e cucinate mi avrebbe aiutato a riflettere meglio. Massimo, il proprietario dell’hotel, si sedette qualche minuto per conversare amabilmente, cosa abituale da queste parti, ed io approfittai per rivolgergli alcune

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domande sul corteo rievocativo storico che all’indomani avrebbe sfilato per le vie della città. Mi descrisse con dovizia di particolari il ruolo dei figuranti, le cui azioni si rifanno ad un copione antico, tramandato di generazione in generazione fin dal Rinascimento e giunto intatto ai giorni nostri. Fu scritto da Antonio di Cristoforo Ciacci, personaggio chiave all’interno della recita stessa e rappresentante del popolo all’epoca in cui fu commissionata la Pala di Corciano al Perugino. Il documento riporta anche precise indicazioni circa l’abbigliamento degli attori e definisce, senza margine di fraintendimento, luoghi e tempi dell’apparizione del protagonista, il Ciacci stesso, che indossa un costume rosso porpora recante, sul petto, l’effige dorata di una mandorla. Fu come sfondare una porta. Possibile che ci fosse un’attinenza così pronunciata con le osservazioni fatte quello stesso giorno? Le coincidenze talvolta sono così palesi che è persino difficile riconoscerle e ricondurle ad un quadro più ampio ma, per esperienza personale, so che possono essere anche fuorvianti ed è bene

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considerarle ed incasellarle in modo del tutto distaccato per evitare inutili e deludenti abbagli. Un buon ricercatore, questo faccio nel mio tempo libero, deve limitarsi a raccogliere ed osservare gli elementi, se ne deriva

uno

scenario

credibile

vale

la

pena

di

approfondire, altrimenti meglio lasciar perdere. Ma questa volta sentivo di dover andare avanti, come se una oscura regia mi conducesse entro i confini di uno spazio ignoto e indefinito. Mi apprestavo ad affrontare una lunga notte...

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Capitolo 2 – L’archivio

Secondo giorno, Archivio di Stato – Perugia

Non e’ mai facile trovare documenti risalenti a qualche secolo fa, specialmente se nel frattempo si sono verificate pestilenze (motivo per cui si preferiva bruciare tutto), incendi, conquiste e tutta una serie di altre casistiche che hanno cambiato repentinamente il corso della storia in un qualunque territorio. Spesso poi, ad onor del vero, non sai nemmeno cosa cercare ed è questo uno dei principali motivi per cui, sovente, la frustrazione prevale sul desiderio di conoscenza e, in ultima istanza, preferisci abbandonare i tuoi propositi e concentrarti su cose piu’ abbordabili. Non è mistero che intere parti della nostra preziosa storia, indispensabile chiave di lettura per il futuro, sono a noi sconosciute per questi stessi motivi.

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La notte precedente era stata come prevedibile molto travagliata e, più per ingannare il tempo che per “trovare” il sonno, avevo condotto qualche ricerca sul Web per indirizzare meglio i miei sforzi. Saltò fuori che Baldassarre Orsini (1732-1810), architetto, artista e scrittore attribui’ per primo la paternita’ della Pala di Corciano al Perugino definendola, nonostante la Vergine troppo giovane, una delle migliori opere mai realizzate dal pittore Umbro. Le fonti on-line citavano anche il Ciacci e Luca Matteo Baroni, rappresentante della Comunità, come i firmatari dell’accordo con l’artista, nel Dicembre 1512, per la realizzazione dell’opera sul modello della Pala Oddi di Raffaello Santi al prezzo convenuto di 100 Fiorini. Quindi Antonio di Cristoforo Ciacci (ancora lui) contrattò e firmò l’accordo per la Pala? Questa storia si faceva sempre più interessante. Purtroppo non trovai traccia dei riferimenti al documento originale e al luogo di conservazione ma sapevo di poter contare su un grande aiuto. Negli Archivi di Stato, così come in quelli Diocesani, lavora nell’ombra una nutrita schiera di assistenti. Essi

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conoscono alla perfezione il catalogo dei documenti fruibili

e,

su

richiesta,

forniscono

preziosissimi

suggerimenti su quanto ricercato, anche proponendo fonti alternative e correlate all’oggetto di studio. Ennio Ferretti lavora da oltre 25 anni presso la sede di Perugia ed è un profondo conoscitore dei fondi disponibili alla consultazione. Fu Lui a trovare, nel giro di un paio d’ore, l’atto notarile tra le parti che fu visionato anche dall’Orsini 250 anni orsono. Devo confessare che queste esperienze sono realmente emozionanti, avere per le mani qualche cosa che hai solo immaginato e pensare ai personaggi che lo scrissero, lo firmarono e lo consultarono successivamente ti da’ una scarica di adrenalina senza pari. Sono quei momenti in cui sogni ad occhi aperti e ti sembra di vedere la scena, tra le dita hai una parte della tua stessa storia ed e’ facile commuoversi se immagini tutte quelle persone che dinnanzi all’effige, prodotta in seguito a quell’accordo, hanno pregato e supplicato la Vergine per i loro cari e se stessi.

