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Copyright: Diocesi di Nuoro Piazza Santa Maria della Neve 1 - 08100 NUORO È vietata qualsiasi forma di riproduzione senza l’autorizzazione della proprietà

Finito di stampare febbraio 2010 per l’Editrice L’ORTOBENE - Nuoro Presso Arti Grafiche Su Craminu di Bacchitta A. & Mesina 08022 Dorgali - Via Trento 1 Tel. 0784 96409 - E.mail: sucraminu@libero.it

In copertina: Ultima cena, LILIANA CANO Chiesa parrocchiale - Oliena


PRESENTAZIONE

IL SACRAMENTO DELLA CARITÀ «Fate questo in memoria di me!» Verso il «Congresso Eucaristico Diocesano»

Mistero della fede! Nel pane e nel vino dell’Eucaristia gli occhi della fede vedono Gesù presente e vivo nella sua Chiesa. E i credenti esultano dicendo: «Annunziamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta!». Nella sincerità del cuore il cristiano ringrazia il Signore, che ha offerto la sua vita per amore, e va ad incontrare il Cristo risorto, come sua madre Maria nell’incontro della Pasqua, nella speranza e nella «attesa della sua venuta». Il Figlio di Dio viene nel cuore dell’uomo nel «Sacramento del pane» e tornerà un giorno per accogliere i suoi discepoli alla mensa della vita eterna. Questa è la nostra fede! Questa è la fede della Chiesa! E noi ci gloriamo di professarla! Il mistero è mistero. Il mistero manifesta il dono di Cristo. Il mistero è il ringraziamento dell’uomo al Signore che viene ad abitare nel mondo. La fede è vita. Il nostro «amen» nell’accogliere il pane della vita è il segno che desideriamo accogliere Gesù nella casa del cuore, promettendo di vivere nel suo amore per farlo nascere nel cuore dei fratelli. Noi sentiamo il Signore presente nella Chiesa, nella famiglia e nella società, e riconosciamo il «Risorto» che cammina accanto a noi, come nella sua Pasqua camFate questo in memoria di me

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minava con i discepoli di Emmaus. Ardeva il loro cuore nel petto quando Gesù spiegava loro le Scritture e «lo riconobbero nello spezzare il pane». Avevano incontrato il Vivente. Avevano ritrovato la gioia. La Chiesa di Nuoro è in cammino verso il suo nuovo «Congresso Eucaristico Diocesano», che sarà celebrato nei giorni 19-26 settembre di questo anno 2010. Sarà il coronamento del «Piano Pastorale Diocesano» che negli anni 20072010 ha guidato le comunità a riscoprire il senso teologico della liturgia, la predilezione per i giovani e i bambini, la missione educativa nella Famiglia-Chiesa- Scuola-Società. Il presente anno ci vede impegnati in modo speciale nell’azione apostolica al servizio della «famiglia», la prima comunità che svela ai figli che «Dio è amore». E per questo nel cammino verso il «Congresso Eucaristico Diocesano» la nostra preparazione avverrà attraverso la riflessione sul tema «Eucaristia e Famiglia». Sarà prezioso il presente «sussidio pastorale»: «Fate questo in memoria di me» È frutto della meditazione che Don Giuseppe Mattana ha proposto nelle pagine del Settimanale «L’Ortobene» sul mistero dell’Eucaristia. È un libretto che desidera offrire orientamenti e suggerimenti al rinnovamento della celebrazione liturgica e alla partecipazione dei fedeli alla liturgia eucaristica. È offerto alla Chiesa Diocesana, alle Comunità Parrocchiali, ai Gruppi Ecclesiali, alle Famiglie Religiose, ai genitori e ai figli nelle famiglie, alla nostra gioventù. E potrà essere valorizzato fin dal prossimo tempo quaresimale, quando in tutte le Parrocchie sarà proclamato: Nella 1° Domenica di Quaresima l’inizio del cammino di preparazione al «Congresso Eucaristico» 4

Fate questo in memoria di me


Le tappe principali della preparazione saranno: * gli incontri dei presbiteri nell’Anno Sacerdotale * gli incontri quaresimali dei giovani * gli incontri e le celebrazioni nelle parrocchie e nelle foranie * la giornata del «Giovedì Santo»: il «Crisma» e la «Cena del Signore» * la festa di Pasqua * la solennità di Pentecoste * la festa del «Corpo e del Sangue del Signore» * le celebrazioni delle feste patronali e popolari con la predicazione sul «mistero eucaristico». Fate questo in memoria di me! Questa meditazione, guidata dai sacerdoti nelle parrocchie, nelle foranie, nei centri di ascolto, valorizzerà il presente «sussidio pastorale» e potrà essere arricchita dalla rilettura dei principali documenti del magistero pontificio ed episcopale. Ascolteremo la voce del Papa Benedetto XVI, che ha donato alla Chiesa l’Esortazione Apostolica Postsinodale Sacramentum Caritatis sul «mistero dell’Eucaristia» il 22 febbraio 2007. Ricorderemo gli insegnamenti del primo «Congresso Eucaristico Diocesano», guidato oltre trent’anni fa dal vescovo Mons. Giovanni Melis. E vivremo in sintonia con la Chiesa Italiana, che nel mese di settembre del prossimo anno 2011 celebrerà ad Ancona il «Congresso Eucaristico Nazionale». Accogliamo l’auspicio del Papa Benedetto XVI: «Per intercessione della Beata Vergine Maria, lo Spirito Santo rinnovi nella nostra vita lo stupore eucaristico per lo Fate questo in memoria di me

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splendore e la bellezza che rifulgono nel rito liturgico, segno efficace della stessa bellezza infinita del mistero santo di DioÂť. PIETRO MELONI VESCOVO DI NUORO

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INTRODUZIONE

Gli Orientamenti pastorali della Conferenza Episcopale Italiana per il primo decennio del duemila: Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, ribadiscono con particolare intensità il primato dell’Eucaristia nella comunità cristiana. «Ci sembra pertanto fondamentale ribadire che la comunità cristiana potrà essere una comunità di servi del Signore soltanto se custodirà la centralità della domenica, “giorno fatto dal Signore” (Sal 118,24), “Pasqua settimanale”, con al centro la celebrazione dell’Eucaristia, e se custodirà nel contempo la parrocchia quale luogo – anche fisico – a cui la comunità stessa fa costante riferimento… Se un anello fondamentale per la comunicazione del Vangelo è la comunità fedele al “giorno del Signore”, la celebrazione eucaristica domenicale, al cui centro sta Cristo che è morto per tutti ed è diventato il Signore di tutta l’umanità, dovrà essere condotta a far crescere i fedeli, mediante l’ascolto della Parola e la comunione al corpo di Cristo, così che possano poi uscire dalle mura della chiesa con un animo apostolico, aperto alla condivisione e pronto a rendere ragione della speranza che abita i credenti (cf. 1Pt 3,15). In tal modo la celebrazione eucaristica risulterà luogo veramente significativo dell’educazione missionaria della comunità cristiana» (CVMC 47-48). Il desiderio di contribuire a far sì che tutto questo possa essere vissuto nelle nostre comunità, con la continua riscoperta dell’Eucaristia, Sacramento della carità, ha spinto il nostro vescovo Mons. Pietro Meloni a voler celebrare, nel mese di settembre, il Secondo Congresso Eucaristico Diocesano, vertice del lavoro e delle proposte pastorali di questi anni. I prossimi mesi, a iniziare dal periodo liturgico della Quaresima, dovranno essere vissuti nell’impegno a Fate questo in memoria di me

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voler riscoprire, in modo particolare, la celebrazione eucaristica. Per favorire, almeno in parte, questo cammino, ho voluto raccogliere in questo sussidio vari interventi, quasi tutti pubblicati sul Settimanale «L’Ortobene», sul significato del riunirsi come Assemblea, sul valore e sul significato dei vari spazi celebrativi e sulle varie parti della celebrazione eucaristica. In appendice ho voluto inserire alcune riflessioni sul rapporto tra Bibbia e Liturgia e alcune indicazioni circa la formazione dei lettori. Con spirito di servizio e umiltà lo offro alla comunità diocesana con l’auspicio che possa servire di stimolo per una crescita e per una maggior comprensione della Santissima Eucaristia che «… è il dono che Gesù Cristo fa di se stesso, rivelandoci l’amore infinito di Dio per ogni uomo… Per questo la Chiesa, che trova nell’Eucaristia il suo centro vitale, si impegna costantemente ad annunciare a tutti, opportune importune (cfr 2 Tm 4,2), che Dio è amore. Proprio perché Cristo si è fatto per noi cibo di Verità, la Chiesa si rivolge all’uomo, invitandolo ad accogliere liberamente il dono di Dio» (Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis 1-2). GIUSEPPE MATTANA

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RADUNARSI IL LUOGO DELL’ASSEMBLEA La parola CHIESA indica una comunità di persone radunate davanti a Dio. La Chiesa è l’assemblea che si riunisce ed è questo riunirsi che dà il nome di chiesa anche all’edificio. Le chiese sono costruite accanto alle nostre case, sono la meta del nostro quotidiano pellegrinaggio, sono il luogo dell’Eucaristia e dei Sacramenti, della preghiera personale e comunitaria, dell’incontro privilegiato con Dio. Entrando in chiesa noi compiamo alcuni gesti semplici che devono però diventare significativi. Quando varchiamo la porta di una chiesa entriamo per ascoltare la Parola del Signore, per prendere posto in mezzo agli altri fratelli di fede, per stare davanti a Dio: con amore, con gratitudine, con le prove e le sofferenze quotidiane, per invocare aiuto, conforto. Entrare in chiesa significa consacrare al Signore un po’ del nostro tempo, lasciare un attimo la nostra casa per incontrarci con tante altre persone: «Noi ti offriamo le cose che ci hai dato e tu in cambio ci offri te stesso». La Chiesa deve diventare, sia a livello di edificio sia di realtà ecclesiale, la CASA accogliente per tutti. L’acqua segno del Battesimo Vicino all’ingresso c’è sempre la pila dell’acqua benedetta. Il cristiano, entrando in Chiesa, immerge la sua mano nell’acqua e si segna con il segno della croce. L’acqua è il segno del Battesimo che tutti abbiamo ricevuto; l’essere stati immersi nell’acqua significa essere stati immersi nella morte Fate questo in memoria di me

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e risurrezione di Cristo. È Lui che ci lava e ci purifica dai nostri peccati.(1) Entrando in chiesa deve essere vivo il senso della purificazione, del pentimento e del perdono. È la condizione indispensabile per partecipare all’assemblea comune, per accostarsi alla mensa del Signore. Il segno di croce richiama la passione, morte e risurrezione di Gesù, l’amore di Dio Padre, la comunione dello Spirito Santo. «Quando fai il segno della croce fallo bene. Non affrettato, rattrappito tale che nessuno capisce che cosa debba significare. No, un vero segno di croce giusto, lento, ampio, dalla fronte al petto, da una spalla all’altra. Una realtà che abbraccia tutta la persona, tutto il corpo, tutta l’anima, tutti i pensieri. È il segno della totalità ed è il segno della salvezza. Sulla croce nostro Signore Gesù Cristo ha salvato tutti gli uomini».(2) Il silenzio Altro segno importante, entrando in chiesa, è il silenzio. Il silenzio di chi entra in chiesa non è segno di mutismo, di indifferenza, di isolamento, ma il segno di chi vuol pregare, di chi è pieno di attesa e di desiderio di incontrare Dio e i fratelli. Il silenzio è necessario per ritrovare se stessi, per poter ascoltare Dio che ci parla, per essere attenti e rispettosi nei confronti di coloro che si raccolgono in assemblea. Il silenzio è occasione propizia per la contemplazione, per l’adorazione, per la meditazione dopo la proclamazione della Parola e come segno di preghiera e di gratitudine dopo la comunione. Il silenzio è anche segno di rispetto e di attenzione per non disturbare con le chiacchiere e i commenti le celebrazioni liturgiche. (1) (2)

R. LAURITA, Parole, luoghi e gesti della fede, Paoline, Roma 1999. A. KUHNE, Segni e simboli nel culto e nella vita, Paoline, Cinisello Balsamo 1988.

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«Con la parola e con il canto, il silenzio è un’altra delle grandi dimensioni simboliche della liturgia. La stessa Parola, avvolta di silenzio, acquista in profondità e in efficacia… L’uomo ha bisogno di silenzio, per ascoltare quelle voci che solo nel silenzio possono risuonare».(3) La genuflessione Altro segno entrando in chiesa e passando davanti alla custodia eucaristica, è la genuflessione: un segno di adorazione umile davanti a Dio, ma anche segno di penitenza e di pentimento dei propri peccati. L’entrare in chiesa ci deve portare a lasciare il nostro individualismo per sentirci famiglia di Dio, uniti ai fratelli e alle sorelle, aperti alle dimensioni della Chiesa e del mondo.

LE BUONE MANIERE NELL’ASSEMBLEA LITURGICA Mi permetto di proporre una piccola riflessione sulle «buone maniere», o forse è meglio dire sul «buon gusto» dei nostri comportamenti nell’assemblea liturgica. Sono solo alcune piccole attenzioni e richiami per essere attenti, rispettosi dell’ambiente, della presenza del Signore e dei fratelli e sorelle. Queste riflessioni sono state pubblicate nel n° 2/2002 di «La vita in Cristo e nella Chiesa».(4) (3)

A cura del Consiglio dell’Associazione Professori e Cultori di liturgia, Celebrare in Spirito e Verità, Edizioni Liturgiche, Roma 1992.

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C. CRUCIANI, in La vita in Cristo e nella Chiesa, 2/2002. Fate questo in memoria di me

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Quando entro in chiesa, cerco di non far rumore con le porte anche nel girare le maniglie e nel chiuderle. Se la celebrazione è cominciata eviterò di percorrere tutta la chiesa, spostare sedie o andare davanti ad accendere candele… facendo rumore di monete. Normalmente eviterò tacchi e scarpe rumorosi, sacchetti di carta o plastica dal fruscio infinito ad ogni piccolo spostamento. Ricorderò che la chiesa non è il luogo per scambiarsi notizie soprattutto durante la preghiera o le celebrazioni liturgiche, specialmente se sono un po’ sordo o lo è chi mi sta vicino. Eviterò di ripetere a voce alta le parole che spettano solo al sacerdote e di pregare a voce alta così da costringere gli altri alla mia preghiera e disturbare la loro. Eviterò di voltare continuamente pagine in maniera rumorosa e fastidiosa, come pure colpi di tosse e soffiate di naso sgradevoli magari mentre si deve ascoltare una parola importante che perciò viene perduta da tutti i presenti o nei momenti più solenni del rito. In tutto mi posso disciplinare, controllare, educare. Quando si prega insieme eviterò di correre troppo o restare indietro, cercherò di ascoltare i vicini e di andare con loro. Curerò la pulizia del mio corpo e del mio vestito evitando di essere portatore di cattivi odori o di profumi provocanti e fastidiosi. Per la domenica mi vestirò bene, dignitosamente: acquistando un vestito per questo mi dirò: può andare bene per lodare il Signore? Sarà gradito ai fratelli? I cristiani sono belli, non provocanti per il lusso o per il cattivo gusto, semplici, poveri ed eleganti. 12

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Una comunità bella, pulita dentro e fuori, ordinata ed elegante rende buoni, è un canto per il Signore. Noi speriamo che anche i sacerdoti che presiedono comunità così, siano altrettanto ordinati e puliti. Non si tratta di ricercatezza e di fissazione, è semplice consapevolezza dell’azione umano-divina che stiamo compiendo. Alla liturgia domenicale, cioè all’Eucaristia ma anche ad altri sacramenti, si arriva puntuali, qualche minuto prima che tutto cominci; non si esce prima che tutto sia finito. Se in chiesa ci sono i bambini? Lasciamo che i bambini siano bambini. Essi tuttavia vanno guidati, aiutati e poi anche accolti con paziente amore. Con gli adulti siamo invece esigenti perché possono e debbono comprendere ed anche rispettarsi e aiutarsi. Anche tutto ciò è «celebrare nella bellezza», anzi celebrare la Bellezza!

L’ASSEMBLEA SEGNO PASQUALE Gli Atti degli Apostoli documentano in maniera precisa il riunirsi della prima comunità cristiana il giorno dopo il sabato, o il primo giorno della settimana, per celebrare la Pasqua del Signore. «Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli Apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere» (At 2,42). Questo testo di Luca è una delle prime testimonianze sull’assemblea liturgica cristiana. Commentando questo testo la CostituFate questo in memoria di me

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zione conciliare Sacrosanctum Concilium dice che: «Da allora la Chiesa mai tralasciò di riunirsi in assemblea per celebrare il mistero pasquale: leggendo “in tutte le Scritture ciò che lo riguardava” (Lc 24,27), celebrando l’Eucaristia, nella quale “vengono resi presenti la vittoria e il trionfo della sua morte” e rendendo grazie “a Dio per il suo dono ineffabile” (2 Cor 9,15) nel Cristo Gesù, “a lode della sua gloria” (Ef 1,12), per virtù dello Spirito Santo»(5) (SC 6). Per questo la domenica, nella liturgia delle ore dell’Ufficio delle letture del tempo ordinario, si canta: «Splende nel giorno ottavo l’era nuova del mondo, consacrata da Cristo, primizia dei risorti». Il giorno del Risorto è, dunque, giorno di pace per la rivelazione dell’infinita misericordia del Padre; di gioia per l’apparizione della signoria e della regalità di Cristo; di fuoco per la continua effusione dello Spirito Santo. Il giorno del Risorto Il giorno del Risorto è il giorno della Chiesa, giorno del raduno dei credenti in Cristo. L’assemblea eucaristica domenicale, convocata dal Risorto è manifestazione della Chiesa. Il Salmo 132,1 canta: «È bello che i fratelli stiano insieme». La bellezza sta nel riunirsi in assemblea nel giorno della «santa convocazione», nel ritrovarsi dopo la dispersione settimanale, incontrare i fratelli nella fede, ascoltare la Parola del Signore, celebrare i divini misteri, donarsi reciprocamente la pace e il perdono. La Didachè esorta: «Nel giorno del Signore, riuniti, spezzate il pane e rendete grazie dopo aver confessato i vostri peccati, affinché il vostro sacrificio sia puro. Ma tutti quelli che hanno qualche discordia con il loro compagno, non si uniscano a voi prima di essersi riconciliati, affinché il (5)

CON. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra liturgia, Sacrosactum Concilium, n. 6.

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vostro sacrificio non sia profanato. Questo è infatti il sacrificio di cui il Signore ha detto: In ogni luogo e in ogni tempo offritemi un sacrificio puro, perché un re grande sono io – dice il Signore – e mirabile è il mio nome fra le genti».(6) Chi, per superficialità o negligenza e senza un grave motivo, non partecipa alla celebrazione eucaristica domenicale si priva della possibilità di essere illuminato dalla luce del Risorto. L’assemblea, per essere segno pasquale, deve saper esprimere il senso dell’accoglienza e della amabilità. Nessuno al suo interno si deve sentire estraneo, tanto meno a disagio o emarginato. Soprattutto chi esercita la presidenza deve creare le condizioni per una reale accoglienza e affabilità in modo che venga messo in risalto il segno pasquale della gioia dello stare insieme. Assemblea accogliente «L’assemblea dei cristiani non fa alcuna discriminazione di razza, di classe sociale, di sesso, di livello culturale, di ricchezza o di povertà (cfr. Gal 3,27-28 e SC 32). Al contrario, s’interessa in modo speciale di tutti coloro che cercano di riprendere un cammino nella comunione della Chiesa, di tutti coloro che si trovano in difficoltà. In primo luogo i catecumeni (adulti, adolescenti, fanciulli) in cammino verso il Battesimo, che fanno già parte dell’assemblea mediante l’ascolto della Parola e la preghiera, mediante certi riti loro propri e l’amore fraterno della comunità. Così pure, quelli che “ricominciano” a credere. In secondo luogo, tutti i “feriti della vita”, malati nell’anima o nel corpo, coloro che devono lottare contro le potenze del male, coloro che sono caduti e che devono essere riconciliati e guariti. L’assemblea non è mai un pubblico anonimo: ognuno è unico agli occhi (6)

DIDACHÉ, o Istruzioni degli Apostoli, in I Padri Apostolici, Città Nuova, Roma 1971. Fate questo in memoria di me

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di Dio e come tale deve essere accolto. L’accoglienza e la testimonianza della gioia pasquale si esprime nell’attenzione caritativa verso i fratelli. Il confronto con la Parola di Dio e il rinvigorire la confessione della fede nella celebrazione eucaristica devono condurre a rinsaldare i vincoli della fraternità, a incrementare la dedizione al Vangelo e ai poveri. Ciò implica il convergere naturale di tutti alla comune celebrazione parrocchiale. Le parrocchie dovranno poi curare la proposta di momenti aggregativi, che diano concretezza alla comunione, e rafforzare il collegamento tra celebrazione ed espressione della fede nella carità. Così, nella festa, la parrocchia contribuisce a dar valore al “tempo libero”, aiutando a scoprirne il senso attraverso opere creative, spirituali, di comunione, di servizio».(7)

GLI SPAZI CELEBRATIVI LA CENTRALITÀ DELL’ALTARE La Nota pastorale della Conferenza Episcopale Italiana sulla progettazione delle nuove Chiese, a proposito dell’altare dice: «L’altare è il punto centrale per tutti i fedeli, è il polo della comunità che celebra. Non è un semplice arredo, ma il segno permanente del Cristo sacerdote e vittima, è mensa del sacrificio e del convito pasquale che il Padre imbandisce per i figli nella casa comune, sorgente e segno di unità e carità. (7)

CONFERENZA EPISCOPALE ITLALIANA, Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, n. 8, Nota pastorale, Roma 2004.

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Dovrà pertanto essere ben visibile e veramente degno; a partire da esso e attorno ad esso dovranno essere pensati e disposti i diversi spazi significativi. Sia unico e collocato nell’area presbiteriale, rivolto al popolo e praticabile tutto all’intorno. Si ricordi che, pur proporzionato all’area presbiteriale in cui è situato, l’altare assicura la funzione di “focalità” dello spazio liturgico solo se è di dimensioni contenute. L’altezza del piano della mensa sia di circa 90 cm rispetto al pavimento, per facilitare il compito dei ministri che vi devono svolgere i propri ruoli celebrativi. Sull’altare non si devono collocare né statue né immagini di santi. Durante la dedicazione si può riporre un cofano con reliquie autentiche di martiri o altri santi, non inserendole nella mensa, ma sotto di essa. Secondo l’uso tradizionale e il simbolismo biblico, la mensa dell’altare fisso sia preferibilmente di pietra naturale.

