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Narratori Francesi Contemporanei

L’airone di Guernica


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Collana NARRATORI FRANCESI CONTEMPORANEI diretta da Gianni Gremese


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Antoine Choplin

L’airone di Guernica romanzo Traduzione dal francese di Silvia Manzio

GREMESE


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Titolo originale: Le héron de Guernica © Le Rouergue, 2011 Copertina: Giulia Arimattei Stampa: Tipografica Artigiana s.r.l. – Roma Copyright edizione italiana: GREMESE 2012 © New Books s.r.l. – Roma www.gremese.com Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta, registrata o trasmessa, in qualsiasi modo o con qualsiasi mezzo, senza il preventivo consenso formale dell’Editore. ISBN 978-88-8440-725-2


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I

l giorno prima, dopo aver lasciato la stazione, Basilio si era avventurato senza meta per le strade. Verso sera, stanco, aveva varcato i cancelli dei giardini del Lussemburgo e si era seduto su una panchina, un po’ appartata dai viali. Era calata la notte. Aveva finito per chiudere gli occhi e, probabilmente, aveva dormito per qualche secondo, con il gomito appoggiato sulla valigia e la cartella da disegno sulle ginocchia. PiÚ tardi, nell’incertezza delle ore, aveva spiato il nascere del giorno rabbrividendo, con gli avambracci stretti al torso. Alla fine, aveva udito i canti dei merli e dei beccafichi, appena prima del soffio tremolante della luce. Era una giornata strana che iniziava, si diceva Basilio.

Due settimane prima, era andato al convento di Santa Clara per mostrare il suo lavoro finito a padre Eusebio. Si erano ritrovati nella penombra del refettorio, 5


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le cui vetrate erano per la maggior parte infrante. Basilio aveva srotolato il suo dipinto su un lato del tavolo. Il curato l’aveva osservato a lungo, variando la distanza dello sguardo. Di tanto in tanto, alzava la testa e Basilio poteva notare come brillassero i suoi occhi. «Allora?», aveva chiesto Basilio dopo una pausa. Padre Eusebio non aveva risposto. Aveva continuato il suo studio in silenzio, avvicinandosi e allontanandosi, lanciando uno sguardo verso Basilio di quando in quando. Aveva chiesto di poter tenere il dipinto per un’ora o due, e lo aveva restituito a Basilio solo verso mezzogiorno, alla Taverna. «Dimmi, Basilio», aveva chiesto scivolando al suo fianco, «hai mai sentito parlare di Picasso?». «Picasso?». «Sì. Un pittore. Spagnolo». «No. Non l’ho mai sentito nominare». «È un grande artista, molto conosciuto qui in Spagna e anche in Europa». «Ah». «Si dà il caso che gli sia stata commissionata una mostra molto importante, che si terrà presto a Parigi. L’Esposizione Internazionale delle Arti e Tecniche, si chiama». Basilio aveva continuato a intingere il pane nel suo piatto di zuppa, senza capire dove volesse arrivare il curato. 6


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«Insomma, sembra che voglia realizzare un’opera su quello che è successo qui. A Guernica. È Felipe, il mio amico giornalista, che me l’ha detto». «Ah». «Ha scelto Guernica, ti rendi conto». Pausa. Basilio, il pane nella zuppa. «Grazie a lui si parlerà di Guernica in Francia, forse nel mondo intero. Ci si interesserà a quello che è successo qui da noi. Capisci?». «Sì», aveva detto Basilio, «capisco». Con un sorriso benevolo, il curato aveva restituito il dipinto a Basilio, arrotolato in un largo cilindro. «È un ottimo lavoro». «Davvero?», aveva chiesto Basilio. «Sì», aveva risposto il sacerdote. «Davvero. E inoltre, oserei dire che il tuo airone mi fa pensare al nostro Gesù. Dio mi perdoni». Poi si era allontanato un breve istante per servirsi un piatto di zuppa. Basilio gli aveva domandato se Picasso fosse lì, a Guernica. «No, non credo». «Ma il lunedì della settimana scorsa era a Guernica», aveva insistito Basilio. «No. Sembra che abbia saputo tutto quello che è successo attraverso i giornali». Una pausa. «Allora non capisco», aveva detto Basilio. 7


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«Cosa non capisci?». «Non capisco come possa dipingere gli eventi di Guernica, se non c’era quando si sono svolti». «Gli artisti possono fare cose del genere», aveva detto il curato. «Non finisci la tua zuppa?». «No». Il sacerdote si era chinato verso Basilio. «Bene, adesso ascoltami. Vorresti sapere cosa ha dipinto Picasso a proposito di Guernica?». «Sì, certo». «E andresti fino a Parigi per scoprirlo?». Aveva sorriso ponendo la domanda. «Parigi?». «Se ci arrangiassimo per pagarti il viaggio». Basilio aveva aggrottato la fronte. «E poi ti farebbe bene partire per un po’ da qui, vedere posti nuovi, non credi?». «Non lo so», aveva balbettato Basilio. «Non sono mai partito». «Appunto», aveva detto padre Eusebio. Pausa. Brusio della Taverna, scoppi di voci. «E poi potrai portare con te il tuo dipinto. Non si sa mai. Potrebbe interessare a qualcuno. Forse lo stesso Picasso vorrà darci un’occhiata, che cosa ne sappiamo. Tu c’eri, a Guernica. No, Basilio?». «Sì». «Allora devi semplicemente riflettere. Mi darai una risposta».