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Avrei voluto una copia di quell’atto ma, per ragioni legate al deterioramento dei documenti antichi, non è possibile avere copie fotostatiche ma solo microfilm. E per questa operazione sono necessari 15 giorni di tempo, piu’ di quanti ne avessi ancora da spendere in quella ormai piacevolmente compromessa vacanza. Per cui, convinto di avere trovato quello che stavo cercando, ringraziai Ferretti per l’ottimo lavoro e mi apprestai a congedarmi quando Lui mi suggerì un ulteriore verifica. Appresi che nell’archivio erano custoditi i libri contabili del Perugino e che, attendendo un’altra mezz’ora sarebbe stato possibile effettuare una verifica incrociata sull’avvenuto pagamento dell’opera. Mi sembrava un inutile seccatura ma, per non offendere il gentilissimo assistente, decisi che avrei pazientemente atteso il Suo ritorno. Mai tempo fu meglio speso, oltre al saldo alla consegna dell’opera trovammo un pagamento di 200 fiorini, avvenuto il 18 dicembre 1512 “pe’l silentio che si conviene”, ad opera dello stesso Ciacci. A che scopo

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pagare un extra così generoso di tasca propria? E che significa questa affermazione sul silenzio? Cominciava a delinearsi un quadro complesso ma decisamente entusiasmante, ora non avevo più alcun dubbio: era il caso di andare fino in fondo. Stavo ringraziando Ferretti per la geniale illuminazione ma decisi di rivolgergli un’ultimo quesito: “Ha mai sentito parlare del Gonfalone di Benedetto Bonfigli?”. “Certo!”, rispose Lui. “Ce ne siamo occupati recentemente per una pubblicazione scientifica della Regione, è stato realizzato nel 1472 ed originariamente, fino alla fine dell’800, era collocato nella Chiesa di Sant’Agostino in Corciano”. Una calorosa stretta di mano segnò la fine del nostro incontro, prima o poi avrei dovuto ricambiare quell’uomo, per aver dato un senso alla mia ricerca.

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Capitolo 3 - Le Confraternite

Avevo posto la domanda sul Gonfalone a Ferretti più per curiosità che altro, ma il fatto che provenisse da altro luogo meritava un'ulteriore piccola indagine per cui, dopo un generoso pranzo in Hotel ed in attesa della rievocazione storica per le vie del Borgo prevista nel tardo pomeriggio, decisi di spingermi un po' oltre le mura e andare a visitare di persona la Chiesa di Sant'Agostino. Parcheggiai l'auto proprio dinnanzi ad una ripida scalinata che conduce al complesso architettonico, sede di un antico convento fondato intorno al '300 dagli Eremitani e pesantemente rimaneggiato nel corso delle epoche. Me ne resi subito conto dalla differenza dei materiali impiegati per le mura esterne. Brutta notizia per chi, come me, è costantemente alla ricerca di indizi. I restauri conservativi sono una pratica relativamente recente, un tempo le cose andavano diversamente e spesso sono stati sacrificati grandi capolavori per far posto a nuove e più moderne costruzioni, adatte più

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all'ego dei committenti che alle reali necessità delle Comunità che ne dovevano fruire. Con un po' di pazienza e fatica arrivai all'ultimo scalino e vidi alla mia sinistra, su una panchina da cui si poteva godere

di

uno

splendido

panorama

sulla

valle

sottostante, un signore di mezza età che leggeva un quotidiano. Mi avvicinai e dissi: “Buongiorno, è una splendida giornata...”. “Sì” rispose Lui, “specialmente qui, ci vengo spesso. E' il posto più tranquillo che conosca, piacere... mi chiamo Alberto”. Ci stringemmo la mano, mi sedetti accanto a Lui e affrontammo una piacevole conversazione, di quelle in cui si parla di tutto e niente ma che, inspiegabilmente, ti mettono di buon umore e trasmettono la sensazione di aver risolto qualche grande interrogativo. “Cosa

La porta qui ?” disse a un certo punto, “Cercavo

informazioni sul Gonfalone di Benedetto Bonfigli, l'ho visto ieri nella Chiesa di Santa Maria Assunta e mi hanno detto che proviene da qui” risposi.