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L’altare sia unico e fisso Tuttavia, per la mensa, come pure per gli stipiti e la base che la sostiene, si possono usare anche altri materiali, a patto che siano convenienti per la qualità e la funzionalità all’uso liturgico» (cf. PNMR 263; Precisazioni CEI 14,17)(8). Anche il Rito della Dedicazione di un altare precisa che: «È bene che nelle nuove chiese venga eretto un solo altare; l’unico altare, presso il quale si riunisce come un solo corpo l’assemblea dei fedeli, è segno dell’unico nostro Salvatore Gesù Cristo e dell’unica Eucaristia della Chiesa». Come l’Eucaristia è centro di tutti i Sacramenti, così l’altare è centro e fondamento di tutti gli altri spazi liturgici. Si può dire che l’edificio-chiesa è costruito attorno all’altare come attorno all’altare si costruisce la Chiesa-popolo di Dio.(9) Intorno all’altare, polo dello spazio sacro, si dispongono tutti gli elementi necessari per una celebrazione articolata e gerarchica del rito: la sede per la presidenza, l’ambone per la proclamazione della Parola, il luogo per i ministeri e per la schola, lo spazio per il rito nuziale e altre celebrazioni, l’aula per l’assemblea. Verso lo stesso altare, come a un centro ideale, convergono il fonte battesimale, matrice e grembo della Chiesa, la sede propria per la riconciliazione e la cappella della custodia eucaristica per la quale è previsto un rito d’inaugurazione. L’altare segno di Cristo «L’altare è pertanto in tutte le chiese, “il centro dell’azione di grazie, che si compie con l’Eucaristia”, a questo centro sono in qualche modo ordinati tutti gli altri riti della Chiesa».(10) COMMISSIONE EPISCOPALE PER LA LITURGIA, La progettazione di nuove chiese, n. 8, Nota pastorale CEI, 18 febbraio 1993. (9) S. SIRBONI, Il linguaggio simbolico della liturgia, San Paolo, Cinisello Balsamo, 1999. (10) Rito della dedicazione di un altare, Premesse, n. 155, in Pontificale Romano, (8)

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L’altare, pur richiamando il simbolismo di Cristo, pietra angolare, deve esprimere soprattutto la mensa, come è richiamato dalla stessa preghiera di dedicazione: «Sia la mensa del convito festivo a cui accorrono lieti i commensali di Cristo e sollevati dal peso degli affanni quotidiani attingano rinnovato vigore per il loro cammino». Per sottolineare questa dimensione e questa centralità dell’altare, nella seconda edizione del Messale Romano, vengono fatte alcune precisazioni; in particolare si dice: «Si faccia attenzione a non ridurre l’altare a un supporto di oggetti che nulla hanno a che fare con la liturgia eucaristica. Anche i candelieri e i fiori siano sobri per numero e dimensione; il microfono per la dimensione e la collocazione non sia tanto ingombrante da sminuire il valore delle suppellettili sacre e dei segni liturgici».(11) Le suppellettili dell’altare A proposito di suppellettili dell’altare, il più antico ornamento è quello che, molto probabilmente, risale a Cristo stesso e agli Apostoli, cioè la semplice usanza di stendere un panno sulla mensa per il pasto. In periodi diversi, la tovaglia d’altare ha ricevuto grande attenzione ed è stata abilmente decorata con pizzi e ricami. Quello che dovrebbe essere maggiormente posto in risalto è il fatto che la tovaglia deve essere «immacolata», ossia senza macchia! È quello che viene osservato in Principi e norme per l’uso del Messale Romano: «… anche l’altra suppellettile destinata direttamente all’uso liturgico, o in qualunque altro modo ammessa nella chiesa, deve essere degna e rispondere al fine a cui ogni cosa è destinata. Si curi in modo particolare che anche nelle cose di minore importanza siano opportunamente rispettate le esigenze dell’arte, e che una no(11)

MESSALE ROMANO, Precisazioni CEI, n. 14. Fate questo in memoria di me

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bile semplicità sia sempre congiunta con la debita pulizia»(12) (§§ 348-351). Se «pulizia» è la parola chiave per gli arredi dell’altare, ciò non significa che sul medesimo si debbano stendere fogli di plastica per proteggere la tovaglia. In chiesa non si dovrebbero usare espedienti da bar o trattorie, bensì creare l’atmosfera della sala del convito. Terminata la celebrazione, l’altare può essere coperto con un panno anti-polvere, oppure si può togliere la tovaglia stessa. CENNI STORICI SULL’ALTARE Durante i primi tre secoli di vita della Chiesa, l’Eucaristia veniva celebrata su un semplice tavolo di legno. Esso non occupava una posizione permanente nell’assemblea, ma veniva debitamente collocato al suo posto naturale da un diacono, che lo preparava per la celebrazione. Sebbene nessun altare di questo periodo sia giunto fino a noi, possiamo ugualmente averne conoscenza dagli affreschi nelle catacombe: si trattava normalmente di un piano quadrato sorretto da quattro sostegni; negli affreschi compaiono tuttavia anche mense rotonde o semicircolari, con tre supporti. Gli autori cristiani di questo periodo non parlano della mensa come «altare», dato che tale termine aveva riferimenti troppo stretti al paganesimo. La pace di Costantino (313 d.C.) e la successiva cessazione delle ostilità nei confronti dei cristiani ebbero ripercussioni in ogni aspetto pratico della vita cristiana, ivi comprese l’arte e l’architettura. Si potrebbe dire che il passaggio dall’uso di altari in legno a quelli in pietra simboleggiasse (12)

ORDINAMENTO GENERALE DEL MESSALE ROMANO, nn. 348-351, Libreria Editrice Vaticana, Roma 2004.

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una ritrovata stabilità della Chiesa. Nel 517 il Sinodo di Epaone, in Borgogna, dichiarò che potevano essere consacrati solo altari di pietra. Le tombe dei martiri Le celebrazioni eucaristiche sulle tombe dei martiri, ammesso che vi siano state, erano eventi molto rari. Le catacombe non erano luoghi dove i cristiani perseguitati si riunivano per la celebrazione dell’Eucaristia. In occasione della celebrazione dell’Eucaristia nell’anniversario di un martire si collocava presso la sua tomba un altare portatile. Quando le reliquie dei martiri furono trasferite nelle basiliche romane, furono poste sotto l’altare, senza implicare con ciò che l’altare fosse una tomba: al contrario, esso venne sempre ritenuto completamente autonomo. Si dava accesso alla tomba o da un livello inferiore, oppure per mezzo di una piccola apertura, tipo una finestrella, praticata nell’altare, si poteva vedere o toccare l’urna o il cofanetto. Ulteriori sviluppi nel culto dei santi e delle loro reliquie ebbero serie ripercussioni sulla forma e sulla posizione dell’altare. Le sue dimensioni furono ampliate allo scopo di sostenere reliquiari sempre più elaborati che vi venivano posti sopra. Gli altari furono situati di fronte alle tombe dei santi o di fronte a sofisticate strutture che contenevano le reliquie. Via via che aumentava l’acquisizione di reliquie, il bisogno di conservarle degnamente indusse ad aumentare il numero degli altari nelle chiese. Questa moltiplicazione fu ulteriormente accresciuta dalla necessità di creare altari per la celebrazione di «messe private». Evoluzione dell’altare Tutto questo ha implicato che il significato dell’altare maggiore come unico altare della chiesa e suo punto focaFate questo in memoria di me

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le venisse così oscurato. L’importanza di un altare cominciò ad essere proporzionale al grado di santità o al prestigio del santo di cui conteneva le reliquie. Le progressive elaborazioni dei secoli successivi, soprattutto il periodo del barocco, esercitarono un ulteriore profondo influsso. L’altare divenne la parte inferiore di una sovrastruttura sempre più rialzata e le sue proporzioni furono determinate dall’artista il cui interesse principale era la simmetria e non la liturgia. In risposta polemica all’insegnamento di alcuni riformatori protestanti e sotto la spinta dell’opera di S. Carlo Borromeo, si cominciò a collocare il tabernacolo sopra l’altare maggiore. Si ebbe l’effetto di ristabilire il primato dell’altare maggiore, non tanto però nella sua natura di altare, quanto piuttosto come punto centrale della devozione eucaristica.(13) La riforma del Vaticano II È la situazione che è arrivata sino a noi e sulla quale è intervenuta la riforma liturgica del Concilio Vaticano II. Il movimento liturgico provocò il desiderio di vedere l’altare ripristinato nella sua giusta collocazione come simbolo liturgico e come luogo o punto focale dell’incontro sacramentale dei fedeli con il Padre, in Cristo, per la potenza dello Spirito Santo. Allo stesso tempo è stata messa in evidenza la necessità di mantenere un equilibrio tra l’altare visto sia come altare del sacrificio, che come mensa della cena del Signore. Non c’è contrapposizione tra mensa ed altare; al contrario, i due concetti sono inseparabili. Abbiamo una mensa per la celebrazione dell’Eucaristia e, poiché l’Eucaristia è un sacrificio, la nostra mensa è un altare. (13)

C. JOHNSON-S. JOHNSON, Progetto liturgico, Edizioni Liturgiche, Roma 1992.

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L’AMBONE La Nota pastorale della CEI sulla progettazione delle nuove chiese, così presenta l’ambone: «È il luogo proprio della Parola di Dio. La sua forma sia correlata all’altare, senza tuttavia interferire con la priorità di esso; la sua ubicazione sia pensata in prossimità all’assemblea (anche non all’interno del presbiterio, come testimonia la tradizione liturgica) e renda possibile la processione con l’Evangeliario e la proclamazione pasquale della Parola. Sia conveniente per dignità e funzionalità, disposto in modo tale che i ministri che lo usano possano essere visti e ascoltati dall’assemblea. Un leggio qualunque non basta: ciò che si richiede è una nobile ed elevata tribuna possibilmente fissa, che costituisca una presenza eloquente, capace di far riecheggiare la Parola anche quando non c’è nessuno che la sta proclamando. Fate questo in memoria di me

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Accanto all’ambone può essere collocato il grande candelabro per il cero pasquale».(14) L’ambone è lo spazio della Parola ed è specifico del culto cristiano. È uno spazio già presente nella tradizione ebraica. Nella Bibbia rimane significativa la lettura e la spiegazione della legge fatta da Esdra dopo il ritorno dall’esilio: «Esdra lo scriba stava sopra una tribuna di legno che avevano costruito per l’occasione… aprì il libro in presenza di tutto il popolo, poiché stava più in alto di tutto il popolo…» (Ne 8,4-5). La riforma liturgica ha riscoperto il valore dell’ambone, così come era presente nelle antiche chiese, anche se oggi non sempre c’è una sensibilità adeguata verso questo spazio celebrativo. Relazione tra ambone e altare Il termine «ambone» indica il «luogo elevato» (deriva infatti dal verbo greco anabàinein che significa salire) da cui si proclamano i testi biblici durante le liturgie. Nella celebrazione della Messa l’altare e l’ambone segnano – attraverso una duplice dimensione spaziale – i due poli celebrativi comunemente noti come liturgia della Parola e liturgia eucaristica. La Costituzione conciliare sulla Divina Rivelazione afferma: «La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il Corpo stesso di Cristo, non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della Parola di Dio che del Corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli»(15) (DV 21). È quindi chiara la relazione che intercorre tra ambone e altare. Questa connessione fra le «due mense» dovrebbe condurre architetti e artisti a realizzare dei progetti che evidenzino anche stilisticamente questo reciproco legame. COMMISSIONE EPISCOPALE PER LA LITURGIA, La progettazione di nuove chiese, n. 9, Nota pastorale CEI, 18 febbraio 1993. (15) CON. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla Divina Rivelazione Dei Verbum, n. 21. (14)

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Le indicazioni funzionali proposte da Principi e norme per l’uso del Messale Romano sono sufficientemente chiare: «Conviene che tale luogo generalmente sia un ambone fisso e non un semplice leggio mobile. L’ambone, secondo la struttura di ogni chiesa, deve essere disposto in modo tale che i ministri possano essere comodamente visti e ascoltati dai fedeli»(16) (n. 309). Inoltre le Precisazioni CEI invitano a non utilizzare l’ambone come supporto per altri libri all’infuori dell’Evangeliario e del Lezionario.(17) Ambone come spazio celebrativo Pertanto, come nel caso dell’altare, l’ambone non va concepito come un arredo ma come una spazio architettonico armonizzato con l’ambiente che lo accoglie e con le altre strutture. L’ambone non ha bisogno di essere ricoperto da drappi e altri ornamenti, e non può essere usato per appendere manifesti o altri sussidi e proclami vari. Può essere curata una sobria confezione floreale che lo metta in risalto, come pure una adeguata illuminazione che lo renda visibile all’assemblea e renda possibile una perfetta leggibilità dei testi da parte dei lettori. In molte chiese sprovviste di ambone fisso si nota la presenza di due leggii: uno per la proclamazione della Parola, l’altro per reggere il messale presso la sede. Può anche trovarsi un terzo leggio per la guida dell’assemblea. Ci si potrebbe chiedere: quale di queste strutture è la sede della Parola di Dio? Spesso infatti sono leggii uguali. Se una chiesa è sprovvista di un ambone fisso la sede della proclamazione della Parola deve potersi distinguere dalle altre strutture che funzionalmente sono uguali (servono tutte per sostenere dei libri) ma simbolicamente sono ben diverse. ORDINAMENTO GENERALE DEL MESSALE ROMANO, n. 309, Libreria Editrice Vaticana, Roma 2004. (17) MESSALE ROMANO, Precisazioni CEI, n. 16. (16)

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Finalità e uso dell’ambone Circa l’utilizzo dell’ambone è bene ricordare che da esso si proclamano esclusivamente le letture e il Salmo responsoriale. Con una «formula concessiva» Principi e norme (n. 309) afferma: «ivi inoltre si può tenere l’omelia e la preghiera dei fedeli». L’omelia è da tenersi preferibilmente alla sede (Cfr. n. 97). Infine è espressamente affermato che «non è conveniente che all’ambone salga il commentatore, il cantore o l’animatore del coro». L’uso improprio dell’ambone comporta un impoverimento della portata simbolica che esso deve trasmettere durante le celebrazioni. L’importanza dell’ambone è in qualche modo riassunta nella preghiera di benedizione riportata dal Benedizionale: «O Dio, che chiami gli uomini dalle tenebre alla tua ammirabile luce, accogli il nostro inno di benedizione e di lode; tu non ci lasci mai mancare il nutrimento dolce e forte della tua parola e convocandoci in quest’aula ecclesiale continui a ricordare le meraviglie da te annunciate e compiute… Da questo ambone i tuoi messaggeri ci indichino il sentiero della vita, perché camminando sulle orme di Cristo possiamo giungere alla gloria eterna».(18)

LA SEDE DEL PRESIDENTE «La sede esprime la distinzione del ministero di colui che guida e presiede la celebrazione nella persona di Cristo, capo e pastore della sua Chiesa. Per collocazione sia ben visibile a tutti, in modo da consentire la guida della pre(18)

Benedizionale, ed. it. 1992, n. 1264.

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ghiera, il dialogo e l’animazione. Essa deve designare il presidente non solo come capo, ma anche come parte integrante dell’assemblea: per questo dovrà essere in diretta comunicazione con l’assemblea dei fedeli, pur restando abitualmente collocata in presbiterio. Si ricordi però che non è la cattedra del vescovo, e che comunque non è un trono. La sede è unica e può essere dotata di un apposito leggio a servizio di chi presiede. Si preveda inoltre la disponibilità di altri posti destinati ai concelebranti, al diacono e agli altri ministri e ai ministranti».(19) La cattedra del vescovo La sede presidenziale del vescovo si chiama «cattedra» e da essa prende nome la chiesa cattedrale, il luogo dove, appunto, si trova la sede della sua presidenza liturgica quando la Chiesa particolare si raduna in assemblea per celebrare. Fin dai primi secoli la sede dalla quale il vescovo presiedeva l’Eucaristia e sovente rivolgeva la sua parola al popolo divenne oggetto di culto. È sintomatico che ancora oggi in S. Pietro a Roma ci sia uno spazio particolare chiamato «l’Altare della Cattedra». È altrettanto significativo che esista anche una festa liturgica della Cattedra di S. Pietro il 22 febbraio. Ogni sede presidenziale di qualsiasi assemblea liturgica, dove un presbitero presiede a nome del vescovo, assume significato e valore dall’importanza simbolica della cattedra episcopale (cf SC 42). Purtroppo lungo tanti secoli questo segno così importante ha perso il suo significato e la sua forza espressiva, trasformandosi, nelle chiese cattedrali, in trono con finalità, per lo più, di cerimoniale. Nelle altre chiese scomparve quasi del tutto. (19)

COMMISSIONE EPISCOPALE PER LA LITURGIA, La progettazione di nuove chiese, n. 10, Fate questo in memoria di me

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Ripristino della sede Il ripristino della sede è opera della riforma del Concilio Vaticano II, una disposizione di conseguenza recente e, forse anche per questo, trova non poche difficoltà a essere pienamente compresa e apprezzata. Alcune osservazioni di carattere storico-liturgiche possono aiutare a comprendere meglio questo segno e questo spazio celebrativo. «È significativo il fatto che la sede presidenziale scompare dalle nostre chiese contemporaneamente all’affievolirsi del ruolo dell’assemblea, cioè poco dopo gli inizi del secondo millennio. La sede del presidente inevitabilmente scompare da quando il prete non viene più sentito come un ministro a servizio dell’assemblea, ma piuttosto come un ministro a servizio dell’altare, del rito considerato in se stesso. Solo nelle chiese cattedrali rimane la sede presidenziale riservata al vescovo; ma, come si è accennato, essa assume un altro significato in rapporto all’ossequio dovuto verso l’autorità del personaggio… Soprattutto nel XVI secolo, secondo il gusto e la mentalità dell’epoca, la cattedra del vescovo tende a somigliare sempre più a un autentico trono reale sovrastato da un vistoso e prezioso baldacchino. 28

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Viene così oscurata la vera identità della sede presidenziale che diventa per il vescovo un elemento onorifico verso la sua autorità, considerata maggiormente nella sua dimensione giuridica che non sacramentale. Un rischio che Sant’Agostino, profeticamente, aveva già previsto quando scriveva: “È giusto che durante l’assemblea liturgica coloro che ne sono preposti alla guida siedano più in alto affinché attraverso il segno stesso della sede si distinguano dagli altri e si manifesti chiaramente il loro ruolo di servizio e non certo perché dalla sede spadroneggino gonfiandosi di superbia”».(20) La sede secondo la riforma del Vaticano II La riforma del Vaticano II riporta alla luce l’importanza della sede presidenziale a partire da quella del vescovo. La sede sta ad evidenziare che la Chiesa riunita non è semplicemente una realtà umana, ma si trova in quel luogo in quanto è Dio stesso che l’ha costituita e l’ha riunita per mezzo di Cristo e dello Spirito Santo. La sede del presidente, dunque, con l’ambone e l’altare, è uno degli spazi celebrativi più importanti e richiama una delle grandi presenze «reali» di Cristo nella liturgia. L’importanza della sede è messa in evidenza nell’ordinazione episcopale dove è previsto il rito dell’insediamento. Allo stesso modo, nel rito di ingresso di un parroco, che rappresenta il vescovo nella comunità locale, al momento delle consegne troviamo al primo posto la consegna della sede presidenziale. Al termine del rito, il vescovo invita il nuovo parroco alla sede presidenziale dicendo queste significative parole: «Il Signore ti conceda di presiedere e di servire fedelmente, in comunione con il tuo vescovo, questa famiglia par(20)

SANT’AGOSTINO, Discorsi, 91,5. Fate questo in memoria di me

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rocchiale, annunciando la Parola di Dio, celebrando i santi misteri e testimoniando la carità di Cristo».(21) La sede, come si può desumere, non è solo un luogo per sedersi ma riveste un significato teologico molto più vasto e profondo.

LO SPAZIO BATTESIMALE

Il Benedizionale, nell’introduzione al Rito per la benedizione del battistero o di un nuovo fonte battesimale, fa presente che: «Tra le parti più importanti di una chiesa ha giustamente un posto di rilievo il battistero, il luogo cioè in cui è collocato il fonte battesimale. In quel luogo si celebra il Battesimo, primo Sacramento della Nuova Alleanza, in forza del quale gli uomini che aderendo nella fede a Cristo Signore e ricevendo lo Spirito di adozione a figli, vengono chiamati e sono veramente figli di Dio…». (21)

Benedizionale, n. 1999, ed. it. 1992.

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«Poiché il Battesimo è l’inizio di tutta la vita cristiana, tutte le Chiese cattedrali e parrocchiali devono avere ognuna il proprio battistero, il luogo cioè nel quale zampilla o viene conservata l’acqua del fonte battesimale…».(22) Per questo motivo la Nota pastorale della CEI sulla progettazione delle nuove chiese afferma che: «Nel progetto di una nuova chiesa parrocchiale è indispensabile prevedere il luogo del Battesimo (battistero distinto dall’aula o semplice fonte collegato con l’aula). Spazio adatto e decoroso Sia decoroso e significativo, riservato esclusivamente alla celebrazione del Sacramento, visibile all’assemblea, di capienza adeguata. Il fonte sia predisposto in modo tale che vi si possa svolgere, secondo le norme liturgiche, anche la celebrazione del Battesimo per immersione… In ogni caso, non è possibile accettare l’identificazione dello spazio e del fonte battesimale con l’area presbiterale o con parte di essa, né con un sito riservato ai posti dei fedeli».(23) Anche il battistero, come gli altri spazi celebrativi, ha una lunga storia che si radica nella Scrittura e nello sviluppo storico-teologico e artistico della comunità cristiana. All’inizio, come documentano gli Atti degli Apostoli, ogni luogo dove vi fosse dell’acqua era adatto al Battesimo. Nei primi secoli tanti battesimi venivano celebrati sulle rive di un fiume, di un lago o del mare. Con lo svilupparsi delle comunità cristiane e con la progressiva strutturazione del rito sempre più ricco di azioni simboliche, insieme agli aspetti di carattere pratico, la celebrazione del Sacramento fu trasferita in un luogo riparato. Dopo la pace di Costantino il culto e le celebrazioni dalle case private passarono a luoghi pubblici. (22) (23)

Benedizionale, nn. 832-833. COMMISSIONE EPISCOPALE PER LA LITURGIA, La progettazione di nuove chiese, n. 11, Fate questo in memoria di me

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I primi battisteri Anche per il Battesimo fu costruito un luogo appositamente vicino alla chiesa. Sono nati in questo modo i primi battisteri che con l’andare del tempo assunsero una struttura fortemente simbolica. Il luogo del battistero consisteva generalmente in una vasca dove il battezzando da una parte scendeva per venire immerso e dall’altra usciva per esprimere meglio il passaggio a una situazione completamente nuova. All’uscita dalla vasca, il neo-battezzato veniva accolto dai «fratelli maggiori», rivestito della tunica bianca e riceveva dal vescovo la Confermazione. Infine tutti i neobattezzati entravano processionalmente in chiesa, accolti dalla comunità, per partecipare, per la prima volta, all’Eucaristia. Verso la fine del primo millennio, in una società completamente cristianizzata, il rito di infusione (versare l’acqua sul capo, come generalmente si fa oggi) ha preso il sopravvento sul rito di immersione. Di conseguenza si costruirono vasche molto più piccole e in questo modo il fonte battesimale entra a far parte dello spazio riservato ai fedeli. Una traccia superstite del suo ruolo di «porta» per entrare a far parte del popolo di Dio, la sua collocazione presso l’ingresso della chiesa, generalmente sulla sinistra. Il rinnovamento operato dalla riforma liturgica del Concilio Vaticano II, nell’occuparsi dell’Iniziazione Cristiana, non poteva tralasciare lo spazio riservato alla celebrazione del Battesimo. Viene evidenziato il carattere comunitario della fede e di conseguenza del Battesimo, per questo le norme prevedono uno spazio battesimale che permetta una celebrazione comunitaria. «Il fonte battesimale può essere collocato in una cappella, situata in chiesa o fuori di essa, o anche in altra parte della chiesa, visibile ai fedeli… in modo da consentire la partecipazione comunitaria».(24)

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Proprio per questo motivo si sta instaurando la prassi di collocare il fonte battesimale in uno spazio ben distinto, ma sempre sull’itinerario ideale che conduca verso l’altare, affinché «risulti manifesto il nesso del Battesimo con la Parola di Dio e con l’Eucaristia che è il culmine dell’Iniziazione Cristiana».(25) La presenza del cero pasquale accanto al fonte costituisce un chiaro richiamo allo spazio e al mistero pasquale.

