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a Paola


L'autore ringrazia Serena Ciacci, Maurizio De Innocentiis, Mario D'Angelo, Nicola Iossa e Laura Totaro per la cura e l'incoraggiamento.


Bartolo Iossa

L A S TA B I L I T A ` D E L R E T TA N G O L O

Gruppo Editoriale OPERA


I edizione gennaio 2013 Fax 0871.1983002 www.lectio.info

Tutti i diritti sono riservati

CopyrightŠ2013 Opera Editrice, Bartolo Iossa, La stabilità del rettangolo

Gruppo Opera Editrice In copertina: foto e progetto grafico di Serena Ciacci


Ah, sacro Novecento, regione dell’anima in cui l'Apocalisse è un vecchio evento! Pier Paolo Pasolini

1 I luoghi dell’esclusione La biblioteca era accogliente. E tiepida. Riflessa nello sguardo di Ernesto come una grande miniera d’oro. Il giovane studioso salutò la signorina. «Dica al Professore che accetto di partecipare al progetto». Aveva detto di sì soltanto perché stanco di dover decidere. Il Professore aveva stabilito un primo incontro per la sera. Ernesto salutò con la mano ed uscì. Per ora si sentiva ancora senza una direzione, dopo l’incontro della sera, però, avrebbe avuto qualcosa da fare e questo era già molto. L’aria era fredda. In attesa di rientrare aveva passeggiato lungo la via, stretta e diritta, che costeggiava la biblioteca. In fondo c’era una piccola geometrica piazza con qualche tavolino presso l’ingresso di un caffè. L’ombra dell’angolo illuminato copriva una lapide: in quella casa la tempesta aveva sconnesso l’io di un genio. Nell’imbrunire, le voci sommesse dei pochi clienti seduti ai tavolini gli sembravano fasciate dal silenzioso grido che da oltre cento anni proveniva da quelle stanze. Al rientro era nervoso perché la signorina non nascondeva la sua confidenza con l’ambiente e questo gli procurava un senso di estraneità. Era la figlia del Professore e dirigeva la vita della biblioteca.

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Si entrava da una porta a vetri. La stanza al piano terra aveva grandi foto di scrittori alle pareti e la luce verde delle lampade da tavolo dava una maggiore sensazione di tepore che aumentò la sua fretta di iniziare. Si sedette presso un tavolino circolare. Alcune persone consegnavano libri prima di uscire. Si accorse di essere guardato da un giovane che, annuendo col capo, gli chiedeva se fosse un collaboratore del Professore. «No» rispose infastidito dall’atteggiamento strisciante dell’altro. Chiese come avrebbero iniziato a lavorare, ma Edit rispose che occorreva aspettare la fine della conversazione di suo padre con un collega al piano di sopra; attesero ancora un po`, senza parlare. Poco più tardi il Professore scese. Mosse la mano con un gesto vago. Era un uomo robusto, ma con acciacchi fisici evidenti. Si rivolse direttamente ad Ernesto salutandolo con voce sottile, poi lo fissò con i suoi occhi lucidi per un tempo così breve da disorientarlo. Tossì un po`. «Ti ho seguito. Affronti direttamente il presente. Ma il tuo procedere mi piace. Collaboreremo bene». Ernesto immaginò che gli rimproverasse qualcosa e si sentì ancora a disagio. Ma il Professore trovò la soluzione: «Ti capisco. Il presente sfida e la risposta ci prende la mano. Sta attento, però. Il passato abbandonato è sempre in agguato». Ernesto accennò con la testa e l’altro propose di salire al piano superiore. Guidandolo lungo la scalinata di legno disse: « Al piano terra la porta a vetri dà la sensazione di essere in strada: nuoce all’attenzione». Salirono. Passarono attraverso un piccolo corridoio e davanti ad una porta al lato di una grande libreria il Professore si fermò: «Puoi entrare. Io ti raggiungerò subito. C’è un filmato da vedere: mi serve per introdurre il progetto. Avranno già finito di preparare ogni cosa. Un avvertimento: collaborare

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a questo lavoro potrebbe metterti in contraddizione con alcune tue idee. Parlamene, se dovesse capitare». Ernesto lo ringraziò: condivideva l’impostazione teoretica del Professore, ma disapprovava la sua eccessiva distanza dalle più recenti posizioni. Aprì la porta. Entrò in una stanza ampia con librerie di legno marrone lucido, quadri di amici del Professore ed una grande foto della torre di Tubinga. Un tecnico stava chiudendo la borsa degli attrezzi. In quel momento, dietro Ernesto, entrò Edit. «Tutto è pronto. Appena arriva mio padre cominciamo». Ernesto non rispose. Fece segno con il capo e si sedette. Allora Edit sembrò più confidenziale: «È stato il fumo». Egli non capì, la guardò e vide che si toccava il braccio sinistro. Parlava del padre. Gli venne in mente che avrebbe dovuto chiederlo. Ma Edit si era già alzata: «Tra poco iniziamo. Diamoci del tu!». Poi sedette di nuovo. Restarono in silenzio. Edit aveva una pelle tenue, compatta e bianca che dava al suo viso una consistenza gessosa. Gli occhi neri erano una gelatina mobile. Dentro la freddezza grigia del vestito si intravedeva una pienezza carnale in contrasto con il volto. «Dirigi da tempo la biblioteca?» le domandò Ernesto. Rispose immediatamente: «Da cinque anni». Qualcosa s’era messo in moto in lei, perché cominciò a parlare ininterrottamente: non avrebbe mai immaginato che entrare nelle pieghe di una biblioteca fosse così affascinante. «Vedi» continuò «in ogni libro c’è sempre più di ciò che l’autore ha detto e meno di ciò che avrebbe voluto dire. Quel più e quel meno sono custoditi nel cuore nascosto della biblioteca. È la biblioteca che traccia gli itinerari». Tacque, fissandolo con le sue fessure acquose. Ernesto non rispose. In quel momento entrò il Professore. Edit iniziò la proiezione. Lo schermo era grande. Le immagini nitide. Scorrevano senza

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sottotitoli e senza musica. Si trattava del Diluvio Universale di Michelangelo. Le immagini terribili e dolorose erano l’unico lento movimento in quella stanza semibuia e silenziosa. Terminata la proiezione, tornò la luce soffusa ed il Professore si volse verso Ernesto. Edit taceva. «La violenza della natura sembra chiamare la violenza degli uomini» disse. Si alzò accennando alla ragazza di proiettare di nuovo le immagini fermandole. «Guarda la barca» riprese «coloro che sono riusciti a salire ammazzano quelli che ci stanno provando. Hanno un minimo di potere, un brandello di forza con cui uccidono per salvare la propria vita. Dovranno salire sull’Arca e lì sono attesi da altri sopravvissuti pronti a scacciarli nell’acqua. Non c’è posto per tutti, nell’Arca». «Potere, salvezza e violenza» aggiunse Ernesto. Il Professore fece segno di cambiare le immagini e riprese: «Gli esclusi, invece, scoprono la pietà: guarda il genitore che sottrae all’abisso il corpo del figlio annegato; scoprono la capacità di accogliere: guarda le mani tese in aiuto dei naufraghi da parte di coloro che hanno trovato temporaneo riparo in tende fortuite». Edit era sempre silenziosa. «Tu cosa ci vedi?» chiese il Professore, fissando Ernesto che esitò un po` e poi rispose: «Egoismo e fratellanza, ferinità e umanità, tracotanza e rassegnazione». Esitò ancora e poi aggiunse « Sarà sempre così». Edit lo guardò intensamente. Il Professore scosse la testa: «Osserva bene». Indicò con la mano la sottile striscia di terra in primo piano, dove una moltitudine di esclusi si raccoglieva su un lembo provvisorio. «La rassegnazione di questi disperati non è soltanto una condanna della malvagità, ma anche un niente pieno di speranza

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e di dignità. Qui è sepolto il seme del futuro. Il nuovo emerge sempre dai luoghi dell’esclusione, ma c’è chi tenta di soffocarlo. Nel Novecento questo tentativo si è ripetuto più volte. Perché?». Restò in silenzio. Bevve un paio di sorsi d’acqua. «Sono le radici del progetto?» chiese il giovane. «Sì». Ernesto si alzò e guardò dalla finestra. Fuori c’era il colore della notte inoltrata. La via che costeggiava la biblioteca e la piccola piazza erano deserte. Scomparsi i tavolini del caffè. La lapide era avvolta in una ragnatela di chiaroscuri. «E l’albero?». Il Professore sorrise. «Lo vedremo subito». I suoi occhi lucidi sembravano di vetro. «Tu sai, ho letto i tuoi articoli» iniziò con la voce sottile «con quanta fatica, circa tremila anni fa, gli uomini siano usciti dalla paura di vivere. La stessa nascita era considerata un male». Ernesto cominciava a non sentirsi più a disagio. Accettava anche la presenza di Edit, il cui volto vedeva riflesso nello specchio ottagonale al lato del padre. «Sai con quanta fatica abbiamo imparato a tenere insieme l’amore di vivere e il sentimento tragico della vita». Ernesto condivideva, ma aveva la sensazione di ascoltare un uomo in cui la memoria era diventata più forte dell’attesa. «Invece la Gnosi» riprese il Professore come se lo avesse capito «è rimasta legata a quelle vecchie paure: il mondo è un regno di ombre prive di significato; l’uomo, frutto di un errore». Poi, con un’aria disfatta: «Sembrava che la modernità l’avesse sconfitta, ma nel Novecento è tornata con tutta la sua mentalità elitaria: i prescelti sommergono ancora gli esclusi». Guardò verso la parete sinistra, dove era collocata una grande stampa di Bacon.

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«Dove dovrei indirizzarmi? E come? » chiese Ernesto. Dallo sguardo del Professore sembrò emergere una grande stanchezza. «Verso la religione cristiana». Riflessa nello specchio, Edit strinse gli occhi. «La religione cristiana ha dentro di sé un oscuro nemico. Lo avverte, ma non riesce a sconfiggerlo. Tutto l’occidente paga questa debolezza». Guardò ancora verso la stampa di Bacon. «Sono stanco. Ma lavorerò sul tuo risultato». «Il punto» domandò Ernesto. Fuori pioveva. La notte si avviava alla fine. La piccola piazza geometrica in fondo alla strada bagnata era ancora deserta. La lapide era lì, parzialmente illuminata tra macchie di nero. Il Professore sorseggiò ancora un po` d’acqua. «L’Ebreo Eterno. Fonte d’infezione: è una costruzione cristiana». «Gemainschaftfremde, infetta Volksgenaussen» mormorò Edit. «E questo retaggio medioevale» aggiunse il Professore quasi accendendosi, «confluì nell’antiumanesimo: sia in ambito protestante, pensa alla polemica contro gli erasmiani da parte di Melantone, sia in ambito cattolico fino al Novecento. Pensa a Karl Lueger». Si fermò. Prese un libro di Karl Jaspers che aveva sul tavolo. Lo agitò leggermente. «Nella metafora dell’altopiano aveva compreso l’antiumanesimo riemergente». «Anche Mann. Il patto con il diavolo» aggiunse Ernesto. «Certo, con Leverkühn Mann sottolinea il ritorno dell’antiumanesimo». Guardò Ernesto con lo sguardo di vetro chiaro. «Devi partire da qui. L’antisemitismo non è che l’altra faccia dell’antiumanesimo. L’obiettivo è proprio la modernità». Si fermò di nuovo. Era quasi l’alba. Nel cielo cominciava a filtrare una luce senza sole. Accese lentamente una sigaretta sotto lo sguardo di riprovazione di Edit.

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«Una sola» sorrise «sono stanco». Sembrò concludere. «Vedi, nel 1908, a Vienna, un giovane Adolf Hitler frequentava i cattolici reazionari del borgomastro Karl Lueger. Lì riemerse l’accusa all’Ebreo Eterno padre dell’umanesimo e della modernità. La modernità è il peccato. E dal peccato nasce la contaminazione del sangue. Il cristianesimo del Novecento ha emarginato questa concezione, ma non l’ha sconfitta. Il nazismo l’ha enucleata dal cristianesimo e l’ha inserita nel suo paganesimo nordico e nella razza». Si interruppe e poi riprese: «Dall’Ebreo Eterno la modernità, e dalla modernità il pericolo per la tradizione religiosa. Molti credenti sono caduti in questa trappola». Restò in silenzio e spense la sigaretta. «Puoi indagare in questo orizzonte». «Ma non siamo ormai nella postmodernità?» obiettò Ernesto. Nel vetro dello specchio ottagonale, Edit lo fissava. «E se fosse antimodernità travestita?» chiese il Professore. Ernesto accettò il dubbio con un cenno del capo. Il Professore si alzò. Era mattina. Decisero di uscire e di tornare alle case per riposare. L’aria era fredda. Il Professore e la figlia entrarono in auto. Ernesto si avviò lungo la strada di fronte. Tra l’orizzonte ed il cielo si era formata una stria di luce e sembrò che stesse per venir fuori il sole. Ma lentamente la riga sottile svanì. L’improvviso emergere di quella luce, però, aveva allontanato il profumo opprimente e brumoso della pioggia notturna. La strada era percorsa da persone che andavano a lavorare. Ernesto sentiva la stanchezza della notte insonne. Un sole pallido apparve finalmente in cielo coprendo la strada di un rosa umido. Gli ultimi vapori di nebbia, spinti dal vento leggero, formavano un pulviscolo dorato. Si sentiva stordito e le tempie gelate gli pulsavano. Entrò in casa massaggiandosi il collo, si tolse l’im-

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permeabile e si avvicinò al termosifone. Pensò al Professore che giustificava la sigaretta accesa, rivide il viso di Edit nello specchio e si stese sul letto togliendosi le scarpe.

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2 Nel secolo nero La biblioteca era vuota. Satura di silenzio. Ernesto, seduto al suo tavolino, preparava un elenco di testi. Dagli scaffali della Stanza del Novecento si alzavano fantasmi di idee e miti divenuti sanguinosa storia. Una civiltà rovesciata in barbarie. Un intero secolo, oscillante tra paradiso perduto e terra promessa, brulicava in decine e decine di libri immobili. Dalla finestra vide il cielo empirsi di luce e dare alla pioggia colori più nitidi. «Buon giorno» disse Edit entrando e sistemando l’ombrello. «Non pensavo di trovarti già qui». «Il viaggio è lungo». «Viaggio?». «Un secolo è un continente». «Partirai presto?» chiese lei stando al gioco. «Sono già arrivato a Vienna. Ho anche visitato il Caffè Grienstoidl». «Oh!, la meravigliosa Vienna. Una città incomparabile!». Edit sembrava compiaciuta per la citazione di Musil. «Però a sentire Kraus era il terreno di prova per la distruzione del

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mondo. Come ha capito anche tuo padre». Le stese un foglio. «Ho preparato un elenco». Edit lo prese e lo mise sul suo tavolino. Mentre leggeva aveva l’espressione di chi condivide a malincuore. «Un bel grumo di crema e sangue, la tua Vienna. Sai che c’era anche l’auto-odio ebraico? Judischen Selbsthass, come lo chiamava T. Lessing». Smise di parlare. Consultò un quaderno di appunti, mentre Edit saliva sulla scaletta degli scaffali. Ernesto restò a lungo con il capo leggermente reclinato a sottolineare un testo e ad annotare qualcosa sul suo blocco; Edit nel frattempo consultava l’elenco che le era stato dato e registrava il numero dello scaffale sulla propria cartella. Nel silenzio tiepido della stanza, egli si sentì come chiamato dal suo sguardo. Alzò la testa ed incontrò gli occhi liquidi di Edit. Da quel momento, lo spazio tra il tavolino e la libreria divenne il punto di intersezione delle loro occhiate. Ognuno sembrava cercare nell’altro qualcosa di sé. La stanza, ovattata e stipata di libri, dava a entrambi la sensazione di complice copertura della geometria indagatrice di quegli sguardi. A poco a poco gli occhi di Ernesto abbandonarono la loro lenta intellettualità per diventare veicoli di domande segrete. Lo sguardo di Edit perse la sua liquidità nasconditrice e si empì della disponibilità di chi sa di aver varcato un limite ma, presto, alla consapevolezza di aver oltrepassato un confine si sostituì un timore pudico che la ritrasse. Guardò verso la finestra la pioggia fitta e sottile avvolta in una leggera bruma. «Un caffè?». Anche Ernesto sembrava di nuovo assorto e lontano. Acconsentì con il capo. «La libreria successiva» rispose lei sorseggiando il caffè «appar-

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tiene all’Ottocento, dobbiamo sistemarla ancora nel suo piano accanto alle altre. Contiene l’intero settore della letteratura fantastica germanica. L’ho letta con divertimento e con interesse. Penso che la cupezza delle foreste abbia influenzato tutta quella fantasia intorno a monaci tenebrosi, fantasmi, elfi, monache insanguinate. Il Mediterraneo, invece, non è demoniaco. Tu che ne pensi?». «Non sono d’accordo». Ernesto si mostrò interessato e incuriosito per quel divertissement aperto da Edit. «Conosco la novella di un bel paesino sull’Adriatico. Quando di notte infuria la tempesta ed il fragore delle onde gelide percuote il buio, su un vecchio scoglio semicircolare due impronte di zampe animalesche ballano una ridda infernale. Sono i piedi del diavolo che danza di gioia per i marinai che muoiono in peccato, inghiottiti dall’occhio demoniaco del mare». Sorrisero. Ernesto posò la tazzina. «Eppure questi giochetti del mal gotico sono stati ripresi nel Novecento. Viaggiando nel secolo è possibile incontrarli ». «Viaggiamo insieme?» chiese Edit con uno sguardo tornato volutamente indiscreto. «Può essere pericoloso» chiuse Ernesto. Poi riprese il filo del proprio ragionamento: «Il Novecento non è un pioniere, ma un vagabondo». Edit lo interrogava con gli occhi. Egli però si sentiva intimorito: tra loro il silenzio sembrava più comunicativo delle parole. Da sempre sapeva nascondersi per difendere l’anello buio del suo animo. Usava le parole come barriere. Ma Edit, forse, era in grado di attraversare quelle difese. Intuire ciò che egli taceva. La ragazza scese al secondo piano per prendere un libro di Heller. Ernesto si sentì avvolto dai libri.

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La Stanza del Novecento, dove lavoravano, era rettangolare, ampia e con un soffitto a cassettoni. Quattro librerie a muro coprivano le pareti tranne lo spazio di una vetrata che dava sulla strada. Al centro c’erano due tavoli separati da una colonnina su cui era poggiata una scultura dalla testa di donna greca. Le librerie erano sormontate da una sottile sbarra di neon azzurro chiaro e sui tavoli c’erano lampade con il vetro verde. I variopinti colori delle coste rilegate dei volumi si fondevano con il marrone scuro delle scansie ed il rossastro di ciliegio dei tavoli. La biblioteca aveva tre piani - uno interrato - collegati da un piccolo ascensore e da una scala di legno che scendeva a spirale. Ernesto ricordò che la bibliomanzia considera l’ordine tecnico della scansione per argomenti soltanto cartapesta che copre i disegni coerenti ma inesplicabili nascosti sotto la formazione dei percorsi librari. Sono questi sentieri segreti che congiungono i libri e consentono una sorta di dialogo muto tra loro. Forse, come aveva detto Edit, proprio intorno a quel più che detto e meno di ciò che si intendeva dire contenuti in ogni testo. Nell’interrato, scaffali come colonne di un santuario si ergevano su un basamento di libri del Precambriano e, al di sopra degli scaffali della preistoria, dove danzavano i grandi simboli dell’acqua e della montagna, dell’albero e del cielo, il vento della storia cominciava a scorrere sulle nuove pagine. Lì, immaginò Ernesto, i liberi pensieri devono essere molto vigili quando, senza rumore, l’deologia abbandona il nascondiglio e penetra nella scrittura. L’ideologia è avida, avvolge e assorbe tutto per soddisfare l’impulso oscuro che la muove: quello di imbalsamare il pensiero. Al piano centrale le librerie contenevano la modernità. Ripiani dove i sentieri della critica si snodavano e si intersecavano con quelli dell’ottimismo tragico, giù fino al punto in cui l’irrequietezza si era trasformata in erramento. In quel maelström si era

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dissolta la mente acuminata che una malinconica lapide cercava inutilmente di ricordare ai distratti clienti di un Caffè. Al piano superiore c’era la Stanza del Novecento. Il secolo nero. Il più sanguinoso dei secoli. Padrone della genesi della materia e trasgressore dell’umano. Ora il Professore gli chiedeva di entrare nel cuore freddo di quel secolo. Là dove la luce intenebra gli uomini. Edit risalì con il testo di Eric Heller. «Il tema della mente diseredata ti può essere utile» sorrise. «Si, grazie. Hai fatto bene a ricordarlo. Non l’avevo inserito nell’elenco». Mancava poco a mezzogiorno. Si diedero appuntamento in una trattoria vicina alla casa di Ernesto. Edit sarebbe prima andata da suo padre per condurlo a pranzo con amici. Lo avrebbe riaccompagnato a casa nel tardo pomeriggio. Fuori non pioveva ma era freddo. Le nuvole si diradavano mostrando qualche stria d’azzurro slavato. L’aria diventava però più pungente. Ernesto si alzò il bavero. In una piazzetta c’era una piccola folla e alcuni uomini stavano salendo su un palchetto per un comizio. Si fermò incuriosito. Sul palchetto erano salite sei persone. Una cominciò a parlare. Aveva il braccio sinistro poggiato sulla balaustra. Muoveva la mano destra unendo l’indice ed il pollice per meglio sottolineare ciò che diceva. Ernesto non osservava altro che quel gesto. A brevi intervalli e a scatti, il braccio si disegnava nitido nel cielo, le due dita si univano e l’uomo alzava il capo. L’aria era fredda e gli ascoltatori si rannicchiavano nei cappotti. Si allontanò riprendendo la via. Un sole pallido era apparso nel cielo, coprendo la strada di un rosa umido. Imbucando l’ultima traversa incontrò il signor Turi. Un bidello in pensione, sempre

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con un basco scuro ed un bastone. Il bastone era di resistente legno flessibile, aveva una colorazione marrone chiaro, quasi ocra, e si intonava al viso di creta del proprietario. Lo portava con sé da anni. A forza di poggiare a destra, Turi aveva la gamba sinistra invalida, il bastone ed il proprietario si erano piegati insieme. Il vecchio camminava di sbieco ondeggiando e stringendo il manico con la sua mano violacea e coperta di vene. Il bastone, per altro, assecondava i movimenti del padrone piegandosi al momento giusto. Eppure sembrava che Turi lo odiasse. Da anni, dopo un incidente, il vecchio camminava con quel legno scheggiato. Spesso lo lucidava. Prima di pranzo passeggiava per la strada vicina, il bastone si piegava fino a che Turi perdeva il passo; allora il vecchio lo sbatteva contro il muro. Poi restava fermo a guardarsi la gamba. Spesso alzava gli occhi al cielo. Quando arrivava al bar presso casa, si sedeva col fiato grosso e poggiava il bastone sul tavolino. Restava lì seduto con il petto in tumulto ed osservava il legno che restava ostinatamente indifferente e silenzioso. Era così ogni volta che Turi usciva. Se la passeggiata lo stancava, il vecchio si appoggiava maggiormente al bastone, il legno si piegava, Turi incespicava e lo sbatteva su un muro. Se il bastone si incastrava nel selciato, veniva scagliato di nuovo contro il muro. La scena si ripeteva ormai da anni. Quando lo incontrò all’imboccatura della strada, Turi era appoggiato al muro; Ernesto gli chiese se volesse aiuto. Egli rispose con una stanchezza da vecchio: «Niente. È la gamba». Poi si incamminò appoggiandosi al bastone che si lasciò piegare dal peso e dall’amarezza del suo padrone. Più avanti Ernesto incontrò Edit che guardava le vetrine. Notò le labbra screpolate e gli occhi lucidi di freddo e carichi di attesa. Nella trattoria si sedettero intorno ad un tavolo piccolo e rotondo coperto da una tovaglia fiorata. L’ambiente era fumoso e acre,

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ma la tovaglia era pulita, con piccoli ricami quadrati intorno ai fiori. Edit chiese un brodo. Sorseggiava lentamente e inghiottiva serrando le mascelle e alzando gli occhi. Si formava così una piega pallida che scompariva leggera o si allargava, con un solco morbido, agli angoli della bocca. Ma dopo un po` ingeriva più speditamente. Sorrise, allora, e carezzò la mano di Ernesto sulla tavola. Sorrise di nuovo. Riprese a mangiare. Quando uscirono gli occhi di Edit avevano un lieto chiarore. Ernesto le prese il braccio e passeggiarono nel pomeriggio umido, sul ponte semideserto, vicino al fiume e nel parco. Sedettero un po` su una panchina e la ragazza sorrise senza parlare. Quando si alzarono si strinse al braccio di Ernesto e disse che era giunta l’ora di andare a riprendere suo padre. Mentre attraversavano nuovamente il ponte videro un vecchio che camminava speditamente. Ernesto descrisse la figura di Turi e lei rise. Cominciavano a cadere gocce di pioggia. Edit si mise con il viso dietro la spalla di Ernesto per ripararsi dal vento bagnato. Non parlarono più fino alla macchina. Prima di entrare, la ragazza gli chiese improvvisamente se era felice. Ernesto le rispose che non si era mai posta quella domanda, ma che gli pareva di sì. Lei lo guardò a lungo. Ma dopo aver aperto lo sportello, e senza che il giovane capisse bene, disse: «La felicità è una grazia». Entrò in macchina e partì. Il cielo aveva una luce grigioscura. Sembrava gonfiarsi sulla città ed il grigio diminuiva rapidamente. Ernesto non desiderava tornare a casa e si fermò in un caffè. Ormai era sera. In piedi dietro la vetrina, guardava la piazza. Provava un sottile timore, pensando insieme la difficoltà del progetto e l’inesplicabile nodo che lo stringeva alla ragazza. Il suo sguardo si smarriva tra le ombre dei palazzi che perdevano i contorni verso il cielo, tra le luci fredde e giallognole e i bus, ampi e luminosi. Di solito, dietro la vetrata

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di un caffè provava come una tiepida rilassatezza. Ora, invece, le luci eccessive, che facevano sobbalzare indietro il cielo ormai violascuro, rendevano tutto mosso e cangiante. Si sedette. La strada a poco a poco si riempiva di persone, perché aveva smesso di piovere. Dai portici, all’altro lato della piazza, la gente usciva a frotte. Si sentiva stanco. Poiché non aveva preso niente dopo il piccolo pranzo, pensò che fosse per quello. Chiamò il cameriere e ordinò un latte tiepido. Riprese a guardare fuori. Il selciato riluceva. Gli parve che il marciapiede si affollasse ancora di più. Davanti a lui c’era sempre la piazza tremolante d’ insegne. Decise di tornare a casa e si alzò. Fuori tutto era così pieno di luci mosse che per un attimo pensò di rientrare. Si incamminò comunque lungo il marciapiede. Attraversò in fretta la piazza, poi rallentò il passo. Ancora la folla, le vetrine, i semafori, il selciato azzurrino sotto l’insegna luminosa di una farmacia; e infine la stradina che gli si apriva dinanzi semibuia e la tregua che provò di fronte al suo quieto silenzio. Dal fondo veniva un vento umido e tagliente. Vide il portone di casa. Sotto la finestra socchiusa al primo piano udì un forte rantolo acre. In cucina, Turi preparava la cena solitaria. Tra il silenzio di quella stretta strada umida, il rantolo si ampliò improvviso, come una preghiera stanca.