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Dopo un breve attimo di riflessione in cui si percepiva una strana tensione sul Suo volto continuò: “Fu spostato alla fine del '700, dopo un lungo contenzioso tra il Vescovado e la Confraternita di San Rocco e San Sebastiano che lo custodiva sin dai tempi della sua realizzazione come ex voto alla Vergine Maria per aver debellato la peste da Corciano.” “C'era

quindi una Confraternita?” replicai io. “C'è ancora,

e non è nemmeno l'unica. Ne sono sopravvissute sei ma, nei secoli scorsi, erano decine. Se passeggia per il Centro noterà le loro insegne ovunque” rispose. “E

quale funzione avevano?” chiesi, nonostante un

crescente

e

visibile

disagio

da

parte

del

mio

interlocutore. Fu allora che lo intravidi per la prima volta, un uomo vestito con un pesante saio ed il cappuccio che nascondeva il viso mi stava osservando da una piccola finestra posta accanto alla facciata della Chiesa. Fu un attimo, il tempo di orientare il capo da quella parte e non c'era più. “Lo ha visto anche Lei?” dissi ad Alberto. “Le

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auguro un buon pomeriggio, devo andare in città” rispose Lui garbatamente incamminandosi verso la scalinata. Trascorsero almeno dieci minuti prima che mi potessi alzare da quella panca. Avvertivo un profondo senso di irrequietezza e nella mia testa frullavano centinaia di domande e altrettante ipotetiche risposte che non avevano senso. Sentivo di dover continuare ad indagare. Difficile descrivere il mio stato d'animo durante il tragitto verso l'auto. Vi è mai capitato di sentirvi osservati? E' un mix di paura mista a curiosità dove non si capisce quale stato d'animo prevale sull'altro e che, normalmente, porta brividi lungo la schiena. Mi girai più volte, ma non vidi nulla e solo quando premetti il pulsante di chiusura delle serrature mi sentii meglio. Non esitai a partire. Riuscii a parcheggiare con relativa facilità e un pizzico di fortuna ai margini del Centro Storico, un centinaio di metri mi separavano dalla strada principale che sarebbe stata teatro del corteo rievocativo di ferragosto, giorno in cui si celebra l'Assunzione di Maria nel calendario gregoriano.

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Molti

scantinati

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lungo

il

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percorso

erano

stati

temporaneamente convertiti a spazi espositivi dove giacevano in bella mostra le eccellenze artistiche, produttive Corcianese.

ed

eno-gastronomiche

Allegre

famiglie

e

del

gruppi

territorio di

amici

passeggiavano tranquillamente, piccoli drappelli di bambini urlanti scorrazzavano in su e in giÚ rendendo l'atmosfera gioiosa e festante. Le sagre di paese sono cosÏ: ad un osservatore poco attento sembrano superficiali, ma se ci si sofferma sui dettagli se ne intuiscono le profonde implicazioni sociali. E' l'unica occasione nel corso dell'anno in cui si mettono da parte le rivalità e, anche se solo per un giorno, ci si lascia avvolgere dal calore della quiete, delle emozioni e dei sentimenti. Due immagini in particolare mi restarono impresse, l'abbraccio tra due anziani signori, che mi è parso di capire non si vedessero da molto tempo, e le mani intrecciate di due giovani innamorati. Lottiamo tutti ogni giorno per questo, per godere di questi pochi istanti magici.

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Ero talmente rapito da queste osservazioni che mi ritrovai al centro del borgo senza accorgermene, gli organizzatori avevano installato una tribuna temporanea nella Piazza antistante la Chiesa di Santa Maria, dove è conservata la pala del Perugino che ha animato questa mia curiosità, per permettere ai presenti di assistere ai tanti spettacoli in costume, programmati per quel giorno intorno al pozzo collocato ai piedi di una imponente parete costruita in mattoni a vista e che delimita il lato sinistro di questo spazio. La Cattedrale era aperta ai visitatori e, senza pensarci, entrai per ammirare nuovamente il capolavoro del Perugino collocato nell'abside. Mi sedetti sulla prima panca, proprio di fronte all'Altare Maggiore. Riconobbi subito la figura di San Giovanni, inginocchiato al centro della scena, e mi sforzai di individuare ulteriori dettagli caratteristici utili all' identificazione degli altri Apostoli. Nell'iconografia Cristiana i dodici prediletti si distinguono grazie ad alcuni particolari come le chiavi per San Pietro o la spada per San Paolo, ma non è raro che, se