LA SEDE DEL SACRAMENTO DELLA PENITENZA In ogni chiesa è abbastanza normale oggi identificare lo spazio del Sacramento della riconciliazione con quei particolari mobili che sono i confessionali. Ma esaminando la storia del Sacramento della penitenza si scopre che non sempre è stato così, anzi questo particolare arredo è comparso verso la fine del XVI secolo. Lo spazio e la sede specifica per la celebrazione del Sacramento della penitenza sono legati alla complessa storia e alle più svariate forme con cui si è sviluppato e concretizzato questo Sacramento lungo i secoli. Nei primi secoli il luogo della conversione e della penitenza si identifica con il luogo stesso del Battesimo essendo, agli inizi dell’esperienza cristiana, l’unico momento per esprimere la conversione a Dio e la remissione dei peccati. In seguito lo spazio penitenziale è il luogo stesso dell’assemblea dove risuona, attraverso l’ascolto della Parola di Dio, l’invito alla conversione e dove, di fronte all’altare, i penitenti vengono accolti e perdonati dal vescovo. Fin dal

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secondo secolo, infatti, si struttura per alcuni peccati gravi (omicidio, adulterio, furto, eresia e apostasia) un itinerario penitenziale con una penitenza pubblica e una solenne riconciliazione, al termine di questo cammino, nel contesto dell’assemblea liturgica. In seguito, con il diffondersi della confessione privata a qualsiasi sacerdote e in qualunque tempo, si sentì l’esigenza di creare all’interno delle chiese uno spazio particolare, arrivando così agli attuali confessionali. La riforma liturgica Con la riforma liturgica si sono volute dare delle normative anche per il luogo e la sede del Sacramento della penitenza. Fin dal 1967 il Direttorio liturgico-pastorale per l’uso del Rituale, emanato dalla CEI, sottolinea che: «Il luogo proprio della penitenza sacramentale è la chiesa come ambiente in cui si riunisce l’assemblea liturgica. In questo ambiente le sedi per la confessione… debbono essere poste in modo da dare il senso di un collegamento con l’assemblea e da apparire come sedi ove il ministro sacro “presiede alla distruzione dei peccati” (S. Gregorio Magno). Si provveda alla funzionalità e alla dignità di questi luoghi, ove si effettua l’incontro del penitente con il ministro della Chiesa, in modo da rendere possibile una celebrazione sacramentale che comporta un dialogo e alcune azioni rituali».(26) L’Ordo Paenitentiae del 1974, pur rispettando la tradizione del confessionale, dà mandato alle Conferenze Episcopali di studiare altri spazi: «Quanto al luogo per la celebrazione del Sacramento, nulla si muti per ora nella pratica tradizionale. Il nuovo Ordo non solo non abolisce il confessionale, ma rimette eventuali innovazioni in proposito alle decisioni della Conferenza Episcopale. Frattanto si raccomanda che i segni della celebrazione, dalla sede per le confessioni, predisposta nel luogo sacro, (26)

COMMISSIONE EPISCOPALE PER LA LITURGIA, Direttorio liturgico-pastorale per l’uso del “Rituale dei Sacramenti e dei sacramentali”, 27 luglio 1967, n. 65.

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alle vesti liturgiche, all’atteggiamento in genere, richiamino la dignità dell’azione sacramentale» (27) (n. 9). Il confessionale spazio da conservare Così pure il Rito della penitenza del 1975: «Per decisione dell’XI assemblea generale della CEI, sulla linea di quanto già comunicato con notificazione della presidenza in data 22 marzo 1974, deve essere conservato nelle chiese, negli oratori e nei luoghi sacri il confessionale di tipo tradizionale. Si dà però mandato alle commissioni regionali o interregionali per la liturgia e l’arte sacra di studiare, predisporre e presentare alle Conferenze Episcopali regionali un adattamento del confessionale al nuovo rito della celebrazione della penitenza per facilitare il colloquio aperto tra sacerdote e penitente. L’approvazione dell’eventuale adattamento spetterà ai singoli ordinari». Dopo il primo periodo della riforma liturgica, superate certe incertezze e titubanze, il Benedizionale del 1984 afferma senza esitazioni che: «La sede per la celebrazione del Sacramento della penitenza, se collocata nell’ambito del luogo sacro, esprime con maggiore evidenza che la confessione e l’assoluzione (27)

Rito della penitenza, Nota della presidenza CEI, n. 9 Fate questo in memoria di me

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dei peccati è un’azione liturgica che appartiene al corpo stesso della Chiesa ed è ordinata alla rinnovata partecipazione dei fratelli penitenti al sacrificio di Cristo e della Chiesa» (n. 930). Questo significa che lo spazio della celebrazione del Sacramento della penitenza non può essere ridotto a un mobile o a un arredo, ma deve essere parte integrante della stessa struttura architettonica della chiesa. È quanto viene detto nella Nota pastorale per la progettazione delle nuove chiese, dove si auspica che la sede per la celebrazione di questo Sacramento «sia progettata contestualmente a tutto l’edificio e si realizzi scegliendo soluzioni dignitose, sobrie e accoglienti».(28)

LA CUSTODIA EUCARISTICA Le norme del Messale Romano, anche a proposito della custodia eucaristica, recepiscono le disposizioni del Vaticano II: «Tenuto conto della struttura di ciascuna chiesa e delle legittime consuetudini dei luoghi, il SS.mo Sacramento sia conservato nel tabernacolo collocato in una parte della chiesa assai dignitosa, insigne, ben visibile, ornata decorosamente e adatta alla preghiera. Il tabernacolo sia unico, inamovibile, solido e inviolabile, non trasparente e chiuso in modo da evitare il più possibile il pericolo di profanazione. In ragione del segno, è più conveniente che il tabernacolo in cui si conserva la SS.ma Eucaristia non sia collocato sull’altare su cui si celebra la Messa. Conviene quindi che il tabernacolo sia collocato, a giudizio del Vescovo diocesano: (28)

Ib n. 12

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a) o in presbiterio, non però sull’altare della celebrazione, nella forma e nel luogo più adatti, non escluso il vecchio altare che non si usa più per la celebrazione (Cf. n. 303); b) o anche in qualche cappella adatta all’adorazione e alla preghiera privata dei fedeli, che però sia unita strutturalmente con la chiesa e ben visibile ai fedeli. Secondo una consuetudine tramandata, presso il tabernacolo rimanga sempre accesa una lampada particolare, alimentata da olio o cera, con cui si indichi e si onori la presenza di Cristo».(29) Il tabernacolo non deve essere posto nella mensa Il ritorno alla tradizione più antica, in termini molto chiari ed espliciti, lo si trova nella Nota pastorale della Commissione episcopale per la liturgia, sull’Adeguamento delle chiese, dove viene detto che il tabernacolo «non deve mai essere posto sulla mensa di un altare, ma piuttosto collocato a muro, su colonna o su mensola».(30) Una norma che mira a evidenziare la vera finalità dell’altare, che è il centro della celebrazione eucaristica e non un semplice supporto fosse anche di un elemento così importante come la custodia eucaristica. Ancora oggi ci sono delle polemiche circa la collocazione della custodia eucaristica nonostante le norme siano abbastanza chiare in proposito. Qualche riflessione storica può aiutare a capire la portata simbolica della custodia eucaristica. È importante ricordare che nei primi secoli l’Eucaristia la si conservava per essere portata agli assenti, soprattutto malati e persone in carcere a motivo della fede e per il viatico. (29)

ORDINAMENTO GENERALE DEL MESSALE ROMANO, nn. 314-316, Libreria Editrice Vaticana, Roma 2004.

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COMMISSIONE EPISCOPALE PER LA LITURGIA, L’adeguamento delle chiese secondo la riforma liturgica, n. 20, Nota pastorale CEI, 31 maggio 1996. Fate questo in memoria di me

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Evoluzione storica La prima normativa ufficiale per la custodia della SS.ma Eucaristia fu emanata dal IV Concilio Lateranense nel 1215, il quale stabilì che il SS.mo Sacramento doveva essere tenuto sotto chiave.(31) Solo molto più avanti si diffonde il culto eucaristico fuori della Messa. Già nell’XI secolo, certamente sotto l’influsso delle tesi eretiche sull’Eucaristia da parte di Berengario, molte disposizioni di vescovi locali permettono di lasciare la pisside sull’altare, anziché portarla nel secretarium o sacristia, la quale proprio dalla custodia della sacre Specie prende nome. Per ovvi motivi di sicurezza s’instaura la prassi di conservare l’Eucaristia, quasi più soltanto sotto le specie del pane, in un cofanetto, posto sovente sull’altare, chiamato propiziatorio, con felice riferimento a quell’arca dell’alleanza che custodiva le tavole della legge nel tempio di Gerusalemme e il cui coperchio d’oro si chiamava appunto propiziatorio perché segno di una presenza divina favorevole e confortante. Significato del tabernacolo «Il termine tabernaculum (tenda) si riferiva invece in un primo tempo semplicemente al velo prezioso che di solito ricopriva il cofanetto o la pisside a guisa di tenda. In seguito questo velo si trasformò in conopeo (termine greco che significa pure velo): una tendina del colore liturgico del tempo per ricoprire la porta del tabernacolo, ma oggi non più obbligatoria. Tuttavia nella maggior parte dei casi la custodia eucaristica, pur all’interno dell’aula per l’assemblea, fino al XVI secolo resta ben distinta dall’altare. Viene talora custodita in (31)

C. JOHNSON-S. JOHNSON, Progetto liturgico, Edizioni Liturgiche, Roma 1992.

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contenitori a forma di colomba appesi o sopra o accanto all’altare; oppure in tabernacoli a muro posti in genere sulla parete del presbiterio… Soprattutto nell’Europa del Nord, fra il XIV e il XVIII secolo, sorsero artistiche torri a fianco dell’altare per custodire il pane eucaristico, spesso in un conte-

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nitore trasparente per consentire la visione dell’ostia secondo una pratica devozionale sorta nel XIII secolo che è all’origine dell’ostensione delle sacre Specie durante la Messa». Trento e Vaticano II L’unica istruzione emanata dal Concilio di Trento stabiliva che il SS.mo Sacramento fosse conservato a beneficio dei malati e custodito in un luogo sacro.(32) Non fu quindi il Concilio di Trento a cambiare la prassi della Chiesa ma lo zelo dei suoi interpreti. In risposta alle polemiche e agli errori dei protestanti, il tabernacolo venne ad essere considerato parte integrante del disegno dell’altare fino ad avere un ruolo che offuscava persino il segno dell’altare. La riforma del Vaticano II, ridimensionate le polemiche, ha potuto riproporre la consuetudine delle origini e oggi noi siamo in condizione di capire meglio le norme che riguardano la custodia eucaristica. La Nota pastorale sulla Progettazione delle nuove chiese è abbastanza chiara: «Il Santissimo Sacramento venga custodito in un luogo architettonico veramente importante, normalmente distinto dalla navata della chiesa, adatto all’adorazione e alla preghiera soprattutto personale. Ciò è motivato dalla necessità di non proporre simultaneamente il segno della presenza sacramentale e la celebrazione eucaristica. Il tabernacolo sia unico, inamovibile e solido, non trasparente e inviolabile. Non si trascuri di collocarvi accanto il luogo per la lampada dalla fiamma perenne, quale segno di onore reso al Signore».(33) Come si può constatare, non si tratta di sminuire la custodia eucaristica, ma, al contrario, di evidenziarla resti(32) (33)

CONCILIO DI TRENTO, Sessio XIII de S. Eucharistia c. 6 Dz 1645/879. COMMISSIONE EPISCOPALE PER LA LITURGIA, La progettazione di nuove chiese, n. 13,

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tuendo nello stesso tempo all’altare la sua originaria identità, quale mensa attorno alla quale si raduna la Chiesa per celebrare la Pasqua.

ALTRI SPAZI Per gli altri spazi si riporta quanto viene detto dalla Nota pastorale della Commissione Episcopale della liturgia, della Conferenza Episcopale Italiana: «La progettazione di nuove chiese». I posti dei fedeli La collocazione dei posti per i fedeli sia curata in modo particolare mettendo a disposizione banchi e sedie perché ciascuno possa partecipare con l’atteggiamento, con lo sguardo, con l’ascolto e con lo spirito alle diverse parti della celebrazione. Il posto del coro e dell’organo Il coro fa parte dell’assemblea e deve essere collocato nell’aula dei fedeli; deve comunque trovarsi in posizione e con arredo tali Fate questo in memoria di me

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da permettere ai suoi membri l’adempimento del compito proprio, la partecipazione alle azioni liturgiche e la guida del canto dell’assemblea. Per ragioni foniche e funzionali, la collocazione dell’organo a canne sia studiata e progettata attentamente fin dall’inizio, tenendo conto del suo naturale collegamento con il coro e con l’assemblea. Il programma iconografico Il programma iconografico, che a suo modo prolunga e descrive il mistero celebrato in relazione alla storia della salvezza e all’assemblea, deve essere adeguatamente previsto fin dall’inizio della progettazione. Va pertanto ideato secondo le esigenze liturgiche e culturali locali, e in collaborazione organica con il progettista dell’opera, senza trascurare l’apporto dell’artista, dell’artigiano e dell’arredatore. Anche la croce, l’immagine della Beata Vergine Maria, del patrono e altre eventuali immagini (ad esempio, il percorso della Via Crucis normalmente situato in luogo distinto dall’aula), devono essere pensate fin dall’inizio nella loro collocazione, favorendo sempre l’elevata qualità e dignità artistica delle opere. Ciò contribuisce a promuovere l’ordinata devozione del popolo di Dio, a condizione di rispettare la priorità dei segni sacramentali. È bene conservare l’antica consuetudine di collocare dodici o almeno quattro croci di pietra, di bronzo o di altra materia adatta sulle pareti in corrispondenza con il luogo delle unzioni di dedicazione. La cappella feriale Si preveda di norma una cappella distinta dalla navata centrale e adeguatamente arredata per la celebrazione con piccoli gruppi di fedeli. Essa può identificarsi con la cap42

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pella per la custodia del Santissimo Sacramento, nella quale l’altare deve comunque essere distinto dal tabernacolo. L’arredo Circa l’arredo della chiesa, occorre ricordare innanzitutto che non si tratta di un generico abbellimento estrinseco né di oggetti di carattere puramente utilitaristico, ma di suppellettili pienamente funzionali che vanno attentamente progettate perché siano armonicamente connesse con l’insieme dell’edificio. Nella scelta degli elementi per l’arredamento si abbia di mira una nobile semplicità piuttosto che il fasto, si curi la verità delle cose e si tenda all’educazione dei fedeli e alla dignità di tutto il luogo sacro (cf. PNMR 279). L’orientamento di base per la cura dell’arredo è dunque quello dell’autenticità delle forme, dei materiali e della destinazione dei mobili e degli oggetti. Ciò vale in particolare per la scelta e l’uso di elementi naturali come ad esempio i fiori e le piante, la cera e il legno. Quanto all’arredo floreale, può essere opportuno progettare una o più fioriere nell’area presbiteriale, non solo per l’effetto di ordine, ma per l’uso liturgico nei tempi e nei modi consentiti. Al primario criterio della verità, sia unito il criterio della sobrietà, quello della coerenza estetica con l’insieme dell’edificio e il criterio della valorizzazione della creazione artistica, ricordando che è pure consentito il ricorso a nuovi materiali, oltre a quelli tradizionali. Nell’utilizzo delle suppellettili antiche, che pure è largamente raccomandabile, si abbia cura di rispettarne rigorosamente l’identità culturale, storica e artistica, evitando arbitrarie e incongrue modifiche.(34) (34)

COMMISSIONE EPISCOPALE PER LA LITURGIA, La progettazione di nuove chiese, nn. 14-18, Nota pastorale CEI, 18 febbraio 1993.

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LA CELEBRAZIONE DELL’EUCARISTIA RITI DI INTRODUZIONE I riti di introduzione, chiamati anche riti iniziali, comprendono quell’insieme di preghiere e di atti che dall’ingresso del sacerdote vanno fino alla proclamazione della Parola. «… hanno il carattere di esordio, di introduzione e di preparazione. Il loro scopo è quello di far sì che i fedeli, riuniti insieme, costituiscano una comunità, e si dispongano ad ascoltare con fede la Parola di Dio e celebrare degnamente l’Eucaristia» (PNMR 24). Concretamente hanno la seguente articolazione: 1. Raduno dell’assemblea 2. Ingresso del sacerdote 3. Saluto 4. Atto penitenziale comunitario 5. Inno di lode 6. Orazione (Colletta). Il raduno dell’assemblea I fedeli che si costituiscono in assemblea esprimono e realizzano il mistero della Chiesa, nata dalla Pasqua di Cristo. È la convocazione di «coloro che guardano con fede a Gesù, autore della salvezza e principio di unità e di pace» (LG 9). L’assemblea liturgica, costituita da tutti i battezzati con una ricchezza di diversi carismi, nel momento in cui celebra i santi misteri mette in evidenza tutte le sue caratteristiche: • l’unità, pur nella diversità di coloro che la compongono; • la dimensione ministeriale dei fedeli che vi partecipano; 44

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• l’atteggiamento di apertura e di accoglienza verso tutti; • la comunione e la concordia nella partecipazione. Così la comunità che si raduna «per celebrare i santi misteri» rappresenta la Chiesa universale nel lodare Dio e nel rendergli grazie per tutti i doni ricevuti. L’ingresso del sacerdote Con l’ingresso del sacerdote, l’assemblea radunata attorno all’altare acquista la sua vera fisionomia e si arricchisce «della viva presenza di Cristo». Per questo il solenne ingresso è accompagnato dal canto di entrata che ha lo scopo di «aprire la celebrazione, favorire l’unione dei fedeli riuniti, introdurre il loro spirito nel mistero del tempo liturgico o della festività e accompagnare la processione del sacerdote e dei ministri» (PNMR 25). Se non si canta, è bene che tutta l’assemblea o un lettore o il sacerdote stesso leggano l’antifona di ingresso. Il saluto Giunto all’altare, che venera con l’inchino, il bacio e, in alcune circostanze solenni, con l’incensazione, il sacerdote rivolge il proprio saluto al popolo riunito, dopo aver fatto il segno di croce, aggiungendo, se lo ritiene opportuno, anche una breve monizione di circostanza per esortare e guidare i fedeli alla preghiera. «Poi il sacerdote con il saluto annunzia alla comunità riunita la presenza del Signore. Il saluto sacerdotale e la risposta del popolo manifestano il mistero della Chiesa radunata» (PNMR 28). Le rubriche precisano che si possono usare le formule di esempio, sette a scelta, oppure trarre il saluto iniziale da altri testi della Scrittura. Le formule proposte, perciò, non sono obbligatorie e fisse, ma hanno la funzione di fare da esempio. Fate questo in memoria di me

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La formula più comune è: Il Signore sia con voi, che il sacerdote o il diacono usano per salutare i fedeli durante gli atti liturgici. «Il Signore sia con voi» è il più bell’augurio che si possa fare a un cristiano: Dio ponga in te la sua dimora, ti accompagni, ti animi! La formula ha un’origine scritturistica: «Io sarò con te!», è l’assicurazione fondamentale che YHWH dà a Mosè nel momento in cui gli affida la missione di liberare il suo popolo dall’Egitto, è la rassicurazione che ricevono tutti coloro che sono stati chiamati per una missione particolare, sino a Maria che l’angelo Gabriele saluta appunto con: «Il Signore è con te». In questa luce si comprende tutta la densità di questo saluto. La risposta dei fedeli non è meno suggestiva, perché è un atto di fede nella capacità del ministro: la grazia della sua ordinazione – il suo spirito – l’abilita a mettere gli altri in comunicazione con DIO. Questo semplice dialogo è rivelatore della natura della liturgia: Dio si dona attraverso la mediazione dei suoi ministri e a tale dono risponde la fede del popolo. Le altre formule, molto belle e suggestive, sono prese dalle lettere di Paolo e dalla prima lettera di Pietro.

ATTO PENITENZIALE E COLLETTA L’atto penitenziale Il rito penitenziale, posto all’inizio della Messa dopo il saluto del celebrante all’assemblea, è un appello alla misericordia di Dio da parte di tutti. Il peccato è sempre un rifiuto di Dio, più o meno grave e più o meno diretto: in quanto tale, rende inadatti alla celebrazione liturgica dell’Alleanza. L’atto penitenziale, ritualmente, può assumere tre modalità diverse, descritte nel messale: la prima è il «Confesso» ri46

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preso dalle antiche preghiere ai piedi dell’altare; la seconda è costituita da due versetti salmodici (Sal 50,1; Sal 84,8); la terza è una formula rivolta a Cristo e non al Padre e nasce dalle formule medioevali del Kyrie con l’aggiunta di altre invocazioni. In certi casi la preparazione penitenziale si omette: quando, per esempio, si passa subito alla benedizione dell’acqua e all’aspersione, oppure quando, subito dopo il saluto iniziale, si inserisce un’Ora dell’Ufficio divino. Con l’atto penitenziale si riconoscono i propri peccati e si esprime tutta la solidarietà con i peccati dei nostri fratelli presenti e assenti. Nel pronunciare insieme (sacerdote e fedeli) l’unico atto di accusa e di pentimento, il legame con Dio e la comunità si fa più profondo. Bisogna osservare che l’assoluzione pronunciata dopo una delle formule penitenziali, non è sacramentale, non opera, cioè, di per se stessa il perdono dei peccati come il Sacramento della riconciliazione. Segue l’invocazione litanica del Signore, pietà, subito coronata dall’inno di lode (Gloria) che è la manifestazione della gioia dell’assemblea per la salvezza ottenuta dalla redenzione. La benedizione dell’acqua e l’aspersione Nella Messa della domenica la preparazione penitenziale può essere sostituita dalla benedizione dell’acqua e dall’aspersione. Si tratta di un rito ripreso dalla Veglia pasquale e intende essere per tutti un «ricordo» del Battesimo. Il sacerdote, dopo aver salutato l’assemblea, invita a pregare in silenzio per alcuni momenti, poi benedice l’acqua, recitando una delle formule presenti nel Messale; una è specifica del Tempo pasquale. L’inno di lode L’inno di lode è la naturale esultanza e il ringraziamento per il perdono ricevuto, ma anche il preannuncio della Fate questo in memoria di me

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grande lode-Eucaristia che risuonerà al momento centrale della Messa. Si recita o si canta solo nelle domeniche (eccetto in Avvento e in Quaresima), nelle solennità e nelle feste. Inizia con un versetto biblico (Lc 2,14) che è il cantomessaggio degli Angeli alla nascita di Gesù. Vengono poi espressi sentimenti di lode, di adorazione e di gratitudine alle Persone della SS. Trinità per la loro presenza e per la loro azione amorosa nella storia della salvezza. La colletta La colletta è la prima delle tre orazioni della Messa. Il nome le viene dal fatto che «raccoglie» e riunisce le diverse domande dei fedeli in un’unica preghiera; spetta poi al sacerdote presentare a Dio, in nome della comunità riunita, il condensato della preghiera di tutti. Per sottolineare meglio la funzione della colletta, che conclude i riti iniziali della Messa, viene raccomandato di farla precedere, dopo l’invito «Preghiamo», da un breve silenzio, durante il quale ognuno possa formulare interiormente le proprie domande, che poi il celebrante raccoglierà in un’unica supplica. Al termine della colletta, tutti ratificano con l’Amen le parole del sacerdote. Può essere utile precisare che cos’è un’orazione: deriva dal latino oratio (parola, discorso, preghiera), che viene da «orare» (parlare, dire, implorare). Un’orazione è una parola rivolta a Dio, una preghiera formulata alla sua presenza. Se l’orazione è un dialogo interiore prolungato con Dio, una preghiera intima, un’orazione liturgica è un’espressione pubblica e comune dell’assemblea in preghiera; viene recitata da colui che presiede l’Assemblea e condensa nella formula predisposta le domande di tutti.