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3 La verità arriva La biblioteca sembrava sprofondata nella penombra. Al piano interrato non c’erano finestre e l’illuminazione era artificiale. Eleganti lampade da tavolo rischiaravano la stanza centrale e un’ampia tenda verde scuro separava le quattro librerie a muro. Sui ripiani degli scaffali c’erano alcune fotografie in bianco e nero. Sul mogano della scrivania brunorossastra si trovavano libri sparsi, una caraffa d’acqua, un bicchiere ed una rosa fresca in un piccolo portafiori di vetro. Si sentiva appena la sensualità del Preludio, corale e fuga, di Cesar Franck. Il Professore sedeva su una poltrona un po` staccata dalla scrivania. Ernesto lo salutò entrando. «Da un po` di tempo non rileggevo Aldo» disse il Professore chiudendo un libro. «Una bella battaglia la sua» commentò Ernesto. «Temo che abbia vinto la guerra». «Sono in molti a pensarlo». «Ma a volte le idee sconfitte sprofondano e poi movimenti tellurici le fanno riaffiorare».

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«Se sono giuste ci si può confortare, ma c’è un pezzo di storia che si è perduto». «Beh, le pagine vuote» disse il Professore. «Sembri stanco». «Niente. Il lavoro mi prende». Il vecchio si alzò. Versò un po` d’acqua nel bicchiere. «A che punto sei?». Bevve un sorso e continuò: «Ho visto i testi di Spengler, Heidegger e Benn sul tuo tavolo». «Saranno utili?» chiese Ernesto sedendosi. «La dinamite va maneggiata da esperti». Sorrise e bevve ancora. «Sei esperto, tu?». Sedette di nuovo sulla poltrona. «Perché mi ha dato questo incarico?» chiese Ernesto, prendendo in mano il libro che era sulla scrivania. «Perché non so se tu sia esperto. Ma spero di no. Puoi percorrere strade inimmaginabili per un esperto». «E la dinamite?» sorrise Ernesto. «Beh, stacci attento!». Restarono un po` in silenzio poi il Professore chiese: «Per favore, puoi andare al piano centrale? Domanda a Edit se sono pronte le traduzioni». Ernesto salì. Da tempo il Professore aveva un’esistenza appartata fatta di letture sulla preistoria, incontri saltuari con amici nella biblioteca, dotta quotidianità con la figlia Edit. Da circa un anno, la sua colta, solitaria abitudine di vivere era resa inquieta prima e tormentata poi da una sempre più evidente incapacità di comprendere il presente. I giornali erano un mistero. Eppure, nella sua esistenza aveva conosciuto la terribilità della storia e la dialettica tragica del tempo. La cultura e la filosofia lo avevano orientato. Comprendere il proprio tempo con il pensiero, saper guardare in faccia il negativo per convertirlo magicamente in una nuova realtà: questo aveva imparato dalla filosofia e questo lo aveva aiutato nelle lacerazioni del presente. Non praticava confessioni,

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ma non si era mai allontanato da alcuni punti fermi del cristianesimo. Aveva sempre collegato la concezione hegeliana del negativo che si converte in una realtà nuova con il brano di Paolo di Tarso dove si indicano le cose che non sono come uno strumento per ridurre al niente le cose che sono. Ma da tempo gli sembrava che questa dialettica della storia, tragica ma pur sempre gravida di vita, si fosse trasformata in una sterile dialettica dell’orrore. Le cose che non sono non riuscivano più ad emergere. La ripetizione del presente le soffocava. Quello che «è» impediva il nascere di ciò che «non ancora è». Un futuro senza voce. Come quelle povere vite spente a bastonate nei barconi della fame. Per uscire da tutto questo occorreva afferrare il nucleo del Novecento: questo era il progetto. Annotò qualcosa sul quaderno, sorseggiò un po` d’acqua, spense la musica e restò immobile nella penombra di quella cisterna del sapere. Ernesto tornò giù presto e gli consegnò due fogli scritti a mano. «Grazie» disse mentre cominciava ad esaminarli. Il giovane s’accorse di aver lasciato l’orologio sul tavolo del piano superiore. Guardò intorno, sugli scaffali e sulla scrivania e scoprì che non c’erano orologi. Il tempo non c’era in quella stanza. O ce n’era un altro, nel cuore del Professore. Esistevano soltanto il chiaroscuro che avvolgeva il verde della tenda, il bruno della scrivania ed il bianco e nero delle grandi foto. «Metti un po` di musica» disse il vecchio mentre leggeva. Ernesto fece partire la IV di Mahler, così diversa dalla musica di Franck. «Perché Mahler?» chiese incuriosito. «Trasgredisce, ma gli dispiace». «Mi sono più congeniali i suoi ultimi brani». Ernesto non rispose. Mentre il giovane si apprestava ad indicare i primi risultati

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del suo lavoro, il Professore prese un libro che illustrava i dipinti di Van Gogh. Sfogliò lentamente, poi si fermò su La Ronda dei Prigionieri. «Ho ricostruito l’orizzonte in cui scrivono i nostri tre della dinamite» iniziò Ernesto. Il Professore sembrava non ascoltarlo. «Hai mai osservato la rotazione allucinante di questa pittura?». Alzò il libro e lo mostrò spalancato ad Ernesto, sottolineandone la data: «1890». Quel dipinto sembrava rapirlo. «Forse Van Gogh già avvertiva i segni della ventura catastrofe spirituale dell’Occidente» disse come parlando a se stesso. «È proprio questo l’orizzonte su cui sto lavorando» intervenne Ernesto. «Poco più tardi in Germania e poi in Europa comincerà l’avversione nei confronti del Geist, lo spirito, accusato di congelare la forza biologica». Il Professore acconsentiva con il movimento del capo continuando a guardare la figura. Ernesto continuò: «La regressione cominciò con l’imposizione dell’estetica del mito nel regno del vissuto quotidiano». L’altro parlava senza staccare gli occhi dal dipinto: «Regressione, ma forse meglio sprofondamento, come questo carcere simile ad un pozzo. Guarda le mura: è come se i prigionieri le reggessero sulle spalle». «C’è un linguaggio in quegli anni che riduce tutto a corpo» continuò il giovane. «Era un’esigenza giusta, penso. Anche a me piace, a tratti, chiudermi nel corpo, far tacere il resto. L’errore è consistito nell’aver inserito il corpo nel mito». «Forse» disse il Professore, senza smettere di guardare la pagina, «forse agli intellettuali di quel periodo il presente sembrava invalicabile come questo pozzo. Non avevano un altrove. E sprofondarono nel mito». Chiuse il libro. Il brano di Mahler si era concluso. Nessuno dei due sapeva che

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ora fosse. Ernesto fece un gesto vago con la mano, poi continuò a parlare con indecisione: «L’esaltazione del mito non avvenne in mancanza di un altrove. Anzi: l’altrove si frantumò in una miriade di forme possibili: agli inizi del Novecento ci fu una vertiginosa accelerazione delle trasformazioni etico-simboliche della società tedesca. In quel vortice, la proposta di un ritorno mitico divenne una delle tante possibili vie da percorrere. Ma per prepararne l’accoglienza occorreva invertire il presente. «Ricompare Nietzsche». «No. Ho usato un verbo sbagliato: non invertire o trasmutare il presente, ma svuotarlo». Ernesto si alzò. «La volontà del nulla di cui parla Nietzsche viene abbandonata. Guardiamo nell’occhio di Benn e troveremo il non volere: la maschera di tutte le volizioni». Il Professore lo seguiva con apprensione. «Questo spiega il suo desiderio di mito come morfina. Ma il nazismo? Perché?». Ernesto lo fissò immobile. «È il finto nuovo: se l’anello biologico ha estinto la civiltà occidentale portandosi dietro il suo tipo umano, occorre l’uomo nuovo. L’intatto corpo ariano emergente dalle profondità del mito. Mi spiego? Agli intellettuali che regredivano nella nostalgia per la purezza mitica, il nazismo ha offerto uno specchio come finta proiezione politica di quella nostalgia estetica». «Un inganno prospettico» sussurrò il Professore alzandosi. Era stanco. «Di Heidegger parleremo in seguito». Bevve un sorso d’acqua. «Un po` di divertissement con la preistoria prima che il prof. Gabrielli mi venga a prendere. Pranziamo all’università. Oggi pomeriggio festeggeremo il compleanno di un collega. Ci sarà un po` di sterile accademismo, ma la sera verrà Edit. Il suo sorriso

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riscatterà tutto». Ernesto era ormai infastidito da quella brusca compresenza di luce e di ombra della stanza. Gli sembrava di stare sul confine tra chiarore del giorno e penombra dell’anima. Aveva la sensazione che il Professore fosse incerto tra la chiarezza intellettuale del progetto ed il rifugio nei codici segreti della sua interiorità. Come se alle drammatiche domande del presente preferisse l’enigmatica e acerba cavità del suo cuore. Edit scese verso le tredici. «Il prof. Gabrielli ti aspetta». Il padre si alzò e prese il piccolo ascensore. I giovani salirono per le scale. «Pranziamo insieme?» chiese Edit. Fuori una leggera nebbia, una certa carezza del freddo, la freschezza delle ragazze davano alla strada una sfrontatezza velata che sembrava smentire i colori ed i sapori delle parole scambiate fino allora con il Professore. La ragazza gli prese un braccio e all’improvviso, con quelle domande inaspettate a cui Ernesto cominciava ad abituarsi, chiese se fosse un credente. Le rispose che si considerava un pensante anche se un po` randagio. Allora volle sapere che cosa significasse ‘randagio’, e lui le spiegò che non soltanto vagava tra le correnti di pensiero, ma spesso desiderava non pensare bensì respirare, ascoltare il respiro, sentire il proprio corpo, accarezzare l’aria, accontentarsi della superficie. «L’ho anche detto a tuo padre. A volte mi sembra che il corpo sia tutto» concluse. «Allora sei a buon punto, ma devi andare oltre». Lui la guardò perplesso. Lei continuò: «Il corpo è un’impronta; un buon cacciatore sa interpretarla. Ci si trovano segni che indicano la qualità di chi l’ha lasciata. A volte quelle tracce appaiono e poi evaporano. Tutti prima o poi attraversiamo questa esperienza, ma la dimentichiamo. Invece quell’apparire è una finestra sulla

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verità». Ernesto la guardò incerto. Lei rimase in silenzio, poi poggiò la testa sulla sua spalla. Camminarono. Dopo un po` gli chiese se fosse contento di averla incontrata. Lui rispose «Sì, ma dobbiamo stare attenti». Dopo qualche altro passo gli disse che non era difficile leggere i suoi occhi, che era felice di averlo incontrato e che somigliava ad un terreno da dissodare. Ernesto camminava in silenzio. Lei gli sorrise e aggiunse che comunque lavoravano bene insieme. Le rispose che era vero. Poi le parlò della sosta nel caffè la sera precedente e del suo smarrimento. Edit gli disse che anche a lei piaceva star ferma per vedere le persone che camminano. Le rispose che lui aveva avuto la sensazione di guardare un brulichio di ombre. Percorsero a braccetto il tratto finale della strada che dalla biblioteca portava alla trattoria. La via era affollata e nelle vetrine le persone riflesse sembravano apparire e dissolversi. Le chiese se lo notava anche lei. Edit rispose di non guardare le vetrine, ma le persone. Non si dissolvono. Dopo il pranzo tornarono in biblioteca. L’ampia stanza al piano terra aveva la porta a vetri che dava sulla strada, sei grandi librerie e circa dieci tavoli per lo studio. Sul tavolo centrale era collocato il sistema dei computer sul piano circolare. Dalla vetrata scivolava la luce leggera e grigia del pomeriggio. Accanto alla prima libreria, estesa e con foto su alcuni scaffali, c’era un giovane in vestito grigio, con una piccola croce azzurra sul risvolto della giacca. Quando entrarono li salutò con cortesia. Edit sedette al tavolo centrale ed il giovane si avvicinò. Aveva gesti eleganti e mani bianche e mollicce. Scrisse il suo nome su un foglio, si tolse gli occhiali e li pulì velocemente. Si rivolse a Edit e chiese un volume su Caravaggio con una voce bassa e dottorale. Lei si alzò, salì alcuni gradini della scaletta,

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estrasse il volume, ne trascrisse con cura il titolo e glielo consegnò. Lui rimise gli occhiali e con lo stesso tono di voce chiese qualche testo di interpretazioni non soltanto estetiche del Narciso. Edit suggerì Narciso o l’amante di se stesso di J.J.Rousseau. Il giovane ringraziò incuriosito. Edit ripetè l’azione precedente e consegnò il nuovo libro. Il lettore affermò di non conoscerne l’esistenza e così lei spiegò che in quel racconto Narciso si innamora di un ritratto in cui egli stesso, a sua insaputa, è stato raffigurato come donna, e finisce per consumarsi nel desiderio di quell’immagine. Il giovane la guardò in silenzio, prese il volume e si apprestò ad uscire. Sulla porta si girò e disse: «Narciso si consuma perché cerca». «Non dovrebbe cercare?» chiese Edit. «La verità non è da cercare?» aggiunse. «La verità arriva» rispose il giovane.

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4 Dys La mattina c’era la biblioteca. C’era l’odore del legno e dei libri. C’erano gli oggetti chiusi nel silenzio e la luce lieve e grigia della giornata piovosa. Esisteva un legame d’identità tra Edit e la biblioteca. Non era mai sola quando restava sola in biblioteca. Le piaceva il suo silenzio. Le piacevano i suoi colori. Le piaceva salire sulla scaletta per stanare un libro e non l’annoiavano le lunghe sedute serali per catalogarli. Quando era aperta, le piacevano gli studenti che iniziavano un progetto, i lettori immobili sulla pagina, le voci basse degli studiosi. La biblioteca era un’ entità autorevole ed avvolgente. Lei non faceva altro che servirla ed amarla. In un’altra biblioteca si sarebbe sentita perduta. Ogni biblioteca ha un suo sapere segreto. E una sua scaltrezza. A volte stava per lungo tempo in silenzio ad aspettare tra gli scaffali che qualche sentiero si rivelasse. Le tornò in mente il giovane del Narciso. Neanche lei cercava. Aspettava. Senza saperlo aveva sempre condiviso la sua idea. Il campanello suonò al piano d’ingresso. Dietro la porta a vetri, sul marciapiede, un giovane con occhiali a lenti tonde. Immobile

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nell’abbigliamento di color nero. Edit lo avvertì come un’oscura minaccia. Aprì, ma il giovane non entrò. «Lavora qui il dottor Renzi?» chiese immobile sotto la pioggia fredda e sottile. «No» rispose Edit, pur ricordando il nome del lettore del Narciso. Il giovane salutò. Poi Edit vide i contorni della sua figura scomparire tra le righe tenui della pioggia. Si allontanava lentamente come per far perdurare quel vago senso di minaccia che col vento bagnato aveva lambito la biblioteca. Edit chiuse la vetrata e salì per le scale ancora turbata. Al piano superiore si sentì meno inquieta. Ernesto sarebbe rimasto all’università per incontrare alcuni professori e suo padre a casa per la fisioterapia e le inalazioni. Lei avrebbe lavorato fino a sera, interrompendo con un tramezzino. Preparò i testi elencati da Ernesto: Il libretto della vita perfetta; Faust; Fenomenologia dello Spirito; Il pellegrinaggio di Aroldo il Cavaliere; Lettera di Marx a Rüge; Minima Moralia. «Da Francoforte a Francoforte» pensò sorridendo. Continuò a lavorare. Mangiò. Seguì il telegiornale. Riprese a lavorare. Più tardi preparò una cioccolata calda. Fuori non pioveva. Il pomeriggio stava svanendo. La luce tranquilla della lampada illuminava le foto d’intellettuali, pensatori e artisti che avevano attraversato il Novecento, si posava sul portapenne bianco bordato di nero, sugli scaffali immobili nel silenzio. Introdusse la Sonata II di Haydn e, sorseggiando, rievocò quasi senza accorgersene l’itinerario travagliato che l’aveva condotta ad uscire dall’ateismo per avvicinarsi ad un cristianesimo senza confessioni, solo in parte simile a quello di suo padre. Un ateismo rassegnato, il suo. L’abbandonò quando scoprì che era la risposta banale al cristianesimo banalizzato che le veniva mostrato. Si avvicinò alla finestra. La piccola piazza in fondo alla

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strada era semideserta. Non pioveva ma i tavolini del caffè erano stati tolti. Il grigio della sera si distendeva nell’aria fredda. Quasi sentì di nuovo addosso quel senso affannoso di fugacità e di attesa che abitava dentro di lei in quei giorni lontani. Non ne era uscita con una svolta intellettuale. Era stata una grazia. Poggiò la tazza sul tavolino e tornò di nuovo presso la finestra. La vecchia bambinaia aveva lasciato la loro famiglia per trascorrere gli ultimi anni nella sua casa d’origine in Puglia. Lei aveva sofferto per la sua partenza. Poco dopo giunse la notizia che era in fin di vita. Partì. L’immaginava sola, ridotta a se stessa, chiusa in rimpianti, esiliata dalla vita piena di faccende che aveva sempre condotto. Ma già all’arrivo trovò una casa dal disegno elementare alla periferia della cittadina tra il rubino del pergolato e l’argento scuro degli ulivi lontani. Dalla finestra della stanza si scorgeva la luce intrappolata nel fogliame verde. Scoprì che all’anziana donna questo bastava: limpidezza di luce, un leggero respiro dell’aria che portava odori di terra ed eccola immersa in una pace vaga e dolce. Quella finestra la metteva davanti ad una durata e ad una bellezza viste da bambina e mai dimenticate. Non c’era malinconia nel suo sguardo. Né tristezza, ma consapevole abbandono. Un distacco felice. Si avvicinò all’anziana che sussurrò: «La salita è finita». La pelle della donna era vizza. Con qualche pustola. Ma Edit non avrebbe mai più visto una bellezza così piena di luce come quella che scoprì in quegli occhi. Bruscamente la memoria venne scossa da un alterco nella strada stretta. Si affacciò. Nell’illuminazione terrea un uomo inveiva verso un altro che taceva. Nell’uomo silenzioso e passivo le sembrò di riconoscere Renzi, scaraventato contro il muro; percosso, disse qualcosa; poi l’altro alzò il braccio scuro con un coltello e colpì più volte. Edit vide i lampi della lama nella luce pallida. Il ferito cadde pesantemente e mormorò ancora qualcosa prima di

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immobilizzarsi mentre l’altro fuggiva. Tutto si era svolto con turpe fulmineità. Edit rimase ferma. Chiuse gli occhi come se fossero stati lacerati da quella lama. In un tempo per lei senza durata ci furono soltanto la solitudine sporca ed il sanguinoso silenzio della strada. Giunsero poi voci sovrapposte e le sirene e le luci della polizia. Nei giorni successivi, come se avesse avvertito la sua indifesa fragilità, la biblioteca avvolse Edit nascondendola nelle spirali dei suoi sentieri e dei suoi rifugi, proteggendola durante i giorni delle domande e dell’inchiostro. Lo sconosciuto in nero? Non identificato. Renzi? Un nome non corrispondente al giovane morto. La croce azzurra sul risvolto della giacca? Nessuna traccia. La notte aveva rubato un pezzo di tempo dalla strada. Edit, comunque, non aveva lasciato la biblioteca. Adesso era seduta al suo tavolino, un po` a disagio per la stoffa pesante della gonna nella tiepida penombra della stanza. Dritta, con gli occhiali un po` abbassati sul naso, scorreva un libro e, di tanto in tanto, annotava qualcosa sul quaderno. La lettura era accompagnata dal suono inquieto de Il prigioniero. Si alzò per preparare un caffè. Sorrise, percependo lo scarto tra la stabile tranquillità della biblioteca ed i tormenti della mente che essa alimenta nei suoi frequentatori. L’arrivo di Ernesto la distolse. «Tutto ruota intorno al progetto» disse risoluto. «È questo quello che pensi?». «Sì» rispose, guardando Edit che stava versando il caffè. Erano in piedi e di fronte. Dalla finestra entrava la luce grigia della mattina piovigginosa. «Può darsi. Ma come è possibile tanta ferocia?». Sorseggiava il caffè, appoggiata ad una libreria.

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«Rifletti» continuò Ernesto: «l’argomento della ricerca; io che ne ho parlato con molti; un mio articolo sul negazionismo. Poi, sai, queste sono cose che si avvitano nell’oscurità». «Ma si tratta di studi, ricerche generali» disse sottovoce Edit spegnendo la musica di Dallapiccola. Si avvicinò alla finestra. Le mani ebbero un repentino, intenso tremolio. Chiuse gli occhi. «L’ha colpito come se stesse sconfiggendo il male. E lui? Lui fermo, lì, come un capretto». La mattina era umida e cinerea, di un grigio freddo e sporco. Nella strada, tra i due marciapiedi che la fiancheggiavano, un chiarore stanco rendeva più visibili gli aghi sottili della pioggia. Non passava molta gente. Qualcuno, pur camminando svelto, guardava ancora, per un attimo, il punto dove il corpo era caduto. In quel momento entrò il Professore. Aveva una borsa appena bagnata e, nel tepore della stanza, si muoveva come accompagnato dall’umidore dell’aria che sembrava portarsi dietro. «Le indagini sono ferme» disse sedendosi. «Non trovano né elementi né spiegazioni». Era turbato. Edit lo guardava allarmata. «Ho notato un ignobile segnale. Voi non avete visto? Sulla parete dietro, un prefisso negativo, un Dys nero». Rimase in silenzio, poi, con voce sottile: «Chiudiamo la biblioteca, per qualche tempo».