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rappresentati tutti insieme, tali segni distintivi non sussistano. Ed è il caso della Pala di Corciano. Il mio sguardo si posò quindi sull’Apostolo all'estrema destra (per chi osserva), i cui occhi sono rivolti in direzione della Piazza. Interessante indizio ma, al momento, solo uno dei tanti pezzi in un puzzle che non veniva risolto. Annotai questa mia osservazione su un foglietto di carta che avevo in tasca e uscii dalla Chiesa per posizionarmi a margine del percorso previsto, appoggiandomi con i gomiti ad una transenna. Nel sistemarmi urtai una Signora: “Mi scusi, sono stato un po’ maldestro” Le dissi sfoggiando il mio miglior sorriso. “Non si preoccupi” rispose Lei con garbo, “E’ la prima volta che assiste alla manifestazione?”. “Come fa a saperlo?” continuai, “Sono nata qui, ci sono cresciuta e lavoro tutti i giorni, non l’ho mai vista in paese” seguitò sorridendo a Sua volta. “Si, sono qui per concedermi qualche giorno di relax e non ho potuto fare a meno di appassionarmi alla storia ed alla cultura di questo posto meraviglioso, io sono Stefano” dissi porgendoLe la

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mano. “Piacere, io mi chiamo Valentina” aggiunse Lei ricambiando il gesto. Conversammo per un po’ e mi raccontò della Country House che gestisce con la sorella a pochi chilometri dal centro. Adoro le strutture agresti che offrono servizi di ospitalità, trovo che siano fantastiche, Ti senti a casa anche se sei a centinaia di chilometri dalla tua vera abitazione e le giornate scorrono così lisce e tranquille che al momento della partenza ti chiedi già quando ritornerai. Colsi l’occasione al volo per raccogliere qualche elemento utile e posi una domanda simile quella fatta ad Alberto poco prima: “Ho visto, nei vicoli del borgo, numerose insegne che richiamano la presenza di Confraternite intitolate ad alcuni Santi, che funzione hanno queste Istituzioni?”. Rimase in silenzio per un istante, come per cercare le parole: “Esistono da secoli e sono state costituite con decreti formali di fondazione, emanati dal Vescovo di Perugia. Ogni Confraternita ha funzioni diverse ma tutte

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hanno un comune denominatore: i componenti sono tenuti a condurre una vita consona ai precetti religiosi e hanno l’obbligo morale di occuparsi dei confratelli più indigenti”. Curioso, una piccola comunità adotta politiche sociali più eque ed efficienti di quanto abbia saputo fare qualunque monarca o governo si sia succeduto nel tempo e la cosa sorprendente è che questo si perpetua sin dalla notte dei tempi. Un lontano rullo di tamburi, proveniente dalla parte alta della città, annunciò l’inizio del corteo.

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Capitolo 4 – Il Corteo

Una doppia fila di tamburini, in costumi rinascimentali dai colori sgargianti, scendeva verso la piazza precedendo gli attori che rappresentavano la signoria e il clero di un tempo che fu. Alcuni musici, provenienti dalla parte opposta, riempivano l’atmosfera con allegre melodie dal sapore antico. Sono quei contesti in cui, anche solo per qualche istante, ti sembra di tornare indietro nel tempo e, con un minimo di immaginazione, riesci a visualizzare la scena come se ne facessi parte. Passarono

pochi

minuti,

tamburini

e

musici

si

fronteggiavano ora ai margini opposti della piazza e un’ultimo colpo di grancassa decretò perentoriamente l’inizio della recita. Dopo qualche secondo di surreale silenzio una voce baritonale, proveniente dalla sommità del muro di mattoni a vista che sovrasta il pozzo, declamò: “Ove l’apostolo volge il suo sguardo, inizia il peregrinar

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dell’anima verso l’irto sentiero che conduce alla virtute e conoscentia”. L’uomo si mostrò subito dopo ai presenti, abbigliato con un costume color porpora ed una mandorla dorata ricamata sul petto, lo stesso richiamo iconografico alla Divinità che aveva attirato la mia attenzione due giorni prima osservando la pala del Perugino. Massimo, proprietario dell’albergo dove soggiornavo, me ne aveva parlato. Mi disse che l’attore faceva le veci di Antonio Ciacci, il quale commissionò l’opera che si trovava a pochi metri da dove stazionavo.

Ma la cosa più

sorprendente, per me in quel momento, era che il figurante fosse Alberto, il signore con cui avevo conversato sulla panchina di fronte alla Chiesa di Sant’Agostino. Si congedò subito dopo e, per quanto interessante fosse la rappresentazione immediatamente successiva intorno al pozzo, non riuscivo a smettere di pensare alle sue parole: “Ove l’Apostolo volge il suo sguardo”.