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Dopo aver mangiucchiato senza appetito il resto dei biscotti, Basilio ha consultato la mappa di Parigi. Con un segno a matita, padre Eusebio aveva cerchiato il Campo di Marte e il Trocadéro. «Per il padiglione spagnolo», aveva detto il curato, «basterà che ti informi sul posto, non dovrebbe essere troppo complicato». I primi raggi del sole sono sorti alle sue spalle, tra i tetti, e il canto degli uccelli è diventato assordante. Basilio ha lasciato la panchina, seguendo a breve distanza due passanti mattinieri, per raggiungere la rue de Vaugirard. Quel giorno, il quadro sarebbe stato presentato alla stampa, e Picasso sarebbe stato necessariamente presente, aveva assicurato Felipe. «Certo, ci saranno le autorità e tutti i discorsi, e la gente ben vestita», aveva detto padre Eusebio. «Ma cerca di capire, non si sa mai come potrebbero andare le cose». «Perché non ci vai tu, a Parigi?», aveva chiesto Basilio. «Perché ho troppe cose da fare qui, a Guernica». Più tardi, aveva aggiunto che inoltre, a differenza di Basilio, lui non era un artista. Basilio lasciò la rue de Vaugirard per imboccare il boulevard Pasteur e poi l’avenue de Suffren, che 9


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discese con un incedere ondeggiante e irregolare. La torre Eiffel si era messa a pesare con tutta la sua altezza sul paesaggio e catturava incessantemente il suo sguardo. Una folla di persone passeggiava già tra le numerose installazioni del Campo di Marte. Basilio raggiunse la Senna, fece qualche passo sul ponte d’Iéna prima di appoggiare la valigia e la cartella da disegno contro il parapetto. Restò lì, in piedi, per un lungo istante, di fronte al sole ancora basso, a scrutare il fiume e le imbarcazioni, i battellieri al timone. Subito dopo il ponte, si apriva la prospettiva del Trocadéro, incorniciato sui due lati dai padiglioni stranieri. Basilio notò l’assembramento che si era formato nella parte bassa del piazzale. Curioso il modo in cui in quel punto la gente spostasse senza sosta lo sguardo da un lato e dall’altro, come gli spettatori di una partita di tennis. Basilio si aggirò tra loro. Sentiva le esclamazioni di meraviglia davanti alla sfida che sembravano lanciarsi i due edifici monumentali, posti l’uno di fronte all’altro, in mezzo ai quali si trovava. Il padiglione tedesco e quello russo. Anche lui per un attimo alzò il naso a destra e a sinistra. E poi proseguì il suo cammino, senza assaporare niente di quella vertigine. Duecento metri oltre, rischiò di passare davanti 10


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all’edificio spagnolo senza notarlo, probabilmente perché si era immaginato che scovarlo sarebbe stata un’impresa lunga e delicata. Inoltre, aveva immaginato una costruzione sfavillante e slanciata; scopriva, invece, un’architettura piuttosto sobria, su tre piani, la cui eleganza discreta dipendeva soprattutto dalla natura dei materiali, principalmente vetro decorato con affreschi stilizzati, uno dei quali rappresentava la carta geografica della Spagna. Esitò prima di salire la scalinata ancora deserta. In cima ai gradini, un’insegna indicava in diverse lingue che il padiglione avrebbe aperto le porte a mezzogiorno. Appoggiò la fronte alla vetrata. Guardò le persone che si affaccendavano al suo interno. Un momento dopo, scese la scalinata e si sistemò quanto più comodamente possibile sui primi gradini. Doveva pazientare ancora per due ore abbondanti. «Signore, per cortesia». Basilio sussultò. Una ragazza con un abito lungo era china su di lui. «Parla francese?», chiese gentilmente. Basilio sgranò gli occhi e la donna si mise a parlare in spagnolo. «Devo chiederle di lasciare libero il passaggio. Tra poco apriremo le porte del padiglione». «Credo di essermi addormentato». 11


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La donna sorrise. Basilio si passò la mano fra i capelli e afferrò la cartella da disegno che era scivolata in fondo ai gradini. «Da qualche tempo, non riesco più a dormire quando dovrei». Si alzò e scosse leggermente il retro dei suoi pantaloni con le mani per spolverarli. «Che ore sono?», chiese Basilio. «Le undici e mezza». Pausa. «La ringrazio», disse la donna, salendo qualche gradino senza togliere lo sguardo da lui. «Ancora un po’ e mi sarei perso l’apertura», esclamò Basilio a voce bassa. E poi, raggiungendo la donna, con la valigia in mano e la cartella da disegno sotto il braccio: «È che ho viaggiato a lungo per vedere l’Esposizione». «Ah sì?», replicò lei. Questa volta si era voltata e aveva accelerato il passo per salire la scalinata. «Molto bene, molto bene», proseguì. «Allora, forse ci incroceremo di nuovo più tardi». «Perché lei lavora qui, non è vero?», continuò Basilio, salendo gli ultimi gradini giusto dietro la donna. «Sì, è così». «Ah, è fortunata. Quindi, sa di certo a che ora arriverà Picasso».