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5 L’occhio e l’anima A Bari nell’alba il sole si scioglieva lentamente nei vicoli della città vecchia: strade silenziose e dorate si svegliavano pigre alla prima calura. Ernesto aveva deciso di passare una mattina sul lungomare. Una costruzione moresca dipinta in giallo gli era alle spalle; di fronte, il mare. La prima luce del sole scendeva sulla costruzione, facendo risplendere il giallo di una vita più calda. Nel suono appena percepibile dell’acqua i pescatori tornavano a riva. Un marinaio basso e peloso gli scaricò davanti una cassa di polipi lucidi, avvolti nell’odore del sale. Un altro dal viso di creta scura imprecava al suo fianco. Il mare lambiva gli scogli con una modulazione inafferrabile a causa degli urti, dei clamori, delle urla e degli improperi. Il cielo cominciava ad essere bianco di caldo. Piccole onde coperte di schiuma fresca guaivano, sciabordando sotto le barche ferme. All’improvviso una donna si frappose tra Ernesto ed il giallo dell’edificio. Un viso di fanciulla perduto in una rete di rughe leggere e tristi. Bruna e alta. Magra. Con una borsetta tra le mani, vestita di un abito rosa la cui gonna spaccata lasciava intravedere una fascia di carne bianca. Era cupa; le mandibole ser-

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rate muovevano ritmicamente le pareti sottili delle tempie. Tra i marinai l’eccitazione serpeggiava. Lei restava tetra. Guardava con occhi socchiusi e, sempre scura e sensuale, fece alcuni passi, ondeggiando. Il piccolo porto fremette, poi il lavoro continuò. Camminava lentamente, con un’andatura pigra ritmata sul lento sciacquio delle onde. Dopo un paio di passi la fenditura della gonna si allargava sulla carne abbagliante della coscia. Il lavoro continuava: monotono e oppresso. Improvvisamente, girando su se stessa, la ragazza tornò indietro con passo più svelto, sicché i seni tremolarono mollemente sotto il vestito. La bocca rossa e nervosa si stendeva ora in un sorriso di stanca vittoria. All’orizzonte il mare svaniva in un vapore azzurro e tenero. Lei, seduta sulla ringhiera, coperta di un velo di sudore, con i capelli sugli occhi, erigeva il proprio corpo asciutto, torbido nel vestito rosa. Come un’emanazione sensuale della calura, il viso umido e contratto, gli occhi semichiusi, di lei era vivo soltanto un leggero fremito della gola delicata. Nel suo sguardo oscuro, nel tremito del collo, in mezzo al desiderio acceso che la circondava, sembrava racchiudere la forza ed il senso di quell’ora. Essere soli è un vantaggio. Nella solitudine è impossibile barare. Lontano dalla biblioteca, dalle persone consuete, staccato dalle letture che lo sostenevano, e senza la quotidiana disciplina, non riusciva a cogliere che la forza pulsante del suo corpo. Ne assaporava il sudore, e la vista di quello madido della donna destava in lui ebbrezze sconosciute. La sua interiorità era muta. Egli si identificava soltanto con il calore umido che gli inzuppava i vestiti, arso nell’immobile incendio che crepitava sulle case bianche e sulle terrazze deserte. Il cielo guardava con il suo occhio infuocato. I pescatori avevano terminato di scaricare il pesce. La giovane donna si era alzata dalla ringhiera e si allontanava asciugandosi la

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fronte con un fazzoletto candido. I marinai la osservavano come se tra loro e la ragazza si fosse stabilita un’intesa. Ad un tratto lei si voltò fermandosi e guardando Ernesto negli occhi. Nel suo sguardo c’era un richiamo disperato. La bruciante richiesta di essere sottratta a qualcosa d’insoffribile. Egli rimase immobile. Poi si girò verso l’ala sinistra della città che si stendeva ad arco sul mare. Scomparsa la ragazza, restò ancora fermo. Vampate invisibili coloravano il centro della mattina. Ernesto si sentì afferrato da una colpevole inquietudine. Aveva lasciato la biblioteca e la città per la pausa dovuta alla chiusura e seguito una buona indicazione del Professore: una serie di studi in Puglia sull’antisemitismo nell’età di Federico II. Ma il lavoro languiva. L’immobilità e la trasparenza dell’aria, gli orizzonti argentei negli uliveti, la seta delle notti stellate ed il sale marino lo avevano catturato. Da qualche giorno si recava in quell’angolo di porto nelle metalliche mattine di sole. Anche quella volta, sin dall’alba, la luce giocava un rito contraddittorio con richiami freschi di ombra invitanti alla dolcezza e con il silenzio immobile e rovente. Non c’era nessuno prima dell’arrivo dei pescatori. Saliva la luce e si dilatava sul mare. Si vedeva l’orizzonte luccicare e tremolare. Fino allora si era sentito come dentro un bilanciamento, un equilibrio dorato. Anche dopo il rumoroso arrivo dei pescatori. Anche dopo il manifestarsi della donna. Anzi, la freschezza dell’abito rosa ed il nero bruciato degli occhi la mostravano come un elemento di quella bilancia. Sulla riva di una città antica e sconosciuta, egli si sentiva in regola con la verità e con la vita semplicemente chiudendosi nella propria pelle. La sua coscienza era una estranea lontananza. Ma dopo l’implorazione muta affiorata dallo sguardo della giovane, l’equilibrio si era scomposto. Il giorno aveva perduto la sua densità. Il tormento segreto e l’avidità di relazione confessati da quegli occhi e respinti dalla sua indifferenza aveva-

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no riaperto in lui la punta tenera ed oscura dell’anima. Qualche giorno dopo, Ernesto si recò a casa di un professore con cui era in contatto. Lo studioso, molto cortese, l’accolse nella sua biblioteca. Un’ampia finestra conduceva su un balcone aperto sulla campagna. L’aria era calda ma non afosa, il cielo azzurro e senza nuvole copriva lo spazio verde che circondava la casa. Oltre il verde luccicava il nastro asfaltato di una strada periferica. Erano le dieci. Si accomodarono intorno ad un tavolo-scrivania coperto di libri e di stampe. Il professore era un uomo sui quarant’anni, dalla figura esile, con un viso magro ed una pelle quasi olivastra, occhi scuri e lo sguardo ficcante, i capelli brizzolati e ricci. Un meridionale di aspetto vagamente saraceno, vestito di tela fresca e sottile, sobrio nei gesti, la sigaretta accesa. Agli inizi il loro colloquio fu disordinato; poi, probabilmente perché il linguaggio di Ernesto era simile a quello dell’altro, entrarono nel discorso con più linearità. L’argomento era partito da Federico II e dalla sua definizione degli ebrei «servi della camera regia»; in particolare lo studioso sottolineava come l’epicureo imperatore di Svevia proteggesse gli ebrei asservendoli, ossia collegandoli a sé. Pur mantenendo forme di esclusione nei loro confronti, li assimilava alla ‘camera regia’ e conferiva loro anche incarichi elevati. D’altra parte, continuava il professore, la cultura ebraica era parte integrante della visione del mondo dell’Imperatore. A questo punto, infervorandosi, espose alcune nozioni che ruotavano intorno al principe svevo. Castel del Monte, ad esempio, era un concentrato sia della cultura ebraica sia dell’esigenza universalistica di legare le genti ed i loro credi. La parola ‘castello’, qui, non significava fortezza, ma ‘tempio’, e rimandava al tempio di Gerusalemme di cui parla Davide e poi costruito da suo figlio Salomone. Era il tempio,

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nella visione di Federico, della philosophia universalis che dava agli uomini la capacità di vivere insieme. L’Imperatore era molto legato al carattere universalistico della fratellanza di Abramo. L’aspetto più importante, a quanto diceva, era proprio quello della concezione universalistica di Federico II in relazione stretta con l’ebraismo. Esistono, infatti, altre concezioni universalistiche estranee ed in conflitto con l’ebraismo. In breve: secondo lo studioso pugliese, perché la svastica, presente come simbolo sacro nelle religioni di ogni continente, comprese le americhe precolombiane, e così sinistramente (per noi) visibile anche nelle decorazioni delle anfore geometriche greche, non figura nella pur ricca, varia e diffusa simbologia federiciana? Perché, era la sua risposta, la consuetudine ebraica ha, com’è noto, natura lunare come, parzialmente, il suo calendario; la svastica invece è simbolo solare. La svastica indica, dunque, una forma di unificazione religiosa diversa ed opposta a quella ebraica. Per articolare questo punto egli argomentò all’incirca in questo modo: tutte le religioni più antiche si sono avvicinate a Dio come a tentoni e con il sostegno dell’idolatria. Abramo ha frantumato il sostegno. Si è separato dalla religione-superstizione per indicare un più universale cammino verso Dio e in Dio. Da Abramo ad Abraham, padre delle genti. «Genti, al plurale» disse spegnendo la seconda sigaretta. «Occorrerebbe quindi» concluse «reinserire nella cultura moderna quel grande slancio unificante di Abramo e che Federico II aveva già presentito». Su questa insolita speranza, del resto molto intonata all’atmosfera fatta di calma, luce, erba che circondava la casa e dava un aspetto di estraneità al nastro d’asfalto su cui correvano le auto, Ernesto lasciò lo studioso. Fuori la luce era più intensa. Dentro quel chiarore si diresse a

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piedi verso il centro della città. Arrivò al Borgo murattiano verso le tredici. Le strade dritte tra gli isolati rettangolari erano soffocate dal traffico confuso. La luce chiara della campagna era scomparsa. Adesso era come offuscata da un pulviscolo sabbioso. Il calore ammorbidiva il bitume e accresceva il tremolio dell’aria. Ma la giornata era limpida e quella foschia artificiale non impediva la vista del cielo. Una discontinua brezza sembrava scostare lo smog e così il cielo poteva mostrare il suo colore. Era un azzurro stanco, sembrava che non sopportasse le esalazioni gassose che salivano dalle strade. D’altra parte, sorrise Ernesto, era proprio il sole a rendere più acre e saturo l’alito dell’asfalto e più vibranti di luce sporca i muri scrostati delle case. Ma era anche un azzurro intenso, forte di quella profondità che è propria dell’illimitato. Sul tumulto affocato del borgo sembrava che il cielo si fosse appartato in una immobile estraneità. Di fronte a quella inesplicabile distanza, Ernesto ebbe un brivido di solitudine. All’improvviso, di sbieco ad un vicolo in direzione dell’invisibile mare, ebbe la sensazione di cogliere in una folata di vento e sale la natura del sorriso triste della donna del porto: un confuso, incontenibile sentimento imprigionato nel suo corpo umiliato dagli sguardi la spingeva a rifiutare i colori e il desiderio che la circondavano, per chiedere di essere riconosciuta soltanto come una persona; ma egli, con l’inerte indifferenza del proprio sguardo, aveva respinto la sua ansia di parola, gettandola nella solitudine. Fatta di fumo e di ombra, l’espressione implorante e disillusa della ragazza si stagliò netta davanti ai suoi occhi. Poi, il leggero vento di mare si dissolse nell’aria maleodorante del vicolo. Nel sentirsi così solo, come la donna che non aveva saputo accogliere, si accorse che era tornata la nostalgia d’assoluto che saliva dentro di lui nelle ore di abbandono.

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Era notte avanzata nel piccolo porto dove Ernesto era tornato. Il luogo gli era entrato nel cervello. E nel cuore. «Una grazia» avrebbe sorriso Edit. L’oscurità addolcita dal chiarore lunare copriva quietamente i vicoli. Egli sentiva il chinarsi dell’anima sul suo fondamento. Una sorta di appagamento meditativo. Quella mattina, invece, svuotato dal sole, aveva lasciato svanire la coscienza. Chiuso nel corpo, aveva creduto di percepire tutto se stesso, ma stava soltanto perdendosi. L’implorazione muta della donna l’aveva come risvegliato. Ora il silenzio stagnava sul mare ed il ricordo di quello sguardo schiudeva un bagliore conoscitivo nella notte immobile. La costruzione moresca come una enorme ombra oscura e, di fronte, la distesa nera del mare assediavano l’insenatura petrosa che la luna tingeva con un celeste slavato. Era seduto su uno degli scalini usati dai pescatori per poggiare le casse di pesce. Al buio, un rivolo di luna faceva vibrare l’acqua di una pozzetta. Nell’animo aveva una vigile inquietudine. Guardava l’azzurro notturno e morbido del cielo e, sempre assorto e calmo, sembrava distaccarsi dal tepore sottile della notte che lo accarezzava, acquattato nell’inerte silenzio che incombeva sulle case celestine e sul luccichio delle onde. Tutta quella bellezza gli sembrava lontana e sterile. Priva di verità. Nell’inquieto sguardo d’attesa della donna, lì c’era la vita umana, lo “specchio magico”, la bellezza che chiama e significa. Ecco perché Edit parlava di grazia. Luogo dove non si ha merito. Tutto è dono. La bellezza negli occhi della ragazza era il lato segreto di una verità che gli andava incontro e lo interrogava. Si era alzato e camminava stringendosi nelle spalle come per non perdere qualcosa. Il vento lieve rendeva soffice l’aria tiepida. Una consapevole mescolanza di rimorso e di riscatto gli affilava l’animo. Il cruccio per la colpevole indifferenza davanti alla domanda e l’impeto verso il desiderio di riscattarsi dal paludoso egoismo

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in cui quella mattina stava affondando. Riusciva a cogliere la presenza di un’inquieta compiutezza nascosta dentro di sÊ. Allora pensò a Edit, con il suo vestito di stoffa pesante, alle sere di lettura nella morbida luce della biblioteca colma di una melodia conosciuta. La notte ed il silenzio lo avvolsero. Ora si sentiva accolto dalla luce lunare e dalla carezza del vento.

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6 A Würmlingen Edit era arrivata la sera precedente e la mattina presto erano partiti con la macchina. La collina di roccia calcarea si alzava su una disabitata distesa grigiorossiccia. Si fermarono accanto alla base turistica e salirono a piedi l’ultimo tratto. Il caldo intenso, greve e molle, li affaticava. La collina terminava con un piano circolare. Come se erompesse da quell’anello calcareo: Castel del Monte. Tutto, dalla tecnica costruttiva dell’intero a quella dei segni specifici, ogni elemento sembrava congegnato e fabbricato in direzione dell’impatto visivo globale. La massa compatta dei due ottagoni concentrici si offriva loro come la materializzazione di un pensiero concepito a grandi blocchi logici, chiuso nel suo significato eppure non finito. Questa assenza di finito sembrava che interrogasse. «Qualcosa manca» disse con ironia Edit. «Non so se Bloch sia mai stato qui, ma sarebbe d’accordo con te» rispose Ernesto e, dirigendosi verso gli scalini dell’ingresso, aggiunse imitando il tono delle guide: «Questi gradini sono disposti lateralmente per impedire a chi

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esce di volgere le spalle all’entrata». Edit sorrise divertita. Nella prima sala osservò incerta il fogliame dei capitelli corinzi. «Sono foglie di acanto e di palma» spiegò Ernesto «simboli. L’acanto di forza, per superare le difficoltà; la palma di vittoria e di rinascita». E quasi parlando a se stesso continuò: «Da secoli si gira intorno a giocherelli esoterici quando si parla di questo castello. È un divertissement depistante». «Le pietre sono bellissime» esclamò lei «di che materiale sono?». «Breccia corallina, viene da una cava poco distante, Lama di Corvo, mi sembra». Erano nella seconda sala: «Dicevi, del depistaggio?» chiese lei. Ernesto si fermò. «Qui è tutto pieno di simboli e di esoterismo, siamo nella prima metà del Duecento». Lei l’interruppe: «Ma tu che cosa intendi per simbolo?». «Beh, l’insieme di ciò che si può dire e di ciò a cui si può soltanto rimandare». «Quindi un simbolo non è un idolo». «No. Ma potrebbe diventarlo se venisse venerato. Vedi, anche i simboli muoiono e continuare a sostenerli significa trasformarli in idoli». Edit era vicina alla scala a chiocciola: «Allora questo castello è pieno di idoli o di simboli?». «È un cimitero» le rispose. Si trovavano nel grande ottagono aperto verso il cielo. Lei era di fronte ad Ernesto. Lui le prese le mani, guardandola negli occhi: «Simboli morti; cerimoniali spacciati per vie privilegiate alla verità. È questo il depistaggio. Il vero significato di questo castello è la ragione ed il mistero della ragione, altro che la paccottiglia

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dei simboli fuori uso». «Quest’apertura verso le nuvole mi dà le vertigini» disse Edit. «Usciamo». Fuori, davanti alle due scalinate laterali, Ernesto si guardò intorno; poi, aiutandosi con le braccia, si calò frontalmente al portale. «Visto? Si può uscire volgendo le spalle all’entrata». Edit rideva: «Andiamo in albergo, si prepara un temporale». Raggiunsero la macchina accompagnati da tuoni e da un cielo basso e nubiloso. Appena dentro, vi fu uno scroscio violento e repentino di pioggia. Decisero di non partire. L’acqua veniva giù con violenza e intorno all’auto si formarono rivoli schiumosi. Attraverso il vetro del parabrezza potevano scorgere la mole cupa del castello osservarli come se li rimproverasse per un dialogo interrotto. L’acqua che scrosciava sul vetro le dava un aspetto tremolante, risentito e triste. Il temporale finì presto e l’afa sopraggiunta fece salire dalla terra un vapore appiccicoso che avvolse la macchina come una bruma. Ripartirono. La stanza dell’albergo era piccola. Due lettini, uno scrittoio con una lampada ed un posacenere vuoto; sull’altra parete un armadio ed una poltrona. Una porta finestra dava su un balconcino. I vetri erano ancora bagnati e sulla ringhiera cadevano gocce di acqua dalle tegole. La luce del tardo pomeriggio accentuava il senso di provvisorietà. «Parlavamo di depistaggio» disse Ernesto, poggiando l’orologio sullo scrittoio. «E di mistero della ragione» aggiunse lei. «Ho discusso con uno studioso nei giorni scorsi, Meanna, e dalle sue osservazioni ho imparato che la damnatio memoriae opera-

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ta dai cistercensi dopo il 1258 ha cancellato il vero significato filosofico di questa costruzione che dovrebbe essere chiamata tempio e non castello, ed ha lasciato in piedi soltanto la zavorra esoterica». Parlava con tono freddo e convinto. «La philosophia universalis, capisci?» continuò fissandola, «la via abramitica che scorre sotto le religioni monoteistiche è una via universale: - in te saranno benedette tutte le famiglie della terra -». «Perché i cistercensi avrebbero cancellato? Mi sembra un’accusa esagerata. Di solito trasformavano, tutt’al più traducevano ad usum delphini. Ho visitato Externsteine anni fa e sono stata colpita da questa capacità». Ernesto guardò freddamente gli occhi increduli di Edit : «Federico II anticipa la modernità, altro che esoterismo. La modernità! La modernità è figlia del cristianesimo, ma mette in crisi il monopolio del sacro ed il potere che deriva da quel monopolio». Ernesto aprì la porta finestra. Del temporale non c’era più traccia. L’aria era svaporata e tornata secca. Appena rinfrescata da una leggera brezza. Il cielo, imbrunito, era dolce e con qualche stella che stentava ad affiorare. Anche Edit uscì sul piccolo balcone. «La chiesa invisibile? Questo ha voluto dire Federico?» domandò. «Sì» le rispose, «la più nobile congiunzione tra l’uomo e la totalità della vita». «Quale chiesa?» «Quella annunciata alla donna di Samaria». La luce stava cambiando e concentrava il proprio colore tardo pomeridiano soltanto sull’attico di fronte all’albergo. L’intensità del chiarore, invece, non era più nella strada dove già si annunciava un pallido azzurro notturno.

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«Proprio per questo» aggiunse Ernesto, «non penso che Dio, quando se lo trova davanti, tenga in conto di quale religione sia stato seguace un uomo –o quale confessione abbia abbandonatoma consideri il suo desiderio di innocenza e come l’abbia cercata negli occhi degli altri». «Che significa?» chiese lei: « l’uomo può salvarsi da solo?». «No. Semplicemente che al fondo di tutti gli uomini c’è un desiderio d’innocenza e Dio sa chi lo ascolta». Ernesto si era seduto sulla sedia presso lo scrittoio, mentre lei era in piedi tra il balcone e la stanza. «E perché non tutti l’ascoltano?». «Perché c’è il male». «Spiegati». «Cerca di pensare insieme il male, il destino, la storia. Il male gioca di rimessa, capisci?». Si era alzato dalla sedia avvicinandosi di nuovo al balcone. «Lascia partire il bene e lo contra nei momenti di distrazione». Erano di fronte. Lui le prese le mani e continuò: «Quando sbagliamo significa che ci siamo distratti nel controllare il male. Ci siamo messi con lui credendo di stare dall’altra parte. Il destino ce lo costruiamo con la sbadataggine». «E la storia?». «La storia è una diagonale tra destino e salvezza». Ernesto sembrò improvvisamente stanco. Si spostò fino all’inferriata. Era sorta una luna rossastra che dava alle cose un aspetto un po` fosco e smorzato. «Cristo ha aperto la possibilità di uscire da questa oscillazione, la possibilità del riscatto dell’innocenza perduta» disse Edit avvicinandosi. «Sì, ma l’individuo è incapace di utilizzare questa possibilità. Non ce la fa, da solo». Edit impallidì.

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«Ti rendi conto che stai chiedendo la Grazia?». «Sì. È questo l’enigma della ragione: produrre la verità e scoprire che oltre il suo prodotto c’è altro. La verità, da sola, non basta. Ha bisogno d’aiuto». Il vento, con quel vago senso di terra che ha in Puglia, alzava le nuvole dagli alberi. Negli occhi di Edit c’era una sorta di lieto smarrimento. «Come ci sei arrivato?». «Qui. In Puglia. A Bari. Una mattina. Sentivo soltanto l’energia del corpo. Niente interiorità. Poi, sì, una grazia, come la chiami tu, un dono che mi ha provocato un senso di distacco, di ritorno allo spirito, e mi ha lasciato un fondo inaspettato di colpa e di riscatto». Le mani di Ernesto, più che appoggiarsi alla ringhiera, la stringevano con forza. «Nei giorni successivi, dentro, si sono mescolati un me ed un più di me e, infine, m’è rimasto un riposo inquieto. Come se invece di scoprire qualcosa di nuovo mi fossi semplicemente trovato dinanzi a me stesso». Si era allontanato dalla ringhiera e avvicinato a Edit. «Potevo guardarmi, non come in uno specchio, dove non ritrovi che la tua immagine, ma come se un altro mi guardasse». Edit era meravigliata, sorpresa smarrita, ma annuiva come se avesse una conferma. «Allora facciamo un patto» disse «come i tre amici di Würmlingen - Ragione e Libertà; il luogo: la chiesa invisibile -». Restarono in silenzio. Si avvicinarono come mossi da una reciproca domanda muta. Ernesto si fermò: «Abbiamo un terreno comune» disse bloccando con un elemento razionale quella scambievole richiesta d’intimità. Edit sorrise indulgente e un po` delusa. Uscirono.