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Dalle analisi fatte sulla pala dell’altare maggiore di Santa Maria tre sono gli Apostoli che non osservano la Vergine assunta in cielo, due guardano il fondo della chiesa e uno, quello all’estrema destra per chi contempla il capolavoro, in direzione del luogo dove era apparso poco prima Alberto. Lo avevo annotato su un foglio meno di un’ora prima e, per quanto mi sforzassi di considerarla una coincidenza, non potevo smettere di credere al fatto che, dietro a tutta questa storia, ci fosse qualche cosa di interessante. Furono necessari altri venti minuti perché Alberto, nelle vesti del Ciacci, tornasse in scena. Questa volta alle mie spalle, sulla scalinata di Santa Maria. “Solo la fede ti condurrà sulla retta via ma… bada pellegrino, la verità concede all’uomo un potere immenso e l’improprio uso lo porta alla sua stessa rovina” disse a gran voce un attimo prima di dileguarsi all’interno della Chiesa. Cedetti istintivamente all’impulso di seguirlo ma una volta entrato vidi solo alcuni turisti e fedeli, i primi intenti

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ad osservare le opere messe a dimora e gli altri in atteggiamento

di

preghiera.

Aveva

probabilmente

imboccato la porta a lato dell’altare che conduce alla Sacrestia. Tornai all’aperto e iniziai a vagare per il borgo, ero assorto nei miei pensieri e non badavo alla confusione che mi circondava. Giunsi ad una casa d’angolo la cui facciata era curiosamente tappezzata di bassorilievi in ceramica, alcuni di questi raffiguravano le effigi delle Confraternite Corcianesi. A lato della porta di ingresso notai una targa interessante, menzionava la visita di Papa Giulio II e Niccolò Macchiavelli al borgo nel 1506, un elemento nuovo per me. Giulio II, ovvero Giuliano della Rovere, era nato da un’umile famiglia e studiò nel convento dei Francescani di Perugia. La Sua carriera ecclesiastica ebbe un impulso decisivo grazie all’insediamento al papato di Suo zio, Sisto IV, che lo nominò cardinale nel 1471. Grazie alla Sua abilità politica, alle alleanze coltivate nel periodo in cui visse in Francia ed al prezioso aiuto di Cesare Borgia, divenne Papa nel 1503. Condusse molte

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campagne militari ed estese notevolmente i confini dello Stato Pontificio. Questo gli valse l’appellativo di Papa Guerriero o Papa Terribile. Ma non fu solo un abile politico ed un guerrafondaio, chiamò in Vaticano i più grandi artisti del Suo tempo e commissionò la realizzazione di alcuni tra i più grandi capolavori artistici che sono giunti fino a noi tra cui la Cappella Sistina, affrescata da Michelangelo Buonarroti. Nel

viaggio

in

cui

fece

tappa

a

Corciano

fu

accompagnato dal Macchiavelli, grande uomo del rinascimento. Il termine macchiavellico, di uso ancora comune nella nostra lingua e utilizzato associandolo a situazioni particolarmente complesse, deriva appunto dall’acuta

e

spregiudicata

intelligenza

di

questo

personaggio che, al pari del Pontefice di quel tempo, si distinse per l’astuta abilità politica. Niccolò Macchiavelli è da tutti considerato il padre della scienza politica moderna. Mentre mi spremevo le meningi per riordinare le poche informazioni che avevo sui due personaggi una voce femminile conosciuta recitò alle mie spalle: “Parla del

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viaggio avvenuto nei primi anni del sedicesimo secolo, si fermarono qui in attesa di entrare a Perugia. Alcuni storici affermarono che la data era sbagliata ma dalle lettere di Macchiavelli è invece confermata la loro presenza qui quell’anno”. “Valentina” dissi voltandomi. “Sei molto preparata sulla storia di Corciano”. “Si” rispose, “Quando frequentavo le scuole dell’obbligo ho avuto la fortuna di avere un insegnante di storia appassionato, di quelli che sanno trasmettere entusiasmo e amore per la propria materia. I suoi insegnamenti rimarranno per sempre impressi nella mia memoria, se ti capita di andare a visitare la Chiesa di San Francesco troverai sul lato sinistro un mattoncino incastonato nella parete con l’incisione: SE FA RECORDO DE LA VENUTA DE PAPA GIULIO II QUANDO VENNE A CORCIANO FO NEL 1506 E MESE SETENBRE” “Interessante” replicai, “che mi dici del personaggio di Ciacci durante il corteo?”.