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LITURGIA DELLA PAROLA La liturgia della Parola, per tanto tempo, è stata considerata un elemento secondario nell’economia del sacrificio eucaristico. Nella mentalità di molta gente, forse per una certa catechesi ricevuta, c’era l’idea che per assicurarsi la «validità» della Messa festiva bastasse arrivare in chiesa dopo l’omelia o prima dell’offertorio. Con la riforma liturgica questa parte della celebrazione ha ritrovato tutta la sua importanza. L’Introduzione al Messale Romano la presenta nei seguenti termini: «Le letture scelte dalla Sacra Scrittura costituiscono, con i canti che le accompagnano, la parte principale della liturgia della Parola; l’omelia, la professione di fede e la preghiera universale o preghiera dei fedeli la sviluppano e la concludono. In queste letture, spiegate dall’omelia, Dio parla al suo popolo, gli rivela il mistero della redenzione e della salvezza e offre un alimento spirituale; il Cristo stesso, con la sua Parola, è presente in mezzo ai fedeli. Questa Parola di Dio, il popolo la fa diventare sua per mezzo dei canti, e dona ad essa la sua adesione con la professione di fede; nutrito da questa Parola, il popolo indirizza a Dio nella preghiera universale le sue richieste per i bisogni della Chiesa e per la salvezza del mondo intero» (PNMR 33). La Chiesa è stata definita «una comunità in ascolto», infatti è il nuovo popolo che è chiamato ad ascoltare e ad accogliere Cristo che si rende presente con la Parola e con il suo Corpo. Cristo presente nella Parola Di fronte alla urgente necessità di cambiare una certa mentalità nei confronti della proclamazione liturgica della Parola, la costituzione conciliare sulla liturgia si preoccupa di affermare chiaramente che Cristo è realmente presente nella sua Parola proclamata nell’assemblea liturgica: «È presente Fate questo in memoria di me

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nella sua Parola, poiché è Lui che parla quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura» (SC 7). Non solo, ma la costituzione dogmatica sulla Divina Rivelazione arriva a dire che «la Chiesa ha sempre venerato le divine scritture come ha fatto per il corpo stesso del Signore, non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della Parola di Dio che del Corpo di Cristo» (DV 21). I vari elementi che costituiscono la liturgia della Parola esprimono, a loro volta, una struttura dialogica che riprende la struttura dell’Alleanza: Parola di Dio (letture bibliche e loro attualizzazione nell’omelia) e risposta dell’assemblea (Salmo responsoriale, canto al Vangelo, professione di fede, preghiera dei fedeli). Le monizioni L’introduzione al Lezionario parla di eventuali commenti da premettere alla liturgia della Parola: «Nella liturgia della Parola si possono premettere alle letture, e specialmente alla prima di esse, delle brevi e opportune 50

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monizioni. Si deve porre attenzione al genere letterario di queste monizioni: devono essere semplici, fedeli al testo, brevi, ben preparate e veramente intonate al testo a cui devono servire come introduzione» (OLM 15). Se è un invito a entrare nel testo che sarà proclamato, non sarà un riassunto ma dirà il concetto fondamentale per una buona comprensione. Questo servizio non lo si può improvvisare: «Vero ministero liturgico è anche quello esercitato dal commentatore: da un luogo adatto egli propone all’assemblea dei fedeli opportune spiegazioni e monizioni, chiare, sobrie, preparate con cura, normalmente scritte e approvate dal celebrante» (OLM 57).

LE LETTURE Nelle Messe festive le letture sono tre (dall’Antico Testamento, dagli scritti apostolici, dal Vangelo); nei giorni feriali soltanto due. Seguendo un ciclo triennale (anno A, anno B, anno C), le letture permettono ai fedeli di ascoltare tutte le pagine centrali della Sacra Scrittura in modo organico. La Costituzione conciliare sulla sacra liturgia ha dato a suo tempo la seguente direttiva: «Affinché la mensa della Parola di Dio sia preparata ai fedeli con maggiore abbondanza, vengano aperti più largamente i tesori della Bibbia in modo che, in un determinato numero di anni, si leggano al popolo le parti più importanti della Sacra Scrittura» (SC 51). • Le letture sono proclamate da un luogo (ambone) ben visibile, quale richiamo all’importanza e alla dignità della Parola di Dio, ma anche per facilitare l’ascolto e l’attenzione dei fedeli. • Nelle Messe solenni, l’evangeliario viene portato processionalmente e viene incensato. Fate questo in memoria di me

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• La conclusione delle prime due letture viene annunciata con l’espressione: «Parola di Dio» alla quale l’assemblea risponde: «Rendiamo grazie a Dio». Alla fine di ogni lettura è raccomandato un momento di riflessione e di preghiera silenziosa per interiorizzare quanto è stato ascoltato e per una risposta personale a ciò che Dio ha voluto comunicare. Non basta dire che la proclamazione della Parola è reale dialogo con Dio, bisogna che tale realtà sia ben significata dalle modalità rituali. «Lo stesso modo con cui le letture vengono proclamate dai lettori – una proclamazione dignitosa, a voce alta e chiara – favorisce una buona trasmissione della Parola di Dio all’assemblea» (OLM 14). I ministeri liturgici, compreso quello del lettore istituito o di fatto, non costituiscono una promozione, ma sono un servizio. Perciò, insieme con le doti morali, è necessario avere anche le capacità tecniche (cf. OLM 52). Solo nel caso in cui la Parola di Dio venga proclamata con dignità si può giustamente criticare l’uso dei foglietti che non si limitano a riportare l’ordinario della Messa e i canti, ma riportano anche i testi scritturistici, riducendo così la proclamazione della Parola a lettura individuale simultanea! Non è il caso di farne un grosso problema, ma certamente dal punto di vista celebrativo l’ascolto comune favorisce di più la partecipazione che non la semplice lettura. Del resto le norme del Messale Romano non prevedono la lettura da parte dell’assemblea, ma una proclamazione che «tutti ascoltano seduti» (PNMR 89).

I CANTI FRA LE LETTURE Il Salmo responsoriale La prima vera risposta alla Parola di Dio avviene con il Salmo responsoriale che ha la funzione di tradurre l’ascolto 52

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in preghiera meditativa. «Il Salmo responsoriale, anticamente chiamato anche graduale, perché cantato sui gradini dell’Ambone, essendo parte integrante della liturgia della Parola, ha grande importanza liturgica e pastorale. Si devono pertanto istruire con cura i fedeli sul modo di accogliere la Parola che Dio rivolge loro nei Salmi e di volgere i Salmi stessi in preghiera della Chiesa» (OLM 19). Il compito non sembra essere molto facile se ancora oggi, dopo tanti anni dalla riforma liturgica, il Salmo responsoriale appare a molti come una strana appendice della lettura. È necessario precisare che «ogni testo salmodico è direttamente connesso con la relativa lettura» (PNMR 36), tuttavia quasi ovunque non c’è stato uno sforzo adeguato per far emergere questa connessione che è indispensabile per una fruttuosa partecipazione attiva e consapevole. «Potranno recare un certo aiuto brevi munizioni che illustrino la scelta del Salmo e del ritornello e la loro concordanza tematica con le letture» (OLM 19). Fra i tanti possibili interventi creativi, previsti nel corso dell’Eucaristia, non risulta che ci si sia particolarmente preoccupati di questa monizione, che invece ha una grandissima importanza non solo per fare del Salmo una vera e consapevole preghiera, ma anche per un buon ritmo celebrativo di tutta la liturgia della Parola. Il Salmo essendo una preghiera non può essere una semplice lettura per quanto accompagnata dalla ripetizione di una frase invocativa. Il Salmo, come ricorda il termine stesso (dal greco psallo = io canto con la cetra), appartiene al genere musicale. Per questo le norme recitano molto chiaramente: «Il Salmo responsoriale di norma si esegua in canto. Ci sono due modi di cantare il Salmo dopo la prima lettura: il modo responsoriale e il modo diretto. Il modo responsoriale che è quello, sempre che sia possibile, da preferirsi, si ha allorché il salmista o il cantore del SalFate questo in memoria di me

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mo ne pronunzia i versetti, e tutta l’assemblea partecipa con il ritornello. Il modo diretto, allorché solo salmista o il solo cantore canta il Salmo e l’assemblea si limita ad ascoltare, senza intervenire col ritornello; o anche allorché il Salmo viene cantato da tutti quanti insieme» (OLM 20). Il canto al Vangelo Ha lo scopo di annunciare la lettura del Vangelo e svolge una funzione diversa dal Salmo responsoriale. Mentre il Salmo responsoriale si «volta indietro» verso la lettura proclamata, il canto al Vangelo guarda avanti verso il Vangelo che sarà proclamato. A un ritornello fisso di lode e di gioia, l’alleluja, che significa «Lode a Dio», segue un breve versetto della Scrittura che commenta, introduce o avvia all’ascolto del testo evangelico, vertice della liturgia della Parola. Va cantato da tutti e non solo dal coro. I fedeli si mettono in piedi in segno di rispetto e per esprimere che con Cristo risorto siamo delle persone salvate. Con questo canto l’assemblea dei fedeli accoglie e saluta il Signore che sta per rivolgere ad essa la sua Parola e accompagna il libro dei Vangeli dall’altare all’ambone. Il Vangelo La sua proclamazione rappresenta il culmine della liturgia della Parola. • Il sacerdote che deve proclamare il Vangelo si prepara alla lettura con la preghiera: «Purifica il mio cuore e le mie labbra, Dio onnipotente, perché possa annunziare degnamente il tuo Vangelo». • I fedeli che si preparano all’ascolto fanno tre segni di croce, sulla fronte, sulle labbra e sul petto, per indicare e implorare la disponibilità ad accogliere, proclamare e custodire la Parola che viene loro donata. 54

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All’annuncio del brano i fedeli rispondono: «Gloria a te, o Signore», mentre alla fine, quando il celebrante dice: «Parola del Signore», tutti rispondono: «Lode a te, o Cristo». Baciando il libro, il celebrante aggiunge sottovoce: «La Parola del Vangelo cancelli i nostri peccati». Queste espressioni, se da una parte rivelano con quale atteggiamento e dignità è necessario accostarsi alla Parola di Dio, dall’altra significano che il suo ascolto rappresenta il rapporto più diretto e immediato con Dio dopo l’Eucaristia, infatti sono entrambi nutrimento dell’anima: come il cibo, anche la Parola accolta riesce a trasformare la vita, orientandola gradualmente secondo le categorie divine. L’omelia La parola «omelia» deriva dal greco «homiléin» che significa conversare familiarmente; indica il modo semplice e dialogico di chi si rivolge in un momento conviviale a familiari e amici. Nell’Antico Testamento, Mosè, Giosuè, i profeti, sacerdoti, scribi, capi e sapienti interpretano e attualizzano gli avvenimenti salvifici e le parole dell’Alleanza per la nuova situazione del popolo, invitando a lodare Dio e a restare fedeli all’Alleanza. Anche nella tradizione della sinagoga l’omelia, oltre a costituire una spiegazione del testo sacro, veniva intesa come un «discorso di consolazione». Nel Nuovo Testamento Luca descrive l’inizio della predicazione di Gesù nella sinagoga di Nazaret e, dopo la risurrezione, spiega ai discepoli di Emmaus il significato delle Scritture. La Lettera agli Ebrei, come la prima Lettera di Pietro, possono essere considerate delle vere e proprie omelie. Nella storia della Chiesa l’omelia è sempre presente e ben documentata. I Padri della Chiesa sono un chiaro esempio dell’importanza che ha avuto l’omelia e di come hanno letto e interpretato gli avvenimenti alla luce della Sacra Fate questo in memoria di me

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Scrittura. Nei secoli successivi c’è stato un declino dell’omelia, con abusi e con contenuti che poco avevano a che fare con l’annuncio della Parola di Dio. La svolta si è avuta con il Concilio Vaticano II. La Costituzione Sacrosactum Concilium afferma che l’omelia è parte integrante della celebrazione: «Si raccomanda vivamente l’omelia, che è parte dell’azione liturgica. In essa nel corso dell’anno liturgico vengano presentati i misteri della fede e le norme della vita cristiana, attingendoli dal testo sacro. Nelle Messe della domenica e dei giorni festivi con partecipazione di popolo non si ometta l’omelia se non per grave motivo» (SC 52). L’omelia deve attingere il suo contenuto dalla Sacra Scrittura: «La predicazione poi attinga anzitutto alle fonti della Sacra Scrittura e della liturgia, poiché essa è l’annunzio delle mirabili opere di Dio nella storia della salvezza…» (SC 35). Caratteristica dell’omelia dovrebbe essere l’umiltà e la fraternità, come si addice a chi annuncia la morte e la risurrezione di Cristo, in quanto tutti siamo chiamati a conversione e a essere coerenti con il Vangelo che viene annunciato.

SIMBOLO DI FEDE E PREGHIERA DEI FEDELI La professione di fede La liturgia della Parola accoglie da circa nove secoli un testo dogmatico-giuridico: la professione di fede formulata dai Concilii di Nicea e di Costantinopoli. In Italia, nelle domeniche di Quaresima e di Pasqua, può essere sostituito dal simbolo apostolico. «Il simbolo o professione di fede nella celebrazione della Messa ha lo scopo di suscitare nell’assemblea una risposta di assenso dopo l’ascolto della Parola di Dio nelle letture e nell’omelia, e di richiamare l’adesione alla regola della fede, prima di dare inizio alla cele56

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brazione dell’Eucaristia» (PNMR 43). L’assenso alla Parola di Dio è sempre un atteggiamento di preghiera. La recita della professione di fede è prescritta nei giorni festivi. In genere viene usata la formula del simbolo niceno-costantinopolitano, ma possono essere usate anche altre formule: quella del simbolo apostolico, già ricordato, quella della rinnovazione delle promesse battesimali, quella della Messa dei fanciulli. Con la proclamazione della propria fede l’assemblea si rivela come un’autentica comunità ecclesiale che rivive il mistero di salvezza con la consapevolezza di essere salvata. La preghiera dei fedeli La preghiera dei fedeli, chiamata anche «preghiera universale», conclude la liturgia della Parola e introduce alla liturgia eucaristica. Con questa preghiera la Parola di Dio si trasforma in orante dialogo con Dio. Questo è il chiaro progetto previsto dalle norme: «Nella preghiera universale l’assemblea dei fedeli, alla luce della Parola di Dio, alla quale in un certo modo risponde, prega di norma per le necessità di tutta la Chiesa e della comunità locale, per la salvezza di tutto il mondo, per coloro che si trovano in difficoltà di vario genere e per determinati gruppi di persone» (OLM 30). Ne consegue uno schema che non indulge a pietismi o favoritismi: l’invito alla preghiera che il presidente fa all’assemblea; seguono quattro blocchi di preghiere: 1) per la Chiesa, 2) per i governanti e per il mondo, 3) per una necessità particolare, 4) per l’assemblea riunita; chiude l’orazione del presidente che ha il semplice scopo di affidare al Padre le intenzioni dell’assemblea (PNMR 45-47). Anche questo momento della celebrazione eucaristica rischia spesso di non raggiungere lo scopo a causa di una cattiva realizzazione del programma rituale. L’orazionale allegato alla seconda edizione del Messale Romano, come Fate questo in memoria di me

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pure i vari foglietti domenicali, offrono degli esempi; ma la preghiera universale, per essere preghiera, non deve limitarsi alla lettura di intenzioni generali che vanno bene per tutti e per nessuno. La preghiera universale, come ricordano le norme, deve far riferimento alla Parola di Dio, all’omelia che ne ha fatto un commento attualizzato e localizzato, a quella particolare comunità, al momento specifico che i membri di quella comunità stanno vivendo come cristiani e come cittadini di questo mondo. Pertanto i formulari pre-confezionati vanno se non altro integrati con intenzioni create dalla e per la comunità locale, attraverso l’opera dei suoi responsabili e operatori liturgici.

LA LITURGIA EUCARISTICA La liturgia eucaristica, che ha inizio con la preparazione dei doni, si chiama così non solo per il fatto che al centro di essa si trova l’azione di grazie (in greco Eucaristia), ma anche per il fatto che essa nei suoi diversi momenti non fa che sviluppare gli stessi gesti che Gesù fece in un unico rito durante l’ultima cena: «prese il pane e il calice, rese grazie, spezzò il pane e diede l’uno e l’altro ai suoi discepoli» (PNMR 48). Così nella Messa il sacerdote che presiede prende il pane e il vino (preparazione dei doni), rende grazie (più la preghiera eucaristica che prende l’avvio con il prefazio e l’invito rivolto al popolo a rendere grazie), spezza il pane (la frazione) e lo distribuisce ai discepoli (la comunione). È per questo motivo che tutta la liturgia eucaristica deve essere celebrata e vissuta come un unico grande momento, senza indebite fratture o esagerate accentuazioni devozionali che verrebbero a frantumare la sua intima continuità. 58

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La prima parte della liturgia eucaristica si articola in questo modo: • Preparazione dell’altare • Processione con i doni • Presentazione del pane e del vino • Abluzione delle mani • Invito alla preghiera • Orazione sulla offerte. Preparazione dell’altare «All’inizio della liturgia eucaristica si portano all’altare i doni che diventeranno il Corpo e il Sangue di Cristo. Prima di tutto si prepara l’altare o mensa del Signore, che è il centro di tutta la liturgia eucaristica, ponendovi sopra il corporale, il purificatoio, il calice e il messale» (PNMR 49). Questa preparazione viene fatta dal celebrante, dal diacono o da uno dei ministri. Processione dei doni Preparato l’altare, si portano processionalmente i doni. «È cosa lodevole che il pane e il vino siano presentati dai fedeli, e che dal sacerdote o dal diacono siano ricevuti in luogo opportuno e deposti sull’altare accompagnandoli con le formule prescritte. Benché i fedeli ormai non portino più come una volta, il proprio pane e il vino destinati alla liturgia, tuttavia il rito di portarli all’altare conserva ancora la sua importanza e il suo significato spirituale» (PNMR 49). Il nuovo ordinamento della Messa evita il termine «offertorio» e preferisce parlare di preparazione dei doni. Con ciò vuole mettere in evidenza che la vera offerta, quella che costituisce il vero culto a Dio, si attua al termine della preghiera eucaristica, quando l’assemblea è invitata a offrire se stessa, la propria vita per Cristo, con Cristo e in Cristo. È sintomatico che i riti di presentazione del pane e del vino durante la Messa sono nati in stretta connessione con Fate questo in memoria di me

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l’offerta dei doni per i poveri: «I ricchi che ne abbiano volontà danno a proprio piacimento quello che vogliono; e quanto viene così raccolto si depone dinanzi a colui che presiede. Egli soccorre orfani, vedove, chi per malattia o altra causa è bisognoso, chi è in prigione e gli ospiti che provengono da altri paesi; insomma prendiamo a cuore quanti si trovano in necessità» (S. Giustino, I Apologia 67, circa 150 d.C.). Significato dei doni Questa antichissima testimonianza mette in evidenza la radice e quindi il senso autentico di questi riti, che pertanto non vanno enfatizzati per se stessi, ma in vista della carità fraterna. Ecco allora che dal punto di vista celebrativo la processione offertoriale trova pienezza di senso soltanto quando in qualche modo è presente questa attenzione per i poveri. Diversamente il rito rischia facilmente di cadere in formalità cerimoniale, o in manifestazione folkloristica. Di conseguenza è meglio non abusare di questa processione e limitarsi a portare i doni essenziali per la celebrazione. Giovanni Paolo II, nella lettera Dominicae coenae del 1980, afferma al riguardo: «Tutti coloro che partecipano all’Eucaristia, quantunque non compiano il sacrificio come lui (il celebrante), offrono con lui, in virtù del sacerdozio comune, i loro propri sacrifici spirituali, rappresentati dal pane e dal vino, sin dal momento della loro presentazione all’altare. Questo atto liturgico… ha il suo valore e il suo significato spirituale. Il pane e il vino diventano, in un certo senso, simbolo di tutto ciò che l’assemblea eucaristica porta, da sé, in offerta a Dio, e offre in spirito» (n. 9). La preghiera eucaristica L’origine della preghiera eucaristica si trova nei gesti e nelle parole del Signore nell’ultima Cena. Gesù istituisce l’Eucaristia in un contesto conviviale, durante una cena 60

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pasquale giudaica, ma ai gesti di quel rituale egli dà un senso completamente nuovo. Anche gli elementi e la struttura della nostra preghiera eucaristica ricalcano quelli della cena pasquale ebraica, la realtà però è del tutto diversa: i gesti degli ebrei erano compiuti e interpretati in una prospettiva di storia salvifica, con una forte tensione verso il futuro, e la memoria diventava partecipazione e aspettativa messianica; quelli di Gesù annunciano la realizzazione e il compimento di una salvezza. Sarebbe molto lungo soffermarsi sulle varie Preghiere Eucaristiche, sulla loro origine e sul loro significato specifico, basti ricordare che nell’ultima edizione del Messale ce ne sono dieci, senza contare le tre della Messa dei fanciulli. La struttura della seconda parte della liturgia eucaristica si presenta in questo modo: • Ringraziamento (Prefazio) • Acclamazione (Santo) • Epiclesi (effusione dello Spirito) • Racconto istitutivo (Consacrazione) • Anamnesi (Mistero della fede) • Offerta • Preghiera di intercessione • Dossologia finale. Ringraziamento Nel cuore dell’Eucaristia si entra quando, con il saluto «Il Signore sia con voi», il celebrante inizia un solenne dialogo con l’assemblea per invitarla a proclamare con riconoscenza le lodi del Signore. Si tratta del prefazio (= dire prima o dire avanti), la prima parte della preghiera eucaristica, con la quale il sacerdote, a nome di tutta l’assemblea, degli angeli, dei santi e dell’universo intero, glorifica e ringrazia Dio per l’opera della salvezza messa in atto per noi. Il nuoFate questo in memoria di me

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vo Messale presenta complessivamente 108 prefazi di cui 72 hanno trovato posto nel rito della Messa perché richiesti più facilmente dai vari formulari, gli altri invece sono immessi nei formulari delle rispettive celebrazioni. Acclamazione (Santo) Mentre il prefazio è cantato o proclamato dal solo celebrante, il Santo è acclamato da tutta l’assemblea e dal sacerdote. È infatti un grido di gioia e di riconoscenza di tutto il popolo di Dio e fa da cerniera tra l’inno di ringraziamento di cui costituisce l’acclamazione conclusiva e il seguito della preghiera eucaristica. Epiclesi (invocazione): Effusione dello Spirito È il terzo momento della preghiera eucaristica, quello in cui i fedeli si inginocchiano e il sacerdote chiede a Dio di santificare i doni con l’effusione del suo Spirito, trasformandoli nel Corpo e Sangue di Cristo. Il celebrante sa di essere non solo il rappresentante degli uomini, ma anche, in forza della sua ordinazione, rappresentante di Cristo. Con una particolare preghiera invoca l’azione di Dio perché cambi i doni non solo nella loro finalità o nel loro significato, ma anche nella loro essenza. «La Chiesa implora con speciali invocazioni la potenza divina, perché i doni offerti dagli uomini vengano consacrati, cioè diventino il Corpo e il Sangue di Cristo; e perché la vittima immacolata, che si riceve nella comunione, giovi per la salvezza di coloro che vi parteciperanno» (PNMR 55c). Racconto dell’istituzione Questo racconto forma una parte essenziale della preghiera eucaristica: narra i gesti compiuti e le parole dette da Gesù durante la Cena, quando, istituendo il Sacramento 62

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della sua Pasqua, ha ordinato ai suoi discepoli di perpetuarlo. «Mediante le parole e i gesti di Cristo, si compie il sacrificio che Cristo stesso istituì nell’ultima Cena, quando offrì il suo Corpo e il suo Sangue sotto le specie del pane e del vino, lo diede a mangiare e a bere agli Apostoli e lasciò loro il mandato di perpetuare questo mistero» (PNMR 55d). Per mezzo delle parole della consacrazione che operano la transustanziazione, Cristo viene reso presente nelle specie eucaristiche. Il valore consacratorio tuttavia ce l’ha l’intera preghiera eucaristica, non soltanto le parole dell’istituzione. Il concetto di «racconto dell’istituzione» deve essere inteso nel modo giusto: non si tratta infatti solo di una relazione storica, ma di una preghiera vera e propria; del resto, Cristo non ordinò di raccontare in sua memoria, ma di fare. Il fatto poi che Gesù offra ai discepoli in momenti diversi il pane e il vino sta ad indicare a quale prezzo egli ci avrebbe redenti: la separazione del corpo dal sangue significa la morte. Sotto i segni e le specie del pane e del vino, Gesù intendeva lasciarci il memoriale della sua morte sacrificale. Perciò, sia l’azione del convito nel cenacolo, sia la celebrazione eucaristica rappresentano la morte di Cristo. Anamnesi È chiaro che di fronte a un fatto così straordinario la ragione umana trovi notevoli difficoltà; per questo il celebrante, subito dopo le parole della consacrazione, dice: «Mistero della fede». Solo gli occhi della fede possono percepire il grande mistero. L’anamnesi esprime l’intenzione di celebrare l’Eucaristia in memoria del Signore, della sua morte e risurrezione, in attesa della sua venuta nella gloria. L’acclamazione dei fedeli, «Annunciamo la tua morte…» (il Messale riporta tre diverse acclamazioni) è rivolta a Cristo, mentre gli altri testi della preghiera eucaristica sono rivolti Fate questo in memoria di me

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al Padre. La preghiera che subito dopo il sacerdote recita con le mani alzate è detta anamnesi (= ricordo, commemorazione) perché ricorda la passione, la risurrezione e l’ascensione al cielo del Signore. Offerta Così la descrive l’Introduzione al Messale Romano: «Nel corso di questa stessa memoria, la Chiesa, e in modo particolare quella radunata in quel momento e in quel luogo, offre al Padre nello Spirito Santo la vittima senza macchia. La Chiesa desidera che i fedeli non solo offrano la vittima immacolata, ma anche imparino a offrire se stessi e così portino ogni giorno più a compimento, per mezzo di Cristo Mediatore, la loro unione con Dio e con i fratelli, perché finalmente Dio sia tutto in tutti» (PNMR 55f). I fedeli, la Chiesa intera, sono chiamati ad offrire la propria vita e a partecipare al sacrificio del Signore a gloria del Padre e per la salvezza del mondo. Per ricevere il grande dono del Corpo di Cristo, è necessario che ogni cristiano si faccia a sua volta dono. «… A noi che ci nutriamo del corpo e sangue del tuo Figlio, dona la pienezza dello Spirito Santo perché diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito. Egli faccia di noi un sacrificio perenne a te gradito…». È qui che il sacerdozio comune di ogni battezzato trova la sua massima espressione. Preghiera di intercessione Le intercessioni sono innalzate dal celebrante per chiedere la salvezza di tutti i membri della Chiesa, vivi e defunti. Esprimono la comunione della Chiesa terrestre con quella celeste. La comunità cristiana, «per il sacrificio di riconciliazione», chiede a questo punto «pace e salvezza al mondo intero», la fede e l’amore, l’unità dei cristiani dispersi, la luce di Dio per i defunti, la misericordia per i presenti. 64

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Dossologia finale Conclude la preghiera eucaristica e consiste in una grandiosa glorificazione. Dossologia significa «rivolgere una grande lode a una persona per la quale si nutre un’alta stima». La dossologia finale della preghiera eucaristica fa l’elogio della SS. Trinità secondo il classico schema di ogni autentica preghiera cristiana: «Per Cristo, con Cristo e in Cristo a Te, Dio Padre Onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli». A questo solenne elogio i cristiani rispondono Amen, pronunciandolo a voce alta o cantandolo. Esso esprime l’adesione di fede di tutti i fedeli, consapevoli che solo per Cristo, con Cristo e in Cristo è possibile un vero sacrificio e onorare degnamente Dio.