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L’aria tenue della sera riempiva la strada. La trattoria era una larga sala con tavoli. Alle pareti quadretti con Castel del Monte o con nature morte. Spesso era raffigurata l’uva. Dalla porta aperta della cucina, sul fondo, venivano voci di chi lavora velocemente. Un ragazzo sui quindici anni con una camicia bianca si avvicinò per consegnare il menu. Ordinarono un piatto pugliese. Il ragazzo guardò Edit e si allontanò. Restarono un po` in silenzio. «Tu sei cristiana» disse Ernesto, che intendeva portare a termine ciò che ormai stavano costruendo insieme. «Io invece non sono capace di definirmi». «Beh, vado a volte nelle chiese, non soltanto in quelle cattoliche, ma quando non ci sono riti; e sto in silenzio». «Preghi?». «No. Mi affido». Il ragazzo, molto premuroso, portò vino rosso, acqua e pane. Accanto alle fette c’erano anche dei tagli rettangolari di focaccia sottile che mancavano nei panieri sugli altri tavoli. Il ragazzo, dopo un’altra occhiata a Edit, andò verso un tavolo dove c’era una coppia di anziani. «Questa focaccia deve essere molto buona» disse lei, ma Ernesto non desisteva: «Quindi ti definisci cristiana». «Non si tratta di definirsi, ma di essere. Molti amano proclamarsi cristiani» rispose e, con forzata tolleranza proseguì «alcuni parlano di orgoglio di essere cristiani». «Ma l’orgoglio non è uno dei peccati?» sorrise Ernesto, versando un po` di vino nei bicchieri. «Così va il mondo» aggiunse lei. Il ragazzo portò i piatti ordinati, guardò sorridendo Edit e si allontanò. «È strano come scenda la temperatura, la sera» disse Ernesto

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mentre cenavano. «Le notti sono immobili e tiepide» continuò Edit. «Ne ero incantata quando venivo in Puglia da piccola con la tata». Restò in silenzio. Come bloccata dal ricordo, poi riprese: «Con lei avresti dovuto parlare». Per tutta la cena continuò con la tata e con il suo cristianesimo poco conosciuto ma pienamente vissuto. Avevano appena terminato quando Ernesto le disse: “Non è facile essere cristiani”. «Ma è proprio questo il cristianesimo» rispose lei. «Voler essere cristiani e riconoscere la propria inadeguatezza ad esserlo senza l’aiuto della Grazia. Sapere che ogni giorno la possiede. E riconoscerla». Restarono in silenzio. Si alzarono. Ernesto pagò alla cassa. Il ragazzo guardò Edit che gli sorrise. Scostarono la tenda e uscirono. L’aria era fresca. Il cielo azzurro profondo, con una luna tonda e limpida. Non c’erano le stelle che si erano intraviste all’imbrunire. Nell’azzurro deserto, proprio sotto la luna, scintillava Venere. «È rimasta sola» disse Ernesto. «Però brilla nei nostri occhi» scherzò Edit, «e non è più sola».

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7 … Senza rive La biblioteca era illuminata dalla luce limpida e fredda della mattina d’autunno. Sul piano centrale erano presenti molte persone per la riapertura. Studiosi, qualche giornalista, allievi dell’università. Nell’insieme si respirava sobrietà e liberalità. Non mancavano occhiate attente verso Ernesto. Tutti, comunque, aspettavano le parole del Professore. All’improvviso egli cominciò a parlare con un microfono portatile. La sottigliezza della voce somigliava a quella dello sguardo. Anche la leggera raucedine di fumatore interdetto s’intonava all’ironia triste degli occhi. Ringraziò, si disse contento per la riapertura, parlò dell’irradiazione culturale della biblioteca. Edit lo ascoltava accanto ad alcuni vassoi di pasticcini. Il corpo rilassato, il viso tranquillo. In un passaggio del breve discorso, la voce del Professore s’ increspò nel riferirsi al periodo difficile, alle ombre addensatesi sulla biblioteca, e divenne affrettata accennando all’assenza di ciò che qualcuno credeva fosse nascosto tra le raccolte. Edit sembrò turbata e sorpresa. Ernesto se ne accorse e le si avvicinò. Lei ebbe un tremito breve alle mani.

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«Qualcosa non va?» le chiese. «Sì» rispose con un’espressione di sorpresa dolorosa. «Sì, ma vorrei stare un po` da sola». Uscì. Il freddo rendeva l’aria tersa dura e immobile. Immediatamente fuori, oltrepassò il corso ed entrò in una grande piazza poco frequentata e piena di luce. Si rifugiò in un porticato, con qualcosa, nel suo rifugiarsi, che assomigliava ad un bisogno di aiuto. Spinse la vetrata verde di un Caffè. Il cameriere, un ometto dal passo silenzioso e veloce, portò al suo tavolino un bicchiere di latte ed una pasta. In un angolo alcuni giovani bevevano e discutevano con vivacità. Al tavolino accanto al suo due donne parlottavano quietamente. Fissò la bocca grassa ed umida di quella che le stava di fronte. Il giallo della crema le impiastricciava il labbro superiore. Perse l’appetito. Lasciò tutto sul tavolino, pagò ed uscì. Trovò di nuovo freddo e luce. Camminò per un po`. Vedeva ancora il labbro umido e giallastro della donna. Giunse sul lungofiume. In uno spazio vuoto, presso il ponte, la secchezza del freddo, persone che camminavano mute, uccelli che volavano bassi sull’acqua grigia, un sentimento indistinto di solitudine cercata e indesiderata la spinsero in un’impietosa commiserazione di sé: il padre le aveva nascosto qualcosa e la biblioteca aveva taciuto. Era seduta su una panchina. Mezzogiorno era già passato. Guardava verso il fiume. Il Rosenberg: così spesso chiamava suo padre. Da sempre non le dava protezione ma sicurezza. I primi ricordi erano legati al senso di limpida pacatezza che lei provava vedendolo rientrare in casa. Mai possessivo, le sorrideva senza quella accondiscendenza riduttiva che hanno i grandi quando sorridono ai bambini. Il calore intimo della sua infanzia era dovuto a lui. La fermezza del Rosenberg, anche quando era rimasto solo. Intellettualmente l’aveva istruita, mai educata, e le era stato

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vicino nel suo approdo ad una concezione liberamente cristiana della vita. Insomma, due strade parallele fatte di intellettualità e intimità. Affidandole la biblioteca le aveva unificate. Forse anche per questo tra quei libri si sentiva chiusa in uno spazio sicuro. Il suo muoversi, tra i percorsi culturali, era un docile e instabile ondeggiare senza schemi, proprio come quello dei dilettanti e un po` simile al randagismo di Ernesto; e lo spettacolo, per così dire, che osservava, cioè le file colorate dei libri, ora con contorni netti e splendenti per la luce solare, ora sfumati dalla luminosità tenue delle lampade, le dava un profondo senso di appagamento. Quanto al conoscere, poi, lì nel cuore della biblioteca, tutto era spontaneo: anzi, la rapsodicità del suo sapere era una delle espressiomi del gran piacere che provava lì dentro. Aveva sempre considerato la biblioteca nella sua disponibilità, nel suo offrire ed offrirsi. Accennare senza nascondere. Ora c’era stata una specie di fine del mondo. Il padre e la biblioteca avevano manifestato una seconda natura nascosta. E così il velo delle certezze, la confortevole casa delle abitudini e gli studi svolti con quieta sicurezza si erano allontanati, lasciandola in un mare senza rive. Nella biblioteca, nell’animo del padre, c’erano ombre di cui ignorava la radice segreta, ma che si stendevano ancora sul presente. Aveva ripreso a camminare. Osservava le vetrine, contava le insegne. Procedeva nervosamente con la mente svuotata ed un accenno di acidità allo stomaco. Ma all’imbrunire era tornata tranquilla. Sedeva in un Caffè e non riusciva ad arginare il riaffiorare di immagini improvvise, dolcezze dimenticate, affetti tenaci e un desiderio vago di conservare in una nuova forma il suo passato. La solitudine aveva composto un inedito tessuto dolce e fermo. Uscì. L’aria era umida. Un sottile velo di nebbia avvolgeva la strada. Dal cielo una luce rossastra scendeva sulle cose.

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Il malessere che si portava addosso dalla mattina, l’abbandono, l’inquietudine che l’avevano avvinta erano distanti. «Edit!» scandì la voce di Ernesto. «È da stamattina che ti cerco». Si girò e lo vide vicino, fermo tra i passanti. «Sono stata in giro. Qua e là» rispose. «Sai» continuò «quando qualcosa si scompiglia basta stare un po` soli e tutto si ricompone, ma in modo diverso». «Che cosa hai trovato, stando sola?» chiese incuriosito Ernesto. «La nostalgia» rispose lei sbrigativamente. «Non è facile da sopportare» disse Ernesto, sempre più interessato. «Il passato è la stoffa del presente e la nostalgia è il filo del passato, aiuta a cucire gli strappi». «Che cosa avevi da ricucire?». «Niente» rispose lei, «È fatto». «Ricucito?” «Ricucito!». Erano arrivati presso la fila dei taxi. Ormai era sera. Edit lo guardò negli occhi. «Domani alle dodici mio padre viene in biblioteca. Alle nove vuoi venire con me? Andiamo a trovare un vecchio professore». Ernesto annuì e chiamò un taxi. «Ho causato qualche strappo?». «No»; lo accarezzò lievemente sul volto: «Tu sei il mio campo da coltivare, lo sai». «Allora il vostro Novalis vi augura la buona notte, Frau Edit». Il professor Corso aprì subito la porta guardando la ragazza. «Sono stato contento quando mi hai telefonato». I due giovani entrarono. Attraversarono un corridoio e in fondo

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si trovarono in un ampio studio con una vetrata. Corso era anziano ma, a differenza del padre di Edit, asciutto ed agile. Aveva capelli bianchi radi, occhi glauchi ed uno sguardo spento che si accendeva a tratti. Come quando si era detto contento per la telefonata. Sedettero. Il leggero velo di luce della mattina illuminava ogni cosa. «So che sei stata in Puglia» disse. «Sì. Da anni non la vedevo». «Lei è uno studioso, ho saputo. Che cosa cercava in Puglia?». «Qualche indicazione di rotta» rispose Ernesto. Entrò un’anziana donna di casa, salutò con familiarità Edit e poggiò il vassoio con tre tazzine di caffè ed una zuccheriera. «Grazie, Elena» disse il professore. La donna sorrise. Edit l’accarezzò. Aveva il volto placido e forte di chi sa di custodire qualcosa di prezioso. Uscì. Sulla scrivania c’era una foto incorniciata che Edit prese in mano per un attimo: un vecchio signore, suo nonno, con il professor Corso e suo padre che mostravano circa quarant’anni. «Quando vengo qui, la vedo sempre con piacere» disse riponendola. Le luci azzurrochiare del professore si accesero e si spensero. «Ieri non era in biblioteca» staccò con l’aria di chi ha uno scopo. «Non esco da una settimana per un fastidioso raffreddore» replicò il professore. «I freddi del primo autunno sono pericolosi». Poi, come per riparare all’ assenza del giorno precedente, aggiunse: «Questa estate ho frequentato spesso tuo padre. Si riguarda, adesso». «Adesso» ammise Edit. «Anche la biblioteca ha superato bene la crisi» continuò il pro-

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fessore, sorseggiando il caffè. «Sono stati lanciati buoni segnali per sviare chi era interessato a quei vecchi studi». «Si, mio padre è stato bravo» rispose lei. Ernesto poggiò la tazzina con un movimento che tradiva la tensione. «Ma non ricordo bene la vicenda». Il professore trasalì. Gli occhi saettavano. «Non ricordi! Non ricordi o non sai?». «Non so» disse con risoluta freddezza Edit, ormai allo scoperto. Il professore tacque. Si alzò. Andò alla vetrata. Tornò presso la poltrona senza sedersi. «Tuo padre non t’ha mai detto niente». «No». Corso si sedette. «Non avrei mai parlato, se avessi saputo». «Voglio conoscere tutto» disse Edit risoluta. Il professore guardò Ernesto, che rimase immobile. Si alzò e prese la foto dalla scrivania. «È del 1968». Lo sguardo era spento. Il suo viso non aveva espressione. «Eravamo professori un po` sorpresi, un po` infastiditi dagli avvenimenti, ad ogni modo distanti e affascinati insieme». Ernesto si sedette. «Questa foto» continuò il professore, «fu scattata da un giovane studioso di ventisette anni. Era già autore di ottimi lavori». Entrò Elena: «L’antibiotico, professore». Egli versò le gocce in un bicchiere d’acqua e bevve sorseggiando. Il volto cominciava ad avere un’espressione turbata. Elena se ne accorse. «Cosa c’è?». «Ombre» rispose Corso, «Grazie». La donna uscì. «Come si chiamava quel giovane professore?» chiese Ernesto. «Francesco Umbro» rispose Corso continuando: « In quei gior-

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ni stava scrivendo un libro su un intellettuale nazista morto nel 1939, Rouch, forse ucciso, forse suicida». Il professore si era diretto verso la vetrata. Lo sguardo spento era diventato malinconico. «Si trattava di un tedesco cresciuto nei miti wagneriani indirizzati in senso antisemita e anticristiano». Parlava come se stesse arginando una piena. «Umbro studiava quella tendenza della cultura tedesca a vedere nell’arianesimo le vere radici del cristianesimo». «Non in Cristo?» chiese Edit. «Figura secondaria, derivata». «Era una tesi molto diffusa nella Germania tra le due guerre» disse Ernesto: «Qualche parentela gnostica e tutta la simbolistica che ruotava intorno al castello di Wewelsburg e alla figura di Himmler». «Sì» interruppe Corso «ma Umbro aveva scoperto di più. Rouch stava scrivendo, poco prima della sua morte, una serie di appunti sulla costruzione di congegni linguistici capaci di cancellare l’orizzonte rappresentativo in cui vive una comunità». Il verdechiaro degli occhi era ormai acceso. Ernesto sottolineò l’orientamento dei suoi studi proprio nei confronti di un simile argomento nella Germania prenazista, dove venne scardinato il paradigma rappresentativo di quella società. «Secondo Umbro» riprese il professore, «Rouch si considerava complice e vittima della trappola simbolica e linguistica in cui erano stati chiusi i tedeschi, per questo aveva rovesciato la propria coscienza come un calzino ed esposto i criteri velenosi che lo avevano intossicato». «E questo suo libro dove si trova?» chiese Edit. «Non è un libro: si tratta di appunti manoscritti; Umbro ne consegnò una parte a tuo nonno». Edit era immobile.

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«Umbro riteneva che Rouch si fosse suicidato senza terminare il lavoro. Non sopportava ciò che aveva scoperto e di cui si sentiva impastato». Il professore sembrava stanco, ma deciso a continuare. «In una pagina del manoscritto consegnato a tuo nonno c’era un riferimento al mito del Narciso». Il volto di Edit sembrò pietrificarsi. «Narciso...» intervenne Ernesto, come prendendo il filo del professore per continuare. Ma Edit troncò. «Dov’è quel manoscritto?». «Tuo nonno non l’ha inventariato. Io non so. E penso che neanche tuo padre lo sappia». «Comunque, è nella biblioteca» aggiunse. «Qualcuno sa» disse Ernesto «sa e vuole». Il viso di Edit sembrò spetrarsi. «Umbro che cosa pensa di questa vicenda» chiese. «Umbro è morto a trentanove anni» rispose Corso. Poi, come per scacciare un insopportabile peso: «Parlerai con tuo padre di tutto questo?» «Sì». Edit si alzò. «È tardi». «Sei venuta solo per questo?». «Sì. Però ho letto il suo ultimo intervento, il cambiamento è visibile e lo condivido. Poi le dirò di più». «Non c’è molto da dire» rispose Corso che si avvicinò alla scrivania, prese la foto, la sfilò e la girò verso Edit. «Leggi». «”La storia del mondo è il progresso nella coscienza della libertà, un progresso che dobbiamo riconoscere nella sua necessità”. Hegel, of course. Non avevo mai letto dietro questa foto». «Oggi non penso più così». Guardò Ernesto con le sue luci azzurrochiare e continuò: «Nel tempo storico c’è una qualche ignota contrada che esala verso gli uomini i suoi veleni». Ripose la fo-

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tografia nella cornice e li accompagnò lungo il corridoio. Sulla porta Elena baciò Edit. «Occorre trovare la forza di superare la storia in nome di una verità che viene dal silenzio» disse velocemente Corso nel salutarli. Edit annuì. Uscirono, attraversarono la strada e si incamminarono verso la biblioteca in una luce vitrea tinta del giallo fulvo e dorato dell’autunno.

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8 Parole per un labirinto La biblioteca era luminosa. Dalla porta a vetri la luce intensa della mattina inoltrata empiva tutto il piano centrale. Alcune persone erano sedute ai tavolini delle ricerche. Il Professore era in piedi, presso uno scaffale. Sembrava rigenerato. Disteso e meno appesantito. Quando entrarono Edit ed Ernesto, lasciò un libro e andò loro incontro. «Allora, non abbiamo parlato ancora degli studi né del vostro viaggio». Edit taceva. E non sorrideva. «Andiamo di sopra?» chiese Ernesto. Salirono. Nella stanza del Novecento l’immobilità delle cose sembrava meno familiare. Il Professore sedette in poltrona. «A che punto sei con Heidegger?». «L’Occidente è finito: nuova civiltà, dunque Spengler; nuovo uomo, dunque Benn; nuovo modo di pensare, dunque Heidegger». Il Professore si alzò, mentre Ernesto continuava: « Probabilmente l’essenza della sua filosofia è stata sintetizzata da Ernst Bloch: “gotici giochi di parole”. Giochi, perché chi ha potere gioca; gotici, per l’artificiosità del suo stile». Edit guardava fuori dove lo smalto freddo dell’aria copriva la strada con una vernice

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lucida. «Giochi gotici» continuò Ernesto, «per scardinare un congegno simbolico e costruirne un altro: l’universo umanistico cristiano di un Dio minore sostituito da quello gotico ariano del Dio vero». «La Gnosi» disse il Professore. Ernesto continuò: «Manipolazione gotica del passato, nuova umanità, nuova religione e nuova razza. Il nazismo si presenta come l’azione politica che vuol mutare geneticamente l’umanità all’interno dell’orizzonte simbolico confezionato da questi intellettuali. La svastica non è altro che l’ultimo simulacro. Il sigillo. Ed è preso dal passato. E in quanto è simbolo dell’unità di tutte le religioni solari, può contenere anche il cristianesimo». Guardò gli occhi attenti del Professore e aggiunse: «Se esso riesce a svincolarsi dall’ebraismo». Si spostò e si avvicinò alla poltrona, in piedi di fronte a lui seguitando: «Non è un’idea di Hitler. Settori del cristianesimo accettavano già la svastica come segno di distinzione dall’ebraismo. Il fiume nero dei miti solari che scorre nel sottosuolo dell’Europa». “Lo so”, l’interruppe il Professore”, «ci sono documenti. Ne ha parlato anche di recente qualche giornale: già nella seconda metà dell’Ottocento nell’abbazia benedettina di Lambach, in Alta Austria, il superiore del monastero, abate Hagn, aveva scelto la svastica come proprio stemma». Bevve un sorso d’acqua e guardò verso Edit, poi riprese: «Nel 1897|98, Adolf Hitler frequentò la terza elementare in quell’abbazia». «Cristiani con la svastica! Che può significare?» chiese Edit. «La separazione dall’ebraismo. Una diminuzione. L’antisemitismo è un impoverimento del cristianesimo. La cultura occidentale è sempre stata indecisa tra Atene e Gerusalemme e non ha

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mai considerato appieno Betleem, che ne è la sintesi. Nel vuoto di questa indecisione si è inserita la Gnosi» le rispose Ernesto, guardando negli occhi il Professore. «Vedi» continuò, «Sulle rovine del tempio di Cafarnao sono effigiate una svastica ed una stella di David. Probabilmente allora le differenze non significavano separazione». «Sì. Il calendario ebraico è lunisolare» aggiunse il Professore, «comincio a seguirti, continua»; guardò verso Ernesto, che riprese: «La via abramitica è la verità, quella di una ipotetica religione primordiale fatta di miti e di idoli è ingannevole. Una notte senza luna. Dove anche il sole diventa nero. Come quello di Wewelsburg». Continuò rivolgendosi al Professore: « Adesso mi è più chiaro ciò di cui si parlava nel nostro colloquio qualche mese fa: il viluppo di contrasti e di attese nella Germania di Weimar, è questo l’orizzonte in cui, giocando con le parole, si è andati a scongegnare, consapevolmente o no, un indebolito sistema di rappresentazioni e ricongegnarne un altro». Avvicinandosi alla finestra, si girò verso Edit, che gli chiedeva il risultato di quel nuovo congegno etico simbolico. «L’antiuomo travestito da superuomo» rispose. «Un superuomo senza memoria» aggiunse lei. «No. Con un’altra memoria». Si rivolse al Professore: «Siamo abituati a vedere la filosofia come ciò che pensa ripensando. Denken Andenken. Il pensiero teoretico conserva e rinnova il passato ricapitolandolo. La realtà storica non può che beneficiare di questo rinnovamento». Si girò verso Edit e la guardò negli occhi: «Ricordi quando abbiamo parlato del male?». «Sì. Lascia partire e prende in contropiede» sorrise lei, conservando l’immagine sportiva. Il Professore era in piedi presso di loro. Ernesto lo guardava come in uno specchio.

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«La filosofia a volte si adagia su se stessa. Si distrae. È quello il momento in cui l’ideologia esce dalla tana». Chiuse gli occhi per un momento. «L’ideologia è silenziosa. Si addentra nelle parole e la filosofia, anchilosata nel suo apparato dottrinario, è vulnerabile come i galeoni di Filippo Secondo di fronte alle navi di Drake». Restarono per un po` in silenzio. Ernesto guardò dalla finestra il colore della mattina inoltrata. La strada e la piccola piazza cominciavano ad essere meno frequentate. Un giovane cameriere puliva sui tavolini del Caffè. Una lucertola insolente era ferma sulla lapide dentro un angolo di luce. Edit disse che avrebbe preparato qualche tramezzino per concludere il loro incontro senza andare a pranzo fuori. «Dunque, l’ideologia occupa i territori della filosofia» riprese il Professore, sedendosi di nuovo. «L’ideologia. Sì, dall’esterno sembra che si proceda ancora con il pensare ripensando. Ma nelle vene di quel circolo scorre veleno». «Vuoi dire che il passato non viene dimenticato, ma avvelenato» aggiunse il Professore. Poi, come parlando a se stesso, continuò «Pensavo che il passato abbandonato tornasse per vendicarsi del presente, ma forse hai ragione tu». «Vorrei capire di più»; Edit si avvicinò a suo padre. «Ernesto sta dicendo che invece di realizzarne le speranze» le rispose il Professore, «il presente evoca il fantasma del passato per contrabbandare una finta continuità». «Sì» intervenne Ernesto: «Rosenberg trasforma Echkart nel teorico della nobiltà di sangue e del rafforzamento dell’io, oppure van der Bruck iscrive Gioacchino da Fiore alle SS». «Qui siamo proprio ad Alcina» commentò il Professore. «Ma anche allo sciacallo» aggiunse Ernesto «non è il passato

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che si nutre del presente, ma è il vivo che si nutre della parte morta del passato». Il Professore aveva gli occhi chiusi, ma il viso non mostrava alcuna contrazione. Come se uno scuotimento avvenisse soltanto nel suo petto. «Dunque, quando tutto si frantuma» parlava sottovoce, «l’infranto viene artificiosamente ricomposto dall’alto, ma con una pasta etica di pessima qualità». Edit lo fissava con un’espressione ancora risentita, ma affettuosa ed assorta. «Il gioco gotico del linguaggio crea il greto entro cui incanalare il flutto degli eventi» soggiunse quasi forzando la voce, «ma lo spirito abita soltanto nelle parole che nascono dal basso, opera di un popolo in fioritura»; guardò Ernesto con un’espressione smarrita e concluse: «il linguaggio artificiale invece è la voce della violenza, della conoscenza senza morale, dell’intelligenza senza ragione». «È il linguaggio dell’ideologia» aggiunse Ernesto «una parte della filosofia ne venne attratta e tradì la verità perchè non distinse più le parole dai simboli morti. Le parole sono sempre mescolate ai simboli morti. Occorre saperle riconoscere. Non è difficile. Basta essere attenti: c’è una consonanza tra gli uomini e la verità nascosta nelle parole. Ma gli uomini non sono attenti. È lì la difficoltà: nell’essere attenti». Il Professore lo fissò come per chiedergli aiuto: «E gli intellettuali umanisti? Che cosa facevano mentre avveniva tutto questo?». «L’ho detto prima» rispose Ernesto: «erano i galeoni di Filippo II». Restarono in silenzio. Anche fuori c’era il silenzio. La piccola piazza non aveva più passanti. La luce della mattina sfumava in quella del primo pomeriggio e copriva la strada con una pellicola più tenue. Edit aveva smesso di preparare i tramezzini ed era

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immobile presso la finestra. Ernesto taceva e sembrava ripensare alle cose dette. «Aveva ragione lui» disse sottovoce il Professore, «il congegno è costruito in alto. Aveva ragione». «Chi aveva ragione?» chiese Edit, «Umbro, aveva ragione?». Il Professore si scosse, la guardò senza parlare. Tornò il silenzio. Si alzò. Sul suo volto, allo smarrimento iniziale sembrò sostituirsi una sorta di liberazione. Ernesto era immobilizzato dalla tensione. Il Professore si avvicinò ad uno scaffale. «Umbro» disse sottovoce, «da anni non si pronunciava questo nome nella biblioteca». Guardò negli occhi Edit e continuò: «La biblioteca ha sempre esercitato su di te un grande fascino. Come una regione dove non ci sono le passioni dirette, non c’è la quotidianità. Raccoglie desideri riverberati, assimilati e trasformati. E poi, la vita dei libri è affrancata dal tumulto che li ha generati: il silenzio li sottrae al tempo e favorisce diversi modi di leggerli, adesioni radicali o brevi infatuazioni. La caccia a quel testo nascosto, prossimo ed inaccessibile, avrebbe significato per te l’irruzione del cercare nel territorio dello stare». Si scostò dallo scaffale ed andò a sedersi sulla poltrona. Sorseggiò un po` d’acqua e riprese: «Gli studi di Umbro avevano una impostazione diversa da quella di Ernesto. Comunque la stava ancora delineando, e così era esposto a suggestioni improvvise e radicalizzazioni. Questo gli procurò nemici da trincee opposte». «Come è morto?» chiese Ernesto. «Un incidente; nel giardinetto di casa. Alcuni appunti dello studioso tedesco, con l‘aggiunta di un proprio diario, Umbro li diede a mio padre, che li conservò qui. Non so dove. Neanche Corso lo sa». Tossì leggermente, poggiò il bicchiere e guardò Edit. «Non ho mai voluto cercarli. Ma quel delitto in strada …. Il sangue della

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storia non si asciuga». Guardò di nuovo la figlia; «perdonato?» La ragazza sorrise. «Allora domani non dimenticare la rosa nel portafiori». Consumarono i tramezzini. La luce del pomeriggio freddo e dorato avvolgeva la stanza. «Non abbiamo parlato della Puglia» disse il Professore. «Faceva bene Federico Secondo a pensare che sarebbe stata la vera Terra Promessa se il Padre Eterno l’avesse vista prima?». «È oscuramente viva» rispose Ernesto. «Ho trovato luoghi di verità e sono diventati luoghi del cuore. Ho trovato anche cimiteri, come Castel del Monte». «Un cimitero?» «Hanno ficcato quel castello nell’esoterismo turistico, rubandolo al suo reale significato: la philosophia universalis, il luogo dove l’umanità può riconoscersi come soggetto unico». Gli occhi neri e acquosi di Edit lo osservavano con un quieto sorriso. «L’imperatore svevo rifiutava le confessioni religiose come territori chiusi in confini, ma non era in grado di uscire dall’ermetismo simbolico. La sua intuizione, per così dire moderna, resta chiusa dentro l’involucro di una ritualità per iniziati. Questo involucro di simulacri vuoti viene oggi presentato come depositario di chi sa quale misteriosa semantica ed è usato per nascondere il reale progetto di una salita dall’individuo singolo all’umanità come individuo ». Il Professore aveva preso qualche appunto. Si alzò e si diresse verso la finestra. Fuori il pomeriggio sbiadiva. La luce era di rame pallido. Anche Ernesto si avvicinò alla finestra, mentre a fianco del tavolo Edit li osservava. Metteva in ordine alcuni quaderni quando prima parlavano.