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“Appare per tre volte” continuò lei, “sulla murata che sovrasta il pozzo, sulle scalinate della prepositurale e nei pressi di Porta Santa Maria”. “Quando è previsto l’inciso vicino alla porta?” dissi io con impeto. “Sul finire del corteo, tra una quindicina di minuti credo” rispose. “Scusami Valentina non me lo voglio perdere, verrò sicuramente a trovarti alla Country House”. Una veloce stretta di mano per congedarci e mi apprestai a raggiungere la porta, distante solo qualche centinaio di metri dalla casa con i bassorilievi. Dovetti attendere solo pochi minuti per assistere all’ultimo atto della rappresentazione che ritenevo importante per le mie indagini. “Il cammino è assai breve ma la giusta via è assai tortuosa, attento pellegrino… solo l’incrollabile fede ti salverà dall’oblio” proclamò Alberto, prima di dileguarsi nuovamente tra la folla.

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Il corteo rievocativo era finito ed era ormai vicina l’ora di cena, non mi restava che rientrare in albergo, una doccia ben calda e un pasto ristoratore mi avrebbero aiutato a riflettere. L’indomani, oltretutto, sarei dovuto partire perchè il mio lavoro non permette lunghe pause ma, questa volta, ero certo del fatto che sarei tornato presto.

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Capitolo 5 – Il ritorno a casa

Le torte fatte in casa mi fanno impazzire e quella mattina diedi sfogo ai miei appetiti, era anche un’occasione per scambiare quattro chiacchiere con Massimo, proprietario dell’Hotel in cui alloggiavo, e riordinare un po’ le idee rispetto alla mia ricerca. “Ho osservato a lungo la pala del Perugino in Santa Maria e la trovo oltremodo spettacolare, è ricca di dettagli iconografici e alcuni di questi hanno alimentato la mia curiosità” esordii io. “Non sei il primo a dirmelo, i turisti sono sempre affascinati dal capolavoro del maestro e io stesso, ogni qualvolta mi reco in paese per qualche commissione, mi fermo a contemplarlo. Mio nonno me ne parlò spesso durante la mia infanzia, credeva contenesse un messaggio importantissimo per tutti gli uomini di fede” rispose lui.

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“In che senso?” continuai io, celando come potevo il mio interesse. “Lui diceva che ogni grande artista del passato non avrebbe mai collocato un elemento all’interno della propria opera se non avesse avuto un senso nel quadro d’insieme, specialmente nel rinascimento, l’epoca in cui Michelangelo Buonarroti, Leonardo Da Vinci, Raffaello Sanzio, il Bramante, lo stesso Perugino e molti altri mettevano il loro talento al servizio del clero e dell’alta borghesia, categorie tipicamente avvezze all’idea di voler tramandare la propria gloria e grandezza alle generazioni a venire. Molti di questi indizi, per quanto evidenti e davanti agli occhi di tutti, devono ancora essere riportati alla luce e solo una grande conoscenza della storia può svelarne il reale significato” replicò. “Tuo nonno doveva avere accumulato un enorme bagaglio culturale per affermare una verità così profonda” aggiunsi. “Si, era una grande uomo e non passa giorno che io rimpianga la sua scomparsa, ero adolescente quando

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una brutta polmonite pose fine alla sua esistenza. Mia madre era sempre in ansia per lui, specialmente gli ultimi due anni, per via della sua strana propensione a sparire per delle ore senza che nessuno sapesse dove fosse andato. Ho un ricordo molto sfocato di una notte di tanti anni fa, pochi mesi prima che si ammalasse. Stavo dormendo e fui svegliato da un’accesa discussione tra lui e mia madre che lo rimproverava per le sue solite uscite ingiustificate. Non posso dire con certezza se fosse un sogno o la realtà ma sarei pronto a giurare di aver visto qualche minuto prima, nel dormiveglia, un monaco incappucciato passare davanti alla porta della mia camera.” Per poco non caddi dalla sedia. “Che c’è?” continuò lui sorridendo. “Niente, scusami. Ero talmente affascinato dal tuo racconto che mi sono immedesimato nella parte. L’immagine di un uomo mascherato, sognato o intravisto nel cuore della notte fa venire i brividi.” Dissi io.

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“Beh, si” riprese Massimo, “Da allora mi è capitato spesso di rivivere nel sonno o ad occhi aperti quella scena e ti dirò di più, molti turisti nel corso degli anni mi hanno riferito di aver visto una figura simile aggirarsi nei dintorni della città.” Cambiai discorso, troppo rischioso continuare dato che anche io avevo visto quell’uomo il giorno prima e non sapevo quali fossero le sue reali intenzioni nei confronti di chi avrebbe curiosato un po’ troppo. Mi congedai dal mio interlocutore e tornai in camera per chiudere i bagagli prima della partenza.