RITI DI COMUNIONE Anche i riti di comunione, come la preparazione dei doni e la preghiera eucaristica, hanno il loro fondamento nell’azione di Cristo nell’ultima Cena. «Mediante la frazione di un unico pane si manifesta l’unità dei fedeli, e per mezzo della comunione i fedeli si cibano del Corpo e del Sangue del Signore, allo stesso modo con il quale gli Apostoli li hanno ricevuti dalle mani di Cristo stesso» (PNMR 48). «La comunione eucaristica ha un carattere tutt’altro che intimistico e sentimentale. Far comunione con il Signore crocifisso e risorto significa donarsi con lui al Padre e ai fratelli» (CEI, CdA, La verità vi farà liberi, p. 330). È chiaro allora che la comunione non è qualcosa di aggiunto al sacrificio, ma un’esigenza del medesimo. Nella catechesi si deve evitare l’errore di presentarla come un fatto a sé. La Costituzione Sacrosactum Concilium ricorda: «Si raccomanda molto quella partecipazione più perfetta alla Messa, per la quale i fedeli, dopo la coFate questo in memoria di me

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munione del sacerdote, ricevono il Corpo del Signore dal medesimo sacrificio» (SC 55). I riti di comunione si compongono di quattro elementi: 1. Padre nostro 2. Rito della pace 3. Frazione del pane e immistione 4. Comunione del sacerdote e dei fedeli. Il Padre nostro La preghiera del Signore è introdotta da un invito che il celebrante rivolge a tutta l’assemblea, perché non esiti a chiamare Dio con il nome di Padre. Con essa si dà inizio al banchetto sacrificale, allo stesso modo con cui i bravi cristiani innalzano la loro preghiera prima di mettersi a tavola. Si recita la preghiera del Signore, aprendo i riti di comunione, poiché in essa la Chiesa chiede: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano». E aggiunge Tertulliano: «Intendiamolo in senso spirituale, infatti è Cristo il nostro pane. Io sono, disse, il pane della vita» (De orat. 6,1). Riecheggiando i Padri così si legge in PNMR: «Si implora la purificazione dei peccati, così che realmente i santi doni vengano dati ai santi» (n. 56 a). Infine, si dice la preghiera del Signore perché, chiedendo che venga il regno di Dio, si dà senso escatologico a tutta la celebrazione. A proposito di questo momento rituale è forse utile fare alcune osservazioni. Con indubbio zelo, ma talvolta poco informato e privo di capacità critica, succede che si usa della creatività per mettere in atto soluzioni rituali certamente belle dal punto di vista emotivo, ma alquanto devianti nei confronti di una limpida e corretta percezione del mistero eucaristico. Ad esempio, specie nei gruppi giovanili, è invalso l’uso di recitare il Padre nostro tenendosi per mano. Ai ragazzi piace molto per ovvi motivi. Ma non è forse un gesto che anticipa e 66

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oscura il ben più importante segno della pace? Non sarebbe forse meglio recitare il Padre nostro assumendo, dove ciò non rischia di apparire come teatralità, l’atteggiamento dell’orante, cioè a braccia allargate, come del resto è previsto dal Messale Romano? Sempre per uno zelo onesto, ma poco illuminato, succede anche che la preghiera del Signore venga sostituita da parafrasi cantate, (per es. O Babbu Soveranu) per quanto belle ed emotivamente coinvolgenti, e senza ombra di dubbio validissime per tante altre celebrazioni, non possono e non devono sostituire le antiche, semplici e grandi parole che il Signore ha voluto mettere sulle nostre labbra. Anzi non dimentichiamo che il Padre nostro è la preghiera che accomuna tutte le confessioni cristiane al di sopra di tutte le divisioni. È bene, qualche volta, sottolineare questo aspetto. SEGNO DELLA PACE E RITI FINALI Rito della pace Con il rito della pace «i fedeli implorano la pace e l’unità per la Chiesa e per l’intera famiglia umana ed esprimono fra di loro l’amore vicendevole, prima di partecipare all’unico pane» (PNMR 56b). Il rito della pace viene considerato come una logica attuazione dell’espressione «come noi li rimettiamo ai nostri debitori», recitata nel Padre nostro, e come preparazione diretta alla comunione. Dopo l’augurio, il sacerdote può invitare, se lo ritiene opportuno, a compiere un gesto di pace che indichi realmente amore e riconciliazione. Frazione del pane È un gesto che risale a Cristo stesso: «La vigilia della sua passione, cenando con i discepoli, prese del pane, lo benedisse, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli», come viene ricordato nei racFate questo in memoria di me

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conti dell’istituzione. L’espressione «spezzare il pane» è così passata a indicare tutta l’Eucaristia. L’introduzione al Messale Romano ribadisce: «Il gesto della frazione del pane, compiuto da Cristo nell’ultima cena, sin dal tempo apostolico ha dato il nome a tutta l’azione eucaristica. Questo rito non ha soltanto una ragione pratica, ma significa che noi, pur essendo molti, diventiamo un solo corpo nella comunione a un solo pane di vita che è Cristo» (PNMR 56c). All’uso di dividere l’ostia in tre parti, di cui la più piccola si lascia cadere nel calice (immistione), è stata data la spiegazione seguente: i tre pezzi rappresentano la Chiesa militante, purgante e trionfante; con l’immistione si intende alludere invece alla risurrezione di Cristo, dal momento che le specie separate significano la sua morte. Nell’Eucaristia si celebra tutto il mistero pasquale, quindi anche la risurrezione, ecco perché nel momento dell’immistione il sacerdote dice: «Il Corpo e il Sangue di Cristo, uniti in questo calice, siano per noi cibo di vita eterna». 68

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Comunione Al momento della comunione si arriva attraverso l’armonioso insieme di tutti quei gesti, parole, azioni e atteggiamenti compiuti dal celebrante e dall’assemblea che hanno il valore di una preparazione remota. La preparazione immediata, invece, il celebrante la fa con una preghiera silenziosa, al fine di ricevere con frutto il Corpo e il Sangue di Cristo. Anche i fedeli si preparano pregando in silenzio, o con preghiere personali o utilizzando le stesse del sacerdote. La Chiesa italiana, dal 3 dicembre 1989, ha dato la possibilità ai fedeli, rifacendosi all’uso antico durato fino al IX secolo, di ricevere la comunione nella mano. A prescindere dai modi di ricevere la comunione, l’importante è che questo gesto sia sempre accompagnato da fede e rispetto, senza cadere nella routine, ma come se ogni volta fosse la prima. L’ultima riforma del Messale Romano, non ancora pubblicato, estende a tutte le celebrazioni la comunione anche al calice. Riti finali Con l’Orazione dopo la comunione si conclude la liturgia eucaristica e vengono introdotti i riti finali. In forza del Battesimo e della Confermazione, l’assemblea eucaristica partecipa alla missione salvifica della Chiesa, perciò, ogni volta che è convocata intorno al banchetto eucaristico, riscopre la sua chiamata per una missione e vi aderisce liberamente. Il senso profondo dei riti di conclusione è proprio questo, anche se non è stato sufficientemente sottolineato dalle rubriche liturgiche. La Chiesa è fondamentalmente missionaria, aperta a una dimensione universale: il congedo rituale della Messa, oltre che significare che la celebrazione è finita, lo si può interpretare come un manFate questo in memoria di me

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dato, cioè quello di portare la salvezza del Vangelo a tutti gli uomini. I riti finali comprendono: 1. parole conclusive ed eventuali comunicazioni 2. saluto ai fedeli 3. benedizione 4. congedo 5. bacio dell’altare, riverenza e uscita del sacerdote. La Messa veramente partecipata deve portare a una rinnovata visione della vita e dei propri rapporti con Dio e con i fratelli. Il rito allora non sarà un fatto isolato, ma un incontro talmente importante da irradiare tutte le manifestazioni della vita. Anzi, la vita stessa si trasformerà in una liturgia in quanto diventerà una lode e un perenne rendimento di grazie al Signore stesso della vita. Per un catechista deve essere prioritario l’impegno di far comprendere il valore infinito della celebrazione eucaristica e guidare a viverla con la massima partecipazione. Si suggerisce di preparare la Messa domenicale con la catechesi del sabato o con l’incontro catechistico o liturgico più vicino alla domenica. Si può svolgere una riflessione sulle letture liturgiche, specialmente sul Vangelo, individuandone il tema di fondo. A questo proposito, sarebbe bene procurare in anticipo i foglietti delle domeniche o far usare il messalino. I più piccoli possono essere invitati ad illustrare con disegni gli avvenimenti narrati nel Vangelo, a presentarne una drammatizzazione dialogata o mimata, secondo i casi, e a rispondere a dei questionari essenziali che li aiutino a concentrare l’attenzione su alcuni aspetti più importanti. Se l’animazione della Messa è affidata a un gruppo, è necessario preparare ogni minimo particolare per evitare l’improvvisazione spesso causa di tanti inconvenienti. 70

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BIBBIA E LITURGIA (I APPENDICE)

Nei documenti preparatori del Sinodo dei vescovi ci sono tanti passaggi che mettono in risalto il legame profondo che c’è tra Parola di Dio e liturgia. Il rapporto vitale che esiste tra Bibbia e liturgia è stato messo in evidenza dal Vaticano II sia nella Costituzione che riguarda la riforma liturgica, la Sacrosanctum Concilium, sia in quella dedicata alla Divina Rivelazione, la Dei Verbum. Il Concilio, come è stato ribadito da più parti, ha messo fine a una sorta di esilio della Parola in quanto ha recuperato una sostanziale presenza della Scrittura nell’azione liturgica. «Nella celebrazione liturgica la Sacra Scrittura ha una importanza estrema. Da essa infatti si attingono le letture che vengono poi spiegate nell’omelia e i Salmi che si cantano; del suo afflato e del suo spirito sono permeate le preghiere, le orazioni e gli inni liturgici; da essa infine prendono significato le azioni e i simboli liturgici. Perciò, per promuovere la riforma, il progresso e l’adattamento della sacra liturgia, è necessario che venga favorita quella soave e viva conoscenza della Sacra Scrittura, che è attestata dalla venerabile tradizione dei riti sia orientali che occidentali» (SC 24). Sacra Scrittura e liturgia Più avanti la stessa Costituzione torna a parlare della necessità della presenza della Sacra Scrittura nella liturgia: «Affinché risulti evidente che nella liturgia rito e Parola sono intimamente connessi: 1) Nelle sacre celebrazioni si restaurerà una lettura della Sacra Scrittura più abbondante, più varia e meglio scelta. 2) … La predicazione poi attinga anzitutto alle fonti della Fate questo in memoria di me

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Sacra Scrittura e della liturgia, poiché essa è l’annunzio delle mirabili opere di Dio nella storia della salvezza, ossia nel mistero di Cristo, mistero che è in mezzo a noi sempre presente e operante, soprattutto nelle celebrazioni liturgiche» (SC 35). Queste indicazioni sono state recepite nella riforma delle varie celebrazioni sacramentali dove la lettura della Sacra Scrittura è sempre presente per indicare il fondamento e la ragione del rito che si sta celebrando. È richiamata ancora una maggior ricchezza biblica nella celebrazione della Messa: «Affinché la mensa della Parola di Dio sia preparata ai fedeli con maggiore abbondanza, vengano aperti più largamente i tesori della Bibbia in modo che, in un determinato numero di anni, si legga al popolo la maggior parte della Sacra Scrittura» (SC 51). Il motivo di tanta insistenza sta nel fatto che Cristo stesso è «sempre presente e operante, soprattutto nelle celebrazioni liturgiche» (SC 35): «È presente nella sua Parola, giacché è Lui che parla quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura» (SC 7). «Nella liturgia, infatti, Dio parla al suo popolo e Cristo annunzia ancora il suo Vangelo» (SC 33). È evidente che per la stragrande maggioranza del popolo di Dio, la celebrazione liturgica è il luogo privilegiato, per non dire l’unico, in cui si viene a contatto diretto con la Parola di Dio. «Dall’esperienza delle Chiese particolari emergono alcuni punti comuni: l’incontro con la Parola di Dio avviene, per una forte maggioranza dei cristiani in tutte le parti del mondo, soltanto nella celebrazione eucaristica domenicale; cresce la coscienza tra il popolo di Dio circa l’importanza della liturgia della Parola di Dio grazie anche al rinnovamento dell’ordinamento di questa nel nuovo Lezionario»(35) (Instrumentum laboris, 33). Per questo motivo è (35)

SINODO DEI VESCOVI, Instrumentum laboris per la XII Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi (5-26 ottobre 2008), 33, da il Regno documen-

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necessario maturare una maggior comprensione della liturgia come luogo privilegiato della Parola di Dio che edifica la Chiesa. Scrittura e liturgia insieme convergono nel portare il popolo di Dio al dialogo con il Signore. «Nella liturgia, e massimamente nell’assemblea eucaristica, avviene la proclamazione della Scrittura in Parola, caratterizzata da un dinamismo dialogico profondo. Fin dall’inizio, nella storia del popolo di Dio, sia nel tempo biblico che in quello post-biblico, la Bibbia è stato sempre il libro destinato a reggere la relazione tra Dio e il suo popolo; è cioè il libro per il culto e la preghiera. Infatti, la liturgia della Parola «non è tanto un momento di meditazione e di catechesi, ma di dialogo di Dio con il suo popolo, nel quale sono proclamate le meraviglie della salvezza e proposte sempre di nuovo le esigenze dell’alleanza»(36) (Instrumentum laboris, 34). Nutrire la preghiera liturgica, come la preghiera personale e comunitaria, con la Parola di Dio, diventa un impegno essenziale e fondamentale per tutti i cristiani.

LA PRESENZA DI CRISTO NELLA PAROLA La Costituzione sulla sacra liturgia, Sacrosactum Concilium, nel presentare la natura della liturgia e la sua importanza nella vita della Chiesa, dice che nella liturgia e in maniera particolare nella celebrazione dell’Eucaristia, «si attua l’opera della nostra redenzione» (SC 2). La realizzazione di questa opera esige la presenza di Cristo perché è lui l’autoFate questo in memoria di me

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re della nostra salvezza. Quello che Gesù Cristo ha compiuto «una volta per sempre» nella sua vita storica, ora lo attua nella celebrazione dei divini misteri. La presenza di Cristo nella liturgia è varia e molteplice. Sempre la Sacrosactum Concilium ricorda che: «Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel sacrificio della Messa, sia nella persona del ministro, essendo egli stesso che, “offertosi una volta sulla croce, offre ancora se stesso tramite il ministero dei sacerdoti”, sia soprattutto sotto le specie eucaristiche. È presente con la sua virtù nei Sacramenti, al punto che quando uno battezza è Cristo stesso che battezza. È presente nella sua Parola, giacché è Lui che parla quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura. È presente infine quando la Chiesa prega e loda, Lui che ha promesso: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono io, in mezzo a loro” (Mt 18,20)» (SC 7). Significato della presenza reale Di solito, parlando di presenza reale, ci si sofferma soprattutto sull’Eucaristia, dove questa presenza è sostanziale e del tutto particolare, ma è opportuno riscoprirla anche nella sua Parola. Fino al Concilio si era parlato di presenza reale solo in riferimento all’Eucaristia in seguito alla polemica con i protestanti. È significativo al riguardo l’intervento di Paolo VI che nell’Enciclica Mysterium fidei (37) disse che la presenza di Cristo nell’Eucaristia «si dice reale non per esclusione, quasi che le altre non siano reali, ma per antonomasia perché (oltre che reale) è anche corporale e sostanziale, e in forza di essa Cristo, l’Uomo-Dio, tutto intero si fa presente». Oltre al testo conciliare, la presenza reale di Cristo nella Parola viene messa in evidenza nell’Istituzione

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generale del Messale Romano: «… nelle letture, che vengono poi spiegate nell’omelia, Dio parla al suo popolo, gli manifesta il mistero della redenzione e della salvezza e offre un nutrimento spirituale; Cristo stesso è presente, per mezzo della sua Parola, tra i fedeli» (IGMR 55). Anche nelle premesse al Lezionario si dice che: «… per poter celebrare con fervido impegno il memoriale del Signore, ricordino i fedeli che unica è la presenza di Cristo, sia nella Parola di Dio, perché è Lui che parla quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura, sia soprattutto sotto le specie eucaristiche» (OLM 46). C’è da dire che il recupero del significato di questa presenza è recente ed è avvenuto in seguito al movimento biblico e liturgico recepito dal Concilio, anche se nella tradizione della Chiesa è stata sempre ritenuta come certa. Sono significative al riguardo alcune testimonianze: «La bocca di Cristo è l’Evangelo. Regna in cielo, ma non cessa di parlare sulla terra» (S. Agostino, Sermone 85,1). «Noi mangiamo la carne di Cristo e beviamo il sangue di Cristo nell’Eucaristia, ma anche nelle letture delle Scritture»; «io ritengo l’Evangelo corpo di Cristo» (S. Girolamo). «Si legge l’Evangelo nel quale Cristo di sua bocca parla al popolo… per far risuonare l’Evangelo nella Chiesa, come se Cristo stesso parlasse al popolo» (Pontificale Romano Germanico). Nella Dei Verbum viene detto che: «La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il Corpo stesso di Cristo, non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della Parola di Dio che del Corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli. Insieme con la sacra Tradizione, ha sempre considerato e considera le divine Scritture come la regola suprema della propria fede…» (DV 21). In forza di questa reale presenza di Cristo nella sua Parola, ogni celebrazione liturgica deve poggiare e trarre forza in modo tutto particolare dalla Parola di Dio. In questo Fate questo in memoria di me

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modo la celebrazione liturgica diventa una continua, piena ed efficace proclamazione e attuazione della Parola di Dio per la potenza dello Spirito Santo. Di conseguenza la celebrazione della Messa, nella quale si ascolta la Parola e si offre e si riceve l’Eucaristia, costituisce un unico atto del culto divino. La liturgia della Parola e la liturgia eucaristica sono così strettamente congiunte tra di loro da formare un unico atto di culto.

LE LETTURE BIBLICHE NELLA LITURGIA La lettura e il commento della Scrittura all’interno del culto cristiano deriva dalla tradizione sinagogale ebraica. Presso gli ebrei c’erano due luoghi di culto: il tempio di Gerusalemme e la sinagoga. Il tempio era unico per tutta la nazione ed era il luogo dove si svolgevano i sacrifici; rappresentava il segno dell’unità nazionale, simbolo e garanzia del monoteismo. Nel tempio, eretto come segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, ben presto l’aspetto esteriore e formalistico prende il sopravvento sull’aspetto spirituale. I profeti in varie circostanze hanno elevato la loro voce per denunciare questa degenerazione del culto e per richiamare i fedeli a un culto spirituale. Al tempo di Gesù c’era quasi una «idolatria» del tempio, non considerato più come un «segno», ma visto come un valore a sé stante. Gesù stesso sarà severissimo contro questa concezione e degenerazione del culto del tempio, arrivando a sentenziarne la fine, come di fatto, storicamente è avvenuto. 76

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La sinagoga o «luogo dell’assemblea» era il luogo dove si radunavano le comunità ebraiche. Ogni paese aveva la sua sinagoga. Nei giorni feriali veniva usata come scuola, dove i bambini, avendo come testo la Bibbia, ricevevano l’istruzione elementare. Nei giorni festivi tutta la comunità si radunava nella sinagoga per il culto che consisteva in una lunga celebrazione della Parola con letture, commenti, spiegazioni, canti e preghiere. I Vangeli e gli Atti degli Apostoli testimoniano che Gesù e gli Apostoli erano zelanti frequentatori della sinagoga. Gesù inaugura la sua missione leggendo e commentando nella sinagoga di Nazaret un brano del profeta Isaia. La predicazione apostolica ha avuto nella sinagoga il primo punto di riferimento per annunciare l’evento della risurrezione e il mistero pasquale di Gesù Cristo. Culto cristiano e sinagoga Il culto cristiano per quanto riguarda la celebrazione della Parola si rifà alla tradizione sinagogale. Al centro di questo culto c’è la proclamazione della Parola di Dio. Per i cristiani al centro della celebrazione c’è l’annunzio di Cristo risorto, la Parola di Dio che si è fatta carne. Di conseguenza nelle assemblee domenicali, all’originaria cena che precedeva la frazione del pane e che, con l’andare del tempo, era un po’ degenerata, fu sostituita la mensa della Parola con la lettura dell’Antico Testamento, delle Lettere degli Apostoli e del Vangelo. In questo modo la Bibbia fu il primo e fondamentale libro liturgico dei cristiani, da essa attinsero le letture e fu fonte di ispirazione per la composizione di inni, di preghiere, e per lo sviluppo dei segni e dei simboli che lentamente contribuiranno a formare, dando forma e contenuto, alla liturgia cristiana. Fate questo in memoria di me

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S. Giustino, descrivendo un’assemblea domenicale degli inizi del secondo secolo, dice che nella celebrazione «si leggono le Memorie degli Apostoli e gli scritti dei profeti nella misura in cui il tempo lo permette».(38) C’è da dire che molti libri sia dell’Antico che del Nuovo Testamento sono nati in un contesto liturgico per essere usati in una celebrazione liturgica. «Sicché la Bibbia è la Parola diventata Scrittura. Quando si celebra la liturgia, avviene un processo inverso: il testo viene proclamato perché la Scrittura ridiventi Parola. Tra Bibbia e liturgia si attua uno scambio, un dare e un ricevere. La Parola, infatti, dice cosa celebriamo, offre alla celebrazione il suo contenuto, che è la storia della salvezza incentrata in Cristo, che ne è la promessa, lo svolgimento e il compimento. Senza questa narrazione, la liturgia mancherebbe del suo fondamento cristologico (perché essa celebra il mistero di Cristo) e rischierebbe l’astrattezza. Senza la Parola, la liturgia sarebbe vuota, senza ispirazione, senza soffio vitale. A sua volta, la liturgia offre alla Scrittura la possibilità di recuperare il suo contesto primigenio e di ridiventare azione e vita nuova».(39) Per questo motivo in ogni celebrazione è prevista la proclamazione della Parola di Dio per mettere in evidenza che Dio ha il primo posto ed è Lui che prende l’iniziativa in ordine alla salvezza. In secondo luogo è sempre questa Parola che spiega il significato di quello che si sta celebrando, ne richiama l’origine, dando significato ai gesti e ai segni. «La Parola biblica è commento garantito dei gesti liturgici; è Parola illuminatrice di ciò che Dio ha fatto».(40) Per questo motivo il Concilio ha auspicato che «Affinché la mensa della SAN GIUSTINO, I Apologia, n. 67. A. SORRENTINO, Celebriamo con gioia, Dottrinari, Pellezzano 2004. (40) G. BARBAGLIO, Liturgia e Bibbia, in RL 5 (1963), p. 617. (38) (39)

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Parola di Dio sia preparata ai fedeli con maggiore abbondanza, vengano aperti più largamente i tesori della Bibbia in modo che, in un determinato numero di anni, si legga al popolo la maggior parte della Sacra Scrittura» (SC 51).