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La donna si fermò e si girò verso di lui. I tratti del suo volto tradivano un po’ di irritazione. «Pablo Picasso è atteso per l’inaugurazione ufficiale. Alle quindici». «Ah», fece Basilio. «Perfetto. Capisce, vorrei potergli dire una o due parole». Il volto della donna si incupì, poi si distese. In una risatina intenerita, disse che Picasso sarebbe stato di certo completamente assorbito dalla stampa e dalle autorità. «Sì, è normale», osservò Basilio, «e non vorrei annoiarlo. Gli dirò semplicemente questo, che vengo da Guernica per vedere il suo dipinto. È proprio quello che è esposto qui, il suo dipinto su Guernica?». «Sì». «Bene, allora ecco quello che gli dirò. E anche che ero laggiù quando ci furono i bombardamenti. Quindi, è come dice padre Eusebio. Non si sa come potrà andare, capisce». Lei gli era di fronte. Lo percorse con uno sguardo benevolo, dall’alto verso il basso, poi dal basso verso l’alto. «Sì, in effetti. Ha ragione, non si sa mai». «È quello che dice padre Eusebio. Tanto più che, per giunta, ho qualcosa da mostrargli, al signor Picasso». E con l’indice batté sulla cartella. «Ah», fece la donna. «Vuole dare un’occhiata?», chiese Basilio. 13


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«È che», balbettò lei, «lo farei con piacere, ma non ne ho il tempo. Apriamo il padiglione fra qualche minuto e…». Mentre parlava, Basilio ha già snodato le cordicelle e dischiuso la sua cartella, maneggiandola come un grande libro prezioso. Si è avvicinato alla donna fino a toccarle la spalla. Le due teste si sono chinate l’una verso l’altra, gli sguardi si sono immersi nella cartella. Pausa. «È lei che l’ha dipinto?», chiese la donna raddrizzandosi. «Sì». Lo fissò per un attimo, lui non aveva alzato lo sguardo dalla cartella. Osservò nuovamente il dipinto, la sua fronte si avvicinava a quella di Basilio. «E questo animale», disse la donna, «che cos’è?». «È un airone. Un airone cenerino». Dopo un attimo di silenzio, Basilio ha richiuso dolcemente la cartella da disegno. «Mi perdoni, ma preferisco non guardarlo troppo a lungo», ha detto lui. «A volte mi imperla le tempie di sudore e mi impedisce di respirare bene». La donna ha fatto un cenno leggero con la testa come se capisse cosa voleva dire. Poi gli ha stretto il braccio e si è scusata: «Devo proprio andare, ora». Ed è partita repentinamente. Soltanto allora Basilio si è reso conto che la scalinata si era riempita di una decina di visitatori, 14


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L’airone di Guernica

che stavano aspettando l’apertura delle porte chiacchierando. A mezzogiorno in punto, la piccola folla ammassata sulla scalinata cominciò a riversarsi nella vasta hall del padiglione spagnolo. Basilio, che si trovava nel mezzo, avanzò come poté, con la sua valigia e la sua cartella da disegno. All’interno, i visitatori si ripartivano in tre file d’attesa, procedendo verso un largo bancone e le hostess. Una di queste era la donna col vestito lungo. Basilio si mise in coda alla fila che conduceva da lei. Dopo qualche minuto, raggiunse il bancone. Lui e la donna si ritrovarono di fronte. «Questa volta è ben sveglio», disse lei sorridendo. Basilio non sapeva cosa rispondere. Si mise a frugare in tasca per trovare i soldi con cui pagare il biglietto d’ingresso, ma la donna lo fermò con un gesto della mano. «Se me lo permette, sarei felice di darle un invito per la giornata in omaggio». E gli tese un biglietto. «E se vuole, potrà lasciare la sua valigia al guardaroba, proprio dietro di lei». «Grazie», rispose Basilio. «Ma davvero, per l’invito, io…». Lei appoggiò le mani sul bancone come se volesse afferrare le sue. 15


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«Il quadro di Picasso si trova al primo piano», affermò la donna. «Vedrà le indicazioni. Potrà ammirare anche alcuni degli schizzi che hanno preceduto la realizzazione dell’opera». Basilio annuì più volte, guardando la donna e allontanandosi lentamente dal bancone. Depose la valigia al guardaroba come lei gli aveva detto, ma tenne sotto il braccio la cartella da disegno. Poi, senza nemmeno il tempo di uno sguardo rapido sul pullulare di installazioni del pianterreno, prese le scale e si diresse, quasi correndo, verso la sala riservata a Guernica.

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Airone di guernica  

Guernica, aprile 1937. Basilio, giovane pittore autodidatta, trascorre le sue giornate presso una palude, a osservare gli aironi cenerini. È...

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