Il borgo di Corciano

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Ci sono viaggi durante i quali sei talmente perso nei tuoi pensieri che non ti rendi nemmeno conto di averli fatti e il ritorno da Corciano, l’Agosto scorso, fu uno di quelli. Dal momento in cui pagai il conto, inaspettatamente conveniente,

a

quando

istintivamente premetti

il

radiocomando davanti al cancello di entrata a casa mia sembrò passare un istante, la quantità di informazioni raccolte e il desiderio di saperne di più mi avevano accompagnato per tutto il tempo ed era chiaro che presto, molto presto, avrei fatto ritorno in Umbria. La pala, la ricevuta trovata in Archivio di Stato, le conversazioni con Alberto, Massimo e Valentina, il misterioso monaco, i proclami lanciati durante la rappresentazione. A Corciano c’era qualche cosa di speciale e io, a quel punto, volevo scoprirlo.

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Capitolo 6 – Il ritorno

Fu realmente difficile tornare alla quotidianità, fatta di tante telefonate, progetti da sovraintendere, risorse da coordinare, documenti da redigere e conferenze a cui presenziare. Per quanto mi potessi sforzare continuavo a pensare agli accadimenti di Corciano e all’intricata rete di indizi che, ormai con ragionevole certezza, mi avrebbero condotto a qualche scoperta interessante. Tra una cosa e l’altra avevo anche incaricato i miei collaboratori di recuperare quante più informazioni possibili sui personaggi e le opere oggetto del mio interesse. Sulla mia scrivania capeggiava un fascicolo intitolato “Corcianvm” che, con il passare dei giorni, divenne corposo quanto un intero faldone. Per tenere traccia di ogni elemento interessante avevo adottato la metodologia che utilizzo per affrontare qualsiasi sfida lavorativa ovvero, il problema viene suddiviso in più parti ed affidato a soggetti diversi che, in totale autonomia, analizzano e sciolgono ogni singolo nodo. L’unione dei

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loro sforzi inquadra uno scenario più complesso che mi permette di identificare una o più strategie mirate alla soluzione del problema. Questo approccio, che nel mio caso ha sempre funzionato, mi permise di focalizzarmi su un elemento particolarmente interessante, che fino a quel momento non avevo ancora tenuto nella dovuta considerazione: il contenuto dei tre interventi operati dall’attore che rappresentava il Ciacci durante il corteo storico di ferragosto, ovvero Alberto. Nel primo si parlava dell’Apostolo che volge il suo sguardo verso il luogo in cui comincia il cammino verso la virtù e la conoscenza. Nel secondo inciso si fa riferimento alla fede come unico mezzo per conoscere la retta via e si ammoniscono i presenti sul potere concesso a coloro che conoscono la verità. L’ultimo intervento descrive il cammino che, seppur breve, è tortuoso e nasconde grandi pericoli per coloro che non sono animati da sani princìpi.

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Era chiaro, le mie osservazioni sull’Apostolo ritratto a destra nella pala di Corciano ed il luogo della prima apparizione dell’interprete del Ciacci indicavano l’area dell’antico pozzo collocato a margine della piazza antistante la chiesa prepositurale come luogo da cui cominciare le ricerche. Non restava altro da fare che tornare sul posto

e indagare a fondo. Un pizzico di

fortuna, che non guasta mai in questi casi, mi aiutò a trovare una finestra nel fitto calendario di impegni per via di un convegno ad Assisi in cui era previsto il mio intervento, di lì a due settimane, che mi avrebbe riportato nelle immediate vicinanze. Chiesi subito alla mia segretaria di bloccare le due giornate successive. Da quel momento in poi le ore e i giorni, che si succedettero con il solito ritmo frenetico ed inframezzate soltanto dai lunghi e noiosi spostamenti tra una città e l’altra,

sembrarono

non

passare

più

e

dovetti

sinceramente reprimere l’impulso di cedere alla voglia di anticipare i tempi più di una volta. Ma, con un po’ di pazienza

e

molto

più

autocontrollo

di

quanto

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normalmente io disponga, arrivò anche il giorno della conferenza. Giunsi quindi nuovamente a Corciano la sera tardi, il silenzio regnava sulla vallata e le dolci colline, fiocamente illuminate dalla luce artificiale prodotta dai lampioni e da qualche abitazione, rendevano il paesaggio estremamente rilassante. Dopotutto è questo uno dei principali motivi per cui migliaia di persone scelgono di passare le vacanze in questa località dove, anche se non ci sei mai stato, percepisci una forte sensazione di pace e benessere, ti senti a casa anche se ci hai messo piede per la prima volta. Ero molto stanco e, per quanto eccitato dall’imminente caccia, quella notte avrei sicuramente riposato senza problemi. Un Mojito preparato a regola d’arte e consumato al bar della Hall prima di salire in camera mi diede una grande mano. Mi svegliai l’indomani all’alba, perfettamente riposato e pronto all’azione, fortunatamente il portiere notturno aveva già preparato la sala colazioni e potei concedermi