ORIGINE E SIGNIFICATO DEL LEZIONARIO Il Lezionario, come raccolta delle letture bibliche che vengono proclamate nella celebrazione, ha una storia lunga e complessa. Si sa che nelle sinagoghe c’era il rotolo della legge dove erano trascritti i testi biblici. A Gesù, nella sinagoga di Nazaret «Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto: Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio… Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. Allora cominciò a dire: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi”» (Lc 4,14-18.20-21). Questo episodio, con l’uso del «rotolo», può essere visto come un prototipo del nostro Lezionario. Così pure la lettura continuata del libro della Legge fatta dal sacerdote Esdra e riportata nel libro di Neemia, attesta che c’era un uso liturgico del «rotolo». Come è stato già accennato nella Chiesa delle origini e dei suoi primi tempi, è proseguita l’influenza della sinagoga. Alla originaria lettura della Legge, si sono aggiunti i Libri dei profeti, le Lettere degli Apostoli, gli Atti e i Vangeli. Troviamo conferme di tutto questo nelle opere di S. Giustino (150 d.C.), nella Tradizione ApostoFate questo in memoria di me

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lica di Ippolito (217 d.C.) e anche nelle Costituzioni Apostoliche alla fine del IV secolo. Da questi primi secoli prende inizio la storia del Lezionario che nel corso di oltre duemila anni è giunto fino a noi. All’inizio il primo e unico Lezionario è stato il «libro» della Bibbia. Nei primi secoli i brani da leggere venivano tratti direttamente dagli scritti biblici. Chi presiedeva la celebrazione indicava ai lettori i testi che dovevano essere proclamati. Di solito si seguiva il metodo della «lettura continua» dei vari libri della Sacra Scrittura. Con l’organizzarsi in maniera sempre più sistematica dell’anno liturgico con le sue diverse ricorrenze, si cominciò a scegliere dei brani biblici più direttamente rispondenti al mistero che veniva celebrato. Questo modo di usare la Bibbia è attestato da S. Ambrogio a Milano, da S. Agostino nell’Africa settentrionale e da S. Cesario di Arles in Gallia, avendo essi lasciato omelie su brani biblici rispondenti a celebrazioni specifiche. Non essendovi ancora la divisione della Bibbia in capitoli, cosa che avvenne nel 1214 a opera di Stefano di Langton, Arcivescovo di Canterbury, e in versetti nel 1507 a opera del domenicano Sante Pagnini, a margine del testo venivano segnati l’inizio e la fine del brano scelto per la celebrazione.(41) I libri che contenevano gli indici dei testi biblici da proclamare nella liturgia, furono detti «capitolari». L’uso di riportare per esteso i testi biblici in appositi libri avviene nel secolo VIII. Nascono così i Lezionari, chiamati Evangeliari se contenevano solo i testi dei quattro Vangeli, Epistolari se contenevano gli altri testi biblici. C’è da dire che fino alla riforma del Vaticano II, l’uso della Bibbia, nella liturgia, era molto ridotto.

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La riforma del Vaticano II La riforma liturgica del Concilio Vaticano II ha operato una scelta significativa circa la ristrutturazione del Lezionario e in generale dei libri liturgici. In primo luogo si è voluto distinguere il Messale con i testi delle varie preghiere, e il Lezionario con le letture bibliche. «L’ordinamento delle letture, così come si trova nel Lezionario del Messale Romano, è stato concepito e predisposto, nell’intenzione stessa del Concilio Vaticano II, a scopo soprattutto pastorale. Per raggiungere questo scopo, sono stati ripetutamente vagliati e precisati non soltanto i principi sui quali il nuovo ordinamento si basa, ma anche gli elenchi dei testi più sotto riportati con la collaborazione di un gran numero di esperti in esegesi, liturgia, catechetica e pastorale di ogni parte del mondo. L’“Ordo lectionum Missae” è il frutto di questo comune lavoro» (OLM 58). «In questo lavoro di ristrutturazione si è ritenuto opportuno stendere e predisporre un unico “Ordo lectionum Missae” ampio e ben fornito, che pienamente in linea con le disposizioni e gli orientamenti del Concilio Vaticano II, tenesse anche presenti, nella sua struttura, gli usi e le richieste delle Chiese particolari e delle comunità celebranti. Con questi criteri i responsabili del lavoro di ristrutturazione hanno curato la salvaguardia della tradizione liturgica del rito romano, e hanno tenuto in grande considerazione i criteri per tutte le forme di scelta, di distribuzione e di uso pratico delle letture bibliche nelle altre famiglie liturgiche e in alcune Chiese particolari, adottando le forme già sperimentate e collaudate, ma cercando anche di evitare certi difetti riscontrati nella forma adottata dalla tradizione precedente» (OLM 59).

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ORDINAMENTO DELLE LETTURE Le letture bibliche per la celebrazione dell’Eucaristia, domenicale e feriale, e per gli altri sacramenti sono contenute nel Lezionario. L’Ordo lectionum Missae (L’Ordinamento delle letture della Messa) è uno strumento quanto mai utile per capire i criteri e il significato della distribuzione delle varie letture, nei vari tempi liturgici e nelle varie celebrazioni. «Data la mole del Lezionario, necessariamente le edizioni consteranno di più volumi; non c’è prescrizione alcuna per la loro divisione. In tutti i volumi, però, si dovranno riportare i testi che spiegano la struttura e la destinazione di quella determinata parte. Si raccomanda l’antica consuetudine di pubblicare in edizione separata il volume per i Vangeli e quello per le altre letture dell’Antico e del Nuovo Testamento. È anche opportuna l’edizione separata del Lezionario domenicale – con l’opportuna aggiunta di eventuali estratti dal Lezionario dei Santi – e di quello feriale. Il Lezionario domenicale si potrà a sua volta distribuire in altrettante parti che corrispondano al ciclo triennale e riportino per ogni anno le letture tutte di seguito» (OLM 113). Con il Lezionario la comunità ecclesiale è messa in grado di conoscere e di accogliere la Parola di Dio, attraverso un itinerario di fede che, percorrendo tutto l’anno liturgico, offre l’opportunità di una catechesi puntuale e metodica. Questa attuale distribuzione della Sacra Scrittura nella liturgia rappresenta anche una forma di «catechesi narrativa» di grande valore ecclesiale. È stato l’auspicio del Concilio Vaticano II: «Affinché la mensa della Parola di Dio sia preparata ai fedeli con maggiore abbondanza, vengano aperti più largamente i tesori della Bibbia in modo che, in un determinato numero di anni, si legga al popolo la maggior parte della Sacra Scrittura» (SC 51). Per realizzare questo le letture per le domeniche e le feste sono state distribuite 82

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nell’arco di tre anni (anno A, anno B, e anno C) e quelle per i giorni feriali in due anni (anno pari e anno dispari). Scelta delle letture Sulla scelta delle letture per la liturgia della Parola nelle celebrazioni domenicali, le norme danno queste indicazioni: «Le letture per le domeniche e feste sono state ordinate e distribuite in base ai criteri seguenti: 1. Ogni Messa presenta tre letture: la prima tratta dall’Antico Testamento; la seconda dall’Apostolo (cioè o dalle Lettere o dall’Apocalisse, secondo i diversi tempi dell’anno); la terza dal Vangelo. Con questa distribuzione si pone nel debito rilievo l’unità dei due Testamenti e della storia della salvezza, incentrata in Cristo e nel suo mistero pasquale. 2. Nelle domeniche e feste si ha una lettura della Sacra Scrittura più abbondante e anche più varia per il fatto che in questi giorni viene proposto un ciclo triennale in modo che solo ogni tre anni ritornano i medesimi testi. 3. Le letture delle domeniche e feste sono disposte in base a due principi: la concordanza tematica e la lettura semicontinua. Nell’applicare questi due principi, si ricorre ora all’uno ora all’altro, secondo i diversi tempi dell’anno e le caratteristiche particolari di ogni tempo liturgico» (OLM 66). La prima edizione del Lezionario risale al 1972 e conteneva le letture per i tre cicli annuali: A, B, C. Normalmente si leggono i tre Vangeli sinottici: Matteo (anno A), Marco (anno B), Luca (anno C). Il Vangelo di Giovanni si riserva soprattutto per il tempo di Quaresima e di Pasqua. La seconda edizione del Lezionario domenicale e festivo è del 1981 e ha diviso il precedente volume unico in due tomi: il primo tomo (I/1) comprende i tempi forti di Avvento, Natale, Quaresima e Pasqua; il secondo tomo (I/2) racchiude le letture per il tempo ordinario. Con la nuova traduzione dei testi biblici conFate questo in memoria di me

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dotta dalla Conferenza Episcopale Italiana, anche il Lezionario liturgico è uscito in nuova edizione nel 2007: per ora si presenta in tre libri e ciascuno serve rispettivamente per l’anno A, per l’anno B, per l’anno C. Ogni volume annuale raccoglie tutte le letture necessarie per la liturgia della Parola di Dio in ordine cronologico: si parte dalla prima domenica di Avvento e si sviluppa lungo tutto il corso dell’anno liturgico fino a giungere all’ultima domenica dell’anno liturgico che celebra la festa di Gesù Cristo Re dell’universo.

LA FORMAZIONE DEI LETTORI L’Ordinamento Generale del Messale Romano, al capitolo III, dove si parla di «Uffici e ministeri nella Messa», a proposito dei compiti del popolo di Dio, presenta il ministero del lettore: «Il lettore è istituito per proclamare le letture della Sacra Scrittura, eccetto il Vangelo; può anche proporre le intenzioni della preghiera universale e, in mancanza del salmista, proclamare il salmo interlezionale. Nella celebrazione eucaristica il lettore ha un suo ufficio proprio (cf. nn. 194-198), che egli stesso deve esercitare».(42) I compiti del lettore vengono specificati ai nn. 194-198 dello stesso Ordinamento ed è opportuno conoscerli per capire il significato e l’importanza di questo servizio. Riti iniziali «194. Nella processione all’altare, in assenza del diacono, il lettore, indossata una veste approvata, può portare l’Evangeliario un (42)

CEI, ORDINAMENTO GENERALE DEL MESSALE ROMANO, n. 99, terza edizione, Roma 2004.

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po’ elevato; in tal caso procede davanti al sacerdote; altrimenti, incede con gli altri ministri. 195. Giunto all’altare, fa con gli altri un profondo inchino. Se porta l’Evangeliario, accede all’altare e ve lo depone. Quindi va ad occupare il suo posto in presbiterio con gli altri ministri. Liturgia della Parola 196. Proclama dall’ambone le letture che precedono il Vangelo. In mancanza del salmista, può anche proclamare il Salmo responsoriale dopo la prima lettura. 197. In assenza del diacono, dopo l’introduzione del sacerdote, può proporre dall’ambone le intenzioni della preghiera universale. 198. Se all’ingresso o alla comunione non si fa un canto, e se non vengono recitate dai fedeli le antifone indicate nel Messale, le può dire il lettore al tempo dovuto (Cf. n. 48,87)».(43) Attorno alla Parola di Dio vengono svolti molti ministeri. Il più noto è quello affidato al lettore. Ma prestano servizio alla Parola anche il salmista, colui che tiene l’omelia, il commentatore, coloro che in qualche modo hanno la funzione di attestazione che è il ministero proprio di chi fa da testimone, da garante, da padrino o madrina, di chi è genitore e ha responsabilità precise sul figlio ancora minore, o di chi è catechista, soprattutto nell’Iniziazione Cristiana degli adulti. «Il lettore è di fondamentale importanza per il ruolo che svolge e l’ufficio che esercita. Egli presta a Cristo la propria voce, con la sua lettura e la sua intelligenza del testo, condiziona la stessa comprensione della Parola che proclama. Momento essenziale della celebrazione, la Parola risuona nell’assemblea con il timbro, la persuasione e la forza della voce e della persona che la propone: una riconosciuta testi(43)

Ibidem, nn. 194-198. Fate questo in memoria di me

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monianza di vita vissuta la rafforza, la palese contraddizione di una condotta morale l’indebolisce; una proclamazione attenta, chiara, puntuale, la esalta; una lettura sciatta, affrettata o puerile, la vanifica».(44) Per questo motivo la Nota pastorale sul rinnovamento liturgico in Italia di oltre venti anni fa, auspicava e caldeggiava che le letture fossero proclamate «da fedeli adulti stabiliti nel Sacramento della Confermazione, adeguatamente preparati e consapevoli che il servizio liturgico è una testimonianza che va continuata e conformata nella vita di ogni giorno».(45) Un auspicio che in tanti casi è rimasto lettera morta e che a distanza di anni è ancora attuale. Infatti la preparazione, la consapevolezza, la competenza sono aspetti che non si improvvisano e non si acquisiscono in maniera automatica o per «scienza infusa»; essi richiedono educazione all’ascolto e familiarità con la parola proclamata. Per questo motivo «L’educazione all’ascolto della lettura biblica inizia già nei gruppi di catechismo, con fanciulli e ragazzi, e continua nell’età giovanile e adulta, anche in luoghi e momenti extra liturgici. L’uso della Bibbia in ogni circostanza deve comportare un modo di leggerla, di creare un’atmosfera attenta e orante fra gli uditori, di lasciare sempre uno spazio silenzioso di riflessione… in maniera da formare il convincimento che, per i credenti, è un libro diverso e che lettura e ascolto avvengono nello Spirito ispirante sia gli autori storici sia gli uditori attuali. Soprattutto sarà il lettore a prestare la sua voce a queste parole che, da scritte, vogliono risuonare attualmente come segni sonori del dialogo che Dio inizia con il suo popolo».(46) CONSIGLIO APL (a cura), Celebrare in Spirito e Verità. Sussidio teologico pastorale per la formazione liturgica, Ed. Liturgiche, Roma 1992, n. 112. (45) CEI, COMMISSIONE EPISCOPALE PER LA LITURGIA, Nota pastorale: Il rinnovamento liturgico in Italia, 1983, n. 9. (46) L. DALLA TORRE, Liturgia della Parola, in Enciclopedia di Pastorale, vol. 3, Ed. (44)

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La riforma liturgica ha attribuito al lettore una grande importanza. Paolo VI, con il Motu proprio «Ministeria quaedam» del 1972, nel sopprimerlo come ordine minore, istituisce il lettorato in forma permanente e stabile.(47) Il lettore, istituito o di fatto, è colui, come è già stato ricordato, che presta la sua voce a Cristo, comunica all’assemblea il messaggio di salvezza e questo implica che l’annuncio sia offerto in maniera da essere compreso. Non basta saper leggere, ma leggere per gli altri, cioè proclamare, trasmettere, far intendere e capire. «Il lettore allora deve saper attrarre l’attenzione dell’assemblea non per concentrarla su di sé, ma sulla Parola, perché in quell’annuncio sacramentale, libero e convinto, avvenga il primo incontro attualizzante della Parola. Attraverso l’efficacia del segno (la proclamazione del lettore) si attua una duplice dinamica: l’assemblea è posta davanti “all’eterno presente di Dio che parla, e in pari tempo Dio viene calato nel nostro oggi, ricevendone un volto umano, il nostro volto. In tal modo tutto il peso teologico di quell’eterna Parola… viene relazionato a noi e ricade nell’oggi in cui essa effettivamente ci nutre”».(48) Ministero del lettore Al lettore viene chiesta una competenza biblica, simbolica, tecnica, oltre a quella carica interiore che è frutto dello Spirito Santo. In questo contesto non è da trascurare la preparazione tecnica del lettore perché le letture non vanno semplicemente lette, come è già stato detto e conviene ribadirlo, ma proclamate. «Proclamare, in senso letterale, è far conoscere ad alta voce e solennemente… La proclamazione della Parola non può essere lettura scialba, incerta, scorretPAOLO VI, Motu proprio Ministeria quaedam, in EV/4, Ed. Dehoniane, Bologna 1982, nn. 1749-1770. (48) A. MENEGHETTI, in RPL 185 (1994), 4. (47)

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ta, senza colore e priva di espressione. Deve essere una lettura non solo conforme alle regole della fonetica grammaticale, ma anche a quelle della fonetica sintattica e dell’interpretazione artistica».(49) Come si può constatare l’ufficio e il ministero di lettore, data la sua importanza, richiede una seria preparazione, esige che si dedichi tempo ed energie. Si tratta di leggere in pubblico, non un testo qualsiasi ma la Parola di Dio. È necessario ricordare che l’ostacolo maggiore che rende difficile la comprensione delle letture della Bibbia nelle celebrazioni è il modo affrettato e incerto di leggere i testi sacri. Da qui la necessità che i lettori siano «veramente idonei e preparati con impegno» attraverso un cammino di «formazione biblica, liturgica e tecnica». «Lo scopo di tale formazione non è certo quello di creare dei professionisti della lettura, ma di far capire che l’azione liturgica del leggere la Parola di Dio ha un’importanza fondamentale nell’economia della celebrazione, poiché è soprattutto da come vengono lette le letture che dipende se la Parola di Dio giunge al cuore dei fedeli. È inutile aver ridato alla Parola di Dio un posto importante nella liturgia, se poi non ci impegniamo ad ottenere una buona lettura».(50) «Il lettore, sentendo la responsabilità dell’ufficio ricevuto, si adoperi in ogni modo e si valga dei mezzi opportuni per acquistare ogni giorno più pienamente il soave e vivo amore e la conoscenza della sacra Scrittura, per divenire un più perfetto discepolo del Signore».(51) Necessità della formazione Da tutto questo emerge la necessità e l’utilità di organizzare e di portare avanti corsi di formazione per lettori in Ibidem Cf. anche G. ESPOSITO, L’arte del dire e del leggere nella liturgia della Parola. Vademecum per i ministri della Liturgia della Parola, Coletti, Roma 1992. (50) B. E L. BARBERIS, in RPL 164 (1991), 1. (51) Ministeria quaedam, 5. (49)

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modo da consentire al maggior numero di persone di prepararsi per svolgere un servizio e un ministero così importante. Sono rare le parrocchie dove non ci siano due o più lettori. E allora è importante che ci sia un gruppo di lettori sia per la ripartizione degli incarichi, sia per il coinvolgimento di più persone nei servizi richiesti dalle varie celebrazioni. In questo modo è più facile portare avanti gli incontri formativi, indispensabili per una crescita e una qualificazione personale, come pure per una rinnovata consapevolezza di un servizio ecclesiale. Da un punto di vista pratico e organizzativo è quanto mai opportuno che, oltre ovviamente al parroco e ai presbiteri, ci sia un responsabile del gruppo dei lettori. La formazione deve portare ad acquisire alcuni elementi qualificanti. a) Prima di tutto bisogna ricordare che quello del lettore è un ministero di fatto e, come tale deve essere vissuto.(52) L’impegno di leggere la Parola di Dio non deve esaurirsi in un semplice atto da compiersi, ma deve diventare un vero e proprio ministero che coinvolge l’intera vita di chi lo compie. Il lettore è l’altoparlante di Dio, il suo inviato affinché la sua Parola, diventata Scrittura, ridiventi Parola, oggi; è il servitore dell’Alleanza tra Dio e il suo popolo che si manifesta nel continuo dialogo testimoniato dalla Scrittura; è colui che fa sì che Dio parli al suo popolo riunito per ascoltarlo. La presa di coscienza di questa realtà comporta pertanto l’impegno a vivere il ministero del lettore con un costante atteggiamento di servizio nei confronti dell’assemblea: umiltà, disponibilità, perseveranza, impegno costante, rappresentano le caratteristiche peculiari che ogni lettore dovrebbe possedere. b) Non si può immaginare un lettore che non conosca la Bibbia e che non sappia inquadrare e commentare il brano (52)

Per questi aspetti cf. art. già citato in RPL 164 (1991), 1, pp. 49-52. Fate questo in memoria di me

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che ha appena letto. Una preparazione biblica è pertanto indispensabile anche se, ovviamente, deve essere programmata in tempi lunghi e deve comportare sia una lettura personale, sia un approfondimento attraverso la partecipazione a corsi o gruppi biblici. Ciò che dovrebbe animare ogni lettore è una vera e propria «fame» della Parola, un grande amore per le Scritture che lo rendano un annunciatore della Parola in ogni momento della propria vita e non solo durante il breve tempo dedicato ogni domenica all’esercizio del proprio ruolo. c) Ma nemmeno si può immaginare un lettore incapace di trasmettere all’assemblea il messaggio che è chiamato ad annunciare a causa di una insufficiente conoscenza delle tecniche di lettura. I fedeli che intendono svolgere il ministero di lettore devono rendersi conto che impegnarsi a migliorare il modo di leggere, di usare la propria voce, di interpretare il testo non è un di più, una mania di perfezionismo, ma è indispensabile affinché il messaggio della Parola giunga alle orecchie, alla mente e al cuore di ogni fedele. d) Sempre a proposito della preparazione dei lettori è importante tener presente che la comprensione del testo da leggere e la sua corretta lettura sono due aspetti complementari che vanno in sintonia. Le due forme di preparazione sono entrambe indispensabili e strettamente connesse, in quanto è assolutamente impossibile leggere bene un testo che non è stato capito e approfondito ed è del tutto inutile capire a fondo un testo se poi non si è in grado di trasmetterne efficacemente il contenuto. Le fasi di preparazione di una lettura che ogni lettore dovrebbe seguire ogni volta che è chiamato a svolgere il suo ministero sono pertanto tre: 1. essere a conoscenza con congruo anticipo del brano che dovrà leggere in modo da avere il tempo di prepararsi in maniera adeguata; 90

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2. leggere e studiare il testo per capirne il significato, aiutandosi, eventualmente, con i numerosi sussidi esistenti; 3. studiare il testo dal punto di vista tecnico e provare a leggerlo alcune volte a voce alta, in modo da verificare il risultato ottenuto. Affinché ai lettori sia possibile seguire ogni volta queste tre fasi di preparazione, è necessario fare di tutto per evitare di dover scegliere i lettori poco prima della celebrazione (o addirittura a celebrazione già iniziata), il che comporta necessariamente che, in qualche modo, vengano stabiliti per ogni Messa dei turni di lettura, o a cadenza settimanale oppure mensile. e) Un lettore non può pensare di svolgere bene il suo compito disinteressandosi degli altri aspetti dell’animazione liturgica della celebrazione eucaristica. Deve pertanto conoscere a fondo la struttura della celebrazione e in particolar modo la liturgia della Parola; deve conoscere la struttura e la caratteristiche dell’anno liturgico; deve saper usare i lezionari e le ampie possibilità di scegliere letture appropriate, ecc. La preparazione liturgica diventa ancor più importante nel caso in cui il lettore venga chiamato a svolgere anche incarichi di altro genere, come il commentatore o il regista della celebrazione. f) La partecipazione alle attività del gruppo liturgico parrocchiale deve essere un punto fermo del lettore che deve vedere in esso uno strumento per crescere come animatore liturgico e un modo per dare il suo apporto alla vita liturgica della parrocchia. Nel caso in cui manchi il gruppo liturgico, deve impegnarsi fattivamente a costituirlo, convinto della sua indispensabilità.(53) g) Poiché il ministero del lettore non deve mai rischiare di diventare un privilegio per pochi, il lettore deve impe(53)

Cf. Il rinnovamento liturgico in Italia, n. 9. Fate questo in memoria di me

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gnarsi affinché siano sempre più numerosi i cristiani adulti che sentono la chiamata a svolgere questo ministero, a condizione però che siano «veramente idonei e preparati con impegno».(54) Ogni parrocchia dovrà trovare i modi più adatti per individuare nuovi potenziali lettori (dal contatto personale, all’invito fatto durante le celebrazioni, all’incontro nei vari gruppi, ecc) cercando di interessare soprattutto i giovani, che, a volte, sottovalutano il servizio del lettore. h) Il lettore deve poi stare ben attento a evitare i rischi della ripetitività del proprio servizio che, se non alimentato e rinforzato periodicamente, può ridursi a una ripetizione meccanica dell’azione del leggere. Per ridurre il rischio di un tale appiattimento è opportuno organizzare ad ogni livello (soprattutto diocesano) incontri periodici allo scopo di far sì che i lettori possano comunicarsi le loro esperienze ed essere aiutati a superare problemi e difficoltà. La formazione dei lettori può, ovviamente, assumere modalità e caratteristiche diverse a seconda delle possibilità e delle opportunità delle diverse diocesi o parrocchie. Tuttavia il punto irrinunciabile che deve stare alla base di qualsiasi iniziativa formativa è il principio che nelle nostre celebrazioni liturgiche la Parola di Dio non deve rischiare di rimanere lettera morta, ma deve diventare Parola viva, ascoltata e compresa da tutti. Ma affinché questo possa realizzarsi, è necessario che il ministero del lettore acquisti, anzi riacquisti, tutta la sua importanza. Questo comporta che tutti coloro che vengono chiamati a questo servizio vengano messi in grado di svolgerlo con la necessaria competenza.