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«Da giovane andavo spesso in Puglia durante l’estate» riprese il Professore. «Nei momenti in cui la ricordo sento addosso il caldo secco. E poi quel cielo basso che anche quando è limpido ha il colore della polvere. «Le notti sono leggere sulla pelle» disse Edit, ed il Professore sorrise verso Ernesto, che sembrò volutamente assorto nell’osservare la strada. «Perché parlavi di luoghi del cuore?». «In un posto. Ho visto una donna. Una prostituta nuova del luogo. Faceva una passeggiata per farsi conoscere da alcuni pescatori”. Ernesto si era girato verso il Professore. «Gli occhi degli uomini la ingabbiavano. Mi guardò per uscire da quella trappola. Bastava un mio gesto perché quella prigione si sfasciasse. Io non mi sono mosso. E quando l’ho fatto è stato per girare la testa». Il Professore poggiò il bicchiere d’acqua che stava sorseggiando. «Il rimorso per quella mia inerzia mi ha rovesciato l’anima». Gli occhi di Edit sembrarono accoglierlo. Dopo quella frase, l’intera stanza si allontanò in un silenzioso distacco. L’assenza di parole faceva risaltare l’immobile impenetrabilità degli oggetti. «Vorrei continuare il lavoro sul Novecento» disse Edit tagliando l’aria muta, «ma non tra i libri. È fuori di qui che camminano le sue conseguenze». Il Professore tacque. Annuì come arrendendosi. Poi guardò verso Ernesto. «Andate insieme?». «Sì».

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9 Don Chisciotte Il treno per Roma era in arrivo. Dal finestrino si vedeva la terra rossa delle antiche location dei film mitologici. Con la schiena appoggiata alla parete dello scompartimento, in piedi, Edit guardava fuori. Aveva in mano Lo specchio delle anime semplici e con l’indice manteneva il segno. Lo sguardo, ogni tanto, si svuotava come se lei fosse assorbita da altro. Il treno si infilò nella Stazione Termini. Edit si scosse e rientrò per prendere il bagaglio. L’aria della mattina era dolce. Si sentiva addosso un po` d’indolenza, ma l’agitazione e le voci concitate dei passeggeri la costrinsero a muoversi rapidamente. Mentre percorreva il tratto parallelo ai vagoni, notò una giovane rom con due bambini : camminavano nella sua stessa direzione. Quasi al suo fianco. La madre sorrideva ai piccoli e camminava in fretta per costringerli a fare altrettanto, ma essi sembravano più attratti dal luogo, si guardavano intorno e scherzavano tra loro. Gli sguardi di Edit e della giovane donna si incrociarono divertiti. Uscite dalla stazione, la donna con i figli si diresse verso la zona di S.M. Degli Angeli, mentre Edit si mise in fila per il taxi.

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Il portiere dell’albergo le andò incontro nell’atrio. Lei consegnò i documenti, prese le chiavi e salì con l’ascensore. La rapidità delle operazioni la disorientò, dandole una sensazione di estraneità che non aveva provato all’arrivo. La stanza era grande e aveva fiori freschi sul tavolo centrale. La finestra si apriva su una zona verde con poche villette. Edit la spalancò e rimase ferma a guardare la luce sottile dell’aria. Chiuse e si distese sul letto con gli occhi aperti. Rivide suo padre per terra davanti alla cattedra, la cravatta slacciata, gli occhi socchiusi. Il medico lo auscultava, mentre alcuni bidelli mantenevano distanti gli studenti. Riascoltò schegge di frasi sul suo improvviso pallore, mentre il professor Corso, con gesti rapidi e decisi, faceva largo per il passaggio degli infermieri.. Chiuse gli occhi e si assopì sull’immagine sorridente della giovane madre nella stazione. Si alzò poco dopo e telefonò chiedendo la conferma per l’incontro del giorno successivo. Poggiò il telefono e restò per un momento immobile. Telefonò ad Ernesto. La telefonata si concluse con un suo: «Sì, è luminosa». Aprì l’agenda, scrisse l’orario dell’arrivo di Ernesto e telefonò di nuovo: «Elena! Che sorpresa! No, non mi aveva detto… neanche ieri sera; già fuori? Attenta!… Questa sera? Va bene. Doppio lavoro, allora… sì, sì, a questa sera». Pranzò in albergo e tornò nella stanza che oltre ad essere larga aveva un rigore geometrico desideroso di apparire qualcosa di più della semplice funzionalità. Riposò ancora per breve tempo, poi sedette al tavolino piccolo, elegante, di palissandro levigato. Prese alcuni appunti. Scriveva velocemente, ma a tratti. Durante una di queste brevi pause si alzò quasi per alleggerire un invisibile fastidio. Dal comodino dove l’aveva lasciato riprese il libro della Porete e, senza aprirlo, si

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avvicinò alla finestra socchiusa. Fuori c’era l’aria mite dell’autunnale crepuscolo romano. L’assenza di umidità dava ai lampioni, non ancora accesi, un vitreo lucore bruno. Chiuse la finestra e tornò alla sedia. Accese la lampada, che diffuse una luce quieta e azzurrina sulla pagina e sul tavolino. Scrisse ancora per un po`. Alzandosi sussurrò: «Fusione di affetto e distanza». Più tardi, mentre si preparava a scendere per la cena, telefonò a suo padre. Manifestò il proprio entusiasmo per l’incontro con un circolo politico culturale così distante dalle loro idee e alle sue preoccupazioni oppose la necessità del dialogo. Il Professore le comunicò che proprio l’indomani sarebbe stato in ospedale per i controlli, anticipati dal medico per l’improvvisa disponibilità dei macchinari. «Non voglio che tu vada solo». «Verrà Elena». «No. Deve venire Ernesto. Non voglio stare inquieta». «Obbedisco!» rispose il Professore. «Bravo». Dopo averlo salutato, telefonò ad Ernesto per chiedergli di non partire e di accompagnare il padre. «Farò da sola, per questa volta. Sta tranquillo». Finita la cena tornò in camera e seguì un programma televisivo, ma spense presto e si mise a letto. Non aveva tirato giù le tendine e la stanza era rischiarata dalla luce argentea e muta di una luna fredda e lontana. Uscì dal letto e le abbassò. Dalla prima luce Edit era seduta al tavolino. Il molle chiarore dell’alba si affacciava con un rosa smaltato che scivolava sul verde tenero e dava alla stanza una compostezza insieme familiare e distante. Scriveva con il suo solito modo veloce ed intervallato. Durante le pause, quasi cadenzate, a volte restava seduta e

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rileggeva, a volte si alzava e guardava fuori. Alle otto smise di scrivere. Aprì la finestra: la temperatura era più dolce, la luce più chiara ed uniforme. Improvvisamente l’aria immobile venne tagliata da un colombo che sparì nel circolo del volo. Lei spaurì per quell’invisibile fenditura del cielo e chiuse la finestra. La sala per la colazione era di grandezza media e sui tavolini c’erano i numeri delle stanze occupate dai clienti. Prima di scendere, Edit aveva telefonato a suo padre e poi ad Elena e ad Ernesto. Una vetrata a rettangoli mostrava il verde del piccolo giardino che circondava l’albergo. Il giallo tenero delle pareti contrastava con il marrone dei divani accostati in lunghezza. La tranquillità dell’ambiente era favorita dal parlare a voce bassa delle persone. Poggiò il suo moleskine sulla tovaglia candida. Avevano deciso, lei ed Ernesto, di cercare incontri culturali con aree estranee, convinti che la sterilità del dialogo fosse dovuta a due elementi: la reciproca convinzione di malafede degli avversari ed il sotterraneo ed inconfessato timore della fragilità delle proprie opinioni. Confidavano nel desiderio di capire insito in tutti gli uomini. Il tavolino di Edit era nella zona opposta a quella della vetrata e mentre lei sorseggiava il caffè vedeva il turchino freddo del cielo. L’atmosfera tranquilla della stanza e la ricchezza dei colori non cancellavano però la punta sottile di ansia che fluiva nei suoi occhi. Le tornava in mente l’affermazione del Professore sul sangue della storia. Quella frase scorreva come una lama invisibile sul tessuto del loro progetto. Quando Edit entrò nel salone delle conferenze la luce sfumata del crepuscolo forava ancora le nuvole e digradava su un tappeto di foglie lacere lungo il marciapiede. Un buon numero di persone era già seduto. Al tavolo dei conferenzieri l’aspettava un

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moderatore dal viso dolce e smunto con due baffetti neri che ne accentuavano il pallore. Lo sguardo opaco contaminava la delicatezza del volto. Si alzò all’arrivo di Edit e dopo averle stretto la mano presentò “un breve profilo della studiosa”. Edit, con un’espressione severa e risoluta, cominciò ad esporre le tesi che aveva preordinato con cura e che così si possono riassumere: «Signori, voi amate un poeta. E questo è un segno incancellabile di ricchezza umana e di vitalità storica. Leggendo i vostri scritti, e conoscendo le vostre richieste, le azioni, ed i comportamenti, un elemento ha sopra gli altri colpito il mio interesse: di quel poeta voi ereditate soltanto la tendenza al gesto, la volontà d’ impressionare e di sorprendere. Poiché anch’io lo amo, sono qui per far emergere quello che voi amate senza consapevolezza. Sappiamo, gli artisti ce l’hanno confessato, che l’espressione poetica di un uomo è figlia del demone che lo abita. Quando quel demone tace, quell’uomo torna ad attraversare la vita come tutti noi. Il reale di un poeta non è la sua esistenza, ma la sua poesia. Certo, conosco la vita del vostro poeta. So che l’hanno gettato nell’abisso ed ha conosciuto la disillusione; so che è inorridito di fronte alla decomposizione etica del suo tempo. Ma so anche, ed è questo che io amo, so che ha trovato nella poesia il lampo di Aiòn, il punto d’intersezione della reversibilità del tempo e dello spazio. So che ha alimentato il desiderio di un “oltre” ideale ed ha dilatato se stesso in territori immaginari. Egli ha destato nei nostri animi il sentimento di un presente che è già stato e che tornerà, e ha saputo leggere nel cuore nero del suo tempo, che poi è anche il nostro: un tempo in cui si chiede più di quanto si dà. Ma, come il nobile Don Chisciotte, egli ha tentato di coprire la prosaicità con la finzione e si è perduto in un labirinto di spec-

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chi. Spesso osservo le foto del suo volto di bellissimo vecchio e non posso sottrarmi alla malia di vedere in lui l’hidalgo di Cervantes. Il vostro poeta ha sovrapposto una lacca smagliante a circostanze e persone, mummificandole in un significato irreale. Prigioniero del suo incantesimo. Io vi invito ad abbandonare la vernice che copre l’estetismo del suo impegno e ad ascoltare quell’inconfessato desiderio di pietà e di tenerezza che indicano il lato invisibile del suo volto rugoso ed aspro. Vi invito ad accarezzare il filo di nostalgia che rende struggente il suo sdegno, perché in quel vortice si alimenta la sua poesia. Vale a dire, la sua essenza. Le parole di Edit erano giunte inaspettate. Un silenzioso stupore aveva aperto nei presenti avversione e richiami, disponibilità a discutere e sospetti. L’applauso successivo aveva coperto, ma non cancellato l’iniziale disagio. « Se le parole hanno la forza di revolvere le cose…» pensava Edit mentre salutava; «Hai visto mai, dicono da queste parti». Ma lo sguardo obliquo del moderatore tagliò diagonalmente la sala. Nel taxi era un po` infastidita dalle insegne luminose della città. Non cenò e salì subito in camera. Mentre telefonava notò che, per la notte, i fiori erano stati tolti. Suo padre stava bene. Fuori c’era una leggera brezza. La luna era limpida e la sua sfera si rifletteva nello specchio dell’armadio. Non abbassò le tendine. Dopo le telefonate e la prima colazione, Edit fece una lunga passeggiata, allontanandosi dall’albergo. La mattina era fresca e lei camminava volentieri. Ernesto sarebbe arrivato l’indomani e lei aveva deciso di passare la giornata fuori il più possibile. Avrebbe pranzato in uno dei tanti ristorantini romani. Il cielo era grigio tenero macchiato dal grigio più intenso delle nuvole. Attaversava

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uno sbiadito agglomerato di case quando s’accorse di essere guardata da una donna con un lungo vestito nero e la testa coperta, seduta per terra a chiedere l’elemosina. Si riconobbero. Edit provò una fitta. Accanto alla donna c’era un bambino che dormiva e un altro, poco distante, giocava con alcune pietre. Ancora più avanti, un uomo giovane con una giacca nera e lisa mangiava un panino. Aveva occhi mobilissimi ed un sorriso cattivo. Lo sguardo della donna era teso e duro. Non domandava conforto, né Edit donava indulgenza. Il ghigno dell’uomo non scalfì quella sorellanza segreta. Edit si allontanò mentre il ragazzo gettava piccole pietre nella schiuma di una pozzanghera, illuminata di striscio da un sole fioco. Camminò a lungo. Turbata. Era l’ora meridiana. Tra le palazzine linde dai contorni netti nella luce chiara c’era una radura. Uno spiazzo con giardinetti, una trattoria e alcuni tavolini nel sole tiepido. Attraversava quello slargo quando si sentì chiamare. La voce era familiare. Il professor Corso, magro e vitale in un abito blu scuro, immobile, le sorrideva con i suoi occhi glauchi. Il materializzarsi di quella voce e di quella figura suscitarono in lei un’insolita mescolanza di tenerezza e disappunto, che si sciolse quasi subito nello sguardo ceruleo del vecchio amico di famiglia. Era a Roma per un convegno e ciò gli aveva impedito di essere presente alla conferenza. Edit fece notare che quel convegno si era tenuto la settimana precedente. «Sì, ma le conclusioni erano state rimandate a ieri sera. Sapevo dove alloggiavi e questa mattina mi hanno detto che eri uscita a piedi. Ci sono diverse strade, ma so che questa radura è l’unico sbocco. Pranziamo insieme? Parto domattina presto». Di fronte al loro tavolo la spianata si allargava per chiudersi in un piccolo porticato che costeggiava una torretta con un orologio centrale. L’ombra dei portici cominciava ad allungarsi sul

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selciato. Corso non sorrideva più, ma fissava Edit con un’espressione dura e decisa. Come se nella sua voce e nei suoi occhi ci fosse un’urgenza. «Umbro». Edit lo guardò più spaventata che incuriosita. «Papà lo sa?» «Sì». Edit gli era di fronte, ma guardava l’ombra dei portici sul selciato. Corso si tolse gli occhiali. «Umbro aveva trovato anche alcuni fogli isolati di Rauch. Descrivevano un incontro che il giovane tedesco aveva avuto nel 1938 a Zurigo. La sua coscienza era scossa da tempo e quell’incontro con un intellettuale esule di cui non fa il nome aveva accelerato la sua fuoriuscita dal nazismo. «Che cosa si sono detti?». «Ablunken, sviare. Questa fu la parola chiave della loro conversazione. L’interlocutore di Rouch aveva fatto studi biblici sul rapporto tra lo sviamento a cui gli uomini cedono e le catastrofi che ne derivano». «Sviamento da che cosa?» «Dall’uso corretto di ciò che già si possiede». Gli occhi di Corso avevano quel saettare che in altre occasioni divertiva Edit, ma che ora la inquietava soltanto. «In quei fogli è riportato un esempio fatto dall’esule: gli uomini avevano già un linguaggio unico, ma non si accontentavano. Il possesso di quel linguaggio dava forza e libertà, invece essi volevano potere ed arbitrio. La Torre fu il primo risultato di quello sviamento; la barriera linguistica tra popolo e popolo e tra uomo e uomo fu la conclusione catastrofica». «E il nazismo? Da quale sviamento nasceva il nazismo, per quell’intellettuale?» «Da quello dell’antropologia ebraico cristiana. Essa permette di distinguere il bestiale dall’umano».

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«La regressione al biologico! È ciò a cui sta lavorando Ernesto». Edit aveva lasciato le posate. «Si. Ed Ernesto deve aver involontariamente destato oscure attenzioni quando ha scritto che la negazione dei lager apre la bocca del futuro inferno». Corso non aveva toccato cibo. Era immobile e pallido. «Rouch aveva visto i campi di concentramento. Non c’erano ancora le camere a gas, ma ne aveva colto il progetto: la torsione del nucleo antropologico. Su quei fogli aveva anche ipotizzato che il nazismo non era che una forma di questo progetto, una sua sconfitta non lo avrebbe cancellato, ma, nel futuro, il piano sarebbe potuto essere riproposto soltanto negando i lager». Corso passò una mano tra i radi capelli. «Umbro, sulla base di quella lettura, aveva cominciato a vedere il nuovo negazionismo nei sotterranei del cristianesimo. Qualcuno ha collegato Ernesto, Umbro e Rouch». «Dove sono quei fogli?» «Umbro li aveva riconsegnati alla moglie di quell’esule, però con noi ne aveva parlato».

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10 L’osmosi del male Il Professore era in un Caffè del centro. Fuori, la luce fredda del crepuscolo invadeva la strada. Sedeva su un piccolo divano a muro color avana e beveva lentamente un bicchiere di acqua tonica. Era solo. Gli era sempre piaciuto l’ambiente raccolto e un po` fuori moda di quel Caffè. Alcuni signori silenziosi bevevano tè, leggevano giornali o scrivevano su qualche taccuino. I camerieri erano garbati e scivolavano eleganti davanti alle foto che sullo sfondo delle pareti ricordavano un’epoca ormai sbiadita. Non c’erano giovani rumorosi né sportivi accaldati. «Ma anche qui comincia ad entrare qualche faccendiere che prima frequentava altri luoghi» pensò con visibile fastidio. Amava e detestava la sua città. Non accettava la crescita sempre maggiore di quella melmetta di fondo, d’altronde presente ormai in tutti i centri, composta da affaristi e procaccianti, questuanti di corridoio e simulatori di sagrestie. Lo rattristava la vista dello squadrone di amministratori che con quella melmetta finisce per avere sempre un’intesa. L’angolo in cui si trovava gli permetteva di osservare l’interno del locale e di guardare all’esterno attraverso la vetrata liberty. Sotto le arcate dei portici c’erano di solito

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piccoli gruppi di concittadini, ognuno con i suoi argomenti di conversazione. L’aveva sempre colpito l’impermeabilità tra un gruppo e l’altro. I grandi lampadari pensili del porticato gettavano luce giallina sull’azzurro scuro della sera in arrivo. Amava, invece, i luoghi della città, anzi, il tempo che quegli spazi facevano emergere dall’ombra del presente. Le sue passeggiate solitarie seguivano una mappa in cui gli angoli diventavano quadri dell’anima. Quel Caffè era una specie di sosta-metafora, una contrada della mente dove ripensava il suo rapporto con i cittadini. Corso ed il giovane Umbro avevano condiviso il suo progetto di guida culturale di quella città, che ora gli appariva uno specchio lunare in cui si rifletteva la sua incapacità di capirla. Ormai era sera. Tra poco sarebbe giunto Corso, tornato nel pomeriggio da Roma, avrebbero cenato insieme e discusso della situazione. L’aria era fredda, ma secca. Decise di attendere davanti al Caffè. Salutò l’amico cameriere ed uscì. Il porticato era quasi vuoto; non c’erano i gruppetti fermi a conversare, ma soltanto persone che si ritiravano a casa con passo sostenuto. Una macchina scura si fermò all’esterno dei portici e ne uscirono tre uomini. Avevano visi giovani e duri. Tutto si svolse rapidamente: l’irrisione, l’aggressione, la fulmineità dei gesti. Come in un sogno. Una violenza meccanica e spettrale. Rapidi come all’arrivo, gli uomini scomparvero nella macchina, lasciando il corpo del Professore sul selciato. I camerieri sopraggiunti lo aiutarono ad alzarsi, chiedendogli come si sentisse. Egli li rassicurò con un sorriso rassegnato. Nello studio di casa con il Professore c’erano il medico assieme al proprio autista, Ernesto e Corso. «Gli esami hanno escluso lesioni» disse il medico. «Edit?» chiese il Professore.