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un graditissimo caffè, indispensabile bevanda per chi come me ci mette un po’ a realizzare dove si trova la mattina. Tre soli chilometri mi separavano dal centro e, considerata l’ora, preferii lasciare l’auto nel parcheggio. Niente mi mette in condizione di essere produttivo come una

piacevole

specialmente

camminata

se

sono

ad

inizio

circondato

dalla

giornata, natura

verdeggiante. Impiegai circa mezz’ora per raggiungere la mia meta, il paese era ancora deserto ed io ero già davanti al pozzo, mi sembrava di non aver mai lasciato quel luogo. Decisi, per convenienza, di suddividere lo spazio in una griglia esplorativa immaginaria, mi avrebbe certamente aiutato a considerare ogni dettaglio utile e tolto la scocciatura di riconsiderare più volte gli stessi elementi. Ci vollero più di due ore per trovare ciò che stavo cercando, una scritta incisa su uno dei migliaia di mattoni che compongono la murata a lato del pozzo e che riportava la dicitura:

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“INSULA FRATRUM” Le mie poche e scolastiche reminiscenze di latino fornirono una veloce traduzione: “Isola dei confratelli”. Proprio mentre osservavo quell’interessante indizio percepii sopra di me un lieve fruscìo, alzai la testa di scatto e lo vidi per la seconda volta, prima che si dileguasse come aveva fatto a Sant’Agostino. Il monaco era indubbiamente interessato alle mie ricerche. Provai una grande paura e mi affrettai ad imboccare la discesa che conduce al Municipio, un tempo dimora dei Duchi della Corgna, Signori di Corciano. Un gatto scattò improvvisamente al mio passaggio ed alimentò una scarica di adrenalina che attraversò tutto il mio corpo, guardai nervosamente alle mie spalle molte volte lungo il tragitto. Mi ci vollero un paio di minuti per raggiungere la piazza inferiore, ai margini delle antiche mura, dove mi affrettai ad infilarmi in un piccolo bar. Vi consumai un caffè lentamente, senza mai togliere lo sguardo dalla vetrina per maturare la certezza di non essere seguito.

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Passarono alcuni interminabili istanti, mi sentivo finalmente al sicuro. Approfittai della cortesia del barman per chiedere se ci fosse un ufficio turistico da quelle parti e scoprii che a pochi metri da dove ero in quel momento aveva sede l’Antiquarium, meraviglioso esempio di lungimiranza amministrativa per un comune così piccolo. Impiegai meno di un minuto per raggiungerlo e, una volta lì, conobbi Federica, responsabile della custodia di un patrimonio Etrusco a dir poco incredibile e che occupa un ampio spazio espositivo al piano sottostante gli uffici in cui lei lavora ogni giorno per valorizzare il patrimonio Corcianese. Mi accompagnò durante la visita ai reperti rinvenuti oltre un secolo prima nei pressi del borgo e rispose esaustivamente a tutte le mie domande, compresa quella più importante: “Possibile che da queste parti esista un’isola dove ha o ha avuto sede qualche ordine religioso?” dissi io.

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“Certo! L’Isola Polvese, sul vicino Lago Trasimeno” rispose Lei “Anche se ormai sussiste solo una parte dell’Edificio che li ospitava. Parlo dell’Ordine dei Monaci Olivetani, che abbandonarono l’Isola nel diciassettesimo secolo. La chiesa antistante al convento è stata distrutta quasi per intero dalle truppe del Granducato di Toscana, che occupò l’Isola nel 1643. Se oggi possiamo ancora ammirare le sue bellezze è merito del Conte Citterio che la acquistò nel 1959 e si dedicò al restauro di quasi tutte le costruzioni fino al 1973, quando la proprietà passò all’Amministrazione provinciale di Perugia che tutt’ora se ne prende cura.” “Grazie infinite” conclusi io porgendole la mano. “Tornerò a trovarla presto”. Erano solo le dieci di mattina e un traghetto mi aspettava per condurmi al centro del vicinissimo lago Trasimeno.


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