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IL MINISTERO LITURGICO DEL LETTORE Preparare la lettura Il Concilio Vaticano II ha formulato il desiderio che nelle celebrazioni liturgiche venga preparata «la mensa della Parola di Dio» con maggiore abbondanza per dischiudere in questo modo più profondamente la ricchezza della Scrittura.(55) «Infatti nelle letture… Dio parla al suo popolo… e offre un nutrimento spirituale».(56) I cristiani devono lasciarsi formare «dalla Parola di Dio», così come «si nutrono alla mensa del corpo del Signore».(57) Preparazione spirituale L’esercizio del ministero del lettore esige, prima di qualsiasi altra cosa, una preparazione spirituale. Quando ci si prepara da soli alla liturgia della Parola bisogna disporre di un tempo di calma e di riflessione. Con l’anticipo di alcuni giorni rispetto alla data della celebrazione, è opportuna la lettura e l’approfondimento dei testi: in questo modo la Parola potrà lasciare una traccia più significativa nell’animo di chi si dispone ad accoglierla. La riflessione può cominciare con la lettura del brano di base (Vangelo con versetto di acclamazione) e proseguire con la prima lettura, nei giorni festivi sempre in sintonia tematica col Vangelo, e il suo Salmo. Si accosterà poi la seconda lettura. Con l’ausilio di strumenti esegetici e teologici, seguirà la riflessione che partendo dai testi giungerà sino alla loro attualizzazione, anche in vista dell’omelia.(58) Cf. SC, 51. OGMR, n. 55. (57) Cf. SC, 48. (55) (56)

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Preparazione in gruppo Un procedimento analogo può essere seguito per la preparazione a livello di gruppo. «È bene disporre di tempo e luogo adeguati a un lavoro ordinato e tranquillo. Si può, addirittura, vivere la preparazione alla liturgia della Parola non come un incontro di carattere tecnico o scolastico, ma come una vera e propria celebrazione, a sua volta segnata dalla docilità allo Spirito e dall’apertura scambievole alla voce di Dio. Dopo una introduzione chiarificatrice da parte di colui che guida la riflessione, si procede all’esplorazione dei testi. Quindi si apre un dialogo di confronto, di arricchimento e di risonanza di quanto i testi hanno suscitato nell’animo dei singoli. In questa fase è importante ritornare sovente ai testi, mantenendo anche una attenzione al dettato letterale che non deve essere mai trascurato. Se occorre, uno dei presenti annota le conclusioni più importanti che serviranno per l’omelia, per le intenzioni della preghiera dei fedeli, per la scelta dei canti, per la individuazione di questo o quel segno caratterizzante, per il taglio delle munizioni. Infine, si può procedere alla lettura a voce alta, fatta insieme o singolarmente, e all’affidamento dei compiti celebrativi per la proclamazione e il canto. Quando la preparazione sia stata particolarmente efficace e quando si sia compresa la funzione fondamentale della Parola si potrà utilizzare anche la traduzione di essa in immagini, in disposizione apposita dei luoghi o in cartelli alle porte della chiesa che ne ricordino a lungo i punti più significativi. In questa maniera è possibile, ad esempio, mettere in luce icone, tele, vetrate, ornamenti, statue, simboli di una chiesa. Essi costituiranno gli elementi di una catechesi biblica della Parola celebrata, molto più eloquenti della sola proclamazione verbale».(59)

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L’Introduzione al Lezionario, testo fondamentale da conoscere, afferma: «Perché la Parola di Dio operi davvero nei cuori ciò che fa risuonare negli orecchi, si richiede l’azione dello Spirito Santo; sotto la sua ispirazione e con il suo aiuto la Parola di Dio diventa fondamento dell’azione liturgica e norma e sostegno di tutta la vita. L’azione dello stesso Spirito Santo non solo previene, accompagna e prosegue tutta l’azione liturgica, ma a ciascuno suggerisce nel cuore tutto ciò che nella proclamazione della Parola di Dio viene detto per l’intera assemblea dei fedeli, e mentre rinsalda l’unità di tutti, favorisce anche la diversità dei carismi e ne valorizza la molteplice azione».(60) Preparazione letteraria Accanto alla preparazione spirituale è necessaria una preparazione letteraria. Prima di leggere, in pubblico, un testo, bisogna conoscerlo. Se questo vale per qualsiasi intervento, a maggior ragione vale per la lettura e la proclamazione della Sacra Scrittura. Prima di tutto è necessario conoscere la composizione della Bibbia, i vari libri con i rispettivi autori. Trovandosi davanti a un libro sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, il lettore dovrebbe, almeno approssimativamente, datare l’opera, collocarla nel suo contesto storico e farsi un’idea sul suo autore. È vero che tutte le letture sono prese dalla Bibbia, ma questo non vuol dire che siano tutte dello stesso genere letterario. La Bibbia, infatti, non è un libro come lo intendiamo noi oggi, ma una raccolta di libri e ogni libro ha il suo stile, la sua struttura, il suo genere letterario, qualche volta diversi nello stesso libro. Come è possibile capire il testo e, soprattutto, come leggerlo se non si sa a che genere appartenga?

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Ciascuno di noi è capace di capire che non si può leggere una poesia, o un brano letterario, un testo, giusto per fare un esempio, di Dante o di qualsiasi altro autore, come si legge il Codice della strada o un qualsiasi testo giuridico o tecnico. Come esempio si possono prendere le Letture della prima Domenica di Avvento dell’anno A: Prima lettura: (Is 2,1-5): «Ciò che Isaia, figlio di Amoz, vide…». È lirismo profetico. Il Salmo 121: «Quale gioia quando mi dissero…». È una poesia che normalmente va cantata. Seconda lettura (Rom 13,11-14): «Fratelli, è ormai tempo…». È una lettura didattica e dogmatica. Il Vangelo (Mt 24,37-44): «Gesù disse ai suoi discepoli…». È l’esortazione di un maestro al piccolo gruppo dei suoi discepoli. Come si può vedere, il lirico, il quotidiano, il meditativo, il dottrinale si presentano così nel susseguirsi delle domeniche e anche dei giorni feriali. Ogni testo e ogni genere letterario esige un modo diverso di essere proclamato e al lettore viene richiesto di essere adeguato per questo tipo di lettura. Quello che il lettore proclama non viene da lui e allora è necessario che scopra che cosa ha voluto dire l’autore e come ha voluto dirlo. Preparazione tecnica La preparazione letteraria è premessa indispensabile per una adeguata preparazione tecnica. Al riguardo mi permetto di fare qualche cenno sulla dizione e sul «proclamare», leggere per gli altri, citando uno studio apparso sulla Rivista di Pastorale Liturgica, anche se, al riguardo, qualche passaggio l’ho già riservato. «È importante una buona dizione? Se per dizione s’intende soprattutto una chiara articolazione delle parole, cre96

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diamo proprio di sì. Se si pensa, invece, a certe raffinatezze necessarie in altri contesti, in teatro, per esempio, non sempre. La Parola è destinata a tutti e può risuonare dignitosamente anche viziata da qualche cadenza che faccia subito indovinare la provenienza regionale del lettore. Se poi chi legge è anche in possesso di una chiara pronuncia della lingua italiana, tanto di guadagnato, ma ciò che intanto ci sembra irrinunciabile è la comprensibilità. Il Cardinale Lercaro, di venerata memoria, al quale la riforma liturgica deve quasi tutto, definiva la liturgia della Parola, nei primi anni del rinnovamento preconciliare “scuola dei discepoli di Gesù”. La particolare situazione della proclamazione della Parola di Dio nella Messa o comunque nelle celebrazioni liturgiche è più vicina a quella di una scuola, appunto, e quella del lettore a quella del maestro o di quell’allievo che il maestro sceglie affinché legga per tutti. E la prima caratteristica di chi legge per gli altri è di mettere gli altri in condizione di capire, ciò che più sopra abbiamo definito comprensibilità. Farsi capire Ma per farsi capire occorre prima aver capito e per far sentire occorre prima aver sentito. In ogni caso, quindi, anche per un dicitore provetto, laico o prete che sia, si impone prima una accurata lettura silenziosa, per capire a fondo il contenuto, per entrare in sintonia. E dopo, ma solo dopo, subentrano alcuni aspetti tecnici, non trascurabili peraltro: il volume e la tonalità della voce, l’uso del microfono, le sottolineature, le parole chiave, la punteggiatura vocale, il ritmo, le pause, la respirazione. Leggere per gli altri significa anche farsi sentire. Chi è incaricato di proclamare la Parola deve essere convinto prima di tutto di non leggere per sé, che quello non è il momento Fate questo in memoria di me

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della personale meditazione. Deve pertanto fisicamente, oltreché psicologicamente disporsi, in modo da sollecitare l’attenzione dell’uditorio. È difficile dare indicazioni precise sul volume, perché tutto è commisurato alla possibilità o meno di servirsi del microfono, da usarsi, ovviamente, soltanto quando lo richiedono le dimensioni del luogo o la distanza degli ascoltatori. Quando il lettore è preparato a dovere, non fa alcuna fatica a staccare per qualche attimo lo sguardo dalla pagina e a dirigerlo verso l’uditorio. Ciò richiama inconsapevolmente, quasi magneticamente, l’attenzione verso il lettore e, indirettamente, sui fatti o sulle parole che riferisce. Ma per non perdere il segno occorre aver letto il brano in anticipo, almeno qualche volta. Un cenno merita la tonalità. Sempre più spesso capita di ascoltare brani letti con voce monocorde e cantilenante in una sorta di triste annuncio di disgrazie. La Scrittura è Parola del Padre, il Vangelo, in particolare, è buona notizia. Chi legge dovrebbe esserne consapevole e trasmettere questa consapevolezza e questa gioia a tutti i presenti».(61)

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L’EBBREZZA DELL’EUCARISTIA NELLA SPIRITUALITÀ DEI PADRI DELLA CHIESA di Mons. Pietro Meloni (II APPENDICE)

Alle origini del cristianesimo l’annunzio della risurrezione di Gesù suscitava nei credenti un ardente desiderio di essere accolti nella comunità cristiana attraverso il «Battesimo» per poter partecipare al banchetto dell’«Eucaristia». La sete di unirsi a Cristo risorto fece scoprire la necessità di un cammino di preparazione alla «prima comunione» attraverso l’ascolto della «Parola»: poi nella notte di Pasqua gli «illuminati» erano immersi nel «Battesimo di Cristo» e volgevano lo sguardo alla mensa dell’Eucaristia: «Tu cominciasti a vedere ciò che prima non vedevi … i tuoi occhi si aprirono … cominciasti a vedere la luce dei sacramenti» (Ambrogio). Sant’Ambrogio, rivolgendo queste parole ai fedeli della sua comunità, mostra che nella Chiesa milanese del IV secolo, come nelle altre comunità cristiane, la «candida famiglia dei battezzati» accoglieva il «sacramento celeste» in un’atmosfera di ringraziamento che nella gioia eucaristica faceva pregustare «la gioia della risurrezione»: «noi mangiamo il corpo di Cristo per poter essere partecipi della vita eterna» (Sacr. 3,2,15 e 5, 3, 14; Su Luca 10,49). L’ebbrezza della gioia era il frutto del «desiderio» col quale i credenti avevano atteso il convito dell’Eucaristia. Il vescovo, che li aveva accolti nel Battesimo con l’esortazione Fate questo in memoria di me

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a «respirare il profumo della vita eterna» (Mist. 1,3), mostrava loro quel «pane» che «anche gli angeli desiderano vedere»: «Il profeta David vide questo dono nella prefigurazione e lo desiderò ardentemente» (Sacr. 4,2,5-6). Il battezzato è degno di accogliere il dono proprio perché lo ha desiderato: «Tu venivi ardente di desiderio poiché avevi visto una grazia così grande, venivi ardente di desiderio all’altare per ricevere il sacramento» (4,2,7). «Quando tu lo domandi, il sacerdote ti dice: “Corpus Christi”, e tu dici “Amen”, che significa: è vero!» (4,5,25).

L’EUCARISTIA «DONO NUZIALE» DI CRISTO ALLA SUA SPOSA I credenti vivevano il tempo della preparazione al Battesimo come cammino di scoperta dell’amore. Dio si era manifestato in Cristo come sposo assetato di abbracciare l’umanità sua sposa. Il Cantico dei cantici, l’inno dell’amore sponsale che aveva nutrito negli Israeliti la spiritualità dell’alleanza, creava nei cristiani il senso di viva attesa della «festa nuziale» della Pasqua. Nella «grande notte» lo sposo appariva nella comunità per accogliere i fratelli al perdono battesimale e per innestarli nella vita intima del suo «corpo» risuscitato. La Pasqua di risurrezione era la primavera della comunità cristiana, così come per il popolo d’Israele la primavera era stata la Pasqua dell’esodo. Il Cantico dei cantici, per la sua risonanza nuziale e primaverile, fu adottato dai cristiani nella catechesi battesimale ed eucaristica che conduceva i credenti a respirare il «profumo della risurrezione». 100

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1. San Cirillo di Gerusalemme Il grande catecheta Cirillo di Gerusalemme, che ebbe la fortuna di tenere le sue catechesi nella basilica della risurrezione edificata a Gerusalemme vicino al sepolcro di Cristo, voleva che i battezzandi fossero accolti nella comunità con le parole del Cantico: «Il profumo della beatitudine investe ormai voi, o illuminati! Già raccogliete i fiori spirituali per intrecciare le celesti corone; già il profumo dello Spirito Santo alitò su di voi; già vi trovate nei pressi del vestibolo della casa regale: chissà che il Re vi introduca in essa! Sono apparsi i fiori negli alberi: chissà che ne maturi anche il frutto … Si apra per ciascuno di voi, uomo o donna, la porta del paradiso. Possiate allora essere lavati dalle acque profumate e apportatrici di Cristo, ricevere il nome di Cristo e la capacità di compiere azioni divine» (Protocat. 1,1-15). La «celebrazione delle nozze» con Cristo avveniva nel «Battesimo» come preludio alla «consumazione delle nozze» nell’«Eucaristia». Il battezzando bramava di entrare nella stanza nuziale del «battistero» – la cui forma ottagonale rappresentava il cielo – per essere ammesso alla sala regale del «banchetto». La «veste candida» della purificazione battesimale diveniva «abito nuziale» per la partecipazione al convito eucaristico. Il «sigillo» era la «croce di Cristo» segnata con l’olio della gioia sulla fronte per manifestare l’identità del nuovo «consacrato» (christianós). L’anima diviene un paradiso e si sente degna di «cantare l’inno nuziale» (Cat. 1,1). Lo sposo le comunica che ella può ascendere all’altare dove è il pane di Cristo. Le mistiche Fate questo in memoria di me

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nozze possono essere consumate poiché il Verbo di Dio «ha donato ai figli della stanza nuziale la gioia del suo corpo e del suo sangue» (22,2). Il vescovo incoraggia i battezzati a fidarsi di Cristo: «Gesù stesso si è manifestato dicendo del pane: “Questo è il mio corpo”. Chi avrebbe ora il coraggio di dubitare? Egli stesso l’ha dichiarato dicendo: “Questo è il mio sangue?”. Chi lo metterebbe in dubbio dicendo che non è il suo sangue?» (22,1). Il pane e il vino sono frutto della terra. La celebrazione eucaristica deve ricordarlo attraverso il ringraziamento elevato a Dio per i doni della creazione: «Ci ricordiamo del cielo, della terra, del mare, del sole e della luna, delle stelle, di tutto il creato» (23,6). Il canto di grazie comincia a riconciliare il cuore degli uomini e li spinge a chiedere a Dio che mandi il suo Santo Spirito per trasformare le offerte nel corpo e sangue di Cristo: «Noi, santificati mediante gli inni spirituali, invochiamo lo Spirito Santo sulle offerte perché trasformi il pane in corpo di Cristo e il vino in sangue di Cristo. Ciò che lo Spirito Santo tocca viene santificato e trasformato» (23,7). Il dono, che è elargito dalla famiglia della Trinità, ha lo scopo di fare del cristiano una cosa sola con Cristo: «Perché tu divenga, partecipando al corpo e al sangue di Cristo, un solo corpo e un solo sangue col Cristo. Sì, noi diventiamo veramente portatori di Cristo poiché la sua carne e il suo sangue si diffondono nelle nostre membra» (22,3). La «mensa» annunziata dal salmo (22,5) è «la mensa mistica e spirituale che Dio ha preparato» (22,7). In essa «ciò che ti sembra pane non è pane, anche se al gusto è tale, ma corpo di Cristo, e il vino che sembra vino non è vino, anche se il gusto l’avverte come tale, ma sangue di Cristo» (22,8). L’invito alla gioia risuona con le parole del salmo 103,15: «Fortifica il tuo cuore, prendendo il pane come spirituale, e 102

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si rallegri il volto della tua anima» (22,9). Il clima di esultanza è scandito dal «canto» mentre i fedeli ricevono il Sacramento: «ascoltate un cantore che con la melodia divina vi invita alla comunione dei santi misteri» (23,20). 2. Sant’Ambrogio di Milano Il Cantico dei cantici nella liturgia pasquale acquistava tutto il suo significato sacramentale che svelava l’amore umano come immagine dell’amore divino: i cristiani seppero vederlo sia nella spiritualità sponsale dell’epitalamio, sia nelle singole immagini dell’amore. Ambrogio, facendo eco al messaggio della tradizione, dice che il Cantico «rappresenta le nozze di Cristo con la Chiesa, dello Spirito con l’umanità, dello Spirito con l’anima» (Sacr. 5,2,8). L’Eucaristia è il «regalo nuziale» di Cristo alla sua sposa. La comunione è il «bacio» dell’amore: «Il Signore Gesù … ti invita al convito celeste dicendo: “Mi baci con i baci della sua bocca”… e la tua anima, o l’umanità o la Chiesa … vede il mirabile Sacramento ed esclama: “Mi baci coi baci della sua bocca!” cioè mi doni Cristo il suo bacio» (Sacr. 5,2,5-7). L’Eucaristia è il «Sacramento» dell’amore di Dio. È il corpo di Cristo sulle labbra del battezzato, il quale giunge alla pienezza dell’amore: «Avviene come di quelli che si baciano: non si accontentano di gustare la dolcezza delle labbra, ma sembrano comunicarsi reciprocamente il loro Fate questo in memoria di me

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spirito» (ivi) L’anima viene allora inondata della gioia più grande: «Avvolta dal soave profumo dei suoi unguenti, dice che la gioia della conoscenza divina è più inebriante della letizia di qualsiasi diletto corporeo» (3,9). L’unione sacramentale si apre all’unione mistica. L’anima di ogni persona, nella Chiesa, s’inebria del mistero celeste. La presenza dello sposo che le ha spalancato la gioia della stanza nuziale conduce l’uomo a gustare i «profumi» e il «miele» di Cristo: nel suo banchetto di delizie «vi sono buone bevande, soavi profumi, dolce miele, frutti scelti, vivande varie» (Sacr. 5,2,11). L’anima sa che «chi accoglie il corpo di Cristo non avrà fame in eterno» (5,2,12). Nella «stanza nuziale della Chiesa», che «è il corpo di Cristo», attraverso il bacio lo sposo le svela il suo mistero: «il tempo della passione, la ferita del costato, l’effusione del sangue, l’unguento della sepoltura, il mistero della risurrezione» (Sul Salmo 118,1,16). Nella Veglia Pasquale la Chiesa è in festa perché vede dinanzi all’altare «la famiglia vestita di bianco»; la gioia più grande è nel vedere che i nuovi battezzati si avvicinano al convito dell’Eucaristia: «hanno accolto il Sacramento celeste» (Sacr. 5,3,14). Il vescovo unge ogni battezzato affinché respiri «il profumo della risurrezione» e divenga «stirpe eletta, sacerdotale, preziosa»: «Tutti infatti veniamo consacrati col dono dello Spirito per formare il regno di Dio e il suo sacerdozio» (Mist. 6,29,30). Nell’Antico Testamento solo i sacerdoti potevano mangiare il «pane sacerdotale»; nel Nuovo Testamento «tutti i figli della Chiesa sono sacerdoti»: «Veniamo unti per un sacerdozio santo offrendo a Dio noi stessi come vittime spirituali» (Su Luca 5,33). La comunità è ammessa all’unione perenne con Cristo sacerdote e in lui respira «la gioia della vita eterna» (Sul Salmo 118,21,4). La «Chiesa gode per la redenzione dei molti» i quali partecipano alla «mensa» annunziata dal Cantico (Sacr. 104

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5,3,14). È Cristo che dice: «sono disceso nel mio giardino, ho vendemmiato la mirra coi miei unguenti, ho mangiato il mio pane col mio miele, ho bevuto il mio vino col mio latte» (Ct 5,1) e aggiunge: «Mangiate, fratelli miei, e inebriatevi»: «Ogni volta che bevi, accogli il perdono dei peccati e ti senti inebriato nello spirito. Perciò l’Apostolo dice: “Non inebriatevi di vino, ma riempitevi dello Spirito” (Ef 5,18). Chi si inebria del vino barcolla e vacilla: chi s’inebria dello spirito resta stabile in Cristo. È bellissima l’ebbrezza che costruisce la sobrietà del cuore» (Sacr. 5,3,17).