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«Ha preso l’aereo. È in arrivo» rispose Ernesto, che non era più partito. «Erano professionisti» continuò il medico. «I colpi sono stati sferrati per non arrecare danni». «E questo è ancora più inquietante» aggiunse Corso. Lo studio era una tana. Niente rimandava all’esterno. E non c’erano orologi. Una pesante tenda separava due grandi librerie a muro. Ernesto era in piedi accanto ad un tavolino basso e circolare su cui poggiava una grande lampada accesa. Il Professore sedeva alla scrivania sulla sua sedia imbottita mentre il medico ed il suo autista occupavano il divano. Accostato ad una delle librerie, su una poltroncina, sedeva Corso: «È un segnale che vuol dire: smettetela. Ma smettere che cosa?». «Questa mattina» intervenne il Professore, «quando mi avete accompagnato a casa dall’ospedale avevo un po` appetito ed Elena aveva preparato qualcosa, ma ho preferito stendermi sul letto. Volevo chiudere gli occhi. Chiudere gli occhi per ricostruire la scena. Per capire. Invece mi sono addormentato. Ho sognato. Nella quiete in cui ero sprofondato ho visto Marcuse. Aveva la camicia di seta bianca, ampia, con i polsini d’oro. Era seduto dietro un largo tavolo circolare, attorniato dagli allievi. Mi trovavo di fronte a lui che puntava i gomiti su quella specie di cattedra e aveva le mani giunte con le dita ossute tenute larghe. Parlava della contraddizione tra lo sviluppo tecnico, ormai capace di garantire per la prima volta nella storia una “vita senza indigenza fisica e lavoro alienato, una vita nella dignità e nella libertà per tutti”, e l’oscura rapacità che spinge gli uomini a soggiogare la scienza e l’economia per far emergere la vita peggiore. Ma, mentre diceva queste cose, gli allievi – quasi rispondessero ad un richiamo che veniva dall’esterno – si giravano e se ne andavano in silenzio, a piccoli gruppi. È rimasto solo. Allora mi ha guardato con i suoi

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occhi puntuti e la sua sorridente disperazione». «La separazione è il grande peccato» mi ha detto. Mi sono svegliato, ma nel trapasso del risveglio deve aver detto qualche altra parola che non ho afferrato». Guardò Corso con l’espressione di chi ha fornito una spiegazione. Il Professore stava seduto sulla sedia, molto calmo. Era stato un buon atleta ed il corpo rispondeva ancora bene, nonostante i malanni. Teneva le mani sulle ginocchia. «Il negazionismo» continuò «prepara la nuova separazione che dovrà lacerare l’umanità. Rouch ne aveva individuato i paradigmi, Umbro li stava utilizzando per decifrare il nuovo codice del potere». Guardò verso Ernesto e proseguì «È questa la strada che vogliono sbarrare. Ma per noi non è più un fatto culturale: l’articolo in cui citavi Narciso deve aver inconsapevolmente toccato qualche nervo nascosto, qualche impalpabile interesse specifico della nostra città». «Quali erano le tesi di Umbro?» chiese Ernesto. «Nel corso di alcuni studi in Inghilterra -tra il 1963 ed il 65-» rispose il Professore «Umbro fu colpito dalla presenza, nei posti decisionali di grandi organizzazioni finanziarie e filantropiche del dopoguerra, di uomini che avevano avuto ruoli importanti anche se non appariscenti dentro i regimi nazifascisti. Ebbe molti incontri con un dirigente americano dei servizi segreti, conosciuto non so come, e al suo ritorno disse di aver radicalmente cambiato la sua visione della storia e citò Schopenhauer “La vita è come una stoffa ricamata della quale ciascuno nella prima metà dell’esistenza può osservare il diritto nella seconda invece il rovescio; quest’ultimo non è così bello, ma più istruttivo, perché ci fa vedere l’intreccio dei fili”». «E in che cosa consisteva questo rovescio secondo Umbro?» domandò Ernesto.

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«C’è una doppia pressione sugli avvenimenti storici». Il Professore cominciava ad assumere un tono didattico. «Gli antagonismi politici sono la superficie visibile di conflitti religiosi profondi. Umbro non si riferiva alle religioni come dimensione dell’anima, ma alle organizzazioni confessionali che si rapprendono intorno al potere che deriva dal monopolio del sacro». Il Professore si alzò, bevve un sorso d’acqua e continuò: «Quando, però, un apparato gerarchico confessionale è lacerato al suo interno proietta i suoi strappi sulla politica». «Fin qui Umbro non dice nulla di nuovo» intevenne Ernesto «Nelle confessioni religiose e tra esse esistono contrasti, ma anche elementi comuni, e questo vale pure per la politica. C’è la tendenza a dilatare le differenze e quella a superarle». Il Professore continuò con il suo tono didattico: «È qui che interviene la seconda pressione sul corso storico: qualcosa che impedisce il superamento delle differenze, rende inevitabili gli scontri e trasforma in modo permanente i conflitti religiosi in conflitti politici». «In che consiste questo qualcosa? E perché agisce in questo modo?». «È un impasto di potenza finanziaria, ricerca scientifica, produzione tecnologica ed assetto militare». «Una Spectre!» esclamò esterrefatto Ernesto. «Troppo banale. Mi cadono le braccia!». «Ehi!» il Professore, infastidito, lo guardò con severità. «Non è una piovra, è una corda». «La corda non esiste» intervenne Corso. «Ogni filo è autonomo. Se interrogato, non sa dare notizie del filo vicino». Il Professore riprese il tono didascalico. «È l’impalcatura celata di quel potere effettivo che unifica la varietà internazionale. Una specie di ragnatela transnazionale che

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fissa le discipline per i sottopoteri. Il cuore nero della politica». Tutti guardavano il Professore, in piedi dietro la grande scrivania; parlava come in una lezione. «Obbedire» continuò, «obbedire è, secondo Umbro, il verbo chiave. La ragnatela ha nell’obbedienza la cifra universale del linguaggio univoco ed unificante del potere». «Dys, invece, rompe questa unità coatta» esclamò Ernesto. «Già. I disubbidienti muoiono. E la lista è lunga». «Ma in che modo» intervenne il dottore, «un vertice così alto può sporcarsi le mani per punire i disubbidienti?». «A detta di Umbro, le gerarchie della criminalità sanno che all’occorrenza possono essere chiamate per ristabilire la disciplina. Sanno stare al loro posto, mantenere le distanze e accettare le punizioni quando esagerano, ma sanno anche di appartenere. L’appartenenza è la seconda parola chiave». Il Professore si sedette. Cominciava a sentirsi stanco. L’aria della stanza era densa e gravava sul suo respiro. La freddezza nel riferire fedelmente il pensiero di Umbro si mescolava al turbamento arso della nostalgia. «Le avete studiate le facce di coloro che fanno parte del crimine organizzato? Le loro parole ed i loro atteggiamenti indicano la consapevolezza di appartenere a qualcosa di più grande di loro e che li riconosce. Chi sa di appartenere esegue ordini che non sono mai stati impartiti. Il potere ha un unico labbro». Il medico si alzò e si avvicinò al Professore. Con ironia consolatoria negli occhi gli prese il polso e disse «Va bene, però tra poco ci riposiamo». «Grazie. Stiamo per finire. Secondo Umbro, Rouch era venuto a sapere del sostegno di settori finanziari statunitensi ad Hitler e che lo stesso Himmler aveva canali economici con gruppi americani. Questa scoperta, oltre a rafforzare il suo ormai avvenuto

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rifiuto del nazismo, lo portò a teorizzare una specie di osmosi del male presente negli strati profondi della storia. E questa parte degli appunti di Rouch precedeva un altro argomento: la società futura come campo di concentramento». «Umbro possedeva quegli appunti» intervenne Corso «e li utilizzava per una sua tesi: era convinto che il ’68 avesse costituito, per l’occidente, un punto di non ritorno: l’emersione dal sottosuolo delle forze più ricche di consapevolezza storica ed umana. “I figli di Malraux”, soleva dire». «Ma nel 1968 Malraux…» intervenne Ernesto che non finì la frase. «Ti spiego. Nelle Antimemorie Malraux afferma che “la vera barbarie è Dachau, la vera civiltà è anzitutto la parte dell’uomo che i campi di sterminio hanno voluto distruggere”. Questa frase è, secondo Umbro, il messaggio centrale del Novecento. Al centro della notte, questo secolo ha fornito agli uomini la capacità di riconoscere umanità e antiumanità nella storia. Il ’68, con tutti i difetti, è il rifiuto del campo di concentramento, del paradigma storico del male». Corso era in piedi dritto con le mani affondate nelle tasche della giacca. «Il negazionismo» concluse «è il nascondimento di questa verità». Restarono in silenzio. Il Professore allargò le braccia, sconfortato. «Il negazionismo è la premessa per la nuova macchina concetrazionaria» riprese «che cosa è stato il nazismo se non il progetto di un concentramento coatto di servi della gleba al servizio di una minoranza di squallidi feudatari, e che cosa è oggi l’avida ferocia con cui si afferrano le materie prime se non la corsa verso un medioevo mediatico, sfruttando la violenza implicita nelle confessioni religiose e l’ingordigia dei loro apparati gerarchici?». «Qui si innesterebbbe la seconda pressione sulla storia?» chiese Ernesto.

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«Sì. Acuire le tensioni nelle e tra le religioni garantisce uno stato permanente di guerra». Nell’aria collosa della stanza il Professore era visibilmente stanco. Bevve ancora un po` d’acqua. «Rouch aveva inserito questo tema negli appunti sul mito di Narciso» concluse. «Umbro ci parlò dell’idea di Rouch dopo aver consegnato gli appunti a tuo padre» disse Corso. «Era intenzionato a svilupparla: Narciso ha cupidigia del nuovo e finisce per confondere se stesso col nuovo. Il futuro come riaffermazione del presente». Corso si rivolse ad Ernesto: «È un po` la tua idea della dialettica avvelenata: la tesi crede di vedere la sintesi nel proprio riflesso. L’eguale che ritorna. È la malattia del Novecento: l’amor sui». «Ma il Novecento aveva trovato l’antitodo all’egoismo sconfiggendo i campi di concentramento, il riferimento di Umbro a Malraux parla chiaro» intervenne Ernesto. «È questo antitodo che si vuol cancellare». Corso parlava con l’espressione di un soldato sconfitto. Ricordò che nella seconda metà degli Anni Settanta nella vecchia aristocrazia e nella borghesia affaristica della città si erano formati esigui, ma molto potenti gruppi più o meno esoterici che negavano la shoà. «Devi aver collegato qualcosa di specifico con questo tema» intervenne il Professore. « Qui. In città. C’è un qualche nucleo nascosto che non tollera la luce».

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11 Il violino calpestato La biblioteca era silenziosa. Nella stanza del Novecento il Professore, con qualche difficoltà sul secondo gradino della scaletta appoggiata ad una delle librerie, prendeva un paio di volumi per volta e li poggiava sul tavolo. Si sentiva appena la musica preferita del Preludio di Franck. Sul tavolo la pila di libri era illuminata da una luce chiara. Nel cielo non c’era una nuvola. La notte era piovuto ed ora l’aria fredda era trasparente. Dallo scaffale, ormai semivuoto, tolse gli ultimi volumi che riguardavano i parchi cittadini, il rapporto tra il fiume e la città e la raccolta Il Risorgimento nelle nostre Gazzette: un testo composto da suo padre sul finire degli Anni Cinquanta. “Perchè qui, un libro sull’Ottocento?”, si chiese sorpreso. I volumi sulla città continuavano nella libreria successiva alla stessa altezza di ripiano. Prima di spostare la scaletta, passò ad esaminare la scansia più in basso. Altri argomenti: due libri sul ’68, un testo sulla musica di Cage, uno sul cinema di Godard, una seconda copia del libro di suo padre. La prese incuriosito. «Abbiamo sempre avuto una sola copia, in questa biblioteca». Fermò la musica. La copia non aveva il bollino dell’inventario,

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l’altra sì. Andò presso la finestra: la luce biancoargentea del cielo lo infastidì, tornò al tavolo e fece ripartire la musica. «Edit saprà» concluse. Edit non sapeva: «Lo scaffale più in basso è quello dei testi di frontiera tra filosofia e storia, storia e letteratura, letteratura e cinema. I libri sulla città sono sul ripiano più alto e continuano nella libreria Tre». «Infatti sullo scaffale più alto ho trovato la prima copia» confermò il padre. «Di questo saggio del nonno sul Risorgimento nella nostra città abbiamo in inventario una sola copia. Ogni biblioteca cittadina ne ha una. Da dove esca questa non so. E non so nemmeno perchè queste copie si trovino nella stanza del Novecento». «Probabilmente» disse il Professore «mio padre ne aveva una personale, l’ha sistemata lì sapendo che, comunque, una copia era inventariata e aveva la sua collocazione». Edit ricordò la frase del professor Corso: «Tuo nonno non l’aveva inventariato. Io non so. E penso che neanche tuo padre sappia. Comunque è in biblioteca». Prese il libro dal tavolo. Aveva una copertina verde mare con il titolo in giallo ocra e, al centro, un ritratto di Carlo Alberto. Trecento pagine con molte illustrazioni. Nell’ampio risvolto di copertina, scritti a mano, dodici fogli: cinque tenuti insieme con un ripiegamento dell’angolo a sinistra e scritti in tedesco; sette separati, con una diversa grafia ed in italiano. I sette fogli in italiano avevano una data, 1979, ed una specie di titolo o di memoria programmatica: Vogliono nuovamente calpestare il violino zingaro. Questo titolo era seguito da alcuni versi: Hanno calpestato il violino zingaro Cenere zingara è rimasta Fuoco e fulmini salgono al cielo

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Hanno portato via gli zingari I bambini divisi dalle madri Le donne dagli uomini Hanno portato via gli zingari Legati a pilastri di cemento Pesanti catene ai piedi e alle mani Nel fango in ginocchio. La carta dei primi cinque fogli era diversa da quella degli altri e molto gualcita. Diede tutto a suo padre senza parlare. Il Professore prese i fogli, li osservò singolarmente e li risistemò nel libro che poggiò sul tavolo. Guardò Edit negli occhi. «Chiama Corso ed Ernesto. Dì soltanto che debbono venire qui». Edit telefonò. Nella stanza tornò il silenzio. La luce bianca copriva con una schermatura diafana il verde mare della copertina, dando al libro quell’aspetto misterioso e perturbante che hanno le statue di cera. Corso giunse per primo e restò in silenzio. Ernesto usò l’ironia: «La Lettera di Poe funziona sempre». Gli appunti di Rouch erano in un tedesco affrettato e schematico. Un indice per futuri capitoli sintetizzava le pagine e confermava ciò che Umbro aveva riferito di lui. Zurich Ablenken (sviare) Fahrplan falsch (orario ferroviario falso) Alter Lexikon (vecchio lessico) Neuer Lexikon (nuovo lessico) Narzisse Gehören (appartenere) Gehorchen ( obbedire) Wörter und Kriminal (custode e criminale)

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Niederlage (sconfitta) / Revanche (rivincita) Verschwinden (scomparire) Vermeinen ( negare) Wiedererscheinen ( riapparire) Böse (male) Die Osmose (osmosi): Nein. «Rouch aveva descritto i paradigmi del male storico» disse Corso «con essi Umbro cominciava a leggere il presente». «Quel nein finale?» chiese Ernesto. «L’uscita di Rouch; dal nazismo e, forse, dalla vita» rispose. «Ma la chiave per capire i nostri guai sta nelle pagine di Umbro» disse Edit. «Il suo nuovo libro sarebbe nato dalla confluenza dell’adattamento dei paradigmi di Rouch e di ciò che andava nascendo nella nostra città» disse Corso e concluse «egli stabiliva sempre un nesso tra microstoria e flussi storici generali». «Conosco quei versi» disse Ernesto «sono quelli di un canto nato nel campo di Jasenovac, in Croazia, luogo di feroci torture nei confronti degli zingari». Il diario di Umbro Lunedì Quel fastidio tipico di chi non si riconosce in un ambiente mi è rimasto per tutta la serata. Nel salotto, N. mi ha presentato F., economista della finanza, come si definisce. La madre di N., piccola e leziosa con occhi scuri, mi ha offerto un Martini. Serata senza sapore, salvo l’impennata di voce di una signora, anziana ed elegante, contro Giuseppe Mazzini e la sua “mistica del dovere”.

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Giovedì N. mi ha presentato il signor Ferri. È un uomo di mezza età, impettito ma con le spalle strette. Lavora nel mondo delle assicurazioni e si definisce “molto colto”. Questa sera si lamentava dell’eccesso di legami che incartano i cittadini: “non puoi costringere una persona a camminare sempre nella stessa corsia”. Lunedì La signora anziana ed elegante dagli occhi chiari e dalla voce squillante ha conversato fittamente con Ferri per l’intera serata, ma la voce questa volta non squillava. N. mi ha tediato con le sue tesi sui Maya, ma, finalmente, sua madre, con mossettine e sguardi impauriti – si stava parlando dei fatti del Maggio a Parigi, dodici anni fa – ha chiesto: “Ma che cosa volevano?”. “Non volevano quello che stavamo costruendo e che sarebbe andato bene anche per loro”, ha assicurato l’assicuratore. E con aria soddisfatta ha aggiunto: “Ma i tempi sono cambiati. Il carro lo guidiamo noi”. Giovedì Ho conosciuto R., professore di Diritto: modi decisi, ma eleganti. Silenzioso, funebre, costantemente preoccupato. Gli altri mostrano più riverenza che amicizia nei suoi confronti. N. lo guarda con ammirazione, e sua madre di fronte a lui smette di trottolare come se le fosse finita la carica. Sa come la penso e mi ha detto a bruciapelo: “Sono contento di osservare un esemplare in estinzione”. Mi ha preso per il braccio e mi ha tirato in disparte: “Voi siete presenti tra la gente, ma non è questione di presenza. È la vostra logica che è finita. Non

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controllerete più le masse. Non penseranno più come voi”. – Le masse, gli ho risposto, sono fatte di persone e le persone stanno diventando padrone di se stesse – “Chiacchiere”, ha continuato, “nel prossimo futuro alle persone, come le chiama lei, verranno offerti sonno e distrazione. Finiranno nelle riserve dionisiache del potere”. Lunedì Non so se continuerò ad andare al circolo. Sotto quelle leziosità c’è qualcosa di lercio. Credo di aver capito la geometria invisibile che lega quelle persone: inserire la nostra città nella tendenza profonda degli interessi ristretti, ossia spostare il confine tra diritto e privilegio, attenuando il senso del dovere. Un diritto privo del pendant del dovere tende verso il privilegio senza perdere il berretto frigio. Come faranno? Sommergeranno la città sotto un profluvio di ritrovi e di giochi trasgressivi. Le riserve dionisiache di cui parla R. Giovedì Ferri ha indicato un terreno, immediatamente fuori città, dove “costruire”. Parlava con B., un signore piccolo, robusto, con la faccia di plastica. Non l’ho mai visto prima. “Non ci sono preoccupazioni per la copertura bancaria. Ci sarà anche una benedizione” : ha pronunciato questa frase con una sicurezza compiaciuta e sordida. I modi gentili ed il taglio elegante dell’abito erano il contrappunto del suo occhio torbido e, insieme, davano un suono falso. Lunedì Il progetto è chiaro: centri culturali e discoteche, in parallelo, senza contatti. Polverizzare il vecchio ceto dominante ma non

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dirigente di questa città ed imporre il magma sociale emergente e fortemente egemonico. Irradiare nuovi codici e nuovi comportamenti. Una logica unitaria dietro le differenze. Come un palinsesto televisivo. Il nuovo ed il libertario come ontologia del palinsesto. Non più libertà, ma liberazione. Domenica R. deve aver saputo che non intendo più frequentare quel circolo e mi ha telefonato chiedendomi di raggiungerlo nel suo studio questa mattina sul tardi per un colloquio. Di fatto è stato un monologo. Mi ha parlato dell’apertura di un Istituto di cultura: “Una nuova cultura per una nuova città”. Mi ha chiesto di farne parte. Dopo il mio no ha continuato: “Lei conosce la leggenda dello specchio: anticamente si credeva che l’immagine riflessa di una persona racchiudesse la sua anima e che sognarla fosse un presagio di morte. Narciso muore di consunzione dopo aver visto riflessa la propria anima. Però, mi segua bene, chi ha sognato la propria immagine in uno specchio sa che cosa ha sognato; Narciso, invece, non sa di chi è il volto che egli vede sulla superficie immobile dell‘acqua. Mi segue? Eco potrebbe essere il concreto futuro di Narciso, lo ama e lo segue in silenzio. Egli avverte la sua presenza attraverso il fruscio dei rami e sente, oscuramente, che con quella Ninfa potrebbe trovare l’amore, ma cerca l’amore nel posto sbagliato: distratto dalla forma pura apparsa sulla superficie lucente dell’acqua. Si aliena in quello specchio. Mi sono spiegato? Le folle, i cittadini, per usare il vostro linguaggio, si alieneranno in noi”, - Prima o poi capiranno il trucco -, gli ho risposto. “No. Narciso non l’ha capito. Lei è uno studioso - ha continuato - Rifletta sul verbo methecho, sa che significa “partecipo”, però ha due possibili direzioni: essere una parte di un organismo, oppure avere qualcosa di affine con ciò che, tuttavia,

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resta altro. La strada, riscaldandosi, partecipa del calore del sole, ma non è il sole. Eppure, quel suo sentirsi calda la illude di essere un pezzo di sole. Di appartenere a lui. Daremo alle masse di questa città la sensazione di essere parte di noi, mantenendo una distanza siderale tra noi e loro. Saremo il lago in cui si specchieranno”. – «Ho i miei dubbi» gli ho risposto, ha scosso la testa e, forse, ha sorriso. “State lavorando per noi, si legge così sulle autostrade, no? Vede, io conosco i nuovi filosofi e la loro voglia iconoclastica. Noi abbiamo per nemici la modernità ed Hegel che le ha dato forma filosofica. Dico noi per intendere l’età nobiliare, quando la libertà derivava dall’ordine e l’ordine dall’autorità” - E l’autorità? - “Dalla limpidezza del sangue”. Mi sono alzato per uscire; mi ha chiesto di restare ed ha continuato: “La nuova filosofia francese, di cui in Italia comincia ad aprirsi qualche succursale, sta facendo a pezzi il castello dei nostri nemici. Da più parti si elogia l’autovalorizzazione, la riappropriazione, l’automia, la fragilità del pensiero, la forza dell’interpretazione rispetto a quella dei fatti. Il nuovo soggettivismo pulsionale sarà il grimaldello che farà saltare il vostro universo etico-simbolico. Questa filosofia, che voi stessi state elaborando, non ha bisogno dell’orizzonte della verità. Quando tutte le interpretazioni saranno legittime, perché tutte prive di verità, allora noi torneremo. E saremo nuovi agli occhi delle masse. Se lei non venisse con noi, si consumerebbe come Eco in attesa di un Narciso che non guarderà mai dalla sua parte, condannandosi a sua volta alla consunzione”. - Una bella trappola - gli ho detto - è inutile sabotare i treni; basta far viaggiare le persone con un orario ferroviario falso, Fahrplan falsch. “Dove ha letto una simile immagine?” mi ha chiesto. Allora, scopertamente, ho domandato se fosse stato in Germania sul finire degli Anni Trenta. Il suo volto è passato fulmineamen-

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te da uno stupito terrore ad una cattiveria intensa. Sono uscito senza salutare e quand’ero sull’uscio mi ha chiesto: “Allora? È no?” «È no». Corso chiuse il libro risistemando i fogli. Edit si avvicinò alla finestra. Fuori c’era una luce dorata e triste che rendeva più bianche le sue mani. Restò immobile e poi tagliò il silenzio girandosi verso suo padre: «Chi era questo Erre?». «La lettura mi fa pensare a Rivaldi, un professore di Diritto, massone e cattolico, giocava con gli arzigogoli teologici per giustificare la pena capitale». «È morto nel ‘95» aggiunse Corso, «Umbro me ne parlò proprio nell’80 come di un uomo disgiunto, usò questo termine. Disgiunto da coloro con cui parlava. Gli fece un’impressione sinistra e sporca». «L’Istituto è l’Einsieder?» chiese Ernesto. Corso accennò di si. «E Umbro ne vide l’apertura?». «No». Edit si girò verso Ernesto: «Perché non diciamo a voce alta quel che tutti stiamo pensando?». Il Professore taceva. Corso si alzò: «Rouch non si è suicidato e Umbro non è caduto accidentalmente da quella scala».