LA GIOIA EUCARISTICA COME «EBBREZZA DELLO SPIRITO» L’«ebbrezza dello spirito» è la gioia dell’uomo immerso nell’amore di Dio. L’esperienza dell’«estasi» era conosciuta nell’antichità. Nel mondo greco in ogni tempio d’Apollo vi erano sacerdoti e sacerdotesse posseduti dal dio, così come nelle boscaglie si radunavano uomini e donne invasati da Dioniso. La frenesia dionisiaca fu frenata da Apollo, che accolse Dioniso a Delfi e diede all’invasamento oracolare una dignità civile. L’estasi denotò alle origini una condizione patologica d’incoscienza, quasi un «uscire fuori di sé»; in seguito designò uno stato dell’anima che, separandosi dall’esperienza comune, s’immerge e si immedesima nel mondo soprannaturale divino. 1. L’estasi della verità Platone vide nell’estasi la gioia spirituale che scaturisce dalla verità. La verità è donata a chi è «innamorato» fino a Fate questo in memoria di me

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sembrare fuori di sé: «i più grandi doni ci provengono proprio da quello stato di delirio donatoci per dono divino» (Fedro 244 a). L’esaltazione che nasce dall’arte musicale e poetica, «quando occupa un’anima tenera e pura, la sollecita e la rapisce nei canti in ogni forma di poesia e, celebrando le infinite opere del passato, educa quelli che verranno» (254 a). Il poeta vola con le «ali dell’anima» e si sente chiamato a trasportare gli uomini alle altezze della parola divina; ma proprio «perché si volge al divino è accusato dalla gente di essere fuori di sé» (249 d). Platone giunge a pensare che anche «gli uomini politici» sono ispirati dagli dei quando «senza saperlo riescono con successo in molte e grandi cose mediante l’azione e la parola» (Menone 99 c-d) Filone d’Alessandria, valorizzando le fonti della poesia e del pensiero classico per dar voce universale all’incanto suscitato in lui dalla Sacra Scrittura, definì l’estasi profetica una «ebbrezza sobria e divina». La Parola di Dio è la dolce melodia che il Signore fa risuonare nella voce dei profeti: «Il profeta non pronuncia nessuna parola sua propria: tutto è di altri poiché un altro parla … il profeta, anche quando sembra parlare, in realtà è in stato di silenzio: un altro si serve dei suoi organi vocali, della bocca e della lingua, per rivelare ciò che vuole e, percuotendoli con arte invisibile e melodiosa, li fa strumenti sonori, musicali, pieni d’armonia» (L’erede delle cose divine 259-266). È il pane della Parola di Dio che inebria l’anima dell’uomo, secondo la visione filoniana. La sete di verità insita in ogni essere umano può essere saziata. Le Odi di Salomone ravvivano questa certezza nell’ambiente gnostico: «Un’acqua parlante s’è avvicinata alle mie labbra dalla fonte del Signore, liberamente: io ho bevuto e sono rimasto inebriato dall’acqua viva che non muore, sicché la mia ebbrezza non 106

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divenne perdita della ragione: ho abbandonato la mia vanità e mi sono rivolto verso l’Altissimo, il mio Dio» (11,6-8). 2. L’estasi dell’Eucaristia I cristiani, immergendosi nell’ascolto inebriante della Parola di Cristo, assaporano anche la nuova estasi spirituale che nasce dal pane e dal vino dell’Eucaristia, memoriale della cena del Signore. Clemente Alessandrino, pur evitando intenzionalmente di parlare dell’estasi, che aveva condotto a eccessive esaltazioni alcuni gruppi cristiani, coltiva questa spiritualità nella luce dell’Eucaristia: «Il Signore ha chiamato con vocabolo allegorico “calice” il compimento della sua passione, dicendo che lui solo doveva berlo e vuotarlo fino in fondo. Così per il Cristo il cibo era fare la volontà del Padre, mentre per noi fanciulli lo stesso Cristo è cibo, e noi beviamo il Verbo del cielo … Ancora il Verbo si è dato il nome di “pane del cielo” … Qui dobbiamo spiegare il senso mistico del pane; il Signore dice che è la sua carne e certamente la sua carne risuscitata; come dalla decomposizione e dalla seminagione rinasce il frumento, così dopo la prova del fuoco si ricostituisce la sua carne per la gioia della Chiesa» (Il Pedagogo I, 6,46,1-3). 3. La visione mistica di Origene È soprattutto Origene che gode di sviluppare il tema dell’ebbrezza. Egli mostra che il vino della Parola e della vita di Dio genera l’entusiasmo nel credente, spingendolo a vivere le virtù; ogni cristiano diviene così annunziatore del dono divino che fonda la comunità. Cristo è «la vite vera» che produce «il vino che rallegra il Fate questo in memoria di me

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cuore dell’uomo» (Gv 15,1 e Sal 103,15). Nel mondo, che è triste perché non conosce Dio, Cristo annunzia la gioia della salvezza, che è comunione dell’uomo col Verbo di Dio: «Se il cuore è la parte più alta dell’anima, e se ciò che arreca allegrezza all’anima è il Verbo ottimo a bersi, quel Verbo che ci strappa dalle cose umane ci riempie di divino entusiasmo e di un’ebbrezza non irragionevole ma divina, quella che a mio parere produsse Giuseppe nei suoi fratelli (Gn 43,34): allora quella vite che produce “il vino che rallegra il cuore dell’uomo” è a buon diritto la “vite vera”; ed è vera appunto perché i suoi grappoli contengono la verità e i suoi tralci sono i discepoli, i quali, a imitazione di lei, producono anch’essi a loro volta la verità» (Su Giovanni I,30,206). Il vino della Parola diviene nell’Eucaristia il sangue di Cristo, che unitamente al suo pane suscita la divina ebrietà: «È difficile stabilire la differenza che passa tra “pane” e “vite”, dal momento che egli asserisce di essere non soltanto “vite”, ma anche pane di vita (Gv 6,48). Orbene il pane nutre e di esso si dice che rinforza il cuore dell’uomo, mentre il vino lo addolcisce, lo rallegra, lo rasserena» (ivi 207208). L’esultanza eucaristica non è fuga e neanche estasi vana, ma impegno a mettere in pratica «i precetti morali» simbolizzati nel «pane di vita»; essi infatti «riempiono di divino entusiasmo coloro che pongono la loro delizia nel Signore, fino a desiderare non solamente di nutrirsi ma di banchettare» (ivi 208). Il pane di Cristo è pane di vita eterna: «La manna infatti, sebbene data da Dio, era un pane per proseguire il cammino, un pane distribuito a chi ha ancora bisogno del pedagogo … invece il cibo nuovo tratto dal frumento della terra, mietuto sotto gli auspici e la mediazione di Gesù nella terra santa, dove altri hanno faticato e i discepoli di lui mietono, era un pane più vivifi108

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cante di quello, in quanto concesso a coloro che per la loro perfezione sono in grado di ricevere l’eredità del Padre» (VI, 24,236-237). II vino della gioia, insieme al pane della vita, è il miracolo più grande operato da Gesù «perché l’elemento principale dei miracoli del Figlio di Dio è la gioia»: «Il Verbo non manifesta tanto la sua bellezza nel curare i malati … quanto piuttosto nel rallegrare con la bevanda sobria coloro che sono sani e, quindi, sono in grado di dedicarsi alla letizia del banchetto» (X, 10, 66).

IL «CANTICO DEI CANTICI» E LA GIOIA DELLA RISURREZIONE Il Cantico dei cantici era annunzio di questo evento di gioia. La sposa, «che ha già visto la stanza nuziale del Re, desidera ora entrare al banchetto regale e godere del vino che dà la gioia», esclama Origene interpretando eucaristicamente il Cantico. Agli amici dello sposo la Sapienza aveva porto l’invito: «Venite, mangiate i miei pani e bevete il vino che ho mescolato per voi» (Pro 9,5). Gesù fa sue quelle parole: «Questo è il vino vendemmiato dalla vite che dice: “Io sono la vite vera”, e che il Padre, agricoltore celeste, ha pigiato. Questo è il vino che produssero i tralci che rimasero in Gesù non solo in terra ma anche in cielo … Nessuno infatti produce frutto di questo vino se non chi rimane nel Verbo, nella sapienza, nella verità, nella giustizia, nella pace e in tutte le virtù. Questo è il vino col quale si inebriano i giusti e i santi, che lo considerano desiderabile … Il vino che è prodotto dalla vera vite è sempre nuovo: sempre, inFate questo in memoria di me

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fatti, grazie al progresso di coloro che imparano, si rinnova la conoscenza della sapienza e della scienza divina. Perciò Gesù diceva ai suoi discepoli: “Berrò questo vino nuovo con voi nel regno del Padre mio” (Mt 26,29)» (Commento al Cantico III, su Ct 2,4). 1. L’«estasi» in San Gregorio di Nissa Gregorio di Nissa sviluppa più profondamente il tema dell’«estasi», che è per lui esperienza soprattutto liturgica. L’Eucaristia fa uscire l’uomo da se stesso per farlo entrare nel corpo di Cristo: il pane dei viaggiatori lo pone in cammino verso la trascendenza nella quale trova la vera umanità. Il credente è posseduto da Dio perché il suo spirito si unisce misteriosamente allo Spirito divino. La strada dell’amore è uscire da se stessi per entrare nell’altro. È perdersi nell’altro per ritrovare la propria personalità. L’estasi è permanente. Dio solo sazia la sete d’amore dell’uomo. Teologia e psicologia sono all’unisono: l’uomo uscendo da se stesso s’immerge in Dio e rientrando in se stesso trova Dio dentro di sé. Il Verbo di Dio è lo sposo. La voce dello sposo proclama la «primavera dell’anima», così come la comparsa dei «fiori», la voce della «tortora», i germogli della «vite», annunziano la primavera del cosmo (Ct 2,13)). Cristo «pianta in noi ciò che è umano dopo aver sradicato ciò che è terrestre». L’uomo appare come un «germoglio» che «annunzia la dolcezza futura dei frutti»: «La “vite fiorente”, il cui vino ralle110

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gra il cuore dell’uomo, riempirà il calice della sapienza: ai convitati proporrà che attingano liberamente al sublime annunzio che conduce alla buona e sobria ebbrezza; quell’ebbrezza, dico, nella quale per gli uomini avviene l’estasi che trasporta dalle realtà materiali a quelle divine. Ora fiorisce la vite e da essa promana un respiro olezzante, dolce e soave, che si spande verso lo spirito circostante: tu ben conosci lo Spirito che produce questo profumo per i salvati» (Omelie sul Cantico 5, su Ct 2,13). Nel «giardino della Chiesa» i credenti sono come «alberi animati» dai quali «s’effondono gli aromi» del Vangelo. La sposa offre allo sposo un banchetto e lo sposo la invita al suo banchetto: «Il giardino è una mensa … noi siamo gli alberi, noi offriamo a Dio il cibo che è la salvezza delle nostre anime … il nostro frutto è la scelta libera … di offrire l’anima a Dio» (Omelie sul Cantico 10, su Ct 5,1). Cristo discende nel giardino per offrire alla sposa, in cambio dei suoi frutti, «pane misto al suo miele»; ancor più del pane del deserto, in Cristo «ogni genere di nutrimento si trasforma nel sapore desiderato» (Sap 16,21). Anche il sacrificio è desiderabile come un «profumo di mirra». Il pane di Cristo non è più mescolato alle erbe amare, cioè alle opere compiute secondo la legge, ma acquista «la dolcezza del miele» e la «purezza del latte» se l’uomo vive liberamente la virtù. «È questo il pane che apparve ai discepoli dopo la risurrezione del Signore» (ivi). Le parole del Cantico «Mangiate, amici miei, bevete e inebriatevi!» (Ct 5,1) sono le parole di Gesù nell’istituzione della cena, che ogni giorno, come il primo giorno, manda in estasi i commensali: «Ogni ebbrezza fa sì che la mente, vinta dal vino, esca fuori di sé … questo avviene anche per mezzo di quel cibo e di quella bevanda divina, e sempre avviene per mezzo del cibo e della bevanda in una trasforFate questo in memoria di me

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mazione e un’estasi che conduce dalle cose cattive alle cose migliori … Se dunque dal vino, che il Signore offre ai suoi commensali, nasce una siffatta ebrietà, per la quale avviene per l’anima l’estasi verso le cose più divine, giustamente comanda a coloro che sono divenuti vicini attraverso le virtù, non a coloro che sono lontani: “Mangiate, amici miei, bevete e inebriatevi!”. Chi infatti mangia e beve indegnamente, mangia e beve la propria condanna» (ivi). L’ebbrezza dello Spirito Santo è donata da Cristo alla Chiesa per dare a ogni uomo la forza di «cambiare vita» e di godere nel mondo finito un bagliore dell’eternità: «Di tutti questi doni egli fornisce la Chiesa … egli offre una mensa mistica … la mensa dello Spirito. Inoltre con l’olio dello Spirito unge il capo e aggiungendo il vino che rallegra il cuore infonde nello Spirito una giusta allegria trasportando la mente dalle cose sfuggevoli e caduche della terra a quelle eterne. Chi è preso da siffatta ebbrezza cambia la vita breve con l’eternità e abita per lungo tempo nella casa del Signore» (Sull’Ascensione). 2. La spiritualità eucaristica di Sant’Ambrogio Ambrogio è l’erede entusiasta di questa inebriante spiritualità eucaristica. Egli comunica sapientemente la teologia e cura con passione la liturgia, facendo sentire nella notte pasquale la voce dello sposo fino a far trasalire la sposa e suscitare in lei la sete di ascoltarlo, vederlo, abbracciarlo. L’anima si sente interpellata dall’amore e decide di rinunciare al mondo per unirsi totalmente al Cristo risorto: «Il giorno della risurrezione è giunto, gli eletti vengono battezzati, vengono all’altare, ricevono il Sacramento, gli assetati bevono a piene vene; giustamente cantano tutti coloro che sono ristorati dal cibo spirituale e dalla spirituale bevanda: “dinanzi a me hai preparato 112

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una mensa, e il tuo calice inebriante quanto è prezioso!”» (Elia 10,34). Il vescovo dipinge la processione dei battezzati bianco vestiti dal battistero all’altare, mentre cantano – col salmo «Il Signore è il mio pastore» – la gioia della «mensa» e del «calice». Essi gustano la soavità del Signore ed esprimono col canto l’ebbrezza spirituale dell’Eucaristia, che «riempie lo spirito di calore e di energia facendo sparire ogni infermità» (Noè 29,111): «È l’ebbrezza della grazia non dell’ubriachezza. Essa genera la gioia, non il disorientamento … Che c’è di più nobile di Cristo, il quale nel banchetto della Chiesa è colui che offre e insieme viene offerto! Avvicinati a questo convito ed entra in intimità con Dio» (Caino e Abele 1,5,10). La gioia è il segno della nuova vita. Il Sacramento del nuovo patto «infonde la gioia» e «dona la vita eterna», allontanando il timore antico; questa certezza fa nascere un invito implorante: «Bevi il Cristo, che è la vite; bevi il Cristo, che è la roccia la quale fece sprizzare l’acqua; bevi il Cristo, che è la fonte della vita; bevi il Cristo, che è il fiume il cui impeto rallegra la città di Dio; bevi il Cristo, che è la pace; bevi il Cristo, per bere il suo sangue che ti ha redento; bevi il Cristo per bere le sue parole» (Sul Salmo 1,33). Gesù ha bevuto il calice della sofferenza, ma ha lasciato all’uomo la libertà di scegliere fra il «calice della morte» e il «calice della vita», fra il bene e il male; morendo, egli ha annientato la morte per essere «calice di vita»: il suo «profumo» si effonde su tutti gli uomini che accolgono la salvezza: «Cristo col suo sangue ha annientato il calice della morte e ha servito il nuovo calice» affinché noi possiamo dire: «accoglierò il calice della salvezza» (Sal 115,13) (Sul Salmo 37,17). L’uomo è chiamato a partecipare alla Pasqua di Cristo «attraverso le fatiche, le sofferenze, le afflizioni», poiché per mezzo di esse «si giunge al premio celeste» (Sul Salmo Fate questo in memoria di me

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118,10,30). Il cammino verso il Battesimo e l’Eucaristia lo sradica dalla terra per trapiantarlo in cielo, attraverso una inebriante esperienza dell’infinito: «Vieni al cibo di Cristo, all’alimento del corpo del Signore, al festino sacramentale, a quel calice al quale si inebria l’affetto dei fedeli al fine di rivestire la gioia che nasce dal perdono dei peccati e di deporre le preoccupazioni di questo mondo, la paura della morte e le angosce. Grazie a questa ebbrezza il corpo non vacilla ma risorge, l’animo non resta confuso ma diviene sacro» (Sul Salmo 118,15,28). Tutta l’umanità è chiamata alla mensa: «Questo calice inebriò le genti facendo loro dimenticare il proprio dolore e l’errore antico. Buona è dunque l’ebbrezza spirituale, che non fa vacillare il corpo ma sa sollevare i passi del cuore. Buona è l’ebbrezza del calice di salvezza, che allontana la tristezza della coscienza colpevole e infonde la gioia della vita eterna» (ivi 21,4). Al banchetto nuziale dell’Eucaristia bisogna entrare con la «veste nuziale», che è soprattutto «la fede e l’amore» (Su Luca 7,204). «L’unico Cristo è infatti per noi speranza, fede, amore: speranza nella risurrezione, fede nel Battesimo, amore nel Sacramento» (Le vergini 3,22). Lo sposalizio è fondato sull’amore, come ha dimostrato Gesù nella sua vita donando alla sposa il «regalo nuziale» dell’«amore» (Isacco 3,8). La Pasqua si rinnova nella comunità attraverso l’accoglienza alla mensa eucaristica dei nuovi battezzati, che si uniscono a tutti i fedeli per continuare nel «Sacramento celeste» il cammino verso la perfezione dell’amore. L’Eucaristia, Parola che diviene vita, inebria i credenti e li trasporta dalla tristezza alla gioia: l’esplosione dell’esultanza cristiana supera ogni gioia passeggera o apparente del mondo e appare inesprimibile. Si rinnova il miracolo della Pentecoste, 114

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allor quando lo Spirito Santo fece conoscere ai discepoli il soave sapore della «Parola» e del «pane» di Cristo: mentre essi comunicavano alla gente l’esperienza inebriante della piccola comunità, il loro atteggiamento estatico suscitò quello stupore che Pietro dovette diradare dicendo: «Questi uomini non sono ubriachi come voi sospettate!» (At 2,15). Le comunità cristiane vivono la stessa esperienza. Il cammino dell’amore, iniziato con l’abbraccio del Battesimo nel giardino delle nozze, è orientato alla perfezione dell’amore nell’Eucaristia vissuta nella vita. La sete di verità e di giustizia è saziata dalla «Parola» che diviene «pane e bevanda» per trasformare il cuore dell’uomo. La Parola fa capire il pane e il pane realizza la parola nell’unione con Cristo, il quale guida l’uomo a costruire la giustizia sulla terra per inaugurare la vita eterna. Colui che riceve il Sacramento diviene «partecipe della sua divinità» (Sacr. 6,1,4). La Chiesa, generando Cristo nei cuori umani, è sposa che diviene madre: «Sposata a lui, ripiena del seme del Verbo e dello Spirito di Dio la Chiesa, ha generato il corpo di Cristo, il popolo cristiano» (Su Luca 3,38). L’Exultet pasquale si dilata nella storia. Uniti nella stessa famiglia i cristiani cantano al sorgere dell’aurora: laeti bibamus sobriam ebrietatem Spiritus. Nell’Eucaristia ogni credente pregusta la risurrezione: «Tu senti che ogni volta che si offre il sacrificio, si celebra la morte del Signore, la risurrezione del Signore, l’ascensione del Signore, il perdono dei peccati … Cristo ogni giorno risorge per te!» (Sacr. 5,4,25-26).

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INDICE Presentazione

pag.

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Introduzione

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RADUNARSI

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IL LUOGO DELL’ASSEMBLEA L’acqua segno del Battesimo Il silenzio La genuflessione

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9 9 10 11

LE BUONE MANIERE NELL’ASSEMBLEA LITURGICA

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L’ASSEMBLEA, SEGNO PASQUALE Il giorno del Risorto Assemblea accogliente

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GLI SPAZI CELEBRATIVI LA CENTRALITÀ DELL’ALTARE L’altare sia unico e fisso L’altare segno di Cristo Le suppellettili dell’altare CENNI STORICI SULL’ALTARE Le tombe dei martiri Evoluzione dell’altare La riforma del Vaticano II

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L’AMBONE Relazione tra ambone e altare Ambone come spazio celebrativo Finalità e uso dell’ambone

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LA SEDE DEL PRESIDENTE La cattedra del vescovo Ripristino della sede La sede secondo la riforma del Vaticano II

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LO SPAZIO BATTESIMALE Spazio adatto e decoroso I primi battisteri

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Fate questo in memoria di me

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LA SEDE DEL SACRAMENTO DELLA PENITENZA La riforma liturgica Il confessionale spazio da conservare

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LA CUSTODIA EUCARISTICA Il tabernacolo non deve essere posto nella mensa Evoluzione storica Significato del tabernacolo Trento e Vaticano II

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ALTRI SPAZI I posti dei fedeli Il posto del coro e dell’organo Il programma iconografico La cappella feriale L’arredo

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LA CELEBRAZIONE DELL’EUCARISTIA RITI DI INTRODUZIONE Il raduno dell’Assemblea L’ingresso del sacerdote Il saluto ATTO PENITENZIALE E COLLETTA L’atto penitenziale La benedizione dell’acqua e l’aspersione L’inno di lode La colletta LITURGIA DELLA PAROLA Cristo presente nella Parola Le monizioni LE LETTURE I CANTI FRA LE LETTURE Il Salmo responsoriale Il canto al Vangelo Il Vangelo L’omelia SIMBOLO DI FEDE E PREGHIERA DEI FEDELI La professione di fede La preghiera dei fedeli

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LA LITURGIA EUCARISTICA Preparazione dell’altare Processione dei doni Significato dei doni La preghiera eucaristica Ringraziamento Acclamazione Epiclesi Racconto dell’istituzione Anamnesi Offerta Preghiera di intercessione Dossologia finale RITI DI COMUNIONE Il Padre nostro SEGNO DELLA PACE E RITI FINALI Rito della pace Frazione del pane Comunione Riti finali

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LA PRESENZA DI CRISTO NELLA PAROLA Significato della presenza reale

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LE LETTURE BIBLICHE NELLA LITURGIA Culto cristiano e sinagoga

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ORIGINE E SIGNIFICATO DEL LEZIONARIO La riforma del Vaticano II

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ORDINAMENTO DELLE LETTURE Scelta delle letture

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LA FORMAZIONE DEI LETTORI Riti iniziali Liturgia della Parola

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BIBBIA E LITURGIA (I APPENDICE) Sacra Scrittura e liturgia

Fate questo in memoria di me

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Ministero del lettore Necessità della formazione IL MINISTERO LITURGICO DEL LETTORE Preparare la lettura Preparazione spirituale Preparazione in gruppo Preparazione letteraria Preparazione tecnica L’EBBREZA DELL’EUCARISTIA NELLA SPIRITUALITÀ DEI PADRI DELLA CHIESA (II APPENDICE)

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L’EUCARISTIA «DONO NUZIALE» DI CRISTO ALLA SUA SPOSA

1. San Cirillo di Gerusalemme 2. Sant’Ambrogio di Milano LA GIOIA EUCARISTICA COME «EBBREZZA DELLO SPIRITO»

1. L’estasi della verità 2. L’estasi dell’Eucaristia 3. La visione mistica di Origene IL «CANTITO DEI CANTICI» E LA GIOIA DELLA RISURREZIONE

1. L’«estasi» in San Gregorio di Nissa 2. La spiritualità eucaristica di Sant’Ambrogio

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Fate questo in memoria di me


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Fate questo in memoria di me  

di Don Giuseppe Mattana

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