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12 I disubbidienti Edit passeggiava nel parco. La domenica mattina, come al solito in quel periodo, sul lungo fiume c’erano poche persone. La nebbia sottile toglieva il desiderio di sedersi sulle panchine che restavano vuote tra gli alberi bruni. Nel bianco sporco dell’aria il fiume sembrava quasi immobile con i suoi riflessi verdastri tra il marrone ruggine dei cespugli e quello rosato delle foglie. La vista della ragazza venne lacerata dal balenìo degli occhiali di un uomo che le si parò dinanzi. Indossava un giubbotto scuro e pantaloni scuri stretti. Riconobbe nel volto e negli occhiali tondi il giovane che aveva bussato alla vetrata della biblioteca prima del delitto nella strada. Avvertì lo stesso senso di oscura minaccia provato mesi prima. Il giovane la fissò per un istante con i suoi occhi senza sguardo poi disse: «Mi scusi» si spostò e si allontanò nel profumo umido del parco. Il corpo di Edit fu scosso da un leggero tremito. Restò ferma tra la ringhiera vicina all’argine ed il mandorla pallido della coltre di foglie intorno ad una panchina. Il tremore scomparve, ma lei rimase ferma. La nebbia cinerea sembrava attratta dalla sua figura immobile. Guardava le foglie. Poi alzò lo sguardo, ma come se non vedesse nulla intorno a

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sé. Cominciò a camminare, seguendo il terreno che conduceva lontano dal fiume verso l’uscita dal parco. Un vento leggero le portò sul viso polvere di nebbia e l’espressione, ancora perduta e tremante, sembrò riacquistare padronanza. Quella mattina aveva programmato di andare in biblioteca dopo la passeggiata. Voleva rileggere quegli appunti rinvenuti e conservati dal padre nella cassaforte. Invece, per placare la paura nervosa che quella nera figura le aveva posto nell’animo, si diresse, quasi senza accorgesene, verso una vicina terrazza pubblica, da cui si poteva vedere tutta la parte destra della città. Un luogo che non visitava da molto tempo. Da ragazzina non si stancava mai di affacciarsi; quel posto destava in lei un senso di leggerezza e di riposo. Le era sempre piaciuto abbracciare con lo sguardo le case, il fiume ed il cielo. Poi erano venute l’università, la filosofia e, più tardi, l’apertura religiosa. L’universo della biblioteca avrebbe accolto tutto. Si era disabituata a quelle soste frequenti e quiete. Il cielo azzurro e limpido, l’orizzonte con le cime montuose oppure le luci crepitanti della sera erano ormai sepolti nella memoria. Le parve di ritrovare una vecchia amica. Il grigio dell’aria era svanito per lasciare il posto ad una luce dorata. Tornava ad affacciarsi come un tempo. Il cielo, teso dal freddo, era vitreo. La luce che versava si rapprendeva sulla strada, poi andava a sciogliersi sul fiume coprendolo d’una pellicola rosea. Quella specie di tregua durò poco. Il giovane dagli occhiali tondi le era di nuovo vicino. Senza parlare le consegnò un foglio piegato, e sempre in silenzio si allontanò. Gli occhi acquosi di Edit, mobili e dalle luci sottili si chiusero per un attimo. Si appoggiò al balcone voltando le spalle al panorama. Aprì il foglio: aveva, al centro, disegnato a penna, un rettangolo che al suo interno recava nel mezzo un numero, 1963, attraversato da due diagonali. Ad ognuno dei quattro lati, altri numeri: 1968, 1978 sugli angoli in

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alto; 1986, 1995 su quelli in basso. In fondo al foglio una frase: ab uno disce omnes. L’aria s’era fatta più fredda. Edit tornò a casa senza voltarsi. Nel suo studio-tana il Professore aveva letto con attenzione il foglio. Corso ed Ernesto tacevano. Edit, in piedi, beveva una cioccolata calda. «Sono i delitti politici che hanno stravolto la Carta di Terranova e le grandi speranze del dopoguerra» disse guardando Corso. «Ma sono avvenimenti lontani dalla nostra città» esclamò Ernesto. «Sono il quadro di riferimento» continuò il Professore. «Anche le nostre vite sono racchiuse in quel rettangolo. Umbro aveva colto il nesso tra le correnti globali e la città». Bevve un sorso d’acqua, si alzò, andò presso Edit e le carezzò il viso. «Nella nostra città si incrociavano cultura critica, presagi letterari e forza della produzione industriale. Occorreva sciogliere il punto di tangenza che dalla città si irradiava nella nazione. Rivaldi, con il suo progetto, era il solvente». «Mi sembra eccessiva tanta progettualità» commentò Ernesto. «Le simmetrie storiche sono profonde. Non è necessaria una consapevolezza di superficie». Si alzò. Dallo sguardo traspariva un rigore gelido e triste. Bevve un po` d’acqua e andò verso la finestra. Guardò la tenda e stava per scostarla, ma si trattenne, poi si girò e riprese a parlare. «Avete studiato il dibattito che si svolse nella nostra città, e nella nazione, in quegli anni?». Sedette di nuovo. «Umbro avvertiva una tendenza diffusa ma non esplicita: qui, in città, molti ceti cominciavano a vivere il proprio lavoro come un’occasione per acquisire coerenza di comportamento, capacità di rapportarsi alle cose, di sentire la società, di vivere il proprio dovere come

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pendant di ogni diritto». Bevve un po` e tornò a sedersi. «Secondo Umbro stava realizzandosi la possibilità per tutti di sentirsi a casa, di accettare la vita e di non temere la morte. Nuovi cieli e nuove terre, insomma. A suo avviso la cultura avrebbe dovuto essere capace di portare alla superficie questa tendenza nascosta». «Aveva séguito?» chiese Ernesto. «No». «Come era orientata la cultura della città?» domandò Edit «non sono riuscita a farmi un’idea chiara». «Due tendenze in conflitto. Però non sempre dai libri emerge ciò che si respirava in quel periodo nell’intera Italia. L’aria era piena di morte. Gli assassinii incrudelivano i giorni». Si alzò. Edit sembrò allarmarsi. Il Professore si fermò, in piedi presso la libreria. «I migliori Italiani, tra politici, magistrati, giornalisti e ufficiali vennero ammazzati come cani». «Ma l’orientamento della cultura?» deviò Edit. «Due tendenze, dicevo. Però era un conflitto sterile: da una parte il mondo piccolo borghese e clericale, intimorito per i suoi codici messi in discussione, e dall’altra una concezione decostruzionistica che polverizzava ogni principio etico. Una stretta che stritolò l’essenza della cultura progressista». «E Umbro?» chiese Ernesto. «Umbro era isolato. Accusato di irreligiosità dagli uni e di ostinazione a rianimare una cultura morta dagli altri». Prese il libro color verde mare con i fogli di Umbro e si sedette. «Possiamo capire la sua angoscia: quel “state lavorando per noi” di Rivaldi deve aver avuto l’effetto di uno schiaffo». «I rapporti con voi?» «Li aveva diradati. Non parlava con nessuno. So che spesso camminava con lo sguardo basso per non vedere le facce della gente.

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Intellettuale isolato. Ebreo isolato. Uomo solo. «Umbro era ebreo?» chiese Edit. «Sì». «E perché isolato?». «Riteneva che l’essenza ebraica fosse meglio custodita dalla cultura della diaspora che da quella del sionismo. Non era facile, in quegli anni». «È evidente che Rivaldi ha approfittato del suo isolamento. Sempre che l’ipotesi di Edit sia valida» disse Ernesto. «Sì, ma perché si è esposto, chiedendogli della morte di Rouch?» domandò il Professore. «Una sfida» intervenne Corso. «Un modo per uscire dall’isolamento: “t’ho scoperto”. Tutto il volume di fuoco che puoi alimentare con il tuo denaro non ti permetterà di conquistare la città». «Sfida e impazienza» aggiunse il Professore. «Probabile». «Sì, ma adesso?» chiese Ernesto, «Adesso? Chi è il giovane con gli occhiali tondi? E perché ha consegnato questo foglio?». Era molto turbato e guardò smarrito il Professore che gli rispose: «Non lo so. Si possono fare troppe ipotesi e tutte verosimili. Dobbiamo soltanto aspettare». «Non possiamo chiudere di nuovo la biblioteca» replicò Corso. «O chiudiamo o rilanciamo» decise il Professore. «Ernesto, non devi tenere una conferenza sul negazionismo? Tienila qui». Consumarono alcuni tramezzini preparati da Elena. Edit ed Ernesto uscirono per una passeggiata. Il pomeriggio era inoltrato ed il freddo dell’aria si era addolcito, ma il cielo cupo e rosato sembrava carico di neve. Seduto su una panchina, nel giardinetto

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presso il fiume, con il bastone appoggiato di lato e l’aria assorta c’era Turi. Ernesto lo salutò e lui si alzò, ma andò verso Edit. «Voi siete Edit?» «Sì». «Mi ricordo di voi, la figlia della maestra». «Sì, ma io non ricordo». «Eravate bambina. Ero il bidello della scuola». «Rammento che quando uscivo da scuola con mia madre un bidello prendeva la mia cartella e ci accompagnava al bus. Era lei, dunque». «Sì». La guardò per un istante, come se indugiasse per fissare in sé quel volto. «Voleva bene a tutti, vostra madre. E tutti ne volevano a lei». Turi salutò, contento per quel brandello di passato. Edit aveva un sorriso malinconico quando ripresero a passeggiare. «È morta presto tua madre?» le chiese Ernesto. «Avevo dieci anni». «Com’era?». «Una maestra. Insegnava anche senza parlare». Per infilarsi un guanto le cadde il libro che aveva in mano. Ernesto lo raccolse. «Ti piace molto la Porete» le disse mentre glielo restituiva. «È luce» rispose. Passeggiarono in silenzio. Il carico di neve gonfiava il cielo. Attraversarono la strada e si diressero verso l’abitazione del Professore per salutarsi. «Mio padre era la casa» disse lei ad un tratto, «il tempo pacato e tiepido. Mia madre era l’altrove. I suoi racconti mi portavano in più epoche e in più luoghi». Era quasi sera e cominciava a scendere un sottile nevischio. Si salutarono ed il giovane si diresse verso casa. Il vento era divenuto gelido e trasformava rapidamente l’umido del selciato in uno specchio opaco.

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13 Incipit vita nova La mattina Ernesto si alzò presto. La città affondava nella neve. Era poco dopo l’alba e sulla strada nessuno aveva ancora aperto passaggi. In fondo, obliquo rispetto alla finestra, il giardinetto del quartiere sprofondava sotto la neve consistente e gelida. Si vestì rapidamente e preparò un caffè che sorseggiò in piedi dietro i vetri. Cominciò a lavorare alla scrivania. Nevicava ancora. Poco dopo sentì le prime voci smorzate nella strada. Alle otto, inattesa, arrivò Edit. «Oggi la biblioteca resta chiusa. Lavoriamo qui» disse sorridendo e scuotendosi con le mani guantate la neve di dosso. «Mette allegria la neve. Non trovi?». «Crea anche disagi» le rispose Ernesto. «Tenera ed inclemente» sorrise di nuovo lei, pestando i piedi sul tappetino e togliendosi il cappotto. «La sintesi degli opposti! Non vi smentite mai». Stava per entrare nello studio ma cambiò direzione. «Prima una cioccolata calda. Ti va?». Andarono in cucina. «Non c’è niente di meglio mentre fuori nevica» aggiunse. «La bevo raramente, al contrario di te» replicò Ernesto.

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«Il sapore, il profumo, il tepore e fuori silenzio e falde lievi che scendono» scherzò Edit. Ernesto sorrideva mentre preparava le tazze. «Vuoi qualche biscotto?» le chiese. «No, grazie». Andarono nello studio. Piccolo ed illuminato da una finestra rettangolare. Sulla scrivania c’erano alcuni libri uno sull’altro, il computer acceso ed una lampada verde. Su due poltroncine avana accanto ad una libreria a muro c’erano alcuni giornali ed una sciarpa. Una stampa a colori dello scudo di Achille era sulla parete che sormontava un armadietto a cassettoni. Edit si tolse la sciarpa e la poggiò accanto a quella di Ernesto, spostò i giornali e si mise a sedere sulla poltroncina vicina alla scrivania. Fuori continuava a nevicare. Ernesto non s’era ancora seduto: in piedi dietro i vetri vide Turi dirigersi tra fiocchi di neve verso il negozietto di fronte per un po` di spesa. «Ecco il tuo bidello accompagnatore». Edit si alzò e andò alla finestra. «Che gli è successo alla gamba?» «Un incidente, ma non so niente di preciso». «Non ricordo che avesse questo problema». «Deve essere avvenuto più tardi» ipotizzò Ernesto. «Ha moglie, figli?» chiese lei. «No. Non è sposato». «Come lo sai?» «Non lo so. Ma non mi sembra uno che sia mai stato sposato». «È stato bello incontrarlo» mormorò Edit tornando a sedersi. «Non abbiamo parlato ancora della nuova conferenza da tenere a Roma» disse Ernesto. «Possiamo cominciare a progettarla per dopo questa mia sul negazionismo».

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«Non penso di farne altre» rispose lei. «La scelta delle conferenze esterne è inefficace» «Torniamo nella biblioteca, allora». «Dobbiamo vivere per gli altri» affermò Edit sorprendendolo. «Ascolta, non sei più Novalis, il tuo campo è fiorito. Devi prepararti a distribuire i frutti». Si alzò e gli andò vicino. «Non possiamo soltanto studiare, comunicare, pubblicare. In fondo sono attività che svolgiamo per noi. Ci piace prendere un argomento, sezionarlo e confrontarlo con argomenti simili e poi ricomporlo e inserirlo in un orizzonte personale». «Già, e dargli un linguaggio. Camminare tra le parole». «È meglio che camminare tra le persone?» «Beh, è più comodo, lo riconosco». Anche Ernesto si alzò e insieme andarono alla finestra. Edit si appoggiò a lui. «La neve mi ha sempre detto che c’è un’altra dimensione del quotidiano». «Che dimensione è? Altra e basta o migliore?» chiese Ernesto. «Altra e basta». «Vuoi uscire un po`?». «No» disse Edit. Tornarono a sedersi. «A che punto sei sul Novecento?» «Non è possibile definirlo». «Che significa?» «Non è che abbia un nucleo ancora inesplorato; è che non ce l’ha proprio, un nucleo». «È vuoto?» «No. È che non è compiuto. Hobsbawm l’ha chiamato Il secolo breve; forse perchè non è cresciuto, è finito prima. È morto ragazzo». «Come è morto?»

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«È stato ferito a Sarajevo. Si è dissanguato lungo la strada». «E che cosa troveresti tornando in biblioteca?» «La sua immagine in uno specchio». «E ti accontenteresti?» «No». «Pensi che io mi accontenterei?» «No, ma dove andare?» Non nevicava più. Edit guardò le tazze vuote. «Non è una bella prospettiva» commentò. «Fino ad un certo punto» disse Ernesto. «In che senso?» «La biblioteca è pur sempre un impegno». Restarono un po` in silenzio. Fuori si sentivano più voci. «Come intendi articolare la conferenza sul negazionismo?» «Utilizzando gli appunti di Umbro si possono tracciare i vari fronti attraverso i quali sta penetrando». «Spero che ne valga la fatica» commentò Edit. «A volte tu speri lo sperabile; invece è l’insperabile che bisogna sperare» aggiunse Ernesto. Edit si alzò e andò alla finestra. L’aria era limpida. La superficie della neve scintillava. Il cielo, ancora bianco, lasciava intravedere sfumature di azzurro. «Non è certo in una biblioteca che Eraclito attendeva l’insperabile». «Sai» continuò «quando vedo i libri sugli scaffali ho la sensazione che vivendo tra i libri si pensa ai libri e non a chi li scrive». «I libri sono l’essenza di chi li scrive» disse Ernesto. «Sì, ma stanno lì. Seducenti, levigati, compatti, autentici in sé e per sé. Ma chi li ha scritti ha scarnificato se stesso ed ora è il residuo, il bossolo sparato». Fuori il cielo tornava ad annuvolarsi. «Chi scrive vive ai margini di se stesso» aggiunse. Ernesto si alzò

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e le andò vicino. «Vedi, per mio padre la biblioteca è sempre stata fuzionale ad un progetto; per me, invece, era la vita. Oggi è diverso». Si girò verso Ernesto e restarono uno di fronte all’altro. «Ora anche per me è funzionale. Tu invece devi stare attento. Potresti scambiarla per un rifugio». Poggiò le mani sulle guance del giovane: «Usciamone tutti». «Spiegati». «I nostri equilibri sono saltati: mio padre ha perduto quello senile, che ha scompensato risvegliando un passato che gli sfugge». Tornò a sedersi, ma Ernesto rimase in piedi. «Il tuo equilibrio randagio è saltato a Bari e quello statico della biblioteca me lo ha spezzato quel delitto. Ma la rottura di questi equilibri ha aperto strade nuove sopra tutto per noi due -non fare il bene, questo è il male- Ricordi?». Restarono in silenzio. Fuori riprendeva a nevicare. I fiocchi però erano più larghi e più lenti. Si guardarono negli occhi: «Salviamo la biblioteca, poi affidiamola ad altri». «E noi?» «Incipit vita nova». Si guardarono negli occhi in silenzio. «Per salvare la biblioteca dobbiamo far uscire allo scoperto chi la minaccia». «E come?» chiese Edit. «Il teatro, ecco la trappola con cui catturerò la coscienza del Re» sorrise enfatico Ernesto. «Voglio teatralizzare la conferenza». Nevicava fitto. Edit telefonò a suo padre e poi Elena la tranquillizzò su tutto. Prima di cucinare tornarono al tavolo, dove Ernesto espose il racconto con cui avrebbe aperto il suo discorso. Un tempo in una foresta del Nord errava un solitario Cavaliere.

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Il bel volto sembrava fosse stato carezzato dalla morte. Il feudo in cui dimorava, forte e solido al punto da sembrargli imbattibile, era stato sconfitto ed era dilaniato dalle fazioni in lotta tra loro. Il mondo in cui aveva sempre creduto gli era ormai distante. Un giorno la solitudine del suo smarrimento sembrò placarsi: nella foresta incontrò due Cavalieri con corazze brune ed una saetta impressa sullo scudo. Erano forti, sicuri, avevano una meta e sapevano come raggiungerla con gli altri Cavalieri del loro Ordine. Folad e Relhimm, così si chiamavano, gli parlarono di un nuovo genere umano, di una nuova religione e di una nuova civiltà. Gli spiegarono che la storia è una grande cornice entro la quale ruota costantemente l’alternarsi dei privilegiati. Si unì a loro. In poco tempo tornò ad essere vigoroso e risoluto com’era una volta. Eppure, in questo ritrovato possesso di sé c’era come un sedimento d’insoddisfazione. Col passare dei giorni si accorse che Folad e Relhimm per conservare la loro compattezza ed il loro potere alimentavano le pulsioni peggiori nascoste nel cuore degli uomini e poi li aizzavano gli uni contro gli altri. E così asservivano ed umiliavano ancora di più coloro che già erano servi ed umiliati. Avvertiva un intimo disgusto di fronte alla gioia che essi provavano nel compiere queste azioni. Decise di abbandonarli, pur sapendo che non sarebbe sfuggito alla loro vendetta. Si nascose in un luogo remoto della foresta, e lì scrisse le sue riflessioni sulla minaccia che quel nido d’ intelligenza crudele rappresentava per l’umanità del suo tempo e per quella futura. Chiuse la pergamena nel cavo di un albero. Un giorno d’inverno alcuni boscaioli lo trovarono morto tra la neve ai piedi di un abete, lontano dal suo rifugio. I Cavalieri dalla corazza bruna lo avevano raggiunto come la saetta disegnata sui loro scudi. Anni dopo, un giovane chierico che viaggiava in quel bosco tro-

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vò, in modo fortuito, la pergamena. Leggendola apprese quel disegno perverso e ne intuì la costante presenza, ma, soprattutto, ravvisò tra i Cavalieri un austero studioso della città vicina alla sua Abbazia. Conversando con lui gli fece capire di conoscerne il passato. Morì. Aveva però affidato la pergamena e la propria scoperta ad un abate che nscose quei documenti nella biblioteca. Da anni, l’Ordine dei Cavalieri bruni cerca quelle carte che non rivelano soltanto le coordinate del loro pensiero, ma compromettono il nome di quell’austero studioso e la fortuna economica che egli aveva costruito nella città. «Va bene, però manca un riferimento» commentò Edit, «Rouch e Umbro sono trasparenti, ma non hai detto nulla del giovane dalla croce azzurra». «È vero, ma non so dove collocarlo. Se l’hanno uciso, era di qualche parte avversa, ma potrebbe essere stato uno di loro che poi ha deviato». «No. La croce azzurra è nata in difesa dei cavalli feriti nelle battaglie durante la guerra anglo-boera: niente a che vedere con questi signori. E poi, ricordi?, -la verità arriva, disse quella sera-; no, siamo in un orizzonte opposto. Il motivo sarà stato un altro: conosceva e condivideva le tesi di Umbro e forse anche la pista che conduceva alla nostra biblioteca». Si alzò per andare in cucina; Ernesto la seguì. «In ogni modo sapranno che sappiamo» disse lui. «Ma questo lo credevano anche quando non sapevamo» obiettò Edit. «No» continuò «Crederanno che nonostante le minacce, stiamo per uscire pubblicamente su questa vicenda». Cominciò a preparare la cena. Dalla finestra della cucina si vedeva la neve scendere fitta. «E il negazionismo? Come lo presenterai?».

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«Partirò dal ‘900 e dalla frase di Malraux che, come ha detto Corso, ha influenzato Umbro. Alla fine della guerra gli uomini possedevano il criterio per distinguere la barbarie dalla civiltà, ma poi...te l’ho detto, questo secolo non sai come prenderlo. Una brocca senza manico». Chiuse gli occhi per un istante. «Insomma, lo svelamento si è di nuovo avvolto nei veli, come si dice». «L’interesse economico» aggiunse Edit. «No. È il potere che ha attirato l’economia nel suo buco nero». Sedettero a tavola e mangiarono rapidamente. Ernesto si alzò per primo e andò verso la piccola finestra: «Non smette. Sei contenta?» «Sì». Mentre aiutava Edit a sparecchiare, continuò con il suo schema. «I negazionisti ritengono che la storia rispecchi l’immobilità del potere: i fatti non esistono, la loro meccanica si dissolve in una partita tra specchi». «E gli specchi non hanno memoria» disse Edit. «Appunto» precisò Ernesto «i fatti scompaiono; ciò che resta è lo specchio». Rimase un po` in silenzio e poi continuò: «C’è da aggiungere che il negazionismo ha molti aspetti: il più becero nega i campi di sterminio come un’invenzione dei vincitori; un altro li disapprova, ma li comprende: però, 'sti ebrei... . Il più insidioso s’infiltra nel nuovo eugenismo: non nasconde, ma invita a guardare oltre, a progredire. Capisci? Dal nascondimento all’oltrepassamento. Lasciare indietro quel fardello d’intelligenza velenosa. Non avere più sulle spalle il nazismo come paradigma negativo. Considerarlo roba passata». Edit lo ascoltava impassibile. «Che significa» chiese: «parole come selezionare, classificare, sorvegliare non debbono più darci brividi di paura?» «Sì. È questo lo scopo. Mascherare quelle parole in un orizzonte

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comunicativo neutro. Una nuova immagine da far apparire nello specchio». Le carezzò il volto. «Nel lager di Sobibor era vietato chiamare morti le persone uccise nel campo. L’unica parola ammessa per nominare quei corpi era Figuren, pupazzi». «Ma in moltissime parti del mondo c’è la democrazia. È difficile che certe cose possano passare». «La democrazia ha bisogno di una logica simmetrica. Oggi si va affermando la logica diadica. E non so come possa essere fermata». «Io lo so. Ricordi Levi Strauss? - Occorre imparare ad ascoltare il rumore del grano che cresce- Oggi nel mondo c’è un mare di spighe pronto ad affiorare, ma nessuno sa ascoltare il suo rumore. È ora che qualcuno impari a farlo. La logica simmetrica si trova in quel mare». Lavorarono fino a tardi. La pesante nevicata si era fermata e nel silenzio notturno la strada aveva assunto quelle forme immobili e misteriose che Edit amava. La luna, obliqua, illuminava il giardinetto. «Dormi qui?». «Sì». «Tuo padre con chi sta?» «Ci sono Elena e Corso. Hanno cenato insieme». «Corso! Resta a casa ai primi freddi d’Ottobre ed esce sotto la neve». «Sai qual è la caratterisica dei vecchi? L’anarchia». «Usciamo per dieci minuti?» chiese Ernesto. «Sì». La notte profumava di neve.

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14 Sul Monte Nebo Corso si svegliò stanco. Aveva un po` di febbre e l’acqua del lavabo gli metteva i brividi. Il Professore era già arrivato e fecero colazione insieme. Corso non disse nulla della febbre. Ma Elena lo guardava con sospetto. L’appuntamento era in campagna, presso un vecchio mulino. Per questo il Professore aveva scarpe pesanti e pantaloni di fustagno. L’altro disse che avrebbe fatto anche lui la stessa cosa. Era passato un mese dalla conferenza di Ernesto e Corso aveva avuto precisi segnali. Poco dopo giunse l’amico medico: «La macchina è pronta». Erano le otto. Nel cielo le nubi, già nere d’acqua, si gonfiavano rapidamente. Il dottore guidava in silenzio e il Professore gli stava accanto. Sul sedile posteriore, Corso, infastidito dai decimi di febbre, aveva lo sguardo cupo. La luce era grigia e intensa. Non c’era da fare altro che arrivare il più presto possibile. Il Professore ricordò che nel bigliettino il giovane dagli occhiali tondi, Volfi, aveva chiesto puntualità. Il dottore accelerò l’andatura e Corso si stupì che fosse così spericolato nella guida. Ogni tanto l’auto aveva dei sobbalzi e questo gli procurava un leggero disgusto. Cominciò a piovere. Da principio l’acqua formava tante piccole stelle sui vetri, poi li

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cominciò a rigare. Corso tenne per un po` gli occhi chiusi, ma, riaprendoli, la luce grigia gli sembrò ancora più intensa. Anche la strada che si apriva davanti a loro era grigia e viscida. Corso rassicurò che Elena non avrebbe detto nulla a Edit e ad Ernesto, fuori città da un paio di giorni. Il Professore ribadì la necessità di quell’incontro nel vecchio mulino alla luce della loro recente scoperta dell’identità del signore dalla faccia di plastica di cui parlava Umbro nel diario. Si trattava di un impresario legato a interessi oscuri nella città e che dopo la morte di Rivaldi era diventato il punto di congiunzione dei due filoni aperti dal tenebroso giurista. La B usata da Umbro stava per Berni. Si fermarono ormai fuori città. Il mulino non era distante dalla strada, ma bisognava attraversare un piccolo tratturo che tagliava la campagna. Era coperto di argilla giallastra da cui spuntavano pietre, lucide contro il grigio compatto del cielo. Aprirono gli ombrelli e s’incamminarono a fatica. Il mulino era grande e bianco tra l’argilla scivolosa. Dall’aria tormentata giunse fino a loro una folata di vento freddo e bagnato. Sotto il porticato del mulino c’erano tre uomini e, dall’altro lato, una jeep ferma. Si presentarono. Gli anni erano passati e la faccia di Berni più che di plastica sembrava di cera. Entrarono in una stanza grande, appena illuminata da una piccola finestra. C’erano un tavolo con una tovaglietta gialla e delle sedie, un gran camino spento e arnesi di campagna appoggiati alle pareti. Restarono in piedi. Berni aveva dei modi affettati che infastidivano. «Il potere, professore, ha bisogno di stabilità e per conservarla usa spesso la destabilizzazione». Il Professore chiese un bicchiere d’acqua; uno dei tre aprì una vecchia madia e portò sul tavolo una bottiglia ed un bicchiere. Berni riprese: «Il rettangolo che le ho fatto avere non indica sogni spezzati o percorsi interrotti, ma, al contrario, destabilizzazioni

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costruttive, necessarie per mantenere la stabilità del rettangolo. Da secoli è la stabilità del rettangolo a far apparire i fatti che non soltanto la rispecchiano, ma sono ognuno l’immagine dell’altro. A sua volta, il gioco della stabilità è immagine e specchio di un gioco infinito e immobile». La porta era aperta e la pioggia, spinta dal vento, arrivava sull’uscio. «Non abbiamo bisogno di lezioni» lo interruppe Corso «Che cosa volete?». Berni continuò impassibile: «Fino a quando le idee camminano sulla strada parallela a quella delle azioni, la stabilità del potere non teme nulla. Ma quando si stabilisce un punto d’intersezione tra le due strade, occorre intervenire». «E infatti Umbro...» disse Corso senza terminare la frase. «Già, Umbro. Umbro aveva stabilito l’intersezione». La cera di Berni si contrasse ad un lato delle labbra. «Rivaldi ha sbagliato a fidarsi, ma Umbro è morto e lui è diventato mio». In quel momento entrò Volfi, il giovane dagli occhiali tondi, e il Professore lo fissò con i suoi occhi vitrei. «Quelle carte ci servono» continuò Berni «altrimenti il rettangolo, anche se soltanto quello di una singola città, è instabile. E poi, appartengono alla strada delle azioni; le vostre idee non ne risentiranno». La cera tornò ad incresparsi. «Noi sappiamo ciò che Umbro sapeva. Togliereste di mezzo anche noi se consegnassimo quelle carte». Negli occhi di Corso lampeggiava un'avversione mal contenuta. «Cinque persone! Siete troppi» disse Berni. Corso si era improvvisamente avvicinato all’altro fino a sfiorarlo. Il Professore lo scostò, prendendolo per un braccio, e poi si rivolse a Berni: «Quelle carte sono per noi uno scudo. È necessaria un’altra solu-

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zione. Consideriamo interlocutorio questo incontro, teniamo il gioco fermo e riparliamone». Uscirono. Pioveva forte e la nebbia sembrava sporca di fango. Aprirono gli ombrelli e si allontanarono dal porticato. La terra, con le zolle gonfie come spugne, sollevava una bruma fredda e densa. Corso si girò verso Berni che stava entrando nella jeep: «Lei oggi è vivo per miracolo» gridò agitando una rivoltella estratta dal giubbotto impermeabile. Percorsero il breve tratturo dove il fango viscido sembrava aprirsi sotto la pioggia. L’automobile li accolse, sottraendoli a quel sudiciume fradicio e untuoso. Nell’interno si sistemarono come alla partenza e il Professore si girò, interrogando con gli occhi Corso. «L’ho portata con me soltanto per difenderci». Era pallido per la tensione e per la febbre. «C’è stato un momento, però...». Restarono in silenzio fino al ritorno a casa sua. Piovigginava. La cucina era grande, al centro c’era un largo tavolo coperto da una tovaglia con ricami fiorati sulla quale era poggiato un piatto con soffice pandispagna. Sullo sfondo, vicino al forno, una finestra senza tendine dava sul cortile accanto alla strada. I tre si erano seduti intorno al tavolo, Elena preparava le tisane e il dottore spalmava un po` di miele sulle fette già tagliate. «Ho pensato che saremmo stati indifesi» ribadì Corso. «Non mi direte che quel giovane, Volfi, era disarmato!». «Certo che non lo era» rispose il Professore «E avrebbe agito prima di te e meglio di te». Fuori c’era un grigio tenue appena mosso dalla pioggerella. «Chiudiamo qui» disse Corso. Era meno pallido ora, pronto a prendere la tisana e il dolce. Elena aveva preparato per quattro e

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si era seduta a capotavola. «La provocazione di Ernesto li ha intimoriti, per questo hanno chiesto l’incontro» riprese Corso. «Non siamo noi ad averli intrappolati» disse il Professore «né loro hanno intrappolato noi». «Cioè?» chiese il medico. «È la situazione la trappola che tiene insieme noi e loro». Elena sparecchiò e poi si rivolse a Corso: «Ora si misuri la temperatura e si metta a letto». «Non ho la febbre» «Ce l’ha da stamattina». Corso le sorrise: «Aspetta. Forse è bene continuare. Sì, la pistola l’ho portata per difenderci, ma non riesco a capire come abbia potuto provare quella tentazione». Elena restava in piedi, mentre Corso proseguiva: «Il fatto è che la morte di Umbro, ed ora sappiamo, ha significato qualcosa di più di quella di un semplice intellettuale». Abbassò il tono della voce, come per ascoltare se stesso. «Era l’unico tra gli allievi ad avere quell’ansia sana e quella progettualità concreta. Con lui è morta la promessa di una rigenerazione culturale della città». Gli occhi cerulei saettavano. «Non volevo vendicarla, quella morte, ma colpire chi impedisce a questi ingegni benefici di continuare ad esprimersi. Come se volessi purificare qualcosa. Purificare! Capite il meccanismo della trappola? Hai detto che la situazione tiene in trappola noi e loro. È vero. Ma la situazione è composta di una doppia trappola. Mi spiego». Elena sedette, arresa. «Noi e loro» continuò «siamo irriducibli gli uni agli altri eppure siamo legati allo stesso modo di accostarci gli uni agli altri: la storia come scontro di forze. Questa è la trappola più grande. Ma lo scontro deve avere un obiettivo: sconfiggere il male; e così scat-

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ta la trappola interna alla prima: ognuno dimentica il proprio fardello di malignità e si autonomina sacerdote della purezza. Pensavo di esserne fuori, invece..». «Da un po` di tempo non ti leggo» disse il Professore. «Edit l’ha fatto». «Lo farò. Comunque, sì. Hai ragione. È una doppia trappola. Gli uomini l’hanno costruita intorno a se stessi sin dal Neolitico». «L’osmosi del male» aggiunse Corso. «Ossia?» chiese il medico «fatemi capire: i nemici sono fatti della stessa pasta?». Corso lo fissò sorridendo: «Hypocrite ennemi, mon semblable, mon frère». «E la filosofia?» continuò il medico. «È impotente contro questa trappola?». «Già, la filosofia!» sospirò il Professore «quando apparve per la prima volta venne fuori dalle corrispondenze misteriose dell’età assiale, annunciata da una Dea. Destò grandi speranze. Si capì subito che si trattava di una luce magica, dotata di potenza rischiaratrice: venne modellata davanti al mare e irrobustita nelle città». «Alimentò anche timori e sospetti» disse il medico. «Beh, sì. Ha una lama logica che dissolve illusioni e miti; e poi, quel suo unificare dividendo protegge l’essenza del pensare. Ed il pensare non piace a nessun potere». «E adesso?» continuò il medico. «Adesso, caro Leonardo, il patrimonio dell’età assiale è stato disperso nel Novecento. Certo, ci sono state resistenze: grandi pensatori. Ma la ragion meccanica li ha ridotti a stelle fredde». «Dove si può trovare, oggi, l’essenza di quell’età dispersa?» «Forse nella valigia nera di Walter Benjamin. A sapere dov’è. Bisognerebbe fare un pellegrinaggio laico a Portbou». Restarono

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un po` in silenzio poi Leonardo riprese: «Non è che siamo diventati vecchi? E pigri? Non è che dobbiamo riattivarci? Ricordate? Coniugare cultura e politica». «Riattivarci? No» rispose il Professore. «La vecchiaia non dialoga, è un lungo monologo. Per il sapore della giovinezza basta la memoria. Certo, è stata una stagione viva: veder realizzati progetti, sentire la collettività nel proprio corpo, avvertire quell’ansia, quella crescita desiderata, farne parte, e poi scambiarsi, sporcarsi e progredire insieme, senza perdere un frammento di te stesso, di affetti o di memoria, è una fatica che merita di essere stata spesa». «Risultato?» disse Leonardo «Abbiamo creato una realtà che non sa che farsene di noi. Siamo soli». «No» rispose il Professore «Pensavo così anch’io fino a qualche mese fa. No. La nostra solitudine deriva da noi. La solitudine dei vecchi deriva da loro e non dalla realtà che cambia. Gli intellettuali, per giunta, sono incapaci di vivere nelle società che hanno contribuito a costruire. È il loro destino». Bevve un sorso d’acqua. Corso lo guardò negli occhi: «Noi e loro nella stessa trappola. Che fare?» Il Professore restò ancora in silenzio. Bevve di nuovo. «Proprio perchè la trappola è la stessa» disse «dobbiamo trovare un accordo. Un compromesso. Finanche una compromissione. Fidarci a vicenda. Anche per loro la stagione del presente è finita. I loro sgherri troveranno altri padroni». «Le compromissioni sono dolorose. Si lascia sempre qualcosa» disse Leonardo. «Vuoi uscire dalla trappola?» chiese il Professore. Poi, rivolgendosi a Corso: «Ricordi Paolo?» «Ci sto pensando». «Paolo, il poeta?» chiese Leonardo.

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«Sì» rispose il Professore. «Parlava spesso dell’eroismo della volpe che, presa in trappola, si morde la zampa pur di scappare». «Quale sarebbe la zampa, nel nostro caso?». «La biblioteca». «Ma la biblioteca è la città» sussultò Leonardo. «Se perdiamo la biblioteca non ci sarà più né modello, né impegno e non avremo senso nemmeno noi». «No. Non perderemo la biblioteca, ma rinunceremo ad essa. Nessuno ce la sottrae, siamo noi a chiuderla. Le carte di Umbro le terremo con noi. Quanto al nostro senso, l’abbiamo già avuto. Siamo stelle spente, come i nostri avversari, in attesa di cose scomparse e pronte ad accoglierci». La mattina era scivolata nel primo pomeriggio e la pioggia cadeva nuovamente. Fitta e pulita. «Che cosa ci è sfuggito nella città?» chiese Leonardo scuotendo il capo «Abbiamo sempre aderito alla sua realtà. Ed è così anche più in generale: che cosa ci è sfuggito nel nostro tempo? Abbiamo sempre aderito alla sua storia». «Questo è il punto» disse Corso. «Abbiamo soltanto aderito, troppo aderito. Vi rivelo un gioco che ogni tanto pratico: chiudo gli occhi e ripeto sottovoce il paragrafo otto della Prefazione alla Fenomenologia dello Spirito, però lo riadatto al nostro secolo». Corso parlava con un’espressione un po` tetra e un po` divertita: «Il Novecento si è trattenuto nella presenzialità di questo mondo. Ne ha conosciuto il senso. Ma l’occhio si è talmente affisso su questo mondo da sprofondare nel volgare e nel particolare. Insomma, parafrasando un’altra affermazione di Hegel, abbiamo finito per non vedere la foresta per colpa degi alberi. Ci siamo chiusi nel mondo. Abbiamo scritto la storia trascurando di ascoltare lo spazio bianco tra una riga e l’altra. Avremmo dovuto essere fedeli al mondo e alla storia trascendendoli, non chiuden-

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doci in essi. Come in una trappola». L’umor nero era scomparso, lasciando un leggero sorriso negli occhi glauchi. Il Professore si alzò e si avvicinò alla finestra, guardando in silenzio il balenìo sfumato della strada bagnata. «E i ragazzi? Che ne sarà dei ragazzi, senza la biblioteca?» chiese Leonardo. «I ragazzi hanno la nostra radice» rispose il Professore «ma il presente ci riserva ruoli diversi. E poi, sono già fuori della biblioteca. Aspettano nuovi giorni». «Benvenuto sul monte Nebo» sorrise Corso. Elena era rimasta riparata nel chiaroscuro del mobile centrale della cucina. Restò seduta, si sporse un po` in avanti: «I ragazzi guarderanno lontano» disse all’improvviso. « Abitano uno nell’altro senza essere egoisti. Molte volte quando due si vogliono bene non vogliono bene agli altri. Loro, no». Il Professore era in piedi davanti ai vetri. Assentì con un cenno. Elena si alzò e andò verso il forno: «Sono le due. Mangiamo qualcosa». Gli amici restarono immobili, come immersi nelle correnti lente della storia, dove si mescolano echi di speranze e grovigli di coscienze svanite.

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15 Sulle vie carovaniere Edit si era recata sulla terrazza amica. La mattina presto la luce fresca avvolgeva lievemente il fiume: l’azzurro chiaro del cielo si specchiava nella superficie dell’acqua, nascondendone il mistero della profondità. Era affacciata alla ringhiera. Una villetta arancione le era alle spalle e, di fronte, aveva le cime dei monti all’orizzonte. Il vento tenue e ceruleo faceva vibrare l’erbetta nuova di aprile. Nel brusio intenso dei bambini che andavano alla vicina scuola, i genitori si muovevano con frettolosa pazienza. Una giovane mamma consegnò con sorriso liberatorio la sua bambina alla maestra che faceva la stessa strada. Un’altra dal vestito verde pastello sembrava non volersi separare dal suo piccolo. Il fiume scorreva con lentezza, come se volesse trattenere i colori del cielo. Il profumo asciutto dell’aria attutiva l’ondeggiante andirivieni della piazza. Un ragazzo s’avvicinò all’inferriata. Un viso già adulto, con una rassegnazione antica negli occhi. La pelle olivastra sfumava in un pallore grigiastro. Indossava jeans e una camicetta bianca con maniche rimboccate. Era silenzioso; le mani si muovevano sicure

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intorno ad una piccola falciatrice. Il vocìo dei bambini si era attenuato. Si fermò per osservarli. Guardava i ragazzini ritardatari ed i genitori, le macchine che si diradavano, la scuola che dopo un po` rimase immobile e muta. Il suo sguardo sembrava esprimere il rimpianto non di un passato perduto, ma di un presente negato. Come se la rassegnazione custodisse ancora in sé un frammento di speranza. Riprese a lavorare con calma; i gesti precisi, risoluti nella messa a punto del macchinario. Muoveva il corpo evitando con cura di toccare alcuni gerani germogliati da poco. Bruscamente fissò Edit. Lo sguardo malinconico era diventato duro. All’orizzonte la luce trasformava il rosa delle montagne in un argento verdastro. Il ragazzo, con un ginocchio a terra, immobile nella camicetta bianca, con gli occhi attenti su Edit le rivolgeva uno sguardo severo, incastonato nel pallore grigio del viso. Come se quel tacito rifiuto di essere osservato l’avesse scossa, Edit si girò dall’altra parte della ringhiera. Lasciare è sempre un tormento. L’ignoto attende l’abbandono. Decisa a partire, senza la presenza del padre, lontana da Elena e priva della biblioteca-bussola, era riuscita, comunque, a contenere l’inquietudine. D’altronde ne conosceva la forza e la spinta creativa, e questa consapevolezza suscitava in lei la fiducia nel nuovo: il suo passato sarebbe stato un seme fruttifero; Ernesto era la presenza del futuro. Lei adesso s’immedesimava in quell’aria satura di primavera che la circondava, aperta all’esistenza nella tonificante frescura che ingemmava gli alberi. Il fiume, scorrendo, assecondava quella sensazione con il suo fruscìo. Avevano stabilito, lei ed Ernesto, di partire con un’associazione umanitaria, e progettato un lavoro d’ interazione per evitare sia l’integrazione sia la subalternità nel rapporto tra popoli diversi. Un lavoro umano tra esseri umani. Conoscevano anche i rischi: «Potremmo finire in mezzo a due

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trincee, come Umbro» aveva detto Ernesto. «E se uno dei due muore, l’altro continua per lui» gli aveva risposto. Ma, nonostante la consapevolezza, il passaggio dalla decisione all’attuazione era lento. Non era facile lasciare indietro, nel silenzio del tempo, luoghi e volti. Per questo andava su quella terrazza nell’aria splendente della mattina per farsi accarezzare dalla luce, indugiare sulle immagini che essa accendeva e nasconderle dentro di sé, infonderle nel sangue. Il ragazzo aveva terminato di preparare la falciatrice. Si era alzato in piedi e, prima di spingerla al centro del prato, aveva rimosso un mattone rettangolare che bloccava le ruote. Edit tornò ad osservarlo ed egli la guardò come se tra loro fosse caduta la diffidenza. Azionata la falciatrice, il ragazzo fissò Edit negli occhi. Nel suo sguardo c’era una sorta d’ indulgenza, come se comprendesse lo stato d’animo della giovane donna. Edit gli sorrise confortata e si voltò tornando a guardare dalla terrazza lo spazio aperto mosso da una brezza profumata. Il ragazzo si allontanò nel rumore sordo della falciatrice. Il venticello tingeva di primavera la sua camicia bianca. Edit si sentì come sbloccata dai sentimenti contrari. Pensò a Turi. Qualche giorno prima, Il vecchio bidello era morto nel sonno. Ma con quel brandello di passato che le aveva consegnato, lei era riuscita a percorrere a ritroso il cammino temporale dell’infanzia, raggiungendone la cifra non come tempo ma come spazio ritrovato: lo spazio fisico di sua madre e del suo altrove, ricco di fiori e colori che soltanto la speranza può vedere. Ora, quel ragazzo derubato del presente sperava in una primavera umana ed il suo sguardo incitava Edit ad una fraternità operosa. «Occorre pur seguire quel regno che sta in mezzo a noi e che ci ostiniamo a non vedere» disse tra sé. Poco dopo lasciò la terrazza per andare incontro ad Ernesto. Il giovane, ormai convinto a partire, si era recato in biblioteca per

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le ultime carte. Una volta uscito, prima di raggiungere Edit, si era soffermato presso la lapide, tanto per salutare un antagonista «da ascoltare come Ulisse ascoltava le Sirene». Edit camminava speditamente. La strada, già fiorita negli alberi dei giardinetti, era attraversata da persone indaffarate, ma anche da anziani tonificati dalla frescura profumata. Nello slargo di un marciapiede un giovane zingaro suonava una tastiera poggiata su un treppiedi un po` instabile per i sampietrini. Mentre camminava, Edit non poteva fare a meno di ricordare la sera del primo incontro con Ernesto: la pioggia sottile, gli occhi entusiasti e timorosi del giovane, la proiezione del Diluvio, l’austerità di suo padre mentre parlava della rassegnazione dei disperati come il sottosuolo del futuro. «Beh, sì» pensò «ma non ci si può limitare a guardare, conoscere e aspettare. Non basta considerarsi i figli della Nottola di Minerva e fermarsi lì. Occorre fare di più. Lui l’ha fatto, un po` controvoglia e con le forme politiche del suo tempo. Ha combattuto la buona battaglia ed ora è sceso dall’altopiano. Il suo lavoro è dentro di me». La luce della mattina era dolce e tiepida. La strada ampia e alberata era viva di colori. L’azzurro vitreo del cielo sembrava racchiudere gli odori tenui che salivano dalla terra. Edit aveva accelerato il passo. L’orizzonte pareva aspettarla. Certamente, pensava, gli esclusi senza nome sono il polline a cui il fiore dell’Occidente deve aprirsi se non vuole rinsecchire, ma occorrono pure degli agenti impollinatori che percorrano le vie carovaniere dello spirito. Senza questi uomini di buona volontà è difficile far affiorare le «cose che non sono». Le venne in mente il ragazzo con la falciatrice e, per contrasto, accostò il suo volto alle parole con cui il dottor Leonardo definiva, di solito, la condizione della vecchiaia: nec spe, nec metu. «Invece -pensò- quel volto

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dice Spes contra spem». Camminava con passo affrettato e deciso. Voleva incontrare Ernesto. La bellezza del viale cominciava a sembrarle inerte. Il cuore del giovane, la sua finalmente fiorita religiosità, la loro apertura al mondo erano il volto bello di quel futuro che già li aveva incontrati nei mesi passati. Pensò al giovane studioso del Narciso: la verità arriva. Era giunta presso una piazzetta dove alcuni bambini giocavano tra le panchine, mentre altre erano occupate da anziani che osservavano divertiti. Tra gli alberi la luce intensa tremolava leggermente. La sua mente era già altrove. Guardava il verde smeraldo del piccolo prato e, sempre con passo svelto, sembrava allontanarsi dai colori delle persone e delle case e dalla brezza leggera della mattina che le smuoveva i capelli. Quella ricchezza di vita e di natura le appariva come “la borsa dell’avaro”, chiusa nell’attesa di una mano generosa che la aprisse all’esistenza. Un uccello sfrecciò a fil di vento. Ad un lato della strada, presso l’ingresso di un Caffè, tra le persone che affollavano lo spazio antistante c’era il giovane dagli occhiali tondi. Con lui un altro uomo, più anziano. Si muovevano nervosamente, come lupi fuggiaschi. Sembravano fuoriuscire dal fondo pesante di quell’aria pur così leggera come se, nel contrasto, la loro inquieta figura facesse parte del lieve azzurro. Edit capì di essere stata vista e rallentò sbigottita. Ebbe la sensazione di trovarsi di fronte al coagulo stregato di tutta la vicenda che aveva toccato la biblioteca e, anzi, di tutte le vicende che vorticano nella storia. S’affrettò di nuovo. Sorpresa, turbata, sbiancata deviò verso un giardinetto laterale e si appoggiò ad una panchina. Dopo qualche respiro profondo si avviò nuovamente, ma con una lentezza tranquilla. Il giovane dagli occhiali tondi camminava sul lato opposto a quello della ragazza. L’andatura nervosa accentuava la minacciosità del corpo, ma Edit ne sosteneva lo sguardo. Volfi si muoveva quasi di sbieco, mostrando il

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segmento di lama che baluginava tra la manica del giubbetto ed il palmo della mano. Se è vero che una sola vita coincide con tutte le vite, in quel breve tratto di strada si stava giocando la partita tra l’inquieta attesa dell’aperto ed il risucchio sordo dell’immobile. Gli sguardi si incrociarono: negli occhi di Edit c’era tutta la sua invincibile inermità. Allora Volfi abbassò i suoi. «La biblioteca è chiusa» disse risoluto Ernesto arrivando. La mattina era nel punto più alto, riflessa nei suoi occhi come un sillabario nuovo.

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INDICE

1. I luoghi dell'esclusione..................................................................... 5 2. Nel secolo nero……………………….............................................13 3. La verità arriva ............................................................................... 21 4. Dys ...................................................................................................29 5. L'occhio e l'anima.............................................................................34 6. A Würmlingen……………………………….………...….….........42 7. ...Senza rive ……………………………….……………....……....50 8. Parole per un labirinto …………………….………….…..............59 9. Don Chisciotte ………...............................................................….67 10. L'osmosi del male …………….................................…………....76 11. Il violino calpestato.........................................…………………...84 12. I disubbidienti …………………………………………................93 13. Incipit vita nova ……..………………………………………..….99 14. Sul monte Nebo ..........................................................................108 15. Sulle vie carovaniere .................……......……………………....117


La stabilità del rettangolo